A
mia madre
La vita / amico / è l'arte dell'incontro
Vinicius de Moraes
Viene, ha da venire, il giorno in cui Don
Giovanni incontra il Povero, Zaratustra il Ciarlatano,
Don Chisciotte più o meno direttamente
il Curato e il Barbiere, Pinocchio il Grillo
Parlante, ecc. E' scritto che ognuno si deva
imbattere in un personaggio che antagonista
non può dirsi e neppure dèmone,
quantunque dell'uno tenga la natura provocatoria
e dell'altro quella intuitiva e parente. Si
tratta della propria ombra. Essa costringe a
compromettersi con gli errori passati e le sorti
a venire molto più in là del ragionevole;
a pronunziare cose che molto più volentieri
si sarebbero affidate a una civile ipocrisia.
Giacomo Debenedetti, Saggi critici, Prima
serie, Mondadori, Milano 1952, p. 1
Introduzione
"...
in ogni collezionista si nasconde un allegorista,
e viceversa...".
Walter Benjamin, I "Passages"
di Parigi,
Einaudi, Torino 2000, p. 222
Nel
racconto italiano del primo incontro
i protagonisti sono gli scrittori, gli uomini
di cultura, gli artisti, gli intellettuali del
Novecento, che hanno narrato questa loro particolare
esperienza, dando vita ad un vero e proprio
topos letterario non ancora studiato.
Si
ha un primo incontro quando questa
circostanza dà luogo a un evento vissuto
come straordinario e memorabile da chi lo racconta,
e dal quale si immagina che derivino importanti
conseguenze. L'incontro è primo
se è seguito da una frequentazione più
o meno assidua dei protagonisti, o da un cammino
comune che si lasci chiaramente identificare.
Molti scrittori hanno riferito quando, in quale
circostanza o occasione si sia verificato il
loro primo incontro con...; ma pochi
ne hanno fatto un piacevole racconto, dotato
di un senso fruibile dal lettore.
Ho
proceduto innanzitutto alla raccolta e selezione
del materiale, e in secondo luogo al riconoscimento
dei contesti letterari che hanno accolto
i racconti del primo incontro. Ho poi
individuato alcune tipologie, ovvero
modalità dell'incontro, che ricorrono
con notevole frequenza in queste narrazioni.
Contesti
letterari
Come
si è detto, la raccolta è limitata
al Novecento, con pochi sconfinamenti iniziali
nell'ultimo ventennio (circa) dell'Ottocento,
che ho ritenuto necessari al fine di evitare
una presentazione del secolo XX come un'entità
astratta ed assoluta. In questi primi racconti
della fine dell'Ottocento (incontri Settembrini-Puoti
(1879), De Sanctis-Leopardi (1889), De Amicis-Verne
(1881), D'Annunzio-Nencioni (1896), Pascoli-Carducci
(1896)) si possono rinvenire i principali contesti
letterari che daranno buona accoglienza al racconto
del primo incontro lungo tutto l'arco del Novecento.
Essi sono i seguenti:
1)
Autobiografia;
2)
Necrologio;
3)
Celebrazione in vita e in morte;
4)
Vari.
I
racconti del primo incontro presentano
tutti un carattere rievocativo. In generale,
non è possibile raccontare il primo
incontro se non si fa appello alla memoria,
risalendo il corso del tempo fino alla sorgente
del proprio rapporto con l'altro. Lo scrittore
racconta un fatto, ferma un dato, lo isola nel
continuum temporale del passato, dando
ad esso valore di evento memorabile. Per questo
motivo, il racconto del primo incontro
ricorre spesso nel contesto di un'autobiografia.
Mai così frequentemente come nel corso
del Novecento questo genere letterario ha avuto
una diffusione tanto grande. Si pensi all'autobiografia
di F. Martini, agli scritti autobiografici di
V. Cardarelli, E. Buonaiuti, C. Carrà,
G. Comisso, V. Bompiani, F. Zeri, G. Pampaloni,
Maria Grazia Macciocchi, e molti altri. Inoltre,
riconduco entro questo contesto letterario tutti
i racconti tratti da opere in cui lo scrittore
ricostruisce la propria biografia intellettuale,
anche attraverso il ritratto di altri scrittori
(es.: A. Soffici, G. Papini, Fernanda Pivano,
S. Guarnieri, L. Piccioni, Cl. Marabini, ecc.).
Dall'evento
unico ed eccezionale, il primo incontro,
deriva sempre un'aura di straordinarietà
e di originalità, che pervade il racconto.
Mai è assente nel narratore la consapevolezza
che il primo incontro, come in un racconto
iniziatico, aprì le porte del futuro,
lo permise o almeno lo assecondò. Per
dirla con Gianfranco Contini, uno tra i più
autorevoli ed efficaci scrittori di epicedi
del Novecento italiano, chi ricorda il primo
incontro racconta la nascita-a-lui
della persona incontrata (1).
E difatti, proprio di questo si tratta, di un
venire improvviso alla luce, di una scoperta
perlopiù imprevista, d'una nuova consapevolezza
che si acquista al primo contatto con l'altro.
Ed è significativo che la morte favorisca
la rievocazione del momento originario che segnò
la nostra relazione con il defunto. Infatti
è facile individuare il racconto del
primo incontro nella più vasta
trama di un necrologio.
Il ricordo di un amico o di un maestro rivive
nello spazio evocativo della memoria, allontana
la crudeltà della morte e, caricandosi
di nostalgia, del sentimento della mancanza,
diviene espressione vitale del lutto.
Questo tipo di racconto, sia pure quando è
parte di un necrologio, acquista qui, in questo
reazione alla morte, la sua piacevolezza e amabilità
agli occhi del lettore. Per fare un esempio,
nell'epicedio in onore di Giorgio Pasquali firmato
da Giacomo Devoto nell'agosto 1953, lo scrittore
ricorda che "il necrologio di Wilamowitz
[scritto da Pasquali] finisce addirittura scherzosamente"
con la storia del filologo tedesco settantenne
che mangia una caciotta gelata e ne trae giovamento
mentre i commensali si sentono male per tutta
la notte e si preoccupano di lui che invece
sta benissimo. Valga, dunque, una volta di più,
il detto antico (riportato da Devoto) con cui
si chiude il necrologio di Wilamowitz: "Nella
casa delle Muse non ha posto il pianto"
(2).
Tra
i maestri scrittori di necrologi, oltre ai già
citati G. Contini e G. Pasquali, sono da annoverare
anche G. D'Annunzio, A. Panzini, P. Calamandrei,
M. Moretti, Cl. Marabini, L. Russo e altri.
Il
racconto del primo incontro non ha
soltanto un valore aneddotico, fruibile da un
pubblico dotato di qualche curiosità
intellettuale, ma presenta una sorta di celebrazione
del personaggio incontrato, e tutti i segnali
di una forte identificazione di chi narra con
chi gli è stato compagno o maestro o
modello di vita (si vedano tra i casi più
eloquenti i primi incontri con P. Gobetti,
A. Gramsci, B. Croce, E. Montale, ecc.). Esso
appare tutto giocato tra il ricordo di particolari
apparentemente insignificanti, che in realtà
danno corpo alle ombre del passato (il cappello
grigio orlato di C. Michelstaedter ricordato
da B. Marin, la grossa macchia sulla gonna del
vestito di casa della moglie di B. Croce ricordata
da Ada Prospero, i giornali in mano per segnale
nell'incontro tra G. Contini e C. E. Gadda ecc.),
e il sentimento di ammirazione per il personaggio
incontrato. Il racconto del primo incontro
è spesso parte di un discorso celebrativo
in occasione di anniversari in vita o in
morte di uno scrittore.
La
celebrazione di un anniversario in vita
si tiene in occasione di una promozione (G.
Perrotta festeggia l'elezione all'Accademia
d'Italia di G. Pasquali nel 1943) o di una particolare
ricorrenza (G. Granzotto festeggia gli 86 anni
di L. Repaci). Per la celebrazione in morte
si veda, per esempio, il discorso tenuto da
M. Valgimigli in onore di G. Carducci nel centenario
della nascita (1935), o la celebrazione da parte
di N. Bobbio del ventennale della morte di P.
Martinetti (1936). Inserisco in questo contesto
letterario le commemorazioni tenute a distanza
di uno, due, tre, cinque e più anni dalla
morte di uno scrittore, spesso recanti il titolo
Ricordo di...: il Ricordo di Carlo Michelstaedter
di B. Marin, il Ricordo di Clemente Rebora
di Lavinia Mazzucchetti, Ricordo di Reycend
di R. Longhi, ecc.
Vari.
Autobiografie, necrologi e discorsi celebrativi
sono i tre contesti letterari in cui con
maggiore frequenza ho individuato i racconti
del primo incontro. E tuttavia le occasioni
narrative, e dunque i contesti letterari nei
quale il racconto si può rinvenire sono
i più disparati: una nota di diario (Leonetta
Cecchi Pieraccini,), un resoconto giornalistico
(visita di E. Cecchi a G. K. Chesterton, incontri
Montale-Eliot, Montanelli-Marotta, Ginzburg-Bergman),
un'intervista (Nesi-Corti-Gadda, Corti-Contini,
Sorgi-Camilleri), un saggio critico (Pancrazi-Ungaretti,
Marabini-Montale, ecc.), la prefazione a un
romanzo (Bassani-Tomasi), un articolo per rivista
(Ml. Cancogni alle Giubbe rosse, incontro Spinelli-Donadoni),
una nota per annuario scolastico (R. Bianchi
Bandinelli, L. Modestini), o anche una recensione
o una dedica (cfr. l'incontro Pancrazi-D'Annunzio),
sono tutte occasioni nelle quali è possibile
leggere, nello spazio di una digressione sempre
molto efficace, un racconto del primo incontro.
Lo scrittore per un momento si spoglia della
sua veste di critico, di saggista, di giornalista,
di diarista, per abbandonarsi al ricordo d'una
esperienza personale, che egli considera memorabile
e di cui vuol far partecipe il lettore. Anche
in questo quarto gruppo, dunque, la caratteristica
dominante è il ricordo di un
evento del quale chi narra è stato protagonista
o semplicemente testimone. L'ho tenuto distinto
dai racconti rinvenuti in autobiografie,
necrologi e celebrazioni, sebbene il meccanismo
rievocativo sia identico, perché diverso
e vario è il contesto letterario in cui
si colloca.
Tipologie
Sulla
base della dinamica dell'incontro ho individuato
cinque tipologie:
1)
visita;
2)
presentazione (e autopresentazione);
3)
incontro scolastico;
4)
incontro-convegno;
5)
incontro fortuito.
Eccone
la descrizione e qualche esempio:
1)
Visita. Siamo in
presenza di questa tipologia quando il narratore
racconta di essersi recato presso qualcuno,
per conoscerlo di persona. In questo caso, la
conoscenza dell'opera precede quella della persona.
Si leggano le visite di E. Buonaiuti a G. Tyrrell,
di E. Cecchi a G.K. Chesterton, di Fernanda
Pivano a E. Pound, ecc. Ma non sempre è
così: per es. la giovanissima Annie Vivanti
che va a trovare G. Carducci ha una conoscenza,
come lei stessa confessa, meno che approssimativa
dell'opera del maestro. In generale, chi racconta
è indotto alla visita dalla fama dello
scrittore e dalla stima che nutre nei suoi confronti,
oppure, come nel caso di Cl. Marabini, dalla
convinzione che l'opera sia raggiungibile anche
attraverso l'uomo (3),
o ancora da un motivo pratico, come la richiesta
di una prefazione (Vivanti-Carducci) o della
pubblicazione dell'opera (Soffici-Campana, Bompiani-Zavattini).
La visita ad un autore comporta l'ingresso nel
suo ambiente, nella sua casa (Pivano-Pound),
nel suo laboratorio (Soffici-Rosso), nel luogo
in cui lavora (Leonetti-Gramsci) o nel suo studio
(Longhi-Reycend). Chi effettua la visita è
spesso animato da un'ammirazione incondizionata
nei confronti della persona incontrata.
2)
Presentazione. E'
il caso di quegli incontri nei quali una terza
figura di intermediario ha la funzione di presentare
i due protagonisti dell'incontro. Due esempi
per tutti: A. Palazzeschi, in vena di scherzi,
gioca un tiro mancino a M. Moretti presentandogli
il burbero Papini; così C. Segre è
l'intermediario tra Maria Corti e G. Contini
conosciuto in casa di Segre.
Il
luogo in cui avviene questo tipo di incontro
è preferibilmente neutro, non appartenente
né all'uno né all'altro dei protagonisti
dell'incontro; nel primo esempio, un caffè
letterario (le Giubbe rosse), nel secondo esempio,
la casa di Segre.
Una
sottotipologia è costituita dall'autopresentazione
in cui non figura l'intermediario: colui che
racconta ricorda il momento in cui, di sua iniziativa,
si è presentato all'altro. Si vedano,
per fare qualche esempio, gli incontri tra L.
Settembrini e B. Puoti, tra il giovanissimo
R. Bianchi Bandinelli e l'attempato K. J. Beloch,
tra L. Viani e L. Bistolfi. In questa sottotipologia,
l'incontro può avvenire in biblioteca,
per strada, ovunque. Il narratore mette in luce
la grandezza dell'uomo, che si è a lungo
desiderato di incontrare. Il racconto presenta,
anche in questo caso, un evidente intento celebrativo.
3)
Incontro scolastico. E' l'incontro
che avviene in ambiente scolastico o universitario,
occasionato da un rapporto pedagogico o di studio.
Il narratore riconosce e celebra come maestro
colui che ha dato vita a una scuola, a un indirizzo
di studi, o semplicemente ad un efficace e memorabile
insegnamento. Si vedano gli incontri tra A.
Panzini e G. Carducci, tra M. Valgimigli e G.
