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ZIB II serie
 Zibaldoni
 Scritti zibaldoniani
  di Gianluca Virgilio
"Lo zibaldone ha qualcosa dell'ingegno del collezionista e del flaneur"
W. Benjamin, I "Passages" di Parigi, [H 3°, 5]

"Numero 10" di Rothko.___"Perché non scrivi un pezzo introduttivo ai tuoi Scritti zibaldoniani?". Così mi esortava Enrico qualche tempo fa, durante una conversazione telefonica. Gli ho risposto un po' d'impulso, con due domande forse un po' arroganti, che denotano un lato del mio carattere piuttosto presuntuoso: "Perché dovrei farlo? Forse che Leopardi pensò mai di scrivere un'introduzione al suo Zibaldone?". "Ma Leopardi era morto da un pezzo quando gli fu pubblicato lo Zibaldone, mentre tu sei vivo!". Incassai, e cambiammo discorso. Ma intanto Enrico mi aveva messo una pulce nell'orecchio e, si sa, una pulce pizzica e dà fastidio, e occorre intervenire per eliminarla, altrimenti non si viene a capo di nulla. E allora, pensa e ripensa, mi sono messo a scrivere, anche se non avevo, come non ho, l'intenzione di scrivere un'introduzione; perché un'introduzione è per sua natura quanto di più lontano ci sia da quello che mi piace definire lo "spirito zibaldoniano", che è piuttosto uno spiritello vagante, in cerca di tutto e di nulla, sempre operante in modo estemporaneo, senza preavvisi, eppure instancabile, inesauribile, insondabile. In una introduzione, invece, occorre come minimo fare il punto della situazione, dire con certezza quello che si è scritto, invogliare il lettore a leggere spianandogli la strada, sintetizzando e catalogando i dati raccolti, eccetera. Da tutto questo rifugge lo "spiritello zibaldoniano", il "monaceddhu" che, per quanto sembri svagato, opera silenzioso e solerte, sebbene in modo disordinato, in un canto isolato della casa dove la luce della finestra illumina un tavolo pieno di carte, libri qua e là, sparsi dovunque, anche per terra. E che ci fa questo "spiritello"? Fa quanto l'enciclopedia del sapere esposta nel salotto buono ci indurrebbe a evitare: apprendere e conoscere e scrivere per una via propria, passeggiando mentalmente qua e là senza vincoli, con scorte prezzolate per il breve periodo, e poi sostituite, abbandonate, e tuttavia mai dimenticate, se ci servirono bene. Scrivere una introduzione significherebbe ricercare un ordine nel disordine degli appunti presi, delle citazioni estrapolate perché avevano illuminato il nostro pensiero, o perché dicevano meglio di noi quello che avremmo sempre voluto dire senza riuscirvi, significherebbe ritrovare la strada di certe fantasie o di certi ragionamenti che ci hanno fatto smarrire a lungo. Ma tutto questo sarebbe vano, e il lettore piuttosto che leggere un'introduzione fatta con tutti i crismi, preferirà leggere il resto senza tanti complimenti.
___Per, come si dice, "contestualizzare" questi scritti, posso dire che ho cominciato a scriverli nell'autunno del 1997 e ho smesso sulle soglie del 2001, ed inoltre potrei dire che ero qui quando cominciai e lì quando finii. Ma questi sono dati del tutto estrinseci e privi di senso, perché, a chi me lo chiedesse, non saprei spiegare né il motivo che mi indusse a scrivere in quel principio di ottobre né perché sospesi la redazione di queste note nei giorni della merla del 2001; come non saprei dire neanche perché mi trovavo in quei luoghi, se per scelta o per errore del caso. Queste incertezze hanno contributo a sviluppare in me lo "spiritello zibaldoniano", e gli Scritti che ne portano il nome sono il risultato delle nostre diuturne conversazioni.
___Negli ultimi tempi, poi, ho riletto il tutto, e ho numerato i pensieri e le citazioni, giusto per dare un ordine approssimativo al susseguirsi altrimenti informe delle pagine, mentre lo spiritello mi guardava male e cercava di dissuadermene. Alla fine, se ho detto qualcosa di buono, cioè di utile, di piacevole o di vero, si sa che non sta a me dirlo.

G.V.

___1
___Sembra riprodursi in età moderna la situazione medievale, in cui la letteratura era considerata ancilla teologiae. La dipendenza della letteratura dalla teologia è oggI sostituita dalla teatralità dell'evento, che deve impressionare la massa, deve fare audience. Il silenzio in cui viene prodotta la letteratura deve essere soccorso dallo strepito della TV. Oggi la letteratura è ancilla televisionis. Il sospetto che gli accademici di Stoccolma abbiano premiato nel '97 più l'attore che l'autore, o l'autore in quanto attore teatrale, che la televisione ha reso popolare, questo sospetto graverà per sempre sul nobel di Dario Fo, a prescindere da ogni suo merito.

