| ___1
___Sembra
riprodursi in età moderna la situazione
medievale, in cui la letteratura era considerata
ancilla teologiae. La dipendenza della
letteratura dalla teologia è oggI sostituita
dalla teatralità dell'evento, che deve
impressionare la massa, deve fare audience.
Il silenzio in cui viene prodotta la letteratura
deve essere soccorso dallo strepito della TV.
Oggi la letteratura è ancilla televisionis.
Il sospetto che gli accademici di Stoccolma abbiano
premiato nel '97 più l'attore che l'autore,
o l'autore in quanto attore teatrale, che la televisione
ha reso popolare, questo sospetto graverà
per sempre sul nobel di Dario Fo, a prescindere
da ogni suo merito.
___2
___Principi
filosofici in F. Nietzsche, Aurora, Libro
V, pensiero N. 547, p. 258.
___"'Che
importa di me!' - sta scritto sulla porta del
pensatore futuro."
___E ancora
F. Nietzsche, Frammenti postumi, 10 [D67]
in Aurora, cit., p. 613.
___"Oggetto
e soggetto - antagonismo errato. Non punto di
partenza per il pensiero! Noi ci lasciamo ingannare
dal linguaggio"
___3
___Per Dante.
E. Auerbach, Studi su Dante, Feltrinelli,
Milano 1990, p. 143.
___"...la
vera figura, che è insieme corpo e spirito;
..."
___Beatrice
era la bella fanciulla fiorentina, ma proprio
bella da far tremare le vene e i polsi, ed era
la Teologia. Gli uomini del Medioevo sì
che sapevano tenere insieme cielo e terra!
___4
___Discutendo
con i miei allievi, chiedo loro quale differenza
passi tra un'opera d'arte e la sua riproduzione
tecnica. Ipotizzo la clonazione dell'opera d'arte,
e non riesco a vedere alcuna differenza estetica
tra l'originale e il suo perfetto doppio. I miei
allievi insistono che mi sbaglio, poiché
l'originale, dicono, è sempre l'originale,
e nessuna copia potrà mai sostituirlo.
Penso che io dovrei essere in grado di dimostrare
questo assioma. Ma un assioma è di per
sé indimostrabile e io ribatto che la loro
idea dell'originalità dell'opera d'arte
ha un sapore feticistico. Non li convinco. Penso
al terremoto dell'Umbria e delle Marche che ha
danneggiato seriamente la basilica di San Francesco,
e gli affreschi di Giotto e di Cimabue. Chiedo:
secondo voi, quale sarebbe stata la priorità:
dare gli aiuti ai terremotati oppure procedere
d'urgenza al restauro della basilica? Inoltre
chiedo: se fosse crollata la basilica, che cosa
l'umanità avrebbe perso? Possibili risposte:
1) un monumento storico e artistico; 2) un luogo
di culto e di preghiera; 3) una meta turistica.
Ma se fosse possibile clonare la basilica, quale
conseguenza trarremmo? Possibili risposte: 1)
riavremmo il monumento storico e artistico tale
e quale è, e per di più, in ottimo
stato; 2) riavremmo un luogo di culto e di preghiera;
3) riavremmo una meta turistica, con buone possibilità
di guadagno per la popolazione locale. La perfetta
riproduzione dell'opera d'arte annulla l'effetto
della distruzione naturale, del terremoto, delle
alluvioni ecc., e dimostra come il feticismo dell'opera
d'arte non sia che un bisogno di carattere culturale,
di cui si può fare a meno, a vantaggio
della comprensione estetica dell'opera d'arte.
Va da sé che, secondo me, occorre prima
aiutare i terremotati e poi ricostruire la basilica.
Così ho detto, e su quest'ultimo punto
si sono divisi; ma sulla questione del clone,
non li ho convinti.
___5
___Nietzsche
sullo stile di Hegel in Aurora, Lib. III,
pensiero n. 193*, pp. 137-138.
___"Dei
Tedeschi famosi forse nessuno ha avuto più
esprit di Hegel - ma egli aveva,
in compenso, anche una così grande paura
tedesca di esso, che fu proprio questa a creare
il suo caratteristico brutto stile. L'essenza
del quale è quella stessa di un nocciolo
che non finisce mai d'essere sottoposto a continui
involgimenti, finché riesce a far capolino,
curioso e putibondo, come fanno le "giovani
donne che sogguardano attraverso i loro veli",
per dirla con quel vecchio misogino di Eschilo
- ma quel nocciolo è una trovata arguta,
spesso impertinente, sulle cose più spirituali,
una sottile ardita connessione verbale, del genere
di ciò che ci vuole nella società
dei pensatori, come companatico della scienza;
tuttavia, in quegli involgimenti, esso si presenta
come la scienza stessa nella sua astrusità
e ad ogni modo come noia supremamente morale!...".
