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 La Cittą del Pane e dei Postini/ 2
  di Giorgio Messori


        IV.

        Proviamo allora a immaginare una storia (è solo un esperimento). Per compiacere il professore dell'accademia immaginiamo la storia di un giovane terrorista che abita in città. Costui non ha ancora fatto niente ma è già pronto ad agire, deciso a rinunciare eventualmente alla sua stessa vita.
        Questo ragazzo è alto, magro, ha poco più di vent'anni e viene da una campagna lontana dove coltivano riso e cotone. In città è arrivato per andare all'università, e visto che non ha tanti soldi ha preso una stanza alla casa dello studente. Appena arrivato è contento e stupito di vedere tante ragazze in minigonna e mezze svestite, una cosa inimmaginabile nelle sue campagne sconfinate, ma soprattutto si dà da fare con lo studio, nonostante il freddo alla casa dello studente lo faccia sempre tossire e gelare le mani. La sua tenacia viene comunque premiata: vince una borsa di studio di qualche mese in un'antica cittadina universitaria arroccata su un colle (potrebbe essere in Germania o nel centro Italia).
        Poco prima di partire confida a un amico che in Europa gli piacerebbe baciare una ragazza, perché nel paese dov'è nato le ragazze si avvicinano solo per sposarle, e in città le ragazze che gli piacevano cercavano sempre uomini più grandi e con più soldi di lui. Però in Europa lo prende subito uno strano languore, non riesce neanche più a immaginarsi labbra e corpi di donne. La sera è sempre sfinito, forse per il clima diverso, il diverso fuso orario, ma in effetti da quand'è arrivato si sente sempre più debole e la mattina fa persino fatica ad andare dall'ostello all'università, poi dall'università alla mensa, sempre su e giù per stradine ripide. E' estate ma lui tossisce ancor più forte di quand'era inverno alla casa dello studente.
        Una mattina, è arrivato appena da una settimana, si aggrappa a un macchina in sosta per non cadere e gli comincia a uscire sangue dalla bocca. Un passante lo vede e chiama un'ambulanza. Lo ricoverano in ospedale dove gli diagnosticano una tubercolosi polmonare.
        In stanza lo mettono con un giovane algerino che ha la sua stessa malattia. Dalla grata della finestra si vede un giardino con grandi alberi che rinfrescano l'aria, infermieri con gli zoccoli che vanno su giù per i vialetti. Non è casa sua, questo lo sente, però gli piace guardare questo mondo strano e ordinato, questa natura verdeggiante per lui così insolita.
        Il suo compagno di stanza prega continuamente e gli parla sempre di Dio. Gli dice che Dio è dappertutto ma soprattutto dove non si vede, e che anche la nostra vita è nelle mani di Dio, perché Dio è più grande di noi e di tutto quello che si vede. Così anche il nostro studente, nella spossatezza della malattia, comincia a pensare a Dio fissando il soffitto bianco, gli alberi oltre la grata. Comincia a pensare a qualcosa che c'è e non c'è, e al suo corpo che stava per andar via, quando si è aggrappato alla macchina e vedeva tutto bianco. Inoltre ricorda che il bianco che aveva visto era molto più forte di quello del soffitto, qualcosa di più di una semplice cosa, forse Dio stesso che gli voleva riprendere l'anima. E allora comincia a pregare Dio anche lui perché Dio gli dia un po' di forza. Gli dice di amarlo più di ogni altra cosa, certo più delle ragazze smorfiose dell'università, più dei suoi stessi genitori, fratelli, anche più della sua vita stessa.
        Però è soprattutto il suo compagno di stanza che riesce a infondergli forza, fiducia. Stanno a parlare e pregare per ore ed ore, e anche quando chiacchierano di niente è come una preghiera e poi le preghiere non sono più delle frasi da mandare a memoria, come da bambino, ma un pensiero fisso e quasi arroventato rivolto a Dio, a quel tutto che gli era apparso nel biancore abbagliante che aveva cancellato tutto.
        Qui naturalmente la storia si fa nebulosa perché è difficile spiegare una visione, una conversione. Allora diciamo che quando viene dimesso dall'ospedale anche fuori, all'aperto, gli sembra però di guardare le cose come se le vedesse sempre attraverso la grata di una finestra. Lui da una parte, il mondo dall'altra. Proprio in Europa, in quella vecchia cittadina dove aveva favoleggiato di poter finalmente baciare una ragazza, proprio in quel luogo così estraneo scopre l'enorme distanza fra il corpo e lo spirito. E per gratitudine a Dio, che gli aveva conservato la vita, sceglie lo spirito, lo spirito tanto più grande e potente di lui, infinitamente più potente del suo corpo così fragile.
        L'amico dell'ospedale lo ospita anche a casa sua e il nostro eroe, che era venuto a studiare in un'università in cui venivano persone da tutto il mondo, si ritrova ora in una comunità piccolissima, il suo amico con gli altri inquilini della casa che provengono tutti da paesi nordafricani. Succede così che quando adesso esce da casa e si trova a risalire per l'acciottolato di quella vecchia città col bosco intorno, le insegne dei negozi e la gente che chiacchiera e ride seduta ai tavolini dei bar, a camminare in quel mondo gli sembra di vivere un sogno strano. Allora cerca di uscire il meno possibile, un po' perché ancora convalescente e un po' perché preferisce rimanere in quella comunità di persone che l'hanno accolto senza chiedergli niente, come un fratello che viene da lontano. Fuori invece tutto quello che c'è lo deve pagare, deve chiederlo a un cameriere, a una commessa.
        Naturalmente comincia a sentire pure nostalgia di casa, ma prima di andarsene riprende a frequentare anche qualche lezione, più che altro per non dar nell'occhio per la sua assenza e riscuotere a cuor leggero le mensilità che ancora gli rimangono con la borsa di studio. Lo avevano mandato all'estero per studiare economia e amministrazione aziendale, perché il suo paese è povero e hanno bisogno di giovani che imparino come si fa a fare i soldi. Ma ora quelle cose non gli interessano più, tutta la sua vita di prima cancellata: libri studiati anche di notte, al freddo, ragazze in minigonna riviste pure ad occhi chiusi, quand'era appena arrivato in città dal suo paese.


        
E qui si dovrebbe spiegare come fa quest'anima bella a diventare un terrorista. Non so, posso appena immaginarlo, ma certo chi è disposto a sacrificare la propria vita deve aver vissuto per forza un grande straniamento, tanto da considerare la propria vita come una seconda vita, una vita complementare ma non certo quella vera, reale, viva.
        
