| ___I.
___Questo
non so se sarà un diario, anche se lo spunto
è diaristico perché l'impulso mi
è venuto l'altra mattina, in una pigra
mattinata di un giorno in cui non dovevo andare
a lavorare, una mattina spesa ad abbozzare gesti
inconcludenti e piccole incombenze da sbrigare,
quando finalmente a un certo punto ho preso in
mano un librino minuscolo comprato quest'estate
a Venezia. Nel librino c'era un breve scritto
di Alberto Giacometti dal titolo Je ne sais
ce que je vois qu'en travaillant, cioè
non so quel che vedo se non lavorando.
___Non ho mai capito
perché la testa, perlomeno la mia testa
funziona così. Quel che diceva quel titolo
era qualcosa che sapevo già da tempo, cose
dette e ridette e ripensate più volte.
Ma sempre s'insinua l'apatia a cancellare i buoni
propositi, così ho bisogno di parole che
spesso mi arrivano dalla vicinanza fraterna dei
libri. Basta una frase, a volte, per rimettere
in moto la macchina.
Ho detto che non so se sarà un diario.
Nel senso che per scrivere un diario bisogna sentirsi
un po' nomadi, trasportati da quell'intensità
quotidiana che si può raggiungere solo
nei viaggi più riusciti. E questo non è
il mio caso, almeno in questo momento. L'esigenza
è piuttosto contraria: strappare dall'apatia
schegge che possano anche ferirmi, ma farmi sentire
vivo. Perché in questo scorrere del tempo
non riesco più a vedermi e naturalmente
a vedere neppure quel che mi circonda (non so
quel che vedo
).
___Forse tutto questo
è un effetto della guerra, perché
una guerra è scoppiata qua vicino e la
guerra fa parte delle discussioni e dei pensieri
che accompagnano tanta gente, qui come in altre
parti del mondo dove si potrebbero accendere altre
guerre. E queste preoccupazioni mi hanno ricordato
che diversi mesi fa, prima che la guerra iniziasse,
Ljuda mi aveva raccontato un sogno in cui arrivavano
dei pescecani al bazar e la gente scappava terrorizzata
sopra i banchi. Non importa che qui il mare sia
lontanissimo (nei sogni tutto è possibile)
ma mi è venuto in mente che da qualche
parte avevo letto che i pescecani, fra le speci
viventi, sono fra quelle che hanno meno subìto
processi evolutivi. Sono così, identici
a se stessi, da migliaia e forse milioni di anni,
animali preistorici sopravvissuti a diluvi universali
e cataclismi d'ogni tipo, memoria vivente di mondi
scomparsi.
Anche la guerra ha sempre qualcosa di arcaico,
non importa come si svolga, di quali tecnologie
si serva o come venga raccontata. Perché
gli effetti che produce sono antichissimi, se
ne infischiano della modernità. ___Anche
nella città dove abito, una città
di più di due milioni di abitanti dove
la vita si svolge ancora tranquilla e la guerra
è solo nei pensieri ma non (ancora?) negli
atti, eppure la città è già
molto cambiata e quando esco non cammino più
fra le case ma entro in un bosco oscuro dove sarebbero
possibili agguati, imboscate. Che poi avvengano
è un altro conto. Ma sono diventati ipotizzabili.
___Uno ad esempio
mi dice che al bazar non conviene starci troppo
tempo perché potrebbero metterci una bomba.
Un altro dice che non sarebbe possibile, perlomeno
molto improbabile, e che semmai è più
facile che qualche fanatico possa darti una coltellata.
Questo vuol dire che i pescecani non sono poi
tanto lontani, non c'entra che il mare sia a migliaia
di chilometri perché i bazar sono invece
dappertutto, in ogni quartiere. Così nasce
una paura che induce naturalmente alla prudenza,
e l'eccessiva prudenza all'apatia. Un circolo
vizioso che fa quasi desiderare una vera guerra,
una guerra visibile perché si muova qualcosa,
perché il pericolo sia chiaro, inequivocabile;
senza rendersi conto che anche questa è
guerra, perché la guerra è uscita
dai libri per entrare nei pensieri di ogni giorno.
___Allora, quali
sarebbero le prescrizioni? Evitare bazar supermercati
e altri luoghi affollati, preferibilmente non
uscire di sera, non avvicinarsi troppo ai palazzi
del governo, non entrare in grandi alberghi e
ristoranti particolarmente rinomati, stare attenti,
quando si esce di casa, che nessuno vi segua,
non rispondere al telefono dopo una certa ora,
non mettersi in viaggio, evitare comunque di uscire
da soli e sempre meglio in macchina che non a
piedi, non fermarsi alla richiesta di un passante,
osservare dallo specchietto retrovisore le macchine
che stanno dietro e sospettare di chiunque compia
la vostra stessa manovra, evitare se possibile
di percorrere strade secondarie, non andare a
teatro o al cinema, non visitare i musei.
___Sembrerebbe che
l'unico modo per rilassarsi sia guardare il cielo,
seguire il volo degli uccelli. Sempre che non
arrivino le prime bombe e le incursione aeree,
che così ci si debba rifugiare in cantina.
