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ZIB II serie
 Zibaldoni
 Scritti zibaldoniani/ 2
 di Gianluca Virgilio


        34 "Passeggiata" di Giuseppe Caccavale, Pastelli e pigmenti su carta M.B.M. Ingres d'Arches, cm 130 x 100.
        Curiosità. Nel 1745 a Otranto c’erano due compagnie teatrali, una napoletana e l’altra siciliana, capocomico rispettivamente don Fastidio e don Battaglia. Ne parla Giacomo Casanova, Storia della mia vita I, Mondadori, Milano 1983, cap. XV, p. 456.

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Perché pochi leggono la poesia? Perché spesso la poesia è illeggibile, è fatta e pubblicata proprio per non essere letta, a dispetto di quanti vorrebbero cimentarsi nella lettura. Mi chiedi perché? Perché è una cosa troppo preziosa. Su cento dame addobbate con luccicanti gioielli, sta’ certo che novantanove portano strass e bigiotteria, una sola diamanti e oro. Così la società si dota di novantanove poetucoli che con le loro scemenze nauseano i malcapitati, e di un solo vero poeta conosciuto a pochi o a nessuno. Ma il mercato librario per realizzare meglio il suo fine che è quello di vendere, non dovrebbe proporre solo veri poeti? Ebbene non è così, perché il mercato non si occupa di poesia, e viceversa.

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Che la poesia sia un lavoro artigianale che si nutre di fatica e di esercizio, che nessuno mai abbia pensato di impiantare un'industria per la fabbricazione della poesia come si impianta una fabbrica di scarpe o di ombrelli, credo siano queste verità accolte da tutte le persone di buon senso. La poesia è prodotta fuori da ogni mercato, ed è pertanto irrispettosa delle regole del mercato. La legge della domanda e dell'offerta, se è valida per chi costruisce scarpe o ombrelli, non conta nulla per chi scrive versi. Io scriverò per sempre, anche se tu non mi chiederai mai nulla. Le mie poesie esistono anche se nessuno mai le leggerà. Ecco come agisce il poeta. Si potrebbe obiettare che anche chi scrive versi vorrebbe veder venduto il suo libro nelle edicole o nei supermercati o nelle librerie; e questo è certamente vero. Ma ciò non toglie che la poesia non è prodotta dal e nel mercato, bensì dal poeta che agisce ai margini, anzi all’esterno, del mercato. Il poeta è un consumatore e un lavoratore come gli altri uomini, è soggetto attivo e passivo del mercato, ma in quanto poeta egli è stato e sempre sarà fuori da ogni mercato, poiché la sua attività di poeta si svolge fuori dall'ambito in cui si muovono le altre merci. La riprova di questa marginalità della poesia ci è fornita dalla considerazione che volgarmente la circonda; a questo proposito si può benissimo ripetere quanto affermarono gli avventori dell'osteria milanese sul conto di Renzo ubriaco, quando dissero che era un poeta, in senso ironico e dispregiativo. Non ci si meravigli: essi erano uomini pratici. La poesia, rispetto alle altre attività dell’uomo, si potrebbe caratterizzare come una metattività, e questo per due motivi: in primo luogo, perché non è, come avrebbero detto gli uomini del Medioevo, un'attività lucrativa; in secondo luogo, perché è propria della poesia la riflessione generale sulle attività dell'uomo, sull'essere dell'uomo nel mondo. Omero non fece la guerra di Troia, ma la cantò. La poesia sembra fatta apposta per coloro che riescono a ritagliare per essa uno spazio altrimenti inutilizzabile. Il mercato certamente interviene a far proprio il lavoro del poeta, con la pubblicazione dei versi, determinandone la fama. Qual è il fine della poesia? Potremmo rispondere che il fine della poesia è quello di raccontare la condizione dell'uomo, ma questa risposta ci sembra alquanto vaga. Il fine della poesia è nel provare al lettore che gli eventi della vita possono essere ancora tradotti in espressioni dotate di senso, in un linguaggio particolare che è quello della tradizione poetica. Difatti anche un'opera di narrativa o di filosofia potrebbe fornirci questo senso della vita, ma in nessun caso potrebbe fornircelo con il linguaggio poetico che è proprio solo della poesia. Non è importante dunque il messaggio in sé, bensì la volontà ferma, determinata, indiscutibile di tramandarlo in quella particolare forma che è la poesia. Il poeta deve augurarsi che i propri versi vengano diffusi attraverso il mercato, perché questo è l'unico modo per accedere agli occhi del lettore. Ma il lettore dovrà essere criticamente acuto, se non vorrà scambiare i giochi di parole spesso oscuri ed insignificanti con la luce della poesia. L'oscurità della vera poesia nasce sempre da un eccesso di luminosità, mai dai contorcimenti nevrastenici degli imbrattacarte. E probabilmente un tal lettore c'è già, dal momento che di libri di poesie se ne vendono pochi, con qualche salutare eccezione.

