IX.
L'inverno
si avvicina e adesso si gela anche in casa,
perché col freddo diminuisce la pressione
del gas nella caldaia e la mattina faccio perfino
fatica a far bollire la macchinetta del caffè.
Così i momenti più caldi sono
in macchina con Dima, oppure di notte nel cantuccio
che mi scavo sotto un mucchio di coperte. Ma
una conseguenza di questa precoce ondata di
freddo è pure che nella guerra di quaggiù
hanno aumentato i bombardamenti per farla finita
una volta per sempre prima che il gelo paralizzi
tutto. Adesso devono solo stanare dalle grotte
quelli che non vorrebbero mai arrendersi, ma
se ne parla sempre meno e già s'ipotizzano
altre guerre perché questa sembra una
storia ormai finita. Delle altre guerre ci sarà
poi tempo per pensarci più avanti perché
ora ci si deve preparare al natale, con già
tante luci e festoni che invadono le notizie
che mi arrivano dall'altro mondo.
In
una sua lettera Carlo mi diceva che per azzeccarci
sul futuro bisogna essere paranoici. Allora
se mai arriverò (non credo) all'età
del nonno di Saida, quest'inverno freddo e buio
mi sembrerà l'età dell'oro. In
casa c'era musica, stavo seduto al computer
col ciapan, il cappottone imbottito
che usano da queste parti, e avevo molti amici
a cui scrivere e se anche andavo fuori da solo,
per conto mio, mi beavo dei colori dei bazar
che allontanavano qualsiasi nostalgia del natale
che non c'era. Si sarebbe detta una situazione
ideale, scandita da un tempo sempre uguale che
potevo modellarmi a mio piacere. In un certo
senso una desiderabile eternità, perché
m'immagino che anche in paradiso ci si debba
sentire un po' estranei e incantati, con tanta
gente che non conosci e lingue che non capisci.
Ecco,
in questo c'è forse una contraddizione,
perché mi trovo qui con l'incarico d'insegnare
una lingua e allora non potrei mai spiegare
ai miei studenti il piacere di trovarsi in mezzo
a gente che non si capisce cosa dice; e spiegargli
magari che per me il paradiso è la possibilità
di rimanere solo in mezzo agli altri senza avere
l'ossessione di capirli. Perché questo
è davvero un privilegio che possono avere
solo gli stranieri e i bambini, e perciò
sentirsi estranei è sempre un rivivere
l'infanzia perché esistono solo volti,
gesti, il sole che sorge e quello che cade e
poi arriva la notte buia e fuori fa caldo oppure
freddo.
Da
bambino non ricordo nemmeno se avevo paura del
buio, ma non direi. Direi piuttosto che fosse
una protezione, perché poi anche dopo
non mi ha mai spaventato il nulla, il vuoto.
Per intenderci non ho mai associato la morte
al nulla, la mia paura è se mai sempre
di qualcosa. Anche quando abitavo all'ottavo
piano del mio palazzo nell'altro mondo, in momenti
di sconforto o indifferenza potevo anche immaginare
di buttarmi giù ma mi tratteneva sempre
il dopo, che dopo in un certo modo avrei continuato
ad esistere senza aver nemmeno la possibilità
di compiere un gesto, fosse anche il gesto di
farla finita per sempre che pensavo non avrei
più potuto fare perché mi sarei
ficcato in un circolo vizioso in cui non potevo
decidere più niente. Per questo ho sempre
pensato che fosse meglio fare le valige, perché
nel partire non c'è mai niente d'irreparabile,
anche se in fondo sono gesti che si somigliano
(lo so che lo dice anche il proverbio che partire
è un po' morire, ma non volevo riferirmi
a un luogo comune: stavo solo pensando).
Però
c'è una cosa che ho notato, a questo
proposito, cioè che fra le musiche amo
di più ci sono opere che gli autori non
hanno nemmeno potuto ascoltare perché
sono state composte in una fine che si era ormai
liberata di ogni fatica e ambizione per un dopo
che si sapeva non ci sarebbe più stato.
Sto pensando in particolare al Requiem
di Mozart e allo Stabat Mater di Pergolesi,
che potrei ascoltare ancora mille volte e continuerebbero
a rimanere in uno splendore che non saprei mai
definire a quale mondo appartenga. In un certo
senso sono fra le musiche e le cantate più
"terrestri" che conosca, ma proprio
perché così terrestri e terrene
(inni a una gioia e un dolore che tutti possono
comprendere) ciononostante la loro estrema grazia
e gratuità paiono davvero estranee a
quelle che comunemente vengono definite le capacità
espressive di un autore.
Ovviamente
non è che si possa competere con gli
angeli. Quello che volevo dire è che
per poter dire qualcosa bisognerebbe sempre
mettersi in una condizione di commiato, perché
da lì si possono spremere cose che altrimenti
non uscirebbero mai. E in fondo per me arrivare
qua, in questa Zona in cui sono scivolato quasi
senza accorgermene, attraverso il tunnel di
una notte nera che ho visto davvero, senza aver
bisogno di alcuna metafora per immaginarla perché
arrivare qua, penso, per me è stata soprattutto
l'esperienza di un'interruzione repentina, l'affacciarmi
su un vuoto che ora è la mia vita di
tutti i giorni e in quanto tale riesce a dare
corpo, immagini, a un commiato altrimenti muto.
Quando
ero bambino non sapevo di essere bambino. In
un certo senso mi sentivo più grande
di adesso, più responsabile e riflessivo
di questo mio giocare a ritrovar l'infanzia.
