home home
idee per partire
col coltello
archivi
immagini
ZIB II serie
 Altre meraviglie
Diari divaganti  
 La città del Pane e dei Postini/ 3
  di Giorgio Messori

         IX.

di Emiliano Pireddu         L'inverno si avvicina e adesso si gela anche in casa, perché col freddo diminuisce la pressione del gas nella caldaia e la mattina faccio perfino fatica a far bollire la macchinetta del caffè. Così i momenti più caldi sono in macchina con Dima, oppure di notte nel cantuccio che mi scavo sotto un mucchio di coperte. Ma una conseguenza di questa precoce ondata di freddo è pure che nella guerra di quaggiù hanno aumentato i bombardamenti per farla finita una volta per sempre prima che il gelo paralizzi tutto. Adesso devono solo stanare dalle grotte quelli che non vorrebbero mai arrendersi, ma se ne parla sempre meno e già s'ipotizzano altre guerre perché questa sembra una storia ormai finita. Delle altre guerre ci sarà poi tempo per pensarci più avanti perché ora ci si deve preparare al natale, con già tante luci e festoni che invadono le notizie che mi arrivano dall'altro mondo.
         In una sua lettera Carlo mi diceva che per azzeccarci sul futuro bisogna essere paranoici. Allora se mai arriverò (non credo) all'età del nonno di Saida, quest'inverno freddo e buio mi sembrerà l'età dell'oro. In casa c'era musica, stavo seduto al computer col ciapan, il cappottone imbottito che usano da queste parti, e avevo molti amici a cui scrivere e se anche andavo fuori da solo, per conto mio, mi beavo dei colori dei bazar che allontanavano qualsiasi nostalgia del natale che non c'era. Si sarebbe detta una situazione ideale, scandita da un tempo sempre uguale che potevo modellarmi a mio piacere. In un certo senso una desiderabile eternità, perché m'immagino che anche in paradiso ci si debba sentire un po' estranei e incantati, con tanta gente che non conosci e lingue che non capisci.
         Ecco, in questo c'è forse una contraddizione, perché mi trovo qui con l'incarico d'insegnare una lingua e allora non potrei mai spiegare ai miei studenti il piacere di trovarsi in mezzo a gente che non si capisce cosa dice; e spiegargli magari che per me il paradiso è la possibilità di rimanere solo in mezzo agli altri senza avere l'ossessione di capirli. Perché questo è davvero un privilegio che possono avere solo gli stranieri e i bambini, e perciò sentirsi estranei è sempre un rivivere l'infanzia perché esistono solo volti, gesti, il sole che sorge e quello che cade e poi arriva la notte buia e fuori fa caldo oppure freddo.
         Da bambino non ricordo nemmeno se avevo paura del buio, ma non direi. Direi piuttosto che fosse una protezione, perché poi anche dopo non mi ha mai spaventato il nulla, il vuoto. Per intenderci non ho mai associato la morte al nulla, la mia paura è se mai sempre di qualcosa. Anche quando abitavo all'ottavo piano del mio palazzo nell'altro mondo, in momenti di sconforto o indifferenza potevo anche immaginare di buttarmi giù ma mi tratteneva sempre il dopo, che dopo in un certo modo avrei continuato ad esistere senza aver nemmeno la possibilità di compiere un gesto, fosse anche il gesto di farla finita per sempre che pensavo non avrei più potuto fare perché mi sarei ficcato in un circolo vizioso in cui non potevo decidere più niente. Per questo ho sempre pensato che fosse meglio fare le valige, perché nel partire non c'è mai niente d'irreparabile, anche se in fondo sono gesti che si somigliano (lo so che lo dice anche il proverbio che partire è un po' morire, ma non volevo riferirmi a un luogo comune: stavo solo pensando).
         Però c'è una cosa che ho notato, a questo proposito, cioè che fra le musiche amo di più ci sono opere che gli autori non hanno nemmeno potuto ascoltare perché sono state composte in una fine che si era ormai liberata di ogni fatica e ambizione per un dopo che si sapeva non ci sarebbe più stato. Sto pensando in particolare al Requiem di Mozart e allo Stabat Mater di Pergolesi, che potrei ascoltare ancora mille volte e continuerebbero a rimanere in uno splendore che non saprei mai definire a quale mondo appartenga. In un certo senso sono fra le musiche e le cantate più "terrestri" che conosca, ma proprio perché così terrestri e terrene (inni a una gioia e un dolore che tutti possono comprendere) ciononostante la loro estrema grazia e gratuità paiono davvero estranee a quelle che comunemente vengono definite le capacità espressive di un autore.
         Ovviamente non è che si possa competere con gli angeli. Quello che volevo dire è che per poter dire qualcosa bisognerebbe sempre mettersi in una condizione di commiato, perché da lì si possono spremere cose che altrimenti non uscirebbero mai. E in fondo per me arrivare qua, in questa Zona in cui sono scivolato quasi senza accorgermene, attraverso il tunnel di una notte nera che ho visto davvero, senza aver bisogno di alcuna metafora per immaginarla perché arrivare qua, penso, per me è stata soprattutto l'esperienza di un'interruzione repentina, l'affacciarmi su un vuoto che ora è la mia vita di tutti i giorni e in quanto tale riesce a dare corpo, immagini, a un commiato altrimenti muto.


