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 Ballata di un guastafoto qualunque
  di Giampaolo Morelli

"Affreschi" di Giuseppe Caccavale,  per la sala d'entrata dell’Archivio Municipale di Marsiglia.         Sconvoltoni illustrissimi, e voi assuefatti integrali con cui ho brigato per dieci anni e più, statemi a sentire. Dato che non vi vedo da un po', mentre cercavo qualcosa da dirvi per passare il tempo da svegli, m'è venuto in mente che fra noi allora ce n'era uno né meglio né peggio, anzi, a suo modo alquanto fortunato come vedremo, Giulio si chiamava, che ogni giorno si alzava col sole già alto, ma tanto lui non lo guardava, e, trascinatosi dal letto fino a quel cassetto del comò, assumeva la prima magra razione di droga. Questo gesto e solo questo gli dava la possibilità di fare colazione. Il giornale lo aveva letto la notte prima, rubato dall'edicola notturna, così poteva tranquillamente attendere che arrivasse l'ora della telefonata, l'ora sempre uguale in cui aveva il compito di svegliare il venditore. Anche la telefonata era sempre uguale, il venditore, con la voce impastata dal sonno e dai vizi, gli ordinava di arrivare di lì a un'ora, né un minuto prima né un minuto dopo, e gli commissionava la colazione con i giornaletti di cui era avido lettore. Il nostro simile, nonostante il nervosismo, dato che proprio nell'istante della telefonata la prima razione si rivelava insufficiente, doveva star molto attento alle richieste del venditore, perché un cappuccino con poco zucchero, o un numero scaduto di Tex avrebbero potuto disporlo al cattivo umore, con conseguenze tremende che andavano dall'elargizione di una quantità insufficiente, fino in alcuni casi all'irremovibile diniego. Voi tutti, miei amici del cuore e sballatoni incurabili, sapete quanto orgoglio e amor proprio si sacrifica in questi casi, l'ascetico rapporto di devozione cerimoniosa che ci lega a colui che gestisce il nostro benessere, come un padre bizzoso e a volte cattivo al quale non abbiamo altro desiderio che sottometterci, bimbi offesi che siamo. Dal punto di vista del narcopotente, la cosa si fa ancora più delicata, e dipende principalmente dal suo carattere, ma visto che spesso si tratta di rozzi reietti, la facoltà così impensatamente acquisita diventa terreno docile per sordide angherie e vessazioni.
         Abbiamo fatto questa dotta, ma per noi ovvia divagazione, solo per lasciar passare un po' di tempo, il maledetto tempo che ci vuole perché venga l'ora, e Giulio possa stancamente afferrare la sua bicicletta, scendere le scale e avviare i pedali, faticando verso l'appuntamento.
         E per fargli piacere si potrebbe sorvolare del tutto la mesta pedalata senza guardarsi intorno, il bar con le ordinazioni e il giornalaio che si comincia ad avere i brividi, potremmo sorvolare su tutto, anche sul lurido venditore convinto a giorni alterni o di essere Dio o di chiamarsi Emanuele, vale a dire che Dio abitava lì con lui nella casa con le serrande chiuse dove si accumulavano rifiuti, e perfino la puzza di due gatti cadaveri, le contrattazioni milligrammate potremmo saltare, potremmo arrivare fino al punto della soddisfazione, già lì di fretta per le scale del palazzo del venditore ricoperte di gomma, che a Giulio quell'odore di gomma finiva per incarnare il benessere stesso, la quieta energia della droga, così improvvisamente spogliato si sentiva da affanni veri e presunti. Potremmo fare questo salto, e Giulio stesso, se avesse potuto, avrebbe abbandonato la bici per dei trampoli, se lo avessero condotto oltre l'attesa fino alla quiete.
         Ma non possiamo. Non possiamo perché Giulio era nato in una antica città, e questo percorso fatto controvoglia, guardando a terra come un asino affranto, chiuso nelle voci del proprio bisogno, partiva dal rione passando ogni giorno che Dio mandava badate, davanti a un famoso monumento antichissimo, meta per tutto l'anno di un via vai di turisti, i quali venivano dai paesi più esteri e lontani per visitarlo e soprattutto farcisi una foto davanti, che attestasse il ricordo che altrimenti poteva vacillare secondo loro. E ogni giorno dell'anno Giulio, con la sua bicicletta, si trovava a sfilare proprio nel mezzo, fra ventisette o trentotto obiettivi fotografici schierati e i soggetti in posa alla base del monumento, all'andata e al ritorno badate, il che fa cinquantaquattro o settantasei fotografie che lui rovinava giornalmente, o nelle quali appariva con la sua bicicletta oscurando il soggetto, il che fa diciannovemilasettecentodieci o ventisettemilasettecentoquaranta scatti l'anno, a seconda.
