| IV.
UNA STRANA GUARIGIONE
(Dove
va la vita)
In
una fredda sera d'inverno, con la temperatura
che si aggirava intorno agli zero gradi centigradi,
un uomo tornò a casa, consumò la
cena e cominciò improvvisamente a riflettere
se la vita andava da qualche parte. Si potrebbe
pensare che l'uomo in questione abbia cominciato
a chiedersi dove va la vita mentre nelle sue interiora
era in corso il processo di digestione, e come
è noto non solo agli specialisti esperti
del settore medico ma anche all'uomo comune delle
strade e delle piazze, durante il processo di
digestione il sangue tende progressivamente ad
abbandonare il cervello ed a lasciarlo, almeno
temporaneamente, in balia degli eventi ovvero
dei pensieri. Si potrebbe anche pensare, del resto,
che l'uomo in questione, quella sera, avesse consumato
una cena costituita da vivande particolarmente
grasse, e che di conseguenza la digestione si
fosse rivelata più macchinosa e difficoltosa
del solito, convogliando enormi quantità
di sangue verso gli organi preposti alla digestione
stessa e lasciando il cervello fatalmente sguarnito.
La
situazione di questa quarta chiacchiera distratta,
dunque, deve essere nuovamente descritta: è
inverno, il sole è ormai tramontato già
da alcune ore, la temperatura si aggira intorno
ai due gradi sotto lo zero, un uomo rincasa, consuma
una cena sostanzialmente frugale, digerisce tranquillamente,
senza problemi di sorta, e all'improvviso comincia
ad interrogarsi su dove va la vita.
Può
anche darsi, però, che durante la cena,
come spesso accade in molte famiglie anche della
migliore e distintissima società, l'uomo
stesse guardando la televisione e praticando lo
zapping, saltando da un programma all'altro
e seguendo in contemporanea due telegiornali che
davano moltissime notizie del giorno
e opinioni profondissime sulle medesime, una partitissima
(scontro al vertice) di un campionato di calcio
di un paese straniero e alcuni spettacoli idiotissimi
di varietà nonché almeno un paio
di cosiddette prime o primissime visioni televisive;
può darsi insomma che quell'insieme simultaneo
di immagini e apparenze e fantasime gli abbia
fatto pensare a tutte le cose che accadono ogni
giorno nel mondo e che, come logica conseguenza,
abbia cominciato a pensare alla parola tedesca
Nebeneinander ed a chiedersi se la vita
andava da qualche parte oppure no.
Può
darsi inoltre che, vivendo in una città
lacustre che d'estate ma anche in primavera, in
autunno e soprattutto d'inverno e quindi in pratica
tutto l'anno e per l'eternità dei secoli
e millenni passati e a venire è infestata
e ammorbata da un'aria perennemente umida e malsana,
l'uomo soffrisse, se non proprio di turbe psichiche
conclamate e diagnosticate dagli esperti medici
dottori del settore, quantomeno di una vaga forma
di malinconia, una malinconia che lo avrebbe portato
a chiedersi molte cose, tra le quali una delle
più importanti riguardava appunto la direzione
della vita.
Può
darsi, peraltro, che parlando con i suoi simili
con i quali aveva a che fare nel corso della giornata,
si fosse accorto o comunque avesse avuto il sospetto
che ognuno segue la propria direzione nella vita,
e che questa direzione è diversa dalla
direzione che seguono gli altri, che quello che
per lui era importante o perfino importantissimo
per gli altri non contava niente o viceversa,
che gli altri parlavano e vivevano di cose che
a lui non interessavano affatto e che lui parlava
e viveva di cose che agli altri non interessavano
affatto, che ognuno credeva di essere al centro
del mondo e che però non era possibile
che fosse così, perché in un caso
del genere la sfera terraquea chiamata terra o
appunto mondo avrebbe avuto non uno ma bensì
circa sei miliardi di centri.
E'
dunque necessario, anche e soprattutto alla luce
delle nuove congetture, ripristinare per così
dire la situazione di partenza di questa quarta
chiacchiera distratta. Ci troviamo quindi nella
stagione più fredda dell'anno, il sole
si è inabissato ormai da qualche ora al
di là di qualche montagna o pianura, il
termometro è sceso di circa cinque o più
probabilmente otto o nove gradi sotto lo zero,
un uomo torna a casa, consuma una cena di estrema
digeribilità, non accende il televisore,
e all'improvviso comincia a chiedersi dove va
la vita.
Una
spiegazione, anche se forse si tratta di un termine
riduttivo, potrebbe essere rinvenuta, oltre che
nelle circostanze o congetture più sopra
accennate, nel fatto che proprio esattissimamente
quella sera, rincasando, l'uomo si era accorto
che per le vie e soprattutto per le strade il
traffico degli umani su due piedi e degli umani
su quattro ruote era particolarmente intenso,
le automobili infatti incolonnate e sfreccianti
e rombanti con rumore assordante di clacson per
andare ognuna in una direzione diversa, e lo stesso
a proposito degli umani su due piedi, terrei in
volto a causa del freddo certamente ma anche e
altrettanto certamente di un fortissimo quasi
morbinoso desiderio di raggiungere quanto prima
le quattro mura di casa, chiudersi dentro -vogliamo
dire dentro una salvezza possibile- e
lasciare fuori il freddo umido di quella città
lacustre che penetra nelle ossa e scava nei nervi
e causa malinconie che i medici esperti dottori
specialisti del settore non diagnosticano come
turbe psichiche conclamate intascando però
lo stesso salatissime parcelle in virtù
delle quali si costruiscono ville con vetri doppi
e schermati nelle colline, dove l'aria è
più salubre.