Carducci, tra G. Perrotta e G. Pasquali, tra
L. Modestini e G. Catanzaro, e infine tra A.
Camilleri e M. Cassesa. La scuola (liceo, università,
con incontri egualmente ripartiti) appare come
il luogo naturale d'incontro tra gli intellettuali
italiani del XX secolo.
4)
Incontro-convegno.
Definisco in questo modo l'incontro che avviene
in occasione di un pubblico convegno, di una
premiazione letteraria, di una manifestazione
culturale o artistica. Qualche esempio: G. Comisso
incontra J. Joyce a Parigi in occasione di una
cena tra letterati al Pen Club; N. Bobbio incontra
R. Guttuso e U. Morra in una riunione di "cospiratori"
antifascisti nel 1939 in casa Morra; e così
L. Piccioni vede C. Pavese durante la serata
del Premio Strega a Roma nel giugno 1950. Il
narratore lega il nome della persona incontrata
ad una pubblica manifestazione artistico-letteraria,
o politico-culturale, o cultural-mondana, qualche
volta ne fa per così dire il simbolo,
come nel caso dell'incontro Granzotto-Repaci,
quest'ultimo fondatore del Premio Viareggio.
Nella
tipologia dell'incontro-convegno ho
incluso anche gli incontri propiziati da un
certo clima culturale che viene a crearsi intorno
a una rivista, ad un cenacolo, ad un movimento
letterario o in occasione di particolari momenti
storici. Per esempio, P. Calamandrei incontra
P. Pancrazi "a Firenze negli anni di "Pegaso"
(1932).
5)
Incontro fortuito.
Avviene quando è il caso a governare
l'evento. Ma qui il caso è figura di
una predilezione che è impossibile tenere
nascosta. Leonetta Cecchi Pieraccini che incontra
sull'autobus la scrittrice a lungo letta e amata,
Grazia Deledda; P. Pancrazi giovinetto che vede
il vate G. D'Annunzio sfrecciargli davanti a
cavallo, e rinviene in quel caso il segno del
suo destino di critico; G. Fofi che in un pubblico
consesso scopre di essere stato schiaffeggiato
nientemeno che dall'anarchico A. Borghi: sono
solo tre esempi nei quali l'incontro è
propiziato dal caso e nello stesso tempo, a
posteriori, rivela tutta la sua importanza
per la formazione intellettuale di chi lo racconta.
Le
tipologie sopra esemplificate non devono essere
assunte in modo rigido, poiché spesso
accade che esse si sovrappongano e coincidano
nel medesimo racconto. Per es. l'incontro Pasquali-Wachernagel
è insieme un incontro fortuito e
scolastico, così pure quello Russo-Gentile;
quello Mazzucchetti-Rebora è insieme
un'autopresentazione (di Rebora) e
un incontro scolastico; F. Leonetti
fa visita a A. Gramsci avvalendosi della presentazione,
sia pure in absentia, di G. Scalarini;
e gli esempi potrebbero continuare.
Il
Novecento non è un'area cronologica uniforme
e priva di una linea di sviluppo. Ad esempio,
tra l'incontro scolastico (Liceo) Spinelli-Donadoni
e quello Modestini-Catanzaro c'è la grande
distanza tra due mondi culturali e pedagogici,
tra due modi di intendere la scuola, che corrisponde
al cambiamento sociale tra l'anteguerra (il
primo) e il dopoguerra (il secondo); oppure
tra gli incontri con Carducci e D'Annunzio e
quello Montale-Eliot si colloca tutta la rivoluzione
poetica montaliana (il torcere il collo alla
retorica), tant'è che Montale preferirebbe
conoscere i poeti in pantofole, il che poi di
fatto accadrà nell'incontro Marabini-Montale
dei primi anni settanta.
Protagonisti
narratori: un racconto comune
Chi
sfogli questa raccolta rimarrà forse
sorpreso nell'apprendere che spesso coloro che
hanno narrato il primo incontro divengono,
in progresso di tempo, protagonisti dello stesso
tipo di racconto scritto da altri autori. G.
Pascoli per le celebrazioni del 35° anniversario
dell'insegnamento di G. Carducci (1896) ricorda
il suo primo incontro con il poeta
di Valdicastello; qualche anno dopo, nel 1912,
nel necrologio di Pascoli scritto da G. D'Annunzio,
questi narra il suo primo incontro
con Pascoli; nel 1939 è la volta di P.
Pancrazi che nella dedica a P. Calamandrei premessa
ai suoi Studi sul D'Annunzio, racconta
il suo primo incontro con D'Annunzio,
e infine nel 1953 sarà proprio Calamandrei
a rievocare nel necrologio di Pancrazi il primo
incontro con l'amico scomparso. Probabilmente
un supplemento di ricerca potrebbe allungare
la catena fino ai nostri giorni; ma già
questo esempio basta a mostrare come nel Novecento
gli scrittori abbiano raccontato uno dopo l'altro
il loro primo incontro, facendo di
questo tipo di narrazione un uso topico. Si
tratta di una scelta espressiva molto significativa,
con la quale gli uomini di cultura hanno manifestato
la decisa volontà di tenere coeso il
loro ceto. A questo fine hanno elaborato un
racconto comune, la cui funzione è
quella di ricordare, in diversi contesti
letterari, il momento germinale del loro rapporto;
sicché esso può essere assunto
a figura ed emblema di quella coesione. Si pensi
ancora, per fare qualche altro esempio, a Giorgio
Pasquali che ricorda nel 1938, nell'epicedio
dedicato a Jacob Wachernagel, il primo incontro
col maestro tedesco, mentre solo pochi anni
più tardi, nel 1943, Giorgio Perrotta
- nel discorso pronunciato in occasione dell'elezione
di Pasquali all'Accademia d'Italia -, narrerà
il primo incontro col maestro Pasquali;
così Antonio Baldini, Giovanni Papini,
Gianfranco Contini, Eugenio Montale, e molti
altri, saranno di volta in volta narratori e
protagonisti dei racconti del primo incontro.
In
questo fitto intreccio di rapporti a catena
si concretizza un forte desiderio di cementare
- attraverso un racconto comune - una
medesima appartenenza intellettuale. L'intercambiabilità
della funzione narrativa - il narratore di un
racconto diventa altrove protagonista ovvero
persona incontrata -, di per sé significativa
di questi stretti legami, mentre chiude l'intellettuale
in un circolo "virtuoso", dove per
l'appunto chi racconta diventa protagonista,
e viceversa, configura anche una risposta di
ceto all'evidente arretramento della funzione
sociale e alla crisi dell'intellettuale; un
arretramento su posizioni apparentemente salde,
forti di solidi legami individuali e collettivi,
dove l'unica arma che sembra sicura, e di cui
il ceto intellettuale continua a dirsi depositario,
è la memoria, che, come si è
visto, è la cifra distintiva di tutti
i racconti del primo incontro. Ma solo,
come dicevo, apparentemente, poiché si
sa bene come il ricordo agisca con grande operosità
e fatica quando il tempo comincia a cancellarne
l'orizzonte. E non è un caso che queste
narrazioni, come si è visto, fioriscano
proprio in testi celebrativi e commemorativi.
Scrive Marc Augé: "L'attuale gusto
per la commemorazione esprime la dissoluzione
della memoria collettiva con un paradosso che
è solo apparente, mettendo in risalto
il contrasto tra un passato di cui non sussistono
che segni senza vita e un presente incerto della
propria identità"(4).
Non
rientra nei limiti di questo lavoro indagare
la complessa condizione dell'intellettuale nel
Novecento, ma semplicemente osservare e segnalare
una particolare espressione letteraria, nel
quale il narratore, divenuto protagonista, trova
nell'esercizio della memoria una compensazione
e una sorta di risarcimento alla perdita di
importanza del suo ruolo.
Al
termine di questo studio mi rendo conto che
la collezione di primi incontri è ben
lungi dall'essere completa. Del resto, si legga,
a questo proposito, quanto scrive W. Benjamin
a proposito del collezionista: "Per quanto
riguarda il collezionista, la sua collezione
non è mai completa; e quando vi mancasse
anche un solo pezzo, tutto ciò che ha
raccolto resterebbe pur sempre incompleto..."(5).
Quel che importa, allora, è ben altro.
Importa che, alla fine, il racconto ripetuto
e variato numerose volte abbia rivelato un topos
letterario del Novecento finora passato inosservato.
Questo lavoro avrà raggiunto il suo scopo,
se d'ora innanzi il racconto del primo incontro
sarà riconosciuto come un vero e proprio
topos della letteratura memorialistica
ed aneddotica, epicedica e celebrativa, un racconto
comune, il cui fondamento risiede nella
necessità ineludibile da parte degli
scrittori di farne uso per narrare una parte,
e non la meno significativa, della propria vita.
Avvertenza
I
racconti sono ordinati cronologicamente, secondo
la data di composizione. Se lo scritto è
datato dall'autore, vale la data indicata; altrimenti
si fa riferimento alla data di pubblicazione
in prima edizione del volume in cui il racconto
compare, a meno che lo stato degli studi non
consenta di accertare con precisione la data
di composizione. Tutto questo è detto
nelle note introduttive premesse a ciascun racconto.
Inoltre, di volta in volta si indicherà
nelle medesime note il contesto letterario
in cui è stato individuato il racconto
(autobiografia, necrologio, discorso celebrativo,
vari) e la tipologia dell'incontro
(visita, presentazione (e autopresentazione),
incontro scolastico, incontro-convegno, incontro
fortuito). Il racconto è seguito
dal riferimento bibliografico.
Il racconto del primo
incontro alla fine dell'Ottocento
1
Luigi Settembrini - Basilio Puoti
Luigi
Settembrini (Napoli, 1816-1872) nelle Ricordanze
della mia vita rievoca l'incontro con il
marchese Basilio Puoti (Napoli, 1782-1847),
avvenuto a Napoli circa nel 1833. L'episodio
ricalca quello del primo incontro tra De Sanctis
e Puoti (6)
nello stesso anno 1933, che da quello dipende.
Il
giovane Settembrini di sua iniziativa, spinto
dalla fama del Puoti, va a trovarlo e audacemente
gli si presenta. Dopo rapido e accurato esame
viene accolto nella sua scuola. La tipologia
dell'incontro è duplice: all'autopresentazione
si sovrappone l'incontro scolastico.
La
prima edizione delle Ricordanze della mia
vita è quella di Napoli, Morano,
1879-1880, in due volumi, con prefazione di
Francesco De Sanctis.
Nulla
dies sine linea
Ci
è ancora chi lo [Basilio Puoti] chiama
pedante: eppure la pedanteria è un santo
rigorismo in mezzo alla licenza, ed ha un profondo
significato nella storia del pensiero. Per me
io credo ed affermo che la sua scuola in fatto
di lingua ne seppe più che ogni altra
in Italia, e che tra noi, se vi fu e vi è
gusto di buona lingua, tutti direttamente o
indirettamente ne sono obbligati a lui. Rarissimo
uomo, chi lo conobbe da vicino ne amerà
sempre la memoria.
Mi
ricordo la prima volta che lo vidi. Senza raccomandazioni,
me gli presentai così alla buona, tirato
da la buona fama della sua bontà e del
suo sapere.
Lo
trovai fra una dozzina di giovani in una stanza
dove non era altro arnese che libri negli scaffali,
su le tavole, su le seggiole; ed in un canto
v'era il suo letto dietro un paravento. "So
che amate i giovani," io gli dissi "ed
io desidero farmi amare da voi." "Bravo,
giovanotto; se vuoi studiare, saremo amici.
Vediamo quello che sai: spiegami un po' degli
Ufficii di Cicerone." Spiegai, risposi
a varie dimande: "Bene, batti sul latino
ogni giorno: ogni giorno una traduzione dal
latino e una lettura d'un trecentista. Nulla
dies sine linea." E mi accettò tra
i suoi scolari. Ei non viveva che di studi,
in mezzo ai giovani, ai quali era compagno ed
amico: con essi studiava, con essi passeggiava,
con essi lavorava ai commenti dei molti classici
che fece ristampare per diffondere la buona
lingua; ad essi dava consigli, libri, avviamento;
molti ritrasse da pericoli, a molti diede anche
il suo. (...)
L'opera
del Puoti rimane e rimarrà, sebbene trasformata
dai suoi discepoli, che vivono una vita novella
e non sono più napoletani, ma italiani.
Luigi
Settembrini, Ricordanze della mia vita,
in Memorialisti dell'Ottocento, La
letteratura Italiana. Storia e testi, tomo
I, a cura di Gaetano Trombatore, Riccardo Ricciardi
Editore, Milano-Napoli 1953, pp. 607-609.
2
Francesco De Sanctis - Giacomo Leopardi
Francesco
De Sanctis (Morra Irpina, 1817 - Napoli, 1883)
ha modo di conoscere, ancora giovinetto, alla
scuola di Basilio Puoti, il conte Giacomo Leopardi
(Recanati, 1798 - Napoli, 1837). Siamo a Napoli
nel 1836 ed è ancora lontano il tempo
degli studi critici di De Sanctis sul poeta
recanatese (solo nel '76 tenne un corso su Leopardi
all'università di Napoli). Ma questo
primo (e ultimo) incontro
con Leopardi ha il sapore di un'investitura:
"il conte mi volle a Sè vicino,
e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo
molta disposizione alla critica", scrive
il critico irpino. Insomma, l'opera critica
su Leopardi di De Sanctis si giustifica anche
così. L'incontro rientra nella tipologia
dell'incontro scolastico.
Il
brano qui riportato è parte delle Memorie,
cui De Sanctis attese dal 1881 (cioè
dopo aver curato la pubblicazione delle Ricordanze
della mia vita del Settembrini), e che dopo
la sua morte Pasquale Villari pubblicò
nel 1889 col titolo La giovinezza.
