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Proviamo
allora a immaginare una storia (è solo
un esperimento). Per compiacere il professore
dell'accademia immaginiamo la storia di un giovane
terrorista che abita in città. Costui non
ha ancora fatto niente ma è già
pronto ad agire, deciso a rinunciare eventualmente
alla sua stessa vita.
Questo
ragazzo è alto, magro, ha poco più
di vent'anni e viene da una campagna lontana dove
coltivano riso e cotone. In città è
arrivato per andare all'università, e visto
che non ha tanti soldi ha preso una stanza alla
casa dello studente. Appena arrivato è
contento e stupito di vedere tante ragazze in
minigonna e mezze svestite, una cosa inimmaginabile
nelle sue campagne sconfinate, ma soprattutto
si dà da fare con lo studio, nonostante
il freddo alla casa dello studente lo faccia sempre
tossire e gelare le mani. La sua tenacia viene
comunque premiata: vince una borsa di studio di
qualche mese in un'antica cittadina universitaria
arroccata su un colle (potrebbe essere in Germania
o nel centro Italia).
Poco
prima di partire confida a un amico che in Europa
gli piacerebbe baciare una ragazza, perché
nel paese dov'è nato le ragazze si avvicinano
solo per sposarle, e in città le ragazze
che gli piacevano cercavano sempre uomini più
grandi e con più soldi di lui. Però
in Europa lo prende subito uno strano languore,
non riesce neanche più a immaginarsi labbra
e corpi di donne. La sera è sempre sfinito,
forse per il clima diverso, il diverso fuso orario,
ma in effetti da quand'è arrivato si sente
sempre più debole e la mattina fa persino
fatica ad andare dall'ostello all'università,
poi dall'università alla mensa, sempre
su e giù per stradine ripide. E' estate
ma lui tossisce ancor più forte di quand'era
inverno alla casa dello studente.
Una
mattina, è arrivato appena da una settimana,
si aggrappa a un macchina in sosta per non cadere
e gli comincia a uscire sangue dalla bocca. Un
passante lo vede e chiama un'ambulanza. Lo ricoverano
in ospedale dove gli diagnosticano una tubercolosi
polmonare.
In
stanza lo mettono con un giovane algerino che
ha la sua stessa malattia. Dalla grata della finestra
si vede un giardino con grandi alberi che rinfrescano
l'aria, infermieri con gli zoccoli che vanno su
giù per i vialetti. Non è casa sua,
questo lo sente, però gli piace guardare
questo mondo strano e ordinato, questa natura
verdeggiante per lui così insolita.
Il
suo compagno di stanza prega continuamente e gli
parla sempre di Dio. Gli dice che Dio è
dappertutto ma soprattutto dove non si vede, e
che anche la nostra vita è nelle mani di
Dio, perché Dio è più grande
di noi e di tutto quello che si vede. Così
anche il nostro studente, nella spossatezza della
malattia, comincia a pensare a Dio fissando il
soffitto bianco, gli alberi oltre la grata. Comincia
a pensare a qualcosa che c'è e non c'è,
e al suo corpo che stava per andar via, quando
si è aggrappato alla macchina e vedeva
tutto bianco. Inoltre ricorda che il bianco che
aveva visto era molto più forte di quello
del soffitto, qualcosa di più di una semplice
cosa, forse Dio stesso che gli voleva riprendere
l'anima. E allora comincia a pregare Dio anche
lui perché Dio gli dia un po' di forza.
Gli dice di amarlo più di ogni altra cosa,
certo più delle ragazze smorfiose dell'università,
più dei suoi stessi genitori, fratelli,
anche più della sua vita stessa.
Però
è soprattutto il suo compagno di stanza
che riesce a infondergli forza, fiducia. Stanno
a parlare e pregare per ore ed ore, e anche quando
chiacchierano di niente è come una preghiera
e poi le preghiere non sono più delle frasi
da mandare a memoria, come da bambino, ma un pensiero
fisso e quasi arroventato rivolto a Dio, a quel
tutto che gli era apparso nel biancore abbagliante
che aveva cancellato tutto.
Qui
naturalmente la storia si fa nebulosa perché
è difficile spiegare una visione, una conversione.
Allora diciamo che quando viene dimesso dall'ospedale
anche fuori, all'aperto, gli sembra però
di guardare le cose come se le vedesse sempre
attraverso la grata di una finestra. Lui da una
parte, il mondo dall'altra. Proprio in Europa,
in quella vecchia cittadina dove aveva favoleggiato
di poter finalmente baciare una ragazza, proprio
in quel luogo così estraneo scopre l'enorme
distanza fra il corpo e lo spirito. E per gratitudine
a Dio, che gli aveva conservato la vita, sceglie
lo spirito, lo spirito tanto più grande
e potente di lui, infinitamente più potente
del suo corpo così fragile.
L'amico
dell'ospedale lo ospita anche a casa sua e il
nostro eroe, che era venuto a studiare in un'università
in cui venivano persone da tutto il mondo, si
ritrova ora in una comunità piccolissima,
il suo amico con gli altri inquilini della casa
che provengono tutti da paesi nordafricani. Succede
così che quando adesso esce da casa e si
trova a risalire per l'acciottolato di quella
vecchia città col bosco intorno, le insegne
dei negozi e la gente che chiacchiera e ride seduta
ai tavolini dei bar, a camminare in quel mondo
gli sembra di vivere un sogno strano. Allora cerca
di uscire il meno possibile, un po' perché
ancora convalescente e un po' perché preferisce
rimanere in quella comunità di persone
che l'hanno accolto senza chiedergli niente, come
un fratello che viene da lontano. Fuori invece
tutto quello che c'è lo deve pagare, deve
chiederlo a un cameriere, a una commessa.
Naturalmente
comincia a sentire pure nostalgia di casa, ma
prima di andarsene riprende a frequentare anche
qualche lezione, più che altro per non
dar nell'occhio per la sua assenza e riscuotere
a cuor leggero le mensilità che ancora
gli rimangono con la borsa di studio. Lo avevano
mandato all'estero per studiare economia e amministrazione
aziendale, perché il suo paese è
povero e hanno bisogno di giovani che imparino
come si fa a fare i soldi. Ma ora quelle cose
non gli interessano più, tutta la sua vita
di prima cancellata: libri studiati anche di notte,
al freddo, ragazze in minigonna riviste pure ad
occhi chiusi, quand'era appena arrivato in città
dal suo paese.
E
qui si dovrebbe spiegare come fa quest'anima bella
a diventare un terrorista. Non so, posso appena
immaginarlo, ma certo chi è disposto a
sacrificare la propria vita deve aver vissuto
per forza un grande straniamento, tanto da considerare
la propria vita come una seconda vita, una vita
complementare ma non certo quella vera, reale,
viva.