___6
___Principi
di poetica. Torquato Tasso, Discorsi sul poema
eroico, III, p. 570:
___"Laonde
perfettissima è quella favola, la quale
contiene tutto ciò ch'è necessario
per la cognizione di se stessa, né le conviene
accettare altronde cose estrinseche".
___7
___Scrive
Benedetto Croce, Conversazioni critiche,
serie III, Bari, Laterza, 1932, p. 203:
___"In
Dante il didascalico ora prende il disopra sul
poeta, ora, e più di frequente, ne viene
soverchiato; e questa lotta appartiene allo spirito
dantesco nel suo effettivo unificarsi, dividersi
e riunificarsi. Il poeta Dante attua via via le
sue sintesi poetiche ed è quello che è,
perché ha di fronte quel Dante didascalico,
e il didascalico è quello che è
perché ha di fronte quel commosso poeta;
e l'uno è altrettanto positivo e serio
quanto l'altro".
___Con ciò
Croce chiarisce i due elementi costitutivi dell'opera
dantesca, i confini del territorio dantesco, i
cardini su cui ruota il mondo dell'Alighieri.
Il "didascalico" e il "poeta",
secondo la definizione di Croce, non corrispondono
ad altro che, rispettivamente, alla prosa e alla
poesia. Del resto, entro questi termini la Vita
Nuova in quanto prosimetron può essere
interpretata e capita. Allo stesso modo, nel Convivio,
alla poesia corrisponde un commento ordinato a
chiarire il senso delle canzoni; per non parlare
poi della Commedia, dove, pur essendo ricondotta
a unità la scissione poesia-prosa, permane
la distinzione tra brani dottrinari o "didascalici",
come vuole il Croce, e brani poetici che intervengono
come puntuali exemplaa. La critica dantesca
contemporanea dovrebbe riprendere ad indagare
questo rapporto essenziale tra poesia e prosa,
che fu dapprima nelle opere giovanili e della
prima maturità, e che si ritrova nell'opera
maggiore dell'Alighieri.
___8
___Quando
penso a quel che rimarrà fra un milione
di anni sulla terra, quando sconvolgimenti d'ogni
tipo, terremoti, maremoti, diluvi universali avranno
cancellato ogni orma umana, e le testimonianze
d'una civiltà chiamata umana saranno coperte
sotto una coltre di terra alta centinaia di metri,
irraggiungibili, allora comprendo meglio anche
i confini e i limiti dell'estetica. Un evento
catastrofico naturale, come il terremoto che distrusse
qualche anno fa la basilica di Assisi, o anche
una disastro causato dall'uomo, come nel caso
della distruzione delle statue dei Buddha da parte
dei Talebani, può darci la possibilità
di pensare a fondo questo rapporto tra catastrofe
e arte, al di là e al di fuori di ogni
considerazione politica, moralistica, patetica
e sentimentale dei fatti occorsi. Arte e natura
non sono termini antitetici. In realtà
l'estetica deve tenere conto dell'estrema possibilità
che tutto venga meno, che un evento catastrofico
determini improvvisamente la scomparsa dell'opera
d'arte. L'arte allora ci appare come una esperienza
contingente, che soltanto una forzatura di pensiero
può costringerci a dotare di un valore
assoluto e intriso di sacralità. Il nostro
senso estetico non ne è diminuito, anzi
risulta arricchito dalla consapevolezza che l'uomo
è essere transeunte, e la sua ricchezza
deriva dalla capacità di attribuire un
senso definitivo alla morte. Difatti l'uomo ha
in comune con tutte le cose terrene proprio la
morte. L'arte, dunque, è fenomeno del tutto
naturale.
___9
___Sergio
Solmi, Poesie, meditazioni e ricordi, vol.
I, tomo II, Adelphi, Milano 1984, pp. 203, ripensando
agli anni della Grande Guerra, sul tema della
memoria:
___"Penso
che la memoria consista in un andare a ritroso
nella storia del nostro corpo, dal presente al
passato, dalla sua posizione attuale alla più
lontana nello spazio e nel tempo; un gesto, una
parola pronunciata creano fantasmi di nebbia,
che fatichiamo a riconoscere. Così prima
del sonno si affollano le immagini intorno a noi,
divenute ignote e mostruose, perché non
riusciamo più a tradurne in termini d'esperienza
quotidiana il movimento, che ora si riavvolge
su sé stesso fino ad essere ringhiottito
dall'immobilità originaria. Per questo
tutto ciò che riusciamo a rintracciare
del nostro passato non sono che attimi, figure,
immagini puntuali che non riusciremmo a svolgere
senza le soccorrevoli facoltà dell'intelletto.