        
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Teorie d’amore. Giacomo Casanova, Storia della mia vita I, cap. XV, cit., p. 468:
        “Che cos’è mai l’amore! Ho letto tutto ciò che ne hanno scritto i cosiddetti saggi e ci ho riflettuto sopra a lungo da vecchio, ma ciononostante non ammetterò mai che l’amore sia una cosa sciocca e vana. E’ una sorta di follia su cui la filosofia non ha alcun potere; una malattia cui l’uomo è soggetto in ogni età e che è incurabile, se colpisce nella vecchiaia. Ineffabile amore! Sovrano della natura. Sei un’amarezza di cui non v’è nulla di più dolce, una dolcezza di cui non v’è nulla di più amaro, un divino prodigio che si può definire solo con paradossi”.

        
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A proposito degli extracomunitari, mi sento di dire che la nostra civiltà è degna erede del più brutale fascismo e nazismo. Un uomo che fugge dalla propria patria, agisce come un disperato senza terra e senza futuro, come un infelice che di fatto non ha più una patria. Respingerlo non è da paese civile, ma da cinici difensori del proprio egoistico benessere. Ci sono migliaia di persone che non hanno neppure un lembo di terra dove posare i piedi, e vengono ricacciate come lebbrosi dai governi delle nazioni civili, quando, invece, leggo su "La Repubblica" del 30 novembre 1997, p. 15, che i Benetton posseggono in Patagonia 837 mila ettari di terra.

        
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Philippe Ariès, L'uomo e la morte dal medieovo ad oggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1992 [1977]:  Ecco come veniva considerato il cimitero nell'alto Medioevo:
        a p. 71: "(...) il cimitero era, con la chiesa, il focolare della vita sociale. Teneva il posto del foro".
        a p. 73: "Pertanto si abitava al cimitero senza essere menomamente impressionati dallo spettacolo dei sotterramenti e dalla vicinanza delle grandi fosse comuni, che si lasciavano aperte finché non erano piene.
        I residenti non erano i soli che frequentassero il cimitero senza far caso alla vista e agli odori delle fosse e degli ossari. Il cimitero serviva da foro, da piazza principale e da passeggiata, dove tutti gli abitanti del comune potevano incontrarsi, riunirsi, passeggiare per i loro interessi spirituali e temporali, per i loro giochi e per i loro amori. Gli autori medievali erano consapevoli del carattere pubblico del cimitero: essi opponevano il locus publicus dei loro templi ai loci solitarii delle tombe pagane".
        
Nel mondo moderno abbiamo perso quel buon rapporto con la morte che regnava nell’Alto Medioevo; abbiamo segregato i morti, e intanto abbiamo perso una chance in più: quella di familiarizzare con l’idea della morte, rendendola meno temibile. Noi moderni non siamo preparati a morire.

        
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L'abitudine di ripetere a memoria le poesie, più e più volte: i versi che non amiamo ripetere probabilmente sono di mediocre qualità e non durano l'espace d'un matin. I versi che ci ritornano in mente, anche a distanza di molti anni, per ciò stesso ci garantiscono della loro qualità e durata. Del resto questo accade anche a proposito dei film. Se un film ci ha deluso, probabilmente non lo rivedremo mai più. Al contrario, se un film ha colpito la nostra sensibilità, torneremo a vederlo ancora, per chissà quante volte. Ricordo ancora a San Giorgio a Cremano, una notte d'inverno fino all'alba, e oltre, nei pressi di una garitta: recitavo Leopardi e Dante e Montale; per tenermi sveglio, per farmi forza, per oppormi all'inutilità di quel servizio, al caos che ne derivava nella mia mente di fante trasmettitore.

