Piove.
Piove forte. Dae, la nostra guida, non è
sorpreso. Dice che nel sud dell'Etiopia la stagione
delle grandi piogge è questa, tra aprile
maggio, e non, come ad Addis Abeba, da giugno
a settembre. Non me lo aveva detto nessuno in
Ambasciata. Come non mi hanno detto che durante
la stagione delle piogge intere zone rimangono
isolate perché le piste diventano una
poltiglia viscida profonda fino a 30/40 centimetri.
Se
poi le piste sono su un forte pendio, se una
strada in costruzione è stata abbandonata
dagli operai proprio a causa delle piogge, se
l'unica persona che conosci che ha visitato
la zona ci è andata nella stagione secca...
allora ti succede proprio come è accaduto
a noi. La strada è ingombra dei camion
che hanno iniziato a slittare mentre risalivano
il pendio ed hanno preferito fermarsi. Per noi
che scendiamo è più facile procedere,
ma aggirarli non è facile se hai sotto
le gomme 20 cm. della solita crema di papaia
nera.
Andiamo
all'avventura, come si va quando sai che indietro
non puoi tornare e davanti non sai cosa ti aspetta.
Il freno si può appena sfiorare, quando
sei disperato... le ridotte e il gioco di acceleratore...
non muovere mai a caso il volante... la macchina
devi sentirla con il fondoschiena... poi con
delicatezza ancora... acceleratore, sterzo,
ridotte... ne sei fuori... fino al prossimo
cuscino di piume... sognando che non venga la
salita.
Viaggiamo
soli e non sappiamo se esserne scontenti o meno.
Se ci impantaniamo sul serio sarà la
disperazione... ma su una strada del genere
è meglio non avere nessuno davanti, né
dietro. Ogni volta che sento la macchina scivolare
di lato mi ricordo le emozioni di quando è
finito il mio primo amore. È già
pomeriggio, ci aspettano altri 300 km, conosciamo
soltanto la strada che abbiamo già percorso
e ogni 300 metri dobbiamo mettere le ridotte.
Quando
alla fine intravediamo il pianoro la pista si
biforca. Quella che scende più in basso
di lato è occupata da due camion. Prendo
quella di sopra...ci chiamano... la strada di
là è interrotta. Dobbiamo passare
di sotto. Obietto... ma ci sono i camion...
occorre aggirarli... ridotte... sterzo... acceleratore...
le ruote davanti slittano, la fiancata della
Toyota scivola sempre più vicina al muso
di uno dei camion... Nabiyù e Dae scendono...
cercano di spostare la macchina di peso, ma
ci vorrebbe una formica... Nabiyù mi
dice: "molla il freno, non accelerare,
togli la marcia" e continua a spingere
senza risultato, la Toyota pesa più di
due tonnellate... non è il momento di
discutere... mentre loro spingono riparto con
le ridotte sotto sterzo. La macchina gira su
se stessa e si rimette in carreggiata. In fondo
alla discesa cinque o sei camion sono fermi.
Ci fermiamo per sapere in che condizioni è
la pista.
Quando ripartiamo inizia il miracolo: i lavori
sulla strada sono finiti, la vecchia pista di
terra battuta è solida e senza fango,
smette di piovere e sui tratti di pista senza
curve ci permettiamo i cento all'ora. Rifacciamo
di nuovo i programmi... dovremmo farcela...
se non buchiamo una gomma, se non ritroviamo
fango, se non ci sono altri imprevisti. Se poi
accadesse qualcosa... dovremo cercare un alloggio
qualsiasi al primo centro abitato che incontriamo
all'ora del tramonto.
Non
buchiamo gomme né incontriamo altri imprevisti...
solo un ponte crollato sul Sagan River ed il
fiume da guardare, ma appena ci fermiamo, incerti
sul da farsi, accorre qualcuno che ci mostra
come e dove attraversare. Hanno buttato sassi
sul fondo melmoso per renderlo guadabile. A
pochi chilometri da Konso un drappello di uomini
e donne di color ebano, con la pelle lucida
di sudore, procede di corsa con un'andatura
agile e marziale, come un cavallo al trotto,
impugnando lance ed attrezzi agricoli. Chiediamo
a Dae cosa facciano.
"Tornano
dal lavoro nei campi. Camminando in questo modo
mostrano di essere forti e orgogliosi del loro
lavoro".
Ci
salutano sorridendo. Lasciano libera la strada
per farci passare.
Arriviamo
a Konso che sono le 7 di sera e già fa
buio.
Nella
stanza c'è un letto troppo corto, una
sedia, un tavolinetto. Benediciamo il gabinetto
annesso con la doccia. L'elettricità
è data dal generatore che alle 11 smette
di funzionare, ma non facciamo in tempo ad accorgercene.
Dobbiamo svegliarci presto per iniziare la nostra
indagine.
Al
mattino, prima di ripartire, leggo di nuovo
la documentazione e gli appunti che ho portato
con me.
Tutto
è cominciato con una telefonata di un
collega di lavoro.
"A
Roma ci sono dei miei conoscenti che hanno perduto
un fratello, in Etiopia, nel 1941. Da allora
stanno cercando di avere sue notizie sulla sua
sepoltura e di riavere i resti, ma finora non
sono riusciti ad ottenere nulla. Puoi cercare
di fargli avere qualche notizia?"
Ormai
è da tempo che cerco solo qualche motivo
in più per continuare ad attraversare
questo paese in tutte le direzioni. La proposta
è ancora più allettante perché
mi costringerà a cercare. Non mi basta
più visitare un paese, una località,
un buco qualsiasi, solo per guardarmi intorno.
L'unico mezzo per vedere qualcosa è quello
di avere un progetto, un'ipotesi, un'idea da
verificare, come Galileo. Altrimenti ci si ferma
di fronte alla prima difficoltà e si
rinuncia, perché non c'è motivo
per valicare la superficie lucidata, messa lì
apposta per gli stranieri.
"Ma
dove è morto?"
"A
Burgi!"
Per
me rimane una risposta senza senso. Non ho mai
sentito parlare di quella località.
"Dovrò
informarmi. Intanto inviami copia della documentazione
di cui la famiglia è in possesso".
La
documentazione arrivò due settimane dopo.
Non c'era molto. Il diploma di attribuzione
della medaglia d'oro al valor militare, alla
memoria, e una serie di lettere a far data dal
1967, con le quali la famiglia chiedeva ripetutamente
di poter riavere le ossa del loro congiunto.
L'ultima lettera risaliva al 1972.
