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Compilazioni astronomiche  
 Piccolo sillabario astrale/ 2
  di Alessandro Banda
 


         Fasi lunari
"Affreschi" di Giuseppe Caccavale, per la sala d'entrata dell’Archivio Municipale di Marsiglia.          luna nuova: la luna riempie il cielo nero con la sua grande diffusa assenza: penso ai tuoi occhi verdi scheggiati d'oro, quando li schiude il sonno e io ti veglio.
         luna crescente: la luna è l'enorme unghia d'un dio che galleggia nell'acqua bruna del cielo: penso alla linea delle tue sopracciglia quasi inesistenti.
         primo quarto: la luna è un frutto tagliato; tagliato seccamente. Dalla spada di qualche distratto guerriero? Penso ai tuoi seni o, anche, alla tua bocca.
         gobba crescente: la luna è una forza oscura, un disperato tendere, un'ansia di perfezione circolare; ma non solo: penso alla tua vita divisa.
         luna piena: la luna è una bella moneta effimera, d'oro falso: penso a lontani giorni pieni di sole.
         gobba calante: la luna scende con calma verso il proprio lutto: penso che vivere è un perenne separarsi, anche da se stessi.
         ultimo quarto: la luna è un frutto tagliato; tagliato seccamente. Dalla spada di quale distratto guerriero?
         luna calante: la luna è un esilissimo rimpianto di luce che la tenebra aspira, così penso.
         luna nuova: non penso più alla luna; non penso più; non penso; sento scorrere sul mio corpo abbandonato il flusso d'un'enorme marea.

         Galassia
         Scipione. La notte. Scipione e la notte. La vasta notte di Cirta, capitale della Numidia. E Scipione era solo nell'enorme notte numida; solo col suo grande nome, di cui si sentiva indegno: tribuno militare nauseato di guerra, fortemente tentato di morire. Quando morì Emilio Paolo, suo padre, egli ricordò che, poche ore dopo, vide presso un ruscello una grossa salamandra pezzata, gialla e nera, e quella, pensò, era l'anima di suo padre, che lo guardava. Con gli stessi occhi interrogativi di una grossa salamandra pezzata.
         Queste cose ricordava Scipione e questi ricordi accesero altri ricordi, più lontani, e altri ancora e dall'uno all'altro vagò la sua mente finché la memoria si mutò in sogno.
         Nel sogno gli apparve il grande avo, Scipione l'Africano; gli indicava qualcosa - forse una città, forse Cartagine - da un luogo alto, chiaro e pieno di stelle. Gli disse: "So, so bene che anche tu sai - e come profondamente è scavata in te questa scienza - che è la nostra la vera vita, di noi che veniamo chiamati morti e che, liberati dal carcere del corpo, abitiamo questo cerchio che tu vedi, splendente, da voi detto Galassia, secondo l'uso greco. Ma ricorda, Scipione, per quanto io ti possa esortare al disprezzo della Terra e a distogliere lo sguardo da essa, per quanto io ti possa magnificare l'incanto della musica degli astri e la meccanica perfetta dei loro moti, tu non puoi abbandonarla prima del tempo, la Terra, la Terra con i suoi limiti e i suoi miasmi; prima che il Dio, di cui l'intera estensione che t'abbaglia è tempio, ti abbia sciolto da ogni legame corporeo…".
         E, con un sorriso che voleva essere di pietà ma non valse più come di scherno, aggiunse: "E' così. Andartene? Andartene, non puoi andartene, semplicemente quando al giorno viene meno la sua luce. E devi saper durare, aspettare, sommerso rintanato o muto, devi imparare: una volta la gioia, la volta dopo lo smacco, lo scacco, la nausea, l'odore di sudato dei tuoi simili che ti dà il vomito… devi imparare, non solo buccine o archi trionfali, devi imparare, durare, aspettare, oscurarti… lentamente…".

         Galileo
Ubinam aut quibus locis te positum, patria, reor?

         Come una fionda… Come fiondata, dunque, dalla Terra e poi da Venere e poi di nuovo dalla Terra, spinta dal loro campo gravitazionale, lanciata dall'energia cinetica del loro moto, del loro moto intorno al Sole, fiondata, ecco, proprio fiondata verso Giove…
         Verso Giove, ma prima due volte accanto alla Terra, due volte attraverso la fascia degli asteroidi - la pulviscolare, la fitta, frantumata cintura degli asteroidi, la fittamente frantumata corona, sempre perturbata, tra Giove e Marte - e una volta, anche, accanto a Venere; ma poi verso Giove… ma prima un lungo errore, un complicato arabesco di miliardi di chilometri, un tortuoso peregrinare… scia, tracciata da un'inerme chiocciola nello spazio, di cerchi luminosi, che via via si allargano, estendono, dilatano…
         E la sonda (o la chiocciola), fiondata verso Giove, ha un nome nobile, Galileo, e una parte rotante e una parte stazionaria e un magnetometro e uno spettrometro e un rivelatore di plasma e un rivelatore di polvere e un rivelatore di particelle energetiche e due antenne, una principale, una a basso guadagno - e questo sulla parte rotante - e una fotocamera e un fotopolarimetro e il modulo di discesa e l'antenna del modulo di discesa - questo sulla parte stazionaria…

