
Con
queste due poesiole scritte qualche tempo fa, ricordo
di aver pensato al fatto che forse leggere e scrivere
sono forme di meditazione, attività che possono farci
sentire (diventare) leggeri e profondi al tempo stesso
– ma anche attività propedeutiche a qualcosa che assomiglia
a, o addirittura è, uno stato di quiete assoluta.
Poi ricordo di aver pensato che leggere e scrivere
sono forme di meditazione alquanto imperfette, perché
mi sembra che siano tra le poche che ci son rimaste,
o almeno che son rimaste a me. Dico imperfette perché
la perfezione – e quindi anche la perfezione della meditazione
– non si può immaginarla come qualcosa che ha a che
fare con le parole scritte. Avicenna utilizzava una
similitudine molto chiara: la “potenza assoluta”, diceva,
assomiglia alla “potentia scriptoris perfecti in arte
sua cum non scripserit”: solo quando finalmente “non
scrive più” (o non legge più), lo scrittore (il lettore)
è perfetto.
Eppure,
a me sembra che nella loro imperfezione scrivere e leggere
siano le attività più prossime a una tale perfezione,
forse introducono alla perfezione della meditazione
– anche se io ho il sospetto che uno stato del genere
sia irraggiungibile, o solo immaginabile, ovvero del
quale si può solo parlare. Se scrivere e leggere portano
da qualche parte, io credo che portino intorno
a questo, intorno alla meditazione, nei pressi
dell’ineffabile, dove si sta beati, in stato di grazia,
con gli occhi della mente fissi in qualche “vivo lume”.
Quando scrivo e leggo non saprei come definire il mio
stato: cosciente, no; incosciente, nemmeno; semplicemente
abbandonato, forse, al flusso delle parole che entra
o esce.
Leggere
e scrivere, poi, sono forme di meditazione praticabili
anche insieme agli altri, questa è una particolarità
curiosa, che accomuna forse culture di tutte le latitudini
e di tutti i tempi. Un cantastorie medievale e un poeta
tragico, che fanno le loro cerimonie con e nelle
parole, le fanno insieme agli altri. Questo fa capire
anche perché i modi in cui si legge o si scrive
sono importanti più di quello che si legge o si scrive.
Ogni cosa va scritta in un certo modo, ogni cosa
va letta in un certo modo. Per modi intendo
tutto quello che sta intorno alle parole: il
luogo (in cui leggo o scrivo), le persone (con cui,
o a cui, leggo o scrivo), anche quello che leggo o scrivo
ovviamente, il mio umore, l’umore degli altri, lo stato
d’animo, e così via. I racconti più belli sono quelli
che restituiscono almeno minimamente questa fragranza
molteplice.
Anche
il modo di scrivere queste cose come sto facendo
qui, per esempio: davanti a uno schermo, avendo nella
testa le cose scritte da altri e i miei appunti e i
miei pensieri, senza sapere a chi sto parlando, se chi
ascolta mi capisce, se mi sto spiegando bene, e se queste
parole arriveranno mai da qualche parte (arriveranno
magari nel posto sbagliato); anche questo, voglio dire,
è un modo particolare di scrivere del quale sarebbe
opportuno parlare, anche questa mi sembra in pratica
una “forma di meditazione”.
Ci
sono quindi modi particolari di leggere, ce ne
sono tanti che è difficile pensare di comprenderli tutti.
Però io ne ho riscoperto uno inaspettato davvero (tanto
comune quanto poco considerato) in un passo di un libro
(bellissimo) letto qualche tempo fa, Il cigno,
di Gudbergur Bergsson, che mi ha fatto pensare che la
lettura può arrivare a coincidere con una sorta di “non
lettura” – e chissà che non sia proprio questa la sua
perfezione, come la “non scrittura” per lo scrittore
perfetto di Avicenna.
Mi
sembra che di queste cose – meditazione, ovvero “non
scrittura” e “non lettura” – abbia parlato con lucidità
e profondità Giacomo Leopardi, in una missiva del 1831
a Fanny Targioni Tozzetti, dalla quale ho ricavato,
rispettando quasi del tutto la lettera del testo, i
versi in epigrafe al presente scritto.
