WELCOME
(Comitato di benvenuto)

Fame.
Caldo. Freddo.
Poi
senti rumori, voci, musica.
Improvvisamente
vieni spinto da una forza invisibile. Qualcosa
ti stringe. Non riesci a muoverti. Paura.
Ti
ricordi dove stai andando. Sei sopraffatto dal
terrore. Cerchi di aggrapparti a qualsiasi cosa,
ma non ci sono appigli. Scivoli via lentamente.
Conosci già la tua destinazione, anche
se tra poco non lo ricorderai. Non possono permetterselo.
Tutti devono dimenticare dove sono.
Sei
quasi alla fine del cunicolo. Qualcosa ti afferra.
Non puoi vedere i volti sorridenti intorno a
te. Qualcuno ti dà uno schiaffo.
Piangi.
Gridi tutta la tua rabbia. Ma ormai non serve
a niente. Sei arrivato a destinazione.
Benvenuto
all'Inferno.
LA SINDROME DELLO SCORPIONE
In
Africa è un gioco. Prendere uno scorpione
e metterlo al centro di un cerchio di fuoco.
Lo scorpione cerca una via d'uscita, ma ben
presto si accorge di essere circondato dalle
fiamme. Allora, sapendo di non avere via di
scampo, rivolge contro di sé il suo pungiglione
mortale.
Chissà
chi si sta divertendo con noi.
Penso
al nostro gioco di tutti i giorni. A chi possa
averci messo dentro questo cerchio di fuoco.
Poi
premo il grilletto.
IL SOGNATORE
Il
sognatore era un bambino, e sognava di essere
l'Uomo Ragno, di salvare la donna più
bella del mondo e di vivere con lei per sempre.
Il
sognatore, adolescente, sognava di diventare
un grande scrittore, di conoscere un'attrice
bella e famosa e di sposarla.
Il
sognatore, diventato adulto, sognava di veder
pubblicato il romanzo che aveva scritto, di
prendere il posto del suo direttore e di sposarne
la segretaria.
Il
sognatore, ormai vecchio, sognava di vivere
ancora qualche anno.
Il
sognatore ormai era morto.
Nel
cassetto della sua scrivania furono trovati
più di duemila fogli, completamente bianchi.
INCUBI
Non
gli davano tregua. Esseri mostruosi ovunque.
Lo inseguivano dappertutto. Non c'era scampo.
Nessuna via d'uscita. Nessun posto dove rifugiarsi.
Mostri orrendi, mummie viventi, sciacalli e
squali umani, serpenti a sonagli, giganteschi
ragni neri e pelosi. Un muro, davanti a lui.
Non c'era più scampo. Era finita...
Si
svegliò di soprassalto nel suo letto.
Era stato solo un sogno. Tutto intorno a lui
era normale. Al suo fianco c'era la moglie,
il bambino dormiva nella camera accanto, la
sveglia segnava le 6.30. Tra due ore doveva
essere in ufficio.
Era
stato solo un sogno. Adesso iniziava l'incubo.
L'UOMO CHE RIDEVA
Era
un uomo come tanti, tutt'altro che stupido.
Aveva un buon lavoro, una bella ragazza e abbastanza
soldi da condurre una vita piuttosto agiata.
Aveva un unico difetto: quando era felice piangeva,
e quando era triste rideva. Fin da quando era
piccolo i genitori lo avevano portato dai migliori
medici, e molti specialisti si erano interessati
al suo caso, ma nessuno era riuscito a trovare
una cura per la sua strana malattia.
Ora
aveva ventinove anni, e questo difetto lo perseguitava.
La sua fidanzata lo aveva lasciato, non aveva
più amici, e tutti si guardavano bene
dall'invitarlo a un matrimonio o a un funerale,
durante i quali metteva in imbarazzo i presenti
scoppiando in allegre lacrime o in una fragorosa
e commossa risata. Lui aveva un bel dire, quando,
giustificando una sua risata alla notizia della
morte di un suo parente, diceva di essere vittima
di un crudele scherzo della natura, e di essere
sinceramente dispiaciuto, e che una sua risata
equivaleva al pianto di una persona normale.
Fatto sta che, gli credessero o meno, tutti
cercavano di evitarlo, e la sua presenza a un
funerale era decisamente malvista.
Così,
un giorno, decise di fingere.
Si
riconciliò con la sua ragazza e con tutti
i suoi amici, contenti di vederlo guarito. Alcuni
giorni dopo, al funerale della madre della sua
fidanzata, pianse per tutto il tragitto dalla
chiesa al cimitero.
E
finalmente si sposò: la cerimonia, sontuosa,
con un centinaio di invitati, fu perfetta.
All'uscita
della chiesa erano tutti in posa aspettando
lo scatto del fotografo.
Lo
sposo, al centro, sorrideva felice.
L'ULTIMO DESIDERIO
Stava
guardando la lampada ad olio che aveva appena
comprato dalla vecchietta che vendeva oggetti
d'antiquariato fuori dall'università.
Gli era andato bene un esame, e aveva voluto
ricompensare l'anziana signora che gli aveva
fatto gli auguri prima che entrasse nell'ateneo.