Così anche quando sarà tornato dall'Europa, il nostro studente non vorrà più tornare alla casa dello studente o a farsi distrarre da ragazze in minigonna. E poi in questa città, la città da cui sono partito per immaginare questa storia, coi soldi risparmiati in Europa ci si può facilmente affittare una stanza tutta per sé. Però anche qui c'è naturalmente il problema della solitudine e allora lui cercherà quasi subito un'altra comunità, un ambito il più possibile esclusivo da cui poi uscire per guardare ancora il mondo come uno spettacolo innaturale, qualcosa di falso anche se adesso è nella sua nazione, fra la sua gente. Perché c'è qualcosa che l'ha marchiato per sempre nella sua esperienza in Europa, ed è la sofferenza che l'ha fatto diventare molto più orgoglioso, a volte persino sprezzante, e il piacere dell'isolamento sempre più ombroso, estraneo. Sono valori cui non sa più rinunciare.


        Non so se il professore dell'accademia teatrale sarebbe contento di una storia che avesse queste premesse (quelle che posso immaginare sono solo delle premesse, perché poi la scelta di uccidere e uccidersi presuppone un salto troppo alto, un salto in quella definitiva uscita dalla tristezza che mi è sempre difficile immaginare). Ma una storia, comunque la si voglia vedere, non può mai essere didattica, qualcosa da additare come esempio. Perché se ci si avvicina alla vita di qualcuno, o perlomeno si tenta di farlo, per forza un po' alla volta cadono giudizi e pregiudizi. Semplicemente si sta, in ascolto, sperando ti possa giungere anche flebile la voce di un altro.
        Certo non mi piace figurarmi questa città popolata di reali o ipotetici assassini, il mio era solo un esercizio d'immaginazione. Ricordo anzi che un amico che doveva arrivare dall'Italia mi aveva chiesto se il pane qui era buono, perché per lui il pane è la cartina di tornasole di un grado più o meno elevato di civiltà, "La scuola delle merlettaie cieche (1)" di Giuseppe Caccavale, Vetri placcati scavati, cm 38,5 x 35 x 0,4.e allora io gli avevo risposto che sì, il pane era molto buono, e che questa città era stata perfino chiamata la Città del Pane, anche perché durante l'ultima guerra mondiale chi non andava al fronte ha continuato a sfornare pane. Lo sfornavano anche per i tanti sfollati che erano arrivati, per quella Russia atterrita che marciava verso oriente di cui ha scritto la Achmàtova in suo poema terminato proprio qui, dove aveva arrestato la sua fuga. Perciò che questa sia piuttosto la Città del Pane, com'è stata chiamata con evangelica semplicità.
        Il pane più diffuso qui si chiama lipioška: è una soffice ruota schiacciata al centro e appena sfornata è buonissima, leggera e insaporita dai semi di sesamo. La vendono dappertutto, basta avere un forno dove cuocerla per mandare un ragazzino a venderla per strada. Di solito le lipioške le trasportano su vecchie carrozzine da neonati, coperte da un panno di lana perché rimangano calde il più possibile.
        Ljuda mi raccontava che quando da piccola andava in vacanza in Russia e ci rimaneva tutta estate, l'unica nostalgia, l'unica voglia di casa che aveva era la lipioška. Ancora adesso se uno studente non ha tanti soldi con una lipioška si può sfamare fino a sera, o almeno fino a quando poter mangiar qualcosa di più sostanzioso senza andare in bar o ristoranti.
        Però alla casa della studente c'è freddo davvero. Lo scorso inverno un mio studente mi diceva che quando lui entrava nella sua stanza era come "entrare fuori", e per scaldarsi a volte doveva uscire. Ma lui, ne sono sicuro, non potrebbe diventare mai un assassino, un terrorista, ci metterei la classica mano sul fuoco, e non solo in senso figurato.
        Per darne solo una pallida idea potrei dire che è un ragazzo tarchiato dal sorriso aperto e contagioso, che a lezione voleva sempre intervenire nelle discussioni ma non aveva l'abilità linguistica di altri e perciò una volta mi aveva confessato che la sua bocca rimaneva muta ma il suo cuore era pieno, traboccava di parole che non riusciva a dire. Si chiama Fazlì, e ora ha trovato posto dietro una scrivania su cui ogni tanto squilla un telefono a cui deve rispondere. Lo pagano molto poco ma è al suo primo impiego, e poi non è che s'ammazzi di fatica così può arrotondare con altri lavoretti come fanno in tanti, quasi tutti. Perché alla Città del Pane si può sempre sperare in una provvidenza benigna, non c'è bisogno d'imbracciare il fucile o imbottirsi di tritolo per inseguire l'utopia di chissà quale Città del Sole.


        C'è un equivalente locale del nostro dio che vede e provvede. La chiamano fayz ed è la giustificazione teologica all'arte di arrangiarsi e anche la promessa di una ricompensa futura, ma comunque terrena, se nelle azioni ci si fa guidare dal cuore e non dagli interessi più egoistici.
        Risulterebbe altrimenti inspiegabile come molti riescano a campare dignitosamente con dei salari da fame. Ma c'è appunto la fayz e allora non ci si deve inquietare più di tanto, bisogna cercare piuttosto di mantenere il cuore aperto, puro. Perché se col cuore darai cento ti torneranno mille, una specie di catena di sant'antonio governata da invisibili disposizioni divine.
        Ovviamente questa fiducia ha tutta l'apparenza di un'utopia ingenua, la realtà purtroppo è spesso ben diversa. Ma almeno la fayz è una credenza che ha il vantaggio di non rinviare tutto a paradisi celesti, di sperare più nel pane che nel cielo.


        "E' salda la mia dimora asiatica,/ non bisogna preoccuparsi…" (Anna Achmàtova)


