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ZIB II serie
 Zibaldoni
  Ardito nelle voci
  Appunti sul lessico dello Zibaldone leopardiano
 
  di Enrico De Vivo
 

"Tempio di Apollo" di Roy Lichtenstein.___Qualche anno fa leggevo lo Zibaldone di Giacomo Leopardi nelle ore buche a scuola. Me ne andavo nella sala di informatica, che non frequentava nessuno, e mi mettevo a leggere. Poi, quando ero stanco di leggere, scrivevo. Leggevo e scrivevo per passare il tempo e per rilassarmi, senza pensare a niente di letterario, forse senza neanche pensare che leggevo e scrivevo.
___Scrivevo prendendo appunti e segnandomi parole e frasi che mi facevano riflettere, realizzando - mi accorgo a rileggere adesso - una specie di riassunto meditato. Questo impulso a scrivere mi proveniva dallo
Zibaldone stesso, che per me è uno di quei libri che fanno venir voglia di fare esercizi del genere, esercizi di scrittura disinteressati e non calcolati, ma profondi. Lo Zibaldone mi sembrava un'enciclopedia di meraviglie intellettuali e umane, dove si passa da una riflessione all'altra, da una scienza all'altra, da uno stato d'animo all'altro con una vaghezza singolare, ma senza gratuità. Ancora oggi leggo lo Zibaldone nei periodi in cui ho bisogno di distrazioni potentissime, ossia quando il nulla è più solido del solito, e allora lo leggo come se prendessi un farmaco.
___Il risultato di quei miei appunti è qui. L'ho intitolato
Ardito nelle voci prendendo spunto da una definizione che lo stesso Leopardi utilizza a proposito del suo amato poeta Gabriello Chiabrera (in Zibaldone, 24). Secondo Leopardi a Chiabrera - le cui opere sono definite dei grandi "abbozzi" - mancava soltanto uno studio più approfondito per avvicinarsi fino in fondo allo spirito della poesia antica, della quale resta comunque uno dei più intensi epigoni. Questo studio approfondito, o attenzione o passione filologica, non mancò d'altronde a Leopardi, che, a mio avviso, "ardito" è nello scrivere più di tutti - oltre a essere anch'egli autore di stupendi "abbozzi".
___Presento qui di seguito il risultato degli appunti presi all'epoca sulle prime cento pagine dello
Zibaldone. In corsivo sono le parole o frasi tratte dall'opera leopardiana in questione, e tra parentesi la pagina del manoscritto originale.

E. D.V.

___Siamo divenuti astuti nell'arte (4) - Qui Leopardi vuol dire che oggi conosciamo accorgimenti e operiamo distinzioni sottili che rendono più costruita, ma non più efficace, l'opera d'arte. Più avanti dirà: Dai tempi di Omero tutto si è perfezionato fuorché la poesia.

___La tropp'arte nuoce a noi (8) - A noi nel senso di "a noi poeti o creatori". Sappiamo troppo di quello che facciamo, controlliamo tutti i procedimenti o passaggi.

___Bellissima negligenza (riferito al poetare o creare in genere) (10) - Diretta conseguenza delle note superiori, questo auspicio è detto nel considerare che fa male all'opera una preoccupazione eccessiva per gli "errori" in cui si può incorrere. Più avanti dirà: Bisogna portarsi con franchezza, quando si realizzano cose artigianali.

___Il mezzo (13) - …perché nella poesia umana ci vuole il mezzo dappertutto, il mezzo, che è il gran luogo di verità. In opposizione al sublime della poesia della Bibbia, ad esempio, che deve essere invece divina e oltrepassare la capacità umana.

___La natura è grande, la ragione è piccola (14).

___Questa benedetta mente (17) - Benedetta in senso affettuoso, come si direbbe a una persona troppo invadente o noiosa ma comunque simpatica, in fondo, o della quale in ogni caso non potremo mai liberarci.

___Fanciullaggine (20) - L'essere giovani, fanciulli, inteso qui - come raramente in Leopardi? - con sfumatura negativa.

___La minor arte è minor natura (21) - Qui l'arte è da intendersi come l'azione artigianale di colui che crea artifici per far apparire l'opera più naturale e spontanea: più poca è la cura artigianale, meno riuscito, ovvero imitato naturalmente, sarà il prodotto.

