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Ricerche nel tempo perduto  
 Generi coloniali
  di Paolo Cartocci

di Emiliano Pireddu         Piove. Piove forte. Dae, la nostra guida, non è sorpreso. Dice che nel sud dell'Etiopia la stagione delle grandi piogge è questa, tra aprile maggio, e non, come ad Addis Abeba, da giugno a settembre. Non me lo aveva detto nessuno in Ambasciata. Come non mi hanno detto che durante la stagione delle piogge intere zone rimangono isolate perché le piste diventano una poltiglia viscida profonda fino a 30/40 centimetri.
         Se poi le piste sono su un forte pendio, se una strada in costruzione è stata abbandonata dagli operai proprio a causa delle piogge, se l'unica persona che conosci che ha visitato la zona ci è andata nella stagione secca... allora ti succede proprio come è accaduto a noi. La strada è ingombra dei camion che hanno iniziato a slittare mentre risalivano il pendio ed hanno preferito fermarsi. Per noi che scendiamo è più facile procedere, ma aggirarli non è facile se hai sotto le gomme 20 cm. della solita crema di papaia nera.
         Andiamo all'avventura, come si va quando sai che indietro non puoi tornare e davanti non sai cosa ti aspetta. Il freno si può appena sfiorare, quando sei disperato... le ridotte e il gioco di acceleratore... non muovere mai a caso il volante... la macchina devi sentirla con il fondoschiena... poi con delicatezza ancora... acceleratore, sterzo, ridotte... ne sei fuori... fino al prossimo cuscino di piume... sognando che non venga la salita.
         Viaggiamo soli e non sappiamo se esserne scontenti o meno. Se ci impantaniamo sul serio sarà la disperazione... ma su una strada del genere è meglio non avere nessuno davanti, né dietro. Ogni volta che sento la macchina scivolare di lato mi ricordo le emozioni di quando è finito il mio primo amore. È già pomeriggio, ci aspettano altri 300 km, conosciamo soltanto la strada che abbiamo già percorso e ogni 300 metri dobbiamo mettere le ridotte.
         Quando alla fine intravediamo il pianoro la pista si biforca. Quella che scende più in basso di lato è occupata da due camion. Prendo quella di sopra...ci chiamano... la strada di là è interrotta. Dobbiamo passare di sotto. Obietto... ma ci sono i camion... occorre aggirarli... ridotte... sterzo... acceleratore... le ruote davanti slittano, la fiancata della Toyota scivola sempre più vicina al muso di uno dei camion... Nabiyù e Dae scendono... cercano di spostare la macchina di peso, ma ci vorrebbe una formica... Nabiyù mi dice: "molla il freno, non accelerare, togli la marcia" e continua a spingere senza risultato, la Toyota pesa più di due tonnellate... non è il momento di discutere... mentre loro spingono riparto con le ridotte sotto sterzo. La macchina gira su se stessa e si rimette in carreggiata. In fondo alla discesa cinque o sei camion sono fermi. Ci fermiamo per sapere in che condizioni è la pista.
Quando ripartiamo inizia il miracolo: i lavori sulla strada sono finiti, la vecchia pista di terra battuta è solida e senza fango, smette di piovere e sui tratti di pista senza curve ci permettiamo i cento all'ora. Rifacciamo di nuovo i programmi... dovremmo farcela... se non buchiamo una gomma, se non ritroviamo fango, se non ci sono altri imprevisti. Se poi accadesse qualcosa... dovremo cercare un alloggio qualsiasi al primo centro abitato che incontriamo all'ora del tramonto.
         Non buchiamo gomme né incontriamo altri imprevisti... solo un ponte crollato sul Sagan River ed il fiume da guardare, ma appena ci fermiamo, incerti sul da farsi, accorre qualcuno che ci mostra come e dove attraversare. Hanno buttato sassi sul fondo melmoso per renderlo guadabile. A pochi chilometri da Konso un drappello di uomini e donne di color ebano, con la pelle lucida di sudore, procede di corsa con un'andatura agile e marziale, come un cavallo al trotto, impugnando lance ed attrezzi agricoli. Chiediamo a Dae cosa facciano.
         "Tornano dal lavoro nei campi. Camminando in questo modo mostrano di essere forti e orgogliosi del loro lavoro".
         Ci salutano sorridendo. Lasciano libera la strada per farci passare.
         Arriviamo a Konso che sono le 7 di sera e già fa buio.
         Nella stanza c'è un letto troppo corto, una sedia, un tavolinetto. Benediciamo il gabinetto annesso con la doccia. L'elettricità è data dal generatore che alle 11 smette di funzionare, ma non facciamo in tempo ad accorgercene. Dobbiamo svegliarci presto per iniziare la nostra indagine.
         Al mattino, prima di ripartire, leggo di nuovo la documentazione e gli appunti che ho portato con me.
         Tutto è cominciato con una telefonata di un collega di lavoro.
         "A Roma ci sono dei miei conoscenti che hanno perduto un fratello, in Etiopia, nel 1941. Da allora stanno cercando di avere sue notizie sulla sua sepoltura e di riavere i resti, ma finora non sono riusciti ad ottenere nulla. Puoi cercare di fargli avere qualche notizia?"
         Ormai è da tempo che cerco solo qualche motivo in più per continuare ad attraversare questo paese in tutte le direzioni. La proposta è ancora più allettante perché mi costringerà a cercare. Non mi basta più visitare un paese, una località, un buco qualsiasi, solo per guardarmi intorno. L'unico mezzo per vedere qualcosa è quello di avere un progetto, un'ipotesi, un'idea da verificare, come Galileo. Altrimenti ci si ferma di fronte alla prima difficoltà e si rinuncia, perché non c'è motivo per valicare la superficie lucidata, messa lì apposta per gli stranieri.
         "Ma dove è morto?"
         "A Burgi!"
         Per me rimane una risposta senza senso. Non ho mai sentito parlare di quella località.
         "Dovrò informarmi. Intanto inviami copia della documentazione di cui la famiglia è in possesso".
         La documentazione arrivò due settimane dopo. Non c'era molto. Il diploma di attribuzione della medaglia d'oro al valor militare, alla memoria, e una serie di lettere a far data dal 1967, con le quali la famiglia chiedeva ripetutamente di poter riavere le ossa del loro congiunto. L'ultima lettera risaliva al 1972.