Il
diploma recitava: "Giovane funzionario
coloniale designato al governo di una regione
rifugio permanente di dissidenti, svolgeva la
sua opera tra le tribù dipendenti affrontando,
in zone di dissidenza, i rischi di ardimentose
ricognizioni con elevato spirito di sacrificio
e singolare sprezzo del pericolo. Ritirate per
diverso impiego le truppe regolari dislocate
nella residenza, non si smarriva e senza esitazione
alcune rimaneva volontariamente in posto pur
non disponendo per fronteggiare la critica situazione
che di pochi nazionali ed una banda irregolare.
Assalito da soverchianti forza ribelli organizzava
ed animava tenace resistenza e la protraeva
con indomito ardore a malgrado delle sanguinose
perdite e benché sollecitato alla resa.
Caduto il tiratore di una mitragliatrice si
sostituiva ad esso e persisteva nell'impari
lotta finché cadeva colpito mortalmente.
La resistenza ad oltranza, culminante nel sacrificio
supremo, consentiva a rinforzi sopraggiunti,
di salvare i valorosi superstiti e ristabilire
la situazione. Magnifica tempra di soldato e
funzionario".
La
prima ricerca da fare era negli archivio dell'Ambasciata,
ma rimase senza risultato. Non riuscii a trovare
neanche le lettere inviate nel tempo ai diversi
ambasciatori italiani in Etiopia, delle quali
la famiglia mi aveva regolarmente inviato copia.
Sembrava che presso l'Ambasciata non esistesse
traccia neanche del nome di quel giovane funzionario.
Del resto non era strano. Ai cinque anni di
dominio coloniale italiano era seguito un periodo
in cui l'Italia e l'Etiopia avevano interrotto
i rapporti diplomatici. "Villa Italia",
la vecchia Ambasciata, era divenuta una delle
residenze di Haile Selassie e gli uffici non
custodiscono documentazione precedente agli
anni 50, quando i rapporti diplomatici con l'Etiopia
sono sospesi. Quelle lettere più recenti,
invece, forse erano rimaste nel cassetto di
qualche impiegato dell'Ambasciata, a causa della
difficoltà di dare risposta alle richieste
della famiglia in periodi in cui gli stranieri
non potevano muoversi liberamente sul territorio
etiopico. Non c'era traccia di lui - ma non
ho ancora detto il nome. Si chiamava Carlo Evangelisti.
Di qui in avanti, per comodità, lo chiameremo
Carlo - neanche nell'archivio dei caduti in
guerra, dei sepolti nei cimiteri militari in
Etiopia. Ed anche questo non era strano. Nonostante
la lode alla "magnifica tempra di soldato...".
Carlo non era un soldato, bensì un funzionario
coloniale nominato Segretario di Governo della
Regione di Gàlla e Sidàmo. Un
militare italiano, mentre gli parlavo del mio
programma di ricerca, mi disse: "... quindi
era un collega!... costretto dalle circostanze
a morire combattendo...". In genere nei
cimiteri militari vengono sepolti i soldati,
e comunque, se fosse stato in un cimitero militare,
i parenti l'avrebbero saputo immediatamente.
L'unica
notizia certa, riguardante il luogo di sepoltura,
proveniva dalla famiglia. Il primo novembre
1970 una sorella scriveva all'Ambasciatore etiopico
in Italia: "Ora però che la situazione
con l'Etiopia è cambiata, oso rivolgermi
a Lei, Eccellenza, nella certezza che con il
Suo autorevole intervento possa alfine conoscere
il luogo dove fu sepolto mio Fratello (allora
ci fu detto, che venne sepolto nel luogo stesso
dove Egli era caduto, cioè nel cortile
della Residenza) e poi ci sia concesso dalle
Autorità Etiopiche il permesso della
traslazione in Italia".
La
lettura di quelle righe mi incantava, come quella
di un vecchio volume polveroso che in genere
si rimette nella scaffalatura dopo poche pagine.
Nel tumulto sociale che esplodeva in Italia
nei primi anni 70 la sorella di Carlo rivolgeva
l'ennesima richiesta ad un'autorità straniera
per ricomporre la frattura familiare che si
era aperta trent'anni prima. Mi seduceva il
gioco delle maiuscole che coinvolgeva l'"Eccellenza",
l'"Autorità" ed "Egli,
il "Fratello", e mi commuoveva, nel
diploma datato 1949, dopo la premessa e le motivazioni,
la dicitura "Ha conferito la Medaglia d'oro
al valor militare coll'annesso soprassoldo di
lire Millecinquecento annue al Segretario di
Governo, Governo Gàlla-Siudàmo".
Il riconoscimento di un incarico di governo
in un territorio già perduto da 8 anni
e la tenera mescolanza dell'onore con il soprassoldo;
il rinvio ad alcune righe più in basso
- dopo il nome, i dati anagrafici ed altri riferimenti
- della dicitura "alla memoria", come
un dettaglio secondario di una storia più
grande, che investe il valore ed il giusto compenso
come elementi costitutivi. Era l'Italia della
mia infanzia, della bandiera, del grido "a
morte lo straniero". L'Italia di mio padre
che è stata obliterata in pochi decenni
di modernizzazione forzata.
Sentivo
un grande rispetto per quella famiglia di cui
non sapevo nulla e che forse non avrei mai incontrato.
Riprendere a distanza di 60 anni, dopo la morte
dei genitori e di altri fratelli, quel tentativo
ripetutamente fallito, mi sembrava in sé
degno, se non altro, di attenzione e della curiosità
che suscita tutto ciò che è inusuale,
inaspettato e proprio per questo più
vicino all'umano, come il gesto di una femmina
di gorilla che rifiuta di abbandonare il corpo
del figlio morto e lo porta con sé ancora
per alcuni giorni.
Non
sappiamo quanto tempo impiegheremo per la ricerca,
ma abbiamo un limite temporale oggettivo. Ho
promesso di rientrare in Ambasciata entro cinque
giorni. Partiamo presto riattraversando la pianura
alluvionale del Sagan River, dove ieri sera,
nonostante la stanchezza, abbiamo continuato
a guardarci intorno rincorrendo con lo sguardo
i dik dik, i babbuini, i cuculi in volo. Il
guado, ora, ci fa meno paura.