___La ragione è un lume; la natura vuol essere illuminata dalla ragione non incendiata (22) - D'altronde, se la ragione è piccola e la natura è grande, può esser solo presunzione quella di un essere minuscolo che voglia accanirsi contro chi ineluttabilmente lo sovrasta.

___L'animatezza la scolpitezza (23) - Delle opere d'arte riuscite.

___Instellarsi inarenare (dal lessico di Chiabrera) (24) - Esempio di voci "ardite".

___Rapidità di stile (27).

___"La prosa è la nutrice del verso" - Frase di Paciaudi citata da Leopardi (29).

___Caratteristiche che la prosa deve avere: morbidezza pastosità freschezza carnosità (31); più avanti, anche pieghevolezza.

___Tutte le facoltà ridotte ad arte steriliscono (39) - Sempre nel senso delle notazioni suddette a proposito della tropp'arte eccetera; ma anche per ricordare che nel mondo antico le facoltà creative o poetiche, ad esempio, non avevano alcun bisogno di riflettere su se stesse anche perché non c'erano occasioni di osservare troppi modelli o predecessori, e tutto si realizzava molto più "negligentemente".

___Incidentemente (43) - In modo incidente, per inciso; non "incidentalemente", in modo "incidentale", poiché "incidentale" già di per sé è un modo, copia di copia.

___Impiccoliscono (43).
___Roco, da raucus - ma così perde l'espressività del latino. Come, altrove, nausea, che in francese diventa "nose" cancellando il riferimento espressivo al senso di nausea che vien fuori da "au" ed "ea" nell'italiano.


___Piaceruzzi (45) - Nel senso di piccoli piaceri senza troppa sostanza.

___Abito e Contrabito (46) - Riferito allo scrivere: quel che crediamo essere nostra disposizione naturale allo scrivere, ovvero quando la scrittura "viene spontaneamente", in realtà è solo ABITO, "abitaccio pessimo", frutto della nostra cultura. Allora è necessario farsi un CONTRABITO con lo studio, tanto più difficile del primo perché bisogna erigerlo dalle fondamenta a contrastare quel primo che tanti danni fa alla naturalezza dello scrivere.

___Stridore delle banderuole traendo il vento (47) - Questa è poesia o prosa?

___Dissuonano (47) - Dissuonano tutte le parole che trarremo non dall'indole della nostra lingua, che ha base nel latino, ma dalle lingue "barbare". Un'aria indegna di tecnicismo - è quella che si può sentire alla presenza di troppe parole anche greche, ossia non consonanti, che riducono infine la lingua a geometria, a un oggetto tutto angoli e senza naturalezza, grazia e venustà.

___Giacché la bellezza è convenienza (49) - Conseguente a quanto detto appena sopra.

___Disdicono o Stuonano (49) - Le parole nuove si devono anche cavare dalle radici che sono nella propria lingua, come fece Dante quasi sempre. Altrimenti ci saran parole che "disdicono" o "stuonano", mostrando solo una "ricchezza fittizia".

___Inaffettazione (50) - Ecco subito un bell'esempio di quanto appena detto. Poi si aggiunge questo: che anche l'inaffettazione può essere affettata. Si pensi alla fasulla naturalezza o semplicità dei gerghi e a volte addirittura delle lingue attuali, che non hanno grazia perché sono accozzaglie di parole prese da ogni dove senza alcuno stile o tradizione o bellezza, attente solo all'uso e alla destinazione di qualsiasi detto o scritto.

___Assuefazione tradizionale (52) - E' quella di chi è abituato a pronunciare certi suoni del suo alfabeto e trova difficoltà con altri. Difficoltà derivante da tale assuefazione tradizionale.

___La natura va imitata naturalmente (53) - Altrimenti diventa affettazione, che significa precisamente proposito manifesto.