         Il diploma recitava: "Giovane funzionario coloniale designato al governo di una regione rifugio permanente di dissidenti, svolgeva la sua opera tra le tribù dipendenti affrontando, in zone di dissidenza, i rischi di ardimentose ricognizioni con elevato spirito di sacrificio e singolare sprezzo del pericolo. Ritirate per diverso impiego le truppe regolari dislocate nella residenza, non si smarriva e senza esitazione alcune rimaneva volontariamente in posto pur non disponendo per fronteggiare la critica situazione che di pochi nazionali ed una banda irregolare. Assalito da soverchianti forza ribelli organizzava ed animava tenace resistenza e la protraeva con indomito ardore a malgrado delle sanguinose perdite e benché sollecitato alla resa. Caduto il tiratore di una mitragliatrice si sostituiva ad esso e persisteva nell'impari lotta finché cadeva colpito mortalmente. La resistenza ad oltranza, culminante nel sacrificio supremo, consentiva a rinforzi sopraggiunti, di salvare i valorosi superstiti e ristabilire la situazione. Magnifica tempra di soldato e funzionario".
         La prima ricerca da fare era negli archivio dell'Ambasciata, ma rimase senza risultato. Non riuscii a trovare neanche le lettere inviate nel tempo ai diversi ambasciatori italiani in Etiopia, delle quali la famiglia mi aveva regolarmente inviato copia. Sembrava che presso l'Ambasciata non esistesse traccia neanche del nome di quel giovane funzionario. Del resto non era strano. Ai cinque anni di dominio coloniale italiano era seguito un periodo in cui l'Italia e l'Etiopia avevano interrotto i rapporti diplomatici. "Villa Italia", la vecchia Ambasciata, era divenuta una delle residenze di Haile Selassie e gli uffici non custodiscono documentazione precedente agli anni 50, quando i rapporti diplomatici con l'Etiopia sono sospesi. Quelle lettere più recenti, invece, forse erano rimaste nel cassetto di qualche impiegato dell'Ambasciata, a causa della difficoltà di dare risposta alle richieste della famiglia in periodi in cui gli stranieri non potevano muoversi liberamente sul territorio etiopico. Non c'era traccia di lui - ma non ho ancora detto il nome. Si chiamava Carlo Evangelisti. Di qui in avanti, per comodità, lo chiameremo Carlo - neanche nell'archivio dei caduti in guerra, dei sepolti nei cimiteri militari in Etiopia. Ed anche questo non era strano. Nonostante la lode alla "magnifica tempra di soldato...". Carlo non era un soldato, bensì un funzionario coloniale nominato Segretario di Governo della Regione di Gàlla e Sidàmo. Un militare italiano, mentre gli parlavo del mio programma di ricerca, mi disse: "... quindi era un collega!... costretto dalle circostanze a morire combattendo...". In genere nei cimiteri militari vengono sepolti i soldati, e comunque, se fosse stato in un cimitero militare, i parenti l'avrebbero saputo immediatamente.
         L'unica notizia certa, riguardante il luogo di sepoltura, proveniva dalla famiglia. Il primo novembre 1970 una sorella scriveva all'Ambasciatore etiopico in Italia: "Ora però che la situazione con l'Etiopia è cambiata, oso rivolgermi a Lei, Eccellenza, nella certezza che con il Suo autorevole intervento possa alfine conoscere il luogo dove fu sepolto mio Fratello (allora ci fu detto, che venne sepolto nel luogo stesso dove Egli era caduto, cioè nel cortile della Residenza) e poi ci sia concesso dalle Autorità Etiopiche il permesso della traslazione in Italia".
         La lettura di quelle righe mi incantava, come quella di un vecchio volume polveroso che in genere si rimette nella scaffalatura dopo poche pagine. Nel tumulto sociale che esplodeva in Italia nei primi anni 70 la sorella di Carlo rivolgeva l'ennesima richiesta ad un'autorità straniera per ricomporre la frattura familiare che si era aperta trent'anni prima. Mi seduceva il gioco delle maiuscole che coinvolgeva l'"Eccellenza", l'"Autorità" ed "Egli, il "Fratello", e mi commuoveva, nel diploma datato 1949, dopo la premessa e le motivazioni, la dicitura "Ha conferito la Medaglia d'oro al valor militare coll'annesso soprassoldo di lire Millecinquecento annue al Segretario di Governo, Governo Gàlla-Siudàmo". Il riconoscimento di un incarico di governo in un territorio già perduto da 8 anni e la tenera mescolanza dell'onore con il soprassoldo; il rinvio ad alcune righe più in basso - dopo il nome, i dati anagrafici ed altri riferimenti - della dicitura "alla memoria", come un dettaglio secondario di una storia più grande, che investe il valore ed il giusto compenso come elementi costitutivi. Era l'Italia della mia infanzia, della bandiera, del grido "a morte lo straniero". L'Italia di mio padre che è stata obliterata in pochi decenni di modernizzazione forzata.
         Sentivo un grande rispetto per quella famiglia di cui non sapevo nulla e che forse non avrei mai incontrato. Riprendere a distanza di 60 anni, dopo la morte dei genitori e di altri fratelli, quel tentativo ripetutamente fallito, mi sembrava in sé degno, se non altro, di attenzione e della curiosità che suscita tutto ciò che è inusuale, inaspettato e proprio per questo più vicino all'umano, come il gesto di una femmina di gorilla che rifiuta di abbandonare il corpo del figlio morto e lo porta con sé ancora per alcuni giorni.
         Non sappiamo quanto tempo impiegheremo per la ricerca, ma abbiamo un limite temporale oggettivo. Ho promesso di rientrare in Ambasciata entro cinque giorni. Partiamo presto riattraversando la pianura alluvionale del Sagan River, dove ieri sera, nonostante la stanchezza, abbiamo continuato a guardarci intorno rincorrendo con lo sguardo i dik dik, i babbuini, i cuculi in volo. Il guado, ora, ci fa meno paura.
