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 La sindrome dello scorpione
  di Pierluigi Porazzi

WELCOME
(Comitato di benvenuto)

di Emiliano Pireddu

         Fame. Caldo. Freddo.
         Poi senti rumori, voci, musica.
         Improvvisamente vieni spinto da una forza invisibile. Qualcosa ti stringe. Non riesci a muoverti. Paura.
         Ti ricordi dove stai andando. Sei sopraffatto dal terrore. Cerchi di aggrapparti a qualsiasi cosa, ma non ci sono appigli. Scivoli via lentamente. Conosci già la tua destinazione, anche se tra poco non lo ricorderai. Non possono permetterselo. Tutti devono dimenticare dove sono.
         Sei quasi alla fine del cunicolo. Qualcosa ti afferra. Non puoi vedere i volti sorridenti intorno a te. Qualcuno ti dà uno schiaffo.
         Piangi. Gridi tutta la tua rabbia. Ma ormai non serve a niente. Sei arrivato a destinazione.
         Benvenuto all'Inferno.


LA SINDROME DELLO SCORPIONE

         In Africa è un gioco. Prendere uno scorpione e metterlo al centro di un cerchio di fuoco. Lo scorpione cerca una via d'uscita, ma ben presto si accorge di essere circondato dalle fiamme. Allora, sapendo di non avere via di scampo, rivolge contro di sé il suo pungiglione mortale.
         Chissà chi si sta divertendo con noi.
         Penso al nostro gioco di tutti i giorni. A chi possa averci messo dentro questo cerchio di fuoco.
         Poi premo il grilletto.


IL SOGNATORE

         Il sognatore era un bambino, e sognava di essere l'Uomo Ragno, di salvare la donna più bella del mondo e di vivere con lei per sempre.
         Il sognatore, adolescente, sognava di diventare un grande scrittore, di conoscere un'attrice bella e famosa e di sposarla.
         Il sognatore, diventato adulto, sognava di veder pubblicato il romanzo che aveva scritto, di prendere il posto del suo direttore e di sposarne la segretaria.
         Il sognatore, ormai vecchio, sognava di vivere ancora qualche anno.
         Il sognatore ormai era morto.
         Nel cassetto della sua scrivania furono trovati più di duemila fogli, completamente bianchi.


INCUBI

         Non gli davano tregua. Esseri mostruosi ovunque. Lo inseguivano dappertutto. Non c'era scampo. Nessuna via d'uscita. Nessun posto dove rifugiarsi. Mostri orrendi, mummie viventi, sciacalli e squali umani, serpenti a sonagli, giganteschi ragni neri e pelosi. Un muro, davanti a lui. Non c'era più scampo. Era finita...
         Si svegliò di soprassalto nel suo letto. Era stato solo un sogno. Tutto intorno a lui era normale. Al suo fianco c'era la moglie, il bambino dormiva nella camera accanto, la sveglia segnava le 6.30. Tra due ore doveva essere in ufficio.
         Era stato solo un sogno. Adesso iniziava l'incubo.


L'UOMO CHE RIDEVA

         Era un uomo come tanti, tutt'altro che stupido. Aveva un buon lavoro, una bella ragazza e abbastanza soldi da condurre una vita piuttosto agiata. Aveva un unico difetto: quando era felice piangeva, e quando era triste rideva. Fin da quando era piccolo i genitori lo avevano portato dai migliori medici, e molti specialisti si erano interessati al suo caso, ma nessuno era riuscito a trovare una cura per la sua strana malattia.
         Ora aveva ventinove anni, e questo difetto lo perseguitava. La sua fidanzata lo aveva lasciato, non aveva più amici, e tutti si guardavano bene dall'invitarlo a un matrimonio o a un funerale, durante i quali metteva in imbarazzo i presenti scoppiando in allegre lacrime o in una fragorosa e commossa risata. Lui aveva un bel dire, quando, giustificando una sua risata alla notizia della morte di un suo parente, diceva di essere vittima di un crudele scherzo della natura, e di essere sinceramente dispiaciuto, e che una sua risata equivaleva al pianto di una persona normale. Fatto sta che, gli credessero o meno, tutti cercavano di evitarlo, e la sua presenza a un funerale era decisamente malvista.
         Così, un giorno, decise di fingere.
         Si riconciliò con la sua ragazza e con tutti i suoi amici, contenti di vederlo guarito. Alcuni giorni dopo, al funerale della madre della sua fidanzata, pianse per tutto il tragitto dalla chiesa al cimitero.
         E finalmente si sposò: la cerimonia, sontuosa, con un centinaio di invitati, fu perfetta.
         All'uscita della chiesa erano tutti in posa aspettando lo scatto del fotografo.
         Lo sposo, al centro, sorrideva felice.