Lungo
il viaggio Dae ci racconta come ha organizzato
la ricerca. Lui è di Burji. Lo abbiamo
incontrato ad Awassa, dove ci è stato
presentato da Abba Gebre Mariam, un missionario
del convento dei cappuccini, anche lui originario
di Burji, al quale abbiamo chiesto aiuto per
organizzare il nostro viaggio. Dae ha già
preso contatto con alcuni anziani della zona
che, forse, ricordano gli eventi dell'occupazione
italiana. Sono passati ormai 60 anni, non ho
molte speranze.
Quando
arriviamo ci dicono che è domenica, è
giorno di mercato, e perciò l'anziano
che cerchiamo è andato in un altro piccolo
centro vicino che si chiama Adeya. Qualcuno
sale in macchina con noi per accompagnarci.
Quando arriviamo Dae va via con l'accompagnatore
per andarlo a chiamare. Il solito drappello
di curiosi si avvicina e ci guarda da due passi
di distanza. Quando faccio il gesto di avvicinarmi,
i bambini fuggono via gridando e ridendo.
Poi
arriva l'uomo che aspettiamo. È più
giovane del nonno di Dae. Ha capelli e baffi
neri e un viso appuntito che gli dà un'espressione
furba. Secondo me non ha più di 60 anni.
Lui era certamente troppo giovane nel periodo
coloniale ma Dae dice che è informato
perché ha saputo da altri. Tutto ricomincia
da capo. Prima la cerimonia dei saluti e delle
presentazioni, tradotta in simultanea da Dae
in lingua locale. Poi spieghiamo perché
siamo lì. A momenti Nabiyù, il
mio autista, coglie qualche incertezza nei discorsi
di Dae, allora interviene in amarico, scambia
qualche parola con lui, per chiarire, poi di
nuovo Dae ricomincia nella lingua locale. Il
gruppo di curiosi non perde una parola. Quando
abbiamo spiegato quello che cerchiamo e le nostre
intenzioni succede qualcosa che non comprendiamo.
Dae e l'uomo continuano a parlare nella lingua
locale, poi l'anziano dice che deve allontanarsi,
che dobbiamo aspettarlo e poi ci accompagnerà.
Quando è andato via alcuni uomini nel
gruppo dei curiosi continuano a farci domande,
tramite Dae e Nabiyù; infine uno si fa
avanti e dice che lì, a pochi passi da
noi, abita un uomo che aveva lavorato con gli
italiani ai tempi del dominio coloniale. Chiediamo
di andarlo a chiamare.
L'uomo
si chiama Umer Meto Diago. Quando arriva si
mette sugli attenti davanti a noi e ci dice:
"Buongiorno! Come sta?"
Rimango
sorpreso. Non mi aspettavo che parlasse italiano.
Il suo viso è straordinario. Le rughe
della fronte, le sopracciglia, le narici, la
bocca ed il mento, sotto il sole già
alto, formano un insieme di linee orizzontali.
Poi sui lati scendono le rughe degli occhi e
quelle di espressione, che dalle narici incorniciano
la bocca fino all'attacco del mento e di lì,
come onde, si ripetono e si infrangono verso
le orecchie. Il tutto è sparso con una
barba bianca più fitta di quella del
nonno di Dae. E' vestito di stracci.
Rispondo
in italiano con i convenevoli d'uso e vedo che
ha capito. Poi inizio a spiegare per quale motivo
siamo lì, ma qualcosa non va. Capisco
immediatamente che dell'italiano capisce, o
forse ricorda, soltanto alcune espressioni idiomatiche
che servivano per rivolgersi a chi gli dava
lavoro.
Riprendo
il colloquio tramite Dae e Nabiyù.
"Chiedetegli
se lavorava con gli italiani".
"Ha
detto di sì".
"Chiedetegli
che lavoro faceva".
"L'uomo
di fatica. Lavorava in cucina".
"Chiedetegli
se ricorda l'uomo che è stato ucciso
alla Residenza italiana nel 1941, 60 anni fa".
Umer
rimane impassibile; sembra riflettere un po';
poi, senza cambiare espressione, dice: "ungelist".
Mi trattengo per non sbuffare. Nessuno traduce
quello che significa, ma dal modo in cui lo
ha detto sono sicuro che voglia dire "non
so" o forse "non ricordo". Riprendo
a parlare con Nabiyù e con Dae. Chiedo
quando tornerà quell'uomo che è
andato via. Parlo di altro, mentre Nabiyù
e Dae riprendono a parlare in amarico e poi
Dae inizia di nuovo a tradurre ad Umer in lingua
locale. Poi Nabiyù viene da me.
"Quest'uomo
era presente quando quell'italiano è
stato sepolto".
"Come
è possibile? A me sembra che non sappia
nulla".
Mi
rivolgo di nuovo a Umer, gli parlo in inglese
e chiedo a Dae di tradurre. Voglio essere sicuro
che non ci sta prendendo in giro per guadagnare
qualcosa.
"Chiedigli
se ricorda come si chiamava".
"Ungelist.
Dottore ungelist".
Poi
aggiunge qualcosa in lingua locale. Dae, Nabiyù...
"Dice
che lo chiamavano Dottore".
Di
colpo mi si apre un baratro nei pensieri. Evangelisti!
Come ho fatto a non capire? Come potevo aspettarmi
una pronuncia corretta, all'italiana? Ero talmente
convinto che stavamo facendo un buco nel nulla
che non avevo prestato la giusta attenzione
alle parole di Umer.
Inizia
l'interrogatorio fitto. Umer ricorda tutto,
o quasi. Quando è stato ucciso non c'erano
più italiani alla residenza. Solo una
"banda", come dice il diploma. Non
è vero che gli hanno sparato per errore,
è stato ucciso mentre combatteva. La
Residenza era ormai presa d'assalto dai ribelli.
"Dicono
che è stato sepolto nel giardino della
Residenza... ma come mai non è stato
portato via...".
"Stavano
fuggendo. Non era possibile. Ormai la residenza
era attaccata continuamente...".
"La
resistenza ad oltranza, culminante nel sacrificio
supremo, consentiva a rinforzi sopraggiunti,
di salvare i valorosi superstiti e ristabilire
la situazione".
"Ma
c'è una tomba? Una lapide? Un segno per
riconoscere dove..."
"L'hanno
sepolto prima di andarsene. Gli italiani stavano
andando via. Non so se hanno messo qualcosa".
"Ma
è possibile andare là, alla residenza?"
Dae
traduce ancora una volta... sì, è
possibile, lui ci può accompagnare. Umer
si allontana. Deve andare a casa. Tornerà
subito. Ormai siamo pronti. Aspettiamo soltanto
che arrivi l'altro uomo. Quello con cui Dae
aveva preso contatto e che aveva promesso di
accompagnarci. Lo vediamo avvicinarsi da lontano,
ma poi si ferma. Chiediamo al gruppo di curiosi,
chiediamo a Dae di capire, di tradurre.