Così
anche quando sarà tornato dall'Europa,
il nostro studente non vorrà più
tornare alla casa dello studente o a farsi distrarre
da ragazze in minigonna. E poi in questa città,
la città da cui sono partito per immaginare
questa storia, coi soldi risparmiati in Europa
ci si può facilmente affittare una stanza
tutta per sé. Però anche qui c'è
naturalmente il problema della solitudine e allora
lui cercherà quasi subito un'altra comunità,
un ambito il più possibile esclusivo da
cui poi uscire per guardare ancora il mondo come
uno spettacolo innaturale, qualcosa di falso anche
se adesso è nella sua nazione, fra la sua
gente. Perché c'è qualcosa che l'ha
marchiato per sempre nella sua esperienza in Europa,
ed è la sofferenza che l'ha fatto diventare
molto più orgoglioso, a volte persino sprezzante,
e il piacere dell'isolamento sempre più
ombroso, estraneo. Sono valori cui non sa più
rinunciare.
Non
so se il professore dell'accademia teatrale sarebbe
contento di una storia che avesse queste premesse
(quelle che posso immaginare sono solo delle premesse,
perché poi la scelta di uccidere e uccidersi
presuppone un salto troppo alto, un salto in quella
definitiva uscita dalla tristezza che mi è
sempre difficile immaginare). Ma una storia, comunque
la si voglia vedere, non può mai essere
didattica, qualcosa da additare come esempio.
Perché se ci si avvicina alla vita di qualcuno,
o perlomeno si tenta di farlo, per forza un po'
alla volta cadono giudizi e pregiudizi. Semplicemente
si sta, in ascolto, sperando ti possa giungere
anche flebile la voce di un altro.
Certo
non mi piace figurarmi questa città popolata
di reali o ipotetici assassini, il mio era solo
un esercizio d'immaginazione. Ricordo anzi che
un amico che doveva arrivare dall'Italia mi aveva
chiesto se il pane qui era buono, perché
per lui il pane è la cartina di tornasole
di un grado più o meno elevato di civiltà,
e
allora io gli avevo risposto che sì, il
pane era molto buono, e che questa città
era stata perfino chiamata la Città del
Pane, anche perché durante l'ultima guerra
mondiale chi non andava al fronte ha continuato
a sfornare pane. Lo sfornavano anche per i tanti
sfollati che erano arrivati, per quella Russia
atterrita che marciava verso oriente di cui ha
scritto la Achmàtova in suo poema terminato
proprio qui, dove aveva arrestato la sua fuga.
Perciò che questa sia piuttosto la Città
del Pane, com'è stata chiamata con evangelica
semplicità.
Il
pane più diffuso qui si chiama lipioška:
è una soffice ruota schiacciata al centro
e appena sfornata è buonissima, leggera
e insaporita dai semi di sesamo. La vendono dappertutto,
basta avere un forno dove cuocerla per mandare
un ragazzino a venderla per strada. Di solito
le lipioške le trasportano su vecchie
carrozzine da neonati, coperte da un panno di
lana perché rimangano calde il più
possibile.
Ljuda
mi raccontava che quando da piccola andava in
vacanza in Russia e ci rimaneva tutta estate,
l'unica nostalgia, l'unica voglia di casa che
aveva era la lipioška. Ancora adesso
se uno studente non ha tanti soldi con una lipioška
si può sfamare fino a sera, o almeno fino
a quando poter mangiar qualcosa di più
sostanzioso senza andare in bar o ristoranti.
Però
alla casa della studente c'è freddo davvero.
Lo scorso inverno un mio studente mi diceva che
quando lui entrava nella sua stanza era come "entrare
fuori", e per scaldarsi a volte doveva uscire.
Ma lui, ne sono sicuro, non potrebbe diventare
mai un assassino, un terrorista, ci metterei la
classica mano sul fuoco, e non solo in senso figurato.
Per
darne solo una pallida idea potrei dire che è
un ragazzo tarchiato dal sorriso aperto e contagioso,
che a lezione voleva sempre intervenire nelle
discussioni ma non aveva l'abilità linguistica
di altri e perciò una volta mi aveva confessato
che la sua bocca rimaneva muta ma il suo cuore
era pieno, traboccava di parole che non riusciva
a dire. Si chiama Fazlì, e ora ha trovato
posto dietro una scrivania su cui ogni tanto squilla
un telefono a cui deve rispondere. Lo pagano molto
poco ma è al suo primo impiego, e poi non
è che s'ammazzi di fatica così può
arrotondare con altri lavoretti come fanno in
tanti, quasi tutti. Perché alla Città
del Pane si può sempre sperare in una provvidenza
benigna, non c'è bisogno d'imbracciare
il fucile o imbottirsi di tritolo per inseguire
l'utopia di chissà quale Città del
Sole.
C'è
un equivalente locale del nostro dio che vede
e provvede. La chiamano fayz ed è
la giustificazione teologica all'arte di arrangiarsi
e anche la promessa di una ricompensa futura,
ma comunque terrena, se nelle azioni ci si fa
guidare dal cuore e non dagli interessi più
egoistici.
Risulterebbe
altrimenti inspiegabile come molti riescano a
campare dignitosamente con dei salari da fame.
Ma c'è appunto la fayz e allora
non ci si deve inquietare più di tanto,
bisogna cercare piuttosto di mantenere il cuore
aperto, puro. Perché se col cuore darai
cento ti torneranno mille, una specie di catena
di sant'antonio governata da invisibili disposizioni
divine.
Ovviamente
questa fiducia ha tutta l'apparenza di un'utopia
ingenua, la realtà purtroppo è spesso
ben diversa. Ma almeno la fayz è
una credenza che ha il vantaggio di non rinviare
tutto a paradisi celesti, di sperare più
nel pane che nel cielo.
"E'
salda la mia dimora asiatica,/ non bisogna preoccuparsi…"
(Anna Achmàtova)
O
almeno lo spero. Quello che qui soprattutto scoraggia
(e preoccupa) è la stupidità di
un sistema d'indottrinamento che ha mantenuto
abitudini sovietiche senza aver neanche più
una dottrina da proporre.
All'università
fra un po' verranno con un questionario sulla
guerra e il terrorismo. Prima però bisogna
spiegare agli studenti cosa rispondere, perché
le domande sono da sempre una scorciatoia per
imparare delle risposte, e così anche gli
studenti sono ormai abituati a fare i bambini
riluttanti alla vigilia della loro prima comunione.
Chi
è Dio? Oh dio, ora non ricordo neanche
più bene, ma doveva essere un essere perfettissimo
e forse infinitamente misericordioso. Però
quand'ero bambino non sapevo nemmeno cosa fosse
la misericordia: la bontà sì, almeno
riuscivo a figurarmela, ma la misericordia era
solo una parola che appariva nelle preghiere o
in qualche risposta da dare appunto prima della
prima comunione. Come che Dio era uno e trino
e la Madonna l'avvocata nostra.
Anche
per i questionari propinati agli studenti le risposte
scivolano in una cantilena ipnotica, senza per
altro ricorrere neppure a espressioni insolite
o parole incomprensibili come succede per le preghiere,
che così possono alludere a misteri insondabili
che riescono sempre a incantare, turbare. Nel
caso dell'indottrinamento politico invece tutto
deve essere chiaro, semplice, senza alcuna ambiguità:
perché è scoppiata la guerra? chi
ne è responsabile? qual è la posizione
del nostro paese? Le risposte sono così
evidenti che non val la pena neppure di pensarci.
