Sono
passati cinque anni e mezzo da quando Marta
Russo fu uccisa da un colpo di pistola sparato
la mattina del 9 maggio 1997 nell'Università
di Roma: dopo quattro processi - in Assise,
in Appello, in Cassazione e di nuovo in Appello
- il caso sembra ancora lontano dall'essere
risolto. Come padre del principale imputato,
Giovanni Scattone, vorrei raccontare qui un'esperienza
che non auguro a nessuno, ma che temo possa
tuttora capitare a chiunque. Il tono del racconto
potrà sembrare talvolta un po' leggero;
ma francamente - a parte l'oggettiva gravità
del fatto, al quale peraltro Giovanni è
del tutto estraneo - non riesco a prendere sul
serio una ricostruzione accusatoria così
infondata e spesso grottesca.
1.
I CONTROLLI
Il
10 giugno 1997 partii in aereo per Genova. In
albergo mi accorsi che la mia valigia era stata
aperta, ma nulla era stato sottratto; né
un radioregistratore portatile, né un buon
binocolo, nulla. Strano, no? Non feci denunzia,
non ve n'era motivo. Né mi tornò
alla memoria, nemmeno per un attimo, un episodio
analogo, che pure avevo raccontato a molti. Nel
1993 tornavo da Londra, e a Heathrow lo stesso
radioregistratore aveva fatto scattare il metal
detector. Un gentilissimo poliziotto mi fece aprire
la valigia e dopo un breve interrogatorio mi disse
che a richiuderla ci avrebbe pensato lui: potevo
imbarcarmi. Arrivato a Roma, trovai l'interno
della valigia cosparso di bicarbonato. Evidentemente
il solerte custode dell'ordine aveva notato in
un barattolo trasparente una polverina bianca
sospetta, e già si era visto citato sui
giornali del giorno dopo per aver brillantemente
identificato in un anziano ingegnere italiano
un pericoloso corriere della droga.
Il
10 giugno 1997 ero talmente lontano dall'idea
di poter essere coinvolto con mio figlio Giovanni
nelle indagini sull'uccisione di Marta Russo,
avvenuta un mese prima, da non sognarmi neppure
di collegare tra loro i due fatti, che in realtà
erano due esempi di uno stesso stile investigativo.
Dal 6 giugno il nostro telefono era intercettato,
ovviamente a nostra insaputa: gli inquirenti conoscevano
quindi i miei spostamenti e devono aver pensato
che intendessi (perché no? tutto è
possibile...) portare con me in aereo a Genova,
un mese dopo, l'arma del delitto, che fu poi cercata
affannosamente in casa nostra la notte degli arresti,
alla presenza di un esterrefatto vicino di casa,
e con più calma qualche giorno dopo, con
la mia collaborazione. Nessun'arma è stata
mai trovata: si sa soltanto che per la presunta
detenzione di questo fantomatico attrezzo Giovanni
si è guadagnati onestamente, in Assise
e poi in Appello, due anni in più di reclusione
(1) (ma questa è solo una
fra le tante "realtà virtuali"
dei processi di cui stiamo parlando).
La
differenza sostanziale fra il caso londinese e
quello romano è che domenica 15 giugno
1997 su tutte le reti televisive, e il giorno
dopo su tutti i quotidiani, i nostri inquirenti
furono largamente citati ed elogiati per la loro
tenacia e il loro acume. In una trionfale conferenza
stampa avevano dichiarato: "Risolto finalmente
il mistero della Sapienza: il caso è chiuso".
Sono passati più di cinque anni e il caso
non è affatto chiuso. Piuttosto, è
stata faticosamente ricondotta all'uso della ragione
un'opinione pubblica che era stata travolta soprattutto
dall'ostentata sicurezza degli inquirenti (ne
avessero poi trovato almeno uno, di riscontri
oggettivi a convalida delle loro supposizioni!),
oltre che da un'emotività esasperata: entrambe
amplificate a dismisura dai mass media, come più
tardi hanno lealmente riconosciuto alcuni noti
editorialisti (2).
Con
un dispendio enorme di tempo e di mezzi privati
e pubblici (che nessuno mai si curerà di
valutare), si è giunti, nel giugno 1999
in Assise, nel febbraio 2001 in Appello e nel
novembre 2002 in sede di rinvio, a tre condanne
che non hanno convinto nessuno (3):
in esse l'originaria imputazione di omicidio volontario,
non giustificata da nessun elemento concreto,
è stata costantemente derubricata in quelle
di omicidio colposo o di favoreggiamento, con
pene relativamente lievi (addirittura ridotte
per tutti gli imputati nella terza sentenza),
perché inflitte senza prove sufficienti.