Aveva speso tutti i suoi risparmi.
"È
un affare" - gli aveva detto - "È
la lampada di Aladino".
Sorrise
ripensando alle parole della donna e ripose
la lampada in soffitta.
Fu
solo alcuni mesi dopo, che, mettendo in ordine
la soffitta, la ritrovò. Stava cercando
di pulirla quando un fumo bianco e profumato
uscì dalla lampada avvolgendolo in un
dolce abbraccio. Sentì una voce dentro
la sua testa che gli diceva che aveva la possibilità
di esprimere sette desideri, che sarebbero stati
tutti esauditi. Poi il fumo scomparve. Sul momento
pensò di aver vaneggiato, o alla possibilità
che la lampada contenesse droghe o essenze orientali.
Tuttavia cosa gli costava provare? Non gli ci
volle molto per decidere il suo primo desiderio:
diventare ricco. Si stava chiedendo quanto tempo
dovesse aspettare per verificare se la sua richiesta
fosse stata esaudita, quando squillò
il telefono. Dall'altro capo una voce stentorea
stava parlando con accento inglese. Era l'avvocato
di un eccentrico miliardario appena scomparso,
che aveva voluto destinare la metà delle
sue sostanze a un beneficiario scelto a caso.
Il legale gli aveva telefonato per informarlo
che il fortunato era stato lui, e che da quel
momento possedeva venti milioni di dollari.
Incredulo, posò il telefono mentre dall'altro
capo della cornetta l'avvocato stava ancora
parlando, chiedendogli se per caso non avesse
bisogno di un consulente o di un legale.
Era
diventato ricco. E soprattutto aveva ancora
sei desideri da esprimere. Corse subito in soffitta,
e, memore di molte fiabe che narravano le più
svariate beffe, utilizzò subito altri
tre desideri per chiedere di vivere in eterno,
di non ammalarsi mai e di restare sempre così,
senza invecchiare. Poi pensò anche all'amore,
chiedendo che tutte le donne si innamorassero
di lui. Dopo alcuni mesi di vita spensierata
tra lussi e viaggi si sentiva insoddisfatto.
Gli mancava la realizzazione professionale,
il successo, l'ammirazione della gente. Fu così
che consumò anche il sesto desiderio:
avrebbe avuto successo in qualsiasi campo si
fosse cimentato. Scrisse un libro che divenne
in poco tempo un best seller, tradotto in tutto
il mondo. In un anno divenne il libro più
venduto di tutti i tempi, superando anche la
Bibbia. Ma essere uno scrittore famoso non gli
bastava, così passò al cinema,
vincendo un Oscar come attore e uno come regista.
Ma
dopo i primi tempi di grande euforia, anche
il successo e la fama lo avevano stancato. Non
solo per gli aspetti negativi come l'impossibilità
di avere una vita privata, ma anche perché
si stava chiedendo se fossero veramente le cose
più importanti della vita: in fondo non
gli era mai importato di quello che pensava
la gente, anzi, aveva sempre nutrito il più
profondo disprezzo per il genere umano, tranne,
ovviamente, che per se stesso. Si chiedeva se
fosse davvero così importante, allora,
ottenere l'approvazione della gente piccola
e squallida.
Fu
così che iniziò a pensare all'ultimo
desiderio. Si era lasciato di proposito un desiderio
per qualsiasi eventualità, per non consumarli
tutti, e adesso stava meditando quale gli convenisse
maggiormente chiedere. Alla fine decise. Strofinò
la lampada ed espresse il suo ultimo desiderio:
"voglio essere felice".
"Posso
vederlo?"
"Certo,
signora".
L'infermiere
aprì la porta della stanza. Lui era lì,
sdraiato sul letto.
"È
suo figlio, vero? Certo che è un peccato.
Aveva tutto: soldi, successo, fama. Pensi che
il suo libro è stato il più venduto
in tutto il mondo. Lo invidiavo da morire, avrei
voluto essere al suo posto. È proprio
vero che nella vita non si può mai dire.
Adesso non farei certo cambio con lui. Da un
giorno all'altro, ridursi così... Poveretto...
si sa poi che cos'è stato? Parlavano
di un embolo, di un'ischemia cerebrale... Oh,
mi scusi, immagino che sarà doloroso
per lei ripensare a quello che è successo...".
La
donna aveva il viso rigato dalle lacrime. Quello
che un tempo era suo figlio, era diventato un
cerebroleso privo di qualsiasi facoltà
intellettiva, che non riusciva più nemmeno
a parlare o a comunicare. Lo guardava sdraiato
sul letto, immobile.
Con
un sorriso perennemente stampato sul volto.
SCHEDA PERSONALE
"Voglio
la sua testa" - sbotta il Direttore Generale
della Wilson, una multinazionale di dolciumi,
rivolto al suo nuovo segretario.
"Non
si può andare avanti così: in
tre mesi ci ha fatto perdere ventimila dollari
con i suoi errori idioti. Entro domani voglio
un nuovo contabile al suo posto. Adesso va'
pure e provvedi tu a tutto, d'accordo?"
