home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Altre meraviglie
Operette morali  
 Chiacchiere distratte
  di Mattia Mantovani
___I. Le parole degli altri

Maschera Tusyan___Il personaggio di questa storia con la quale l'autore e l'editore o l'editore e l'autore hanno deciso di comune accordo di aprire questo libro di chiacchiere distratte è un essere umano che non vorrebbe mai uscire di casa, perché ha paura delle locandine dei giornali esposte fuori dalle edicole, e non vuole pensare i pensieri degli altri, fare i pensieri degli altri, parlare con le parole degli altri.
___Ogni mattina, quando deve uscire di casa, ha paura di uscire di casa.
___Ha paura dell'ordine del giorno, dei pensieri che dovrà pensare quel giorno e delle parole che dovrà parlare quel giorno. Esce di casa, si incammina, e mentre cammina cerca di trovare pensieri propri, ma trova soltanto la paura delle locandine che lo aspettano fuori dall'edicola, sulla piazza. Ha paura di quelle parole che gli entreranno nella testa, scolpite nere su bianco, e lui sarà costretto a pensarle, sarà costretto a parlare quelle parole. "I miei pensieri di oggi", dice, "i pensieri che farò oggi", si dice, "saranno le parole scritte sulle locandine", continua a dirsi, "e io invece vorrei pensare i miei pensieri, farmi i miei pensieri, dire le mie parole".
___Potrebbe evitare di passare per la piazza, così non si troverebbe di fronte a quelle locandine che gli impongono a cosa pensare e cosa dire per quel giorno. Potrebbe andare direttamente al bar, ma sa che gli altri umani che troverebbe al bar avrebbero già letto le locandine e parlerebbero con le parole delle locandine e penserebbero con i pensieri delle locandine. Lui vorrebbe parlare con le proprie parole, pensarsi i propri pensieri, ma quelle locandine non glielo consentono, perché tutti quelli che incontra -gli altri umani- pensano i pensieri di quelle locandine e parlano le parole di quelle locandine.
___La città è piena di edicole. Potrebbe evitare quella della piazza, ma se evitasse quella della piazza dovrebbe passare davanti a quella del corso, e se evitasse quella del corso dovrebbe passare davanti a quella dello slargo, e ci sarebbero sempre quelle locandine esposte, con quelle parole al vento che lui dovrebbe pensare e dovrebbe parlare. "Mi fanno dire sempre parole che non sono mie", si dice, "se voglio sopravvivere devo parlare parole che non sono mie e pensare pensieri che non sono miei", dice. Ma nessuno lo ascolta. Nemmeno lui, forse, si ascolta. Talmente impegnato a pensare pensieri propri da non riuscire neanche più a pensare. E tutto per colpa delle locandine e di quelle loro frasi fatte della mobilitazione giornaliera.
___Continua a camminare. Ancora pochi passi e si troverà di fronte la locandina fuori dall'edicola, sulla piazza. Gli sembra già di intravederle, quelle parole troppo grandi che il suo cervello non ha spazio per contenerle. Quel miscuglio di vocali e di consonanti, strette l'una all'altra, che chissà cosa credono di dire; che poi uno rischia di non capirci più niente, e se dice qualcosa non sa più se lo vuole veramente dire o se lo dice soltanto perché lo ha letto sulle locandine.
___A volte lui si sente talmente confuso che vorrebbe fermare qualche suo simile umano per strada e dirgli che no, lui non pensa i pensieri degli altri non dice le parole degli altri, no, lui i pensieri non se li fa pensare dagli altri e le parole non se le fa parlare dagli altri. Ma chi potrebbe mai capirlo? Tutti persi nelle parole degli altri, gli altri, gli umani, nel frasario di tutti e di nessuno, che non si sa come sia cominciato e che però tutti lo parlano, quel frasario.
