___I.
Le parole degli altri
___Il
personaggio di questa storia con la quale l'autore
e l'editore o l'editore e l'autore hanno deciso
di comune accordo di aprire questo libro di chiacchiere
distratte è un essere umano che non vorrebbe
mai uscire di casa, perché ha paura delle
locandine dei giornali esposte fuori dalle edicole,
e non vuole pensare i pensieri degli altri, fare
i pensieri degli altri, parlare con le parole
degli altri.
___Ogni mattina,
quando deve uscire di casa, ha paura di uscire
di casa.
___Ha paura dell'ordine
del giorno, dei pensieri che dovrà pensare
quel giorno e delle parole che dovrà parlare
quel giorno. Esce di casa, si incammina, e mentre
cammina cerca di trovare pensieri propri, ma trova
soltanto la paura delle locandine che lo aspettano
fuori dall'edicola, sulla piazza. Ha paura di
quelle parole che gli entreranno nella testa,
scolpite nere su bianco, e lui sarà costretto
a pensarle, sarà costretto a parlare quelle
parole. "I miei pensieri di oggi", dice,
"i pensieri che farò oggi", si
dice, "saranno le parole scritte sulle locandine",
continua a dirsi, "e io invece vorrei pensare
i miei pensieri, farmi i miei pensieri, dire le
mie parole".
___Potrebbe evitare
di passare per la piazza, così non si troverebbe
di fronte a quelle locandine che gli impongono
a cosa pensare e cosa dire per quel giorno. Potrebbe
andare direttamente al bar, ma sa che gli altri
umani che troverebbe al bar avrebbero già
letto le locandine e parlerebbero con le parole
delle locandine e penserebbero con i pensieri
delle locandine. Lui vorrebbe parlare con le proprie
parole, pensarsi i propri pensieri, ma quelle
locandine non glielo consentono, perché
tutti quelli che incontra -gli altri umani- pensano
i pensieri di quelle locandine e parlano le parole
di quelle locandine.
___La città
è piena di edicole. Potrebbe evitare quella
della piazza, ma se evitasse quella della piazza
dovrebbe passare davanti a quella del corso, e
se evitasse quella del corso dovrebbe passare
davanti a quella dello slargo, e ci sarebbero
sempre quelle locandine esposte, con quelle parole
al vento che lui dovrebbe pensare e dovrebbe parlare.
"Mi fanno dire sempre parole che non sono
mie", si dice, "se voglio sopravvivere
devo parlare parole che non sono mie e pensare
pensieri che non sono miei", dice. Ma nessuno
lo ascolta. Nemmeno lui, forse, si ascolta. Talmente
impegnato a pensare pensieri propri da non riuscire
neanche più a pensare. E tutto per colpa
delle locandine e di quelle loro frasi fatte della
mobilitazione giornaliera.
___Continua a camminare.
Ancora pochi passi e si troverà di fronte
la locandina fuori dall'edicola, sulla piazza.
Gli sembra già di intravederle, quelle
parole troppo grandi che il suo cervello non ha
spazio per contenerle. Quel miscuglio di vocali
e di consonanti, strette l'una all'altra, che
chissà cosa credono di dire; che poi uno
rischia di non capirci più niente, e se
dice qualcosa non sa più se lo vuole veramente
dire o se lo dice soltanto perché lo ha
letto sulle locandine.
___A volte lui si
sente talmente confuso che vorrebbe fermare qualche
suo simile umano per strada e dirgli che no, lui
non pensa i pensieri degli altri non dice le parole
degli altri, no, lui i pensieri non se li fa pensare
dagli altri e le parole non se le fa parlare dagli
altri. Ma chi potrebbe mai capirlo? Tutti persi
nelle parole degli altri, gli altri, gli umani,
nel frasario di tutti e di nessuno, che non si
sa come sia cominciato e che però tutti
lo parlano, quel frasario.
___Ha paura di arrivare
sul posto di lavoro, perché sa che anche
i suoi colleghi avranno già visto le locandine
e avranno già le loro opinioni quotidiane
sul mondo, e anche loro parleranno le parole degli
altri e penseranno i pensieri degli altri. Ma
prima ancora ha paura di prendere l'autobus, perché
sull'autobus, pigiato e stretto nella calca degli
altri umani come lui, sentirà che gli altri
umani come lui - che hanno già visto le
locandine, anche loro - si scambieranno le parole
d'ordine che serviranno per arrivare fino a sera.