"Non
vuole venire con noi. Quando ha visto Umer ha
deciso di non venire".
"Ma
perché?"
"Dice
che se viene Umer lui non viene".
Si
parte nella direzione di Konso. Umer sale in
macchina con noi insieme ad un altro vecchio
uomo. Siamo in sei, tre davanti e tre di dietro.
La pista inizia verso destra appena finisce
il centro abitato di Adeya. La imbocchiamo.
All'improvviso qualcosa nei miei pensieri si
interrompe. Ma dove stiamo andando? Mi rendo
conto all'improvviso che qualcosa è fuori
posto rispetto alla mia mappa mentale. Mi rivolgo
a Dae: "Ma dov'è Burji? Che cos'è?
E' una cittadina? E' una zona? E dove è
la Residenza?"
"Burji
è il nome della zona".
"E
il capoluogo?"
"Il
capoluogo è Soyama".
"Ma
secondo la guida del 38 Burji era una cittadina,
una località ben definita, non un territorio".
Dae
riprende l'interrogatorio, mentre seguiamo una
pista bianca in lieve pendio. Confabula a lungo
con Umer.
"La
vecchia cittadina denominata Burji non esiste
più. Nel periodo del Derg hanno costretto
la gente a lasciare le colline ed a scendere
vicino alla strada carrozzabile".
Sapevo
di queste iniziative del regime di Mengistu.
Nabiyù:
"Lo
facevano per controllare meglio la gente".
"Quindi
Burji è la zona. E qualcuno chiama così
Soyama, che è il nuovo capoluogo, la
città che ha preso il posto della vecchia
Burji".
La
pista ora comincia ad inerpicarsi. Piante, alberi,
acacie e arbusti spinosi crescono sui lati.
Sono talmente folti che a momenti la strada
sembra ridursi a un sentiero. A tratti troviamo
grossi cespugli che crescono proprio al centro.
In un caso dobbiamo uscire dalla pista per aggirare
un albero di due o tre metri. Umer parla sempre
con il suo amico anziano. Dae e Nabiyù
intervengono qua e là, poi mi dicono:
"Questa è la vecchia strada fatta
costruire dagli italiani più di 60 anni
fa. Ormai è abbandonata, non ci passa
quasi più nessuno".
In
molti tratti le piogge hanno lasciato solo la
rioccia scoperta. La Toyota deve risalire gradini
naturali, aggirare pinnacoli, ammortizzare ricadute.
Continuiamo solo perché sappiamo che
una strada esisteva e deve ancora esistere.
Se Umer non fosse con noi rinunceremmo, oppure
lasceremmo la macchina per continuare a piedi.
La
prova di guida dura sei chilometri. Poi all'improvviso
la pista si adagia su un pianoro con cinque
o sei capanne. È quello che rimane della
vecchia Burji. La pista ormai erbosa le aggira
sulla destra e risale un breve pendio in cima
al quale, su una gobba, già vediamo uno
shola monumentale - shola è il nome che
danno in Etiopia a una specie di fico selvatico
africano. Alla base della gobba ci fermiamo.
Intorno a noi, lo shola, qualche cespuglio,
erba e il sole che ormai è già
accecante. Umer mi anticipa indicando la cima
della gobba, pochi metri sopra di noi: "La
residenza era là, vicino allo shola".
Poi
si volta nella direzione opposta rispetto a
quella da cui veniamo. Indica, al di là
di un avvallamento, un breve pianoro, oltre
il quale le pendici ricominciano a scendere.
"Quello
era il giardino della Residenza".
Non
c'è più nulla. Né un sasso,
né una traccia qualsiasi che possa far
supporre l'antica destinazione di quello spazio.
Erba e pochi cespugli.
"Ma
cos'è successo? Come mai non è
rimasto nulla?"
"Qualche
anno dopo la fine dell'occupazione italiana
la Residenza è stata distrutta".
"Quanti
anni dopo? E da chi?"
"Umer
non ricorda esattamente, quattro, forse cinque.
Non ricorda neanche chi lo abbia fatto. Probabilmente
gente del governo".
Mi
dirigo verso la breve area del giardino.
"Chiedigli
se ricorda dove l'hanno sepolto".
Umer
si guarda intorno con espressione interrogativa.
Alza il braccio quasi a circondare l'orizzonte.
"Dice
che potrebbe essere dovunque. Allora c'era la
Residenza, il giardino. Ora non sa proprio come
ritrovare il luogo esatto".
Umer,
quasi a commentare le parole di Dae, indica
con un braccio in un punto, poi un altro, poi
un altro.
"Ma
hanno messo una lapide? Una pietra? Qualcosa
per far riconoscere il posto?"
"Dice
che non lo sa. Ricorda soltanto che avevano
scavato una fossa molto profonda".
"Ma
come mai non è rimasto nulla? Nessuna
traccia del passato?"
"Appena
la residenza è stata distrutta, gli agricoltori
hanno iniziato a coltivare questo spazio, lo
hanno lavorato e seminato ogni anno per decine
di anni".
È
strano. Dopo aver quasi raggiunto la convinzione
che non c'era niente da fare, che non avremmo
ritrovato nulla, essere infine così vicini
a Carlo e, nello stesso tempo, percepire con
chiarezza che tutte quelle informazioni in più
servono soltanto a renderlo più irraggiungibile.
Come la certezza di un male incurabile che colpisce
un amico.
Mi
aggiro per il breve spazio guardandomi intorno.
Lo misuro con la vista. Cerco di calcolare mentalmente
cosa occorrerebbe fare per scavarlo tutto. Fino
a che profondità si dovrebbe scavare?
Carlo si è seduto, fra i miei pensieri,
nello scanno che riservo sempre agli eroi senza
alcuna memoria, privi anche di quella misera
memoria che è quella anagrafica, oppure
di quel luogo in cui, chi ci ricorda, sa che
sono depositati i nostri resti. Non penso all'eroismo
di Carlo che prende il posto di un altro dietro
la mitragliatrice. Penso all'eroismo di tutti
coloro che sono costretti ad accettare una morte
senza memoria. Forse è per questo che
ha combattuto eroicamente, come combatto io
ogni giorno. Lui con la voglia di tornare in
un posto qualsiasi, in cui qualcuno lo ricordasse,
io nella speranza di sopravvivere in quattro
righe di scrittura. E quante volte... disperando...
mi sono consolato con quella pura memoria anagrafica,
che a lui è negata!