        
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Harold Bloom, Il canone occidentale, Bompiani, Milano 1996 [1994], p. 2 spiega il titolo del libro, e cioè che cosa "renda canonici l'autore e le opere. Per lo più la risposta è risultata essere la singolarità, un tipo di originalità che non può essere assimilata o alla quale ci abituiamo tanto da cessare di considerarla singolare".
        A p. 6: "Agli scrittori contemporanei non piace sentirsi dire che devono competere con Shakespeare e con Dante, eppure quella lotta è stata per Joyce la provocazione alla grandezza, a un'eminenza condivisa, tra i moderni autori occidentali, solo da Beckett, Proust e Kafka".
        Sempre a p. 7: "La tradizione non è soltanto un retaggio o un processo di benevola trasmissione: è anche un conflitto tra genio passato e attuale aspirazione, il cui premio è la sopravvivenza letteraria ovvero l'inclusione nel Canone".

        
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La politica è governata da leggi che sovrastano il singolo politico e finanche il singolo raggruppamento, e rispondono a un'esigenza superiore che politica in senso stretto non è, ma è probabilmente socio-economica. Uso questa definizione per indicare la formazione sociale e economica del capitalismo. L'assetto capitalistico del nostro mondo prevede difatti una società massificata di consumatori dipendente da una economia che solo in riferimento a quel tipo di società può riprodursi e accrescersi. La politica è destinata a gestire questo assetto, senza goderne gli utili, o godendone solo temporaneamente e parzialmente, poiché essa per prima, alla resa dei conti, è destinata a pagare lo scotto.

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        Allegoria:
“Ma lascia che canti insieme a te, Amica, 
e che dall’amaro stillicidio mentale ci salvi 
la sublime allegoria”. 
David Maria Turoldo, Mie notti con Qohelet, Milano 1992, p. 48. 


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        Naturalmente la qualità d'un politico sta anche nel mantenersi a galla nel mare procelloso, tra le onde che lo sommergono, talvolta – se necessario - facendo il morto. Gli esempi sarebbero numerosissimi.

        
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Corrado Bologna, Tradizione testuale e fortuna dei classici italiani, in Letteratura italiana, a cura di A. Asor Rosa, Teatro, Musica, Tradizione dei classici, VI, p. 479, citando Bonaventura da Bagnorea, Commentarius in I Librum Sententiarum, in Opera Omnia, I, Quaracchi 1883, pp. 14-15, scrive:
        “… Bonaventura da Bagnorea (…) individua quattro modalità faciendi libros (…): il modo dello scriptor, colui che “scribit aliena, nihil addendo vel mutando”; quello del compilator, che “scribit aliena, addendo, sed non de suo”; quello del commentator, il quale, il quale “scribit et aliena et sua”, infine il modo e la fase dell’auctor, ossia dell’intellettuale che “scribit et sua et aliena, sed sua tamquam principalia”.
        Ma leggi anche R. Barthes, La retorica antica, trad. ital. Di P. Fabbri, Bompiani, Milano 1972, p. 31:
        “1) Lo scriptor ricopia puramente e semplicemente; 2) il compilator aggiunge a quel che copia, ma mai niente che provenga da lui; 3) il commentator s’introduce è vero nel testo ricopiato, ma solo per renderlo intellegibile; 4) l’auctor, infine, dà le sue idee, ma sempre appoggiandosi su altre autorità”.
        Vedi anche R. Barthes, Critica e verità, Einaudi, Torino 1985, p. 62.

        
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Bisogna riflettere su questa frase di Hobsbawm, Il Secolo breve, p. 542:
        "L'organizzazione piuttosto che la dottrina fu il principale contributo del boscevismo leninista alla trasformazione del mondo".
        Ciò vuol dire che il contenuto delle idee professate da Lenin, in realtà, considerate col senno di poi (ma non si può fare storia diversamente), non sono altro che la parte caduca del suo pensiero e della sua azione; quelle idee, invece, hanno assolto a una funzione essenziale laddove hanno dato all'umanità un'organizzazione centralizzata, ovvero l'hanno dotata d'una strada da seguire, di una meta da raggiungere, e perciò di tutta una serie di regole da rispettare, imposte da una forte direzione politica, tutte cose che da ultimo, con la caduta del muro di Berlino, si sono dissolte nel nulla. Ora, non ci vuole una profonda mente speculativa per capire che questo contributo alla storia dell'umanità non può essere considerato appannaggio esclusivo del leninismo. Il fascismo, il nazismo, le democrazie occidentali (Inghilterra e USA) soprattutto nel loro momento di reazione al nazismo, hanno operato in ugual modo, seguendo gli stessi principi. Così la Cina di Mao ecc. Il che vuol dire che l'umanità tutta, in forme diverse, si è organizzata nel corso del XX secolo in modo tale da far fronte alla crisi del vecchio mondo, sostituendo ad esso una nuova gerarchia, nuovi ideali, nuovi metodi, una nuova organizzazione della società.