___2
___Principi filosofici in F. Nietzsche, Aurora, Libro V, pensiero N. 547, p. 258.
___"'Che importa di me!' - sta scritto sulla porta del pensatore futuro."
___E ancora F. Nietzsche, Frammenti postumi, 10 [D67] in Aurora, cit., p. 613.
___"Oggetto e soggetto - antagonismo errato. Non punto di partenza per il pensiero! Noi ci lasciamo ingannare dal linguaggio"


___3
___Per Dante. E. Auerbach, Studi su Dante, Feltrinelli, Milano 1990, p. 143.
___"...la vera figura, che è insieme corpo e spirito; ..."
___Beatrice era la bella fanciulla fiorentina, ma proprio bella da far tremare le vene e i polsi, ed era la Teologia. Gli uomini del Medioevo sì che sapevano tenere insieme cielo e terra!


___4
___Discutendo con i miei allievi, chiedo loro quale differenza passi tra un'opera d'arte e la sua riproduzione tecnica. Ipotizzo la clonazione dell'opera d'arte, e non riesco a vedere alcuna differenza estetica tra l'originale e il suo perfetto doppio. I miei allievi insistono che mi sbaglio, poiché l'originale, dicono, è sempre l'originale, e nessuna copia potrà mai sostituirlo. Penso che io dovrei essere in grado di dimostrare questo assioma. Ma un assioma è di per sé indimostrabile e io ribatto che la loro idea dell'originalità dell'opera d'arte ha un sapore feticistico. Non li convinco. Penso al terremoto dell'Umbria e delle Marche che ha danneggiato seriamente la basilica di San Francesco, e gli affreschi di Giotto e di Cimabue. Chiedo: secondo voi, quale sarebbe stata la priorità: dare gli aiuti ai terremotati oppure procedere d'urgenza al restauro della basilica? Inoltre chiedo: se fosse crollata la basilica, che cosa l'umanità avrebbe perso? Possibili risposte: 1) un monumento storico e artistico; 2) un luogo di culto e di preghiera; 3) una meta turistica. Ma se fosse possibile clonare la basilica, quale conseguenza trarremmo? Possibili risposte: 1) riavremmo il monumento storico e artistico tale e quale è, e per di più, in ottimo stato; 2) riavremmo un luogo di culto e di preghiera; 3) riavremmo una meta turistica, con buone possibilità di guadagno per la popolazione locale. La perfetta riproduzione dell'opera d'arte annulla l'effetto della distruzione naturale, del terremoto, delle alluvioni ecc., e dimostra come il feticismo dell'opera d'arte non sia che un bisogno di carattere culturale, di cui si può fare a meno, a vantaggio della comprensione estetica dell'opera d'arte. Va da sé che, secondo me, occorre prima aiutare i terremotati e poi ricostruire la basilica. Così ho detto, e su quest'ultimo punto si sono divisi; ma sulla questione del clone, non li ho convinti.

___5
___Nietzsche sullo stile di Hegel in Aurora, Lib. III, pensiero n. 193*, pp. 137-138.
___"Dei Tedeschi famosi forse nessuno ha avuto più esprit di Hegel - ma egli aveva, in compenso, anche una così grande paura tedesca di esso, che fu proprio questa a creare il suo caratteristico brutto stile. L'essenza del quale è quella stessa di un nocciolo che non finisce mai d'essere sottoposto a continui involgimenti, finché riesce a far capolino, curioso e putibondo, come fanno le "giovani donne che sogguardano attraverso i loro veli", per dirla con quel vecchio misogino di Eschilo - ma quel nocciolo è una trovata arguta, spesso impertinente, sulle cose più spirituali, una sottile ardita connessione verbale, del genere di ciò che ci vuole nella società dei pensatori, come companatico della scienza; tuttavia, in quegli involgimenti, esso si presenta come la scienza stessa nella sua astrusità e ad ogni modo come noia supremamente morale!...".


___6
___Principi di poetica. Torquato Tasso, Discorsi sul poema eroico, III, p. 570:
___"Laonde perfettissima è quella favola, la quale contiene tutto ciò ch'è necessario per la cognizione di se stessa, né le conviene accettare altronde cose estrinseche".