Dimenticavo!
L'uomo con la mitragliatrice? I combattimenti?
Allora non è il solo ad essere morto
qui?
"Umer
dice che qui è morto anche l'autista
di Carlo".
Poi
tutto si accavalla. Sento i discorsi di Dae,
di Nabiyù. Qualcuno dice che l'autista
non è stato sepolto qui. Ma non riesco
a capire, o forse nessuno sa, se altre persone
siano state sepolte in quel breve spazio. Se
così fosse, identificare i suoi resti
diventa ancora più difficile. Mentre
Carlo si allontana, confondendosi con i resti
di altre persone forse sepolte insieme a lui
60 anni fa, sento avvicinarsi altri eroi senza
nome e forse senza famiglia e con essi il passato
dell'Africa, quel passato che si legge come
un profilo di medusa nell'acqua... trasparente
eppure definito nei minimi dettagli, ancora
oggi... purché lo si voglia cercare,
purché si esca dagli itinerari carrozzabili
e dai paradisi naturali, purché si smetta
di considerare l'Africa il continente senza
storia, purché si dialoghi con le persone,
dando loro il palcoscenico, lo sfondo necessario
per far risuonare la loro voce, per far vibrare
i caratteri con la stessa solennità dei
personaggi shakespeariani, per vedere i drammi,
dove siamo abituati a vedere soltanto differenze
non dominabili ed esotismo.
Quel
passato che è ancora tutto presente,
come lo è sempre ogni passato, nella
memoria genetica, nei depositi linguistici,
nel disegno del territorio, nelle istituzioni,
nella memoria della gente.
Ripartiamo
verso Soyama per accompagnare Dae. Rimarrà
con la sua famiglia per qualche giorno. Poi
ancora una volta nella direzione opposta, verso
Konso. Sono appena le tre. Se non pioverà,
se non troveremo il fango, se non bucheremo
una gomma, se non avremo altri inconvenienti,
forse stasera dormiremo in un letto più
lungo e mangeremo del pesce fresco ad Arba Minch.
Riprendiamo
a darci il cambio alla guida con Nabiyù.
Da Burji ad Arba Minch sono 160 chilometri.
A Konso ci fermiamo solo 5 minuti per bere qualcosa
di fresco. Poi inizia la strada che non conosciamo.
90 chilometri che potremmo percorrere velocemente,
se non fosse per le mandrie di mucche che invadono
la strada, per i fiumi che occorre guadare,
per le buche piene d'acqua e di fango. Continuiamo
a guardare l'orologio. Se si fa tardi dovremo
tornare a Konso. Per quanto ci risulta, quello
dove abbiamo dormito è l'unico albergo
della zona; o comunque è l'unico che
corrisponda minimamente agli standard di un
pubblico occidentale.
Sui
guadi incrociamo asini carichi d'acqua e donne
e bambini che si fanno il bagno. Continuiamo
a parlare del nostro eroe vestito di stracci.
Umer, che ormai si è seduto nella nostra
memoria insieme a Carlo. L'uno, al colmo della
responsabilità di governo, lasciato solo
per esigenze superiori, a cercare di controllare
una situazione insostenibile. L'altro, l'uomo
di fatica, addetto alla cucina, che a distanza
di 60 anni si incontrano di nuovo in questa
avventura tutta occidentale. Compagni in un'avventura
coloniale più grande di loro, che li
ha lasciati diseredati e senza sopravvivenza.
Carlo ancora alla ricerca di quella sopravvivenza
tutta occidentale che vive nella memoria, negli
archivi, nella storia; quella sopravvivenza
che all'altro è stata negata da subito
e per sempre. Umer invece concentrato nella
sopravvivenza materiale, quotidiana, senza nessuna
memoria che vada oltre l'affetto di chi lo ha
conosciuto. Pensiamo al sorriso pieno di riconoscenza
con cui ci ha abbracciato quando gli abbiamo
dato l'equivalente di 25.000 Lire. Ricordiamo
quando ci ha detto che, se la famiglia vuole,
lui è disponibile a partecipare ai lavori
di scavo per ritrovare quei poveri resti. Anche
lui, in nome della sua sopravvivenza, solidale
nella ricerca delle tracce di quell'avventura
coloniale che l'Italia, per tanto tempo, ha
voluto solo dimenticare.
Seguendo
il pensiero di questo loro incontro a distanza
di 60 anni, all'improvviso mi chiedo se si sono
mai parlati. Umer ricorda l'appellativo "Dottore".
Chissà Carlo come si rivolgeva a Umer
e agli altri Etiopici.
L'involuta
narrazione, che motiva la medaglia d'oro, mi
fa pensare ad uno di quei casi in cui il funzionario
anziano ha cercato per tempo la sicurezza e
ha dato, o fatto dare, l'incarico al funzionario
più giovane, lasciando l'ordine di resistere
ad oltranza. La medaglia d'oro forse era un
modo per compensare quel poco sincero "...senza
esitazione alcuna rimaneva volontario sul posto...",
oppure voleva premiare l'attribuzione di un
incarico che non lasciava scampo. Umer ci ha
detto chiaramente che quando Carlo è
morto la Residenza era sottoposta ad attacchi
continui e forse Carlo, semplicemente, non ha
potuto organizzare la fuga perché non
c'era via di fuga. Oppure, chissà, forse
violando le leggi sulla difesa della razza Carlo
aveva i suoi motivi per voler rimanere a Burgi.
L'ultimo
tratto di strada costeggia il fiume in piena.
L'acqua, a momenti, ha cancellato il basso argine
di fango eretto dalla popolazione e la strada
è allagata. Ma il fondo è solido
e sassoso. Arriviamo ad Arba Minch che è
sera. Vogliamo riposare per un giorno, ma non
sappiamo cosa accadrà dopo. Non possiamo
tornare per la stessa strada da cui siamo venuti.
Se continua a piovere rimarremo in fila, in
fondo alla discesa della pista di fango, insieme
ai camion che abbiamo incontrato. Però
sappiamo che ad Arba Minch è crollato
un ponte. Non sappiamo se riusciremo a guadare.
Chiediamo informazioni in albergo e la mattina
dopo andiamo a vedere.
Il
nuovo ponte è ancora in costruzione e
le acque fangose hanno un aspetto poco rassicurante.