         Viaggiò la sonda Galileo, chiusa in un enorme autotreno (come Osiride sigillato nel sarcofago di Seth) dal Jet Propulsion Laboratori di Pasadena al Kennedy Space Center di Cape Canaveral, viaggiò, chiusa nell'autotreno, dalla California alla Florida, dal Pacifico all'Atlantico, passando, forse, per San Bernardino, Yuma (dove gli autisti pensarono - forse - rallegrandosi, a un vecchio film) Tucson, El Paso, Abilene, Dallas, fino a Savannah, Jacksonville, Daytona, Beach… oppure passarono attraverso altre città, altre solitudini, ma sempre soddisfatti, quegli autisti, dalla soffice pressione delle gomme, della morbida, perfetta tenuta, della loro guida consapevole e serena…
         E poi dovettero riportarlo, il loro prezioso carico, restituirlo inutilizzato, rifare il tragitto, da Cape Canveral a Pasadena, dall'Atlantico al Pacifico, perché tutti avevano visto, anche loro, anche loro, sbalorditi turisti, incendiarsi e esplodere, di colpo, nel cielo azzurrissimo della Florida la navicella Challenger, di colpo - erano già accesi i motori centrali? O erano, accesi, solo i razzi laterali? - e piegare e ricadere, colpito uccello di fuoco, con sette morti, neri e secchi, prigionieri delle vampe delle sue viscere… così, ai loro occhi attoniti, lo Sfidatore, lo Sfidante, - come pareva lenta, orribilmente lenta, anzi: sconsolatamente, malinconicamente lenta quella colonna bianca, quella striscia candida nella sua traiettoria verso il basso, verso il mare calmo, azzurrissimo mare della Florida… ma erano sette, sette i cadaveri, anche il Presidente, che aveva voluto assistere al lancio dallo studio ovale, disse: basta, spegnete il televisore… - così aveva perso la sfida lo Sfidante, e rinunciato, corse voce fosse per sempre, alla sua scommessa.
         Ma non poteva finire così. Lo sapevano tutti, anche loro, gli ignari autisti, che per la sonda Galileo così davvero non poteva finire. E ancora una volta ripresero il viaggio, ancora una volta: dalla costa pacifica alla costa atlantica. (Non pensarono a nulla quando passarono per Yuma, se vi passarono).
         Poi, in un mite giorno d'autunno - non c'è molta differenza, in Florida, tra autunno e estate - lasciò la Terra, la sonda Galileo, chiusa nella stiva della navetta Atlantide, perché era evidentemente scritto nel suo destino l'attraversamento di grandi spazi - per terra, nell'aria - ma dentro l'involucro di altri corpi, metallici e servizievoli (non diversamente Osiride, avvolto nel legno dell'arca, fu trascinato dall'imperturbabile corrente del Nilo fino alla bocca Tanitica).
         Poi, come un serpente si libera della vecchia scorza, uscì dalla navetta, modestamente spinta dai suoi propulsori a combustibile solido, ma prepotentemente lanciata dalla forza gravitazionale di Venere e della Terra, poderosamente fiondata, verso Giove… ma prima, quella complessa, tortuosa marcia di avvicinamento, lunga miliardi di chilometri… due volte accanto alla Terra, due volte attraverso la fascia degli asteroidi.

