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“…je
n’ai jamais fait d’ouvrage,
j’ai fait
seulement des essais en comptant
toujours
préluder…”
(G. Leopardi, Lettera
a Charles Lebreton,
da Napoli, fine giugno 1836)
“En ce qui concerne la ‘pensée’
les
oeuvres sont des falsifications,
puisqu’elles
éliminent le provisoire et
le non-réitérable,
l’instantané, et le
mélange pur et
impur, désordre et ordre”
(P. Valéry,
Cahiers, I)
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Il
tempo che abita lo Zibaldone è come
custodito da due confini. Da una parte c’è
il silenzio, un silenzio che separa un pensiero
dall’altro: sospensione e discontinuità
in cui si può cogliere il riverbero dei
giorni, delle letture nei giorni, il trascorrere
delle stagioni, delle festività, degli anniversari,
si può ascoltare insomma il rumore del tempo
esteriore e forse intravedere quel punto
segreto dove l’occasione (nel senso forte
dato da Hölderlin: “was geschiehet, es sei
alles gelegen dir”) si annoda alla scrittura,
si fa scrittura. Dall’altra parte c’è il
comporsi e il ricomporsi – per riprese,
rimbalzi, ritorni, riflessi – di una trama
del pensiero che via via disegna una genealogia
dei saperi, una cartografia delle passioni,
una drammaturgia dell’uomo sensibile, una
teorica delle arti, una mappa dei poteri
e micropoteri, con i loro miraggi, le loro
connaturali sopraffazioni e crudeltà e miserie.
In questo ordito prende spazio e figura
la filologia, l’amore della lingua, che
mostra tutte le sue implicazioni: il gioco
della lettera, le corrispondenze tra gli
etimi, le sequenze delle derivazioni, le
modificazioni degli usi, il “frivolo sogno”
di chi indaga sulla prima lingua e sull’origine,
le configurazioni e i caratteri delle lingue
nazionali, l’arte e la tecnica del tradurre,
le grandi questioni dell’esegesi.
Questi
due momenti – il silenzio e la trama, la
frattura del discorso e la costruzione del
sapere, la discontinuità e il processo –
danno al tempo dello “smisurato manoscritto”
il ritmo suo proprio. Che consiste in una
straordinaria attiva esitazione.
Esitazione tra frammento e sistema, tra
frantumazione del dire e disegno del libro
possibile, tra margine e costruzione. Questa
esitazione ha, sul piano della prosa, la
stessa feconda necessità di un’altra esitazione:
la “hésitation prolongée”, per dirla con
Valéry, tra suono e senso, un’esitazione
che da Poe a Baudelaire a Mallarmé è servita
a definire la poesia stessa.
Quel
che davvero è messo in questione nella scrittura
dello Zibaldone è l’idea compiuta,
omogenea, restaurativa di opera.
Appunto: “je n’ai jamais fait d’ouvrage”.
Nella sospensione del dire, nel bianco che
separa un pensiero dall’altro, si rappresenta,
in figura, il limite del pensiero, il suo
incavo, il suo confine. Si mostra, insomma,
la finitudine come orizzonte e limite della
conoscenza. Ed è qui – in questa esposizione
del limite, in questo pensiero che sa guardare
il suo stesso confine, la sua impotenza,
il suo vuoto – la soglia in cui poesia e
filosofia si incontrano. Si potrebbe dire
che la scrittura dello Zibaldone
è essa stessa – nei suoi modi, nei suoi
procedimenti, nel suo ritmo – figura del
pensiero leopardiano. Del resto il pensiero
poetante – espressione con la quale
intitolai un mio libro sullo Zibaldone
– definisce allo stesso tempo un modo della
conoscenza e un modo della scrittura.
