34

Curiosità.
Nel 1745 a Otranto c’erano due compagnie
teatrali, una napoletana e l’altra siciliana,
capocomico rispettivamente don Fastidio
e don Battaglia. Ne parla Giacomo
Casanova, Storia della mia vita I,
Mondadori, Milano 1983, cap. XV, p.
456.
35
Perché pochi leggono la poesia?
Perché spesso la poesia è illeggibile,
è fatta e pubblicata proprio per non
essere letta, a dispetto di quanti vorrebbero
cimentarsi nella lettura. Mi chiedi
perché? Perché è una cosa troppo preziosa.
Su cento dame addobbate con luccicanti
gioielli, sta’ certo che novantanove
portano strass e bigiotteria, una sola
diamanti e oro. Così la società si dota
di novantanove poetucoli che con le
loro scemenze nauseano i malcapitati,
e di un solo vero poeta conosciuto a
pochi o a nessuno. Ma il mercato librario
per realizzare meglio il suo fine che
è quello di vendere, non dovrebbe proporre
solo veri poeti? Ebbene non è così,
perché il mercato non si occupa di poesia,
e viceversa.
36
Che la poesia sia un lavoro artigianale
che si nutre di fatica e di esercizio,
che nessuno mai abbia pensato di impiantare
un'industria per la fabbricazione della
poesia come si impianta una fabbrica
di scarpe o di ombrelli, credo siano
queste verità accolte da tutte le persone
di buon senso. La poesia è prodotta
fuori da ogni mercato, ed è pertanto
irrispettosa delle regole del mercato.
La legge della domanda e dell'offerta,
se è valida per chi costruisce scarpe
o ombrelli, non conta nulla per chi
scrive versi. Io scriverò per sempre,
anche se tu non mi chiederai mai nulla.
Le mie poesie esistono anche se nessuno
mai le leggerà. Ecco come agisce il
poeta. Si potrebbe obiettare che anche
chi scrive versi vorrebbe veder venduto
il suo libro nelle edicole o nei supermercati
o nelle librerie; e questo è certamente
vero. Ma ciò non toglie che la poesia
non è prodotta dal e nel mercato, bensì
dal poeta che agisce ai margini, anzi
all’esterno, del mercato. Il poeta è
un consumatore e un lavoratore come
gli altri uomini, è soggetto attivo
e passivo del mercato, ma in quanto
poeta egli è stato e sempre sarà fuori
da ogni mercato, poiché la sua attività
di poeta si svolge fuori dall'ambito
in cui si muovono le altre merci. La
riprova di questa marginalità della
poesia ci è fornita dalla considerazione
che volgarmente la circonda; a questo
proposito si può benissimo ripetere
quanto affermarono gli avventori dell'osteria
milanese sul conto di Renzo ubriaco,
quando dissero che era un poeta,
in senso ironico e dispregiativo. Non
ci si meravigli: essi erano uomini pratici.
La poesia, rispetto alle altre attività
dell’uomo, si potrebbe caratterizzare
come una metattività, e questo per due
motivi: in primo luogo, perché non è,
come avrebbero detto gli uomini del
Medioevo, un'attività lucrativa;
in secondo luogo, perché è propria della
poesia la riflessione generale sulle
attività dell'uomo, sull'essere dell'uomo
nel mondo. Omero non fece la guerra
di Troia, ma la cantò. La poesia sembra
fatta apposta per coloro che riescono
a ritagliare per essa uno spazio altrimenti
inutilizzabile. Il mercato certamente
interviene a far proprio il lavoro del
poeta, con la pubblicazione dei versi,
determinandone la fama. Qual è il fine
della poesia? Potremmo rispondere che
il fine della poesia è quello di raccontare
la condizione dell'uomo, ma questa risposta
ci sembra alquanto vaga. Il fine della
poesia è nel provare al lettore che
gli eventi della vita possono essere
ancora tradotti in espressioni dotate
di senso, in un linguaggio particolare
che è quello della tradizione poetica.
Difatti anche un'opera di narrativa
o di filosofia potrebbe fornirci questo
senso della vita, ma in nessun caso
potrebbe fornircelo con il linguaggio
poetico che è proprio solo della poesia.