E poi, arrivata la sera, avrà paura di
tornare a casa, perché camminando lungo
la strada del ritorno - lui, il disperso- vedrà
i volti dei suoi simili nelle automobili ferme
ai semafori e capirà che tutti hanno fretta
di arrivare a casa e accendere il televisore e
conoscere in anteprima le parole e i pensieri
di domani, per dormire meglio di notte. E infatti,
arrivato nel cortile del suo falansterio - immenso,
sterminato, come un covo di solitudini tramandate
per l'eternità dei secoli - vedrà
i soliti riverberi azzurrognoli uscire dalle finestre
degli appartamenti, e quei riverberi azzurrognoli
gli sembreranno la solita guida quotidiana al
funzionamento del mondo e il solito copione della
solita commedia quotidiana delle apparenze.
___Una volta, anni
fa, si era ammalato, e non era uscito di casa
per alcune settimane. Era rimasto a letto, e lì,
a letto, si era sentito bene - per quanto fosse
ammalato - perché non si era sentito colpevole
del funzionamento del mondo. Il mondo era là
fuori, e funzionava, ma lui non era colpevole,
perché lì, a letto, malato, non
pensava i pensieri degli altri e non parlava le
parole degli altri.
___Un'altra volta,
durante un viaggio, aveva percorso lunghe strade
rettilinee e si era trovato nei pressi del delta
di un grande fiume. Aveva osservato l'acqua del
grande fiume che si perdeva e scivolava nel mare,
e aveva provato compassione per quelli che hanno
qualcosa da dire sul mondo e pensano i pensieri
degli altri e parlano le parole degli altri. Aveva
pensato che quando si vive nelle terre piatte,
e lo sguardo può arrivare fino all'orizzonte
più lontano senza incontrare ostacoli,
non si è presi dalla smania di avere opinioni
sul mondo e forse si è anche contenti di
lasciare che il funzionamento sia quello che sia.
Aveva perfino pensato ed inventato un'espressione:
"stare con gli orizzonti". Ma poi ci
aveva ripensato, e aveva pensato che forse non
era stato lui a pensarla quell'espressione che
pensava di aver inventato.
___Un'altra volta,
nel corso di un altro viaggio, aveva trascorso
un lungo periodo all'estero, in una nazione della
quale conosceva molto bene la lingua che parlavano
gli abitanti di quella nazione. Dopo qualche giorno
trascorso in quella nazione della quale conosceva
molto bene la lingua aveva cominciato a pensare
nella lingua di quella nazione, e si era sentito
bene, perché si era accorto che i pensieri
che pensava erano i suoi pensieri, che era lui
a crearli mettendo insieme le parole, una dopo
l' altra. E anche in quel caso aveva pensato un'espressione
che gli piaceva: ohne Frage nach woher und
wohin, "senza quesito sul donde e sul
verso dove". Gli piaceva, quell'espressione,
perché gli sembrava che indicasse come
uno stato di perfezione, un pensare svagato senza
aspettative in attesa del nulla, un passeggìo
nel disincanto (in den Tag hinein, "alla
giornata", era un'altra espressione che aveva
pensato e che gli piaceva) verso la morte. Aveva
pensato che gli abitanti di quella nazione dovessero
essere felici, perché disponevano di una
lingua che permetteva di pensare pensieri consolanti,
da dormirci di notte, pensieri senza incubi sul
funzionamento del mondo. Ma dopo un lungo periodo
trascorso in quella nazione della quale conosceva
bene la lingua si era reso conto che in fondo
anche quella lingua era una lingua come tutte
le altre, fatte di parole che ti entrano nella
testa e ti formano pensieri che poi non ti escono
più e non sono i tuoi pensieri ma i pensieri
sul funzionamento del mondo e sulla messinscena
delle cose esterne.
___Era arrivato ormai
nei pressi dell'edicola. E lo sguardo, come sempre,
gli cadde sulla locandina. Nero su bianco, a caratteri
cubitali, c'era scritto: STRANO CASO IN CITTÀ:
UN UOMO NON VUOLE PARLARE LE PAROLE DEGLI ALTRI.