Un
colosso, una meschinità
Intanto
Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una
notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio
Ranieri non sapevo quasi altro che il nome.
Il marchese citava spesso con lodi l'abate Greco,
autore di una grammatica, il marchese di Montrone,
il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra
tutti essi Pietro Giordani. Tra' nostri citava
pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri,
l'Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra
conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese.
Una sera egli ci annunziò una visita
di Giacomo Leopardi; lodò brevemente
la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il
dì, grande era l'aspettazione. Il marchese
faceva la correzione di un brano di Cornelio
Nepote da noi volgarizzato; ma s'era distratti,
si guardava all'uscio. Ecco entrare il conte
Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in piè,
mentre il marchese gli andava incontro. Il conte
ci ringraziò, ci pregò a voler
continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano
sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione
ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità.
Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al
disotto degli altri. In quella faccia emaciata
e senza espressione tutta la vita s'era concentrata
nella dolcezza del suo sorriso. Uno degli "Anziani"
prese a leggere un suo lavoro. Il marchese interrogò
parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse
improvviso a me: "E voi, cosa ne dite,
De Sanctis?" C'era un modo convenzionale
in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto
e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro;
poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè
a dire lo stile e la lingua. Quest'ordine m'era
fitto in mente, e mi dava il filo, era per me
quello ch'è la rima al poeta. L'esercizio
del parlare in pubblico avea corretto parecchi
difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella
fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le
sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire.
Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo,
tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo
quei modi di dire che mi parevano non i più
acconci, ma i più eleganti. Parlai una
buona mezz'ora, e il conte mi udiva attentamente,
a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva
bene. Notai, tra parecchi errori di lingua,
un onde con l'infinito. Il marchese
faceva sì col capo. Quando ebbi finito,
il conte mi volle a Sé vicino, e si rallegrò
meco, e disse ch'io avevo molta disposizione
alla critica. Notò che nel parlare e
nello scrivere si vuol porre mente più
alla proprietà de' vocaboli che all'eleganza;
una osservazione acuta, che più tardi
mi venne alla memoria. Disse pure che quell'onde
con l'infinito non gli pareva un peccato mortale,
a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il
marchese era affermativo, imperatorio, non pativa
contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si
fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe
andato in tempesta; ma il conte parlava così
dolce e modesto, ch'egli non disse verbo. "Nelle
cose della lingua, -disse-, si vuole andare
molto a rilento", e citava a prova
Il Torto e il Diritto del padre Bartoli.
"Dire con certezza che di questa o quella
parola o costrutto non è alcuno esempio
negli scrittori, gli è cosa poco facile".
Il marchese che, quando voleva, sapeva essere
gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia
e di ossequio al Leopardi, che parve contento
quando andò via. La compagnia dei giovani
fa sempre bene agli spiriti solitari. Parecchi
cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri,
nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga
e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza,
e non vidi più quell'uomo che avea lasciato
un così profondo solco nell'anima mia".
Francesco
De Sanctis, La giovinezza, Einaudi, Torino,
1961, pp. 74-76.
3
Edmondo De Amicis - Jules Verne
Accompagnato
dai suoi due figli, Edmondo De Amicis (Oneglia,
1846 - Bordighera, 1908) si reca a far visita
al famoso e anziano scrittore francese Jules
Verne (1828-1905) nella sua casa di Amiens,
dove rimane ospite per una giornata. La sua
prima reazione alla vista dello scrittore tanto
a lungo letto e ammirato è, com'egli
dice, di stupore; grande, difatti, è
la differenza tra la potenza immaginativa della
pagina scritta e la figura prosaica di un attempato
borghese che gli compare davanti. E così
De Amicis, sebbene preso e quasi commosso dalla
bonomia dell'artista, conclude che il suo amico
torinese aveva ragione: Jules Verne è
solo uno pseudonimo collettivo.
Riporto
il brano iniziale dello scritto autobiografico
datato ottobre 1895.
Jules
Verne non esiste
Andammo
a trovare il Verne ad Amiens, dove sta tutto
l'anno, a due ore e mezzo di strada ferrata
da Parigi. Una lettera scritta da lui al mio
buon amico Caponi m'accertava che la sua accoglienza
sarebbe stata più che cortese, e questa
certezza faceva più vivo il mio desiderio
antico, e quello dei due cari giovinetti che
eran con me, di conoscer di persona l'autore
ammirato e amato dei Viaggi straordinari;
il quale, fuor dei suoi libri, ci era sconosciuto
affatto, poiché non n'avevamo mai visto
neppure un ritratto in fotografia. Parlavamo
appunto, durante il viaggio, del caso singolare,
che d'un scrittore francese vivente e così
celebre si sapesse dal più dei suoi così
poco, quando del carattere e della vita di quasi
tutti gli altri si avevan notizie continue e
minute, e anche indiscrete, come dei re e degli
imperatori; e la nostra curiosità era
accresciuta da questo mistero.
Picchiammo
alla porta d'una palazzina, posta all'imboccatura
d'una strada solitaria, in un quartiere signorile,
che pareva disabitato. Ci aperse una donna,
che ci fece attraversare un piccolo giardino
e entrare in un'ampia sala a terreno, piena
di luce; e subito comparve Jules Verne, col
viso sorridente e con le mani tese.
Se,
incontrandolo senza conoscerlo, m'avessero dato
a indovinare la sua condizione, avrei detto:
un generale in riposo, o un professore di fisica
e matematica, o un capo di divisione di Ministero:
non un artista. Non dimostra gli ottant'anni
a cui è vicino, ha un po' la travatura
di membra di Giuseppe Verdi, un viso grave e
buono, nessuna vivacità artistica nello
sguardo e nella parola, maniere semplicissime,
l'impronta di una grande sincerità in
ogni manifestazione più sfuggevole del
sentimento e del pensiero, il linguaggio, gli
atteggiamenti, il modo di vestire d'un uomo
per cui non conta assolutamente nulla il parere.
Il mio primo senso, dopo il piacere di vederlo,
fu di stupore. Fuorché nella bontà
dell'aspetto e nell'affabilità dei modi
non riconoscevo nulla di comune tra il Verne
che mi stava davanti e quello che era prima
nella mia immaginazione. E mi tornarono in mente
le parole che m'aveva dette, tra il faceto e
il serio, un mio amico di Torino: - Lei va a
vedere Jules Verne? Ma se Jules Verne non esiste!
Non sa che i Viaggi straordinari sono
d'una società di scrittori che hanno
preso uno pseudonimo collettivo? - Crebbe il
mio stupore quando, condotto a parlare delle
sue opere, ne parlò con un fare quasi
distratto, come avrebbe fatto delle opere d'un
altro, o meglio come di cose in cui non entrasse
alcun merito suo, d'una collezione di stampe
o monete, ch'egli avesse acquistate, e delle
quali s'occupasse più per bisogno di
far qualche cosa, che per passione dell'arte.
Tentò più volte, in principio,
di stornare il discorso da sé stesso
per volgerlo cortesemente sopra un'altra persona,
e, non riuscendogli, lo fece cadere con garbo
sui suoi due giovani visitatori.
Ma
fu pure forzato, in fine, da una domanda diretta
a dire del suo modo di concepire e di scrivere,
e lo fece in poche parole, con grande semplicità
e con chiarezza ammirabile.
Edmondo
De Amicis, Una visita a Jules Verne,
in Memorie, Treves, Milano 1904.
4
Gabriele D'Annunzio - Enrico Nencioni
Quanto
segue è parte dell'Elogio funebre
che Gabriele D'Annunzio (Pescara, 1863 - Gardone
Riviera, 1938) scrisse in onore di Enrico Nencioni
(Firenze, 1837 - Ardenza, 1896) nell'agosto
del 1896. In esso racconta la visita
all'anglista fiorentino avvenuta nell'aprile
del 1881, quando il poeta pescarese aveva appena
diciott'anni, mentre Nencioni era già
un uomo maturo. Si noti la commozione che pervade
il ricordo, la stessa che spinse i due ad abbracciarsi
fraternamente, malgrado la differenza d'età,
nel momento del loro primo incontro.
Più avanti, nello stesso
necrologio, D'Annunzio definisce il critico
il "mio dolce pedagogo fiorentino
Enrico Nencioni" (vedi la p. 914 dell'op.
cit. in basso): perfettamente calzante è
dunque il paragone tra i due e Socrate ed Alcibiade,
stretti, gli uni e gli altri, da un fraterno
rapporto pedagogico.
Socrate
e Alcibiade
Ho
ancòra lucida e precisa nella memoria
l'imagine di lui quale mi apparve la prima volta
in un lontanissimo giorno della mia puerizia.
Egli era allora nella sua piena virilità,
forse nel momento più fortunato della
sua vita, preso anch'egli nell'illusione di
quella specie di rinascenza letteraria promossa
dal robusto paganesimo delle Odi barbare, già
tutto penetrato dalla poesia di Roma dov'egli
viveva allora: da quella poesia ch'egli doveva
più tardi rivelarmi, eloquentissimo pedagogo,
conducendo me giovinetto sotto i cipressi della
Villa Ludovisi e tra gli elci della Villa Medici.
Io era un fanciullo, triste prigioniero in un
gran collegio toscano dove la disciplina troppo
duramente soffocava la mia precoce avidità
di vivere e feriva la mia sensibilità
già inquieta. Avevo scritto a lui dalla
mia prigione, in un giorno d'insofferenza più
aspra e di malinconia più grave; ed egli
mi aveva risposto senza indugio, con impreveduta
benignità, comprendendo il mio male,
versando sul mio ardore la dolcezza delle sue
parole fraterne. Fratello egli mi parve fin
da quel tempo, fratello più che padre,
poiché la sua anima era la più
giovenile ch'io m'abbia conosciuto mai, e tale
restò sempre pur nell'estrema decadenza
della sua carne miserabile.
Trovandosi
in Firenze desiderò di vedermi, di parlar
meco. Ed io mi ricordo, come d'un immenso abbagliamento,
di quel mattino fiorentino in cui mi mossi verso
la casa dov'egli mi aspettava. Era d'aprile,
e la città armoniosa risplendeva tutta
quanta in una di quelle stupende illuminazioni
pasquali che davano "volontà di
dire" al giovane Allighieri prima dell'esilio.
Io mi pensava di andare a cresimarmi per la
gloria; e il lieto rumore delle vie popolate
giungeva al mio orecchio come di lontano.
Salii
le scale d'un tratto, palpitando, avendo ancora
negli occhi il barbaglio esteriore; e fui introdotto
in una stanza un poco oscura, le cui pareti
erano interamente occupate da scaffali folti
di volumi. L'uomo illustre mi venne incontro
per abbracciarmi; e io sentii subito che la
mia commozione s'era comunicata a lui, e ch'egli
non era più per me un estraneo ma un
congiunto prediletto ch'io rivedessi dopo una
lunga assenza con lagrime di gioia. Egli era
alto della persona e magro, con qualche cosa
di vibrante in ogni sua attitudine, come se
continue onde di forza nervosa attraversassero
la sua debilità; aveva gli occhi azzurri
ed entusiastici, la bocca così fine che
si alterava ad ogni più piccolo moto
dell'anima, la fronte straordinariamente pura
come quella che non visitavano se non le belle
idee; e le sue mani lunghe e sensitive sapevano
i gesti che tracciano nell'aria l'effigie dei
fantasmi mentali, come la sua voce appassionata
sapeva gli accenti che convengono alle sillabe
rivelatrici nei ritmi della grande poesia.
Fresco
dei Dialoghi platonici, io pensai che fosse
in lui qualche parte di quella incitante virtù
che emanava da Socrate sulla varia corona dei
discepoli; poiché anche a me, come ad
Alcibiade, il cuore balzava assai più
che ai coribanti, mentre l'udivo, e l'anima
turbata si appenava come di sentirsi servile.
Io non ho conosciuto alcuno che, parlando di
cose spirituali, giungesse ad una tale intensità
di calore comunicativo. E in quel giorno, mentre
ascoltavo, apparivami singolare il contrasto
fra quella sua alta fiamma di vita e la gelida
stanza triste ov'eravamo seduti.
Gabriele
d'Annunzio, Elogio di Enrico Nencioni,
in Prose di ricerca..., III, Mondadori,
Milano Verona 1968, pp. 374-376.
5
Giovanni Pascoli - Giosue Carducci
In
occasione del 35° anniversario dell'insegnamento
(9 novembre 1896) di Giosue Carducci (Val di
Castello, 1835 - Bologna, 1907), Giovanni Pascoli
(San Mauro di Romagna, 1855 - Bologna, 1912)
rievoca il suo primo incontro con il
poeta di Val di Castello. Siamo nel 1873 a Bologna,
dove Pascoli diciottenne si era recato per partecipare
al concorso bandito dal Comune a sei sussidi
per chi frequentasse l'università di
Bologna e fosse privo di mezzi. Il "vecchio
scolaro" parla di sé in terza persona.
I ricordi si affollano sulla pagina e danno
alla rievocazione un tono commosso e fortemente
patetico. Lo scritto è stato poi inserito
nel volume Limpido rivo. La tipologia
è quella dell'incontro scolastico.
Il
sorriso del maestro
Il
vecchio scolaro era allora un povero ragazzo
smilzo e scialbo. Veniva dalla Romagna, da una
casuccia dove una famiglia di ragazzi, di ragazzi
e bambine soli soli, fatti orfani da un delitto
tuttora impunito, e poi abbandonati e lasciati
soffrire soli soli (era indifferenza della gente?
era viltà?); una famiglia che aveva per
capo il ragazzo più grande [Giacomo],
sedicenne appena quando ebbe tutta la nidiata
da imboccare; faceva economia.
