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Lei
era bella. Dico “era” perché
adesso non so più come sia. Non la vedo.
Tutto è iniziato quando mi balzò
in testa l’idea di fargliela scontare a
quell’uomo che così crudelmente mi
aveva sottratto ai suoi fuggevoli, e sia pure,
ma tanto amati abbracci (mai provati a dire il
vero, solo immaginati), tanto amati che me li
sognavo di notte, sulla scorta di una canzone
che cantava l’assenza di una pelle e del
suo profumo. L’assenza, sempre l’assenza,
e il desiderio che si poteva a parer suo soltanto
dire ché se si fosse tramutato, sì,
per davvero, in incontro di sospiri, ecco, il
gioco a parer suo sarebbe cessato e lì
avrebbe avuto inizio la perdita. Del desiderio.
La parola, le parole nascondevano l’amore
più puro, quello non mescolato a fango
e sangue ma per così dire rappacificato.
Insomma non ha voluto giocare. Ecco io volevo
fargliela pagare cara e fargli sentire veramente
il desiderio, fargli capire che le parole perdono
di significato quando non le tracci sulla pelle
e le mescoli con quelle sudate dall’altro.
Lui,
l’altro, ormai l’odiavo, vecchio (e
non per i pochi anni in più che ci dividevano)
compagno affettuoso e paterno, diventato di colpo
custode di una mia pazzia inesistente, lo presi
con me. Gli dissi che volevo andare a fare compere,
e lui mi ci accompagnò, sorridendo e chiedendomi
cosa mi sarei comprata, lui che mi amava accarezzandomi
con il pensiero, anche lui! Io gli risposi che
non lo sapevo, volevo qualcosa che mostrasse la
mia inaccessibilità, divieto di passaggio,
niente cadaveri sul mio corpo, e così avevo
scelto il negozio più glamour, si dice
così?, e avevo spiato i manichini coperti
da veli leggerissimi, impalpabili, resi lucidi
come le stoffe quando ci hai passato sopra il
ferro troppo caldo. Decisamente troppo eleganti,
a lui piacevano così gli piaceva mettermi
in mostra darmi una lustratina ogni tanto come
fai con le scarpe che metti la festa, così
faceva con me, non gli interessava cosa mi piaceva
come me ne andavo vestita gli altri giorni della
settimana, a lui importava che quando si sarebbe
usciti insieme ne sarei venuta fuori come una
caramellaella che così i colleghi di lavoro
si stupiscono che lei se la faccia con lui, un
vero furbacchione, dove l’ha trovata, dove
se la porta la sera, me la porterei pur io, dicevano,
e io in macchina a bella statuina un sorriso a
bocca spalancata guardamici dentro è tanto
profonda sai, stronzo! E i piedi fermi sulla pedana
le braccia conserte e le mani intrecciate a siglare
un ci sono ma sono già nella bara, sono
qui per voi, fate ciò che volete e vi sarà
reso grazie, solo i fiori ci mancavano lui non
me li regalava mai, a me non piacevano, preferivo
i gelati e i pezzi di cocco che tenevo fra i denti
e facevo crocchiare tenendoli in bocca. Ma me
li compravo da sola.
E
allora entrai nel negozio, arredamento bianco
come le case andaluse, commesse truccate oltre
misura e vestiti, tanti. Non so perché,
forse per via dell’abbraccio di Schiele
che mi sconcertò una mattina, decisi che
la schiena doveva essere scoperta, messa in vista,
il resto no, chiuso per bene come in un bozzolo
di cartapesta, e allora decisi: sì, voglio
una tutina, di quelle aperte dietro e chiuse sul
davanti, a pantalone, ovviamente nera, da portare
con i sabots bicolore e farci così tante
danze davanti allo specchio ascoltando Paco de
Lucia.
Lei
stava piegando una maglietta sul tavolo, il capo
reclino, i seni avvolti in un foulard di seta
annodato sul collo, la schiena scoperta, mi sovrastava
di almeno quindici centimetri, bella, zigomi alti,
carnagione scura e collo perfetto. Schiena nuda.
Lei mi iniziava a cercare tute negli scaffali,
a toglierle dalle grucce e a fingere di averle
lei addosso, io contavo le vertebre della sua
schiena e pensavo a quanto era bella, mio dio!
