| Sconvoltoni
illustrissimi, e voi assuefatti integrali con
cui ho brigato per dieci anni e più, statemi
a sentire. Dato che non vi vedo da un po', mentre
cercavo qualcosa da dirvi per passare il tempo
da svegli, m'è venuto in mente che fra
noi allora ce n'era uno né meglio né
peggio, anzi, a suo modo alquanto fortunato come
vedremo, Giulio si chiamava, che ogni giorno si
alzava col sole già alto, ma tanto lui
non lo guardava, e, trascinatosi dal letto fino
a quel cassetto del comò, assumeva la prima
magra razione di droga. Questo gesto e solo questo
gli dava la possibilità di fare colazione.
Il giornale lo aveva letto la notte prima, rubato
dall'edicola notturna, così poteva tranquillamente
attendere che arrivasse l'ora della telefonata,
l'ora sempre uguale in cui aveva il compito di
svegliare il venditore. Anche la telefonata era
sempre uguale, il venditore, con la voce impastata
dal sonno e dai vizi, gli ordinava di arrivare
di lì a un'ora, né un minuto prima
né un minuto dopo, e gli commissionava
la colazione con i giornaletti di cui era avido
lettore. Il nostro simile, nonostante il nervosismo,
dato che proprio nell'istante della telefonata
la prima razione si rivelava insufficiente, doveva
star molto attento alle richieste del venditore,
perché un cappuccino con poco zucchero,
o un numero scaduto di Tex avrebbero potuto disporlo
al cattivo umore, con conseguenze tremende che
andavano dall'elargizione di una quantità
insufficiente, fino in alcuni casi all'irremovibile
diniego. Voi tutti, miei amici del cuore e sballatoni
incurabili, sapete quanto orgoglio e amor proprio
si sacrifica in questi casi, l'ascetico rapporto
di devozione cerimoniosa che ci lega a colui che
gestisce il nostro benessere, come un padre bizzoso
e a volte cattivo al quale non abbiamo altro desiderio
che sottometterci, bimbi offesi che siamo. Dal
punto di vista del narcopotente, la cosa si fa
ancora più delicata, e dipende principalmente
dal suo carattere, ma visto che spesso si tratta
di rozzi reietti, la facoltà così
impensatamente acquisita diventa terreno docile
per sordide angherie e vessazioni.
Abbiamo
fatto questa dotta, ma per noi ovvia divagazione,
solo per lasciar passare un po' di tempo, il maledetto
tempo che ci vuole perché venga l'ora,
e Giulio possa stancamente afferrare la sua bicicletta,
scendere le scale e avviare i pedali, faticando
verso l'appuntamento.
E
per fargli piacere si potrebbe sorvolare del tutto
la mesta pedalata senza guardarsi intorno, il
bar con le ordinazioni e il giornalaio che si
comincia ad avere i brividi, potremmo sorvolare
su tutto, anche sul lurido venditore convinto
a giorni alterni o di essere Dio o di chiamarsi
Emanuele, vale a dire che Dio abitava lì
con lui nella casa con le serrande chiuse dove
si accumulavano rifiuti, e perfino la puzza di
due gatti cadaveri, le contrattazioni milligrammate
potremmo saltare, potremmo arrivare fino al punto
della soddisfazione, già lì di fretta
per le scale del palazzo del venditore ricoperte
di gomma, che a Giulio quell'odore di gomma finiva
per incarnare il benessere stesso, la quieta energia
della droga, così improvvisamente spogliato
si sentiva da affanni veri e presunti. Potremmo
fare questo salto, e Giulio stesso, se avesse
potuto, avrebbe abbandonato la bici per dei trampoli,
se lo avessero condotto oltre l'attesa fino alla
quiete.
