VI.
IL SIGNORE DEI COCCODRILLI
Il
pubblico dei lettori che hanno acquistato una
copia di questo libro di chiacchiere distratte
troverà forse piacevole trascorrere un
quarto d'ora o venti minuti della propria giornata,
e dunque della propria vita, leggendo la sesta
chiacchiera distratta che qui si va a raccontare
di un uomo che chiameremo il Signore dei coccodrilli.
Il coccodrillo, come universalmente noto e come
del resto attestato e confermato dal Vocabolario
della Lingua italiana di Nicola Zingarelli
(decima edizione rielaborata a cura di centonove
specialisti diretti e coordinati da Miro Doglietti,
Luigi Rosiello e Paolo Valesio, Zanichelli Editore,
Bologna, 1970, pagina 355), è un "grosso
rettile anfibio tropicale con corpo molto lungo
e poderoso coperto da una salda corazza di scudi
ossei, fornito di coda lunga e robusta, testa
depressa e ampia bocca armata di numerosi denti
(Crocodilus vulgaris)". L'edizione italiana
dell' Enciclopedia Universale in quindici
volumi Rizzoli-Larousse, curata da Paolo Lecaldano
e Angelo Solmi (Rizzoli Editore, Milano, 1967,
volume quarto, pagina 231) aggiunge inoltre
che "i coccodrilli propriamente detti sono
ovipari: depongono in una buca scavata nella
sabbia da venti a trenta uova, lunghe 5-9 cm.,
dalle quali, dopo sette-otto settimane, nascono
i piccoli. Lunghi fino a 10 m., sono considerati
i giganti dei rettili attuali; vivono nei fiumi
delle regioni tropicali ed equatoriali dell'Asia,
dell'Africa e dell'America; stanno poco a terra
e trascorrono la maggior parte del giorno facendo
affiorare alla superficie solo il muso; spiano
così tutti gli altri animali, che afferrano
e affogano rapidamente, per poi divorarli lentamente.
Emanano un caratteristico odore di muschio.
Di solito, dopo il pasto, si distendono addormentati
sulla riva, a bocca aperta. E piccoli uccelli,
i pivieri, vi beccano i vermi, le sanguisughe
e i detriti di carne che rimangono tra i denti
e le gengive".
Il
Signore dei coccodrilli, però, del quale
vogliamo parlare, non è un esploratore
né uno studioso o esperto di rettili,
non lavora in un circo e non è quello
che si suol definire un domatore di bestie feroci.
Ed è forse il caso di aggiungere che
le notizie che abbiamo potuto rinvenire a proposito
della sua vita pubblica ma anche privata e privatissima
sono notizie che ci portano a dire che non è
nemmeno una persona abituata a piangere le cosiddette
"lacrime di coccodrillo", le quali,
in senso figurato, stanno a significare un "pentimento
simulato o tardivo". Così come possiamo
affermare e proclamare senza il benché
minimo timore di smentita che il Signore dei
coccodrilli non è il proprietario o il
gerente di un negozio di pelletteria, dove tra
le altre cose si vendono oggetti come borse
o borsette o portafogli o cinture o scarpe "di
coccodrillo" ("pelle conciata, pregiatissima,
dell'omonimo animale").
Chi
è dunque il Signore dei coccodrilli?
E' forse una persona che, per lavoro o per semplice
diletto, fa uso del coccodrillo inteso come
"pinzetta per eseguire collegamenti elettrici
provvisori"? E' forse una persona che,
anche in questo caso per lavoro o per qualche
sua strana inclinazione, si serve del coccodrillo
inteso e concepito come "carrello stradale
per trasporto di carri ferroviari"? Niente
di tutto questo. Le notizie che, sia detto per
inciso, abbiamo raccolto in anni e anni di dure
e severe ricerche e di lunghi ed estenuanti
appostamenti, ci consentono di mettere per iscritto,
senza alcuna paura di incorrere in errori o
abbagli, che il Signore dei coccodrilli non
ha mai avuto nulla a che fare con pinzette per
eseguire collegamenti elettrici provvisori o
con carrelli stradali per trasporto di carri
ferroviari.
Ci
sentiamo perciò in pieno diritto di comunicare
ai lettori che stanno leggendo queste nostre
chiacchiere che il Signore dei coccodrilli si
è meritato da parte nostra un simile
appellativo perché nel corso della propria
vita, trascorsa nella redazione di un giornale
che contava un discreto numero di lettori paganti
e di affezionati abbonati e di fedeli e munifici
e speranzosi inserzionisti, ha scritto centinaia
di coccodrilli. Il coccodrillo, infatti, in
gergo giornalistico, è la "biografia
di un personaggio vivente, aggiornata di continuo
e disponibile nell'archivio di un giornale per
un'improvvisa pubblicazione, spec. in caso di
morte".
Una
nostra illegittima ma certo perdonabile incursione
notturna nella casa o dimora o magione del Signore
dei coccodrilli ci ha peraltro permesso di venire
a conoscenza del suo archivio segreto personale,
conservato nel doppiofondo di un cesto situato
nel bagno (accuratamente arredato in stile old
fashioned) e adibito o preposto alla raccolta
della biancheria sporca e bisognosa di lavaggio.