___7
___Scrive Benedetto Croce, Conversazioni critiche, serie III, Bari, Laterza, 1932, p. 203:
___"In Dante il didascalico ora prende il disopra sul poeta, ora, e più di frequente, ne viene soverchiato; e questa lotta appartiene allo spirito dantesco nel suo effettivo unificarsi, dividersi e riunificarsi. Il poeta Dante attua via via le sue sintesi poetiche ed è quello che è, perché ha di fronte quel Dante didascalico, e il didascalico è quello che è perché ha di fronte quel commosso poeta; e l'uno è altrettanto positivo e serio quanto l'altro".
___Con ciò Croce chiarisce i due elementi costitutivi dell'opera dantesca, i confini del territorio dantesco, i cardini su cui ruota il mondo dell'Alighieri. Il "didascalico" e il "poeta", secondo la definizione di Croce, non corrispondono ad altro che, rispettivamente, alla prosa e alla poesia. Del resto, entro questi termini la Vita Nuova in quanto prosimetron può essere interpretata e capita. Allo stesso modo, nel Convivio, alla poesia corrisponde un commento ordinato a chiarire il senso delle canzoni; per non parlare poi della Commedia, dove, pur essendo ricondotta a unità la scissione poesia-prosa, permane la distinzione tra brani dottrinari o "didascalici", come vuole il Croce, e brani poetici che intervengono come puntuali exemplaa. La critica dantesca contemporanea dovrebbe riprendere ad indagare questo rapporto essenziale tra poesia e prosa, che fu dapprima nelle opere giovanili e della prima maturità, e che si ritrova nell'opera maggiore dell'Alighieri.

___8
___Quando penso a quel che rimarrà fra un milione di anni sulla terra, quando sconvolgimenti d'ogni tipo, terremoti, maremoti, diluvi universali avranno cancellato ogni orma umana, e le testimonianze d'una civiltà chiamata umana saranno coperte sotto una coltre di terra alta centinaia di metri, irraggiungibili, allora comprendo meglio anche i confini e i limiti dell'estetica. Un evento catastrofico naturale, come il terremoto che distrusse qualche anno fa la basilica di Assisi, o anche una disastro causato dall'uomo, come nel caso della distruzione delle statue dei Buddha da parte dei Talebani, può darci la possibilità di pensare a fondo questo rapporto tra catastrofe e arte, al di là e al di fuori di ogni considerazione politica, moralistica, patetica e sentimentale dei fatti occorsi. Arte e natura non sono termini antitetici. In realtà l'estetica deve tenere conto dell'estrema possibilità che tutto venga meno, che un evento catastrofico determini improvvisamente la scomparsa dell'opera d'arte. L'arte allora ci appare come una esperienza contingente, che soltanto una forzatura di pensiero può costringerci a dotare di un valore assoluto e intriso di sacralità. Il nostro senso estetico non ne è diminuito, anzi risulta arricchito dalla consapevolezza che l'uomo è essere transeunte, e la sua ricchezza deriva dalla capacità di attribuire un senso definitivo alla morte. Difatti l'uomo ha in comune con tutte le cose terrene proprio la morte. L'arte, dunque, è fenomeno del tutto naturale.

___9
___Sergio Solmi, Poesie, meditazioni e ricordi, vol. I, tomo II, Adelphi, Milano 1984, pp. 203, ripensando agli anni della Grande Guerra, sul tema della memoria:
___"Penso che la memoria consista in un andare a ritroso nella storia del nostro corpo, dal presente al passato, dalla sua posizione attuale alla più lontana nello spazio e nel tempo; un gesto, una parola pronunciata creano fantasmi di nebbia, che fatichiamo a riconoscere. Così prima del sonno si affollano le immagini intorno a noi, divenute ignote e mostruose, perché non riusciamo più a tradurne in termini d'esperienza quotidiana il movimento, che ora si riavvolge su sé stesso fino ad essere ringhiottito dall'immobilità originaria. Per questo tutto ciò che riusciamo a rintracciare del nostro passato non sono che attimi, figure, immagini puntuali che non riusciremmo a svolgere senza le soccorrevoli facoltà dell'intelletto. Il ricordo è immobile, come ci dicono, in forma sensibile, i monumenti e le tombe; e il lavoro della memoria è appunto di scartare tutte le approssimazioni del possibile, i lembi cangianti del sogno che si dilatano in nuvole e in mostri, al fine di raggiungere la sensazione, il gesto irreparabile in cui il nostro essere attuale per un attimo si riassume, in una vita illusoria e fuori dal tempo. E' possibile che a ridosso d'un fossato, io abbia abitato, in un bosco favoloso, una grotta sotto le radici d'una pianta? E' possibile che io abbia riconosciuto, sul terreno battuto e scavato, il volto immemorabile della guerra?" [questo scritto dal titolo Giorni di guerra, apparve per la prima volta su "La Fiera letteraria", 11 novembre 1928, p. 7].


___10
___La vita di un uomo non può mai cambiare improvvisamente, poiché non può cambiare improvvisamente il sentimento che si ha della vita. E questo sentimento è frutto di una lunga elaborazione che già prima dei quindici anni si concretizza nell'identità di una persona. Ripenso a quando ero ancora un ragazzo: tremavo al ricordo di un brutto sogno, oppure di notte piangevo nel letto al pensiero che sarei rimasto solo, un giorno, senza i miei genitori. Ora un brutto sogno non mi fa tremare, ma una parte della giornata ne è guasta, non piango più, ma mi addolora il pensiero che piangerò, un giorno. E allora penso che non è cambiato nulla, in questi anni, che il mio tempo sarà sempre uguale, scandito dalle stesse angosce, dagli stessi turbamenti, e nulla potrà intervenire di nuovo. Capisco che una vita si ripete sempre uguale, e che i cambiamenti possono essere solo di natura esteriore, non interiore. Il sentimento del vivere non può variare, poiché probabilmente da esso dipende l'unità della nostra persona, la nostra individualità e identità.