Acquistò il giornale e vide che l'articolo
al quale si riferiva la locandina si trovava,
chissà perché, nella pagina culturale.
Non lo lesse subito. Salì sull'autobus
e scese alla solita fermata. Ma quel giorno non
andò a lavorare. Si avviò verso
il lungolago della città lacustre dove
abitava, si sedette su una panchina, e cominciò
a leggere. L'articolo parlava di lui e della sua
storia, ed era pensato con i suoi pensieri e scritto
con le sue parole. Quando finì di leggerlo,
alzò lo sguardo. Era una splendida giornata,
il cielo era terso, e le montagne che circondavano
il lago gli parvero un orizzonte degno di fiducia.
___E così,
pensando che per quel giorno gli altri avrebbero
pensato i suoi pensieri e parlato le sue parole,
gli capitò di pensare di essere felice.
E di parlare con le parole della felicità.
Così chiudendo, peraltro, la prima di queste
chiacchiere distratte.
___II.
L'uomo che voleva scrivere un libro
___L'uomo
del quale si parlerà nelle prossime righe
è un uomo che viveva in una delle tante
città lacustri che ci sono al mondo, una
bella città impreziosita da alcune cosiddette
promenades che invitano a pensieri fortissimamente
e talvolta anche dolorosamente romantici. L'uomo
abitava in un condominio come ce ne sono tanti
nel mondo, e quando guardava dalla finestra vedeva
altri condomini e strade come ce ne sono tanti
nel mondo. E questo, ad esser sinceri, non è
un buon inizio per questa seconda chiacchiera
distratta, perché se un uomo comincia a
pensare a tutte le città e i condomini
e le strade che ci sono al mondo obbliga il cervello
ad uno sforzo immane, e alla fine non riesce a
combinare più nulla e magari impazzisce
strologando con pensamenti da strologone e viene
portato in un manicomio come ce ne sono tanti
nel mondo.
___E in fondo, ci
sentiamo di aggiungere, anche lui era un uomo
come ce ne sono tanti nel mondo, e si trovano
un po' dappertutto, nelle città, nei condomini,
nelle strade, negli uffici, nelle fabbriche, nelle
scuole, nei treni, nelle automobili, negli aerei,
sui mari e nei deserti. Diremo solo, ecco, che
voleva scrivere un libro. Non che fosse poi questo
gran desiderio, il suo, visto che molti degli
uomini che ci sono al mondo e abitano nei condomini
o nelle ville e viaggiano sulle automobili e sui
treni e percorrono deserti e attraversano oceani
avevano scritto e continuavano a scrivere molti
libri. Ma erano libri qualsiasi, libri come ce
n'erano e ce ne sono tanti al mondo. Lui, invece,
voleva scrivere un libro come non ce n'erano ancora
stati al mondo. Voleva scrivere un libro che fosse
unico, nuovo, che non contenesse cose già
pensate, dette e scritte da altri.
___Il suo desiderio
di scrivere un libro come non ce n'erano ancora
stati al mondo era nato per così dire un
giorno in cui era entrato in una libreria o rivendita
autorizzata di libri e aveva visto migliaia di
libri in fila sugli scaffali e ammassati sui banconi.
La vista di quell'ingente materiale cartaceo lo
depresse fin da subito, e quando cominciò
a sfogliare alcuni dei libri che si trovavano
sui banconi la sua depressione si trasformò
in una vera e propria malinconia. Cambiavano la
copertina e il nome dell'autore, ma non appena
si cominciavano a leggere le prime righe ci si
accorgeva che tutti dicevano più o meno
le stesse cose. Il commesso, al quale aveva chiesto
alcune delucidazioni, gli rispose che si trattava
di libri di grandissimo interesse, la cui lettura
era non solo caldamente ma anzi assolutamente
consigliata.
___Ma la settimana
dopo, quando tornò in quella stessa libreria,
vide che i libri che la settimana prima si trovavano
sui banconi non c'erano più, e che erano
stati sostituiti con altri libri. Si rivolse nuovamente
al commesso, e gli chiese nuovamente alcune delucidazioni,
e il commesso gli disse che i libri che si trovavano
sui banconi erano libri di straordinario interesse,
che dovevano essere assolutamente letti per restare
al passo coi tempi. Ma lui continuava a sfogliarli,
quei libri, e continuava a notare che erano tutti
uguali, come fotocopie, e non dicevano proprio
niente alla sua immaginazione.
