|
Fasi
lunari
luna
nuova: la luna riempie il cielo nero con
la sua grande diffusa assenza: penso ai tuoi occhi
verdi scheggiati d'oro, quando li schiude il sonno
e io ti veglio.
luna
crescente: la luna è l'enorme unghia
d'un dio che galleggia nell'acqua bruna del cielo:
penso alla linea delle tue sopracciglia quasi
inesistenti.
primo
quarto: la luna è un frutto tagliato;
tagliato seccamente. Dalla spada di qualche distratto
guerriero? Penso ai tuoi seni o, anche, alla tua
bocca.
gobba
crescente: la luna è una forza oscura,
un disperato tendere, un'ansia di perfezione circolare;
ma non solo: penso alla tua vita divisa.
luna
piena: la luna è una bella moneta
effimera, d'oro falso: penso a lontani giorni
pieni di sole.
gobba
calante: la luna scende con calma verso il
proprio lutto: penso che vivere è un perenne
separarsi, anche da se stessi.
ultimo
quarto: la luna è un frutto tagliato;
tagliato seccamente. Dalla spada di quale distratto
guerriero?
luna
calante: la luna è un esilissimo rimpianto
di luce che la tenebra aspira, così penso.
luna
nuova: non penso più alla luna; non
penso più; non penso; sento scorrere sul
mio corpo abbandonato il flusso d'un'enorme marea.
Galassia
Scipione.
La notte. Scipione e la notte. La vasta notte
di Cirta, capitale della Numidia. E Scipione era
solo nell'enorme notte numida; solo col suo grande
nome, di cui si sentiva indegno: tribuno militare
nauseato di guerra, fortemente tentato di morire.
Quando morì Emilio Paolo, suo padre, egli
ricordò che, poche ore dopo, vide presso
un ruscello una grossa salamandra pezzata, gialla
e nera, e quella, pensò, era l'anima di
suo padre, che lo guardava. Con gli stessi occhi
interrogativi di una grossa salamandra pezzata.
Queste
cose ricordava Scipione e questi ricordi accesero
altri ricordi, più lontani, e altri ancora
e dall'uno all'altro vagò la sua mente
finché la memoria si mutò in sogno.
Nel
sogno gli apparve il grande avo, Scipione l'Africano;
gli indicava qualcosa - forse una città,
forse Cartagine - da un luogo alto, chiaro e pieno
di stelle. Gli disse: "So, so bene che anche
tu sai - e come profondamente è scavata
in te questa scienza - che è la nostra
la vera vita, di noi che veniamo chiamati morti
e che, liberati dal carcere del corpo, abitiamo
questo cerchio che tu vedi, splendente, da voi
detto Galassia, secondo l'uso greco. Ma ricorda,
Scipione, per quanto io ti possa esortare al disprezzo
della Terra e a distogliere lo sguardo da essa,
per quanto io ti possa magnificare l'incanto della
musica degli astri e la meccanica perfetta dei
loro moti, tu non puoi abbandonarla prima del
tempo, la Terra, la Terra con i suoi limiti e
i suoi miasmi; prima che il Dio, di cui l'intera
estensione che t'abbaglia è tempio, ti
abbia sciolto da ogni legame corporeo…".
E,
con un sorriso che voleva essere di pietà
ma non valse più come di scherno, aggiunse:
"E' così. Andartene? Andartene, non
puoi andartene, semplicemente quando al giorno
viene meno la sua luce. E devi saper durare, aspettare,
sommerso rintanato o muto, devi imparare: una
volta la gioia, la volta dopo lo smacco, lo scacco,
la nausea, l'odore di sudato dei tuoi simili che
ti dà il vomito… devi imparare, non
solo buccine o archi trionfali, devi imparare,
durare, aspettare, oscurarti… lentamente…".
