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 Chiacchiere distratte/ 3
  di Mattia Mantovani

         VI. IL SIGNORE DEI COCCODRILLI

di Emiliano Pireddu         Il pubblico dei lettori che hanno acquistato una copia di questo libro di chiacchiere distratte troverà forse piacevole trascorrere un quarto d'ora o venti minuti della propria giornata, e dunque della propria vita, leggendo la sesta chiacchiera distratta che qui si va a raccontare di un uomo che chiameremo il Signore dei coccodrilli. Il coccodrillo, come universalmente noto e come del resto attestato e confermato dal Vocabolario della Lingua italiana di Nicola Zingarelli (decima edizione rielaborata a cura di centonove specialisti diretti e coordinati da Miro Doglietti, Luigi Rosiello e Paolo Valesio, Zanichelli Editore, Bologna, 1970, pagina 355), è un "grosso rettile anfibio tropicale con corpo molto lungo e poderoso coperto da una salda corazza di scudi ossei, fornito di coda lunga e robusta, testa depressa e ampia bocca armata di numerosi denti (Crocodilus vulgaris)". L'edizione italiana dell' Enciclopedia Universale in quindici volumi Rizzoli-Larousse, curata da Paolo Lecaldano e Angelo Solmi (Rizzoli Editore, Milano, 1967, volume quarto, pagina 231) aggiunge inoltre che "i coccodrilli propriamente detti sono ovipari: depongono in una buca scavata nella sabbia da venti a trenta uova, lunghe 5-9 cm., dalle quali, dopo sette-otto settimane, nascono i piccoli. Lunghi fino a 10 m., sono considerati i giganti dei rettili attuali; vivono nei fiumi delle regioni tropicali ed equatoriali dell'Asia, dell'Africa e dell'America; stanno poco a terra e trascorrono la maggior parte del giorno facendo affiorare alla superficie solo il muso; spiano così tutti gli altri animali, che afferrano e affogano rapidamente, per poi divorarli lentamente. Emanano un caratteristico odore di muschio. Di solito, dopo il pasto, si distendono addormentati sulla riva, a bocca aperta. E piccoli uccelli, i pivieri, vi beccano i vermi, le sanguisughe e i detriti di carne che rimangono tra i denti e le gengive".
         Il Signore dei coccodrilli, però, del quale vogliamo parlare, non è un esploratore né uno studioso o esperto di rettili, non lavora in un circo e non è quello che si suol definire un domatore di bestie feroci. Ed è forse il caso di aggiungere che le notizie che abbiamo potuto rinvenire a proposito della sua vita pubblica ma anche privata e privatissima sono notizie che ci portano a dire che non è nemmeno una persona abituata a piangere le cosiddette "lacrime di coccodrillo", le quali, in senso figurato, stanno a significare un "pentimento simulato o tardivo". Così come possiamo affermare e proclamare senza il benché minimo timore di smentita che il Signore dei coccodrilli non è il proprietario o il gerente di un negozio di pelletteria, dove tra le altre cose si vendono oggetti come borse o borsette o portafogli o cinture o scarpe "di coccodrillo" ("pelle conciata, pregiatissima, dell'omonimo animale").
         Chi è dunque il Signore dei coccodrilli? E' forse una persona che, per lavoro o per semplice diletto, fa uso del coccodrillo inteso come "pinzetta per eseguire collegamenti elettrici provvisori"? E' forse una persona che, anche in questo caso per lavoro o per qualche sua strana inclinazione, si serve del coccodrillo inteso e concepito come "carrello stradale per trasporto di carri ferroviari"? Niente di tutto questo. Le notizie che, sia detto per inciso, abbiamo raccolto in anni e anni di dure e severe ricerche e di lunghi ed estenuanti appostamenti, ci consentono di mettere per iscritto, senza alcuna paura di incorrere in errori o abbagli, che il Signore dei coccodrilli non ha mai avuto nulla a che fare con pinzette per eseguire collegamenti elettrici provvisori o con carrelli stradali per trasporto di carri ferroviari.
         Ci sentiamo perciò in pieno diritto di comunicare ai lettori che stanno leggendo queste nostre chiacchiere che il Signore dei coccodrilli si è meritato da parte nostra un simile appellativo perché nel corso della propria vita, trascorsa nella redazione di un giornale che contava un discreto numero di lettori paganti e di affezionati abbonati e di fedeli e munifici e speranzosi inserzionisti, ha scritto centinaia di coccodrilli. Il coccodrillo, infatti, in gergo giornalistico, è la "biografia di un personaggio vivente, aggiornata di continuo e disponibile nell'archivio di un giornale per un'improvvisa pubblicazione, spec. in caso di morte".