Il
ragazzo più grande (ora non vede e non
sente più nulla, di là dove da
un pezzo dimora, tra Savignano e San Mauro,
a mezza strada), il ragazzo che faceva da babbo,
credeva di scorgere in uno dei suoi figliuoli
fratelli una certa disposizione alle lettere.
Poi, in quell'anno, era bandito per la prima
volta il concorso a sei sussidi per chi studiasse
lettere nell'università di Bologna. [...]
il ragazzo più grande udì il buon
invito: fornì il suo minore (il vecchio
scolaro: oh! dolcezza amara di ricordi) di poche
lire, troppe per chi le dava, un po' pochine
per chi le riceveva; lo imbarcò solo
soletto in una terza classe del treno e gli
disse: Tuo babbo ti aiuti! Era il giorno avanti
il primo esame. La mattina dopo, il povero ragazzo
smilzo e scialbo si trovava tra una ventina
d'altri ragazzi, venuti da tutte le parti d'Italia,
o sorridenti o rumorosi, aspettando... Aspettando
chi? Carducci. Egli doveva venire a dettare
il tema d'Italiano. Proprio Carducci? Carducci
in persona.
Oh!
il povero ragazzo aspettava con forse il maggior
palpito. Egli non aveva nel suo ingegno e nei
suoi studi la fede che aveva il suo fratello
maggiore; egli prevedeva, ahimè! di doversene
tornare a casa, di lì a pochi giorni,
come era venuto... cioè non come era
venuto, ma senza quelle lire, o troppe e troppo
poche; e trovare più freddo il freddo
focolare quando si fosse spenta quest'ultima
speranza. Ma non per questo palpitava allora
il ragazzo, egli palpitava per l'aspettazione
di colui che doveva apparire tra pochi minuti.
Nel
collegio, donde era uscito anni prima (un ottimo
collegio di scolopi), egli aveva sentito parlare
di Carducci; come, si può immaginare:
aveva cantato Satana! Un bel giorno però
uno degli scolopi, il professore d'italiano,
ingegno elegante e ardito, anima e fiera e gentile,
il padre Donati, nella sua cella gli mostrò
un ritratto: un ritratto di giovane avventuriere,
cospiratore, soldato o che so io; una testa
pugnace, audace, di ribelle indomabile. Il ragazzo
pensò forse a un prigione d'Aspromonte,
a un caduto di Mentana. "Questo",
disse il frate, "è il poeta più
classico e più novatore, lo scrittore
più antico e più moderno che abbia
l'Italia, è il Carducci". Al frate
lucevano gli occhi azzurrissimi, e al ragazzo
si cominciò a colorir l'anima di non
so qual colore nuovo. Ricordò; e lesse
poi quel che poté: ben poco; pure assai
perché, nel momento che ho detto, egli
palpitasse come forse non altri.
A
un tratto un gran fremito, un gran bisbiglio:
poi, silenzio. Egli era in mezzo alla sala,
passeggiando irrequieto, quasi impaziente. Si
volgeva qua e là a scatti, fissando or
su questo or su quello, per un attimo, un piccolo
raggio ardente de' suoi occhi nobilissimi. "L'opera
di Alessandro Manzoni", dettò. Poi
aggiunse con parole rapide, punteggiate: "Ordine,
chiarezza, semplicità! Non mi facciano
un trattato d'estetica". Una pausa di tre
secondi; e concluse: "già non saprebbero
fare". Sorrise a questo punto? Chi lo sa?
S'indugiò ancora un poco e uscì.
[...]
E
qualche giorno dopo ci fu l'esame orale. E il
giovinetto romagnolo entrò avanti il
consesso giudicante, come se vi fosse travolto
da una ventata; e rivide lui e si sentì
interrogare. Ma egli qualcosa doveva aver letto
nel viso smunto e pallido del ragazzo: leggeva
forse il pensiero che appariva tra uno sforzo
e un altro per rispondere; pensiero d'assenti,
pensiero di solo al mondo, pensiero d'un dolore
e d'una desolazione che al maestro non potevano
essere fatti noti se non dagli occhi del ragazzo,
che pregava forse con essi più che non
rispondesse con la bocca; dagli occhi di lui
soli, perché nessuno aveva parlato o
pregato per lui: certo il maestro interrogava
con non so qual pietà e ascoltava le
risposte impacciate con una specie di rassegnazione
cortese, accomodandole e spiegandole e giustificandole.
Passò questo doloroso quarto d'ora; passarono
gli altri. Il ragazzo fu richiamato a dare qualche
schiarimento sul suo attestato di licenza, sentì
o credé sentire che il Carducci, proprio
il Carducci, ampliava e chiariva le sue spiegazioni,
comunicandole agli altri professori.
Questo
lo sollevò un poco; ma ogni barlume di
speranza era spento quando due o tre giorni
dopo aspettava nell'università la sentenza
che doveva essere lì per lì fatta
pubblica dagli esaminatori. [...]. Basta: a
uno squillo di campanello tutti entrarono. Gli
esaminatori erano tutti lì: e la fiera
testa del poeta si volgeva da parte, come indifferente.
Gandino,
il severo e sereno Gandino [il professore di
latino], con quel volto che sembra preso a una
medaglia romana, scandendo le parole con la
sua voce armoniosa, ammonì: "Leggerò
i nomi dei candidati secondo l'ordine di merito:
i primi sei s'intende che hanno conseguito il
sussidio comunale". Pausa.
Al
ragazzo romagnolo batteva il cuore; non solo,
per così dire, in anticipazione al palpito
che lo avrebbe scosso in quel momento che era
per separare il quinto nome dal sesto. Sonò
il primo nome nel silenzio della sala... era
il suo. In quell'attimo egli, il povero ragazzo,
vide lampeggiare un sorriso. Sì: la testa
del poeta si era illuminata d'un sorriso subito
spento.
Giovanni
Pascoli, Ricordi di un vecchio scolaro,
in Antologia pascoliana, a cura di
Augusto Vicinelli, Mondadori Milano 1962, pp.
427-430.
Il racconto del primo
incontro nel Novecento
6
Annie Vivanti - Giosue Carducci
La
ventitreenne Annie Vivanti (Londra 1866 - Torino
1942), futura poetessa e scrittrice di romanzi
fortunati e di facile vena, si reca in visita
presso il cinquantacinquenne Giosue Carducci
in una giornata invernale del 1890, per chiedere
una prefazione ai suoi versi, che gli viene
accordata dopo rapido esame. E' il pegno chiestole
dall'editore Emilio Treves (incontrato anche
lui per la prima volta) in cambio della pubblicazione
delle sue poesie; insomma, la tipica situazione
vissuta da chissà quanti giovani scrittori
esordienti alla ricerca di uno sponsor. Il racconto
del primo incontro con Carducci, dal
sapore fiabesco (7)
(la fanciulla nella tana dell'Orco), ci mostra
un poeta dotato di sense of humour, anche se
un po' impacciato in questa sua ricerca insensata
del manicotto (poi stranamente dimenticato).
Il ritratto del Carducci, scritto per celebrare
i suoi settant'anni, di cui diamo qui il brano
iniziale, è del 1906, un anno prima della
morte.
Un
amoroso incontro, ovvero il manicotto dimenticato
Io
non so scrivere di Giosue Carducci come del
grande Poeta d'Italia. Per me egli non è
Enotrio Romano, non l'ardente cantore di cui
il nome va, risonante di gloria, per il mondo.
Egli è per me l'amico adorato, l'ideale
della mia sognante fanciullezza, il secondo
padre della mia orfana gioventù. E la
sua mano mi sorresse e m'innalzò nella
turbolenta primavera di mia vita.
"Carducci!"
Ero una piccola bimba, seduta con la bambola
alle ginocchia di mia madre, quando per la prima
volta udii quel nome. La mia dolce mamma tedesca
parlava di poesia italiana con suo fratello,
Rudolph Lindau, venuto dalla Germania a trovarci.
Dante, Petrarca, Leopardi... i nomi passavano
nel loro suono familiare e incompreso, noti
e vuoti al mio orecchio infantile. Poi un nome
nuovo: Carducci. Mia madre citò con la
sua cara voce mite un sonetto:
Passa la nave mia, sola tra 'l pianto
Degli alcion per l'acqua procellosa...
L'ultima
strofa colpì la mia giovane fantasia:
Voghiam, voghiam, o disperate scorte,
Al nubiloso porto dell'oblio,
A la scogliera bianca della morte.
Ricordo
che mia madre ripeté lentamente i due
ultimi versi. Ahimè! pochi mesi dopo
la nave sua fu chiamata alla tragica scogliera,
e passò, sola tra 'l pianto, nelle buie
e silenziose acque.
E
non udii più pronunciare il nome di Carducci.
**
Un
giorno, nel 1890, a Milano, mi trovai timida
e tremante dinanzi al formidabile scrittoio
dell'editore Emilio Treves. Egli teneva tra
due dita sdegnose un sottile rotolo manoscritto
che io gli avevo portato.
-
Che roba è? - mi chiese egli.
Io
risposi arrossendo che erano poesie.
-
Per carità! porti via, porti via - diss'egli
agitato.
-
Ma come, - balbettai - se non le ha né
pur lette!
-
Leggerle?! - esclamò il commendatore
con la sua grossa risata - leggerle?! Crede
Lei che noi stiamo qui a leggere poesia? Noi
siamo qui per fare degli affari. Buon giorno!
Forse
gli apparvi piccola e triste quando volsi le
spalle e me ne andai verso la porta, perché
aggiunse come per consolarmi:
-
Me ne dispiace, creda! Ma ci vorrebbe, per esempio,
una prefazione del Carducci. Allora si potrebbe
riparlarne.
"Del
Carducci! - pensai. - Ma che cosa dice?"
Giù
nella via la mia governante, Miss Gann, mi aspettava.
Prima
che io salissi ella mia aveva detto: -Guarda
di insistere per la copertina, che sia celeste
e oro! Su ciò sii incrollabile.
Quando
mi vide tornare mi disse:
-
Ebbene?
-
Egli si è burlato di me - risposi abbattuta.
- Disse che li stamperebbe con una prefazione
di Carducci.
-
E chi sarebbe? - chiese Miss Gann.
-
Oh Dio, uno come Dante, morto trecent'anni fa.
Andammo
melanconicamente a casa.
Ci
venne incontro Italo, mio fratello prediletto.
Quando udì la mia storia disse:
-
Ma prendi il primo treno per Bologna e va a
cercarti la prefazione.
E
così feci.
Il
giorno seguente - ricordo che faceva gran freddo
- salivo le scale ripide e strette della casa
di Carducci in Bologna; la storica casa sulle
Mura di porta Mazzini, dove allora, come oggi,
il poeta viveva nella più austera semplicità.
Io tremavo e mi dicevo: "Mio Dio, avessi
almeno letto l'Inno a Satana!"
Poi mi consolavo pensando che avevo il cappello
riguarnito da Miss Gann con delle margherite
celesti che mi stavano molto bene.
E
per strada avevo comperato le Odi Barbare
e letto rapidamente All'Aurora; potevo
dunque subito citare qualche cosa.
A
dir vero, avevo trovato poco di citabile, e
quando suonai il campanello non ricordavo più
niente. Solo mi giravano nella testa le "rosse
vacche del cielo" e mi domandavo esterrefatta
come avrei potuto farle entrare con apparente
naturalezza nella conversazione.
Un
uomo aprì la porta.
-
E' in casa il signor Carducci?
-
Sì.
-
Favorisca dirgli che sono... che vengo... che
arrivo...
-
Sissignora - disse l'uomo, guardandomi con occhio
paziente.
-
Gli dica che ho fatto un lungo viaggio per vederlo
- dissi tutto d'un fiato.
-
Sissignora, ripeté l'uomo, e sparve.
Tornò.
-
Il signor Carducci dice che non è re
Salomone. Favorisca entrare.
Entrai.
Dopo pochi istanti la porta del salotto si aprì,
e Carducci entrò. Vidi che aveva una
testa da Imperatore Romano, coperta di ricci
grigi, occhi cupi e profondi, e la bocca severa.
-
Che cosa vuole? - mi disse.
-
Buon giorno - risposi fiocamente. - Vorrei una
prefazione alle mie poesie.
Seguì
un silenzio che mi fece sudar freddo.
-
Ah! - disse Carducci finalmente. - Lei è
una poetessa. Credevo fosse la regina di Saba.
Nessuna
risposta appropriata si presentò alla
mia mente. E tacqui.
-
Dunque, una poetessa! - ripeté Carducci.
- Che cosa ha letto?
Mi
pareva che avrebbe dovuto dire: "Che cosa
ha scritto". E risposi di nuovo attonita
e muta.
-
Dei nostri grandi che cosa sa?
Ecco!
era il momento di collocare le rosse vacche!
Ma erano scappate. (Mi pareva di sentirmele
galoppare sul cuore). E dietro a loro correvano
i miei pensieri, incoerenti, assurdi.
E
Carducci, professore, interrogava severo:
-
Che cosa conosce lei di Dante?
-
Le illustrazioni di Doré - balbettai,
mossa da un impeto di sincerità.
Carducci
rise. Rise d'un caro riso, inaspettato e gaio.
-
Segga - mi disse.
Ed
io sedetti; e gli raccontai di Treves, e di
Miss Gann, e di mio fratello Italo. Tolsi anche
dalla tasca le Odi Barbare, e gli dissi che
l'avevo creduto morto trecent'anni fa.
Parve
assai contento. Ma quando gli diedi il manoscritto
dei versi il suo viso si oscurò.
-
Hm! - brontolò, spiegando il primo foglio
- che bella scrittura! Anch'io - aggiunse guardandomi
ferocemente come se lo avessi contraddetto -
anch'io ho una bella scrittura.
Poi
cominciò, a leggere:
Vieni, amor mio...
Borbottò
i primi versi nella barba; disse più
forte la seconda strofa. La terza la recitò
ad alta voce, accompagnandone il ritmo con un
gesto della mano destra, come per battere il
tempo:
A
sfondare le porte al paradiso,
E riportarne l'estasi quaggiù!