Se
invece si parla d'altro le discussioni fra studenti
si accendono, specie se il tema è la famiglia,
il matrimonio, i vincoli parentali, qualcosa di
più vicino e che non sia estraneo e fumoso
come la politica nazionale. Ricordo che una volta
due studenti hanno litigato perché venivano
da regioni diverse e non erano d'accordo su quali
diritti avesse la sposa che porta una buona dote
in casa del marito. Uno diceva che in quel caso
la moglie poteva anche tornare a casa sua e abbandonare
il marito e riprendersi pure la dote, se le cose
non andavano bene. L'altro diceva che una dote,
per quanto cospicua, non dava diritti di questo
tipo, e non era neppure giusto discriminare chi
non poteva contare su patrimoni sostanziosi.
Alla
fine tutt'e due, e in coro tutti gli altri, si
sono riconosciuti nella morale di un film molto
popolare, fatto ancora in epoca sovietica e che
si chiama La rivolta delle nuore. Perché
il nocciolo della questione sta tutto nel rapporto
fra suocere e nuore, dicevano studenti e studentesse.
Che era appunto il tema di quel vecchio film,
la storia di una vedova che aveva sette figli
maschi che un po' alla volta s'erano portati a
casa la moglie. Tutto era filato liscio finché
l'ultimo non s'era preso una moglie che aveva
strani comportamenti, come mettersi in tuta la
mattina per fare ginnastica davanti a tutti, e
non voleva neppure sentir ragione delle rimostranze
della suocera, le rispondeva che non accettava
ordini da nessuno e lei poteva fare quel che voleva,
che se mai l'unica autorità che riconosceva
era quella del marito. Però gli uomini
nelle faccende di famiglia, mi spiegava una studentessa,
non ci sanno fare, non sono abituati a sostituirsi
alla mamma, e fra l'altro quella giovane sposa
era così convinta e convincente da trascinare
dalla sua anche le cognate, provocando un vero
e proprio terremoto famigliare.
Così
la suocera, che in fondo aveva buon cuore, aveva
accettato di costruire piccole casette accanto
alla sua per dare un tetto ad ogni figlio e rispettiva
moglie. Insomma era stata saggia, e non aveva
neppure dimenticato che anche lei era stata nuora
di una suocera che l'aveva fatta patire. Perché
tutto si può risolvere, mi spiegavano gli
studenti, solo se c'è buona volontà,
disponibilità; non è mai un problema
solo di diritti o di avere una dote più
o meno ricca da portare in casa della suocera.
Per
spiegare come mai un film fiabesco, infantile,
stia spopolando in questi giorni nelle sale cinematografiche
di tutto il mondo, un giornalista televisivo diceva
che la gente ha bisogno di fantasia specie in
tempi d'ansia e insicurezza. La fantasia è
in effetti un buon surrogato di Dio, e il cinema
sa naturalmente creare e proporre fantasie condivisibili
da molti. Ma Hollywood non può pretendere
di diventare monoteismo, anche perché ci
sarà sempre qualcuno che preferirà
altre storie o un altro paradiso allo spettacolo
che deve continuare, allo slogan trito e ritrito
di "the show must go on" tirato fuori
ogni volta che si deve tornare a vivere "normalmente".
Da
quando la televisione ha ripreso a funzionare
(ha smesso di piovere o nevicare) cerco di evitare
d'imbottirmi di notizie e ho invece notato come
molti programmi, specie le pubblicità,
s'adattano di buon grado al fiabesco delle fantasie
rasserenanti. Molto meno sesso, corpi conturbanti,
perché bisogna bilanciare immagini e informazioni
così terribili con le illusioni di un mondo
candido e infantile. Dicono si faccia la guerra
anche per questo, per difendere un diritto alla
felicità, nostra e dei nostri bambini.
Ma francamente è molto più saggio
spegnere la televisione.
V.
Dopo
due mesi finalmente fuori della città,
una gita verso le montagne in una bella giornata
di sole mitigata da una foschia autunnale che
ammantava la terra scura, gli alberi ingialliti.
Ho fatto anche una lunga passeggiata con Elisabeth
e Adriana, mentre Oreste preparava le braci per
arrostire delle trote che avevamo preso in un
vivaio.
Ai
piedi delle montagne, coi colori dell'autunno,
potevo essere anche sull'Appennino a camminare
e chiacchierare con gli amici di sempre. Naturalmente
il paesaggio non poteva essere proprio lo stesso,
le montagne intorno più alte, le cime già
innevate, e lungo il sentiero un albero sacro
da cui penzolavano i pezzi di stoffa delle preghiere
da lasciare al vento. Ma i viottoli di campagna
si somigliano un po' dappertutto e l'autunno era
lo stesso di quand'ero ragazzo e così pure
i discorsi che rimangono sospesi nell'aria quando
si chiacchiera camminando, discorsi vaganti come
le preghiere che fluttuavano al vento.
Era
leggero anche quel miscuglio di italiano-spagnolo-tedesco-francese-russo
che uso con Elisabeth e Oreste perché nessuno
vuole ammattire sulle parole che non si ricordano,
e allora basta dirle nella prima lingua che ti
viene in mente che comunque ci si capirà.
Che è un po' quello che avviene in ogni
amicizia, dove le parole escono senza darsi da
fare a cercarle.
E
poi nel silenzio della natura qualsiasi guerra
sembra davvero estranea, lontana. L'unico segno
della sua prossimità, della prossimità
di una guerra, l'abbiamo avuto tornando indietro
e leggendo all'ingresso della città un
Welcome to Tashkent che non avevamo mai visto
prima.
Otabek
che viene da Namangan, un paesone di una vallata
oltre le montagne, da bambino aveva un cane di
nome Tarzan che andava sempre a rubare le galline
dei vicini, così il padre gli aveva inventato
il gioco di portare a pascolare la mucca insieme
a Tarzan, su per i prati lontani dal paese. Stavano
via giornate intere solo loro tre, Otabek, il
cane e la mucca, complici di silenzi e spensieratezze.
Il
vero eroe dell'infanzia di Otabek era però
uno zio pittore, che a volte li accompagnava perché
voleva dipingere la natura, vale a dire i prati,
gli alberi e le montagne che amava. Lo zio cercava
sempre un posto che gli piacesse, piantava lì
il suo cavalletto e poi incominciava a dipingere
mentre Otabek andava in giro con le sue bestie.
Verso sera Otabek tornava a prendere lo zio che
gli faceva vedere il quadro che aveva fatto, e
insieme rientravano in paese.
Una
volta lo zio ha voluto dipingere Otabek e la mucca,
il cane no perché non stava mai fermo.
Poi è successo che diversi anni dopo il
quadro di Otabek con la mucca è andato
a finire a una mostra di pittura a Namangan, dopo
che lo zio era già morto. Lo vendevano
per un equivalente di dieci dollari e Otabek,
che nel frattempo era emigrato in città
e aveva cominciato a guadagnare qualcosa, ha deciso
di comprare lui quel quadro perché era
l'immagine stessa della sua infanzia e non voleva
andasse a finire chissà dove.
