home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Altre meraviglie
Epistolografia estrema  
 Il lamentatore
  di Ivan Levrini

"Reading the letter" di Howard Hogkin.___Sono due settimane che non ti scrivo e di sicuro ti sarai chiesto come mai non ti ho scritto in queste due settimane, visto che certe volte ti scrivo perfino tre lettere la settimana. Eppure se in questi quattordici giorni non ti ho scritto nemmeno una riga non devi pensare che l'abbia fatto con intenzione. Io ti avrei scritto molto volentieri, ma siccome in queste due settimane non ti avrei spedito altro che lettere lamentose, appena mi veniva l'estro di scriverti mi fermavo subito. Cosa gli scrivo a fare, mi dicevo, gli scrivo per mandargli dei lamenti? Piuttosto che farti avere carriolate di lamentele io non ti ho scritto nemmeno una volta. Ma non era la voglia che mancava, pensa che il pomeriggio di quattordici giorni fa son dovuto uscir di casa per resistere alla tentazione di scriverti. Adesso ti racconto.
___Sono lì davanti al foglio con la penna in mano, rileggo quello che ho scritto e vedo che già nella prima riga c'era scappata una lamentela. No, non si può, cambiamo tono, mi dico. Lamentazioni fin da subito? Strappo il foglio, ne prendo un altro e ricomincio. Scrivo ancora un po' di righe, setto otto, non di più, e rileggo. Eran venuti fuori solo dei lamenti, una badilata di lamenti in poche righe. Per cosa? Mah, adesso non so dire, non ricordo.
___Poteva essere il freddo improvviso. Qui il freddo è arrivato con molto anticipo e tua sorella insisteva a tenere spenti i termosifoni, non è periodo, diceva. Non sarà periodo ma c'è freddo, dicevo io, e rialzavo il termostato. Non è vero, questo non è vero freddo, faceva lei, e tornava a abbassare il termostato. Lo metteva a quindici. Metti un altro maglione, diceva. Intanto io tremavo.
___Oppure i soldi per la revisione della caldaia. Sta a sentire. Vengono su due tipi che sembrano gli ingegneri della NASA, con tutte le loro apparecchiature e la divisa spaziale, poi attaccano alla caldaia una macchinetta e la macchinetta a un computer, li fanno andare insieme, risonanza simultanea, sentivo che dicevano, tracciato delle emissioni, dicevano fra loro mentre guardavo. Dopo cinque minuti mi danno un foglietto con sopra scritto che tutto è a norma. Ecco, a posto, sono centocinquanta, dice quello che ha l'aria del capo. Centocinquanta? Tariffe fisse e concordate, dice sempre quello con l'aria del capo. Aveva fretta. Beh, fisse, mi sembra molto, ma loro due non avevano nessuna voglia di ascoltare, volevano i soldi, e li volevano in fretta. Con te t'imbrogliano sempre, sei il solito fesso, in due e due quattro ti mettono nel sacco. E' andata avanti un pomeriggio, a sgridarmi. Non dovevo pagare, secondo tua sorella, dovevo insistere, mettere lì un biglietto da cento e dire accontentatevi.
___O forse iniziavo i miei lamenti con gli esami del sangue. Tua sorella ha preso in mano il foglio come faceva mia madre con la pagella. Mangia pure il salame, mangia, mangia, ha cominciato a dire quando ha visto il colesterolo. Mangia pure la pancetta, quando è arrivata ai trigliceridi. Sei un dottore? ho fatto io. Ma smettila di far l'ignorante. Poi quei giorni era arrivata la rata della macchina, anche la scadenza dell'assicurazione, e il conguaglio del gas, e una sera che tenevo il cervello a bagnomaria davanti alla televisione viene lì e spegne. In questa casa non c'è più dialogo, dice tua sorella. Il dialogo? Sì, il dialogo, con te non si parla più di niente, sei solo capace di allungare le gambe sul divano, come un vecchio. Guardati allo specchio come sei grasso. Son dialoghi questi? Dimmi te.
___Io non ricordo con che lamenti iniziavo ma ricordo che qualsiasi tentativo, iniziavo sempre con un lamento. Tu là in capo al mondo, da solo, e io inizio una lettera con dei lamenti? Allora strappavo i fogli e ricominciavo. Ne ho strappati cinque, di fogli, prima di capire che era inutile. Oggi escon solo lamenti, meglio andare al bar a bere una grappa, mi son detto. E sono uscito.
