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  di Ave Ghirelli

"Dici di nuovo occhi (1) di Giuseppe Caccavale, Pastelli e pigmenti su carta M.B.M. Ingres d'Arches, cm 100 x 130.         Lei era bella. Dico “era” perché adesso non so più come sia. Non la vedo. Tutto è iniziato quando mi balzò in testa l’idea di fargliela scontare a quell’uomo che così crudelmente mi aveva sottratto ai suoi fuggevoli, e sia pure, ma tanto amati abbracci (mai provati a dire il vero, solo immaginati), tanto amati che me li sognavo di notte, sulla scorta di una canzone che cantava l’assenza di una pelle e del suo profumo. L’assenza, sempre l’assenza, e il desiderio che si poteva a parer suo soltanto dire ché se si fosse tramutato, sì, per davvero, in incontro di sospiri, ecco, il gioco a parer suo sarebbe cessato e lì avrebbe avuto inizio la perdita. Del desiderio. La parola, le parole nascondevano l’amore più puro, quello non mescolato a fango e sangue ma per così dire rappacificato. Insomma non ha voluto giocare. Ecco io volevo fargliela pagare cara e fargli sentire veramente il desiderio, fargli capire che le parole perdono di significato quando non le tracci sulla pelle e le mescoli con quelle sudate dall’altro.
         Lui, l’altro, ormai l’odiavo, vecchio (e non per i pochi anni in più che ci dividevano) compagno affettuoso e paterno, diventato di colpo custode di una mia pazzia inesistente, lo presi con me. Gli dissi che volevo andare a fare compere, e lui mi ci accompagnò, sorridendo e chiedendomi cosa mi sarei comprata, lui che mi amava accarezzandomi con il pensiero, anche lui! Io gli risposi che non lo sapevo, volevo qualcosa che mostrasse la mia inaccessibilità, divieto di passaggio, niente cadaveri sul mio corpo, e così avevo scelto il negozio più glamour, si dice così?, e avevo spiato i manichini coperti da veli leggerissimi, impalpabili, resi lucidi come le stoffe quando ci hai passato sopra il ferro troppo caldo. Decisamente troppo eleganti, a lui piacevano così gli piaceva mettermi in mostra darmi una lustratina ogni tanto come fai con le scarpe che metti la festa, così faceva con me, non gli interessava cosa mi piaceva come me ne andavo vestita gli altri giorni della settimana, a lui importava che quando si sarebbe usciti insieme ne sarei venuta fuori come una caramellaella che così i colleghi di lavoro si stupiscono che lei se la faccia con lui, un vero furbacchione, dove l’ha trovata, dove se la porta la sera, me la porterei pur io, dicevano, e io in macchina a bella statuina un sorriso a bocca spalancata guardamici dentro è tanto profonda sai, stronzo! E i piedi fermi sulla pedana le braccia conserte e le mani intrecciate a siglare un ci sono ma sono già nella bara, sono qui per voi, fate ciò che volete e vi sarà reso grazie, solo i fiori ci mancavano lui non me li regalava mai, a me non piacevano, preferivo i gelati e i pezzi di cocco che tenevo fra i denti e facevo crocchiare tenendoli in bocca. Ma me li compravo da sola.
         E allora entrai nel negozio, arredamento bianco come le case andaluse, commesse truccate oltre misura e vestiti, tanti. Non so perché, forse per via dell’abbraccio di Schiele che mi sconcertò una mattina, decisi che la schiena doveva essere scoperta, messa in vista, il resto no, chiuso per bene come in un bozzolo di cartapesta, e allora decisi: sì, voglio una tutina, di quelle aperte dietro e chiuse sul davanti, a pantalone, ovviamente nera, da portare con i sabots bicolore e farci così tante danze davanti allo specchio ascoltando Paco de Lucia.