Vi
fu un momento di silenzio. Poi Carducci diede
forte il pugno sulla carta.
-
Per Dio Bacco, questa donna ha ingegno! - disse.
E
rimase immobile, guardandomi fisso con vividi
occhi. Io non sapevo se era meglio dirgli "Grazie",
o pure "Prego!" o "S'immagini!"
quando d'un tratto si levò e tormentandosi
la barba (come bene ho imparato di poi a conoscere
quel gesto!) mi disse ruvidamente:
-
Addio.
-
Addio - gli risposi come trasognata, ed egli
mi aprì la porta.
Io
gli stesi la mano e avevo voglia di piangere.
-
Dove ha il manicotto? - mi chiese improvvisamente.
-
Non so - dissi, e risi.
Carducci
andò girando distratto per la stanza
a cercarlo. Allora gli spiegai che non avevo
manicotto con me. Ed egli mi guardò fosco
sotto le ciglia aggrottate, pensando ad altro.
Mi
balzò in mente il leone di Browning:
You
could see by those eyes wide and steady
He
was leagues in the desert already (8).
Con
un tuffo di gioia nel cuore intesi che Carducci
pensava ai miei versi, e che per loro aveva
dimenticato me.
Più
tardi, quando lo venni a conoscere meglio, appresi
che era incapace di pensare a più d'una
cosa per volta. Se il suo pensiero era rivolto
altrove, ciò che gli stava d'intorno
spariva.
Mesi
dopo, quando Treves aveva pubblicato versi...
e prefazione, io dissi a Carducci:
-
Perché quel giorno, chiedeste del mio
manicotto?
-
Che giorno? Che manicotto? - diss'egli.
Io
gli rammentai che era andato cercandolo per
tutto il suo salotto.
-
Tu sogni - disse impaziente.- E sogni stolte
cose. Mai non ho cercato un manicotto. Non so
nulla di manicotti.
Annie
Vivanti, Giosue Carducci, in "Nuova
Antologia", Agosto 1906, pp. 369-372.
7
Alfredo Panzini - Giosue Carducci
Alfredo
Panzini (Senigaglia, Ancona 1863 - Roma, 1939)
nel necrologio scritto nel 1907 in
onore di Giosue Carducci, ricorda il suo viaggio
a Roma nell'ottobre del 1882 offertogli gratuitamente
dallo Stato al fine di consentirgli la partecipazione
a una gara per i licenziati d'onore. Vi conobbe
il ministro Baccelli "in persona"
e il venticinquenne editore Angelo Sommaruga,
già allora assai noto; ma, quel che più
importa, incontrò per la prima volta
Carducci, che sarà poi suo indimenticato
maestro all'Università di Bologna. La
tipologia è quella dell'incontro
scolastico. Il racconto, come notò
P. Pancrazi in uno scritto del 1952 (9),
ha forti somiglianze con quello del Pascoli
(vedi l'incontro Pascoli-Carducci in questa
raccolta), da cui si differenzia per l'esito
non positivo dell'esame.
"Sfrondare,
sfrondare, sfrondare!"
Sarei
tuttavia ingiusto se nascondessi che la licenza
d'onore non mi servì proprio a nulla.
Per essa potei vedere Roma, senza spendere un
soldo, come ora dirò. Sua Eccellenza
il ministro aveva stabilito una specie di ludo
olimpico intellettuale alle basi del Campidoglio
fra i licenziati ad honorem mediante una gara
di italiano.
Io
ero fra gli onorevoli, e perciò il viaggio
a Roma mi si conveniva gratuitamente. Gratuitamente
era pure l'alloggio ed il vitto in non so quale
collegio romano.
Concorsi
con l'animo pieno di fiducia nella riuscita,
tanto più che, se non conoscevo la tenuta
dei libri in partita doppia, ero convinto di
saper scrivere abbastanza bene in italiano.
Questa lusinghiera, come erronea opinione, mi
era stata instillata dal mio professore d'italiano.
[...] Sbarcando onorevolmente a Roma da un carrozzone
di terza classe in un bel giorno d'ottobre,
fummo sulla soglia del collegio ospitale accolti
da un signore di grandissima magnificenza, di
somma dimestichezza, di sonora vivacità.
Aveva per tutti (era una ressa di giovani, in
cui suonavano tutti i dialetti d'Italia) parole
battagliere di gloria e d'incoraggiamento. Era
S.E. il ministro Baccelli in persona. Dietro
gli veniva uno smilzo, vivacissimo giovane con
una barbetta bionda, riccia, spartita in due:
mi par di vederlo! Era l'editore Angelo Sommaruga,
il quale fra noi, presunti letterati, faceva
propaganda del più importante giornale
del tempo: la Cronaca bizantina.
In
quel collegio, a cura del ministro, si mangiava
molto bene e c'era da rifarsi delle susine cotte
del collegio.
Arrivò
il giorno della gara e noi fummo distribuiti
in una grandissima aula. Cessò il bisbiglio:
un gruppo di persone avanzava dalla porta lontana.
Avvicinandosi il gruppo, vedemmo un uomo forte,
di mediocre statura, staccarsene, avanzando.
Vestiva un abito a giacchetta color turchino
scuro con gilet bianco.
Avanzava
lentamente, scrutando dal basso in alto con
occhio nero lucente; capigliatura nera, breve
barba crespa e nera. Quando ci passò
davanti, mi parve che un fremito impercettibile
interiore, scuotesse tutta quella persona. Era
Giosue Carducci. Del Carducci allora non conoscevo
se non il suono dei versi che hanno per titolo
Alle fonti del Clitumno, unicamente
perché quell'ode ce l'aveva letta in
scuola il professore d'italiano con la sua bella
voce: sapevo che aveva scritto inoltre un inno
a Satana, e sopratutto sapevo che il Governo
monarchico doveva fare i conti con lui. Da poche
settimane era morto Garibaldi. Ora non so perché,
quella figura scura e nobilmente sdegnosa, che
vedevo per la prima volta, mi chiamò
in mente un'altra figura bionda, luminosa, sorridente,
che mai non avevo visto: Giuseppe Garibaldi.
Non mi disegnò alla mente la letteratura:
ma vidi con l'occhio dell'anima il moto di un'epopea.
Fu
dettato il tema. Altro che vita, calore, passione!
Io buttai giù nel tema tutta la scoria
delle parole che mi vennero in mente. Era stata
distribuita una di quelle pagnottelle romane,
riccamente imbottita: ma non la toccai né
meno. Non so quante pagine scrissi, certo moltissime,
tanto che nel ricopiarle non mi raccapezzavo
più tra le cartelle, e il sangue mi dava
dei tuffi alla testa. [...]
Ebbene,
non fui né meno ammesso alla prova a
voce.
Fui
chiamato davanti alla Commissione; rividi quei
miei fogli scartabellati con poco rispetto,
mi sentii dire secche, brevi parole dal Carducci,
delle quali ricordo questa osservazione ripetuta
tre volte: "Sfrondare, sfrondare, sfrondare".
Garibaldi
tramontava una seconda volta.
Alfredo
Panzini, Memorie di scuola, in "Nuova
Antologia", Luglio-Agosto 1907, pp. 116-118.
8
Gabriele D'Annunzio - Giovanni Pascoli
Nel
necrologio di Giovanni Pascoli
scritto nel 1912 da Gabriele D'Annunzio
leggiamo il primo incontro tra i due
poeti avvenuto a Roma una bella mattina del
giugno 1895. La tipologia è quella della
presentazione, anche se "per insidia":
Adolfo De Bosis, direttore della rivista romana
"Il Convito" (1895-96), conduce Pascoli
nella dimora di d'Annunzio, dove questi vive
in una "splendida miseria", col pretesto
di mostrargli una statua di Calliope appena
ripescata dalle acque del Tevere. Si noti come
D'Annunzio insista nella descrizione del luogo
d'incontro, l'antica selleria dei Borghese:
un luogo storico e artistico, neutro anch'esso,
e perciò di tutti e due i poeti, dove
su un piano di parità essi possono incontrarsi;
come scrive assai efficacemente D'Annunzio,
"due confusioni si abbracciarono senza
guardarsi". In tono solenne D'Annunzio
presenta l'incontro come un evento memorabile,
carico di futuro per i due poeti, che dovevano
ancora scrivere i Poemetti conviviali
e le Laudi. In conclusione, D'Annunzio
fissa l'attenzione sul particolare delle mani
di Pascoli, che questi timidamente nasconde
alla vista, ma poi non esita a gestire virilmente
per schermirsi dalle parole troppo lusinghiere
del poeta pescarese.
Le
mani del poeta
Ma
come c'incontrammo la prima volta? A Roma, per
insidia.
Già
ci amavamo da tempo; e avevamo scambiato molti
messaggi affettuosi e quelle lodi acute, d'artiere
ad artiere, che s'inseriscono alla cima dello
spirito e fanno dimenticare la grossezza dei
solenni tangheri i quali oggi in Italia giudicano
di poesia. Trovandosi in Roma, egli certo desiderava
di vedermi; ma, nel momento di porre ad effetto
il suo proposito, la timidezza lo arrestava;
né i nostri amici riescivano a persuaderlo,
né io riescivo a scovarlo in alcun luogo.
Allora Adolfo De Bosis, il principe del silenzio,
il nobilissimo signore di quel Convito
che fu "presame d'amistade" fra i
pochi deliberati d'opporsi alla nuova barbarie
ond'era minacciata la terra latina, ricorse
a un grazioso stratagemma. Me lo condusse di
buonora, all'improvviso, nella mia casa, dandogli
ad intendere che lo conducesse a veder una statua
di Calliope ritrovata nel limo del Tevere la
sera innanzi, divinamente levigata da secoli
d'acqua.
Io
era in giorni di splendida miseria, abitando
nell'antica selleria dei Borghese, tra Ripetta
e il Palazzo, tra il fiume torbo e quel "gran
clavicembalo d'argento" celebrato in un
sonetto dell'adolescenza. La vuota selleria
principesca era di così smisurata grandezza
che rammentava la sala padovana nel Palazzo
della Ragione, se bene mancasse non giustamente
in su l'ingresso la pietra del vitupèro
"lapis vituperii et cessionis bonorum".
In tanta vastità io non avevo se non
un letto senza fusto, un pianoforte a coda,
una panca da tenebre, il gesso del Torso di
Belvedere, e la gioia del respirar grandemente.
Come
Adolfo spinse alla soglia il poeta delle Myricae
e mi chiamò al soccorso, balzai mezzo
vestito. E due confusioni si abbracciarono senza
guardarsi. L'ingannatore rideva nel vederci
così vergognosi mentre tuttavia ci tenevamo
per mano. Poi ci sedemmo su la panca, felici,
senza far molte parole, nessuno di noi temendo
il silenzio che è sì soave quando
il cuore si colma.
Eravamo
sani e resistenti entrambi, sentivamo la nostra
purità nel divino amore della poesia,
preparati alla disciplina e alla solitudine.
L'uno promettendo di superar l'altro, eravamo
certi di non iscoprir mai su i nostri volti
"il livido color della petraia". Una
potenza oscura si accumulava nelle nostre profondità:
egli doveva ancora comporre i Poemi conviviali
e io dovevo ancora cantare le Laudi.
O
bel mattino in sul principio della state, quando
Roma ha gli occhi chiari di Minerva che nutre
a sua simiglianza i pensieri degli uomini! Entrava
il sole pe' cancelli delle finestre, e il romore
del ponte frequente, che pareva l'antico "assiduo
murmure" del Tevere. Ma il fiume sacro
non aveva parlato ancòra a traverso il
bronzo dell'inno, non aveva ancor chiamato l'anima
dei forti gridando:
Heus, rostro navis qui terram scinditis
unco,
quam detraxistis navi iam reddite proram
atque in me longos infindite vomere sulcos
usque ad ceruleum, iuvenes, maris aequor, et
ultra.
Est operae! (10)
La
grandiosità del torso erculeo bastava
a riempiere le mie mura; perché era quel
terribile frammento titanico presso cui Michelangelo
decrepito e quasi cieco si faceva condurre per
palparlo. (Or potevano dunque le sue mani toccare
un marmo senza riscoprirlo intero?) Avevamo
dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano
e quasi direi il cànone eroico; ma ignoravo
quale di noi due ne fosse tocco più a
dentro. Se avessimo potuto saperlo, forse avremmo
conosciuto la nostra misura.
Come
gli guardai le mani, delle quali son sempre
curioso, egli le ritrasse con un atto quasi
fanciullesco. Io volevo osservare le dita che
avevano foggiato l'odicina per le due sorelle
e i madrigali dell'Ultima passeggiata.
Allora sorridendo gli ripetei i primi versi
del Contrasto:
Io prendo un po' di silice e di quarzo:
lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena:
ve' la fiala, come un dì di marzo,
azzurra e grigia, torbida e serena!
Con
quelle stesse mani che aveva nascoste, egli
fece un gesto di disdegno potente. Sentii quanto
vi fosse di virile in colui che passava tra
le umili mirici per salire verso la rupe scabra.
E poi parlammo d'Odisseo e della predizione
di Tiresia.
Questo
fu il nostro primo incontro.
Gabriele
d'Annunzio, Contemplazione della morte,
in Prose di ricerca..., III, cit.,
pp. 216-219.
9
Leonetta Cecchi Pieraccini - Grazia Deledda
Uno
scambio di sguardi, un imbarazzante silenzio,
un incidente cui si pone riparo con una gentilezza;
e alla fine lo stupore per l'inatteso incontro,
forse già tante volte vagheggiato durante
la solitaria lettura di pagine indimenticate:
tutto questo suggerisce l'annotazione diaristica
di Leonetta Cecchi Pieraccini (Poggibonsi, 1882-1977),
che riferisce il suo primo incontro
con una scrittrice allora molto famosa, Grazia
Deledda (Nuoro, 1871 - Roma, 1936). La tipologia
è quella dell'incontro fortuito.