___Se non mi fossi trattenuto, se avessi ceduto alla lusinga di mandarti anche solo qualche riga, veniva fuori una lettera lunghissima, tanta era la voglia di lamentarmi, ma per fortuna ci sono ancora i bar. Con la scusa di risponderti ti avrei scaricato addosso un tale cumulo di lamenti che ti facevo venire il groppo alla gola, ti toglievo l'aria intorno, sotto la valanga dei lamenti. Alt! mi son detto. Cosa stai facendo? Vuoi farlo soffocare? Che diritto hai di schiacciarlo sotto i tuoi lamenti? Così ho strappato tutto e alla fine sono andato a prendermi il grappino. Ma se ho trovato la forza di andare al bar, è stato solo per l'affetto, se tu eri un altro, io ti scrivevo senza tanti scrupoli, e ti toccava di leggere le mie pagine lamentose. Me ne fregavo se ti veniva un attacco di bile.
___E se quel giorno non mi veniva l'idea del grappino, se cedevo alla tentazione di scriverti, dopo ti mandavo tante di quelle altre lettere e tutte così lamentose da guastarti veramente l'esistenza. Pensa, tornavi da lavorare, aprirvi la buca, e cosa trovavi? Can boia, che due maroni, ancora quel fiaccatore! Lo so che dicevi così. E invece non l'hai dovuto dire. Vuoi sapere perché ti avrei scritto tante lettere lamentose? Lo sai anche tu perché, la natura umana è fatta così, un qualsiasi gesto di irriguardoso egoismo, una volta compiuto, poi diventa facilissimo da ripetere, ecco perché, come rubare.
___Rubare sembra tanto difficile, ma solo per chi non ha mai rubato. Dopo la prima volta il ladro novizio capisce che era facilissimo e brucia dalla voglia di ripetere il furto. Ecco perché non riescono a smettere anche quando sono diventati ricchi, i ladri. E uccidere? Cosa credi, stessa cosa. Per chi non l'ha mai fatto sembra inconcepibile, addirittura impossibile. Invece, dopo che l'ha fatto, tutto lì? fa l'assassino. Molto più facile farlo che pensarlo, il delitto. Ascolta cosa dicono gli assassini di professione, i militari, ad esempio. Il più è superare la paura della prima volta, dicono. L'essere umano è così in tutte le cose. Prima, tutto sembra impossibile, dopo, è come bere un bicchier d'acqua, e son già pronti a ricominciare. E' l'inclinazione ripetitiva, lo dimostra il numero di furti e delitti perpetrati da ladri e assassini già avvezzi. I timori antecedenti l'atto, appena che sia compiuto, si dissolvono immediatamente, ragion per cui il ladro non fa neanche in tempo a godersi la refurtiva che sente l'irresistibile voglia di ripetere il furto. L'assassino uguale. Compie il primo delitto, scopre quant'è facile uccidere e arde subito dal desiderio di riprovare, quindi, come puoi ben immaginare, io ti avrei mandato ogni giorno tonnellate di lamenti, se avessi ceduto alla tentazione di scriverti quella prima lettera lamentosa e non fossi andato a bere il grappino.
___Ti mandavo anche più di una lettera al giorno, e ognuna con nuovi lamenti, visto che in queste due settimane ogni giorno aveva in serbo nuovi e inesplorati motivi di lamento, per me. Ma non avendoti mai scritto, oggi posso dire con soddisfazione di aver preservato la nostra amicizia, anche se ho compromesso il fegato, come puoi immaginare. Per vincere la tentazione sono andato al bar tutti i giorni a bere i grappini. La prima volta, farmi passare la voglia di scrivere, ne è bastato uno, la seconda volta, ce n'è voluti due, la terza, due non sono mica bastati. Questa è l'inclinazione inflattiva della natura umana che si aggiunge a quella ripetitiva. Ripete a dosi crescenti, l'uomo. Ma io ho preferito sacrificare il fegato, piuttosto che l'amicizia.