         Lei stava piegando una maglietta sul tavolo, il capo reclino, i seni avvolti in un foulard di seta annodato sul collo, la schiena scoperta, mi sovrastava di almeno quindici centimetri, bella, zigomi alti, carnagione scura e collo perfetto. Schiena nuda. Lei mi iniziava a cercare tute negli scaffali, a toglierle dalle grucce e a fingere di averle lei addosso, io contavo le vertebre della sua schiena e pensavo a quanto era bella, mio dio! Seni sfuggenti abbracciati alla scala, una gamba su, l’altra più in basso, mi sembrava un’amazzone, anzi, no una baccante, mi aspettavo da un momento all’altro che dallo stereo uscissero le note dei Carmina di Orff e schiantasse a terra. Vidi allora ciò che volevo. Tuta da annodare sul collo con un sottilissimo filo, crépe di seta nera il tessuto, schiena scoperta fino all’ultima curva, quella da cui dovrebbe spuntare un’invisibile coda, scollatura a filo sul davanti, così allungata da arrivare allo sterno e lasciare intravedere le rotondità. Provai, che nella testa avevo ancora l’immagine sua, e il risultato fu osceno, la cosa mi cadeva in ogni dove, solo il culo la stringeva, sicché lei prese da uno specchio un puntaspilli rosso da polso, pareva un riccio pareva, di quelli che vedi alla tivù quando fanno servizi sulle sfilate di moda e intervistano gli stilisti di turno, al lavoro, certo, gesso cartamodelli e forbici al contrario, ché mai li hanno usati, ci sono altri a farlo per loro.
         Lei si avvicinò, mi prese la schiena e ai lati appuntò due fila di spilli, art nouveau si direbbe, pensai io, poi mi prese e mi fece voltare, mi chiese se la scollatura poteva andare e io no, la preferisco più accollata sa, lei aveva qualche anno più di me, prese ancora qualche spillo e ne mise uno o due fra le labbra, attenta, pensavo, ti fai male, e lei d’un tratto arrossì, le mani iniziarono a tremarle, mi piantò uno spillo sul costato mentre un dito le scappava sull’impuntura del davanti.
         Lui. Seduto, letteralmente stravaccato sulla poltrona Frau a disposizione del cliente in attesa, fumava e la guardava, rideva il porco! Tirati una sega, frattanto che me la porto in camerino, pensavo io, e guardaci bene, perché due come noi mai le vedrai, non ci vedrai più, scapperemo a schiena nuda e tu rimarrai lì a fumarti anche i piedi in frassino della poltrona.
         Invece non accadde niente. Solo un abito un po’ più caro del solito nell’armadio, metterlo o non metterlo sarebbe dipeso solo da me, e infatti lo misi una sera che quell’altro c’era e dalla sedia su cui era bellamente seduto nel tentativo di mostrarsi interessato a una buffonesca presentazione letteraria, mi guardava, si voltava e squadrava, gli occhi come due puntine appuntate sui punti puntuti della mia figura, io fingevo di seguire la lectio e ridevo, ridevo lacrime che trasudavano dalle mani, sudo sempre quando sono in preda all’ansia.
         L’altra era la mia amica, quella con la A maiuscola, lei diceva di non amare nessuno, si definiva un’androgina, a me dava dell’efebica, l’ultima relazione l’aveva avuta con un disoccupato che aveva conosciuto perché vendeva libri e lei doveva venderne dei suoi, quelli dell’università lasciata a cinque esami dalla fine, per racimolare soldi da comprarne alghe e vitamine, lui l’aveva convinta ad andare a casa sua, lei ci era andata perché non sapeva cosa fare quel giorno e le faceva pena: lì, così, trent’anni, un appartamento concesso dal comune a cinquantamila lire al mese, e i suoi capelli le piacevano, le ricordavano quelli del compagno di classe che ascoltava i Doors leggendo Kerouac e che si era gettato da una finestra pensando di poter sfidare le leggi gravitazionali, e lì, in quella casa, appena aperta la porta di camera l’aveva gettata sul letto e qualche carezza appena e lei si era resa conto che a guardarla non c’era solo lui, ma anche la madre affetta da distrofia muscolare all’ultimo grado, due occhi rugosi e strabuzzati, lei era scappata e lui non le era nemmeno corso dietro, si stava gustando ancora il momento che lei gli aveva concesso.
