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| Altre
meraviglie |
Compilazioni
astronomiche |
Piccolo
sillabario astrale
di Alessandro Banda |
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| ___Asteroide
___Asteroide è,
prima di tutto, una parola: può piacere
perché racchiude in sé, almeno parzialmente,
la casualità dell'astragalo - del dado
d'osso lanciato contro la sorte in qualche oscura
e umida taverna, forse in qualche porto ora interrato
o sepolto, circa un paio di millenni fa - la casualità
di tutti gli inizi; ed è parola che può
piacere perché dotata dello stesso suffisso
di etmoide e sfenoide, ossa del cranio che concorrono
a contenere la delirante esorbitanza della visione
___So di uomini,
dai denti anneriti dal betel, dagli sguardi languidi
e acquosi e che, quando chiudono gli occhi, vedono
proliferare migliaia e migliaia di asteroidi,
e non solo fra Giove e Marte; anche oltre i ghiacciati
anelli di Saturno e più in là, più
in là.
___Bagliore
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quiddam
inexpletum
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| ___Innumerevoli
sono, tu lo sai, le forme del bagliore.
___Il bagliore più
ovvio è quello delle stelle, delle stelle
lontane dimenticate da qualcuno sulla superficie
levigata del cielo notturno; a lacrimare lacrime
vane sulla terra.
___E c'e il bagliore
del mare a mezza mattina, dopo il gelo dell'alba,
prima dell'afa del meriggio. Anche la sabbia bagnata
allora manda nitidi bagliori come fosse impastata
di scaglie d'astri, di residui di astrali disastri.
___E c'è il
bagliore dell'orecchino nella famosa tela di Vermeer:
quel ricciolo di luce, quella eterna goccia d'argento
il cui tremore immobile orla il lobo della ragazza
dall'azzurro turbante.
___Ma più
forte di tutti, tu lo sai, benché sia forse
banale dirlo, più forte di tutti è
il bagliore dei tuoi occhi vorticanti nell'ombra;
benché, tu lo sai, esista sempre qualcosa
che eccede il quadro, qualcosa che non è
compreso. |
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| ___Costellazione
(I)
___Tolomeo III Evergete,
re d'Egitto, desideroso di ampliare i confini
del regno, mosse guerra contro Seleuco II, re
di Siria. Berenice, moglie di Tolomeo, promise
che se lo sposo fosse tornato salvo dalla guerra
avrebbe offerto in voto agli dei, a tutti gli
dei, la propria chioma, la propria chioma bionda,
lunga, intrisa di profumi e di lacrime. Tolomeo,
vittorioso, fece ritorno; la regina sciolse il
voto ma la sua treccia luminosa scomparve quasi
subito dal tempio di Arsinoe Zefiritide dov'era
stata posta. Conone, astronomo di corte, non tanto
per piaggeria, forse, quanto per scuotere il suo
estro poetico dal torpore delle matematiche -
disse di aver scoperto la chioma in cielo, assunta
fra le costellazioni, e la individuò precisamente
in un gruppo di sette stelle, nell'area del Leone,
fra la Vergine, Boote e l'Orsa maggiore, stelle
da allora denominate appunto "Chioma di Berenice".
___Questi, più
o meno, i fatti, raccontati da Igino, messi in
verso da Callimaco e Catullo. Catasterismo, il
nome dotto del fenomeno.
___In realtà
la sovrana tradì il marito durante la sua
assenza. Lo tradì sette volte come sette
sono le foci del Nilo. Non è chiaro se
con sette uomini diversi o con uno solo per sette
incontri e, magari, in sette differenti luoghi
e modi. Non era particolarmente lussuriosa, la
regina, piuttosto annoiata e, può darsi,
distratta a tal punto da non accorgersi nemmeno
in cosa la foga del legittimo consorte si distinguesse
da quella degli occasionali amanti. Con tutta
probabilità Conone fu tra questi. È del
pari molto probabile che Tolomeo sapesse tutto;
talvolta, fissando quelle sette stelle fra Vergine,
Boote e Orsa maggiore, uno stanco sorriso gli
sfiorava le labbra.
___Costellazione
(II)
___Costellazioni
di nomi vani popolano il mio sfatto cervello.
Brandelli di frasi malvagie, di offese, di perfide
insinuazioni che mi furono lanciate contro, vi
si dispongono in forma di configurazioni stellari.