Seni sfuggenti abbracciati alla scala, una gamba
su, l’altra più in basso, mi sembrava
un’amazzone, anzi, no una baccante, mi aspettavo
da un momento all’altro che dallo stereo
uscissero le note dei Carmina di Orff e schiantasse
a terra. Vidi allora ciò che volevo. Tuta
da annodare sul collo con un sottilissimo filo,
crépe di seta nera il tessuto, schiena
scoperta fino all’ultima curva, quella da
cui dovrebbe spuntare un’invisibile coda,
scollatura a filo sul davanti, così allungata
da arrivare allo sterno e lasciare intravedere
le rotondità. Provai, che nella testa avevo
ancora l’immagine sua, e il risultato fu
osceno, la cosa mi cadeva in ogni dove, solo il
culo la stringeva, sicché lei prese da
uno specchio un puntaspilli rosso da polso, pareva
un riccio pareva, di quelli che vedi alla tivù
quando fanno servizi sulle sfilate di moda e intervistano
gli stilisti di turno, al lavoro, certo, gesso
cartamodelli e forbici al contrario, ché
mai li hanno usati, ci sono altri a farlo per
loro.
Lei
si avvicinò, mi prese la schiena e ai lati
appuntò due fila di spilli, art nouveau
si direbbe, pensai io, poi mi prese e mi fece
voltare, mi chiese se la scollatura poteva andare
e io no, la preferisco più accollata sa,
lei aveva qualche anno più di me, prese
ancora qualche spillo e ne mise uno o due fra
le labbra, attenta, pensavo, ti fai male, e lei
d’un tratto arrossì, le mani iniziarono
a tremarle, mi piantò uno spillo sul costato
mentre un dito le scappava sull’impuntura
del davanti.
Lui.
Seduto, letteralmente stravaccato sulla poltrona
Frau a disposizione del cliente in attesa, fumava
e la guardava, rideva il porco! Tirati una sega,
frattanto che me la porto in camerino, pensavo
io, e guardaci bene, perché due come noi
mai le vedrai, non ci vedrai più, scapperemo
a schiena nuda e tu rimarrai lì a fumarti
anche i piedi in frassino della poltrona.
Invece
non accadde niente. Solo un abito un po’
più caro del solito nell’armadio,
metterlo o non metterlo sarebbe dipeso solo da
me, e infatti lo misi una sera che quell’altro
c’era e dalla sedia su cui era bellamente
seduto nel tentativo di mostrarsi interessato
a una buffonesca presentazione letteraria, mi
guardava, si voltava e squadrava, gli occhi come
due puntine appuntate sui punti puntuti della
mia figura, io fingevo di seguire la lectio e
ridevo, ridevo lacrime che trasudavano dalle mani,
sudo sempre quando sono in preda all’ansia.
L’altra
era la mia amica, quella con la A maiuscola, lei
diceva di non amare nessuno, si definiva un’androgina,
a me dava dell’efebica, l’ultima relazione
l’aveva avuta con un disoccupato che aveva
conosciuto perché vendeva libri e lei doveva
venderne dei suoi, quelli dell’università
lasciata a cinque esami dalla fine, per racimolare
soldi da comprarne alghe e vitamine, lui l’aveva
convinta ad andare a casa sua, lei ci era andata
perché non sapeva cosa fare quel giorno
e le faceva pena: lì, così, trent’anni,
un appartamento concesso dal comune a cinquantamila
lire al mese, e i suoi capelli le piacevano, le
ricordavano quelli del compagno di classe che
ascoltava i Doors leggendo Kerouac e che si era
gettato da una finestra pensando di poter sfidare
le leggi gravitazionali, e lì, in quella
casa, appena aperta la porta di camera l’aveva
gettata sul letto e qualche carezza appena e lei
si era resa conto che a guardarla non c’era
solo lui, ma anche la madre affetta da distrofia
muscolare all’ultimo grado, due occhi rugosi
e strabuzzati, lei era scappata e lui non le era
nemmeno corso dietro, si stava gustando ancora
il momento che lei gli aveva concesso.