L'acqua scorre veloce e si incresta. Qualcuno
ci dice che i camion passano senza alcun problema,
ma la Toyota, per quanto grande, non è
un camion. Rimaniamo in dubbio per un po'. Qualcuno
dice che dipende anche dalla pioggia. Se non
piove l'acqua si abbasserà e tutto sarà
più facile. Poi si avvicina un ragazzo.
Ci dice che più a monte c'è un
punto in cui l'acqua è molto più
bassa. Se vogliamo ci può accompagnare.
Gli spieghiamo che vogliamo partire il giorno
dopo, ma vogliamo vedere. Sale con noi. Ci guida
per la città tra baracche e strade fangose.
Infine sbuchiamo su un ampio argine in terra
battuta. Il fiume qui è molto più
largo, ma proprio per questo l'acqua non diventa
profonda. Sotto i nostri occhi diversi camion
stanno preparandosi al guado. Li seguiamo con
lo sguardo per vedere l'altezza dell'acqua sulle
ruote. Dovremmo farcela senza problemi. Il ragazzo
ci avverte... "se non pioverà...".
Durante
la giornata ritorniamo più volte sulla
riva del lago Chamo. Per un giro in barca tra
pellicani e coccodrilli, per comprare pesce
fresco, e infine, di sera, per vedere gli uccelli
prima del tramonto. Quando ormai inizia a fare
scuro e stiamo per ripartire verso l'albergo,
ilo proprietario del pezzo di terra dove siamo
ritornati più volte, che ci ha anche
fatto da guida nella nostra passeggiata, si
rivolge a Nabiyù in amarico, ci chiede
un passaggio fino alla città. Sale in
macchina con la figlia, che forse ha 11 o 12
anni. Lungo la strada ci chiede dove abitiamo,
chi siamo, che facciamo. Si parla del più
e del meno. Del nostro amore per l'Etiopia.
Del mio lavoro in Ambasciata. Lui ha quel pezzo
di terra, che coltiva, e durante la buona stagione
aiuta l'uomo con la barca quando porta i turisti
sul lago. Ci chiede se torneremo. Torneremo
certamente, anche se ancora non sappiamo quando.
Sua figlia è molto brava, ci dice, non
vuole mai lasciarlo solo quando lavora, lo aiuta.
Sua figlia è una brava ragazza. Se potesse
andare in città, forse, avrebbe un futuro
migliore. Non ci chiede chiaramente se vogliamo
portarla con noi, ma basterebbe un nostro cenno
affermativo.
La
sera ancora nuvole e lampi in lontananza; sopra
la montagna, al di là del Parco Naturale
di Nechisar, brontolii di tuoni... ma non piove.
Partiamo di mattina presto. Il ragazzo del giorno
prima ci aspetta dove convenuto. Di nuovo sale
con noi, ci guida. Scende quando siamo sull'argine,
si toglie i pantaloni e le scarpe, poi ci avverte:
"Dall'altra parte ci sono dei ragazzi che
chiedono soldi a chi attraversa. Non vogliono
che altri aiutino a trovare il guado".
Poi
scende in acqua e inizia ad attraversare a piedi,
indicandoci i punti in cui il fondo è
più solido. Forse non servirebbe. Stiamo
seguendo un camion e ci fidiamo ancora di più
della nostra vista. L'ultimo tratto è
più profondo, forse arriva a coprire
le ruote della Toyota, ma non riserva sorprese.
Quando arriviamo dall'altra parte ci fermiamo
per aspettare il nostro amico che è rimasto
indietro. Sale di corsa in macchina, stringendo
ancora tra le mani i pantaloni e le scarpe.
Si abbassa sotto il sedile per non farsi riconoscere.
Mentre ripartiamo, il gruppo di ragazzi ci fa
cenni poco socievoli. Dopo qualche centinaio
di metri, ritornati sulla strada asfaltata,
gli paghiamo l'importo pattuito e scende. Mentre
ci allontaniamo lo vediamo rivestirsi sul lato
della strada. Siamo stati fortunati. È
lunedì e siamo già di ritorno.
In Ambasciata mio aspettano per mercoledì.
Possiamo rientrare con tutta calma e senza troppo
preoccuparci per gli imprevisti. Lungo la strada
Nabiyù ci ricorda qualcosa che aveva
detto prima di partire.
"Se
ci sarà tempo, vorrei andare a trovare
un mio parente che vive dalle parti di Shashemene".
"Chi
è?"
"E'
il fratello di mio padre".
Ci
guardiamo con Mirella. Perché no? Il
tempo non ci manca.
"Sarà
per domani. Stanotte ci fermiamo ad Awassa".
"Va
bene".
Mentre
continuiamo il viaggio ci racconta questa storia
che sembra venuta dalle Mille e una notte. Nabiyù
è il frutto di uno di quei casi di "deprecabile
meticciato" di cui parlava la Guida del
38. Sua madre, che è etiopica, aveva
13 anni quando un prete ortodosso decise di
regalarla a suo padre, che ne aveva più
di 70. Sembra che gli disse: "Non si può
vivere soli alla tua età!"
Il
padre di Nabiyù era di sangue armeno,
turco ed israeliano. La sua famiglia era vissuta
in Inghilterra prima di trasferirsi in Etiopia.
Nabiyù nacque dopo nove mesi. Poi la
madre fuggì. Non voleva vivere con un
uomo così vecchio. Nabiyù fu allevato
da un fratello, nato tanti anni prima da suo
padre e da un'altra donna. Nabiyù è
l'unico figlio di quel padre e quella madre,
ma ha tanti fratelli perché suo padre,
prima della sua nascita, era già stato
sposato due volte; e sua madre, dopo essere
fuggita via, si è risposata ed ha avuto
altri figli. Nabiyù è scuro di
pelle, ma ha i capelli ondulati dei mediorientali
e una corporatura robusta che non ha nulla a
che fare con le fattezze filiformi degli etiopici.
Ci vogliono due miei polsi per farne uno suo.
Ha l'intuito e l'arguzia dei mercanti libanesi
e lo stesso savoir faire. Ha conosciuto la madre
tanti anni dopo, quando suo padre era già
morto, ed ora la frequenta regolarmente.
La
storia che Nabiyù ci ha raccontato ci
rende ancora più curiosi. Decidiamo di
andare sicuramente. Arriviamo a Shashemene,
e di lì ad Awassa, per l'ora di pranzo.
Utilizziamo il resto della giornata per salutare
Abba Grebre Mariam, la persona che ci ha fatto
conoscere Dae, per riposare e per vedere gli
uccelli intorno al lago.