         Lungo il viaggio Dae ci racconta come ha organizzato la ricerca. Lui è di Burji. Lo abbiamo incontrato ad Awassa, dove ci è stato presentato da Abba Gebre Mariam, un missionario del convento dei cappuccini, anche lui originario di Burji, al quale abbiamo chiesto aiuto per organizzare il nostro viaggio. Dae ha già preso contatto con alcuni anziani della zona che, forse, ricordano gli eventi dell'occupazione italiana. Sono passati ormai 60 anni, non ho molte speranze.
         Quando arriviamo ci dicono che è domenica, è giorno di mercato, e perciò l'anziano che cerchiamo è andato in un altro piccolo centro vicino che si chiama Adeya. Qualcuno sale in macchina con noi per accompagnarci. Quando arriviamo Dae va via con l'accompagnatore per andarlo a chiamare. Il solito drappello di curiosi si avvicina e ci guarda da due passi di distanza. Quando faccio il gesto di avvicinarmi, i bambini fuggono via gridando e ridendo.
         Poi arriva l'uomo che aspettiamo. È più giovane del nonno di Dae. Ha capelli e baffi neri e un viso appuntito che gli dà un'espressione furba. Secondo me non ha più di 60 anni. Lui era certamente troppo giovane nel periodo coloniale ma Dae dice che è informato perché ha saputo da altri. Tutto ricomincia da capo. Prima la cerimonia dei saluti e delle presentazioni, tradotta in simultanea da Dae in lingua locale. Poi spieghiamo perché siamo lì. A momenti Nabiyù, il mio autista, coglie qualche incertezza nei discorsi di Dae, allora interviene in amarico, scambia qualche parola con lui, per chiarire, poi di nuovo Dae ricomincia nella lingua locale. Il gruppo di curiosi non perde una parola. Quando abbiamo spiegato quello che cerchiamo e le nostre intenzioni succede qualcosa che non comprendiamo. Dae e l'uomo continuano a parlare nella lingua locale, poi l'anziano dice che deve allontanarsi, che dobbiamo aspettarlo e poi ci accompagnerà. Quando è andato via alcuni uomini nel gruppo dei curiosi continuano a farci domande, tramite Dae e Nabiyù; infine uno si fa avanti e dice che lì, a pochi passi da noi, abita un uomo che aveva lavorato con gli italiani ai tempi del dominio coloniale. Chiediamo di andarlo a chiamare.
         L'uomo si chiama Umer Meto Diago. Quando arriva si mette sugli attenti davanti a noi e ci dice: "Buongiorno! Come sta?"
         Rimango sorpreso. Non mi aspettavo che parlasse italiano. Il suo viso è straordinario. Le rughe della fronte, le sopracciglia, le narici, la bocca ed il mento, sotto il sole già alto, formano un insieme di linee orizzontali. Poi sui lati scendono le rughe degli occhi e quelle di espressione, che dalle narici incorniciano la bocca fino all'attacco del mento e di lì, come onde, si ripetono e si infrangono verso le orecchie. Il tutto è sparso con una barba bianca più fitta di quella del nonno di Dae. E' vestito di stracci.
         Rispondo in italiano con i convenevoli d'uso e vedo che ha capito. Poi inizio a spiegare per quale motivo siamo lì, ma qualcosa non va. Capisco immediatamente che dell'italiano capisce, o forse ricorda, soltanto alcune espressioni idiomatiche che servivano per rivolgersi a chi gli dava lavoro.
         Riprendo il colloquio tramite Dae e Nabiyù.
         "Chiedetegli se lavorava con gli italiani".
         "Ha detto di sì".
         "Chiedetegli che lavoro faceva".
         "L'uomo di fatica. Lavorava in cucina".
         "Chiedetegli se ricorda l'uomo che è stato ucciso alla Residenza italiana nel 1941, 60 anni fa".
         Umer rimane impassibile; sembra riflettere un po'; poi, senza cambiare espressione, dice: "ungelist". Mi trattengo per non sbuffare. Nessuno traduce quello che significa, ma dal modo in cui lo ha detto sono sicuro che voglia dire "non so" o forse "non ricordo". Riprendo a parlare con Nabiyù e con Dae. Chiedo quando tornerà quell'uomo che è andato via. Parlo di altro, mentre Nabiyù e Dae riprendono a parlare in amarico e poi Dae inizia di nuovo a tradurre ad Umer in lingua locale. Poi Nabiyù viene da me.
         "Quest'uomo era presente quando quell'italiano è stato sepolto".
         "Come è possibile? A me sembra che non sappia nulla".
         Mi rivolgo di nuovo a Umer, gli parlo in inglese e chiedo a Dae di tradurre. Voglio essere sicuro che non ci sta prendendo in giro per guadagnare qualcosa.
         "Chiedigli se ricorda come si chiamava".
         "Ungelist. Dottore ungelist".
         Poi aggiunge qualcosa in lingua locale. Dae, Nabiyù...
         "Dice che lo chiamavano Dottore".
         Di colpo mi si apre un baratro nei pensieri. Evangelisti! Come ho fatto a non capire? Come potevo aspettarmi una pronuncia corretta, all'italiana? Ero talmente convinto che stavamo facendo un buco nel nulla che non avevo prestato la giusta attenzione alle parole di Umer.
         Inizia l'interrogatorio fitto. Umer ricorda tutto, o quasi. Quando è stato ucciso non c'erano più italiani alla residenza. Solo una "banda", come dice il diploma. Non è vero che gli hanno sparato per errore, è stato ucciso mentre combatteva. La Residenza era ormai presa d'assalto dai ribelli.
         "Dicono che è stato sepolto nel giardino della Residenza... ma come mai non è stato portato via...".
         "Stavano fuggendo. Non era possibile. Ormai la residenza era attaccata continuamente...".
         "La resistenza ad oltranza, culminante nel sacrificio supremo, consentiva a rinforzi sopraggiunti, di salvare i valorosi superstiti e ristabilire la situazione".
         "Ma c'è una tomba? Una lapide? Un segno per riconoscere dove..."
         "L'hanno sepolto prima di andarsene. Gli italiani stavano andando via. Non so se hanno messo qualcosa".
         "Ma è possibile andare là, alla residenza?"