        O almeno lo spero. Quello che qui soprattutto scoraggia (e preoccupa) è la stupidità di un sistema d'indottrinamento che ha mantenuto abitudini sovietiche senza aver neanche più una dottrina da proporre.
        All'università fra un po' verranno con un questionario sulla guerra e il terrorismo. Prima però bisogna spiegare agli studenti cosa rispondere, perché le domande sono da sempre una scorciatoia per imparare delle risposte, e così anche gli studenti sono ormai abituati a fare i bambini riluttanti alla vigilia della loro prima comunione.
        Chi è Dio? Oh dio, ora non ricordo neanche più bene, ma doveva essere un essere perfettissimo e forse infinitamente misericordioso. Però quand'ero bambino non sapevo nemmeno cosa fosse la misericordia: la bontà sì, almeno riuscivo a figurarmela, ma la misericordia era solo una parola che appariva nelle preghiere o in qualche risposta da dare appunto prima della prima comunione. Come che Dio era uno e trino e la Madonna l'avvocata nostra.
        Anche per i questionari propinati agli studenti le risposte scivolano in una cantilena ipnotica, senza per altro ricorrere neppure a espressioni insolite o parole incomprensibili come succede per le preghiere, che così possono alludere a misteri insondabili che riescono sempre a incantare, turbare. Nel caso dell'indottrinamento politico invece tutto deve essere chiaro, semplice, senza alcuna ambiguità: perché è scoppiata la guerra? chi ne è responsabile? qual è la posizione del nostro paese? Le risposte sono così evidenti che non val la pena neppure di pensarci.
        Se invece si parla d'altro le discussioni fra studenti si accendono, specie se il tema è la famiglia, il matrimonio, i vincoli parentali, qualcosa di più vicino e che non sia estraneo e fumoso come la politica nazionale. Ricordo che una volta due studenti hanno litigato perché venivano da regioni diverse e non erano d'accordo su quali diritti avesse la sposa che porta una buona dote in casa del marito. Uno diceva che in quel caso la moglie poteva anche tornare a casa sua e abbandonare il marito e riprendersi pure la dote, se le cose non andavano bene. L'altro diceva che una dote, per quanto cospicua, non dava diritti di questo tipo, e non era neppure giusto discriminare chi non poteva contare su patrimoni sostanziosi.
        Alla fine tutt'e due, e in coro tutti gli altri, si sono riconosciuti nella morale di un film molto popolare, fatto ancora in epoca sovietica e che si chiama La rivolta delle nuore. Perché il nocciolo della questione sta tutto nel rapporto fra suocere e nuore, dicevano studenti e studentesse. Che era appunto il tema di quel vecchio film, la storia di una vedova che aveva sette figli maschi che un po' alla volta s'erano portati a casa la moglie. Tutto era filato liscio finché l'ultimo non s'era preso una moglie che aveva strani comportamenti, come mettersi in tuta la mattina per fare ginnastica davanti a tutti, e non voleva neppure sentir ragione delle rimostranze della suocera, le rispondeva che non accettava ordini da nessuno e lei poteva fare quel che voleva, che se mai l'unica autorità che riconosceva era quella del marito. Però gli uomini nelle faccende di famiglia, mi spiegava una studentessa, non ci sanno fare, non sono abituati a sostituirsi alla mamma, e fra l'altro quella giovane sposa era così convinta e convincente da trascinare dalla sua anche le cognate, provocando un vero e proprio terremoto famigliare.
        Così la suocera, che in fondo aveva buon cuore, aveva accettato di costruire piccole casette accanto alla sua per dare un tetto ad ogni figlio e rispettiva moglie. Insomma era stata saggia, e non aveva neppure dimenticato che anche lei era stata nuora di una suocera che l'aveva fatta patire. Perché tutto si può risolvere, mi spiegavano gli studenti, solo se c'è buona volontà, disponibilità; non è mai un problema solo di diritti o di avere una dote più o meno ricca da portare in casa della suocera.


        Per spiegare come mai un film fiabesco, infantile, stia spopolando in questi giorni nelle sale cinematografiche di tutto il mondo, un giornalista televisivo diceva che la gente ha bisogno di fantasia specie in tempi d'ansia e insicurezza. La fantasia è in effetti un buon surrogato di Dio, e il cinema sa naturalmente creare e proporre fantasie condivisibili da molti. Ma Hollywood non può pretendere di diventare monoteismo, anche perché ci sarà sempre qualcuno che preferirà altre storie o un altro paradiso allo spettacolo che deve continuare, allo slogan trito e ritrito di "the show must go on" tirato fuori ogni volta che si deve tornare a vivere "normalmente".
        Da quando la televisione ha ripreso a funzionare (ha smesso di piovere o nevicare) cerco di evitare d'imbottirmi di notizie e ho invece notato come molti programmi, specie le pubblicità, s'adattano di buon grado al fiabesco delle fantasie rasserenanti. Molto meno sesso, corpi conturbanti, perché bisogna bilanciare immagini e informazioni così terribili con le illusioni di un mondo candido e infantile. Dicono si faccia la guerra anche per questo, per difendere un diritto alla felicità, nostra e dei nostri bambini. Ma francamente è molto più saggio spegnere la televisione.


        V.

        Dopo due mesi finalmente fuori della città, una gita verso le montagne in una bella giornata di sole mitigata da una foschia autunnale che ammantava la terra scura, gli alberi ingialliti. Ho fatto anche una lunga passeggiata con Elisabeth e Adriana, mentre Oreste preparava le braci per arrostire delle trote che avevamo preso in un vivaio.
        Ai piedi delle montagne, coi colori dell'autunno, potevo essere anche sull'Appennino a camminare e chiacchierare con gli amici di sempre. Naturalmente il paesaggio non poteva essere proprio lo stesso, le montagne intorno più alte, le cime già innevate, e lungo il sentiero un albero sacro da cui penzolavano i pezzi di stoffa delle preghiere da lasciare al vento. Ma i viottoli di campagna si somigliano un po' dappertutto e l'autunno era lo stesso di quand'ero ragazzo e così pure i discorsi che rimangono sospesi nell'aria quando si chiacchiera camminando, discorsi vaganti come le preghiere che fluttuavano al vento.
        Era leggero anche quel miscuglio di italiano-spagnolo-tedesco-francese-russo che uso con Elisabeth e Oreste perché nessuno vuole ammattire sulle parole che non si ricordano, e allora basta dirle nella prima lingua che ti viene in mente che comunque ci si capirà. Che è un po' quello che avviene in ogni amicizia, dove le parole escono senza darsi da fare a cercarle.
        E poi nel silenzio della natura qualsiasi guerra sembra davvero estranea, lontana. L'unico segno della sua prossimità, della prossimità di una guerra, l'abbiamo avuto tornando indietro e leggendo all'ingresso della città un Welcome to Tashkent che non avevamo mai visto prima.


