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  di Rocco Brindisi

"Dici di nuovo occhi (2)" di Giuseppe Caccavale, Pigmento e pastello su carta M.B.M. Ingres d'Arches, cm 100 x 130.         Ci sono notti sempre più miti, d’inverno. Umide. Non le sopporto, specie se devo alzarmi e arrivare, a piedi, alla stazione. Quando ritorno è una mattina di sole. Mancano pochi minuti per il treno. Una ragazza fuma sul cavalcavia, ha l’aria trasognata: c’è qualcosa di così dolcemente mortale nelle sue dita, che mi viene da piangere. Un’altra ha già preso posto e fuma, dietro i vetri, come leggesse un libro che si consuma nella sua bocca invece che negli occhi. Sono pieni di ragazze i treni che mi riportano a casa. Passerei ore davanti alla stazione. Alcune arrivano di corsa. Una ragazza cammina sul marciapiede, dritta, nei suoi pensieri, e potresti mangiarti i suoi passi come datteri, cedri del Libano, arance succose dell’astrologia delle stagioni. Le vado incontro e le chiedo, di colpo: “Può dirmi l’ora?” Pronuncio queste parole indicando il suo polso, per rendere più esplicita la mia richiesta. Lei non mi dà retta e affretta il passo, ma solo perché non ha capito. Dopo qualche metro si ferma, si gira verso di me e quasi mi chiede scusa per la sua corsa; ma non ha l’orologio e non può accontentarmi. Mi volta le spalle e non vorrebbe. Non guardare le sue gambe, che certamente sono belle, quando riprende la sua strada. Non è delle sue gambe che ti ricorderai, ma del vaneggiamento del cuore che spinge una ragazza a spiegarsi con uno sconosciuto. Oggi, sul treno, sono salite due reclute. Quello senza divisa ha voglia di parlare con le ragazze che tornano da scuola, perché, parlando, non è costretto a spiarle: non ne sarebbe capace. Le guarda in faccia, e attacca con una, con l’altra. Le ragazze interrompono i suoi soliloqui con qualche monosillabo, disposte a lasciarsi trascinare in questo lieve svaporamento del viaggio. A ogni fermata, qualcuna si dilegua, con il sorriso di chi si è scordata tutto, la vita e la morte, ma recita il contrario, per non offendere la leggerezza del mondo. La recluta non si rassegna: sembra in viaggio per un altro sistema solare, dove portarsi il ricordo di ragazze che chiacchierano, in piedi, con i libri della terra sottobraccio. Nessuno gli dà corda, ma neanche lo guardano con distacco. Ogni volta che se ne va via una, o spariscono in gruppo, rimane per qualche secondo interdetto, come fosse sceso lui, nel posto sbagliato; si guarda attorno, si accorge che ci sono sempre meno ragazze in piedi, e un po’ se ne dispiace, perché le ragazze che viaggiano in piedi sembrano più disposte a certe dolci simulazioni del cuore. Riflette, un momento, come potrebbe riflettere un uccello in volo, si siede di fronte a una bruna che mastica qualcosa con l’aria dolce e strafottente e, in un momento, avvia uno dei suoi ragionamenti svagati. Il treno si svuota. Nel tratto Altamura-Gravina, lungo la strada parallela alla ferrovia, appaiono e scompaiono di ragazze africane: alcune, sedute su blocchetti di cemento, altre in piedi: tre di loro stanno ballando, quella più piccola ride. L’ultima che riesco a vedere è sola, tiene aperto un ombrello sulla testa, non si capisce se nell’attesa che piova, nel timore che possa piovere o nel gioco che stia piovendo. Vi sono nuvole nere e l’aria è chiara. A Gravina si cambia: sulla littorina che porta a Potenza siamo in cinque, quasi una folla, per me che faccio questo tragitto il più delle volte da solo. Tre sono donne. La recluta si piazza, quasi senza volerlo, di fronte alle due ragazze, sedute al centro del vagone. Si raccoglie, per qualche secondo, in un silenzioso vagheggiamento, cosa alla quale non è abituato, poi chiede alle ragazze dove vanno. Non è cerimonioso e quelle rispondono, mantenendo un’affettuosa lontananza. Basta un minuto e ritrova il gusto della conversazione con le facce delle ragazze nei treni. Esse, infatti, non hanno orecchi, per questo falso veterano dei treni, anche se questo non è un treno, ma un trabiccolo, dove se a una ragazza venisse da pisciare, il macchinista dovrebbe frenare in aperta campagna e farla scendere perché il cesso, qua dentro, è un buco per contorsionisti da circo. Il ragazzo parla, ma non racconta mai nulla. A un certo punto, senza preavviso, senza dare segni di stanchezza, senza aver abbassato mai, neanche una volta, le palpebre, cala a sonno davanti al sorriso misericordioso della due passeggere, e non le vede scendere. Si sveglia prima di San Nicola, ha l’impressione che le due ragazze se le sia mangiate il sonno e si sente confuso. Mi fa pena e vorrei tramutarmi in una ragazza, in questi ultimi chilometri. Lo vedo alzarsi e avviarsi dalla parte opposta della carrozza, dove ha sbirciato un mucchio di capelli biondi, sulle spalle di una donna. È una signora sui quarant’anni: è salita a Gravina. Dopo un po’ sento che stanno ridendo.



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