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  di Giorgio Messori
"Di nuovo irrompe l'autunno come un Tamerlano"
Anna Achmàtova

___I.

"Le chien" di Alberto Giacometti.___Questo non so se sarà un diario, anche se lo spunto è diaristico perché l'impulso mi è venuto l'altra mattina, in una pigra mattinata di un giorno in cui non dovevo andare a lavorare, una mattina spesa ad abbozzare gesti inconcludenti e piccole incombenze da sbrigare, quando finalmente a un certo punto ho preso in mano un librino minuscolo comprato quest'estate a Venezia. Nel librino c'era un breve scritto di Alberto Giacometti dal titolo Je ne sais ce que je vois qu'en travaillant, cioè non so quel che vedo se non lavorando.
___Non ho mai capito perché la testa, perlomeno la mia testa funziona così. Quel che diceva quel titolo era qualcosa che sapevo già da tempo, cose dette e ridette e ripensate più volte. Ma sempre s'insinua l'apatia a cancellare i buoni propositi, così ho bisogno di parole che spesso mi arrivano dalla vicinanza fraterna dei libri. Basta una frase, a volte, per rimettere in moto la macchina.
Ho detto che non so se sarà un diario. Nel senso che per scrivere un diario bisogna sentirsi un po' nomadi, trasportati da quell'intensità quotidiana che si può raggiungere solo nei viaggi più riusciti. E questo non è il mio caso, almeno in questo momento. L'esigenza è piuttosto contraria: strappare dall'apatia schegge che possano anche ferirmi, ma farmi sentire vivo. Perché in questo scorrere del tempo non riesco più a vedermi e naturalmente a vedere neppure quel che mi circonda (non so quel che vedo…).
___Forse tutto questo è un effetto della guerra, perché una guerra è scoppiata qua vicino e la guerra fa parte delle discussioni e dei pensieri che accompagnano tanta gente, qui come in altre parti del mondo dove si potrebbero accendere altre guerre. E queste preoccupazioni mi hanno ricordato che diversi mesi fa, prima che la guerra iniziasse, Ljuda mi aveva raccontato un sogno in cui arrivavano dei pescecani al bazar e la gente scappava terrorizzata sopra i banchi. Non importa che qui il mare sia lontanissimo (nei sogni tutto è possibile) ma mi è venuto in mente che da qualche parte avevo letto che i pescecani, fra le speci viventi, sono fra quelle che hanno meno subìto processi evolutivi. Sono così, identici a se stessi, da migliaia e forse milioni di anni, animali preistorici sopravvissuti a diluvi universali e cataclismi d'ogni tipo, memoria vivente di mondi scomparsi.
Anche la guerra ha sempre qualcosa di arcaico, non importa come si svolga, di quali tecnologie si serva o come venga raccontata. Perché gli effetti che produce sono antichissimi, se ne infischiano della modernità. ___Anche nella città dove abito, una città di più di due milioni di abitanti dove la vita si svolge ancora tranquilla e la guerra è solo nei pensieri ma non (ancora?) negli atti, eppure la città è già molto cambiata e quando esco non cammino più fra le case ma entro in un bosco oscuro dove sarebbero possibili agguati, imboscate. Che poi avvengano è un altro conto. Ma sono diventati ipotizzabili.
___Uno ad esempio mi dice che al bazar non conviene starci troppo tempo perché potrebbero metterci una bomba. Un altro dice che non sarebbe possibile, perlomeno molto improbabile, e che semmai è più facile che qualche fanatico possa darti una coltellata. Questo vuol dire che i pescecani non sono poi tanto lontani, non c'entra che il mare sia a migliaia di chilometri perché i bazar sono invece dappertutto, in ogni quartiere. Così nasce una paura che induce naturalmente alla prudenza, e l'eccessiva prudenza all'apatia. Un circolo vizioso che fa quasi desiderare una vera guerra, una guerra visibile perché si muova qualcosa, perché il pericolo sia chiaro, inequivocabile; senza rendersi conto che anche questa è guerra, perché la guerra è uscita dai libri per entrare nei pensieri di ogni giorno.
___Allora, quali sarebbero le prescrizioni? Evitare bazar supermercati e altri luoghi affollati, preferibilmente non uscire di sera, non avvicinarsi troppo ai palazzi del governo, non entrare in grandi alberghi e ristoranti particolarmente rinomati, stare attenti, quando si esce di casa, che nessuno vi segua, non rispondere al telefono dopo una certa ora, non mettersi in viaggio, evitare comunque di uscire da soli e sempre meglio in macchina che non a piedi, non fermarsi alla richiesta di un passante, osservare dallo specchietto retrovisore le macchine che stanno dietro e sospettare di chiunque compia la vostra stessa manovra, evitare se possibile di percorrere strade secondarie, non andare a teatro o al cinema, non visitare i musei.