         Se poi moltiplicassimo per gli anni che si susseguivano non si finirebbe più, ma quello che è certo, amati scombussolati, è che centinaia di migliaia di quelle foto e diapositive, una volta sviluppate nei loro colori di sogno, finivano lucide tra le mani dell'inverno, in Australia come in Giappone, quando i turisti reduci dalla antica città rimembravano i viaggi e il buon tempo, i monumenti e le pappate, e in migliaia di case in tutto il mondo conosciuto invitavano amici e parenti, accanto a fuochi o termosifoni, e allora scorrevano quelle figure fino al punto in cui si sentiva partire la domanda: Chi è mai costui in bicicletta che ti passa davanti? E immancabile veniva la risposta: Ma è Ju-lio, Hu-lio! Ghu-liò Guastafoto! - secondo la pronuncia del posto, perché qualcuno, non si conosce il modo, aveva saputo il nome di quel ragazzo con le occhiaie e il berretto a visiera che passava e ripassava, curvo sulla sua bicicletta e con lo sguardo a terra. E si confrontavano le fotografie e le diapositive, molti ne possedevano almeno una, altri ne volevano possedere, fin quando qualche furbo ci fece l'affare, tanto quel Ghu-liò Guastafoto era diventato popolare, e di lì a poco dell'immagine ne fecero magliette, di tutti i colori ma con sopra il nome, la bicicletta, la visiera con sullo sfondo il monumento, e in due versioni, quella che andava sul davanti e quella che tornava sul dorso, che si vendettero in milioni di esemplari, sia dell'andata che del ritorno. E in breve non era più come prima, perché all'ora dopo pranzo, quando si attendeva la sua passata, erano centinaia e centinaia le persone che si accalcavano sotto il famoso monumento, la voce si era sparsa, tutti in attesa che passasse per fare la foto, tanto che il comune ci aveva messo i vigili per disciplinare il traffico.
         Insomma il nostro Giulio era diventato celebre in tutto il mondo conosciuto, tranne forse nella sua antichissima città, dove erano talmente abituati alle cose in grande da non farci caso, oppure erano solo un po' scorbutici. Ma come voi ben sapete, fattoni miei diletti, non ci si accorge di niente quando si guarda per terra, così il nostro fratello non si accorgeva di niente di quello che gli succedeva intorno, né quando andava né quando tornava, perché gli occhi li teneva sempre appiccicati al suolo, certo con stati d'animo differenti, e forse opposti, ma intanto andava e tornava ogni giorno dalla casa del venditore, e bene o male erano sempre tre chilometri ad andare e tre a tornare, il che fa in totale duemiladuecento chilometri l'anno, più o meno, in bicicletta. Solo una volta, mentre tornava certo, la testa di Giulio si fece quel conto, anzi moltiplicò per gli anni già passati, che veniva una cifra spropositata, e pensò che invece di fare avanti e indietro avrebbe potuto tracciare un'unica riga, arrivare a Vladivostòk, a Pechino, in Madagascar, dove magari c'era un altro venditore, un Dio magari di un'altra religione, per poi tornare indietro. Concluse però che sarebbero stati necessari tanti venditori, ognuno per ogni località toccata nel suo viaggio di sei chilometri al giorno, e non ci pensò più. L'indomani, infatti, pensava un'altra cosa di inutile, per esempio che avrebbe potuto essere due cose sole nella vita, o un religioso ma non aveva la vocazione, o un condottiero ma non se ne presentava l'occasione. E l'indomani poi pensava, com'era quella preghiera privata che facevo da piccolino? Non la riesco a ricordare. E ancora l'indomani: dove andrò la prossima estate, al mare o in montagna?, pensava, sempre però al ritorno, perché all'andata era come se viaggiasse su una rotaia. Non che fosse concentrato, questo mai, solo vedeva fisso il selciato che conosceva in ogni buca, ruga o avvallamento, senza badare a impedimenti e ostacoli, che fossero pozzanghere, radici di pino che respirano o merde di cavallo da carrozzella.
         Già, ostacoli lui non ne vedeva, ragni, cani o umani li abbatteva senza avvedersene, causando guaìti, graffi, lividi e manubri nelle panze, ma mai, pregiatissimi intronati, lo avreste potuto tacciare d'aver suonato il campanello della sua bicicletta, neanche una sola volta in tutti quegli anni aveva alzato le mani dal manubrio, nemmeno per trastullarsi nel suo passatempo preferito, vale a dire mettersi le dita nel naso e scavare, scavare, sempre mirando a terra ma lontano lontano, che se ci avesse messo una dedica, appena un po' di intima voglia, avrebbe potuto essere quella la sua preghiera. Adesso poi era aumentata la folla di turisti provenienti da tutto il mondo conosciuto, i quali appena scesi dai pullman per visitare il famoso monumento si scostavano e gli facevano ala vedendolo arrivare, in uno sventolio di berretti e magliette mostrate con lui sopra, sia davanti che sul dorso, specie da parte di operatrici turistiche e fanciulle forestiere che si provavano a fare colpo, e il bisbiglìo pian piano cresceva a diventare tripudio, quel Ghu-liò, Ghu-liò, Ghu-liò Guastafoto che la gente del mondo conosciuto gridava battendo le mani al suo passaggio, senza turbarlo però, perché lui li sentiva molto di lontano sia all'andata che al ritorno, anche se per ragioni opposte come noi ben sappiamo.