Non è importante dunque il messaggio
in sé, bensì la volontà ferma, determinata,
indiscutibile di tramandarlo in quella
particolare forma che è la poesia. Il
poeta deve augurarsi che i propri versi
vengano diffusi attraverso il mercato,
perché questo è l'unico modo per accedere
agli occhi del lettore. Ma il lettore
dovrà essere criticamente acuto, se
non vorrà scambiare i giochi di parole
spesso oscuri ed insignificanti con
la luce della poesia. L'oscurità della
vera poesia nasce sempre da un eccesso
di luminosità, mai dai contorcimenti
nevrastenici degli imbrattacarte. E
probabilmente un tal lettore c'è già,
dal momento che di libri di poesie se
ne vendono pochi, con qualche salutare
eccezione.
37
Teorie d’amore. Giacomo Casanova,
Storia della mia vita I, cap.
XV, cit., p. 468:
“Che
cos’è mai l’amore! Ho letto tutto ciò
che ne hanno scritto i cosiddetti saggi
e ci ho riflettuto sopra a lungo da
vecchio, ma ciononostante non ammetterò
mai che l’amore sia una cosa sciocca
e vana. E’ una sorta di follia su cui
la filosofia non ha alcun potere; una
malattia cui l’uomo è soggetto in ogni
età e che è incurabile, se colpisce
nella vecchiaia. Ineffabile amore! Sovrano
della natura. Sei un’amarezza di cui
non v’è nulla di più dolce, una dolcezza
di cui non v’è nulla di più amaro, un
divino prodigio che si può definire
solo con paradossi”.
38
A proposito degli extracomunitari,
mi sento di dire che la nostra civiltà
è degna erede del più brutale fascismo
e nazismo. Un uomo che fugge dalla propria
patria, agisce come un disperato senza
terra e senza futuro, come un infelice
che di fatto non ha più una patria.
Respingerlo non è da paese civile, ma
da cinici difensori del proprio egoistico
benessere. Ci sono migliaia di persone
che non hanno neppure un lembo di terra
dove posare i piedi, e vengono ricacciate
come lebbrosi dai governi delle nazioni
civili, quando, invece, leggo su "La
Repubblica" del 30 novembre 1997, p.
15, che i Benetton posseggono in Patagonia
837 mila ettari di terra.
39
Philippe Ariès, L'uomo e la
morte dal medieovo ad oggi, Arnoldo
Mondadori Editore, Milano 1992 [1977]:
Ecco come veniva considerato il cimitero
nell'alto Medioevo:
a
p. 71: "(...) il cimitero era, con la
chiesa, il focolare della vita sociale.
Teneva il posto del foro".
a
p. 73: "Pertanto si abitava al cimitero
senza essere menomamente impressionati
dallo spettacolo dei sotterramenti e
dalla vicinanza delle grandi fosse comuni,
che si lasciavano aperte finché non
erano piene.
I
residenti non erano i soli che frequentassero
il cimitero senza far caso alla vista
e agli odori delle fosse e degli ossari.
Il cimitero serviva da foro, da piazza
principale e da passeggiata, dove tutti
gli abitanti del comune potevano incontrarsi,
riunirsi, passeggiare per i loro interessi
spirituali e temporali, per i loro giochi
e per i loro amori. Gli autori medievali
erano consapevoli del carattere pubblico
del cimitero: essi opponevano il locus
publicus dei loro templi ai loci solitarii
delle tombe pagane".
Nel mondo moderno abbiamo perso
quel buon rapporto con la morte che
regnava nell’Alto Medioevo; abbiamo
segregato i morti, e intanto abbiamo
perso una chance in più: quella
di familiarizzare con l’idea della morte,
rendendola meno temibile. Noi moderni
non siamo preparati a morire.
40
L'abitudine di ripetere a memoria
le poesie, più e più volte: i versi
che non amiamo ripetere probabilmente
sono di mediocre qualità e non durano
l'espace d'un matin. I versi
che ci ritornano in mente, anche a distanza
di molti anni, per ciò stesso ci garantiscono
della loro qualità e durata.
Del resto questo accade anche a proposito
dei film. Se un film ci ha deluso, probabilmente
non lo rivedremo mai più. Al contrario,
se un film ha colpito la nostra sensibilità,
torneremo a vederlo ancora, per chissà
quante volte. Ricordo ancora a San Giorgio
a Cremano, una notte d'inverno fino
all'alba, e oltre, nei pressi di una
garitta: recitavo Leopardi e Dante e
Montale; per tenermi sveglio, per farmi
forza, per oppormi all'inutilità di
quel servizio, al caos che ne derivava
nella mia mente di fante trasmettitore.
41
Harold Bloom, Il canone occidentale,
Bompiani, Milano 1996 [1994], p. 2 spiega
il titolo del libro, e cioè che cosa
"renda canonici l'autore e le opere.