| Galileo |
Ubinam
aut quibus locis te positum, patria, reor? |
Come
una fionda… Come fiondata, dunque, dalla
Terra e poi da Venere e poi di nuovo dalla Terra,
spinta dal loro campo gravitazionale, lanciata
dall'energia cinetica del loro moto, del loro
moto intorno al Sole, fiondata, ecco, proprio
fiondata verso Giove…
Verso
Giove, ma prima due volte accanto alla Terra,
due volte attraverso la fascia degli asteroidi
- la pulviscolare, la fitta, frantumata cintura
degli asteroidi, la fittamente frantumata corona,
sempre perturbata, tra Giove e Marte - e una volta,
anche, accanto a Venere; ma poi verso Giove…
ma prima un lungo errore, un complicato arabesco
di miliardi di chilometri, un tortuoso peregrinare…
scia, tracciata da un'inerme chiocciola nello
spazio, di cerchi luminosi, che via via si allargano,
estendono, dilatano…
E
la sonda (o la chiocciola), fiondata verso Giove,
ha un nome nobile, Galileo, e una parte rotante
e una parte stazionaria e un magnetometro e uno
spettrometro e un rivelatore di plasma e un rivelatore
di polvere e un rivelatore di particelle energetiche
e due antenne, una principale, una a basso guadagno
- e questo sulla parte rotante - e una fotocamera
e un fotopolarimetro e il modulo di discesa e
l'antenna del modulo di discesa - questo sulla
parte stazionaria…
Viaggiò
la sonda Galileo, chiusa in un enorme autotreno
(come Osiride sigillato nel sarcofago di Seth)
dal Jet Propulsion Laboratori di Pasadena al Kennedy
Space Center di Cape Canaveral, viaggiò,
chiusa nell'autotreno, dalla California alla Florida,
dal Pacifico all'Atlantico, passando, forse, per
San Bernardino, Yuma (dove gli autisti pensarono
- forse - rallegrandosi, a un vecchio film) Tucson,
El Paso, Abilene, Dallas, fino a Savannah, Jacksonville,
Daytona, Beach… oppure passarono attraverso
altre città, altre solitudini, ma sempre
soddisfatti, quegli autisti, dalla soffice pressione
delle gomme, della morbida, perfetta tenuta, della
loro guida consapevole e serena…
E
poi dovettero riportarlo, il loro prezioso carico,
restituirlo inutilizzato, rifare il tragitto,
da Cape Canveral a Pasadena, dall'Atlantico al
Pacifico, perché tutti avevano visto, anche
loro, anche loro, sbalorditi turisti, incendiarsi
e esplodere, di colpo, nel cielo azzurrissimo
della Florida la navicella Challenger, di colpo
- erano già accesi i motori centrali? O
erano, accesi, solo i razzi laterali? - e piegare
e ricadere, colpito uccello di fuoco, con sette
morti, neri e secchi, prigionieri delle vampe
delle sue viscere… così, ai loro
occhi attoniti, lo Sfidatore, lo Sfidante, - come
pareva lenta, orribilmente lenta, anzi: sconsolatamente,
malinconicamente lenta quella colonna bianca,
quella striscia candida nella sua traiettoria
verso il basso, verso il mare calmo, azzurrissimo
mare della Florida… ma erano sette, sette
i cadaveri, anche il Presidente, che aveva voluto
assistere al lancio dallo studio ovale, disse:
basta, spegnete il televisore… - così
aveva perso la sfida lo Sfidante, e rinunciato,
corse voce fosse per sempre, alla sua scommessa.
Ma
non poteva finire così. Lo sapevano tutti,
anche loro, gli ignari autisti, che per la sonda
Galileo così davvero non poteva finire.
E ancora una volta ripresero il viaggio, ancora
una volta: dalla costa pacifica alla costa atlantica.
(Non pensarono a nulla quando passarono per Yuma,
se vi passarono).
Poi,
in un mite giorno d'autunno - non c'è molta
differenza, in Florida, tra autunno e estate -
lasciò la Terra, la sonda Galileo, chiusa
nella stiva della navetta Atlantide, perché
era evidentemente scritto nel suo destino l'attraversamento
di grandi spazi - per terra, nell'aria - ma dentro
l'involucro di altri corpi, metallici e servizievoli
(non diversamente Osiride, avvolto nel legno dell'arca,
fu trascinato dall'imperturbabile corrente del
Nilo fino alla bocca Tanitica).
Poi,
come un serpente si libera della vecchia scorza,
uscì dalla navetta, modestamente spinta
dai suoi propulsori a combustibile solido, ma
prepotentemente lanciata dalla forza gravitazionale
di Venere e della Terra, poderosamente fiondata,
verso Giove… ma prima, quella complessa,
tortuosa marcia di avvicinamento, lunga miliardi
di chilometri… due volte accanto alla Terra,
due volte attraverso la fascia degli asteroidi.
Cosmico
singulto… borborigmo galattico… singulto:
appena soffocato nella sterminata gola dell'universo…
oppure gorgoglio, gorgoglio, cavernoso gorgoglio,
dipanato dalle labirintiche anse di un intestino
immane, quello di un dio che divora i mondi…
singulto o borborigmo? Singulto, certo, piuttosto
singulto che borborigmo; singulto spaziale, Gaspra,
nome; nome dell'asteroide incrociato da Galileo,
nel suo primo passaggio per la cintura degli asteroidi,
tra Giove e Marte, nel primo incontro, da che
il mondo esiste tra una sonda e un asteroide…
E
dalla Terra tentarono di farla aprire, l'antenna
principale della sonda, dal Centro di Controllo
comandarono "apriti", manovrando come
pazzi sui tasti, pulsanti, levette, bottoni, l'antenna
parve aprirsi, come un ombrello con le stecche
rotte, e in dieci secondi non era, l'antenna,
che un inutile sacco aggrovigliato di maglia metallica,
che un vecchio ombrello paralizzato per sempre
dal vento, che un nodo di stecche vane sotto un
vento e una pioggia furiosi…
E
la sonda sfiorava cieca l'asteroide Gaspra…
la sonda avrebbe quindi sfiorato cieca l'asteroide
Gaspra? (il primo asteroide, da che il mondo esiste,
incontrato da una sonda…)
Sulla
Terra pensarono "ricorriamo all'antenna a
basso guadagno" e "basterà l'antenna
a basso guadagno" così dissero, sulla
Terra, al Centro di Controllo.