Ricordo che abitavo in una casa dai mattoni
rossi e che da una parte c'era una strada dove
già passavano macchine e camion, dall'altra
un recinto che impediva di raggiungere il fiume
in cui sarei potuto annegare. I confini del
mondo erano precisi, limitati. Perciò
l'esperienza più forte, in quei miei
primi anni, è stata l'anoressia, poiché
a un certo punto mi sono rifiutato di mangiare
in mezzo agli altri, in famiglia, e riuscivo
a ingoiare qualcosa solo se mia madre mi portava
a mangiare da qualche altra parte. Poteva essere
un semolino dalla vecchia maestra di scuola,
la bistecca dalla mamma del benzinaio.
I
miei primi viaggi sono collegabili a odori e
sapori che altrove mi sembravano invitanti e
che invece erano insopportabili a casa mia.
Forse, lo dico col senno del poi, non è
poi cambiato tanto da allora. Adesso che mi
trovo qua, all'Estero, ci sono cose che mi manderebbero
su tutte le furie se solo fossi a casa mia.
Ma qui sfumano in un colore più tenue,
tutto diventa più pastellato, come una
stampa d'altri tempi dove anche le presenze,
le figure sulla scena sono sempre un po' impalpabili,
sognanti.
C'era
una volta un bambino che abitava in una casa
rossa. Quasi ogni giorno giocava in un cortile
recintato da una rete metallica, dietro la quale
gli avevano detto che scorrazzava un gatto selvatico.
Lui non sapeva che animale fosse, lo immaginava
una via di mezzo fra una tigre e un gatto domestico.
Dall'altra parte c'era invece una strada già
trafficata, dove una volta il suo cane era stato
investito da un camion che non l'aveva ucciso,
l'aveva solo colpito in testa lasciandolo confuso
e col cranio un po' schiacciato. Da quel momento,
con quella testa piatta, al bambino è
sembrato che il cane fosse ancor più
suo, perché non ce n'erano altri fatti
così. Fra l'altro la botta in testa aveva
reso il cane più pauroso, perciò
adesso evitava anche lui di avventurarsi oltre
la rete metallica per azzuffarsi col gatto selvatico.
In un certo modo il cane e il bambino arrivarono
ad assomigliarsi sempre di più: il cane
diventato un po' bambino, il bambino silenzioso
e timoroso come quel cane investito dal camion.
Buona
parte della mia prima infanzia potrebbe stare
dentro questa storiella, ricordi così
sfumati e lontani da diventare anche per me
improbabili, ma non per questo meno veri. Poi
sono arrivati i giri dalle amiche di mia madre
perché in casa non volevo mangiarci più.
Da allora ad adesso è passato solo del
tempo, ma niente di così cruciale da
indicare svolte altrettanto importanti, fondamentali.
Perché non so come, a un certo punto
della mia vita, credo intorno ai due anni, ho
scoperto la grande forza che poteva venire da
un rifiuto, e forse anche per questo mi sono
sentito immediatamente solidale coi greci e
la loro Festa del No.
Il
no è sempre una decisione che poi non
ti costringe a scegliere continuamente cosa
fare. Perché semplicemente ti obbliga
a imboccare un'altra strada, senza necessariamente
sapere dove porta. Anche i greci arrivati più
di cinquant'anni fa non sapevano certo dove
sarebbero arrivati, volevano soltanto crearsi
una Grecia diversa, un paese che continuano
a celebrare anche adesso e che probabilmente
non esiste altrove, se mai è esistito.
Naturalmente il mio vantaggio, rispetto a loro,
è che il mio non è nessun esilio,
posso andare e venire quando voglio. Ma a volte
mi capita d'immaginarmi di stare qua per sempre,
seguendo semplicemente l'inerzia dei giorni
che passano, dell'inverno che arriva e poi verrà
la primavera e allora per la festa del Navruz
potrei andare a Samarcanda a vedere lo spettacolo
dei cavalieri che si contendono la carcassa
del montone, che ancora non ho visto. E' un
gioco molto antico e truculento, che ricorda
l'asprezza di una vita nomade che ancora in
certe zone esiste.
Quello
che volevo dire è che se dici no non
ci vuole poi tanto coraggio, non devi neppure
diventare troppo diverso dal bambino chiuso
nel cortile, perché saranno le cose stesse
a portarti altrove. Se ancora fossi a casa mia,
all'ottavo piano di un altro mondo, certo non
mi organizzerei mai per andare a vedere degli
uomini a cavallo che si battono per la carcassa
di un montone, sarebbe un gioco troppo violento
che non m'interesserebbe vedere. Ma stando qua
è come fare una scampagnata, visitare
una fiera di paese. Perché basta spostarsi
che cambia sempre tutto, e anche la pappa di
casa tua ha un altro odore, un sapore diverso.
X.
A
forza di gelare è arrivata anche la febbre,
evidentemente non è bastato il ciapan
e neppure la stufetta elettrica presa qualche
giorno fa. Comunque mezza città è
a letto con l'influenza, e chi lavora in ufficio
o nei negozi si copre già da tempo naso
e bocca con una mascherina di garza per non
farsi infettare. I primi giorni ch'ero qua pensavo
che queste mascherine fossero la modernizzazione
di un'usanza religiosa. E' stato Dima a spiegarmi
che era una misura profilattica, che era per
non beccarsi dei germi che i commessi ai magazzini
generali si abbigliavano da chirurghi, a volte
indossando pure il camice bianco perché
i germi non s'infiltrassero nei vestiti.