         Quando ero bambino non sapevo di essere bambino. In un certo senso mi sentivo più grande di adesso, più responsabile e riflessivo di questo mio giocare a ritrovar l'infanzia. Ricordo che abitavo in una casa dai mattoni rossi e che da una parte c'era una strada dove già passavano macchine e camion, dall'altra un recinto che impediva di raggiungere il fiume in cui sarei potuto annegare. I confini del mondo erano precisi, limitati. Perciò l'esperienza più forte, in quei miei primi anni, è stata l'anoressia, poiché a un certo punto mi sono rifiutato di mangiare in mezzo agli altri, in famiglia, e riuscivo a ingoiare qualcosa solo se mia madre mi portava a mangiare da qualche altra parte. Poteva essere un semolino dalla vecchia maestra di scuola, la bistecca dalla mamma del benzinaio.
         I miei primi viaggi sono collegabili a odori e sapori che altrove mi sembravano invitanti e che invece erano insopportabili a casa mia. Forse, lo dico col senno del poi, non è poi cambiato tanto da allora. Adesso che mi trovo qua, all'Estero, ci sono cose che mi manderebbero su tutte le furie se solo fossi a casa mia. Ma qui sfumano in un colore più tenue, tutto diventa più pastellato, come una stampa d'altri tempi dove anche le presenze, le figure sulla scena sono sempre un po' impalpabili, sognanti.


         C'era una volta un bambino che abitava in una casa rossa. Quasi ogni giorno giocava in un cortile recintato da una rete metallica, dietro la quale gli avevano detto che scorrazzava un gatto selvatico. Lui non sapeva che animale fosse, lo immaginava una via di mezzo fra una tigre e un gatto domestico. Dall'altra parte c'era invece una strada già trafficata, dove una volta il suo cane era stato investito da un camion che non l'aveva ucciso, l'aveva solo colpito in testa lasciandolo confuso e col cranio un po' schiacciato. Da quel momento, con quella testa piatta, al bambino è sembrato che il cane fosse ancor più suo, perché non ce n'erano altri fatti così. Fra l'altro la botta in testa aveva reso il cane più pauroso, perciò adesso evitava anche lui di avventurarsi oltre la rete metallica per azzuffarsi col gatto selvatico. In un certo modo il cane e il bambino arrivarono ad assomigliarsi sempre di più: il cane diventato un po' bambino, il bambino silenzioso e timoroso come quel cane investito dal camion.
         Buona parte della mia prima infanzia potrebbe stare dentro questa storiella, ricordi così sfumati e lontani da diventare anche per me improbabili, ma non per questo meno veri. Poi sono arrivati i giri dalle amiche di mia madre perché in casa non volevo mangiarci più. Da allora ad adesso è passato solo del tempo, ma niente di così cruciale da indicare svolte altrettanto importanti, fondamentali. Perché non so come, a un certo punto della mia vita, credo intorno ai due anni, ho scoperto la grande forza che poteva venire da un rifiuto, e forse anche per questo mi sono sentito immediatamente solidale coi greci e la loro Festa del No.
         Il no è sempre una decisione che poi non ti costringe a scegliere continuamente cosa fare. Perché semplicemente ti obbliga a imboccare un'altra strada, senza necessariamente sapere dove porta. Anche i greci arrivati più di cinquant'anni fa non sapevano certo dove sarebbero arrivati, volevano soltanto crearsi una Grecia diversa, un paese che continuano a celebrare anche adesso e che probabilmente non esiste altrove, se mai è esistito. Naturalmente il mio vantaggio, rispetto a loro, è che il mio non è nessun esilio, posso andare e venire quando voglio. Ma a volte mi capita d'immaginarmi di stare qua per sempre, seguendo semplicemente l'inerzia dei giorni che passano, dell'inverno che arriva e poi verrà la primavera e allora per la festa del Navruz potrei andare a Samarcanda a vedere lo spettacolo dei cavalieri che si contendono la carcassa del montone, che ancora non ho visto. E' un gioco molto antico e truculento, che ricorda l'asprezza di una vita nomade che ancora in certe zone esiste.
         Quello che volevo dire è che se dici no non ci vuole poi tanto coraggio, non devi neppure diventare troppo diverso dal bambino chiuso nel cortile, perché saranno le cose stesse a portarti altrove. Se ancora fossi a casa mia, all'ottavo piano di un altro mondo, certo non mi organizzerei mai per andare a vedere degli uomini a cavallo che si battono per la carcassa di un montone, sarebbe un gioco troppo violento che non m'interesserebbe vedere. Ma stando qua è come fare una scampagnata, visitare una fiera di paese. Perché basta spostarsi che cambia sempre tutto, e anche la pappa di casa tua ha un altro odore, un sapore diverso.


         X.