         Dae traduce ancora una volta... sì, è possibile, lui ci può accompagnare. Umer si allontana. Deve andare a casa. Tornerà subito. Ormai siamo pronti. Aspettiamo soltanto che arrivi l'altro uomo. Quello con cui Dae aveva preso contatto e che aveva promesso di accompagnarci. Lo vediamo avvicinarsi da lontano, ma poi si ferma. Chiediamo al gruppo di curiosi, chiediamo a Dae di capire, di tradurre.
         "Non vuole venire con noi. Quando ha visto Umer ha deciso di non venire".
         "Ma perché?"
         "Dice che se viene Umer lui non viene".
         Si parte nella direzione di Konso. Umer sale in macchina con noi insieme ad un altro vecchio uomo. Siamo in sei, tre davanti e tre di dietro. La pista inizia verso destra appena finisce il centro abitato di Adeya. La imbocchiamo. All'improvviso qualcosa nei miei pensieri si interrompe. Ma dove stiamo andando? Mi rendo conto all'improvviso che qualcosa è fuori posto rispetto alla mia mappa mentale. Mi rivolgo a Dae: "Ma dov'è Burji? Che cos'è? E' una cittadina? E' una zona? E dove è la Residenza?"
         "Burji è il nome della zona".
         "E il capoluogo?"
         "Il capoluogo è Soyama".
         "Ma secondo la guida del 38 Burji era una cittadina, una località ben definita, non un territorio".
         Dae riprende l'interrogatorio, mentre seguiamo una pista bianca in lieve pendio. Confabula a lungo con Umer.
         "La vecchia cittadina denominata Burji non esiste più. Nel periodo del Derg hanno costretto la gente a lasciare le colline ed a scendere vicino alla strada carrozzabile".
         Sapevo di queste iniziative del regime di Mengistu. Nabiyù:
         "Lo facevano per controllare meglio la gente".
         "Quindi Burji è la zona. E qualcuno chiama così Soyama, che è il nuovo capoluogo, la città che ha preso il posto della vecchia Burji".
         La pista ora comincia ad inerpicarsi. Piante, alberi, acacie e arbusti spinosi crescono sui lati. Sono talmente folti che a momenti la strada sembra ridursi a un sentiero. A tratti troviamo grossi cespugli che crescono proprio al centro. In un caso dobbiamo uscire dalla pista per aggirare un albero di due o tre metri. Umer parla sempre con il suo amico anziano. Dae e Nabiyù intervengono qua e là, poi mi dicono: "Questa è la vecchia strada fatta costruire dagli italiani più di 60 anni fa. Ormai è abbandonata, non ci passa quasi più nessuno".
         In molti tratti le piogge hanno lasciato solo la rioccia scoperta. La Toyota deve risalire gradini naturali, aggirare pinnacoli, ammortizzare ricadute. Continuiamo solo perché sappiamo che una strada esisteva e deve ancora esistere. Se Umer non fosse con noi rinunceremmo, oppure lasceremmo la macchina per continuare a piedi.
         La prova di guida dura sei chilometri. Poi all'improvviso la pista si adagia su un pianoro con cinque o sei capanne. È quello che rimane della vecchia Burji. La pista ormai erbosa le aggira sulla destra e risale un breve pendio in cima al quale, su una gobba, già vediamo uno shola monumentale - shola è il nome che danno in Etiopia a una specie di fico selvatico africano. Alla base della gobba ci fermiamo. Intorno a noi, lo shola, qualche cespuglio, erba e il sole che ormai è già accecante. Umer mi anticipa indicando la cima della gobba, pochi metri sopra di noi: "La residenza era là, vicino allo shola".
         Poi si volta nella direzione opposta rispetto a quella da cui veniamo. Indica, al di là di un avvallamento, un breve pianoro, oltre il quale le pendici ricominciano a scendere.
         "Quello era il giardino della Residenza".
         Non c'è più nulla. Né un sasso, né una traccia qualsiasi che possa far supporre l'antica destinazione di quello spazio. Erba e pochi cespugli.
         "Ma cos'è successo? Come mai non è rimasto nulla?"
         "Qualche anno dopo la fine dell'occupazione italiana la Residenza è stata distrutta".
         "Quanti anni dopo? E da chi?"
         "Umer non ricorda esattamente, quattro, forse cinque. Non ricorda neanche chi lo abbia fatto. Probabilmente gente del governo".
         Mi dirigo verso la breve area del giardino.
         "Chiedigli se ricorda dove l'hanno sepolto".
         Umer si guarda intorno con espressione interrogativa. Alza il braccio quasi a circondare l'orizzonte.
         "Dice che potrebbe essere dovunque. Allora c'era la Residenza, il giardino. Ora non sa proprio come ritrovare il luogo esatto".
         Umer, quasi a commentare le parole di Dae, indica con un braccio in un punto, poi un altro, poi un altro.
         "Ma hanno messo una lapide? Una pietra? Qualcosa per far riconoscere il posto?"
         "Dice che non lo sa. Ricorda soltanto che avevano scavato una fossa molto profonda".
         "Ma come mai non è rimasto nulla? Nessuna traccia del passato?"
         "Appena la residenza è stata distrutta, gli agricoltori hanno iniziato a coltivare questo spazio, lo hanno lavorato e seminato ogni anno per decine di anni".
         È strano. Dopo aver quasi raggiunto la convinzione che non c'era niente da fare, che non avremmo ritrovato nulla, essere infine così vicini a Carlo e, nello stesso tempo, percepire con chiarezza che tutte quelle informazioni in più servono soltanto a renderlo più irraggiungibile. Come la certezza di un male incurabile che colpisce un amico.
         Mi aggiro per il breve spazio guardandomi intorno. Lo misuro con la vista. Cerco di calcolare mentalmente cosa occorrerebbe fare per scavarlo tutto. Fino a che profondità si dovrebbe scavare? Carlo si è seduto, fra i miei pensieri, nello scanno che riservo sempre agli eroi senza alcuna memoria, privi anche di quella misera memoria che è quella anagrafica, oppure di quel luogo in cui, chi ci ricorda, sa che sono depositati i nostri resti. Non penso all'eroismo di Carlo che prende il posto di un altro dietro la mitragliatrice. Penso all'eroismo di tutti coloro che sono costretti ad accettare una morte senza memoria. Forse è per questo che ha combattuto eroicamente, come combatto io ogni giorno. Lui con la voglia di tornare in un posto qualsiasi, in cui qualcuno lo ricordasse, io nella speranza di sopravvivere in quattro righe di scrittura. E quante volte... disperando... mi sono consolato con quella pura memoria anagrafica, che a lui è negata!