Ricordo
questo particolare perché per me, all'inizio,
era naturalmente tutto più esotico, remoto,
e così vedere i commessi con la mascherina
di garza era già assistere a una strana
apparizione. Anche l'idea che esistessero i
magazzini generali, non super o ipermercati,
era un imprevisto ritorno a quand'ero bambino
che con mia madre andavo a Milano a visitare
i grandi magazzini. Non che fossero simili,
i grandi magazzini che allora c'erano a Milano
e i magazzini generali di qua, ma in comune
c'è l'idea di posti dove si può
trovare un po' di tutto ma non tutto, non come
nei mastodontici ipermercati di adesso dove
bisogna che ci sia davvero tutto, anche più
di quel che c'è. Per intenderci qui le
cose bisogna ancora cercarle, non ti cascano
addosso, e perciò anche far la spesa
è più simile a una lenta esplorazione
che non a una cernita frenetica e nervosa.
Credo
di averlo già detto: arrivare in questa
città per me è stato soprattutto
uscire dalla città, la città che
nell'altro mondo ha ormai invaso anche i paesi,
i villaggi. E se stai fuori dalla città
anche le notizie arrivano sempre da lontano
perché le cose più vere sono sempre
quelle che puoi vedere, quelle più vicine,
come la frutta e la verdura che si può
trovare solo in certe stagioni. Sembrano cose
banali ma non è poco, perché scoprire
la benedizione di un sole che ti può
scaldare anche d'inverno, quando fa freddo,
è un po' la stessa cosa che accorgersi
che il gesto di una donna è il gesto
di una donna, qualcosa che nell'altro mondo
stavo già dimenticando. Invece qui non
so come mi è più facile, forse
perché esiste un vuoto che altrove si
vorrebbe cancellare e che invece mi pare una
garanzia che anche la cosa più piccola,
anche una cosa intravista con la coda dell'occhio
possa diventare un'immagine che respira libera
nell'aria.
A
voler essere lucidi e paranoici, come suggeriva
Carlo, direi che le guerre saranno tanto più
inevitabili quanto più si estenderà
una Città del Mondo che vorrebbe inglobare
tutto, perché bisognerà pure escogitare
qualcosa che rompa questo pieno dove rischieremmo
di soffocare. Purtroppo gli uomini conoscono
la guerra, che non è certo la migliore
soluzione, e adesso che c'è la televisione
si possono anche mostrare guerre che picchiano
sempre più forte in luoghi sperduti,
improbabili, fra montagne inaccessibili o deserti
infuocati. Ciononostante anche questo è
qualcosa che sarà ancora possibile solo
fin quando la televisione risulterà credibile
(di nuovo un luogo comune: lo dice la tivù).
In questo momento, credo, c'è ancora
un'alleanza fra chi vorrebbe distruggere questo
mondo e chi lo sta invece amministrando. Ma
quando si romperà questa alleanza, e
prima e poi dovrebbe accadere, cosa succederà?
Naturalmente
con la febbre si possono alternare congestioni
deliranti a momenti in cui tutto è molto
più ovattato, rallentato: variazioni
del termometro e dell'umore. A dir la verità,
se non ci si mette a inseguire troppe fantasie
qui tutto sembra ancor più tranquillo,
solo i lavori in casa procedono a un ritmo consueto
se non ancor più intenso, perché
Andrej si è messo in testa di finire
tutto entro il capodanno. A volte lo sento smartellare
anche di notte, o se mi alzo per pisciare lo
trovo sulla veranda che segna con la matita
dei pezzi di legno che poi segherà l'indomani.
Mancano le solite rifiniture che prendono sempre
più tempo dei lavori grossi, cosette
tipo i corrimani della scala, la tettoia da
fare sopra la porta che va in giardino, le pareti
di sopra da tinteggiare. E ora che la guerra
sembra più lontana anche una bella casa
non è più un'idea così
pazzesca.
Strano
perché non è passato tanto tempo,
eppure tutti sembrano aver scordato la paura
di andare ai bazar, di frequentare i ristoranti
più in vista. D'altronde qualche bomba
era già scoppiata un paio d'anni prima
che iniziasse la guerra, e queste sono cose
che ormai possono capitare anche se le bombe
non arrivano dal cielo e schiere di soldati
non si sparano addosso, se insomma si è
in una situazione di pace. E' probabile che
il futuro ci riservi una stabilità dove
un agguato improvviso possa sempre accadere,
che è d'altronde quel che già
raccontano giornali e tivù. Perché
non ci vuol tanto ad essere paranoici, basta
tenersi un po' informati.
Perciò
sono convinto sia sempre meglio credere a quel
che c'è, alla veranda che profuma di
legno dopo che Andrej ha segato qualche asse,
a un cielo che minaccia neve e allora cresce
il desiderio di stare in casa con la febbre
quando fuori tutto s'imbianca. Se il futuro
non è troppo lontano non si tingerà
mai di alcuna apocalisse, resterà nella
frequenza delle piccole speranze che si susseguono
giorno per giorno: la voglia che la casa sia
finita presto, il desiderio di svegliarsi domattina
e trovare la città nascosta dalla neve.
Naturalmente
le piccole speranze si portano dietro pure le
piccole preoccupazioni, come la tosse di Ljuda
che non vuol passare, le scadenze di lavoro
da rispettare entro la fine dell'anno. Ma è
così che vivono gli uomini, con l'agenda
in mano e l'altra mano nel cuore sperando non
succedano cattivi imprevisti. Il presente, io
qui imbottito di aspirine in una stanza illuminata,
è spesso troppo futile per potergli credere.
Una
delle controindicazioni delle febbriciattole
è che ti conducono a un'eccessiva introspezione
che porta di filato al malumore. La stessa cosa
non succede quando si è in ospedale,
perché nell'ospedale c'è una stacco
troppo forte che non può scivolare in
quella pigrizia che diventa poi scorbutica,
scontrosa. Difficile essere ingrugnati all'ospedale
perché all'ospedale siamo di fronte al
vuoto (per questo mi raffiguravo una stanza
d'ospedale per la svolta cruciale nella storia
del mio presunto terrorista).