___Sembrerebbe che l'unico modo per rilassarsi sia guardare il cielo, seguire il volo degli uccelli. Sempre che non arrivino le prime bombe e le incursione aeree, che così ci si debba rifugiare in cantina.

___A proposito di cielo ricordo che una sera, poco prima che scoppiasse la guerra, ero stato a cena sulla terrazza di un grattacielo che sovrasta la città. Mi avevano invitato nella sede di un'associazione per l'innovazione e lo sviluppo del paese, e prima che iniziasse la cena hanno fatto gli onori di casa mostrandomi un piccolo ufficio coi computer ed altre cose che invece erano esposte all'aperto, sul terrazzo, e che certo non esibivano alcuna propensione tecnologica e innovativa, come vasi e brocche in terracotta fatte secondo antiche tradizioni.
___La serata è stata particolarmente calda, rinfrescata solo da un venticello che lassù soffiava un po' più forte, un'aria frizzante compensata dai generosi bicchieri di vodka che hanno accompagnato i tanti antipasti. E più si andava avanti, secondo rituali che ormai conosco, più diventavano lunghi i discorsi che inauguravano l'ennesimo brindisi. A un certo punto l'unica differenza che pareva contraddistinguere gli invitati, venuti da varie parti dell'Asia e dell'Europa, era se si dovesse continuare a bere vodka anche dopo l'arrivo del plov, la pietanza principale in ogni cena che si rispetti nell'Asia centrale. Gli asiatici sostenevano che la vodka è sempre qualcosa da bere prima del plov, mai durante (col plov, dicevano, ci vorrebbe il tè). Alla fine ha prevalso l'opzione europea solo perché la tavolata era percorsa da un desiderio di proporre continuamente nuovi brindisi conditi dai bei discorsi, che ovviamente non potevano prescindere dalla vodka.
___Quando poi ci siamo alzati da tavola, un po' alticci, abbiamo gironzolato attorno alla terrazza e i nostri ospiti, alla richiesta di quale parte della città fosse quella che ammiravamo, ci dicevano che laggiù c'era la Cina, mentre dall'altra parte, verso Samarcanda, si arrivava in Persia e poi fino a Roma, come sapevano bene i carovanieri che un tempo percorrevano la Via della Seta. E queste indicazioni, sotto una cupola celeste così profonda e limpida come capita spesso da queste parti, erano indicazioni che suonavano convincenti perché la terra, come il cielo, qui non sembra avere mai confini, un'enorme zolla che si allontana sempre di più a perdita d'occhio.
___Ora su queste terre hanno cominciato a sganciare bombe, non proprio qui dove mi trovo, ma appena un po' più in là. E anche il grande cielo dell'Asia (una scoperta, da quando sono arrivato) è percorso da missili e aviogetti militari che feriscono le notti così calme che mi hanno così spesso incantato, quegli stessi cieli stellati che avevano riempito di curiosità e meraviglia Ulugbek, il grande re astronomo che secoli fa aveva ben governato badando più al cielo che alle terre, tanto da scoprire duecento stelle fino ad allora sconosciute. E chissà, pensavo da lassù sul grattacielo guardando un cielo ancora così placido, intatto, chissà, forse potrebbe essere un'idea mettere il mondo in mano agli astronomi, che per diventare capo di uno stato ci si debba intendere di pianeti e costellazioni più che di storia o economia o psicologia delle masse. Una democrazia che nasca dal cielo piuttosto che dalla terra. Ma non un cielo teologico, a immagine di un qualche dio. Proprio il cielo così com'è, come si vede, l'universo stellato, infinito.
___Mi ha sempre colpito come molti scienziati, gli astronomi soprattutto, somiglino spesso ai bambini. Hanno addosso uno strano entusiasmo, ma sanno anche controllarsi come bambini curiosi e timorosi, un po' introversi, attenti a muoversi con delicatezza per non rompere qualcosa. Sono contemplativi, come i musicisti, ma certo più concreti perché immaginano qualcosa solo a partire da quel che vedono. E comunque avere la testa fra le nuvole, pensavo, è sempre la prospettiva migliore per guardare le vicende della terra, e da quel grattacielo l'altezza era ideale: niente vertigini da New York o altre megalopoli dove ti sembra di essere all'apice di tutto e che il mondo finisca proprio lì. E naturalmente non ero neppure su un satellite che va in giro a spiare dall'alto finché la terra non diventa una mappa disegnata, astratta. Però c'era un invito naturale a guardare per aria e ogni tanto buttare un occhio giù, vedere ancora i lampioni e il disegno delle strade e più in là le pianure che andavano verso un altro infinito. Perché chi si abitua al cielo non contemplerà più confini, poiché la terra è come il mare, le montagne le sue onde.


___II.

"The Chariot" di Alberto Giacometti.___Cominciamo col dire che è autunno. La settimana scorsa al Museo Esenin hanno voluto festeggiarlo con un recital di poesie, cantate, sonate al pianoforte. Il palcoscenico era cosparso di foglie rossastre e accartocciate, ai lati due vasi con mazzi di crisantemi bianchi che poi hanno donato agli artisti che si sono esibiti.