E
benché i dati giungessero a terra a soli
dieci bit al secondo - e non ai centotrentaquattro
chilobit previsti - e benché solo cinque
immagini di riferimento giungessero - e non le
venti previste - e benché l'otturatore
della fotocamera fosse stato aperto in modo da
far apparire gli oggetti inquadrati come lunghe
strisce, come grate orizzontali, contro lo sfondo
nerissimo, come regolari bave luminose contro
una sterminata campitura di tenebra, a Terra,
al centro di Controllo, provarono una certa ebbrezza
perché vedevano, perché vedevano
che l'antenna vedeva, vedeva l'antenna di Galileo,
da vicino, per la prima volta, da che il mondo
esiste, un asteroide, l'asteroide Gaspra, singhiozzo
confuso tra le stelle.
E
quando, sempre nel suo viaggio verso Giove, sempre
fiondata dalla spinta della gravità della
Terra, e di Venere, la sonda passò una
seconda volta, più tardi, di nuovo attraverso
la cintura degli asteroidi, si consumò
il suo incontro con Ida…
Ida
apparve come un corpo irregolare lungo circa cinquantasei
chilometri. La sua superficie apparve come una
superficie tipicamente collisionale. Craterizzata.
Con grandi crateri, frutto dell'urto di mondi,
di scontri - di mondi; di forti impatti - di mondi.
E
accanto a Ida apparve un corpo più piccolo,
lungo non più di un chilometro, come una
patata; e questa patata, piena di crateri anch'essa,
orbitava intorno a Ida. Dattilo, la patata fu
battezzata Dattilo.
Al
Centro di Controllo, sulla Terra, si meravigliarono
molto di Dattilo e Ida, coi loro crateri. Erano
dunque possibili, anche fra gli asteroidi, sistemi
binari? Anche un asteroide può avere satelliti?
Anche Ida?
Ma
perché Ida? Perché Dattilo? Perché
questi nomi? E quale Ida?
L'Ida
di Frigia o l'Ida di Creta?
L'Ida
di Frigia, l'Ida della Troade, che domina, a sud,
il golfo di Adramitto, mentre da nord scende lo
Scamandro e anche il Granico che poi si getta
nel mare, nel mare di Marmara. L'Ida di Creta,
l'Ida dell'isola dalle cento città, e tu
lo puoi vedere, dal palazzo di Festo, staccarsi
dalle altre montagne e incombere su esse…
L'Ida
di Frigia o l'Ida di Creta?
L'Ida,
ricco di fonti, l'Ida, pieno di alberi, nutritore
di fiere, l'Ida dov'è il sacro recinto
degli dei, e degli uomini, detta anche Cibele,
come la Signora di Sardi, o Rhea, Rea, o Agdistis
o Ma-Bellona, o Donna del Berecinto o Donna del
Dindimo, nomi di altri monti, frigi o cretesi…
L'Ida
comunque, dove sacerdoti esausti ed emasculati,
ed esaltati, alla vista del sangue, il loro sangue,
sgorgato da petti e da braccia colpite, i loro
petti, le loro braccia, colpite, dove deliranti
adoratori invocano la dea battendo con morbida
mano tese terga di toro, tamburi con pelli tese
di toro, e piatti di bronzo, concavi piatti di
bronzo, uno contro l'altro, e modulando suoni
gravi di flauto, suoni rauchi, e gridando e danzando
danze pirriche e poi ululando e dimenandosi sempre
più scompostamente, invocano la dea, tra
pini e querce, opachi boschi, e neve e tane ghiacciate,
pazzi seguaci, chiamati Cureti o Coribanti o Dattili,
invocano la dea - e la dea passa sul suo carro
trainato da una coppia di leoni, sembra sorridere
fra pini e querce, piante a lei consacrate, passa,
silenziosamente protettiva, in mezzo alla turba
forsennata (o di colpo atterrita?) dei fedeli,
Cureti o Coribanti o Dattili…
Dattili
sulle dirupate pendici dell'Ida, di Creta o di
Frigia, Dattili sull'Ida, Dattilo e Ida, Dattilo
orbitante intorno a Ida, fedele satellite, singolare
sistema binario - di Ida e Dattilo… dattilo,
dito, docile dito, canonicamente composto da falange
falangina falangetta, un dito (o una patata?)
orbitante nel cosmo, tra Giove e Marte, lungo
la perturbata cintura, la turbolenta fascia, degli
asteroidi, saltabeccanti pianetini…
Un
dito, dattilo, di mano o di piede, un piede, un
piede di verso, dattilo, successione di sillabe,
una lunga e due brevi, palmi di molli mani battono
timpani di pelle di toro, piedi aritmicamente
cadenzati, sull'Ida, di Dattili, Cureti o Coribanti…
Ma
era davvero un monte, l'Ida, di Frigia o di Creta?