___Gli psicologi moderni si fermano e non vanno alle cause prime delle azioni umane, non rimontano alla sorgente principale, che ci farebbe scoprire molte verità dell'animo umano (53). Ad esempio, spesso, laddove non ne sospetteremmo la presenza, aleggia l'amor proprio, principio universale dei vizi umani, mentre l'amore che si rivolge agli altri è il principio delle virtù (55 e 57). E qui quasi si anticipano le motivazioni della scienza moderna della psicoanalisi. [Da ricordare questa definizione dell'amore in Ritratto dell'artista da giovane di Joyce: "Il comandamento dell'amore non ci ordina di amare il nostro prossimo come noi stessi con la stessa quantità e intensità di amore, ma di amarlo come noi stessi con lo stesso genere di amore"].

___Perché quello che noi crediamo del mondo è solamente degli uomini (55) - Nel senso che le bestie, ad esempio, pur vivendo ugualmente a noi nel mondo, non sanno niente di quello che accade al mondo. [Cfr. anche con l'espressione celatiana: "Perché il mondo non è che una grande leggenda", anche se quest'ultima sta in un contesto diverso].

___Notabile (55) - Degno di nota.

___"Tout homme qui pense est un ètre corrompu" (56) - Dice Rousseau. L'istinto si vien perdendo in proporzione che la natura è alterata dall'arte.

___Lasciar molto alla fantasia (57) - Laddove Dante che con due parole desta un'immagine lascia molto a fare alla fantasia. Ovidio, invece, che enumera tutti i particolari, lascia poco da fare al lettore. Ma dico fare non già faticare. Questo "lasciar fare" è un carattere dell'indefinitezza.

___Bella rozzezza e mirabile verità (57) - Quella di certi idilli teocritei italiani. Nella rozzezza o, vedi sopra, indefinitezza, sta la vera arte che libera la naturalità del dire dall'abito di cultura e allevia e diletta chi legge, dandogli modo d'immaginare.

___Fanciulli-Antichi-Sogni (57) - Ossia: immaginazioni de' fanciulli e poesia degli antichi. Qui si potrebbe andare a certi argomenti del Discorso di un italiano intorno alla poeia romantica.

___Se i trattatisti avessero la mente più poetica (58) - Allora anche la matematica sarebbe adeguata a tutti gli studenti, perché il trattatista riuscirebbe a immaginare tutte le loro difficoltà.

___Misuratezza infinita di parole e castigatezza di ornati e significazione conveniente e opportunità di tutte le voci (59) - Detto a proposito di Dante e Petrarca.

___Anniversari (60) - Ecco un'altra bella illusione.

___Parla di se o Scriveva per se - L'eloquenza di chi parla o scrive di e per sé (Leopardi scrive "sé" sempre senza accento), di cui già si è parlato altrove, lungi dall'annoiare o limitare il discorso, anzi lo vivifica e invera, poiché chi parla di sé non può mentire. Esempio dell'Apologia di Lorenzino de' Medici. Tuttavia: di è complemento di argomento; per è complemento di vantaggio - scrivere o parlar di sé è già argomento vantaggioso. Non sono la stessa cosa, di e per, ma sono analoghe nei risultati.

___Nocevole (62) - Che nuoce.

___Kalokagatia (65) - "Bello" e "buono" sempre insieme, nella cultura greca, attenta a ciò che cade sotto il dominio dei sensi, ma sostenuta innanzitutto dall'amor delle virtù, onde non esiste chi sia bello senza esser buono, mentre si dà chi sia buono senza esser bello, ma viene definito sempre KALOKAGATOS. Oggi avviene forse esattamente il contrario.

___Spesso si prende l'amor della gloria per amor di patria (67) - Spessissimo, ancora, si prende l'amore per cose vane quali gloria donne letteratura etc per amore altruistico e non per quello che è: manifestazione di amor proprio. Anche perché il sacrifizio precisamente per altrui non è possibile all'uomo.

___Allegrezza e Tristezza/ Dilatamenti e Restringimenti (69) - Sono due sentimenti forse più degli altri comunicati da uno stato del corpo, che è teso verso l'esterno: dilatato quando è allegro, ristretto quando è triste.