Ma
non possiamo. Non possiamo perché Giulio
era nato in una antica città, e questo
percorso fatto controvoglia, guardando a terra
come un asino affranto, chiuso nelle voci del
proprio bisogno, partiva dal rione passando ogni
giorno che Dio mandava badate, davanti a un famoso
monumento antichissimo, meta per tutto l'anno
di un via vai di turisti, i quali venivano dai
paesi più esteri e lontani per visitarlo
e soprattutto farcisi una foto davanti, che attestasse
il ricordo che altrimenti poteva vacillare secondo
loro. E ogni giorno dell'anno Giulio, con la sua
bicicletta, si trovava a sfilare proprio nel mezzo,
fra ventisette o trentotto obiettivi fotografici
schierati e i soggetti in posa alla base del monumento,
all'andata e al ritorno badate, il che fa cinquantaquattro
o settantasei fotografie che lui rovinava giornalmente,
o nelle quali appariva con la sua bicicletta oscurando
il soggetto, il che fa diciannovemilasettecentodieci
o ventisettemilasettecentoquaranta scatti l'anno,
a seconda.
Se
poi moltiplicassimo per gli anni che si susseguivano
non si finirebbe più, ma quello che è
certo, amati scombussolati, è che centinaia
di migliaia di quelle foto e diapositive, una
volta sviluppate nei loro colori di sogno, finivano
lucide tra le mani dell'inverno, in Australia
come in Giappone, quando i turisti reduci dalla
antica città rimembravano i viaggi e il
buon tempo, i monumenti e le pappate, e in migliaia
di case in tutto il mondo conosciuto invitavano
amici e parenti, accanto a fuochi o termosifoni,
e allora scorrevano quelle figure fino al punto
in cui si sentiva partire la domanda: Chi è
mai costui in bicicletta che ti passa davanti?
E immancabile veniva la risposta: Ma è
Ju-lio, Hu-lio! Ghu-liò Guastafoto! - secondo
la pronuncia del posto, perché qualcuno,
non si conosce il modo, aveva saputo il nome di
quel ragazzo con le occhiaie e il berretto a visiera
che passava e ripassava, curvo sulla sua bicicletta
e con lo sguardo a terra. E si confrontavano le
fotografie e le diapositive, molti ne possedevano
almeno una, altri ne volevano possedere, fin quando
qualche furbo ci fece l'affare, tanto quel Ghu-liò
Guastafoto era diventato popolare, e di lì
a poco dell'immagine ne fecero magliette, di tutti
i colori ma con sopra il nome, la bicicletta,
la visiera con sullo sfondo il monumento, e in
due versioni, quella che andava sul davanti e
quella che tornava sul dorso, che si vendettero
in milioni di esemplari, sia dell'andata che del
ritorno. E in breve non era più come prima,
perché all'ora dopo pranzo, quando si attendeva
la sua passata, erano centinaia e centinaia le
persone che si accalcavano sotto il famoso monumento,
la voce si era sparsa, tutti in attesa che passasse
per fare la foto, tanto che il comune ci aveva
messo i vigili per disciplinare il traffico.
Insomma
il nostro Giulio era diventato celebre in tutto
il mondo conosciuto, tranne forse nella sua antichissima
città, dove erano talmente abituati alle
cose in grande da non farci caso, oppure erano
solo un po' scorbutici. Ma come voi ben sapete,
fattoni miei diletti, non ci si accorge di niente
quando si guarda per terra, così il nostro
fratello non si accorgeva di niente di quello
che gli succedeva intorno, né quando andava
né quando tornava, perché gli occhi
li teneva sempre appiccicati al suolo, certo con
stati d'animo differenti, e forse opposti, ma
intanto andava e tornava ogni giorno dalla casa
del venditore, e bene o male erano sempre tre
chilometri ad andare e tre a tornare, il che fa
in totale duemiladuecento chilometri l'anno, più
o meno, in bicicletta. Solo una volta, mentre
tornava certo, la testa di Giulio si fece quel
conto, anzi moltiplicò per gli anni già
passati, che veniva una cifra spropositata, e
pensò che invece di fare avanti e indietro
avrebbe potuto tracciare un'unica riga, arrivare
a Vladivostòk, a Pechino, in Madagascar,
dove magari c'era un altro venditore, un Dio magari
di un'altra religione, per poi tornare indietro.