Per lo più la risposta è risultata essere
la singolarità, un tipo di originalità
che non può essere assimilata o alla
quale ci abituiamo tanto da cessare
di considerarla singolare".
A
p. 6: "Agli scrittori contemporanei
non piace sentirsi dire che devono competere
con Shakespeare e con Dante, eppure
quella lotta è stata per Joyce la provocazione
alla grandezza, a un'eminenza condivisa,
tra i moderni autori occidentali, solo
da Beckett, Proust e Kafka".
Sempre
a p. 7: "La tradizione non è soltanto
un retaggio o un processo di benevola
trasmissione: è anche un conflitto tra
genio passato e attuale aspirazione,
il cui premio è la sopravvivenza letteraria
ovvero l'inclusione nel Canone".
42
La politica è governata da leggi
che sovrastano il singolo politico e
finanche il singolo raggruppamento,
e rispondono a un'esigenza superiore
che politica in senso stretto non è,
ma è probabilmente socio-economica.
Uso questa definizione per indicare
la formazione sociale e economica del
capitalismo. L'assetto capitalistico
del nostro mondo prevede difatti una
società massificata di consumatori dipendente
da una economia che solo in riferimento
a quel tipo di società può riprodursi
e accrescersi. La politica è destinata
a gestire questo assetto, senza goderne
gli utili, o godendone solo temporaneamente
e parzialmente, poiché essa per prima,
alla resa dei conti, è destinata a pagare
lo scotto.
| 43 |
| Allegoria: |
“Ma lascia che canti insieme a
te, Amica,
e che dall’amaro stillicidio mentale
ci salvi
la sublime allegoria”.
David Maria Turoldo, Mie notti
con Qohelet, Milano 1992,
p. 48. |
44
Naturalmente
la qualità d'un politico sta anche nel
mantenersi a galla nel mare procelloso,
tra le onde che lo sommergono, talvolta
– se necessario - facendo il morto.
Gli esempi sarebbero numerosissimi.
45
Corrado Bologna, Tradizione
testuale e fortuna dei classici italiani,
in Letteratura italiana, a cura
di A. Asor Rosa, Teatro, Musica,
Tradizione dei classici, VI, p.
479, citando Bonaventura da Bagnorea,
Commentarius in I Librum Sententiarum,
in Opera Omnia, I, Quaracchi
1883, pp. 14-15, scrive:
“…
Bonaventura da Bagnorea (…) individua
quattro modalità faciendi libros (…):
il modo dello scriptor, colui
che “scribit aliena, nihil addendo vel
mutando”; quello del compilator,
che “scribit aliena, addendo, sed non
de suo”; quello del commentator,
il quale, il quale “scribit et aliena
et sua”, infine il modo e la fase dell’auctor,
ossia dell’intellettuale che “scribit
et sua et aliena, sed sua tamquam principalia”.
Ma
leggi anche R. Barthes, La retorica
antica, trad. ital. Di P. Fabbri,
Bompiani, Milano 1972, p. 31:
“1)
Lo scriptor ricopia puramente
e semplicemente; 2) il compilator
aggiunge a quel che copia, ma mai niente
che provenga da lui; 3) il commentator
s’introduce è vero nel testo ricopiato,
ma solo per renderlo intellegibile;
4) l’auctor, infine, dà le sue
idee, ma sempre appoggiandosi su altre
autorità”.
Vedi
anche R. Barthes, Critica e verità,
Einaudi, Torino 1985, p. 62.
46
Bisogna riflettere su questa frase
di Hobsbawm, Il Secolo breve,
p. 542:
"L'organizzazione
piuttosto che la dottrina fu il principale
contributo del boscevismo leninista
alla trasformazione del mondo".
Ciò
vuol dire che il contenuto delle
idee professate da Lenin, in realtà,
considerate col senno di poi (ma non
si può fare storia diversamente), non
sono altro che la parte caduca del suo
pensiero e della sua azione; quelle
idee, invece, hanno assolto a una funzione
essenziale laddove hanno dato all'umanità
un'organizzazione centralizzata,
ovvero l'hanno dotata d'una strada da
seguire, di una meta da raggiungere,
e perciò di tutta una serie di regole
da rispettare, imposte da una forte
direzione politica, tutte cose che da
ultimo, con la caduta del muro di Berlino,
si sono dissolte nel nulla. Ora, non
ci vuole una profonda mente speculativa
per capire che questo contributo alla
storia dell'umanità non può essere considerato
appannaggio esclusivo del leninismo.