___Da noi si sa che il crisantemo è il fiore dei morti. Ma è un fiore che viene dall'estremo oriente, Cina e Giappone, e là si usa invece per ornare le occasioni più liete. Difficile sapere, nell'equidistanza in cui mi trovo, quale significato possa avere qui, in questa terra fra due mondi in cui vivo già da tempo. Direi semplicemente un fiore di stagione, un segno del tempo come i melograni maturi che si spaccano in giardino, gli alberi che fiammeggiano lungo i vialoni alberati. Per quel che mi concerne anche un corpo stanco, che si sfinisce per niente. Perciò meglio prendere delle vitamine per tirarsi su, perché poi arriverà l'inverno.
___Con l'inverno dicono che anche la guerra avrà una tregua, impossibile combattere fra montagne gelate. Ma si tratterebbe solo di una pausa in attesa di riaccendere i conflitti: un'ibernazione, un congelamento momentaneo più che una pace duratura (mi fa un certo effetto usare lo stesso aggettivo che hanno voluto scegliere per definire l'operazione militare in corso, questa guerra che non si sa appunto quando mai finirà).
___Una cosa che ad ogni modo mi ha sempre colpito è il fatto che le popolazioni che hanno gli inverni più lunghi sono fra le più pacifiche del pianeta. C'è naturalmente un'equivalenza tra pace e morte e silenzio e mondo coperto di neve. Lo stesso si potrebbe dire per la guerra e l'irrequieto pulsare della vita.
___Perciò ben venga l'inverno, ma continui fin che può anche quest'autunno che odora di preludi di Chopin, una breve fiammata da moribondi. Mi farò accompagnare dal crisantemo bianco e la sua promessa di riposo eterno, di pace duratura. Una speranza, appunto, più che un dolore, o meglio una zona in cui è persino difficile distinguerli, speranza e dolore, in questo incerto crocevia di continenti.


___Il problema è che quest'autunno ha degli strani singulti, difficile scivolare in un lento sfinimento. Ieri si crepava dal caldo quando fuori dai greci mi son tolto la giacca, e oggi dopo mezzogiorno ha cominciato a scendere la neve. Magari domani l'aria sarà tiepida.
___Con la neve c'è però almeno un vantaggio: che la parabola sul tetto non dà più segnali ed è impossibile vedere la tivù. Così anche la guerra per un po' s'allontana perché in casa non arrivano più notizie, e senza quest'incalzare di notizie anche la vita prende un ritmo più pacato e silenzioso, felpato, da passeggiate sul tappeto con le calze di lana.
___Certo che non si può stare neanche sempre in casa perché altrimenti l'aria diventa stantìa, la testa pesante. Un po' alla volta ho naturalmente ripreso ad andare anche al ristorante, a far spesa al bazar dove tutto è come prima, le mercanzie sempre disposte con molta cura sopra i banchi. Allora che cosa è cambiato?
___Si direbbe che i pescecani siano rimasti nei sogni e nelle immagini della tivù, così qualche volta si scordano volentieri premonizioni e precauzioni. Semplicemente si sta, come si stava prima, solo che al ristorante, invece che in giardino bisogna entrare a mangiare in stanzette anguste perché fuori comincia a far freddo. Ma le cameriere come al solito sono gentili e confuse, spesso imbarazzate e inebetite dall'attesa, perché i clienti non sono mai tanti e adesso ancora meno.
___L'altra sera al Caravan c'era un professore tedesco che sapeva tutto della fonte di Giobbe a Bukhara, della tomba di Daniele a Samarcanda, di mausolei sparsi sulle montagne. Amava passeggiare per luoghi brulli e profetici, fuori dal tempo e dalle abitudini verdeggianti dei suoi boschi bavaresi. Un luogo sacro, diceva, deve sempre avere una sua durezza, anche una sua umiltà e invisibilità. Ad esempio il Monte delle Beatitudini si sa che è solo un colle di erbacce, perché la verità dei profeti non è mai nel mondo, semmai nelle parole. E poi un vero pellegrinaggio, diceva, è comunque sempre un viaggio verso il nulla, perché è evidente che la terra non ricorda mai, questo è un compito degli uomini. Eppure diceva anche che certi luoghi, proprio perché non c'è niente da vedere, sono per questo una grande lezione di umiltà e una salutare uscita dalla storia. Mosaici o capitelli ci raccontano per forza la storia degli uomini, sosteneva il professore tedesco sorseggiando una vodka al Caravan; pietre, sassi, terra brulla ci raccontano invece un'altra storia.

___Quando era qui Carlo, lo scorso inverno, siamo stati una sera intera a guardare alla televisione i pellegrini che alla Mecca giravano attorno al cubo nero. Una marea di gente che si piegava e pregava e camminava tutt'assieme, all'unisono. Ma la cosa che più ci ha colpito erano le luci abbacinanti che inondavano il rito, i palazzi avveniristici che circondavano la scena, come se lì un tempo storico si dovesse ancora compiere.