In quell'archivio segreto abbiamo trovato o
rinvenuto i coccodrilli di una ventina circa
di persone ancora viventi, molto note nella
città nella quale abita il Signore dei
coccodrilli e anzi sue amiche, al punto tale
che, quando lo incontrano per le vie o nelle
piazze o in qualche interieur di rango,
gli stringono cordialmente la mano, ignare del
fatto che colui al quale stanno stringendo la
mano, con quella stessa mano ha scritto o perlomeno
digitato e magari inviato per e-mail
il loro coccodrillo che apparirà sul
giornale non appena saranno morte defunte.
La
vera ed autentica maestria del Signore dei coccodrilli
consiste però nella straordinaria capacità
di scrivere coccodrilli improvvisati. Se le
agenzie di stampa, ad esempio, battono la notizia
della morte di un qualsiasi uomo come si suol
dire non "della strada", il Signore
dei coccodrilli si mette subito al lavoro e
nel giro di pochi minuti riesce a confezionare
e a scodellare un coccodrillo di rara perfezione
stilistica, che tocca i picchi della commozione
quando il morto defunto in questione è
stato sia pur fuggevolmente conosciuto o incontrato
dal Signore dei coccodrilli, il quale si lascia
trasportare, con esiti di altissima poesia,
dall'onda del ricordo e della rievocazione.
Ma
se è vero, come disse una volta un grande
poeta a proposito di un altro grande poeta,
che non è sempre possibile essere grandi
poeti, è altrettanto vero, e lo diciamo
noi a proposito del Signore dei coccodrilli,
che non è sempre possibile essere il
Signore dei coccodrilli. Le ultime notizie che
siamo riusciti a raccogliere ci parlano infatti
di un Signore dei coccodrilli un po' stanco,
routinario, forse perfino svogliato. Un uomo,
insomma, che non pare più essere all'altezza
del proprio nome e della propria fama. E i suoi
coccodrilli lo testimoniano.
Scritti
più per dovere che non in nome di un
reale e genuino istinto creativo, sono sciatti,
incolori e prevedibili, e si trascinano stancamente,
riga dopo riga, appesantiti peraltro da una
retorica che sfiora (e talvolta oltrepassa)
le siepi minate del sentimentalismo. Si ha come
l'impressione, insomma, che il Signore dei coccodrilli
sia molestato da tristi presentimenti. Sappiamo
infatti, sempre grazie alle nostre ricerche,
che ha scritto un coccodrillo su se stesso,
firmandolo con uno pseudonimo o nom de plume
e aggiornandolo di anno in anno, ma naturalmente
non può avere la certezza che verrà
pubblicato il giorno dopo la sua morte. E questo,
è comprensibile, non gli dà pace.
Pare
che voglia comprarsi un nuovo portafogli, che
abbia cominciato ad interessarsi di collegamenti
elettrici provvisori. E legga manuali sui carrelli
stradali. E trattati sugli anfibi. E visiti
spesso - con gioia infantile - i rettilari.
Più volte, negli ultimi tempi, lo abbiamo
visto piangere tardive lacrime di pentimento,
e andare spesso al circo, e in vacanza nei paesi
tropicali. Non sono forse, cari lettori di queste
chiacchiere distratte, testimonianze di una
crisi profonda?
Se
la cosa potesse essergli d'aiuto, saremmo perfino
disposti a morire, come eroi che si sacrificano
sull'altare di un più alto dovere. Prima
di esalare l'ultimo respiro chiederemmo dello
champagne, come pare abbia fatto Cechov a Badenweiler,
e poi, sempre seguendo l'esempio del grande
russo, ci limiteremmo ad esclamare: "Muoio".
Ma le nostre ricerche, per quanto, come detto,
particolarmente assidue e precise, sembrano
testimoniare che il Signore dei coccodrilli
non ha mai preparato alcun coccodrillo che ci
riguarda, e che probabilmente mai lo scriverebbe.
O forse lo scriverebbe, certo, ma senza alcuna
poesia.
Si
tratterebbe dunque, come i lettori facilmente
comprenderanno, di un sacrificio inutile. Perché
porremmo fine alla nostra vita divorati dal
sospetto di aver vissuto senza alcuno scopo.
Frase, quest'ultima, con la quale però
siamo certi di aver posto fine alla sesta di
queste chiacchiere distratte.
VII.
FINE DEL MONDO
La
qui iniziante settima chiacchiera distratta
nasce dal presupposto che l'editore ha preteso
che l'autore immaginasse come potrebbe essere
secondo lui la fine del mondo e che conseguentemente
ne scrivesse al proposito. L'autore non immaginandosi
niente di preciso a proposito della fine del
mondo se non che, a suo personale parere, la
fine del mondo essendo un evento normalissimo
quotidiano che si ripete ogni giorno, ecco che
ha scritto quanto segue.
Bisogna
menzionare anzitutto un'ora serale e un lago
silenzioso e nerissimo, solcato da riflessi
di luce che salgono dalle profondità
e sembrano il richiamo di mondi lontani (espressione,
quest'ultima, che forse non ha molto significato
ma che l'autore ha ritenuto degno e opportuno
di mettere e lasciare per iscritto a motivo
di una sua certa musicalità interiore).