L'ULTIMO DESIDERIO

         Stava guardando la lampada ad olio che aveva appena comprato dalla vecchietta che vendeva oggetti d'antiquariato fuori dall'università. Gli era andato bene un esame, e aveva voluto ricompensare l'anziana signora che gli aveva fatto gli auguri prima che entrasse nell'ateneo. Aveva speso tutti i suoi risparmi.
         "È un affare" - gli aveva detto - "È la lampada di Aladino".
         Sorrise ripensando alle parole della donna e ripose la lampada in soffitta.
         Fu solo alcuni mesi dopo, che, mettendo in ordine la soffitta, la ritrovò. Stava cercando di pulirla quando un fumo bianco e profumato uscì dalla lampada avvolgendolo in un dolce abbraccio. Sentì una voce dentro la sua testa che gli diceva che aveva la possibilità di esprimere sette desideri, che sarebbero stati tutti esauditi. Poi il fumo scomparve. Sul momento pensò di aver vaneggiato, o alla possibilità che la lampada contenesse droghe o essenze orientali. Tuttavia cosa gli costava provare? Non gli ci volle molto per decidere il suo primo desiderio: diventare ricco. Si stava chiedendo quanto tempo dovesse aspettare per verificare se la sua richiesta fosse stata esaudita, quando squillò il telefono. Dall'altro capo una voce stentorea stava parlando con accento inglese. Era l'avvocato di un eccentrico miliardario appena scomparso, che aveva voluto destinare la metà delle sue sostanze a un beneficiario scelto a caso. Il legale gli aveva telefonato per informarlo che il fortunato era stato lui, e che da quel momento possedeva venti milioni di dollari. Incredulo, posò il telefono mentre dall'altro capo della cornetta l'avvocato stava ancora parlando, chiedendogli se per caso non avesse bisogno di un consulente o di un legale.
         Era diventato ricco. E soprattutto aveva ancora sei desideri da esprimere. Corse subito in soffitta, e, memore di molte fiabe che narravano le più svariate beffe, utilizzò subito altri tre desideri per chiedere di vivere in eterno, di non ammalarsi mai e di restare sempre così, senza invecchiare. Poi pensò anche all'amore, chiedendo che tutte le donne si innamorassero di lui. Dopo alcuni mesi di vita spensierata tra lussi e viaggi si sentiva insoddisfatto. Gli mancava la realizzazione professionale, il successo, l'ammirazione della gente. Fu così che consumò anche il sesto desiderio: avrebbe avuto successo in qualsiasi campo si fosse cimentato. Scrisse un libro che divenne in poco tempo un best seller, tradotto in tutto il mondo. In un anno divenne il libro più venduto di tutti i tempi, superando anche la Bibbia. Ma essere uno scrittore famoso non gli bastava, così passò al cinema, vincendo un Oscar come attore e uno come regista.
         Ma dopo i primi tempi di grande euforia, anche il successo e la fama lo avevano stancato. Non solo per gli aspetti negativi come l'impossibilità di avere una vita privata, ma anche perché si stava chiedendo se fossero veramente le cose più importanti della vita: in fondo non gli era mai importato di quello che pensava la gente, anzi, aveva sempre nutrito il più profondo disprezzo per il genere umano, tranne, ovviamente, che per se stesso. Si chiedeva se fosse davvero così importante, allora, ottenere l'approvazione della gente piccola e squallida.
         Fu così che iniziò a pensare all'ultimo desiderio. Si era lasciato di proposito un desiderio per qualsiasi eventualità, per non consumarli tutti, e adesso stava meditando quale gli convenisse maggiormente chiedere. Alla fine decise. Strofinò la lampada ed espresse il suo ultimo desiderio: "voglio essere felice".

         "Posso vederlo?"
         "Certo, signora".
         L'infermiere aprì la porta della stanza. Lui era lì, sdraiato sul letto.
         "È suo figlio, vero? Certo che è un peccato. Aveva tutto: soldi, successo, fama. Pensi che il suo libro è stato il più venduto in tutto il mondo. Lo invidiavo da morire, avrei voluto essere al suo posto. È proprio vero che nella vita non si può mai dire. Adesso non farei certo cambio con lui. Da un giorno all'altro, ridursi così... Poveretto... si sa poi che cos'è stato? Parlavano di un embolo, di un'ischemia cerebrale... Oh, mi scusi, immagino che sarà doloroso per lei ripensare a quello che è successo...".
         La donna aveva il viso rigato dalle lacrime. Quello che un tempo era suo figlio, era diventato un cerebroleso privo di qualsiasi facoltà intellettiva, che non riusciva più nemmeno a parlare o a comunicare. Lo guardava sdraiato sul letto, immobile.
         Con un sorriso perennemente stampato sul volto.