___E fu così,
per questo banalissimo motivo, che anche lui decise
di scrivere un libro. Si recò in un negozio
di informatica, spese buona parte dei propri peraltro
non cospicui risparmi nell'acquisto di un computer
e della connessa stampante, e cominciò
subito a scrivere con uno zelo ed una dedizione
straordinari. Dal momento che era un accanito,
temerario ed incosciente fumatore, e nella previsione
che l'impegno al quale aveva deciso di sacrificare
tutto se stesso lo avrebbe fatalmente condotto
ad aumentare il numero quotidiano di sigarette
fumate, si risolse, dopo lunghe meditazioni inframmezzate
da accessi di tosse, all'acquisto di una marca
di sigarette contenenti una minima percentuale
di catrame e di nicotina.
___Trascorse intere
giornate e serate e nottate digitando sulla tastiera
del computer, e nel giro di poche settimane la
stampante fece scivolare nell'apposito vassoietto
più di duecento fogli. Passarono ancora
alcune settimane, e il numero dei fogli raddoppiò
e poi triplicò. Ma a questo punto accadde
per così dire una cosa strana. Quando l'
uomo che voleva scrivere un libro iniziò
a leggere e rileggere ciò che aveva scritto
o partorito, si accorse che il libro che aveva
scritto aveva un qualcosa di già scritto.
E allora, continuando a fumare una sigaretta dopo
l'altra, si disse che in fondo tutto ciò
che si scrive, ormai, non è altro che una
citazione, e che dunque sembrerebbe impossibile
scrivere qualcosa di realmente nuovo ed originale.
Ma il suo desiderio di scrivere un libro come
non ce n'erano mai stati al mondo era un desiderio
troppo forte, e dunque strappò e lacerò
le seicento pagine che aveva scritto e cominciò
a riscrivere tutto da capo, continuando a fumare
una sigaretta dopo l'altra, al punto tale che
dovette risolversi suo malgrado all'acquisto di
una marca di sigarette il cui tasso di catrame
e di nicotina era praticamente nullo. E di nuovo
digitò per giorni e notti e notti e giorni
sulla tastiera del computer, ma ad ogni parola
e ad ogni frase aveva come l'impressione di scrivere
qualcosa di già scritto.
___L'uomo che voleva
scrivere un libro, allora, fumando una sigaretta
dopo l'altra e tossendo furiosamente a causa del
fatto che la nuova marca di sigarette gli aveva
smosso il catarro che insieme a chissà
cos'altro covava da anni e anni nei suoi polmoni,
si disse che in fondo ormai a ben vedere non c'è
più nulla da dire, e che di conseguenza
bisogna convincersi una volta per tutte che è
impossibile scrivere un libro come non ce ne sono
mai stati al mondo.
___E infatti se ne
convinse. Strappò e lacerò tutte
le pagine che aveva riscritto, scrisse un libro
come ce ne sono tanti al mondo, lo propose ad
un editore, l'editore lo pubblicò, e l'uomo
che voleva scrivere un libro poté riprendere
a fumare la sua consueta marca di sigarette.
___Quando il libro
venne pubblicato, si recò nella libreria
nella quale era nato il suo insano desiderio,
e il commesso, che lo aveva riconosciuto dalla
fotografia pubblicata sulla quarta di copertina
del libro che ora si trovava in mezzo agli altri
sui banconi, lo salutò con grande trasporto
e gli disse che era davvero un bel libro quello
che aveva scritto, un libro del quale non si potevano
che consigliare l'acquisto e la conseguente lettura.
L'uomo che voleva scrivere un libro ringraziò
il commesso per le belle parole, sfiorò
con lo sguardo il suo e gli altri libri che sarebbero
rimasti per una settimana sui banconi, poi uscì
dalla libreria e si avviò verso casa. E
avviandosi verso casa passò davanti a case
come ce ne sono tante al mondo, vide esseri umani
come ce ne sono tanti al mondo, attraversò
strade come ce ne sono tante al mondo, solcò
mari e costeggiò laghi e percorse deserti
come ce ne sono tanti al mondo. E infine, arrivato
sulla soglia di casa, decise che forse era proprio
vero che fumare faceva male. E che era arrivato
il momento di smettere.