Rimasto
solo nel suo ufficio, il Direttore pensa compiaciuto
al suo nuovo segretario: "Un tipo in gamba,
non discute mai un ordine, ed è sempre
il più zelante; e pensare che l'ho assunto
solo da due settimane. Anzi, adesso che ci penso
non ho nemmeno guardato la sua scheda personale".
Si
alza dalla poltrona e, raggiunto uno schedario,
vi estrae una pratica e si mette a sedere.
"Come
sospettavo: curriculum vitae ottimo, quasi perfetto".
Poi
legge le note personali.
"Eccellente".
Quindi
sposta l'occhio sulla relazione redatta dallo
psicologo che, per regola instaurata da alcuni
anni, sottoponeva tutti i nuovi dipendenti a
un colloquio. Scritta in modo discorsivo, recita:
Il
soggetto, pur dialogando con facilità
e senza alcun timore apparente,
A
questo punto sente dei rumori lontani
fa
trasparire una profonda introversione, quasi
psicotica, e presenta
che
si avvicinano sempre di più...
parecchie
difficoltà di astrazione a livello psichico,
che ingenerano
poi
dei passi che si avvicinano al suo ufficio,
un
profondo imbarazzo nell'elaborazione concettuale
del linguaggio
la
porta si apre: è il segretario. Ha in
mano qualcosa...
o,
per dirla in termini più semplici,
...qualcosa
che gocciola, ma non si vede bene..."Oh,
mio Dio!"
prende
tutto alla lettera.
CICATRICI
Volti
devastati da orrende ferite. Li vedeva tutti
i giorni, nessuno pareva esserne immune. Eppure
lui era il solo che potesse vedere le orrende
devastazioni sulle facce della gente. Fin da
bambino aveva preoccupato i suoi genitori, che
temevano per la sua sanità mentale e
pensavano di avere un figlio visionario.
Fu
solo col tempo che capì l'origine delle
ferite che vedeva deturpare i volti della maggior
parte delle persone che conosceva. Le poteva
scorgere mentre si formavano ad ogni compromesso,
crescendo in maniera proporzionale ad ogni loro
meschinità e cattiveria. Ma lui era diverso.
E proprio per questo riusciva a vedere la devastazione
sui volti altrui. Aveva sempre giurato che non
sarebbe mai stato come loro, che non si sarebbe
mai piegato alla società, che non avrebbe
mai vissuto una vita insulsa e banale. No, lui
sarebbe stato diverso, sempre. Avrebbe fatto
qualcosa di grande.
Intanto
il tempo passava. Si laureò, si sposò
e accettò di entrare nello studio legale
del padre della moglie.
Dopo
una dura giornata di lavoro, tornato a casa,
dato il consueto bacio alla consorte, andò
a salutare suo figlio. Il bambino gli fece una
domanda. Uscito dalla stanza si chiuse in bagno.
Si guardò allo specchio, aprì
la finestra e si gettò verso l'asfalto.
Durante
il volo di cinque piani, una sola frase gli
risuonava nelle orecchie. "Cosa sono quelle
ferite che hai sulla faccia, papà?"
LA SPINTA
Aprendo
il cassetto avvertì la sensazione di
violare l'intimità di qualcuno. Eppure
era il suo cassetto, dove erano stati riposti
tutti i suoi effetti personali, dalla sua infanzia
alla sua maturità. Lettere, racconti,
diari, indirizzi. Come può cambiare un
uomo. Era come guardare vecchie fotografie o
guardarsi allo specchio: non si riconosceva.
Non aveva scritto lui quella roba. Era stato
un altro. Un ragazzo che sognava qualcosa di
grande, che era disgustato da una vita normale,
da un lavoro ripetitivo e noioso, da una famiglia
banale e borghese.
Si
era completamente dimenticato di quel periodo,
delle sue idee, del suo rifiuto per tutti i
compromessi. Del resto non aveva più
molto tempo per pensare. Il lavoro in banca,
non certo eccitante, ma stabile e sicuro, sua
moglie e suo figlio, le rate dell'auto, il mutuo
della casa, le tasse...
Uscì
sul balcone a prendere un po' d'aria. Sentiva
dietro di sé una presenza. Si voltò
ma non c'era nessuno.
Eppure,
prima di cadere al suolo, avrebbe giurato che
qualcuno gli aveva dato una spinta.
A UN SOGNO
Vorrei
darti tutto ciò che mi appartiene, dividere
i miei pensieri, farti assaporare le mie emozioni,
donarti le mie lacrime, senza pensare a quante
ne ho sprecate. Mi chiedo spesso dove tu possa
essere. Forse ti nascondi nei greggi delle discoteche,
o in un ufficio noioso e polveroso. Qualche
volta cerco un segno, un barlume negli occhi,
una parola, un sorriso diverso dalle vuote risate.
Ti penso sempre, anche se non so ancora come
immaginarti, come saranno i tuoi capelli, i
tuoi occhi. Non so nemmeno se saprò riconoscerti,
o se saprai farlo tu. Non so neppure più
se sperare di incontrarti o se non sia meglio
conservarti come sogno, che niente al mondo
potrà mai scalfire. Ma, comunque vada,
voglio che tu sappia che il mio amore sarà
sempre per te, per la persona con cui non dovrò
mai fingere di essere un altro, mai far finta
che non mi importi, mai nascondere le lacrime,
mai mentirti. E in questo non ti tradirò
mai.