“… demeurer en repos dans
une chambre” (Pascal, Pensée, 39):
ci sono modi della scrittura che non tanto
la forma-libro quanto lo spazio di una stanza
possono raccogliere e definire. La severa
torre-biblioteca di Montaigne, con le sentenze
scritte sulle travi, la stanza di Pascal,
schermo contro il divertissement
della mente, la stanza di Valéry, visitata
dalla prima luce dell’alba, la stanza –
le stanze - dello Zibaldone leopardiano:
sui fogli si allineano pensieri, dalla biblioteca
degli antichi e dei moderni giungono idee,
versi, storie, una “conversation souveraine”
– per usare l’espressione di René Char –
prende voce e segno grafico, facendosi intrattenimento
e studio, margine e meditazione. In queste
stanze i pensieri sfuggono ai sistemi da
cui pure sono estratti, le letture si trasmutano
in un’esegesi che è insieme commento e invenzione,
filologia e racconto, i saperi si mostrano
come liberati dal loro disciplinamento,
dalle loro classificazioni, si contaminano
e interrogano e sovrappongono, la teoresi
si curva verso la narrazione, un ricordo
va a posarsi nel lucente tableau
di una definizione. Sul succedersi dei giorni
e delle stagioni si accampa l’interiorità
del soggetto scrivente, teatro mobilissimo,
esposto a mille variazioni di luce. La vita
non bussa da fuori, perché è già tutta dispiegata
tra le pareti della stanza, e ha in sé tutte
le sue spine e i suoi fantasmi. La scrittura
quotidiana diventa esercizio (“exercice
spirituel”, dirà Valéry), esplorazione di
se stessi: “je suis moy-mesmes la matiere
de mon livre”, dice Montagne sulla soglia
degli Essais, rivolto al lettore.
L’avventurosa peripezia tra le esperienze
e i saperi e le teorie e i sistemi e le
filosofie non ha che un approdo: se stesso
(“car c’est moy que je peins”, dice Montagne).
Le stesse forme dell’interlocuzione – in
Montagne come in Leopardi come in Valéry
– si rivolgono a parvenze di lettori che
spesso hanno le stesse postille di colui
che scrive. “La solitudine è il suo elemento
vitale”, dirà Auerbach a proposito di Montaigne,
ed è in questa solitudine che l’autore degli
Essais, per usare ancora un’immagine
di Auerbach, apprende a guidare il suo cavallo
“fino all’orlo dell’abisso”.
In questo esercizio quotidiano
di scrittura l’interrogazione della biblioteca,
l’escursione teorica, la stessa narrazione
non nascondono il disegno sotteso: attraverso
lo sguardo su di sé leggere l’altro e la
maglia dei rapporti che lo vincolano; e
ancora, reciprocamente, attraverso lo sguardo
sulla “condition humaine” – l’espressione
da Montaigne arriva a Pascal e da lui a
Leopardi, con in più una dilatazione dolente:
“l’universale miseria della condizione umana”
– attraverso lo sguardo sulla “condition
humaine”, mettere a nudo se stessi. Qui,
in questo disvelamento della nudità, si
congiunge la cura di sé degli antichi con
l’esplorazione della interiorità
dei moderni. Marco Aurelio e Montaigne appartengono
alla stessa disciplina. Appunto, Mon
coeur mis à nu: Baudelaire prenderà
da un passo di Marginalia di Poe
l’insegna sotto la quale raccogliere l’aspra
e amara e abbagliante meditazione per frammenti
(“mes Confessions”, dirà il poeta
in una lettera alla madre del 1 aprile 1861,
delineando il progetto del libro).