         Dimenticavo! L'uomo con la mitragliatrice? I combattimenti? Allora non è il solo ad essere morto qui?
         "Umer dice che qui è morto anche l'autista di Carlo".
         Poi tutto si accavalla. Sento i discorsi di Dae, di Nabiyù. Qualcuno dice che l'autista non è stato sepolto qui. Ma non riesco a capire, o forse nessuno sa, se altre persone siano state sepolte in quel breve spazio. Se così fosse, identificare i suoi resti diventa ancora più difficile. Mentre Carlo si allontana, confondendosi con i resti di altre persone forse sepolte insieme a lui 60 anni fa, sento avvicinarsi altri eroi senza nome e forse senza famiglia e con essi il passato dell'Africa, quel passato che si legge come un profilo di medusa nell'acqua... trasparente eppure definito nei minimi dettagli, ancora oggi... purché lo si voglia cercare, purché si esca dagli itinerari carrozzabili e dai paradisi naturali, purché si smetta di considerare l'Africa il continente senza storia, purché si dialoghi con le persone, dando loro il palcoscenico, lo sfondo necessario per far risuonare la loro voce, per far vibrare i caratteri con la stessa solennità dei personaggi shakespeariani, per vedere i drammi, dove siamo abituati a vedere soltanto differenze non dominabili ed esotismo.
         Quel passato che è ancora tutto presente, come lo è sempre ogni passato, nella memoria genetica, nei depositi linguistici, nel disegno del territorio, nelle istituzioni, nella memoria della gente.
         Ripartiamo verso Soyama per accompagnare Dae. Rimarrà con la sua famiglia per qualche giorno. Poi ancora una volta nella direzione opposta, verso Konso. Sono appena le tre. Se non pioverà, se non troveremo il fango, se non bucheremo una gomma, se non avremo altri inconvenienti, forse stasera dormiremo in un letto più lungo e mangeremo del pesce fresco ad Arba Minch.
         Riprendiamo a darci il cambio alla guida con Nabiyù. Da Burji ad Arba Minch sono 160 chilometri. A Konso ci fermiamo solo 5 minuti per bere qualcosa di fresco. Poi inizia la strada che non conosciamo. 90 chilometri che potremmo percorrere velocemente, se non fosse per le mandrie di mucche che invadono la strada, per i fiumi che occorre guadare, per le buche piene d'acqua e di fango. Continuiamo a guardare l'orologio. Se si fa tardi dovremo tornare a Konso. Per quanto ci risulta, quello dove abbiamo dormito è l'unico albergo della zona; o comunque è l'unico che corrisponda minimamente agli standard di un pubblico occidentale.
         Sui guadi incrociamo asini carichi d'acqua e donne e bambini che si fanno il bagno. Continuiamo a parlare del nostro eroe vestito di stracci. Umer, che ormai si è seduto nella nostra memoria insieme a Carlo. L'uno, al colmo della responsabilità di governo, lasciato solo per esigenze superiori, a cercare di controllare una situazione insostenibile. L'altro, l'uomo di fatica, addetto alla cucina, che a distanza di 60 anni si incontrano di nuovo in questa avventura tutta occidentale. Compagni in un'avventura coloniale più grande di loro, che li ha lasciati diseredati e senza sopravvivenza. Carlo ancora alla ricerca di quella sopravvivenza tutta occidentale che vive nella memoria, negli archivi, nella storia; quella sopravvivenza che all'altro è stata negata da subito e per sempre. Umer invece concentrato nella sopravvivenza materiale, quotidiana, senza nessuna memoria che vada oltre l'affetto di chi lo ha conosciuto. Pensiamo al sorriso pieno di riconoscenza con cui ci ha abbracciato quando gli abbiamo dato l'equivalente di 25.000 Lire. Ricordiamo quando ci ha detto che, se la famiglia vuole, lui è disponibile a partecipare ai lavori di scavo per ritrovare quei poveri resti. Anche lui, in nome della sua sopravvivenza, solidale nella ricerca delle tracce di quell'avventura coloniale che l'Italia, per tanto tempo, ha voluto solo dimenticare.
         Seguendo il pensiero di questo loro incontro a distanza di 60 anni, all'improvviso mi chiedo se si sono mai parlati. Umer ricorda l'appellativo "Dottore". Chissà Carlo come si rivolgeva a Umer e agli altri Etiopici.
         L'involuta narrazione, che motiva la medaglia d'oro, mi fa pensare ad uno di quei casi in cui il funzionario anziano ha cercato per tempo la sicurezza e ha dato, o fatto dare, l'incarico al funzionario più giovane, lasciando l'ordine di resistere ad oltranza. La medaglia d'oro forse era un modo per compensare quel poco sincero "...senza esitazione alcuna rimaneva volontario sul posto...", oppure voleva premiare l'attribuzione di un incarico che non lasciava scampo. Umer ci ha detto chiaramente che quando Carlo è morto la Residenza era sottoposta ad attacchi continui e forse Carlo, semplicemente, non ha potuto organizzare la fuga perché non c'era via di fuga. Oppure, chissà, forse violando le leggi sulla difesa della razza Carlo aveva i suoi motivi per voler rimanere a Burgi.
         L'ultimo tratto di strada costeggia il fiume in piena. L'acqua, a momenti, ha cancellato il basso argine di fango eretto dalla popolazione e la strada è allagata. Ma il fondo è solido e sassoso. Arriviamo ad Arba Minch che è sera. Vogliamo riposare per un giorno, ma non sappiamo cosa accadrà dopo. Non possiamo tornare per la stessa strada da cui siamo venuti. Se continua a piovere rimarremo in fila, in fondo alla discesa della pista di fango, insieme ai camion che abbiamo incontrato. Però sappiamo che ad Arba Minch è crollato un ponte. Non sappiamo se riusciremo a guadare. Chiediamo informazioni in albergo e la mattina dopo andiamo a vedere.