SCHEDA PERSONALE

         "Voglio la sua testa" - sbotta il Direttore Generale della Wilson, una multinazionale di dolciumi, rivolto al suo nuovo segretario.
         "Non si può andare avanti così: in tre mesi ci ha fatto perdere ventimila dollari con i suoi errori idioti. Entro domani voglio un nuovo contabile al suo posto. Adesso va' pure e provvedi tu a tutto, d'accordo?"
         Rimasto solo nel suo ufficio, il Direttore pensa compiaciuto al suo nuovo segretario: "Un tipo in gamba, non discute mai un ordine, ed è sempre il più zelante; e pensare che l'ho assunto solo da due settimane. Anzi, adesso che ci penso non ho nemmeno guardato la sua scheda personale".
         Si alza dalla poltrona e, raggiunto uno schedario, vi estrae una pratica e si mette a sedere.
         "Come sospettavo: curriculum vitae ottimo, quasi perfetto".
         Poi legge le note personali.
         "Eccellente".
         Quindi sposta l'occhio sulla relazione redatta dallo psicologo che, per regola instaurata da alcuni anni, sottoponeva tutti i nuovi dipendenti a un colloquio. Scritta in modo discorsivo, recita:
         Il soggetto, pur dialogando con facilità e senza alcun timore apparente,
         
A questo punto sente dei rumori lontani
         fa trasparire una profonda introversione, quasi psicotica, e presenta
         
che si avvicinano sempre di più...
         parecchie difficoltà di astrazione a livello psichico, che ingenerano
         
poi dei passi che si avvicinano al suo ufficio,
         un profondo imbarazzo nell'elaborazione concettuale del linguaggio
         
la porta si apre: è il segretario. Ha in mano qualcosa...
         o, per dirla in termini più semplici,
         
...qualcosa che gocciola, ma non si vede bene..."Oh, mio Dio!"
         prende tutto alla lettera.


CICATRICI

         Volti devastati da orrende ferite. Li vedeva tutti i giorni, nessuno pareva esserne immune. Eppure lui era il solo che potesse vedere le orrende devastazioni sulle facce della gente. Fin da bambino aveva preoccupato i suoi genitori, che temevano per la sua sanità mentale e pensavano di avere un figlio visionario.
         Fu solo col tempo che capì l'origine delle ferite che vedeva deturpare i volti della maggior parte delle persone che conosceva. Le poteva scorgere mentre si formavano ad ogni compromesso, crescendo in maniera proporzionale ad ogni loro meschinità e cattiveria. Ma lui era diverso. E proprio per questo riusciva a vedere la devastazione sui volti altrui. Aveva sempre giurato che non sarebbe mai stato come loro, che non si sarebbe mai piegato alla società, che non avrebbe mai vissuto una vita insulsa e banale. No, lui sarebbe stato diverso, sempre. Avrebbe fatto qualcosa di grande.
         Intanto il tempo passava. Si laureò, si sposò e accettò di entrare nello studio legale del padre della moglie.
         Dopo una dura giornata di lavoro, tornato a casa, dato il consueto bacio alla consorte, andò a salutare suo figlio. Il bambino gli fece una domanda. Uscito dalla stanza si chiuse in bagno. Si guardò allo specchio, aprì la finestra e si gettò verso l'asfalto.
         Durante il volo di cinque piani, una sola frase gli risuonava nelle orecchie. "Cosa sono quelle ferite che hai sulla faccia, papà?"


LA SPINTA

         Aprendo il cassetto avvertì la sensazione di violare l'intimità di qualcuno. Eppure era il suo cassetto, dove erano stati riposti tutti i suoi effetti personali, dalla sua infanzia alla sua maturità. Lettere, racconti, diari, indirizzi. Come può cambiare un uomo. Era come guardare vecchie fotografie o guardarsi allo specchio: non si riconosceva. Non aveva scritto lui quella roba. Era stato un altro. Un ragazzo che sognava qualcosa di grande, che era disgustato da una vita normale, da un lavoro ripetitivo e noioso, da una famiglia banale e borghese.
         Si era completamente dimenticato di quel periodo, delle sue idee, del suo rifiuto per tutti i compromessi. Del resto non aveva più molto tempo per pensare. Il lavoro in banca, non certo eccitante, ma stabile e sicuro, sua moglie e suo figlio, le rate dell'auto, il mutuo della casa, le tasse...
         Uscì sul balcone a prendere un po' d'aria. Sentiva dietro di sé una presenza. Si voltò ma non c'era nessuno.
         Eppure, prima di cadere al suolo, avrebbe giurato che qualcuno gli aveva dato una spinta.


A UN SOGNO

         Vorrei darti tutto ciò che mi appartiene, dividere i miei pensieri, farti assaporare le mie emozioni, donarti le mie lacrime, senza pensare a quante ne ho sprecate. Mi chiedo spesso dove tu possa essere. Forse ti nascondi nei greggi delle discoteche, o in un ufficio noioso e polveroso. Qualche volta cerco un segno, un barlume negli occhi, una parola, un sorriso diverso dalle vuote risate. Ti penso sempre, anche se non so ancora come immaginarti, come saranno i tuoi capelli, i tuoi occhi. Non so nemmeno se saprò riconoscerti, o se saprai farlo tu. Non so neppure più se sperare di incontrarti o se non sia meglio conservarti come sogno, che niente al mondo potrà mai scalfire. Ma, comunque vada, voglio che tu sappia che il mio amore sarà sempre per te, per la persona con cui non dovrò mai fingere di essere un altro, mai far finta che non mi importi, mai nascondere le lacrime, mai mentirti. E in questo non ti tradirò mai.