I profili delle montagne che circondano il lago
si stanno dissolvendo nel buio del cielo. All'orizzonte
c'è una lunga striscia rossastra, screziata
e sfilacciata, che sembra voler resistere all'oscurità.
Ma tra poco le tenebre la inghiottiranno anche
lei. Da tutto questo ne consegue che la città
che prende il nome dal lago che la bagna (o
forse è il contrario) ondeggia con le
sue luci e i suoi rumori come nell' imminenza
di una catastrofe.
In
secondo luogo non si può lasciare sottaciuto
il fatto che strane ombre si profilano agli
angoli delle vie e nei cortili, salgono dalle
grate, percorrono strisciando i marciapiedi
e si arrampicano lungo i muri. Ma nessuno le
vede. Nel tramestio e rincasìo dell'ora
serale, infatti, gli esseri umani sono persi
nel proprio vuoto interno e non prestano attenzione
alle apparenze che li circondano. O almeno così
pensa l'autore, che si ritiene un acuto osservatore.
E così la pensa molto probabilmente anche
l'editore, che in caso contrario avrebbe proposto
all'autore di espungere o cancellare il passo
nel quale l'autore non si è fatto problema
di usare termini come rincasìo
ed espressioni come vuoto interno.
Dal
momento, però, che l'autore si immagina
la fine del mondo come un evento normalissimo
e quotidiano, il lettore è invitato a
non lasciarsi trascinare dalla fantasia e ad
immaginare anche lui come potrebbe essere o
sembrare una sera come tante. E' giusto porsi,
al riguardo, domande del tipo: C'è
qualcosa di interessante alla televisione? E
al cinema? E' tutto pronto nel salone dei convegni?
Così come è altrettanto giusto
e doveroso immaginarsi la seguente sequela o
sequenza contemporanea di immagini: in piedi
di fronte allo specchio un giovane dandy si
prepara ad un incontro galante; nella sala parto
della divisione di ostetricia di un grandissimo
ospedale la giovane partoriente, dopo lungo
travaglio, riesce infine a dare alla luce il
tanto sospirato erede; nel reparto di rianimazione
(dipartimento di emergenza e terapia intensiva)
dello stesso grandissimo ospedale un giovane
muore in seguito alle ferite riportate in un
incidente automobilistico; un uomo ormai divorato
dal cancro viene nutrito tramite flebo in un
altro reparto di quello stesso grandissimo ospedale;
nel suo studio o atelier, arredato
con misurato décor aristocratico,
un intellettuale si appresta a spedire al giornale
locale un articolo che sarà pubblicato
sull'edizione del giorno dopo e che senza dubbio
susciterà un acceso ma civile dibattito.
Il
fatto, più volte accennato e ribadito,
che si tratti di una sera come tante, non esclude
d'altro canto l'insorgenza di un forte vento
di tramontana che percuote le cime degli alberi
spogli e poi passa oltre, urtando contro i muri.
Così come non è da escludersi
che sui tetti le tegole cigolino, che gli infissi
tremino rimandandosi sussurri e lamenti, che
il celebre centravanti realizzi un gol magnifico,
che il conferenziere si umetti le labbra ed
alzi lo sguardo verso la folla assiepata in
attesa della sua relazione, che le agenzie di
stampa dettino una notizia alla quale nessuno
presta attenzione, che la platea del teatro
cittadino sia percorsa da un fremito di ammirazione
quando il celebre attore, con il suo tipico
incedere, fa il suo ingresso in scena, che i
fili d'erba si pieghino ansimanti nei prati
di periferia, che un convoglio passi come un
miraggio sul vecchio viadotto ferroviario, che
nelle viscere della terra i liquami e i rigagnoli
del sottosuolo si infiltrino nelle fondamenta
delle case, e che anche i morti sembrino volersi
destare dal loro sonno e inseguire la vita che
non hanno vissuto (l'editore, al proposito,
ha permesso all'autore di riassumere quest'ultimissima
parte con la parola rimorso).
Passano
le ore. Finisce la conferenza, il celebre attore
viene acclamato al termine della rappresentazione,
l'atteso articolo o commento o editoriale che
si potrà leggere sul giornale del giorno
dopo viene composto e impaginato, il dandy è
tornato dall'incontro galante, il piccolo e
tenero frutto dell'amore è stato sistemato
nella culla, il giovane deceduto in seguito
all'incidente stradale è stato composto
nella bara, il malato di cancro nel suo letto
di morte è insonne e livido e madido
di sudore.
Il vento cala. Le cime degli alberi spogli si
allungano verso il cielo, senza alcun movimento.
La luce della luna disegna lame lattiginose
lungo i dorsi dei muri delle case e dei palazzi,
nei prati di periferia i fili d'erba hanno ricominciato
a respirare il quieto e benevolo respiro della
terra. Anche sul vecchio viadotto ferroviario
è calato il silenzio. Passato anche l'ultimo
treno. Un gatto randagio attraversa guardingo
le rotaie. Nelle case abbandonate lungo la ferrovia
i topi in amore squittiscono voluttuosi, i ragni
tessono pazientemente le proprie tele, piccoli
insetti parlano e si confidano nel loro incomprensibile
linguaggio. Assiepati nelle loro case, gli esseri
umani dormono.