Se
mi viene in mente questa storia è perché
non sono mai stato a Namangan, neppure ad Andijan
da dove viene Fazlì, lo studente col cuore
gonfio di parole che non sapeva dire. Non sono
mai stato dalle loro parti perché vengono
da una vallata oltre le montagne che fin da quando
sono arrivato, ben prima che iniziasse la guerra,
tutti mi avevano sconsigliato di andarci perché
dicevano che lì c'erano i covi dei terroristi.
Eppure Otabek e Fazlì, e anche altri loro
compaesani che ho conosciuto, hanno l'anima molto
più ariosa e giocosa della maggioranza
degli altri, l'esatto contrario della cupa seriosità
che in genere si attribuisce a un fanatico. Difficile
per me immaginare terroristi che vengano dalle
terre di Otabek e Fazlì.
Comunque
sulle montagne non sono mai salito, le ho viste
solo da lontano, nelle giornate più limpide
nella fuga di una strada di città, oppure
passeggiando in campagna con Elisabeth e Oreste
e Adriana. Certo delle vallate oltre le montagne
ne ho sentito l'eco in qualche storia, e mi sembrava
di ascoltare storie di un nonno che non ho mai
avuto. Però le notizie che circolavano
mi hanno imbottigliato più giù,
in città. Eppure avrei dovuto sapere che
le informazioni sono sempre parziali, sempre solo
una parte e chissà anche quale, ma per
non saper né leggere né scrivere
si finisce sempre per dar troppo credito a chiacchiere
e notizie.
Adesso
che ci penso anche mio padre viene da un mondo
di mucche e cani e spazi aperti, coi genitori
che avevano tentato d'affrancarsi dalla terra
prendendo un negozietto di alimentari in paese.
Dunque un mondo che non dovrebbe essere stato
molto diverso da quello vissuto da Otabek e Fazlì.
Ma tutti i racconti che mio padre ha abbozzato
in famiglia svanivano sempre in qualche amarezza,
in una smorfia d'incomprensione. Perciò
non ne ho praticamente alcun ricordo. Ed è
forse per questo che ad annotarmi le storie di
qualcun altro mi sembra di arricchire un po' di
più anche la mia vita.
Qualcosa
però dev'essermi rimasto dei racconti incompiuti
di mio padre. Lo penso perché le vicende
altrui che più mi toccano provengono da
un mondo lontano in cui potrei immaginare anche
l'infanzia di mio padre. Non tanto lui, bambino
e poi ragazzo. Solo un particolare colore, un
colore della vita intravisto magari in una passeggiata
in campagna, ascoltando storie di paese.
A
parte tutto uscire dalla città è
sempre salutare. Mentre camminavo con Elisabeth
e Adriana abbiamo anche incontrato delle donne
che raccoglievano delle bacche per insaporire
il tè. Ce ne hanno regate un po' ed erano
dolcissime. E Kara, il cane di Elisabeth e Oreste
che ci seguiva, ha fatto subito amicizia col cane
che portavano a spasso dei bambini. Insomma ogni
incontro poteva essere una sorpresa che confortava
il cuore.
In
fondo anche il fascino così poco attraente
di questa città in cui tutto sommato continuo
a sentirmi a casa, nonostante guerre e non guerre,
paure e non paure, è che qui sono sempre
in una metropoli che è però invasa
dalla campagna, un agglomerato di tanti paesini
più che una città vera e propria.
Anche il negozio dove c'è un po' di tutto,
sullo stradone vicino a casa, non dev'essere tanto
diverso dagli alimentari che avevano aperto i
miei nonni e che ora è diventato un ristorante
per quelli che vengono dalla città.
Ecco,
quella volta che sono stato a quel ristorante
con tutta la famiglia di cognati e nipoti per
una ricorrenza particolare, mio padre aveva accennato
a com'era prima quel posto quando c'era il negozio
dei nonni, e anche senza raccontar molto negli
occhi non c'era amarezza, solo nostalgia.
Credo
che anch'io, prima o poi, quando lascerò
questa città, e prima o poi dovrebbe accadere,
sentirò comunque nostalgia per qualcosa
che non saprò definire, e questa è
una sensazione che ho avuto fin dai primi giorni
ch'ero qua, quando per intenderci ancora non conoscevo
Ljuda e non avevo certo la prospettiva di comprare
casa, quando perciò non avevo neppure immaginato
alcun legame, eppure è stata subito molto
forte una sensazione di familiarità senza
saperla nemmeno definire, senza capire cosa fosse.
La
città dei nonni, forse, il luogo di quelli
che non ci sono più. Una città dei
morti con cui, con l'andare del tempo, si prende
sempre più confidenza.
Adesso
è anche più difficile andar via,
molti voli soppressi. I turisti sono praticamente
scomparsi, ci sono solo tanti giornalisti che
vanno a cercare la guerra più giù
perché di quel che succede qui non c'è
niente da dire.
VI.
Appena
arrivato qui, la prima volta che sono sbarcato
all'aeroporto mi è sembrato di entrare
in una grotta. In fondo alla grotta dei controlli
doganali c'era una città in penombra, e
da lì al mio primo alloggio ho attraversato
il tunnel di un cielo nero e palazzoni addormentati.
Perciò mi sono ritrovato fra le pareti
di una casa estranea come se non fossi mai uscito
dall'aereo, come se per un inspiegabile incidente
fossi scivolato da un'uscita laterale verso un
luogo imprevisto, di cui non sapevo niente.
Fin
dall'inizio stare qua non è stato propriamente
abitare una città, ma trovarmi in una Zona,
come veniva chiamato in un film di Tarkovskij
un territorio d'incertezze e desideri. Che è
quel che si definisce anche un terreno vago, uno
spazio che si può popolare di fantasmi
perché non presenta alcun volto riconoscibile.
Qualcosa di simile capita in quei posti raggiunti
nella pausa di un sogno, quando magari si è
scampati a un pericolo per approdare a un luogo
in cui non succede niente, stupiti di quella calma
improvvisa.
Non
so come sarà la mia vita dopo che Andrej
avrà finito i lavori della casa. Adesso
anche per andare a pisciare devo attraversare
una passerella appoggiata sulla colata di cemento
dove faranno il parquet, e quest'incertezza dell'equilibrio,
specie se ho bevuto troppo, è la ripetizione
di una piccola conquista di territorio ogni volta
che mi alzo dalla sedia. Una gran comodità
per i miei viaggi immobili che non vogliono diventare
sedentari.
Forse
non riesco a spiegarmi, ma qui posso anche ascoltare
vecchie canzoni senza per questo intristirmi,
annoiarmi. In un certo senso sono uscito pure
dalla mia biografia; neppure se chiudessi gli
occhi potrei immaginarmi dove avrei previsto di
essere se non fossi qui. Ciononostante mi è
difficile, pressoché impossibile dire dove
sono.
