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 Il racconto italiano del primo incontro
  di Gianluca Virgilio

A mia madre


La vita / amico / è l'arte dell'incontro
Vinicius de Moraes


Viene, ha da venire, il giorno in cui Don Giovanni incontra il Povero, Zaratustra il Ciarlatano, Don Chisciotte più o meno direttamente il Curato e il Barbiere, Pinocchio il Grillo Parlante, ecc. E' scritto che ognuno si deva imbattere in un personaggio che antagonista non può dirsi e neppure dèmone, quantunque dell'uno tenga la natura provocatoria e dell'altro quella intuitiva e parente. Si tratta della propria ombra. Essa costringe a compromettersi con gli errori passati e le sorti a venire molto più in là del ragionevole; a pronunziare cose che molto più volentieri si sarebbero affidate a una civile ipocrisia.
Giacomo Debenedetti, Saggi critici, Prima serie, Mondadori, Milano 1952, p. 1

Introduzione

"... in ogni collezionista si nasconde un allegorista, e viceversa...".
Walter Benjamin, I "Passages" di Parigi,
Einaudi, Torino 2000, p. 222


di Emiliano Pireddu          Nel racconto italiano del primo incontro i protagonisti sono gli scrittori, gli uomini di cultura, gli artisti, gli intellettuali del Novecento, che hanno narrato questa loro particolare esperienza, dando vita ad un vero e proprio topos letterario non ancora studiato.
         Si ha un primo incontro quando questa circostanza dà luogo a un evento vissuto come straordinario e memorabile da chi lo racconta, e dal quale si immagina che derivino importanti conseguenze. L'incontro è primo se è seguito da una frequentazione più o meno assidua dei protagonisti, o da un cammino comune che si lasci chiaramente identificare. Molti scrittori hanno riferito quando, in quale circostanza o occasione si sia verificato il loro primo incontro con...; ma pochi ne hanno fatto un piacevole racconto, dotato di un senso fruibile dal lettore.
         Ho proceduto innanzitutto alla raccolta e selezione del materiale, e in secondo luogo al riconoscimento dei contesti letterari che hanno accolto i racconti del primo incontro. Ho poi individuato alcune tipologie, ovvero modalità dell'incontro, che ricorrono con notevole frequenza in queste narrazioni.

         Contesti letterari

         Come si è detto, la raccolta è limitata al Novecento, con pochi sconfinamenti iniziali nell'ultimo ventennio (circa) dell'Ottocento, che ho ritenuto necessari al fine di evitare una presentazione del secolo XX come un'entità astratta ed assoluta. In questi primi racconti della fine dell'Ottocento (incontri Settembrini-Puoti (1879), De Sanctis-Leopardi (1889), De Amicis-Verne (1881), D'Annunzio-Nencioni (1896), Pascoli-Carducci (1896)) si possono rinvenire i principali contesti letterari che daranno buona accoglienza al racconto del primo incontro lungo tutto l'arco del Novecento. Essi sono i seguenti:

         1) Autobiografia;
         2) Necrologio;
         3) Celebrazione in vita e in morte;
         4) Vari.

         I racconti del primo incontro presentano tutti un carattere rievocativo. In generale, non è possibile raccontare il primo incontro se non si fa appello alla memoria, risalendo il corso del tempo fino alla sorgente del proprio rapporto con l'altro. Lo scrittore racconta un fatto, ferma un dato, lo isola nel continuum temporale del passato, dando ad esso valore di evento memorabile. Per questo motivo, il racconto del primo incontro ricorre spesso nel contesto di un'autobiografia. Mai così frequentemente come nel corso del Novecento questo genere letterario ha avuto una diffusione tanto grande. Si pensi all'autobiografia di F. Martini, agli scritti autobiografici di V. Cardarelli, E. Buonaiuti, C. Carrà, G. Comisso, V. Bompiani, F. Zeri, G. Pampaloni, Maria Grazia Macciocchi, e molti altri. Inoltre, riconduco entro questo contesto letterario tutti i racconti tratti da opere in cui lo scrittore ricostruisce la propria biografia intellettuale, anche attraverso il ritratto di altri scrittori (es.: A. Soffici, G. Papini, Fernanda Pivano, S. Guarnieri, L. Piccioni, Cl. Marabini, ecc.).
         Dall'evento unico ed eccezionale, il primo incontro, deriva sempre un'aura di straordinarietà e di originalità, che pervade il racconto. Mai è assente nel narratore la consapevolezza che il primo incontro, come in un racconto iniziatico, aprì le porte del futuro, lo permise o almeno lo assecondò. Per dirla con Gianfranco Contini, uno tra i più autorevoli ed efficaci scrittori di epicedi del Novecento italiano, chi ricorda il primo incontro racconta la nascita-a-lui della persona incontrata (1). E difatti, proprio di questo si tratta, di un venire improvviso alla luce, di una scoperta perlopiù imprevista, d'una nuova consapevolezza che si acquista al primo contatto con l'altro. Ed è significativo che la morte favorisca la rievocazione del momento originario che segnò la nostra relazione con il defunto. Infatti è facile individuare il racconto del primo incontro nella più vasta trama di un necrologio. Il ricordo di un amico o di un maestro rivive nello spazio evocativo della memoria, allontana la crudeltà della morte e, caricandosi di nostalgia, del sentimento della mancanza, diviene espressione vitale del lutto. Questo tipo di racconto, sia pure quando è parte di un necrologio, acquista qui, in questo reazione alla morte, la sua piacevolezza e amabilità agli occhi del lettore. Per fare un esempio, nell'epicedio in onore di Giorgio Pasquali firmato da Giacomo Devoto nell'agosto 1953, lo scrittore ricorda che "il necrologio di Wilamowitz [scritto da Pasquali] finisce addirittura scherzosamente" con la storia del filologo tedesco settantenne che mangia una caciotta gelata e ne trae giovamento mentre i commensali si sentono male per tutta la notte e si preoccupano di lui che invece sta benissimo. Valga, dunque, una volta di più, il detto antico (riportato da Devoto) con cui si chiude il necrologio di Wilamowitz: "Nella casa delle Muse non ha posto il pianto" (2).
         Tra i maestri scrittori di necrologi, oltre ai già citati G. Contini e G. Pasquali, sono da annoverare anche G. D'Annunzio, A. Panzini, P. Calamandrei, M. Moretti, Cl. Marabini, L. Russo e altri.
         Il racconto del primo incontro non ha soltanto un valore aneddotico, fruibile da un pubblico dotato di qualche curiosità intellettuale, ma presenta una sorta di celebrazione del personaggio incontrato, e tutti i segnali di una forte identificazione di chi narra con chi gli è stato compagno o maestro o modello di vita (si vedano tra i casi più eloquenti i primi incontri con P. Gobetti, A. Gramsci, B. Croce, E. Montale, ecc.). Esso appare tutto giocato tra il ricordo di particolari apparentemente insignificanti, che in realtà danno corpo alle ombre del passato (il cappello grigio orlato di C. Michelstaedter ricordato da B. Marin, la grossa macchia sulla gonna del vestito di casa della moglie di B. Croce ricordata da Ada Prospero, i giornali in mano per segnale nell'incontro tra G. Contini e C. E. Gadda ecc.), e il sentimento di ammirazione per il personaggio incontrato. Il racconto del primo incontro è spesso parte di un discorso celebrativo in occasione di anniversari in vita o in morte di uno scrittore.
         La celebrazione di un anniversario in vita si tiene in occasione di una promozione (G. Perrotta festeggia l'elezione all'Accademia d'Italia di G. Pasquali nel 1943) o di una particolare ricorrenza (G. Granzotto festeggia gli 86 anni di L. Repaci). Per la celebrazione in morte si veda, per esempio, il discorso tenuto da M. Valgimigli in onore di G. Carducci nel centenario della nascita (1935), o la celebrazione da parte di N. Bobbio del ventennale della morte di P. Martinetti (1936). Inserisco in questo contesto letterario le commemorazioni tenute a distanza di uno, due, tre, cinque e più anni dalla morte di uno scrittore, spesso recanti il titolo Ricordo di...: il Ricordo di Carlo Michelstaedter di B. Marin, il Ricordo di Clemente Rebora di Lavinia Mazzucchetti, Ricordo di Reycend di R. Longhi, ecc.
         Vari. Autobiografie, necrologi e discorsi celebrativi sono i tre contesti letterari in cui con maggiore frequenza ho individuato i racconti del primo incontro. E tuttavia le occasioni narrative, e dunque i contesti letterari nei quale il racconto si può rinvenire sono i più disparati: una nota di diario (Leonetta Cecchi Pieraccini,), un resoconto giornalistico (visita di E. Cecchi a G. K. Chesterton, incontri Montale-Eliot, Montanelli-Marotta, Ginzburg-Bergman), un'intervista (Nesi-Corti-Gadda, Corti-Contini, Sorgi-Camilleri), un saggio critico (Pancrazi-Ungaretti, Marabini-Montale, ecc.), la prefazione a un romanzo (Bassani-Tomasi), un articolo per rivista (Ml. Cancogni alle Giubbe rosse, incontro Spinelli-Donadoni), una nota per annuario scolastico (R. Bianchi Bandinelli, L. Modestini), o anche una recensione o una dedica (cfr. l'incontro Pancrazi-D'Annunzio), sono tutte occasioni nelle quali è possibile leggere, nello spazio di una digressione sempre molto efficace, un racconto del primo incontro. Lo scrittore per un momento si spoglia della sua veste di critico, di saggista, di giornalista, di diarista, per abbandonarsi al ricordo d'una esperienza personale, che egli considera memorabile e di cui vuol far partecipe il lettore. Anche in questo quarto gruppo, dunque, la caratteristica dominante è il ricordo di un evento del quale chi narra è stato protagonista o semplicemente testimone. L'ho tenuto distinto dai racconti rinvenuti in autobiografie, necrologi e celebrazioni, sebbene il meccanismo rievocativo sia identico, perché diverso e vario è il contesto letterario in cui si colloca.

         Tipologie

         Sulla base della dinamica dell'incontro ho individuato cinque tipologie:

         1) visita;
         2) presentazione (e autopresentazione);
         3) incontro scolastico;
         4) incontro-convegno;
         5) incontro fortuito.