         A forza di gelare è arrivata anche la febbre, evidentemente non è bastato il ciapan e neppure la stufetta elettrica presa qualche giorno fa. Comunque mezza città è a letto con l'influenza, e chi lavora in ufficio o nei negozi si copre già da tempo naso e bocca con una mascherina di garza per non farsi infettare. I primi giorni ch'ero qua pensavo che queste mascherine fossero la modernizzazione di un'usanza religiosa. E' stato Dima a spiegarmi che era una misura profilattica, che era per non beccarsi dei germi che i commessi ai magazzini generali si abbigliavano da chirurghi, a volte indossando pure il camice bianco perché i germi non s'infiltrassero nei vestiti.
         Ricordo questo particolare perché per me, all'inizio, era naturalmente tutto più esotico, remoto, e così vedere i commessi con la mascherina di garza era già assistere a una strana apparizione. Anche l'idea che esistessero i magazzini generali, non super o ipermercati, era un imprevisto ritorno a quand'ero bambino che con mia madre andavo a Milano a visitare i grandi magazzini. Non che fossero simili, i grandi magazzini che allora c'erano a Milano e i magazzini generali di qua, ma in comune c'è l'idea di posti dove si può trovare un po' di tutto ma non tutto, non come nei mastodontici ipermercati di adesso dove bisogna che ci sia davvero tutto, anche più di quel che c'è. Per intenderci qui le cose bisogna ancora cercarle, non ti cascano addosso, e perciò anche far la spesa è più simile a una lenta esplorazione che non a una cernita frenetica e nervosa.
         Credo di averlo già detto: arrivare in questa città per me è stato soprattutto uscire dalla città, la città che nell'altro mondo ha ormai invaso anche i paesi, i villaggi. E se stai fuori dalla città anche le notizie arrivano sempre da lontano perché le cose più vere sono sempre quelle che puoi vedere, quelle più vicine, come la frutta e la verdura che si può trovare solo in certe stagioni. Sembrano cose banali ma non è poco, perché scoprire la benedizione di un sole che ti può scaldare anche d'inverno, quando fa freddo, è un po' la stessa cosa che accorgersi che il gesto di una donna è il gesto di una donna, qualcosa che nell'altro mondo stavo già dimenticando. Invece qui non so come mi è più facile, forse perché esiste un vuoto che altrove si vorrebbe cancellare e che invece mi pare una garanzia che anche la cosa più piccola, anche una cosa intravista con la coda dell'occhio possa diventare un'immagine che respira libera nell'aria.
         A voler essere lucidi e paranoici, come suggeriva Carlo, direi che le guerre saranno tanto più inevitabili quanto più si estenderà una Città del Mondo che vorrebbe inglobare tutto, perché bisognerà pure escogitare qualcosa che rompa questo pieno dove rischieremmo di soffocare. Purtroppo gli uomini conoscono la guerra, che non è certo la migliore soluzione, e adesso che c'è la televisione si possono anche mostrare guerre che picchiano sempre più forte in luoghi sperduti, improbabili, fra montagne inaccessibili o deserti infuocati. Ciononostante anche questo è qualcosa che sarà ancora possibile solo fin quando la televisione risulterà credibile (di nuovo un luogo comune: lo dice la tivù). In questo momento, credo, c'è ancora un'alleanza fra chi vorrebbe distruggere questo mondo e chi lo sta invece amministrando. Ma quando si romperà questa alleanza, e prima e poi dovrebbe accadere, cosa succederà?


         Naturalmente con la febbre si possono alternare congestioni deliranti a momenti in cui tutto è molto più ovattato, rallentato: variazioni del termometro e dell'umore. A dir la verità, se non ci si mette a inseguire troppe fantasie qui tutto sembra ancor più tranquillo, solo i lavori in casa procedono a un ritmo consueto se non ancor più intenso, perché Andrej si è messo in testa di finire tutto entro il capodanno. A volte lo sento smartellare anche di notte, o se mi alzo per pisciare lo trovo sulla veranda che segna con la matita dei pezzi di legno che poi segherà l'indomani. Mancano le solite rifiniture che prendono sempre più tempo dei lavori grossi, cosette tipo i corrimani della scala, la tettoia da fare sopra la porta che va in giardino, le pareti di sopra da tinteggiare. E ora che la guerra sembra più lontana anche una bella casa non è più un'idea così pazzesca.
         Strano perché non è passato tanto tempo, eppure tutti sembrano aver scordato la paura di andare ai bazar, di frequentare i ristoranti più in vista. D'altronde qualche bomba era già scoppiata un paio d'anni prima che iniziasse la guerra, e queste sono cose che ormai possono capitare anche se le bombe non arrivano dal cielo e schiere di soldati non si sparano addosso, se insomma si è in una situazione di pace. E' probabile che il futuro ci riservi una stabilità dove un agguato improvviso possa sempre accadere, che è d'altronde quel che già raccontano giornali e tivù. Perché non ci vuol tanto ad essere paranoici, basta tenersi un po' informati.
         Perciò sono convinto sia sempre meglio credere a quel che c'è, alla veranda che profuma di legno dopo che Andrej ha segato qualche asse, a un cielo che minaccia neve e allora cresce il desiderio di stare in casa con la febbre quando fuori tutto s'imbianca. Se il futuro non è troppo lontano non si tingerà mai di alcuna apocalisse, resterà nella frequenza delle piccole speranze che si susseguono giorno per giorno: la voglia che la casa sia finita presto, il desiderio di svegliarsi domattina e trovare la città nascosta dalla neve.
         Naturalmente le piccole speranze si portano dietro pure le piccole preoccupazioni, come la tosse di Ljuda che non vuol passare, le scadenze di lavoro da rispettare entro la fine dell'anno. Ma è così che vivono gli uomini, con l'agenda in mano e l'altra mano nel cuore sperando non succedano cattivi imprevisti. Il presente, io qui imbottito di aspirine in una stanza illuminata, è spesso troppo futile per potergli credere.