Poi
il lago comincia ad incresparsi, i profili delle
montagne si orlano di un viola tenue, evanescente,
appena tratteggiato. E poi non succede più
niente, se non che comincia un altro giorno
e, con il permesso dell'editore, finisce la
settima chiacchiera distratta che forse poi
non vorrà neanche dire questo granché.
VIII.
NIENTE DA DIRE
L'ottava
chiacchiera distratta che qui comincia si intitola
Niente da dire ma in realtà a ben
vedere dice qualcosa nel senso che racconta
la storia di uno scrittore che ad un certo punto
della sua vita ha deciso di non scrivere più
niente e di fatto non ha scritto più
niente. La sua cosiddetta biografia nasce, come
lo scrittore stesso peraltro, in una città
lacustre, dove lo scrittore non ancora scrittore
trascorre la sua adolescenza per trasferirsi
poi in altre città più grandi
dove comincia a guadagnarsi dei soldi lavorando
qua e là e soprattutto comincia a scrivere.
Inizialmente sono poesie, pubblicate sul supplemento
o allegato domenicale di un giornale quotidiano,
in seguito sono brevi prose e di nuovo poesie
e anche romanzi, che lo scrittore ormai scrittore
scrive in una grande città straniera
ottenendo un non trascurabile successo. Nella
città straniera dove ha scritto i romanzi
che hanno ottenuto un non trascurabile successo
lo scrittore trascorre alcuni anni scrivendo
altre brevi prose e altre poesie che vengono
pubblicate con un successo questa volta davvero
trascurabile. Decide allora di tornare nella
propria città lacustre di nascita, dove
vive in una pensione o albergo in una camera
a poco prezzo, continuando a scrivere ma con
un successo sempre più trascurabile,
al punto tale che le sue condizioni finanziarie
si fanno precarie e a volte, nei mesi invernali,
lo costringono a tenere la stufa o il riscaldamento
accesi solo per poche ore o addirittura completamente
spenti. Dopo aver trascorso alcuni anni nella
sua città lacustre di nascita si trasferisce
nella capitale della nazione, che dista non
molti chilometri dalla sua città lacustre
di nascita, e nella capitale, dove cambia spesso
indirizzo o luogo di residenza, scrive molte
cose che molto spesso non vengono pubblicate,
oppure scrive molte cose semplicemente per il
gusto o piacere o disperazione di scriverle,
senza pensare ad una eventuale pubblicazione.
Tra queste molte cose scritte nella capitale
c'è anche un romanzo che verrà
pubblicato solo dopo la sua morte insieme alle
molte altre cose che forse aveva scritto solo
per il gusto o piacere o disperazione di scriverle.
Vive da solo, non ha frequentazioni, le sue
condizioni finanziarie sono fluttuanti, vale
a dire che a volte ha dei soldi a disposizione
e altre volte - più spesso - ne ha pochi
o non ne ha del tutto. Comincia a sentire delle
voci, ad avere delle allucinazioni, vorrebbe
uccidersi ma non ne trova la forza o il coraggio
o la felicità, e allora, in un giorno
di gennaio presumibilmente freddissimo, viene
portato o condotto in un istituto per la cura
delle malattie della mente, dove vive per circa
quattro anni non da cosiddetto malato di mente
quanto piuttosto da cosiddetta persona sana,
al punto che scrive con una certa assiduità,
molte prose e soprattutto poesie. In seguito
però accadono altri eventi che lo costringono
a venire trasferito o condotto in un altro istituto
per la cura delle malattie della mente. L'istituto
si trova in una zona o regione particolarmente
affascinante dal punto di vista geografico o
paesaggistico, con molte colline verdeggianti,
alberi, erba, pianori raramente strapiombanti,
e all'orizzonte alcune montagne di rara bellezza.
Lo hanno definito malato di una cosiddetta malattia
della mente, ma lui continua a comportarsi come
una cosiddetta persona sana. L'unica cosa che
colpisce in questa sua biografia è il
fatto che smette completamente di scrivere.