         Eccone la descrizione e qualche esempio:
         1) Visita. Siamo in presenza di questa tipologia quando il narratore racconta di essersi recato presso qualcuno, per conoscerlo di persona. In questo caso, la conoscenza dell'opera precede quella della persona. Si leggano le visite di E. Buonaiuti a G. Tyrrell, di E. Cecchi a G.K. Chesterton, di Fernanda Pivano a E. Pound, ecc. Ma non sempre è così: per es. la giovanissima Annie Vivanti che va a trovare G. Carducci ha una conoscenza, come lei stessa confessa, meno che approssimativa dell'opera del maestro. In generale, chi racconta è indotto alla visita dalla fama dello scrittore e dalla stima che nutre nei suoi confronti, oppure, come nel caso di Cl. Marabini, dalla convinzione che l'opera sia raggiungibile anche attraverso l'uomo (3), o ancora da un motivo pratico, come la richiesta di una prefazione (Vivanti-Carducci) o della pubblicazione dell'opera (Soffici-Campana, Bompiani-Zavattini). La visita ad un autore comporta l'ingresso nel suo ambiente, nella sua casa (Pivano-Pound), nel suo laboratorio (Soffici-Rosso), nel luogo in cui lavora (Leonetti-Gramsci) o nel suo studio (Longhi-Reycend). Chi effettua la visita è spesso animato da un'ammirazione incondizionata nei confronti della persona incontrata.
         2) Presentazione. E' il caso di quegli incontri nei quali una terza figura di intermediario ha la funzione di presentare i due protagonisti dell'incontro. Due esempi per tutti: A. Palazzeschi, in vena di scherzi, gioca un tiro mancino a M. Moretti presentandogli il burbero Papini; così C. Segre è l'intermediario tra Maria Corti e G. Contini conosciuto in casa di Segre.
         Il luogo in cui avviene questo tipo di incontro è preferibilmente neutro, non appartenente né all'uno né all'altro dei protagonisti dell'incontro; nel primo esempio, un caffè letterario (le Giubbe rosse), nel secondo esempio, la casa di Segre.
         Una sottotipologia è costituita dall'autopresentazione in cui non figura l'intermediario: colui che racconta ricorda il momento in cui, di sua iniziativa, si è presentato all'altro. Si vedano, per fare qualche esempio, gli incontri tra L. Settembrini e B. Puoti, tra il giovanissimo R. Bianchi Bandinelli e l'attempato K. J. Beloch, tra L. Viani e L. Bistolfi. In questa sottotipologia, l'incontro può avvenire in biblioteca, per strada, ovunque. Il narratore mette in luce la grandezza dell'uomo, che si è a lungo desiderato di incontrare. Il racconto presenta, anche in questo caso, un evidente intento celebrativo.
         3) Incontro scolastico. E' l'incontro che avviene in ambiente scolastico o universitario, occasionato da un rapporto pedagogico o di studio. Il narratore riconosce e celebra come maestro colui che ha dato vita a una scuola, a un indirizzo di studi, o semplicemente ad un efficace e memorabile insegnamento. Si vedano gli incontri tra A. Panzini e G. Carducci, tra M. Valgimigli e G. Carducci, tra G. Perrotta e G. Pasquali, tra L. Modestini e G. Catanzaro, e infine tra A. Camilleri e M. Cassesa. La scuola (liceo, università, con incontri egualmente ripartiti) appare come il luogo naturale d'incontro tra gli intellettuali italiani del XX secolo.
         4) Incontro-convegno. Definisco in questo modo l'incontro che avviene in occasione di un pubblico convegno, di una premiazione letteraria, di una manifestazione culturale o artistica. Qualche esempio: G. Comisso incontra J. Joyce a Parigi in occasione di una cena tra letterati al Pen Club; N. Bobbio incontra R. Guttuso e U. Morra in una riunione di "cospiratori" antifascisti nel 1939 in casa Morra; e così L. Piccioni vede C. Pavese durante la serata del Premio Strega a Roma nel giugno 1950. Il narratore lega il nome della persona incontrata ad una pubblica manifestazione artistico-letteraria, o politico-culturale, o cultural-mondana, qualche volta ne fa per così dire il simbolo, come nel caso dell'incontro Granzotto-Repaci, quest'ultimo fondatore del Premio Viareggio.
         Nella tipologia dell'incontro-convegno ho incluso anche gli incontri propiziati da un certo clima culturale che viene a crearsi intorno a una rivista, ad un cenacolo, ad un movimento letterario o in occasione di particolari momenti storici. Per esempio, P. Calamandrei incontra P. Pancrazi "a Firenze negli anni di "Pegaso" (1932).
         5) Incontro fortuito. Avviene quando è il caso a governare l'evento. Ma qui il caso è figura di una predilezione che è impossibile tenere nascosta. Leonetta Cecchi Pieraccini che incontra sull'autobus la scrittrice a lungo letta e amata, Grazia Deledda; P. Pancrazi giovinetto che vede il vate G. D'Annunzio sfrecciargli davanti a cavallo, e rinviene in quel caso il segno del suo destino di critico; G. Fofi che in un pubblico consesso scopre di essere stato schiaffeggiato nientemeno che dall'anarchico A. Borghi: sono solo tre esempi nei quali l'incontro è propiziato dal caso e nello stesso tempo, a posteriori, rivela tutta la sua importanza per la formazione intellettuale di chi lo racconta.
         Le tipologie sopra esemplificate non devono essere assunte in modo rigido, poiché spesso accade che esse si sovrappongano e coincidano nel medesimo racconto. Per es. l'incontro Pasquali-Wachernagel è insieme un incontro fortuito e scolastico, così pure quello Russo-Gentile; quello Mazzucchetti-Rebora è insieme un'autopresentazione (di Rebora) e un incontro scolastico; F. Leonetti fa visita a A. Gramsci avvalendosi della presentazione, sia pure in absentia, di G. Scalarini; e gli esempi potrebbero continuare.
         Il Novecento non è un'area cronologica uniforme e priva di una linea di sviluppo. Ad esempio, tra l'incontro scolastico (Liceo) Spinelli-Donadoni e quello Modestini-Catanzaro c'è la grande distanza tra due mondi culturali e pedagogici, tra due modi di intendere la scuola, che corrisponde al cambiamento sociale tra l'anteguerra (il primo) e il dopoguerra (il secondo); oppure tra gli incontri con Carducci e D'Annunzio e quello Montale-Eliot si colloca tutta la rivoluzione poetica montaliana (il torcere il collo alla retorica), tant'è che Montale preferirebbe conoscere i poeti in pantofole, il che poi di fatto accadrà nell'incontro Marabini-Montale dei primi anni settanta.

         Protagonisti narratori: un racconto comune

         Chi sfogli questa raccolta rimarrà forse sorpreso nell'apprendere che spesso coloro che hanno narrato il primo incontro divengono, in progresso di tempo, protagonisti dello stesso tipo di racconto scritto da altri autori. G. Pascoli per le celebrazioni del 35° anniversario dell'insegnamento di G. Carducci (1896) ricorda il suo primo incontro con il poeta di Valdicastello; qualche anno dopo, nel 1912, nel necrologio di Pascoli scritto da G. D'Annunzio, questi narra il suo primo incontro con Pascoli; nel 1939 è la volta di P. Pancrazi che nella dedica a P. Calamandrei premessa ai suoi Studi sul D'Annunzio, racconta il suo primo incontro con D'Annunzio, e infine nel 1953 sarà proprio Calamandrei a rievocare nel necrologio di Pancrazi il primo incontro con l'amico scomparso. Probabilmente un supplemento di ricerca potrebbe allungare la catena fino ai nostri giorni; ma già questo esempio basta a mostrare come nel Novecento gli scrittori abbiano raccontato uno dopo l'altro il loro primo incontro, facendo di questo tipo di narrazione un uso topico. Si tratta di una scelta espressiva molto significativa, con la quale gli uomini di cultura hanno manifestato la decisa volontà di tenere coeso il loro ceto. A questo fine hanno elaborato un racconto comune, la cui funzione è quella di ricordare, in diversi contesti letterari, il momento germinale del loro rapporto; sicché esso può essere assunto a figura ed emblema di quella coesione. Si pensi ancora, per fare qualche altro esempio, a Giorgio Pasquali che ricorda nel 1938, nell'epicedio dedicato a Jacob Wachernagel, il primo incontro col maestro tedesco, mentre solo pochi anni più tardi, nel 1943, Giorgio Perrotta - nel discorso pronunciato in occasione dell'elezione di Pasquali all'Accademia d'Italia -, narrerà il primo incontro col maestro Pasquali; così Antonio Baldini, Giovanni Papini, Gianfranco Contini, Eugenio Montale, e molti altri, saranno di volta in volta narratori e protagonisti dei racconti del primo incontro.
         In questo fitto intreccio di rapporti a catena si concretizza un forte desiderio di cementare - attraverso un racconto comune - una medesima appartenenza intellettuale. L'intercambiabilità della funzione narrativa - il narratore di un racconto diventa altrove protagonista ovvero persona incontrata -, di per sé significativa di questi stretti legami, mentre chiude l'intellettuale in un circolo "virtuoso", dove per l'appunto chi racconta diventa protagonista, e viceversa, configura anche una risposta di ceto all'evidente arretramento della funzione sociale e alla crisi dell'intellettuale; un arretramento su posizioni apparentemente salde, forti di solidi legami individuali e collettivi, dove l'unica arma che sembra sicura, e di cui il ceto intellettuale continua a dirsi depositario, è la memoria, che, come si è visto, è la cifra distintiva di tutti i racconti del primo incontro. Ma solo, come dicevo, apparentemente, poiché si sa bene come il ricordo agisca con grande operosità e fatica quando il tempo comincia a cancellarne l'orizzonte. E non è un caso che queste narrazioni, come si è visto, fioriscano proprio in testi celebrativi e commemorativi. Scrive Marc Augé: "L'attuale gusto per la commemorazione esprime la dissoluzione della memoria collettiva con un paradosso che è solo apparente, mettendo in risalto il contrasto tra un passato di cui non sussistono che segni senza vita e un presente incerto della propria identità"(4).
         Non rientra nei limiti di questo lavoro indagare la complessa condizione dell'intellettuale nel Novecento, ma semplicemente osservare e segnalare una particolare espressione letteraria, nel quale il narratore, divenuto protagonista, trova nell'esercizio della memoria una compensazione e una sorta di risarcimento alla perdita di importanza del suo ruolo.
         Al termine di questo studio mi rendo conto che la collezione di primi incontri è ben lungi dall'essere completa. Del resto, si legga, a questo proposito, quanto scrive W. Benjamin a proposito del collezionista: "Per quanto riguarda il collezionista, la sua collezione non è mai completa; e quando vi mancasse anche un solo pezzo, tutto ciò che ha raccolto resterebbe pur sempre incompleto..."(5). Quel che importa, allora, è ben altro. Importa che, alla fine, il racconto ripetuto e variato numerose volte abbia rivelato un topos letterario del Novecento finora passato inosservato. Questo lavoro avrà raggiunto il suo scopo, se d'ora innanzi il racconto del primo incontro sarà riconosciuto come un vero e proprio topos della letteratura memorialistica ed aneddotica, epicedica e celebrativa, un racconto comune, il cui fondamento risiede nella necessità ineludibile da parte degli scrittori di farne uso per narrare una parte, e non la meno significativa, della propria vita.


         Avvertenza
         I racconti sono ordinati cronologicamente, secondo la data di composizione. Se lo scritto è datato dall'autore, vale la data indicata; altrimenti si fa riferimento alla data di pubblicazione in prima edizione del volume in cui il racconto compare, a meno che lo stato degli studi non consenta di accertare con precisione la data di composizione. Tutto questo è detto nelle note introduttive premesse a ciascun racconto. Inoltre, di volta in volta si indicherà nelle medesime note il contesto letterario in cui è stato individuato il racconto (autobiografia, necrologio, discorso celebrativo, vari) e la tipologia dell'incontro (visita, presentazione (e autopresentazione), incontro scolastico, incontro-convegno, incontro fortuito). Il racconto è seguito dal riferimento bibliografico.


Il racconto del primo incontro alla fine dell'Ottocento

1
Luigi Settembrini - Basilio Puoti

         Luigi Settembrini (Napoli, 1816-1872) nelle Ricordanze della mia vita rievoca l'incontro con il marchese Basilio Puoti (Napoli, 1782-1847), avvenuto a Napoli circa nel 1833. L'episodio ricalca quello del primo incontro tra De Sanctis e Puoti (6) nello stesso anno 1933, che da quello dipende.
         Il giovane Settembrini di sua iniziativa, spinto dalla fama del Puoti, va a trovarlo e audacemente gli si presenta. Dopo rapido e accurato esame viene accolto nella sua scuola. La tipologia dell'incontro è duplice: all'
autopresentazione si sovrappone l'incontro scolastico.
         La prima edizione delle Ricordanze della mia vita è quella di Napoli, Morano, 1879-1880, in due volumi, con prefazione di Francesco De Sanctis.

         Nulla dies sine linea

di Emiliano Pireddu         Ci è ancora chi lo [Basilio Puoti] chiama pedante: eppure la pedanteria è un santo rigorismo in mezzo alla licenza, ed ha un profondo significato nella storia del pensiero. Per me io credo ed affermo che la sua scuola in fatto di lingua ne seppe più che ogni altra in Italia, e che tra noi, se vi fu e vi è gusto di buona lingua, tutti direttamente o indirettamente ne sono obbligati a lui. Rarissimo uomo, chi lo conobbe da vicino ne amerà sempre la memoria.
         Mi ricordo la prima volta che lo vidi. Senza raccomandazioni, me gli presentai così alla buona, tirato da la buona fama della sua bontà e del suo sapere.
         Lo trovai fra una dozzina di giovani in una stanza dove non era altro arnese che libri negli scaffali, su le tavole, su le seggiole; ed in un canto v'era il suo letto dietro un paravento. "So che amate i giovani," io gli dissi "ed io desidero farmi amare da voi." "Bravo, giovanotto; se vuoi studiare, saremo amici. Vediamo quello che sai: spiegami un po' degli Ufficii di Cicerone." Spiegai, risposi a varie dimande: "Bene, batti sul latino ogni giorno: ogni giorno una traduzione dal latino e una lettura d'un trecentista. Nulla dies sine linea." E mi accettò tra i suoi scolari. Ei non viveva che di studi, in mezzo ai giovani, ai quali era compagno ed amico: con essi studiava, con essi passeggiava, con essi lavorava ai commenti dei molti classici che fece ristampare per diffondere la buona lingua; ad essi dava consigli, libri, avviamento; molti ritrasse da pericoli, a molti diede anche il suo. (...)
         L'opera del Puoti rimane e rimarrà, sebbene trasformata dai suoi discepoli, che vivono una vita novella e non sono più napoletani, ma italiani.

         Luigi Settembrini, Ricordanze della mia vita, in Memorialisti dell'Ottocento, La letteratura Italiana. Storia e testi, tomo I, a cura di Gaetano Trombatore, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1953, pp. 607-609.


2
Francesco De Sanctis - Giacomo Leopardi

         Francesco De Sanctis (Morra Irpina, 1817 - Napoli, 1883) ha modo di conoscere, ancora giovinetto, alla scuola di Basilio Puoti, il conte Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 - Napoli, 1837). Siamo a Napoli nel 1836 ed è ancora lontano il tempo degli studi critici di De Sanctis sul poeta recanatese (solo nel '76 tenne un corso su Leopardi all'università di Napoli). Ma questo primo (e ultimo) incontro con Leopardi ha il sapore di un'investitura: "il conte mi volle a Sè vicino, e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo molta disposizione alla critica", scrive il critico irpino. Insomma, l'opera critica su Leopardi di De Sanctis si giustifica anche così. L'incontro rientra nella tipologia dell'incontro scolastico.
         Il brano qui riportato è parte delle Memorie, cui De Sanctis attese dal 1881 (cioè dopo aver curato la pubblicazione delle Ricordanze della mia vita del Settembrini), e che dopo la sua morte Pasquale Villari pubblicò nel 1889 col titolo
La giovinezza.