         Una nostra illegittima ma certo perdonabile incursione notturna nella casa o dimora o magione del Signore dei coccodrilli ci ha peraltro permesso di venire a conoscenza del suo archivio segreto personale, conservato nel doppiofondo di un cesto situato nel bagno (accuratamente arredato in stile old fashioned) e adibito o preposto alla raccolta della biancheria sporca e bisognosa di lavaggio. In quell'archivio segreto abbiamo trovato o rinvenuto i coccodrilli di una ventina circa di persone ancora viventi, molto note nella città nella quale abita il Signore dei coccodrilli e anzi sue amiche, al punto tale che, quando lo incontrano per le vie o nelle piazze o in qualche interieur di rango, gli stringono cordialmente la mano, ignare del fatto che colui al quale stanno stringendo la mano, con quella stessa mano ha scritto o perlomeno digitato e magari inviato per e-mail il loro coccodrillo che apparirà sul giornale non appena saranno morte defunte.
         La vera ed autentica maestria del Signore dei coccodrilli consiste però nella straordinaria capacità di scrivere coccodrilli improvvisati. Se le agenzie di stampa, ad esempio, battono la notizia della morte di un qualsiasi uomo come si suol dire non "della strada", il Signore dei coccodrilli si mette subito al lavoro e nel giro di pochi minuti riesce a confezionare e a scodellare un coccodrillo di rara perfezione stilistica, che tocca i picchi della commozione quando il morto defunto in questione è stato sia pur fuggevolmente conosciuto o incontrato dal Signore dei coccodrilli, il quale si lascia trasportare, con esiti di altissima poesia, dall'onda del ricordo e della rievocazione.
         Ma se è vero, come disse una volta un grande poeta a proposito di un altro grande poeta, che non è sempre possibile essere grandi poeti, è altrettanto vero, e lo diciamo noi a proposito del Signore dei coccodrilli, che non è sempre possibile essere il Signore dei coccodrilli. Le ultime notizie che siamo riusciti a raccogliere ci parlano infatti di un Signore dei coccodrilli un po' stanco, routinario, forse perfino svogliato. Un uomo, insomma, che non pare più essere all'altezza del proprio nome e della propria fama. E i suoi coccodrilli lo testimoniano.
         Scritti più per dovere che non in nome di un reale e genuino istinto creativo, sono sciatti, incolori e prevedibili, e si trascinano stancamente, riga dopo riga, appesantiti peraltro da una retorica che sfiora (e talvolta oltrepassa) le siepi minate del sentimentalismo. Si ha come l'impressione, insomma, che il Signore dei coccodrilli sia molestato da tristi presentimenti. Sappiamo infatti, sempre grazie alle nostre ricerche, che ha scritto un coccodrillo su se stesso, firmandolo con uno pseudonimo o nom de plume e aggiornandolo di anno in anno, ma naturalmente non può avere la certezza che verrà pubblicato il giorno dopo la sua morte. E questo, è comprensibile, non gli dà pace.
         Pare che voglia comprarsi un nuovo portafogli, che abbia cominciato ad interessarsi di collegamenti elettrici provvisori. E legga manuali sui carrelli stradali. E trattati sugli anfibi. E visiti spesso - con gioia infantile - i rettilari. Più volte, negli ultimi tempi, lo abbiamo visto piangere tardive lacrime di pentimento, e andare spesso al circo, e in vacanza nei paesi tropicali. Non sono forse, cari lettori di queste chiacchiere distratte, testimonianze di una crisi profonda?
         Se la cosa potesse essergli d'aiuto, saremmo perfino disposti a morire, come eroi che si sacrificano sull'altare di un più alto dovere. Prima di esalare l'ultimo respiro chiederemmo dello champagne, come pare abbia fatto Cechov a Badenweiler, e poi, sempre seguendo l'esempio del grande russo, ci limiteremmo ad esclamare: "Muoio". Ma le nostre ricerche, per quanto, come detto, particolarmente assidue e precise, sembrano testimoniare che il Signore dei coccodrilli non ha mai preparato alcun coccodrillo che ci riguarda, e che probabilmente mai lo scriverebbe. O forse lo scriverebbe, certo, ma senza alcuna poesia.
         Si tratterebbe dunque, come i lettori facilmente comprenderanno, di un sacrificio inutile. Perché porremmo fine alla nostra vita divorati dal sospetto di aver vissuto senza alcuno scopo. Frase, quest'ultima, con la quale però siamo certi di aver posto fine alla sesta di queste chiacchiere distratte.

         VII. FINE DEL MONDO

         La qui iniziante settima chiacchiera distratta nasce dal presupposto che l'editore ha preteso che l'autore immaginasse come potrebbe essere secondo lui la fine del mondo e che conseguentemente ne scrivesse al proposito. L'autore non immaginandosi niente di preciso a proposito della fine del mondo se non che, a suo personale parere, la fine del mondo essendo un evento normalissimo quotidiano che si ripete ogni giorno, ecco che ha scritto quanto segue.