        
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Scrive M. Frankel, La similitudine della zara (Purg. VI, 1-12) e il rapporto fra Dante e Virgilio nell’Antipurgatorio, in AA.VV., Studi americani su Dante, Milano 1989, p. 121:
        “Virgilio chiama Dante figlio o figliuolo 13 volte. Dante, a sua volta, conferisce il nome di padre a Virgilio pure in 13 casi. E’ l’intento di Dante di bilanciare precisamente queste reciproche manifestazioni d’affetto o trattasi di singolare coincidenza?”

        
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Philippe Ariès, L'uomo e la morte dal medieovo ad oggi, cit.. Importante il capitolo L'avarizia e la natura morta. Il collezionista. (pp. 149-155), soprattutto per capire il materialismo dantesco. In particolare a p.155:
        “Materialista è stato il basso Medioevo, fino all'inizio dei tempi moderni. Il declinare delle credenze religiose, delle morali idealistiche e normative, non mette capo alla scoperta di un mondo più materiale. I dotti e i filosofi possono rivendicare la conoscenza della materia, ma l'uomo qualunque, nella sua vita quotidiana, non crede alla materia più di quanto creda a Dio. L'uomo del Medioevo credeva a un tempo alla materia e a Dio, alla vita e alla morte, al godimento delle cose e alla rinuncia alle medesime. Il torto degli storici sta nell'aver cercato di opporre delle nozioni attribuendole ad epoche diverse, mentre queste nozioni erano di fatto contemporanee e, d'altra parte, opposte ma complementari". [Il corsivo è mio]
         Questa credenza nelle materia e in Dio, compresente nel pensiero d’ogni individuo medievale, si può riscontrare nell’Alighieri, la cui rappresentazione dell’oltretomba, cioè del regno di Dio, è carica di realismo, da intendere come fiducia nella concretezza della materia, della sua fisicità e, dunque, godibilità. Ecco allora che si spiega bene come nell’Alighieri l’allegoria conviva con gli oggetti reali, Beatrice con la donna gentile, la Commedia con i sonetti comico-realistici della tenzone con Forese Donati. Perché, dunque, il Fiore non potrebbe convivere con la Commedia?

        
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        I grandi massacri del secolo XX non sono stati che un modo per chiudere i conti definitivamente con la storia, sigillandone le atrocità e le ingiustizie con l'unico sigillo adatto, quello delle stragi e delle violenze che hanno contraddistinto la storia dell’umanità. La dimensione inedita di quei massacri è dipesa dal fatto che gli uomini del vecchio mondo, animati dal loro vecchio implacabile odio, potevano utilizzare strumenti nuovi di distruzione di massa, e non esitarono a farlo. La classe dei contadini ebbe il suo massacro nei giorni di Caporetto, gli Ebrei nei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale. La nobiltà l’aveva subito durante la rivoluzione francese. Che cosa accadrà quando sarà l’ora della borghesia?

        
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Il vecchio mondo ha odiato gli Ebrei, fino al punto di pianificare il genocidio. Il nuovo mondo capitalistico li ha dotati di una terra, e li utilizza come baluardo dell'Occidente in Medio-oriente. Il nuovo mondo non li odia, ma li rende odiosi.

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Il capitalismo per sua natura cerca di non uccidere, se non coloro che gli si oppongono, e non per obbedienza al comandamento cristiano o di qualche altra religione, perché il capitalismo è areligioso, ma perché ogni uomo nel sistema capitalistico è un consumatore, quindi un piccolissimo elemento essenziale del capitalismo medesimo. Il capitalismo cerca di procrastinare la vita di tutti gli uomini, consumandola quanto più lentamente è possibile, affinché essi, a loro volta, abbiano il tempo di consumare quanta più merce è possibile. Spiegasi così l’accanimento terapeutico.