Il ricordo è immobile, come ci dicono,
in forma sensibile, i monumenti e le tombe; e
il lavoro della memoria è appunto di scartare
tutte le approssimazioni del possibile, i lembi
cangianti del sogno che si dilatano in nuvole
e in mostri, al fine di raggiungere la sensazione,
il gesto irreparabile in cui il nostro essere
attuale per un attimo si riassume, in una vita
illusoria e fuori dal tempo. E' possibile che
a ridosso d'un fossato, io abbia abitato, in un
bosco favoloso, una grotta sotto le radici d'una
pianta? E' possibile che io abbia riconosciuto,
sul terreno battuto e scavato, il volto immemorabile
della guerra?" [questo scritto dal titolo
Giorni di guerra, apparve per la prima
volta su "La Fiera letteraria", 11 novembre
1928, p. 7].
___10
___La vita
di un uomo non può mai cambiare improvvisamente,
poiché non può cambiare improvvisamente
il sentimento che si ha della vita. E questo sentimento
è frutto di una lunga elaborazione che
già prima dei quindici anni si concretizza
nell'identità di una persona. Ripenso a
quando ero ancora un ragazzo: tremavo al ricordo
di un brutto sogno, oppure di notte piangevo nel
letto al pensiero che sarei rimasto solo, un giorno,
senza i miei genitori. Ora un brutto sogno non
mi fa tremare, ma una parte della giornata ne
è guasta, non piango più, ma mi
addolora il pensiero che piangerò, un giorno.
E allora penso che non è cambiato nulla,
in questi anni, che il mio tempo sarà sempre
uguale, scandito dalle stesse angosce, dagli stessi
turbamenti, e nulla potrà intervenire di
nuovo. Capisco che una vita si ripete sempre uguale,
e che i cambiamenti possono essere solo di natura
esteriore, non interiore. Il sentimento del vivere
non può variare, poiché probabilmente
da esso dipende l'unità della nostra persona,
la nostra individualità e identità.
___11
___Curiosità.
5 aprile 1374. Testamento del Petrarca: lasciati
in eredità all'amico Boccaccio "quinquaginta
florenos auri de Florentia pro una veste hyemali
ad studium lucubrationesque nocturnas". (In
Oddone Zenatti, Dante e Firenze. Prose antiche,
Bologna 1984, p. 222).
___12
___Riporto
alcune affermazioni di Giulio Mozzi pronunciate
nell'intervento al Convegno di Milano organizzato
dal mensile "Letture" dal titolo "Per
la narrativa tra Novecento e nuovo millennio"
(del 29 ottobre 1997), e anticipato in parte sulle
colonne del "Corriere della sera" di
martedì 28 ottobre 1997, p. 31:
___"[...]
Leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una
missione. La missione è una cosa che la
persona non si dà da sé, ma che
riceve: dall'altro e, solitamente, dall'alto.
La missione quindi è, per sua natura, completamente
amorale: si fonda solo sull'essere stata ricevuta
ed è pertanto autoritaria, sorda, maniaca,
indistruttibile. La missione non può essere
che missione di verità, e chi si attribuisce
la missione si attribuisce inevitabilmente il
possesso della verità, benché ciò
si dica normalmente, nella forma del "servire
la verità". [...] Leviamoci dalla
testa che lo scrivere sia una funzione. Se qualcuno
è ancora così stupido da credere
che la sua esistenza sia completamente eterodiretta,
gli chiedo di alzarsi e di uscire da questa sala.
La parola funzione è solo un travestimento
della parola missione: se io sono in missione
per conto di dio, è evidente che io sono
una funzione di dio. Disgraziatamente l'idea di
funzione contiene l'idea d'irresponsabilità:
la rotella non è responsabile del meccanismo,
l'impiegato non è responsabile dell'ufficio,
Priebke non è responsabile di Hitler. Con
i servi della verità si può ancora
parlare, a volte; con i funzionari della verità
conviene stare ben zitti, perché ogni nostra
parola sarà usata contro di noi".
___Ecco, dunque,
due parole che lo scrittore deve mettere all'indice:
missione e funzione .