         Un colosso, una meschinità

         Intanto Giacomo Leopardi era giunto tra noi. Avevo una notizia confusa delle sue opere. Anche di Antonio Ranieri non sapevo quasi altro che il nome. Il marchese citava spesso con lodi l'abate Greco, autore di una grammatica, il marchese di Montrone, il Gargallo, il padre Cesari, il Costa, e sopra tutti essi Pietro Giordani. Tra' nostri citava pure il Baldacchini, il Dalbono, il Ranieri, l'Imbriani. Di tutti questi non avevo io altra conoscenza se non quella che mi veniva dal marchese. Una sera egli ci annunziò una visita di Giacomo Leopardi; lodò brevemente la sua lingua e i suoi versi. Quando venne il dì, grande era l'aspettazione. Il marchese faceva la correzione di un brano di Cornelio Nepote da noi volgarizzato; ma s'era distratti, si guardava all'uscio. Ecco entrare il conte Giacomo Leopardi. Tutti ci levammo in piè, mentre il marchese gli andava incontro. Il conte ci ringraziò, ci pregò a voler continuare i nostri studi. Tutti gli occhi erano sopra di lui. Quel colosso della nostra immaginazione ci sembrò, a primo sguardo, una meschinità. Non solo pareva un uomo come gli altri, ma al disotto degli altri. In quella faccia emaciata e senza espressione tutta la vita s'era concentrata nella dolcezza del suo sorriso. Uno degli "Anziani" prese a leggere un suo lavoro. Il marchese interrogò parecchi, e ciascuno diceva la sua. Poi si volse improvviso a me: "E voi, cosa ne dite, De Sanctis?" C'era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua. Quest'ordine m'era fitto in mente, e mi dava il filo, era per me quello ch'è la rima al poeta. L'esercizio del parlare in pubblico avea corretto parecchi difetti della mia pronunzia, e soprattutto quella fretta precipitosa, che mi faceva mangiare le sillabe, ballare le parole in bocca e balbutire. Parlavo adagio, spiccato, e parlando pensavo, tenendo ben saldo il filo del discorso, e scegliendo quei modi di dire che mi parevano non i più acconci, ma i più eleganti. Parlai una buona mezz'ora, e il conte mi udiva attentamente, a gran soddisfazione del marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l'infinito. Il marchese faceva sì col capo. Quando ebbi finito, il conte mi volle a Sé vicino, e si rallegrò meco, e disse ch'io avevo molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere si vuol porre mente più alla proprietà de' vocaboli che all'eleganza; una osservazione acuta, che più tardi mi venne alla memoria. Disse pure che quell'onde con l'infinito non gli pareva un peccato mortale, a gran maraviglia o scandalo di tutti noi. Il marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contraddizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta; ma il conte parlava così dolce e modesto, ch'egli non disse verbo. "Nelle cose della lingua, -disse-, si vuole andare molto a rilento", e citava a prova Il Torto e il Diritto del padre Bartoli. "Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile". Il marchese che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento quando andò via. La compagnia dei giovani fa sempre bene agli spiriti solitari. Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, nome venerato e caro; ma la mia natura casalinga e solitaria mi teneva lontano da ogni conoscenza, e non vidi più quell'uomo che avea lasciato un così profondo solco nell'anima mia".

         Francesco De Sanctis, La giovinezza, Einaudi, Torino, 1961, pp. 74-76.


3
Edmondo De Amicis - Jules Verne

         Accompagnato dai suoi due figli, Edmondo De Amicis (Oneglia, 1846 - Bordighera, 1908) si reca a far visita al famoso e anziano scrittore francese Jules Verne (1828-1905) nella sua casa di Amiens, dove rimane ospite per una giornata. La sua prima reazione alla vista dello scrittore tanto a lungo letto e ammirato è, com'egli dice, di stupore; grande, difatti, è la differenza tra la potenza immaginativa della pagina scritta e la figura prosaica di un attempato borghese che gli compare davanti. E così De Amicis, sebbene preso e quasi commosso dalla bonomia dell'artista, conclude che il suo amico torinese aveva ragione: Jules Verne è solo uno pseudonimo collettivo.
         Riporto il brano iniziale dello scritto autobiografico datato ottobre 1895.

         Jules Verne non esiste

         Andammo a trovare il Verne ad Amiens, dove sta tutto l'anno, a due ore e mezzo di strada ferrata da Parigi. Una lettera scritta da lui al mio buon amico Caponi m'accertava che la sua accoglienza sarebbe stata più che cortese, e questa certezza faceva più vivo il mio desiderio antico, e quello dei due cari giovinetti che eran con me, di conoscer di persona l'autore ammirato e amato dei Viaggi straordinari; il quale, fuor dei suoi libri, ci era sconosciuto affatto, poiché non n'avevamo mai visto neppure un ritratto in fotografia. Parlavamo appunto, durante il viaggio, del caso singolare, che d'un scrittore francese vivente e così celebre si sapesse dal più dei suoi così poco, quando del carattere e della vita di quasi tutti gli altri si avevan notizie continue e minute, e anche indiscrete, come dei re e degli imperatori; e la nostra curiosità era accresciuta da questo mistero.
         Picchiammo alla porta d'una palazzina, posta all'imboccatura d'una strada solitaria, in un quartiere signorile, che pareva disabitato. Ci aperse una donna, che ci fece attraversare un piccolo giardino e entrare in un'ampia sala a terreno, piena di luce; e subito comparve Jules Verne, col viso sorridente e con le mani tese.
         Se, incontrandolo senza conoscerlo, m'avessero dato a indovinare la sua condizione, avrei detto: un generale in riposo, o un professore di fisica e matematica, o un capo di divisione di Ministero: non un artista. Non dimostra gli ottant'anni a cui è vicino, ha un po' la travatura di membra di Giuseppe Verdi, un viso grave e buono, nessuna vivacità artistica nello sguardo e nella parola, maniere semplicissime, l'impronta di una grande sincerità in ogni manifestazione più sfuggevole del sentimento e del pensiero, il linguaggio, gli atteggiamenti, il modo di vestire d'un uomo per cui non conta assolutamente nulla il parere. Il mio primo senso, dopo il piacere di vederlo, fu di stupore. Fuorché nella bontà dell'aspetto e nell'affabilità dei modi non riconoscevo nulla di comune tra il Verne che mi stava davanti e quello che era prima nella mia immaginazione. E mi tornarono in mente le parole che m'aveva dette, tra il faceto e il serio, un mio amico di Torino: - Lei va a vedere Jules Verne? Ma se Jules Verne non esiste! Non sa che i Viaggi straordinari sono d'una società di scrittori che hanno preso uno pseudonimo collettivo? - Crebbe il mio stupore quando, condotto a parlare delle sue opere, ne parlò con un fare quasi distratto, come avrebbe fatto delle opere d'un altro, o meglio come di cose in cui non entrasse alcun merito suo, d'una collezione di stampe o monete, ch'egli avesse acquistate, e delle quali s'occupasse più per bisogno di far qualche cosa, che per passione dell'arte. Tentò più volte, in principio, di stornare il discorso da sé stesso per volgerlo cortesemente sopra un'altra persona, e, non riuscendogli, lo fece cadere con garbo sui suoi due giovani visitatori.
         Ma fu pure forzato, in fine, da una domanda diretta a dire del suo modo di concepire e di scrivere, e lo fece in poche parole, con grande semplicità e con chiarezza ammirabile.

         Edmondo De Amicis, Una visita a Jules Verne, in Memorie, Treves, Milano 1904.


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Gabriele D'Annunzio - Enrico Nencioni

         Quanto segue è parte dell'Elogio funebre che Gabriele D'Annunzio (Pescara, 1863 - Gardone Riviera, 1938) scrisse in onore di Enrico Nencioni (Firenze, 1837 - Ardenza, 1896) nell'agosto del 1896. In esso racconta la visita all'anglista fiorentino avvenuta nell'aprile del 1881, quando il poeta pescarese aveva appena diciott'anni, mentre Nencioni era già un uomo maturo. Si noti la commozione che pervade il ricordo, la stessa che spinse i due ad abbracciarsi fraternamente, malgrado la differenza d'età, nel momento del loro primo incontro. Più avanti, nello stesso necrologio, D'Annunzio definisce il critico il "mio dolce pedagogo fiorentino Enrico Nencioni" (vedi la p. 914 dell'op. cit. in basso): perfettamente calzante è dunque il paragone tra i due e Socrate ed Alcibiade, stretti, gli uni e gli altri, da un fraterno rapporto pedagogico.

         Socrate e Alcibiade

         Ho ancòra lucida e precisa nella memoria l'imagine di lui quale mi apparve la prima volta in un lontanissimo giorno della mia puerizia. Egli era allora nella sua piena virilità, forse nel momento più fortunato della sua vita, preso anch'egli nell'illusione di quella specie di rinascenza letteraria promossa dal robusto paganesimo delle Odi barbare, già tutto penetrato dalla poesia di Roma dov'egli viveva allora: da quella poesia ch'egli doveva più tardi rivelarmi, eloquentissimo pedagogo, conducendo me giovinetto sotto i cipressi della Villa Ludovisi e tra gli elci della Villa Medici. Io era un fanciullo, triste prigioniero in un gran collegio toscano dove la disciplina troppo duramente soffocava la mia precoce avidità di vivere e feriva la mia sensibilità già inquieta. Avevo scritto a lui dalla mia prigione, in un giorno d'insofferenza più aspra e di malinconia più grave; ed egli mi aveva risposto senza indugio, con impreveduta benignità, comprendendo il mio male, versando sul mio ardore la dolcezza delle sue parole fraterne. Fratello egli mi parve fin da quel tempo, fratello più che padre, poiché la sua anima era la più giovenile ch'io m'abbia conosciuto mai, e tale restò sempre pur nell'estrema decadenza della sua carne miserabile.
         Trovandosi in Firenze desiderò di vedermi, di parlar meco. Ed io mi ricordo, come d'un immenso abbagliamento, di quel mattino fiorentino in cui mi mossi verso la casa dov'egli mi aspettava. Era d'aprile, e la città armoniosa risplendeva tutta quanta in una di quelle stupende illuminazioni pasquali che davano "volontà di dire" al giovane Allighieri prima dell'esilio. Io mi pensava di andare a cresimarmi per la gloria; e il lieto rumore delle vie popolate giungeva al mio orecchio come di lontano.
         Salii le scale d'un tratto, palpitando, avendo ancora negli occhi il barbaglio esteriore; e fui introdotto in una stanza un poco oscura, le cui pareti erano interamente occupate da scaffali folti di volumi. L'uomo illustre mi venne incontro per abbracciarmi; e io sentii subito che la mia commozione s'era comunicata a lui, e ch'egli non era più per me un estraneo ma un congiunto prediletto ch'io rivedessi dopo una lunga assenza con lagrime di gioia. Egli era alto della persona e magro, con qualche cosa di vibrante in ogni sua attitudine, come se continue onde di forza nervosa attraversassero la sua debilità; aveva gli occhi azzurri ed entusiastici, la bocca così fine che si alterava ad ogni più piccolo moto dell'anima, la fronte straordinariamente pura come quella che non visitavano se non le belle idee; e le sue mani lunghe e sensitive sapevano i gesti che tracciano nell'aria l'effigie dei fantasmi mentali, come la sua voce appassionata sapeva gli accenti che convengono alle sillabe rivelatrici nei ritmi della grande poesia.
         Fresco dei Dialoghi platonici, io pensai che fosse in lui qualche parte di quella incitante virtù che emanava da Socrate sulla varia corona dei discepoli; poiché anche a me, come ad Alcibiade, il cuore balzava assai più che ai coribanti, mentre l'udivo, e l'anima turbata si appenava come di sentirsi servile. Io non ho conosciuto alcuno che, parlando di cose spirituali, giungesse ad una tale intensità di calore comunicativo. E in quel giorno, mentre ascoltavo, apparivami singolare il contrasto fra quella sua alta fiamma di vita e la gelida stanza triste ov'eravamo seduti.

         Gabriele d'Annunzio, Elogio di Enrico Nencioni, in Prose di ricerca..., III, Mondadori, Milano Verona 1968, pp. 374-376.


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Giovanni Pascoli - Giosue Carducci

         In occasione del 35° anniversario dell'insegnamento (9 novembre 1896) di Giosue Carducci (Val di Castello, 1835 - Bologna, 1907), Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna, 1855 - Bologna, 1912) rievoca il suo primo incontro con il poeta di Val di Castello. Siamo nel 1873 a Bologna, dove Pascoli diciottenne si era recato per partecipare al concorso bandito dal Comune a sei sussidi per chi frequentasse l'università di Bologna e fosse privo di mezzi. Il "vecchio scolaro" parla di sé in terza persona. I ricordi si affollano sulla pagina e danno alla rievocazione un tono commosso e fortemente patetico. Lo scritto è stato poi inserito nel volume Limpido rivo. La tipologia è quella dell'incontro scolastico.