        
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La prima guerra del nuovo mondo è la guerra del Golfo del 1991, in cui la volontà di usare precisione negli attacchi (si parlò allora per la prima volta di attacchi aerei chirurgici), di risparmiare vite umane è stata deliberatamente contrapposta a chi avrebbe potuto usare armi di distruzione di massa, chimiche, batteriologiche, nucleari, eccetera. La tecnologia ultramoderna ha fatto la sua prova più significativa contro un popolo attardato. In quella guerra ci furono pochissimi morti nello schieramento occidentale, moltissimi nell'esercito dell'Iraq, a dispetto della chirurgia.

        
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Con Bloom rifletto sul concetto di finzione letteraria. L'Alighieri credeva o no al racconto del suo viaggio oltremondano? La risposta che dà Bloom è questa:
"Personalmente, quale studioso della gnosi sia poetica che religiosa, ritengo il poema non essere né verità né finzione letteraria, ma piuttosto cognizione di Dante, che il poeta scelse di denominare Beatrice. Chi conosca con la massima profondità, non decide per forza di cose se si tratti di verità o di finzione; ciò che primariamente sa è che il sapere è suo proprio." (Il Canone occidentale, cit., p. 88).
        La posizione di Bloom ha in sé molto di vero, laddove riconosce autonomia al "sapere proprio" di Dante, alla sua "cognizione"; ma Bloom ha anche il torto di non accogliere nel suo profondo significato la definizione di "finzione letteraria" che è la verità della letteratura, il campo autonomo delle sue realizzazioni pratiche, che sono poemi, prose, romanzi, eccetera. Dante ha creduto alla realtà del suo viaggio? Sì, nella misura in cui ha creduto nella verità della sua finzione letteraria, no, nella misura in cui i critici ingenuamente insistono a credere che la fede possa tutto, che Dante fosse realmente guidato da Dio, che la sua è una visio, eccetera.
         Benché l'Alighieri sia lontano da noi ben sette secoli, non si può dubitare che il suo modo di ragionare, le sue strutture mentali (gli storicisti inorridiranno!) non siano diverse dalle nostre, uomini del XXI secolo.
        Le poesie raccontano la storia di un poeta, eppure esse sono pura finzione poetica, letteraria; per nulla al mondo potrei sostenere che l'io poetico dei versi di un poeta si identifichi con la sua persona, con la sua vita realizzatasi nel tempo. La storia dell’individuo, dunque, non è che l'occasione, che ha consentito al poeta di scrivere poesie, allo stesso modo che uno scrittore di fantascienza ha avuto l'occasione di scrivere i suoi romanzi perché conoscitore della scienza e delle sue possibilità. E poi, perché l’Alighieri avrebbe dovuto pensare (essere) diversamente da me?

        
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In Otranto (1997) Cotroneo narra la storia di una restauratrice che giunge a Otranto per lavorare al restauro del mosaico di prete Pantaleone nella Cattedrale dei Santi Martiri e rimane irretita nei paesaggi solari e sensuali (a p. 31 si legga la suggestione della frase: "E pensai che l'erotismo vive nella ripetizione...") della località salentina. Confesso di essermi procurato questo romanzo per pura curiosità, più che intellettuale, municipale. Si parla anche di un vecchio di Galatina, mia città natale, che si reca a pregare nella vetusta cattedrale. Dominante è il tono patetico-esistenzialista tendente a evocare chissà quale realtà misteriosa.
         Sulle prime il romanzo risulta avvincente e suggestivo. È tutto giocato sul contrasto-affinità tra i paesaggi olandesi e quelli salentini (otrantini), tenuti insieme dall'esperienza di una restauratrice del mosaico del prete Pantaleone sito nella Cattedrale dei Martiri. Abbondano, com'è ovvio, i riferimenti alla luce, ai colori ecc. La storia tragica dei martiri di Otranto si intreccia con quella altrettanto tragica della restauratrice che è anche la narratrice, vivente tra sogno, allucinazione e realtà; il libro è diviso in capitoli, a ognuno dei quali l'autore premette una paginetta tra parentesi, di cui non si capisce bene la funzione.
         Ma la scrittura di Cotroneo si ferma sulla soglia della suggestione impressionistica. Del resto, mi sembra che in più di un'occasione lo scrittore se ne accorga, almeno questo traspare da alcune affermazioni della sua stravagante e ossessiva narratrice. Il romanzo, come leggo a p. 152 si fonda sulla "suggestione delle coincidenze", così come la vita della protagonista è simile, come è scritto a p. 169, a "un susseguirsi continuo di circostanze strane", sicché alla fine (p. 240) la stessa protagonista-narratrice (ma un lettore esperto si accorge senza difficoltà che dietro di lei c'è il Cotroneo) sbotta: "Ma ne avevo abbastanza di queste suggestioni: le suggestioni di una donna obbligata a una vita che altrimenti si sarebbe ripetuta uguale a se stessa nella quotidianità di gesti lenti e discreti, sempre uguali, di case dai colori morbidi, rassicuranti e un po' spenti". Insomma, se è questo che dice la protagonista, e dietro di lei Cotroneo, figuriamoci il lettore!