Ecco,
io credo di aver cominciato ad arrivare qui,
dove sono adesso, quando quattro anni prima
di partire sono stato ricoverato per un paio
di settimane all'ospedale, per la prima volta
in vita mia. Un ricovero provvidenziale, perché
mi ha fatto concludere un tragitto di vita che
altrimenti non avrei saputo interrompere. Grazie
all'ospedale c'è stato un prima e un
dopo.
Io
e Ljuda, ce lo siamo detti più volte,
ci siamo conosciuti all'ospedale perché,
più o meno contemporaneamente a quando
c'ero io, in un ospedale era stata ricoverata
anche lei per una piccola operazione. Dunque
una situazione analoga, seppur a migliaia di
chilometri di distanza: per me voleva dire troncare
un periodo di vita e di conseguenza il desiderio
di un'altra vita e un altro mondo, per lei l'occasione
di cominciare a studiare l'italiano perché
in ospedale s'era portata dietro un manuale
d'italiano senza nemmeno chiedersi cosa la sarebbe
servito studiare una lingua che difficilmente
avrebbe potuto parlare con qualcuno. La prima
persona con cui ha potuto usarlo sono stato
in effetti io, a quasi quattro anni di distanza
dall'inizio di quegli studi solitari.
Perché
due persone si possano incontrare bisogna naturalmente
che ci sia uno spazio disponibile ad accogliere
l'incontro. Con Ljuda questo spazio ha cominciato
a crescere quattro anni prima che ci incontrassimo,
quando siamo entrati tutt'e due in ospedale.
Certo nella mia stanza io non potevo immaginarmi
Ljuda o qualsiasi altra persona che in quel
momento era in un'altra stanza d'ospedale e
che avrei incontrato quattro anni dopo, in un
luogo che fra l'altro non avrei saputo dire
neppure dove fosse. Ma quando ci s'immagina
l'esistenza di un dio, di qualcosa che non riusciamo
a capire come funziona ma è pertinente
a un mistero non astratto, teorico, perché
qualche segnale di questo mistero si rende tangibile,
allora credo che si possano immaginare storie
di questo tipo, incontri che si preannunciano
a così grandi distanze di spazio e di
tempo. Da qui a riconoscere un dio la strada
è ancora lunga, però è
giusto riconoscere le misteriose coincidenze
che capitano nella vita, nel mio caso la singolare
coincidenza ospedaliera che ha reso possibile
l'incontro fra me e Ljuda.
Quando
sono entrato all'ospedale c'era una brutta pioggia
che annunciava l'arrivo dell'autunno dopo un
settembre soleggiato. In quel periodo avevo
ospite a casa mia Karim, un ragazzo marocchino
venuto a trovarmi perché voleva cercare
nel nord dell'Italia un lavoro migliore di quello
che aveva trovato al sud. Ricordo di avergli
telefonato verso sera dicendogli che mi ero
sentito male e all'ospedale mi avevano trattenuto
perché avevo la pressione troppo alta,
così avevano deciso di farmi delle analisi
per capirci meglio. Io volevo solo avvertirlo
di non aspettarmi a cena ma Karim, una volta
saputo del ricovero, è venuto subito
a trovarmi e anche nei giorni successivi arrivava
ogni sera per sentire come stavo e informarmi
delle sue ricerche di lavoro. Era strano perché,
seppur in un ambiente diverso, abbiamo continuato
le nostre abitudini inaugurate solo qualche
giorno prima, cioè far due chiacchiere
assieme prima di andare a dormire. Infatti era
sempre lui, il mio ospite marocchino, l'ultima
persona che veniva a trovarmi nel corso della
giornata. Poi io andavo a letto e lui a casa
mia.
Una
delle comodità del mio appartamento in
Italia è di essere a due passi dall'ospedale,
una passeggiata di cinque minuti che è
sempre stata una delle mie preferite, soprattutto
entrare nel piccolo parco dietro la parte vecchia
dell'ospedale dove sono stato poi ricoverato.
E' un parco che mi è sempre piaciuto
perché non è frequentato praticamente
da nessuno, se non da infermieri frettolosi
che hanno altro a cui pensare; perciò
ho sempre considerato quel parco come il mio
giardino segreto, quasi il giardino di casa
mia. Così in quei giorni all'ospedale
non ero in un luogo totalmente estraneo, solo
dall'altra parte del giardino.
La
differenza era che in ospedale sul giardino
mi affacciavo direttamente, stazionando perciò
tutto il giorno nella meta preferita dalle mie
passeggiate solitarie. Allora sarà stata
l'eco di quelle abitudini meditative, oppure
perché specie i primi giorni nelle crisi
ipertensive e ipocondriache ho avuto anche paura
di morire, però pian piano in ospedale
mi sono sentito rinascere, nel senso che tutto
quello che prima mi turbava diventava un po'
alla volta irrilevante, stupidaggini da niente.
Col passare dei giorni la paura è stata
se mai quella di dover prima o poi uscire dall'ospedale
e ritrovarmi ancora in mezzo alla mia vita di
prima. Ed è stato in quell'umore, credo,
che ha cominciato a crescere un desiderio di
partire, andarmene.