Oppure era una ninfa? Cacciatrice e madre di un
guerriero? O un guerriero, colpito mentre stava
ritto sulle torri? O suo padre? Il padre di un
guerriero colpito… la madre, ninfa, di un
caduto…
E
dopo Gaspra, dopo Ida e Dattilo, lungo la tormentata
corona, degli asteroidi, e dopo la Terra, due
volte, e Venere, fiondata da loro, e dopo essere
passata in mezzo, indenne, alla più tremenda
tempesta di polvere che mai rivelatore abbia registrato
(raffiche continue di granuli colpivano il rivelatore
di polvere, per trenta giorni ogni giorno più
di ventimila granuli, di polvere, si abbattevano
sul rivelatore, a velocità, così
registrava senza sosta, anche di duecento chilometri
al secondo, polvere, forse, generata dai vulcani
di Io, accelerata, forse, dall'intensa magnetosfera
di Giove) e dopo Gaspra, Ida e Dattilo, la Terra,
Venere e dopo la tempesta, la sonda Galileo entrò
nell'orbita, infine, di Giove.
Seguìta,
nella sua traiettoria intorno a Giove e tra le
sue lune, vegliata, la sonda Galileo, dagli osservatori
di Madrid, Canberra e Goldstone in California,
tenuta sotto costante controllo, la sonda dalle
apparecchiature di Madrid, Canberra e Goldstone,
in California, collocate a centoventi gradi di
longitudine l'una dall'altra, trasmetteva, la
sonda Galileo, dati su Giove e le sue lune.
Su
Io e su Europa. Su Ganimede e Callisto e le altre
dodici. Su Giove. Su Giove stesso, il più
grande dei pianeti e sul suo feroce campo magnetico.
Su Io, ribollente luna vulcanica, che ogni cento
anni si rimodella, per via della lava vomitata
dai suoi cento vulcani, su Europa, statica luna
di ghiaccio, la cui luminosità in luce
riflessa è aumentata di dieci volte, dal
ghiaccio, ancorché accidentato e solcato
da fratture.
Quanto
sarà spessa, la crosta ghiacciata di Europa?
Su
Ganimede e Callisto, lune antiche di grandi crateri,
corpi freddi e quiescenti, frontiere di mondi…
Su
Giove, sulla sua macchia rossa, enorme perturbazione,
vortice perenne, secolare ciclone… Vegliata,
la sonda Galileo, mentre trasmetteva dati, ora,
a quasi mille bit al secondo, dalle stazioni di
Canberra, Madrid, Goldstone - in California -
poste a centoventi gradi di longitudine l'una
dall'altra, che li registravano, quei dati, trasmessi
a mille bit al secondo, quasi, relativi a Giove
e Io e Europa e Ganimede e le altre dodici lune…
E
nello stesso giorno in cui la sonda Galileo entrò,
finalmente nell'orbita di Giove, per continuare
il suo viaggio altri ventidue mesi, o più,
il modulo di discesa si staccò da essa.
Si
aprì il paracadute. La velocità
si abbassò di colpo. Passando da centosettantamila
chilometri orari a centottanta, chilometri orari.
Il modulo entrò nell'atmosfera di Giove;
con un angolo di ingresso di otto gradi e sei.
Lo scudo termico protettivo si fuse quasi subito.
Gli strumenti cominciarono a misurare. Settantatré
minuti durò la caduta del modulo di discesa.
Attraverso gli strati dell'atmosfera di Giove
e verso la sua superficie. Sempre più deformato
dall'enorme pressione e poi collassato, disintegrato,
distrutto. Perché: se il chicco di grano
caduto in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto. E se lo semini corruttibile,
risorge incorruttibile, se lo semini ignobile,
risorge glorioso, lo semini debole, risorge pieno
di forza.
Settantatré
minuti durò la caduta del modulo di discesa.
Settantatré minuti di rilevazioni. Trasmesse
dal modulo alla sonda orbitante e dalla sonda
alla Terra.
Al
Centro di Controllo si aspettavano alti valori
di elio, alti valori di neon, e di carbonio, e
di ossigeno e zolfo; ma quei valori erano bassi.
E si aspettavano grandi quantità di cristalli
di ammoniaca e di ammonio e ghiaccio, ma non c'erano.
E si aspettavano un'atmosfera meno densa, negli
strati superficiali, più densa negli strati
inferiori, ma l'atmosfera era densa anche negli
strati superficiali. E si aspettavano molte nubi,
e acqua e frequenti fulmini; ma le nuvole erano
poche e non c'era quasi acqua e non c'erano fulmini.
E credevano che i forti venti di Giove nascessero
da uragani causati dalla condensazione e dal differenziale
di calore, fra i poli e l'equatore. Ma i venti
di Giove, i forti venti, violentissimi, che ne
percorrono eternamente la superficie, nascono,
pare, da una sorgente interna, irradiante calore.