___Ora un pellegrinaggio lo si fa anche in aereo e una promessa messianica diventa un affare da fantascienza. Così l'estasi va sotto i riflettori, e comunque si accende sempre in quei momenti in cui si ha la sensazione di vivere in un film. Perché si sa che sentirsi dentro un film vuol dire vivere un'esperienza indimenticabile, difficile perfino da raccontare.
___Da un po' di tempo vorrei invece che la realtà potesse essere bella e accogliente come un bel documentario. Mi riferisco a quei vecchi documentari in bianco e nero, dove gli uomini portano ancora il cappello e i gesti sono calmi. Una situazione che in parte ho anche vissuto, seppure a colori, quando sono stato alla festa dei greci.
___A questo punto bisogna sapere che in questa città, più di cinquant'anni fa, sono arrivati migliaia di greci in fuga dal loro paese e dalle minacce che li perseguitavano in quanto partigiani comunisti. Ancora adesso per loro la festa più importante è il ventotto di ottobre, perché con quella data ricordano il No detto a Mussolini che aveva chiesto alla Grecia di farsi occupare liberamente dai fascisti.
___I greci di Tashkent hanno ancora un loro circolo, una casa del popolo col bar e il teatrino per gli spettacoli. C'è anche una saletta col ritratto di Marx e un busto di Lenin dove un professore venuto da Atene impartisce lezioni di greco a figli e nipoti di quelli arrivati poco dopo ch'era appena finita la loro guerra, la seconda guerra mondiale. Qualcuno di loro, qualche vecchio partigiano comunista è ancora in vita. Uno è morto proprio adesso, il ventotto di ottobre, mentre si stava incamminando per arrivare alla festa del No a Mussolini.
___Alla festa del No il professore di Atene ha illustrato le tappe più significative di quella rievocazione, cantato al microfono patriottiche canzoni partigiane. Questo professore si chiama Yorgos ed è un tipo alto e magro, un asceta un po' nervoso come possono esserlo quelli che continuano a credere in una causa perduta, orgogliosi della loro testimonianza ma senza ormai aver bisogno della protezione di alcuna chiesa o di quel che si chiamava ideologia. In fondo non hanno nemmeno più bisogno di convincere nessuno, in quanto pure loro sanno di essere degli sconfitti e proprio in questo sta la loro serenità, la loro malinconia. Chi vuole vincere, come si sa, cercherà sempre di arrivare ai ferri corti della guerra.
___Allora Yorgos ha cantato e rievocato la storia, e l'ha fatto con una voce così stentorea che si potevano inorgoglire i partigiani rimasti in sala, commuovere i nipotini più piccoli vestiti della festa. E poi hanno suonato e ballato il sirtaki, e il giorno dopo sepolto Pantalìs, il vecchio partigiano morto di crepacuore mentre arrivava alla festa del No. Nella sua misera casa è arrivato anche il pope perché l'avevano chiamato le donne, i suoi compagni forse non avrebbero voluto. Ma non si sono nemmeno opposti. E con una benedizione, ma senza officiare altre liturgie l'hanno sepolto dentro una cassa di compensato coperta di garofani rossi.


___Dalle mie parti i funerali più religiosi sono sempre stati quelli degli atei. Banda e coccarde toccano un'intensità difficile da trovare nell'oblio dolciastro dell'incenso. Cioè, nei funerali delle coccarde c'è ancora intatta la speranza del morto, la sua stessa vita. Non c'è il deserto di chi s'invola in cielo o chissà dove e lascia gli altri inebetiti, incapaci di reagire. Una cosa che davvero suscita orrore, in un funerale, è proprio l'imbarazzo di non sapere cosa dire, che gesti fare. Allora ci si rifugia nella compostezza per non offendere nessuno.
___Da queste parti i funerali sono diversi: sono di solito gli uomini ad accompagnare il morto che al funerale passa di braccia in braccia, perché a turno ce lo si deve caricare sulle spalle. Le donne rimangono a casa e solo dopo qualche giorno vanno a piangere e pregare sulla tomba. Alle donne viene richiesta compostezza, agli uomini la virilità del dolore.
___Ma sono usanze che ho soprattutto sentito dire, al massimo intravisto di passaggio quando sulla strada mi è capitato d'incrociare un corteo funebre o vedere una lunga fila di uomini seduti sul muretto di un cimitero. Però non ho mai assistito a una sepoltura, e nemmeno a un matrimonio.
___A un matrimonio a dir la verità dovrei andare fra qualche giorno perché si sposa una mia studentessa. Ma ora non ricordo neppure come si chiama, se Feruza o Safura o qualcos'altro. Perché mi rendo conto che sempre più spesso sono distratto e mi rifugio nell'oblio, nella mia estraneità non più turistica, da straniero che ora si vorrebbe spaventare per una coltellata al bazar, senza tener conto che la coltellata te la puoi beccare pure a Parigi o Milano.