         E non era finita lì, perché il tripudio, come i topi e le figure, è fatalmente destinato a moltiplicarsi, e un giorno nell'andare il nostro compagno s'era trovato la strada sbarrata. Aggirato l'ostacolo come fa la formica, aveva dovuto percorrere di corsa la deviazione, col cuore in gola per paura di fare tardi, e lo stesso era successo al ritorno perché, sebbene lui non se ne accorgesse, tutto il viale davanti al famoso monumento era occupato da una produzione cinematografica sotto la guida di un giovane regista, il quale aveva fiutato l'affare e s'era appassionato alla storia di quel Ghu-liò Guastafoto, e ora stava girando i suoi passaggi avanti e indietro e le fotografie rovinate, e mentre Giulio passava lì accanto c'era un famoso attore vestito esattamente come lui, visiera bicicletta e tutto, senza però che i cineasti si chiedessero o approfondissero le vere ragioni di quell'andare e venire, sapevano che il pubblico desiderava una vicenda d'amore sociologico, e allora a un certo punto il sosia incontrava una attrice famosa nella parte di un'avvenente operatrice turistica, anche lei appassionata ciclista, che riusciva ad attirare la sua attenzione e sposarselo poco prima della fine, in tandem col velo bianco.
         E il film ebbe grande successo, cosicché dopo qualche mese c'erano centinaia di migliaia di persone vestite come Giulio che giravano in bicicletta per il mondo conosciuto, e lui era ridiventato uno dei tanti finalmente, nessuno più lo riconosceva, quella baraonda riproduttiva lo aveva fatto tornare normale, soltanto era vestito all'ultima moda però nessuno più lo salutava né lo importunava, se non la gran ressa di ciclisti che incrociava sulla via, e una volta, nel giorno del I Raduno Internazionale dei Ghu-liò Guastafoto, un gruppo di questi imitatori aveva seguito la sua scia fin sotto la casa del venditore, e poi indietro fino al monumento famoso, davanti al quale menomale s'erano persi tra simili.
         Intanto, superato senza danno il pericolo della celebrità, la calda estate si mutava nell'autunno e nell'inverno, ma Giulio non ci faceva caso, delle variazioni climatiche o di temperatura lui si accorgeva appena, sapeva solo che quando andava era freddo e quando tornava caldissimo, e questo in qualsiasi stagione dell'anno, al massimo nelle giornate più gelide o piovose bastava un giubbone a coprire l'involucro. Solo che mentre la sua testa ragionava sempre allo stesso modo, o meglio nei due modi apparentemente diversi dell'andata e del ritorno, i muscoli delle gambe gli si gonfiavano sempre più per quell'andirivieni ciclistico, per le migliaia di chilometri distribuiti però in esercizio regolare, tanto che l'unico paio di pantaloni in suo possesso gli stava talmente stretto da impedire quasi di muoversi e pedalare, soprattutto all'andata, e un giorno era arrivato con cinque minuti di ritardo dal venditore che stavolta si chiamava Emanuele e voleva farlo punire da Dio in persona, così Giulio aveva dovuto inginocchiarsi con grande strepito delle cuciture, e pregarlo a mani giunte.
         Inevitabilmente al ritorno, sotto una pioggia fina fina, ma gelida e tagliente, i calzoni, sotto la potente spinta degli adduttori d'un tratto s'erano strappati, anzi per dire meglio erano esplosi, andati per conto loro senza più rispettare la trama in cento e più pezzi, e, visto che Giulio era senza mutande, questo avvenimento aveva causato le proteste dei turisti nonché l'accorrere della polizia, che però non era riuscita a raggiungerlo.
         Urterei la vostra sensibilità squisita, pregiatissimi miei sbomballati, se non la facessi breve a questo punto. Preferirei offendere la verità però, piuttosto che offendere voi, beneamati strafatti e agganciati carissimi, così alieni dall'arte solo umana della bugia e del piccolo sotterfugio, voi che soli sapete cosa ti dice Ia testa in certe occasioni, e mettessi in dubbio la vostra comprensione di come il nostro compagno si fosse chiuso in casa, e per tutto il resto della giornata avesse dimenticato di essere senza pantaloni. Almeno fino alla mattina dopo, quando al risveglio, dopo essersi trascinato fino a quel cassetto del comò, s'era scoperto nudo di fronte alle incombenze della giornata.