CAMERA 203
Un
rumore sordo.
La
sua mente iniziò a mettere a fuoco la
situazione.
Intorno
a lui una stanza d'albergo, una città
che non era la sua.
Sentì
subito nell'aria il suo dolce profumo.
Accanto
a lui, sul letto, il dolce incavo del suo corpo.
Dentro di lui, ben più profondo, il solco
della sua assenza. Come tizzoni ardenti, i segni
della presenza di lei ardevano bruciando tutte
le sue certezze.
Un
incontro casuale, una donna conosciuta la sera
prima che in poche ore aveva cambiato la sua
vita.
Ripensando
alla notte appena trascorsa, non poté
trattenere il ghiacciato rimorso che gli trafiggeva
il cuore. Il sordo dolore che accelerava i battiti
del suo cuore, lo stupore, l'incredulità,
l'enorme sforzo per nascondere il fiume di emozioni
e sentimenti scaturito da quell'incontro casuale.
Ma
le regole erano chiare fin dall'inizio. Nessun
coinvolgimento emotivo. Una sola notte insieme,
poi ognuno avrebbe proseguito per la sua strada.
Ma
non era quello che cercava. Non con lei.
Gli
abbracci, i baci, l'amore goffamente camuffato
che appariva superficialità.
La
sua incapacità di fingere.
Avere
in mano la felicità e sapere di essere
costretti a restituirla al risveglio. Non era
stato capace di vivere il sogno fino in fondo.
Non era stato capace di accontentarsi di assaporare
la felicità una volta soltanto. Sapeva
che non sarebbe mai riuscito a trattenerla,
a vincere la sua voglia di libertà. E
aveva preferito non dover sentire per sempre
il sapore della felicità solo come un
ricordo, sapendo che non sarebbe mai più
stata sua. Forse ci sono cose che è meglio
non conoscere, non provare. Questa, almeno,
era la sua filosofia.
Rivestendosi,
corse con la mente alla sua quotidianità.
Telefonò a casa. Come stai? come stanno
i bambini? torno domani come previsto no tutto
bene.
Chiuse
la stanza e uscì camminando tranquillo,
lasciando tutto se stesso nella camera 203.
IL VUOTO
Jean
André Gides era un pittore squattrinato.
Si considerava un artista, ma i suoi quadri
erano, a detta di tutti, critici e non, privi
di qualsiasi valore, e il consiglio più
ricorrente che gli veniva dato era quello di
cambiare mestiere.
Finché,
un giorno, quando ormai era alla disperazione,
un uomo si presentò nel suo studio. Era
un uomo sui quarant'anni, molto distinto ed
elegante, e gli propose di diventare il suo
manager. Alle obiezioni del pittore, che gli
disse che non avrebbe potuto pagarlo, rispose
che per il momento non voleva nulla, e che avrebbe
preteso il suo compenso solo se fosse riuscito
a farlo diventare un pittore di successo.
Jean André Gides accettò.
Da
quel momento, in poco tempo la sua fortuna cambiò:
i critici d'arte cominciarono ad apprezzare
i suoi quadri, il mondo della pittura iniziò
a conoscerlo e la sua firma, JAG, con cui contrassegnava
ogni suo dipinto, era una garanzia di successo.
In un paio d'anni divenne il pittore più
quotato del momento, e i suoi quadri venivano
contesi a suon di milioni di dollari.
Passò
ancora un anno; proprio quando Gides stava iniziando
a lavorare al suo capolavoro, il suo manager
pretese di essere pagato. Da quel giorno il
pittore sparì. Nessuno riuscì
a capacitarsi della sua scomparsa. Alcuni dissero
che si era trasferito in un'isola del Pacifico,
altri che girava il mondo sotto mentite spoglie,
altri ancora, i più fantasiosi, che,
per avere successo, aveva venduto l'anima al
Diavolo, il quale si era presentato per la riscossione.
L'unica
cosa certa è che nessuno lo vide mai
più. Di lui resta solo il suo ultimo
dipinto, considerato unanimemente dai critici
d'arte un capolavoro assoluto. Intitolato "Il
Vuoto", sul quadro campeggia, in basso
a destra, la sigla JAG. Per il resto la tela
è immacolata.
IL PATTO
Non
poteva crederci. Lui, un modesto impiegato,
che si trovava di fronte al re delle tenebre.
Il Diavolo. Non era davvero come se lo era immaginato,
o come se lo immagina la maggior parte della
gente. Nelle sue sembianze umane avrebbe potuto
passare per una persona rispettabile, un uomo
d'affari, uno che ispira fiducia e onestà.
Era
lì per vendergli l'anima, stanco, dopo
tanti anni, della vita di tutti i giorni. Era
disposto a tutto pur di ottenere quello che
voleva. Finalmente aveva la possibilità
di vivere la propria vita da protagonista, di
essere fiero di sé, ammirato e rispettato
da tutti. Successo, ricchezza, donne.
Il
Diavolo, udita la sua richiesta, scoppiò
a ridere.
"Come
potrei comprare una cosa che è già
mia?"