Più niente di cosiddetto letterario:
più nessun racconto, nessuna prosa, nessuno
schizzo, nessuna poesia, nessun componimento
in parole o versi. Solo qualche lettera, molto
breve, a voler comunicare il minimo indispensabile,
e per il resto silenzio. Vive per circa ventitré
anni in questa situazione o condizione, e alla
fine, ormai anziano, muore passeggiando nella
neve. Come scrittore è un totale sconosciuto;
come essere umano, quasi. Al suo funerale, nel
freddo presumibilmente pungente di una giornata
di fine anno, ci sono poche persone. Quando
anche queste poche persone moriranno, si potrebbe
pensare, anche lui sarà morto per sempre
e definitivamente. E invece accade che le sue
opere in versi e soprattutto in prosa vengono
riscoperte e pubblicate prima da un editore
di media grandezza e poi da un editore di grande
importanza internazionale. Molte persone di
studio cominciano a parlare e a scrivere di
lui, dicendo e scrivendo tante cose di tanta
intelligenza e riflessione e meditazione. Vent'anni
dopo la sua morte viene ormai già considerato
come un classico, e il numero delle persone
di studio che meditano sulle sue pagine e righe
e parole aumenta sempre più, qualcuno
addirittura riesce anche a guadagnare dei soldi
e a farsi una posizione di grande meditatore
intellettuale, dai pensamenti molto acuti, al
punto tale che molti altri meditatori intellettuali
si rivolgono a lui per avere delucidazioni e
chiarimenti sulla vita e sull'opera del povero
scrittore morto povero e dimenticato. Nella
città lacustre dove è nato e cresciuto
la casa dove è nato non c'è più,
c'è un negozio di scarpe o di accessori
pedestri, ma le autorità intellettuali
meditanti del luogo attaccano lo stesso una
targhetta che dice quello che dicono di solito
targhe o targhette del genere. E poi passano
ancora alcuni anni e cresce il numero dei meditatori
della sua opera, che dicono tante cose di tanta
intelligenza sulle righe e sulle parole del
povero scrittore morto povero. Vengono trovate
le molte cose che aveva scritto non per pubblicarle
ma solo per il semplice gusto o piacere o disperazione
di scriverle, e siccome sono scritte a matita
con una grafia minuscolissima e praticamente
incomprensibile, vengono decifrate e pubblicate
con grandi squilli di fanfare intellettuali
e meditanti. Sono sempre di più in numero
maggiore gli uomini e donne di pensiero intellettuale
che vogliono dire e dicono qualcosa sulla sorte
e sull'opera del povero scrittore morto povero,
che in una sua poesia scritta poco prima di
non dire più nulla aveva detto di non
avere più nulla da dire, che non voleva
avere successo perché gli piaceva rimanere
anonimo come uno tra i tanti che sono in giro
per il mondo e che se anche scrivono non sono
mica poi più importanti degli altri che
non scrivono e che fanno altre cose. Ma i meditatori
intellettuali pensano nei loro pensamenti di
grandi meditatori che chi scrive sia più
importante degli altri, e continuano a dire
qualcosa sul povero scrittore che non aveva
più nulla da dire. Che se anche loro
si accorgessero che a volte non c'è nulla
da dire chissà anche il povero scrittore
ormai ridotto in cenere sarebbe contento. Speranza,
questa, che chiude l'ottava chiacchiera distratta,
nella quale forse si è detto fin troppo
ma in fondo era necessario per far capire o
per dare ad intendere che a volte non c'è
niente da dire o che più forsemente non
c'è più niente da dire in assoluto
se non ci si vuole perdere in cialtronìe
di uomini troppo pensanti e meditanti che poi
alla fine muoiono anche loro con tutti i loro
pensamenti che non sono poi mica immortali neanche
quelli.
IX.
CIALTRONIA
Lo
scopo senza dubbio un po' pretenzioso di questa
nona chiacchiera distratta consiste nel tentativo
di condurre idealmente i lettori nel Regno o
Repubblica di Cialtronia, un Regno o Repubblica
dalle dimensioni sconfinate e popolato da un
numero esorbitante di abitanti (l'editore ha
concesso all'autore la facoltà di mettere
per iscritto la precedente allitterazione esorbitante-abitanti,
ma lo ha anche per così dire messo in
guardia dal ripeterne di simili). Il Regno o
Repubblica di Cialtronia è una nazione
o stato nel quale tutti parlano senza avere
nulla da dire, col risultato che parlano senza
dire nulla. Nel Regno o Repubblica di Cialtronia
i cosiddetti posti di comando intellettuale
sono gestiti o ad appannaggio di individui che
si sono fatti largo solo in virtù della
loro più o meno innata capacità
di parlare molto senza dire nulla, mentre tutti
gli altri sono ridotti o costretti ai margini
della cosiddetta vita civile. E anzi, a proposito
dell'appena -con il permesso dell'editore- utilizzato
aggettivo civile, ci possiamo forse
permettere a questo punto di introdurre ulteriormente
i lettori nel Regno o Repubblica di Cialtronia
parlando dei vari tipi di cialtroni che popolano
appunto il Regno o Repubblica di Cialtronia.
Ci sentiamo anzitutto in dovere di parlare di
quelli che definiremo come cialtroni civili.
Il cialtrone civile è il cialtrone che
potenzialmente è sempre cialtrone ma
che di fatto diventa cialtrone solo in alcune
specifiche circostanze della sua vita o esistenza
di cialtrone potenziale. Ne consegue che i cialtroni
civili non sono particolarmente pericolosi,
perché le loro cialtronerie sono limitate
a luoghi e tempi ben definiti, e influiscono
su una parte molto ristretta della popolazione.