___E così
chiudendo anche per così dire questa seconda
chiacchiera distratta.
___III.
Un reporter tra la gente
___Una
volta, alcuni anni o forse secoli o millenni orsono,
un essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta
professione di giornalista ricevette, da parte
del direttore del giornale presso cui svolgeva
e praticava la propria professione, un incarico
che lasciamo ai lettori di questa terza chiacchiera
distratta il compito se definire del tutto,
assolutamente o incredibilmente particolare.
Il suddetto essere umano ricevette infatti l'incarico
di svolgere ed articolare un reportage sulla gente.
"Ma io non so cosa sia la gente", disse
allibito all'altrettanto allibito direttore, che
da parte sua rispose: "Ma come fai a dire
che non sai cos'è la gente? Esci per strada,
cammina per le vie, fermati nelle piazze, guardati
intorno, e la vedrai, la gente!".
___E allora l'essere
umano che svolgeva e praticava la cosiddetta professione
di giornalista uscì per strada, camminò
per le vie, si fermò nelle piazze e si
guardò intorno. E in effetti la vide, la
gente, o per meglio dire vide migliaia di esseri
umani come lui, che camminavano per le vie, si
fermavano nelle piazze e a volte si guardavano
intorno. "Non è questa, però,
la gente sulla quale devo svolgere ed articolare
un reportage", si disse, "questa è
una massa informe dove tutti hanno le stesse facce
e sono talmente uguali che a furia di camminarci
in mezzo uno non sa più chi è",
continuò, e concluse prendendo una decisione
che anche in questo caso lasciamo ai lettori il
compito se definire coraggiosa, temeraria o
incosciente.
___Decise infatti,
disobbedendo in parte alle consegne perentoriamente
ricevute dal direttore, di andare lui in cerca
della gente. Andò quindi in un supermercato
o centro commerciale, e vide che lì la
gente era felice, e camminava con un'espressione
ebete e beata tra gli scaffali su cui erano disposte
le merci, e spingeva davanti a sé i carrelli
pieni delle merci disposte sugli scaffali: la
osservò attentamente, ed ebbe come l'impressione
che nella vita non ci fossero altro che quel comprare,
quel consumare e quell'ebete beatitudine.
___Partecipò
poi ad un matrimonio civile o religioso, ufficialmente
come testimone della sposa ma in realtà
con lo scopo di raccogliere materiale per il proprio
reportage, e vide che anche lì la gente
era felice, e che tutti ridevano e scherzavano
e sembravano privi di pensieri; trascorse inoltre
una serata in compagnia di alcuni suoi amici che
lo avevano invitato per guardare insieme un programma
televisivo, e anche lì vide che tutti erano
o sembravano felici, con gli occhi fissi sul teleschermo
e un' espressione come se fossero in salvo da
qualcosa; si recò peraltro, questa volta
in incognito, ad una serata di poesia o più
in generale di letteratura, e vide che lì
la gente non era felice, che i volti degli esseri
umani convenuti alla serata erano intrisi di serietà
ed autoconsapevolezza, che si dicevano cose grandi
ed importanti, che si ripeteva con una certa frequenza
l'uso del pronome personale "Io" (io
io io, che ripetuto così tante volte
gli parve come un frasario ipnotico di un'altra
salvezza) e che dunque, se non proprio da essere
del tutto infelici, c'era ben poco da ridere o
scherzare.
___La sua scelta,
per coraggiosa o temeraria o incosciente che fosse,
si rivelò dunque esatta. Raccolse via via
sempre più materiale, e sentiva sempre
più vicino il momento in cui avrebbe dato
inizio alla stesura o messa per iscritto o verghìo
del suo reportage sulla gente. Per scrupolo, pignoleria
o completezza di informazione, decise però
di visitare anche altri luoghi dove pensava di
trovare la gente. Il reportage, infatti, doveva
essere il più possibile completo ed esauriente
o, come spesso si dice, esaustivo.