        
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Curiosità. Corrado Bologna, Tradizione testuale e fortuna dei classici, cit., p. 876:
        
“(…) sulle 223.000 parole di cui è composto il romanzo [I Promessi Sposi], i vocaboli lemmatizzati sono 8950; “le parole usate una volta soltanto non raggiungono neppure il 38% del totale: quasi tutto il dizionario di Manzoni si esaurisce nell’arco dei primi dieci capitoli”.

        
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Giustissima, sacrosanta la polemica di Bloom nel capitolo su Dante del Canone occidentale contro la scuola dantistica americana imperante presso i pappagalli italiani, e quindi contro "le sirene allegoriche". Giustissimo!

        
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A Natale distribuisco in fotocopia ai miei allievi di prima media la poesia di Guido Gozzano dal titolo Natale, perché la imparino a memoria; è la stessa poesia che i miei insegnanti - venticinque anni fa - mi fecero imparare a memoria, perché la recitassi in famiglia durante una pausa del pranzo di Natale. In tutto questo vi è più d'una semplice ripetizione di un'esperienza già fatta, vi è la mia fanciullezza, il mio mondo perduto. Non sono nostalgico, ma nei sentimenti sono profondamente conservatore, e forse questa ne è la prova. Probabilmente il rispetto della tradizione non è che il sintomo di questo attaccamento alla propria prima giovinezza, al tempo in cui la nostra mente venne formandosi, assumendo la struttura che conserverà per il resto della vita.

        
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G. Casanova, Storia della mia vita, XXV, cit., p. 688:
         “In questo la condizione dell’uomo è simile a quella dell’universo. Si potrebbe anzi sostenere che non c’è differenza tra l’uno e l’altro, perché se distruggiamo l’universo non esiste più l’uomo e se distruggiamo l’uomo non esiste più l’universo. Si potrebbe infatti avere un’idea dell’universo, se l’uomo non ci fosse?”

        
59(di Giuseppe Caccavale): Pastore, Vetro placcato scavato, cm 57,2 x 43,2 x 0,4.
        
Per scrivere sopra un autore bisogna avvertire una sorta di affinità elettiva. Che non basti un semplice interesse di studioso per capire il mondo intellettuale, cioè la vera vita, di un poeta o di uno scrittore, mi sembra fuori discussione.  E’ così che uomini del passato, grazie alla letteratura, rivivono in uomini del presente; ma di essi vive la forma mentis, la struttura del loro pensiero e le loro reazioni affettive e sentimentali, non il contenuto delle loro idee. Non è questo il senso vero della tradizione letteraria? E il  cosiddetto Canone, non nasce forse da queste affinità elettive, che prendono forma senza un preciso motivo razionalmente identificabile?
       Di Dante a pochi importa conoscere, per esempio, la struttura dettagliata dell'Inferno, la topografia particolare dell’oltretomba (che ogni studente dimentica dopo averla imparata a memoria), a molti invece la ragione della sua raffigurazione dell'oltremondo (che nessuno sembra conoscere); insomma, per capire veramente Dante, bisognerebbe rispondere alla domanda: perché egli ambientò nell’oltretomba la Commedia? Allora, il problema vero è: perché io, ultimo tra gli studiosi di Dante, mi pongo questo problema?
       Così scopro che c’è affinità tra il mio desiderio di certezze, la mia precarietà, e la vita randagia dell’Alighieri cui egli reagisce con la volontà di trasferire la sua fabula in un mondo altro da quello terreno, vero, immutabile, indiscutibile. Dall’assillo della sua vita di esule nasce in Dante la raffigurare dell’oltretomba, dove egli trasferisce la sua fabula. La pigrizia intellettuale dei professori ama perdersi nei labirinti della struttura, piuttosto che studiare le cose semplici ed essenziali.

