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Quando
ci stacchiamo dal posto di origine, noi di sud
siamo denti cavati da mascella. L'estirpazione
non lascia radici, ma la forma di un vuoto, un
buco estorto. Ce ne andiamo col nostro dialetto
ammaccato, lo pronunciamo poco, dentro un affanno,
in qualche canzone. E la cantiamo per chiamare
fuori quelle sillabe svelte, sempre più
corte, facili e prime, dell'italiano che arriva
secondo, sempre.
Chi
crede che in noi canti nostalgia dell'origine,
sbaglia: è persa, chi la lascia è
espulso, radiato dall'anagrafe, dall'albo. Non
abbiamo diritto, né parte, né ricordo.
E se viaggiamo verso quel luogo di partenze, non
possiamo usare voce del verbo tornare. Tornare
no, nessuno ci dà il visto per viaggiare
col più forte dei verbi di moto. Chi lascia
il sud se ne fa disertore.
Giuseppe
e io veniamo da laggiù. Spine di ricci
e fichi d'india sotto piedi e mani, un fuorisquadra
degli occhi, un boccone di siero bufalino detto
mozzarella, basilico attaccabrighe con il naso,
donne annerite in un inchiostro di lutto, la camicia
bianca della domenica spalancata in piazza, e
calce, calce. Luce agli intonaci, da forzare il
buco ai ciechi.
Lasciammo
processioni, polveri da sparo colorate con cui
si prende a cannonate il cielo e nel piatto le
lische delle alici. Se vuoi essere onorato, ha
scritto un poeta persiano, viaggia o muori. Facemmo
le due cose e il nostro posto alla tavola fu tolto.
Da allora siamo alberi in cammino, secondo l'esatta
allucinazione del cieco sanato da Gesù,
che per la prima volta vede il corpo degli uomini:
"alberi che camminano", li dice. Questo
siamo Giuseppe, io, i noialtri. Io porto storie
e lui la varietà di forme e di materie
che gli sono uscite da sotto le mani maestre:
mani ladre, di quando arte era afferrare scienza
da una sbirciata, da una spiata d'occhi dietro
le spalle dell'anziano. Perché così
s'impara, si ricorda: al volo di un secondo dentro
anni di bottega.
Io
da manovale passavo al setaccio pozzolana e sabbia
per separare il grosso dal sottile, che serviva
a finitura d'intonaco. Il rumore di filtro della
griglia ripeteva per me lo scroscio delle ondate
contro il lungomare. Mai le braccia si stancavano
di reggere il setaccio, per amore di ascolto.
Ora
tocca a Giuseppe portare a finitura impasti, sabbia
di fiume, acqua e calce spenta per la stesura
del fondale fresco, assetato di colori. Dare all'intonaco
una buccia di frutto vergine, poi col fratazzo
stringere la grana di superficie a farla liscia
come, il paragone non è mio è del
sud, la zizza di una monaca. Poi intridere i suoi
pori di terre polverine dissolte in misurini di
acqua. Arrampicato sopra pedane e rialzi Giuseppe
è l'ultimo dei mastri d'opera, caduti da
altri secoli, per sbaglio o per sberleffo, dentro
quello che siamo. Ci sono stranieri d'altre età
che arrivano con impenetrabili bisacce da un altrove
del tempo, come l'agrimensore al "castello",
secondo Franz, Anshel, Kafka. Arrivarono in segreto
i vichinghi al suolo americano, lasciando che
un qualche Colombo piantasse poi il suo brevetto
sulla terra d'approdo e sull'oceano.
Giuseppe
viene da una classe del tempo che escludeva da
sé presunzioni di originalità, primizia.
Esigeva perizia, obbedienza a un canone, sapienza
di materia, dallo scavo nel greto di fiume dove
l'ansa sabbiosa è migliore, al vento che
asciuga il terzo strato dell'affresco. Con lui
ritorna l'ago che traccia il segmento intermittente
sull'intonaco steso, tempestando la guida dello
spolvero con la chirurgia dei buchi. Con lui tornano
le terre trite dei colori messi al macero e a
dimora nell'acqua. Torna l'infallibile tocco dell'affrescatore
che non può correggere, rifare. Chi più
s'arrischia a tanto? Giuseppe è una moneta
versata in abbondanza di elemosina a un tempo
che riduce le mani a polpastrelli da tastiera.
Le fa regredire a terminali, loro che sono avamposto,
prua del corpo.
La
Francia un tempo era piena di maestranza italiana.
L'ultima è Giuseppe, maglia di una catena
estinta, anello d'oro con cui quella merita di
smettere. Accampato sui trampoli dell'impalcatura
traduce i materiali in forme di figure, a illustrazione
del nostro passaggio. Si è artisti così,
così, così: scimmie del creatore,
eredi di un ricalco, di un secondo fare, nostra
spettanza di operai di una manifattura residua
e smemorata.
(Tratto
da Affreschi [Fresques], 2001, catalogo
pubblicato in occasione
della presentazione degli affreschi di Giuseppe
Caccavale
negli Archivi Municipali di Marsiglia)
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