___11
___Curiosità. 5 aprile 1374. Testamento del Petrarca: lasciati in eredità all'amico Boccaccio "quinquaginta florenos auri de Florentia pro una veste hyemali ad studium lucubrationesque nocturnas". (In Oddone Zenatti, Dante e Firenze. Prose antiche, Bologna 1984, p. 222).


___12
___Riporto alcune affermazioni di Giulio Mozzi pronunciate nell'intervento al Convegno di Milano organizzato dal mensile "Letture" dal titolo "Per la narrativa tra Novecento e nuovo millennio" (del 29 ottobre 1997), e anticipato in parte sulle colonne del "Corriere della sera" di martedì 28 ottobre 1997, p. 31:
___"[...] Leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una missione. La missione è una cosa che la persona non si dà da sé, ma che riceve: dall'altro e, solitamente, dall'alto. La missione quindi è, per sua natura, completamente amorale: si fonda solo sull'essere stata ricevuta ed è pertanto autoritaria, sorda, maniaca, indistruttibile. La missione non può essere che missione di verità, e chi si attribuisce la missione si attribuisce inevitabilmente il possesso della verità, benché ciò si dica normalmente, nella forma del "servire la verità". [...] Leviamoci dalla testa che lo scrivere sia una funzione. Se qualcuno è ancora così stupido da credere che la sua esistenza sia completamente eterodiretta, gli chiedo di alzarsi e di uscire da questa sala. La parola funzione è solo un travestimento della parola missione: se io sono in missione per conto di dio, è evidente che io sono una funzione di dio. Disgraziatamente l'idea di funzione contiene l'idea d'irresponsabilità: la rotella non è responsabile del meccanismo, l'impiegato non è responsabile dell'ufficio, Priebke non è responsabile di Hitler. Con i servi della verità si può ancora parlare, a volte; con i funzionari della verità conviene stare ben zitti, perché ogni nostra parola sarà usata contro di noi".
___Ecco, dunque, due parole che lo scrittore deve mettere all'indice: missione e funzione .


___13
___Dallo speciale "Tuttolibri" della "Stampa" di Sabato 28 Ottobre 1995, p. 5, riporto questo giudizio di A. Guglielmi su Pasolini:
___"Il limite dell'opera in prosa e in versi di Pasolini è l'assoluta mancanza di ironia e cioè l'incapacità dell'autore (la sua non volontà di) riconoscere il valore dell' ambiguità come proprio della scrittura creativa. (...) la parola di Pasolini più che duplice (se stessa e antidoto a se stessa) è doppia, è esagitata ma non penetrante, è furba, è autoritaria, è prescrittiva: e se cerca l' ambiguità è solo per meglio servire (esibire) la propria seduzione".
___Il critico rimanda ad un suo "vecchio scritto dal titolo Pasolini maestro di vita". Pasolini è il poeta della mia adolescenza, e la mia adolescenza, purtroppo, fu senza ironia. Forse per questo motivo lo sentii tanto vicino. Ricordo ancora la corsa in bicicletta dal giornalaio, per comprare i giornali, il corpo martoriato in prima pagina, nel quale si riflettevano i turbamenti, le lacerazioni di quell'età, della mia età.


___14
___A volte mi sorprendo a pensare che la vita di un individuo non sia altro che una piccolissima parte di un gran meccanismo che lavora incessantemente per uno scopo sconosciuto; e dunque che, quando la stanchezza non avrà più il conforto di una notte di riposo, allora quel gran meccanismo non si incepperà, no, perché subito il pezzo usurato sarà espulso e uno nuovo ne prenderà il posto. Questo pensiero talvolta mi sorprende nel giorno libero, per esempio durante la spesa in un supermercato. Tra mille persone intente alla stessa operazione, è facile pensare che io viva la condizione dello schiavo moderno, che lavora tutta la settimana, e approfitta del giorno di libertà per procurarsi il più elementare e necessario tra i beni che occorrono alla sopravvivenza: il cibo. E dire che nelle scuole si insegna che la schiavitù è terminata molto tempo fa! Che proprio questa condizione mi accomuni a tutti gli altri esseri umani, non può essermi di conforto, e potrebbe solo indurmi all'esercizio sterile della rassegnazione. Ma è così che si raggiunge la serenità d'animo? Non sembri strano che io non prenda nemmeno in considerazione l'idea di poter indagare qual sia il grande meccanismo, né lo scopo per il quale è stato ordinato ad operare in tal modo, o se vi sia qualcuno (un dio?) che l'abbia predisposto. E' così piccina la condizione dell'individuo che ciò non è possibile. Noi possiamo solo registrare i nostri pensieri, che per forza di cose non arrivano a percepire la vastità del contesto, il quale ci rimane sconosciuto. La nostra conoscenza è limitata alla nostra esistenza. Probabilmente è proprio questa limitatezza che determina l'impossibilità di sfuggire alla condizione di moderni schiavi. E poi la stanchezza qui gioca la sua parte.