CAMERA 203

         Un rumore sordo.
         La sua mente iniziò a mettere a fuoco la situazione.
         Intorno a lui una stanza d'albergo, una città che non era la sua.
         Sentì subito nell'aria il suo dolce profumo.
         Accanto a lui, sul letto, il dolce incavo del suo corpo. Dentro di lui, ben più profondo, il solco della sua assenza. Come tizzoni ardenti, i segni della presenza di lei ardevano bruciando tutte le sue certezze.
         Un incontro casuale, una donna conosciuta la sera prima che in poche ore aveva cambiato la sua vita.
         Ripensando alla notte appena trascorsa, non poté trattenere il ghiacciato rimorso che gli trafiggeva il cuore. Il sordo dolore che accelerava i battiti del suo cuore, lo stupore, l'incredulità, l'enorme sforzo per nascondere il fiume di emozioni e sentimenti scaturito da quell'incontro casuale.
         Ma le regole erano chiare fin dall'inizio. Nessun coinvolgimento emotivo. Una sola notte insieme, poi ognuno avrebbe proseguito per la sua strada.
         Ma non era quello che cercava. Non con lei.
         Gli abbracci, i baci, l'amore goffamente camuffato che appariva superficialità.
         La sua incapacità di fingere.
         Avere in mano la felicità e sapere di essere costretti a restituirla al risveglio. Non era stato capace di vivere il sogno fino in fondo. Non era stato capace di accontentarsi di assaporare la felicità una volta soltanto. Sapeva che non sarebbe mai riuscito a trattenerla, a vincere la sua voglia di libertà. E aveva preferito non dover sentire per sempre il sapore della felicità solo come un ricordo, sapendo che non sarebbe mai più stata sua. Forse ci sono cose che è meglio non conoscere, non provare. Questa, almeno, era la sua filosofia.
         Rivestendosi, corse con la mente alla sua quotidianità. Telefonò a casa. Come stai? come stanno i bambini? torno domani come previsto no tutto bene.
         Chiuse la stanza e uscì camminando tranquillo, lasciando tutto se stesso nella camera 203.


IL VUOTO

         Jean André Gides era un pittore squattrinato. Si considerava un artista, ma i suoi quadri erano, a detta di tutti, critici e non, privi di qualsiasi valore, e il consiglio più ricorrente che gli veniva dato era quello di cambiare mestiere.
         Finché, un giorno, quando ormai era alla disperazione, un uomo si presentò nel suo studio. Era un uomo sui quarant'anni, molto distinto ed elegante, e gli propose di diventare il suo manager. Alle obiezioni del pittore, che gli disse che non avrebbe potuto pagarlo, rispose che per il momento non voleva nulla, e che avrebbe preteso il suo compenso solo se fosse riuscito a farlo diventare un pittore di successo.
Jean André Gides accettò.
         Da quel momento, in poco tempo la sua fortuna cambiò: i critici d'arte cominciarono ad apprezzare i suoi quadri, il mondo della pittura iniziò a conoscerlo e la sua firma, JAG, con cui contrassegnava ogni suo dipinto, era una garanzia di successo. In un paio d'anni divenne il pittore più quotato del momento, e i suoi quadri venivano contesi a suon di milioni di dollari.
         Passò ancora un anno; proprio quando Gides stava iniziando a lavorare al suo capolavoro, il suo manager pretese di essere pagato. Da quel giorno il pittore sparì. Nessuno riuscì a capacitarsi della sua scomparsa. Alcuni dissero che si era trasferito in un'isola del Pacifico, altri che girava il mondo sotto mentite spoglie, altri ancora, i più fantasiosi, che, per avere successo, aveva venduto l'anima al Diavolo, il quale si era presentato per la riscossione.
         L'unica cosa certa è che nessuno lo vide mai più. Di lui resta solo il suo ultimo dipinto, considerato unanimemente dai critici d'arte un capolavoro assoluto. Intitolato "Il Vuoto", sul quadro campeggia, in basso a destra, la sigla JAG. Per il resto la tela è immacolata.


IL PATTO

         Non poteva crederci. Lui, un modesto impiegato, che si trovava di fronte al re delle tenebre. Il Diavolo. Non era davvero come se lo era immaginato, o come se lo immagina la maggior parte della gente. Nelle sue sembianze umane avrebbe potuto passare per una persona rispettabile, un uomo d'affari, uno che ispira fiducia e onestà.
         Era lì per vendergli l'anima, stanco, dopo tanti anni, della vita di tutti i giorni. Era disposto a tutto pur di ottenere quello che voleva. Finalmente aveva la possibilità di vivere la propria vita da protagonista, di essere fiero di sé, ammirato e rispettato da tutti. Successo, ricchezza, donne.
         Il Diavolo, udita la sua richiesta, scoppiò a ridere.
         "Come potrei comprare una cosa che è già mia?"