         Una delle controindicazioni delle febbriciattole è che ti conducono a un'eccessiva introspezione che porta di filato al malumore. La stessa cosa non succede quando si è in ospedale, perché nell'ospedale c'è una stacco troppo forte che non può scivolare in quella pigrizia che diventa poi scorbutica, scontrosa. Difficile essere ingrugnati all'ospedale perché all'ospedale siamo di fronte al vuoto (per questo mi raffiguravo una stanza d'ospedale per la svolta cruciale nella storia del mio presunto terrorista).
         Ecco, io credo di aver cominciato ad arrivare qui, dove sono adesso, quando quattro anni prima di partire sono stato ricoverato per un paio di settimane all'ospedale, per la prima volta in vita mia. Un ricovero provvidenziale, perché mi ha fatto concludere un tragitto di vita che altrimenti non avrei saputo interrompere. Grazie all'ospedale c'è stato un prima e un dopo.
         Io e Ljuda, ce lo siamo detti più volte, ci siamo conosciuti all'ospedale perché, più o meno contemporaneamente a quando c'ero io, in un ospedale era stata ricoverata anche lei per una piccola operazione. Dunque una situazione analoga, seppur a migliaia di chilometri di distanza: per me voleva dire troncare un periodo di vita e di conseguenza il desiderio di un'altra vita e un altro mondo, per lei l'occasione di cominciare a studiare l'italiano perché in ospedale s'era portata dietro un manuale d'italiano senza nemmeno chiedersi cosa la sarebbe servito studiare una lingua che difficilmente avrebbe potuto parlare con qualcuno. La prima persona con cui ha potuto usarlo sono stato in effetti io, a quasi quattro anni di distanza dall'inizio di quegli studi solitari.
         Perché due persone si possano incontrare bisogna naturalmente che ci sia uno spazio disponibile ad accogliere l'incontro. Con Ljuda questo spazio ha cominciato a crescere quattro anni prima che ci incontrassimo, quando siamo entrati tutt'e due in ospedale. Certo nella mia stanza io non potevo immaginarmi Ljuda o qualsiasi altra persona che in quel momento era in un'altra stanza d'ospedale e che avrei incontrato quattro anni dopo, in un luogo che fra l'altro non avrei saputo dire neppure dove fosse. Ma quando ci s'immagina l'esistenza di un dio, di qualcosa che non riusciamo a capire come funziona ma è pertinente a un mistero non astratto, teorico, perché qualche segnale di questo mistero si rende tangibile, allora credo che si possano immaginare storie di questo tipo, incontri che si preannunciano a così grandi distanze di spazio e di tempo. Da qui a riconoscere un dio la strada è ancora lunga, però è giusto riconoscere le misteriose coincidenze che capitano nella vita, nel mio caso la singolare coincidenza ospedaliera che ha reso possibile l'incontro fra me e Ljuda.


         Quando sono entrato all'ospedale c'era una brutta pioggia che annunciava l'arrivo dell'autunno dopo un settembre soleggiato. In quel periodo avevo ospite a casa mia Karim, un ragazzo marocchino venuto a trovarmi perché voleva cercare nel nord dell'Italia un lavoro migliore di quello che aveva trovato al sud. Ricordo di avergli telefonato verso sera dicendogli che mi ero sentito male e all'ospedale mi avevano trattenuto perché avevo la pressione troppo alta, così avevano deciso di farmi delle analisi per capirci meglio. Io volevo solo avvertirlo di non aspettarmi a cena ma Karim, una volta saputo del ricovero, è venuto subito a trovarmi e anche nei giorni successivi arrivava ogni sera per sentire come stavo e informarmi delle sue ricerche di lavoro. Era strano perché, seppur in un ambiente diverso, abbiamo continuato le nostre abitudini inaugurate solo qualche giorno prima, cioè far due chiacchiere assieme prima di andare a dormire. Infatti era sempre lui, il mio ospite marocchino, l'ultima persona che veniva a trovarmi nel corso della giornata. Poi io andavo a letto e lui a casa mia.
         Una delle comodità del mio appartamento in Italia è di essere a due passi dall'ospedale, una passeggiata di cinque minuti che è sempre stata una delle mie preferite, soprattutto entrare nel piccolo parco dietro la parte vecchia dell'ospedale dove sono stato poi ricoverato. E' un parco che mi è sempre piaciuto perché non è frequentato praticamente da nessuno, se non da infermieri frettolosi che hanno altro a cui pensare; perciò ho sempre considerato quel parco come il mio giardino segreto, quasi il giardino di casa mia. Così in quei giorni all'ospedale non ero in un luogo totalmente estraneo, solo dall'altra parte del giardino.
         La differenza era che in ospedale sul giardino mi affacciavo direttamente, stazionando perciò tutto il giorno nella meta preferita dalle mie passeggiate solitarie. Allora sarà stata l'eco di quelle abitudini meditative, oppure perché specie i primi giorni nelle crisi ipertensive e ipocondriache ho avuto anche paura di morire, però pian piano in ospedale mi sono sentito rinascere, nel senso che tutto quello che prima mi turbava diventava un po' alla volta irrilevante, stupidaggini da niente. Col passare dei giorni la paura è stata se mai quella di dover prima o poi uscire dall'ospedale e ritrovarmi ancora in mezzo alla mia vita di prima. Ed è stato in quell'umore, credo, che ha cominciato a crescere un desiderio di partire, andarmene.
         Le visite serali di Karim erano forse le più gradite perché più di altri lui mi era felicemente estraneo, nel senso che quasi non lo conoscevo in quanto era venuto a casa mia perché fidanzato da tempo con la figlia di un amico, ma prima c'eravamo incontrati solo due o tre volte di sfuggita. Inoltre lui era lo straniero a cui ovviamente era estraneo tutto, arrivato solo qualche giorno prima del mio ricovero, e allora sentivo che quelle chiacchierate serali potevano essere anche per lui preziosi momenti d'intimità, un'intimità labile e però profonda, come si può facilmente instaurare nella penombra di un corridoio d'ospedale.