___Costellazioni
di volti di donna; di tutte le donne che mi rifiutarono,
di tutte quelle che mi dissero sì per una
notte e poi sparirono, illuminano della loro avara
luce la mia mente vacillante.
___Costellazioni
di imprese vagheggiate e mai poste a esecuzione,
di occasioni sfumate, di appuntamenti desolantemente
mancati; di desideri impossibili, tenaci come
vizi e fissazioni, ossessioni, idee coatte.
___Uno
zodiaco di sconfitte, la risibile corona che fascia,
regalità beffarda, la mia testa autunnale.
___Dioscuri
___Cavalcavano il
tramonto. Cavalcavano le nuvole arroventate dall'aurora.
Dagli orli arsi dell'oriente, dalle plaghe bruciate
dell'occidente, dal meridione, dal settentrione,
da ogni regione del cielo potevano irrompere.
Sulla scena. E la scena dove accadeva la loro
fulminea irruzione, dove il loro apparire avveniva,
era varia: un campo di battaglia, nell'imminenza
della battaglia, nel silenzio che precede lo scontro,
quando gli eserciti sono già schierati.
Proprio allora, quando uno dei due schieramenti
cominciava a esser abbagliato dalla sconfitta
che sembrava inevitabile e il sudore scivolava
sulla pelle come fosse già diventato sangue,
proprio allora quei guerrieri affranti se la sentivano
accanto, la forza disumana del meraviglioso pugno
di Pollùce, se la sentivano dentro, nel
petto, nelle braccia, nelle gambe che smettevano
di colpo di tremare e si rianimavano.
___Oppure
era in mare. E il mare era grosso, le onde sempre
più alte, il vento sempre più teso,
nembi enormi colore dell'inchiostro toglievano
tutta la vista del cielo, toglievano il fiato
ai naviganti. Ma un fuoco improvviso si appendeva
ai margini delle vele, incendiava i pennoni, folgorava
la cima dell'albero maestro, un fuoco che non
era un fuoco perché non ardeva e perché
in realtà era il segno infallibile della
loro presenza, di Càstore e Pollùce
protettori dei marinai, patroni dei naufraghi,
benefici signori dei flutti.
___E quelle nuvole
bianche allungate che si vedono a volte, levigate
come conchiglie dalle brezze serali, o quelle
che attraversano solitarie l'orizzonte nel vuoto
del meriggio non sono nuvole sono le terga poderose
dei loro candidi cavalli. Perché essi sono
domatori di cavalli. O lo erano, domatori di cavalli.
___Elena sbucò
insieme con loro dal guscio infranto dell'uovo
di Leda, fecondato da Giove. Elena è la
sorella di questi gemelli. Elena ora guarda. Elena
ora guarda, dalle porte Scee, verso la pianura.
Ed è guardata, con sospetto, da Timete,
Lampo, Antenore e da altri vecchi compagni di
Priamo. Ma Priamo l'ha detto, l'ha detto a loro,
l'ha ripetuto a tutti e anche a lei l'ha detto
che non lei è causa - di una guerra così
rovinosa - non lei è causa, solo gli dei
sono causa, solo gli dei. Il poeta che ne dovrà
scrivere la guarda, la riguarda, la continua a
guardare. Non è affatto cieco, ci vede
benissimo e sa anche che la sua qualifica, di
poeta, è già abbastanza infamante,
squalificante, anzi. Sente che nonostante continui
a fissarla non riuscirà a ricordare com'è
fatta. Non andrà oltre parole stremate
come ovale latteo, mandorle degli occhi, ripiegherà
su particolari: l'henné con i suoi riflessi
ramati tra i capelli, una lieve irregolarità
del naso, il collo sottile e la bella linea delle
spalle; di questa figura che non riesce a stringere
- e che associa, chissà perché,
al mai intermesso rombare di un fiume che roda
perennemente gli archi dei suoi ponti - della
sua bellezza proverbiale e luttuosa, non resteranno,
sulla pagina o nel vento, che le bianche braccia,
e il nome.
___E Priamo chiama
Elena a voce alta e le chiede di sedersi accanto
a lui e di spiegargli chi sia mai quel combattente
mirabile, quell'acheo forte e grande di cui non
c'è l'eguale nella vasta pianura che si
stende ai loro piedi, e Elena rivela che è
Agamennone, nobile e gagliardo sovrano. E dopo,
in un piccoletto dalle spalle larghe che si aggira
inquieto tra le fila dei soldati, come un ariete
tra branchi marmorei di pecore, identifica Odisseo.
