| Ci
sono notti sempre più miti, d’inverno.
Umide. Non le sopporto, specie se devo alzarmi
e arrivare, a piedi, alla stazione. Quando ritorno
è una mattina di sole. Mancano pochi minuti
per il treno. Una ragazza fuma sul cavalcavia,
ha l’aria trasognata: c’è qualcosa
di così dolcemente mortale nelle sue dita,
che mi viene da piangere. Un’altra ha già
preso posto e fuma, dietro i vetri, come leggesse
un libro che si consuma nella sua bocca invece
che negli occhi. Sono pieni di ragazze i treni
che mi riportano a casa. Passerei ore davanti
alla stazione. Alcune arrivano di corsa. Una ragazza
cammina sul marciapiede, dritta, nei suoi pensieri,
e potresti mangiarti i suoi passi come datteri,
cedri del Libano, arance succose dell’astrologia
delle stagioni. Le vado incontro e le chiedo,
di colpo: “Può dirmi l’ora?”
Pronuncio queste parole indicando il suo polso,
per rendere più esplicita la mia richiesta.
Lei non mi dà retta e affretta il passo,
ma solo perché non ha capito. Dopo qualche
metro si ferma, si gira verso di me e quasi mi
chiede scusa per la sua corsa; ma non ha l’orologio
e non può accontentarmi. Mi volta le spalle
e non vorrebbe. Non guardare le sue gambe, che
certamente sono belle, quando riprende la sua
strada. Non è delle sue gambe che ti ricorderai,
ma del vaneggiamento del cuore che spinge una
ragazza a spiegarsi con uno sconosciuto. Oggi,
sul treno, sono salite due reclute. Quello senza
divisa ha voglia di parlare con le ragazze che
tornano da scuola, perché, parlando, non
è costretto a spiarle: non ne sarebbe capace.
Le guarda in faccia, e attacca con una, con l’altra.
Le ragazze interrompono i suoi soliloqui con qualche
monosillabo, disposte a lasciarsi trascinare in
questo lieve svaporamento del viaggio. A ogni
fermata, qualcuna si dilegua, con il sorriso di
chi si è scordata tutto, la vita e la morte,
ma recita il contrario, per non offendere la leggerezza
del mondo. La recluta non si rassegna: sembra
in viaggio per un altro sistema solare, dove portarsi
il ricordo di ragazze che chiacchierano, in piedi,
con i libri della terra sottobraccio. Nessuno
gli dà corda, ma neanche lo guardano con
distacco. Ogni volta che se ne va via una, o spariscono
in gruppo, rimane per qualche secondo interdetto,
come fosse sceso lui, nel posto sbagliato; si
guarda attorno, si accorge che ci sono sempre
meno ragazze in piedi, e un po’ se ne dispiace,
perché le ragazze che viaggiano in piedi
sembrano più disposte a certe dolci simulazioni
del cuore. Riflette, un momento, come potrebbe
riflettere un uccello in volo, si siede di fronte
a una bruna che mastica qualcosa con l’aria
dolce e strafottente e, in un momento, avvia uno
dei suoi ragionamenti svagati. Il treno si svuota.
Nel tratto Altamura-Gravina, lungo la strada parallela
alla ferrovia, appaiono e scompaiono di ragazze
africane: alcune, sedute su blocchetti di cemento,
altre in piedi: tre di loro stanno ballando, quella
più piccola ride. L’ultima che riesco
a vedere è sola, tiene aperto un ombrello
sulla testa, non si capisce se nell’attesa
che piova, nel timore che possa piovere o nel
gioco che stia piovendo. Vi sono nuvole nere e
l’aria è chiara. A Gravina si cambia:
sulla littorina che porta a Potenza siamo in cinque,
quasi una folla, per me che faccio questo tragitto
il più delle volte da solo. Tre sono donne.
La recluta si piazza, quasi senza volerlo, di
fronte alle due ragazze, sedute al centro del
vagone. Si raccoglie, per qualche secondo, in
un silenzioso vagheggiamento, cosa alla quale
non è abituato, poi chiede alle ragazze
dove vanno. Non è cerimonioso e quelle
rispondono, mantenendo un’affettuosa lontananza.
Basta un minuto e ritrova il gusto della conversazione
con le facce delle ragazze nei treni. Esse, infatti,
non hanno orecchi, per questo falso veterano dei
treni, anche se questo non è un treno,
ma un trabiccolo, dove se a una ragazza venisse
da pisciare, il macchinista dovrebbe frenare in
aperta campagna e farla scendere perché
il cesso, qua dentro, è un buco per contorsionisti
da circo. Il ragazzo parla, ma non racconta mai
nulla. A un certo punto, senza preavviso, senza
dare segni di stanchezza, senza aver abbassato
mai, neanche una volta, le palpebre, cala a sonno
davanti al sorriso misericordioso della due passeggere,
e non le vede scendere. Si sveglia prima di San
Nicola, ha l’impressione che le due ragazze
se le sia mangiate il sonno e si sente confuso.
Mi fa pena e vorrei tramutarmi in una ragazza,
in questi ultimi chilometri. Lo vedo alzarsi e
avviarsi dalla parte opposta della carrozza, dove
ha sbirciato un mucchio di capelli biondi, sulle
spalle di una donna. È una signora sui
quarant’anni: è salita a Gravina.
Dopo un po’ sento che stanno ridendo.
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