E
intanto l'autunno avanza, pioggia e buio anche
di giorno, e di notte quasi non ho chiuso occhio
per il frastuono di un grillo nascosto da qualche
parte, credo sotto la lavatrice che gli faceva
da cassa armonica. Nell'altra casa erano invece
le lumache sui tappeti, gli scarabei che venivano
a morire sotto le finestre. Anche lì non
tanto mosche e zanzare, scarafaggi, com'ero abituato
nell'appartamento abitato negli ultimi anni, all'ottavo
piano di un altro mondo.
Dunque
una cesura, come si dice, uno stacco che è
pure della gente che ha sempre vissuto qua, come
Ljuda con la sua infanzia in uno stato che non
c'è più e il ricordo di una città
attraversata dai postini, ora praticamente scomparsi,
con la cassetta della posta che si riempiva di
riviste in abbonamento per accontentare tutti:
c'erano i giornaletti per lei, la rivista di pittura
per il nonno, quella di taglio e cucito dove la
mamma ricopiava i modelli per le sue clienti.
Era insomma un mondo chiuso eppure arioso, certo
con meno preoccupazioni.
Ora
per chi vive qua si sono aperte, almeno teoricamente,
nuove possibilità che spesso si traducono
in affanni. E allora si fa quel che si può,
e per aver le uova si riempiono i cortili di galline,
per il latte ci sono le caprette, e la campagna
invade la città cambiandole i connotati,
un'inversione di rotta nel cosiddetto progresso.
Perché qui non siamo a New York, esistono
da tempo gli orti di guerra, e perciò anche
la guerra non può far così paura.
Intendiamoci,
questa tendenza non deve spaventare più
di tanto perché questo paese, diceva un
giornale, l'anno scorso è stato anche il
paese che ha piantato più alberi subito
dopo il Canada, almeno in rapporto al suo territorio.
Dunque anche a stare in città, nella penombra
di questa città, l'inverno non conosce
certo splendori natalizi ma il volto austero degli
alberi spogli e allora, giustamente, pure l'anno
nuovo non arriva a capodanno ma all'inizio della
primavera, nell'antica festa del Navruz
quando si ammazzavano e ancora si ammazzano i
capretti, e il grano comincia a germogliare dalla
terra. E' una festa sentita da tutti, con balli
e canti in ogni angolo del paese e infiniti banchetti
famigliari.
Se
invece ripenso a solo pochi mesi fa, quando ho
voluto celebrare a Bukhara quello che pomposamente
veniva chiamato l'inizio di un nuovo millennio,
ho il ricordo di una ricorrenza che si doveva
fare senza che però fosse realmente sentita
da nessuno. Eravamo andati a mangiare, io, Ljuda
e altri amici, a un nuovo ristorante aperto ai
vecchi bagni pubblici, poi siamo voluti andare
a vedere quello che era annunciato come il primo
carnevale della città, una trovata per
attirare i pochi turisti che c'erano e che potevano
sentire nostalgia di veglioni e tappi di champagne
che saltano.
Per
raggiungere questo carnevale siamo allora usciti
dalla città guidati dall'eco di musichette
festose. La festa era in uno spiazzo asfaltato
di periferia illuminato da qualche lampione, ma
la vera sorpresa è stata scoprire che per
il primo carnevale della città si erano
vestiti tutti da babbo natale, così lo
spiazzo era invaso da tanti babbi natale con barba
e cappuccio rosso che saltellavano al ritmo delle
canzoni più in voga. E vedere così
tanti babbi natale saltellanti, sullo sfondo di
cupole azzurre e minareti, subito sortiva un effetto
comico che però col tempo diventava sgradevole,
per la sensazione d'essere entrati in un film
sbagliato. Così la bottiglia di spumante
ce la siamo presi a un banchetto della festa,
ma l'abbiamo poi stappata sul taxi che ci riportava
in albergo, a cavallo della mezzanotte.
Storie,
certo, aneddoti divertenti. Ad essere più
onesti bisognerebbe forse raccontare del bambino
dei vicini che aveva ingoiato dell'acido ed è
stato rifiutato da un paio di ospedali perché
la madre, agitata e confusa, prima d'uscire di
casa s'era scordata di prendersi dietro dei soldi
e allora si sentiva rispondere che lì non
avevano i mezzi per soccorrerle il figlio e che
perciò era meglio rivolgersi altrove. Perché
al pronto soccorso, mi spiegava Andrej, i soldi
non li chiedono mai, però se non glieli
dai non hanno neppure la garza per fasciarti un
dito. A lui era successo proprio così,
quando s'era tagliato con la sega elettrica, e
si è salvato il dito solo perché
un'infermiera misericordiosa gli aveva indicato
una donna dirimpetto all'ospedale, una che in
casa aveva tutte le garze e le tinture che voleva.
Bastava andare lì e comprarle e poi tornare
a farsi medicare.
Fortuna
il bambino dei vicini non aveva buttato giù
l'acido, così gli si è bruciata
solo la bocca ma niente gola e stomaco, come gli
hanno diagnostico al terzo ospedale dove il padre,
avvertito da una telefonata, si era precipitato
con un po' di soldi in tasca. Perché anche
alla Città del Pane, inutile nasconderselo,
da tempo hanno già cominciato a squillare
le trombe dei mercanti ad annunciare nuove apocalissi.
Non c'è bisogno di varcare la frontiera
per incontrare la guerra, basta aver bisogno di
un ospedale dove capitano cose, mi assicurava
Ljuda, che non sarebbero mai successe nella città
dei postini che ricordava lei da piccola.
E'
chiaro che anche a me, ogni tanto, capita di uscire
dalla mia Zona per fare incursioni nella città
vera e propria. Può capitare quando vado
a lavorare, quando entro in un ufficio pubblico,
dove piccole o grandi strategie di guerra s'inscenano
ogni giorno.
Non
c'è niente da fare: anche qui, come altrove,
è inevitabile crearsi una zona di protezione
in cui rifugiarsi, e a questa zona dare magari
il nome di realtà. Ma in effetti è
solo di questa realtà che mi interessa
parlare, perché è lì che
voglio vivere. Non mi è mai interessato
fare il corrispondente di alcuna guerra, anche
se la guerra fosse la realtà più
evidente. E chissà, forse la Città
del Pane o la Città dei Postini non sono
neppure mai esistite, però riuscire a raccontarle,
immaginarle, è l'unica strada che conosco
per scongiurare le apocalissi già raccontate
dai giornali e la tivù.
VII.
Un
tempo era quasi impossibile, per uno straniero,
visitare la Città dei Postini. Ci volevano
un'infinità di visti, permessi, sfilze
burocratiche che scoraggiavano chiunque, a meno
che non ci si affidasse a qualche organizzazione
di stato che ti prendeva per mano tutto il tempo
che rimanevi in città, neanche fosse la
visita a un sito archeologico per cui è
indispensabile la presenza di una guida, di un
esperto che ti spieghi continuamente ciò
che vedi. Ma certo non erano in tanti a richiedere
queste visite guidate, scoraggiati dalla burocrazia
e perché la città non offriva neanche
particolari attrattive, non era nemmeno la capitale
di nessuno stato, solo la quarta città
più popolosa di uno stato grande come un
continente. Dunque per molti, quasi tutti, questa
città era un nome, un'entità geografica
o statistica più che un luogo effettivo
della terra.