         Il sorriso del maestro

         Il vecchio scolaro era allora un povero ragazzo smilzo e scialbo. Veniva dalla Romagna, da una casuccia dove una famiglia di ragazzi, di ragazzi e bambine soli soli, fatti orfani da un delitto tuttora impunito, e poi abbandonati e lasciati soffrire soli soli (era indifferenza della gente? era viltà?); una famiglia che aveva per capo il ragazzo più grande [Giacomo], sedicenne appena quando ebbe tutta la nidiata da imboccare; faceva economia.
         Il ragazzo più grande (ora non vede e non sente più nulla, di là dove da un pezzo dimora, tra Savignano e San Mauro, a mezza strada), il ragazzo che faceva da babbo, credeva di scorgere in uno dei suoi figliuoli fratelli una certa disposizione alle lettere. Poi, in quell'anno, era bandito per la prima volta il concorso a sei sussidi per chi studiasse lettere nell'università di Bologna. [...] il ragazzo più grande udì il buon invito: fornì il suo minore (il vecchio scolaro: oh! dolcezza amara di ricordi) di poche lire, troppe per chi le dava, un po' pochine per chi le riceveva; lo imbarcò solo soletto in una terza classe del treno e gli disse: Tuo babbo ti aiuti! Era il giorno avanti il primo esame. La mattina dopo, il povero ragazzo smilzo e scialbo si trovava tra una ventina d'altri ragazzi, venuti da tutte le parti d'Italia, o sorridenti o rumorosi, aspettando... Aspettando chi? Carducci. Egli doveva venire a dettare il tema d'Italiano. Proprio Carducci? Carducci in persona.
         Oh! il povero ragazzo aspettava con forse il maggior palpito. Egli non aveva nel suo ingegno e nei suoi studi la fede che aveva il suo fratello maggiore; egli prevedeva, ahimè! di doversene tornare a casa, di lì a pochi giorni, come era venuto... cioè non come era venuto, ma senza quelle lire, o troppe e troppo poche; e trovare più freddo il freddo focolare quando si fosse spenta quest'ultima speranza. Ma non per questo palpitava allora il ragazzo, egli palpitava per l'aspettazione di colui che doveva apparire tra pochi minuti.
         Nel collegio, donde era uscito anni prima (un ottimo collegio di scolopi), egli aveva sentito parlare di Carducci; come, si può immaginare: aveva cantato Satana! Un bel giorno però uno degli scolopi, il professore d'italiano, ingegno elegante e ardito, anima e fiera e gentile, il padre Donati, nella sua cella gli mostrò un ritratto: un ritratto di giovane avventuriere, cospiratore, soldato o che so io; una testa pugnace, audace, di ribelle indomabile. Il ragazzo pensò forse a un prigione d'Aspromonte, a un caduto di Mentana. "Questo", disse il frate, "è il poeta più classico e più novatore, lo scrittore più antico e più moderno che abbia l'Italia, è il Carducci". Al frate lucevano gli occhi azzurrissimi, e al ragazzo si cominciò a colorir l'anima di non so qual colore nuovo. Ricordò; e lesse poi quel che poté: ben poco; pure assai perché, nel momento che ho detto, egli palpitasse come forse non altri.
         A un tratto un gran fremito, un gran bisbiglio: poi, silenzio. Egli era in mezzo alla sala, passeggiando irrequieto, quasi impaziente. Si volgeva qua e là a scatti, fissando or su questo or su quello, per un attimo, un piccolo raggio ardente de' suoi occhi nobilissimi. "L'opera di Alessandro Manzoni", dettò. Poi aggiunse con parole rapide, punteggiate: "Ordine, chiarezza, semplicità! Non mi facciano un trattato d'estetica". Una pausa di tre secondi; e concluse: "già non saprebbero fare". Sorrise a questo punto? Chi lo sa? S'indugiò ancora un poco e uscì.
         [...]
         E qualche giorno dopo ci fu l'esame orale. E il giovinetto romagnolo entrò avanti il consesso giudicante, come se vi fosse travolto da una ventata; e rivide lui e si sentì interrogare. Ma egli qualcosa doveva aver letto nel viso smunto e pallido del ragazzo: leggeva forse il pensiero che appariva tra uno sforzo e un altro per rispondere; pensiero d'assenti, pensiero di solo al mondo, pensiero d'un dolore e d'una desolazione che al maestro non potevano essere fatti noti se non dagli occhi del ragazzo, che pregava forse con essi più che non rispondesse con la bocca; dagli occhi di lui soli, perché nessuno aveva parlato o pregato per lui: certo il maestro interrogava con non so qual pietà e ascoltava le risposte impacciate con una specie di rassegnazione cortese, accomodandole e spiegandole e giustificandole. Passò questo doloroso quarto d'ora; passarono gli altri. Il ragazzo fu richiamato a dare qualche schiarimento sul suo attestato di licenza, sentì o credé sentire che il Carducci, proprio il Carducci, ampliava e chiariva le sue spiegazioni, comunicandole agli altri professori.
         Questo lo sollevò un poco; ma ogni barlume di speranza era spento quando due o tre giorni dopo aspettava nell'università la sentenza che doveva essere lì per lì fatta pubblica dagli esaminatori. [...]. Basta: a uno squillo di campanello tutti entrarono. Gli esaminatori erano tutti lì: e la fiera testa del poeta si volgeva da parte, come indifferente.
         Gandino, il severo e sereno Gandino [il professore di latino], con quel volto che sembra preso a una medaglia romana, scandendo le parole con la sua voce armoniosa, ammonì: "Leggerò i nomi dei candidati secondo l'ordine di merito: i primi sei s'intende che hanno conseguito il sussidio comunale". Pausa.
         Al ragazzo romagnolo batteva il cuore; non solo, per così dire, in anticipazione al palpito che lo avrebbe scosso in quel momento che era per separare il quinto nome dal sesto. Sonò il primo nome nel silenzio della sala... era il suo. In quell'attimo egli, il povero ragazzo, vide lampeggiare un sorriso. Sì: la testa del poeta si era illuminata d'un sorriso subito spento.

         Giovanni Pascoli, Ricordi di un vecchio scolaro, in Antologia pascoliana, a cura di Augusto Vicinelli, Mondadori Milano 1962, pp. 427-430.


Il racconto del primo incontro nel Novecento

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Annie Vivanti - Giosue Carducci

         La ventitreenne Annie Vivanti (Londra 1866 - Torino 1942), futura poetessa e scrittrice di romanzi fortunati e di facile vena, si reca in visita presso il cinquantacinquenne Giosue Carducci in una giornata invernale del 1890, per chiedere una prefazione ai suoi versi, che gli viene accordata dopo rapido esame. E' il pegno chiestole dall'editore Emilio Treves (incontrato anche lui per la prima volta) in cambio della pubblicazione delle sue poesie; insomma, la tipica situazione vissuta da chissà quanti giovani scrittori esordienti alla ricerca di uno sponsor. Il racconto del primo incontro con Carducci, dal sapore fiabesco (7) (la fanciulla nella tana dell'Orco), ci mostra un poeta dotato di sense of humour, anche se un po' impacciato in questa sua ricerca insensata del manicotto (poi stranamente dimenticato). Il ritratto del Carducci, scritto per celebrare i suoi settant'anni, di cui diamo qui il brano iniziale, è del 1906, un anno prima della morte.

         Un amoroso incontro, ovvero il manicotto dimenticato

         Io non so scrivere di Giosue Carducci come del grande Poeta d'Italia. Per me egli non è Enotrio Romano, non l'ardente cantore di cui il nome va, risonante di gloria, per il mondo. Egli è per me l'amico adorato, l'ideale della mia sognante fanciullezza, il secondo padre della mia orfana gioventù. E la sua mano mi sorresse e m'innalzò nella turbolenta primavera di mia vita.
         "Carducci!" Ero una piccola bimba, seduta con la bambola alle ginocchia di mia madre, quando per la prima volta udii quel nome. La mia dolce mamma tedesca parlava di poesia italiana con suo fratello, Rudolph Lindau, venuto dalla Germania a trovarci. Dante, Petrarca, Leopardi... i nomi passavano nel loro suono familiare e incompreso, noti e vuoti al mio orecchio infantile. Poi un nome nuovo: Carducci. Mia madre citò con la sua cara voce mite un sonetto:


Passa la nave mia, sola tra 'l pianto
Degli alcion per l'acqua procellosa...


         L'ultima strofa colpì la mia giovane fantasia:


Voghiam, voghiam, o disperate scorte,

Al nubiloso porto dell'oblio,
A la scogliera bianca della morte.


         Ricordo che mia madre ripeté lentamente i due ultimi versi. Ahimè! pochi mesi dopo la nave sua fu chiamata alla tragica scogliera, e passò, sola tra 'l pianto, nelle buie e silenziose acque.
         E non udii più pronunciare il nome di Carducci.

**

         Un giorno, nel 1890, a Milano, mi trovai timida e tremante dinanzi al formidabile scrittoio dell'editore Emilio Treves. Egli teneva tra due dita sdegnose un sottile rotolo manoscritto che io gli avevo portato.
         - Che roba è? - mi chiese egli.
         Io risposi arrossendo che erano poesie.
         - Per carità! porti via, porti via - diss'egli agitato.
         - Ma come, - balbettai - se non le ha né pur lette!
         - Leggerle?! - esclamò il commendatore con la sua grossa risata - leggerle?! Crede Lei che noi stiamo qui a leggere poesia? Noi siamo qui per fare degli affari. Buon giorno!
         Forse gli apparvi piccola e triste quando volsi le spalle e me ne andai verso la porta, perché aggiunse come per consolarmi:
         - Me ne dispiace, creda! Ma ci vorrebbe, per esempio, una prefazione del Carducci. Allora si potrebbe riparlarne.
         "Del Carducci! - pensai. - Ma che cosa dice?"
         Giù nella via la mia governante, Miss Gann, mi aspettava.
         Prima che io salissi ella mia aveva detto: -Guarda di insistere per la copertina, che sia celeste e oro! Su ciò sii incrollabile.
         Quando mi vide tornare mi disse:
         - Ebbene?
         - Egli si è burlato di me - risposi abbattuta. - Disse che li stamperebbe con una prefazione di Carducci.
         - E chi sarebbe? - chiese Miss Gann.
         - Oh Dio, uno come Dante, morto trecent'anni fa.
         Andammo melanconicamente a casa.
         Ci venne incontro Italo, mio fratello prediletto. Quando udì la mia storia disse:
         - Ma prendi il primo treno per Bologna e va a cercarti la prefazione.
         E così feci.
         Il giorno seguente - ricordo che faceva gran freddo - salivo le scale ripide e strette della casa di Carducci in Bologna; la storica casa sulle Mura di porta Mazzini, dove allora, come oggi, il poeta viveva nella più austera semplicità. Io tremavo e mi dicevo: "Mio Dio, avessi almeno letto l'Inno a Satana!" Poi mi consolavo pensando che avevo il cappello riguarnito da Miss Gann con delle margherite celesti che mi stavano molto bene.
         E per strada avevo comperato le Odi Barbare e letto rapidamente All'Aurora; potevo dunque subito citare qualche cosa.
         A dir vero, avevo trovato poco di citabile, e quando suonai il campanello non ricordavo più niente. Solo mi giravano nella testa le "rosse vacche del cielo" e mi domandavo esterrefatta come avrei potuto farle entrare con apparente naturalezza nella conversazione.
         Un uomo aprì la porta.
         - E' in casa il signor Carducci?
         - Sì.
         - Favorisca dirgli che sono... che vengo... che arrivo...
         - Sissignora - disse l'uomo, guardandomi con occhio paziente.
         - Gli dica che ho fatto un lungo viaggio per vederlo - dissi tutto d'un fiato.
         - Sissignora, ripeté l'uomo, e sparve.
         Tornò.
         - Il signor Carducci dice che non è re Salomone. Favorisca entrare.
         Entrai. Dopo pochi istanti la porta del salotto si aprì, e Carducci entrò. Vidi che aveva una testa da Imperatore Romano, coperta di ricci grigi, occhi cupi e profondi, e la bocca severa.
         - Che cosa vuole? - mi disse.
         - Buon giorno - risposi fiocamente. - Vorrei una prefazione alle mie poesie.
         Seguì un silenzio che mi fece sudar freddo.
         - Ah! - disse Carducci finalmente. - Lei è una poetessa. Credevo fosse la regina di Saba.
         Nessuna risposta appropriata si presentò alla mia mente. E tacqui.
         - Dunque, una poetessa! - ripeté Carducci. - Che cosa ha letto?
         Mi pareva che avrebbe dovuto dire: "Che cosa ha scritto". E risposi di nuovo attonita e muta.
         - Dei nostri grandi che cosa sa?
         Ecco! era il momento di collocare le rosse vacche! Ma erano scappate. (Mi pareva di sentirmele galoppare sul cuore). E dietro a loro correvano i miei pensieri, incoerenti, assurdi.
         E Carducci, professore, interrogava severo:
         - Che cosa conosce lei di Dante?
         - Le illustrazioni di Doré - balbettai, mossa da un impeto di sincerità.
         Carducci rise. Rise d'un caro riso, inaspettato e gaio.
         - Segga - mi disse.
         Ed io sedetti; e gli raccontai di Treves, e di Miss Gann, e di mio fratello Italo. Tolsi anche dalla tasca le Odi Barbare, e gli dissi che l'avevo creduto morto trecent'anni fa.
         Parve assai contento. Ma quando gli diedi il manoscritto dei versi il suo viso si oscurò.
         - Hm! - brontolò, spiegando il primo foglio - che bella scrittura! Anch'io - aggiunse guardandomi ferocemente come se lo avessi contraddetto - anch'io ho una bella scrittura.
         Poi cominciò, a leggere:

Vieni, amor mio...