Il fascismo, il nazismo, le democrazie
occidentali (Inghilterra e USA) soprattutto
nel loro momento di reazione al nazismo,
hanno operato in ugual modo, seguendo
gli stessi principi. Così la Cina di
Mao ecc. Il che vuol dire che l'umanità
tutta, in forme diverse, si è organizzata
nel corso del XX secolo in modo tale
da far fronte alla crisi del vecchio
mondo, sostituendo ad esso una nuova
gerarchia, nuovi ideali, nuovi metodi,
una nuova organizzazione della
società.
47
Scrive M. Frankel, La similitudine
della zara (Purg. VI, 1-12) e il rapporto
fra Dante e Virgilio nell’Antipurgatorio,
in AA.VV., Studi americani su Dante,
Milano 1989, p. 121:
“Virgilio
chiama Dante figlio o figliuolo 13 volte.
Dante, a sua volta, conferisce il nome
di padre a Virgilio pure in 13 casi.
E’ l’intento di Dante di bilanciare
precisamente queste reciproche manifestazioni
d’affetto o trattasi di singolare coincidenza?”
48
Philippe Ariès, L'uomo e la
morte dal medieovo ad oggi, cit..
Importante il capitolo L'avarizia
e la natura morta. Il collezionista.
(pp. 149-155), soprattutto per capire
il materialismo dantesco. In
particolare a p.155:
“Materialista
è stato il basso Medioevo, fino all'inizio
dei tempi moderni. Il declinare delle
credenze religiose, delle morali idealistiche
e normative, non mette capo alla scoperta
di un mondo più materiale. I dotti e
i filosofi possono rivendicare la conoscenza
della materia, ma l'uomo qualunque,
nella sua vita quotidiana, non crede
alla materia più di quanto creda a Dio.
L'uomo del Medioevo credeva a un tempo
alla materia e a Dio, alla vita e alla
morte, al godimento delle cose e alla
rinuncia alle medesime. Il torto
degli storici sta nell'aver cercato
di opporre delle nozioni attribuendole
ad epoche diverse, mentre queste nozioni
erano di fatto contemporanee e, d'altra
parte, opposte ma complementari". [Il
corsivo è mio]
Questa credenza nelle materia e in Dio,
compresente nel pensiero d’ogni individuo
medievale, si può riscontrare nell’Alighieri,
la cui rappresentazione dell’oltretomba,
cioè del regno di Dio, è carica di realismo,
da intendere come fiducia nella concretezza
della materia, della sua fisicità e,
dunque, godibilità. Ecco allora che
si spiega bene come nell’Alighieri l’allegoria
conviva con gli oggetti reali, Beatrice
con la donna gentile, la Commedia
con i sonetti comico-realistici della
tenzone con Forese Donati. Perché, dunque,
il Fiore non potrebbe convivere
con la Commedia?
49
I
grandi massacri del secolo XX non sono
stati che un modo per chiudere i conti
definitivamente con la storia, sigillandone
le atrocità e le ingiustizie con l'unico
sigillo adatto, quello delle stragi
e delle violenze che hanno contraddistinto
la storia dell’umanità. La dimensione
inedita di quei massacri è dipesa dal
fatto che gli uomini del vecchio mondo,
animati dal loro vecchio implacabile
odio, potevano utilizzare strumenti
nuovi di distruzione di massa, e non
esitarono a farlo. La classe dei contadini
ebbe il suo massacro nei giorni di Caporetto,
gli Ebrei nei lager nazisti durante
la seconda guerra mondiale. La nobiltà
l’aveva subito durante la rivoluzione
francese. Che cosa accadrà quando sarà
l’ora della borghesia?
50
Il vecchio mondo ha odiato gli
Ebrei, fino al punto di pianificare
il genocidio. Il nuovo mondo capitalistico
li ha dotati di una terra, e li utilizza
come baluardo dell'Occidente in Medio-oriente.
Il nuovo mondo non li odia, ma li rende
odiosi.
51
Il capitalismo per sua natura cerca
di non uccidere, se non coloro che gli
si oppongono, e non per obbedienza al
comandamento cristiano o di qualche
altra religione, perché il capitalismo
è areligioso, ma perché ogni uomo nel
sistema capitalistico è un consumatore,
quindi un piccolissimo elemento essenziale
del capitalismo medesimo. Il capitalismo
cerca di procrastinare la vita di tutti
gli uomini, consumandola quanto più
lentamente è possibile, affinché essi,
a loro volta, abbiano il tempo di consumare
quanta più merce è possibile. Spiegasi
così l’accanimento terapeutico.