Quando
andai da lei erano passati sei mesi dal fattaccio
e lui le telefonava ancora e alla madre di lei
che quel giorno gli aveva telefonato chiedendo
della figlia, che erano già le cinque di
mattina e non era ancora rientrata, lui aveva
risposto di farsi i cazzi suoi ché, altrimenti,
le avrebbe tagliato la gola.
Ebbene,
quando andai da lei la accompagnai in centro per
farsi fare i buchi alle orecchie, portava una
dolcevita rossa e gli orecchini li aveva scelti
di quel colore, anche lei amava il gelato, quello
rosso, alla fragola, e mentre lei si faceva forare
le orecchie e mi lanciava sguardi di rimprovero
perché non le ero vicino, toccavo i ferma
capelli che vendevano, amavo in modo particolare
quelli a bastoncino, dritti e affusolati, come
le bacchette per mangiare alla cinese e me li
provavo ma a me non stavano, che ho i capelli
dritti e quegli affari lì stanno soltanto
se i capelli ce li hai un po’ mossi. Così
ne comprai uno in metallo dal color avorio, pensavo
sarebbe stato bene fra i capelli di una mora,
non i suoi che sono castani e corti, lo presi
e lo misi in borsa, lei pensava l’avessi
scelto pensandola, mentre io l’avevo comprato
e basta, lo avrei usato come un tagliacarte tuttalpiù.
Poi, a casa sua, vedemmo una Kate Winslet, straripante
dea Kalì, fare capolino dallo schermo di
Holy Smoke, quant’è terribile questo
film! dicevamo, e giù risate, poi lei frugava
con le mani sotto i pantaloni, eh sì, niente
da fare, li porto larghi e ci passano mani, le
sue le aveva fatte scivolare sul di dietro fino
al mio osso sacro approfittando di una mia telefonata,
ed io quella mano l’avevo tolta, io a lei
volevo bene, per davvero, bene e nulla più
e anche lei, e faceva così per fare la
stupida, lo faceva anche con sua madre, lei non
aveva paura di me.
Poi
successe sì qualcosa. Quando venne da me
andammo nel negozio della bella, complici i saldi
fine stagione, l’avevo scelto inconsapevolmente,
non che volessi tornare da lei, questo no, volevo
comprarmi un vestito perché faceva davvero
troppo caldo la sera e regalare qualcosa anche
a lei, che ama le magliette corte e aderenti e
prendergliene una. Entrai, la vidi, era vestita
di bianco, quel vecchio cornuto di Borgese lo
fece colore della morte, e mi accompagnò
al reparto abiti, loro, sì, entrambe, scelsero
per me muto accordo un abito azzurro doppia scollatura
dietro che l’elastico delle mutande spuntava
fuori di tre centimetri buoni e io pensavo che
quella cosa davvero non avrei potuto metterla,
bisogna sentirselo addosso un vestito e io mi
sento bene quando gironzolo in Clarks, maglietta,
pantaloni e sigaretta, mentre loro me lo volevano
addosso. Le accontentai. Scendeva bene sui fianchi,
raccolsi l’orlo dai polpacci per verificarne
la stabilità e dalla borsa che avevo ancora
allacciata alla spalla mi caddero un racconto
milanese e un ferma capelli, sì, quello
che avevo comprato, e caso volle che lei lo vedesse
lo raccogliesse da terra e lo infilasse fra i
capelli, mentre le mani cercavano l’orlo
per azzerarlo e accarezzarmi le gambe.
L’amica si volse, guardava dallo specchio
di fronte, le prese i capelli, li strinse in pugno,
poi con l’altra mano sfilò il ferma
capelli e me lo appuntò. Alla schiena.
Io distolsi lo sguardo. A me ha sempre fatto paura.
Il sangue.
L’amica
la prese come un fatto personale, lei l’hai
abbracciata e me no e io indietreggiavo, l’abito
bianco dell’altra si era macchiato di un
po’ del mio rosso, ridevo e le dicevo no,
non è come pensi, e lei: tu giochi con
le persone, ti diverti, poi ne scrivi, chissà
che gusto ci trovi a inchiodare le persone. Anche
l’altra sospettosa iniziava a guardarmi
strano. Presi le scale, fermacarte nella schiena
e scappai via, non prima di averle baciate entrambe.
Io
non posso più, abbracciarle dico, la schiena
mi fa troppo male, anche ora che scrivo. Soprattutto
ora.
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