COLPO DI GENIO

         Era il suo primo caso di suicidio, o almeno appariva tale. I suicidi non erano certo molto frequenti: l'ultimo, se non ricordava male, risaliva al 2020. Una pioggia insistente lo accompagnò fino alla porta dell'abitazione. La casa era già presidiata dai suoi colleghi della squadra omicidi. Non che si sospettasse qualcosa, era una pura formalità, intervenivano in tutti i casi di morte violenta. E che questo fosse un caso di morte violenta risultava evidente entrando nella camera del suicida. Il colpo che si era sparato alla tempia aveva avuto un effetto devastante, disseminando materia cerebrale in tutta la stanza.
         Anche l'interrogatorio della moglie faceva parte della prassi. La donna non aveva idea del motivo che potesse aver spinto il marito a compiere quel gesto.
         "Era un uomo felice" - disse - "aveva tutto quello che poteva desiderare: un buon lavoro, una casa, una bella macchina, una famiglia. Tutto. Non capisco. Era sempre stato felice".
         In quel momento arrivò il medico di famiglia, che, dopo aver somministrato un tranquillante alla moglie, si sottopose di buon grado alle domande di rito. No, non aveva idea del motivo per cui l'uomo si fosse tolto la vita. Anche lui lo aveva conosciuto come un uomo tranquillo e sereno. Una persona felice. Certo, era conscio dei suoi limiti, ma questo non era mai stato un problema per lui. Anche l'intervento cui si era sottoposto alcuni giorni prima era riuscito perfettamente.
         "Quale intervento?"
         "Oh, niente di serio. Non che fosse malato, anzi, era in perfetta salute. Non è stato un vero e proprio intervento, ha solo voluto sottoporsi a un B.T., un trasferimento cerebrale. Non so se sa come funziona; non è un trapianto, né un trasferimento vero e proprio, piuttosto un'aggiunta...".
         "Lo so, grazie. Sono un poliziotto ma vedo anch'io i telegiornali".
         "Be', insomma, come le dicevo questo trasferimento è riuscito perfettamente, senza alcuna complicazione, anche se gli avevo sconsigliato di scegliere un cervello di tipo 'X'".
         "Perché? Com'è un cervello di tipo "X"?"
         "Il cervello di un genio".


LA DONNA IDEALE

         Quasi non riusciva a crederci: sul letto, accanto a lui, c'era la più bella ragazza che avesse mai visto. Il viso dolce, il seno morbido, le braccia sottili e armoniose, i fianchi snelli, le gambe perfette. Era la sua donna ideale, quella che tutti vorrebbero avere ma che quasi nessuno riesce a trovare. Lui c'era riuscito. Era così immerso nella contemplazione della sua amata che non udì bussare alla porta.
         Dopo aver bussato ripetutamente senza ottenere risposta, i poliziotti sfondarono la porta dell'appartamento. Lo spettacolo che si trovarono di fronte era orripilante. C'era sangue dappertutto, e teste, gambe e braccia mozzate disseminate ovunque.
         Nella stanza attigua un uomo era chino sul letto.
         Accanto a lui era disteso un corpo composto da membra e parti del corpo di varie donne cucite alla meglio in un macabro puzzle.


NELL'ARMADIO

         Avevo una pianta stupenda nel mio armadio. La innaffiavo di illusioni e i suoi frutti erano speranze.
         Sono passati molti anni. L'ultima volta che l'ho vista era avvizzita, e muffa e ragnatele se ne erano impadronite.
         Adesso sono un uomo sposato e lavoro in banca. Non ho più aperto quell'armadio.
         Ho paura di quello che potrei trovarci.

di Emiliano Pireddu


ERRORE DI SISTEMA

         L'eccitazione era palpabile. Il laboratorio era in fermento. Finalmente era stato realizzato. Il computer vivente, il cervello elettronico più complesso esistente al mondo. La novità era più grande di quello che si possa pensare: il computer era stato costruito in modo da provare emozioni. Non era solo la mente artificiale più sofisticata esistente al mondo, era un essere umano. La sua intelligenza artificiale avrebbe potuto capire il significato di molte domande, e trovare una risposta. Sarebbe stato possibile sapere se Dio esiste, qual è il senso dell'esistenza umana, se ci sono altre forme di vita nell'Universo.
         L'inserimento degli ultimi dati era terminato. L'enorme hard disk lavorava rumorosamente. Sembrava quasi gemere. Il modulo continuo iniziò ad uscire dalla stampante. Poi, improvvisamente, tutto si fermò in un silenzio inquietante.
         Uno degli scienziati controllò i responsi del computer. Si voltò impallidendo verso i colleghi che lo fissavano perplessi.
         "Si è suicidato".