___A
proposito di cielo ricordo che una sera, poco
prima che scoppiasse la guerra, ero stato a cena
sulla terrazza di un grattacielo che sovrasta
la città. Mi avevano invitato nella sede
di un'associazione per l'innovazione e lo sviluppo
del paese, e prima che iniziasse la cena hanno
fatto gli onori di casa mostrandomi un piccolo
ufficio coi computer ed altre cose che invece
erano esposte all'aperto, sul terrazzo, e che
certo non esibivano alcuna propensione tecnologica
e innovativa, come vasi e brocche in terracotta
fatte secondo antiche tradizioni.
___La serata è
stata particolarmente calda, rinfrescata solo
da un venticello che lassù soffiava un
po' più forte, un'aria frizzante compensata
dai generosi bicchieri di vodka che hanno accompagnato
i tanti antipasti. E più si andava avanti,
secondo rituali che ormai conosco, più
diventavano lunghi i discorsi che inauguravano
l'ennesimo brindisi. A un certo punto l'unica
differenza che pareva contraddistinguere gli invitati,
venuti da varie parti dell'Asia e dell'Europa,
era se si dovesse continuare a bere vodka anche
dopo l'arrivo del plov, la pietanza principale
in ogni cena che si rispetti nell'Asia centrale.
Gli asiatici sostenevano che la vodka è
sempre qualcosa da bere prima del plov,
mai durante (col plov, dicevano, ci vorrebbe
il tè). Alla fine ha prevalso l'opzione
europea solo perché la tavolata era percorsa
da un desiderio di proporre continuamente nuovi
brindisi conditi dai bei discorsi, che ovviamente
non potevano prescindere dalla vodka.
___Quando poi ci
siamo alzati da tavola, un po' alticci, abbiamo
gironzolato attorno alla terrazza e i nostri ospiti,
alla richiesta di quale parte della città
fosse quella che ammiravamo, ci dicevano che laggiù
c'era la Cina, mentre dall'altra parte, verso
Samarcanda, si arrivava in Persia e poi fino a
Roma, come sapevano bene i carovanieri che un
tempo percorrevano la Via della Seta. E queste
indicazioni, sotto una cupola celeste così
profonda e limpida come capita spesso da queste
parti, erano indicazioni che suonavano convincenti
perché la terra, come il cielo, qui non
sembra avere mai confini, un'enorme zolla che
si allontana sempre di più a perdita d'occhio.
___Ora su queste
terre hanno cominciato a sganciare bombe, non
proprio qui dove mi trovo, ma appena un po' più
in là. E anche il grande cielo dell'Asia
(una scoperta, da quando sono arrivato) è
percorso da missili e aviogetti militari che feriscono
le notti così calme che mi hanno così
spesso incantato, quegli stessi cieli stellati
che avevano riempito di curiosità e meraviglia
Ulugbek, il grande re astronomo che secoli fa
aveva ben governato badando più al cielo
che alle terre, tanto da scoprire duecento stelle
fino ad allora sconosciute. E chissà, pensavo
da lassù sul grattacielo guardando un cielo
ancora così placido, intatto, chissà,
forse potrebbe essere un'idea mettere il mondo
in mano agli astronomi, che per diventare capo
di uno stato ci si debba intendere di pianeti
e costellazioni più che di storia o economia
o psicologia delle masse. Una democrazia che nasca
dal cielo piuttosto che dalla terra. Ma non un
cielo teologico, a immagine di un qualche dio.
Proprio il cielo così com'è, come
si vede, l'universo stellato, infinito.
___Mi ha sempre colpito
come molti scienziati, gli astronomi soprattutto,
somiglino spesso ai bambini. Hanno addosso uno
strano entusiasmo, ma sanno anche controllarsi
come bambini curiosi e timorosi, un po' introversi,
attenti a muoversi con delicatezza per non rompere
qualcosa. Sono contemplativi, come i musicisti,
ma certo più concreti perché immaginano
qualcosa solo a partire da quel che vedono. E
comunque avere la testa fra le nuvole, pensavo,
è sempre la prospettiva migliore per guardare
le vicende della terra, e da quel grattacielo
l'altezza era ideale: niente vertigini da New
York o altre megalopoli dove ti sembra di essere
all'apice di tutto e che il mondo finisca proprio
lì. E naturalmente non ero neppure su un
satellite che va in giro a spiare dall'alto finché
la terra non diventa una mappa disegnata, astratta.
Però c'era un invito naturale a guardare
per aria e ogni tanto buttare un occhio giù,
vedere ancora i lampioni e il disegno delle strade
e più in là le pianure che andavano
verso un altro infinito. Perché chi si
abitua al cielo non contemplerà più
confini, poiché la terra è come
il mare, le montagne le sue onde.
___II.
___Cominciamo
col dire che è autunno. La settimana scorsa
al Museo Esenin hanno voluto festeggiarlo con
un recital di poesie, cantate, sonate al pianoforte.
Il palcoscenico era cosparso di foglie rossastre
e accartocciate, ai lati due vasi con mazzi di
crisantemi bianchi che poi hanno donato agli artisti
che si sono esibiti.