         Bisogna menzionare anzitutto un'ora serale e un lago silenzioso e nerissimo, solcato da riflessi di luce che salgono dalle profondità e sembrano il richiamo di mondi lontani (espressione, quest'ultima, che forse non ha molto significato ma che l'autore ha ritenuto degno e opportuno di mettere e lasciare per iscritto a motivo di una sua certa musicalità interiore). I profili delle montagne che circondano il lago si stanno dissolvendo nel buio del cielo. All'orizzonte c'è una lunga striscia rossastra, screziata e sfilacciata, che sembra voler resistere all'oscurità. Ma tra poco le tenebre la inghiottiranno anche lei. Da tutto questo ne consegue che la città che prende il nome dal lago che la bagna (o forse è il contrario) ondeggia con le sue luci e i suoi rumori come nell' imminenza di una catastrofe.
         In secondo luogo non si può lasciare sottaciuto il fatto che strane ombre si profilano agli angoli delle vie e nei cortili, salgono dalle grate, percorrono strisciando i marciapiedi e si arrampicano lungo i muri. Ma nessuno le vede. Nel tramestio e rincasìo dell'ora serale, infatti, gli esseri umani sono persi nel proprio vuoto interno e non prestano attenzione alle apparenze che li circondano. O almeno così pensa l'autore, che si ritiene un acuto osservatore. E così la pensa molto probabilmente anche l'editore, che in caso contrario avrebbe proposto all'autore di espungere o cancellare il passo nel quale l'autore non si è fatto problema di usare termini come rincasìo ed espressioni come vuoto interno.
         Dal momento, però, che l'autore si immagina la fine del mondo come un evento normalissimo e quotidiano, il lettore è invitato a non lasciarsi trascinare dalla fantasia e ad immaginare anche lui come potrebbe essere o sembrare una sera come tante. E' giusto porsi, al riguardo, domande del tipo: C'è qualcosa di interessante alla televisione? E al cinema? E' tutto pronto nel salone dei convegni? Così come è altrettanto giusto e doveroso immaginarsi la seguente sequela o sequenza contemporanea di immagini: in piedi di fronte allo specchio un giovane dandy si prepara ad un incontro galante; nella sala parto della divisione di ostetricia di un grandissimo ospedale la giovane partoriente, dopo lungo travaglio, riesce infine a dare alla luce il tanto sospirato erede; nel reparto di rianimazione (dipartimento di emergenza e terapia intensiva) dello stesso grandissimo ospedale un giovane muore in seguito alle ferite riportate in un incidente automobilistico; un uomo ormai divorato dal cancro viene nutrito tramite flebo in un altro reparto di quello stesso grandissimo ospedale; nel suo studio o atelier, arredato con misurato décor aristocratico, un intellettuale si appresta a spedire al giornale locale un articolo che sarà pubblicato sull'edizione del giorno dopo e che senza dubbio susciterà un acceso ma civile dibattito.
         Il fatto, più volte accennato e ribadito, che si tratti di una sera come tante, non esclude d'altro canto l'insorgenza di un forte vento di tramontana che percuote le cime degli alberi spogli e poi passa oltre, urtando contro i muri. Così come non è da escludersi che sui tetti le tegole cigolino, che gli infissi tremino rimandandosi sussurri e lamenti, che il celebre centravanti realizzi un gol magnifico, che il conferenziere si umetti le labbra ed alzi lo sguardo verso la folla assiepata in attesa della sua relazione, che le agenzie di stampa dettino una notizia alla quale nessuno presta attenzione, che la platea del teatro cittadino sia percorsa da un fremito di ammirazione quando il celebre attore, con il suo tipico incedere, fa il suo ingresso in scena, che i fili d'erba si pieghino ansimanti nei prati di periferia, che un convoglio passi come un miraggio sul vecchio viadotto ferroviario, che nelle viscere della terra i liquami e i rigagnoli del sottosuolo si infiltrino nelle fondamenta delle case, e che anche i morti sembrino volersi destare dal loro sonno e inseguire la vita che non hanno vissuto (l'editore, al proposito, ha permesso all'autore di riassumere quest'ultimissima parte con la parola rimorso).
         Passano le ore. Finisce la conferenza, il celebre attore viene acclamato al termine della rappresentazione, l'atteso articolo o commento o editoriale che si potrà leggere sul giornale del giorno dopo viene composto e impaginato, il dandy è tornato dall'incontro galante, il piccolo e tenero frutto dell'amore è stato sistemato nella culla, il giovane deceduto in seguito all'incidente stradale è stato composto nella bara, il malato di cancro nel suo letto di morte è insonne e livido e madido di sudore.
Il vento cala. Le cime degli alberi spogli si allungano verso il cielo, senza alcun movimento. La luce della luna disegna lame lattiginose lungo i dorsi dei muri delle case e dei palazzi, nei prati di periferia i fili d'erba hanno ricominciato a respirare il quieto e benevolo respiro della terra. Anche sul vecchio viadotto ferroviario è calato il silenzio. Passato anche l'ultimo treno. Un gatto randagio attraversa guardingo le rotaie. Nelle case abbandonate lungo la ferrovia i topi in amore squittiscono voluttuosi, i ragni tessono pazientemente le proprie tele, piccoli insetti parlano e si confidano nel loro incomprensibile linguaggio. Assiepati nelle loro case, gli esseri umani dormono.