         Il nuovo ponte è ancora in costruzione e le acque fangose hanno un aspetto poco rassicurante. L'acqua scorre veloce e si incresta. Qualcuno ci dice che i camion passano senza alcun problema, ma la Toyota, per quanto grande, non è un camion. Rimaniamo in dubbio per un po'. Qualcuno dice che dipende anche dalla pioggia. Se non piove l'acqua si abbasserà e tutto sarà più facile. Poi si avvicina un ragazzo. Ci dice che più a monte c'è un punto in cui l'acqua è molto più bassa. Se vogliamo ci può accompagnare. Gli spieghiamo che vogliamo partire il giorno dopo, ma vogliamo vedere. Sale con noi. Ci guida per la città tra baracche e strade fangose. Infine sbuchiamo su un ampio argine in terra battuta. Il fiume qui è molto più largo, ma proprio per questo l'acqua non diventa profonda. Sotto i nostri occhi diversi camion stanno preparandosi al guado. Li seguiamo con lo sguardo per vedere l'altezza dell'acqua sulle ruote. Dovremmo farcela senza problemi. Il ragazzo ci avverte... "se non pioverà...".
         Durante la giornata ritorniamo più volte sulla riva del lago Chamo. Per un giro in barca tra pellicani e coccodrilli, per comprare pesce fresco, e infine, di sera, per vedere gli uccelli prima del tramonto. Quando ormai inizia a fare scuro e stiamo per ripartire verso l'albergo, ilo proprietario del pezzo di terra dove siamo ritornati più volte, che ci ha anche fatto da guida nella nostra passeggiata, si rivolge a Nabiyù in amarico, ci chiede un passaggio fino alla città. Sale in macchina con la figlia, che forse ha 11 o 12 anni. Lungo la strada ci chiede dove abitiamo, chi siamo, che facciamo. Si parla del più e del meno. Del nostro amore per l'Etiopia. Del mio lavoro in Ambasciata. Lui ha quel pezzo di terra, che coltiva, e durante la buona stagione aiuta l'uomo con la barca quando porta i turisti sul lago. Ci chiede se torneremo. Torneremo certamente, anche se ancora non sappiamo quando. Sua figlia è molto brava, ci dice, non vuole mai lasciarlo solo quando lavora, lo aiuta. Sua figlia è una brava ragazza. Se potesse andare in città, forse, avrebbe un futuro migliore. Non ci chiede chiaramente se vogliamo portarla con noi, ma basterebbe un nostro cenno affermativo.
         La sera ancora nuvole e lampi in lontananza; sopra la montagna, al di là del Parco Naturale di Nechisar, brontolii di tuoni... ma non piove. Partiamo di mattina presto. Il ragazzo del giorno prima ci aspetta dove convenuto. Di nuovo sale con noi, ci guida. Scende quando siamo sull'argine, si toglie i pantaloni e le scarpe, poi ci avverte: "Dall'altra parte ci sono dei ragazzi che chiedono soldi a chi attraversa. Non vogliono che altri aiutino a trovare il guado".
         Poi scende in acqua e inizia ad attraversare a piedi, indicandoci i punti in cui il fondo è più solido. Forse non servirebbe. Stiamo seguendo un camion e ci fidiamo ancora di più della nostra vista. L'ultimo tratto è più profondo, forse arriva a coprire le ruote della Toyota, ma non riserva sorprese. Quando arriviamo dall'altra parte ci fermiamo per aspettare il nostro amico che è rimasto indietro. Sale di corsa in macchina, stringendo ancora tra le mani i pantaloni e le scarpe. Si abbassa sotto il sedile per non farsi riconoscere. Mentre ripartiamo, il gruppo di ragazzi ci fa cenni poco socievoli. Dopo qualche centinaio di metri, ritornati sulla strada asfaltata, gli paghiamo l'importo pattuito e scende. Mentre ci allontaniamo lo vediamo rivestirsi sul lato della strada. Siamo stati fortunati. È lunedì e siamo già di ritorno. In Ambasciata mio aspettano per mercoledì. Possiamo rientrare con tutta calma e senza troppo preoccuparci per gli imprevisti. Lungo la strada Nabiyù ci ricorda qualcosa che aveva detto prima di partire.
         "Se ci sarà tempo, vorrei andare a trovare un mio parente che vive dalle parti di Shashemene".
         "Chi è?"
         "E' il fratello di mio padre".
         Ci guardiamo con Mirella. Perché no? Il tempo non ci manca.
         "Sarà per domani. Stanotte ci fermiamo ad Awassa".
         "Va bene".
         Mentre continuiamo il viaggio ci racconta questa storia che sembra venuta dalle Mille e una notte. Nabiyù è il frutto di uno di quei casi di "deprecabile meticciato" di cui parlava la Guida del 38. Sua madre, che è etiopica, aveva 13 anni quando un prete ortodosso decise di regalarla a suo padre, che ne aveva più di 70. Sembra che gli disse: "Non si può vivere soli alla tua età!"
         Il padre di Nabiyù era di sangue armeno, turco ed israeliano. La sua famiglia era vissuta in Inghilterra prima di trasferirsi in Etiopia. Nabiyù nacque dopo nove mesi. Poi la madre fuggì. Non voleva vivere con un uomo così vecchio. Nabiyù fu allevato da un fratello, nato tanti anni prima da suo padre e da un'altra donna. Nabiyù è l'unico figlio di quel padre e quella madre, ma ha tanti fratelli perché suo padre, prima della sua nascita, era già stato sposato due volte; e sua madre, dopo essere fuggita via, si è risposata ed ha avuto altri figli. Nabiyù è scuro di pelle, ma ha i capelli ondulati dei mediorientali e una corporatura robusta che non ha nulla a che fare con le fattezze filiformi degli etiopici. Ci vogliono due miei polsi per farne uno suo. Ha l'intuito e l'arguzia dei mercanti libanesi e lo stesso savoir faire. Ha conosciuto la madre tanti anni dopo, quando suo padre era già morto, ed ora la frequenta regolarmente.
         La storia che Nabiyù ci ha raccontato ci rende ancora più curiosi. Decidiamo di andare sicuramente. Arriviamo a Shashemene, e di lì ad Awassa, per l'ora di pranzo. Utilizziamo il resto della giornata per salutare Abba Grebre Mariam, la persona che ci ha fatto conoscere Dae, per riposare e per vedere gli uccelli intorno al lago.