___Il gigante che
spicca su tutti, al modo di una rocca a difendere
la città, è Aiace e glielo indica
e accanto può mostrargli Idomeneo fortezza
dei Cretesi, maestosi entrambi e sicuri come dei.
E a uno a uno vede e riconosce gli Achei occhi
acuti e glieli nomina anche se spesso non sono
che puri nomi. Tutti li vede e riconosce ma per
quanto indaghi ovunque senza sosta e percorra
intera e setacci minutamente con lo sguardo la
piana nella sua estensione e non si fermi nemmeno
un attimo, i fratelli di sangue non ritrova, quelli
usciti con lei dal rotto guscio dell'uovo di Leda,
partoriti dalla stessa madre. Non sono forse nemmeno
partiti da Lacedemone, pensa, oppure sono partiti
ma per nave e adesso non vogliono mescolarsi a
questa lotta di forti per paura del mio disonore,
della mia immensa vergogna, così Elena
pensa. Ma la terra nera e grassa di Lacedemone
li copriva, li copriva entrambi, i gloriosi fratelli
di Elena, usciti con lei dall'uovo perfetto di
Leda. |
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| ___Eclissi
(I)
___"Signore
e signori, buona sera. Il primo titolo di questa
edizione rende conto dello sconvolgente fatto
di cronaca accaduto, non più tardi di oggi,
nell'incantevole cornice offerta dalla stupenda
cittadina di Merano, e il cui protagonista è
il dottor Dahn Baah, il ben noto Perfettissimamente
Sconosciuto.
___Questi, mentre
rincasava da uno dei suoi infruttuosi vagabondaggi
per i viali di tigli - o ippocastani o sconnessi
platani - fuori mano, mentre il cielo progressivamente
sbiancava, mentre una luce crudelmente dorata
fiatava da dietro le impassibili e astratte cime
dei monti (aggiungiamo, per completezza d'informazione,
che si trattava della turisticamente assai interessante
catena del Tessa), ebbene, questi, mentre tutt'intorno
- come ribadiamo - si andava compiendo il consueto
rito della lenta e repentina immersione vesperale
nella tenebra, nella nerissima tenebra meranese,
il rito di questo - come direbbe il nostro Scannagatti
- inabissamento fulmineo e immobile, ecco, proprio
allora, costui è stato colpito e devastato
in pieno petto, raggiunto e maciullato in piena
fronte da una deflagrante, incontenibile, inarrestabile
eclissi di senso.
___Gli alberi, le
montagne, il tramonto, tutta la natura e tutto
il tempo, con le loro terribili e nauseanti ripetizioni,
d'improvviso, sono stati risucchiati nel cono
d'ombra dell'insignificanza.
___Come tutte le
eclissi anche questa è durata poco. Ma,
secondo la testimonianza del diretto interessato
stesso, una cicatrice di buio resterà per
sempre nel grande corpo della luce."
___Eclissi
(II)
___Dove l'ha nascosto?
Sotto il cappello, nelle pieghe del mantello?
L'ha infilato in una tasca segreta, Rahu, il sole?
Rahu, nome ruvido del dio, signore delle tenebre...
O l'ha ingoiato, divorato, massacrato con la maciulla
dei denti, il sole, che non si vede più,
che ha lasciato orfana di sé l'immane scena
del cielo...?
___Suonate tutte
le trombe, colpite dei colpi più violenti
i gong, mettete mano a cembali e tamburi, è
l'unico modo per tenere lontano Rahu o per farglielo
sputare, per tirarglielo fuori a forza dai visceri,
il sole...
___Altri dicono che
è più saggio placarlo e allora offritegli
frutta, legumi, galletti arrostiti... perché
altrimenti, se il sole non ricompare, i nascituri
nasceranno ciechi, i cani resteranno per sempre
muti, le vacche smetteranno di dare latte, i polli
cadranno in un lungo sonno...