         Poi il lago comincia ad incresparsi, i profili delle montagne si orlano di un viola tenue, evanescente, appena tratteggiato. E poi non succede più niente, se non che comincia un altro giorno e, con il permesso dell'editore, finisce la settima chiacchiera distratta che forse poi non vorrà neanche dire questo granché.

         VIII. NIENTE DA DIRE

         L'ottava chiacchiera distratta che qui comincia si intitola Niente da dire ma in realtà a ben vedere dice qualcosa nel senso che racconta la storia di uno scrittore che ad un certo punto della sua vita ha deciso di non scrivere più niente e di fatto non ha scritto più niente. La sua cosiddetta biografia nasce, come lo scrittore stesso peraltro, in una città lacustre, dove lo scrittore non ancora scrittore trascorre la sua adolescenza per trasferirsi poi in altre città più grandi dove comincia a guadagnarsi dei soldi lavorando qua e là e soprattutto comincia a scrivere. Inizialmente sono poesie, pubblicate sul supplemento o allegato domenicale di un giornale quotidiano, in seguito sono brevi prose e di nuovo poesie e anche romanzi, che lo scrittore ormai scrittore scrive in una grande città straniera ottenendo un non trascurabile successo. Nella città straniera dove ha scritto i romanzi che hanno ottenuto un non trascurabile successo lo scrittore trascorre alcuni anni scrivendo altre brevi prose e altre poesie che vengono pubblicate con un successo questa volta davvero trascurabile. Decide allora di tornare nella propria città lacustre di nascita, dove vive in una pensione o albergo in una camera a poco prezzo, continuando a scrivere ma con un successo sempre più trascurabile, al punto tale che le sue condizioni finanziarie si fanno precarie e a volte, nei mesi invernali, lo costringono a tenere la stufa o il riscaldamento accesi solo per poche ore o addirittura completamente spenti. Dopo aver trascorso alcuni anni nella sua città lacustre di nascita si trasferisce nella capitale della nazione, che dista non molti chilometri dalla sua città lacustre di nascita, e nella capitale, dove cambia spesso indirizzo o luogo di residenza, scrive molte cose che molto spesso non vengono pubblicate, oppure scrive molte cose semplicemente per il gusto o piacere o disperazione di scriverle, senza pensare ad una eventuale pubblicazione. Tra queste molte cose scritte nella capitale c'è anche un romanzo che verrà pubblicato solo dopo la sua morte insieme alle molte altre cose che forse aveva scritto solo per il gusto o piacere o disperazione di scriverle. Vive da solo, non ha frequentazioni, le sue condizioni finanziarie sono fluttuanti, vale a dire che a volte ha dei soldi a disposizione e altre volte - più spesso - ne ha pochi o non ne ha del tutto. Comincia a sentire delle voci, ad avere delle allucinazioni, vorrebbe uccidersi ma non ne trova la forza o il coraggio o la felicità, e allora, in un giorno di gennaio presumibilmente freddissimo, viene portato o condotto in un istituto per la cura delle malattie della mente, dove vive per circa quattro anni non da cosiddetto malato di mente quanto piuttosto da cosiddetta persona sana, al punto che scrive con una certa assiduità, molte prose e soprattutto poesie. In seguito però accadono altri eventi che lo costringono a venire trasferito o condotto in un altro istituto per la cura delle malattie della mente. L'istituto si trova in una zona o regione particolarmente affascinante dal punto di vista geografico o paesaggistico, con molte colline verdeggianti, alberi, erba, pianori raramente strapiombanti, e all'orizzonte alcune montagne di rara bellezza. Lo hanno definito malato di una cosiddetta malattia della mente, ma lui continua a comportarsi come una cosiddetta persona sana. L'unica cosa che colpisce in questa sua biografia è il fatto che smette completamente di scrivere. Più niente di cosiddetto letterario: più nessun racconto, nessuna prosa, nessuno schizzo, nessuna poesia, nessun componimento in parole o versi. Solo qualche lettera, molto breve, a voler comunicare il minimo indispensabile, e per il resto silenzio. Vive per circa ventitré anni in questa situazione o condizione, e alla fine, ormai anziano, muore passeggiando nella neve. Come scrittore è un totale sconosciuto; come essere umano, quasi. Al suo funerale, nel freddo presumibilmente pungente di una giornata di fine anno, ci sono poche persone. Quando anche queste poche persone moriranno, si potrebbe pensare, anche lui sarà morto per sempre e definitivamente. E invece accade che le sue opere in versi e soprattutto in prosa vengono riscoperte e pubblicate prima da un editore di media grandezza e poi da un editore di grande importanza internazionale. Molte persone di studio cominciano a parlare e a scrivere di lui, dicendo e scrivendo tante cose di tanta intelligenza e riflessione e meditazione. Vent'anni dopo la sua morte viene ormai già considerato come un classico, e il