         Cosmico singulto… borborigmo galattico… singulto: appena soffocato nella sterminata gola dell'universo… oppure gorgoglio, gorgoglio, cavernoso gorgoglio, dipanato dalle labirintiche anse di un intestino immane, quello di un dio che divora i mondi… singulto o borborigmo? Singulto, certo, piuttosto singulto che borborigmo; singulto spaziale, Gaspra, nome; nome dell'asteroide incrociato da Galileo, nel suo primo passaggio per la cintura degli asteroidi, tra Giove e Marte, nel primo incontro, da che il mondo esiste tra una sonda e un asteroide…
         E dalla Terra tentarono di farla aprire, l'antenna principale della sonda, dal Centro di Controllo comandarono "apriti", manovrando come pazzi sui tasti, pulsanti, levette, bottoni, l'antenna parve aprirsi, come un ombrello con le stecche rotte, e in dieci secondi non era, l'antenna, che un inutile sacco aggrovigliato di maglia metallica, che un vecchio ombrello paralizzato per sempre dal vento, che un nodo di stecche vane sotto un vento e una pioggia furiosi…
         E la sonda sfiorava cieca l'asteroide Gaspra… la sonda avrebbe quindi sfiorato cieca l'asteroide Gaspra? (il primo asteroide, da che il mondo esiste, incontrato da una sonda…)
         Sulla Terra pensarono "ricorriamo all'antenna a basso guadagno" e "basterà l'antenna a basso guadagno" così dissero, sulla Terra, al Centro di Controllo.
         E benché i dati giungessero a terra a soli dieci bit al secondo - e non ai centotrentaquattro chilobit previsti - e benché solo cinque immagini di riferimento giungessero - e non le venti previste - e benché l'otturatore della fotocamera fosse stato aperto in modo da far apparire gli oggetti inquadrati come lunghe strisce, come grate orizzontali, contro lo sfondo nerissimo, come regolari bave luminose contro una sterminata campitura di tenebra, a Terra, al centro di Controllo, provarono una certa ebbrezza perché vedevano, perché vedevano che l'antenna vedeva, vedeva l'antenna di Galileo, da vicino, per la prima volta, da che il mondo esiste, un asteroide, l'asteroide Gaspra, singhiozzo confuso tra le stelle.
         E quando, sempre nel suo viaggio verso Giove, sempre fiondata dalla spinta della gravità della Terra, e di Venere, la sonda passò una seconda volta, più tardi, di nuovo attraverso la cintura degli asteroidi, si consumò il suo incontro con Ida…
         Ida apparve come un corpo irregolare lungo circa cinquantasei chilometri. La sua superficie apparve come una superficie tipicamente collisionale. Craterizzata. Con grandi crateri, frutto dell'urto di mondi, di scontri - di mondi; di forti impatti - di mondi.
         E accanto a Ida apparve un corpo più piccolo, lungo non più di un chilometro, come una patata; e questa patata, piena di crateri anch'essa, orbitava intorno a Ida. Dattilo, la patata fu battezzata Dattilo.
         Al Centro di Controllo, sulla Terra, si meravigliarono molto di Dattilo e Ida, coi loro crateri. Erano dunque possibili, anche fra gli asteroidi, sistemi binari? Anche un asteroide può avere satelliti? Anche Ida?
         Ma perché Ida? Perché Dattilo? Perché questi nomi? E quale Ida?
         L'Ida di Frigia o l'Ida di Creta?
         L'Ida di Frigia, l'Ida della Troade, che domina, a sud, il golfo di Adramitto, mentre da nord scende lo Scamandro e anche il Granico che poi si getta nel mare, nel mare di Marmara. L'Ida di Creta, l'Ida dell'isola dalle cento città, e tu lo puoi vedere, dal palazzo di Festo, staccarsi dalle altre montagne e incombere su esse…
         L'Ida di Frigia o l'Ida di Creta?
         L'Ida, ricco di fonti, l'Ida, pieno di alberi, nutritore di fiere, l'Ida dov'è il sacro recinto degli dei, e degli uomini, detta anche Cibele, come la Signora di Sardi, o Rhea, Rea, o Agdistis o Ma-Bellona, o Donna del Berecinto o Donna del Dindimo, nomi di altri monti, frigi o cretesi…
         L'Ida comunque, dove sacerdoti esausti ed emasculati, ed esaltati, alla vista del sangue, il loro sangue, sgorgato da petti e da braccia colpite, i loro petti, le loro braccia, colpite, dove deliranti adoratori invocano la dea battendo con morbida mano tese terga di toro, tamburi con pelli tese di toro, e piatti di bronzo, concavi piatti di bronzo, uno contro l'altro, e modulando suoni gravi di flauto, suoni rauchi, e gridando e danzando danze pirriche e poi ululando e dimenandosi sempre più scompostamente, invocano la dea, tra pini e querce, opachi boschi, e neve e tane ghiacciate, pazzi seguaci, chiamati Cureti o Coribanti o Dattili, invocano la dea - e la dea passa sul suo carro trainato da una coppia di leoni, sembra sorridere fra pini e querce, piante a lei consacrate, passa, silenziosamente protettiva, in mezzo alla turba forsennata (o di colpo atterrita?) dei fedeli, Cureti o Coribanti o Dattili…
         Dattili sulle dirupate pendici dell'Ida, di Creta o di Frigia, Dattili sull'Ida, Dattilo e Ida, Dattilo orbitante intorno a Ida, fedele satellite, singolare sistema binario - di Ida e Dattilo… dattilo, dito, docile dito, canonicamente composto da falange falangina falangetta, un dito (o una patata?) orbitante nel cosmo, tra Giove e Marte, lungo la perturbata cintura, la turbolenta fascia, degli asteroidi, saltabeccanti pianetini…
         Un dito, dattilo, di mano o di piede, un piede, un piede di verso, dattilo, successione di sillabe, una lunga e due brevi, palmi di molli mani battono timpani di pelle di toro, piedi aritmicamente cadenzati, sull'Ida, di Dattili, Cureti o Coribanti…
         Ma era davvero un monte, l'Ida, di Frigia o di Creta? Oppure era una ninfa? Cacciatrice e madre di un guerriero? O un guerriero, colpito mentre stava ritto sulle torri? O suo padre? Il padre di un guerriero colpito… la madre, ninfa, di un caduto…