52
La prima guerra del nuovo mondo
è la guerra del Golfo del 1991, in cui
la volontà di usare precisione negli
attacchi (si parlò allora per la prima
volta di attacchi aerei chirurgici),
di risparmiare vite umane è stata deliberatamente
contrapposta a chi avrebbe potuto usare
armi di distruzione di massa, chimiche,
batteriologiche, nucleari, eccetera.
La tecnologia ultramoderna ha fatto
la sua prova più significativa contro
un popolo attardato. In quella guerra
ci furono pochissimi morti nello schieramento
occidentale, moltissimi nell'esercito
dell'Iraq, a dispetto della chirurgia.
53
Con Bloom rifletto sul concetto
di finzione letteraria. L'Alighieri
credeva o no al racconto del suo viaggio
oltremondano? La risposta che dà Bloom
è questa:
"Personalmente, quale studioso della
gnosi sia poetica che religiosa, ritengo
il poema non essere né verità né finzione
letteraria, ma piuttosto cognizione
di Dante, che il poeta scelse di denominare
Beatrice. Chi conosca con la massima
profondità, non decide per forza di
cose se si tratti di verità o di finzione;
ciò che primariamente sa è che il sapere
è suo proprio." (Il Canone occidentale,
cit., p. 88).
La
posizione di Bloom ha in sé molto di
vero, laddove riconosce autonomia al
"sapere proprio" di Dante, alla sua
"cognizione"; ma Bloom ha anche
il torto di non accogliere nel suo profondo
significato la definizione di "finzione
letteraria" che è la verità della letteratura,
il campo autonomo delle sue realizzazioni
pratiche, che sono poemi, prose, romanzi,
eccetera. Dante ha creduto alla realtà
del suo viaggio? Sì, nella misura in
cui ha creduto nella verità della sua
finzione letteraria, no, nella
misura in cui i critici ingenuamente
insistono a credere che la fede possa
tutto, che Dante fosse realmente guidato
da Dio, che la sua è una visio,
eccetera.
Benché l'Alighieri sia lontano da noi
ben sette secoli, non si può dubitare
che il suo modo di ragionare, le sue
strutture mentali (gli storicisti inorridiranno!)
non siano diverse dalle nostre, uomini
del XXI secolo.
Le
poesie raccontano la storia di un poeta,
eppure esse sono pura finzione poetica,
letteraria; per nulla al mondo potrei
sostenere che l'io poetico dei versi
di un poeta si identifichi con la sua
persona, con la sua vita realizzatasi
nel tempo. La storia dell’individuo,
dunque, non è che l'occasione, che ha
consentito al poeta di scrivere poesie,
allo stesso modo che uno scrittore di
fantascienza ha avuto l'occasione di
scrivere i suoi romanzi perché conoscitore
della scienza e delle sue possibilità.
E poi, perché l’Alighieri avrebbe dovuto
pensare (essere) diversamente da me?
54
In Otranto (1997) Cotroneo
narra la storia di una restauratrice
che giunge a Otranto per lavorare al
restauro del mosaico di prete Pantaleone
nella Cattedrale dei Santi Martiri e
rimane irretita nei paesaggi solari
e sensuali (a p. 31 si legga la suggestione
della frase: "E pensai che l'erotismo
vive nella ripetizione...") della località
salentina. Confesso di essermi procurato
questo romanzo per pura curiosità, più
che intellettuale, municipale. Si parla
anche di un vecchio di Galatina, mia
città natale, che si reca a pregare
nella vetusta cattedrale. Dominante
è il tono patetico-esistenzialista tendente
a evocare chissà quale realtà misteriosa.
Sulle
prime il romanzo risulta avvincente
e suggestivo. È tutto giocato sul contrasto-affinità
tra i paesaggi olandesi e quelli salentini
(otrantini), tenuti insieme dall'esperienza
di una restauratrice del mosaico del
prete Pantaleone sito nella Cattedrale
dei Martiri. Abbondano, com'è ovvio,
i riferimenti alla luce, ai colori ecc.
La storia tragica dei martiri di Otranto
si intreccia con quella altrettanto
tragica della restauratrice che è anche
la narratrice, vivente tra sogno, allucinazione
e realtà; il libro è diviso in capitoli,
a ognuno dei quali l'autore premette
una paginetta tra parentesi, di cui
non si capisce bene la funzione.
Ma
la scrittura di Cotroneo si ferma sulla
soglia della suggestione impressionistica.
Del resto, mi sembra che in più di un'occasione
lo scrittore se ne accorga, almeno questo
traspare da alcune affermazioni della
sua stravagante e ossessiva narratrice.