___Dapprima è
apparsa in Iran, la grande ombra, verso l'alba,
poi - viaggiava a più di duemila chilometri
orari - ha invaso l'Afghanistan, il Pakistan,
il Bangladesh, poi ha proseguito per la Birmania,
la Thailandia, Singapore, la Cambogia, le Filippine,
il Borneo - dove nello sperduto villaggio di Matunggong
è durata due enormi minuti, e quattordici
secondi, a partire dalle dodici e quarantaquattro
postmeridiane - e infine, la grande ombra, si
è mescolata con quella, altrettanto espansa,
degli abissi del Pacifico e non ne è rimasto
niente, salvo la paura, il ricordo e una scia
confusa di colpi di gong, di cembalo, di tamburo...
___E ad Angkor sembrò,
a migliaia di turisti atterriti, di riconoscere
le possenti braccia di Rahu mentre cingevano,
con tutti i loro rilevatissimi fasci di muscoli,
le rovine dei templi e le facevano sparire ma
poi quell'esercizio di prestidigitazione parve
davvero futile al dio e gli occhi dei turisti,
e gli occhi dei poliziotti che vigilavano sui
turisti, furono abbacinati dal suo enorme sorriso
che si compiaceva di restituire loro, turisti
e poliziotti, le sagome intatte dei templi, le
rovine inalterate...
___E a Birjand, città
a settecento chilometri da Teheran, direzione
sud-est, un appassionato mullah recitò
con grande fervore la "nemaz-e-ayat",
preghiera che accompagna gli eventi straordinari
e con sapienti e calzanti argomentazioni passò
a dimostrare che no, il sole non era svanito a
causa della morte dell'unico figlio maschio del
Profeta, che, se anche eclissi ci fu, lo stesso
giorno di quella morte disgraziata, non fu a causa
della morte, no, nel nome di Dio clemente e misericordioso,
che il sole si tolse alla vista
___Eppure molti temono
ancora che i nascituri nasceranno ciechi - nessuna
donna incinta si avventurò fuori casa in
quelle ore - che i cani resteranno muti e le vacche
non daranno latte e i polli cadranno in un lungo
sonno...
___Perché,
chi può dire falso il sole? Chi oserebbe?
Spesso è premonizione di ciechi tumulti
e insidie e guerre che si gonfiano segrete. E
quando un grande muore di morte violenta, ad opera
di mani spergiure, una scura ruggine spesseggia
sul suo volto splendente, ricoprendolo, e gli
empi temono una notte eterna e le terre e i mari
mandano segni, e anche le cagne, di malaugurio
e gli uccelli infausti. Allora vediamo i vulcani,
rotti i crateri, vomitare globi di fuoco e massi
roventi che poi si liquefanno e, nelle veglie
notturne, udiamo i cieli scossi da strepiti diffusi
d'armi e le cime dei monti tremare di moti inattesi
e grida risuonare nei boschi e dalle paludi emergere
fantasmi, e puoi distinguere le lacrime piante
dalle statue d'avorio e il sudore che riga quelle
di bronzo
___Per questo c'è
sempre chi teme che nasceranno ciechi i nascituri
e i cani resteranno muti e le vacche non daranno
latte e i polli cadranno in un lungo sonno...
___Eros
___Una voce cavernosa,
cavernosissima e come emergente a stento da vie
profonde e poco pervie. Voce che esce da una bocca
sottile, sottilissima, da labbra pressoché
inesistenti, e il mento è rugoso, e le
gote che incorniciano questa bocca quasi assente
sono rugose, e tutta la faccia cui appartengono
la bocca e il mento e le gote - è rugosa,
rugosissima, una fittissima ragnatela di rughe
profonde, inestricabile, un complicato reticolo
di solchi, pieghe, grinze. (La mano che ha lavorato
a questo volto fino a farne un estenuante labirinto
di rughe, è la mano senza nervi del tempo,
del tempo, dissennato scultore).
___Chiari, chiarissimi
sono gli occhi; come di gatto, ma di gatto cieco.