___Da noi si sa che
il crisantemo è il fiore dei morti. Ma
è un fiore che viene dall'estremo oriente,
Cina e Giappone, e là si usa invece per
ornare le occasioni più liete. Difficile
sapere, nell'equidistanza in cui mi trovo, quale
significato possa avere qui, in questa terra fra
due mondi in cui vivo già da tempo. Direi
semplicemente un fiore di stagione, un segno del
tempo come i melograni maturi che si spaccano
in giardino, gli alberi che fiammeggiano lungo
i vialoni alberati. Per quel che mi concerne anche
un corpo stanco, che si sfinisce per niente. Perciò
meglio prendere delle vitamine per tirarsi su,
perché poi arriverà l'inverno.
___Con l'inverno
dicono che anche la guerra avrà una tregua,
impossibile combattere fra montagne gelate. Ma
si tratterebbe solo di una pausa in attesa di
riaccendere i conflitti: un'ibernazione, un congelamento
momentaneo più che una pace duratura (mi
fa un certo effetto usare lo stesso aggettivo
che hanno voluto scegliere per definire l'operazione
militare in corso, questa guerra che non si sa
appunto quando mai finirà).
___Una cosa che ad
ogni modo mi ha sempre colpito è il fatto
che le popolazioni che hanno gli inverni più
lunghi sono fra le più pacifiche del pianeta.
C'è naturalmente un'equivalenza tra pace
e morte e silenzio e mondo coperto di neve. Lo
stesso si potrebbe dire per la guerra e l'irrequieto
pulsare della vita.
___Perciò
ben venga l'inverno, ma continui fin che può
anche quest'autunno che odora di preludi di Chopin,
una breve fiammata da moribondi. Mi farò
accompagnare dal crisantemo bianco e la sua promessa
di riposo eterno, di pace duratura. Una speranza,
appunto, più che un dolore, o meglio una
zona in cui è persino difficile distinguerli,
speranza e dolore, in questo incerto crocevia
di continenti.
___Il
problema è che quest'autunno ha degli strani
singulti, difficile scivolare in un lento sfinimento.
Ieri si crepava dal caldo quando fuori dai greci
mi son tolto la giacca, e oggi dopo mezzogiorno
ha cominciato a scendere la neve. Magari domani
l'aria sarà tiepida.
___Con la neve c'è
però almeno un vantaggio: che la parabola
sul tetto non dà più segnali ed
è impossibile vedere la tivù. Così
anche la guerra per un po' s'allontana perché
in casa non arrivano più notizie, e senza
quest'incalzare di notizie anche la vita prende
un ritmo più pacato e silenzioso, felpato,
da passeggiate sul tappeto con le calze di lana.
___Certo che non
si può stare neanche sempre in casa perché
altrimenti l'aria diventa stantìa, la testa
pesante. Un po' alla volta ho naturalmente ripreso
ad andare anche al ristorante, a far spesa al
bazar dove tutto è come prima, le mercanzie
sempre disposte con molta cura sopra i banchi.
Allora che cosa è cambiato?
___Si direbbe che
i pescecani siano rimasti nei sogni e nelle immagini
della tivù, così qualche volta si
scordano volentieri premonizioni e precauzioni.
Semplicemente si sta, come si stava prima, solo
che al ristorante, invece che in giardino bisogna
entrare a mangiare in stanzette anguste perché
fuori comincia a far freddo. Ma le cameriere come
al solito sono gentili e confuse, spesso imbarazzate
e inebetite dall'attesa, perché i clienti
non sono mai tanti e adesso ancora meno.
___L'altra sera al
Caravan c'era un professore tedesco che sapeva
tutto della fonte di Giobbe a Bukhara, della tomba
di Daniele a Samarcanda, di mausolei sparsi sulle
montagne. Amava passeggiare per luoghi brulli
e profetici, fuori dal tempo e dalle abitudini
verdeggianti dei suoi boschi bavaresi. Un luogo
sacro, diceva, deve sempre avere una sua durezza,
anche una sua umiltà e invisibilità.
Ad esempio il Monte delle Beatitudini si sa che
è solo un colle di erbacce, perché
la verità dei profeti non è mai
nel mondo, semmai nelle parole. E poi un vero
pellegrinaggio, diceva, è comunque sempre
un viaggio verso il nulla, perché è
evidente che la terra non ricorda mai, questo
è un compito degli uomini. Eppure diceva
anche che certi luoghi, proprio perché
non c'è niente da vedere, sono per questo
una grande lezione di umiltà e una salutare
uscita dalla storia. Mosaici o capitelli ci raccontano
per forza la storia degli uomini, sosteneva il
professore tedesco sorseggiando una vodka al Caravan;
pietre, sassi, terra brulla ci raccontano invece
un'altra storia.
___Quando
era qui Carlo, lo scorso inverno, siamo stati
una sera intera a guardare alla televisione i
pellegrini che alla Mecca giravano attorno al
cubo nero. Una marea di gente che si piegava e
pregava e camminava tutt'assieme, all'unisono.
Ma la cosa che più ci ha colpito erano
le luci abbacinanti che inondavano il rito, i
palazzi avveniristici che circondavano la scena,
come se lì un tempo storico si dovesse
ancora compiere.