La
brusca interruzione di quell'ordine ha poi fatto
sì che quel passato, ancora così
vicino, si sia davvero trasformato molto presto
in vera e propria archeologia. E' senz'altro archeologica,
ad esempio, la targa in memoria di quello scrittore
che abitava proprio sullo stradone vicino a casa
mia e che nessuno ha mai saputo dirmi chi fosse.
La targa c'è ancora, la vedo ogni giorno,
lo scrittore non è morto neanche da tanto
e sulla targa è ricordato come un fedele
interprete di un mondo che però non c'è
più. Si chiamava Valentìn Ovieckin
e nessuno probabilmente lo ricorderà mai,
non entrerà mai in nessuna antologia, rimarrà
un fantasma con un nome ancora disponibile all'attenzione
dei viventi solo finché la casa in cui
viveva rimarrà in piedi. Perché
non era neppure un simbolo da rimuovere in fretta
quand'è cambiato il vento, perfettamente
inutile tirar via la targa che lo ricorda.
Chissà,
magari una di quelle guide che conducevano i turisti
in visita alla Città dei Postini potrebbe
sapermi dire chi era questo Ovieckin, ma anche
quelle guide sembrano ormai scomparse o prese
da totale amnesia. Adesso che quel mondo è
davvero diventato archeologia non c'è più
nessun cicerone che sappia dare qualche spiegazione.
Posso solo attingere ai ricordi più privati,
intimi, di quando Ljuda a cavalcioni sulle spalle
di suo padre rimaneva estasiata dalle grandi parate
in cui lanciavano le caramelle ai bambini.
In
fondo questa frattura nella storia può
esser stata persino una fortuna, perché
ha saputo collocare una stagione della vita a
una distanza incolmabile. La continuità
non fa mai sognare, tutto si svolge in un attimo
e poi, puff, arriva la fine senza nemmeno rendersi
conto di aver vissuto. Per dare un senso alla
propria vita abbiamo sempre bisogno di miti, ma
i miti sono in un tempo che esce dalla storia,
dalle vicende che puoi spiegare in modo logico,
consequenziale. Dove c'è un mito c'è
sempre un salto, un prima e un dopo che rimangono
così, sospesi e distanti l'uno dall'altro.
Ai
tempi di Valentìn Ovieckin c'era il mito
dell'uguaglianza: un mito appunto, non necessariamente
la realtà. Ma questo mito, radicato nell'idea
della parità sociale, si rifletteva comunque
in una certa uniformità dell'habitat, cioè
spesso stessi mobili e soprammobili, strade e
case simili le une alle altre, edifici pubblici
pressoché identici. Un film dell'epoca
racconta la storia di un uomo che a capodanno
si ubriaca talmente da essere caricato per sbaglio
su un aereo che lo porta in un'altra città
dove però ritrova la sua strada, con le
sue chiavi entra in un appartamento dove ci sono
i suoi mobili, o perlomeno mobili molto simili
ai suoi, e non si accorgerebbe di niente se la
fidanzata che lo raggiunge, naturalmente un'estranea
per lui, non volesse cacciarlo via perché
lei ovviamente stava aspettando un altro.
In
parte qualcosa è rimasto di questa svagatezza
dovuta a edifici e spazi analoghi e ripetitivi.
Perciò capita spesso, anche alla gente
di qua, di perdersi per strada, e se poi si ha
bisogno di qualche informazione è sempre
complicato perché le strade hanno tutte
cambiato nome dopo che è cambiata l'epoca,
però tutti continuano a ricordare ancora
i vecchi nomi ed ignorare i nuovi. Forse per questo
i postini hanno smesso di girare, perché
gli indirizzi postali non servono quasi mai a
rintracciare il luogo che si vorrebbe raggiungere.
Una
conseguenza di questa situazione è che
il possesso di una macchina e un buon senso dell'orientamento
sono diventati un'inestimabile risorsa. Infatti
in questa città ogni macchina è
un potenziale taxi che si può chiamare
con un cenno dalla strada; poi si deve solo contrattare
il prezzo in relazione al tragitto da compiere.
Così, nell'anarchia seguita al tramonto
della Città dei Postini, la città
si è presto trasformata in una Città
dei Tassisti, e anche senza avere un colpo d'occhio
da New York è però altrettanto vero
che pure qui quasi ogni macchina che gira è
in effetti un taxi. Anche un impiegato che si
sta recando in ufficio può diventare all'occorrenza
un tassista.
Naturalmente,
se uno è pure senza ufficio però
ha la macchina, a maggior ragione si metterà
in strada per sbarcare il lunario. Lo ha fatto
anche Sergèj, lo zio di Ljuda, quando aveva
perso il lavoro coi computer e s'era messo a girare
da mattina a sera ma non riusciva mai a guadagnare
abbastanza, perché lui è troppo
timido e gentile e spesso si faceva fregare dai
clienti. Perché è anche vero che
nella Città dei Tassisti vigono regole
che mal si adattano a chi ha ancora nostalgia
della Città dei Postini. Adesso bisogna
avere più grinta, determinazione. Come
dappertutto. E così è stata una
fortuna che Sergèj abbia trovato da fare
l'elettricista e sia venuto via dalla strada.
La
strada dove abitava Valentìn Ovieckin si
chiamava Novo-Moskovskaja e ancora tutti la chiamano
così, anche se sulle mappe e le segnaletiche
c'è adesso un altro nome. E ai tempi di
Ovieckin, a due passi da casa sua ci sarà
stato senz'altro un gran via vai di gente per
via di un cinema che ora è in sfacelo,
e che però mi hanno assicurato che fino
a poco tempo fa era invece molto rinomato e frequentato.
Ancora adesso, per fare un appuntamento con uno
di qua ci siamo incontrati davanti al cinema abbandonato
di Novo-Moskovskaja, perché era l'unico
posto che lui riusciva a localizzare nei paraggi
di casa mia. Quando perciò m'immagino una
città di fantasmi non credo di allontanarmi
troppo dalla realtà, nel senso che sono
ancora ben presenti toponomastiche e luoghi ormai
scomparsi, che si sovrappongono e spesso si sostituiscono
alla città attuale.
Naturalmente
queste sono cose che possono capitare anche altrove,
quando per esempio si chiede un'informazione in
un paesino dove i nomi delle strade non dicono
niente a nessuno, finché magari non interviene
qualcuno che dice che allora lì potrebbe
essere vicino a dove aveva il negozio il povero
Luigino o chi so io. Ma orientarsi con gli spettri,
in una grande città, può creare
notevoli disagi perché non è certo
un paesino che ruota attorno a una piazza e poco
altro. Per questo è utile la protezione
e la guida di un angelo custode che per me è
Dima, l'autista che mi scorrazza per la città
riuscendo a raggiungere i luoghi più reconditi,
improbabili, e non dovendo preoccuparmi della
strada mi consente pure di sognare, andando in
macchina, la mia personale città di fantasmi.
