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ZIB II serie
 Preludi
 Forme di meditazione
  di Enrico De Vivo


 

Parafrasi di Avicenna

La potenza assoluta
non si vede mai in atto,
assomiglia alla condizione assorta
dello scrittore pressoché perfetto,
che mostra per intero la sua arte
solo quando non scrive.

 

Giacomo Leopardi nel 1831

Non leggeva più niente
non scriveva alcunché,
stava seduto sulle gambe come
un santone d'Oriente a meditare,
a guardare stupidamente in viso
la ridicola vita.

 


"Incisione" di Giuseppe Cacccavale, Legno di cedro scavato, cm 70 x 63.

         Con queste due poesiole scritte qualche tempo fa, ricordo di aver pensato al fatto che forse leggere e scrivere sono forme di meditazione, attività che possono farci sentire (diventare) leggeri e profondi al tempo stesso – ma anche attività propedeutiche a qualcosa che assomiglia a, o addirittura è, uno stato di quiete assoluta.
         Poi ricordo di aver pensato che leggere e scrivere sono forme di meditazione alquanto imperfette, perché mi sembra che siano tra le poche che ci son rimaste, o almeno che son rimaste a me. Dico imperfette perché la perfezione – e quindi anche la perfezione della meditazione – non si può immaginarla come qualcosa che ha a che fare con le parole scritte. Avicenna utilizzava una similitudine molto chiara: la “potenza assoluta”, diceva, assomiglia alla “potentia scriptoris perfecti in arte sua cum non scripserit”: solo quando finalmente “non scrive più” (o non legge più), lo scrittore (il lettore) è perfetto. 
         Eppure, a me sembra che nella loro imperfezione scrivere e leggere siano le attività più prossime a una tale perfezione, forse introducono alla perfezione della meditazione – anche se io ho il sospetto che uno stato del genere sia irraggiungibile, o solo immaginabile, ovvero del quale si può solo parlare. Se scrivere e leggere portano da qualche parte, io credo che portino intorno a questo, intorno alla meditazione, nei pressi dell’ineffabile, dove si sta beati, in stato di grazia, con gli occhi della mente fissi in qualche “vivo lume”. Quando scrivo e leggo non saprei come definire il mio stato: cosciente, no; incosciente, nemmeno; semplicemente abbandonato, forse, al flusso delle parole che entra o esce.
         Leggere e scrivere, poi, sono forme di meditazione praticabili anche insieme agli altri, questa è una particolarità curiosa, che accomuna forse culture di tutte le latitudini e di tutti i tempi. Un cantastorie medievale e un poeta tragico, che fanno le loro cerimonie con e nelle parole, le fanno insieme agli altri. Questo fa capire anche perché i modi in cui si legge o si scrive sono importanti più di quello che si legge o si scrive. Ogni cosa va scritta in un certo modo, ogni cosa va letta in un certo modo. Per modi intendo tutto quello che sta intorno alle parole: il luogo (in cui leggo o scrivo), le persone (con cui, o a cui, leggo o scrivo), anche quello che leggo o scrivo ovviamente, il mio umore, l’umore degli altri, lo stato d’animo, e così via. I racconti più belli sono quelli che restituiscono almeno minimamente questa fragranza molteplice.
         Anche il modo di scrivere queste cose come sto facendo qui, per esempio: davanti a uno schermo, avendo nella testa le cose scritte da altri e i miei appunti e i miei pensieri, senza sapere a chi sto parlando, se chi ascolta mi capisce, se mi sto spiegando bene, e se queste parole arriveranno mai da qualche parte (arriveranno magari nel posto sbagliato); anche questo, voglio dire, è un modo particolare di scrivere del quale sarebbe opportuno parlare, anche questa mi sembra in pratica una “forma di meditazione”.
         Ci sono quindi modi particolari di leggere, ce ne sono tanti che è difficile pensare di comprenderli tutti. Però io ne ho riscoperto uno inaspettato davvero (tanto comune quanto poco considerato) in un passo di un libro (bellissimo) letto qualche tempo fa, Il cigno, di Gudbergur Bergsson, che mi ha fatto pensare che la lettura può arrivare a coincidere con una sorta di “non lettura” – e chissà che non sia proprio questa la sua perfezione, come la “non scrittura” per lo scrittore perfetto di Avicenna.
         Mi sembra che di queste cose – meditazione, ovvero “non scrittura” e “non lettura” – abbia parlato con lucidità e profondità Giacomo Leopardi, in una missiva del 1831 a Fanny Targioni Tozzetti, dalla quale ho ricavato, rispettando quasi del tutto la lettera del testo, i versi in epigrafe al presente scritto.
         In conclusione, metto qui sotto il passo tratto da Il cigno come coda o apertura su nuove idee.