         La mattina dopo ripartiamo presto. Non sappiamo quanto tempo ci prenderà quella visita. Da Awassa a Shashemene a Kuyera sono al massimo 30 chilometro. Dopo Kuyera si prende una pista verso destra. Dopo venti minuti di guida si arriva al villaggio di Gigessa - per Kuyera e Gigessa non sono sicuro della dizione, perché non sono riportate sulla mappa. Poi la strada si inerpica per una collinetta, in cima alla quale si intravede un bosco di eucalipti e ginepri. Quando entriamo nello spazio ombroso, oltre il cancello della missione, all'improvviso qualcosa sembra cambiare. Ci troviamo di fronte a una costruzione scura, in legno e mattoni rossi, con il tetto che somiglia a quello di una cattedrale gotica. Se non fosse per le persone di pelle scura che si aggirano lì intorno, potremmo trovarci in qualche angolo sperduto della campagna inglese. Nabiyù spiega perché siamo lì e qualcuno ci guida per una rampa di scale che scricchiola e cigola.
         L'Abbé Edouard è seduto ad un piccolo tavolo dove sono appoggiati tanti libri. Si riscuote quando arriviamo, ma chiaramente non ha riconosciuto Nabiyù. Lui inizia a parlargli in amarico. Dopo un po' vediamo che sorride. Si alza e dice che questa è una giornata importante. Chiede ad una delle ragazze nell'altra stanza di preparare del caffè. Torna da noi ed inizia a parlare, un po' in italiano, un po' in inglese. Non dice nulla di Nabiyù, né del fratello, né di altri. Parla di sé. Racconta che l'attuale vescovo di Addis Abeba è stato un suo allievo. Ci dice che ha tradotto gli inni sacri in amarico e che ora sta lavorando per tradurli in lingua omoro. Ci racconta che spesso lo chiamano per ritrovare persone e oggetti scomparsi. Lui guarda su una mappa, poi indica il posto dove si trova quello che cercano. Mi mostra anche un attestato di un certo Padre Jurion, del Syndacat National des Radiesthesistes di Parigi, che dice di aver incontrato l'Abbé Edouard e di aver constatato in lui una "... tres fine sensibilité dans l'art de la Radiesthesie et tres grand competence...". Molte persone, dice, vanno da lui anche per farsi curare. Alla parete ci sono le immagini importanti della sua vita ed i diplomi che ha ricevuto. Si alza di nuovo per accompagnarci nell'altra stanza. Il caffè è pronto. Ma non si siede.
         "Oggi è una giornata importante. Facciamo un po' di musica".
Va nella sua stanza e ritorna con una valigia. Faccio per aiutarlo, ma non vuole essere aiutato. La valigia in realtà è la custodia di un'enorme fisarmonica. La tira fuori, se la mette sulle spalle ed inizia a suonare e, a momenti, a cantare. Canta in francese. È molto bravo. Canta inni sacri ed altri pezzi anche profani ma, calcolando a mente, risalgono probabilmente agli anni '30 o '40. Ora che è lì, in piedi, al centro della stanza, lo vediamo meglio. Ha la pelle ancora liscia. Le rughe si concentrano sotto il mento, dove la pelle diventa floscia. Un'unghia di gatto ha lasciato piccoli solchi alla base del naso ed ai lati della bocca. Gli occhi sono due fessure, come se fosse concentrato a cercare qualcosa dentro di sé. Barba e capelli sono radi e appena accennati. Continua a cantare e suonare a lungo, mentre beviamo il caffè. A mente calcolo cinque o forse sei pezzi. Ogni volta che finisce battiamo le mani e lui si inchina. Scatto anche qualche foto, per Nabiyù. Le ragazze ci guardano al di là della porta, parlano tra loro; dai loro gesti, mi sembra quasi vogliano farci capire che alla sua età tutto questo non va bene. Ma dura ancora per poco. Finito il caffè, è come se qualcosa si fosse spento. Rimette la fisarmonica nella custodia. Nabiyù ci dice che è ora di andare. Dai gesti capiamo che vuole tornare alle sue letture. Mentre ci saluta già guarda verso la sua stanza.
         Sono, forse, le 10 del mattino quando riprendiamo la strada verso Addis Abeba. Siamo ammirati e confusi nello stesso tempo. Io ripenso a un libro che ho letto, dal titolo "Les traducteurs dans l'histore", che mi ha sorpreso. Non immaginavo che si potesse parlare dei traduttori come "inventori di alfabeti", "inventori di lingue nazionali", "propagatori di religioni", "redattori di dizionari". Eppure tutto questo è inconfutabile, anche se a momenti mi fa pensare ai traduttori come esseri divini. L'Abbé Edouard mi comunica gli stessi sentimenti; lo stesso senso di assoluta primazia che mai si concede al confronto ed accetta solo la verifica della legge che ha prescelto. Nabiyù è ammirato, ed anche noi. Come potremmo non esserlo? Nell'Africa di 60 anni fa era lui l'inventore di alfabeti, di lingue nazionali, il propagatore di religioni, il redattore di dizionari. Ma era ancora di più: il diffusore di saperi, l'importatore di valori, l'inventore di scienze e discipline che per primo dà un nome a ciò che non è mai stato osservato e studiato in una prospettiva occidentale. Forse Carlo aveva lo stesso desiderio di scoperta ed invenzione e si era fatto sedurre dallo stesso senso di onnipotenza che ancora invade l'Abbé Elouard. Del resto questo era uno dei compiti dell'Italia nell'Africa Orientale Italiana.
         Erano passati pochi giorni dal nostro rientro ad Addis Abeba quando una mattina, in Ambasciata, venne a farmi visita Padre Tommaso, un frate della missione dei cappuccini di Addis Abeba. Ho per lui una particolare simpatia perché parla il dialetto marchigiano della mia infanzia. Ho riconosciuto subito quell'accento, fin dalla prima volta che l'ho incontrato, e ho scoperto subito che è nato a pochi chilometri dalla zona di origine di mia madre.