         E dopo Gaspra, dopo Ida e Dattilo, lungo la tormentata corona, degli asteroidi, e dopo la Terra, due volte, e Venere, fiondata da loro, e dopo essere passata in mezzo, indenne, alla più tremenda tempesta di polvere che mai rivelatore abbia registrato (raffiche continue di granuli colpivano il rivelatore di polvere, per trenta giorni ogni giorno più di ventimila granuli, di polvere, si abbattevano sul rivelatore, a velocità, così registrava senza sosta, anche di duecento chilometri al secondo, polvere, forse, generata dai vulcani di Io, accelerata, forse, dall'intensa magnetosfera di Giove) e dopo Gaspra, Ida e Dattilo, la Terra, Venere e dopo la tempesta, la sonda Galileo entrò nell'orbita, infine, di Giove.
         Seguìta, nella sua traiettoria intorno a Giove e tra le sue lune, vegliata, la sonda Galileo, dagli osservatori di Madrid, Canberra e Goldstone in California, tenuta sotto costante controllo, la sonda dalle apparecchiature di Madrid, Canberra e Goldstone, in California, collocate a centoventi gradi di longitudine l'una dall'altra, trasmetteva, la sonda Galileo, dati su Giove e le sue lune.
         Su Io e su Europa. Su Ganimede e Callisto e le altre dodici. Su Giove. Su Giove stesso, il più grande dei pianeti e sul suo feroce campo magnetico. Su Io, ribollente luna vulcanica, che ogni cento anni si rimodella, per via della lava vomitata dai suoi cento vulcani, su Europa, statica luna di ghiaccio, la cui luminosità in luce riflessa è aumentata di dieci volte, dal ghiaccio, ancorché accidentato e solcato da fratture.
         Quanto sarà spessa, la crosta ghiacciata di Europa?
         Su Ganimede e Callisto, lune antiche di grandi crateri, corpi freddi e quiescenti, frontiere di mondi…
         Su Giove, sulla sua macchia rossa, enorme perturbazione, vortice perenne, secolare ciclone… Vegliata, la sonda Galileo, mentre trasmetteva dati, ora, a quasi mille bit al secondo, dalle stazioni di Canberra, Madrid, Goldstone - in California - poste a centoventi gradi di longitudine l'una dall'altra, che li registravano, quei dati, trasmessi a mille bit al secondo, quasi, relativi a Giove e Io e Europa e Ganimede e le altre dodici lune…

         E nello stesso giorno in cui la sonda Galileo entrò, finalmente nell'orbita di Giove, per continuare il suo viaggio altri ventidue mesi, o più, il modulo di discesa si staccò da essa.
         Si aprì il paracadute. La velocità si abbassò di colpo. Passando da centosettantamila chilometri orari a centottanta, chilometri orari. Il modulo entrò nell'atmosfera di Giove; con un angolo di ingresso di otto gradi e sei. Lo scudo termico protettivo si fuse quasi subito. Gli strumenti cominciarono a misurare.          Settantatré minuti durò la caduta del modulo di discesa. Attraverso gli strati dell'atmosfera di Giove e verso la sua superficie. Sempre più deformato dall'enorme pressione e poi collassato, disintegrato, distrutto. Perché: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E se lo semini corruttibile, risorge incorruttibile, se lo semini ignobile, risorge glorioso, lo semini debole, risorge pieno di forza.
         Settantatré minuti durò la caduta del modulo di discesa. Settantatré minuti di rilevazioni. Trasmesse dal modulo alla sonda orbitante e dalla sonda alla Terra.
         Al Centro di Controllo si aspettavano alti valori di elio, alti valori di neon, e di carbonio, e di ossigeno e zolfo; ma quei valori erano bassi. E si aspettavano grandi quantità di cristalli di ammoniaca e di ammonio e ghiaccio, ma non c'erano. E si aspettavano un'atmosfera meno densa, negli strati superficiali, più densa negli strati inferiori, ma l'atmosfera era densa anche negli strati superficiali. E si aspettavano molte nubi, e acqua e frequenti fulmini; ma le nuvole erano poche e non c'era quasi acqua e non c'erano fulmini. E credevano che i forti venti di Giove nascessero da uragani causati dalla condensazione e dal differenziale di calore, fra i poli e l'equatore. Ma i venti di Giove, i forti venti, violentissimi, che ne percorrono eternamente la superficie, nascono, pare, da una sorgente interna, irradiante calore. I forti venti di Giove… Il chicco di grano…