COLPO DI GENIO
Era
il suo primo caso di suicidio, o almeno appariva
tale. I suicidi non erano certo molto frequenti:
l'ultimo, se non ricordava male, risaliva al
2020. Una pioggia insistente lo accompagnò
fino alla porta dell'abitazione. La casa era
già presidiata dai suoi colleghi della
squadra omicidi. Non che si sospettasse qualcosa,
era una pura formalità, intervenivano
in tutti i casi di morte violenta. E che questo
fosse un caso di morte violenta risultava evidente
entrando nella camera del suicida. Il colpo
che si era sparato alla tempia aveva avuto un
effetto devastante, disseminando materia cerebrale
in tutta la stanza.
Anche
l'interrogatorio della moglie faceva parte della
prassi. La donna non aveva idea del motivo che
potesse aver spinto il marito a compiere quel
gesto.
"Era
un uomo felice" - disse - "aveva tutto
quello che poteva desiderare: un buon lavoro,
una casa, una bella macchina, una famiglia.
Tutto. Non capisco. Era sempre stato felice".
In
quel momento arrivò il medico di famiglia,
che, dopo aver somministrato un tranquillante
alla moglie, si sottopose di buon grado alle
domande di rito. No, non aveva idea del motivo
per cui l'uomo si fosse tolto la vita. Anche
lui lo aveva conosciuto come un uomo tranquillo
e sereno. Una persona felice. Certo, era conscio
dei suoi limiti, ma questo non era mai stato
un problema per lui. Anche l'intervento cui
si era sottoposto alcuni giorni prima era riuscito
perfettamente.
"Quale
intervento?"
"Oh,
niente di serio. Non che fosse malato, anzi,
era in perfetta salute. Non è stato un
vero e proprio intervento, ha solo voluto sottoporsi
a un B.T., un trasferimento cerebrale. Non so
se sa come funziona; non è un trapianto,
né un trasferimento vero e proprio, piuttosto
un'aggiunta...".
"Lo
so, grazie. Sono un poliziotto ma vedo anch'io
i telegiornali".
"Be',
insomma, come le dicevo questo trasferimento
è riuscito perfettamente, senza alcuna
complicazione, anche se gli avevo sconsigliato
di scegliere un cervello di tipo 'X'".
"Perché?
Com'è un cervello di tipo "X"?"
"Il
cervello di un genio".
LA DONNA IDEALE
Quasi
non riusciva a crederci: sul letto, accanto
a lui, c'era la più bella ragazza che
avesse mai visto. Il viso dolce, il seno morbido,
le braccia sottili e armoniose, i fianchi snelli,
le gambe perfette. Era la sua donna ideale,
quella che tutti vorrebbero avere ma che quasi
nessuno riesce a trovare. Lui c'era riuscito.
Era così immerso nella contemplazione
della sua amata che non udì bussare alla
porta.
Dopo
aver bussato ripetutamente senza ottenere risposta,
i poliziotti sfondarono la porta dell'appartamento.
Lo spettacolo che si trovarono di fronte era
orripilante. C'era sangue dappertutto, e teste,
gambe e braccia mozzate disseminate ovunque.
Nella
stanza attigua un uomo era chino sul letto.
Accanto
a lui era disteso un corpo composto da membra
e parti del corpo di varie donne cucite alla
meglio in un macabro puzzle.
NELL'ARMADIO
Avevo
una pianta stupenda nel mio armadio. La innaffiavo
di illusioni e i suoi frutti erano speranze.
Sono
passati molti anni. L'ultima volta che l'ho
vista era avvizzita, e muffa e ragnatele se
ne erano impadronite.
Adesso
sono un uomo sposato e lavoro in banca. Non
ho più aperto quell'armadio.
Ho
paura di quello che potrei trovarci.

ERRORE DI SISTEMA
L'eccitazione
era palpabile. Il laboratorio era in fermento.
Finalmente era stato realizzato. Il computer
vivente, il cervello elettronico più
complesso esistente al mondo. La novità
era più grande di quello che si possa
pensare: il computer era stato costruito in
modo da provare emozioni. Non era solo la mente
artificiale più sofisticata esistente
al mondo, era un essere umano. La sua intelligenza
artificiale avrebbe potuto capire il significato
di molte domande, e trovare una risposta. Sarebbe
stato possibile sapere se Dio esiste, qual è
il senso dell'esistenza umana, se ci sono altre
forme di vita nell'Universo.
L'inserimento
degli ultimi dati era terminato. L'enorme hard
disk lavorava rumorosamente. Sembrava quasi
gemere. Il modulo continuo iniziò ad
uscire dalla stampante. Poi, improvvisamente,
tutto si fermò in un silenzio inquietante.
Uno
degli scienziati controllò i responsi
del computer. Si voltò impallidendo verso
i colleghi che lo fissavano perplessi.
"Si
è suicidato".
RIFLESSI
Si
stava facendo la barba quando successe. Un piccolo
taglio. Niente di strano. Solo che non sanguinava.
Provò a toccare. Niente. Eppure qualcosa
si era aperto. Discostò i lembi della
ferita. Nulla. Nella ferita vedeva solo qualcosa
di scuro. Aprì ancora di più il
taglio che si era procurato. Si ritrasse terrorizzato
dallo specchio.