___15
"Numero 14" di Rothko.___Gabriel Garcìa Marquez. Intervista di Irene Bignardi dal titolo Io, Garcìa Marquez innamorato della peste, in "La Repubblica" del 10 ottobre 1992, pp. II-III della pagina culturale:
___"Quando si deve inventare un mondo fantastico, la cosa fondamentale è che i dettagli siano precisissimi".


___16
___Curiosità. "Nel 1338 la Biblioteca della Sorbona, la più ricca della cristianità, comprendeva solo 338 libri di uso incatenati e 1728 opere registrate, di cui 300 perdute, che erano destinate al prestito. Alla medesima epoca le collezioni degli altri collegi non superavano i 300 libri, fra cui i grandi testi di base". (Henry-Jean Martin, Storia e potere della scrittura, Laterza, Roma-Bari 1990, p. 163).


___17
___Goffredo Parise, Verba volant, liberal libri, Firenze 1998. Rispondendo a un tal signor Framarin, nella sua rubrica Parise risponde del "Corriere della Sera" del 16 febbraio 1975 (op. cit. pp. 186-187), scrive sul tema della memoria:
___"Io non ricordo più quei paesaggi e quelle montagne, signor Framarin, io se potessi difenderei l'intera Italia perché spero sempre nella sua unità, ma non posso andare contro la "forza delle cose". Né ricordo più la città dove sono nato, se non a vaghe luci, come in un sogno. Se ci torno fatico a ritrovare le vie. Né ricordo più l'Italia di venti-trent'anni fa. E la colpa non è mia, ma della "forza delle cose" (la storia) che ha mutato profondamente il volto del nostro Paese. Non ricordo e non voglio ricordare, per molte ragioni, consce e subconscie. Prima fra tutte perché l'Italia di trent'anni fa è lontana, lontanissima, in tutti i suoi aspetti, politici, culturali, linguistici, fonici, agricoli, non soltanto paesaggistici; poi non la ricordo più perché non voglio ricordare la mia giovinezza, perché essa non c'è più, scomparsa insieme a tutti quegli aspetti detti or ora; poi non la voglio ricordare (se non in letteratura, per testimonianza) perché, la realtà del nostro Paese essendo profondamente mutata, sento la necessità di vivere oggi e non ieri; ancora non la voglio ricordare perché la conservazione del ricordo (come la conservazione delle cose) è un dato al tempo stesso statico e regressivo che, in modo assolutamente certo, viene travolto dalla realtà contingente di oggi, quella in cui, lo vogliamo o no, siamo ancora impegnati a vivere. Infine non la voglio ricordare, non voglio ricordare quei monti, e quei boschi nella loro integrità, perché essi, nella realtà di oggi, l'hanno perduta."
___E' sintomatico questo "non voler ricordare": lo scrittore si difende da una realtà cambiata troppo in fretta, ch'egli non ha saputo o potuto accompagnare nelle sue metamorfosi, e così ora egli vorrebbe vivere - dice - solo nel presente; mai come in questo caso la negazione del ricordo suonò, al contrario, come più sincera affermazione dell'importanza della memoria. La memoria ha questo di proprio, scatta solo in assenza del suo oggetto.


___18
___C'è da meditare a lungo sulla psicologia di gruppo, ovvero sulle reazioni apparentemente strane di un gruppo umano di fronte ad un'intimazione, ad un ordine ecc. Mia difficoltà a tenere disciplinata una classe: decine di rimproveri, minacce di note e note sul registro ecc., a nulla valgono. Mando alla lavagna un allievo col compito di segnare i buoni e i cattivi: dove non è riuscita l'"autorità" del professore, riesce la scrupolosa denuncia di un compagno. Mia insipienza, si dirà. Non lo nego. Tuttavia devo dire che questi casi "strani" mi sono già capitati in tutt'altre circostanze. Scorribande notturne d'estate nelle strade deserte, lungo la baia di Gallipoli, noi giovani sedici-diciassettenni, venti, trenta persone, alla fine degli anni Settanta. Passa un tale in auto: e noi giù urla, gridi, parolacce: si ferma: noi ammutoliamo all'istante: abbassa il finestrino: noi gli chiediamo scusa: ragazzi bene educati? Nient'affatto: paura, pura e semplice paura. Avremmo potuto farlo a pezzi, se fosse sceso dalla macchina. A questo però non abbiamo pensato; abbiamo avuto semplicemente paura di ciò che non conoscevamo, e cioè del motivo che dava tanta sicurezza al personaggio in macchina. Così il nome dell'allievo scritto sulla lavagna da un compagno suscita timori indicibili per le punizioni ignote che sarebbero seguite (ma che non seguono). E tutti stanno zitti: solo per poco, purtroppo! Altra esperienza, durante il servizio militare. Un caporale, o semplicemente un "nonno", capace di far rigare dritto una compagnia. Tutti zitti, anche davanti a palesi soprusi.