La
notte avanzava e avanzava, e il termometro aveva
raggiunto la temperatura di quindici o forse addirittura
diciotto gradi sotto lo zero. Si diede dunque
a pensare, l'uomo, con suo moltissimo dispendio
di energie, e non trovando risposte, perché
la vita era quella che lui aveva visto quel giorno
così come molti altri giorni e andava dappertutto
come gli umani a quattro ruote sulle loro automobili
o quelli su due piedi per le vie e le piazze,
nessuno sapendo nulla degli altri ma ognuno credendosi
al centro del mondo, e quindi non andando la vita
da nessuna parte se non verso la sicura e inevitabilissima
morte annientante definitiva, scoppiò in
una risata fortissima che riecheggiò per
tutto il casamento e attirò l'attenzione
dei vicini che, spaventati, chiamarono immediatamente
un medico dottore specialista esperto del settore.
Il quale, abitando ovviamente in una villa nelle
colline, impiegò molto tempo per raggiungere
il casamento dove si trovava l'uomo che aveva
cominciato a pensare a dove va la vita e non aveva
trovato risposte ed era scoppiato in una risata
sonora ed echeggiante. Quando infine arrivò
e lo visitò, si accorse che purtroppo non
c'era più niente da fare.
La
temperatura, fuori nella gelida infinita notte
d'inverno, aveva raggiunto i venticinque o per
essere sinceri perfino i trenta gradi sotto lo
zero, e il medico specialista dottore si trovò
a dover constatare che quell'uomo, pensando a
dove va la vita, era guarito da tutte le malattie
passate presenti e future e forse perfino dalla
paura della sicura e inevitabilissima morte annientante
definitiva. Così che, tornando verso la
sua villa nelle colline, fu costretto a pensare
a come tenere nascosta la notizia di quella strana
guarigione, perché se no lui e quelli come
lui specialisti esperti e in alcuni casi perfino
luminari avrebbero perso il lavoro e le parcelle
e le ville nelle colline e sarebbero stati costretti
a vivere anche loro nell'atmosfera umida della
città lacustre, anche loro affetti come
tutti gli altri da turbe psichiche che in fondo
erano così semplici da curare. La qual
cosa rappresentando forse la conclusione di questa
quarta chiacchiera distratta.
V.
LA TERRA DEI POETI
(Divertimento)
Che
è forse soltanto a motivo del compenso
onorario promesso al qui di seguito scrivente
raccontante questa quinta chiacchiera distratta
dall'editore tramite versamento o bonifico bancario
o fama imperitura che si racconta qui di seguito
questa storia avvenuta molti anni fa lontana dunque
nel tempo ma ancora in certo qual modo attuale
e magari, chissà, di ammaestramento pedagogico
per le generazioni future a venire.
Accadde
dunque in una remota plaga del mondo, all'inizio
della stagione autunnale, con grande e malinconico
volteggìo delle foglie giù dagli
alberi e giornate sempre più corte e fredde,
accadde dunque che un giovane giornalista versato
in fatti di cultura fu mandato dal suo giornale
per cui scriveva in un'altra remota plaga straniera
del mondo per inviare corrispondenze a proposito
di una grandissima fiera libraria. Accadde inoltre
che quell'anno il paese o nazione del quale il
giovane giornalista possedeva il passaporto era
ospite d'onore della grandissima fiera libraria,
e aveva pensato quindi di inviare alla fiera libraria
una foltissima schiera di scrittori e soprattutto
poeti che avrebbero letto passi o capitoli o poesie
delle proprie opere e avrebbero fatto capire al
mondo intero che in quella piccola e remota plaga
la letteratura e soprattutto la poesia, al contrario
che nella Repubblica pensata in tempi passati
antichissimi dal filosofo pensatore Platone, era
cosa di primissimo valore e portata in grande
considerazione.
Quella
piccola remota plaga del mondo, a motivo forse
di favorevoli condizioni climatiche o delle parche
usanze gastronomiche, possedeva infatti un considerevole
e a dire il vero per certi versi sproporzionato
numero di poeti, ognuno dei quali, saputo che
il proprio paese o nazione sarebbe stato ospite
d'onore della grande fiera libraria, aveva fatto
di tutto per partecipare e leggere versi tratti
dalle proprie poesie, e ognuno dei quali, credendosi
il più bravo scrittore poeta tra gli scrittori
poeti della plaga remota, era andato alla fiera
libraria per conto proprio e anzi con odio nei
confronti di tutti, o quasi, gli altri scrittori
poeti.