         Quand'ero nell'altra casa, all'ottavo piano dell'altro mondo, verso la città in cui ho passato la maggior parte della mia vita sentivo un legame soprattutto quando arrivavano ospiti che venivano da lontano. Attraverso di loro riuscivo ad apprezzare angoli nascosti scoperti in qualche passeggiata, piccoli abitudini che altrimenti ritenevo noiose. Con gli occhi di un altro, di uno che veniva da fuori, pure le cose più abituali acquistavano un insolito splendore.
         Quando l'estate scorsa sono stato per qualche giorno in quella città con Ljuda, le ho chiesto di fare delle fotografie per farmi capire come la vedeva lei questa città, e le prime immagini che ha fatto sono state quelle dei suoi piedi sui sampietrini di Piazza Fontanesi, i gerani ai davanzali delle finestre, qualche cornicione. Erano cose che trovava particolarmente belle, o insolite (qui ad esempio la pavimentazione delle piazze è quasi sempre in lastroni di cemento).
         Comunque ci dev'essere qualche condizionamento perché anch'io, quando sono in quella città con qualcuno che viene da lontano, mi metto a indicare le cose col dito per dire di guardare qui o guardar là ed io stesso finisco per seguire quelle indicazioni come se vedessi qualcosa di nuovo. Forse capita a tutti di sentirsi un po' estranei se si va a passeggio per la propria città con uno che viene da fuori, e questa lieve euforia può anche trasformare la vista del luogo più abituale in un'esplorazione intima, come se un selciato o il cornicione di una casa potessero diventare lo specchio di un'anima che è passata da lì tante volte senza nemmeno farci caso.
         Naturalmente questo effetto è molto più facile raggiungerlo se si è davvero stranieri, se si passeggia realmente per una città estranea, lontana. Un'osservazione del genere l'aveva già fatta un filosofo tedesco quando aveva scritto che arrivando a Mosca aveva scoperto Berlino, la sua città. Perché per entrare nei labirinti della memoria bisogna sempre perdersi, cosa che ovviamente è più agevole se ci muoviamo in uno spazio che ancora non padroneggiamo. Allora davvero qualsiasi gesto, una luce particolare, la tonalità di un intonaco diventano cose che riverberano altre luci, gesti, tonalità.


         XI.