___13
___Dallo speciale
"Tuttolibri" della "Stampa"
di Sabato 28 Ottobre 1995, p. 5, riporto questo
giudizio di A. Guglielmi su Pasolini:
___"Il
limite dell'opera in prosa e in versi di Pasolini
è l'assoluta mancanza di ironia e cioè
l'incapacità dell'autore (la sua non volontà
di) riconoscere il valore dell' ambiguità
come proprio della scrittura creativa. (...) la
parola di Pasolini più che duplice (se
stessa e antidoto a se stessa) è doppia,
è esagitata ma non penetrante, è
furba, è autoritaria, è prescrittiva:
e se cerca l' ambiguità è solo per
meglio servire (esibire) la propria seduzione".
___Il critico
rimanda ad un suo "vecchio scritto dal titolo
Pasolini maestro di vita". Pasolini
è il poeta della mia adolescenza, e la
mia adolescenza, purtroppo, fu senza ironia. Forse
per questo motivo lo sentii tanto vicino. Ricordo
ancora la corsa in bicicletta dal giornalaio,
per comprare i giornali, il corpo martoriato in
prima pagina, nel quale si riflettevano i turbamenti,
le lacerazioni di quell'età, della mia
età.
___14
___A volte
mi sorprendo a pensare che la vita di un individuo
non sia altro che una piccolissima parte di un
gran meccanismo che lavora incessantemente per
uno scopo sconosciuto; e dunque che, quando la
stanchezza non avrà più il conforto
di una notte di riposo, allora quel gran meccanismo
non si incepperà, no, perché subito
il pezzo usurato sarà espulso e uno nuovo
ne prenderà il posto. Questo pensiero talvolta
mi sorprende nel giorno libero, per esempio durante
la spesa in un supermercato. Tra mille persone
intente alla stessa operazione, è facile
pensare che io viva la condizione dello schiavo
moderno, che lavora tutta la settimana, e approfitta
del giorno di libertà per procurarsi il
più elementare e necessario tra i beni
che occorrono alla sopravvivenza: il cibo. E dire
che nelle scuole si insegna che la schiavitù
è terminata molto tempo fa! Che proprio
questa condizione mi accomuni a tutti gli altri
esseri umani, non può essermi di conforto,
e potrebbe solo indurmi all'esercizio sterile
della rassegnazione. Ma è così che
si raggiunge la serenità d'animo? Non sembri
strano che io non prenda nemmeno in considerazione
l'idea di poter indagare qual sia il grande meccanismo,
né lo scopo per il quale è stato
ordinato ad operare in tal modo, o se vi sia qualcuno
(un dio?) che l'abbia predisposto. E' così
piccina la condizione dell'individuo che ciò
non è possibile. Noi possiamo solo registrare
i nostri pensieri, che per forza di cose non arrivano
a percepire la vastità del contesto, il
quale ci rimane sconosciuto. La nostra conoscenza
è limitata alla nostra esistenza. Probabilmente
è proprio questa limitatezza che determina
l'impossibilità di sfuggire alla condizione
di moderni schiavi. E poi la stanchezza qui gioca
la sua parte.
___15
___Gabriel
Garcìa Marquez. Intervista di Irene Bignardi
dal titolo Io, Garcìa Marquez innamorato
della peste, in "La Repubblica"
del 10 ottobre 1992, pp. II-III della pagina culturale:
___"Quando
si deve inventare un mondo fantastico, la cosa
fondamentale è che i dettagli siano precisissimi".
___16
___Curiosità.
"Nel 1338 la Biblioteca della Sorbona, la
più ricca della cristianità, comprendeva
solo 338 libri di uso incatenati e 1728 opere
registrate, di cui 300 perdute, che erano destinate
al prestito. Alla medesima epoca le collezioni
degli altri collegi non superavano i 300 libri,
fra cui i grandi testi di base". (Henry-Jean
Martin, Storia e potere della scrittura,
Laterza, Roma-Bari 1990, p. 163).
___17
___Goffredo
Parise, Verba volant, liberal libri, Firenze
1998. Rispondendo a un tal signor Framarin, nella
sua rubrica Parise risponde del "Corriere
della Sera" del 16 febbraio 1975 (op. cit.