In
tram
2
gennaio 1913
Verso
l'una rientravo a casa.
Ero
in tram in via Nomentana. Una piccola signora,
vestita di velluto nero mi si è seduta
di fronte. Mi ha guardato e ha palesemente trasalito.
Siamo rimaste per un lungo tratto così,
sedute l'una di fronte all'altra, lei a occhi
bassi, io guardavo fuori del finestrino. Nell'alzarmi
di fronte a casa, mi è caduto un involto.
La signora ha fatto l'atto di raccoglierlo:
il fattorino si è precipitato a fare
altrettanto per riguardo al mio pancione. Ma
io sono stata più pronta di tutti e due.
Ho tirato su il pacco e sono scesa. La piccola
signora, imbarazzata dalla mia presenza era
Grazia Deledda.
..........
dal
Taccuino di Leonetta Cecchi Pieraccini,
in Emilio Cecchi, Grazia Deledda, a
cura di C.C., in "Nuova Antologia",
Aprile-Giugno 1993, p. 354.
10
Emilio Cecchi - Gilbert Keith Chesterton
Il
26 novembre 1918, a guerra appena finita, Emilio
Cecchi (Firenze, 1884 - Roma, 1966), prende
il treno nella stazione londinese di Paddington,
e va a trovare lo scrittore inglese Gilbert
Keith Chesterton (1874-1936) che viveva in una
modesta casetta, significativamente definita
"la confluenza di tutti i misteri",
nel borgo rurale di Beaconsfield. La visita,
da tempo progettata, è preceduto da una
accurata lettura delle opere dell'autore inglese,
che nel suo ritiro campagnolo, lontano dalla
"città di Mammone" (Londra),
medita "sulla difficoltà presente
del mondo". Dell'incontro Cecchi fornirà
il resoconto su "La Tribuna" di Roma
il 28 dicembre 1918 col titolo Visita a
Chesterton nella rubrica Lettere dall'Inghilterra,
prima di raccogliere il "pesce" nel
volume Pesci rossi (1920).
La
casetta del gigante
La
casa di Chesterton è casalinga con le
sue idee, è una con le sue idee, è
il più completo manifesto delle sue idee.
Impossibile trovare una casa che realizzi meglio
l'idea della casa e della casa inglese e della
casa rurale inglese. Se di qualcosa sentivo
la mancanza era d'uno stendardo come quello
delle antiche gilde e corporazioni, che sventolasse
sul piolo del cancello o in cima al tetto. Ma
era un eccesso di pretesa, in tempi così
poco cristiani, così poco dediti alle
tradizioni e internazionalizzati.
Con
intorno l'enorme silenzio del piccolo giardino,
era veramente la casa dalla quale un giorno
Manalive era fuggito "per il bisogno
di ritrovarla", la casa ch'egli aveva dovuto
abbandonare "non potendo più sopportare
di esserne lontano". Solitaria nella campagna
grigia, con la tinta calda de' suoi mattoni
e il luccicore dei vetri, degli ottoni e dei
lumi dentro, era davvero il simbolo, l'offerta
votiva e l'esemplare di quella casa che ciascuno
ha posto per nòcciolo luminoso del proprio
mondo.
E
il mondo come appariva leggendario e misterioso
in giro a quella casa, quanto più essa
appariva quel che era e doveva essere: una semplice,
piccola casa. Io pensavo quanti pittori dal
principio della pittura, chi in un modo chi
nell'altro, si provarono a dare suggestioni
di mistero. E chi cercò di ricordarsi
il mistero delle foreste originarie, avanti
il diluvio. Ma riusciva solo a dar l'idea che
il diluvio fu un innocuo acquazzone, tanto le
sue foreste antidiluviane somigliavano al Pincio
o a Hyde Park. E chi si dedicò alle misteriosità
spaventose, mostruose: ai cerberi, alle orche,
ai briarei. Ma in realtà non dava che
delle lucertole peggiorate. E chi volle esprimere
il mistero della Morte. Ma non esprimeva che
il Macabro e il Grottesco. Quanti pochi pensarono
che c'era un modo semplicissimo, a portata di
chiunque, per cogliere non una sola qualità
di mistero ma tutti i misteri, la confluenza
di tutti i misteri: quello del cielo, quello
del mondo, quello dell'uomo!
Bastava,
in un foglio bianco come un cielo, un frego
come sa farlo anche un ragazzo: sopra una linea
ondulata, figurante la distesa del mondo, un
quadratino che figurasse una casa.
Ma
quando sull'uscio della stanza dove l'aspettavo
comparve Chesterton, con la sua colossale figura,
il soffitto sembrò di colpo abbassarsi
e io mi trovai davanti a un mistero tutto impreveduto
e profano: come potesse fare un uomo così
grande a entrare in una casa così piccola.
I
libri in ottavo posati sulle tavole, diventarono
improvvisamente libri in sedicesimo. E i libri
in sedicesimo, a piramide su quelli in ottavo,
ormai erano libri in trentadue. Certi oggetti
sembravano scelti in spirito burlesco per intensificare
questa qualità di sorprese. Sulla cornice
lucida di un mobile un gruppetto di figurine
cinesi alte un centimetro pareva una famigliola
di formiche in viaggio per il deserto.
Quale
casa in tutti i sensi piccina, per un uomo in
tutti i sensi tanto grande! Ma Chesterton direbbe
che se in qualche modo egli è grande,
è soltanto in quella misura che la sua
casa è così piccola.
Seduti
davanti al camino, nella luce invecchiata della
lampada a petrolio, ritrovavo tutto vivente
e mosso nella sua conversazione quello che durante
molti anni egli mi aveva detto nei libri. La
sua voce aveva stranissimi rivolgimenti di tono.
Da calda e profonda a un tratto diventava argentina
e quasi stridula e si rompeva e spandeva di
continuo in deliziose, sane risate di bimbo.
Con
i lunghi capelli grigi che spiovevano sul collo
e sulla faccia colorita dalla fiamma, non so
perché mi pareva parlasse di fondo a
un bosco.
E
allora la casa si fece anche più accosta,
diventò anche più raccolta. E
si sarebbe detto che la realtà di fuori
la fasciasse anche più strettamente e
facesse sentire la sua attenzione e il suo rispetto:
come intorno alle celle dove gli eremiti si
radunavano a ragionare e pregare nella notte,
i cervi e i daini giungevano dalle macchie a
grandi salti silenziosi, e fuori nel buio si
strisciavano alle mura quietamente, alzando
il muso stupito alle piccole roste illuminate
e alle voci degli uomini.
Mi
pareva parlasse di fondo a un bosco e di fondo
a un mito, quanto più pareva parlassimo
delle cose più cittadine e meno mitologiche:
l'elezione e l'indennità, un famoso uomo
politico, un gran giornalista. Nelle sue parole
e nella sua voce, queste cose rinascevano, s'inserivano
in una qualità originaria, ridiventavano
forze semplici ed eterne. I fatti e le figure
s'empivano di contrasto e di passione, si chiarivano
in un rigore, in una dignità superiori,
riportati sotto grandi segni, sotto bandiere
che hanno visto mille guerre, sotto quei grandi
nomi che nella vita e nei giornali non vengono
più adoperati, appunto perché
dividono i campi troppo severamente e imprimono
responsabilità e doveri indeclinabili:
quei cristiani nomi abbandonati, che quando
ritornano, come in Péguy, come in Chesterton
e come in Belloc, dànno alla polemica
l'inusato tono di grandezza delle antiche controversie,
la poesia delle antiche battaglie per la fede,
nell'invocazione di un Santo o della Vergine,
nella luce delle spade degli angioli e nello
squillo delle trombe dei paladini.
E
voglio notare qualcosa che non per un'evidenza
logica, spiegata, ma per un'evidenza di sensazione,
trovai in lui di diverso dall'idea che me ne
ero fatta.
Forse
ero andato pensando sopratutto al clown
(sia detto con il rispetto che gli porto). E
avevo trovato sopratutto il vescovo (11).
Ero andato col gusto della bizzarra gioia lirica
della quale egli ha scoperto il segreto. E uscendo
dalla sua casa portavo meco sopratutto il senso
della sua profonda gravità morale e del
suo dolore. Lo credevo più giovane, franco
e sicuro. Lo trovavo più provato e più
stanco, più complesso, più commosso
e più forte. Sapevo bene come si trovasse
in politica e come non avesse neanche le simpatie
di molti letterati: troppo onesto e poeta per
i politici, troppo politico per i poeti d'una
poesia così pura che quasi sempre finisce
nel puro nulla. E capivo perché, come
tutti quelli che lassù hanno voluto,
combattuto e costrutto, anche lui era fuggito
dalla città di Mammone nella cittadina
rurale, nel borgo di Beaconsfield. Me l'aspettavo
tranquillo sulla mole del lavoro compiuto. Ed
era festoso di lampeggianti certezze. Ma anche
pieno di problemi e difficoltà, tutto
preso, tenuto, confitto con la sua vasta statura
morale nella difficoltà presente del
mondo.
E
mentre tornavo verso Londra, ripensando la solitudine
dove l'avevo lasciato sotto un còmpito
enorme, con soltanto, come un cavaliere antico,
la sua donna rossa e il suo cane nero, un'immagine
si spandeva sulla campagna buia; quell'immagine
con la quale egli ha chiuso la sua Short
History of England come in un lirico dubbio
che, trascorsa l'ora veemente della guerra,
davvero si riesca a ritrovare nel mondo l'ordine,
la giustizia e la vita.
La
città, in fondo, bruciava di bianchi
falò, sopra le costruzioni annullate
nella notte e sopra la folla sepolta nel buio
schema di ferro e di pietre. E per quel popolo
e tutti i popoli che vinsero sui confini una
guerra così leggendaria e luminosa, che
tanto più fa sentire come atroce sarà
la nuova guerra che ciascuno di essi ora intraprende
per crearsi le sue vere forme: per essi tutti
mi dicevo con Chesterton che veramente, nel
pensiero di domani, "si vorrebbe a momenti
desiderare che l'onda della barbarie tedesca
ci avesse spazzati, e insieme a noi i nostri
eserciti, e che il mondo non sapesse mai più
nulla degli ultimi di noi, se non che tutti
morimmo per la libertà".
Emilio
Cecchi, Pesci rossi, in Saggi e
viaggi, Mondadori, Milano 1997, pp. 79-83.
11
Ardengo Soffici - Medardo Rosso
Ardengo
Soffici (Rignano sull'Arno, Firenze, 1879 -
Forte dei Marmi, Lucca, 1964) racconta la visita
allo scultore Medardo Rosso (Torino, 1858 -
Milano, 1928) avvenuto a Parigi nel 1909. Per
nulla dissuaso dai portinai dello stabile in
cui abita Rosso dall'accostare un personaggio
considerato stravagante, egli penetra nell'atelier
dell'artista come nella sala del tesoro, e ne
ammira i capolavori, confermando a se stesso
il giudizio già espresso sullo scultore,
la cui opera egli aveva divulgato a partire
dal 1904. Soffici è di ben ventuno anni
più giovane di Rosso, e tuttavia la differenza
d'età (51 anni Rosso, 30 Soffici) non
impedisce il nascere di una vera e lunga amicizia
durante un'intera giornata (e nottata) trascorsa
nel laboratorio di Rosso e per le strade e i
caffè di Parigi. Lo scritto è
del 1920.
L'atelier
dell'artista
Avrei
potuto conoscere di persona Medardo Rosso nel
1904, allorché pubblicai nell'Europe
Artiste il mio primo studio intorno alla
sua opera, esposta in quell'anno in una sala
speciale del Salon d'Automne; ma la
lettera ch'egli mi scrisse in tale occasione
per ringraziarmi andò smarrita, ed io
non lo conobbi che nel 1909, dopo, cioè,
la pubblicazione del mio volume su di lui. Il
nostro primo incontro avvenne una mattina -
non ricordo più se di primavera o d'autunno
- nel suo studio al numero 98 del Boulevard
des Batignolles, dov'egli mi aveva dato un appuntamento
con uno di quei biglietti bizzarri e tutti suoi
che usava scrivere in un pezzetto di foglio
qualsiasi, di traverso e in tralice, con un
pennino mal intinto o con uno stecco, biglietto
che aveva contribuito non poco ad acuire la
mia curiosità a suo riguardo, già
viva per le notizie che avevo avuto da colleghi
miei parigini e che gli creavano intorno come
un'aura di leggenda.
Arrivato
puntualmente all'ora indicata, domandai di lui
in portineria, ma la risposta che n'ebbi a bella
prima fu tale che per un istante quasi credetti
d'aver sbagliato uscio. Con fare guardingo,
parole involute, ambagi e reticenze, portiere
e portinaia, senza proprio negare l'esistenza
nel loro stabile di un artista italiano chiamato
monsieur Rossò, parevano volermi far
capire che avrebbero preferito, quanto a loro,
ignorarla, o che almeno gli altri la ignorassero
per non richiamarla ad essi ogni tanto in memoria.
Conosciute più tardi le relazioni che
correvano, assai difficili, tra costoro e l'eccezionale
inquilino, ebbi la chiave di tanta ermeticità
e diplomazia. Comunque quel giorno i due lavativi
finirono con l'indicarmi, in fondo ad un cortiletto,
una porta massiccia e larga come quella d'una
rimessa, con un bottone elettrico in mezzo;
il quale io premei discretamente. Nessuno si
fece vivo. Tornai allora a suonare più
deciso; ma poiché la porta restava chiusa
né si udiva risposta, sebbene avessi
sentito avvicinarsi qualcuno di dietro in punta
di piedi e con gran cautela, invece di suonare
bussai, tre, quattro volte, sempre con maggiore
energia, finché il "qualcuno"
non tirò la stanghetta ed aprì
uno spiraglio; strettissimo è vero, ma
che tuttavia mi permise di entrare.