Le
visite serali di Karim erano forse le più
gradite perché più di altri lui
mi era felicemente estraneo, nel senso che quasi
non lo conoscevo in quanto era venuto a casa
mia perché fidanzato da tempo con la
figlia di un amico, ma prima c'eravamo incontrati
solo due o tre volte di sfuggita. Inoltre lui
era lo straniero a cui ovviamente era estraneo
tutto, arrivato solo qualche giorno prima del
mio ricovero, e allora sentivo che quelle chiacchierate
serali potevano essere anche per lui preziosi
momenti d'intimità, un'intimità
labile e però profonda, come si può
facilmente instaurare nella penombra di un corridoio
d'ospedale.
Quand'ero
nell'altra casa, all'ottavo piano dell'altro
mondo, verso la città in cui ho passato
la maggior parte della mia vita sentivo un legame
soprattutto quando arrivavano ospiti che venivano
da lontano. Attraverso di loro riuscivo ad apprezzare
angoli nascosti scoperti in qualche passeggiata,
piccoli abitudini che altrimenti ritenevo noiose.
Con gli occhi di un altro, di uno che veniva
da fuori, pure le cose più abituali acquistavano
un insolito splendore.
Quando
l'estate scorsa sono stato per qualche giorno
in quella città con Ljuda, le ho chiesto
di fare delle fotografie per farmi capire come
la vedeva lei questa città, e le prime
immagini che ha fatto sono state quelle dei
suoi piedi sui sampietrini di Piazza Fontanesi,
i gerani ai davanzali delle finestre, qualche
cornicione. Erano cose che trovava particolarmente
belle, o insolite (qui ad esempio la pavimentazione
delle piazze è quasi sempre in lastroni
di cemento).
Comunque
ci dev'essere qualche condizionamento perché
anch'io, quando sono in quella città
con qualcuno che viene da lontano, mi metto
a indicare le cose col dito per dire di guardare
qui o guardar là ed io stesso finisco
per seguire quelle indicazioni come se vedessi
qualcosa di nuovo. Forse capita a tutti di sentirsi
un po' estranei se si va a passeggio per la
propria città con uno che viene da fuori,
e questa lieve euforia può anche trasformare
la vista del luogo più abituale in un'esplorazione
intima, come se un selciato o il cornicione
di una casa potessero diventare lo specchio
di un'anima che è passata da lì
tante volte senza nemmeno farci caso.
Naturalmente
questo effetto è molto più facile
raggiungerlo se si è davvero stranieri,
se si passeggia realmente per una città
estranea, lontana. Un'osservazione del genere
l'aveva già fatta un filosofo tedesco
quando aveva scritto che arrivando a Mosca aveva
scoperto Berlino, la sua città. Perché
per entrare nei labirinti della memoria bisogna
sempre perdersi, cosa che ovviamente è
più agevole se ci muoviamo in uno spazio
che ancora non padroneggiamo. Allora davvero
qualsiasi gesto, una luce particolare, la tonalità
di un intonaco diventano cose che riverberano
altre luci, gesti, tonalità.
XI.
Natale
con un po' di neve ma senza nessun natale per
le strade. Ai tempi della Città dei Postini
pare che anche qui mettessero luminarie e addobbassero
alberi per salutare l'anno vecchio e accogliere
il nuovo, ma ora ci sono altre preoccupazioni
e più miseria, cioè meno voglia
di festeggiare e buttar via dei soldi. Ovviamente
non si può tanto celebrare il tempo quando
il tempo è solo quello dell'incertezza
del domani.
Io
comunque mi sono rimesso in piedi e la vigilia
di natale mi ha portato un dono che per queste
zone è molto insolito: la nebbia, una
nebbia fitta che ha ammantato di mistero la
scialba uniformità invernale della città.
Così sarà stata anche la nebbia
o altre suggestioni, ma per la prima volta da
anni ho deciso di andare alla messa di mezzanotte.
Ci sono andato con Ljuda e Sabrina dopo un cenone
di natale da Elisabeth e Oreste, dove c'erano
tanti altri che però non hanno voluto
seguirci nelle nostre fantasie. Neppure Oreste
che s'era messo un farfallino da cameriere e
per tutta la serata ha servito da bere a tutti
e sembrava il più propenso a seguire
quella svolta imprevista, che appunto perché
imprevedibile gli sembrava felice, anarchica.
Quest'idea
a dir la verità non è stata così
estemporanea. Mi era venuta un paio di giorni
prima quando, nel rituale pranzo d'auguri dall'ambasciatore,
avevo chiacchierato per un bel po' con un francescano
ultraottantenne nato dalle parti di Padova ed
arrivato da poco in città per fare assistenza
spirituale a dei coreani che lavorano qui. Avevano
mandato lui perché in Corea c'era andato
all'inizio degli anni cinquanta rimanendoci
poi per tanti anni. Ora vive per lo più
in Cina, da cui a suo tempo era stato scacciato
non appena avevano preso il potere i maoisti
che gli avevano inflitto pure alcuni mesi di
galera. E al pranzo dall'ambasciatore questo
vecchio francescano me ne aveva raccontate di
tutti i colori, ma sempre con una disponibilità
all'ilarità che mi aveva immediatamente
ricordato la stupefacente letizia che avevo
visto in un vecchio film di Rossellini, dove
si racconta di quando San Francesco aveva cominciato
a raccogliere la sua confraternita. E' un film
che amo molto perché fra i tanti che
hanno fatto su quel santo è l'unico che
riesca ad avvicinarsi a quella mirabile idiozia
che mi sembra l'insegnamento più duraturo
di San Francesco, una lezione che va al di là
di qualsiasi tempo storico e anche oltre la
stessa religione cattolica.