Concluse però che sarebbero stati necessari
tanti venditori, ognuno per ogni località
toccata nel suo viaggio di sei chilometri al giorno,
e non ci pensò più. L'indomani,
infatti, pensava un'altra cosa di inutile, per
esempio che avrebbe potuto essere due cose sole
nella vita, o un religioso ma non aveva la vocazione,
o un condottiero ma non se ne presentava l'occasione.
E l'indomani poi pensava, com'era quella preghiera
privata che facevo da piccolino? Non la riesco
a ricordare. E ancora l'indomani: dove andrò
la prossima estate, al mare o in montagna?, pensava,
sempre però al ritorno, perché all'andata
era come se viaggiasse su una rotaia. Non che
fosse concentrato, questo mai, solo vedeva fisso
il selciato che conosceva in ogni buca, ruga o
avvallamento, senza badare a impedimenti e ostacoli,
che fossero pozzanghere, radici di pino che respirano
o merde di cavallo da carrozzella.
Già,
ostacoli lui non ne vedeva, ragni, cani o umani
li abbatteva senza avvedersene, causando guaìti,
graffi, lividi e manubri nelle panze, ma mai,
pregiatissimi intronati, lo avreste potuto tacciare
d'aver suonato il campanello della sua bicicletta,
neanche una sola volta in tutti quegli anni aveva
alzato le mani dal manubrio, nemmeno per trastullarsi
nel suo passatempo preferito, vale a dire mettersi
le dita nel naso e scavare, scavare, sempre mirando
a terra ma lontano lontano, che se ci avesse messo
una dedica, appena un po' di intima voglia, avrebbe
potuto essere quella la sua preghiera. Adesso
poi era aumentata la folla di turisti provenienti
da tutto il mondo conosciuto, i quali appena scesi
dai pullman per visitare il famoso monumento si
scostavano e gli facevano ala vedendolo arrivare,
in uno sventolio di berretti e magliette mostrate
con lui sopra, sia davanti che sul dorso, specie
da parte di operatrici turistiche e fanciulle
forestiere che si provavano a fare colpo, e il
bisbiglìo pian piano cresceva a diventare
tripudio, quel Ghu-liò, Ghu-liò,
Ghu-liò Guastafoto che la gente del mondo
conosciuto gridava battendo le mani al suo passaggio,
senza turbarlo però, perché lui
li sentiva molto di lontano sia all'andata che
al ritorno, anche se per ragioni opposte come
noi ben sappiamo.
E
non era finita lì, perché il tripudio,
come i topi e le figure, è fatalmente destinato
a moltiplicarsi, e un giorno nell'andare il nostro
compagno s'era trovato la strada sbarrata. Aggirato
l'ostacolo come fa la formica, aveva dovuto percorrere
di corsa la deviazione, col cuore in gola per
paura di fare tardi, e lo stesso era successo
al ritorno perché, sebbene lui non se ne
accorgesse, tutto il viale davanti al famoso monumento
era occupato da una produzione cinematografica
sotto la guida di un giovane regista, il quale
aveva fiutato l'affare e s'era appassionato alla
storia di quel Ghu-liò Guastafoto, e ora
stava girando i suoi passaggi avanti e indietro
e le fotografie rovinate, e mentre Giulio passava
lì accanto c'era un famoso attore vestito
esattamente come lui, visiera bicicletta e tutto,
senza però che i cineasti si chiedessero
o approfondissero le vere ragioni di quell'andare
e venire, sapevano che il pubblico desiderava
una vicenda d'amore sociologico, e allora a un
certo punto il sosia incontrava una attrice famosa
nella parte di un'avvenente operatrice turistica,
anche lei appassionata ciclista, che riusciva
ad attirare la sua attenzione e sposarselo poco
prima della fine, in tandem col velo bianco.