        
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Definizioni. L’umorismo secondo Hegel, Estetica, trad. ital. a cura di N. Merker, Einaudi, Torino 1976, p. 672:
        L’umorismo “consiste nel far in sé decomporre e dissolvere, ad opera della potenza di trovate soggettive, lampi di pensiero e sorprendenti modi di concepire, tutto ciò che pretende di farsi oggettivo e di acquistare una forma fissa della realtà o che sembra possederla nel mondo esterno”.

        
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        È proprio vero che il procedimento michelangiolesco di togliere materia al blocco di marmo per cavarci l'opera d'arte, è valido anche per la poesia. Difatti, se avessi ritenuto validi tutti i versi che ho scritto finora e che ho poi ripudiato, la mia raccolta sarebbe molto voluminosa; e invece assomma a meno di cinquanta poesie. La scrittura è come il mosto che bisogna lasciar fermentare prima di travasarlo nella botte, dove sarà conservato sotto forma di vino. Se non fermenta non è buono. La decisione di accogliere come valida la poesia non può che avvenire dopo un tempo più o meno lungo, sempre dopo attenta meditazione. Alle volte non è neppure un'accurata meditazione che può decidere la sorte di una poesia, bensì l'istintivo, infallibile sentimento del poeta che scopre in una poesia dapprima composta e apprezzata, una sorta di disarmonia, che va eliminata. La misura, che il poeta, con la sua tecnica, ricerca, è raggiunta solo al prezzo di ripudiare più e più versi che indeboliscono la saldezza, la forza del discorso poetico. La natura provvede nel mondo animale a uccidere i piccoli di un animale che, per una disfunzione congenita, non potrebbero sopravvivere. Essi con la loro presenza costituirebbero un danno per il resto della famiglia; allo stesso modo il poeta, per salvaguardare l'equilibrio dell'opera poetica, sa sacrificare molti versi. E se l'opera nel suo insieme lo soddisfa, non prova neppure un gran rimpianto.

        
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Nel “Corriere Padano” di Ferrara il 7 marzo 1936 il giovane Lanfranco Caretti “afferma che il Leopardi, nella sua prima gioventù, non era affatto deforme ma addirittura bello, e che anche più tardi non fu sfortunato in amore e “incontrò certamente il favore delle donne”. Lo riferisce  Sebastiano Timpanaro, La crisi spirituale del Leopardi, in “Belfagor” XLVI, 1991, p. 681.

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Ho fatto vedere un film ai miei allievi il film di Charlie Chaplin, La febbre dell'oro, e ne sono stati entusiasti. Questo film è pervaso da una sorta di grazia quale solo i capolavori conoscono. Indimenticabili le scene in cui Giacomone e l'omino mangiano la suola e la tomaia della scarpa di Charlot, e la scena in cui l'omino sogna il valzer dei panini. Veramente sono due sequenze che significano bene la grandezza di Chaplin, poiché in esse si riassume tutta la levità e la profondità della sua arte. Un pasto a base di scarpa in brodo e un valzer di panini sono due metafore che ben si addicono all'omino Charlot, e significano l'inadeguatezza, l'inutilità, la insignificanza, l'impossibilità dell’arte umana nell'epoca contemporanea. Questa rappresentazione è sovrumana, irrazionale, e la comicità che ne deriva nasce da una tragicità che non può rimanere celata allo sguardo dello spettatore che ride. Il riso in questo caso è una grande invenzione.
      Chaplin è l'erede moderno di Rabelais.

        
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Con un editto il 22 marzo 1764 le autorità pontificie comminavano la pena capitale a chi avesse portato (o avesse aiutato a portare) il pane fuori dalle mura di Roma. Commenta Franco Venturi, Settecento riformatore, V*, Einaudi, Torino 1987, p. 314:
      “La pena di morte, dunque, per chi collaborava a far uscire da Roma una pagnotta. Proprio in quei giorni a Milano, un amanuense stava copiando un libro appena finito di scrivere e che apparirà qualche mese dopo, nell’estate, Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. Il contrasto tra quelle pagine e l’impaurito editto del cardinale camerlengo misura tutta la distanza che correva tra le speranze dei filosofi e la realtà dello Stato pontificio”.