RIFLESSI

         Si stava facendo la barba quando successe. Un piccolo taglio. Niente di strano. Solo che non sanguinava. Provò a toccare. Niente. Eppure qualcosa si era aperto. Discostò i lembi della ferita. Nulla. Nella ferita vedeva solo qualcosa di scuro. Aprì ancora di più il taglio che si era procurato. Si ritrasse terrorizzato dallo specchio.
         Sotto la sua pelle c'era solo il vuoto.


LA MANO

         La sua mano tranciata da una lamiera era stata l'ultima cosa che aveva visto durante l'incidente. Poi era svenuto.
         Non sapeva quanto avesse dormito; forse due giorni, forse di più. Si era trovato in un letto d'ospedale, con un gran senso di nausea e dolori in tutto il corpo. Il dolore finiva al polso destro, ma al posto della sua mano, un'altra. Non era artificiale, era proprio umana, eppure non era la sua; certe cose si sentono, e poi la sua mano era stata maciullata nell'incidente. Ma allora di chi poteva essere?... Un brivido gli percorse la schiena: era la mano dell'automobilista che aveva ucciso nell'incidente. Rivedeva mentalmente lo scontro: lui che viaggiava a velocità folle, lo stop che non aveva visto, la macchina rossa, il terrore sul volto del guidatore che aveva investito, poco prima che la sua testa venisse schiacciata. Sì, era proprio la mano di quell'uomo. Sussultò: si era mossa, senza che lui lo volesse. Non riusciva a comandarla, non era una mano, era l'uomo che aveva ucciso, e voleva vendicarsi. Ed era forte, più forte del suo braccio...
         Lo trovarono morto in sala di rianimazione, si era tolto il tubo dell'ossigeno, aveva ancora la mano destra che stringeva il tubo.
         "Non riesco a capire" - disse il medico che l'aveva operato - "era riuscito tutto perfettamente; oltre ad averlo salvato siamo riusciti perfino a riattaccargli la sua stessa mano. Era stato davvero fortunato".
         "Già, anch'io lo sono stato; fratturarsi solo il setto nasale e una gamba in un incidente di quel tipo è stato davvero un miracolo. Eppure, anche se è stato lui a provocare l'incidente, non serbavo rancore nei suoi confronti, anzi, sa cosa le dico? Mi dispiace molto che sia morto senza che gli abbia potuto dire che stavo bene e che lo avevo perdonato. Avevo già deciso: appena fosse uscito dalla rianimazione, sarei andato a stringergli la mano".


BELLI E BESTIE

         "Non capisco proprio tutto questo scalpore" - squittì la bionda dalle enormi forme.
         "Il nostro è un vero amore, a me non importa niente del fatto che lui abbia appena ereditato una fortuna" - miagolò all'indirizzo dell'intervistatore.
         "E anche se siamo di razza diversa, che male c'è? Io lo amo per come è dentro, non certo per i suoi soldi, e lui questo lo sa bene. Vero, amore?"
         "Woof" - rispose il pastore tedesco accovacciato al suo fianco.


RELATIVITÀ

         Stava pensando a come era stata stupida. Le era bastato sfogliare un diario di alcuni anni prima, tappezzato di foto del suo attore preferito, di cuori con all'interno le iniziali T.H., per capire quanto fosse ridicolo essere stata innamorata di un attore. Che stupida! Il suo sguardo indifferente e distaccato si posava su quelle stesse immagini che fino a pochi anni prima la facevano palpitare. Ma adesso era cresciuta, aveva 18 anni. E non avrebbe potuto essere più fortunata. Aveva un ragazzo, il più bello della scuola, si sentiva più desiderata e più bella, tutti i suoi complessi adolescenziali si erano dissolti nel nulla. Il suono del campanello interruppe i suoi pensieri. Lasciò sul tavolo il suo vecchio diario tappezzato di foto e di cuori, accanto alla sua nuova agenda, dalle pagine bianche e ordinate, con appuntamenti, compiti, appunti delle lezioni.
         Le fischiarono le orecchie. "Dimmi un numero" chiese al suo ragazzo. "Venti".
         Dall'altra parte dell'oceano un uomo sentiva il vuoto dentro di sé. Era un attore, aveva avuto molto successo, anche se adesso era in una fase discendente della sua carriera. E non aveva mai conosciuto il vero amore. Donne sì, tante, sempre. Ma aveva aspettato per anni la sua donna, quella che avrebbe voluto sposare, e che, ne era sicuro, esisteva da qualche parte, in qualche sperduto angolo di mondo. Stava proprio pensando a lei, alla ragazza dei suoi sogni, alla donna che avrebbe potuto dare un senso alla sua vita e che non era mai riuscito a trovare. Poi diede un calcio alla sedia. La corda si tese e il cappio si strinse attorno al collo soffocando in un rantolo anche il suo ultimo rimpianto.