Si potrebbe anche dire, in altri termini, che
il cialtrone civile è un cialtrone che
consuma la propria cialtroneria all'interno
delle cosiddette quattro mura domestiche o appunto,
come già accennato, in ambienti molto
ristretti, come ad esempio di fronte a qualche
avvenimento sportivo trasmesso dalla televisione
e visto e commentato in compagnia dei suoi amici
anche loro cialtroni civili. Tutt'altro discorso,
invece, vale per definire coloro che in questa
nona chiacchiera distratta abbiamo già
annunciato di voler definire cialtroni industriali
o aziendali. Il cialtrone industriale o aziendale,
infatti, a differenza del cialtrone civile,
è un cialtrone che è sempre cialtrone,
sia nelle manifestazioni della vita privata
sia in quelle della vita pubblica, intendendosi
come manifestazioni della vita pubblica ad esempio
il parlare in televisione o per radio o soprattutto
lo scrivere sui giornali quotidiani o settimanali
o mensili volendo chiarire agli altri cioè
ai lettori il senso del mondo prendendo spunto
da una qualche vicenda di cronaca o da qualche
cosiddetto evento culturale-intellettuale. Il
cialtrone industriale o aziendale è per
natura ottimista e parte dal presupposto di
aver dentro di sé, nel luogo o recipiente
della cosiddetta anima, una roccia contro la
quale tutte le tempeste o marosi della vita
si infrangeranno senza provocare danno alcuno.
La qual cosa, naturalmente, viene continuamente
negata nella maniera più chiara ed evidente
possibile dalla vita stessa, che ogni giorno
ed ogni ora e a volte ogni minuto scaglia addosso
agli esseri umani del Regno o Repubblica di
Cialtronia ed alla loro anima marosi e tempeste
che lasciano segni durissimi e alla fine conducono
alla morte. Che esiste - la morte- naturalmente
anche nel Regno o Repubblica di Cialtronia,
ma che viene accuratamente sottaciuta dai cialtroni
industriali o aziendali, che quando ne parlano
nei loro commenti da sapienti sproloquioni che
sanno tutto del passato, del presente e anche
del futuro, la infiorettano con metafore tanto
ardite da far nascere nei lettori dei loro commenti
il sospetto e a volte perfino la certezza che
la morte non esiste o che, se anche esiste,
non è altro che una metafora. Una delle
caratteristiche fondamentali di quello che abbiamo
definito come cialtrone industriale o aziendale
consiste insomma nel non avere il benché
minimo senso della realtà, vale a dire
della vita quotidiana che accade ogni giorno
e che è spessissimamente amara, crudele,
dolorosa, tormentosa e causa di fortissime malinconie
e struggimenti. Il cialtrone industriale o aziendale
non conosce malinconie o dolori o struggimenti.
Per lui, infatti, la realtà è
soltanto l'oggetto di un commento o di un opinione
sul senso del mondo, perché come già
accennato avendo il cialtrone industriale o
aziendale la pretesa di sapere tutto e spiegare
tutto, ecco che comunica questa sua pretesa
ai lettori, che a furia di leggere i commenti
di quelli che sanno tutto e spiegano tutto alla
fine pensano anche loro di poter sapere tutto
e spiegare tutto, col risultato che il Regno
o Repubblica di Cialtronia diventa uno stato
totalitario dove tutti sanno tutto e tutti spiegano
tutto. Certo, anche nel Regno o Repubblica di
Cialtronia esistono i cosiddetti luoghi del
dolore, dove gli esseri umani soffrono e muoiono,
così come accadono quotidianamente incidenti
stradali o altri cosiddetti sinistri che provocano
la morte pressoché immediata di coloro
che vi rimangono coinvolti, ma i cialtroni industriali
o aziendali, nei loro commenti, riescono sempre
infallibilmente a trasformare tutto in metafora,
in modo tale che chi legge i loro commenti è
portato a pensare se non addirittura a credere
che anche il dolore, la sofferenza ed i cosiddetti
sinistri che possono causare la morte non sono
altro che metafore o parole scritte sulla carta.
E a proposito di carta c'è da dire che
nel Regno o Repubblica di Cialtronia sono portati
in grande considerazione i cialtroni industriali
o aziendali che hanno letto tanti libri e di
conseguenza si sentono in diritto di aver capito
tutto della vita, e che come seconda conseguenza
(la prima consiste appunto nel sentirsi in diritto
di aver capito tutto della vita) scrivono dei
libri nei quali comunicano ai lettori che loro,
gli scrittori industriali o aziendali, hanno
capito tutto della vita, e danno consigli su
come la si dovrebbe vivere, loro, gli scrittori
industriali o aziendali, che pensano o anzi
sono sicuri che la vita è una metafora
e che anche la morte lo sia. Ne consegue che
nel Regno o Repubblica di Cialtronia si vive
una vita completamente artificiale, fatta di
parole che si richiamano le une con le altre
ma che non dicono nulla, nel senso che non dicono
nulla della vita quotidiana che accade ogni
giorno, e che dicono piuttosto cose vaghe di
un'altra vita che esiste solo nelle parole ma
che appunto precisamente non è la vita
quotidiana di ogni giorno. Un visitatore che
facesse il proprio ingresso entro il territorio
del Regno o Repubblica di Cialtronia (ma è
naturalmente impossibile, perché il Regno
o Repubblica di Cialtronia ospita tutti gli
esseri umani viventi e anche quelli già
morti e anche quelli destinati a nascere) troverebbe