di Emiliano Pireddu         Natale con un po' di neve ma senza nessun natale per le strade. Ai tempi della Città dei Postini pare che anche qui mettessero luminarie e addobbassero alberi per salutare l'anno vecchio e accogliere il nuovo, ma ora ci sono altre preoccupazioni e più miseria, cioè meno voglia di festeggiare e buttar via dei soldi. Ovviamente non si può tanto celebrare il tempo quando il tempo è solo quello dell'incertezza del domani.
         Io comunque mi sono rimesso in piedi e la vigilia di natale mi ha portato un dono che per queste zone è molto insolito: la nebbia, una nebbia fitta che ha ammantato di mistero la scialba uniformità invernale della città. Così sarà stata anche la nebbia o altre suggestioni, ma per la prima volta da anni ho deciso di andare alla messa di mezzanotte. Ci sono andato con Ljuda e Sabrina dopo un cenone di natale da Elisabeth e Oreste, dove c'erano tanti altri che però non hanno voluto seguirci nelle nostre fantasie. Neppure Oreste che s'era messo un farfallino da cameriere e per tutta la serata ha servito da bere a tutti e sembrava il più propenso a seguire quella svolta imprevista, che appunto perché imprevedibile gli sembrava felice, anarchica.
         Quest'idea a dir la verità non è stata così estemporanea. Mi era venuta un paio di giorni prima quando, nel rituale pranzo d'auguri dall'ambasciatore, avevo chiacchierato per un bel po' con un francescano ultraottantenne nato dalle parti di Padova ed arrivato da poco in città per fare assistenza spirituale a dei coreani che lavorano qui. Avevano mandato lui perché in Corea c'era andato all'inizio degli anni cinquanta rimanendoci poi per tanti anni. Ora vive per lo più in Cina, da cui a suo tempo era stato scacciato non appena avevano preso il potere i maoisti che gli avevano inflitto pure alcuni mesi di galera. E al pranzo dall'ambasciatore questo vecchio francescano me ne aveva raccontate di tutti i colori, ma sempre con una disponibilità all'ilarità che mi aveva immediatamente ricordato la stupefacente letizia che avevo visto in un vecchio film di Rossellini, dove si racconta di quando San Francesco aveva cominciato a raccogliere la sua confraternita. E' un film che amo molto perché fra i tanti che hanno fatto su quel santo è l'unico che riesca ad avvicinarsi a quella mirabile idiozia che mi sembra l'insegnamento più duraturo di San Francesco, una lezione che va al di là di qualsiasi tempo storico e anche oltre la stessa religione cattolica.
         Dunque il fatto che la messa di natale fosse officiata da Padre Giuseppe (così si chiama quel frate) mi ha fatto uscire volentieri per inoltrarmi nella nebbia verso la chiesa cattolica costruita dai polacchi, che prima avevo visto solo da lontano. Con la nebbia così fitta la chiesona polacca poteva ricordare anche una cattedrale francese, perché la coltre nebbiosa cancellava i segni più evidenti della sua recente costruzione. E questa è una cosa che so per esperienza, perché quando calava la nebbia, al mio ottavo piano dell'altro mondo, la sommità del palazzo di fronte prendeva la sagoma di una pagoda cinese, altre volte poteva essere una nave in mezzo al mare o un astronave persa nel cielo.
         Ma per tornare alla mia messa di mezzanotte, dopo aver attraversato il sagrato di una cattedrale francese sono sceso nella cripta dove Padre Giuseppe officiava per i pochi italiani di qua. I suoi coreani li aveva dirottati di sopra, alla messa grande celebrata un po' in russo e un po' in inglese. E devo dire che la conventicola della cripta non mi ha fatto pentire di essere andato a messa, un po' perché mi divertivo a spiare facce già conosciute, un po' perché la vitalità gioiosa di Padre Giuseppe non poteva che essere contagiosa. Si può dire che lui sia un bambino dalla lunga barba bianca, una barba così accogliente che una volta ad Assisi, mi aveva raccontato, il Dalai Lama quando l'aveva vista aveva voluto sfregarci contro la sua testa rasata. Perché per i cinesi, mi diceva, le parti di un corpo riescono a trasmettere anche l'anima e il carattere, tanto che possono arrivare perfino a mangiarsi un pezzo del cervello di una persona se pensano che quella persona fosse particolarmente intelligente. Questa era una cosa che aveva visto coi suoi occhi, nelle campagne cinesi, ma non pretendeva nemmeno di giudicarla perché per lui anche le usanze più strane sono sempre manifestazioni di un'umanità strettamente imparentata alla divinità. Non bisogna mai dimenticare, mi diceva, che l'uomo è a immagine di Dio e dunque siamo tutti fratelli che hanno uno stesso papà, e questa era una cosa che ricordava sempre a tutti, coreani o cinesi, filippini o australiani, per citare le popolazioni fra cui aveva vissuto.
         D'altronde della sua fede Padre Giuseppe è così convinto d'aver perfino messo in crisi un poliziotto che voleva ucciderlo, facendogli credere che tirare il grilletto era solo una scorciatoia per aprirgli le porte di un mondo che desiderava, togliendo perciò al suo carnefice la ragione stessa di ucciderlo. E anche se io non ho certo ben chiaro cosa sarà dopo la morte, solo un mucchio di dubbi e nessuna certezza, sono però ugualmente convinto che la forza di un sorriso e una resistenza inerme siano l'unico antidoto per contrastare una violenza che vuole annientarti. Questa la vedo anche l'unica strada per uscire dal giogo di faide e vendette a cui il mondo è fedelmente sottomesso, la vera religione dell'umanità da tempi immemorabili e a cui gli uomini volentieri sottomettono il loro stesso dio.


         Al pranzo dall'ambasciatore Padre Giuseppe mi raccontava che già da bambino sognava di predicare in giro per il mondo. Allora non aveva naturalmente una grande cultura religiosa, sapeva soltanto che i preti si vestivano di nero e i frati di marrone, e lui istintivamente preferiva quelli vestiti di marrone anche perché i neri non andavano mai tanto lontano, rimanevano per lo più nei paraggi di casa. Perciò quando sua madre l'aveva accompagnato al seminario lui aveva detto decisamente di no, e anche quando erano stati a un primo convento era rimasto deluso perché aveva saputo che quei frati non uscivano mai. Solo in un secondo convento il suo cuore si era aperto e aveva chiesto a sua madre di rimanere, perché alla porta del convento aveva letto che lì preparavano quelli che poi sarebbero usciti nelle missioni in giro per il mondo.
         Da allora sono passati settant'anni e migliaia e migliaia di chilometri percorsi. Mi diceva che quando arrivava in un paese nuovo, per esempio la Cina, subito cercava di ridere in cinese, poi solo dopo un po' incominciava a imparare qualche parola ma senza mai dimenticare come si faceva a ridere. Perché a volte basta saper ridere per comunicare, ridere anche delle incomprensioni, dei disagi. E naturalmente ridere allegramente delle storie, come di quando lo avevano fermato le guardie rosse e lui gli aveva tradotto un foglio sgualcito che aveva in tasca facendogli credere che fosse un permesso speciale rilasciato dal governo.