___Con voce cavernosa
il vecchio parla; c'è spazio per forti
silenzi, tra le sue parole:
___"Quello che
mi è successo ieri, o l'altro ieri o un
anno fa o due o tre non lo ricordo... non ricordo
nemmeno bene se la prima donna con cui sono stato
avesse i capelli biondi... o bruni... e che odore
aveva, davvero non lo ricordo... ma da allora
l'ho sempre avuto nelle orecchie, da quando mi
ha svegliato, sono passati novant'anni, sempre,
sempre nelle orecchie, immenso, enorme... forte...
fortissimo... nessun urlo come quello, nessun
colpo come quello, in tutta la vita, mai... non
ho mai più sentito, in tutta la mia vita,
in tutta la mia lunga vita, lunghissima, non ho
mai più sentito niente di simile... un
tuono tremendo, immenso... un tuono che valeva
diecimila tuoni, centomila tuoni... tutti i tuoni
che hanno tuonato da quando esiste il mondo, ecco,
erano tutti là, tutti dentro quel tuono
che mi ha svegliato allora, novant'anni fa...
mio nonno disse: è crollato il cielo, gli
dèi del cielo erano stanchi, troppo stanchi,
le loro braccia esauste, lo reggevano da troppo
tempo, il cielo, è crollato, il cielo...
fiamme altissime, per giorni e giorni, anche adesso
le ho negli occhi, le betulle lungo la Tunguska
bruciarono per giorni, ettari e ettari di bosco
in fiamme, le vedo sempre, altissime, per giorni...
mio nonno disse: i cavalli del sole sono impazziti,
hanno perso la rotta
sono caduti vicino
alla Tunghuska, volevano bere? erano arsi di sete?
da quanto non bevevano?
le loro criniere
infuocate distruggono il bosco...".
___Il
professore ci riceve nel suo studio. Rimaniamo
esterrefatti. Esso è completamente disadorno,
spoglio. Egli siede dietro un'ampia scrivania
bianca sulla quale si nota solo una risma di fogli
bianchi, compatta e squadrata come una lastra
di marmo, bianco; un'ampia scaffalatura, alle
sue spalle, del tutto vuota, del tutto bianca.
La stanza è un cubo candido. In un angolo
sopra un tavolinetto minuscolo, bianco anch'esso,
spicca un rettangolino color ocra, un libretto
esiguo di cui decifriamo il titolo "101 storie
zen".
___Il professore
ha accettato gentilmente di rispondere alle nostre
domande. Ma la sua disponibilità è
così grande che addirittura le previene;
non abbiamo che da ascoltare attentamente la sicurezza
signorile del suo eloquio.
___"Vede, le
possibilità che una cometa cada sulla Terra
sono molto remote. Innanzitutto le comete grosse
sono rare, troppo rare. In secondo luogo le loro
orbite sono, come dire?, sono, ecco, geometricamente
poco atte a collidere con la Terra. Un pericolo,
se di pericolo si vuole a tutti costi parlare,
può viceversa sussistere, potrebbe sussistere,
per quel che riguarda gli asteroidi. Questi piccoli
corpi, questi pianetini, distano in media dal
Sole, conformemente alla legge di Titius-Bode,
tra le due e le tre virgola cinque unità
astronomiche; l'inclinazione delle orbite sull'ellittica
è in media di dieci gradi; l'eccentricità
di zero virgola quindici; il periodo rivolutivo
copre i quattro, cinque anni, al massimo. Le loro
orbite sono generalmente stabili e circolari intorno
al Sole. Effettivamente, in seguito all'azione
combinata di eventuali collisioni, di possibili
scontri fra di essi - la fascia fra Giove e Marte,
ove sono ubicati, è, per dir così,
assai affollata - in seguito, intendo, all'azione
congiunta di scontri e dell'influenza gravitazionale,
notevole, di Giove, questi asteroidi possono,
potrebbero lasciare la loro orbita consueta e
finire per assumerne un'altra, sempre più
eccentrica. Potrebbero, badi bene. E pure potrebbero,
in via del tutto ipotetica, dirigersi verso il
centro del sistema solare ed entrare in contatto,
anche, con il sistema binario Terra-Luna. Bisogna
invero operare una necessaria classificazione
preliminare sulla scorta delle dimensioni di questi
corpi che i valorosi colleghi della Spaceguard
Foundation hanno denominato NEO (Near-Earth-Obiects)
cioè oggetti-vicini-alla-Terra, una sigla
però, a mio avviso, eccessivamente allarmistica,
eccessivamente preoccupata, e preoccupante. Tra
questi oggetti, quelli dal diametro inferiore
alle poche decine di metri non sono neppure in
grado di attraversare l'atmosfera e si dissolvono
con l'attrito dell'aria; quelli il cui diametro
si aggira sul centinaio di metri, poco più
poco meno, sono presenti - entro il nostro sistema,
interni all'orbita di Marte - nell'ordine delle
centomila unità circa.