         Borbottò i primi versi nella barba; disse più forte la seconda strofa. La terza la recitò ad alta voce, accompagnandone il ritmo con un gesto della mano destra, come per battere il tempo:

A sfondare le porte al paradiso,
E riportarne l'estasi quaggiù!

         Vi fu un momento di silenzio. Poi Carducci diede forte il pugno sulla carta.
         - Per Dio Bacco, questa donna ha ingegno! - disse.
         E rimase immobile, guardandomi fisso con vividi occhi. Io non sapevo se era meglio dirgli "Grazie", o pure "Prego!" o "S'immagini!" quando d'un tratto si levò e tormentandosi la barba (come bene ho imparato di poi a conoscere quel gesto!) mi disse ruvidamente:
         - Addio.
         - Addio - gli risposi come trasognata, ed egli mi aprì la porta.
         Io gli stesi la mano e avevo voglia di piangere.
         - Dove ha il manicotto? - mi chiese improvvisamente.
         - Non so - dissi, e risi.
         Carducci andò girando distratto per la stanza a cercarlo. Allora gli spiegai che non avevo manicotto con me. Ed egli mi guardò fosco sotto le ciglia aggrottate, pensando ad altro.
         Mi balzò in mente il leone di Browning:
         You could see by those eyes wide and steady
         He was leagues in the desert already (8).
         Con un tuffo di gioia nel cuore intesi che Carducci pensava ai miei versi, e che per loro aveva dimenticato me.
         Più tardi, quando lo venni a conoscere meglio, appresi che era incapace di pensare a più d'una cosa per volta. Se il suo pensiero era rivolto altrove, ciò che gli stava d'intorno spariva.
         Mesi dopo, quando Treves aveva pubblicato versi... e prefazione, io dissi a Carducci:
         - Perché quel giorno, chiedeste del mio manicotto?
         - Che giorno? Che manicotto? - diss'egli.
         Io gli rammentai che era andato cercandolo per tutto il suo salotto.
         - Tu sogni - disse impaziente.- E sogni stolte cose. Mai non ho cercato un manicotto. Non so nulla di manicotti.

         Annie Vivanti, Giosue Carducci, in "Nuova Antologia", Agosto 1906, pp. 369-372.


7
Alfredo Panzini - Giosue Carducci

         Alfredo Panzini (Senigaglia, Ancona 1863 - Roma, 1939) nel necrologio scritto nel 1907 in onore di Giosue Carducci, ricorda il suo viaggio a Roma nell'ottobre del 1882 offertogli gratuitamente dallo Stato al fine di consentirgli la partecipazione a una gara per i licenziati d'onore. Vi conobbe il ministro Baccelli "in persona" e il venticinquenne editore Angelo Sommaruga, già allora assai noto; ma, quel che più importa, incontrò per la prima volta Carducci, che sarà poi suo indimenticato maestro all'Università di Bologna. La tipologia è quella dell'incontro scolastico. Il racconto, come notò P. Pancrazi in uno scritto del 1952 (9), ha forti somiglianze con quello del Pascoli (vedi l'incontro Pascoli-Carducci in questa raccolta), da cui si differenzia per l'esito non positivo dell'esame.

         "Sfrondare, sfrondare, sfrondare!"

         Sarei tuttavia ingiusto se nascondessi che la licenza d'onore non mi servì proprio a nulla. Per essa potei vedere Roma, senza spendere un soldo, come ora dirò. Sua Eccellenza il ministro aveva stabilito una specie di ludo olimpico intellettuale alle basi del Campidoglio fra i licenziati ad honorem mediante una gara di italiano.
         Io ero fra gli onorevoli, e perciò il viaggio a Roma mi si conveniva gratuitamente. Gratuitamente era pure l'alloggio ed il vitto in non so quale collegio romano.
         Concorsi con l'animo pieno di fiducia nella riuscita, tanto più che, se non conoscevo la tenuta dei libri in partita doppia, ero convinto di saper scrivere abbastanza bene in italiano. Questa lusinghiera, come erronea opinione, mi era stata instillata dal mio professore d'italiano. [...] Sbarcando onorevolmente a Roma da un carrozzone di terza classe in un bel giorno d'ottobre, fummo sulla soglia del collegio ospitale accolti da un signore di grandissima magnificenza, di somma dimestichezza, di sonora vivacità. Aveva per tutti (era una ressa di giovani, in cui suonavano tutti i dialetti d'Italia) parole battagliere di gloria e d'incoraggiamento. Era S.E. il ministro Baccelli in persona. Dietro gli veniva uno smilzo, vivacissimo giovane con una barbetta bionda, riccia, spartita in due: mi par di vederlo! Era l'editore Angelo Sommaruga, il quale fra noi, presunti letterati, faceva propaganda del più importante giornale del tempo: la Cronaca bizantina.
         In quel collegio, a cura del ministro, si mangiava molto bene e c'era da rifarsi delle susine cotte del collegio.
         Arrivò il giorno della gara e noi fummo distribuiti in una grandissima aula. Cessò il bisbiglio: un gruppo di persone avanzava dalla porta lontana. Avvicinandosi il gruppo, vedemmo un uomo forte, di mediocre statura, staccarsene, avanzando. Vestiva un abito a giacchetta color turchino scuro con gilet bianco.
         Avanzava lentamente, scrutando dal basso in alto con occhio nero lucente; capigliatura nera, breve barba crespa e nera. Quando ci passò davanti, mi parve che un fremito impercettibile interiore, scuotesse tutta quella persona. Era Giosue Carducci. Del Carducci allora non conoscevo se non il suono dei versi che hanno per titolo Alle fonti del Clitumno, unicamente perché quell'ode ce l'aveva letta in scuola il professore d'italiano con la sua bella voce: sapevo che aveva scritto inoltre un inno a Satana, e sopratutto sapevo che il Governo monarchico doveva fare i conti con lui. Da poche settimane era morto Garibaldi. Ora non so perché, quella figura scura e nobilmente sdegnosa, che vedevo per la prima volta, mi chiamò in mente un'altra figura bionda, luminosa, sorridente, che mai non avevo visto: Giuseppe Garibaldi. Non mi disegnò alla mente la letteratura: ma vidi con l'occhio dell'anima il moto di un'epopea.
         Fu dettato il tema. Altro che vita, calore, passione! Io buttai giù nel tema tutta la scoria delle parole che mi vennero in mente. Era stata distribuita una di quelle pagnottelle romane, riccamente imbottita: ma non la toccai né meno. Non so quante pagine scrissi, certo moltissime, tanto che nel ricopiarle non mi raccapezzavo più tra le cartelle, e il sangue mi dava dei tuffi alla testa. [...]
         Ebbene, non fui né meno ammesso alla prova a voce.
         Fui chiamato davanti alla Commissione; rividi quei miei fogli scartabellati con poco rispetto, mi sentii dire secche, brevi parole dal Carducci, delle quali ricordo questa osservazione ripetuta tre volte: "Sfrondare, sfrondare, sfrondare".
         Garibaldi tramontava una seconda volta.

         Alfredo Panzini, Memorie di scuola, in "Nuova Antologia", Luglio-Agosto 1907, pp. 116-118.


8
Gabriele D'Annunzio - Giovanni Pascoli

         Nel necrologio di Giovanni Pascoli scritto nel 1912 da Gabriele D'Annunzio leggiamo il primo incontro tra i due poeti avvenuto a Roma una bella mattina del giugno 1895. La tipologia è quella della presentazione, anche se "per insidia": Adolfo De Bosis, direttore della rivista romana "Il Convito" (1895-96), conduce Pascoli nella dimora di d'Annunzio, dove questi vive in una "splendida miseria", col pretesto di mostrargli una statua di Calliope appena ripescata dalle acque del Tevere. Si noti come D'Annunzio insista nella descrizione del luogo d'incontro, l'antica selleria dei Borghese: un luogo storico e artistico, neutro anch'esso, e perciò di tutti e due i poeti, dove su un piano di parità essi possono incontrarsi; come scrive assai efficacemente D'Annunzio, "due confusioni si abbracciarono senza guardarsi". In tono solenne D'Annunzio presenta l'incontro come un evento memorabile, carico di futuro per i due poeti, che dovevano ancora scrivere i Poemetti conviviali e le Laudi. In conclusione, D'Annunzio fissa l'attenzione sul particolare delle mani di Pascoli, che questi timidamente nasconde alla vista, ma poi non esita a gestire virilmente per schermirsi dalle parole troppo lusinghiere del poeta pescarese.

         Le mani del poeta

         Ma come c'incontrammo la prima volta? A Roma, per insidia.
         Già ci amavamo da tempo; e avevamo scambiato molti messaggi affettuosi e quelle lodi acute, d'artiere ad artiere, che s'inseriscono alla cima dello spirito e fanno dimenticare la grossezza dei solenni tangheri i quali oggi in Italia giudicano di poesia. Trovandosi in Roma, egli certo desiderava di vedermi; ma, nel momento di porre ad effetto il suo proposito, la timidezza lo arrestava; né i nostri amici riescivano a persuaderlo, né io riescivo a scovarlo in alcun luogo. Allora Adolfo De Bosis, il principe del silenzio, il nobilissimo signore di quel Convito che fu "presame d'amistade" fra i pochi deliberati d'opporsi alla nuova barbarie ond'era minacciata la terra latina, ricorse a un grazioso stratagemma. Me lo condusse di buonora, all'improvviso, nella mia casa, dandogli ad intendere che lo conducesse a veder una statua di Calliope ritrovata nel limo del Tevere la sera innanzi, divinamente levigata da secoli d'acqua.
         Io era in giorni di splendida miseria, abitando nell'antica selleria dei Borghese, tra Ripetta e il Palazzo, tra il fiume torbo e quel "gran clavicembalo d'argento" celebrato in un sonetto dell'adolescenza. La vuota selleria principesca era di così smisurata grandezza che rammentava la sala padovana nel Palazzo della Ragione, se bene mancasse non giustamente in su l'ingresso la pietra del vitupèro "lapis vituperii et cessionis bonorum". In tanta vastità io non avevo se non un letto senza fusto, un pianoforte a coda, una panca da tenebre, il gesso del Torso di Belvedere, e la gioia del respirar grandemente.
         Come Adolfo spinse alla soglia il poeta delle Myricae e mi chiamò al soccorso, balzai mezzo vestito. E due confusioni si abbracciarono senza guardarsi. L'ingannatore rideva nel vederci così vergognosi mentre tuttavia ci tenevamo per mano. Poi ci sedemmo su la panca, felici, senza far molte parole, nessuno di noi temendo il silenzio che è sì soave quando il cuore si colma.
         Eravamo sani e resistenti entrambi, sentivamo la nostra purità nel divino amore della poesia, preparati alla disciplina e alla solitudine. L'uno promettendo di superar l'altro, eravamo certi di non iscoprir mai su i nostri volti "il livido color della petraia". Una potenza oscura si accumulava nelle nostre profondità: egli doveva ancora comporre i Poemi conviviali e io dovevo ancora cantare le Laudi.
         O bel mattino in sul principio della state, quando Roma ha gli occhi chiari di Minerva che nutre a sua simiglianza i pensieri degli uomini! Entrava il sole pe' cancelli delle finestre, e il romore del ponte frequente, che pareva l'antico "assiduo murmure" del Tevere. Ma il fiume sacro non aveva parlato ancòra a traverso il bronzo dell'inno, non aveva ancor chiamato l'anima dei forti gridando:

Heus, rostro navis qui terram scinditis unco,
quam detraxistis navi iam reddite proram
atque in me longos infindite vomere sulcos
usque ad ceruleum, iuvenes, maris aequor, et ultra.
Est operae!
(10)

         La grandiosità del torso erculeo bastava a riempiere le mie mura; perché era quel terribile frammento titanico presso cui Michelangelo decrepito e quasi cieco si faceva condurre per palparlo. (Or potevano dunque le sue mani toccare un marmo senza riscoprirlo intero?) Avevamo dinanzi ai nostri occhi un esemplare sovrano e quasi direi il cànone eroico; ma ignoravo quale di noi due ne fosse tocco più a dentro. Se avessimo potuto saperlo, forse avremmo conosciuto la nostra misura.
         Come gli guardai le mani, delle quali son sempre curioso, egli le ritrasse con un atto quasi fanciullesco. Io volevo osservare le dita che avevano foggiato l'odicina per le due sorelle e i madrigali dell'Ultima passeggiata. Allora sorridendo gli ripetei i primi versi del Contrasto:

Io prendo un po' di silice e di quarzo:
lo fondo; aspiro; e soffio poi di lena:
ve' la fiala, come un dì di marzo,
azzurra e grigia, torbida e serena!

         Con quelle stesse mani che aveva nascoste, egli fece un gesto di disdegno potente. Sentii quanto vi fosse di virile in colui che passava tra le umili mirici per salire verso la rupe scabra. E poi parlammo d'Odisseo e della predizione di Tiresia.
         Questo fu il nostro primo incontro.

         Gabriele d'Annunzio, Contemplazione della morte, in Prose di ricerca..., III, cit., pp. 216-219.