         Non è certo frequente veder ridere qualcuno da queste parti. A parte quelli che vengono dalle valli più lontane come Otabek e Fazlì, che hanno una maggior disponibilità al riso che si accompagna pure a una mobilità dello sguardo esercitata in spazi liberi, aperti, invece sul volto degli altri si dipinge al massimo un sorriso malinconico che facilmente intenerisce, ma certo non spinge all'ilarità. Se infatti non faccio fatica ad immaginare una risata cinese, pur non essendo mai stato in Cina, farei invece fatica a dire come ride la gente di qua.
         Forse esiste davvero una predestinazione, così il mio carattere essenzialmente malinconico mi ha portato fin qua, l'ilarità di Padre Giuseppe in estremo oriente, dove anche le fisionomie dei volti sembrano segnate da una naturale propensione al riso e allo scherzo. Si pensi ad esempio che proprio alcune popolazioni d'oriente, di osservanza buddhista, pare siano responsabili di uno dei più grandi scherzi mai riusciti nella storia, perché sono riusciti a diffondere e rendere credibile la voce dell'esistenza di un potente sovrano cristiano, chiamato il Prete Giovanni, che avrebbe fermato l'avanzata islamica in questa parte del mondo, cosa che i buddhisti non vedevano certo di buon occhio. Questa leggenda del Prete Giovanni è stata creduta per alcuni secoli ed è arrivata fino all'Europa, tanto che pare abbia dato fiducia anche a molti crociati che combattevano in Palestina e si facevano forza della convinzione che sarebbero stati presto raggiunti da quel loro lontano alleato d'oriente, che in effetti non è mai esistito.
         Padre Giuseppe però esiste davvero, l'ho visto coi miei occhi. Ormai veste anche lui come un cinese, con una casacca simile a quella che si vede nei ritratti di Mao. E' un vecchietto piuttosto minuto e pieno di vita, con ancora tutti i suoi denti in bocca e una lunga barba candida che mette allegria. Molto presto ritornerà in Cina a ridere coi suoi contadini della Manciuria, a cui racconterà ancora che sotto il cielo siamo tutti fratelli perché abbiamo un solo papà. Quando infatti nomina Dio lo chiama sempre papà e non padre perché forse si sente ancora un bambino, oppure perché è davvero in quella confidenza affettuosa che dovrebbe avere qualsiasi figlio nei confronti del padre.
         Ad ogni modo tanti auguri a Padre Giuseppe e che la pace sia con te, o se preferite salam aleykhum, come si dice da queste parti, oppure in non so come diavolo si dica in cinese.


         XII.

         La casa sta per essere finita, Andrej viene solo ogni tanto per fare qualche ritocco ma non vengono più i due imbianchini armeni che negli ultimi tempi gli davano una mano. Hanno finito di tinteggiare proprio la vigilia di natale, e quando io e Ljuda siamo tornati dalla messa di mezzanotte li abbiamo trovati ubriachi che festeggiavano la fine dei lavori e il natale che era valido pure per loro (i russi devono aspettare ancora un paio di settimane). Mi hanno anche ripetutamente abbracciato e fatto più volte gli auguri in armeno, fingendosi anche un po' indispettiti perché io non riuscivo mai a ripetere bene quelle poche parole dette con la bocca impastata. Comunque sulle incomprensioni prevaleva la voglia di abbracciarsi e fare festa.
         E' strano ritrovarsi improvvisamente senza più smartellamenti e via vai per la casa. Anche un po' disorientante perché sembra che manchi qualcosa e allora sto sempre con le orecchie tese, mi sento spiato da un silenzio a cui non ero più abituato. E nel silenzio quelli che camminano nel viottolo di fronte diventano ancor più facilmente il mondo disincarnato al di là del vetro, figure che partecipano alla natura spettrale dell'inverno. Ieri pomeriggio era un corteo funebre di uomini scuri che si dirigevano in qualche casa là in fondo, stamattina donne con la sporta della spesa. Ma per il freddo niente più bambini che giocano coi sassi e con la sabbia, solo gente che passa.


         Con l'inverno il mondo si divide dagli uomini, e sarà per questo che nel mondo da cui provengo si vuole esorcizzare il distacco con miriadi di luci e addobbi colorati. Qui, dove la realtà è più nuda, cade ogni illusione di vivacità e il visibile si spoglia di tanti orpelli. Come l'anno scorso di questi giorni, quando un poliziotto compiacente ci aveva fatto entrare nel grande spiazzo del Registan a Samarcanda, già chiuso alle visite turistiche. Era il crepuscolo ed ero con Ljuda e Carlo, e per la prima volta si poteva finalmente passeggiare senza che ci fossero mercanti che ti chiamano continuamente, nessun turista in giro a caccia di immagini da mettere nella scatoletta della macchina fotografica. Ancora non avevano acceso neppure le luci e le sagome delle enormi madrase si stagliavano silenziose in una luce che svaniva. Una delle attrattive turistiche più celebrate di questo paese era finalmente solo una grande natura morta, emblema di un tempo ormai morto, trascorso e sepolto, che nel silenzio e la penombra si tornava a percepire nella sua più giusta lontananza. Perché quando il passato lo si vuol troppo attualizzare si finisce poi per renderlo illeggibile.
         In fondo la bellezza dell'inverno è proprio questa grande natura morta che ci circonda. Neppure un insetto che ronza nell'aria, e se togliessimo di mezzo macchine e luce elettrica e tutto il resto che è stato inventato in così pochi anni, allora ci sarebbe ancora la stalla del presepe, o se volete la solita stalla dove i contadini per migliaia di anni si sono raccontati delle storie. Un poeta diceva giustamente che anche le metafore e in generale tutte le immagini evangeliche, così semplici e comprensibili fino a poco tempo fa, sono ora diventate improvvisamente oscure, lontane, qualcosa da tradurre in altre parole per renderle comprensibili. Ma chi potrebbe capire, adesso, il figlio di un falegname che si rivolge a pescatori, pastori, contadini? Chi saprebbe riconoscere un germoglio di zizzania da uno di grano?
         Adesso la grande dignità e concretezza di quei messaggi arriva invece sulle banconote che dominano i destini del mondo, su ognuna delle quali si può leggere a grandi lettere "In God we trust". Il messaggio si riduce a slogan pubblicitario, fra l'altro uno slogan in palese contraddizione col messaggio a cui dovrebbe ispirarsi, in quanto vorrebbe attribuire a Dio ciò che sarebbe di Cesare, o viceversa. Ma è un lapsus credo non casuale, perché penso che il mondo non sia poi tanto lontano dalla visione che appare all'apertura del terzo sigillo dell'Apocalisse, quando irrompe un cavaliere su un cavallo nero e una bilancia in mano che annuncia il prezzo di un denaro per una razione di grano e ancora un denaro per tre misure d'orzo, cifre che solo pochissimi si potevano permettere di pagare a quei tempi. Per gli altri voleva dire la fame. Perciò è evidente che certe profezie non sono poi così lontane o campate per aria.