___Ha paura di arrivare sul posto di lavoro, perché sa che anche i suoi colleghi avranno già visto le locandine e avranno già le loro opinioni quotidiane sul mondo, e anche loro parleranno le parole degli altri e penseranno i pensieri degli altri. Ma prima ancora ha paura di prendere l'autobus, perché sull'autobus, pigiato e stretto nella calca degli altri umani come lui, sentirà che gli altri umani come lui - che hanno già visto le locandine, anche loro - si scambieranno le parole d'ordine che serviranno per arrivare fino a sera. E poi, arrivata la sera, avrà paura di tornare a casa, perché camminando lungo la strada del ritorno - lui, il disperso- vedrà i volti dei suoi simili nelle automobili ferme ai semafori e capirà che tutti hanno fretta di arrivare a casa e accendere il televisore e conoscere in anteprima le parole e i pensieri di domani, per dormire meglio di notte. E infatti, arrivato nel cortile del suo falansterio - immenso, sterminato, come un covo di solitudini tramandate per l'eternità dei secoli - vedrà i soliti riverberi azzurrognoli uscire dalle finestre degli appartamenti, e quei riverberi azzurrognoli gli sembreranno la solita guida quotidiana al funzionamento del mondo e il solito copione della solita commedia quotidiana delle apparenze.
___Una volta, anni fa, si era ammalato, e non era uscito di casa per alcune settimane. Era rimasto a letto, e lì, a letto, si era sentito bene - per quanto fosse ammalato - perché non si era sentito colpevole del funzionamento del mondo. Il mondo era là fuori, e funzionava, ma lui non era colpevole, perché lì, a letto, malato, non pensava i pensieri degli altri e non parlava le parole degli altri.
___Un'altra volta, durante un viaggio, aveva percorso lunghe strade rettilinee e si era trovato nei pressi del delta di un grande fiume. Aveva osservato l'acqua del grande fiume che si perdeva e scivolava nel mare, e aveva provato compassione per quelli che hanno qualcosa da dire sul mondo e pensano i pensieri degli altri e parlano le parole degli altri. Aveva pensato che quando si vive nelle terre piatte, e lo sguardo può arrivare fino all'orizzonte più lontano senza incontrare ostacoli, non si è presi dalla smania di avere opinioni sul mondo e forse si è anche contenti di lasciare che il funzionamento sia quello che sia. Aveva perfino pensato ed inventato un'espressione: "stare con gli orizzonti". Ma poi ci aveva ripensato, e aveva pensato che forse non era stato lui a pensarla quell'espressione che pensava di aver inventato.
___Un'altra volta, nel corso di un altro viaggio, aveva trascorso un lungo periodo all'estero, in una nazione della quale conosceva molto bene la lingua che parlavano gli abitanti di quella nazione. Dopo qualche giorno trascorso in quella nazione della quale conosceva molto bene la lingua aveva cominciato a pensare nella lingua di quella nazione, e si era sentito bene, perché si era accorto che i pensieri che pensava erano i suoi pensieri, che era lui a crearli mettendo insieme le parole, una dopo l' altra. E anche in quel caso aveva pensato un'espressione che gli piaceva: ohne Frage nach woher und wohin, "senza quesito sul donde e sul verso dove". Gli piaceva, quell'espressione, perché gli sembrava che indicasse come uno stato di perfezione, un pensare svagato senza aspettative in attesa del nulla, un passeggìo nel disincanto (in den Tag hinein, "alla giornata", era un'altra espressione che aveva pensato e che gli piaceva) verso la morte. Aveva pensato che gli abitanti di quella nazione dovessero essere felici, perché disponevano di una lingua che permetteva di pensare pensieri consolanti, da dormirci di notte, pensieri senza incubi sul funzionamento del mondo. Ma dopo un lungo periodo trascorso in quella nazione della quale conosceva bene la lingua si era reso conto che in fondo anche quella lingua era una lingua come tutte le altre, fatte di parole che ti entrano nella testa e ti formano pensieri che poi non ti escono più e non sono i tuoi pensieri ma i pensieri sul funzionamento del mondo e sulla messinscena delle cose esterne.