___Ora un pellegrinaggio
lo si fa anche in aereo e una promessa messianica
diventa un affare da fantascienza. Così
l'estasi va sotto i riflettori, e comunque si
accende sempre in quei momenti in cui si ha la
sensazione di vivere in un film. Perché
si sa che sentirsi dentro un film vuol dire vivere
un'esperienza indimenticabile, difficile perfino
da raccontare.
___Da un po' di tempo
vorrei invece che la realtà potesse essere
bella e accogliente come un bel documentario.
Mi riferisco a quei vecchi documentari in bianco
e nero, dove gli uomini portano ancora il cappello
e i gesti sono calmi. Una situazione che in parte
ho anche vissuto, seppure a colori, quando sono
stato alla festa dei greci.
___A questo punto
bisogna sapere che in questa città, più
di cinquant'anni fa, sono arrivati migliaia di
greci in fuga dal loro paese e dalle minacce che
li perseguitavano in quanto partigiani comunisti.
Ancora adesso per loro la festa più importante
è il ventotto di ottobre, perché
con quella data ricordano il No detto a Mussolini
che aveva chiesto alla Grecia di farsi occupare
liberamente dai fascisti.
___I greci di Tashkent
hanno ancora un loro circolo, una casa del popolo
col bar e il teatrino per gli spettacoli. C'è
anche una saletta col ritratto di Marx e un busto
di Lenin dove un professore venuto da Atene impartisce
lezioni di greco a figli e nipoti di quelli arrivati
poco dopo ch'era appena finita la loro guerra,
la seconda guerra mondiale. Qualcuno di loro,
qualche vecchio partigiano comunista è
ancora in vita. Uno è morto proprio adesso,
il ventotto di ottobre, mentre si stava incamminando
per arrivare alla festa del No a Mussolini.
___Alla festa del
No il professore di Atene ha illustrato le tappe
più significative di quella rievocazione,
cantato al microfono patriottiche canzoni partigiane.
Questo professore si chiama Yorgos ed è
un tipo alto e magro, un asceta un po' nervoso
come possono esserlo quelli che continuano a credere
in una causa perduta, orgogliosi della loro testimonianza
ma senza ormai aver bisogno della protezione di
alcuna chiesa o di quel che si chiamava ideologia.
In fondo non hanno nemmeno più bisogno
di convincere nessuno, in quanto pure loro sanno
di essere degli sconfitti e proprio in questo
sta la loro serenità, la loro malinconia.
Chi vuole vincere, come si sa, cercherà
sempre di arrivare ai ferri corti della guerra.
___Allora Yorgos
ha cantato e rievocato la storia, e l'ha fatto
con una voce così stentorea che si potevano
inorgoglire i partigiani rimasti in sala, commuovere
i nipotini più piccoli vestiti della festa.
E poi hanno suonato e ballato il sirtaki, e il
giorno dopo sepolto Pantalìs, il vecchio
partigiano morto di crepacuore mentre arrivava
alla festa del No. Nella sua misera casa è
arrivato anche il pope perché l'avevano
chiamato le donne, i suoi compagni forse non avrebbero
voluto. Ma non si sono nemmeno opposti. E con
una benedizione, ma senza officiare altre liturgie
l'hanno sepolto dentro una cassa di compensato
coperta di garofani rossi.
___Dalle
mie parti i funerali più religiosi sono
sempre stati quelli degli atei. Banda e coccarde
toccano un'intensità difficile da trovare
nell'oblio dolciastro dell'incenso. Cioè,
nei funerali delle coccarde c'è ancora
intatta la speranza del morto, la sua stessa vita.
Non c'è il deserto di chi s'invola in cielo
o chissà dove e lascia gli altri inebetiti,
incapaci di reagire. Una cosa che davvero suscita
orrore, in un funerale, è proprio l'imbarazzo
di non sapere cosa dire, che gesti fare. Allora
ci si rifugia nella compostezza per non offendere
nessuno.
___Da queste parti
i funerali sono diversi: sono di solito gli uomini
ad accompagnare il morto che al funerale passa
di braccia in braccia, perché a turno ce
lo si deve caricare sulle spalle. Le donne rimangono
a casa e solo dopo qualche giorno vanno a piangere
e pregare sulla tomba. Alle donne viene richiesta
compostezza, agli uomini la virilità del
dolore.
___Ma sono usanze
che ho soprattutto sentito dire, al massimo intravisto
di passaggio quando sulla strada mi è capitato
d'incrociare un corteo funebre o vedere una lunga
fila di uomini seduti sul muretto di un cimitero.
Però non ho mai assistito a una sepoltura,
e nemmeno a un matrimonio.
___A un matrimonio
a dir la verità dovrei andare fra qualche
giorno perché si sposa una mia studentessa.
Ma ora non ricordo neppure come si chiama, se
Feruza o Safura o qualcos'altro. Perché
mi rendo conto che sempre più spesso sono
distratto e mi rifugio nell'oblio, nella mia estraneità
non più turistica, da straniero che ora
si vorrebbe spaventare per una coltellata al bazar,
senza tener conto che la coltellata te la puoi
beccare pure a Parigi o Milano.