E
il film ebbe grande successo, cosicché
dopo qualche mese c'erano centinaia di migliaia
di persone vestite come Giulio che giravano in
bicicletta per il mondo conosciuto, e lui era
ridiventato uno dei tanti finalmente, nessuno
più lo riconosceva, quella baraonda riproduttiva
lo aveva fatto tornare normale, soltanto era vestito
all'ultima moda però nessuno più
lo salutava né lo importunava, se non la
gran ressa di ciclisti che incrociava sulla via,
e una volta, nel giorno del I Raduno Internazionale
dei Ghu-liò Guastafoto, un gruppo di questi
imitatori aveva seguito la sua scia fin sotto
la casa del venditore, e poi indietro fino al
monumento famoso, davanti al quale menomale s'erano
persi tra simili.
Intanto,
superato senza danno il pericolo della celebrità,
la calda estate si mutava nell'autunno e nell'inverno,
ma Giulio non ci faceva caso, delle variazioni
climatiche o di temperatura lui si accorgeva appena,
sapeva solo che quando andava era freddo e quando
tornava caldissimo, e questo in qualsiasi stagione
dell'anno, al massimo nelle giornate più
gelide o piovose bastava un giubbone a coprire
l'involucro. Solo che mentre la sua testa ragionava
sempre allo stesso modo, o meglio nei due modi
apparentemente diversi dell'andata e del ritorno,
i muscoli delle gambe gli si gonfiavano sempre
più per quell'andirivieni ciclistico, per
le migliaia di chilometri distribuiti però
in esercizio regolare, tanto che l'unico paio
di pantaloni in suo possesso gli stava talmente
stretto da impedire quasi di muoversi e pedalare,
soprattutto all'andata, e un giorno era arrivato
con cinque minuti di ritardo dal venditore che
stavolta si chiamava Emanuele e voleva farlo punire
da Dio in persona, così Giulio aveva dovuto
inginocchiarsi con grande strepito delle cuciture,
e pregarlo a mani giunte.
Inevitabilmente
al ritorno, sotto una pioggia fina fina, ma gelida
e tagliente, i calzoni, sotto la potente spinta
degli adduttori d'un tratto s'erano strappati,
anzi per dire meglio erano esplosi, andati per
conto loro senza più rispettare la trama
in cento e più pezzi, e, visto che Giulio
era senza mutande, questo avvenimento aveva causato
le proteste dei turisti nonché l'accorrere
della polizia, che però non era riuscita
a raggiungerlo.
Urterei
la vostra sensibilità squisita, pregiatissimi
miei sbomballati, se non la facessi breve a questo
punto. Preferirei offendere la verità però,
piuttosto che offendere voi, beneamati strafatti
e agganciati carissimi, così alieni dall'arte
solo umana della bugia e del piccolo sotterfugio,
voi che soli sapete cosa ti dice Ia testa in certe
occasioni, e mettessi in dubbio la vostra comprensione
di come il nostro compagno si fosse chiuso in
casa, e per tutto il resto della giornata avesse
dimenticato di essere senza pantaloni. Almeno
fino alla mattina dopo, quando al risveglio, dopo
essersi trascinato fino a quel cassetto del comò,
s'era scoperto nudo di fronte alle incombenze
della giornata.
Oltretutto
era una mattina fredda e nebbiosa, livida, così
Giulio s'era consultato con l'intimo se stesso
scavandosi a lungo con le dita nel naso, poi aveva
deciso di utilizzare l'intervallo prima della
fatidica telefonata, prendere la bicicletta e
raggiungere i Grandi Magazzini con indosso il
pigiama, per cercarsi a buon prezzo dei pantaloni.
E voi, cotti come siete, non stenterete a credere
che dopo averli rubati, al ritorno verso casa
s'era messo a tuonare fulminare e piovere forte,
e lui, più che altro per riguardo dei calzoni
nuovi aveva finito per ripararsi sotto la tettoia
del mercato rionale, che occupava un'intera piazza.