Mi
trovai allora in un breve spazio, tra il portone,
in fretta richiuso, e una tenda di tela grezza,
davanti a un uomo grosso, grasso, di pelo fulvo,
dagli occhi piccoli e penetranti, con un collo
da lottatore sopra un torace da atleta chiuso
in un maglione di lana color nocciola: assai
dissimile dunque da quello che conoscevo soltanto
per l'elegante ritratto stampato nel mio libro;
ma che subito riconobbi, e che senz'altro mi
abbracciò come se fossimo stati intrinseci
da chi sa quanti anni
-
Te voilà donc, el me bagaj. Sono
contento che tu sia come ti immaginavo. Tu
as une tete à la Baudelaire! Entre par
ici.
Così
dicendo Rosso scostò la gran tela e m'introdusse
nello studio
Non
era propriamente uno studio, ma uno stanzone
spropositato, lungo, largo, alto, con una tettoia
di vetro per soffitto, e che una volta aveva
servito di sala da riunioni a un'associazione
politica, secondo ho poi saputo. Un paio di
scrivanie e qualche stipetto di foggia antica,
su cui si mischiavano in incredibile disordine
martelli e libri, fiori freschi in bicchieri,
stoppa, lettere e romaioli, fiancheggiavano
un banco da falegname o da magnano, munito di
morse di legno e di ferro, tutto coperto d'arnesi
di varia specie, come tenaglie, lime, raspe,
punteruoli, scalpelli, mentre altri arnesi dello
stesso genere erano appesi ai muri torno torno,
e buglioli, secchie, incudini, zappe e pale
giacevano sparsi per terra, vicino a un mucchio
di antracite che riempiva tutto un cantone.
Una massa enorme di creta risecchita, coperta
di stracci occupava l'angolo opposto. In un
altro si accatastavano scale a pioli, casse
e cassette di ogni forma e misura, mattoni e
tegoli; fino a una specie di forno o fornace,
eretta quasi nel centro del locale ed a cui
si addossava un largo trogolo, o piuttosto tinozza
piena fino all'orlo d'acqua nera e untuosa.
Sotto la tettoia si allungava una graticciata
fatta di regoli e fili di ferro sulla quale
si vedeva stesa contro la luce del giorno una
quantità di certa roba simile a pelli
di coniglio accartocciate, a stoccafissi o a
larghe stecche di colla, e che erano forse falde
di cera vergine, se non pure di qualche metallo
buono per quelle fusioni di cui solo l'artista
possedeva il segreto.
Fra
tanta congerie di attrezzi e materiali, alcune
opere dello scultore trionfavano qua e là
su trespoli, piedistalli e colonnette, più
vive per il contrasto, più ricche d'umanità,
fiori prodigiosi di spiritualità e di
bellezza. Allegro a vedere la mia grande sorpresa
di trovarmi in quella officina squallida al
primo aspetto, ma animata invece dal suo genio,
di cui testimoniava l'alacrità, Rosso
mi andava guidando dall'una all'altra di quelle
sue creature artistiche, imponendomi tirannicamente
l'esatto punto di vista donde si poteva goderne
a pieno la potenza espressiva, felice di capire
più dalla mia faccia che dalle mie parole
come l'effetto prodotto in me dalla loro grazia
fosse ottimo, e precisamente delle specie ch'egli
voleva.
-
Te vedet? L'è minga botega, ca, hein!
Ogni
tanto approfittando delle mie contemplazioni
davanti a un bronzo, a una cera più suggestivi
degli altri, si allontanava tacitamente per
andare a frugare dietro un divano, sotto un
tavolino, fra un mucchio di giornali e vecchi
scartafacci, o spariva addirittura in qualche
ripostiglio che doveva esserci oltre la tenda,
per tornare ogni volta vicino a me con qualche
nuovo lavoro, che mi mostrava ridendo tra la
barba brizzolata, ammiccando con i suoi occhi
furbi ed affettuosi ad un tempo, tenendolo all'altezza
conveniente e rigirandolo tra le sue piccole
mani aristocratiche, fino a che non avesse trovato
la vera e più favorevole luce in cui
presentarmelo. Talvolta, posatolo sopra una
di quelle scrivanie o sul banco tra il guazzabuglio
degli arnesi, accostava ad esso un bicchiere
con un mazzolino di fiori, spiegandomi poi che
quello era il miglior modo di verificare la
naturalezza, la vitalità e la genuina
bellezza di un'opera d'arte plastica o pittorica.
Una volta infatti ch'io portai nel suo studio,
più anni dopo, uno dei miei dipinti,
Rosso fece il medesimo esperimento con un mazzetto
di violammammole, e soltanto quand'ebbe visto
che la pittura non discordava, per luminosità
e freschezza, da quei fiori, mi fu cortese della
sua approvazione amichevole.
Fu
così che quel primo giorno potei osservare
ed ammirare gran parte delle creazioni dell'eccellente
artista, alcune delle quali già conoscevo,
senza tuttavia averle mai viste tanto ben presentate,
mentre altre, e non delle minori, quali una
Donna ridente, in cera bionda al pari
del miele, l'Yvette Guilbert e l'Ecce puer,
mi giungevano nuove, così come mi parvero
stupende.
Espressi
con calore a Rosso quelle mie bellissime impressioni,
del che egli mi compensò con ogni sorta
di cortesie, tra cui pongo in prima linea taluni
chiarimenti relativi al suo modo personale di
intender l'arte, i quali, se allora non mi parvero
tutti persuasivi, sotto un aspetto strettamente
estetico - anche perché formulati con
un linguaggio dei più inusitati ed arbitrari
- mi dettero però la più fulgida
idea della sua potenza geniale, mentre mi furon
poi sempre di gran soccorso per la comprensione
profonda della sua individualità di scultore,
non solo, ma di uomo.
Tuttavia
quella mattina e tutto quel giorno li passammo
insieme; nello studio prima, seguitando a parlare
d'infinite cose relative alla sua vita dura
e magnifica, piena di cose e di casi tristi
e giocondi, poi in una cameretta che Rosso aveva
al mezzanino dello stesso immobile, povera camera
da operaio solitario, ma dove l'ospite conservava
in cassetti ed armadi piccoli tesori d'arte
orientale e gotica, che estrasse, per farmi
piacere, dall'ovatta dei loro scrigni, esponendoli
poi in bell'ordine sulla coperta dell'ampio
letto; e finalmente a zonzo per la città
serale e notturna, per boulevards e
viuzze, di ristorante in caffè. Vagabondaggio
poetico e gaio, come se ogni differenza di stato
e d'età fosse abolita tra noi, e durante
il quale ebbi la splendida opportunità
di penetrar molto innanzi l'anima bella, eroica,
ingenua, nel senso originario del termine, per
certi lati fanciullesca e sbarazzina del mio
compagno, cui tanto affetto doveva legarmi in
seguito.
Intanto,
quando dinanzi al suo portone ci separammo quella
notte (ed erano ormai le ore piccine) eravamo
amici: Amis de prima categoria l'uno
dell'altro, secondo l'espressione che Rosso
amava adoperare e che stabiliva una gerarchia
ond'egli ha fatto sempre gran caso in vita e
fino all'atto della morte.
Ardengo
Soffici, Rosso Aneddotico (1920), in
Opere V, Vallecchi, Firenze 1963, pp.
576-580.
12
Pietro Pancrazi - Eugenio Giovannetti
Il
critico letterario Pietro Pancrazi (Cortona,
Arezzo, 1893 - Firenze, 1952) presenta il suo
primo incontro fortuito con lo scrittore
Eugenio Giovannetti (Ancona, 1883 - Roma, 1951).
L'incontro risale agli anni della Grande guerra.
Un fante che marcia in guanti bianchi e se ne
va a spasso durante il suo turno di guardia,
richiama su di sé l'attenzione dei superiori:
è uno scrittore, e mostra di esserne
fiero, ma prim'ancora è un personaggio
satirico. Il racconto si legge in una recensione
di Pancrazi del 1921 al Satyricon di
Giovannetti dal titolo Eugenio Giovannetti
moralista di nessuna morale.
Cedant
arma togae
Non
so pensare a Eugenio Giovannetti, senza ricordare
il modo del nostro incontro, la prima volta.
E fu in un tempo vicino e lontano. Io comandavo
allora, con poca voglia, le evoluzioni di un
plotone di fanteria, su e giù per i prati
del Campo di Marte, a Firenze. Una mattina,
il capitano che sorvegliava da l'argine le innocue
manovre, a un tratto mi fa cenno che m'avvicini;
io fermo il plotone e corro. ("Cicchetto").
- Lei, tenente, ha il beneficio di non veder
mai niente; c'è un soldato nel suo plotone
che marcia in guanti bianchi e con la caramella.-
Due giorni dopo, in fureria, lo stesso
capitano mi incarica di un rapporto per il Comando
di battaglione: un soldato comandato di guardia,
ha girato l'incarico a un suo amico, e se n'è
andato a spasso. "Se fosse corso denaro
per la sostituzione, sarebbe un reato. Veda
il codice". Chiamo il soldato, l'osservo.
E' ancora quello dei guanti bianchi; un "granista".
L'interrogo. Mi risponde con garbo e con calma,
con una caratteristica voce suadente e grassa.
Gli domando il nome e la classe. - Eugenio Giovannetti,
della classe...- Gli rificco gli occhi in faccia.
Giovannetti? Ricordo il "Carlino",
il "San Giorgio". Devo averci anche
un suo libro (non mai letto), Il tramonto
del liberalismo.
-
Di professione?
-
Scrittore.
Non
c'è più dubbio. Con un po' d'imbarazzo
e noiato, dagli appunti presi, cavo il mio rapporto,
mentre il soldato Giovannetti "passa alla
prigione". Ricordo ch'era d'ispezione,
quella settimana, il capitano Giuseppe Prezzolini;
l'avvertii della cosa; e il capitano Prezzolini
andò a trovare in cella il soldato Giovannetti...
Giovannetti,
io non lo rividi più soldato. Ma quando,
negli anni di poi, cominciai (e seguitai con
gusto crescente) a leggere per i giornali le
canzonature, i frizzi, le sommarie giustizie
e ingiustizie dei suoi Satyricon, spesso ricordavo,
sorridendo, quell'incontro lontano.
Eh no; se dipendesse da Borgese e da Salandra
o da Luzzatti o da Piero Misciatelli o da Pastonchi
o (povero lui) da Fancesco Coppola, invece che
nella sua calda stanza romana, Giovannetti sarebbe
ancora nella prigione dell'"84" in
via Tripoli.
Pietro
Pancrazi, Eugenio Giovannetti moralista
di nessuna morale, Ragguagli di Parnaso,
II, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Npoli
1967, pp. 97-98.
13
Ugo Ojetti - Luigi Capuana - Emile Zola
Il
giornalista-scrittore Ugo Ojetti (Roma, 1871
- Firenze, 1946) è il testimone ironico
e divertito dell'incontro tra il padre del naturalismo
francese, Emile Zola (Parigi, 1840-1902) e il
teorico di punta del verismo italiano, Luigi
Capuana (Mineo, Catania 1839-Catania 1915),
incontro avvenuto nel 1895 a Roma nel Grand
Hotel. Zola intendeva raccogliere la documentazione
necessaria alla stesura del romanzo Rome,
facente parte del ciclo Trois villes (accanto
a Lourdes e Paris). Durante
il soggiorno romano Capuana si offrì
di raccogliere dati sulle donne della città,
e promise anche delle fotografie sullo stesso
tema. Non mancano alcune osservazioni del giovane
giornalista che suonano piuttosto pungenti (Zola
in agonia, Zola e Capuana che non conoscono
le rispettive lingue, Zola che sembra un molosso
e Capuana il suo ammaestratore, ecc) come un
giudizio critico non proprio lusinghiero. L'incontro
rientra nella tipologia della presentazione.
Il racconto, datato Firenze, 28 ottobre 1922,
corrisponde alla parte iniziale di un elzeviro
scritto per il "Corriere della Sera"
in occasione del ventennale della morte di Zola,
e poi inserito nei volumetti delle Cose
viste (1923-1939).
"Capuanà,
Capuanà...". "Vuvù vuvù...".
Emilio
Zola morì asfissiato il 28 settembre
1902. Ho aspettato un mese per vedere se dopo
vent'anni qualcuno in Italia si ricordava di
lui, almeno nell'anniversario della morte. Nessuno.
Da sei anni la storia s'è incamminata
per una strada che il povero Zola credeva sbarrata
per sempre, e nessuno trova tempo adesso per
tornare indietro e cercare i resti di questi
dispersi, il Romanzo Sperimentale, la Scienza
maestra dell'Arte, il Progresso democratico,
la Pace universale.
Quando
nel 1895 venne a Roma, ad accumulare, come diceva,
i materiali per costruire il suo Rome
e vi fu accolto trionfalmente, Emilio Zola,
anche escluso dall'Accademia, sembrava immortale.
Noi romani amiamo i trionfi, sopra tutto per
guardare da vicino i trionfatori. Dopo tre settimane
di sudate fatiche, quando Zola ripassò
con un carico di libri e di note le Alpi, egli
ci sembrò, come scrittore, in agonia.
E il giudizio degli stranieri, si sa, rappresenta
il giudizio dei posteri.