___Era arrivato ormai nei pressi dell'edicola. E lo sguardo, come sempre, gli cadde sulla locandina. Nero su bianco, a caratteri cubitali, c'era scritto: STRANO CASO IN CITTÀ: UN UOMO NON VUOLE PARLARE LE PAROLE DEGLI ALTRI. Acquistò il giornale e vide che l'articolo al quale si riferiva la locandina si trovava, chissà perché, nella pagina culturale. Non lo lesse subito. Salì sull'autobus e scese alla solita fermata. Ma quel giorno non andò a lavorare. Si avviò verso il lungolago della città lacustre dove abitava, si sedette su una panchina, e cominciò a leggere. L'articolo parlava di lui e della sua storia, ed era pensato con i suoi pensieri e scritto con le sue parole. Quando finì di leggerlo, alzò lo sguardo. Era una splendida giornata, il cielo era terso, e le montagne che circondavano il lago gli parvero un orizzonte degno di fiducia.
___E così, pensando che per quel giorno gli altri avrebbero pensato i suoi pensieri e parlato le sue parole, gli capitò di pensare di essere felice. E di parlare con le parole della felicità. Così chiudendo, peraltro, la prima di queste chiacchiere distratte.

___II. L'uomo che voleva scrivere un libro


Maschera Susu___L'uomo del quale si parlerà nelle prossime righe è un uomo che viveva in una delle tante città lacustri che ci sono al mondo, una bella città impreziosita da alcune cosiddette promenades che invitano a pensieri fortissimamente e talvolta anche dolorosamente romantici. L'uomo abitava in un condominio come ce ne sono tanti nel mondo, e quando guardava dalla finestra vedeva altri condomini e strade come ce ne sono tanti nel mondo. E questo, ad esser sinceri, non è un buon inizio per questa seconda chiacchiera distratta, perché se un uomo comincia a pensare a tutte le città e i condomini e le strade che ci sono al mondo obbliga il cervello ad uno sforzo immane, e alla fine non riesce a combinare più nulla e magari impazzisce strologando con pensamenti da strologone e viene portato in un manicomio come ce ne sono tanti nel mondo.
___E in fondo, ci sentiamo di aggiungere, anche lui era un uomo come ce ne sono tanti nel mondo, e si trovano un po' dappertutto, nelle città, nei condomini, nelle strade, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, nei treni, nelle automobili, negli aerei, sui mari e nei deserti. Diremo solo, ecco, che voleva scrivere un libro. Non che fosse poi questo gran desiderio, il suo, visto che molti degli uomini che ci sono al mondo e abitano nei condomini o nelle ville e viaggiano sulle automobili e sui treni e percorrono deserti e attraversano oceani avevano scritto e continuavano a scrivere molti libri. Ma erano libri qualsiasi, libri come ce n'erano e ce ne sono tanti al mondo. Lui, invece, voleva scrivere un libro come non ce n'erano ancora stati al mondo. Voleva scrivere un libro che fosse unico, nuovo, che non contenesse cose già pensate, dette e scritte da altri.
___Il suo desiderio di scrivere un libro come non ce n'erano ancora stati al mondo era nato per così dire un giorno in cui era entrato in una libreria o rivendita autorizzata di libri e aveva visto migliaia di libri in fila sugli scaffali e ammassati sui banconi. La vista di quell'ingente materiale cartaceo lo depresse fin da subito, e quando cominciò a sfogliare alcuni dei libri che si trovavano sui banconi la sua depressione si trasformò in una vera e propria malinconia. Cambiavano la copertina e il nome dell'autore, ma non appena si cominciavano a leggere le prime righe ci si accorgeva che tutti dicevano più o meno le stesse cose. Il commesso, al quale aveva chiesto alcune delucidazioni, gli rispose che si trattava di libri di grandissimo interesse, la cui lettura era non solo caldamente ma anzi assolutamente consigliata.