        Otabek che viene da Namangan, un paesone di una vallata oltre le montagne, da bambino aveva un cane di nome Tarzan che andava sempre a rubare le galline dei vicini, così il padre gli aveva inventato il gioco di portare a pascolare la mucca insieme a Tarzan, su per i prati lontani dal paese. Stavano via giornate intere solo loro tre, Otabek, il cane e la mucca, complici di silenzi e spensieratezze.
        Il vero eroe dell'infanzia di Otabek era però uno zio pittore, che a volte li accompagnava perché voleva dipingere la natura, vale a dire i prati, gli alberi e le montagne che amava. Lo zio cercava sempre un posto che gli piacesse, piantava lì il suo cavalletto e poi incominciava a dipingere mentre Otabek andava in giro con le sue bestie. Verso sera Otabek tornava a prendere lo zio che gli faceva vedere il quadro che aveva fatto, e insieme rientravano in paese.
        Una volta lo zio ha voluto dipingere Otabek e la mucca, il cane no perché non stava mai fermo. Poi è successo che diversi anni dopo il quadro di Otabek con la mucca è andato a finire a una mostra di pittura a Namangan, dopo che lo zio era già morto. Lo vendevano per un equivalente di dieci dollari e Otabek, che nel frattempo era emigrato in città e aveva cominciato a guadagnare qualcosa, ha deciso di comprare lui quel quadro perché era l'immagine stessa della sua infanzia e non voleva andasse a finire chissà dove.
        Se mi viene in mente questa storia è perché non sono mai stato a Namangan, neppure ad Andijan da dove viene Fazlì, lo studente col cuore gonfio di parole che non sapeva dire. Non sono mai stato dalle loro parti perché vengono da una vallata oltre le montagne che fin da quando sono arrivato, ben prima che iniziasse la guerra, tutti mi avevano sconsigliato di andarci perché dicevano che lì c'erano i covi dei terroristi. Eppure Otabek e Fazlì, e anche altri loro compaesani che ho conosciuto, hanno l'anima molto più ariosa e giocosa della maggioranza degli altri, l'esatto contrario della cupa seriosità che in genere si attribuisce a un fanatico. Difficile per me immaginare terroristi che vengano dalle terre di Otabek e Fazlì.
        Comunque sulle montagne non sono mai salito, le ho viste solo da lontano, nelle giornate più limpide nella fuga di una strada di città, oppure passeggiando in campagna con Elisabeth e Oreste e Adriana. Certo delle vallate oltre le montagne ne ho sentito l'eco in qualche storia, e mi sembrava di ascoltare storie di un nonno che non ho mai avuto. Però le notizie che circolavano mi hanno imbottigliato più giù, in città. Eppure avrei dovuto sapere che le informazioni sono sempre parziali, sempre solo una parte e chissà anche quale, ma per non saper né leggere né scrivere si finisce sempre per dar troppo credito a chiacchiere e notizie.


        Adesso che ci penso anche mio padre viene da un mondo di mucche e cani e spazi aperti, coi genitori che avevano tentato d'affrancarsi dalla terra prendendo un negozietto di alimentari in paese. Dunque un mondo che non dovrebbe essere stato molto diverso da quello vissuto da Otabek e Fazlì. Ma tutti i racconti che mio padre ha abbozzato in famiglia svanivano sempre in qualche amarezza, in una smorfia d'incomprensione. Perciò non ne ho praticamente alcun ricordo. Ed è forse per questo che ad annotarmi le storie di qualcun altro mi sembra di arricchire un po' di più anche la mia vita.
        Qualcosa però dev'essermi rimasto dei racconti incompiuti di mio padre. Lo penso perché le vicende altrui che più mi toccano provengono da un mondo lontano in cui potrei immaginare anche l'infanzia di mio padre. Non tanto lui, bambino e poi ragazzo. Solo un particolare colore, un colore della vita intravisto magari in una passeggiata in campagna, ascoltando storie di paese.


        A parte tutto uscire dalla città è sempre salutare. Mentre camminavo con Elisabeth e Adriana abbiamo anche incontrato delle donne che raccoglievano delle bacche per insaporire il tè. Ce ne hanno regate un po' ed erano dolcissime. E Kara, il cane di Elisabeth e Oreste che ci seguiva, ha fatto subito amicizia col cane che portavano a spasso dei bambini. Insomma ogni incontro poteva essere una sorpresa che confortava il cuore.
        In fondo anche il fascino così poco attraente di questa città in cui tutto sommato continuo a sentirmi a casa, nonostante guerre e non guerre, paure e non paure, è che qui sono sempre in una metropoli che è però invasa dalla campagna, un agglomerato di tanti paesini più che una città vera e propria. Anche il negozio dove c'è un po' di tutto, sullo stradone vicino a casa, non dev'essere tanto diverso dagli alimentari che avevano aperto i miei nonni e che ora è diventato un ristorante per quelli che vengono dalla città.
        Ecco, quella volta che sono stato a quel ristorante con tutta la famiglia di cognati e nipoti per una ricorrenza particolare, mio padre aveva accennato a com'era prima quel posto quando c'era il negozio dei nonni, e anche senza raccontar molto negli occhi non c'era amarezza, solo nostalgia.
        Credo che anch'io, prima o poi, quando lascerò questa città, e prima o poi dovrebbe accadere, sentirò comunque nostalgia per qualcosa che non saprò definire, e questa è una sensazione che ho avuto fin dai primi giorni ch'ero qua, quando per intenderci ancora non conoscevo Ljuda e non avevo certo la prospettiva di comprare casa, quando perciò non avevo neppure immaginato alcun legame, eppure è stata subito molto forte una sensazione di familiarità senza saperla nemmeno definire, senza capire cosa fosse.
        La città dei nonni, forse, il luogo di quelli che non ci sono più. Una città dei morti con cui, con l'andare del tempo, si prende sempre più confidenza.
        Adesso è anche più difficile andar via, molti voli soppressi. I turisti sono praticamente scomparsi, ci sono solo tanti giornalisti che vanno a cercare la guerra più giù perché di quel che succede qui non c'è niente da dire.


        VI.

        Appena arrivato qui, la prima volta che sono sbarcato all'aeroporto mi è sembrato di entrare in una grotta. In fondo alla grotta dei controlli doganali c'era una città in penombra, e da lì al mio primo alloggio ho attraversato il tunnel di un cielo nero e palazzoni addormentati. Perciò mi sono ritrovato fra le pareti di una casa estranea come se non fossi mai uscito dall'aereo, come se per un inspiegabile incidente fossi scivolato da un'uscita laterale verso un luogo imprevisto, di cui non sapevo niente.
        Fin dall'inizio stare qua non è stato propriamente abitare una città, ma trovarmi in una Zona, come veniva chiamato in un film di Tarkovskij un territorio d'incertezze e desideri. Che è quel che si definisce anche un terreno vago, uno spazio che si può popolare di fantasmi perché non presenta alcun volto riconoscibile. Qualcosa di simile capita in quei posti raggiunti nella pausa di un sogno, quando magari si è scampati a un pericolo per approdare a un luogo in cui non succede niente, stupiti di quella calma improvvisa.
        Non so come sarà la mia vita dopo che Andrej avrà finito i lavori della casa. Adesso anche per andare a pisciare devo attraversare una passerella appoggiata sulla colata di cemento dove faranno il parquet, e quest'incertezza dell'equilibrio, specie se ho bevuto troppo, è la ripetizione di una piccola conquista di territorio ogni volta che mi alzo dalla sedia. Una gran comodità per i miei viaggi immobili che non vogliono diventare sedentari.
        Forse non riesco a spiegarmi, ma qui posso anche ascoltare vecchie canzoni senza per questo intristirmi, annoiarmi. In un certo senso sono uscito pure dalla mia biografia; neppure se chiudessi gli occhi potrei immaginarmi dove avrei previsto di essere se non fossi qui. Ciononostante mi è difficile, pressoché impossibile dire dove sono.