___19
___Monaldo Leopardi, Autobiografia: essere padre di cotanto figlio non è impresa facile, agli occhi dei posteri. Vedasi Bernardo Tasso a confronto col figlio Torquato. Monaldo ha una sua misura, un suo modo d'essere curioso e originale, ed è questo che probabilmente più importa, nella vita e nelle lettere. Commentando la morte del generale La Horz durante l'assedio di Ancona nel 1799, Monaldo Leopardi scrive parole nelle quali puoi avvertire un che di autobiografico, scritto a mo' di giustificazione per il proprio operato onesto anche se non geniale, di uomo sedentario che non annovera tra le sue virtù l'eroismo. Dice il padre di Giacomo del generale La Horz: "Ebbe genio e coraggio grandi, ma bisogna averli impiegati bene assai per non abbrividire all'aspetto di quella morte, e il fine per lo più tragico degli avventurieri persuade che non sono infelici coloro ai quali non si è presentato un campo vasto per ispiegare il proprio ingegno". [Cito dalla sua Autobiografia, Edizioni dell'Altana, Roma, 1997, p. 192. Il corsivo è mio].


___20
___Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi, Rizzoli, Milano 1995 [cito dalla terza edizione del luglio 1975]. Alle pp. 14-15 leggo sul tema della memoria e del ruolo degli storici:
___"La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l'esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono. Questo fenomeno fa sì che la presenza e l'attività degli storici, il cui compito è di ricordare ciò che gli altri dimenticano, siano ancor più essenziali alla fine del secondo millennio di quanto mai lo siano state nei secoli scorsi. Ma proprio per questo motivo gli storici devono essere più che semplici cronisti e compilatori di memorie, sebbene anche questa sia la loro necessaria funzione".
___Mi convince il metodo dello storico inglese di considerare come un unico periodo il "trentunennio" che va dal 1914 al 1945, e cioè la prima e la seconda guerra mondiale come episodi del medesimo drammatico ciclo storico. Ma non credo che il Novecento sia l'unico secolo in cui l'uomo si sia dedicato alla distruzione del passato? Ogni epoca distrugge la precedente, e chissà che gli storici, a loro modo, pur invocando la memoria, non vi contribuiscano, inventando magari un'altra storia.


___21
___A grande richiesta degli alunni, visione a scuola del film di Stephen Spielberg, Schindler's list. Vox populi, vox dei? Inutilmente per giorni e giorni ho detto loro che a me sembra un film "diseducativo" (sì, ho usato proprio questo aggettivo); la communis opinio è più forte d'ogni buona ragione. Ma che Schindler sia un buon americano travestito da buon tedesco, che la violenza esibita dai pazzi nevrastenici nazisti, pur essendo documentata storicamente, nel film acquisti un sapore hollywoodiano, e dunque appaia gratuita, e finisca col suggerire la falsità della rappresentazione e col negare la storicità delle stragi, tutto questo e altro ancora nessuno potrà togliermelo dalla mente. A me il film pare profondamente, sottilmente "diseducativo", esteticamente brutto, per l'incapacità manifesta del regista di tenere celati i suoi artifici e per la rozzezza dei sentimenti che induce a provare. Esso si riduce in definitiva ad una esaltazione mal mascherata delle virtù del capitalista danaroso che, contro la ferocia del nemico (qui i nazisti) col suo denaro compra mille e cento vite umane, e certo di più ne avrebbe comprate se avesse avuto altri soldi. Questi è Schindler: il capitalista americano naturalmente buono travestito da tedesco eccezionalmente buono. Quando si dice il valore dei soldi! Ricreare le atmosfere dei campi di concentramento, la violenza, l'odio e gli immani massacri di milioni di individui è come ricreare le atmosfere inumane dell'epoca dei dinosauri, significa tentare la rappresentazione dell'impossibile, dell'inenarrabile, dell'indicibile, ciò che può accadere al prezzo di rozzi e goffi patetismi, resi con i cosiddetti effetti speciali. Il Tirannosaurus rex che cerca di mangiare il bambino non è meno odioso del comandante del lager che assassina dall'alto della sua villa gli sfortunati prigionieri. Questi due personaggi, il Tirannosaurus e il comandante nazista, suscitano nello spettatore lo stesso sentimento di paura e di rincrescimento, da cui il regista alla fine, con smaccata quanto vana catarsi, ci libera con la una conclusione edificante e grossolana: la natura non può subire arbitrari mutamenti genetici; chi salva la vita d'un uomo salva il mondo intero, come recita il Talmud. Ma intanto tutto questo segna la mistificazione della realtà che non prevede nessuna catarsi, poiché la natura è sempre manipolata (essa si automanipola), e perché quel sacrosanto precetto del Talmud è ogni giorno, sempre, ignorato. Tutto questo dovrei insegnare senza alcun intento moralistico, ma pare che l'insegnamento debba avere un intento moralistico per essere praticato e recepito.