___Lo sapevo bene che per te sarebbe stato un tormento trovare ogni giorno una mia lettera, ti distruggevo il morale. Avere la certezza che nella busta avresti trovato unicamente dei lamenti, nient'altro che acuti e strazianti lamenti, benché ogni giorno lamenti di tipo nuovo, come oggi posso dire con assoluta certezza, tu, a vedere quella mia lettera apparentemente inerme sul fondo della tua buca, nell'istante stesso di vederla, anche prima di aprirla, l'avresti soppesata in tutta la sua realtà minacciosa. Can boia, che due maroni, ancora quel fiaccatore! Lo so che dicevi così, ti conosco. Ma cosa vuole da me, che mi scrive tante lettere lamentose? Ha un bel coraggio a mandarmi le sue lamentele! Cosa crede, avresti detto a voce alta, crede che io qui sia in villeggiatura, io, lui che mi manda tanti lamenti? Crede che io, qui, non ne abbia già abbastanza di mio e abbia bisogno del suo? Io che sto qui in capo al mondo?
___Dunque, per non rivolgere a te le mie lamentazioni e non caricarti di pesi inutili, ho dovuto ripiegare sulla grappa. Il fegato è andato a puttane, ma questo ripiegamento sotto sotto è stata una fortuna, non solo per te, anche per me. Mi ha dato l'occasione di fare una scoperta e adesso te la spiego. La grappa da sola non poteva bastare, anzi in un certo senso la grappa esalta la percezione del male, non puoi immaginare quant'è vero. La grappa mi rendeva più sensibile, sia al male assoluto che al male relativo.
___La sai la mia teoria. Ce n'è due di mali, uno senza giustificazione e l'altro che si giustifica con la cretineria umana, il primo va chiamato male autentico, l'altro, bestialità. E a me succedeva che sotto l'effetto rivelatore della grappa vedevo molto meglio la bestialità, quindi la grappa infittiva i motivi di lamento. Ma non volevo scriverti, no che non volevo, e allora per dare sfogo al lamento ho cominciato a lamentarmi per conto mio. La grappa in questo facilita. Un lamento privato, condotto con me stesso, ma non un lamento interiore, del tutto sterile come ogni pratica interiore. Io praticavo una lamentazione personale e privata a voce alta, e soprattutto in luogo pubblico, cioè al bar dove andavo a bere le grappe. Ci andavo a orari diversi, per riguardo agli avventori, e quando pronunciavo i miei lamenti non parlavo mica come parlo adesso, in punta di forchetta, erano frasi rabbiose, imprecazioni e insulti rivolti a tutto il creato, e quelli che piacevano di più erano quelli che mandavo agli abitatori celesti. Non li chiamavo mica così, non avrebbero neanche capito chi sono gli abitatori celesti, gli ascoltatori del bar.
___Comunque, oggi che sono trascorsi quattordici giorni, devo constatare un effetto inatteso. E' cambiata la situazione. Oggi sono perfino incerto se insistere con questo stato lamentoso. Permane un certo impulso alla lamentazione, ma si traduce in modi sbiaditi, fiacchi, bolsi, quasi senili. E' sparito quel vigore espressivo che avevo ancora pochi giorni fa. Sono anche incerto sulla natura del lamento. Ecco la scoperta, toccando ogni possibile argomento di lamentela si è forse esaurita la spinta naturale. Sono un vulcano sgasato, per così dire. Rimangono i postumi di un periodo difficile, e potrei lamentarmi per questo, ma non mi viene, devo registrare il totale esaurimento della spinta lamentevole.
___Questo è un effetto che ha un certo valore scientifico. Lamentandosi con intensità eruttiva, il soggetto umano, anziché affliggersi, rientra dalla soglia del lamento, esaurisce la dose di inclinazione lamentevole posseduta per natura. Anche se permangono motivi di lamentela, il soggetto in questione trasforma se stesso. Quindi il lamento intenso e perdurante si retroflette sul soggetto medesimo, conducendolo a una condizione di impermeabilità ai casi negativi, che pure continuano ad accumularsi nella vita.
___E' per questo che adesso posso finalmente scriverti senza il rischio di aprire la strada a un corteo di estenuanti lamentazioni. Per questo posso informarti del fatto che se non ti ho scritto non devi pensare alla trascuratezza ma solo al riguardo con cui sono solito trattarti. Come ti ho già detto bastava scriverti anche solo una lettera che poi te ne scrivevo chissà quante, anche quattordici, o addirittura vent'otto, approfittando della tua disponibilità. Ma oggi che ormai il rischio è passato ti scrivo addirittura contento, contento di farti conoscere questa funzione del lamento. La mia scoperta potrebbe tornare utile anche a te. Ma prima di chiudere devo dirti ancora una cosa.