pp. 186-187), scrive sul tema della memoria:
___"Io
non ricordo più quei paesaggi e quelle
montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei
l'intera Italia perché spero sempre nella
sua unità, ma non posso andare contro la
"forza delle cose". Né ricordo
più la città dove sono nato, se
non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno
fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più
l'Italia di venti-trent'anni fa. E la colpa non
è mia, ma della "forza delle cose"
(la storia) che ha mutato profondamente il volto
del nostro Paese. Non ricordo e non voglio ricordare,
per molte ragioni, consce e subconscie. Prima
fra tutte perché l'Italia di trent'anni
fa è lontana, lontanissima, in tutti i
suoi aspetti, politici, culturali, linguistici,
fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici;
poi non la ricordo più perché non
voglio ricordare la mia giovinezza, perché
essa non c'è più, scomparsa insieme
a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la
voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza)
perché, la realtà del nostro Paese
essendo profondamente mutata, sento la necessità
di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio
ricordare perché la conservazione del ricordo
(come la conservazione delle cose) è un
dato al tempo stesso statico e regressivo che,
in modo assolutamente certo, viene travolto dalla
realtà contingente di oggi, quella in cui,
lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere.
Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare
quei monti, e quei boschi nella loro integrità,
perché essi, nella realtà di oggi,
l'hanno perduta."
___E' sintomatico
questo "non voler ricordare": lo scrittore
si difende da una realtà cambiata troppo
in fretta, ch'egli non ha saputo o potuto accompagnare
nelle sue metamorfosi, e così ora egli
vorrebbe vivere - dice - solo nel presente; mai
come in questo caso la negazione del ricordo suonò,
al contrario, come più sincera affermazione
dell'importanza della memoria. La memoria ha questo
di proprio, scatta solo in assenza del suo oggetto.
___18
___C'è
da meditare a lungo sulla psicologia di gruppo,
ovvero sulle reazioni apparentemente strane di
un gruppo umano di fronte ad un'intimazione, ad
un ordine ecc. Mia difficoltà a tenere
disciplinata una classe: decine di rimproveri,
minacce di note e note sul registro ecc., a nulla
valgono. Mando alla lavagna un allievo col compito
di segnare i buoni e i cattivi: dove non è
riuscita l'"autorità" del professore,
riesce la scrupolosa denuncia di un compagno.
Mia insipienza, si dirà. Non lo nego. Tuttavia
devo dire che questi casi "strani" mi
sono già capitati in tutt'altre circostanze.
Scorribande notturne d'estate nelle strade deserte,
lungo la baia di Gallipoli, noi giovani sedici-diciassettenni,
venti, trenta persone, alla fine degli anni Settanta.
Passa un tale in auto: e noi giù urla,
gridi, parolacce: si ferma: noi ammutoliamo all'istante:
abbassa il finestrino: noi gli chiediamo scusa:
ragazzi bene educati? Nient'affatto: paura, pura
e semplice paura. Avremmo potuto farlo a pezzi,
se fosse sceso dalla macchina. A questo però
non abbiamo pensato; abbiamo avuto semplicemente
paura di ciò che non conoscevamo, e cioè
del motivo che dava tanta sicurezza al personaggio
in macchina. Così il nome dell'allievo
scritto sulla lavagna da un compagno suscita timori
indicibili per le punizioni ignote che sarebbero
seguite (ma che non seguono). E tutti stanno zitti:
solo per poco, purtroppo! Altra esperienza, durante
il servizio militare. Un caporale, o semplicemente
un "nonno", capace di far rigare dritto
una compagnia. Tutti zitti, anche davanti a palesi
soprusi.
___19
___Monaldo
Leopardi, Autobiografia: essere padre di
cotanto figlio non è impresa facile, agli
occhi dei posteri. Vedasi Bernardo Tasso a confronto
col figlio Torquato. Monaldo ha una sua misura,
un suo modo d'essere curioso e originale, ed è
questo che probabilmente più importa, nella
vita e nelle lettere. Commentando la morte del
generale La Horz durante l'assedio di Ancona nel
1799, Monaldo Leopardi scrive parole nelle quali
puoi avvertire un che di autobiografico, scritto
a mo' di giustificazione per il proprio operato
onesto anche se non geniale, di uomo sedentario
che non annovera tra le sue virtù l'eroismo.
Dice il padre di Giacomo del generale La Horz:
"Ebbe genio e coraggio grandi, ma bisogna
averli impiegati bene assai per non abbrividire
all'aspetto di quella morte, e il fine per
lo più tragico degli avventurieri persuade
che non sono infelici coloro ai quali non si è
presentato un campo vasto per ispiegare il proprio
ingegno". [Cito dalla sua Autobiografia,
Edizioni dell'Altana, Roma, 1997, p. 192. Il corsivo
è mio].