numero delle persone di studio che meditano sulle sue pagine e righe e parole aumenta sempre più, qualcuno addirittura riesce anche a guadagnare dei soldi e a farsi una posizione di grande meditatore intellettuale, dai pensamenti molto acuti, al punto tale che molti altri meditatori intellettuali si rivolgono a lui per avere delucidazioni e chiarimenti sulla vita e sull'opera del povero scrittore morto povero e dimenticato. Nella città lacustre dove è nato e cresciuto la casa dove è nato non c'è più, c'è un negozio di scarpe o di accessori pedestri, ma le autorità intellettuali meditanti del luogo attaccano lo stesso una targhetta che dice quello che dicono di solito targhe o targhette del genere. E poi passano ancora alcuni anni e cresce il numero dei meditatori della sua opera, che dicono tante cose di tanta intelligenza sulle righe e sulle parole del povero scrittore morto povero. Vengono trovate le molte cose che aveva scritto non per pubblicarle ma solo per il semplice gusto o piacere o disperazione di scriverle, e siccome sono scritte a matita con una grafia minuscolissima e praticamente incomprensibile, vengono decifrate e pubblicate con grandi squilli di fanfare intellettuali e meditanti. Sono sempre di più in numero maggiore gli uomini e donne di pensiero intellettuale che vogliono dire e dicono qualcosa sulla sorte e sull'opera del povero scrittore morto povero, che in una sua poesia scritta poco prima di non dire più nulla aveva detto di non avere più nulla da dire, che non voleva avere successo perché gli piaceva rimanere anonimo come uno tra i tanti che sono in giro per il mondo e che se anche scrivono non sono mica poi più importanti degli altri che non scrivono e che fanno altre cose. Ma i meditatori intellettuali pensano nei loro pensamenti di grandi meditatori che chi scrive sia più importante degli altri, e continuano a dire qualcosa sul povero scrittore che non aveva più nulla da dire. Che se anche loro si accorgessero che a volte non c'è nulla da dire chissà anche il povero scrittore ormai ridotto in cenere sarebbe contento. Speranza, questa, che chiude l'ottava chiacchiera distratta, nella quale forse si è detto fin troppo ma in fondo era necessario per far capire o per dare ad intendere che a volte non c'è niente da dire o che più forsemente non c'è più niente da dire in assoluto se non ci si vuole perdere in cialtronìe di uomini troppo pensanti e meditanti che poi alla fine muoiono anche loro con tutti i loro pensamenti che non sono poi mica immortali neanche quelli.

         IX. CIALTRONIA

di Emiliano Pireddu         Lo scopo senza dubbio un po' pretenzioso di questa nona chiacchiera distratta consiste nel tentativo di condurre idealmente i lettori nel Regno o Repubblica di Cialtronia, un Regno o Repubblica dalle dimensioni sconfinate e popolato da un numero esorbitante di abitanti (l'editore ha concesso all'autore la facoltà di mettere per iscritto la precedente allitterazione esorbitante-abitanti, ma lo ha anche per così dire messo in guardia dal ripeterne di simili). Il Regno o Repubblica di Cialtronia è una nazione o stato nel quale tutti parlano senza avere nulla da dire, col risultato che parlano senza dire nulla. Nel Regno o Repubblica di Cialtronia i cosiddetti posti di comando intellettuale sono gestiti o ad appannaggio di individui che si sono fatti largo solo in virtù della loro più o meno innata capacità di parlare molto senza dire nulla, mentre tutti gli altri sono ridotti o costretti ai margini della cosiddetta vita civile. E anzi, a proposito dell'appena -con il permesso dell'editore- utilizzato aggettivo civile, ci possiamo forse permettere a questo punto di introdurre ulteriormente i lettori nel Regno o Repubblica di Cialtronia parlando dei vari tipi di cialtroni che popolano appunto il Regno o Repubblica di Cialtronia. Ci sentiamo anzitutto in dovere di parlare di quelli che definiremo come cialtroni civili. Il cialtrone civile è il cialtrone che potenzialmente è sempre cialtrone ma che di fatto diventa cialtrone solo in alcune specifiche circostanze della sua vita o esistenza di cialtrone potenziale. Ne consegue che i cialtroni civili non sono particolarmente pericolosi, perché le loro cialtronerie sono limitate a luoghi e tempi ben definiti, e influiscono su una parte molto ristretta della popolazione. Si potrebbe anche dire, in altri termini, che il cialtrone civile è un cialtrone che consuma la propria cialtroneria all'interno delle cosiddette quattro mura domestiche o appunto, come già accennato, in ambienti molto ristretti, come ad esempio di fronte a qualche avvenimento sportivo trasmesso dalla televisione e visto e commentato in compagnia dei suoi amici anche loro cialtroni civili. Tutt'altro discorso, invece, vale per definire coloro che in questa nona chiacchiera distratta abbiamo già annunciato di voler definire cialtroni industriali o aziendali. Il cialtrone industriale o