___Si recò
dunque ad uno stadio di calcio, e lì vide
che la gente era o poteva essere alternativamente
felice o infelice, a seconda di quanto si svolgeva
sul terreno di gioco, e si chiese se un calcio
di rigore, un palo, una traversa o una parata
di un portiere potevano essere sufficienti a rendere
la gente felice o infelice, e a quanto pare, con
suo enorme e pressoché gigantesco rincrescimento,
dovette dirsi di sì; in seguito, in una
giornata di ottobre o di novembre che lasciamo
ai lettori il compito se definire uggiosa,
malinconica o semplicemente piovosa,
si diresse verso un cimitero, e vide che lì
la gente era tutta morta, e che c'erano solo nomi
e date scritti sulle lapidi ("la fine delle
storie", gli venne in mente), e pensando
che quella gente morta era la stessa gente che
da viva era andata ai supermercati o ai matrimoni
o alle serate di poesia e letteratura o agli stadi
di calcio, si chiese se in fondo valeva o valesse
la pena di scrivere un reportage su quella gente
che poi era anche la stessa che percorreva le
strade e le vie e si fermava nelle piazze e si
guardava intorno, e sulla quale a ben vedere non
c'era niente -ma proprio niente- da dire.
___Ad un casello
autostradale, in una calda o addirittura torrida
giornata di mezza estate, vide intere file di
auto incolonnate e dirette verso le località
di villeggiatura, e vide anche che tutti sembravano
felici; ad un funerale, in una ventosa e comunque
ancora invernale giornata di marzo, vide che tutti
sembravano infelici; ad una serata teatrale vide
che tutti erano profondamente immersi nella contemplazione
e forse anche nella comprensione dello spettacolo
che veniva rappresentato; in un negozio di abbigliamento
vide che tutti si guardavano riflettendosi negli
specchi e ritenevano cosa importantissima che
il pantalone o la gonna o il maglione o la camicia
o la giacca abbinassero la necessaria comodità
e vestibilità all'altrettanto necessaria
eleganza; ad una mostra di pittura o di arte figurativa
gli parve di rivedere la stessa gente che aveva
visto alla serata di poesia e di letteratura,
e si rese conto che anche in quel caso era prudente
assumere un atteggiamento di compunta serietà;
ad un battesimo del figlio o della figlia di un
suo amico vide che era meglio assumere o addirittura
ostentare un atteggiamento ottimistico nei confronti
della vita.
___E così
via. Visitò o per meglio dire ispezionò
molti altri luoghi, e vide che dappertutto c'era
gente diversa, e che tutti sembravano muoversi
come dentro uno scafandro o una gabbia di vetro
di una possibile salvezza, e non sapevano niente
degli altri, perché tutti erano nelle vie
o nelle strade o nei supermercati o alle serate
di poesia e letteratura o agli stadi eccetera
eccetera, e alla fine erano tutti morti nei cimiteri.
___Ma non c'era tempo
da perdere in inutili e soprattutto oziose riflessioni.
Il direttore era impaziente, e il reportage andava
consegnato a breve.
E così l'essere umano che svolgeva e praticava
la cosiddetta professione di giornalista mise
ordine in tutto il materiale che aveva raccolto,
si apprestò alla stesura o digitìo
del proprio reportage e nel volgere di qualche
giorno lo consegnò di persona nelle mani
del direttore.
___"Sono sicuro
che hai fatto un buon lavoro", disse il direttore.
Posò davanti a sé -e cioè
di fronte al proprio importante corpo di persona
informata sulle attualità del mondo- i
fogli dattiloscritti che costituivano di fatto
il reportage sulla gente, e cominciò a
leggere a voce alta e con un tono che si potrebbe
quasi definire vagamente stentoreo:"Una volta,
alcuni anni o forse secoli o millenni orsono,
un essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta
professione di giornalista ricevette, da parte
del direttore del giornale presso cui svolgeva
e praticava la propria professione, un incarico...".
Arrivato a questo punto, il direttore corrugò
la fronte, rivolse uno sguardo interrogativo all'autore
del reportage, e smise di leggere. E anche noi
smettiamo e ci fermiamo qui, perché il
resto del reportage i lettori lo hanno già
letto. E, con esso, la terza di queste chiacchiere
distratte.
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