forse, a prima vista, che tutti gli abitanti
del Regno o della Repubblica sono felici, e
potrebbe essere portato a pensare che la morte
effettivamente non esiste o che, se esiste,
è solo una metafora. Pare del resto che,
una volta scaraventati nel Regno o Repubblica
di Cialtronia, gli esseri umani decidano di
restarci il più a lungo possibile, perché
nel giro o nell'arco di poco tempo maturano
per così dire la certezza che nel Regno
o Repubblica di Cialtronia tutto non è
altro che una metafora, e che di conseguenza
è bello e piacevole vivere in un luogo
dove tutto è metafora. Abbiamo detto
prima che il Regno o Repubblica di Cialtronia
è uno stato totalitario. Non, però,
nel senso che i lettori possono forse avere
compreso di uno stato totalitario dove manca
la libertà. La libertà, infatti,
nel Regno o Repubblica di Cialtronia, è
assoluta e totale, talmente assoluta e talmente
totale che gli abitanti del Regno o Repubblica
di Cialtronia non sanno nemmeno di essere liberi,
dal momento che anche la libertà, come
la vita e la morte, non è altro che una
metafora. Nel luogo in cui tutti sanno tutto
e spiegano tutto, tutti sono liberi di sapere
tutto e spiegare tutto, e lo fanno con parole
che però non dicono niente, con la conseguenza
che tutti sanno tutto e spiegano tutto ma non
dicono niente e dunque non sono neanche liberi,
la libertà infatti consistendo forse
nella possibilità di parlare dicendo
qualcosa, ma se ogni cosa che si dice non è
altro che una metafora, ne consegue appunto
come già sopra accennato che anche la
presunta libertà è una metafora,
e di conseguenza ovviamente non è una
vera libertà ma solo una metafora. Accanto
ai cialtroni civili ed ai cialtroni industriali
o aziendali c'è inoltre una terza e ultima
categoria di cialtroni, una categoria della
quale fanno parte i cosiddetti cialtroni contestatori,
vale a dire coloro che si sono resi conto che
nel Regno o Repubblica di Cialtronia tutto è
metafora e vorrebbero farlo capire agli altri.
Ma servendosi ovviamente anche loro di parole
per far capire agli altri che le parole non
dicono niente, ne consegue appunto che anche
loro non dicono niente, e che la loro contestazione
è una contestazione sterile, che non
conduce a nulla se non all'incremento di parole
scritte. Si potrebbe dire, in altri termini,
che essendo la loro contestazione fatta di parole,
la contestazione stessa diventa una metafora
e diventa una cosa irreale come la vita, la
morte e la libertà. Così come
una metafora, probabilmente, è anche
questo viaggio nel Regno o Repubblica di Cialtronia
che abbiamo compiuto servendoci di parole in
questa nona chiacchiera distratta. Che si chiude
dunque con questo dubbio che anch'esso forse
è una metafora e quindi non esiste come
del resto tutto in realtà non esiste
ma è solo metafora.
X.
NIENTE DA DIRE
La
decima ed ultima chiacchiera distratta, che
con gioia di alcuni lettori ma sperabilmente
anche con rincrescimento di altri chiude questo
libro di chiacchiere distratte, non è
in realtà una vera e propria chiacchiera
distratta quanto piuttosto la riproduzione più
o meno fedele ed attendibile di una lettera
che uno scrittore o poeta in crisi ricevette
non si sa quanti anni fa da un suo carissimo
amico e sostenitore e forse anche amante. Ma
quest'ultima cosa in fondo non ci interessa
e quindi la tralasciamo giudicandola appunto
poco importante se non del tutto secondaria,
e passiamo subito quindi a riprodurre il testo
della lettera, a proposito della quale è
invece importante dire che non è importante
dire e far sapere come ne siamo venuti in possesso.
Caro
Annurchio,
la
scorsa estate, quando abbiamo trascorso quelle
indimenticabili settimane alla Locanda del
Ramarro, immersi nei colori e nella quiete
della natura, ho notato in te l'insorgere dei
primi segni di quella crisi che adesso, in pieno
autunno, pare affliggere il tuo animo e soffocare
la tua forza creativa. Ricordo infatti che già
alla Locanda del Ramarro, seduti a
quel tavolo di legno sul quale si dice che un
famoso poeta tedesco o inglese abbia cambiato
o modificato radicalmente e sostanzialmente
la punteggiatura di una delle sue opere più
famose, tu mi facevi amabilmente notare, con
la tua voce profonda e suadente, che i tuoi
parti poetici e narrativi non erano più
portati in grande considerazione, e che i critici
ti rinfacciavano di aver tradito l'alta missione
della narrativa e della poesia sacrificandola
sull'altare del successo commerciale, che in
parte, è vero, ti ha arriso, ma non ha
poi mutato di molto la tua (e di conseguenza
la mia) situazione finanziaria, visto e considerato
che ci siamo appunto trovati costretti a trascorrere
le vacanze estive alla Locanda del Ramarro,
un posto piacevole, immerso nei colori e nella
quiete della natura, ma certo non paragonabile
a quegli alberghi a cinque e a volte anche a
più di cinque stelle nei quali eravamo
soliti pernottare quando tu, ricordi?, eri impegnato
in qualche giro o tour di letture e
le spese ovviamente non erano a carico nostro
quanto piuttosto a carico di qualche munifica
associazione istituita al fine o scopo di promuovere
o incentivare la divulgazione della cultura
e in particolare delle belle lettere.