Nello Zibaldone leopardiano
la ricerca di questa nudità interiore ha
una sua particolare tessitura: si accosta
al romanzesco e se ne ritrae, spinge l’aneddoto
verso la narrazione distesa, innesta il
ricordo nella considerazione di costume,
dà alle immagini dell’infanzia, alla loro
ricordanza, l’attenuazione dell’exemplum,
sapendo tuttavia quanto amara e irreversibile
sia la loro lontananza. Memorie della
mia vita: l’intestazione, che accompagna
molti pensieri e apre una delle polizzine
non richiamate, convoca sotto di sé nell’estate
del 1827 i tanti frammenti disseminati nello
Zibaldone. Il campo, così delimitato,
di uno dei libri possibili, - possibili
e mai compiuti – mostra come narrazione
di sé e meditazione filosofica, attraversamento
delle stanze della memoria e disegno di
una filosofia – o antifilosofia – della
vita quotidiana siano operazioni assai prossime
e persino talvolta intrecciate. Sottratta
agli statuti dell’autobiografia e dei Memoires,
questa narrazione dell’esperienza si posa
negli interstizi di escursioni teoriche
e linguistiche, portando nella scrittura
quel vento della vita che distingue l’essai
dal trattato. In certo senso, l’autore di
essais fa sempre “théorie de soi-même”,
per dirla con Valéry, con il poeta, cioè,
che fa risalire alla prima educazione dello
sguardo, sul porto di Sète, la sua avventura
intellettuale: “Mon premier amour fut l’architecture
et celle des vaisseaux comme celle des édifices
terrestres…”.
Ma non è solo della propria
vita che l’autore di essais vuol
dare la rappresentazione. E’ la vita dei
viventi, di tutti i viventi – la lingua
della physis senziente e sofferente
– che nell’essai si fa scrittura,
fino a mostrare la vanità della scrittura
stessa, si fa pensiero fino a far percepire
il confine del pensiero, il suo sporgersi
sul nulla. E’ questo, poi, il cammino dello
Zibaldone leopardiano: forma della
scrittura e forma del pensiero hanno lo
stesso ritmo. E’ questa pulsazione di vita
la “verità” dell’essai, la sua intima
tensione, la sua forma: così come il giovane
Lukacs l’aveva descritta nel suo Die
Seele und die Formen, così come l’avevano
interpretata scrittori che sapevano ascoltare
il suono della vita nel cuore della forma:
Hofmannsthal, Benjamin. Quell’esperienza
della vita che nella lingua della poesia
si fa forma e ritmo, nella lingua dell’essai
è ricerca, cammino, interrogazione. Per
questo l’essai appare sospeso tra
scienza e poesia. Nello Zibaldone
leopardiano questo è vero anche nel senso
che la lingua della poesia ha un suo alveo,
dei punti di insorgenza, dei luoghi di rifrangenza.
E questo non solo per il movimento che va
dal notturno di Palazzo bello che apre la
prima pagina (“Era la luna nel cortile,
un lato / Tutto ne illuminava, e discendea
/ Sopra il contiguo lato obliquo un raggio…”)
alla meditazione teorica sulla lingua della
poesia, sui suoi statuti, sulla sua storia,
sulla sua traduzione. Ma anche per il dialogo
e per le corrispondenze che corrono tra
lo Zibaldone e i Canti. La
forma poi dell’aforisma, del “pensiero isolato”
– come sono definiti alcuni lemmi delle
polizzine per gli Indici del 1827
– si accentua nell’ultima parte dell’”immenso
scartafaccio”: per sancire, si potrebbe
dire, la definitiva frammentarietà, da che
è abbandonato ormai sia il progetto del
Dizionario filosofico sia forse anche
il progetto dei trattati; e la forma-libro
dei Pensieri si annuncia come la
più propria, così come più irrinunciabile
appare l’esercizio della poesia. Nel dilatarsi
contemporaneo del ventaglio di temi e della
distanza temporale frapposta tra pensiero
e pensiero, nell’accentuarsi del salto concettuale
e insieme della forma breve, del margine,
dell’aforisma, dell’annotazione veloce e
quasi improvvisa, è come se si annunciasse
la fine della scrittura: non si tratta tanto
di un’implosione della scrittura nel silenzio,
quanto piuttosto dell’attesa di una forma
che sottragga la scrittura al tempo del
discorso, del di-scorrere,
lasciandole tutta la profondità e lo spavento
e il limite del conoscere. E’ la poesia
questa forma del linguaggio, della conoscenza
del linguaggio? Anche se quest’attesa può
evocare il cammino di poeti-filosofi come
Novalis o come Hölderlin, di natura diversa
è la tensione e reciproca interrogazione
che nel pensiero leopardiano corre tra poesia
e filosofia. E tuttavia è proprio la poesia,
nel pensiero leopardiano, a compiere l’ultimo
balzo, per così dire. E’ la poesia a sporgersi,
nel cuore della finitudine, sul nulla che
delimita e anima e insidia il linguaggio.