aziendale, infatti, a differenza del cialtrone civile, è un cialtrone che è sempre cialtrone, sia nelle manifestazioni della vita privata sia in quelle della vita pubblica, intendendosi come manifestazioni della vita pubblica ad esempio il parlare in televisione o per radio o soprattutto lo scrivere sui giornali quotidiani o settimanali o mensili volendo chiarire agli altri cioè ai lettori il senso del mondo prendendo spunto da una qualche vicenda di cronaca o da qualche cosiddetto evento culturale-intellettuale. Il cialtrone industriale o aziendale è per natura ottimista e parte dal presupposto di aver dentro di sé, nel luogo o recipiente della cosiddetta anima, una roccia contro la quale tutte le tempeste o marosi della vita si infrangeranno senza provocare danno alcuno. La qual cosa, naturalmente, viene continuamente negata nella maniera più chiara ed evidente possibile dalla vita stessa, che ogni giorno ed ogni ora e a volte ogni minuto scaglia addosso agli esseri umani del Regno o Repubblica di Cialtronia ed alla loro anima marosi e tempeste che lasciano segni durissimi e alla fine conducono alla morte. Che esiste - la morte- naturalmente anche nel Regno o Repubblica di Cialtronia, ma che viene accuratamente sottaciuta dai cialtroni industriali o aziendali, che quando ne parlano nei loro commenti da sapienti sproloquioni che sanno tutto del passato, del presente e anche del futuro, la infiorettano con metafore tanto ardite da far nascere nei lettori dei loro commenti il sospetto e a volte perfino la certezza che la morte non esiste o che, se anche esiste, non è altro che una metafora. Una delle caratteristiche fondamentali di quello che abbiamo definito come cialtrone industriale o aziendale consiste insomma nel non avere il benché minimo senso della realtà, vale a dire della vita quotidiana che accade ogni giorno e che è spessissimamente amara, crudele, dolorosa, tormentosa e causa di fortissime malinconie e struggimenti. Il cialtrone industriale o aziendale non conosce malinconie o dolori o struggimenti. Per lui, infatti, la realtà è soltanto l'oggetto di un commento o di un opinione sul senso del mondo, perché come già accennato avendo il cialtrone industriale o aziendale la pretesa di sapere tutto e spiegare tutto, ecco che comunica questa sua pretesa ai lettori, che a furia di leggere i commenti di quelli che sanno tutto e spiegano tutto alla fine pensano anche loro di poter sapere tutto e spiegare tutto, col risultato che il Regno o Repubblica di Cialtronia diventa uno stato totalitario dove tutti sanno tutto e tutti spiegano tutto. Certo, anche nel Regno o Repubblica di Cialtronia esistono i cosiddetti luoghi del dolore, dove gli esseri umani soffrono e muoiono, così come accadono quotidianamente incidenti stradali o altri cosiddetti sinistri che provocano la morte pressoché immediata di coloro che vi rimangono coinvolti, ma i cialtroni industriali o aziendali, nei loro commenti, riescono sempre infallibilmente a trasformare tutto in metafora, in modo tale che chi legge i loro commenti è portato a pensare se non addirittura a credere che anche il dolore, la sofferenza ed i cosiddetti sinistri che possono causare la morte non sono altro che metafore o parole scritte sulla carta. E a proposito di carta c'è da dire che nel Regno o Repubblica di Cialtronia sono portati in grande considerazione i cialtroni industriali o aziendali che hanno letto tanti libri e di conseguenza si sentono in diritto di aver capito tutto della vita, e che come seconda conseguenza (la prima consiste appunto nel sentirsi in diritto di aver capito tutto della vita) scrivono dei libri nei quali comunicano ai lettori che loro, gli scrittori industriali o aziendali, hanno capito tutto della vita, e danno consigli su come la si dovrebbe vivere, loro, gli scrittori industriali o aziendali, che pensano o anzi sono sicuri che la vita è una metafora e che anche la morte lo sia. Ne consegue che nel Regno o Repubblica di Cialtronia si vive una vita completamente artificiale, fatta di parole che si richiamano le une con le altre ma che non dicono nulla, nel senso che non dicono nulla della vita quotidiana che accade ogni giorno, e che dicono piuttosto cose vaghe di un'altra vita che esiste solo nelle parole ma che appunto precisamente non è la vita quotidiana di ogni giorno. Un visitatore che facesse il proprio ingresso entro il territorio del Regno o Repubblica di Cialtronia (ma è naturalmente impossibile, perché il Regno o Repubblica di Cialtronia ospita tutti gli esseri umani viventi e anche quelli già morti e anche quelli destinati a nascere) troverebbe forse, a prima vista, che tutti gli abitanti del Regno o della Repubblica sono felici, e potrebbe essere portato a pensare che la morte effettivamente non esiste o che, se esiste, è solo una metafora. Pare del resto che, una volta scaraventati nel Regno o Repubblica di Cialtronia, gli esseri umani decidano