        E intanto l'autunno avanza, pioggia e buio anche di giorno, e di notte quasi non ho chiuso occhio per il frastuono di un grillo nascosto da qualche parte, credo sotto la lavatrice che gli faceva da cassa armonica. Nell'altra casa erano invece le lumache sui tappeti, gli scarabei che venivano a morire sotto le finestre. Anche lì non tanto mosche e zanzare, scarafaggi, com'ero abituato nell'appartamento abitato negli ultimi anni, all'ottavo piano di un altro mondo.
        Dunque una cesura, come si dice, uno stacco che è pure della gente che ha sempre vissuto qua, come Ljuda con la sua infanzia in uno stato che non c'è più e il ricordo di una città attraversata dai postini, ora praticamente scomparsi, con la cassetta della posta che si riempiva di riviste in abbonamento per accontentare tutti: c'erano i giornaletti per lei, la rivista di pittura per il nonno, quella di taglio e cucito dove la mamma ricopiava i modelli per le sue clienti. Era insomma un mondo chiuso eppure arioso, certo con meno preoccupazioni.
        Ora per chi vive qua si sono aperte, almeno teoricamente, nuove possibilità che spesso si traducono in affanni. E allora si fa quel che si può, e per aver le uova si riempiono i cortili di galline, per il latte ci sono le caprette, e la campagna invade la città cambiandole i connotati, un'inversione di rotta nel cosiddetto progresso. Perché qui non siamo a New York, esistono da tempo gli orti di guerra, e perciò anche la guerra non può far così paura.
        Intendiamoci, questa tendenza non deve spaventare più di tanto perché questo paese, diceva un giornale, l'anno scorso è stato anche il paese che ha piantato più alberi subito dopo il Canada, almeno in rapporto al suo territorio. Dunque anche a stare in città, nella penombra di questa città, l'inverno non conosce certo splendori natalizi ma il volto austero degli alberi spogli e allora, giustamente, pure l'anno nuovo non arriva a capodanno ma all'inizio della primavera, nell'antica festa del Navruz quando si ammazzavano e ancora si ammazzano i capretti, e il grano comincia a germogliare dalla terra. E' una festa sentita da tutti, con balli e canti in ogni angolo del paese e infiniti banchetti famigliari.
        Se invece ripenso a solo pochi mesi fa, quando ho voluto celebrare a Bukhara quello che pomposamente veniva chiamato l'inizio di un nuovo millennio, ho il ricordo di una ricorrenza che si doveva fare senza che però fosse realmente sentita da nessuno. Eravamo andati a mangiare, io, Ljuda e altri amici, a un nuovo ristorante aperto ai vecchi bagni pubblici, poi siamo voluti andare a vedere quello che era annunciato come il primo carnevale della città, una trovata per attirare i pochi turisti che c'erano e che potevano sentire nostalgia di veglioni e tappi di champagne che saltano.
        Per raggiungere questo carnevale siamo allora usciti dalla città guidati dall'eco di musichette festose. La festa era in uno spiazzo asfaltato di periferia illuminato da qualche lampione, ma la vera sorpresa è stata scoprire che per il primo carnevale della città si erano vestiti tutti da babbo natale, così lo spiazzo era invaso da tanti babbi natale con barba e cappuccio rosso che saltellavano al ritmo delle canzoni più in voga. E vedere così tanti babbi natale saltellanti, sullo sfondo di cupole azzurre e minareti, subito sortiva un effetto comico che però col tempo diventava sgradevole, per la sensazione d'essere entrati in un film sbagliato. Così la bottiglia di spumante ce la siamo presi a un banchetto della festa, ma l'abbiamo poi stappata sul taxi che ci riportava in albergo, a cavallo della mezzanotte.


        Storie, certo, aneddoti divertenti. Ad essere più onesti bisognerebbe forse raccontare del bambino dei vicini che aveva ingoiato dell'acido ed è stato rifiutato da un paio di ospedali perché la madre, agitata e confusa, prima d'uscire di casa s'era scordata di prendersi dietro dei soldi e allora si sentiva rispondere che lì non avevano i mezzi per soccorrerle il figlio e che perciò era meglio rivolgersi altrove. Perché al pronto soccorso, mi spiegava Andrej, i soldi non li chiedono mai, però se non glieli dai non hanno neppure la garza per fasciarti un dito. A lui era successo proprio così, quando s'era tagliato con la sega elettrica, e si è salvato il dito solo perché un'infermiera misericordiosa gli aveva indicato una donna dirimpetto all'ospedale, una che in casa aveva tutte le garze e le tinture che voleva. Bastava andare lì e comprarle e poi tornare a farsi medicare.
        Fortuna il bambino dei vicini non aveva buttato giù l'acido, così gli si è bruciata solo la bocca ma niente gola e stomaco, come gli hanno diagnostico al terzo ospedale dove il padre, avvertito da una telefonata, si era precipitato con un po' di soldi in tasca. Perché anche alla Città del Pane, inutile nasconderselo, da tempo hanno già cominciato a squillare le trombe dei mercanti ad annunciare nuove apocalissi. Non c'è bisogno di varcare la frontiera per incontrare la guerra, basta aver bisogno di un ospedale dove capitano cose, mi assicurava Ljuda, che non sarebbero mai successe nella città dei postini che ricordava lei da piccola.
        E' chiaro che anche a me, ogni tanto, capita di uscire dalla mia Zona per fare incursioni nella città vera e propria. Può capitare quando vado a lavorare, quando entro in un ufficio pubblico, dove piccole o grandi strategie di guerra s'inscenano ogni giorno.
        Non c'è niente da fare: anche qui, come altrove, è inevitabile crearsi una zona di protezione in cui rifugiarsi, e a questa zona dare magari il nome di realtà. Ma in effetti è solo di questa realtà che mi interessa parlare, perché è lì che voglio vivere. Non mi è mai interessato fare il corrispondente di alcuna guerra, anche se la guerra fosse la realtà più evidente. E chissà, forse la Città del Pane o la Città dei Postini non sono neppure mai esistite, però riuscire a raccontarle, immaginarle, è l'unica strada che conosco per scongiurare le apocalissi già raccontate dai giornali e la tivù.


        VII.