Dunque
il fatto che la messa di natale fosse officiata
da Padre Giuseppe (così si chiama quel
frate) mi ha fatto uscire volentieri per inoltrarmi
nella nebbia verso la chiesa cattolica costruita
dai polacchi, che prima avevo visto solo da
lontano. Con la nebbia così fitta la
chiesona polacca poteva ricordare anche una
cattedrale francese, perché la coltre
nebbiosa cancellava i segni più evidenti
della sua recente costruzione. E questa è
una cosa che so per esperienza, perché
quando calava la nebbia, al mio ottavo piano
dell'altro mondo, la sommità del palazzo
di fronte prendeva la sagoma di una pagoda cinese,
altre volte poteva essere una nave in mezzo
al mare o un astronave persa nel cielo.
Ma
per tornare alla mia messa di mezzanotte, dopo
aver attraversato il sagrato di una cattedrale
francese sono sceso nella cripta dove Padre
Giuseppe officiava per i pochi italiani di qua.
I suoi coreani li aveva dirottati di sopra,
alla messa grande celebrata un po' in russo
e un po' in inglese. E devo dire che la conventicola
della cripta non mi ha fatto pentire di essere
andato a messa, un po' perché mi divertivo
a spiare facce già conosciute, un po'
perché la vitalità gioiosa di
Padre Giuseppe non poteva che essere contagiosa.
Si può dire che lui sia un bambino dalla
lunga barba bianca, una barba così accogliente
che una volta ad Assisi, mi aveva raccontato,
il Dalai Lama quando l'aveva vista aveva voluto
sfregarci contro la sua testa rasata. Perché
per i cinesi, mi diceva, le parti di un corpo
riescono a trasmettere anche l'anima e il carattere,
tanto che possono arrivare perfino a mangiarsi
un pezzo del cervello di una persona se pensano
che quella persona fosse particolarmente intelligente.
Questa era una cosa che aveva visto coi suoi
occhi, nelle campagne cinesi, ma non pretendeva
nemmeno di giudicarla perché per lui
anche le usanze più strane sono sempre
manifestazioni di un'umanità strettamente
imparentata alla divinità. Non bisogna
mai dimenticare, mi diceva, che l'uomo è
a immagine di Dio e dunque siamo tutti fratelli
che hanno uno stesso papà, e questa era
una cosa che ricordava sempre a tutti, coreani
o cinesi, filippini o australiani, per citare
le popolazioni fra cui aveva vissuto.
D'altronde
della sua fede Padre Giuseppe è così
convinto d'aver perfino messo in crisi un poliziotto
che voleva ucciderlo, facendogli credere che
tirare il grilletto era solo una scorciatoia
per aprirgli le porte di un mondo che desiderava,
togliendo perciò al suo carnefice la
ragione stessa di ucciderlo. E anche se io non
ho certo ben chiaro cosa sarà dopo la
morte, solo un mucchio di dubbi e nessuna certezza,
sono però ugualmente convinto che la
forza di un sorriso e una resistenza inerme
siano l'unico antidoto per contrastare una violenza
che vuole annientarti. Questa la vedo anche
l'unica strada per uscire dal giogo di faide
e vendette a cui il mondo è fedelmente
sottomesso, la vera religione dell'umanità
da tempi immemorabili e a cui gli uomini volentieri
sottomettono il loro stesso dio.
Al
pranzo dall'ambasciatore Padre Giuseppe mi raccontava
che già da bambino sognava di predicare
in giro per il mondo. Allora non aveva naturalmente
una grande cultura religiosa, sapeva soltanto
che i preti si vestivano di nero e i frati di
marrone, e lui istintivamente preferiva quelli
vestiti di marrone anche perché i neri
non andavano mai tanto lontano, rimanevano per
lo più nei paraggi di casa. Perciò
quando sua madre l'aveva accompagnato al seminario
lui aveva detto decisamente di no, e anche quando
erano stati a un primo convento era rimasto
deluso perché aveva saputo che quei frati
non uscivano mai. Solo in un secondo convento
il suo cuore si era aperto e aveva chiesto a
sua madre di rimanere, perché alla porta
del convento aveva letto che lì preparavano
quelli che poi sarebbero usciti nelle missioni
in giro per il mondo.
Da
allora sono passati settant'anni e migliaia
e migliaia di chilometri percorsi. Mi diceva
che quando arrivava in un paese nuovo, per esempio
la Cina, subito cercava di ridere in cinese,
poi solo dopo un po' incominciava a imparare
qualche parola ma senza mai dimenticare come
si faceva a ridere. Perché a volte basta
saper ridere per comunicare, ridere anche delle
incomprensioni, dei disagi. E naturalmente ridere
allegramente delle storie, come di quando lo
avevano fermato le guardie rosse e lui gli aveva
tradotto un foglio sgualcito che aveva in tasca
facendogli credere che fosse un permesso speciale
rilasciato dal governo.
Non
è certo frequente veder ridere qualcuno
da queste parti. A parte quelli che vengono
dalle valli più lontane come Otabek e
Fazlì, che hanno una maggior disponibilità
al riso che si accompagna pure a una mobilità
dello sguardo esercitata in spazi liberi, aperti,
invece sul volto degli altri si dipinge al massimo
un sorriso malinconico che facilmente intenerisce,
ma certo non spinge all'ilarità. Se infatti
non faccio fatica ad immaginare una risata cinese,
pur non essendo mai stato in Cina, farei invece
fatica a dire come ride la gente di qua.