___Io credo che la moltitudine assoluta di ciascuna specie di animali sia in ragion diretta della loro piccolezza (71) - Questa è un'osservazione di zoologia, ovviamente.

___Natura reclamante (72) - Quella che esige sempre che noi ci autoconserviamo, etc. L'eroismo, in questo senso, è un modo di essere contro natura, poiché comporta sempre uno sforzo e una vittoria di se stesso (naturale, quindi, significherebbe che teme i pericoli, le passioni, e così via).

___Lasciandomi in un voto universale (72) - La coscienza della vanità anche del (mio) dolore.

___Le "exceptions violents… effraient tellement l'imagination" (74) - Questa è una frase di Madame de Stael, che a Leopardi fa pensare, ancora contro i romantici, che l'orribile e l'estremamente pauroso opprimono l'immaginazione e la fanno scappar via o le fanno chiuder gli occhi della fantasia dinanzi alle loro immagini esasperate. Invece l'immaginazione ha bisogno di dolcezza e quiete infinite.

___I caratteri meridionali… sono pieghevolissimi (75) - Prendendo spunto da un'osservazione della Stael sui meridionali: "qu'ils ne perdent aucune force de l'ame dans la société". Meno civili, più inclini a "esser piegati" o forgiati dalla natura.

___Il sommo dei nostri diletti è questo che per la sua incertezza non ci può mai appagare (75) - Come il guardare un paesaggio bello e non possederlo, o l'inseguire una variopinta farfalla e non riuscire mai ad afferrarla: in questo "attendere" a guardare o a inseguire sta la più placida delle felicità.

___Speranza riposata (76) - Quasi il nirvana com'è inteso nelle filosofie orientali. Questa tale speranza, che sola può render l'uomo contento del presente, è quella che ci fa sempre immaginare un avvenire migliore di questo e non ci turba o inquieta con l'impazienza di goder di questo immaginato bellissimo futuro. Vedi, a questo proposito, la vita degli anacoreti, colla speranza quieta e non impaziente del paradiso. Qui si parla appunto di uno stato di riposo attivo, poiché sperare vuol dire appunto essere vivo, attivo, presente.

___Il dolor loro era disperato (77) - Degli antichi cioè, perché frutto di uno stato naturale che non conosceva una sensibilità malinconica, ossia quel sentimento che ora è tutt'uno col malinconico (78), che consente invece ai moderni, ai romantici, a noi tutti quasi di consolarci del dolore stesso, compiangendoci perché consapevoli di esser condannati a questo destino; quindi non come Niobe, il cui dolore per la perdita dei figli è dolore sterminato e senza alcun compiacimento o malinconia. Forse qui si può scorgere una differenza tra sentimento (degli antichi) sempre positivo e naturale e sentimentalismo (dei moderni) sempre alquanto insoddisfacente. Insomma, gli antichi non si consolavano nella sventura o della sventura, ma con le illusioni che scacciavano questa sensazione negativa.

___Le altre arti imitano ed esprimono la natura da cui si trae il sentimento (79) - Ma la musica, aggiunge poi, non imita e non esprime che se stessa, ossia trae da se stessa il sentimento, non da un'imitazione. La parola, i segni della pittura o le forme della scultura, sono mediati e fanno riferimento a qualcosa che sta al di fuori di essi; la musica no, trae da se stessa il sentimento, non dalla natura, e perciò è più immediata. Dal punto di vista dell'autoreferenzialità o della creazione pura, l'architettura le si avvicina molto, anche se con minor immediatezza.

___Scelleraggine (81) - Del guasto incivilimento proveniente dal guasto cristianesimo; guasto da quando fu corrotto nei cuori e divenne religione imperiale.

___Lo stile (82) - Consiste in questo, di far quasi provare quello che tu racconti.

___Rinnuova (…) l'idea (84) - Le conoscenze scientifiche cambiano le menti degli intellettuali e metafisici. Ad esempio, il sistema copernicano "rinnova idee" nel senso che abbassa l'idea dell'uomo, e la sublima, avendo consentito di comprendere che non siamo centrali nella creazione.