La
mattina dopo ripartiamo presto. Non sappiamo
quanto tempo ci prenderà quella visita.
Da Awassa a Shashemene a Kuyera sono al massimo
30 chilometro. Dopo Kuyera si prende una pista
verso destra. Dopo venti minuti di guida si
arriva al villaggio di Gigessa - per Kuyera
e Gigessa non sono sicuro della dizione, perché
non sono riportate sulla mappa. Poi la strada
si inerpica per una collinetta, in cima alla
quale si intravede un bosco di eucalipti e ginepri.
Quando entriamo nello spazio ombroso, oltre
il cancello della missione, all'improvviso qualcosa
sembra cambiare. Ci troviamo di fronte a una
costruzione scura, in legno e mattoni rossi,
con il tetto che somiglia a quello di una cattedrale
gotica. Se non fosse per le persone di pelle
scura che si aggirano lì intorno, potremmo
trovarci in qualche angolo sperduto della campagna
inglese. Nabiyù spiega perché
siamo lì e qualcuno ci guida per una
rampa di scale che scricchiola e cigola.
L'Abbé
Edouard è seduto ad un piccolo tavolo
dove sono appoggiati tanti libri. Si riscuote
quando arriviamo, ma chiaramente non ha riconosciuto
Nabiyù. Lui inizia a parlargli in amarico.
Dopo un po' vediamo che sorride. Si alza e dice
che questa è una giornata importante.
Chiede ad una delle ragazze nell'altra stanza
di preparare del caffè. Torna da noi
ed inizia a parlare, un po' in italiano, un
po' in inglese. Non dice nulla di Nabiyù,
né del fratello, né di altri.
Parla di sé. Racconta che l'attuale vescovo
di Addis Abeba è stato un suo allievo.
Ci dice che ha tradotto gli inni sacri in amarico
e che ora sta lavorando per tradurli in lingua
omoro. Ci racconta che spesso lo chiamano per
ritrovare persone e oggetti scomparsi. Lui guarda
su una mappa, poi indica il posto dove si trova
quello che cercano. Mi mostra anche un attestato
di un certo Padre Jurion, del Syndacat National
des Radiesthesistes di Parigi, che dice di aver
incontrato l'Abbé Edouard e di aver constatato
in lui una "... tres fine sensibilité
dans l'art de la Radiesthesie et tres grand
competence...". Molte persone, dice, vanno
da lui anche per farsi curare. Alla parete ci
sono le immagini importanti della sua vita ed
i diplomi che ha ricevuto. Si alza di nuovo
per accompagnarci nell'altra stanza. Il caffè
è pronto. Ma non si siede.
"Oggi
è una giornata importante. Facciamo un
po' di musica".
Va nella sua stanza e ritorna con una valigia.
Faccio per aiutarlo, ma non vuole essere aiutato.
La valigia in realtà è la custodia
di un'enorme fisarmonica. La tira fuori, se
la mette sulle spalle ed inizia a suonare e,
a momenti, a cantare. Canta in francese. È
molto bravo. Canta inni sacri ed altri pezzi
anche profani ma, calcolando a mente, risalgono
probabilmente agli anni '30 o '40. Ora che è
lì, in piedi, al centro della stanza,
lo vediamo meglio. Ha la pelle ancora liscia.
Le rughe si concentrano sotto il mento, dove
la pelle diventa floscia. Un'unghia di gatto
ha lasciato piccoli solchi alla base del naso
ed ai lati della bocca. Gli occhi sono due fessure,
come se fosse concentrato a cercare qualcosa
dentro di sé. Barba e capelli sono radi
e appena accennati. Continua a cantare e suonare
a lungo, mentre beviamo il caffè. A mente
calcolo cinque o forse sei pezzi. Ogni volta
che finisce battiamo le mani e lui si inchina.
Scatto anche qualche foto, per Nabiyù.
Le ragazze ci guardano al di là della
porta, parlano tra loro; dai loro gesti, mi
sembra quasi vogliano farci capire che alla
sua età tutto questo non va bene. Ma
dura ancora per poco. Finito il caffè,
è come se qualcosa si fosse spento. Rimette
la fisarmonica nella custodia. Nabiyù
ci dice che è ora di andare. Dai gesti
capiamo che vuole tornare alle sue letture.
Mentre ci saluta già guarda verso la
sua stanza.
Sono,
forse, le 10 del mattino quando riprendiamo
la strada verso Addis Abeba. Siamo ammirati
e confusi nello stesso tempo. Io ripenso a un
libro che ho letto, dal titolo "Les traducteurs
dans l'histore", che mi ha sorpreso. Non
immaginavo che si potesse parlare dei traduttori
come "inventori di alfabeti", "inventori
di lingue nazionali", "propagatori
di religioni", "redattori di dizionari".
Eppure tutto questo è inconfutabile,
anche se a momenti mi fa pensare ai traduttori
come esseri divini. L'Abbé Edouard mi
comunica gli stessi sentimenti; lo stesso senso
di assoluta primazia che mai si concede al confronto
ed accetta solo la verifica della legge che
ha prescelto. Nabiyù è ammirato,
ed anche noi. Come potremmo non esserlo? Nell'Africa
di 60 anni fa era lui l'inventore di alfabeti,
di lingue nazionali, il propagatore di religioni,
il redattore di dizionari. Ma era ancora di
più: il diffusore di saperi, l'importatore
di valori, l'inventore di scienze e discipline
che per primo dà un nome a ciò
che non è mai stato osservato e studiato
in una prospettiva occidentale. Forse Carlo
aveva lo stesso desiderio di scoperta ed invenzione
e si era fatto sedurre dallo stesso senso di
onnipotenza che ancora invade l'Abbé
Elouard. Del resto questo era uno dei compiti
dell'Italia nell'Africa Orientale Italiana.
Erano
passati pochi giorni dal nostro rientro ad Addis
Abeba quando una mattina, in Ambasciata, venne
a farmi visita Padre Tommaso, un frate della
missione dei cappuccini di Addis Abeba. Ho per
lui una particolare simpatia perché parla
il dialetto marchigiano della mia infanzia.
Ho riconosciuto subito quell'accento, fin dalla
prima volta che l'ho incontrato, e ho scoperto
subito che è nato a pochi chilometri
dalla zona di origine di mia madre.