Sotto
la sua pelle c'era solo il vuoto.
LA MANO
La
sua mano tranciata da una lamiera era stata
l'ultima cosa che aveva visto durante l'incidente.
Poi era svenuto.
Non
sapeva quanto avesse dormito; forse due giorni,
forse di più. Si era trovato in un letto
d'ospedale, con un gran senso di nausea e dolori
in tutto il corpo. Il dolore finiva al polso
destro, ma al posto della sua mano, un'altra.
Non era artificiale, era proprio umana, eppure
non era la sua; certe cose si sentono, e poi
la sua mano era stata maciullata nell'incidente.
Ma allora di chi poteva essere?... Un brivido
gli percorse la schiena: era la mano dell'automobilista
che aveva ucciso nell'incidente. Rivedeva mentalmente
lo scontro: lui che viaggiava a velocità
folle, lo stop che non aveva visto, la macchina
rossa, il terrore sul volto del guidatore che
aveva investito, poco prima che la sua testa
venisse schiacciata. Sì, era proprio
la mano di quell'uomo. Sussultò: si era
mossa, senza che lui lo volesse. Non riusciva
a comandarla, non era una mano, era l'uomo che
aveva ucciso, e voleva vendicarsi. Ed era forte,
più forte del suo braccio...
Lo
trovarono morto in sala di rianimazione, si
era tolto il tubo dell'ossigeno, aveva ancora
la mano destra che stringeva il tubo.
"Non
riesco a capire" - disse il medico che
l'aveva operato - "era riuscito tutto perfettamente;
oltre ad averlo salvato siamo riusciti perfino
a riattaccargli la sua stessa mano. Era stato
davvero fortunato".
"Già,
anch'io lo sono stato; fratturarsi solo il setto
nasale e una gamba in un incidente di quel tipo
è stato davvero un miracolo. Eppure,
anche se è stato lui a provocare l'incidente,
non serbavo rancore nei suoi confronti, anzi,
sa cosa le dico? Mi dispiace molto che sia morto
senza che gli abbia potuto dire che stavo bene
e che lo avevo perdonato. Avevo già deciso:
appena fosse uscito dalla rianimazione, sarei
andato a stringergli la mano".
BELLI E BESTIE
"Non
capisco proprio tutto questo scalpore"
- squittì la bionda dalle enormi forme.
"Il
nostro è un vero amore, a me non importa
niente del fatto che lui abbia appena ereditato
una fortuna" - miagolò all'indirizzo
dell'intervistatore.
"E
anche se siamo di razza diversa, che male c'è?
Io lo amo per come è dentro, non certo
per i suoi soldi, e lui questo lo sa bene. Vero,
amore?"
"Woof"
- rispose il pastore tedesco accovacciato al
suo fianco.
RELATIVITÀ
Stava
pensando a come era stata stupida. Le era bastato
sfogliare un diario di alcuni anni prima, tappezzato
di foto del suo attore preferito, di cuori con
all'interno le iniziali T.H., per capire quanto
fosse ridicolo essere stata innamorata di un
attore. Che stupida! Il suo sguardo indifferente
e distaccato si posava su quelle stesse immagini
che fino a pochi anni prima la facevano palpitare.
Ma adesso era cresciuta, aveva 18 anni. E non
avrebbe potuto essere più fortunata.
Aveva un ragazzo, il più bello della
scuola, si sentiva più desiderata e più
bella, tutti i suoi complessi adolescenziali
si erano dissolti nel nulla. Il suono del campanello
interruppe i suoi pensieri. Lasciò sul
tavolo il suo vecchio diario tappezzato di foto
e di cuori, accanto alla sua nuova agenda, dalle
pagine bianche e ordinate, con appuntamenti,
compiti, appunti delle lezioni.
Le
fischiarono le orecchie. "Dimmi un numero"
chiese al suo ragazzo. "Venti".
Dall'altra
parte dell'oceano un uomo sentiva il vuoto dentro
di sé. Era un attore, aveva avuto molto
successo, anche se adesso era in una fase discendente
della sua carriera. E non aveva mai conosciuto
il vero amore. Donne sì, tante, sempre.
Ma aveva aspettato per anni la sua donna, quella
che avrebbe voluto sposare, e che, ne era sicuro,
esisteva da qualche parte, in qualche sperduto
angolo di mondo. Stava proprio pensando a lei,
alla ragazza dei suoi sogni, alla donna che
avrebbe potuto dare un senso alla sua vita e
che non era mai riuscito a trovare. Poi diede
un calcio alla sedia. La corda si tese e il
cappio si strinse attorno al collo soffocando
in un rantolo anche il suo ultimo rimpianto.
RACCONTI D'AUTORE
Aveva
iniziato una notte. Soffriva d'insonnia, così
si era seduto davanti al computer e aveva iniziato
a scrivere di getto. Sembrava che le sue mani
fossero solo lo strumento di qualcun altro.
Sullo schermo si dipanava un racconto che sembrava
già scritto, tanta era la facilità
della stesura. Era la storia di un'intera famiglia
trucidata nella propria casa.