RACCONTI D'AUTORE

         Aveva iniziato una notte. Soffriva d'insonnia, così si era seduto davanti al computer e aveva iniziato a scrivere di getto. Sembrava che le sue mani fossero solo lo strumento di qualcun altro. Sullo schermo si dipanava un racconto che sembrava già scritto, tanta era la facilità della stesura. Era la storia di un'intera famiglia trucidata nella propria casa.
         Il giorno seguente, in ufficio, durante una pausa di lavoro lesse con sgomento una notizia sul giornale: "Famiglia selvaggiamente trucidata". Ma non ci badò più di tanto. Una semplice coincidenza, era la conclusione cui giunse la sua mente razionale e analitica.
         La notte successiva scrisse di un ragazzo, della sua vita, dei suoi sogni infranti, del suo suicidio.
         La sera dopo apprese dalla televisione del suicidio di un ragazzo di vent'anni. Il metodo era lo stesso che aveva descritto nel racconto: il giovane si era dato fuoco e poi si era gettato dal palazzo dove abitava. Un volo di dieci piani che gli era valso il soprannome di "Torcia Umana". Che poi era anche il titolo del suo racconto.
         Sgomento, smise di scrivere per alcuni giorni. Fin quando nella sua mente si affacciò un'idea.
         La sera stessa si sedette davanti al computer e si mise a scrivere. In quel racconto il protagonista era lui. L'indomani era il giorno dell'estrazione dei biglietti della lotteria nazionale, e il primo premio sarebbe andato a lui. Avrebbe trovato il coraggio per lasciare la moglie, per mandare al diavolo il suo lavoro in banca, per dire al direttore quello che pensava di lui.
         Il giorno seguente attese con ansia l'esito dell'estrazione, trasmessa in diretta televisiva. Ma il numero del suo biglietto non c'era.
         Fu allora che capì. La sera prima non aveva scritto un racconto, ma solo quello che avrebbe voluto che succedesse. Così non funzionava. Aveva scritto senza passione, senza infondere arte nelle parole. Ormai lo sapeva. Doveva lasciare libero sfogo alla sua creatività, all'arte che era dentro di lui. Solo i suoi racconti si sarebbero avverati, non i suoi desideri o le sue aspirazioni trascritte senza il sacro fuoco che donava alle sue creazioni di aspirante scrittore.
         Fece alcuni tentativi scrivendo altri racconti, storie che puntualmente si avverarono.
         Allora decise di scrivere un romanzo. Sarebbe stata quasi un'autobiografia. Il protagonista aveva molte cose in comune con lui, ma la fine sarebbe stata diversa. Il suo protagonista avrebbe sfondato, sarebbe diventato un grande scrittore.
         Fu così che, giorno dopo giorno, il suo romanzo iniziava a prendere forma. Pagine e pagine racchiuse nella scatola del suo computer, tutta la sua vita memorizzata nell'hard disk.
         Quella sera era particolarmente depresso. Gli capitava spesso. In quei momenti vedeva tutto nero, o forse vedeva con occhi più obiettivi la realtà. E nella realtà, al di fuori del suo PC, lui era un fallito. Adesso più che mai ne era consapevole, e sapeva che niente avrebbe mai potuto cambiare questo fatto. Preso dallo sconforto evidenziò le pagine che aveva scritto fino ad allora, dalla prima all'ultima. Quindi premette il tasto "canc".

         La donna non riusciva a dormire. Suo marito doveva essere ancora nello studio a scrivere. Non sapeva che cosa, perché lui non le aveva mai fatto leggere i suoi lavori, ma intuiva che potesse trattarsi di un romanzo, o di qualcosa di simile. Stanca di aspettare scese dal letto e si diresse verso lo studio. Aprì la porta senza bussare.
         Nessuno. La stanza era vuota. Si chiese dove fosse suo marito. Non poteva essere uscito, perché non aveva sentito aprirsi la porta. Ma allora dov'era andato? Era impossibile che fosse sparito così. Non era certo il tipo da fare queste cose. Non riusciva a capacitarsene. Questa sparizione improvvisa, nel cuore della notte, era troppo strana. E ancora più strano era il fatto che, per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordare il volto dell'uomo che aveva sposato.


PREDA INFINITA

         Correva spinto dalla disperazione. Braccato. Poteva udire i latrati dei cani che annusavano la sua scia di dolore e sangue, di sudore e paura. E i passi veloci e decisi dei suoi inseguitori. Dietro di lui. Sempre più vicini. Doveva ignorare il dolore lancinante ai fianchi e la stanchezza delle gambe. Ormai era allo stremo. Il suo corpo cedette di colpo, vinto dalla fatica.
         In pochi istanti i cacciatori lo avevano raggiunto. Due fucili puntati contro il suo viso implorante. Non aveva quasi più fiato per parlare, ma i suoi occhi imploravano pietà, le sue labbra sussurravano di risparmiarlo, che aveva una famiglia che lo aspettava a casa, due figli ancora piccoli che avevano bisogno di lui.
         I fucili spararono e in una frazione di secondo che sembrava eterna due proiettili raggiunsero la sua testa.
         In quell'istante uno squarcio si aprì nella sua mente. E improvvisamente capì.
         Il suo piccolo e ottuso cervello diventò d'un tratto pensante.
         Si ricordò della sua vita di cacciatore, e dello sguardo di tutti gli animali che aveva ucciso, trovandolo del tutto simile al suo. Comprese l'orrore che stava vivendo e che avrebbe vissuto per l'eternità, contrappasso dell'orrendo e mortale peccato di chi uccide esseri viventi per puro divertimento.
         E finalmente capì. Era l'inferno.
         Poi il buio. Per un breve istante.
         Quando si risvegliò stava correndo spinto dalla disperazione. Braccato. Poteva udire i latrati dei cani che annusavano la sua scia di dolore e sangue, di sudore e paura. E i passi veloci e decisi dei suoi inseguitori. Dietro di lui. Sempre più vicini...