___Allora diciamo
che la mia condizione è quella di entrare
e uscire continuamente da una parte, sentirmi
nel rischioso splendore dello straniero o nella
malinconia del rifugiato. Senza con questo essere
naturalmente neppure un rifugiato, uno per intenderci
come poteva essere Pantalìs, il comunista
greco morto proprio nel giorno della festa del
No, a suggello di una vita segnata da molti e
orgogliosi rifiuti.
___E non so perché,
perché adesso in effetti sono molto più
lontano, però mi sentivo più rifugiato
quand'ero in Svizzera, alcuni anni fa, che pure
ero a un tiro di schioppo da casa. Forse perché
la malinconia svizzera era qualcosa che sapevo
fin da bambino, e qui c'è invece una malinconia
tutta diversa, che si lascia più difficilmente
addomesticare. Perciò non ci si può
neanche tappare completamente in casa, che comunque
rimarrebbe sempre una finestra sulla stradina
dove i bambini giocano coi sassi e con la sabbia.
Non è certo il cortile ingombro di macchine
che vedevo dal mio appartamentino di Zurigo, lo
stagno delle anatre e i gabbiani in faccia alla
rotonda dove prendevo il tram.
___Qui anche le cose
artificiali come case, tubi, asfalto, sembrano
tutte naturali, cose che vengono dalla terra.
Il contrario della Svizzera dove anche la natura
sembra spesso artificiale, artefatta. Per questo
potevo capire il professore bavarese che beveva
al Caravan, pronto a entusiasmarsi per arcane
profezie che gli apparivano in posti in cui non
c'è niente da vedere, nessun fasto celebrativo.
___Quello che in
effetti più mi manca, in questo clima di
guerra, è uscire dalla città. Vorrei
attraversare campagne disabitate e visitare i
mausolei disadorni di cui mi parlava il professore
tedesco. In molti non ci sono mai stato. E mi
piacerebbe vederli con la luce dell'autunno, prima
che l'inverno ingrigisca la terra.
___Per il momento
devo accontentarmi di queste periferie che verso
sera si avvolgono di suggestioni familiari, con
le luci smorte che fanno immaginare i colori e
gli odori di altre vite. Fugaci apparizioni, che
però mettono la sordina al rumore del mondo,
anche alle paure di guerre presenti e future.
___Fra l'altro ho
sempre creduto che, se proprio non ti casca una
bomba in testa, la guerra è sempre lontana
anche quando c'è. Non è come nei
film dove sembra che la terra sia popolata solo
di soldati in mezzo al fango. Ci sarà sempre
molta più gente in cucina che si frigge
un uovo che non granatieri a sparare col bazooka.
Questa è la forza della civiltà,
la sua inerzia.
___Dima,
l'autista che mi porta in giro, è stato
chiamato dal distretto militare per una visita
medica perché ha appena compiuto 25 anni
e allora deve rinnovare il passaporto. Quando
però è uscito dall'ambulatorio non
ha più trovato le sue scarpe ed è
venuto a prendermi scalzo all'università.
Poi è tornato all'ambulatorio per reclamare
le sue scarpe, ma un soldato di guardia si è
arrabbiato perché diceva che lui non era
responsabile di niente e che alle proprie cose
bisogna starci più attenti.
___Dima ora è
preoccupato, più che per le scarpe quasi
nuove perché ha paura che lo richiamino
a fare il soldato, anche se non è più
di leva. Suo nonno è morto quand'era appena
iniziata l'invasione della Russia nella seconda
guerra mondiale. Ora il suo nome è inciso
su uno dei tanti fogli metallici che si possono
sfogliare al memoriale dei caduti, migliaia e
migliaia di nomi divisi per città e regione,
in rigoroso ordine alfabetico. A metterli assieme
si farebbe l'elenco telefonico di una metropoli.
___Ma la memoria
non può mai stare in un monumento, aveva
ragione il professore tedesco. Ci può essere
una suggestione momentanea, anche un'emozione,
però i ricordi vivono nelle parole e nei
racconti, che quando tacciono la memoria diventa
archeologia.
___Adesso come adesso
non riesco però a ricordare tanti racconti
di guerra. Solo che mia madre diceva che quand'era
sfollata abitava accanto a un casello ferroviario,
presidiato allora da un giovane soldato tedesco
che di sera prendeva a calci il fucile perché
gli veniva la nostalgia della fidanzata, soprattutto
quando sentiva per radio la canzone di Lili Marlene.
Allora la nonna, la madre di mia madre, visto
che sapeva il tedesco lo consolava dicendogli
che tanto prima o poi le guerre finiscono sempre
e lui era così giovane d'avere ancora tutta
la vita davanti.
___Non si è
mai saputo se quel soldato sia tornato a casa.
Nel caso abbia raggiunto la sua Lili Marlene ci
potrebbe essere un nipote che adesso ricorderebbe
i racconti del nonno e avrebbe sentito parlare
di un piccolo casello sperduto nella pianura padana,
e di una signora un po' austriaca che consolava
il nonno dalla sua malinconia. Sempre che la guerra
oltre alla vita gli abbia salvato anche la parola,
perché si sa che molti tornano dalla guerra
ammutoliti e preferiscono non pensarci più,
ricominciare tutto da capo.