Forse
esiste davvero una predestinazione, così
il mio carattere essenzialmente malinconico
mi ha portato fin qua, l'ilarità di Padre
Giuseppe in estremo oriente, dove anche le fisionomie
dei volti sembrano segnate da una naturale propensione
al riso e allo scherzo. Si pensi ad esempio
che proprio alcune popolazioni d'oriente, di
osservanza buddhista, pare siano responsabili
di uno dei più grandi scherzi mai riusciti
nella storia, perché sono riusciti a
diffondere e rendere credibile la voce dell'esistenza
di un potente sovrano cristiano, chiamato il
Prete Giovanni, che avrebbe fermato l'avanzata
islamica in questa parte del mondo, cosa che
i buddhisti non vedevano certo di buon occhio.
Questa leggenda del Prete Giovanni è
stata creduta per alcuni secoli ed è
arrivata fino all'Europa, tanto che pare abbia
dato fiducia anche a molti crociati che combattevano
in Palestina e si facevano forza della convinzione
che sarebbero stati presto raggiunti da quel
loro lontano alleato d'oriente, che in effetti
non è mai esistito.
Padre
Giuseppe però esiste davvero, l'ho visto
coi miei occhi. Ormai veste anche lui come un
cinese, con una casacca simile a quella che
si vede nei ritratti di Mao. E' un vecchietto
piuttosto minuto e pieno di vita, con ancora
tutti i suoi denti in bocca e una lunga barba
candida che mette allegria. Molto presto ritornerà
in Cina a ridere coi suoi contadini della Manciuria,
a cui racconterà ancora che sotto il
cielo siamo tutti fratelli perché abbiamo
un solo papà. Quando infatti nomina Dio
lo chiama sempre papà e non padre perché
forse si sente ancora un bambino, oppure perché
è davvero in quella confidenza affettuosa
che dovrebbe avere qualsiasi figlio nei confronti
del padre.
Ad
ogni modo tanti auguri a Padre Giuseppe e che
la pace sia con te, o se preferite salam aleykhum,
come si dice da queste parti, oppure in non
so come diavolo si dica in cinese.
XII.
La
casa sta per essere finita, Andrej viene solo
ogni tanto per fare qualche ritocco ma non vengono
più i due imbianchini armeni che negli
ultimi tempi gli davano una mano. Hanno finito
di tinteggiare proprio la vigilia di natale,
e quando io e Ljuda siamo tornati dalla messa
di mezzanotte li abbiamo trovati ubriachi che
festeggiavano la fine dei lavori e il natale
che era valido pure per loro (i russi devono
aspettare ancora un paio di settimane). Mi hanno
anche ripetutamente abbracciato e fatto più
volte gli auguri in armeno, fingendosi anche
un po' indispettiti perché io non riuscivo
mai a ripetere bene quelle poche parole dette
con la bocca impastata. Comunque sulle incomprensioni
prevaleva la voglia di abbracciarsi e fare festa.
E'
strano ritrovarsi improvvisamente senza più
smartellamenti e via vai per la casa. Anche
un po' disorientante perché sembra che
manchi qualcosa e allora sto sempre con le orecchie
tese, mi sento spiato da un silenzio a cui non
ero più abituato. E nel silenzio quelli
che camminano nel viottolo di fronte diventano
ancor più facilmente il mondo disincarnato
al di là del vetro, figure che partecipano
alla natura spettrale dell'inverno. Ieri pomeriggio
era un corteo funebre di uomini scuri che si
dirigevano in qualche casa là in fondo,
stamattina donne con la sporta della spesa.
Ma per il freddo niente più bambini che
giocano coi sassi e con la sabbia, solo gente
che passa.
Con
l'inverno il mondo si divide dagli uomini, e
sarà per questo che nel mondo da cui
provengo si vuole esorcizzare il distacco con
miriadi di luci e addobbi colorati. Qui, dove
la realtà è più nuda, cade
ogni illusione di vivacità e il visibile
si spoglia di tanti orpelli. Come l'anno scorso
di questi giorni, quando un poliziotto compiacente
ci aveva fatto entrare nel grande spiazzo del
Registan a Samarcanda, già chiuso alle
visite turistiche. Era il crepuscolo ed ero
con Ljuda e Carlo, e per la prima volta si poteva
finalmente passeggiare senza che ci fossero
mercanti che ti chiamano continuamente, nessun
turista in giro a caccia di immagini da mettere
nella scatoletta della macchina fotografica.
Ancora non avevano acceso neppure le luci e
le sagome delle enormi madrase si stagliavano
silenziose in una luce che svaniva. Una delle
attrattive turistiche più celebrate di
questo paese era finalmente solo una grande
natura morta, emblema di un tempo ormai morto,
trascorso e sepolto, che nel silenzio e la penombra
si tornava a percepire nella sua più
giusta lontananza. Perché quando il passato
lo si vuol troppo attualizzare si finisce poi
per renderlo illeggibile.
In
fondo la bellezza dell'inverno è proprio
questa grande natura morta che ci circonda.
Neppure un insetto che ronza nell'aria, e se
togliessimo di mezzo macchine e luce elettrica
e tutto il resto che è stato inventato
in così pochi anni, allora ci sarebbe
ancora la stalla del presepe, o se volete la
solita stalla dove i contadini per migliaia
di anni si sono raccontati delle storie. Un
poeta diceva giustamente che anche le metafore
e in generale tutte le immagini evangeliche,
così semplici e comprensibili fino a
poco tempo fa, sono ora diventate improvvisamente
oscure, lontane, qualcosa da tradurre in altre
parole per renderle comprensibili. Ma chi potrebbe
capire, adesso, il figlio di un falegname che
si rivolge a pescatori, pastori, contadini?
Chi saprebbe riconoscere un germoglio di zizzania
da uno di grano?