La forma-essai, così
come traspare nelle pagine dello Zibaldone
– con il suo movimento che unisce narrazione
e critica, esegesi e indagine morale, curiositas
e ironia, journal intime e teoresi,
erudizione e meditazione, saveur
e savoir, direbbe Barthes – evoca,
tra altri modelli più prossimi a Leopardi
(da Madame De Lambert a Madame de Staël),
Montaigne e i suoi Essais. Il rapporto
di Leopardi con Montaigne appartiene all’ordine
delle corrispondenze nascoste e tuttavia
attive. Certo, nello Zibaldone Montaigne
ha poche presenze: nominato due volte in
un giudizio sui tempi di formazione della
lingua francese, ritorna in un passo del
23 ottobre 1828 (Zib. 4416) per una
frase del primo libro degli Essais
che Leopardi riporta mostrando come poi
essa sia ripresa in Pascal. La stessa frase,
priva del riferimento all’autore, era stata
già usata da Leopardi in un passo del ’21
(su questo si vedano le note dell’edizione
Pacella, vol. III, p. 744 e p. 1086). Ma,
al di là delle corrispondenze visibili –
lo stesso accade per un’altra grande presenza,
Vico – una raggiera di altre sostanziali
corrispondenze si mostra, come in una sinopia:
lo sguardo critico sulla civiltà europea
e sulle sue forme di autocelebrazione, l’attenzione
ad un’antropologia che si misura con la
traccia animale e guarda a se stessa da
punti di osservazione straniati, la conversazione
con gli antichi e la filosofia della vita
quotidiana, la natura per così dire esistenziale
dell’esegesi del classico, lo studio accurato
dei movimenti dell’io, il pensiero della
finitudine e della vanitas, il sapere
della morte, l’intreccio tra memoria soggettiva
e discorso morale.
“… en comptant toujours préluder…”
dice Leopardi nel passo citato della lettera
a Lebreton. Di che natura è questo preludio?
Gli è davvero estranea la referenza musicale?
Che cosa annuncia una scrittura costantemente
occupata a fare slittare un genere nell’altro,
una scrittura intenta, poeticamente e teoreticamente,
a praticare lo scarto formale insieme con
l’interrogazione ultima, mai acquietata
nella definizione? In quale senso è preludio
un’esperienza che ha portato il pensare
sulla vertigine del suo confine e ha fatto
della poesia l’estremo impalpabile profumo
nel deserto della vita e nel sapere della
mortalità? E’ forse a un modo della conoscenza
e, nello stesso tempo, a un modo della scrittura
che Leopardi accenna. Restare sulla soglia,
in quella parzialità che secondo Baudelaire
“ouvre le plus d’horizons”, accettare il
non-compimento, fermarsi al di qua dell’opera,
della sua pienezza, dei suoi convenzionali
statuti: e in questa discrezione e grazia
del sottrarsi che la conoscenza può evitare
la superficie logocentrica del discorso
e ascoltare quel che trascorre al di sotto
e al di qua e oltre la geografia dei saperi.
Già Montaigne aveva dichiarato il non compimento
come proposito e metodo della sua scrittura
(Essais, cap. L del primo libro).
Nello stesso spirito Valéry
dirà di volersi sottrarre ad ogni “achévement”,
perché esso è proprio del sistema, e dunque
è ben lontano dal metodo che egli intende
seguire, con “ostinato rigore”, nei suoi
Cahiers. I quali
egli definisce come « Essais,
Esquisses, Etudes, Ebauches, Brouillons,
Exercices, Tâtonnements ». E ancora,
“travail… de Penelope”, “Broderie”. Tutte
voci che ben si adatterebbero a una definizione
dello Zibaldone (Del resto molte
analogie corrono tra i tentativi di classificazione
della materia compiuti da Leopardi nel 1827
e quelli fatti da Valéry sulle 6900 pagine
dei suoi 261 quaderni: non a caso sia per
l’uno che per l’altro è in gioco, a un certo
punto, la prospettiva di un Dizionario
filosofico, modello Voltaire).