___22
___Curiosità. Primo incontro memorabile: "maggio 1934, direi verso l'11", rievoca Gianfranco Contini. Carlo Emilio Gadda e Gianfranco Contini s'incontrano a Roma "con i giornali in mano per segnale, in un punto di corso d'Italia vicino a porta Salaria, press'a poco dalle parti di Cecchi". (G. Contini, Introduzione a Carlo Emilio Gadda, Lettere a Gianfranco Contini, Milano 1988, p. 7).


___23
___Definizione di allegoria in B. Croce, La poesia di Dante, Laterza, Bari 1921, p. 13:
___"L'allegoria non è altro, per chi non ne perda di vista la vera e semplice natura, se non una sorta di criptografia, e perciò un prodotto pratico, un atto di volontà, col quale si decreta che questo debba significare quello, e questo quell'altro".


___24
___La televisione è il medium privilegiato della demagogia. Ecco perché la politica può fare a meno dei giornali, può cedere molti luoghi del potere, ma non può fare a meno della televisione, perché attraverso di essa può ingannare il popolo o, più semplicemente, la gente.


___25
___La risonanza data dai mass-media al problema della pedofilia rivela bene qual sia il suggerimento che essi - in quanto portavoce del sistema di potere capitalistico - dànno a tutti i genitori: non fidatevi di nessuno, fate vivere i vostri figli come reclusi, e che conoscano solo i genitori, i quali faranno bene a dubitare e sospettare persino dei parenti, zii, zie, nonni, nonne, nonché di loro stessi, reciprocamente. Sicché alla fine sarà lei, mamma televisione, l'unica mamma insospettabile, l'unica di cui i genitori si potranno realmente fidare; e allora potranno chiudere a chiave in casa il proprio figlio, e andarsene finalmente al cinema.

___26
___Faccio vedere a scuola un film di Luis Malle, Arrivederci ragazzi, contrapponendolo a Schindler's list. Ai ragazzi è piaciuto, perché indubbiamente è un bel film; a conclusione del film, uno di loro mi ha chiesto quale fine avrebbe fatto il protagonista ebreo arrestato dai nazisti. Voleva che gli rispondessi che sarebbe stato ucciso dai nazisti. Ne deduco che i miei allievi sono vampiri, assetati di sangue. Gli ho risposto che non lo sapevo perché il regista non ce lo ha detto.


___27
___Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano 1988. Cito dalla decima edizione del 1991.
___A p. 48, su poesia e prosa: "Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d'un'espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile".
___E ancora, a p. 50: "(...) sogno immense cosmologie, saghe ed epopee racchiuse nelle dimensioni d'un epigramma. Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero".


___28
___La politica è il regno dell'opinabile e del mutevole e gli opinionisti politici dei quotidiani ne sono i portavoce. Mi affascina di costoro proprio la capacità di fermare con l'inchiostro in una colonna di giornale, che per sua natura vale un sol giorno, le fluttuazioni della politica, le onde mutevoli del dibattito in corso, dotando di senso le vanità dei moderni tribuni. Il compito degli opinionisti sembra simile a quello del metereologo che racconta la situazione del tempo, illustrandone la carta su cui alta e bassa pressione si fronteggiano, determinando la nostra presente o futura giornata. Allo stesso modo, il commentatore ci avverte del clima politico che stiamo vivendo e che vivremo nell'immediato futuro, ma nulla ci può dire di quel che accadrà tra due o tre giorni, poiché tutto è destinato a mutare. Eppure, l'importanza della sua funzione è notevole, poiché l'uomo vive, o si illude di vivere, oltre che nella dimensione eterna (se ha una fede), anche in quella che dura lo spazio di una vita (settanta, ottanta, novant'anni), annuale (scandita dai festeggiamenti di fine anno), stagionale (le quattro stagioni), settimanale (il riposo domenicale), fino a giornaliera, in cui le opinioni di chi ci informa fungono da faro, sappiamo bene quanto ingannevole. Sicché, alla fine del giorno, valga ancora la lettura delle fantasmagorie dell'Orlando furioso, fallace anch'essa, ma all'insegna del classico.