         Ieri sono stato in banca a ritirare dei dollari che mi servivano per comprare il biglietto aereo del mio prossimo viaggio in Italia. C'era una fila di donne arrabbiate perché gli erano state rifilate banconote vecchie che al mercato non prendono. Il cassiere si giustificava dicendo che ormai avevano solo quelle, perché pare che negli ultimi tempi ci sia stata un'incetta di valuta pregiata che ha svuotato le banche. Il motivo non si sa, forse l'inflazione che sta salendo vertiginosamente, qui come in tantissime altre parti del mondo. Agli antipodi di qua, in Argentina, nei giorni scorsi sono state assaltate banche e palazzi del governo da gente infuriata che s'è trovata in mano dei soldi che non valgono più niente.
         Ovviamente non ci sono solo le bombe ad annientare la gente. Ai tempi della Città del Pane e dei Postini era ancora in vita l'idea suggestiva che fosse giusto distribuire quel che c'era in parti più o meno uguali. Probabile fosse solo un'idea, la realtà era già allora tutt'altra cosa, e spesso quest'idea era tanto più forte quanto meno ci si appellava ad essa per governare concretamente le sorti degli uomini. Ma almeno era un'idea a cui riferirsi per figurarsi una giustizia terrena che ora sembra solo un'idiota favoletta, ormai screditata agli occhi del mondo.
         Quando sono arrivato qua una delle poche cose che potevo sapere era che arrivavo in quel mondo dove un tempo, non tanto tempo fa, quella favoletta veniva dipinta come un destino ineluttabile dell'umanità. Di quella favoletta non posso dire di averne trovato molte tracce, se non fantasmi che potevo crearmi a mio uso e consumo come il fantomatico Valentìn Ovieckin, o rare persone come il nonno di Ljuda che continua a vivere come se quell'idea non fosse mai svanita. E in questo senso il nonno di Ljuda una strada può già indicarla, cioè trasformare le idee in comportamenti, che è l'unico modo perché le idee non vengano sconfitte. Se si vuole anche un destino paradossale, perché l'idea del paradiso in terra, che voleva sbarazzarsi dei troppi paradisi promessi, non può che trasformarsi in un'altra speranza messianica, lontana dalla realtà della storia. E in fondo per me la differenza di essere qui o altrove è che qui questa speranza si può colorare di una nostalgia che altrove farei più fatica a sentire, a vedere. Perché, come in genere accade, il passato si ripulisce di tante incongruenze e allora diventa il tempo mitico della Città del Pane, di quando i postini attraversavano la città e portavano giornali e riviste per vecchi e bambini.


         XIII.

         Fra pochi giorni ripartirò per l'Italia dove mi fermerò per poco più di tre settimane. Laggiù, o lassù se si vuole considerare l'ottavo piano, in qualsiasi modo sarò comunque di nuovo nell'altro mio mondo. E' la quarta volta che compio questo tragitto di andata e ritorno, e più vado avanti e più non so dove sto andando o dove sto tornando. Se non ci fossero questi sentori di catastrofi direi senz'altro che il ritorno sarebbe dove sono qui, adesso, nella casa che Andrej dovrebbe rifinire del tutto quando sarò dall'altra parte, così lui potrà mettere indisturbato la lacca sulle assi della veranda e i gradini della scala.
         Dico questo non tanto perché adori o condivida il paese in cui sono capitato, ma è perché ho già provato la nostalgia delle gazze che gridano in giardino, di questo silenzio urbano che mi fa sentire dappertutto e realmente da nessuna parte. Perché qui posso essere anche altrove, mentre dall'altra parte sono solo nel mondo in cui sto, e allora mi può capitare di vagheggiare questo mondo di qua come il richiamo a una libertà perduta.
         Naturalmente per questo mio viaggio solitario mi mancherà soprattutto la risata così argentina che esce dalla gola di Ljuda ogni volta che l'abbraccio. Un dono inimmaginabile se penso alla mia vita nell'altro mondo, se ripenso al mio universo affettivo prima che arrivasse l'ospedale a interrompere schermaglie inutilmente crudeli.
         E' innegabile, qui sono rinato a nuova vita. Quale sia questa mia nuova vita è ancora difficile da dire.

(III - Fine)


Ndr: La Città del Pane e dei Postini è la seconda parte di un testo che comprende altre due parti, che pubblicheremo a partire dall'anno prossimo. È in via di definizione una quarta parte, relativa a "un viaggio che ho in mente di fare a inizio estate verso un grande lago kirghiso sotto le montagne del Tian Shan" (Giorgio Messori, febbraio 2003).

scarica in formato PDF