___Allora diciamo che la mia condizione è quella di entrare e uscire continuamente da una parte, sentirmi nel rischioso splendore dello straniero o nella malinconia del rifugiato. Senza con questo essere naturalmente neppure un rifugiato, uno per intenderci come poteva essere Pantalìs, il comunista greco morto proprio nel giorno della festa del No, a suggello di una vita segnata da molti e orgogliosi rifiuti.
___E non so perché, perché adesso in effetti sono molto più lontano, però mi sentivo più rifugiato quand'ero in Svizzera, alcuni anni fa, che pure ero a un tiro di schioppo da casa. Forse perché la malinconia svizzera era qualcosa che sapevo fin da bambino, e qui c'è invece una malinconia tutta diversa, che si lascia più difficilmente addomesticare. Perciò non ci si può neanche tappare completamente in casa, che comunque rimarrebbe sempre una finestra sulla stradina dove i bambini giocano coi sassi e con la sabbia. Non è certo il cortile ingombro di macchine che vedevo dal mio appartamentino di Zurigo, lo stagno delle anatre e i gabbiani in faccia alla rotonda dove prendevo il tram.
___Qui anche le cose artificiali come case, tubi, asfalto, sembrano tutte naturali, cose che vengono dalla terra. Il contrario della Svizzera dove anche la natura sembra spesso artificiale, artefatta. Per questo potevo capire il professore bavarese che beveva al Caravan, pronto a entusiasmarsi per arcane profezie che gli apparivano in posti in cui non c'è niente da vedere, nessun fasto celebrativo.
___Quello che in effetti più mi manca, in questo clima di guerra, è uscire dalla città. Vorrei attraversare campagne disabitate e visitare i mausolei disadorni di cui mi parlava il professore tedesco. In molti non ci sono mai stato. E mi piacerebbe vederli con la luce dell'autunno, prima che l'inverno ingrigisca la terra.
___Per il momento devo accontentarmi di queste periferie che verso sera si avvolgono di suggestioni familiari, con le luci smorte che fanno immaginare i colori e gli odori di altre vite. Fugaci apparizioni, che però mettono la sordina al rumore del mondo, anche alle paure di guerre presenti e future.
___Fra l'altro ho sempre creduto che, se proprio non ti casca una bomba in testa, la guerra è sempre lontana anche quando c'è. Non è come nei film dove sembra che la terra sia popolata solo di soldati in mezzo al fango. Ci sarà sempre molta più gente in cucina che si frigge un uovo che non granatieri a sparare col bazooka. Questa è la forza della civiltà, la sua inerzia.


___Dima, l'autista che mi porta in giro, è stato chiamato dal distretto militare per una visita medica perché ha appena compiuto 25 anni e allora deve rinnovare il passaporto. Quando però è uscito dall'ambulatorio non ha più trovato le sue scarpe ed è venuto a prendermi scalzo all'università. Poi è tornato all'ambulatorio per reclamare le sue scarpe, ma un soldato di guardia si è arrabbiato perché diceva che lui non era responsabile di niente e che alle proprie cose bisogna starci più attenti.
___Dima ora è preoccupato, più che per le scarpe quasi nuove perché ha paura che lo richiamino a fare il soldato, anche se non è più di leva. Suo nonno è morto quand'era appena iniziata l'invasione della Russia nella seconda guerra mondiale. Ora il suo nome è inciso su uno dei tanti fogli metallici che si possono sfogliare al memoriale dei caduti, migliaia e migliaia di nomi divisi per città e regione, in rigoroso ordine alfabetico. A metterli assieme si farebbe l'elenco telefonico di una metropoli.
___Ma la memoria non può mai stare in un monumento, aveva ragione il professore tedesco. Ci può essere una suggestione momentanea, anche un'emozione, però i ricordi vivono nelle parole e nei racconti, che quando tacciono la memoria diventa archeologia.
___Adesso come adesso non riesco però a ricordare tanti racconti di guerra. Solo che mia madre diceva che quand'era sfollata abitava accanto a un casello ferroviario, presidiato allora da un giovane soldato tedesco che di sera prendeva a calci il fucile perché gli veniva la nostalgia della fidanzata, soprattutto quando sentiva per radio la canzone di Lili Marlene. Allora la nonna, la madre di mia madre, visto che sapeva il tedesco lo consolava dicendogli che tanto prima o poi le guerre finiscono sempre e lui era così giovane d'avere ancora tutta la vita davanti.
___Non si è mai saputo se quel soldato sia tornato a casa. Nel caso abbia raggiunto la sua Lili Marlene ci potrebbe essere un nipote che adesso ricorderebbe i racconti del nonno e avrebbe sentito parlare di un piccolo casello sperduto nella pianura padana, e di una signora un po' austriaca che consolava il nonno dalla sua malinconia. Sempre che la guerra oltre alla vita gli abbia salvato anche la parola, perché si sa che molti tornano dalla guerra ammutoliti e preferiscono non pensarci più, ricominciare tutto da capo.