Perché la gente cominciasse ad aprire gli
occhi ci sono voluti anni di ingiusta detenzione,
di inutili attese e di processi in massima parte
puramente virtuali: e solo alcuni eventi clamorosi
hanno fatto cambiare opinione a molti. C'è
stato anzitutto, nel settembre 1998, il fortunoso
ricupero, dopo quindici mesi di latitanza, del
cosiddetto "video shock Alletto": una
videoregistrazione sonora dell'11 giugno 1997,
in cui per più di quattro ore il P.M. La
Speranza e il P.A. Ormanni si alternano nell'interrogare
la coindagata Gabriella Alletto, priva di un difensore
ma accompagnata da un attivissimo e informatissimo
cognato poliziotto, per ottenere da lei, con blandizie
e promesse alternate a pesanti pressioni e minacce,
una testimonianza accusatoria decisiva. E' arrivata
poi, nel febbraio 1999, la lunga dichiarazione
spontanea in Assise con cui il coimputato Francesco
Liparota ha ritrattato nuovamente - questa volta
con dovizia di chiarimenti sulle circostanze e
sui motivi - le goffe accuse contro Giovanni Scattone
e Salvatore Ferraro da lui verbalizzate, con molta
riluttanza, in carcere; nella stessa udienza sono
state lette in aula le conclusioni, nettamente
favorevoli agli imputati, delle perizie ordinate
dalla Corte d'Assise. Dopo un processo d'Appello
che non ha recato nessun elemento decisivo nuovo,
nel dicembre 2001 la Corte di Cassazione, su richiesta
dello stesso Sostituto Procuratore Generale, ha
annullato la sentenza d'Appello e ha rinviato
il processo ad altra Corte; nel novembre 2002
questa ha condannato ancora i tre imputati, che
ricorreranno nuovamente in Cassazione.
Le
molte anomalie (per usare un eufemismo) di questa
vicenda giudiziaria - della quale si è
autorevolmente detto che "è sfuggita
di mano a tutti" (4)
e che "rimarrà emblematica della giustizia
italiana negli anni Novanta" (5)
- non possono riguardare solo i diretti interessati,
ma vanno conosciute e approfondite da tutti gli
"addetti ai lavori", ad ogni livello,
e da tutti i cittadini solleciti della libertà
e della giustizia: il che finora, tra attese e
rinvii, diversivi e cortine fumogene, non è
certo avvenuto. Finché non avrà
avuto concreta attuazione il "giusto processo",
chiunque potrà trovarsi esposto allo stesso
arbitrio inquisitorio che ha caratterizzato il
caso qui esaminato. Su di esso vorrei fornire
- come persona "informata sui fatti"
(o meglio, sulle "carte" da cui essi
vengono abitualmente surrogati) - una testimonianza
tratta esclusivamente da dati oggettivi e da atti
pubblici, compresi quelli, già universalmente
noti e integralmente pubblicati, che la Corte
di rinvio ha deciso di allegare parzialmente al
fascicolo poco prima di entrare in Camera di Consiglio.
2.
LA SORPRESA
In
viaggio non leggevo i quotidiani e non guardavo
i telegiornali: seppi così dell'arresto
di Giovanni con venti ore di ritardo, per puro
caso, dalla televisione di un albergo di Torino.
Tuttavia, tornando a Roma, ero sereno nel più
profondo dell'animo: per 29 anni ero sempre vissuto
accanto a lui (per otto anni, dopo la morte di
mia moglie, solo con lui), e anche nell'ultimo
mese lo avevo visto proseguire in modo assolutamente
normale le sue svariate attività. Conoscendolo
bene, non avevo nessun motivo di credere a un
inspiegabile raptus, destinato a durare solo pochi
secondi; mi preoccupavo, piuttosto, che nell'imminente
interrogatorio in carcere fosse assistito da un
avvocato di fiducia. Non avendo mai avuto a che
fare con la giustizia, né civile né
penale, non ne conoscevo nessuno; ma gli amici
di Giovanni e il maggiore dei suoi fratelli avevano
già provveduto a trovarne due mentre io,
ignaro di tutto, visitavo i musei torinesi.
Sugli
schermi televisivi la faccia sbattuta e meravigliata
di Giovanni gli somigliava poco, ma i titoli dei
telegiornali erano inequivocabili: "Scoperto
finalmente il killer della Sapienza: è
un ricercatore di 29 anni, Giovanni Scattone".
La mia reazione immediata fu: "Evidentemente
c'è un errore: pazienza, sarà una
grossa seccatura, ma presto ne verremo fuori".
Ero arrivato a 71 anni conservando intatta la
nativa fiducia nel potere del ragionamento: fiducia
alla quale, nonostante tutto, non intendo rinunziare.
In
effetti questa vicenda, che può apparire
(o che si vuole far apparire) complicata, è
invece molto semplice, quando la si consideri
attentamente e senza preconcetti, per ciò
che riguarda la ricostruzione dell'Accusa: non
a caso i primi a dubitarne, pochi giorni dopo
gli arresti, furono due docenti universitari abituati
a esaminare criticamente i problemi: un matematico
e uno storico (6).
Dall'analisi e dal confronto degli atti ufficiali,
delle "carte", ogni persona ragionevole
e non prevenuta può capire in che modo
e con quali intenti siano state condotte le indagini
e può cogliere gli errori, le omissioni
e i ritardi che hanno condizionato pesantemente,
o addirittura stravolto, le indagini preliminari
e i processi in Assise e in Appello. Questo lo
hanno capito ormai tutti, tranne chi si ostina
a non volerlo capire, nel migliore dei casi per
ragioni emotive, ponendo ad esempio domande del
tipo: "Va bene, ma se non sono stati loro,
allora chi è stato?", e concludendo:
"Comunque, sta di fatto che una povera ragazza
di 22 anni è morta, ci sono delle testimonianze,
degli indizi, tre condanne, e i colpevoli devono
espiare, pentirsi e chiedere perdono". Ciò
che in realtà serve a costoro non è
la verità, ma un capro espiatorio qualsiasi,
non importa se innocente, su cui possano scaricarsi
i sensi di colpa dell'intera comunità.