In
questa città c'è naturalmente posto
anche per il dimenticato Ovieckin, ma lui può
essere solo un nome e poco più, al massimo
un testimone del mio immaginario documentario
in bianco e nero dove si affaccerebbe alla finestra
per vedere uscire famiglie commosse da una commedia
sentimentale appena vista al cinema di Novo-Moskovskaja,
e da lì magari trarrebbe l'ispirazione
per qualche verso che canti l'armonia famigliare
di un mondo sereno e immutabile, come gli veniva
chiesto dallo stile del suo tempo. Perché
forse Valentìn Ovieckin non era un grande
scrittore, forse era solo un servo ingenuo, sciocco:
chi può dirlo? Ma mi piace immaginarlo
comunque tranquillo, esente da inquietudini ed
eccessivi narcisismi. Anche perché troppi
danni non dovrebbe averne fatti, se ora è
diventato soltanto il mattone di una casa.
VIII.
Fino
a quattro anni fa il nonno di Saida era presidente
dell'associazione dei cineasti di questo paese,
poi l'hanno dimesso perché in un'intervista
non aveva sufficientemente criticato l'epoca passata,
i tempi degli Ovieckin, verso cui provava anzi
un certo rimpianto perché diceva che molte
cose andavano meglio di adesso. Ora ha già
compiuto novant'anni, ma dopo quell'intervista
nessuno l'ha più fatto lavorare anche se
lui si sentirebbe ancora in forze e con gli occhi
ancora buoni, visto che è in grado di leggere
il giornale senza neppure mettere gli occhiali.
Però i suoi occhi e la sua memoria non
servono a nessuno, che anzi potrebbero mostrare
cose che è meglio non vedere e ricordare.
Perciò lo invitano soltanto a qualche celebrazione
per esibirlo come un trofeo, orgogliosi e un po'
stupiti che sia ancora in vita e così in
gamba. Ma preferiscono non ascoltarlo o ancor
peggio fargli fare qualcosa; meglio lasciarlo
alle sue memorie e ai nipotini, che tanto anche
lui prima o poi se ne andrà.
In
un certo senso la storia si ripete sempre. Perché
il nonno di Saida sessant'anni fa era a Samarcanda
per filmare gli scavi di un celebre archeologo
che si era proposto di scoperchiare il sepolcro
del grande Tamerlano per riesumarne lo scheletro,
convinto che in quei resti ci fossero ancora tracce
utili a carpire qualche segreto del leggendario
conquistatore. Invano tre anziani del posto erano
andati dall'archeologo per scongiurarlo di non
aprire la tomba, dicendogli che se no sarebbe
uscito anche lo spirito della guerra che si era
incarnato un tempo in Tamerlano. Ma la passione
per la ricerca aveva naturalmente prevalso sull'ascolto
di quei vecchi e le loro credenze che non avevano
il minimo di base scientifica, e così il
giorno dopo che l'archeologo s'era fatto filmare
e fotografare col teschio dell'antico conquistatore,
un altro conquistatore, forse ancor più
terribile, aveva deciso d'intraprendere un'invasione
che avrebbe poi causato tante macerie e milioni
e milioni di cadaveri.
Non
dico che la storia del mondo sarebbe andata diversamente.
Però la storia degli anziani di Samarcanda
è ugualmente esemplare di come la memoria
custodita dai viventi sia così poco considerata
rispetto alla memoria inerte dei reperti da sistemare
in una sempre "nuova" ricostruzione
del passato. Forse per questo, soprattutto in
questo paese che si è ideologicamente votato
al culto dell'amnesia, a maggior ragione è
importante ascoltare i racconti dei vecchi per
capire e immaginare in quale posto ci si trova,
dove si è. Perché solo nelle parole
dei più vecchi riprende vita la città
dei fantasmi, altrimenti confinata in memorie
troppo intime, private, o anche nei ricordi mai
vissuti come gli alimentari sotto casa che mi
rammentano il negozio mai visto che s'erano comprati
i miei nonni.
Comunque
il nonno di Saida nella sua vita ha davvero vissuto
e visto tanto: un centinaio di paesi del mondo
e più di duecento film girati, soprattutto
documentari. E' stato anche nella guerra scoppiata
subito dopo la riesumazione del Tamerlano, a filmare
dal fronte assieme a un compagno che gli aveva
pure salvato la vita ed era morto proprio il giorno
prima che lo incontrassi. Quando però parlava
del suo amico, il nonno di Saida non sembrava
afflitto dal dolore, c'era solo un sorriso affettuoso
e sincero, riconoscente, come di chi è
abituato ad avere ormai più compagni fra
le ombre che fra i viventi che girano ancora per
il mondo. Perché è normale, a quell'età,
guardare alla morte con maggior indulgenza, dolcezza,
come una compagna ormai fidata della propria vita.
Anche
il nonno di Ljuda quando parlava della moglie
morta non da tanto, dopo più di cinquant'anni
assieme, ne parlava con la stessa confidenza che
avrebbe avuto se lei fosse stata di là
a cuocere una minestra; una presenza ancora ben
tangibile nella casa e nella sua vita. E di fatto
sia il nonno di Ljuda che quello di Saida continuano
a vivere come se esistesse ancora la Città
del Pane e dei Postini, perché quelli che
vengono definiti i cambiamenti epocali non sono
poi tanto di più che passare da una tivù
in bianco e nero a una a colori. Novità
curiose più che effettive svolte della
storia.
Il
nonno di Ljuda ad esempio non ha affatto dimenticato
lo spirito che poteva animare, credo non solo
nelle intenzioni, l'antica Città del Pane.
La sua casa zeppa di libri è di fatto una
biblioteca circolante per l'intero quartiere,
e alla sua porta vengono a bussare i ragazzi per
una ricerca che devono fare a scuola, l'infermiera
coreana che sta di sopra per farsi consigliare
un romanzo da leggere. E lui annota diligentemente
i prestiti, si arrabbia solo un po' se qualche
libro non torna indietro. Così si è
dovuto attrezzare con un mobiletto chiuso per
i suoi volumi imprestabili, quelli a cui tiene
di più e che sono accessibili solo ai parenti
più stretti.
Insomma
sono questi nonni a darmi la proiezione mitica
di questa città. Nel senso che sono ancor
più nonni dei miei nonni reali, proprio
i nonni che avrei voluto avere. E se fossero davvero
i miei nonni, ne sono convinto, tutto sarebbe
più complicato. Per questo capivo anche
l'imbarazzo di Saida di fronte a suo nonno perché
diceva che nella sua famiglia, fin da quando era
piccola, si parlava di questo nonno come di un
irresponsabile che aveva sempre fatto quel che
gli pareva e se poteva andava con tutte le donne
che gli capitavano. Insomma un gaudente che faceva
sempre di testa sua, che per me è stata
sempre una strada impervia da conquistare e credo
di non aver mai raggiunto anche perché
non potevo contare su nessun esempio in famiglia.
Sarebbe stato tanto più facile se avessi
avuto il nonno di Saida! Lo dico anche se so che
naturalmente le cose non sarebbero state così
semplici, ma uno dei vantaggi del tempo è
anche quello di potersi creare un proprio album
di famiglia ideale, immaginario.