         Gemelli
         "Passerai un lunghissimo tratto di mare, l'approdo sarà una spiaggia bassa e bianca, là tirerai la nave in secco. Dovrai scorgere non lontano boschi di pioppi alti, bicolori e salici infecondi, piante sacre a Persefone. Un lago, ci sarà un lago - non tenere i suoi miasmi, non distinguerai ala di uccelli su quelle rive - cerca la grotta, la sua gola buia e accidentata: implorando gli dei che comandano le anime, e le ombre silenziose, e Caos e Flegetonte - luoghi vasti e muti - che ti concedano di poter ridire quel che avrai visto, gli irrevocabili gradini di Ade scenderai lentamente a uno a uno. Lì giunto, scava una fossa larga un cubito e lunga altrettanto e versale intorno l'offerta cara ai morti, di miele e di latte, di vino, d'acqua; e spargi farina bianca sugli orli di quella fosse e prega le deboli teste dei morti e dopo sgozza un ariete nero come la notte e una pecora, nera, come la notte. I morti verranno". Queste erano state le parole pronunciate dalla voce luminosa della maga - i suoi riccioli sono sempre ariosi nel ricordo.
         Era nel mese di ottobre. Pareva voler durare ancora, durare all'infinito, il grande distendersi dell'estate. Che rimaneva, l'estete. Che rimaneva ad appannare la volta immobile del cielo, a gravarla, come la memoria di un lutto recente, come un immenso arto fantasma; le ali recise dell'estate potevi credere che spuntassero ancora dal corpo provato della Terra.
         E abbiamo percorso un lunghissimo tratto di mare. Candida, accecante sotto il sole - quasi d'avorio e d'osso, triturati e sparsi - così la spiaggia dove abbiamo fermato le prue. E abbiamo scorto non lontani i boschi di salici e di pioppi, che già arrugginivano per la stagione, già sanguinavano (forse non erano pioppi né salici ma platani e faggi, forse) e alcuni hanno detto guardate sembra che il sole si sia impresso su quelle foglie per arderle e le consuma, questo hanno detto, alcuni. I vapori mefitici del lago spaventosamente fermo e senza onde ci soffocavano ma siamo andati avanti e abbiamo cercato la grotta con la sua gola buia e accidentata; implorando gli dei sono sceso. Ho sceso a uno a uno i gradini irrevocabili. E in fondo, dopo l'ultimo gradino, ho scavato una fossa larga un cubito e lunga altrettanto.
         Il latte. Il latte, con un fiotto regolare e immacolato, e il miele che colava lento… poi gorgoglio d'acqua, vino… avevano lo stesso colore, il vino e il sangue…
         I morti sono venuti. A sciami. Anzi, uno sciame. Un solo sciame sterminato di api impazzite. Non pensavo che la morte ne avesse disfatti tanti. Benché la maga - eravamo vicini alla riva, il sole tramontante suscitava un nimbo di fuoco intorno ai suoi riccioli - me l'avesse preannunciato: andrai dove sono i più, conoscerai le possenti fondamenta d'ombra che reggono questa fragile luce.
         Ora, io, dovevo chiedere chiedere chiedere, dovevo domandare interrogare, consultare l'indovino cieco sepolto ch'era stato uomo ed era stato donna, dovevo conoscere da lui il mio ritorno e il cammino e la durata del viaggio, e sapere dalle parole fuggevoli di un'ombra cara il pensiero e la mente della mia donna, se rimaneva ancora col figlio e col cuore costante nella casa o si dava senza ritegno, menade invasata, a tutti i pretendenti, centootto quanti erano a banchettare nelle mie sale.
         Dovevo chiedere interrogare consultare, ma come sono stato assalito da quello stormo immane, avvolto da quella nuvola d'anime senza confine, di ogni mia domanda non ho più saputo che farmene.
         Ho raccolto un ricordo stordito di un'orda, un'orda di donne e mi raccontano vicende famigliari confuse, un disordinato catalogo ho nella testa, di donne spente e le loro voci uniformi, dolorose e accavallate che dicono elenchi caotici di nomi…
         Ma non l'ho abbracciata. L'ho riconosciuta a fatica anche se avrei dovuto riconoscerla subito: era l'ombra di un uomo, un uomo forte in mezzo alla turba delle gementi. Ma non l'ho abbracciata, né una né tre volte, non ho nemmeno tentato di abbracciarla, perché sapevo che era pari ai venti leggeri e troppo simile a un sogno alato, e non volevo che l'immagine, afferrata invano, sfuggisse dalle mie mani intristite.
         "Ma non cedere alla tristezza, io e mio fratello gemello, usciti a un tempo dall'uovo divino di Leda, dividiamo lietamente la vita e la morte, un giorno mortali un giorno immortali, ora nascosti nelle viscere della terra generatrice, nella tenebra consacrata a Ade, ora splendidamente accolti, tra Toro e Cancro, nelle rarefatte dimore del Cielo".