         Quando andai da lei erano passati sei mesi dal fattaccio e lui le telefonava ancora e alla madre di lei che quel giorno gli aveva telefonato chiedendo della figlia, che erano già le cinque di mattina e non era ancora rientrata, lui aveva risposto di farsi i cazzi suoi ché, altrimenti, le avrebbe tagliato la gola.
         Ebbene, quando andai da lei la accompagnai in centro per farsi fare i buchi alle orecchie, portava una dolcevita rossa e gli orecchini li aveva scelti di quel colore, anche lei amava il gelato, quello rosso, alla fragola, e mentre lei si faceva forare le orecchie e mi lanciava sguardi di rimprovero perché non le ero vicino, toccavo i ferma capelli che vendevano, amavo in modo particolare quelli a bastoncino, dritti e affusolati, come le bacchette per mangiare alla cinese e me li provavo ma a me non stavano, che ho i capelli dritti e quegli affari lì stanno soltanto se i capelli ce li hai un po’ mossi. Così ne comprai uno in metallo dal color avorio, pensavo sarebbe stato bene fra i capelli di una mora, non i suoi che sono castani e corti, lo presi e lo misi in borsa, lei pensava l’avessi scelto pensandola, mentre io l’avevo comprato e basta, lo avrei usato come un tagliacarte tuttalpiù. Poi, a casa sua, vedemmo una Kate Winslet, straripante dea Kalì, fare capolino dallo schermo di Holy Smoke, quant’è terribile questo film! dicevamo, e giù risate, poi lei frugava con le mani sotto i pantaloni, eh sì, niente da fare, li porto larghi e ci passano mani, le sue le aveva fatte scivolare sul di dietro fino al mio osso sacro approfittando di una mia telefonata, ed io quella mano l’avevo tolta, io a lei volevo bene, per davvero, bene e nulla più e anche lei, e faceva così per fare la stupida, lo faceva anche con sua madre, lei non aveva paura di me.
         Poi successe sì qualcosa. Quando venne da me andammo nel negozio della bella, complici i saldi fine stagione, l’avevo scelto inconsapevolmente, non che volessi tornare da lei, questo no, volevo comprarmi un vestito perché faceva davvero troppo caldo la sera e regalare qualcosa anche a lei, che ama le magliette corte e aderenti e prendergliene una. Entrai, la vidi, era vestita di bianco, quel vecchio cornuto di Borgese lo fece colore della morte, e mi accompagnò al reparto abiti, loro, sì, entrambe, scelsero per me muto accordo un abito azzurro doppia scollatura dietro che l’elastico delle mutande spuntava fuori di tre centimetri buoni e io pensavo che quella cosa davvero non avrei potuto metterla, bisogna sentirselo addosso un vestito e io mi sento bene quando gironzolo in Clarks, maglietta, pantaloni e sigaretta, mentre loro me lo volevano addosso. Le accontentai. Scendeva bene sui fianchi, raccolsi l’orlo dai polpacci per verificarne la stabilità e dalla borsa che avevo ancora allacciata alla spalla mi caddero un racconto milanese e un ferma capelli, sì, quello che avevo comprato, e caso volle che lei lo vedesse lo raccogliesse da terra e lo infilasse fra i capelli, mentre le mani cercavano l’orlo per azzerarlo e accarezzarmi le gambe.
L’amica si volse, guardava dallo specchio di fronte, le prese i capelli, li strinse in pugno, poi con l’altra mano sfilò il ferma capelli e me lo appuntò. Alla schiena. Io distolsi lo sguardo. A me ha sempre fatto paura. Il sangue.
         L’amica la prese come un fatto personale, lei l’hai abbracciata e me no e io indietreggiavo, l’abito bianco dell’altra si era macchiato di un po’ del mio rosso, ridevo e le dicevo no, non è come pensi, e lei: tu giochi con le persone, ti diverti, poi ne scrivi, chissà che gusto ci trovi a inchiodare le persone. Anche l’altra sospettosa iniziava a guardarmi strano. Presi le scale, fermacarte nella schiena e scappai via, non prima di averle baciate entrambe.
         Io non posso più, abbracciarle dico, la schiena mi fa troppo male, anche ora che scrivo. Soprattutto ora.

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