Che
accadde poi questo fatto singolare che poi è
anche l'unica cosa che il direttore ha chiesto
al qui scrivente raccontante di raccontare, ma
che il qui scrivente raccontante non poteva raccontare
senza aver prima raccontato ciò che era
successo prima di quello che deve ora qui di seguito
raccontare. Tra i molti poeti scrittori della
plaga remota ce n'erano due in particolare che
avevano raggiunto una certa fama negli ambienti
di scrittori poetici anche al di fuori dei confini
di quella plaga remota. Per uno strano e deplorevole
caso del destino i due scrittori poeti di una
certa fama portavano però cognomi di nascita
abbastanza simili, l'uno chiamandosi infatti Annurchio
e l'altro chiamandosi invece Pannurchio. Circostanza
pericolosa, questa, perché poteva capitare
che Annurchio venisse scambiato per Pannurchio
e Pannurchio per Annurchio, con increscioso conseguìo
di sbraitamenti e di strologhii e di liti furibonde
tra i due che si credevano ognuno più bravo
scrittore poeta dell'altro e viceversa. E in effetti
era capitato più volte che nei resoconti
giornalistici di serate o tardi pomeriggi culturali
che si svolgevano qua e là in quella plaga
remota Pannurchio venisse scambiato per Annurchio,
e Annurchio per Pannurchio. Questa volta, però,
trattandosi della partecipazione dei due scrittori
poeti ad una fiera libraria mondiale, bisognava
stare particolarmente attenti, perché anche
il minimo errore avrebbe potuto sortire effetti
di morte letale in chi l'errore l'avesse commesso
anche se non direttamente per colpa sua propria.
Che
fu del resto precisamente quanto accadde al giovane
giornalista versato in fatti di cultura e inviato
dal suo giornale per cui scriveva a seguire e
rendicontare a proposito della grande fiera libraria.
Che partecipò ovviamente alla serata poetica
durante la quale Annurchio e Pannurchio, in due
luoghi separati e molto distanti dello spazio
espositivo della fiera libraria, lessero dalle
proprie opere, davanti ad un pubblico peraltro
particolarmente scarso. E che inviò poi
il suo pezzo articolo di cronaca al giornale rendicontando
con la massima esattezza e cioè solo per
fare un esempio scrivendo che Annurchio aveva
letto poesie che coprivano tutto l'arco della
sua produzione di scrittore poeta, dalle prime
opere, in particolare da Cedimento alla pietrosa
tarda primavera, da Le antivigilie sorvegliate
e da Il trepido ricordo del cervo, fino
a quelle più recenti e recentissime, in
particolare da Il teorema del coguaro;
e lo stesso è da dirsi e raccontarsi a
proposito di quanto il giovane giornalista aveva
rendicontato a proposito di Pannurchio, con la
massima precisione dicendo e scrivendo che aveva
letto anche lui da un po' tutte le sue opere e
in particolare da Dimmi tu per cortesia se
in questa notte d'inverno splenderà il
sole, l'opera sua di poesia che molti tra
gli esperti del settore di quella plaga remota
consideravano come la più riuscita sia
dal punto di vista stilistico che da quello formale.
Ma
ecco in realtà cosa accadde che il qui
scrivente raccontante chiacchiere distratte deve
raccontare se vuole ottenere il bonifico o versamento
promessogli. Il giovane giornalista versato in
fatti di cultura inviò la propria corrispondenza,
la quale fu pubblicata sul giornale quotidiano
del giorno dopo, ma a causa di un imprecisato
errore tecnico informatico non dipendente dalla
volontà di alcuno in fase di composizione
del testo in forma di articolo, nell'articolo
stesso ormai pubblicato apparve un refuso che
trasformava Pannurchio nell'autore del Ricordo
del cervo e Annurchio nell'autore non già
di Dimmi tu ma addirittura di Mi
faccia sapere lei gentilmente per cortesia se
in questa notte d'inverno splenderà il
sole.
Il
resto, a motivo anche del breve spazio concesso
dall'editore al qui scrivente raccontante, è
presto scritto e raccontato: il giovane giornalista,
accusato ingiustamente di essere l'autore del
refuso, tornato nella sua plaga remota fu giustiziato
all'alba sotto un cielo livido al margine di un
bosco da un plotone di sei scrittori poeti, tutti
muniti di fucili a ricarica e tre dei quali appartenenti
alla cerchia di Annurchio e gli altri tre a quella
di Pannurchio. I quali, essendo presenti con godimento
fortissimo quasi sessuale all'esecuzione ed essendo
in fondo i protagonisti di questa storia, l'avrebbero
anche potuta raccontare loro. Se poi l'avessero
fatto in versi, sarebbe stato bellissimo. Ma essendo
passato ormai moltissimo tempo da quando si è
svolta questa storia ed essendo ormai i due entrambi
morti, mortissimi e perfino dimenticati, ecco
che i lettori si sono dovuti accontentare degli
sproloqui del qui scrivente chiacchiere distratte.
Che forse poi l'editore neanche lo pagherà
a motivo del suo porco schifoso maledettissimo
gusto di raccontar fole. Le quali costituiscono
la quinta chiacchiera distratta che qui si conclude
anche lei.
(II
- continua)
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