Capire
è dunque abbastanza facile se ci riferiamo
alle "carte" (credo che nel nostro caso
siano arrivate a 30.000), poste tuttora a fondamento
del processo penale, con i risultati disastrosi
che sono sotto gli occhi di tutti. Molto più
difficile è accertare come si siano svolti
realmente i fatti, sebbene si possano ancora avanzare
delle ipotesi e notare coincidenze o analogie
con altri casi. Ad esempio, i genitori di Ilaria
Alpi, la giovane giornalista uccisa otto anni
fa in Somalia, continuano a non credere affatto
alla versione ufficiale (7).
Il presunto uccisore, un somalo condannato a 26
anni, ha detto in aula che "Allah conosce
la verità"; ma potrebbe darsi che,
oltre ad Allah, la verità la conosca (o
la conoscesse) anche qualcun altro, interessato
o costretto a non rivelarla. Una giustizia seria
può anche adeguarsi a "motivi superiori",
ma allora ha il dovere di archiviare il caso:
se ne saprà di più tra 20 o 50 anni
(oppure, in paesi più volubili, in occasione
del prossimo cambiamento di regime). Meno serio
- per non dire altro - sarebbe invece perseguitare
degli innocenti per mostrare di aver "risolto"
un caso che in realtà non era risolvibile
con mezzi ordinari: i Servizi Segreti e chi tratta
con loro non amano andare a raccontare i fatti
propri nei tribunali.
Ho
voluto proporre qui una possibilità limite
(che tuttavia non ritengo affatto cervellotica),
ma ve ne sono anche altre: dal maldestro amatore
di silenziatori artigianali (all'Università
ce n'erano in giro parecchi) che ne sta provando
uno, al tiratore esperto che vuole terrorizzare
qualcuno e lo aspetta al varco. Tutte queste possibilità
presuppongono peraltro che il colpo sia partito
da un luogo, balisticamente compatibile, in cui
chiunque potesse entrare liberamente, chiudersi,
sparare con un'arma silenziata senza essere visto
dall'esterno, raccogliere il bossolo (mai ritrovato)
e allontanarsi senza destare sospetti. Un luogo
siffatto esiste: è il bagno disabili della
Facoltà di Statistica, posto al piano rialzato
dello stesso edificio che al primo piano ospita
l'Istituto di Filosofia del Diritto, con la famosa
stanza 6 (o sala assistenti) incriminata.
Il
bagno disabili, preso subito in considerazione
dagli inquirenti, fu poi indicato, nelle conclusioni
delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise, come
il più probabile punto di partenza del
proiettile: è evidente però che
se uno ha sparato da un bagno, o lo cogli sul
fatto, o trovi elementi per identificarlo rapidamente,
o devi rassegnarti ad aspettare una soffiata,
un errore, una vendetta, un pentimento, insomma
un fatto nuovo. Ma gli inquirenti non hanno seguito
questa strada, come invece hanno fatto in altri
casi. Ad esempio, la sera del 9 ottobre 1998,
in una villa sulla via Cassia, una signora fu
uccisa da alcuni colpi di pistola sparati dal
giardino: solo nell'agosto 2002, quasi quattro
anni dopo, gli inquirenti della Procura di Roma
hanno inviato un avviso di garanzia ad un vicino
di casa che secondo loro aveva, fin dall'inizio
delle indagini, tutti i numeri per essere il colpevole.
Ma una villa sulla Cassia non è un'Università
con 120.000 iscritti, dove un mese sembrava già
un'eternità, e dove bisognava sbrigarsi
a trovare ad ogni costo un "mostro"
da dare in pasto all'opinione pubblica atterrita
e indignata, alle alte ed altissime Autorità
esternanti e pontificanti, e ai mass media in
ansiosa attesa di notizie sensazionali. Un discorso
analogo potrebbe farsi per il misterioso ferimento
di una suora in prossimità di viale Trastevere:
anche qui gli inquirenti romani, dopo circa un
anno di vani tentativi, hanno archiviato il caso.
3.
IL CARCERE
Appena
fu possibile, andai a trovare Giovanni. "Ciao
Giò". "Ciao pà".
"Be', che è successo?" "Boh!
Non l'ho capito. Fatti dare dagli avvocati l'ordinanza
di arresto e cerca tu di capirci qualcosa; compra
anche un Codice di procedura penale" (Giovanni,
laureato in filosofia, di leggi ne sapeva meno
di me, che non ne sapevo nulla). Il seguito del
colloquio riguardò il sonno, il vitto,
la biancheria, le tante novità imposte
dalla situazione: senza però dimenticare
gli studi. Avevo subito telefonato a Napoli al
Rettore dell'Istituto dove Giovanni frequentava
con una borsa di studio un corso post laurea,
per parlargli di quello che consideravo un impedimento
temporaneo; seppi poi dai giornali che il Rettore
si era molto meravigliato che mi occupassi di
simili faccende avendo un figlio accusato, nientemeno,
di omicidio volontario. Avevo anche scritto al
professore che seguiva Giovanni nel dottorato
di ricerca (mancavano tre giorni all'esame finale,
sostenuto alcuni mesi dopo in carcere): col risultato
che la mia lettera fu sequestrata e la casa del
professore fu perquisita. Il fatto è che
per me gli studi di Giovanni erano e sono rimasti
una cosa seria, mentre l'accusa di omicidio era
ed è rimasta una fandonia.
In
un anno e mezzo (scusate se è poco) di
carcerazione preventiva assolutamente immotivata
(e, come tale, oggetto di un ricorso alla Corte
europea di Strasburgo che "pende" da
tre anni e forse penderà ancora a lungo,
perché per numero di ricorsi di questo
genere l'Italia è seconda solo alla Turchia),
ho avuto con Giovanni ottanta colloqui di un'ora
ciascuno. Per quanto fossimo felici di rivederci
dopo una settimana di separazione, avvertivamo
la mancanza di spontaneità e di occasionalità
dei nostri attuali rapporti. A casa potevamo stare
lontani per intere giornate, ma poi metterci a
discutere animatamente a tavola o incontrarci
a notte alta davanti a una birra; ora invece bisognava
pensare tutto in anticipo e impararlo a memoria.