         Halley
         Sir Edmund Halley, direttore dell'Osservatorio di Greenwich, associò il proprio nome a quella cometa periodica, da lui identificata, che appare nel cielo ogni settantasei anni. Sembra che tale astro, abitudinario e regolare come un impiegato, un solerte impiegato del catasto stellare, porti però con sé, nella sua fatale traiettoria, un seguito di sciagure che si abbatterebbero infallibilmente sulla Terra devastandola. Sembra altresì che la fine del mondo avverrà in concomitanza con uno di questi passaggi, più funesto e, appunto, definitivo del solito.
         Noi, dal canto nostro, preferiamo condividere l'opinione di chi vede, nella sorprendente armonia del Cosmo, un nesso occulto tra poesia umana e la sinistra cometa: forse ogniqualvolta la sua coda tremolante incrocia l'orbita terrestre nasce un poeta. Un poeta che, come Dino Campana, veglierà le stelle vivide nei pelaghi del cielo e l'immobilità dei firmamenti remoti, magari fino ad esserne del tutto abbacinato e a diventare pazzo. Non importa.
         Risulta che, negli ultimi anni, preparare le polpette per i suoi compagni del manicomio di Castel Pulci gli procurasse una certa felicità.

         
         Hyakutake
         Si separò. Si spezzò. Si divise. Si frantumò. Un frammento fu visto viaggiare nella zona della coda, un frammento, staccatosi dal nucleo, fu visto dal telescopio infrarosso Tirgo viaggiare nella zona della coda; a una distanza di circa milletrecentocinquanta chilometri e con una velocità di allontanamento di circa diciassette chilometri al secondo fu visto. Dal telescopio infrarosso Tirgo che è sulle Alpi svizzere a oltre tremila metri di quota e quasi sotto al Cervino.
         Si separò, si spezzò, si divise, si frantumò come la cometa Hyakutake, in due tronconi, forse, come già la cometa di Biela - al cui posto si osservarono sciami di meteore detti bielidi o andromeidi o leonidi - si separò deflagrando violentemente? Si separò con aspri strappi, esplosioni, eruzioni, con forza cieca, disintegrandosi, come si separarono eritrei da etiopi, o hutu da tutsi, massacrandosi, o serbi da croati, macellandosi, o mano da gio e da krahn, con forza bestiale? Oppure fu una separazione dolce, una naturale consunzione di vincoli allentati, un'estinzione armonica, come quella di cechi e slovacchi?
         Ma la separazione avvenne come, nell'anno milleottocentoquarantasei, avvenne per la cometa di Biela, al posto della quale furono avvistati, in prossimità della stella gamma di Andromeda (splendida stella doppia), sciami di meteore detti bielidi o leonidi o, anche, andromeidi.