In
conclusione, metto qui sotto il passo tratto da Il
cigno come coda o apertura su nuove idee.
Tentava di leggere un libro
se la televisione era spenta, ma la storia impiegava
troppo tempo a svolgersi sulla carta stampata e la bambina
si abbandonava al ritmo degli eventi che le sgorgavano
rapidi dalla mente. Quando cercava di velocizzare la
storia saltando le parole e aiutandola a trasformarsi
in qualcosa di divertente, l’azione si disintegrava
e la storia diventava incomprensibile, ma quella era
spesso la parte migliore; oppure ne anticipava mentalmente
lo svolgimento e nel momento in cui finalmente arrivava
alla fine del libro, dopo grandi sofferenze, innumerevoli
parole e frasi noiose, la storia si rivelava molto più
banale di quanto si era immaginata.
Il libro che provava a leggere
si intitolava L’isola felice e le impegnava
non poco la mente quando tentava di andare avanti e
cambiare la trama, per quanto possibile. A volte la
moglie dell’agricoltore le chiedeva a che punto fosse
arrivata e alla sua risposta approssimativa la donna
ribatteva stupita: Ma non c’è niente del genere
in quel libro, l’ho letto anch’io.
La bambina allora si sentiva
confusa perché ricordava cose completamente diverse
da quanto aveva letto. Infine abbandonò il libro convinta
di non sapere come si legge. E poi non voleva nemmeno
imparare a leggere nel modo giusto, dopo che la moglie
dell’agricoltore le ebbe raccontato di cosa parlava
il libro. Magari avrebbe tenuto in mano il libro per
far felice la donna, facendo scorrere lo sguardo per
finta sulle righe, ma non avrebbe letto più niente.
Ma sai leggere, vero?
le chiese l’agricoltore, fingendosi interessato al fatto
che la bambina leggeva o sembrava leggere libri ma ricordava
cose diverse dalla storia vera e propria. Poteva esercitarsi
a ricordare quel che leggeva, e lei si mise a piangere,
sentendosi esaminata.
La costrinse a leggere a
voce alta e la bambina ubbidì riluttante, poi la interrogò
e lei ricordò correttamente la storia; ma quando leggeva
in silenzio o senza che qualcuno la guidasse, la storia
le usciva di bocca all’incontrario, o irriconoscibile
e talmente strana che l’agricoltore rideva a crepapelle
trovando la sua versione perfino migliore, e peggiore
al tempo stesso, perché completamente errata rispetto
al testo.
Sei davvero in un altro mondo
quando leggi, disse l’agricoltore ridendo.
Lei non rispose.
Poi le chiese con circospezione:
Leggi in modo diverso per
te stessa, rispetto a quando leggi per gli altri?
Sì, disse lei, ma cominciò
a dubitare che quanto leggeva fosse sempre la stessa
cosa, o che invece non si nascondesse ogni volta come
i fiori bellissimi che non trovava più nel prato il
giorno dopo averli visti.
Non è tanto importante essere
capaci di leggere per leggere libri, disse la moglie
dell’agricoltore, ma lo è molto di più saper dire
la verità e distinguere ciò che è giusto da ciò che
è sbagliato. Non mi sembra che tu sappia fare una cosa
né l’altra. Speriamo che le cose migliorino quest’estate.
Altrimenti sei proprio su una brutta strada.
La bambina si mise di nuovo
a piangere.
L’agricoltore la interrogò
varie volte, stupito nello scoprire che se le si chiedeva
di ripetere quello che aveva letto a voce alta lo faceva
sempre correttamente, anche il giorno successivo; eppure
nessuno riusciva a riconoscere i libri che leggeva da
sola in silenzio.
Sai leggere bene, le disse.
Forse nella tua mente leggi storie diverse da quelle
che sono scritte nei libri. Come se non riuscissero
a trovare una via d’uscita fra tutta quella roba che
hai in testa. Le persone che vivono vicino al mare sono
spesso così.
A queste parole la bambina
si vide davanti il mare infinito e disse bruscamente:
Non è necessario saper leggere.
Perché no? disse lui.
Non sapeva perché.
|