Il
giorno seguente, in ufficio, durante una pausa
di lavoro lesse con sgomento una notizia sul
giornale: "Famiglia selvaggiamente trucidata".
Ma non ci badò più di tanto. Una
semplice coincidenza, era la conclusione cui
giunse la sua mente razionale e analitica.
La
notte successiva scrisse di un ragazzo, della
sua vita, dei suoi sogni infranti, del suo suicidio.
La
sera dopo apprese dalla televisione del suicidio
di un ragazzo di vent'anni. Il metodo era lo
stesso che aveva descritto nel racconto: il
giovane si era dato fuoco e poi si era gettato
dal palazzo dove abitava. Un volo di dieci piani
che gli era valso il soprannome di "Torcia
Umana". Che poi era anche il titolo del
suo racconto.
Sgomento,
smise di scrivere per alcuni giorni. Fin quando
nella sua mente si affacciò un'idea.
La
sera stessa si sedette davanti al computer e
si mise a scrivere. In quel racconto il protagonista
era lui. L'indomani era il giorno dell'estrazione
dei biglietti della lotteria nazionale, e il
primo premio sarebbe andato a lui. Avrebbe trovato
il coraggio per lasciare la moglie, per mandare
al diavolo il suo lavoro in banca, per dire
al direttore quello che pensava di lui.
Il
giorno seguente attese con ansia l'esito dell'estrazione,
trasmessa in diretta televisiva. Ma il numero
del suo biglietto non c'era.
Fu
allora che capì. La sera prima non aveva
scritto un racconto, ma solo quello che avrebbe
voluto che succedesse. Così non funzionava.
Aveva scritto senza passione, senza infondere
arte nelle parole. Ormai lo sapeva. Doveva lasciare
libero sfogo alla sua creatività, all'arte
che era dentro di lui. Solo i suoi racconti
si sarebbero avverati, non i suoi desideri o
le sue aspirazioni trascritte senza il sacro
fuoco che donava alle sue creazioni di aspirante
scrittore.
Fece
alcuni tentativi scrivendo altri racconti, storie
che puntualmente si avverarono.
Allora
decise di scrivere un romanzo. Sarebbe stata
quasi un'autobiografia. Il protagonista aveva
molte cose in comune con lui, ma la fine sarebbe
stata diversa. Il suo protagonista avrebbe sfondato,
sarebbe diventato un grande scrittore.
Fu
così che, giorno dopo giorno, il suo
romanzo iniziava a prendere forma. Pagine e
pagine racchiuse nella scatola del suo computer,
tutta la sua vita memorizzata nell'hard disk.
Quella
sera era particolarmente depresso. Gli capitava
spesso. In quei momenti vedeva tutto nero, o
forse vedeva con occhi più obiettivi
la realtà. E nella realtà, al
di fuori del suo PC, lui era un fallito. Adesso
più che mai ne era consapevole, e sapeva
che niente avrebbe mai potuto cambiare questo
fatto. Preso dallo sconforto evidenziò
le pagine che aveva scritto fino ad allora,
dalla prima all'ultima. Quindi premette il tasto
"canc".
La
donna non riusciva a dormire. Suo marito doveva
essere ancora nello studio a scrivere. Non sapeva
che cosa, perché lui non le aveva mai
fatto leggere i suoi lavori, ma intuiva che
potesse trattarsi di un romanzo, o di qualcosa
di simile. Stanca di aspettare scese dal letto
e si diresse verso lo studio. Aprì la
porta senza bussare.
Nessuno.
La stanza era vuota. Si chiese dove fosse suo
marito. Non poteva essere uscito, perché
non aveva sentito aprirsi la porta. Ma allora
dov'era andato? Era impossibile che fosse sparito
così. Non era certo il tipo da fare queste
cose. Non riusciva a capacitarsene. Questa sparizione
improvvisa, nel cuore della notte, era troppo
strana. E ancora più strano era il fatto
che, per quanto si sforzasse, non riusciva a
ricordare il volto dell'uomo che aveva sposato.
PREDA INFINITA
Correva
spinto dalla disperazione. Braccato. Poteva
udire i latrati dei cani che annusavano la sua
scia di dolore e sangue, di sudore e paura.
E i passi veloci e decisi dei suoi inseguitori.
Dietro di lui. Sempre più vicini. Doveva
ignorare il dolore lancinante ai fianchi e la
stanchezza delle gambe. Ormai era allo stremo.
Il suo corpo cedette di colpo, vinto dalla fatica.
In
pochi istanti i cacciatori lo avevano raggiunto.
Due fucili puntati contro il suo viso implorante.
Non aveva quasi più fiato per parlare,
ma i suoi occhi imploravano pietà, le
sue labbra sussurravano di risparmiarlo, che
aveva una famiglia che lo aspettava a casa,
due figli ancora piccoli che avevano bisogno
di lui.
I
fucili spararono e in una frazione di secondo
che sembrava eterna due proiettili raggiunsero
la sua testa.
In
quell'istante uno squarcio si aprì nella
sua mente. E improvvisamente capì.
Il
suo piccolo e ottuso cervello diventò
d'un tratto pensante.