Appena
l'ho visto mi sono ricordato di quando, 40 anni
fa, ancora succedeva nei villaggi di campagna
di veder arrivare all'improvviso questi frati
dalla lunga barba, i sandali di pelle sui piedi
nudi e il saio marrone, che spesso chiedevano
di sedersi un poco per riposare e non rifiutavano
l'offerta di un caffè, di qualcosa da
mangiare e di una piccola elemosina. Per i bambini
era sempre una sorpresa e una gioia, e per la
mia prozia, vedova e analfabeta, che viveva
solo con la pensione, era sempre una buona occasione
per farsi dare qualche buon consiglio, che si
sarebbe affrettata a non seguire. Quella zia
- la chiamavo così anche se era la sorella
di mia nonna - aveva allora più di 70
anni, era sdentata a causa del tifo fin da quando
ne aveva 30 ed era rimasta vedova da quando
ne aveva 60. Il suo viso sembrava sempre abbronzato
per il reticolo fitto di rughe, asciugate dal
focolare, che sembrava appartenergli dalla nascita.
Non era mai andata a scuola e non sapeva leggere,
ma aveva imparato a contare i soldi. Aveva debiti
con tutti i negozi della zona e li amministrava
oculatamente, facendo in modo che non si estinguessero.
Mi voleva molto bene, perché non aveva
avuto figli, ma quando si arrabbiava era capace
di corrermi dietro con la bacchetta tra i filari
delle viti. A volte, quando vedeva su una rivista
qualche foro della famiglia Savoia, mi chiedeva
di leggere cosa c'era scritto. Lo feci poche
volte perché era come una tortura. Lei
si aspettava frasi semplici come "questa
persona è morta, l'altra si è
sposata, l'altra ancora ha un amante".
Lo stile giornalistico dei giornali di varietà,
fatto per riempire pagine e pagine di illazioni,
con un vocabolario allusivo e ipotetico, che
accenna, non dice e soprattutto rinvia all'infinito
la rivelazione dell'unica notizia importante,
lo scoop, le era completamente estraneo. Cercavo
perciò di leggere prima e poi di riassumere
quello che diceva l'articolo, ma lei capiva
che non stavo leggendo e temeva che omettessi
qualcosa di importante. Allora insisteva perché
leggessi, ma quando leggevo mi fermavo ogni
due parole per chiedermi cosa significassero.
Con lei tutta la famiglia si era abituata ad
usare, anche nella comunicazione quotidiana,
un vocabolario particolare, il suo vocabolario,
che eravamo costretti ad esprimere ad alta voce
perché era anche sorda. Le volevamo tutti
molto bene, ma il nostro affetto non prescindeva
mai da un senso di pur benevole superiorità,
che derivava dal suo bisogno di assistenza per
tante piccole esigenze quotidiane. Quel senso
di superiorità, da ragazzo cittadino
che va a scuola, lo provavamo in realtà
per tutto il mondo contadino, che ci seduceva
con la sua libertà, con la vita all'aria
aperta, con i colori, gli animali, i fenomeni
naturali e la sensazione di poter esprimere
l'energia che ci scorreva nelle vene, eppure
quella gente non sapeva confrontarsi con la
vita di città, piena di messaggi scritti,
di codici di comportamento, di moduli da compilare,
firme da mettere e buone maniere.
Era
una situazione non troppo diversa da quella
di Carlo e dell'Abbé Edouard nell'Etiopia
dio 60 anni fa. Quel mondo in cui sembrava che
tutto fosse ancora da inventare e da scoprire,
anche la geografia ed i nomi dei luoghi. Quel
mondo in cui il colonizzatore poteva permettersi
di accennare agli "Amara conquistatori
e razziatori... spregiatori delle genti sottomesse
e ignari d'ogni osservazione, nonché
di glottologia ed etnografia" ponendosi
nel ruolo di conservatore della cultura locale.
La regola di comportamento, come con la mia
vecchia zia, doveva essere "superiorità
e comprensione".
Ma
è una situazione che si sperimenta anche
oggi. Ancora oggi il bianco in Africa non ha
bisogno di credere nelle teorie razziste. Può
anche crederci, ma è un fatto secondario.
È l'esperienza quotidiana a suggerirgli
che, dove gli altri sono in condizione di minorità
egli è un dio e, una volta sperimentata,
questa è una condizione alla quale non
si vuole rinunciare.
Pensavo
a tutto questo mentre con Padre Tommaso si parlava
del più e del meno. Poi, quando ormai
stava per andar via, prese dalla borsa una cartellina
bianca.
"Volevo
darti queste fotocopie. C'è una famiglia
che da tanti anni cerca di sapere qualcosa di
una parente morto qui".
"Come
si chiama?"
"Silvio
De Maggi"
"Quando
è morto?"
"Il
6 maggio del 1941. I documenti dicono: in combattimento
in Africa Orientale".
"Un
altro caso come quello di Burji. Lo sai che
sono appena tornato da laggiù? Siamo
riusciti a trovare il posto dove è stato
sepolto!"
"E
adesso che fate?"
"Non
credo che si possa fare nulla. Abbiamo trovato
il luogo, m ala tomba non è indicata.
Bisognerebbe scavare in profondità uno
spazio di almeno 400 o 500 metri quadrati. E
poi lì hanno combattuto. Ci saranno altre
persone sepolte. Come fare per distinguere i
suoi resti da quelli di altri?"
"Questo
non è detto! E' accaduto altre volte!
Allora, se la tomba non era segnata, mettevano
un fiaschetto vicino alla testa con pochi oggetti
personali ed un foglio, dove scrivevano il nome,
il cognome e le date di nascita e di morte".
"Non
so cosa faremo allora. Comunque deve decidere
la famiglia. E poi, anche se ritrovassimo le
ossa, bisogna vedere se le autorità etiopiche
sono disponibili a farle portare in Italia.
In altri casi hanno negato il permesso".
"Avete
trovato brutto tempo laggiù?"
"Terribile!
Pioveva continuamente! Abbiamo anche rischiato
di rimanere impantanati, nella pista da Fiseha
Genet a Chelelektu! Purtroppo nessuno ci aveva
detto che laggiù la stagione delle grandi
piogge e tra aprile e maggio e non, come ad
Addis Abeba, tra giugno e settembre!"
"Ma
chi l'ha detto?"
"Un
ragazzo di là che è venuto con
noi. Si chiama Dae".
"A
me veramente non risulta! Sono stato tanto da
quelle parti e secondo me è proprio come
qui ad Addis!"
"Non
capirò mai nulla di questo paese!"
"Dimmi
un attimo! Come avete fatto a ritrovare il posto?"
"Grazie
a un amico che abbiamo conosciuto laggiù".
"Come
si chiama?"
"Umer
Meto Diago".