___Ma la settimana dopo, quando tornò in quella stessa libreria, vide che i libri che la settimana prima si trovavano sui banconi non c'erano più, e che erano stati sostituiti con altri libri. Si rivolse nuovamente al commesso, e gli chiese nuovamente alcune delucidazioni, e il commesso gli disse che i libri che si trovavano sui banconi erano libri di straordinario interesse, che dovevano essere assolutamente letti per restare al passo coi tempi. Ma lui continuava a sfogliarli, quei libri, e continuava a notare che erano tutti uguali, come fotocopie, e non dicevano proprio niente alla sua immaginazione.
___E fu così, per questo banalissimo motivo, che anche lui decise di scrivere un libro. Si recò in un negozio di informatica, spese buona parte dei propri peraltro non cospicui risparmi nell'acquisto di un computer e della connessa stampante, e cominciò subito a scrivere con uno zelo ed una dedizione straordinari. Dal momento che era un accanito, temerario ed incosciente fumatore, e nella previsione che l'impegno al quale aveva deciso di sacrificare tutto se stesso lo avrebbe fatalmente condotto ad aumentare il numero quotidiano di sigarette fumate, si risolse, dopo lunghe meditazioni inframmezzate da accessi di tosse, all'acquisto di una marca di sigarette contenenti una minima percentuale di catrame e di nicotina.
___Trascorse intere giornate e serate e nottate digitando sulla tastiera del computer, e nel giro di poche settimane la stampante fece scivolare nell'apposito vassoietto più di duecento fogli. Passarono ancora alcune settimane, e il numero dei fogli raddoppiò e poi triplicò. Ma a questo punto accadde per così dire una cosa strana. Quando l' uomo che voleva scrivere un libro iniziò a leggere e rileggere ciò che aveva scritto o partorito, si accorse che il libro che aveva scritto aveva un qualcosa di già scritto. E allora, continuando a fumare una sigaretta dopo l'altra, si disse che in fondo tutto ciò che si scrive, ormai, non è altro che una citazione, e che dunque sembrerebbe impossibile scrivere qualcosa di realmente nuovo ed originale. Ma il suo desiderio di scrivere un libro come non ce n'erano mai stati al mondo era un desiderio troppo forte, e dunque strappò e lacerò le seicento pagine che aveva scritto e cominciò a riscrivere tutto da capo, continuando a fumare una sigaretta dopo l'altra, al punto tale che dovette risolversi suo malgrado all'acquisto di una marca di sigarette il cui tasso di catrame e di nicotina era praticamente nullo. E di nuovo digitò per giorni e notti e notti e giorni sulla tastiera del computer, ma ad ogni parola e ad ogni frase aveva come l'impressione di scrivere qualcosa di già scritto.
___L'uomo che voleva scrivere un libro, allora, fumando una sigaretta dopo l'altra e tossendo furiosamente a causa del fatto che la nuova marca di sigarette gli aveva smosso il catarro che insieme a chissà cos'altro covava da anni e anni nei suoi polmoni, si disse che in fondo ormai a ben vedere non c'è più nulla da dire, e che di conseguenza bisogna convincersi una volta per tutte che è impossibile scrivere un libro come non ce ne sono mai stati al mondo.
___E infatti se ne convinse. Strappò e lacerò tutte le pagine che aveva riscritto, scrisse un libro come ce ne sono tanti al mondo, lo propose ad un editore, l'editore lo pubblicò, e l'uomo che voleva scrivere un libro poté riprendere a fumare la sua consueta marca di sigarette.
___Quando il libro venne pubblicato, si recò nella libreria nella quale era nato il suo insano desiderio, e il commesso, che lo aveva riconosciuto dalla fotografia pubblicata sulla quarta di copertina del libro che ora si trovava in mezzo agli altri sui banconi, lo salutò con grande trasporto e gli disse che era davvero un bel libro quello che aveva scritto, un libro del quale non si potevano che consigliare l'acquisto e la conseguente lettura. L'uomo che voleva scrivere un libro ringraziò il commesso per le belle parole, sfiorò con lo sguardo il suo e gli altri libri che sarebbero rimasti per una settimana sui banconi, poi uscì dalla libreria e si avviò verso casa. E avviandosi verso casa passò davanti a case come ce ne sono tante al mondo, vide esseri umani come ce ne sono tanti al mondo, attraversò strade come ce ne sono tante al mondo, solcò mari e costeggiò laghi e percorse deserti come ce ne sono tanti al mondo. E infine, arrivato sulla soglia di casa, decise che forse era proprio vero che fumare faceva male. E che era arrivato il momento di smettere.