        Un tempo era quasi impossibile, per uno straniero, visitare la Città dei Postini. Ci volevano un'infinità di visti, permessi, sfilze burocratiche che scoraggiavano chiunque, a meno che non ci si affidasse a qualche organizzazione di stato che ti prendeva per mano tutto il tempo che rimanevi in città, neanche fosse la visita a un sito archeologico per cui è indispensabile la presenza di una guida, di un esperto che ti spieghi continuamente ciò che vedi. Ma certo non erano in tanti a richiedere queste visite guidate, scoraggiati dalla "La scuola delle merlettaie cieche (2)" di Giuseppe Caccavale, Vetri placcati scavati, cm 38,5 x 35 x 0,4.burocrazia e perché la città non offriva neanche particolari attrattive, non era nemmeno la capitale di nessuno stato, solo la quarta città più popolosa di uno stato grande come un continente. Dunque per molti, quasi tutti, questa città era un nome, un'entità geografica o statistica più che un luogo effettivo della terra.
        La brusca interruzione di quell'ordine ha poi fatto sì che quel passato, ancora così vicino, si sia davvero trasformato molto presto in vera e propria archeologia. E' senz'altro archeologica, ad esempio, la targa in memoria di quello scrittore che abitava proprio sullo stradone vicino a casa mia e che nessuno ha mai saputo dirmi chi fosse. La targa c'è ancora, la vedo ogni giorno, lo scrittore non è morto neanche da tanto e sulla targa è ricordato come un fedele interprete di un mondo che però non c'è più. Si chiamava Valentìn Ovieckin e nessuno probabilmente lo ricorderà mai, non entrerà mai in nessuna antologia, rimarrà un fantasma con un nome ancora disponibile all'attenzione dei viventi solo finché la casa in cui viveva rimarrà in piedi. Perché non era neppure un simbolo da rimuovere in fretta quand'è cambiato il vento, perfettamente inutile tirar via la targa che lo ricorda.
        Chissà, magari una di quelle guide che conducevano i turisti in visita alla Città dei Postini potrebbe sapermi dire chi era questo Ovieckin, ma anche quelle guide sembrano ormai scomparse o prese da totale amnesia. Adesso che quel mondo è davvero diventato archeologia non c'è più nessun cicerone che sappia dare qualche spiegazione. Posso solo attingere ai ricordi più privati, intimi, di quando Ljuda a cavalcioni sulle spalle di suo padre rimaneva estasiata dalle grandi parate in cui lanciavano le caramelle ai bambini.
        In fondo questa frattura nella storia può esser stata persino una fortuna, perché ha saputo collocare una stagione della vita a una distanza incolmabile. La continuità non fa mai sognare, tutto si svolge in un attimo e poi, puff, arriva la fine senza nemmeno rendersi conto di aver vissuto. Per dare un senso alla propria vita abbiamo sempre bisogno di miti, ma i miti sono in un tempo che esce dalla storia, dalle vicende che puoi spiegare in modo logico, consequenziale. Dove c'è un mito c'è sempre un salto, un prima e un dopo che rimangono così, sospesi e distanti l'uno dall'altro.


        Ai tempi di Valentìn Ovieckin c'era il mito dell'uguaglianza: un mito appunto, non necessariamente la realtà. Ma questo mito, radicato nell'idea della parità sociale, si rifletteva comunque in una certa uniformità dell'habitat, cioè spesso stessi mobili e soprammobili, strade e case simili le une alle altre, edifici pubblici pressoché identici. Un film dell'epoca racconta la storia di un uomo che a capodanno si ubriaca talmente da essere caricato per sbaglio su un aereo che lo porta in un'altra città dove però ritrova la sua strada, con le sue chiavi entra in un appartamento dove ci sono i suoi mobili, o perlomeno mobili molto simili ai suoi, e non si accorgerebbe di niente se la fidanzata che lo raggiunge, naturalmente un'estranea per lui, non volesse cacciarlo via perché lei ovviamente stava aspettando un altro.
        In parte qualcosa è rimasto di questa svagatezza dovuta a edifici e spazi analoghi e ripetitivi. Perciò capita spesso, anche alla gente di qua, di perdersi per strada, e se poi si ha bisogno di qualche informazione è sempre complicato perché le strade hanno tutte cambiato nome dopo che è cambiata l'epoca, però tutti continuano a ricordare ancora i vecchi nomi ed ignorare i nuovi. Forse per questo i postini hanno smesso di girare, perché gli indirizzi postali non servono quasi mai a rintracciare il luogo che si vorrebbe raggiungere.
        Una conseguenza di questa situazione è che il possesso di una macchina e un buon senso dell'orientamento sono diventati un'inestimabile risorsa. Infatti in questa città ogni macchina è un potenziale taxi che si può chiamare con un cenno dalla strada; poi si deve solo contrattare il prezzo in relazione al tragitto da compiere. Così, nell'anarchia seguita al tramonto della Città dei Postini, la città si è presto trasformata in una Città dei Tassisti, e anche senza avere un colpo d'occhio da New York è però altrettanto vero che pure qui quasi ogni macchina che gira è in effetti un taxi. Anche un impiegato che si sta recando in ufficio può diventare all'occorrenza un tassista.
        Naturalmente, se uno è pure senza ufficio però ha la macchina, a maggior ragione si metterà in strada per sbarcare il lunario. Lo ha fatto anche Sergèj, lo zio di Ljuda, quando aveva perso il lavoro coi computer e s'era messo a girare da mattina a sera ma non riusciva mai a guadagnare abbastanza, perché lui è troppo timido e gentile e spesso si faceva fregare dai clienti. Perché è anche vero che nella Città dei Tassisti vigono regole che mal si adattano a chi ha ancora nostalgia della Città dei Postini. Adesso bisogna avere più grinta, determinazione. Come dappertutto. E così è stata una fortuna che Sergèj abbia trovato da fare l'elettricista e sia venuto via dalla strada.


        La strada dove abitava Valentìn Ovieckin si chiamava Novo-Moskovskaja e ancora tutti la chiamano così, anche se sulle mappe e le segnaletiche c'è adesso un altro nome. E ai tempi di Ovieckin, a due passi da casa sua ci sarà stato senz'altro un gran via vai di gente per via di un cinema che ora è in sfacelo, e che però mi hanno assicurato che fino a poco tempo fa era invece molto rinomato e frequentato. Ancora adesso, per fare un appuntamento con uno di qua ci siamo incontrati davanti al cinema abbandonato di Novo-Moskovskaja, perché era l'unico posto che lui riusciva a localizzare nei paraggi di casa mia. Quando perciò m'immagino una città di fantasmi non credo di allontanarmi troppo dalla realtà, nel senso che sono ancora ben presenti toponomastiche e luoghi ormai scomparsi, che si sovrappongono e spesso si sostituiscono alla città attuale.
        Naturalmente queste sono cose che possono capitare anche altrove, quando per esempio si chiede un'informazione in un paesino dove i nomi delle strade non dicono niente a nessuno, finché magari non interviene qualcuno che dice che allora lì potrebbe essere vicino a dove aveva il negozio il povero Luigino o chi so io. Ma orientarsi con gli spettri, in una grande città, può creare notevoli disagi perché non è certo un paesino che ruota attorno a una piazza e poco altro. Per questo è utile la protezione e la guida di un angelo custode che per me è Dima, l'autista che mi scorrazza per la città riuscendo a raggiungere i luoghi più reconditi, improbabili, e non dovendo preoccuparmi della strada mi consente pure di sognare, andando in macchina, la mia personale città di fantasmi.
        In questa città c'è naturalmente posto anche per il dimenticato Ovieckin, ma lui può essere solo un nome e poco più, al massimo un testimone del mio immaginario documentario in bianco e nero dove si affaccerebbe alla finestra per vedere uscire famiglie commosse da una commedia sentimentale appena vista al cinema di Novo-Moskovskaja, e da lì magari trarrebbe l'ispirazione per qualche verso che canti l'armonia famigliare di un mondo sereno e immutabile, come gli veniva chiesto dallo stile del suo tempo. Perché forse Valentìn Ovieckin non era un grande scrittore, forse era solo un servo ingenuo, sciocco: chi può dirlo? Ma mi piace immaginarlo comunque tranquillo, esente da inquietudini ed eccessivi narcisismi. Anche perché troppi danni non dovrebbe averne fatti, se ora è diventato soltanto il mattone di una casa.