___Comunque me lo
immagino questo giovane tedesco, nelle nebbie
d'autunno a sorvegliare il passaggio a livello
di una linea secondaria, dalle parti di Scandiano
dove non passano quasi mai treni. Un tempo vuoto,
giornate tutte uguali in mezzo a gente che non
si capisce neanche cosa dica. Solo con mia nonna
poteva scambiare due parole, mia nonna che aveva
più o meno la mia età di adesso
e che in quel tempo aveva avuto compassione della
gioventù di quel tedesco.
___Anch'io, quando
sono in mezzo ai miei studenti mi sorprendo a
temere e sperare per il loro futuro. Nodir ad
esempio mi diceva che lui a soldato non riuscirebbe
a resistere neanche due giorni perché è
un cocco di mamma. E lo diceva tranquillamente,
del tutto sereno, perché qui non ci si
vergogna ancora degli affetti famigliari.
___Sono stato anche
a cena, una volta da Nodir, una bella famiglia
dove ci si parla con franchezza e rispetto. Il
padre è uno scienziato che fa fatica a
trovar lavoro perché non ci sono mai soldi
per la ricerca. Da poco ha avuto due infarti e
ha dovuto smettere di fumare di colpo, perché
negli ultimi tempi esagerava col fumo e col bere
per le preoccupazioni che aveva e il nervosismo.
Però sa ancora sorridere, fiducioso dell'affetto
della sua famiglia e di un futuro che non sa neanche
lui quale possa essere.
___Raccontava che
una volta, quando c'era l'Unione Sovietica, gli
scienziati erano vezzeggiati e coccolati, perché
c'era da tenersi al passo con l'America. Ora il
suo paese è diventato molto più
piccolo, gli scienziati una spesa inutile. Magari
per tenerli buoni li mandano dietro una scrivania
a rispondere al telefono. Perciò avevano
pensato, lui e la moglie, che i figli era meglio
che s'imparassero le lingue per avere la possibilità
di girare il mondo piuttosto che finire a illanguidire
dietro una scrivania.
___Nodir è
il loro figlio più grande, e quando chiacchieriamo
assieme gli piace parlare di calcio o indicarmi
le ragazze di cui si è innamorato. Ma è
anche uno dei pochi che quando si parla di guerra
diventa subito triste e non ci scherza su. In
molti c'è indifferenza o gogliardia. Un
po' come dappertutto, almeno nei posti dove le
bombe non cadono dal cielo.
___Un
professore dell'accademia teatrale mi raccontava
di aver dato ai suoi studenti l'incarico di rappresentare
la storia esemplare di un giovane terrorista che
aveva deciso di buttare via la sua vita. Questo
professore è una persona seria e un po'
dolente, che per educazione crede nel valore didattico
del teatro.
___Io non ho mai
amato la cultura pedagogica. L'ho sempre considerata
limitata e limitante, un freno a una libera attività
espressiva. Eppure in questo paese una convinzione
pedagogica assume spesso un'aria di santità
e di bellezza, come Yorgos con le sue canzoni
partigiane cantate al microfono del teatrino dei
greci. Ma c'era bellezza anche nella serietà
di quel professore e la sua ostinata fiducia nel
teatro didattico, che perlomeno non aveva niente
a che vedere con le colleghe di scuola che ricordo,
prese dall'ansia di ben figurare agli occhi dell'innovazione
di turno.
___Non so però
come si potrebbe immaginare la storia esemplare
di un giovane terrorista. Ho l'impressione che
il dolente professore dell'accademia teatrale
non lo sappia neanche lui, perché per immaginare
una vita del genere bisogna aver bandito ogni
tristezza.
___Se c'è
un valore che va salvato è invece proprio
la tristezza. Ancor più che la compassione,
che può avere secondi fini. La tristezza
è più inerme, l'antidoto più
sicuro alle guerre. Perché una guerra non
puoi farla col soldato che prende a calci il suo
fucile, con Nodir che non riesce a scherzare sulla
guerra anche se adesso non lo tocca.
___Il professore
dell'accademia parlava sempre in tono pacato,
preoccupato. Anche se si parlava d'altro era sempre
assorto in qualche suo pensiero. Ma sapeva anche
essere paziente, e ascoltare i discorsi degli
altri senza voler intervenire subito. Perché
la pazienza si sa che è complemento naturale
alla tristezza: bisogna saper aspettare, aspettare
il proprio turno, il momento adatto, l'ora propizia.
___III.
___Quando
all'ultimo capodanno ho accompagnato Ljuda a fare
le analisi perché avevamo paura fosse rimasta
incinta, quando poi abbiamo saputo che non era
vero siamo stati a mangiare una pizza dai coreani
e le ho detto che ero contento non aspettasse
un bambino perché mi sembrava troppo presto,
però le ho anche promesso di sposarla e
che allora se ci sposavamo era anche giusto comprare
una casa piuttosto che buttar via tanti soldi
per l'affitto, perché così avremmo
potuto lasciare qualcosa a sua madre e noi saremmo
potuti tornare qui in vacanza quando ci pareva,
dall'Italia o da dove fossimo andati quando avrei
chiesto il trasferimento.