         Appena l'ho visto mi sono ricordato di quando, 40 anni fa, ancora succedeva nei villaggi di campagna di veder arrivare all'improvviso questi frati dalla lunga barba, i sandali di pelle sui piedi nudi e il saio marrone, che spesso chiedevano di sedersi un poco per riposare e non rifiutavano l'offerta di un caffè, di qualcosa da mangiare e di una piccola elemosina. Per i bambini era sempre una sorpresa e una gioia, e per la mia prozia, vedova e analfabeta, che viveva solo con la pensione, era sempre una buona occasione per farsi dare qualche buon consiglio, che si sarebbe affrettata a non seguire. Quella zia - la chiamavo così anche se era la sorella di mia nonna - aveva allora più di 70 anni, era sdentata a causa del tifo fin da quando ne aveva 30 ed era rimasta vedova da quando ne aveva 60. Il suo viso sembrava sempre abbronzato per il reticolo fitto di rughe, asciugate dal focolare, che sembrava appartenergli dalla nascita. Non era mai andata a scuola e non sapeva leggere, ma aveva imparato a contare i soldi. Aveva debiti con tutti i negozi della zona e li amministrava oculatamente, facendo in modo che non si estinguessero. Mi voleva molto bene, perché non aveva avuto figli, ma quando si arrabbiava era capace di corrermi dietro con la bacchetta tra i filari delle viti. A volte, quando vedeva su una rivista qualche foro della famiglia Savoia, mi chiedeva di leggere cosa c'era scritto. Lo feci poche volte perché era come una tortura. Lei si aspettava frasi semplici come "questa persona è morta, l'altra si è sposata, l'altra ancora ha un amante". Lo stile giornalistico dei giornali di varietà, fatto per riempire pagine e pagine di illazioni, con un vocabolario allusivo e ipotetico, che accenna, non dice e soprattutto rinvia all'infinito la rivelazione dell'unica notizia importante, lo scoop, le era completamente estraneo. Cercavo perciò di leggere prima e poi di riassumere quello che diceva l'articolo, ma lei capiva che non stavo leggendo e temeva che omettessi qualcosa di importante. Allora insisteva perché leggessi, ma quando leggevo mi fermavo ogni due parole per chiedermi cosa significassero. Con lei tutta la famiglia si era abituata ad usare, anche nella comunicazione quotidiana, un vocabolario particolare, il suo vocabolario, che eravamo costretti ad esprimere ad alta voce perché era anche sorda. Le volevamo tutti molto bene, ma il nostro affetto non prescindeva mai da un senso di pur benevole superiorità, che derivava dal suo bisogno di assistenza per tante piccole esigenze quotidiane. Quel senso di superiorità, da ragazzo cittadino che va a scuola, lo provavamo in realtà per tutto il mondo contadino, che ci seduceva con la sua libertà, con la vita all'aria aperta, con i colori, gli animali, i fenomeni naturali e la sensazione di poter esprimere l'energia che ci scorreva nelle vene, eppure quella gente non sapeva confrontarsi con la vita di città, piena di messaggi scritti, di codici di comportamento, di moduli da compilare, firme da mettere e buone maniere.
         Era una situazione non troppo diversa da quella di Carlo e dell'Abbé Edouard nell'Etiopia dio 60 anni fa. Quel mondo in cui sembrava che tutto fosse ancora da inventare e da scoprire, anche la geografia ed i nomi dei luoghi. Quel mondo in cui il colonizzatore poteva permettersi di accennare agli "Amara conquistatori e razziatori... spregiatori delle genti sottomesse e ignari d'ogni osservazione, nonché di glottologia ed etnografia" ponendosi nel ruolo di conservatore della cultura locale. La regola di comportamento, come con la mia vecchia zia, doveva essere "superiorità e comprensione".
         Ma è una situazione che si sperimenta anche oggi. Ancora oggi il bianco in Africa non ha bisogno di credere nelle teorie razziste. Può anche crederci, ma è un fatto secondario. È l'esperienza quotidiana a suggerirgli che, dove gli altri sono in condizione di minorità egli è un dio e, una volta sperimentata, questa è una condizione alla quale non si vuole rinunciare.
         Pensavo a tutto questo mentre con Padre Tommaso si parlava del più e del meno. Poi, quando ormai stava per andar via, prese dalla borsa una cartellina bianca.
         "Volevo darti queste fotocopie. C'è una famiglia che da tanti anni cerca di sapere qualcosa di una parente morto qui".
         "Come si chiama?"
         "Silvio De Maggi"
         "Quando è morto?"
         "Il 6 maggio del 1941. I documenti dicono: in combattimento in Africa Orientale".
         "Un altro caso come quello di Burji. Lo sai che sono appena tornato da laggiù? Siamo riusciti a trovare il posto dove è stato sepolto!"
         "E adesso che fate?"
         "Non credo che si possa fare nulla. Abbiamo trovato il luogo, m ala tomba non è indicata. Bisognerebbe scavare in profondità uno spazio di almeno 400 o 500 metri quadrati. E poi lì hanno combattuto. Ci saranno altre persone sepolte. Come fare per distinguere i suoi resti da quelli di altri?"
         "Questo non è detto! E' accaduto altre volte! Allora, se la tomba non era segnata, mettevano un fiaschetto vicino alla testa con pochi oggetti personali ed un foglio, dove scrivevano il nome, il cognome e le date di nascita e di morte".
         "Non so cosa faremo allora. Comunque deve decidere la famiglia. E poi, anche se ritrovassimo le ossa, bisogna vedere se le autorità etiopiche sono disponibili a farle portare in Italia. In altri casi hanno negato il permesso".
         "Avete trovato brutto tempo laggiù?"
         "Terribile! Pioveva continuamente! Abbiamo anche rischiato di rimanere impantanati, nella pista da Fiseha Genet a Chelelektu! Purtroppo nessuno ci aveva detto che laggiù la stagione delle grandi piogge e tra aprile e maggio e non, come ad Addis Abeba, tra giugno e settembre!"
         "Ma chi l'ha detto?"
         "Un ragazzo di là che è venuto con noi. Si chiama Dae".
         "A me veramente non risulta! Sono stato tanto da quelle parti e secondo me è proprio come qui ad          Addis!"
         "Non capirò mai nulla di questo paese!"
         "Dimmi un attimo! Come avete fatto a ritrovare il posto?"
         "Grazie a un amico che abbiamo conosciuto laggiù".
         "Come si chiama?"
         "Umer Meto Diago".


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