___20
___Eric J.
Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l'era
dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995
[cito dalla terza edizione del luglio 1975]. Alle
pp. 14-15 leggo sul tema della memoria e del ruolo
degli storici:
___"La
distruzione del passato, o meglio la distruzione
dei meccanismi sociali che connettono l'esperienza
dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti,
è uno dei fenomeni più tipici e
insieme più strani degli ultimi anni del
Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine
del secolo è cresciuta in una sorta di
presente permanente, nel quale manca ogni rapporto
organico con il passato storico del tempo in cui
essi vivono. Questo fenomeno fa sì che
la presenza e l'attività degli storici,
il cui compito è di ricordare ciò
che gli altri dimenticano, siano ancor più
essenziali alla fine del secondo millennio di
quanto mai lo siano state nei secoli scorsi. Ma
proprio per questo motivo gli storici devono essere
più che semplici cronisti e compilatori
di memorie, sebbene anche questa sia la loro necessaria
funzione".
___Mi convince
il metodo dello storico inglese di considerare
come un unico periodo il "trentunennio"
che va dal 1914 al 1945, e cioè la prima
e la seconda guerra mondiale come episodi del
medesimo drammatico ciclo storico. Ma non credo
che il Novecento sia l'unico secolo in cui l'uomo
si sia dedicato alla distruzione del passato?
Ogni epoca distrugge la precedente, e chissà
che gli storici, a loro modo, pur invocando la
memoria, non vi contribuiscano, inventando magari
un'altra storia.
___21
___A grande
richiesta degli alunni, visione a scuola del film
di Stephen Spielberg, Schindler's list.
Vox populi, vox dei? Inutilmente per giorni e
giorni ho detto loro che a me sembra un film "diseducativo"
(sì, ho usato proprio questo aggettivo);
la communis opinio è più
forte d'ogni buona ragione. Ma che Schindler sia
un buon americano travestito da buon tedesco,
che la violenza esibita dai pazzi nevrastenici
nazisti, pur essendo documentata storicamente,
nel film acquisti un sapore hollywoodiano, e dunque
appaia gratuita, e finisca col suggerire la falsità
della rappresentazione e col negare la storicità
delle stragi, tutto questo e altro ancora nessuno
potrà togliermelo dalla mente. A me il
film pare profondamente, sottilmente "diseducativo",
esteticamente brutto, per l'incapacità
manifesta del regista di tenere celati i suoi
artifici e per la rozzezza dei sentimenti che
induce a provare. Esso si riduce in definitiva
ad una esaltazione mal mascherata delle virtù
del capitalista danaroso che, contro la ferocia
del nemico (qui i nazisti) col suo denaro compra
mille e cento vite umane, e certo di più
ne avrebbe comprate se avesse avuto altri soldi.
Questi è Schindler: il capitalista americano
naturalmente buono travestito da tedesco
eccezionalmente buono. Quando si dice il
valore dei soldi! Ricreare le atmosfere dei campi
di concentramento, la violenza, l'odio e gli immani
massacri di milioni di individui è come
ricreare le atmosfere inumane dell'epoca dei dinosauri,
significa tentare la rappresentazione dell'impossibile,
dell'inenarrabile, dell'indicibile, ciò
che può accadere al prezzo di rozzi e goffi
patetismi, resi con i cosiddetti effetti speciali.
Il Tirannosaurus rex che cerca di mangiare il
bambino non è meno odioso del comandante
del lager che assassina dall'alto della sua villa
gli sfortunati prigionieri. Questi due personaggi,
il Tirannosaurus e il comandante nazista, suscitano
nello spettatore lo stesso sentimento di paura
e di rincrescimento, da cui il regista alla fine,
con smaccata quanto vana catarsi, ci libera con
la una conclusione edificante e grossolana: la
natura non può subire arbitrari mutamenti
genetici; chi salva la vita d'un uomo salva il
mondo intero, come recita il Talmud. Ma
intanto tutto questo segna la mistificazione della
realtà che non prevede nessuna catarsi,
poiché la natura è sempre manipolata
(essa si automanipola), e perché quel sacrosanto
precetto del Talmud è ogni giorno,
sempre, ignorato. Tutto questo dovrei insegnare
senza alcun intento moralistico, ma pare che l'insegnamento
debba avere un intento moralistico per essere
praticato e recepito.
___22
___Curiosità.
Primo incontro memorabile: "maggio 1934,
direi verso l'11", rievoca Gianfranco Contini.
Carlo Emilio Gadda e Gianfranco Contini s'incontrano
a Roma "con i giornali in mano per segnale,
in un punto di corso d'Italia vicino a porta Salaria,
press'a poco dalle parti di Cecchi". (G.
Contini, Introduzione a Carlo Emilio Gadda, Lettere
a Gianfranco Contini, Milano 1988, p. 7).