Il romanzo, come leggo a p. 152 si fonda
sulla "suggestione delle coincidenze",
così come la vita della protagonista
è simile, come è scritto a p. 169, a
"un susseguirsi continuo di circostanze
strane", sicché alla fine (p. 240) la
stessa protagonista-narratrice (ma un
lettore esperto si accorge senza difficoltà
che dietro di lei c'è il Cotroneo) sbotta:
"Ma ne avevo abbastanza di queste suggestioni:
le suggestioni di una donna obbligata
a una vita che altrimenti si sarebbe
ripetuta uguale a se stessa nella quotidianità
di gesti lenti e discreti, sempre uguali,
di case dai colori morbidi, rassicuranti
e un po' spenti". Insomma, se è questo
che dice la protagonista, e dietro di
lei Cotroneo, figuriamoci il lettore!
55
Curiosità. Corrado Bologna, Tradizione testuale e fortuna
dei classici, cit., p. 876:
“(…) sulle 223.000 parole di cui
è composto il romanzo [I Promessi
Sposi], i vocaboli lemmatizzati
sono 8950; “le parole usate una volta
soltanto non raggiungono neppure il
38% del totale: quasi tutto il dizionario
di Manzoni si esaurisce nell’arco dei
primi dieci capitoli”.
56
Giustissima, sacrosanta la polemica
di Bloom nel capitolo su Dante del Canone
occidentale contro la scuola dantistica
americana imperante presso i pappagalli
italiani, e quindi contro "le sirene
allegoriche". Giustissimo!
57
A Natale distribuisco in fotocopia
ai miei allievi di prima media la poesia
di Guido Gozzano dal titolo Natale,
perché la imparino a memoria; è la stessa
poesia che i miei insegnanti - venticinque
anni fa - mi fecero imparare a memoria,
perché la recitassi in famiglia durante
una pausa del pranzo di Natale. In tutto
questo vi è più d'una semplice ripetizione
di un'esperienza già fatta, vi è la
mia fanciullezza, il mio mondo perduto.
Non sono nostalgico, ma nei sentimenti
sono profondamente conservatore, e forse
questa ne è la prova. Probabilmente
il rispetto della tradizione non è che
il sintomo di questo attaccamento alla
propria prima giovinezza, al tempo in
cui la nostra mente venne formandosi,
assumendo la struttura che conserverà
per il resto della vita.
58
G. Casanova, Storia della mia
vita, XXV, cit., p. 688:
“In questo la condizione dell’uomo è
simile a quella dell’universo. Si potrebbe
anzi sostenere che non c’è differenza
tra l’uno e l’altro, perché se distruggiamo
l’universo non esiste più l’uomo e se
distruggiamo l’uomo non esiste più l’universo.
Si potrebbe infatti avere un’idea dell’universo,
se l’uomo non ci fosse?”
59
Per scrivere sopra un autore bisogna
avvertire una sorta di affinità elettiva.
Che non basti un semplice interesse
di studioso per capire il mondo intellettuale,
cioè la vera vita, di un poeta o di
uno scrittore, mi sembra fuori discussione.
E’ così che uomini del passato, grazie
alla letteratura, rivivono in uomini
del presente; ma di essi vive la forma
mentis, la struttura del loro pensiero
e le loro reazioni affettive e sentimentali,
non il contenuto delle loro idee. Non
è questo il senso vero della tradizione
letteraria? E il cosiddetto Canone,
non nasce forse da queste affinità elettive,
che prendono forma senza un preciso
motivo razionalmente identificabile?
Di
Dante a pochi importa conoscere, per
esempio, la struttura dettagliata dell'Inferno,
la topografia particolare dell’oltretomba
(che ogni studente dimentica dopo averla
imparata a memoria), a molti invece
la ragione della sua raffigurazione
dell'oltremondo (che nessuno sembra
conoscere); insomma, per capire veramente
Dante, bisognerebbe rispondere alla
domanda: perché egli ambientò nell’oltretomba
la Commedia? Allora, il problema
vero è: perché io, ultimo tra gli studiosi
di Dante, mi pongo questo problema?
Così scopro che c’è affinità tra il
mio desiderio di certezze, la mia precarietà,
e la vita randagia dell’Alighieri cui
egli reagisce con la volontà di trasferire
la sua fabula in un mondo altro
da quello terreno, vero, immutabile,
indiscutibile. Dall’assillo della sua
vita di esule nasce in Dante la raffigurare
dell’oltretomba, dove egli trasferisce
la sua fabula. La pigrizia intellettuale
dei professori ama perdersi nei labirinti
della struttura, piuttosto che studiare
le cose semplici ed essenziali.