"Affreschi" di Giuseppe Caccavale, per la sala d'entrata dell’Archivio Municipale di Marsiglia.         "Era bellissima. La cercavo a est, con le spalle rivolte a nord. Aveva attraversato la Bilancia, sfiorando Alfa; lo sapevo. Che aveva sfiorato Alfa, binaria biancazzurra della Bilancia, lo sapevo. Alfa, stella binaria, di cui mi ripetevo, incespicando nell'ardua sillabazione, il nome arabo, Zubenelgenubi, chela meridionale, chela meridionale, di magnitudine tre, della Bilancia.
         E sapevo che dovevo cercarla tra l'Orsa maggiore e l'Orsa minore. Puntare il Carro, il Grande Carro, le sue ruote rudimentali, il timone adunco, il prolungamento, immaginario, del timone, individuare Arturo, cercarla, sotto Arturo, a sinistra, a est, davo le spalle al nord, avevo un semplice binocolo, un comune otto per trenta, o era un sette per cinquanta?, davo le spalle al nord. E a sinistra, a est, sotto Arturo, dando le spalle al nord, col mio elementare otto per trenta o sette per cinquanta, a basso ingrandimento ma a grande campo, l'ho trovata, la cometa di Hyakutake, e ne ho ripetuto il nome, Hyakutake, sillabandolo, incespicando, con la lingua, nel sillabarlo.
         La cometa Hyakutake era bellissima.
         La chioma sublime, vaporosa, intorno al nucleo, la chioma vaporante dal suo nucleo occulto, sublimata, dal suo centro enigmatico, la chioma della cometa era una rosa, era una rosa di luce o un lago, un lago di luce, un fiume di luce, un oceano di luce, un abisso di luce, un abisso di luce essenziale; una luce come d'ambra, vetro o cristallo attraversati dal sole; continui gorghi di luce, vortici di luce, intorno a un nucleo nascosto dal suo stesso bagliore, buio e splendente, fasce di luce concentriche, un paradiso luminoso cilindrico, a fasce concentriche - mi parve di vedere gli eletti lentamente assorbiti dai cerchi di luce, salire, gli eletti, lentamente, lungo quegli ampi circoli di luce, perdendo peso, via via, da fascia a fascia, annullandosi via via nella luce, essi stessi solo luce, essenziale, liquida - o di vetro, cristallo, ambra; la chioma era una rosa di luce dilatata, dai molti petali, una rosa gialla e luminosa, con fitti petali, gialla e dilatata e luminosa, luminosamente dilatata; o era un tranquillo lago, o un fiume rapinoso, pieno di gorghi, luminosi, o l'abisso di un oceano, un oceano di luce essenziale. O era una colonna? Una colonna tortile, di luce, e di gloria, una colonna di gloria, tortile, luminosa. O una scala? Una scala come una colonna, tortile, lucente, una scala tortile, lucente per i passi degli eletti, beati e distratti, sopra levigati gradini di cristallo, ambra, vetro.
         Forse era meglio paragonarla a un'arena, la chioma, un'arena dagli ampi spalti lucenti, abbaglianti, un anfiteatro di candidi marmi, del tutto vuoto, come un'orbita vuota; oppure quei marmi, perché era già avvenuto il tramonto, mandavano riflessi turchini e violacei o verdi o ormai solo grigi, un livido colore di pietra spenta, ferrea: colori, colori cangianti di marmi crepuscolari, e vi ho scorto schegge di azzurro, come l'ala dei serafini, e di rosso, come l'ala dei cherubini, schegge di luce angelica nell'anfiteatro disteso nel cielo, a est, tra Orsa maggiore, Orsa minore, Arturo e la stella polare.
         E ho pensato, fissando la chioma vaporosa della cometa, il suo alone espanso, digradante da verde a azzurrino, il suo fulgore circolare spiccante nel buio, ho pensato a una lucente caligine, lucentissima, a una tenebra essenziale, come la luce, essenziale, e che ciò che è più oscuro è più chiaro e che ciò che è più occulto è più manifesto e che il sereno non è che la più diffusa delle nuvole e alla coda, della cometa, alla coda non ho dedicato nemmeno un minuto, nei miei pensieri, né al vento circolare, né ai brillamenti fotosferici o alle fasce di Van Allen.
         La cometa Hyakutake passava quindici milioni di chilometri dalla Terra. Veniva dalla nube di Oort - o dalla fascia di Kuiper, oltre l'orbita di Nettuno; tornerà tra diecimila anni, o ventimila, se non si spezzerà prima".

         "Magnitudine uno, magnitudine zero o, addirittura, meno uno, avevano detto. Così avevano detto e così si era letto e riletto, dappertutto. Che sarebbe stata visibile a occhio nudo e non come un debole punto, un pallido fiocco, una virgola tremolante ma come una luna piena, una stella di prima grandezza, un piccolo sole, che sarebbe stata luminosa, la come Hyakutake, come la West, come la Hale-Bopp e più della West e più della Hale-Bopp, che sarebbe stata di magnitudine uno o zero o meno uno.
         A lungo. Io l'ho perlustrato a lungo il cielo là dove doveva esser perlustrato, il cielo, fin dalle dieci di sera, quando la cometa doveva esser visibile, trenta gradi sopra l'orizzonte, l'ho perlustrato, setacciato, minuziosamente indagato seguendo con meticolosità tutte le indicazioni, interrogato, interrogato a lungo il cielo col mio fedele telescopio a fuoco Newton - ma se ne avessi usato uno a fuoco Cassegrain sarebbe stato uguale e anche se, per avventura, avessi potuto usare un radiotelescopio, sarebbe stato uguale - e non ne ho ricavato che la visione faticosa, faticosissima, di una stenta macchia, confusa, microscopica, ridicola; un velo di foschia incipiente, anzi: non un velo, il lembo, minuscolo, di un velo, un resto, opaco, lattiginoso, il resto di un lembo, un'ombra, lattiginosa, un nulla. Un nulla, pallido, latteo, evanescente, in transito vago sotto Arturo.
         E so che turbe di dementi hanno passato come me la notte all'addiaccio, con binocoli, telescopi, vociando, investigando ossessivamente il cielo, dopo aver raggiunto luoghi fuori mano, lontani dal cosiddetto inquinamento luminoso, e altri, altri ancora più dementi hanno fatto lunghe file ai cancelli degli Osservatori, per l'occasione aperti al pubblico (dei dementi), entrando poi, a gruppi di trenta, seguendo i turni, per bearsi, estasiati, alla visione di quel ridicolo relitto di vago fumo, brandello di opaco niente, residuo di spenta foschia chiamato cometa, minuscolo, microscopico, inesistente, in presumibile transito sotto Arturo. E dicevano che bella la cometa! e riconcilia col mondo! e anche spiega i misteri della vita! Sembrava una palla di neve racchiusa in una garza! Un sacchetto infiammato! Un palloncino col suo filo! ma, in realtà, non avevano visto nulla, o quasi o forse avevano visto solo nuvole, la migrazione paziente di tranquille nuvole attraverso il cielo.
         D'altronde le comete, lo sapete bene, in fondo non sono che aggregati poco coerenti di carbonio e altri elementi leggeri; fragili corpi, fatti di polveri di carbonio, ghiaia, tenuti insieme dal ghiaccio, ghiaccio d'acqua. Provengono dalla nube di Oort, o dalla fascia di Kuiper.
IL signor Yuji Yakutake presenta un'espressione perplessa, nelle foto, dietro le spesse lenti; è solo in una radura; alle sue spalle si indovina un bosco; di conifere, pare".