Era
penetrato, in bicicletta con gli occhi a terra,
un po' preoccupato perché si stava facendo
tardi, e nell'attesa che spiovesse s'era messo
le dita nel naso e scavava, scavava, guardando
lontano in una pozzanghera da scolatura e parlando
dentro di sé come con qualcuno, e così
subito gli era sembrato di sentirsi abbagliare
da una luce naturale, solare, come se il sole
si trovasse in quel momento dall'altra parte del
mondo e lo attraversasse per raggiungere i suoi
occhi. Ed ecco, accecato da quella visione, con
un profondo respiro era stato costretto a sollevare
lo sguardo, e s'era trovato davanti una babele
di fagioli, centodieci zucchine, sessantadue pere,
seicentododici cavoli, duemiladue rape, duemilaquattordici
foglie di broccoletto, seicentootto patate gialle,
centodiciotto mazzetti di cicorie verdebrune,
circa ottomila carote e tutto tripudiava. C'era
poi tutta una parte dedicata alle droghe più
fini dagli odori ineffabili, e a lui, di forza
calato in una sensazione di stupore beato o meravigliosa
dolcezza, era sembrato di poter contare centodieci
steli di erba cipollina, duemilaventi rametti
di prezzemolo francese, ottocento quaranta foglie
di menta piperita; e anche contò il basilico,
i petali ai fiori di borragine, il cerfoglio,
il giallo screziato della salvia dorata, gli aghi
del rosmarino, i cespugli nani del timo serpillo,
l'eleganza della maggiorana, e tutti gli sembrava
di poterli contare come in sogno, il sedano e
il coriandolo, lo spoglio aneto e l'anice stellato,
i bastoncelli di liquirizia e la finocchiella
spampanata, il papavero pacchiano e i rimasugli
di carcamo e zafferano, le noci moscate e le bacche
di ginepro piccole e nere, le scorze di cannella
e gli ottomiladuecentotredici grani bianchi e
neri, verdi, gialli, perfino rosa del pepe, poi
dopo quelli più piccoli di senape, fino
alle pallide sculture dello zenzero.
Tutto
questo e altro contava e gustava Giulio nella
sua visione che aveva del miracoloso, perché
una letizia gli veniva dentro e pareva arrestarsi,
tanto che non riusciva a rigettare gli occhi a
terra, e poi perché fra le virtù
di quelle piante c'era pure una ragazza più
giovane di lui, ritta dietro al suo banco, i pugni
sui fianchi. Per prima cosa lo avevano colpito
due seni sodi tipo meloni, di colpo poi risaliva
ai riccioli neri selvatici che o giocavano furibondi
sulla fronte, o ballavano su zigomi tondi e pronunciati,
e nel mezzo ancora la bocca come un peperoncino
e occhi come olive greche appena colte, e altrettanto
luminosi, che lo fissavano con un buffo sguardo
da papera austera, e a lui era sembrato che dicessero
proprio a lui che la guardava estasiato: 'Ehi
tu, dai begli occhi persi che vanno e che vengono,
li sai fare i conti?'.
Strano
ma Giulio, senza far vista di stupirsi, pare che
facesse un altro bel respiro e rispondesse parola
per parola: 'Se non avessi trovato te, sarei stato
uno smargiasso, un trombone!', e mentre lo diceva
tutto gli sembrava lieve, caldo e sereno dentro
e fuori, si sentiva ricco e sicuro come un ortolano.
Da quell'istante, durato per settimane s'era sentito
un altro a cui non interessava per niente l'andare
e così non aveva bisogno di tornare. Era
davvero uno qualsiasi, in ogni stagione tanto
gli piaceva una frutta diversa che s'era scordato
di telefonare, e da allora è lì
tutte le mattine, e io che faccio la spesa incontro
sempre il suo sguardo, perché ora per terra
ci guarda solo se gli cade una mela o una carota,
e lì anche voi, miei lontani ma sempre
amati accasciati, lo riconoscereste se alzate
gli occhi, anche voi che avete ascoltato, spero
senza che vi cadesse la fronte sul muro, questa
storia che rischiava di sbandare ma non c'è
riuscita del tutto, e per questo si chiama ballata.
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