___Quel giorno la
pizzeria coreana era illuminata da un bel sole
invernale, i bambini che in strada chiedevano
l'elemosina facevano boccacce dalla vetrata. Dima
cercava di scacciarli e intanto ci spiegava che
adesso si potevano trovare molte case perché
tanti decidevano di andarsene, e infatti nel giro
di un paio di mesi ne abbiamo trovata una da degli
armeni che emigravano nel nord della Russia.
___Sul momento non
ho collegato le decisioni prese in pizzeria con
quel che mi avevano detto i Ching fatti proprio
l'ultimo dell'anno a Bukhara, quando mi era venuto
il numero 52, cioè l'arresto, la calma,
la quiete, e come mutamento il 15, la modestia.
I Ching mi proponevano di sostare perché
"i moti del cuore, cioè i pensieri,
devono limitarsi alla situazione immediata, e
ogni pensiero che vada oltre non fa che ferire
il cuore"; perciò l'idea di sposarmi
era una conseguenza necessaria della mia condizione
attuale perché "si è approdati
a un'universale rinuncia che dà tranquillità
e salute in ogni cosa". E anche l'idea di
comprare una casa per poi lasciarla alla mamma
di Ljuda si accordava col mutamento che i Ching
m'indicavano, poiché "la legge delle
potenze del destino è diminuire ciò
che è pieno ed elargire fortuna a ciò
che è modesto". In questo modo anch'io
potevo sentirmi meglio, se vogliamo anche meno
in colpa, visto che mi ero trovato improvvisamente
ricco in un paese povero.
___Io non amo molto
le elucubrazioni esoteriche, non sono uno di quelli
che consultano libri o carte per ogni decisione
da prendere. Però credo nelle coincidenze,
e le parole dei Ching si adattavano come un guanto
alla mia situazione. Se vogliamo c'era perfino
qualcos'altro, che allora non potevo vedere e
che invece si adatta perfettamente anche alle
incertezze del momento, perché i Ching
dicevano appunto che "i pensieri devono limitarsi
alla situazione immediata, e ogni pensiero che
vada oltre non fa che ferire il cuore." Perciò,
anche se molti consigliano di tener pronta la
valigia, è inutile turbarsi più
di tanto per i lavori che sta facendo Andrej,
il patrigno di Ljuda che fa il falegname e ha
pensato di trasformare la casetta degli armeni
in una casa ideale, finalmente qualcosa per sé
dopo che per anni era andato a far belle le case
dei ricchi. Ed è strano, in un momento
in cui tanti sono sul piede di partenza, voler
comunque edificare, costruire qualcosa su questa
terra.
___Una conseguenza
di questa situazione è anche che da mesi
vanno e vengono muratori fra rumori di trapano,
smartellamenti, seghe elettriche. Perciò
quando sono in casa non sono mai completamente
solo e del tutto tranquillo, anche se in effetti
dopo un po' ci si abitua ad ogni rumore, anche
ai passi pesanti dei muratori che vanno continuamente
su e giù dalla mansarda. E poi chi lavora
non disturba mai, che anzi, il fervore che mi
attornia, mi dà a volte insospettate serenità
e squarci beneauguranti sul futuro.
___Spesso, a cena,
in questi mesi c'è allora anche Andrej,
visto che sta dirigendo tutti i lavori e anche
lui lavora sempre, pure di notte, per fare più
bella la casa comprata dagli armeni. E quando
si siede a tavola Andrej ha la tranquillità
di chi ha lavorato tutto il giorno, i gesti lenti
e calmi. Lui non sembra mai preoccupato del futuro,
ha già visto così tanti cambiamenti
da essere vaccinato alle preoccupazioni che nascono
dalle troppe sicurezze.
___Spesso racconta
anche aneddoti divertenti sui mutamenti repentini
a cui gli è capitato di assistere. Ricordava
ad esempio che in tempo sovietico alla tivù
c'era un corrispondente da Londra che non faceva
altro che intervistare i barboni che dormivano
nei cartoni sotto la metropolitana. Una volta
aveva anche intervistato un disoccupato del Galles
a casa sua, e Andrej e la sua prima moglie erano
rimasti colpiti dal servizio da tè che
si vedeva nel tinello a casa del disoccupato,
perché costava un occhio della testa e
loro, Andrej e la moglie, pur lavorando tutt'e
due non avrebbero potuto permetterselo.
___Comunque dopo
un po' questo zelante cronista è stato
trasferito a New York dove ha continuato a intervistare
barboni e alcolisti, finché un bel giorno
non si è presentato in tivù con
una birra in mano e dietro un distributore automatico
di lattine, illustrando ai telespettatori la comodità
e l'igienicità di quella macchinetta e
quelle confezioni, la possibilità di fare
a meno anche del bicchiere e di non ferirsi con
dei vetri ed evitare pure lunghe attese al bar.
Allora tutti hanno capito che c'era stato un cambiamento,
che era finito il tempo dei barboni di New York
e l'America non era poi così cattiva.