___Comunque me lo immagino questo giovane tedesco, nelle nebbie d'autunno a sorvegliare il passaggio a livello di una linea secondaria, dalle parti di Scandiano dove non passano quasi mai treni. Un tempo vuoto, giornate tutte uguali in mezzo a gente che non si capisce neanche cosa dica. Solo con mia nonna poteva scambiare due parole, mia nonna che aveva più o meno la mia età di adesso e che in quel tempo aveva avuto compassione della gioventù di quel tedesco.
___Anch'io, quando sono in mezzo ai miei studenti mi sorprendo a temere e sperare per il loro futuro. Nodir ad esempio mi diceva che lui a soldato non riuscirebbe a resistere neanche due giorni perché è un cocco di mamma. E lo diceva tranquillamente, del tutto sereno, perché qui non ci si vergogna ancora degli affetti famigliari.
___Sono stato anche a cena, una volta da Nodir, una bella famiglia dove ci si parla con franchezza e rispetto. Il padre è uno scienziato che fa fatica a trovar lavoro perché non ci sono mai soldi per la ricerca. Da poco ha avuto due infarti e ha dovuto smettere di fumare di colpo, perché negli ultimi tempi esagerava col fumo e col bere per le preoccupazioni che aveva e il nervosismo. Però sa ancora sorridere, fiducioso dell'affetto della sua famiglia e di un futuro che non sa neanche lui quale possa essere.
___Raccontava che una volta, quando c'era l'Unione Sovietica, gli scienziati erano vezzeggiati e coccolati, perché c'era da tenersi al passo con l'America. Ora il suo paese è diventato molto più piccolo, gli scienziati una spesa inutile. Magari per tenerli buoni li mandano dietro una scrivania a rispondere al telefono. Perciò avevano pensato, lui e la moglie, che i figli era meglio che s'imparassero le lingue per avere la possibilità di girare il mondo piuttosto che finire a illanguidire dietro una scrivania.
___Nodir è il loro figlio più grande, e quando chiacchieriamo assieme gli piace parlare di calcio o indicarmi le ragazze di cui si è innamorato. Ma è anche uno dei pochi che quando si parla di guerra diventa subito triste e non ci scherza su. In molti c'è indifferenza o gogliardia. Un po' come dappertutto, almeno nei posti dove le bombe non cadono dal cielo.


___Un professore dell'accademia teatrale mi raccontava di aver dato ai suoi studenti l'incarico di rappresentare la storia esemplare di un giovane terrorista che aveva deciso di buttare via la sua vita. Questo professore è una persona seria e un po' dolente, che per educazione crede nel valore didattico del teatro.
___Io non ho mai amato la cultura pedagogica. L'ho sempre considerata limitata e limitante, un freno a una libera attività espressiva. Eppure in questo paese una convinzione pedagogica assume spesso un'aria di santità e di bellezza, come Yorgos con le sue canzoni partigiane cantate al microfono del teatrino dei greci. Ma c'era bellezza anche nella serietà di quel professore e la sua ostinata fiducia nel teatro didattico, che perlomeno non aveva niente a che vedere con le colleghe di scuola che ricordo, prese dall'ansia di ben figurare agli occhi dell'innovazione di turno.
___Non so però come si potrebbe immaginare la storia esemplare di un giovane terrorista. Ho l'impressione che il dolente professore dell'accademia teatrale non lo sappia neanche lui, perché per immaginare una vita del genere bisogna aver bandito ogni tristezza.
___Se c'è un valore che va salvato è invece proprio la tristezza. Ancor più che la compassione, che può avere secondi fini. La tristezza è più inerme, l'antidoto più sicuro alle guerre. Perché una guerra non puoi farla col soldato che prende a calci il suo fucile, con Nodir che non riesce a scherzare sulla guerra anche se adesso non lo tocca.
___Il professore dell'accademia parlava sempre in tono pacato, preoccupato. Anche se si parlava d'altro era sempre assorto in qualche suo pensiero. Ma sapeva anche essere paziente, e ascoltare i discorsi degli altri senza voler intervenire subito. Perché la pazienza si sa che è complemento naturale alla tristezza: bisogna saper aspettare, aspettare il proprio turno, il momento adatto, l'ora propizia.


___III.

"The couple" di Alberto Giacometti.___Quando all'ultimo capodanno ho accompagnato Ljuda a fare le analisi perché avevamo paura fosse rimasta incinta, quando poi abbiamo saputo che non era vero siamo stati a mangiare una pizza dai coreani e le ho detto che ero contento non aspettasse un bambino perché mi sembrava troppo presto, però le ho anche promesso di sposarla e che allora se ci sposavamo era anche giusto comprare una casa piuttosto che buttar via tanti soldi per l'affitto, perché così avremmo potuto lasciare qualcosa a sua madre e noi saremmo potuti tornare qui in vacanza quando ci pareva, dall'Italia o da dove fossimo andati quando avrei chiesto il trasferimento.