        
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Leggo in Zibaldone, 5 (l'ed. Meridiani Mondadori, Milano, 1997, a cura da Ronaldo Damiani sul testo di Giuseppe Pacella, p. 9) di Leopardi questa frase che trascrivo:
        
"Per guardarci dai vizi e dalla corruzione dello scrivere adesso è necessario un infinito studio e una grandissima imitazione dei Classici, molto molto maggiore di quella che agli antichi non bisognava, senza le quali cose non si può essere insigne scrittore, e colle quali non si può diventar grande come i grandi imitati".
        
Sottoscrivo per intero l'opinione di Leopardi, con l'eccezione delle parole da me trascritte in corsivo, poiché credo che gli antichi non abbiano dovuto fare una fatica minore rispetto a quella che ha fatto Leopardi o debbano fare i moderni per divenire scrittori di riguardo. L'opinione di Leopardi sottintende l'idea che occorra gareggiare coi "Classici" per divenire "insigne scrittore", laddove invece oggi si taccerebbe di presunzione chi si arrischiasse a proferire una simile verità. Insomma, chi oggi oserebbe dire: il mio modello è Dante, Petrarca, oppure Leopardi o Pascoli? Occorrerebbe stabilire però la ragione di una simile idiosincrasia degli autori contemporanei, che a mio avviso è da rintracciare nell'opinione consolidata da un secolo di avanguardie artistiche, le quali, rinnegando la tradizione, l'hanno resa odiosa, a tal punto che oggi nessuno ardisce farsene fautore. Eppure, che si debbano studiare i classici, che con loro sia necessario confrontarsi, e che questo serva per divenire anche oggi "insigne scrittore", è vero, verissimo. D'altra parte, la taccia di presunzione di cui sarebbero oggetto gli scrittori contemporanei che ardissero prendere a modello i grandi del passato, è dovuta all'alone di sacralità di cui la modernità ha circondato i nomi dei classici, impedendo ai più di accostarvisi con animo sereno.

        
66
        
La scrittura e la “voce”. Vedi Fabrizio Frasnedi, La voce  e il senso, “il Verri” 1993, 1-2, pp. 51-52:
        
“Si può dire, credo, che il grado di attesa che una scrittura esercita nei riguardi di una voce, che l’appello della scrittura alla voce dipende dalla vocalità stessa di quella scrittura. E una scrittura è “vocale” quando serba gelosamente in se stessa le tracce della voce che la dettò e la generò”.

        
67
        
Sulla definizione di simbolo. Ugo da San Vittore, Commentariorum in Hierarchiam coelestem S. Dionisii Areopagitae secundum interpretationem Joannis Scoti …Libri X, in II, I (Pl 175, 942).
        
“Symbolum est collatio formarum visibilium ad invisibilium demonstrationem”.

        
68
        
Vale la pena meditare su questa frase di Leopardi, in Zibaldone, 13:
        
"L'efficacia dell'espressione bene spesso è il medesimo che la novità. Accadrà molte volte che l'espressione usitata sia più robusta più vera più energica, e nondimeno l'essere ella usitata le tolga la forza e la snervi; e il poeta sostituendo in suo luogo un'altra espressione men robusta, forse anche men propria ma nuova, otterrà un buon effetto sulla fantasia del lettore, ci sveglierà quell'immagine che l'altra espressione non avrebbe potuto eccitare; e la sua frase sarà veramente più efficace, non per se stessa, ma per la circostanza dell'esser nuova". Da notare l'importanza che Leopardi assegna al lettore nel giudicare la forza espressiva della scrittura, valutata in base all'"efficacia", cioè al risultato che ottiene presso il lettore. La parola “nuova” è la parola “efficace”. Un'espressione nuova, efficace, è ciò a cui ogni scrittore contemporaneo dovrebbe aspirare.

        69
        
La poesia è paga delle sue parole. Non presenta argomenti e non li richiede. Essa può assumere le più diverse forme, le più inconsuete. Si pensi all'enciclopedico poema dantesco o a quella breve poesia leopardiana dal titolo L’Infinito.

        
70
        
Che la morte sia una livella, è vero nella misura in cui tutti si è ugualmente soggetti a morire. Ma si vada in un cimitero e si consideri l'ordine delle tombe, la grandezza e proporzione e il loro stile architettonico: quelle tombe rispecchiano fedelmente la gerarchia sociale del luogo.

(continua)


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