Adesso
la grande dignità e concretezza di quei
messaggi arriva invece sulle banconote che dominano
i destini del mondo, su ognuna delle quali si
può leggere a grandi lettere "In
God we trust". Il messaggio si riduce a
slogan pubblicitario, fra l'altro uno slogan
in palese contraddizione col messaggio a cui
dovrebbe ispirarsi, in quanto vorrebbe attribuire
a Dio ciò che sarebbe di Cesare, o viceversa.
Ma è un lapsus credo non casuale, perché
penso che il mondo non sia poi tanto lontano
dalla visione che appare all'apertura del terzo
sigillo dell'Apocalisse, quando irrompe un cavaliere
su un cavallo nero e una bilancia in mano che
annuncia il prezzo di un denaro per una razione
di grano e ancora un denaro per tre misure d'orzo,
cifre che solo pochissimi si potevano permettere
di pagare a quei tempi. Per gli altri voleva
dire la fame. Perciò è evidente
che certe profezie non sono poi così
lontane o campate per aria.
Ieri
sono stato in banca a ritirare dei dollari che
mi servivano per comprare il biglietto aereo
del mio prossimo viaggio in Italia. C'era una
fila di donne arrabbiate perché gli erano
state rifilate banconote vecchie che al mercato
non prendono. Il cassiere si giustificava dicendo
che ormai avevano solo quelle, perché
pare che negli ultimi tempi ci sia stata un'incetta
di valuta pregiata che ha svuotato le banche.
Il motivo non si sa, forse l'inflazione che
sta salendo vertiginosamente, qui come in tantissime
altre parti del mondo. Agli antipodi di qua,
in Argentina, nei giorni scorsi sono state assaltate
banche e palazzi del governo da gente infuriata
che s'è trovata in mano dei soldi che
non valgono più niente.
Ovviamente
non ci sono solo le bombe ad annientare la gente.
Ai tempi della Città del Pane e dei Postini
era ancora in vita l'idea suggestiva che fosse
giusto distribuire quel che c'era in parti più
o meno uguali. Probabile fosse solo un'idea,
la realtà era già allora tutt'altra
cosa, e spesso quest'idea era tanto più
forte quanto meno ci si appellava ad essa per
governare concretamente le sorti degli uomini.
Ma almeno era un'idea a cui riferirsi per figurarsi
una giustizia terrena che ora sembra solo un'idiota
favoletta, ormai screditata agli occhi del mondo.
Quando
sono arrivato qua una delle poche cose che potevo
sapere era che arrivavo in quel mondo dove un
tempo, non tanto tempo fa, quella favoletta
veniva dipinta come un destino ineluttabile
dell'umanità. Di quella favoletta non
posso dire di averne trovato molte tracce, se
non fantasmi che potevo crearmi a mio uso e
consumo come il fantomatico Valentìn
Ovieckin, o rare persone come il nonno di Ljuda
che continua a vivere come se quell'idea non
fosse mai svanita. E in questo senso il nonno
di Ljuda una strada può già indicarla,
cioè trasformare le idee in comportamenti,
che è l'unico modo perché le idee
non vengano sconfitte. Se si vuole anche un
destino paradossale, perché l'idea del
paradiso in terra, che voleva sbarazzarsi dei
troppi paradisi promessi, non può che
trasformarsi in un'altra speranza messianica,
lontana dalla realtà della storia. E
in fondo per me la differenza di essere qui
o altrove è che qui questa speranza si
può colorare di una nostalgia che altrove
farei più fatica a sentire, a vedere.
Perché, come in genere accade, il passato
si ripulisce di tante incongruenze e allora
diventa il tempo mitico della Città del
Pane, di quando i postini attraversavano la
città e portavano giornali e riviste
per vecchi e bambini.
XIII.
Fra
pochi giorni ripartirò per l'Italia dove
mi fermerò per poco più di tre
settimane. Laggiù, o lassù se
si vuole considerare l'ottavo piano, in qualsiasi
modo sarò comunque di nuovo nell'altro
mio mondo. E' la quarta volta che compio questo
tragitto di andata e ritorno, e più vado
avanti e più non so dove sto andando
o dove sto tornando. Se non ci fossero questi
sentori di catastrofi direi senz'altro che il
ritorno sarebbe dove sono qui, adesso, nella
casa che Andrej dovrebbe rifinire del tutto
quando sarò dall'altra parte, così
lui potrà mettere indisturbato la lacca
sulle assi della veranda e i gradini della scala.
Dico
questo non tanto perché adori o condivida
il paese in cui sono capitato, ma è perché
ho già provato la nostalgia delle gazze
che gridano in giardino, di questo silenzio
urbano che mi fa sentire dappertutto e realmente
da nessuna parte. Perché qui posso essere
anche altrove, mentre dall'altra parte sono
solo nel mondo in cui sto, e allora mi può
capitare di vagheggiare questo mondo di qua
come il richiamo a una libertà perduta.
Naturalmente
per questo mio viaggio solitario mi mancherà
soprattutto la risata così argentina
che esce dalla gola di Ljuda ogni volta che
l'abbraccio. Un dono inimmaginabile se penso
alla mia vita nell'altro mondo, se ripenso al
mio universo affettivo prima che arrivasse l'ospedale
a interrompere schermaglie inutilmente crudeli.
E'
innegabile, qui sono rinato a nuova vita. Quale
sia questa mia nuova vita è ancora difficile
da dire.
(III
- Fine)
Ndr:
La Città del Pane e dei Postini
è la seconda parte di un testo che comprende
altre due parti, che pubblicheremo a partire
dall'anno prossimo. È in via di definizione
una quarta parte, relativa a "un viaggio
che ho in mente di fare a inizio estate verso
un grande lago kirghiso sotto le montagne del
Tian Shan" (Giorgio Messori, febbraio
2003).