___Quel giorno la pizzeria coreana era illuminata da un bel sole invernale, i bambini che in strada chiedevano l'elemosina facevano boccacce dalla vetrata. Dima cercava di scacciarli e intanto ci spiegava che adesso si potevano trovare molte case perché tanti decidevano di andarsene, e infatti nel giro di un paio di mesi ne abbiamo trovata una da degli armeni che emigravano nel nord della Russia.
___Sul momento non ho collegato le decisioni prese in pizzeria con quel che mi avevano detto i Ching fatti proprio l'ultimo dell'anno a Bukhara, quando mi era venuto il numero 52, cioè l'arresto, la calma, la quiete, e come mutamento il 15, la modestia. I Ching mi proponevano di sostare perché "i moti del cuore, cioè i pensieri, devono limitarsi alla situazione immediata, e ogni pensiero che vada oltre non fa che ferire il cuore"; perciò l'idea di sposarmi era una conseguenza necessaria della mia condizione attuale perché "si è approdati a un'universale rinuncia che dà tranquillità e salute in ogni cosa". E anche l'idea di comprare una casa per poi lasciarla alla mamma di Ljuda si accordava col mutamento che i Ching m'indicavano, poiché "la legge delle potenze del destino è diminuire ciò che è pieno ed elargire fortuna a ciò che è modesto". In questo modo anch'io potevo sentirmi meglio, se vogliamo anche meno in colpa, visto che mi ero trovato improvvisamente ricco in un paese povero.
___Io non amo molto le elucubrazioni esoteriche, non sono uno di quelli che consultano libri o carte per ogni decisione da prendere. Però credo nelle coincidenze, e le parole dei Ching si adattavano come un guanto alla mia situazione. Se vogliamo c'era perfino qualcos'altro, che allora non potevo vedere e che invece si adatta perfettamente anche alle incertezze del momento, perché i Ching dicevano appunto che "i pensieri devono limitarsi alla situazione immediata, e ogni pensiero che vada oltre non fa che ferire il cuore." Perciò, anche se molti consigliano di tener pronta la valigia, è inutile turbarsi più di tanto per i lavori che sta facendo Andrej, il patrigno di Ljuda che fa il falegname e ha pensato di trasformare la casetta degli armeni in una casa ideale, finalmente qualcosa per sé dopo che per anni era andato a far belle le case dei ricchi. Ed è strano, in un momento in cui tanti sono sul piede di partenza, voler comunque edificare, costruire qualcosa su questa terra.
___Una conseguenza di questa situazione è anche che da mesi vanno e vengono muratori fra rumori di trapano, smartellamenti, seghe elettriche. Perciò quando sono in casa non sono mai completamente solo e del tutto tranquillo, anche se in effetti dopo un po' ci si abitua ad ogni rumore, anche ai passi pesanti dei muratori che vanno continuamente su e giù dalla mansarda. E poi chi lavora non disturba mai, che anzi, il fervore che mi attornia, mi dà a volte insospettate serenità e squarci beneauguranti sul futuro.
___Spesso, a cena, in questi mesi c'è allora anche Andrej, visto che sta dirigendo tutti i lavori e anche lui lavora sempre, pure di notte, per fare più bella la casa comprata dagli armeni. E quando si siede a tavola Andrej ha la tranquillità di chi ha lavorato tutto il giorno, i gesti lenti e calmi. Lui non sembra mai preoccupato del futuro, ha già visto così tanti cambiamenti da essere vaccinato alle preoccupazioni che nascono dalle troppe sicurezze.
___Spesso racconta anche aneddoti divertenti sui mutamenti repentini a cui gli è capitato di assistere. Ricordava ad esempio che in tempo sovietico alla tivù c'era un corrispondente da Londra che non faceva altro che intervistare i barboni che dormivano nei cartoni sotto la metropolitana. Una volta aveva anche intervistato un disoccupato del Galles a casa sua, e Andrej e la sua prima moglie erano rimasti colpiti dal servizio da tè che si vedeva nel tinello a casa del disoccupato, perché costava un occhio della testa e loro, Andrej e la moglie, pur lavorando tutt'e due non avrebbero potuto permetterselo.
___Comunque dopo un po' questo zelante cronista è stato trasferito a New York dove ha continuato a intervistare barboni e alcolisti, finché un bel giorno non si è presentato in tivù con una birra in mano e dietro un distributore automatico di lattine, illustrando ai telespettatori la comodità e l'igienicità di quella macchinetta e quelle confezioni, la possibilità di fare a meno anche del bicchiere e di non ferirsi con dei vetri ed evitare pure lunghe attese al bar. Allora tutti hanno capito che c'era stato un cambiamento, che era finito il tempo dei barboni di New York e l'America non era poi così cattiva.