___23
___Definizione
di allegoria in B. Croce, La poesia di Dante,
Laterza, Bari 1921, p. 13:
___"L'allegoria
non è altro, per chi non ne perda di vista
la vera e semplice natura, se non una sorta di
criptografia, e perciò un prodotto pratico,
un atto di volontà, col quale si decreta
che questo debba significare quello, e questo
quell'altro".
___24
___La televisione
è il medium privilegiato della demagogia.
Ecco perché la politica può fare
a meno dei giornali, può cedere molti luoghi
del potere, ma non può fare a meno della
televisione, perché attraverso di essa
può ingannare il popolo o, più semplicemente,
la gente.
___25
___La risonanza
data dai mass-media al problema della pedofilia
rivela bene qual sia il suggerimento che essi
- in quanto portavoce del sistema di potere capitalistico
- dànno a tutti i genitori: non fidatevi
di nessuno, fate vivere i vostri figli come reclusi,
e che conoscano solo i genitori, i quali faranno
bene a dubitare e sospettare persino dei parenti,
zii, zie, nonni, nonne, nonché di loro
stessi, reciprocamente. Sicché alla fine
sarà lei, mamma televisione, l'unica mamma
insospettabile, l'unica di cui i genitori si potranno
realmente fidare; e allora potranno chiudere a
chiave in casa il proprio figlio, e andarsene
finalmente al cinema.
___26
___Faccio
vedere a scuola un film di Luis Malle, Arrivederci
ragazzi, contrapponendolo a Schindler's
list. Ai ragazzi è piaciuto, perché
indubbiamente è un bel film; a conclusione
del film, uno di loro mi ha chiesto quale fine
avrebbe fatto il protagonista ebreo arrestato
dai nazisti. Voleva che gli rispondessi che sarebbe
stato ucciso dai nazisti. Ne deduco che i miei
allievi sono vampiri, assetati di sangue. Gli
ho risposto che non lo sapevo perché il
regista non ce lo ha detto.
___27
___Italo Calvino,
Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo
millennio, Garzanti, Milano 1988. Cito dalla
decima edizione del 1991.
___A p. 48,
su poesia e prosa: "Sono convinto che scrivere
prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere
poesia; in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione
necessaria, unica, densa, concisa, memorabile".
___E ancora,
a p. 50: "(...) sogno immense cosmologie,
saghe ed epopee racchiuse nelle dimensioni d'un
epigramma. Nei tempi sempre più congestionati
che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà
puntare sulla massima concentrazione della poesia
e del pensiero".
___28
___La politica
è il regno dell'opinabile e del mutevole
e gli opinionisti politici dei quotidiani ne sono
i portavoce. Mi affascina di costoro proprio la
capacità di fermare con l'inchiostro in
una colonna di giornale, che per sua natura vale
un sol giorno, le fluttuazioni della politica,
le onde mutevoli del dibattito in corso, dotando
di senso le vanità dei moderni tribuni.
Il compito degli opinionisti sembra simile a quello
del metereologo che racconta la situazione del
tempo, illustrandone la carta su cui alta e bassa
pressione si fronteggiano, determinando la nostra
presente o futura giornata. Allo stesso modo,
il commentatore ci avverte del clima politico
che stiamo vivendo e che vivremo nell'immediato
futuro, ma nulla ci può dire di quel che
accadrà tra due o tre giorni, poiché
tutto è destinato a mutare. Eppure, l'importanza
della sua funzione è notevole, poiché
l'uomo vive, o si illude di vivere, oltre che
nella dimensione eterna (se ha una fede), anche
in quella che dura lo spazio di una vita (settanta,
ottanta, novant'anni), annuale (scandita dai festeggiamenti
di fine anno), stagionale (le quattro stagioni),
settimanale (il riposo domenicale), fino a giornaliera,
in cui le opinioni di chi ci informa fungono da
faro, sappiamo bene quanto ingannevole. Sicché,
alla fine del giorno, valga ancora la lettura
delle fantasmagorie dell'Orlando furioso,
fallace anch'essa, ma all'insegna del classico.
___29
___Cantarella
Glauco Maria, I monaci di Cluny, Einaudi,
Torino, 1993 [cito dall'ed. 1997] pp. 27-28 riferisce
questo simpatico aneddoto raccontato da Oddone,
secondo abate di Cluny (nel Maine, 880 circa -
Tours 942):
___"Se
i santi hanno un onore, i luoghi sacri sono animati
dalla loro potenza, oltreché, in quanto
consacrati, dalla potenza divina. Guai a dimenticarsene!