Si
ricordò della sua vita di cacciatore,
e dello sguardo di tutti gli animali che aveva
ucciso, trovandolo del tutto simile al suo.
Comprese l'orrore che stava vivendo e che avrebbe
vissuto per l'eternità, contrappasso
dell'orrendo e mortale peccato di chi uccide
esseri viventi per puro divertimento.
E
finalmente capì. Era l'inferno.
Poi
il buio. Per un breve istante.
Quando
si risvegliò stava correndo spinto dalla
disperazione. Braccato. Poteva udire i latrati
dei cani che annusavano la sua scia di dolore
e sangue, di sudore e paura. E i passi veloci
e decisi dei suoi inseguitori. Dietro di lui.
Sempre più vicini...
PICCOLE STORIE
Una
giornata come tante.
Alzarsi,
vestirsi, fare colazione.
Un
uomo come tanti. Non c'era niente di speciale
in lui.
Giacca
e cravatta, borsa in pelle. |
Una
giornata come tante.
Alzarsi,
vestirsi, fare colazione.
Una
donna come tante. Nubile, disoccupata, viveva
da sola. Una storia appena finita che aveva
lasciato qualche traccia sul suo viso e
nel suo cuore. |
Uscire
di casa, salire in macchina, guidare nel
traffico.
Come
tutti i giorni. Questa volta aveva scelto
una nuova cliente da visitare.
Arrivato
al pianerottolo suonò il campanello. |
Oggi
aveva voglia di farsi bella. Non le capitava
spesso. Anzi. Ultimamente si trascurava
un po'.
Aveva
appena finito di prepararsi quando sentì
suonare il campanello. |
La
porta si aprì davanti a lui. Una giovane
donna, sui trent'anni. Si fissarono per un lunghissimo
istante.
Chissà
cosa sarebbe potuto succedere qualche anno fa,
quando lui era meno cinico. Forse avrebbe potuto
innamorarsi di questa ragazza, magari sposarla
e vivere felice con lei. È proprio strana,
la vita. Ottieni le cose che desideravi follemente
solo quando ormai non ti servono più.
Sì,
è proprio strana la vita, pensò
l'uomo pulendo con un fazzoletto il coltello
insanguinato.
IL VOLO
(Punti di vista)
In
piedi, sul cornicione di un grattacielo, stava
per spiccare il volo. Tutta la vita aveva sognato
questo momento, e ora finalmente avrebbe volato.
Si
gettò felice nel vuoto, librandosi nell'aria.
Passarono
pochi secondi prima che si sfracellasse al suolo
con un tonfo lugubre. Molti si chiesero perché
un ragazzo giovane e senza problemi si fosse
suicidato. Non sapevano che si era ucciso molto
tempo prima di gettarsi nel vuoto. Si era suicidato
alzandosi ogni mattina per andare in ufficio,
con le umiliazioni che aveva dovuto subire per
trovare un lavoro e per conservarlo, quando
aveva supplicato una ragazza di non lasciarlo,
quando aveva rinunciato a tutti i suoi sogni.
Gettandosi
nel vuoto aveva vissuto, come mai prima di allora.
Un istante che valeva una vita intera. Un solo
istante, ma aveva vissuto.
SCHEGGE
Raccogli
i pezzi sparsi nella stanza.
Li
riconosci, uno ad uno.
Ecco
quello che avevi perso quando era morto un tuo
amico.
E
questo è quello di quando quella ragazza
ti aveva lasciato. Come si chiamava...?
Oh,
eccoli. Tutti quelli dei tuoi sogni, delle tue
speranze. Ridotti in frantumi.
Centinaia
di piccoli frammenti.
Finalmente
sono tutti di nuovo insieme, incollati, ricomposti.
Dovrei averlo aggiustato. Ma perché allora
non funziona più?
Perché
questa piccola cosa non batte più?
PENSIERI PERICOLOSI
Non
era la prima volta che era in coda sul viadotto,
alla guida della sua auto. A quell'ora, quando
usciva dall'ufficio per tornare a casa, il traffico
era sempre caotico.
Ma
quel giorno la fila non si muoveva. Oltretutto
si era dimenticato di fare aggiustare la radio.
Era
nervoso. Non sapeva come ingannare il tempo.
O forse era il tempo che stava ingannando lui.
Pensò
a quante volte aveva fatto quella strada, e
si mise a contarle. Cinque volte alla settimana
per ventisette anni... più una moglie,
due figli, una casa, una macchina, le cene con
gli amici, la Tv...
Dissero
che era impazzito. Parlarono di un colpo di
sole. Del resto era l'unico modo per spiegare
il comportamento di un uomo che, uscendo dalla
propria auto, si mette a gridare "ZERO,
ZERO, ZERO..." e si butta dal cavalcavia
trovando la morte sull'asfalto sottostante.
Come
potevano sapere? Come avrebbero potuto intuire
il motivo per cui lo aveva fatto? Chi avrebbe
immaginato che si era gettato nel vuoto per
colpa di un'operazione matematica? Chi avrebbe
mai potuto sapere il risultato di cinque volte
alla settimana per ventisette anni... più
una moglie, due figli, una casa, una macchina,
le cene con gli amici, la Tv...?