        VIII.

        Fino a quattro anni fa il nonno di Saida era presidente dell'associazione dei cineasti di questo paese, poi l'hanno dimesso perché in un'intervista non aveva sufficientemente criticato l'epoca passata, i tempi degli Ovieckin, verso cui provava anzi un certo rimpianto perché diceva che molte cose andavano meglio di adesso. Ora ha già compiuto novant'anni, ma dopo quell'intervista nessuno l'ha più fatto lavorare anche se lui si sentirebbe ancora in forze e con gli occhi ancora buoni, visto che è in grado di leggere il giornale senza neppure mettere gli occhiali. Però i suoi occhi e la sua memoria non servono a nessuno, che anzi potrebbero mostrare cose che è meglio non vedere e ricordare. Perciò lo invitano soltanto a qualche celebrazione per esibirlo come un trofeo, orgogliosi e un po' stupiti che sia ancora in vita e così in gamba. Ma preferiscono non ascoltarlo o ancor peggio fargli fare qualcosa; meglio lasciarlo alle sue memorie e ai nipotini, che tanto anche lui prima o poi se ne andrà.
        In un certo senso la storia si ripete sempre. Perché il nonno di Saida sessant'anni fa era a Samarcanda per filmare gli scavi di un celebre archeologo che si era proposto di scoperchiare il sepolcro del grande Tamerlano per riesumarne lo scheletro, convinto che in quei resti ci fossero ancora tracce utili a carpire qualche segreto del leggendario conquistatore. Invano tre anziani del posto erano andati dall'archeologo per scongiurarlo di non aprire la tomba, dicendogli che se no sarebbe uscito anche lo spirito della guerra che si era incarnato un tempo in Tamerlano. Ma la passione per la ricerca aveva naturalmente prevalso sull'ascolto di quei vecchi e le loro credenze che non avevano il minimo di base scientifica, e così il giorno dopo che l'archeologo s'era fatto filmare e fotografare col teschio dell'antico conquistatore, un altro conquistatore, forse ancor più terribile, aveva deciso d'intraprendere un'invasione che avrebbe poi causato tante macerie e milioni e milioni di cadaveri.
        Non dico che la storia del mondo sarebbe andata diversamente. Però la storia degli anziani di Samarcanda è ugualmente esemplare di come la memoria custodita dai viventi sia così poco considerata rispetto alla memoria inerte dei reperti da sistemare in una sempre "nuova" ricostruzione del passato. Forse per questo, soprattutto in questo paese che si è ideologicamente votato al culto dell'amnesia, a maggior ragione è importante ascoltare i racconti dei vecchi per capire e immaginare in quale posto ci si trova, dove si è. Perché solo nelle parole dei più vecchi riprende vita la città dei fantasmi, altrimenti confinata in memorie troppo intime, private, o anche nei ricordi mai vissuti come gli alimentari sotto casa che mi rammentano il negozio mai visto che s'erano comprati i miei nonni.
        Comunque il nonno di Saida nella sua vita ha davvero vissuto e visto tanto: un centinaio di paesi del mondo e più di duecento film girati, soprattutto documentari. E' stato anche nella guerra scoppiata subito dopo la riesumazione del Tamerlano, a filmare dal fronte assieme a un compagno che gli aveva pure salvato la vita ed era morto proprio il giorno prima che lo incontrassi. Quando però parlava del suo amico, il nonno di Saida non sembrava afflitto dal dolore, c'era solo un sorriso affettuoso e sincero, riconoscente, come di chi è abituato ad avere ormai più compagni fra le ombre che fra i viventi che girano ancora per il mondo. Perché è normale, a quell'età, guardare alla morte con maggior indulgenza, dolcezza, come una compagna ormai fidata della propria vita.
        Anche il nonno di Ljuda quando parlava della moglie morta non da tanto, dopo più di cinquant'anni assieme, ne parlava con la stessa confidenza che avrebbe avuto se lei fosse stata di là a cuocere una minestra; una presenza ancora ben tangibile nella casa e nella sua vita. E di fatto sia il nonno di Ljuda che quello di Saida continuano a vivere come se esistesse ancora la Città del Pane e dei Postini, perché quelli che vengono definiti i cambiamenti epocali non sono poi tanto di più che passare da una tivù in bianco e nero a una a colori. Novità curiose più che effettive svolte della storia.
        Il nonno di Ljuda ad esempio non ha affatto dimenticato lo spirito che poteva animare, credo non solo nelle intenzioni, l'antica Città del Pane. La sua casa zeppa di libri è di fatto una biblioteca circolante per l'intero quartiere, e alla sua porta vengono a bussare i ragazzi per una ricerca che devono fare a scuola, l'infermiera coreana che sta di sopra per farsi consigliare un romanzo da leggere. E lui annota diligentemente i prestiti, si arrabbia solo un po' se qualche libro non torna indietro. Così si è dovuto attrezzare con un mobiletto chiuso per i suoi volumi imprestabili, quelli a cui tiene di più e che sono accessibili solo ai parenti più stretti.
        Insomma sono questi nonni a darmi la proiezione mitica di questa città. Nel senso che sono ancor più nonni dei miei nonni reali, proprio i nonni che avrei voluto avere. E se fossero davvero i miei nonni, ne sono convinto, tutto sarebbe più complicato. Per questo capivo anche l'imbarazzo di Saida di fronte a suo nonno perché diceva che nella sua famiglia, fin da quando era piccola, si parlava di questo nonno come di un irresponsabile che aveva sempre fatto quel che gli pareva e se poteva andava con tutte le donne che gli capitavano. Insomma un gaudente che faceva sempre di testa sua, che per me è stata sempre una strada impervia da conquistare e credo di non aver mai raggiunto anche perché non potevo contare su nessun esempio in famiglia. Sarebbe stato tanto più facile se avessi avuto il nonno di Saida! Lo dico anche se so che naturalmente le cose non sarebbero state così semplici, ma uno dei vantaggi del tempo è anche quello di potersi creare un proprio album di famiglia ideale, immaginario.