No,
caro Annurchio, tu non hai sacrificato la tua
più intima vena creativa sull'altare
del successo commerciale, no, tu sei rimasto
sempre lo stesso, nel senso che per capire una
tua poesia o un tuo testo narrativo bisogna
leggerli almeno venti volte, e anche dopo che
li si è letti venti volte non si è
del tutto sicuri di averli capiti, e questo,
caro Annurchio, credimi, costituisce la prova
inequivocabile del fatto che tu sei comunque
rimasto te stesso, che non ti sei venduto e
prostituito, come i critici credono di poter
dire, al cosiddetto scrivere semplice. No, caro
Annurchio, tu hai scritto e continui a scrivere
cose che non tutti possono capire, e quindi,
lasciatelo dire, non devi lamentarti. Credo
infatti che la tua sia una crisi passeggera,
e che in qualche modo possa esserti perfino
utile per scrivere cose sempre più belle
e incomprensibili, come ad esempio la poesia
che Il dopolavoro, un quotidiano che
continua comunque a conservare un'ineccepibile
linea editoriale, ha pubblicato sul supplemento
domenicale di due domeniche fa. Un poeta che
scrive una poesia del genere è forse
un poeta in crisi? E un narratore che scrive
un racconto come il tuo Sasso leucocita, pubblicato
nella bella antologia degli scrittori che vivono
in case che hanno il numero civico dispari,
ecco, un narratore del genere, capace di farsi
letteralmente beffe del linguaggio e di riplasmarlo
quasi ad ogni frase con esiti di assoluta e
beatificante incomprensibilità, un narratore
del genere, dicevo, lo si può forse considerare
in crisi? Del resto, non puoi non ammetterlo,
le Edizioni Carambola hanno appena ristampato
le tue opere degli esordi -quei versi aspri,
dolorosi, che hanno l'inestimabile pregio di
usare termini difficilissimi per descrivere
gli oggetti più semplici- e hanno in
programma anche la ristampa delle tue opere
della maturità e perfino i tuoi testi
saggistici, soprattutto quei tuoi memorabili
scritti sulla virgola nella letteratura del
settecento e sul punto e virgola come sintomo
del disagio esistenziale nella letteratura che,
sul finire dell'ottocento, ha vissuto il crollo
dei grandi sistemi di valori sui quali si reggeva
il mondo.
È
vero, caro Annurchio, recentemente hai scritto
poco, ma anche questo non deve essere per te
un problema. Lasciali scrivere, gli altri, lasciali
girare il mondo a spese altrui, tanto sarà
il tempo a giudicare, e il tempo, come ben sai,
è un giudice equo e imparziale. Le istituzioni
culturali non ti invitano più? Ti trovi
costretto a fare giri di letture sempre più
limitati nello spazio, nel tempo e nelle risorse
finanziarie? Non crucciartene. Tra cento anni,
ne sono assolutamente sicuro, le tue opere saranno
considerate come dei piccoli classici, e qualche
critico, pensando alla tua produzione successiva
alla cosiddetta fase della maturità,
parlerà delle tue poesie e dei tuoi racconti
come di perle che tu lasciavi cadere di tanto
in tanto, così, come per caso. Degli
altri, invece, non rimarrà nulla, se
non qualche breve citazione in qualche nota
a piè di pagina o in qualche indice analitico.
Ti sembra forse poco, questo? Fatti coraggio,
dunque, cerca di scrivere sempre in maniera
complicata, e ripensa a quei bei giorni d'estate
alla Locanda del Ramarro, quando credevi
ancora che la narrativa e la poesia fossero
cose importanti, e che il mondo ruotava intorno
a quelli che come te scrivono cose tanti belle
e tanto difficili. Forse, non so, è stato
proprio a quel tavolo sul quale il famoso poeta
si era dato da fare con la punteggiatura che
sono emersi i primi sintomi della tua crisi.
'Lì non doveva mettere la virgola', dicevi,
'lì ci voleva piuttosto un punto o quantomeno
(sì, questo lo ricordo bene, hai detto
proprio quantomeno) un punto e virgola,
perché il ritmo della frase ne avrebbe
guadagnato in elasticità e...'.
Qui
si chiude la quarta pagina scritta a mano dall'amico
e sostenitore ed ammiratore del poeta. Non ci
è stato possibile venire in possesso
della restante parte del documento, non sappiamo
nulla della sua lunghezza e nulla del suo eventuale
contenuto. Le uniche cose che sappiamo con certezza
sono: che il poeta o scrittore in crisi, un'ora
dopo aver ricevuto la lettera che qui sopra
abbiamo in parte riprodotto, si è impiccato
ad un albero che si trovava poco distante dalla
sua casa e che lo aveva spesso ispirato; che
del suo amico, ammiratore, sostenitore e quant'altro,
da quel momento in poi non si è saputo
più nulla. Due certezze, queste, con
le quali poniamo fine non solo e non tanto alla
decima chiacchiera distratta quanto piuttosto
a tutte le dieci chiacchiere distratte. Che
se poi i lettori si sono divertiti a leggerle
considerandole appunto chiacchiere distratte
infinitamente serie e niente più, allora
anche l'autore sarò contento e potrebbe
anche mettersi a pensarne altre per il futuro
che verrà.
(III
- Fine)