___E così chiudendo anche per così dire questa seconda chiacchiera distratta.


___III. Un reporter tra la gente

Maschera Zimba___Una volta, alcuni anni o forse secoli o millenni orsono, un essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta professione di giornalista ricevette, da parte del direttore del giornale presso cui svolgeva e praticava la propria professione, un incarico che lasciamo ai lettori di questa terza chiacchiera distratta il compito se definire del tutto, assolutamente o incredibilmente particolare. Il suddetto essere umano ricevette infatti l'incarico di svolgere ed articolare un reportage sulla gente. "Ma io non so cosa sia la gente", disse allibito all'altrettanto allibito direttore, che da parte sua rispose: "Ma come fai a dire che non sai cos'è la gente? Esci per strada, cammina per le vie, fermati nelle piazze, guardati intorno, e la vedrai, la gente!".
___E allora l'essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta professione di giornalista uscì per strada, camminò per le vie, si fermò nelle piazze e si guardò intorno. E in effetti la vide, la gente, o per meglio dire vide migliaia di esseri umani come lui, che camminavano per le vie, si fermavano nelle piazze e a volte si guardavano intorno. "Non è questa, però, la gente sulla quale devo svolgere ed articolare un reportage", si disse, "questa è una massa informe dove tutti hanno le stesse facce e sono talmente uguali che a furia di camminarci in mezzo uno non sa più chi è", continuò, e concluse prendendo una decisione che anche in questo caso lasciamo ai lettori il compito se definire coraggiosa, temeraria o incosciente.
___Decise infatti, disobbedendo in parte alle consegne perentoriamente ricevute dal direttore, di andare lui in cerca della gente. Andò quindi in un supermercato o centro commerciale, e vide che lì la gente era felice, e camminava con un'espressione ebete e beata tra gli scaffali su cui erano disposte le merci, e spingeva davanti a sé i carrelli pieni delle merci disposte sugli scaffali: la osservò attentamente, ed ebbe come l'impressione che nella vita non ci fossero altro che quel comprare, quel consumare e quell'ebete beatitudine.
___Partecipò poi ad un matrimonio civile o religioso, ufficialmente come testimone della sposa ma in realtà con lo scopo di raccogliere materiale per il proprio reportage, e vide che anche lì la gente era felice, e che tutti ridevano e scherzavano e sembravano privi di pensieri; trascorse inoltre una serata in compagnia di alcuni suoi amici che lo avevano invitato per guardare insieme un programma televisivo, e anche lì vide che tutti erano o sembravano felici, con gli occhi fissi sul teleschermo e un' espressione come se fossero in salvo da qualcosa; si recò peraltro, questa volta in incognito, ad una serata di poesia o più in generale di letteratura, e vide che lì la gente non era felice, che i volti degli esseri umani convenuti alla serata erano intrisi di serietà ed autoconsapevolezza, che si dicevano cose grandi ed importanti, che si ripeteva con una certa frequenza l'uso del pronome personale "Io" (io io io, che ripetuto così tante volte gli parve come un frasario ipnotico di un'altra salvezza) e che dunque, se non proprio da essere del tutto infelici, c'era ben poco da ridere o scherzare.
___La sua scelta, per coraggiosa o temeraria o incosciente che fosse, si rivelò dunque esatta. Raccolse via via sempre più materiale, e sentiva sempre più vicino il momento in cui avrebbe dato inizio alla stesura o messa per iscritto o verghìo del suo reportage sulla gente. Per scrupolo, pignoleria o completezza di informazione, decise però di visitare anche altri luoghi dove pensava di trovare la gente. Il reportage, infatti, doveva essere il più possibile completo ed esauriente o, come spesso si dice, esaustivo.