Un "vassallo" (un uomo d'armi al servizio
di un signore più potente) per sfuggire
ai nemici si rifugia in un monastero e trova ospitalità
in una cella confinante con la chiesa; venuta
la notte, racconta sempre Odone, "volendo
conoscere sua moglie, rimase come un cane così
infisso a lei che in nessun modo potè essere
divelto". E' una di quelle situazioni che
in età moderna non sarebbero oggetto di
speculazione religiosa; comunque era una situazione
imbarazzante anche nel Medioevo, anche nel secolo
X; Richerio (questo era il nome del vassallo)
è terrorizzato: "sentendosi tenere
in quel modo si mise a gridare...Accorsero tutti".
I due coniugi "tanto per la paura quanto
per la vergogna furono presi da veemente confusione":
erano sotto gli occhi di tutti, dei monaci, dei
fratelli di Richerio, del loro figlio. Sempre
costretti in quell'atteggiamento ingombrante "fecero
al luogo santo tutti i doni che poterono. E dopo
che i monaci ebbero pregato a lungo furono separati
(il latino è di difficile traduzione ma
più ricco: "sibi redditi sunt",
resi ognuno a se stesso). Chiese, reliquie, oggetti
appartenuti a persone sante sono gravidi di potenza
che è pronta a scattare contro chi si comporta
irriverentemente; (...)". [Coll. II.II, col.558CD]
[Odonis Abbatis Cluniacensis Collationum libri
tres, PL, 133, coll. 517A-638C].
___30
___Eric J.
Hobsbawm, Il secolo breve, cit., p. 341:
___"Il
mutamento sociale più notevole e di più
vasta portata della seconda metà del secolo,
quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo
del passato, è la morte della classe contadina.".
___Di questo,
veramente, ci siamo tutti dimenticati.
___31
___Curiosità.
Scrive Ignazio Baldelli, Realtà personale
e corporale di Beatrice, in "Giornale
storico della letteratura italiana", vol.
CLXIX, 1992, p. 180:
___"Dante,
direttamente o indirettamente, usa nella Commedia
il nome di Beatrice sessantatré volte:
due nell'Inferno, nella rievocazione di
Virgilio dell'incontro con lei, diciassette volte
nel Purgatorio, di cui dieci nel Paradiso
terrestre e due in anticipazione ad esso, e quarantaquattro
volte nel Paradiso."
___32
___Gianni
Celati scrive in Modena 18 luglio 1994,
"Il Semplice Almanacco delle rose",
1, 1995, G. Feltrinelli, Milano, pp. 142-143:
___"E'
impressionante il modo in cui i critici e gli
universitari parlano di letteratura, come se fosse
una cosa che loro sanno bene cos'è, spesso
mostrando anche di sapere come bisognerebbe scrivere.
L'assurdità sta proprio nel partire dall'idea
che si sappia qualcosa di preciso: mentre, a parte
un certo numero di cose che s'imparano per esperienza,
tutto il resto rimane un gran mistero. Ma è
un mistero nel senso proprio della parola, cioè
qualcosa di cui non si può parlare: e qui
ricordo che la parola mestiere viene proprio dalla
lingua mistero, che significa mestiere in molte
lingue europee".
___La poesia
non può che essere autobiografica nel senso
completo della parola. Di chi e di che cosa il
poeta dovrebbe parlare, se non di se stesso e
della propria vita? Il poeta non ha esperienza
che di sé, non perché creda che
la sua esistenza sia importante o esemplare, ma
perché pensa che solo della sua esperienza
egli può poesia. Il poeta ha un sentimento
vivo della poesia, o per meglio dire, vissuto.
Per questo la poesia è carne e sangue,
non astrazione. I due termini, vivere e poetare,
rimandano certamente a due realtà autonome,
ma questo non vuol dire che siano antitetici e
che tra le due realtà non ci sia comunicazione.
Anzi, è vero l'opposto. La poesia è
fatta di eventi che diventano parola, di fatti
occorsi per nostra volontà o per puro caso
che diventano frase, di casualità che diventano
necessità nella scrittura poetica. Il mistero,
e il mestiere, sta tutto nelle modalità
di questa traduzione.
___33
___Si dice
del poeta che ha una vena poetica, si usa cioè
un termine minerario, del tipo vena d'oro,
d'argento, ecc., per designare la preziosità
del rinvenimento poetico. Come l'oro, l'argento
ecc., così anche il verso si rinviene,
e solo dopo faticoso scavo. Preziosa come l'oro,
l'argento, ecc., dunque, è la poesia. E
il poeta continua a essere un trovatore.
(continua)
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