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Leonetta Cecchi Pieraccini - Grazia Deledda

         Uno scambio di sguardi, un imbarazzante silenzio, un incidente cui si pone riparo con una gentilezza; e alla fine lo stupore per l'inatteso incontro, forse già tante volte vagheggiato durante la solitaria lettura di pagine indimenticate: tutto questo suggerisce l'annotazione diaristica di Leonetta Cecchi Pieraccini (Poggibonsi, 1882-1977), che riferisce il suo primo incontro con una scrittrice allora molto famosa, Grazia Deledda (Nuoro, 1871 - Roma, 1936). La tipologia è quella dell'incontro fortuito.

         In tram

         2 gennaio 1913
         Verso l'una rientravo a casa.
         Ero in tram in via Nomentana. Una piccola signora, vestita di velluto nero mi si è seduta di fronte. Mi ha guardato e ha palesemente trasalito. Siamo rimaste per un lungo tratto così, sedute l'una di fronte all'altra, lei a occhi bassi, io guardavo fuori del finestrino. Nell'alzarmi di fronte a casa, mi è caduto un involto. La signora ha fatto l'atto di raccoglierlo: il fattorino si è precipitato a fare altrettanto per riguardo al mio pancione. Ma io sono stata più pronta di tutti e due. Ho tirato su il pacco e sono scesa. La piccola signora, imbarazzata dalla mia presenza era Grazia Deledda.
         ..........

         dal Taccuino di Leonetta Cecchi Pieraccini, in Emilio Cecchi, Grazia Deledda, a cura di C.C., in "Nuova Antologia", Aprile-Giugno 1993, p. 354.


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Emilio Cecchi - Gilbert Keith Chesterton

         Il 26 novembre 1918, a guerra appena finita, Emilio Cecchi (Firenze, 1884 - Roma, 1966), prende il treno nella stazione londinese di Paddington, e va a trovare lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) che viveva in una modesta casetta, significativamente definita "la confluenza di tutti i misteri", nel borgo rurale di Beaconsfield. La visita, da tempo progettata, è preceduto da una accurata lettura delle opere dell'autore inglese, che nel suo ritiro campagnolo, lontano dalla "città di Mammone" (Londra), medita "sulla difficoltà presente del mondo". Dell'incontro Cecchi fornirà il resoconto su "La Tribuna" di Roma il 28 dicembre 1918 col titolo Visita a Chesterton nella rubrica Lettere dall'Inghilterra, prima di raccogliere il "pesce" nel volume Pesci rossi (1920).

         La casetta del gigante

         La casa di Chesterton è casalinga con le sue idee, è una con le sue idee, è il più completo manifesto delle sue idee. Impossibile trovare una casa che realizzi meglio l'idea della casa e della casa inglese e della casa rurale inglese. Se di qualcosa sentivo la mancanza era d'uno stendardo come quello delle antiche gilde e corporazioni, che sventolasse sul piolo del cancello o in cima al tetto. Ma era un eccesso di pretesa, in tempi così poco cristiani, così poco dediti alle tradizioni e internazionalizzati.
         Con intorno l'enorme silenzio del piccolo giardino, era veramente la casa dalla quale un giorno Manalive era fuggito "per il bisogno di ritrovarla", la casa ch'egli aveva dovuto abbandonare "non potendo più sopportare di esserne lontano". Solitaria nella campagna grigia, con la tinta calda de' suoi mattoni e il luccicore dei vetri, degli ottoni e dei lumi dentro, era davvero il simbolo, l'offerta votiva e l'esemplare di quella casa che ciascuno ha posto per nòcciolo luminoso del proprio mondo.
         E il mondo come appariva leggendario e misterioso in giro a quella casa, quanto più essa appariva quel che era e doveva essere: una semplice, piccola casa. Io pensavo quanti pittori dal principio della pittura, chi in un modo chi nell'altro, si provarono a dare suggestioni di mistero. E chi cercò di ricordarsi il mistero delle foreste originarie, avanti il diluvio. Ma riusciva solo a dar l'idea che il diluvio fu un innocuo acquazzone, tanto le sue foreste antidiluviane somigliavano al Pincio o a Hyde Park. E chi si dedicò alle misteriosità spaventose, mostruose: ai cerberi, alle orche, ai briarei. Ma in realtà non dava che delle lucertole peggiorate. E chi volle esprimere il mistero della Morte. Ma non esprimeva che il Macabro e il Grottesco. Quanti pochi pensarono che c'era un modo semplicissimo, a portata di chiunque, per cogliere non una sola qualità di mistero ma tutti i misteri, la confluenza di tutti i misteri: quello del cielo, quello del mondo, quello dell'uomo!
         Bastava, in un foglio bianco come un cielo, un frego come sa farlo anche un ragazzo: sopra una linea ondulata, figurante la distesa del mondo, un quadratino che figurasse una casa.

         Ma quando sull'uscio della stanza dove l'aspettavo comparve Chesterton, con la sua colossale figura, il soffitto sembrò di colpo abbassarsi e io mi trovai davanti a un mistero tutto impreveduto e profano: come potesse fare un uomo così grande a entrare in una casa così piccola.
         I libri in ottavo posati sulle tavole, diventarono improvvisamente libri in sedicesimo. E i libri in sedicesimo, a piramide su quelli in ottavo, ormai erano libri in trentadue. Certi oggetti sembravano scelti in spirito burlesco per intensificare questa qualità di sorprese. Sulla cornice lucida di un mobile un gruppetto di figurine cinesi alte un centimetro pareva una famigliola di formiche in viaggio per il deserto.
         Quale casa in tutti i sensi piccina, per un uomo in tutti i sensi tanto grande! Ma Chesterton direbbe che se in qualche modo egli è grande, è soltanto in quella misura che la sua casa è così piccola.

         Seduti davanti al camino, nella luce invecchiata della lampada a petrolio, ritrovavo tutto vivente e mosso nella sua conversazione quello che durante molti anni egli mi aveva detto nei libri. La sua voce aveva stranissimi rivolgimenti di tono. Da calda e profonda a un tratto diventava argentina e quasi stridula e si rompeva e spandeva di continuo in deliziose, sane risate di bimbo.
         Con i lunghi capelli grigi che spiovevano sul collo e sulla faccia colorita dalla fiamma, non so perché mi pareva parlasse di fondo a un bosco.
         E allora la casa si fece anche più accosta, diventò anche più raccolta. E si sarebbe detto che la realtà di fuori la fasciasse anche più strettamente e facesse sentire la sua attenzione e il suo rispetto: come intorno alle celle dove gli eremiti si radunavano a ragionare e pregare nella notte, i cervi e i daini giungevano dalle macchie a grandi salti silenziosi, e fuori nel buio si strisciavano alle mura quietamente, alzando il muso stupito alle piccole roste illuminate e alle voci degli uomini.
         Mi pareva parlasse di fondo a un bosco e di fondo a un mito, quanto più pareva parlassimo delle cose più cittadine e meno mitologiche: l'elezione e l'indennità, un famoso uomo politico, un gran giornalista. Nelle sue parole e nella sua voce, queste cose rinascevano, s'inserivano in una qualità originaria, ridiventavano forze semplici ed eterne. I fatti e le figure s'empivano di contrasto e di passione, si chiarivano in un rigore, in una dignità superiori, riportati sotto grandi segni, sotto bandiere che hanno visto mille guerre, sotto quei grandi nomi che nella vita e nei giornali non vengono più adoperati, appunto perché dividono i campi troppo severamente e imprimono responsabilità e doveri indeclinabili: quei cristiani nomi abbandonati, che quando ritornano, come in Péguy, come in Chesterton e come in Belloc, dànno alla polemica l'inusato tono di grandezza delle antiche controversie, la poesia delle antiche battaglie per la fede, nell'invocazione di un Santo o della Vergine, nella luce delle spade degli angioli e nello squillo delle trombe dei paladini.

         E voglio notare qualcosa che non per un'evidenza logica, spiegata, ma per un'evidenza di sensazione, trovai in lui di diverso dall'idea che me ne ero fatta.
         Forse ero andato pensando sopratutto al clown (sia detto con il rispetto che gli porto). E avevo trovato sopratutto il vescovo (11). Ero andato col gusto della bizzarra gioia lirica della quale egli ha scoperto il segreto. E uscendo dalla sua casa portavo meco sopratutto il senso della sua profonda gravità morale e del suo dolore. Lo credevo più giovane, franco e sicuro. Lo trovavo più provato e più stanco, più complesso, più commosso e più forte. Sapevo bene come si trovasse in politica e come non avesse neanche le simpatie di molti letterati: troppo onesto e poeta per i politici, troppo politico per i poeti d'una poesia così pura che quasi sempre finisce nel puro nulla. E capivo perché, come tutti quelli che lassù hanno voluto, combattuto e costrutto, anche lui era fuggito dalla città di Mammone nella cittadina rurale, nel borgo di Beaconsfield. Me l'aspettavo tranquillo sulla mole del lavoro compiuto. Ed era festoso di lampeggianti certezze. Ma anche pieno di problemi e difficoltà, tutto preso, tenuto, confitto con la sua vasta statura morale nella difficoltà presente del mondo.
         E mentre tornavo verso Londra, ripensando la solitudine dove l'avevo lasciato sotto un còmpito enorme, con soltanto, come un cavaliere antico, la sua donna rossa e il suo cane nero, un'immagine si spandeva sulla campagna buia; quell'immagine con la quale egli ha chiuso la sua Short History of England come in un lirico dubbio che, trascorsa l'ora veemente della guerra, davvero si riesca a ritrovare nel mondo l'ordine, la giustizia e la vita.
         La città, in fondo, bruciava di bianchi falò, sopra le costruzioni annullate nella notte e sopra la folla sepolta nel buio schema di ferro e di pietre. E per quel popolo e tutti i popoli che vinsero sui confini una guerra così leggendaria e luminosa, che tanto più fa sentire come atroce sarà la nuova guerra che ciascuno di essi ora intraprende per crearsi le sue vere forme: per essi tutti mi dicevo con Chesterton che veramente, nel pensiero di domani, "si vorrebbe a momenti desiderare che l'onda della barbarie tedesca ci avesse spazzati, e insieme a noi i nostri eserciti, e che il mondo non sapesse mai più nulla degli ultimi di noi, se non che tutti morimmo per la libertà".

         Emilio Cecchi, Pesci rossi, in Saggi e viaggi, Mondadori, Milano 1997, pp. 79-83.


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Ardengo Soffici - Medardo Rosso

         Ardengo Soffici (Rignano sull'Arno, Firenze, 1879 - Forte dei Marmi, Lucca, 1964) racconta la visita allo scultore Medardo Rosso (Torino, 1858 - Milano, 1928) avvenuto a Parigi nel 1909. Per nulla dissuaso dai portinai dello stabile in cui abita Rosso dall'accostare un personaggio considerato stravagante, egli penetra nell'atelier dell'artista come nella sala del tesoro, e ne ammira i capolavori, confermando a se stesso il giudizio già espresso sullo scultore, la cui opera egli aveva divulgato a partire dal 1904. Soffici è di ben ventuno anni più giovane di Rosso, e tuttavia la differenza d'età (51 anni Rosso, 30 Soffici) non impedisce il nascere di una vera e lunga amicizia durante un'intera giornata (e nottata) trascorsa nel laboratorio di Rosso e per le strade e i caffè di Parigi. Lo scritto è del 1920.