___Si
sa che ogni guerra ha bisogno almeno di un nemico,
un nemico che devi crearti che a sua volta naturalmente
ti considererà acerrimo nemico. Il problema
qui, mi diceva Fabio, è che molti pensano
che gli stranieri siano tutti americani, dunque
potenziali nemici, almeno per alcuni (ma quanti?).
___Si dice ad esempio
che la settimana scorsa abbiano trovato una bomba
in un bazar, ma non era ben fatta e probabilmente
non sarebbe mai esplosa. Si dice che un'altra
bomba l'abbiano trovata anche nel quartiere dove
vado a insegnare, forse in una casa, in cantina.
___Non c'è
niente da fare: anche se con le intemperie non
funziona la tivù arrivano sempre tanti
mormorii che è difficile staccarsi del
tutto dal flusso di notizie. E infatti una conseguenza
di questa guerra così vicina è anche
che sono arrivate frotte di giornalisti, perché
questo è improvvisamente diventato un paese
in cui andare a caccia di notizie, non importa
quali, anche il parere di un passante che cammina
per la strada: basta farsi dire qualcosa per tentare
di capire cosa sta succedendo, cosa succederà.
Una mia studentessa è stata intervistata
da due televisioni diverse, una europea l'altra
asiatica, che si erano piazzate davanti all'università
per conoscere il parere dei giovani universitari.
___Un'altra mia studentessa
ha fatto da interprete a un giornalista che voleva
raggiungere la frontiera oltre cui cadono le bombe.
E' rimasta per un paio di settimane in una città
di confine, alloggiata nell'unico albergo che
era pieno di giornalisti venuti da tutte le parti
del mondo. La mattina, dopo la colazione, i giornalisti
si sparpagliavano per la città a caccia
di notizie.
___Loro, la mia studentessa
col suo giornalista, hanno seguito soprattutto
un vecchio esule che diceva di esser scappato
già da nove anni ma prima era stato un
colonnello dell'esercito. Vantava ancora molte
amicizie oltre confine, perfino il numero segreto
di un telefono satellitare per mettersi in contatto
diretto coi combattenti. Il telefono era quello
di un suo vecchio amico, ora diventato generale.
___La mia studentessa
ha fatto notare al suo giornalista che ogni volta
che l'ex-colonnello componeva il numero del generale
si sentivano digitare solo sei cifre, un po' troppo
poche per un telefono satellitare. Ovviamente
l'ex-colonnello non si faceva vedere mentre componeva
il numero, troppo riservato per rivelarlo ad altri,
così si chiudeva in una cabina interamente
in legno, senza vetri, che c'era nella hall dell'albergo.
Ma bastava ascoltare i suoni della tastiera del
telefono, non c'era bisogno di vedere qualcosa
per sospettare un imbroglio.
___Il giornalista
però non voleva mettere in dubbio il suo
ex-colonnello, soprattutto perché aveva
trovato una storia sufficientemente credibile.
Doveva ben giustificare la sua missione in quella
città dove non succedeva mai niente. Non
poteva mica raccontare le interminabili giornate
trascorse in quello squallido albergo di frontiera.
Finalmente, dopo tanta caccia, aveva trovato pure
un volto, una faccia, una persona (per questo
il giornalista s'era portato dietro anche un fotografo).
___I giornalisti,
i cosiddetti cronisti non sono interessati quasi
mai alla verità, cercano piuttosto delle
storie. Ma non capiscono che non si può
raccontare una storia come una notizia, perché
una storia bisogna anche immaginarla per avvicinarsi
alla realtà. E inoltre sono proprie le
cose che non fanno notizia che rendono una storia
viva: collegare gesti e parole, descrivere situazioni
in cui non succede niente, anche la noia di quel
brutto albergo di confine. E' quello che in passato
hanno sempre fatto i narratori, e se leggo un
loro racconto posso entrare ancora in un altro
tempo, un altro mondo, un'altra vita. Difficile
che mi capiti sulla pagina di un giornale.
___Per sentirmi vicino
alla vita di un barbone di Londra o New York non
avrò bisogno dell'intervista del corrispondente
della televisione sovietica. Credo che la cosa
che più mi ha toccato, di quel mondo, sia
il disco di un compositore inglese che ha costruito
una sinfonia intera sull'ipnotico canto di un
mendicante registrato per caso per la strada,
una nenia che poi ha riascoltato rimanendone così
impressionato da pensare di comporci sopra un'opera.
___Certo che se il
corrispondente che andava a caccia di barboni
è poi apparso alla televisione con una
lattina di birra in mano, allora potrò
già incominciare a immaginare una storia,
quasi perfino un'epoca. Ma allora ci sarebbe anche
lo stupore, gli occhi sgranati di Andrej e sua
moglie davanti a quell'imprevedibile elogio del
distributore automatico di lattine. E poi ancora
Andrej che mi racconta questa e altre storielle
per sdrammatizzare le preoccupazioni del presente.
Perché, insomma, la vita è sempre
più vasta di qualsiasi notizia, e difficilmente
le notizie riescono ad essere allusive di questa
vastità. |