A volte avevamo la penosissima impressione di
aver esaurito gli argomenti, salvo a ricordare
poi con rabbia ciò che ci eravamo dimenticati
di dirci. Ogni volta arrivavo a Regina Coeli un
po' inquieto: "Come starà? La salute?
Il morale? Gli sarà venuto un improvviso
rigetto dell'ingiusta detenzione, dell'interminabile
attesa del processo? Lo avrà preso la nostalgia
acuta degli amici, delle ragazze, dei viaggi,
del lavoro all'Università, della nostra
casa?". Queste erano le mie ansie. E invece,
ogni volta uscivo dal colloquio rinfrancato dalla
sua serenità, dalla sua capacità
di organizzare le giornate e di resistere ai disagi,
dalla sua ironia (una malattia di famiglia, che
si manifestava specialmente le rare volte in cui
partecipavano al colloquio anche i fratelli);
e correvo a comunicare a tutti la buona novella:
"Giò sta abbastanza bene, è
forte, resisterà".
La
sala d'attesa per i colloqui è un luogo
squallido, ma di straordinario interesse umano.
C'è chi si trova lì per la prima
volta, frastornato, arrivato magari quella stessa
mattina da lontano, ignaro di procedure e di divieti
talvolta incomprensibili (8).
Interviene allora la sollecitudine dei più
esperti: anche gli agenti di custodia, gli ispettori,
le ispettrici aiutano tutti come possono. Mentre
sono in fila per il permesso, può capitare
che una mano si posi sulla mia spalla: mi volto
e incontro la faccia giovanile e rasserenante
del cappellano, un francescano verace (9)
che è qui da venticinque anni e presta
a Giovanni gli stessi libri di Maritain e di Bernanos
che negli anni Quaranta mi dava da leggere al
liceo il nostro don Michele, diventato poi un
battagliero vescovo d'avanguardia. C'è
un padre che mi racconta per l'ennesima volta
l'incredibile storia di suo figlio, arrestato
per un reato al quale, dopo quattro anni, non
riesce più a dimostrare di essere stato
estraneo; c'è una madre che mi dice concitata:
"Sa, questo è l'ultimo colloquio:
domani esce", e continuerà a ripetermi,
una settimana dopo l'altra, con immutata convinzione:
"Tanto domani, al massimo dopodomani, esce:
me l'ha detto l'avvocato". Con altrettanta
convinzione, una coppia profitta dell'occasione
per far propaganda alla propria ditta di trasporti,
"anche marittimi". Ma a volte in questo
stanzone vengono fuori cose terribili. Una madre
dall'aria spenta mi riconosce e mi dice a bassa
voce: "Beato lei, almeno sa che suo figlio
è innocente". "E il suo?".
"E' quello che ha ammazzato a calci la fidanzata
incinta". Un'altra inveisce contro suo figlio:
"Ci ha rovinati a tutti, quel delinquente!
Magari se lo tenessero chiuso per sempre qui dentro!".
Di
fronte a queste persone sprovvedute o disperate,
mi tornava alla mente ciò che mi diceva
mio padre quando ero ragazzo: "Ricordati
sempre che rispetto a tanta povera gente tu sei
un privilegiato". Presto però avrei
imparato che saper mantenere la calma, scrivere
una lettera, un articolo o un promemoria accettabili,
rivolgermi alla pubblica opinione, in fondo serviva
a poco o a nulla; non era confortante sentirsi
dire da un principe del Foro o da un professore
universitario: "Ah, certo, certo, è
giustissimo! Ma se vogliono condannarlo, lo condannano
lo stesso". E così è avvenuto.
Il presunto privilegio ha poi un risvolto reale,
assai pericoloso: l'istintivo rancore dei "poveri
diavoli", eterne vittime della retorica e
dei luoghi comuni. "Ben gli sta, a questi
signorini di buona famiglia, a questi dottorini
presuntuosi, a questi professorini che approfittano
delle studentesse!". "Non basteranno
i superavvocati a salvarti dall'ergastolo!";
"Vorrà dire che la tua filosofia analitica
l'andrai a insegnare agli altri detenuti!":
questo dissero a Giovanni, la notte in cui fu
arrestato, due agenti di Polizia. Certo, lo dicevano
per indurlo a "confessare il colposo"
(il che, come vedremo, avrebbe risolto tutto "presto
e bene"); ma lo dicevano anche perché
sconcertati e irritati dalla sua tranquillità,
per loro incomprensibile in un accusato di omicidio
che si dichiarava innocente. Solo con molto ritardo
abbiamo capito quanto l'abito mentale di autocontrollo
e di apparente distacco di Giovanni abbia pesato
negativamente sulla sua immagine e sulle decisioni
prese contro di lui (ammesso che in un processo
come questo contino qualcosa l'opinione pubblica
e i giudici popolari). D'altra parte né
lui, né io quando lo difendevo sulla stampa
o in televisione, avremmo potuto fare violenza
alla nostra natura e tenere un contegno diverso,
come probabilmente avrebbe preferito l'"audience":
questo lo hanno capito benissimo, dandomene atto,
un uomo di spettacolo esperto come Maurizio Costanzo
(10) e una giornalista
che ha il mestiere inscritto nel DNA come Bice
Biagi (11).