         L'atelier dell'artista

         Avrei potuto conoscere di persona Medardo Rosso nel 1904, allorché pubblicai nell'Europe Artiste il mio primo studio intorno alla sua opera, esposta in quell'anno in una sala speciale del Salon d'Automne; ma la lettera ch'egli mi scrisse in tale occasione per ringraziarmi andò smarrita, ed io non lo conobbi che nel 1909, dopo, cioè, la pubblicazione del mio volume su di lui. Il nostro primo incontro avvenne una mattina - non ricordo più se di primavera o d'autunno - nel suo studio al numero 98 del Boulevard des Batignolles, dov'egli mi aveva dato un appuntamento con uno di quei biglietti bizzarri e tutti suoi che usava scrivere in un pezzetto di foglio qualsiasi, di traverso e in tralice, con un pennino mal intinto o con uno stecco, biglietto che aveva contribuito non poco ad acuire la mia curiosità a suo riguardo, già viva per le notizie che avevo avuto da colleghi miei parigini e che gli creavano intorno come un'aura di leggenda.
         Arrivato puntualmente all'ora indicata, domandai di lui in portineria, ma la risposta che n'ebbi a bella prima fu tale che per un istante quasi credetti d'aver sbagliato uscio. Con fare guardingo, parole involute, ambagi e reticenze, portiere e portinaia, senza proprio negare l'esistenza nel loro stabile di un artista italiano chiamato monsieur Rossò, parevano volermi far capire che avrebbero preferito, quanto a loro, ignorarla, o che almeno gli altri la ignorassero per non richiamarla ad essi ogni tanto in memoria. Conosciute più tardi le relazioni che correvano, assai difficili, tra costoro e l'eccezionale inquilino, ebbi la chiave di tanta ermeticità e diplomazia. Comunque quel giorno i due lavativi finirono con l'indicarmi, in fondo ad un cortiletto, una porta massiccia e larga come quella d'una rimessa, con un bottone elettrico in mezzo; il quale io premei discretamente. Nessuno si fece vivo. Tornai allora a suonare più deciso; ma poiché la porta restava chiusa né si udiva risposta, sebbene avessi sentito avvicinarsi qualcuno di dietro in punta di piedi e con gran cautela, invece di suonare bussai, tre, quattro volte, sempre con maggiore energia, finché il "qualcuno" non tirò la stanghetta ed aprì uno spiraglio; strettissimo è vero, ma che tuttavia mi permise di entrare.
         Mi trovai allora in un breve spazio, tra il portone, in fretta richiuso, e una tenda di tela grezza, davanti a un uomo grosso, grasso, di pelo fulvo, dagli occhi piccoli e penetranti, con un collo da lottatore sopra un torace da atleta chiuso in un maglione di lana color nocciola: assai dissimile dunque da quello che conoscevo soltanto per l'elegante ritratto stampato nel mio libro; ma che subito riconobbi, e che senz'altro mi abbracciò come se fossimo stati intrinseci da chi sa quanti anni
         - Te voilà donc, el me bagaj. Sono contento che tu sia come ti immaginavo. Tu as une tete à la Baudelaire! Entre par ici.
         Così dicendo Rosso scostò la gran tela e m'introdusse nello studio
         Non era propriamente uno studio, ma uno stanzone spropositato, lungo, largo, alto, con una tettoia di vetro per soffitto, e che una volta aveva servito di sala da riunioni a un'associazione politica, secondo ho poi saputo. Un paio di scrivanie e qualche stipetto di foggia antica, su cui si mischiavano in incredibile disordine martelli e libri, fiori freschi in bicchieri, stoppa, lettere e romaioli, fiancheggiavano un banco da falegname o da magnano, munito di morse di legno e di ferro, tutto coperto d'arnesi di varia specie, come tenaglie, lime, raspe, punteruoli, scalpelli, mentre altri arnesi dello stesso genere erano appesi ai muri torno torno, e buglioli, secchie, incudini, zappe e pale giacevano sparsi per terra, vicino a un mucchio di antracite che riempiva tutto un cantone. Una massa enorme di creta risecchita, coperta di stracci occupava l'angolo opposto. In un altro si accatastavano scale a pioli, casse e cassette di ogni forma e misura, mattoni e tegoli; fino a una specie di forno o fornace, eretta quasi nel centro del locale ed a cui si addossava un largo trogolo, o piuttosto tinozza piena fino all'orlo d'acqua nera e untuosa. Sotto la tettoia si allungava una graticciata fatta di regoli e fili di ferro sulla quale si vedeva stesa contro la luce del giorno una quantità di certa roba simile a pelli di coniglio accartocciate, a stoccafissi o a larghe stecche di colla, e che erano forse falde di cera vergine, se non pure di qualche metallo buono per quelle fusioni di cui solo l'artista possedeva il segreto.
         Fra tanta congerie di attrezzi e materiali, alcune opere dello scultore trionfavano qua e là su trespoli, piedistalli e colonnette, più vive per il contrasto, più ricche d'umanità, fiori prodigiosi di spiritualità e di bellezza. Allegro a vedere la mia grande sorpresa di trovarmi in quella officina squallida al primo aspetto, ma animata invece dal suo genio, di cui testimoniava l'alacrità, Rosso mi andava guidando dall'una all'altra di quelle sue creature artistiche, imponendomi tirannicamente l'esatto punto di vista donde si poteva goderne a pieno la potenza espressiva, felice di capire più dalla mia faccia che dalle mie parole come l'effetto prodotto in me dalla loro grazia fosse ottimo, e precisamente delle specie ch'egli voleva.
         - Te vedet? L'è minga botega, ca, hein!
         Ogni tanto approfittando delle mie contemplazioni davanti a un bronzo, a una cera più suggestivi degli altri, si allontanava tacitamente per andare a frugare dietro un divano, sotto un tavolino, fra un mucchio di giornali e vecchi scartafacci, o spariva addirittura in qualche ripostiglio che doveva esserci oltre la tenda, per tornare ogni volta vicino a me con qualche nuovo lavoro, che mi mostrava ridendo tra la barba brizzolata, ammiccando con i suoi occhi furbi ed affettuosi ad un tempo, tenendolo all'altezza conveniente e rigirandolo tra le sue piccole mani aristocratiche, fino a che non avesse trovato la vera e più favorevole luce in cui presentarmelo. Talvolta, posatolo sopra una di quelle scrivanie o sul banco tra il guazzabuglio degli arnesi, accostava ad esso un bicchiere con un mazzolino di fiori, spiegandomi poi che quello era il miglior modo di verificare la naturalezza, la vitalità e la genuina bellezza di un'opera d'arte plastica o pittorica. Una volta infatti ch'io portai nel suo studio, più anni dopo, uno dei miei dipinti, Rosso fece il medesimo esperimento con un mazzetto di violammammole, e soltanto quand'ebbe visto che la pittura non discordava, per luminosità e freschezza, da quei fiori, mi fu cortese della sua approvazione amichevole.
         Fu così che quel primo giorno potei osservare ed ammirare gran parte delle creazioni dell'eccellente artista, alcune delle quali già conoscevo, senza tuttavia averle mai viste tanto ben presentate, mentre altre, e non delle minori, quali una Donna ridente, in cera bionda al pari del miele, l'Yvette Guilbert e l'Ecce puer, mi giungevano nuove, così come mi parvero stupende.
         Espressi con calore a Rosso quelle mie bellissime impressioni, del che egli mi compensò con ogni sorta di cortesie, tra cui pongo in prima linea taluni chiarimenti relativi al suo modo personale di intender l'arte, i quali, se allora non mi parvero tutti persuasivi, sotto un aspetto strettamente estetico - anche perché formulati con un linguaggio dei più inusitati ed arbitrari - mi dettero però la più fulgida idea della sua potenza geniale, mentre mi furon poi sempre di gran soccorso per la comprensione profonda della sua individualità di scultore, non solo, ma di uomo.
         Tuttavia quella mattina e tutto quel giorno li passammo insieme; nello studio prima, seguitando a parlare d'infinite cose relative alla sua vita dura e magnifica, piena di cose e di casi tristi e giocondi, poi in una cameretta che Rosso aveva al mezzanino dello stesso immobile, povera camera da operaio solitario, ma dove l'ospite conservava in cassetti ed armadi piccoli tesori d'arte orientale e gotica, che estrasse, per farmi piacere, dall'ovatta dei loro scrigni, esponendoli poi in bell'ordine sulla coperta dell'ampio letto; e finalmente a zonzo per la città serale e notturna, per boulevards e viuzze, di ristorante in caffè. Vagabondaggio poetico e gaio, come se ogni differenza di stato e d'età fosse abolita tra noi, e durante il quale ebbi la splendida opportunità di penetrar molto innanzi l'anima bella, eroica, ingenua, nel senso originario del termine, per certi lati fanciullesca e sbarazzina del mio compagno, cui tanto affetto doveva legarmi in seguito.
         Intanto, quando dinanzi al suo portone ci separammo quella notte (ed erano ormai le ore piccine) eravamo amici: Amis de prima categoria l'uno dell'altro, secondo l'espressione che Rosso amava adoperare e che stabiliva una gerarchia ond'egli ha fatto sempre gran caso in vita e fino all'atto della morte.

         Ardengo Soffici, Rosso Aneddotico (1920), in Opere V, Vallecchi, Firenze 1963, pp. 576-580.


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Pietro Pancrazi - Eugenio Giovannetti

         Il critico letterario Pietro Pancrazi (Cortona, Arezzo, 1893 - Firenze, 1952) presenta il suo primo incontro fortuito con lo scrittore Eugenio Giovannetti (Ancona, 1883 - Roma, 1951). L'incontro risale agli anni della Grande guerra. Un fante che marcia in guanti bianchi e se ne va a spasso durante il suo turno di guardia, richiama su di sé l'attenzione dei superiori: è uno scrittore, e mostra di esserne fiero, ma prim'ancora è un personaggio satirico. Il racconto si legge in una recensione di Pancrazi del 1921 al Satyricon di Giovannetti dal titolo Eugenio Giovannetti moralista di nessuna morale.

         Cedant arma togae

         Non so pensare a Eugenio Giovannetti, senza ricordare il modo del nostro incontro, la prima volta. E fu in un tempo vicino e lontano. Io comandavo allora, con poca voglia, le evoluzioni di un plotone di fanteria, su e giù per i prati del Campo di Marte, a Firenze. Una mattina, il capitano che sorvegliava da l'argine le innocue manovre, a un tratto mi fa cenno che m'avvicini; io fermo il plotone e corro. ("Cicchetto"). - Lei, tenente, ha il beneficio di non veder mai niente; c'è un soldato nel suo plotone che marcia in guanti bianchi e con la caramella.- Due giorni dopo, in fureria, lo stesso capitano mi incarica di un rapporto per il Comando di battaglione: un soldato comandato di guardia, ha girato l'incarico a un suo amico, e se n'è andato a spasso. "Se fosse corso denaro per la sostituzione, sarebbe un reato. Veda il codice". Chiamo il soldato, l'osservo. E' ancora quello dei guanti bianchi; un "granista". L'interrogo. Mi risponde con garbo e con calma, con una caratteristica voce suadente e grassa. Gli domando il nome e la classe. - Eugenio Giovannetti, della classe...- Gli rificco gli occhi in faccia. Giovannetti? Ricordo il "Carlino", il "San Giorgio". Devo averci anche un suo libro (non mai letto), Il tramonto del liberalismo.
         - Di professione?
         - Scrittore.
         Non c'è più dubbio. Con un po' d'imbarazzo e noiato, dagli appunti presi, cavo il mio rapporto, mentre il soldato Giovannetti "passa alla prigione". Ricordo ch'era d'ispezione, quella settimana, il capitano Giuseppe Prezzolini; l'avvertii della cosa; e il capitano Prezzolini andò a trovare in cella il soldato Giovannetti...
         Giovannetti, io non lo rividi più soldato. Ma quando, negli anni di poi, cominciai (e seguitai con gusto crescente) a leggere per i giornali le canzonature, i frizzi, le sommarie giustizie e ingiustizie dei suoi Satyricon, spesso ricordavo, sorridendo, quell'incontro lontano.
Eh no; se dipendesse da Borgese e da Salandra o da Luzzatti o da Piero Misciatelli o da Pastonchi o (povero lui) da Fancesco Coppola, invece che nella sua calda stanza romana, Giovannetti sarebbe ancora nella prigione dell'"84" in via Tripoli.

         Pietro Pancrazi, Eugenio Giovannetti moralista di nessuna morale, Ragguagli di Parnaso, II, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Npoli 1967, pp. 97-98.


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Ugo Ojetti - Luigi Capuana - Emile Zola

         Il giornalista-scrittore Ugo Ojetti (Roma, 1871 - Firenze, 1946) è il testimone ironico e divertito dell'incontro tra il padre del naturalismo francese, Emile Zola (Parigi, 1840-1902) e il teorico di punta del verismo italiano, Luigi Capuana (Mineo, Catania 1839-Catania 1915), incontro avvenuto nel 1895 a Roma nel Grand Hotel. Zola intendeva raccogliere la documentazione necessaria alla stesura del romanzo Rome, facente parte del ciclo Trois villes (accanto a Lourdes e Paris). Durante il soggiorno romano Capuana si offrì di raccogliere dati sulle donne della città, e promise anche delle fotografie sullo stesso tema. Non mancano alcune osservazioni del giovane giornalista che suonano piuttosto pungenti (Zola in agonia, Zola e Capuana che non conoscono le rispettive lingue, Zola che sembra un molosso e Capuana il suo ammaestratore, ecc) come un giudizio critico non proprio lusinghiero. L'incontro rientra nella tipologia della presentazione. Il racconto, datato Firenze, 28 ottobre 1922, corrisponde alla parte iniziale di un elzeviro scritto per il "Corriere della Sera" in occasione del ventennale della morte di Zola, e poi inserito nei volumetti delle Cose viste (1923-1939).

         "Capuanà, Capuanà...". "Vuvù vuvù...".