         Io
Un, che tutto vorria, e che no ga mai gnente

         Io, quando nomino l'io, quando dico io, perché io, io sì, sono uno piuttosto egoista, egotista, egocentrico anzi egocosmico, io, ecco, io, nonostante questo provo un certo schifo a dirlo, l'io, a dire io, io e nonostante questo lo dico tante volte e tutte le volte che lo dico, no, non tutte, ma molte, molte volte non posso fare a meno di pensare a quel vecchio ingegnere nevrastenico, anche lui abbastanza preso da quel suo porchissimo ego, quell'ingegnere che scriveva a tempo perso e che, da qualche parte, ha appunto scritto: "…l'io, l'io!… Il più lurido di tutti i pronomi… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta, come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona".
         E poi penso al filosofo Blaise Pascal, che mi piace, chissà perché, di italianizzare in Biagio Pasquale; il quale Pascal, o Pasquale, ha scritto anche lui che l'io è odioso, l'odioso io, le moi haissable.
         Amerei, pronunciando questo raglio, questo io, non pensare ad altro, a nient'altro che a IO, una delle sedici lune di Giove.


         Espero
         La basilica era assediata dagli imperiali. Da tutta la notte l'assedio durava.
         Tra poco le punte delle lance e le spade e le curve superfici degli elmi, investite dal sole nascente, abbaglieranno. Non c'è neppure un velo di foschia e i pioppi sono appena smossi da un tenue vento. Satura di grevi fiati, di mille e mille fiati, dell'odore della veglia e dell'odore della paura è l'aria immobile nelle navate. Quel viso scarnito ma non sofferente, quell'uomo molto alto un poco curvo ma non stanco verso cui tutti di tanto in tanto rivolgono lo sguardo, è il vescovo; i suoi occhi fermi e calmi dicono: non possiamo cedere; non dobbiamo. Non è difficile, per lui, sapere di essere con naturalezza dalla parte della ragione; anzi nel giusto, nel giusto che non tollera parti perché si distende su tutto senza ulteriori determinazioni.
         Il vescovo prega intensamente però non al punto che gli sfugga l'appannarsi di qualche pupilla, il cadere di alcune palpebre… nuche lentissime franare in avanti… indietro… corpi rapprendersi e piegarsi verso terra…
         Un gallo canta - siamo in un punto dove l'unanime città prende a scomporsi nella campagna variegata e nel vago momento in cui la tenebra svapora nel chiaro - un gallo lacera il silenzio. Torna la speranza. Le labbra del vescovo improvvisano un canto, i fedeli lo seguono:

Eterno creatore del mondo
che notte e giorno governi
e i tempi dài dei tempi
e notte segreghi da notte
il nunzio del giorno risuona
e la sfolgorante richiama
criniera del sole:
Lucifero sgombra le vie del male
e torrenti di luce…

         "Grande è il potere di un inno" - né potrebbe essere altro il pensiero del sollecito pastore dato che vede attorno a sé membra rattrappite di colpo rianimarsi e sui volti, che stavano perdendosi l'uno dopo l'altro nei labirinti del sonno, ridisegnarsi in un'espressione di fiducia e attento coraggio.
         Eppure si sente quasi assalire, ne è sorpreso, da una sottile lama d'inquietudine: alla sua memoria di uomo che si è dato al nuovo senza tuttavia rinnegare completamente l'antico non può sfuggire l'ambigua sorte dell'astro appena invocato: apportatore di luce e apportatore di buio, che inaugura e conclude, che sparpaglia i fili del giorno ma per raccoglierli poi…

(II - continua)

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