        Il nonno di Ljuda è capitato qua dopo la seconda guerra mondiale che per lui ha avuto anche un lungo dopoguerra, in quanto per vari anni è rimasto nelle truppe di occupazione a Vienna. Quando poi il governo sovietico non ha avuto più bisogno di così tanti soldati, lui si è trovato obbligato a scrivere ad amici e parenti per chiedere di ospitarlo per un po' in attesa di trovarsi una sistemazione. Gli ha risposto solo una zia che abitava qua, nell'allora Città del Pane, dove anche lui ha potuto finalmente interrompere i vagabondaggi dei tanti anni di guerra e dopoguerra.
        Per il nonno di Saida la fine della guerra è stato invece un classico ritorno a casa, dove ha comunque continuato il suo lavoro per mostrare quel che succedeva dopo gli innumerevoli lutti e la grande paura vista al fronte. In particolare ha girato documentari sui prigionieri giapponesi che per un bel po' hanno lavorato qui costruendo fra l'altro il teatro lirico, che è ancora un orgoglio per tutta la città. Ora purtroppo quei filmati sono andati perduti, ma recentemente è arrivata una troupe da Tokyo per intervistare lui, il nonno di Saida, come prezioso testimone di quel tempo lontano, ricordato da alcuni sopravvissuti giapponesi con nostalgia anche se certo la situazione non poteva essere molto felice. Ma chissà, forse anche per loro esser qua era un raggiungere una Città del Pane agognata dopo gli orrori della guerra, e poi si sa che il tempo crea sempre delle distanze che addolciscono tutto, così i giapponesi hanno raccolto quelle testimonianze sotto il malinconico titolo di Gli anni della nostra gioventù, e per ringraziarlo della sua collaborazione hanno pure inviato al nonno di Saida la cassetta del documentario, che lui però non è ancora riuscito a vedere perché ha il videoregistratore rotto.
        Lavorare coi giapponesi è stata comunque una grande gioia per il nonno di Saida, perché finalmente qualcuno aveva bisogno di lui, della sua memoria, e poi dopo anni si è ritrovato in mezzo a una troupe dove ha potuto ammirare tecnologie sconosciute, che permettevano un controllo delle immagini impensabile quando lavorava lui. Mi diceva che coi mezzi di adesso è un gioco da bambini fare qualcosa di buono, perché non devi aspettare la sala di proiezione in quanto puoi vedere tutto subito e correggere subito quel che non va. Eventualmente, se qualcosa ancora non va, lo puoi correggere anche dopo perché basta saper schiacciare dei pulsanti. Insomma l'elettronica è davvero una gran cosa, mi diceva senza alcuna nostalgia delle sue cineprese. C'era anzi intatta la voglia di scoprire quello che ancora dovrà succedere, forse perché cosciente di aver vissuto pienamente il tempo già trascorso.


        Una volta Saida, in un gioco in cui si doveva immaginare di poter disporre di una bacchetta magica, aveva detto che lei avrebbe dato volentieri una videocamera alla gente vissuta mille e più anni fa. Le sarebbe piaciuto vedere non solo il teschio ma anche il volto e i gesti di Tamerlano, la notte in un castello del Medio Evo, le orde di Gengis Khan, forse anche Cristo in croce. Insomma una storia del mondo dal vivo, con uomini parlanti e ambulanti, non rigide icone che non si sa mai quanto possano corrispondere alla realtà vissuta.
        In questo desiderio di Saida c'era naturalmente anche lo spirito del nonno, che vorrebbe vivere per sempre perché la realtà continua ad essere per lui un miracolo stupefacente. Ma c'era una differenza sostanziale, forse anche di carattere, ed io mi sento più dalla parte di Saida che non in quella del nonno, nel senso che il passato mi fa sempre immaginare più del futuro. Infatti i miei film sono sempre già accaduti, la mia fantascienza ha gli occhi sulla schiena. Per me il futuro è sempre opaco, nebbioso, è solo nel passato che esplodono bagliori improvvisi.
        Da qui a immaginare dei film, una storia, la strada è certo lunga, direi perfino impossibile. La mia se vogliamo è solo una questione emotiva, di correnti elettriche che si attivano o meno nella corteccia cerebrale. Potremmo dire che il mio cervello è sensibile a certi impulsi, e anche se ho cominciato a scrivere tutto questo sull'onda di una guerra appena incominciata, alla fine mi accorgo che per vedere qualcosa devo sempre guardare indietro, ad altre guerre ed altri tempi, perché quello che mi arriva dal presente è solo fumo negli occhi, una cortina di notizie che si accumulano giorno per giorno occultando tutto, come la pornografia più spinta che si sa che non potrà mai rivelare alcun segreto dell'amore.
        Devo anche dire che questo mio atteggiamento, questa mia malattia non è rivolta solo alla storia del mondo, riguarda pure le mie vicende più personali. Anche se dovessi rivivere in eterno lo stesso giorno della mia vita, ugualmente ci sarebbe sempre qualcosa che avrei l'impressione mi fosse sfuggito e allora sentirei io stesso l'esigenza di tornare indietro per verificare, controllare. Che è poi un'ossessione molto simile all'amnesia, perché naturalmente si è sempre concentrati su un altrove che ti fa sfuggire tutto quel che capita. Così nomi, volti, gesti, scivolano in questa amnesia che ogni tanto si ricorda di se stessa e vorrebbe tornare indietro per riprendere ciò che non è riuscita ad afferrare sul momento.
        Per questo adoro la mia infanzia, credo non molto felice, che però è talmente vaga da risultarmi felicemente estranea, qualcosa da scoprire. Io, bambino, potrei essere persino mio padre, mio nonno, un ricordo di mia madre. Perché tutto si aggroviglia nell'ambito delle cose buttate lì in attesa che possano riprender vita.
        E adesso che ricordo, una delle cose che mi ha colpito di più, in questi tempi incerti, era un'informazione che mi ha dato Paola in una telefonata dall'Italia, quando mi ha detto di aver letto, non ricordo dove, che adesso molti bambini hanno paura dell'infarto. E' stata una notizia che mi ha confermato la nostra sconcertante ignoranza sull'infanzia, perché quando pensiamo ai bambini ci immaginiamo sempre il futuro, mai il passato che forse loro vivono ancor più intensamente di noi, in quanto i bambini hanno una formidabile memoria che man mano si perde diventando grandi. E in fondo anch'io, quando mi cerco bambino, cerco soprattutto queste palpabili malinconie, che allora erano così vive e lancinanti da ficcarsi nella carne viva, senza neppure aver bisogno di passare dal cervello o di cercare parole per esprimersi.

(II - continua)



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