60
Definizioni. L’umorismo secondo
Hegel, Estetica, trad. ital.
a cura di N. Merker, Einaudi, Torino
1976, p. 672:
L’umorismo
“consiste nel far in sé decomporre e
dissolvere, ad opera della potenza di
trovate soggettive, lampi di pensiero
e sorprendenti modi di concepire, tutto
ciò che pretende di farsi oggettivo
e di acquistare una forma fissa della
realtà o che sembra possederla nel mondo
esterno”.
61
È
proprio vero che il procedimento michelangiolesco
di togliere materia al blocco di marmo
per cavarci l'opera d'arte, è valido
anche per la poesia. Difatti, se avessi
ritenuto validi tutti i versi che ho
scritto finora e che ho poi ripudiato,
la mia raccolta sarebbe molto voluminosa;
e invece assomma a meno di cinquanta
poesie. La scrittura è come il mosto
che bisogna lasciar fermentare prima
di travasarlo nella botte, dove sarà
conservato sotto forma di vino. Se non
fermenta non è buono. La decisione di
accogliere come valida la poesia non
può che avvenire dopo un tempo più o
meno lungo, sempre dopo attenta meditazione.
Alle volte non è neppure un'accurata
meditazione che può decidere la sorte
di una poesia, bensì l'istintivo, infallibile
sentimento del poeta che scopre in una
poesia dapprima composta e apprezzata,
una sorta di disarmonia, che va eliminata.
La misura, che il poeta, con la sua
tecnica, ricerca, è raggiunta solo al
prezzo di ripudiare più e più versi
che indeboliscono la saldezza, la forza
del discorso poetico. La natura provvede
nel mondo animale a uccidere i piccoli
di un animale che, per una disfunzione
congenita, non potrebbero sopravvivere.
Essi con la loro presenza costituirebbero
un danno per il resto della famiglia;
allo stesso modo il poeta, per salvaguardare
l'equilibrio dell'opera poetica, sa
sacrificare molti versi. E se l'opera
nel suo insieme lo soddisfa, non prova
neppure un gran rimpianto.
62
Nel “Corriere Padano” di Ferrara
il 7 marzo 1936 il giovane Lanfranco
Caretti “afferma che il Leopardi, nella
sua prima gioventù, non era affatto
deforme ma addirittura bello, e che
anche più tardi non fu sfortunato in
amore e “incontrò certamente il favore
delle donne”. Lo riferisce Sebastiano
Timpanaro, La crisi spirituale del
Leopardi, in “Belfagor” XLVI, 1991,
p. 681.
63
Ho fatto vedere un film ai miei
allievi il film di Charlie Chaplin,
La febbre dell'oro, e ne sono
stati entusiasti. Questo film è pervaso
da una sorta di grazia quale solo i
capolavori conoscono. Indimenticabili
le scene in cui Giacomone e l'omino
mangiano la suola e la tomaia della
scarpa di Charlot, e la scena in cui
l'omino sogna il valzer dei panini.
Veramente sono due sequenze che significano
bene la grandezza di Chaplin, poiché
in esse si riassume tutta la levità
e la profondità della sua arte. Un pasto
a base di scarpa in brodo e un valzer
di panini sono due metafore che ben
si addicono all'omino Charlot, e significano
l'inadeguatezza, l'inutilità, la insignificanza,
l'impossibilità dell’arte umana nell'epoca
contemporanea. Questa rappresentazione
è sovrumana, irrazionale, e la comicità
che ne deriva nasce da una tragicità
che non può rimanere celata allo sguardo
dello spettatore che ride. Il riso in
questo caso è una grande invenzione.
Chaplin è l'erede moderno di Rabelais.
64
Con un editto il 22 marzo 1764
le autorità pontificie comminavano la
pena capitale a chi avesse portato (o
avesse aiutato a portare) il pane fuori
dalle mura di Roma. Commenta Franco
Venturi, Settecento riformatore,
V*, Einaudi, Torino 1987, p. 314:
“La pena di morte, dunque, per chi collaborava
a far uscire da Roma una pagnotta. Proprio
in quei giorni a Milano, un amanuense
stava copiando un libro appena finito
di scrivere e che apparirà qualche mese
dopo, nell’estate, Dei delitti e
delle pene di Cesare Beccaria. Il
contrasto tra quelle pagine e l’impaurito
editto del cardinale camerlengo misura
tutta la distanza che correva tra le
speranze dei filosofi e la realtà dello
Stato pontificio”.