Appena
arrivò al Gran Hotel, gli portai la lettera
con cui un amico da Parigi gentilmente m'invitava
a mettermi a disposizione di lui. Nell'anticamera
trovai Luigi Capuana, faccione tondo e roseo,
uomo candidissimo e timido che fino alla morte
conservò un'ingenua lenta incantevole
bontà provinciale. Emilio Zola era il
suo duce, il suo re, il suo dio, e a Zola egli
aveva dedicato "Giacinta". Ma a differenza
delle consuete divinità, Zola non capiva
altra lingua che il francese, e Luigi Capuana
il francese non lo parlava. S'era messo in redingote:
mi chiese di fargli da interprete, ed entrammo
insieme. Zola l'accolse a braccia aperte, con
parole tanto cordiali e perciò tanto
chiare, pur continuando ad assicurarsi gli occhiali
sul naso camuso, che io non ebbi per qualche
minuto niente da tradurre. - Capuanà,
Capuanà, mais vous etes le chef de l'école
réaliste en Italie -. Questo glielo
dovetti tradurre e perché la pronuncia
blesa di Zola rendeva meno comprensibile il
suo discorso appena usciva dalle esclamazioni
gesticolate e dai correnti convenevoli, e perché
il buon Capuana non poteva credere alle sue
orecchie; anzi quell'improvvisa investitura
a sottopapa in partibu infidelium,
per quanto meritata, gli dava insieme estasi
e terrore. Sorrise alla fine, beato, e si dette
a lanciare tanti "vuvù vuvù"
a dito teso, che volevano dire: - Vous,
Vous, voi voi siete il nostro capo su tutta
la terra, e basta -. Ma davanti alla faccia
da molosso del francese, Luigi Capuana sembrava,
moltiplicando ansioso quell'unica sillaba, un
ammaestratore che volesse insegnargli come si
abbaia.
Finalmente
ci si sedette e si parlò, diciamo pure,
di letteratura.
U.
Ojetti, Cose viste I, Treves, Milano
1925, pp. 254-256.
14
Ferdinando Martini - Luigi Muzzi
Ferdinando
Martini (Firenze, 1841 - Monsummano, Pistoia,
1928) racconta l'incontro con il quasi ottuagenario
Luigi Muzzi nella Firenze dei primi anni '50
del XIX secolo, in cui Muzzi, il Principe dell'epigrafia,
si attarda nel ricordo di gare di erudizione
inconcludenti e vane. E' il segno dell'assonnata
Firenze granducale, rievocata a circa settant'anni
di distanza dal giornalista e uomo politico
fiorentino.
Il
primo dei due volumi di cui si compone Confessioni
e ricordi fu edito nel 1922, il secondo
l'anno della morte di Martini, il 1928. La tipologia
dell'incontro è quella della visita.
Il
Principe dell'epigrafia
Luigi
Muzzi! chi, se non qualche studioso, ha in mente
oggi questo nome? Abitava al primo piano di
una casa in via Santa Reparata; un amico di
mio padre che abitava al piano superiore volle
condurmi da lui, avvertendomi che si trattava
-nientemeno- che di fare la conoscenza del Principe
dell'epigrafia. Con quanta trepida reverenza
me gli accostai! e sì che il brav'uomo
non aveva nulla di regale nell'aspetto e nell'abbigliamento;
quasi ottantenne, piccolo asciutto sdentato;
avvolto in una veste da camera spelacchiata,
le parole gli uscivano dalle labbra accompagnate
da un sibilo, accompagnato a sua volta da spruzzi
che schizzavano ad aspergere il viso dell'ascoltatore
vicino. Ma era il Principe dell'epigrafia
e quel titolo, appunto perché non bene
ne comprendevo il significato, mi ispirava una
timida, quasi paurosa venerazione.
Perché
era di ottimo animo prese a benvolermi; ma conviene
credere che alla bontà dell'animo fosse
pari la vanità, se perdeva tempo ad esporre
a un bamberottolo di dieci o undici anni i propri
meriti e nel vantargli il proprio imprescrittibile
diritto alla gloria.
Raccontava:
era stato amico del Mustoxidi, del Pindemonte,
del Foscolo e di Matilde Bonaparte Demidoff,
cui, anzi, intitolò un suo libro; (e
io naturalmente a domandargli chi fossero il
Mustoxidi, il Pindemonte, il Foscolo e Matilde
Bonaparte Demidoff, de' quali sino allora nulla
sapevo). Aveva composto oltre mille epigrafi;
e mi regalava la Decima centuria che ancora
conservo, scrivendo sul frontespizio il suo
nome e il mio. Vanamente il signor Pietro
Giordani osò contendergli il primato
(e io: - chi è, scusi, il signor Giordani?):
nella concisione, nell'armonia, nell'eleganza
della forma epigrafica nessuno lo vinceva. Per
certi muraglioni costruiti a Venezia il Morcelli
(e io: - chi è, scusi, il Morcelli?)
dettò questa iscrizione: ausu romano
aere veneto, la quale dissero per la concettosa
brevità insuperabile.
-
Ma il Muzzi, sai? - soggiungeva fissandomi con
gli occhi fattisi a un tratto raggiosi - ma
il Muzzi la superò: Romanamente i veneti:
il Morcelli quattro parole, il Muzzi tre.
E
seguitava... (...)".
Ferdinando
Martini, Confessioni e ricordi (Firenze
granducale), in Memorialisti dell'Ottocento,
tomo II, La Letteratura Italiana. Storia
e Testi, Ricciardi, Milano Napoli 1958,
pp. 1031-1032.
15
Ugo Ojetti - Marcel Proust
Nel
necrologio di Marcel Proust (Parigi,
1971-1922) apparso sul "Corriere della
Sera" a firma di Ugo Ojetti (datato Sassari,
5 febbraio 1923), il giornalista-scrittore italiano
ricorda il suo primo e ultimo incontro con Proust
avvenuto vent'anni prima, a Parigi, nel salotto
di Madama de Caillavet. Ojetti fornisce di Proust
un preciso ritratto, ma soprattutto mette in
luce lo spirito intelligente ed arguto, capace
con una battuta di riassumere lo stato d'animo
di tutti i conversatori o di centrare il senso
d'una questione. L'incontro rientra nella tipologia
della presentazione (l'intermediario
è qui il celebre Anatole France).
Un
giovanotto pallido e bruno
Fu
una sera, a Parigi, una ventina d'anni fa, in
casa di Madame de Caillavet, della quale casa,
tra molti scrittori, uomini politici, attori
ed attrici, l'elemento più ammirato era
Anatole France. Accanto al salone si apriva
una saletta, direi, riservata, dove con France
due altri uomini amavano appartarsi: Clemenceau
ed Hébrard, l'uomo di maggior spirito
che io abbia conosciuto finora (e comincio a
disperare di trovare chi lo superi, tanto l'aria
s'è fatta grossa). France restava in
piedi davanti al caminetto, e quelli altri due
vecchi arzillissimi di fronte a lui. Quella
sera discutevano dell'esistenza di Gesù
Cristo perchè allora era uscito non so
che articolo per provare che Gesù in
carne ed ossa non è mai esistito. France
sfoggiava la sua dialettica maliziosa alla Renan,
salvo la nostalgia per la pace claustrale. Hébrard
osservava che la scoperta, se mai, arrivava
con venti secoli di ritardo: -Se i poveri martiri
l'avessero saputo...- Accanto a me rispettosamente
silenzioso, stava un giovanotto pallido e bruno,
gli occhi sporgenti, le ciglia lunghe e lucide,
il collo sottile, una marsina con le spalle
troppo larghe e con le maniche troppo lunghe
che non sembrava la sua, la cravatta bianca
un poco pesta e di traverso, lo sparato a onde.
Anatole France parlava rivolgendosi più
a lui che agli altri. E quello taceva immobile
in quel suo atteggiamento cascante. Mutava solo
la posizione della testa, ora piegandola sulla
spalla sinistra, ora sulla destra, come fanno
gli uccelli. D'un tratto France gli chiese netto:
- Proust, qu'est-ce que vous en pensez?
Voyons, parlez. - E quello tranquillo:
- Mon maitre, dans cette discussion ce n'est
pas Jésus Christ qui m'intéresse,
c'est Anatole France.
Aveva
rivelato in due parole l'animo di tutti noi.
La discussione deviò. France mi presentò
a lui con una di quelle perifrasi gentili ed
encomiastiche che sembrano dediche di libri.
Non so perchè in quella presentazione
egli nominò Venezia. Marcel mi domandò
affabile ma distante: - Vous etes vénitien?
- Non, je ne suis pas vénitien. - Mais
d'où etes vous? - e mise nella domanda
una punta d'impazienza verso lo straniero sconosciuto.
Risposi modesto: - Je suis romain.-
E lui: - Oh, c'est trop grand!
Aveva
ragione anche questa volta: uno scrittore romano
non s'è mai veduto nella letteratura
italiana.
Ugo
Ojetti, Cose viste, I, cit., pp. 308-310.
(I
- continua)
NOTE
| 1.
Scrive P.V. Mengaldo: "Contini è
stato forse, con Pasquali, il più
grande scrittore di necrologi e ritratti
di intellettuali del Novecento italiano"
(Profili di critici del Novecento,
Bollati Boringhieri, Milano 1998, p. 54).
Per la formula continiana nascere-a-lui,
vedi l'epicedio dedicato a Ungaretti in
questa raccolta.
2.
Cfr. Giacomo Devoto, Giorgio Pasquali,
in Civiltà di parole,
Vallecchi editore, Firenze 1975, pp. 74-75.
Per il necrologio di Wilamowitz, cfr.
Giorgio Pasquali, Pagine stravaganti
di un filologo, I, Le Lettere, Firenze,
1994, p. 92.
3.
Un diverso punto di vista è espresso
da I. Calvino in un'intervista rilasciata
a Cl. Marabini in La chiave e il cerchio.
Ritratti di scrittori contemporanei,
Rusconi Editore, Milano 1973, pp. 234.
Scrive Marabini: "Mentre [Calvino]
guarda la posta, all'ospite che ha chiesto
di incontrarlo mormora, con voce bassa
e pastosa, che ha ben poco da dire e che
per un certo genere di incontri "non
rende". Non ha "chiavi"
da offrire, se è una "chiave"
che l'ospite è venuto a cercare".
4.
Cfr. Marc Augé, Storie del
presente. Per una antropologia dei mondi
contemporanei, Il Saggiatore, Milano
1997 [1994], p. 42.
5.
Walter Benjamin, I "Passages"
di Parigi, cit., p. 222.
6.
Racconta il De Sanctis nella sua autobiografia:
"Era la prima volta ch'io entrava
in un palazzo magnatizio, e che mi presentava
ad un marchese. Era il palazzo Bagnara
in piazza del Mercatello. Ci accompagnava
il Costabile, che saliva svelto e ridente,
facendoci il cicerone. Entrammo in una
gran sala quadrata, tutta tappezzata di
libri, con una lunga tavola in fondo,
coverta di un tappeto verde screziato
di macchie d'inchiostro. Lunghe file di
sedie indicavano il gran numero di giovani,
che la sera venivano ivi a prender lezione.
Costabile parlava e rideva e godeva del
nostro imbarazzo, quando si aprì
l'uscio a sinistra, e Gaetano con aria
grave di cameriere ci annunziò.
Entrammo. Il marchese stava seduto a una
piccola tavola presso la finestra, poco
discosto dal comò. In fondo era
un letto molto semplice. Di fianco un'altra
finestra inondava di luce la stanza. Come
vedete, era una camera da letto e da studio
insieme, molto modesta, nella quale il
marchese s'era rannicchiato, lasciando
ai fratelli tutto l'altro del vasto appartamento.
Queste osservazioni locali mi vengono
ora in mente; ma in quel tempo i miei
occhi erano attirati come per forza magnetica
dalla presenza del marchese. M'ero immaginato
per lo meno un re sul trono; ma vidi un
semplice mortale in berretto e veste da
camera, che si mise a scherzare col Costabile,
dimandando fra l'altro chi erano quei
due marmocchi. "Sono nipoti di D.
Carlo De Sanctis, e vengono alla vostra
scuola". Io me gli accostai, e presi
la mano come per baciarla, ed egli la
ritirò vivamente, dicendo: "Non
si bacia la mano che al papa". Io
mi feci rosso. Egli rideva, e vedendomi
così stecchito e allampanato, disse
ch'io era de frigidis et maleficiatis:
parole sue favorite, come vidi appresso.
Ci fece tradurre un brano di Cornelio
Nepote; fé un sorriso di piccola
soddisfazione; poi ci consegnò
al suo segretario, ch'era appunto il Costabile".
Francesco De Sanctis, La giovinezza,
Einaudi, Torino, 1961, pp. 42-43.
7.
E' il giudizio di B. Croce, La letteratura
della nuova Italia, Laterza, Bari
1940, p. 313: "Come una fiaba è
raccontata la sua [della Vivanti] visita
al Carducci e l'affetto che il gran poeta
le pose". Sulla questione si legga
Pietro Pancrazi, Un amoroso incontro
alla fine dell'Ottocento. Carteggio di
Giosue Carducci e Annie Vivanti,
in Pietro Pancrazi, Ragguagli di Parnaso,
I, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli
1967, pp. 35-75.
8.
Potevi vederlo con quegli occhi spalancati
e decisi
Era
già lontano molte leghe nel deserto.
[traduzione
di Ornella Barone]
9.
Cfr. P. Pancrazi, Panzini e Pascoli
in collegio e un giudizio del Carducci,
in Ragguagli di Parnaso, I, cit.,
pp. 231-238.
10.
Ehi!, voi che con il rostro ricurvo della
nave
solcate
la terra, restituite ormai la prua
che
toglieste alla nave e con l'aratro
aprite
su di me solchi lunghi
fino
all'azzurra distesa del mare, o giovani,
ed
oltre. Ne vale la pena!
11.
A p. 78 dell'op. cit. Cecchi aveva scritto:
"Visto davanti Chesterton ha la figura
di un vescovo. Ma il vescovo si rigira
e visto di dietro ha la figura di un clown".
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