Il
preludio invita a guardare dalla soglia
della parzialità e del non compimento le
sconfinate regioni dell’inconoscibile: una
relazione corre tra questa soglia e la “mesta
landa” del notturno partenopeo, da cui lo
sguardo del poeta muove, nella Ginestra,
verso un’abissale fiammeggiante cosmologia.
Nel
preludio si dischiude l’interrogazione del
sapere, non il dominio sul sapere: la biblioteca
mostra l’ombra della vanitas, la
conoscenza il patto con il non-sapere, l’enciclopedia
la fragilità della sua pretesa universalistica.
L’annotazione
filologica, l’appunto al margine, la sequenza
etimologica, l’aforisma, il margine esegetico,
lo spunto polemico, il ricordo vanno a disporsi
in un orizzonte senza definizione, in un
teatro vuoto di scena: così nel bianco che
separa un pensiero dall’altro traspare il
mosaico impossibile, la tela interminabile.
I rinvii che l’autore dello Zibaldone
appone alle sue osservazioni, ai suoi appunti
(rinvii al passato e al futuro di una scrittura)
restano sospesi e anche le sequenze e i
campi discorsivi scrupolosamente previsti
nel lavoro sugli Indici, se disegnano
la mappa di alcuni libri possibili – libri
tuttavia di frammenti - danno a questa possibilità
tutta l’energia e la grazia di un’esitazione:
la verità di ciò che è sospeso, splendidamente,
nella sua incompiutezza. Anche la dislocazione
del proprio pensiero nell’anamorfosi di
un altro sguardo – con l’acquisto di un
punto di osservazione folgorante – permette
all’autore di sottrarsi alla compiutezza
della trattazione, restando per così dire
sul limitare di una riflessione che per
dirsi cerca uno schermo, una lontananza,
uno straniamento. Questo accade, ad esempio,
nella pagina 4175, dove la meditazione sul
male come respiro ed essenza dell’universo
si apre con la proposizione: “Si potrebbe
esporre e sviluppare questo sistema in qualche
frammento che si supponesse di un filosofo
antico, indiano ec.”. Un pensiero che si
sporge sull’estremo e che abita i confini
si affida dichiaratamente alla forma del
frammento e alla finzione di una lontananza
– storica e culturale – che è come uno sguardo
nello sguardo.
La
vertiginosa meditazione è seguita, lo stesso
giorno, prima dalla registrazione dell’uso
di avisé per accorto e di être
per osé (in Voltaire), poi dall’osservazione
su come le Odi di Anacreonte comunichino
un piacere “tanto fuggitivo, e così ribelle
ad ogni analisi, che per gustarlo, bisogna
espressamente leggerle con una certa rapidità
e con poca o ben leggera attenzione”. Così,
la considerazione sull’esistenza come male
e lo sguardo sulla sofferenza della physis
vivente (“Entrate in un giardino…”), l’osservazione
linguistica e la sottile percezione esegetica
si allineano, con i loro balzi di teoresi
e di pathos, di invenzione e di gusto,
sui fogli, stringendo nel loro cerchio di
conoscenza il tempo esteriore, consegnando
i giorni (dal 17 al 22 aprile 1822) e l’orizzonte
della città (Bologna) ad una trasmutazione
che la scrittura custodisce per un altro
tempo, il tempo del lettore. Di questi movimenti
vive la scrittura leopardiana dello Zibaldone.
Nessun genere può, per questo, raccoglierla,
nessuna classificazione la può davvero comprendere
e ordinare. Ma proprio in questa ostinata
sottrazione alle forme definite sta la sua
splendente necessità.
(Da
Lo Zibaldone 100 anni dopo. Composizione,
edizioni, temi.
Atti del X Convegno internazionale di studi
leopardiani,
Recanati-Porto Recanati, 14-19 settembre
1998, Leo-Olschki Editore)
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