I forti venti di Giove… Il chicco di grano…
Gemelli
"Passerai
un lunghissimo tratto di mare, l'approdo sarà
una spiaggia bassa e bianca, là tirerai
la nave in secco. Dovrai scorgere non lontano
boschi di pioppi alti, bicolori e salici infecondi,
piante sacre a Persefone. Un lago, ci sarà
un lago - non tenere i suoi miasmi, non distinguerai
ala di uccelli su quelle rive - cerca la grotta,
la sua gola buia e accidentata: implorando gli
dei che comandano le anime, e le ombre silenziose,
e Caos e Flegetonte - luoghi vasti e muti - che
ti concedano di poter ridire quel che avrai visto,
gli irrevocabili gradini di Ade scenderai lentamente
a uno a uno. Lì giunto, scava una fossa
larga un cubito e lunga altrettanto e versale
intorno l'offerta cara ai morti, di miele e di
latte, di vino, d'acqua; e spargi farina bianca
sugli orli di quella fosse e prega le deboli teste
dei morti e dopo sgozza un ariete nero come la
notte e una pecora, nera, come la notte. I morti
verranno". Queste erano state le parole pronunciate
dalla voce luminosa della maga - i suoi riccioli
sono sempre ariosi nel ricordo.
Era
nel mese di ottobre. Pareva voler durare ancora,
durare all'infinito, il grande distendersi dell'estate.
Che rimaneva, l'estete. Che rimaneva ad appannare
la volta immobile del cielo, a gravarla, come
la memoria di un lutto recente, come un immenso
arto fantasma; le ali recise dell'estate potevi
credere che spuntassero ancora dal corpo provato
della Terra.
E
abbiamo percorso un lunghissimo tratto di mare.
Candida, accecante sotto il sole - quasi d'avorio
e d'osso, triturati e sparsi - così la
spiaggia dove abbiamo fermato le prue. E abbiamo
scorto non lontani i boschi di salici e di pioppi,
che già arrugginivano per la stagione,
già sanguinavano (forse non erano pioppi
né salici ma platani e faggi, forse) e
alcuni hanno detto guardate sembra che il sole
si sia impresso su quelle foglie per arderle e
le consuma, questo hanno detto, alcuni. I vapori
mefitici del lago spaventosamente fermo e senza
onde ci soffocavano ma siamo andati avanti e abbiamo
cercato la grotta con la sua gola buia e accidentata;
implorando gli dei sono sceso. Ho sceso a uno
a uno i gradini irrevocabili. E in fondo, dopo
l'ultimo gradino, ho scavato una fossa larga un
cubito e lunga altrettanto.
Il
latte. Il latte, con un fiotto regolare e immacolato,
e il miele che colava lento… poi gorgoglio
d'acqua, vino… avevano lo stesso colore,
il vino e il sangue…
I
morti sono venuti. A sciami. Anzi, uno sciame.
Un solo sciame sterminato di api impazzite. Non
pensavo che la morte ne avesse disfatti tanti.
Benché la maga - eravamo vicini alla riva,
il sole tramontante suscitava un nimbo di fuoco
intorno ai suoi riccioli - me l'avesse preannunciato:
andrai dove sono i più, conoscerai le possenti
fondamenta d'ombra che reggono questa fragile
luce.
Ora,
io, dovevo chiedere chiedere chiedere, dovevo
domandare interrogare, consultare l'indovino cieco
sepolto ch'era stato uomo ed era stato donna,
dovevo conoscere da lui il mio ritorno e il cammino
e la durata del viaggio, e sapere dalle parole
fuggevoli di un'ombra cara il pensiero e la mente
della mia donna, se rimaneva ancora col figlio
e col cuore costante nella casa o si dava senza
ritegno, menade invasata, a tutti i pretendenti,
centootto quanti erano a banchettare nelle mie
sale.
Dovevo
chiedere interrogare consultare, ma come sono
stato assalito da quello stormo immane, avvolto
da quella nuvola d'anime senza confine, di ogni
mia domanda non ho più saputo che farmene.
Ho
raccolto un ricordo stordito di un'orda, un'orda
di donne e mi raccontano vicende famigliari confuse,
un disordinato catalogo ho nella testa, di donne
spente e le loro voci uniformi, dolorose e accavallate
che dicono elenchi caotici di nomi…
Ma
non l'ho abbracciata. L'ho riconosciuta a fatica
anche se avrei dovuto riconoscerla subito: era
l'ombra di un uomo, un uomo forte in mezzo alla
turba delle gementi. Ma non l'ho abbracciata,
né una né tre volte, non ho nemmeno
tentato di abbracciarla, perché sapevo
che era pari ai venti leggeri e troppo simile
a un sogno alato, e non volevo che l'immagine,
afferrata invano, sfuggisse dalle mie mani intristite.