La vera personalità di Giovanni - saldamente
razionale, ma per nulla gelida - è un elemento
di giudizio fondamentale, che bisognerebbe sempre
tener presente e sul quale invece accusatori e
sentenze hanno osservato un silenzio assoluto.
Tutta la sua vita, prima e dopo il 9 maggio 1997,
e tutte le testimonianze su di lui, nessuna esclusa,
dimostrano quanto sia estraneo al suo carattere
pacato e ragionevole qualsiasi elemento di violenza
o di follia.
4.
UN MONDO NUOVO
Da
un giorno all'altro la mia vita cambiò
radicalmente: non soltanto perché Giovanni
era in carcere e la sera mi ritrovavo solo nella
casa deserta (la cosa più penosa era entrare
nella sua stanza, e dovevo farlo spesso per prendervi
documenti da dare ai legali e libri da portare
a lui), ma per un'infinità di motivi. Bisognava
anzitutto parlare ogni mattina con gli avvocati
per avere notizie, purtroppo sempre meno liete;
e leggere tanti quotidiani e settimanali, che
in genere continuavano a propagandare le "verità"
più o meno diffamatorie fornite dagli inquirenti
e a pubblicare pareri di illustri docenti ed "esperti",
i quali nulla sapevano della personalità
di Giovanni, ma ne discorrevano alacremente in
base ai propri schemi mentali. Su questa pessima
abitudine presenzialista dei "cattivi maestri",
in cui scorgevo un vero "tradimento dei chierici",
riuscii ad ottenere una buona intervista da un
grande quotidiano, solitamente ostile.
Talvolta
passavo ore a rendermi conto di quante strane
notizie si possano inventare di sana pianta. Alcune
anche spassose, come quella, pubblicata in neretto
dal suddetto giornale, secondo cui a Napoli erano
in corso indagini sulla borsa di studio vinta
da Giovanni, il quale avrebbe "scritto ai
suoi genitori [?] lettere piene di errori di grammatica";
o quella, apparsa su un altro importante quotidiano,
secondo cui Scattone e Ferraro avrebbero "dominato
l'Istituto di Filosofia del Diritto", plagiandone
il Direttore. Poi magari mi sfuggiva un articolo
importante, apparso su un quotidiano che tira
solo 15.000 copie, ma "fa opinione".
Gli amici miei e quelli di Giovanni, sempre attivissimi,
mi tenevano al corrente delle trasmissioni televisive,
che vedeva anche lui in cella, mentre non gli
era ancora consentito di acquistare giornali e
riviste. Quando gli mandai i quotidiani delle
prime tre settimane, mi disse: "Anzi, pensavo
peggio: tu non sai che cos'erano i servizi televisivi!".
Fin allora non mi era mai accaduto di essere intervistato:
incontrai due giornalisti molto cortesi, che mi
ispirarono subito fiducia, e imparai a fornire
interviste, notizie, documenti e fotografie in
cambio della pubblicazione integrale di un mio
articolo. Un simpatico e combattivo giornalista
napoletano esclamò, appena entrato in casa:
"Ingegne', ma voi ancora andate camminando
sull'ovatta!?", intendendo dire che non avevo
colto la gravità della situazione. Era
vero: continuavo a credere che si trattasse di
un equivoco, e che in quel momento la cosa più
importante fosse far ritornare Giovanni a casa.
Un conoscente che avevo perso di vista da parecchio
tempo, padre di un terrorista pentito, mi telefonò
da Milano per avvertirmi: "Non scalmanarti
tanto a correre i 100 o i 200 metri piani: allénati
piuttosto per una maratona. Non sperare di venirne
a capo prima di sei o sette anni: ci sono passato
anch'io, e forse stavo meglio di te, perché
almeno mio figlio era colpevole ". (Esattamente
il contrario di ciò che mi aveva detto
quella madre a Regina Coeli...).
Insomma,
non mi mancavano i buoni consigli. Un amico esperto
mi esortò a essere "il primo avvocato
di Giovanni, anche se gli avvocati che avete sono
bravissimi"; un altro mi disse: "I tuoi
articoli sono scritti bene, ma se vuoi convincere
la gente devi andare tu stesso in televisione".
Così accettai di farmi intervistare da
una gentile signora, che per prima mi rivolse
la fatidica domanda: "Che cosa vorrebbe dire
ai familiari di Marta Russo?". Risposi: "Che
li capisco, perché ho visto parecchi carissimi
amici miei o dei miei genitori perdere un figlio;
anche mia madre ne aveva persi due prima che io
nascessi, e 35 anni dopo ancora li piangeva. Aggiungerei
che sono sempre disponibile a parlare con loro
della sciagura che li ha colpiti, colpendo indirettamente,
sia pure in modo infinitamente meno grave, Giovanni
e la nostra famiglia". In seguito ho ripetuto
più volte queste parole in televisione,
ad uno degli avvocati di Parte Civile e in una
lettera del 30 aprile 1998 al padre di Marta Russo,
ma esse non hanno mai trovato accoglienza; non
posso far altro che ripeterle ancora una volta
in questa sede.
Imparai
a dire con chiarezza, in differita e poi anche
in diretta, le cose più importanti e a
tenere il filo del discorso, ma non a schivare
gli inevitabili trabocchetti tesi non dal presentatore,
che deve pur fare il suo lavoro d'intermediario,
bensì dal pubblico "che sta a casa",
il quale esige le tue lacrime o le tue smanie
per eccitarsi alla compassione o allo sdegno:
sentimenti che lo porteranno a partecipare al
grande quiz "Colpevole o innocente?",
illudendosi che sia facile "farsi un'opinione"
sulla vicenda di cui tutti parlano. Ma perché
mai tutti devono avere - e magari esprimere -
un'opinione su tutto, anche su cose di cui in
realtà non sanno niente?