___29
___Cantarella Glauco Maria, I monaci di Cluny, Einaudi, Torino, 1993 [cito dall'ed. 1997] pp. 27-28 riferisce questo simpatico aneddoto raccontato da Oddone, secondo abate di Cluny (nel Maine, 880 circa - Tours 942):
___"Se i santi hanno un onore, i luoghi sacri sono animati dalla loro potenza, oltreché, in quanto consacrati, dalla potenza divina. Guai a dimenticarsene! Un "vassallo" (un uomo d'armi al servizio di un signore più potente) per sfuggire ai nemici si rifugia in un monastero e trova ospitalità in una cella confinante con la chiesa; venuta la notte, racconta sempre Odone, "volendo conoscere sua moglie, rimase come un cane così infisso a lei che in nessun modo potè essere divelto". E' una di quelle situazioni che in età moderna non sarebbero oggetto di speculazione religiosa; comunque era una situazione imbarazzante anche nel Medioevo, anche nel secolo X; Richerio (questo era il nome del vassallo) è terrorizzato: "sentendosi tenere in quel modo si mise a gridare...Accorsero tutti". I due coniugi "tanto per la paura quanto per la vergogna furono presi da veemente confusione": erano sotto gli occhi di tutti, dei monaci, dei fratelli di Richerio, del loro figlio. Sempre costretti in quell'atteggiamento ingombrante "fecero al luogo santo tutti i doni che poterono. E dopo che i monaci ebbero pregato a lungo furono separati (il latino è di difficile traduzione ma più ricco: "sibi redditi sunt", resi ognuno a se stesso). Chiese, reliquie, oggetti appartenuti a persone sante sono gravidi di potenza che è pronta a scattare contro chi si comporta irriverentemente; (...)". [Coll. II.II, col.558CD] [Odonis Abbatis Cluniacensis Collationum libri tres, PL, 133, coll. 517A-638C].


___30
___Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, cit., p. 341:
___"Il mutamento sociale più notevole e di più vasta portata della seconda metà del secolo, quello che ci taglia fuori per sempre dal mondo del passato, è la morte della classe contadina.".
___Di questo, veramente, ci siamo tutti dimenticati.


___31
___Curiosità. Scrive Ignazio Baldelli, Realtà personale e corporale di Beatrice, in "Giornale storico della letteratura italiana", vol. CLXIX, 1992, p. 180:
___"Dante, direttamente o indirettamente, usa nella Commedia il nome di Beatrice sessantatré volte: due nell'Inferno, nella rievocazione di Virgilio dell'incontro con lei, diciassette volte nel Purgatorio, di cui dieci nel Paradiso terrestre e due in anticipazione ad esso, e quarantaquattro volte nel Paradiso."


___32
___Gianni Celati scrive in Modena 18 luglio 1994, "Il Semplice Almanacco delle rose", 1, 1995, G. Feltrinelli, Milano, pp. 142-143:
___"E' impressionante il modo in cui i critici e gli universitari parlano di letteratura, come se fosse una cosa che loro sanno bene cos'è, spesso mostrando anche di sapere come bisognerebbe scrivere. L'assurdità sta proprio nel partire dall'idea che si sappia qualcosa di preciso: mentre, a parte un certo numero di cose che s'imparano per esperienza, tutto il resto rimane un gran mistero. Ma è un mistero nel senso proprio della parola, cioè qualcosa di cui non si può parlare: e qui ricordo che la parola mestiere viene proprio dalla lingua mistero, che significa mestiere in molte lingue europee".
___La poesia non può che essere autobiografica nel senso completo della parola. Di chi e di che cosa il poeta dovrebbe parlare, se non di se stesso e della propria vita? Il poeta non ha esperienza che di sé, non perché creda che la sua esistenza sia importante o esemplare, ma perché pensa che solo della sua esperienza egli può poesia. Il poeta ha un sentimento vivo della poesia, o per meglio dire, vissuto. Per questo la poesia è carne e sangue, non astrazione. I due termini, vivere e poetare, rimandano certamente a due realtà autonome, ma questo non vuol dire che siano antitetici e che tra le due realtà non ci sia comunicazione. Anzi, è vero l'opposto. La poesia è fatta di eventi che diventano parola, di fatti occorsi per nostra volontà o per puro caso che diventano frase, di casualità che diventano necessità nella scrittura poetica. Il mistero, e il mestiere, sta tutto nelle modalità di questa traduzione.


___33
___Si dice del poeta che ha una vena poetica, si usa cioè un termine minerario, del tipo vena d'oro, d'argento, ecc., per designare la preziosità del rinvenimento poetico. Come l'oro, l'argento ecc., così anche il verso si rinviene, e solo dopo faticoso scavo. Preziosa come l'oro, l'argento, ecc., dunque, è la poesia. E il poeta continua a essere un trovatore.

(continua)



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