"Ma
non cedere alla tristezza, io e mio fratello gemello,
usciti a un tempo dall'uovo divino di Leda, dividiamo
lietamente la vita e la morte, un giorno mortali
un giorno immortali, ora nascosti nelle viscere
della terra generatrice, nella tenebra consacrata
a Ade, ora splendidamente accolti, tra Toro e
Cancro, nelle rarefatte dimore del Cielo".
Halley
Sir
Edmund Halley, direttore dell'Osservatorio di
Greenwich, associò il proprio nome a quella
cometa periodica, da lui identificata, che appare
nel cielo ogni settantasei anni. Sembra che tale
astro, abitudinario e regolare come un impiegato,
un solerte impiegato del catasto stellare, porti
però con sé, nella sua fatale traiettoria,
un seguito di sciagure che si abbatterebbero infallibilmente
sulla Terra devastandola. Sembra altresì
che la fine del mondo avverrà in concomitanza
con uno di questi passaggi, più funesto
e, appunto, definitivo del solito.
Noi,
dal canto nostro, preferiamo condividere l'opinione
di chi vede, nella sorprendente armonia del Cosmo,
un nesso occulto tra poesia umana e la sinistra
cometa: forse ogniqualvolta la sua coda tremolante
incrocia l'orbita terrestre nasce un poeta. Un
poeta che, come Dino Campana, veglierà
le stelle vivide nei pelaghi del cielo e l'immobilità
dei firmamenti remoti, magari fino ad esserne
del tutto abbacinato e a diventare pazzo. Non
importa.
Risulta
che, negli ultimi anni, preparare le polpette
per i suoi compagni del manicomio di Castel Pulci
gli procurasse una certa felicità.
Hyakutake
Si
separò. Si spezzò. Si divise. Si
frantumò. Un frammento fu visto viaggiare
nella zona della coda, un frammento, staccatosi
dal nucleo, fu visto dal telescopio infrarosso
Tirgo viaggiare nella zona della coda; a una distanza
di circa milletrecentocinquanta chilometri e con
una velocità di allontanamento di circa
diciassette chilometri al secondo fu visto. Dal
telescopio infrarosso Tirgo che è sulle
Alpi svizzere a oltre tremila metri di quota e
quasi sotto al Cervino.
Si
separò, si spezzò, si divise, si
frantumò come la cometa Hyakutake, in due
tronconi, forse, come già la cometa di
Biela - al cui posto si osservarono sciami di
meteore detti bielidi o andromeidi o leonidi -
si separò deflagrando violentemente? Si
separò con aspri strappi, esplosioni, eruzioni,
con forza cieca, disintegrandosi, come si separarono
eritrei da etiopi, o hutu da tutsi, massacrandosi,
o serbi da croati, macellandosi, o mano da gio
e da krahn, con forza bestiale? Oppure fu una
separazione dolce, una naturale consunzione di
vincoli allentati, un'estinzione armonica, come
quella di cechi e slovacchi?
Ma
la separazione avvenne come, nell'anno milleottocentoquarantasei,
avvenne per la cometa di Biela, al posto della
quale furono avvistati, in prossimità della
stella gamma di Andromeda (splendida stella doppia),
sciami di meteore detti bielidi o leonidi o, anche,
andromeidi.
"Era
bellissima. La cercavo a est, con le spalle rivolte
a nord. Aveva attraversato la Bilancia, sfiorando
Alfa; lo sapevo. Che aveva sfiorato Alfa, binaria
biancazzurra della Bilancia, lo sapevo. Alfa,
stella binaria, di cui mi ripetevo, incespicando
nell'ardua sillabazione, il nome arabo, Zubenelgenubi,
chela meridionale, chela meridionale,
di magnitudine tre, della Bilancia.
E
sapevo che dovevo cercarla tra l'Orsa maggiore
e l'Orsa minore. Puntare il Carro, il Grande Carro,
le sue ruote rudimentali, il timone adunco, il
prolungamento, immaginario, del timone, individuare
Arturo, cercarla, sotto Arturo, a sinistra, a
est, davo le spalle al nord, avevo un semplice
binocolo, un comune otto per trenta, o era un
sette per cinquanta?, davo le spalle al nord.
E a sinistra, a est, sotto Arturo, dando le spalle
al nord, col mio elementare otto per trenta o
sette per cinquanta, a basso ingrandimento ma
a grande campo, l'ho trovata, la cometa di Hyakutake,
e ne ho ripetuto il nome, Hyakutake, sillabandolo,
incespicando, con la lingua, nel sillabarlo.
La
cometa Hyakutake era bellissima.