Una
settimana dopo l'arresto di Giovanni, entrò
in azione l'Inconscio. "Continui a dormire
le tue sette ore al giorno, una delle quali nel
pomeriggio? Non hai mai avuto un incidente d'auto?
Per te in questo momento sarebbe un bel guaio,
no? E allora, visto che hai sempre avuto scarsa
simpatia per me, eccoti il tuo bravo incidente:
il più idiota possibile". Così
parlò l'Inconscio: e io mi ritrovai con
l'auto distrutta, a sedere su un prato, tutto
insanguinato e con una frattura a una mano, per
aver inseguito un avvocato che invece seguiva
me, e che comunque non c'era nessuna urgenza di
raggiungere.
5.
COMINCIO A CAPIRE
Ai
primi di luglio gli avvocati, andando in ferie,
mi lasciano in copia l'ordinanza di custodia cautelare
(eufemismo per indicare l'ordine di arresto),
gli interrogatori dei tre indagati, i "verbali
di sommarie informazioni" (VSI), ossia i
riassunti di ciò che agli inquirenti hanno
raccontato le persone "informate sui fatti"
(informate, qualche volta, dagli stessi inquirenti),
e altre "carte". E così, nelle
lunghe serate e notti estive, comincio a capire
qualcosa: ancora poco, ma meglio di niente. Veramente,
la prima cosa che capisco è l'inutilità,
"ai fini del comprendere", del Codice
di procedura penale. Serve solo a confondermi
le idee, questo coacervo di disposizioni, con
i suoi infiniti rimandi da un articolo all'altro,
pieno di commi che dal 14.9.1995 o dal 25.3.1993
non sono più validi perché "superati"
da sentenze della Corte Costituzionale o della
Cassazione a Sezioni Unite, ricco di prescrizioni
minuziose, talvolta alquanto vaghe e talaltra
assolutamente tassative, ma che in generale le
"carte" che ho sott'occhio si guardano
bene dall'osservare.
Nei
VSI, ad esempio, mancano per lo più le
domande degli inquirenti, previste dal Codice
("Di solito", mi dice un avvocato, "si
intuiscono dalle risposte; ma non sempre...").
Sono estremamente sintetici, questi VSI, specialmente
sui punti salienti; né mai riferiscono
i tempi secondo i quali i colloqui si sono svolti.
Tempi talvolta lunghissimi, cosicché ad
una pagina di verbale possono corrispondere anche
un'ora o due di colloquio, in cui l'interrogato
avrà avuto modo di riferire le cose più
disparate, magari in contrasto fra loro. Esempio
eccellente di questo genere di verbali è
quello del primo, interminabile "colloquio
informativo" della Lipari, fonte inquinata
e inquinante dell'intero processo; ma gli altri
non sono da meno. Gli interrogatori più
importanti sono registrati integralmente, ma ne
vengono poi fatti dei sommari molto succinti:
un caso tipico è il verbale "ristretto"
dell'interrogatorio in carcere di Liparota, ridotto
a meno di un quinto di quello integrale e in cui
compaiono solo le incoerenti "dichiarazioni"
del coindagato, mentre sono regolarmente omesse
le frasi pronunziate dal P.M. e dal G.I.P., dalle
quali le dichiarazioni stesse traggono sostanzialmente
origine (12).
Quanto ai contenuti e ai toni dei VSI, un ordinario
di storia contemporanea parlerà di "quel
misto di panico e di reticenza che coglie molti
italiani di fronte alle domande di un ispettore
di polizia" (13):
come storico, egli conosce bene le antiche e profonde
radici di questa reciproca diffidenza tra cittadini
e polizia, che è uno degli handicap della
nostra vita associata.
Le
"carte" sono insomma molto più
importanti del Codice che dovrebbe regolamentare
la loro nascita e le loro sorti: ne avrò
poi ampia e autorevole conferma nelle udienze
dei processi, in cui un noto penalista definirà
il Codice "un libro dei sogni" e un
altro dirà che "ormai dal nuovo legislatore
mi aspetto di tutto", mentre un maestro di
procedura penale parlerà, nelle prefazioni
alle ultime edizioni del suo trattato, di un Codice
"fluido e deperibile", riscritto da
"Consulta, Governo e Camere", "complicato,
sovraccarico, verboso, labirintico", nel
quale "ogni parola detta al P.M. o alla Polizia
diventa prova", di un "ordigno già
vecchio" dopo soli sette anni di vita, di
"una Corte Costituzionale che fabbrica norme"
(14).