___Si recò dunque ad uno stadio di calcio, e lì vide che la gente era o poteva essere alternativamente felice o infelice, a seconda di quanto si svolgeva sul terreno di gioco, e si chiese se un calcio di rigore, un palo, una traversa o una parata di un portiere potevano essere sufficienti a rendere la gente felice o infelice, e a quanto pare, con suo enorme e pressoché gigantesco rincrescimento, dovette dirsi di sì; in seguito, in una giornata di ottobre o di novembre che lasciamo ai lettori il compito se definire uggiosa, malinconica o semplicemente piovosa, si diresse verso un cimitero, e vide che lì la gente era tutta morta, e che c'erano solo nomi e date scritti sulle lapidi ("la fine delle storie", gli venne in mente), e pensando che quella gente morta era la stessa gente che da viva era andata ai supermercati o ai matrimoni o alle serate di poesia e letteratura o agli stadi di calcio, si chiese se in fondo valeva o valesse la pena di scrivere un reportage su quella gente che poi era anche la stessa che percorreva le strade e le vie e si fermava nelle piazze e si guardava intorno, e sulla quale a ben vedere non c'era niente -ma proprio niente- da dire.
___Ad un casello autostradale, in una calda o addirittura torrida giornata di mezza estate, vide intere file di auto incolonnate e dirette verso le località di villeggiatura, e vide anche che tutti sembravano felici; ad un funerale, in una ventosa e comunque ancora invernale giornata di marzo, vide che tutti sembravano infelici; ad una serata teatrale vide che tutti erano profondamente immersi nella contemplazione e forse anche nella comprensione dello spettacolo che veniva rappresentato; in un negozio di abbigliamento vide che tutti si guardavano riflettendosi negli specchi e ritenevano cosa importantissima che il pantalone o la gonna o il maglione o la camicia o la giacca abbinassero la necessaria comodità e vestibilità all'altrettanto necessaria eleganza; ad una mostra di pittura o di arte figurativa gli parve di rivedere la stessa gente che aveva visto alla serata di poesia e di letteratura, e si rese conto che anche in quel caso era prudente assumere un atteggiamento di compunta serietà; ad un battesimo del figlio o della figlia di un suo amico vide che era meglio assumere o addirittura ostentare un atteggiamento ottimistico nei confronti della vita.
___E così via. Visitò o per meglio dire ispezionò molti altri luoghi, e vide che dappertutto c'era gente diversa, e che tutti sembravano muoversi come dentro uno scafandro o una gabbia di vetro di una possibile salvezza, e non sapevano niente degli altri, perché tutti erano nelle vie o nelle strade o nei supermercati o alle serate di poesia e letteratura o agli stadi eccetera eccetera, e alla fine erano tutti morti nei cimiteri.
___Ma non c'era tempo da perdere in inutili e soprattutto oziose riflessioni. Il direttore era impaziente, e il reportage andava consegnato a breve.Maschera Kifwebe E così l'essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta professione di giornalista mise ordine in tutto il materiale che aveva raccolto, si apprestò alla stesura o digitìo del proprio reportage e nel volgere di qualche giorno lo consegnò di persona nelle mani del direttore.
___"Sono sicuro che hai fatto un buon lavoro", disse il direttore. Posò davanti a sé -e cioè di fronte al proprio importante corpo di persona informata sulle attualità del mondo- i fogli dattiloscritti che costituivano di fatto il reportage sulla gente, e cominciò a leggere a voce alta e con un tono che si potrebbe quasi definire vagamente stentoreo:"Una volta, alcuni anni o forse secoli o millenni orsono, un essere umano che svolgeva e praticava la cosiddetta professione di giornalista ricevette, da parte del direttore del giornale presso cui svolgeva e praticava la propria professione, un incarico...". Arrivato a questo punto, il direttore corrugò la fronte, rivolse uno sguardo interrogativo all'autore del reportage, e smise di leggere. E anche noi smettiamo e ci fermiamo qui, perché il resto del reportage i lettori lo hanno già letto. E, con esso, la terza di queste chiacchiere distratte.



scarica in formato PDF