___Il vigore di dolermene (84) - Riferito, come più sopra quando si parlava dei sentimenti, a quella strana forza che quasi ci consola nel dolerci delle cose che ci addolorano. Uno stato di malinconia benefica.

___Solido nulla (85) - …Sentendo che tutto è nulla, solido nulla.

___La vivezza (85) - …Della felicità provata.

___Importuna (86) - La distrazione ci è non solamente importuna…

___Osservazione leopardiana a proposito della realtà che è nulla, e delle illusioni che perciò sono l'unica realtà (99) - [Osservazione mia, quasi conseguente e spontanea sulla luce e il paesaggio intravisti dalla finestra la domenica, che sono diversissimi da quelli degli altri giorni perché è il nostro animo che di domenica è diversissimo dagli altri giorni, e non perché ci sia qualche differenza sostanziale nell'apparir del cielo, delle case, degli alberi. Quello che sentiamo, e allora anche le illusioni, sono l'unica, precaria e fugace realtà].

___A pagina (100) c'è la datazione: 8 maggio 1820. Comincia da qui la considerazione di poter scrivere, a partire dagli appunti, un libro, o l'Opera. Da qui cambia anche lo sguardo dello scrittore sulla propria scrittura (da vedere come si osserva tale cambiamento, ossia se ci sono riscontri diretti nel modo di scrivere di questo nuovo sguardo più mirato, direi, più ragionevole od ordinante).

___Attristarci (101) - L'essere precisamente informato dell'età propria rende tristi come poche altre cose; sapere quando siamo giovani, quando adulti, quando vecchi, e così quali cose bisogna fare in certe determinate età della vita, la quale ha durata - oggi cosiddetta speranza di vita - già stabilità grosso modo - ecco, tutta questa precisione attrista, come basterebbe per istupidire di spavento la conoscenza dell'ora precisa della nostra morte. Ci sono genti di campagna che ancora vivono in questo stato d'ignoranza della loro età, essendo naturalmente più felici perché non sanno i mali che porta ciascuna età della vita, e la vecchiaia in particolare. ["Vivere nella consapevolezza/ rende solo tristezza./ Vivere nell'ignoranza per contro/ dà baldanza" - ?].

___Tre maniere di vedere le cose (102-103) - La prima è quella immaginativa che porta a sentire tutto l'esistente come un dono fatto a noi, come una continua meraviglia e scoperta, come occasione per continue sublimazioni e gioie e creazioni (il poeta). La seconda è quella comune alla maggior parte degli uomini che, senza dar gran risalto al sentimento d'esistenza, vivono quasi senza accorgersi di stare vivendo, senza sentire cioè la vita, e sono felici e senza pensamenti abnormi intorno all'esser qui (l'uomo comune). La terza è quella di colui che sa che le cose non hanno spirito (vedi il poeta) né corpo (vedi l'uomo comune), e guidato dalla ragione raggiunge la consapevolezza della vanità del tutto, e che tutto è nulla - solido nulla (il filosofo). Quest'ultimo spesso ha attraversato - anzi, deve per forza aver attraversato - la prima maniera, ma ha saltato la seconda, anche se in questa terza, infine, non può durare a lungo, poiché il perenne giacere in essa lo porterebbe inevitabilmente alla follia: infatti, meditar di continuo sulla vanità del tutto e fissarsi in essa vanità, non è cosa naturale all'esistenza, né dà alcun sollievo, e soprattutto conduce alla follia - cosa che fa riflettere infine su quanto sia incapace la ragione a dar sollievo all'esistenza o, almeno, a guidarla saggiamente. La maggior parte delle cose che facciamo, infatti, la facciamo in forza di una distrazione e di una dimenticanza, la quale è contraria direttamente alla ragione. La saggezza, si deduce da quest'ultima osservazione, se può giovare in qualche modo al viver nostro, sta piuttosto dalle parti della natura che nella ragione, più nella prima maniera (poesia) che nella terza (filosofia), pur se - forse - l'esser giaciuto in quest'ultima maniera a lungo sembra esser presupposto di qualsiasi saggia assunzione di nuova felicità, di felicità riposata e non spasmodica, che - guarda guarda… - si trova già nella maniera di vivere dell'uomo comune.



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