La
chioma sublime, vaporosa, intorno al nucleo, la
chioma vaporante dal suo nucleo occulto, sublimata,
dal suo centro enigmatico, la chioma della cometa
era una rosa, era una rosa di luce o un lago,
un lago di luce, un fiume di luce, un oceano di
luce, un abisso di luce, un abisso di luce essenziale;
una luce come d'ambra, vetro o cristallo attraversati
dal sole; continui gorghi di luce, vortici di
luce, intorno a un nucleo nascosto dal suo stesso
bagliore, buio e splendente, fasce di luce concentriche,
un paradiso luminoso cilindrico, a fasce concentriche
- mi parve di vedere gli eletti lentamente assorbiti
dai cerchi di luce, salire, gli eletti, lentamente,
lungo quegli ampi circoli di luce, perdendo peso,
via via, da fascia a fascia, annullandosi via
via nella luce, essi stessi solo luce, essenziale,
liquida - o di vetro, cristallo, ambra; la chioma
era una rosa di luce dilatata, dai molti petali,
una rosa gialla e luminosa, con fitti petali,
gialla e dilatata e luminosa, luminosamente dilatata;
o era un tranquillo lago, o un fiume rapinoso,
pieno di gorghi, luminosi, o l'abisso di un oceano,
un oceano di luce essenziale. O era una colonna?
Una colonna tortile, di luce, e di gloria, una
colonna di gloria, tortile, luminosa. O una scala?
Una scala come una colonna, tortile, lucente,
una scala tortile, lucente per i passi degli eletti,
beati e distratti, sopra levigati gradini di cristallo,
ambra, vetro.
Forse
era meglio paragonarla a un'arena, la chioma,
un'arena dagli ampi spalti lucenti, abbaglianti,
un anfiteatro di candidi marmi, del tutto vuoto,
come un'orbita vuota; oppure quei marmi, perché
era già avvenuto il tramonto, mandavano
riflessi turchini e violacei o verdi o ormai solo
grigi, un livido colore di pietra spenta, ferrea:
colori, colori cangianti di marmi crepuscolari,
e vi ho scorto schegge di azzurro, come l'ala
dei serafini, e di rosso, come l'ala dei cherubini,
schegge di luce angelica nell'anfiteatro disteso
nel cielo, a est, tra Orsa maggiore, Orsa minore,
Arturo e la stella polare.
E
ho pensato, fissando la chioma vaporosa della
cometa, il suo alone espanso, digradante da verde
a azzurrino, il suo fulgore circolare spiccante
nel buio, ho pensato a una lucente caligine, lucentissima,
a una tenebra essenziale, come la luce, essenziale,
e che ciò che è più oscuro
è più chiaro e che ciò che
è più occulto è più
manifesto e che il sereno non è che la
più diffusa delle nuvole e alla coda, della
cometa, alla coda non ho dedicato nemmeno un minuto,
nei miei pensieri, né al vento circolare,
né ai brillamenti fotosferici o alle fasce
di Van Allen.
La
cometa Hyakutake passava quindici milioni di chilometri
dalla Terra. Veniva dalla nube di Oort - o dalla
fascia di Kuiper, oltre l'orbita di Nettuno; tornerà
tra diecimila anni, o ventimila, se non si spezzerà
prima".
"Magnitudine
uno, magnitudine zero o, addirittura, meno uno,
avevano detto. Così avevano detto e così
si era letto e riletto, dappertutto. Che sarebbe
stata visibile a occhio nudo e non come un debole
punto, un pallido fiocco, una virgola tremolante
ma come una luna piena, una stella di prima grandezza,
un piccolo sole, che sarebbe stata luminosa, la
come Hyakutake, come la West, come la Hale-Bopp
e più della West e più della Hale-Bopp,
che sarebbe stata di magnitudine uno o zero o
meno uno.
A
lungo. Io l'ho perlustrato a lungo il cielo là
dove doveva esser perlustrato, il cielo, fin dalle
dieci di sera, quando la cometa doveva esser visibile,
trenta gradi sopra l'orizzonte, l'ho perlustrato,
setacciato, minuziosamente indagato seguendo con
meticolosità tutte le indicazioni, interrogato,
interrogato a lungo il cielo col mio fedele telescopio
a fuoco Newton - ma se ne avessi usato uno a fuoco
Cassegrain sarebbe stato uguale e anche se, per
avventura, avessi potuto usare un radiotelescopio,
sarebbe stato uguale - e non ne ho ricavato che
la visione faticosa, faticosissima, di una stenta
macchia, confusa, microscopica, ridicola; un velo
di foschia incipiente, anzi: non un velo, il lembo,
minuscolo, di un velo, un resto, opaco, lattiginoso,
il resto di un lembo, un'ombra, lattiginosa, un
nulla. Un nulla, pallido, latteo, evanescente,
in transito vago sotto Arturo.