Nelle "carte" che vado leggendo ("sudate
carte", letteralmente), tutto mi sconcerta:
comincio a capire, ma non riesco a credere ai
miei occhi. È questo, dunque, lo Stato
di diritto che avevamo intravisto con tante speranze
sul finire della dittatura? E' questa la divisione
dei poteri di cui ci parlò una volta al
liceo, "fuori programma", il nostro
professore di storia Ernesto De Martino? È
attraverso queste procedure, così approssimative
e aperte all'arbitrio degli inquirenti, che si
dovrebbero accertare le modalità di un
fatto così grave? Ma qui non ci sono due
verbali che vadano d'accordo tra loro, e tanto
meno con l'ordinanza di custodia cautelare che
ha sbattuto Giovanni in galera, su tutte le prime
pagine e su tutti i teleschermi! Quest'ordinanza,
consegnata ai tre arrestati verso la mezzanotte
tra il 14 e il 15, reca la data "14 giugno,
ore 9.20" [forse un deplorevole errore materiale
per 21.20?]; ma la Polizia era sulle tracce di
Giovanni fin dal pomeriggio, quando era ancora
in corso l'interrogatorio "informale"
della Alletto da parte della DIGOS. Mettendola
a confronto con i VSI, si vede benissimo che il
G.I.P. non ha adempiuto il suo compito istituzionale
di valutare adeguatamente la reale consistenza
delle accuse e la correlativa necessità
di custodia in carcere: si è limitato ad
aggiungere poche righe su Ferraro e Scattone all'ordinanza
redatta due giorni prima per Romano ed ad apporre
una firma (15).
Non per nulla l'11 giugno (ore 18:43) La Speranza,
nel preannunziare alla Alletto come cosa certa
gli imminenti arresti, aveva detto: "Il G.I.P.
è d'accordo, so' tutti d'accordo".
Queste
nottate mi convincono ancor più che è
necessario, per capire la realtà e farla
capire alla gente distratta e frastornata, continuare
a studiare le "carte". Scombinate come
sono, in fondo mi rassicurano sull'esito della
vicenda: sarà impossibile condannare Giovanni
in base a queste fandonie (ricordo di aver detto
questo nel mio secondo "Costanzo show").
Non sapevo ancora quanto le bugie possano avere
le gambe lunghe: lo capirò leggendo le
ordinanze con cui verranno respinte le richieste
di concedere a Giovanni gli arresti domiciliari.
Nella prima di esse si afferma che "il movente
[del delitto] è l'assenza di un movente
specifico" (certo, è una frase che
suscita perplessità e sarcasmi, ma intanto
Giò rimane dentro): si tratta dunque di
"uno scellerato e irragionevole gioco criminale".
Nella seconda ordinanza si sostiene che "l'assenza
di un motivo che abbia spinto l'autore del fatto
ad agire verso una vittima determinata e il mancato
collegamento tra la determinazione a delinquere
del soggetto e un contesto individuato possono
ragionevolmente essere ritenute circostanze implicanti
la possibilità di una propensione criminale
generalizzata, con probabile reiterazione di gravi
reati". Secondo ogni sano principio di critica
testuale, dietro un lessico così astratto
e una sintassi così ansimante non può
che esserci un vuoto di pensiero incolmabile.
A
questo punto (ottobre 1997) smetto finalmente
di "camminare sull'ovatta" e capisco
che la "lotta per la ragione" sarà
lunga e difficile. Mi aiuteranno anzitutto lo
stesso Giovanni, e poi l'attiva solidarietà
dei parenti e degli amici, suoi e miei, che lo
conoscono molto meglio di chi non lo ha mai visto
né ascoltato, ma crede ciecamente nelle
"carte" degli inquirenti, fatte proprie
dal G.I.P.
6.
UN PROCESSO DEFORMATO
Rileggendo
i quotidiani del periodo dal 10 maggio al 15 giugno
1997, si ha un'idea del clima stravolto che regnava
in quei giorni a Roma, specialmente nell'Università
e più ancora tra gli inquirenti. Nell'interrogatorio
videoregistrato dell'11 giugno, La Speranza dice
alla Alletto: "Non è una cosa
grave; è grave perché
è successa all'Università"
(ore 15.27). "Assume una gravità perché
ha fatto un'enorme impressione sulla stampa"
(ore 15.28). "Qui la cosa si sta montando
a tal punto..." (ore 16.09). "Noi questo
caso lo dobbiamo chiudere e lo chiuderemo"
(ore 18.10). "Qui la Polizia non riusciamo
più a tenerla... e c'è il Capo della
Polizia e c'è il Questore..." (ore
18:41) "Lì ci sta tutta la Digos e
tutta la Squadra mobile... che da un mese stanno
su questa storia e non ce la fanno più"
(ore 18.44) (16).
Questa
è l'atmosfera surriscaldata in cui lavorano
gli inquirenti. La cattura del "mostro",
del "killer della Sapienza" è
divenuta una necessità "urgente e
indifferibile", formula magica con cui da
noi si può fare qualsiasi cosa: approvare
in un'ora un decreto legge insensato, affidare
un appalto a chi si vuole, o arrestare tre innocenti.
Anziché cedere alla facile emotività,
alle frenetiche pressioni dell'opinione pubblica
e ai proclami delle supreme Autorità, gli
inquirenti dovrebbero più che mai attenersi
alla prudenza e al senso critico: invece, nell'ansia
di "risolvere il caso" al più
presto, si affidano a un dato tecnico errato (l'inesistente
"residuo di sparo" sulla finestra della
stanza 6) e su questa base mettono faticosamente
insieme una ricostruzione dei fatti che non sta
assolutamente in piedi, ma che né l'Accusa
pubblica e privata, né le tre Corti di
merito avranno il coraggio civile di ripudiare,
continuando stancamente ad accusare e a condannare
con lievi varianti ("per sembrare più
credibili", si direbbe) i tre imputati. Bisognerà
arrivare in Cassazione, dopo quattro anni e mezzo
di travagli, per sentirsi dire da un Sostituto
Procuratore Generale, pubblicamente sostenuto
dai suoi colleghi, che la prima sentenza d'Appello
è "illogica e contraddittoria",
che le indagini e i conseguenti processi sono
"fondati sulla sabbia" e che certe testimonianze
vanno "gettate alle ortiche". Ciò
nonostante, la Corte di rinvio ha ritenuto di
dover condannare nuovamente gli imputati, rimettendo
indietro di quasi due anni l'orologio del processo.