 
         Tentava di leggere un libro se la televisione era spenta, ma la storia impiegava troppo tempo a svolgersi sulla carta stampata e la bambina si abbandonava al ritmo degli eventi che le sgorgavano rapidi dalla mente. Quando cercava di velocizzare la storia saltando le parole e aiutandola a trasformarsi in qualcosa di divertente, l’azione si disintegrava e la storia diventava incomprensibile, ma quella era spesso la parte migliore; oppure ne anticipava mentalmente lo svolgimento e nel momento in cui finalmente arrivava alla fine del libro, dopo grandi sofferenze, innumerevoli parole e frasi noiose, la storia si rivelava molto più banale di quanto si era immaginata.
         Il libro che provava a leggere si intitolava
L’isola felice e le impegnava non poco la mente quando tentava di andare avanti e cambiare la trama, per quanto possibile. A volte la moglie dell’agricoltore le chiedeva a che punto fosse arrivata e alla sua risposta approssimativa la donna ribatteva stupita: Ma non c’è niente del genere in quel libro, l’ho letto anch’io.
         La bambina allora si sentiva confusa perché ricordava cose completamente diverse da quanto aveva letto. Infine abbandonò il libro convinta di non sapere come si legge. E poi non voleva nemmeno imparare a leggere nel modo giusto, dopo che la moglie dell’agricoltore le ebbe raccontato di cosa parlava il libro. Magari avrebbe tenuto in mano il libro per far felice la donna, facendo scorrere lo sguardo per finta sulle righe, ma non avrebbe letto più niente.
         Ma sai leggere, vero? le chiese l’agricoltore, fingendosi interessato al fatto che la bambina leggeva o sembrava leggere libri ma ricordava cose diverse dalla storia vera e propria. Poteva esercitarsi a ricordare quel che leggeva, e lei si mise a piangere, sentendosi esaminata.
         La costrinse a leggere a voce alta e la bambina ubbidì riluttante, poi la interrogò e lei ricordò correttamente la storia; ma quando leggeva in silenzio o senza che qualcuno la guidasse, la storia le usciva di bocca all’incontrario, o irriconoscibile e talmente strana che l’agricoltore rideva a crepapelle trovando la sua versione perfino migliore, e peggiore al tempo stesso, perché completamente errata rispetto al testo.
         Sei davvero in un altro mondo quando leggi, disse l’agricoltore ridendo.
         Lei non rispose.
         Poi le chiese con circospezione:
Leggi in modo diverso per te stessa, rispetto a quando leggi per gli altri?
         Sì, disse lei, ma cominciò a dubitare che quanto leggeva fosse sempre la stessa cosa, o che invece non si nascondesse ogni volta come i fiori bellissimi che non trovava più nel prato il giorno dopo averli visti.
         Non è tanto importante essere capaci di leggere per leggere libri, disse la moglie dell’agricoltore, ma lo è molto di più saper dire la verità e distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non mi sembra che tu sappia fare una cosa né l’altra. Speriamo che le cose migliorino quest’estate. Altrimenti sei proprio su una brutta strada.
         La bambina si mise di nuovo a piangere.
         L’agricoltore la interrogò varie volte, stupito nello scoprire che se le si chiedeva di ripetere quello che aveva letto a voce alta lo faceva sempre correttamente, anche il giorno successivo; eppure nessuno riusciva a riconoscere i libri che leggeva da sola in silenzio.
         Sai leggere bene, le disse. Forse nella tua mente leggi storie diverse da quelle che sono scritte nei libri. Come se non riuscissero a trovare una via d’uscita fra tutta quella roba che hai in testa. Le persone che vivono vicino al mare sono spesso così.
         A queste parole la bambina si vide davanti il mare infinito e disse bruscamente: Non è necessario saper leggere.
         Perché no? disse lui.
         Non sapeva perché.


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