___È vero
che con questi il rischio dell'impatto non è
da escludere a priori. È del pari vero
che nel millenovecentootto uno di essi, uno di
tali oggetti, probabilmente dell'ordine di una
sessantina di metri di diametro - si trattava
senz'ombra di dubbio di un grossolano conglomerato
di silicati - penetrò l'atmosfera terrestre
ed esplose, prima, badi bene, prima dell'impatto
col suolo, ed esplose, dicevo, in aria, nella
zona sovrastante la valle della Tunguska, sull'altopiano
siberiano centrale. Ancor oggi quell'area è
caratterizzata dalla presenza di alberi carbonizzati
- betulle, betulle carbonizzate, mi pare - per
un raggio di quasi cinquanta chilometri all'intorno.
Ma eventi del genere, secondo i miei calcoli,
secondo le mie simulazioni al computer, si verificano
una volta ogni dieci, venti secoli e, per di più,
interessano quasi esclusivamente aree deserte,
zone disabitate. Infatti l'unico altro caso analogo
del quale permangano vestigia è quello
testimoniato dal cosiddetto "Meteor Crater"
dell'Arizona settentrionale, o cratere Barringer,
provocato da un siderolite, cioè un asteroide
a prevalente composizione metallica, nichel e
ferro, lì caduto circa cinquantamila anni
or sono. Come vede non c'è di che allarmarsi.
___Quanto agli oggetti
dal diametro di un chilometro o più, la
possibilità d'urto è una in uno,
due, milioni di anni. E quelli di dimensioni superiori
ai dieci chilometri, mi chiederà Lei? Non
è forse addebitabile a uno di essi, secondo
la concorde opinione degli studiosi e l'inoppugnabile
documentazione fossile, al tremendo impatto di
uno di essi con la Terra - e ne è traccia
l'estesa depressione sottomarina di Chicxulub,
sotto il Golfo del Messico - la catastrofe che
segnò il passaggio da Cretaceo a Terziario,
comportando fra l'altro la totale estinzione dei
dinosauri, fino allora incontrastati signori del
nostro pianeta? Certo, certo Le risponderò
io. Ciò non si può negare, né
sarò davvero io a volerlo fare. Solo, mi
permetto di ricordare che l'evento summenzionato
rientra a pieno titolo nella categoria degli eventi
anomali. Una fattispecie simile si potrebbe dare,
si potrebbe, ripeto, una volta ogni tre-quattrocento
milioni di anni. Milioni. Di anni.
___Ed è proprio
per tale serie di motivi, tenendo anche conto
di complessi calcoli ed estrapolazioni per esporre
i quali questa non è ovviamente la sede
adatta, che mi sento di escludere, escludere in
maniera recisa e inequivocabile, la minaccia,
da qualche collega improvvidamente e fantasiosamente
rappresentata come reale, la minaccia cioè
che possa collidere con la Terra l'asteroide quattrocentotrentatré
Eros. Vede, Eros, scoperto nel milleottocentonovantotto,
grande una ventina di chilometri, con un'orbita
di eccentricità pari allo zero virgola
ventidue (orbita d'altronde per metà interna
a quella di Marte) e una distanza media dal Sole
di un'unità astronomica virgola quarantasei,
ecco, Eros può giungere a una distanza
minima dal Sole computabile in un'unità
astronomica virgola quattordici e dunque, dalla
Terra, una distanza minima dalla Terra di zero
virgola quattordici unità astronomiche,
e cioè, più o meno, ventidue milioni
di chilometri, cosa che permette di escludere,
escludere tassativamente - e per un tempo di trecentomila
anni almeno - qualsivoglia ipotesi di scontro
col nostro pianeta".
___Abbacinatelo!
Abbagliatelo! Rendetelo cieco! Maschere, abbacinate
Eros! II suo volto raggiante, quando, con la vampa
del solstizio, interrompe preludi primaverili,
il suo volto arso e astuto, non lo sopporto più,
non lo si sopporta, più.
___Qualcuno, qualcosa
grida. Eros getta un brivido senza nome. Una fontana
eternamente getta il suo lamento d'acqua. Eros
ancora mi getta, cavallo sfinito, alla corsa.
E tra le sue reti, illimitate. Estese, ramificate
reti di Eros, infinite, infinite ragnatele, ramificatissime,
estese, grovigli di reti, di ragnatele. Eros.
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