___Tu potresti pensare che questo mio riguardo sia stato un errore, un eccesso di precauzione, e dire che io non ti avrei nauseato coi miei lamenti. Ma anche in questo caso ho fatto bene a non scriverti. Io lo sapevo fin dall'inizio che se ti avessi scritto quella prima lettera avrei rischiato di incrinare comunque la nostra amicizia. Perché tu, pur mosso da intento rassicurante, mi avresti risposto sminuendo le mie ragioni. Mi avresti scritto che secondo te non c'erano validi motivi e io ero costretto a risponderti, non solo per replicare le mie ragioni, ma per farti presente che è un grave errore svilire i motivi altrui di lamento. Lo sai che la reazione al male varia non solo in proporzione all'offesa ma anche al sistema di resistenza. E che questo oscilla da soggetto a soggetto e nello stesso soggetto di momento in momento.
___Stimolato dal tuo scetticismo io avrei rincarato la dose con nuovi motivi di lamentela, e anche in assenza di ulteriori motivi, potevo sempre addurre la tua incomprensione. Ti rendi conto? Prova a immaginare la tua mossa ulteriore. Tu, sempre spinto da un intento rassicurante, di sicuro non rinunciavi a ribadire la tua idea. Non c'è motivo, mi avresti scritto. Esageri, mi avresti scritto. Non enfatizzare, meglio se guardi le cose in modo più sereno, devi prenderle con filosofia.
___Con filosofia? Ma filosofia cosa? Cosa vuol dire con filosofia? E' filosofico contraddire due volte chi si lamenta, svilirne i motivi? E' un difetto di sensibilità, altro che storie, e rafforza l'impulso lamentevole del lamentatore, anziché smorzarlo. Lo capisci che se non ti ho scritto quella prima lettera merito la tua considerazione? Ammesso e non concesso che non ti avrei infastidito, sono riuscito a schivare un litigio tra di noi. Perché poi io ti rispondevo, lo sai bene, e ti rimproveravo chiaramente per la tua mancanza di riguardo. Veniva fuori un mulinello che non finiva più. Tu difendevi la tua opinione, che era solo un'opinione, e per l'attaccamento a questa stupida opinione sbagliata eri pronto a calpestare tuo cognato.
___Sai quanto veleno scorreva? In risposta alle tue prevedibili asprezze io ti mandavo una lettera decisa, risentita e seccata. Ero costretto a dirti chiaro e tondo che sei un presuntuoso, un pallone gonfiato, superbo e vacuo, e non solo che sei insensibile alle mie lamentazioni, ma che sei sordo ai mali della vita, a causa della totale assenza di spirito osservativo. Apriti cielo, a dirti queste verità. Ti conosco fin troppo bene, te e i tipi come te v'infiammate d'indignazione e vedete solo il lato offensivo delle mie parole senza cercare il lato di verità. Lo sai dov'è il difetto? La magagna? Voi siete convinti di essere intelligenti, di possedere chissà quale rara acutezza nel considerare i mali della vita, di avere talento, e invece avete solo l'orgoglio, un orgoglio che gronda per sovrabbondanza, cola, un orgoglio maleodorante. Tu, alla fine, mosso da risentimento, mi scrivevi una lettera al vetriolo, zeppa di rancore, spinto da orgoglio accecante. Forse l'avresti letta e riletta, forse qualche dubbio ti veniva, ma alla fine la spedivi ugualmente. Tu sei pronto a sacrificare l'amicizia sull'altare del tuo carattere caparbio e vendicativo e a me toccava prendere atto del tuo ottuso attaccamento all'errore, dovevo riconoscere che io sento amicizia per un uomo indegno di riceverla e questo sarebbe stato il peggiore motivo di lamento che mai potessi immaginare, il più grave di tutti quelli che andavo raccogliendo, ma per fortuna me lo sono risparmiato.
___Ecco perché oggi, dopo quattordici giorni che non ti ho scritto, posso finalmente scriverti fiero di non averti mai scritto.



scarica in formato PDF