65
Leggo in Zibaldone, 5 (l'ed.
Meridiani Mondadori, Milano, 1997,
a cura da Ronaldo Damiani sul testo
di Giuseppe Pacella, p. 9) di Leopardi
questa frase che trascrivo:
"Per guardarci dai vizi e dalla
corruzione dello scrivere adesso è necessario
un infinito studio e una grandissima
imitazione dei Classici, molto molto
maggiore di quella che agli antichi
non bisognava, senza le quali cose
non si può essere insigne scrittore,
e colle quali non si può diventar grande
come i grandi imitati".
Sottoscrivo per intero l'opinione
di Leopardi, con l'eccezione delle parole
da me trascritte in corsivo, poiché
credo che gli antichi non abbiano dovuto
fare una fatica minore rispetto a quella
che ha fatto Leopardi o debbano fare
i moderni per divenire scrittori di
riguardo. L'opinione di Leopardi sottintende
l'idea che occorra gareggiare coi "Classici"
per divenire "insigne scrittore", laddove
invece oggi si taccerebbe di presunzione
chi si arrischiasse a proferire una
simile verità. Insomma, chi oggi oserebbe
dire: il mio modello è Dante, Petrarca,
oppure Leopardi o Pascoli? Occorrerebbe
stabilire però la ragione di una simile
idiosincrasia degli autori contemporanei,
che a mio avviso è da rintracciare nell'opinione
consolidata da un secolo di avanguardie
artistiche, le quali, rinnegando la
tradizione, l'hanno resa odiosa, a tal
punto che oggi nessuno ardisce farsene
fautore. Eppure, che si debbano studiare
i classici, che con loro sia necessario
confrontarsi, e che questo serva per
divenire anche oggi "insigne scrittore",
è vero, verissimo. D'altra parte, la
taccia di presunzione di cui sarebbero
oggetto gli scrittori contemporanei
che ardissero prendere a modello i grandi
del passato, è dovuta all'alone di sacralità
di cui la modernità ha circondato i
nomi dei classici, impedendo ai più
di accostarvisi con animo sereno.
66
La scrittura e la “voce”. Vedi
Fabrizio Frasnedi, La voce
e il senso, “il Verri” 1993, 1-2,
pp. 51-52:
“Si può dire, credo, che il grado
di attesa che una scrittura esercita
nei riguardi di una voce, che l’appello
della scrittura alla voce dipende dalla
vocalità stessa di quella scrittura.
E una scrittura è “vocale” quando serba
gelosamente in se stessa le tracce della
voce che la dettò e la generò”.
67
Sulla definizione di simbolo. Ugo
da San Vittore, Commentariorum in Hierarchiam
coelestem S. Dionisii Areopagitae secundum
interpretationem Joannis Scoti …Libri
X, in II, I (Pl 175, 942).
“Symbolum est collatio formarum
visibilium ad invisibilium demonstrationem”.
68
Vale la pena meditare su questa
frase di Leopardi, in Zibaldone,
13:
"L'efficacia dell'espressione bene
spesso è il medesimo che la novità.
Accadrà molte volte che l'espressione
usitata sia più robusta più vera più
energica, e nondimeno l'essere ella
usitata le tolga la forza e la snervi;
e il poeta sostituendo in suo luogo
un'altra espressione men robusta, forse
anche men propria ma nuova, otterrà
un buon effetto sulla fantasia del lettore,
ci sveglierà quell'immagine che l'altra
espressione non avrebbe potuto eccitare;
e la sua frase sarà veramente più efficace,
non per se stessa, ma per la circostanza
dell'esser nuova". Da notare l'importanza che Leopardi
assegna al lettore nel giudicare la
forza espressiva della scrittura, valutata
in base all'"efficacia", cioè al risultato
che ottiene presso il lettore. La parola
“nuova” è la parola “efficace”. Un'espressione
nuova, efficace, è ciò a cui ogni scrittore
contemporaneo dovrebbe aspirare.
69
La poesia è paga delle sue parole.
Non presenta argomenti e non li richiede.
Essa può assumere le più diverse forme,
le più inconsuete. Si pensi all'enciclopedico
poema dantesco o a quella breve poesia
leopardiana dal titolo L’Infinito.
70
Che la morte sia una livella, è
vero nella misura in cui tutti si è
ugualmente soggetti a morire. Ma si
vada in un cimitero e si consideri l'ordine
delle tombe, la grandezza e proporzione
e il loro stile architettonico: quelle
tombe rispecchiano fedelmente la gerarchia
sociale del luogo.
(continua)