di restarci il più a lungo possibile, perché nel giro o nell'arco di poco tempo maturano per così dire la certezza che nel Regno o Repubblica di Cialtronia tutto non è altro che una metafora, e che di conseguenza è bello e piacevole vivere in un luogo dove tutto è metafora. Abbiamo detto prima che il Regno o Repubblica di Cialtronia è uno stato totalitario. Non, però, nel senso che i lettori possono forse avere compreso di uno stato totalitario dove manca la libertà. La libertà, infatti, nel Regno o Repubblica di Cialtronia, è assoluta e totale, talmente assoluta e talmente totale che gli abitanti del Regno o Repubblica di Cialtronia non sanno nemmeno di essere liberi, dal momento che anche la libertà, come la vita e la morte, non è altro che una metafora. Nel luogo in cui tutti sanno tutto e spiegano tutto, tutti sono liberi di sapere tutto e spiegare tutto, e lo fanno con parole che però non dicono niente, con la conseguenza che tutti sanno tutto e spiegano tutto ma non dicono niente e dunque non sono neanche liberi, la libertà infatti consistendo forse nella possibilità di parlare dicendo qualcosa, ma se ogni cosa che si dice non è altro che una metafora, ne consegue appunto come già sopra accennato che anche la presunta libertà è una metafora, e di conseguenza ovviamente non è una vera libertà ma solo una metafora. Accanto ai cialtroni civili ed ai cialtroni industriali o aziendali c'è inoltre una terza e ultima categoria di cialtroni, una categoria della quale fanno parte i cosiddetti cialtroni contestatori, vale a dire coloro che si sono resi conto che nel Regno o Repubblica di Cialtronia tutto è metafora e vorrebbero farlo capire agli altri. Ma servendosi ovviamente anche loro di parole per far capire agli altri che le parole non dicono niente, ne consegue appunto che anche loro non dicono niente, e che la loro contestazione è una contestazione sterile, che non conduce a nulla se non all'incremento di parole scritte. Si potrebbe dire, in altri termini, che essendo la loro contestazione fatta di parole, la contestazione stessa diventa una metafora e diventa una cosa irreale come la vita, la morte e la libertà. Così come una metafora, probabilmente, è anche questo viaggio nel Regno o Repubblica di Cialtronia che abbiamo compiuto servendoci di parole in questa nona chiacchiera distratta. Che si chiude dunque con questo dubbio che anch'esso forse è una metafora e quindi non esiste come del resto tutto in realtà non esiste ma è solo metafora.

         X. NIENTE DA DIRE

         La decima ed ultima chiacchiera distratta, che con gioia di alcuni lettori ma sperabilmente anche con rincrescimento di altri chiude questo libro di chiacchiere distratte, non è in realtà una vera e propria chiacchiera distratta quanto piuttosto la riproduzione più o meno fedele ed attendibile di una lettera che uno scrittore o poeta in crisi ricevette non si sa quanti anni fa da un suo carissimo amico e sostenitore e forse anche amante. Ma quest'ultima cosa in fondo non ci interessa e quindi la tralasciamo giudicandola appunto poco importante se non del tutto secondaria, e passiamo subito quindi a riprodurre il testo della lettera, a proposito della quale è invece importante dire che non è importante dire e far sapere come ne siamo venuti in possesso.

         Caro Annurchio,
         la scorsa estate, quando abbiamo trascorso quelle indimenticabili settimane alla Locanda del Ramarro, immersi nei colori e nella quiete della natura, ho notato in te l'insorgere dei primi segni di quella crisi che adesso, in pieno autunno, pare affliggere il tuo animo e soffocare la tua forza creativa. Ricordo infatti che già alla Locanda del Ramarro, seduti a quel tavolo di legno sul quale si dice che un famoso poeta tedesco o inglese abbia cambiato o modificato radicalmente e sostanzialmente la punteggiatura di una delle sue opere più famose, tu mi facevi amabilmente notare, con la tua voce profonda e suadente, che i tuoi parti poetici e narrativi non erano più portati in grande considerazione, e che i critici ti rinfacciavano di aver tradito l'alta missione della narrativa e della poesia sacrificandola sull'altare del successo commerciale, che in parte, è vero, ti ha arriso, ma non ha poi mutato di molto la tua (e di conseguenza la mia) situazione finanziaria, visto e considerato che ci siamo appunto trovati costretti a trascorrere le vacanze estive alla Locanda del Ramarro, un posto piacevole, immerso nei colori e nella quiete della natura, ma certo non paragonabile a quegli alberghi a cinque e a volte anche a più di cinque stelle nei quali eravamo soliti pernottare quando tu, ricordi?, eri impegnato in qualche giro o tour di letture e le spese ovviamente non erano a carico nostro quanto piuttosto a carico di qualche munifica associazione istituita al fine o scopo di promuovere o incentivare la divulgazione della cultura e in particolare delle belle lettere.