___Si sa che ogni guerra ha bisogno almeno di un nemico, un nemico che devi crearti che a sua volta naturalmente ti considererà acerrimo nemico. Il problema qui, mi diceva Fabio, è che molti pensano che gli stranieri siano tutti americani, dunque potenziali nemici, almeno per alcuni (ma quanti?).
___Si dice ad esempio che la settimana scorsa abbiano trovato una bomba in un bazar, ma non era ben fatta e probabilmente non sarebbe mai esplosa. Si dice che un'altra bomba l'abbiano trovata anche nel quartiere dove vado a insegnare, forse in una casa, in cantina.
___Non c'è niente da fare: anche se con le intemperie non funziona la tivù arrivano sempre tanti mormorii che è difficile staccarsi del tutto dal flusso di notizie. E infatti una conseguenza di questa guerra così vicina è anche che sono arrivate frotte di giornalisti, perché questo è improvvisamente diventato un paese in cui andare a caccia di notizie, non importa quali, anche il parere di un passante che cammina per la strada: basta farsi dire qualcosa per tentare di capire cosa sta succedendo, cosa succederà. Una mia studentessa è stata intervistata da due televisioni diverse, una europea l'altra asiatica, che si erano piazzate davanti all'università per conoscere il parere dei giovani universitari.
___Un'altra mia studentessa ha fatto da interprete a un giornalista che voleva raggiungere la frontiera oltre cui cadono le bombe. E' rimasta per un paio di settimane in una città di confine, alloggiata nell'unico albergo che era pieno di giornalisti venuti da tutte le parti del mondo. La mattina, dopo la colazione, i giornalisti si sparpagliavano per la città a caccia di notizie.
___Loro, la mia studentessa col suo giornalista, hanno seguito soprattutto un vecchio esule che diceva di esser scappato già da nove anni ma prima era stato un colonnello dell'esercito. Vantava ancora molte amicizie oltre confine, perfino il numero segreto di un telefono satellitare per mettersi in contatto diretto coi combattenti. Il telefono era quello di un suo vecchio amico, ora diventato generale.
___La mia studentessa ha fatto notare al suo giornalista che ogni volta che l'ex-colonnello componeva il numero del generale si sentivano digitare solo sei cifre, un po' troppo poche per un telefono satellitare. Ovviamente l'ex-colonnello non si faceva vedere mentre componeva il numero, troppo riservato per rivelarlo ad altri, così si chiudeva in una cabina interamente in legno, senza vetri, che c'era nella hall dell'albergo. Ma bastava ascoltare i suoni della tastiera del telefono, non c'era bisogno di vedere qualcosa per sospettare un imbroglio.
___Il giornalista però non voleva mettere in dubbio il suo ex-colonnello, soprattutto perché aveva trovato una storia sufficientemente credibile. Doveva ben giustificare la sua missione in quella città dove non succedeva mai niente. Non poteva mica raccontare le interminabili giornate trascorse in quello squallido albergo di frontiera. Finalmente, dopo tanta caccia, aveva trovato pure un volto, una faccia, una persona (per questo il giornalista s'era portato dietro anche un fotografo).
___I giornalisti, i cosiddetti cronisti non sono interessati quasi mai alla verità, cercano piuttosto delle storie. Ma non capiscono che non si può raccontare una storia come una notizia, perché una storia bisogna anche immaginarla per avvicinarsi alla realtà. E inoltre sono proprie le cose che non fanno notizia che rendono una storia viva: collegare gesti e parole, descrivere situazioni in cui non succede niente, anche la noia di quel brutto albergo di confine. E' quello che in passato hanno sempre fatto i narratori, e se leggo un loro racconto posso entrare ancora in un altro tempo, un altro mondo, un'altra vita. Difficile che mi capiti sulla pagina di un giornale.
___Per sentirmi vicino alla vita di un barbone di Londra o New York non avrò bisogno dell'intervista del corrispondente della televisione sovietica. Credo che la cosa che più mi ha toccato, di quel mondo, sia il disco di un compositore inglese che ha costruito una sinfonia intera sull'ipnotico canto di un mendicante registrato per caso per la strada, una nenia che poi ha riascoltato rimanendone così impressionato da pensare di comporci sopra un'opera.
___Certo che se il corrispondente che andava a caccia di barboni è poi apparso alla televisione con una lattina di birra in mano, allora potrò già incominciare a immaginare una storia, quasi perfino un'epoca. Ma allora ci sarebbe anche lo stupore, gli occhi sgranati di Andrej e sua moglie davanti a quell'imprevedibile elogio del distributore automatico di lattine. E poi ancora Andrej che mi racconta questa e altre storielle per sdrammatizzare le preoccupazioni del presente. Perché, insomma, la vita è sempre più vasta di qualsiasi notizia, e difficilmente le notizie riescono ad essere allusive di questa vastità.



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