E
so che turbe di dementi hanno passato come me
la notte all'addiaccio, con binocoli, telescopi,
vociando, investigando ossessivamente il cielo,
dopo aver raggiunto luoghi fuori mano, lontani
dal cosiddetto inquinamento luminoso, e altri,
altri ancora più dementi hanno fatto lunghe
file ai cancelli degli Osservatori, per l'occasione
aperti al pubblico (dei dementi), entrando poi,
a gruppi di trenta, seguendo i turni, per bearsi,
estasiati, alla visione di quel ridicolo relitto
di vago fumo, brandello di opaco niente, residuo
di spenta foschia chiamato cometa, minuscolo,
microscopico, inesistente, in presumibile transito
sotto Arturo. E dicevano che bella la cometa!
e riconcilia col mondo! e anche spiega i misteri
della vita! Sembrava una palla di neve racchiusa
in una garza! Un sacchetto infiammato! Un palloncino
col suo filo! ma, in realtà, non avevano
visto nulla, o quasi o forse avevano visto solo
nuvole, la migrazione paziente di tranquille nuvole
attraverso il cielo.
D'altronde
le comete, lo sapete bene, in fondo non sono che
aggregati poco coerenti di carbonio e altri elementi
leggeri; fragili corpi, fatti di polveri di carbonio,
ghiaia, tenuti insieme dal ghiaccio, ghiaccio
d'acqua. Provengono dalla nube di Oort, o dalla
fascia di Kuiper.
IL signor Yuji Yakutake presenta un'espressione
perplessa, nelle foto, dietro le spesse lenti;
è solo in una radura; alle sue spalle si
indovina un bosco; di conifere, pare".
| Io |
Un,
che tutto vorria, e che no ga mai gnente |
Io,
quando nomino l'io, quando dico io, perché
io, io sì, sono uno piuttosto egoista,
egotista, egocentrico anzi egocosmico, io, ecco,
io, nonostante questo provo un certo schifo a
dirlo, l'io, a dire io, io e nonostante questo
lo dico tante volte e tutte le volte che lo dico,
no, non tutte, ma molte, molte volte non posso
fare a meno di pensare a quel vecchio ingegnere
nevrastenico, anche lui abbastanza preso da quel
suo porchissimo ego, quell'ingegnere che scriveva
a tempo perso e che, da qualche parte, ha appunto
scritto: "…l'io, l'io!… Il più
lurido di tutti i pronomi… I pronomi! Sono
i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha
i pidocchi, si gratta, come tutti quelli che hanno
i pidocchi… e nelle unghie, allora…
ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona".
E
poi penso al filosofo Blaise Pascal, che mi piace,
chissà perché, di italianizzare
in Biagio Pasquale; il quale Pascal, o Pasquale,
ha scritto anche lui che l'io è odioso,
l'odioso io, le moi haissable.
Amerei,
pronunciando questo raglio, questo io, non pensare
ad altro, a nient'altro che a IO, una delle sedici
lune di Giove.
Espero
La
basilica era assediata dagli imperiali. Da tutta
la notte l'assedio durava.
Tra
poco le punte delle lance e le spade e le curve
superfici degli elmi, investite dal sole nascente,
abbaglieranno. Non c'è neppure un velo
di foschia e i pioppi sono appena smossi da un
tenue vento. Satura di grevi fiati, di mille e
mille fiati, dell'odore della veglia e dell'odore
della paura è l'aria immobile nelle navate.
Quel viso scarnito ma non sofferente, quell'uomo
molto alto un poco curvo ma non stanco verso cui
tutti di tanto in tanto rivolgono lo sguardo,
è il vescovo; i suoi occhi fermi e calmi
dicono: non possiamo cedere; non dobbiamo. Non
è difficile, per lui, sapere di essere
con naturalezza dalla parte della ragione; anzi
nel giusto, nel giusto che non tollera parti perché
si distende su tutto senza ulteriori determinazioni.
Il
vescovo prega intensamente però non al
punto che gli sfugga l'appannarsi di qualche pupilla,
il cadere di alcune palpebre… nuche lentissime
franare in avanti… indietro… corpi
rapprendersi e piegarsi verso terra…
Un
gallo canta - siamo in un punto dove l'unanime
città prende a scomporsi nella campagna
variegata e nel vago momento in cui la tenebra
svapora nel chiaro - un gallo lacera il silenzio.
Torna la speranza. Le labbra del vescovo improvvisano
un canto, i fedeli lo seguono:
Eterno
creatore del mondo
che notte e giorno governi
e i tempi dài dei tempi
e notte segreghi da notte
il nunzio del giorno risuona
e la sfolgorante richiama
criniera del sole:
Lucifero sgombra le vie del male
e torrenti di luce…
"Grande
è il potere di un inno" - né
potrebbe essere altro il pensiero del sollecito
pastore dato che vede attorno a sé membra
rattrappite di colpo rianimarsi e sui volti, che
stavano perdendosi l'uno dopo l'altro nei labirinti
del sonno, ridisegnarsi in un'espressione di fiducia
e attento coraggio.
Eppure
si sente quasi assalire, ne è sorpreso,
da una sottile lama d'inquietudine: alla sua memoria
di uomo che si è dato al nuovo senza tuttavia
rinnegare completamente l'antico non può
sfuggire l'ambigua sorte dell'astro appena invocato:
apportatore di luce e apportatore di buio, che
inaugura e conclude, che sparpaglia i fili del
giorno ma per raccoglierli poi…
(II
- continua)
|