Il
nonno di Ljuda è capitato qua dopo la seconda
guerra mondiale che per lui ha avuto anche un
lungo dopoguerra, in quanto per vari anni è
rimasto nelle truppe di occupazione a Vienna.
Quando poi il governo sovietico non ha avuto più
bisogno di così tanti soldati, lui si è
trovato obbligato a scrivere ad amici e parenti
per chiedere di ospitarlo per un po' in attesa
di trovarsi una sistemazione. Gli ha risposto
solo una zia che abitava qua, nell'allora Città
del Pane, dove anche lui ha potuto finalmente
interrompere i vagabondaggi dei tanti anni di
guerra e dopoguerra.
Per
il nonno di Saida la fine della guerra è
stato invece un classico ritorno a casa, dove
ha comunque continuato il suo lavoro per mostrare
quel che succedeva dopo gli innumerevoli lutti
e la grande paura vista al fronte. In particolare
ha girato documentari sui prigionieri giapponesi
che per un bel po' hanno lavorato qui costruendo
fra l'altro il teatro lirico, che è ancora
un orgoglio per tutta la città. Ora purtroppo
quei filmati sono andati perduti, ma recentemente
è arrivata una troupe da Tokyo per intervistare
lui, il nonno di Saida, come prezioso testimone
di quel tempo lontano, ricordato da alcuni sopravvissuti
giapponesi con nostalgia anche se certo la situazione
non poteva essere molto felice. Ma chissà,
forse anche per loro esser qua era un raggiungere
una Città del Pane agognata dopo gli orrori
della guerra, e poi si sa che il tempo crea sempre
delle distanze che addolciscono tutto, così
i giapponesi hanno raccolto quelle testimonianze
sotto il malinconico titolo di Gli anni della
nostra gioventù, e per ringraziarlo
della sua collaborazione hanno pure inviato al
nonno di Saida la cassetta del documentario, che
lui però non è ancora riuscito a
vedere perché ha il videoregistratore rotto.
Lavorare
coi giapponesi è stata comunque una grande
gioia per il nonno di Saida, perché finalmente
qualcuno aveva bisogno di lui, della sua memoria,
e poi dopo anni si è ritrovato in mezzo
a una troupe dove ha potuto ammirare tecnologie
sconosciute, che permettevano un controllo delle
immagini impensabile quando lavorava lui. Mi diceva
che coi mezzi di adesso è un gioco da bambini
fare qualcosa di buono, perché non devi
aspettare la sala di proiezione in quanto puoi
vedere tutto subito e correggere subito quel che
non va. Eventualmente, se qualcosa ancora non
va, lo puoi correggere anche dopo perché
basta saper schiacciare dei pulsanti. Insomma
l'elettronica è davvero una gran cosa,
mi diceva senza alcuna nostalgia delle sue cineprese.
C'era anzi intatta la voglia di scoprire quello
che ancora dovrà succedere, forse perché
cosciente di aver vissuto pienamente il tempo
già trascorso.
Una
volta Saida, in un gioco in cui si doveva immaginare
di poter disporre di una bacchetta magica, aveva
detto che lei avrebbe dato volentieri una videocamera
alla gente vissuta mille e più anni fa.
Le sarebbe piaciuto vedere non solo il teschio
ma anche il volto e i gesti di Tamerlano, la notte
in un castello del Medio Evo, le orde di Gengis
Khan, forse anche Cristo in croce. Insomma una
storia del mondo dal vivo, con uomini parlanti
e ambulanti, non rigide icone che non si sa mai
quanto possano corrispondere alla realtà
vissuta.
In
questo desiderio di Saida c'era naturalmente anche
lo spirito del nonno, che vorrebbe vivere per
sempre perché la realtà continua
ad essere per lui un miracolo stupefacente. Ma
c'era una differenza sostanziale, forse anche
di carattere, ed io mi sento più dalla
parte di Saida che non in quella del nonno, nel
senso che il passato mi fa sempre immaginare più
del futuro. Infatti i miei film sono sempre già
accaduti, la mia fantascienza ha gli occhi sulla
schiena. Per me il futuro è sempre opaco,
nebbioso, è solo nel passato che esplodono
bagliori improvvisi.
Da
qui a immaginare dei film, una storia, la strada
è certo lunga, direi perfino impossibile.
La mia se vogliamo è solo una questione
emotiva, di correnti elettriche che si attivano
o meno nella corteccia cerebrale. Potremmo dire
che il mio cervello è sensibile a certi
impulsi, e anche se ho cominciato a scrivere tutto
questo sull'onda di una guerra appena incominciata,
alla fine mi accorgo che per vedere qualcosa devo
sempre guardare indietro, ad altre guerre ed altri
tempi, perché quello che mi arriva dal
presente è solo fumo negli occhi, una cortina
di notizie che si accumulano giorno per giorno
occultando tutto, come la pornografia più
spinta che si sa che non potrà mai rivelare
alcun segreto dell'amore.
Devo
anche dire che questo mio atteggiamento, questa
mia malattia non è rivolta solo alla storia
del mondo, riguarda pure le mie vicende più
personali. Anche se dovessi rivivere in eterno
lo stesso giorno della mia vita, ugualmente ci
sarebbe sempre qualcosa che avrei l'impressione
mi fosse sfuggito e allora sentirei io stesso
l'esigenza di tornare indietro per verificare,
controllare. Che è poi un'ossessione molto
simile all'amnesia, perché naturalmente
si è sempre concentrati su un altrove che
ti fa sfuggire tutto quel che capita. Così
nomi, volti, gesti, scivolano in questa amnesia
che ogni tanto si ricorda di se stessa e vorrebbe
tornare indietro per riprendere ciò che
non è riuscita ad afferrare sul momento.
Per
questo adoro la mia infanzia, credo non molto
felice, che però è talmente vaga
da risultarmi felicemente estranea, qualcosa da
scoprire. Io, bambino, potrei essere persino mio
padre, mio nonno, un ricordo di mia madre. Perché
tutto si aggroviglia nell'ambito delle cose buttate
lì in attesa che possano riprender vita.
E
adesso che ricordo, una delle cose che mi ha colpito
di più, in questi tempi incerti, era un'informazione
che mi ha dato Paola in una telefonata dall'Italia,
quando mi ha detto di aver letto, non ricordo
dove, che adesso molti bambini hanno paura dell'infarto.
E' stata una notizia che mi ha confermato la nostra
sconcertante ignoranza sull'infanzia, perché
quando pensiamo ai bambini ci immaginiamo sempre
il futuro, mai il passato che forse loro vivono
ancor più intensamente di noi, in quanto
i bambini hanno una formidabile memoria che man
mano si perde diventando grandi. E in fondo anch'io,
quando mi cerco bambino, cerco soprattutto queste
palpabili malinconie, che allora erano così
vive e lancinanti da ficcarsi nella carne viva,
senza neppure aver bisogno di passare dal cervello
o di cercare parole per esprimersi.
(II
- continua)
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