         Oltretutto era una mattina fredda e nebbiosa, livida, così Giulio s'era consultato con l'intimo se stesso scavandosi a lungo con le dita nel naso, poi aveva deciso di utilizzare l'intervallo prima della fatidica telefonata, prendere la bicicletta e raggiungere i Grandi Magazzini con indosso il pigiama, per cercarsi a buon prezzo dei pantaloni. E voi, cotti come siete, non stenterete a credere che dopo averli rubati, al ritorno verso casa s'era messo a tuonare fulminare e piovere forte, e lui, più che altro per riguardo dei calzoni nuovi aveva finito per ripararsi sotto la tettoia del mercato rionale, che occupava un'intera piazza.
         Era penetrato, in bicicletta con gli occhi a terra, un po' preoccupato perché si stava facendo tardi, e nell'attesa che spiovesse s'era messo le dita nel naso e scavava, scavava, guardando lontano in una pozzanghera da scolatura e parlando dentro di sé come con qualcuno, e così subito gli era sembrato di sentirsi abbagliare da una luce naturale, solare, come se il sole si trovasse in quel momento dall'altra parte del mondo e lo attraversasse per raggiungere i suoi occhi. Ed ecco, accecato da quella visione, con un profondo respiro era stato costretto a sollevare lo sguardo, e s'era trovato davanti una babele di fagioli, centodieci zucchine, sessantadue pere, seicentododici cavoli, duemiladue rape, duemilaquattordici foglie di broccoletto, seicentootto patate gialle, centodiciotto mazzetti di cicorie verdebrune, circa ottomila carote e tutto tripudiava. C'era poi tutta una parte dedicata alle droghe più fini dagli odori ineffabili, e a lui, di forza calato in una sensazione di stupore beato o meravigliosa dolcezza, era sembrato di poter contare centodieci steli di erba cipollina, duemilaventi rametti di prezzemolo francese, ottocento quaranta foglie di menta piperita; e anche contò il basilico, i petali ai fiori di borragine, il cerfoglio, il giallo screziato della salvia dorata, gli aghi del rosmarino, i cespugli nani del timo serpillo, l'eleganza della maggiorana, e tutti gli sembrava di poterli contare come in sogno, il sedano e il coriandolo, lo spoglio aneto e l'anice stellato, i bastoncelli di liquirizia e la finocchiella spampanata, il papavero pacchiano e i rimasugli di carcamo e zafferano, le noci moscate e le bacche di ginepro piccole e nere, le scorze di cannella e gli ottomiladuecentotredici grani bianchi e neri, verdi, gialli, perfino rosa del pepe, poi dopo quelli più piccoli di senape, fino alle pallide sculture dello zenzero.
         Tutto questo e altro contava e gustava Giulio nella sua visione che aveva del miracoloso, perché una letizia gli veniva dentro e pareva arrestarsi, tanto che non riusciva a rigettare gli occhi a terra, e poi perché fra le virtù di quelle piante c'era pure una ragazza più giovane di lui, ritta dietro al suo banco, i pugni sui fianchi. Per prima cosa lo avevano colpito due seni sodi tipo meloni, di colpo poi risaliva ai riccioli neri selvatici che o giocavano furibondi sulla fronte, o ballavano su zigomi tondi e pronunciati, e nel mezzo ancora la bocca come un peperoncino e occhi come olive greche appena colte, e altrettanto luminosi, che lo fissavano con un buffo sguardo da papera austera, e a lui era sembrato che dicessero proprio a lui che la guardava estasiato: 'Ehi tu, dai begli occhi persi che vanno e che vengono, li sai fare i conti?'.
         Strano ma Giulio, senza far vista di stupirsi, pare che facesse un altro bel respiro e rispondesse parola per parola: 'Se non avessi trovato te, sarei stato uno smargiasso, un trombone!', e mentre lo diceva tutto gli sembrava lieve, caldo e sereno dentro e fuori, si sentiva ricco e sicuro come un ortolano. Da quell'istante, durato per settimane s'era sentito un altro a cui non interessava per niente l'andare e così non aveva bisogno di tornare. Era davvero uno qualsiasi, in ogni stagione tanto gli piaceva una frutta diversa che s'era scordato di telefonare, e da allora è lì tutte le mattine, e io che faccio la spesa incontro sempre il suo sguardo, perché ora per terra ci guarda solo se gli cade una mela o una carota, e lì anche voi, miei lontani ma sempre amati accasciati, lo riconoscereste se alzate gli occhi, anche voi che avete ascoltato, spero senza che vi cadesse la fronte sul muro, questa storia che rischiava di sbandare ma non c'è riuscita del tutto, e per questo si chiama ballata.

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