         No, caro Annurchio, tu non hai sacrificato la tua più intima vena creativa sull'altare del successo commerciale, no, tu sei rimasto sempre lo stesso, nel senso che per capire una tua poesia o un tuo testo narrativo bisogna leggerli almeno venti volte, e anche dopo che li si è letti venti volte non si è del tutto sicuri di averli capiti, e questo, caro Annurchio, credimi, costituisce la prova inequivocabile del fatto che tu sei comunque rimasto te stesso, che non ti sei venduto e prostituito, come i critici credono di poter dire, al cosiddetto scrivere semplice. No, caro Annurchio, tu hai scritto e continui a scrivere cose che non tutti possono capire, e quindi, lasciatelo dire, non devi lamentarti. Credo infatti che la tua sia una crisi passeggera, e che in qualche modo possa esserti perfino utile per scrivere cose sempre più belle e incomprensibili, come ad esempio la poesia che Il dopolavoro, un quotidiano che continua comunque a conservare un'ineccepibile linea editoriale, ha pubblicato sul supplemento domenicale di due domeniche fa. Un poeta che scrive una poesia del genere è forse un poeta in crisi? E un narratore che scrive un racconto come il tuo Sasso leucocita, pubblicato nella bella antologia degli scrittori che vivono in case che hanno il numero civico dispari, ecco, un narratore del genere, capace di farsi letteralmente beffe del linguaggio e di riplasmarlo quasi ad ogni frase con esiti di assoluta e beatificante incomprensibilità, un narratore del genere, dicevo, lo si può forse considerare in crisi? Del resto, non puoi non ammetterlo, le Edizioni Carambola hanno appena ristampato le tue opere degli esordi -quei versi aspri, dolorosi, che hanno l'inestimabile pregio di usare termini difficilissimi per descrivere gli oggetti più semplici- e hanno in programma anche la ristampa delle tue opere della maturità e perfino i tuoi testi saggistici, soprattutto quei tuoi memorabili scritti sulla virgola nella letteratura del settecento e sul punto e virgola come sintomo del disagio esistenziale nella letteratura che, sul finire dell'ottocento, ha vissuto il crollo dei grandi sistemi di valori sui quali si reggeva il mondo.
         È vero, caro Annurchio, recentemente hai scritto poco, ma anche questo non deve essere per te un problema. Lasciali scrivere, gli altri, lasciali girare il mondo a spese altrui, tanto sarà il tempo a giudicare, e il tempo, come ben sai, è un giudice equo e imparziale. Le istituzioni culturali non ti invitano più? Ti trovi costretto a fare giri di letture sempre più limitati nello spazio, nel tempo e nelle risorse finanziarie? Non crucciartene. Tra cento anni, ne sono assolutamente sicuro, le tue opere saranno considerate come dei piccoli classici, e qualche critico, pensando alla tua produzione successiva alla cosiddetta fase della maturità, parlerà delle tue poesie e dei tuoi racconti come di perle che tu lasciavi cadere di tanto in tanto, così, come per caso. Degli altri, invece, non rimarrà nulla, se non qualche breve citazione in qualche nota a piè di pagina o in qualche indice analitico. Ti sembra forse poco, questo? Fatti coraggio, dunque, cerca di scrivere sempre in maniera complicata, e ripensa a quei bei giorni d'estate alla Locanda del Ramarro, quando credevi ancora che la narrativa e la poesia fossero cose importanti, e che il mondo ruotava intorno a quelli che come te scrivono cose tanti belle e tanto difficili. Forse, non so, è stato proprio a quel tavolo sul quale il famoso poeta si era dato da fare con la punteggiatura che sono emersi i primi sintomi della tua crisi. 'Lì non doveva mettere la virgola', dicevi, 'lì ci voleva piuttosto un punto o quantomeno (sì, questo lo ricordo bene, hai detto proprio quantomeno) un punto e virgola, perché il ritmo della frase ne avrebbe guadagnato in elasticità e...'.
         Qui si chiude la quarta pagina scritta a mano dall'amico e sostenitore ed ammiratore del poeta. Non ci è stato possibile venire in possesso della restante parte del documento, non sappiamo nulla della sua lunghezza e nulla del suo eventuale contenuto. Le uniche cose che sappiamo con certezza sono: che il poeta o scrittore in crisi, un'ora dopo aver ricevuto la lettera che qui sopra abbiamo in parte riprodotto, si è impiccato ad un albero che si trovava poco distante dalla sua casa e che lo aveva spesso ispirato; che del suo amico, ammiratore, sostenitore e quant'altro, da quel momento in poi non si è saputo più nulla. Due certezze, queste, con le quali poniamo fine non solo e non tanto alla decima chiacchiera distratta quanto piuttosto a tutte le dieci chiacchiere distratte. Che se poi i lettori si sono divertiti a leggerle considerandole appunto chiacchiere distratte infinitamente serie e niente più, allora anche l'autore sarò contento e potrebbe anche mettersi a pensarne altre per il futuro che verrà.

(III - Fine)

 

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