PICCOLE STORIE

         Una giornata come tante.
         Alzarsi, vestirsi, fare colazione.
         Un uomo come tanti. Non c'era niente di speciale in lui.
         Giacca e cravatta, borsa in pelle.
         Una giornata come tante.
         Alzarsi, vestirsi, fare colazione.
         Una donna come tante. Nubile, disoccupata, viveva da sola. Una storia appena finita che aveva lasciato qualche traccia sul suo viso e nel suo cuore.
         Uscire di casa, salire in macchina, guidare nel traffico.
         Come tutti i giorni. Questa volta aveva scelto una nuova cliente da visitare.
         Arrivato al pianerottolo suonò il campanello.
         Oggi aveva voglia di farsi bella. Non le capitava spesso. Anzi. Ultimamente si trascurava un po'.
         Aveva appena finito di prepararsi quando sentì suonare il campanello.

         La porta si aprì davanti a lui. Una giovane donna, sui trent'anni. Si fissarono per un lunghissimo istante.
         Chissà cosa sarebbe potuto succedere qualche anno fa, quando lui era meno cinico. Forse avrebbe potuto innamorarsi di questa ragazza, magari sposarla e vivere felice con lei. È proprio strana, la vita. Ottieni le cose che desideravi follemente solo quando ormai non ti servono più.
         Sì, è proprio strana la vita, pensò l'uomo pulendo con un fazzoletto il coltello insanguinato.


IL VOLO
(Punti di vista)

         In piedi, sul cornicione di un grattacielo, stava per spiccare il volo. Tutta la vita aveva sognato questo momento, e ora finalmente avrebbe volato.
         Si gettò felice nel vuoto, librandosi nell'aria.
         Passarono pochi secondi prima che si sfracellasse al suolo con un tonfo lugubre. Molti si chiesero perché un ragazzo giovane e senza problemi si fosse suicidato. Non sapevano che si era ucciso molto tempo prima di gettarsi nel vuoto. Si era suicidato alzandosi ogni mattina per andare in ufficio, con le umiliazioni che aveva dovuto subire per trovare un lavoro e per conservarlo, quando aveva supplicato una ragazza di non lasciarlo, quando aveva rinunciato a tutti i suoi sogni.
         Gettandosi nel vuoto aveva vissuto, come mai prima di allora. Un istante che valeva una vita intera. Un solo istante, ma aveva vissuto.


SCHEGGE

         Raccogli i pezzi sparsi nella stanza.
         Li riconosci, uno ad uno.
         Ecco quello che avevi perso quando era morto un tuo amico.
         E questo è quello di quando quella ragazza ti aveva lasciato. Come si chiamava...?
         Oh, eccoli. Tutti quelli dei tuoi sogni, delle tue speranze. Ridotti in frantumi.
         Centinaia di piccoli frammenti.
         Finalmente sono tutti di nuovo insieme, incollati, ricomposti. Dovrei averlo aggiustato. Ma perché allora non funziona più?
         Perché questa piccola cosa non batte più?


PENSIERI PERICOLOSI

         Non era la prima volta che era in coda sul viadotto, alla guida della sua auto. A quell'ora, quando usciva dall'ufficio per tornare a casa, il traffico era sempre caotico.
         Ma quel giorno la fila non si muoveva. Oltretutto si era dimenticato di fare aggiustare la radio.
         Era nervoso. Non sapeva come ingannare il tempo. O forse era il tempo che stava ingannando lui.
         Pensò a quante volte aveva fatto quella strada, e si mise a contarle. Cinque volte alla settimana per ventisette anni... più una moglie, due figli, una casa, una macchina, le cene con gli amici, la Tv...
         Dissero che era impazzito. Parlarono di un colpo di sole. Del resto era l'unico modo per spiegare il comportamento di un uomo che, uscendo dalla propria auto, si mette a gridare "ZERO, ZERO, ZERO..." e si butta dal cavalcavia trovando la morte sull'asfalto sottostante.
         Come potevano sapere? Come avrebbero potuto intuire il motivo per cui lo aveva fatto? Chi avrebbe immaginato che si era gettato nel vuoto per colpa di un'operazione matematica? Chi avrebbe mai potuto sapere il risultato di cinque volte alla settimana per ventisette anni... più una moglie, due figli, una casa, una macchina, le cene con gli amici, la Tv...?

 

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