         Emilio Zola morì asfissiato il 28 settembre 1902. Ho aspettato un mese per vedere se dopo vent'anni qualcuno in Italia si ricordava di lui, almeno nell'anniversario della morte. Nessuno. Da sei anni la storia s'è incamminata per una strada che il povero Zola credeva sbarrata per sempre, e nessuno trova tempo adesso per tornare indietro e cercare i resti di questi dispersi, il Romanzo Sperimentale, la Scienza maestra dell'Arte, il Progresso democratico, la Pace universale.
         Quando nel 1895 venne a Roma, ad accumulare, come diceva, i materiali per costruire il suo Rome e vi fu accolto trionfalmente, Emilio Zola, anche escluso dall'Accademia, sembrava immortale. Noi romani amiamo i trionfi, sopra tutto per guardare da vicino i trionfatori. Dopo tre settimane di sudate fatiche, quando Zola ripassò con un carico di libri e di note le Alpi, egli ci sembrò, come scrittore, in agonia. E il giudizio degli stranieri, si sa, rappresenta il giudizio dei posteri.
         Appena arrivò al Gran Hotel, gli portai la lettera con cui un amico da Parigi gentilmente m'invitava a mettermi a disposizione di lui. Nell'anticamera trovai Luigi Capuana, faccione tondo e roseo, uomo candidissimo e timido che fino alla morte conservò un'ingenua lenta incantevole bontà provinciale. Emilio Zola era il suo duce, il suo re, il suo dio, e a Zola egli aveva dedicato "Giacinta". Ma a differenza delle consuete divinità, Zola non capiva altra lingua che il francese, e Luigi Capuana il francese non lo parlava. S'era messo in redingote: mi chiese di fargli da interprete, ed entrammo insieme. Zola l'accolse a braccia aperte, con parole tanto cordiali e perciò tanto chiare, pur continuando ad assicurarsi gli occhiali sul naso camuso, che io non ebbi per qualche minuto niente da tradurre. - Capuanà, Capuanà, mais vous etes le chef de l'école réaliste en Italie -. Questo glielo dovetti tradurre e perché la pronuncia blesa di Zola rendeva meno comprensibile il suo discorso appena usciva dalle esclamazioni gesticolate e dai correnti convenevoli, e perché il buon Capuana non poteva credere alle sue orecchie; anzi quell'improvvisa investitura a sottopapa in partibu infidelium, per quanto meritata, gli dava insieme estasi e terrore. Sorrise alla fine, beato, e si dette a lanciare tanti "vuvù vuvù" a dito teso, che volevano dire: - Vous, Vous, voi voi siete il nostro capo su tutta la terra, e basta -. Ma davanti alla faccia da molosso del francese, Luigi Capuana sembrava, moltiplicando ansioso quell'unica sillaba, un ammaestratore che volesse insegnargli come si abbaia.
         Finalmente ci si sedette e si parlò, diciamo pure, di letteratura.

         U. Ojetti, Cose viste I, Treves, Milano 1925, pp. 254-256.


14
Ferdinando Martini - Luigi Muzzi

         Ferdinando Martini (Firenze, 1841 - Monsummano, Pistoia, 1928) racconta l'incontro con il quasi ottuagenario Luigi Muzzi nella Firenze dei primi anni '50 del XIX secolo, in cui Muzzi, il Principe dell'epigrafia, si attarda nel ricordo di gare di erudizione inconcludenti e vane. E' il segno dell'assonnata Firenze granducale, rievocata a circa settant'anni di distanza dal giornalista e uomo politico fiorentino.
         Il primo dei due volumi di cui si compone
Confessioni e ricordi fu edito nel 1922, il secondo l'anno della morte di Martini, il 1928. La tipologia dell'incontro è quella della visita.

         Il Principe dell'epigrafia

         Luigi Muzzi! chi, se non qualche studioso, ha in mente oggi questo nome? Abitava al primo piano di una casa in via Santa Reparata; un amico di mio padre che abitava al piano superiore volle condurmi da lui, avvertendomi che si trattava -nientemeno- che di fare la conoscenza del Principe dell'epigrafia. Con quanta trepida reverenza me gli accostai! e sì che il brav'uomo non aveva nulla di regale nell'aspetto e nell'abbigliamento; quasi ottantenne, piccolo asciutto sdentato; avvolto in una veste da camera spelacchiata, le parole gli uscivano dalle labbra accompagnate da un sibilo, accompagnato a sua volta da spruzzi che schizzavano ad aspergere il viso dell'ascoltatore vicino. Ma era il Principe dell'epigrafia e quel titolo, appunto perché non bene ne comprendevo il significato, mi ispirava una timida, quasi paurosa venerazione.
         Perché era di ottimo animo prese a benvolermi; ma conviene credere che alla bontà dell'animo fosse pari la vanità, se perdeva tempo ad esporre a un bamberottolo di dieci o undici anni i propri meriti e nel vantargli il proprio imprescrittibile diritto alla gloria.
         Raccontava: era stato amico del Mustoxidi, del Pindemonte, del Foscolo e di Matilde Bonaparte Demidoff, cui, anzi, intitolò un suo libro; (e io naturalmente a domandargli chi fossero il Mustoxidi, il Pindemonte, il Foscolo e Matilde Bonaparte Demidoff, de' quali sino allora nulla sapevo). Aveva composto oltre mille epigrafi; e mi regalava la Decima centuria che ancora conservo, scrivendo sul frontespizio il suo nome e il mio. Vanamente il signor Pietro Giordani osò contendergli il primato (e io: - chi è, scusi, il signor Giordani?): nella concisione, nell'armonia, nell'eleganza della forma epigrafica nessuno lo vinceva. Per certi muraglioni costruiti a Venezia il Morcelli (e io: - chi è, scusi, il Morcelli?) dettò questa iscrizione: ausu romano aere veneto, la quale dissero per la concettosa brevità insuperabile.
         - Ma il Muzzi, sai? - soggiungeva fissandomi con gli occhi fattisi a un tratto raggiosi - ma il Muzzi la superò: Romanamente i veneti: il Morcelli quattro parole, il Muzzi tre.
         E seguitava... (...)".

         Ferdinando Martini, Confessioni e ricordi (Firenze granducale), in Memorialisti dell'Ottocento, tomo II, La Letteratura Italiana. Storia e Testi, Ricciardi, Milano Napoli 1958, pp. 1031-1032.


15
Ugo Ojetti - Marcel Proust

         Nel necrologio di Marcel Proust (Parigi, 1971-1922) apparso sul "Corriere della Sera" a firma di Ugo Ojetti (datato Sassari, 5 febbraio 1923), il giornalista-scrittore italiano ricorda il suo primo e ultimo incontro con Proust avvenuto vent'anni prima, a Parigi, nel salotto di Madama de Caillavet. Ojetti fornisce di Proust un preciso ritratto, ma soprattutto mette in luce lo spirito intelligente ed arguto, capace con una battuta di riassumere lo stato d'animo di tutti i conversatori o di centrare il senso d'una questione. L'incontro rientra nella tipologia della presentazione (l'intermediario è qui il celebre Anatole France).

         Un giovanotto pallido e bruno

         Fu una sera, a Parigi, una ventina d'anni fa, in casa di Madame de Caillavet, della quale casa, tra molti scrittori, uomini politici, attori ed attrici, l'elemento più ammirato era Anatole France. Accanto al salone si apriva una saletta, direi, riservata, dove con France due altri uomini amavano appartarsi: Clemenceau ed Hébrard, l'uomo di maggior spirito che io abbia conosciuto finora (e comincio a disperare di trovare chi lo superi, tanto l'aria s'è fatta grossa). France restava in piedi davanti al caminetto, e quelli altri due vecchi arzillissimi di fronte a lui. Quella sera discutevano dell'esistenza di Gesù Cristo perchè allora era uscito non so che articolo per provare che Gesù in carne ed ossa non è mai esistito. France sfoggiava la sua dialettica maliziosa alla Renan, salvo la nostalgia per la pace claustrale. Hébrard osservava che la scoperta, se mai, arrivava con venti secoli di ritardo: -Se i poveri martiri l'avessero saputo...- Accanto a me rispettosamente silenzioso, stava un giovanotto pallido e bruno, gli occhi sporgenti, le ciglia lunghe e lucide, il collo sottile, una marsina con le spalle troppo larghe e con le maniche troppo lunghe che non sembrava la sua, la cravatta bianca un poco pesta e di traverso, lo sparato a onde. Anatole France parlava rivolgendosi più a lui che agli altri. E quello taceva immobile in quel suo atteggiamento cascante. Mutava solo la posizione della testa, ora piegandola sulla spalla sinistra, ora sulla destra, come fanno gli uccelli. D'un tratto France gli chiese netto: - Proust, qu'est-ce que vous en pensez? Voyons, parlez. - E quello tranquillo: - Mon maitre, dans cette discussion ce n'est pas Jésus Christ qui m'intéresse, c'est Anatole France.
         Aveva rivelato in due parole l'animo di tutti noi. La discussione deviò. France mi presentò a lui con una di quelle perifrasi gentili ed encomiastiche che sembrano dediche di libri. Non so perchè in quella presentazione egli nominò Venezia. Marcel mi domandò affabile ma distante: - Vous etes vénitien? - Non, je ne suis pas vénitien. - Mais d'où etes vous? - e mise nella domanda una punta d'impazienza verso lo straniero sconosciuto. Risposi modesto: - Je suis romain.- E lui: - Oh, c'est trop grand!
         Aveva ragione anche questa volta: uno scrittore romano non s'è mai veduto nella letteratura italiana.

         Ugo Ojetti, Cose viste, I, cit., pp. 308-310.

(I - continua)


NOTE

1. Scrive P.V. Mengaldo: "Contini è stato forse, con Pasquali, il più grande scrittore di necrologi e ritratti di intellettuali del Novecento italiano" (Profili di critici del Novecento, Bollati Boringhieri, Milano 1998, p. 54). Per la formula continiana nascere-a-lui, vedi l'epicedio dedicato a Ungaretti in questa raccolta.

2. Cfr. Giacomo Devoto, Giorgio Pasquali, in Civiltà di parole, Vallecchi editore, Firenze 1975, pp. 74-75. Per il necrologio di Wilamowitz, cfr. Giorgio Pasquali, Pagine stravaganti di un filologo, I, Le Lettere, Firenze, 1994, p. 92.

3. Un diverso punto di vista è espresso da I. Calvino in un'intervista rilasciata a Cl. Marabini in La chiave e il cerchio. Ritratti di scrittori contemporanei, Rusconi Editore, Milano 1973, pp. 234. Scrive Marabini: "Mentre [Calvino] guarda la posta, all'ospite che ha chiesto di incontrarlo mormora, con voce bassa e pastosa, che ha ben poco da dire e che per un certo genere di incontri "non rende". Non ha "chiavi" da offrire, se è una "chiave" che l'ospite è venuto a cercare".

4. Cfr. Marc Augé, Storie del presente. Per una antropologia dei mondi contemporanei, Il Saggiatore, Milano 1997 [1994], p. 42.

5. Walter Benjamin, I "Passages" di Parigi, cit., p. 222.

6. Racconta il De Sanctis nella sua autobiografia: "Era la prima volta ch'io entrava in un palazzo magnatizio, e che mi presentava ad un marchese. Era il palazzo Bagnara in piazza del Mercatello. Ci accompagnava il Costabile, che saliva svelto e ridente, facendoci il cicerone. Entrammo in una gran sala quadrata, tutta tappezzata di libri, con una lunga tavola in fondo, coverta di un tappeto verde screziato di macchie d'inchiostro. Lunghe file di sedie indicavano il gran numero di giovani, che la sera venivano ivi a prender lezione. Costabile parlava e rideva e godeva del nostro imbarazzo, quando si aprì l'uscio a sinistra, e Gaetano con aria grave di cameriere ci annunziò. Entrammo. Il marchese stava seduto a una piccola tavola presso la finestra, poco discosto dal comò. In fondo era un letto molto semplice. Di fianco un'altra finestra inondava di luce la stanza. Come vedete, era una camera da letto e da studio insieme, molto modesta, nella quale il marchese s'era rannicchiato, lasciando ai fratelli tutto l'altro del vasto appartamento. Queste osservazioni locali mi vengono ora in mente; ma in quel tempo i miei occhi erano attirati come per forza magnetica dalla presenza del marchese. M'ero immaginato per lo meno un re sul trono; ma vidi un semplice mortale in berretto e veste da camera, che si mise a scherzare col Costabile, dimandando fra l'altro chi erano quei due marmocchi. "Sono nipoti di D. Carlo De Sanctis, e vengono alla vostra scuola". Io me gli accostai, e presi la mano come per baciarla, ed egli la ritirò vivamente, dicendo: "Non si bacia la mano che al papa". Io mi feci rosso. Egli rideva, e vedendomi così stecchito e allampanato, disse ch'io era de frigidis et maleficiatis: parole sue favorite, come vidi appresso. Ci fece tradurre un brano di Cornelio Nepote; fé un sorriso di piccola soddisfazione; poi ci consegnò al suo segretario, ch'era appunto il Costabile". Francesco De Sanctis, La giovinezza, Einaudi, Torino, 1961, pp. 42-43.

7. E' il giudizio di B. Croce, La letteratura della nuova Italia, Laterza, Bari 1940, p. 313: "Come una fiaba è raccontata la sua [della Vivanti] visita al Carducci e l'affetto che il gran poeta le pose". Sulla questione si legga Pietro Pancrazi, Un amoroso incontro alla fine dell'Ottocento. Carteggio di Giosue Carducci e Annie Vivanti, in Pietro Pancrazi, Ragguagli di Parnaso, I, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1967, pp. 35-75.

8. Potevi vederlo con quegli occhi spalancati e decisi
Era già lontano molte leghe nel deserto.
[traduzione di Ornella Barone]

9. Cfr. P. Pancrazi, Panzini e Pascoli in collegio e un giudizio del Carducci, in Ragguagli di Parnaso, I, cit., pp. 231-238.

10. Ehi!, voi che con il rostro ricurvo della nave
solcate la terra, restituite ormai la prua
che toglieste alla nave e con l'aratro
aprite su di me solchi lunghi
fino all'azzurra distesa del mare, o giovani,
ed oltre. Ne vale la pena!

11. A p. 78 dell'op. cit. Cecchi aveva scritto: "Visto davanti Chesterton ha la figura di un vescovo. Ma il vescovo si rigira e visto di dietro ha la figura di un clown".

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