6.1.
Un processo "politico"
Si
è parlato più volte del processo
Marta Russo come di un processo "politico".
Lo hanno definito così sia alcuni amici,
sia alcuni avversari; ma non ho mai seguito né
gli uni né gli altri su questo che mi è
sembrato un terreno minato, e soprattutto un'assurdità.
Non può essere "politico" un
processo in cui tutti i protagonisti sono completamente
estranei ad ogni lotta ideologica, ad ogni militanza
organizzata e alle tante altre attività
con cui spesso viene identificata la "politica",
anche quando con la polis, cioè con la
civile convivenza, non hanno niente a che fare.
Ho
sempre sostenuto, invece, che questo processo
è stato impropriamente politicizzato, e
ho deplorato questo fatto come profondamente ingiusto
verso gli imputati, trattati come burattini o
teste di turco, e sviante per l'opinione pubblica,
che veniva così sottoposta, oltre che al
"fortissimo impatto emotivo" (17)
dovuto alle particolari circostanze del delitto,
anche alla solita, balorda alternativa: "O
con noi, o contro di noi", che da secoli
tiene divisi gli italiani in un 52% di guelfi
e un 48% di ghibellini (o di specie consimili),
senza possibilità di reciproco ascolto.
Uno
dei principi etici fondamentali vieta di considerare
le persone come mezzi, anziché come fini:
ebbene, in questo processo le persone, in primo
luogo gli imputati, sono stati spesso adoperati
per difendere o contrastare interessi di parte.
Fin dall'inizio, infatti, nelle cronache e nei
commenti sulle indagini (come poi sui processi),
sono emerse due tendenze dominanti, in costante
e puntuale opposizione fra loro. L'una di esse
contestava le numerose anomalie e incongruenze
delle indagini e dei processi, sconfinanti talvolta
nell'assurdo, ma non le interpretava come logiche
conseguenze dell'impostazione errata e approssimativa
data alle indagini nel caso specifico, bensì
come espressione di intenti "politici"
d'ordine più generale. L'altra tendenza,
per contro, privilegiava immancabilmente ogni
notizia o interpretazione ostile agli imputati,
pur di difendere ad oltranza l'intera categoria
degli inquirenti e dei magistrati, secondo un
calcolo "politico" rivelatosi ben presto
fallimentare. In tal modo gli imputati sono venuti
a trovarsi nella classica situazione dei vasi
di coccio in mezzo ai vasi di ferro, subendo i
contraccolpi processuali di problemi, vicende
e atteggiamenti del tutto estranei ai fatti in
questione.
Solo
in un'occasione - quella del drammatico video
shock della Alletto - le due tendenze si trovarono
d'accordo: la faccenda era troppo traumatica perché
qualcuno potesse sperare di trarre vantaggio da
una difesa dei P.M.(18);
oltre tutto, le immagini più inquietanti
erano state diffuse ripetutamente da tutte le
reti televisive, e mezza Italia aveva potuto vederle.
Alle infocate proteste di un deputato risposero
allora in Parlamento, con altrettanta indignazione,
il Presidente del Consiglio Prodi che definì
i fatti "gravissimi e vergognosi", e
il Ministro della Giustizia Flick subito affiancati,
con toni non meno aspri, dai rappresentanti di
tutte le parti politiche. Seguirono aperture di
inchieste e denunzie penali a carico dei due P.M.;
ma dopo un paio di anni, come spesso accade, di
tutto quel chiasso è rimasto ben vivo nell'opinione
pubblica solo il ricordo degli spezzoni televisivi
più truci. Dopo 17 mesi di attenta riflessione
e un'intera giornata di appassionanti dibattiti,
nell'aprile 2000 il plenum del C.S.M. ha archiviato
l'inchiesta contro i due magistrati (19),
limitandosi a trasmettere gli atti al Ministro
della Giustizia e al Procuratore Generale della
Cassazione "per eventuali provvedimenti disciplinari";
davvero "eventuali", essendo decorso
inutilmente l'anno di tempo disponibile per tale
azione. Sorte analoga ha avuto il procedimento
penale avviato contro gli stessi magistrati a
Perugia, dove nel dicembre 2000, dopo due anni
di accurate indagini, culminate in una singolare
richiesta di rinvio a giudizio (20),
il G.U.P. li ha prosciolti da ogni addebito.
A
parte questa clamorosa, ma in fondo innocua parentesi
"bipartisan", i grandi contendenti hanno
continuato a combattersi strenuamente sopra le
teste dei semplici cittadini come Scattone e Ferraro,
i quali, ingiustamente accusati e indebitamente
detenuti per due anni in base a indizi e "testimonianze"
inconsistenti, hanno ripreso a frequentare per
il sesto anno le aule giudiziarie. Non per nulla
un noto editorialista ha osservato di recente
che la particolare situazione politica italiana
ha impedito negli ultimi anni, e impedisce tuttora,
di "affrontare i problemi della giustizia
in termini generali", cioè in funzione
"dei diritti di qualsiasi comune cittadino"
(21).
L'ultimo
processo di rinvio ha messo in piena evidenza
tutte le carenze delle accuse, ma si è
ugualmente concluso con una terza condanna, ancor
meno plausibile delle precedenti; dopo di che,
il caso Marta Russo non è classificabile
nemmeno nella categoria - pur così ricca
e variata - dell'errore giudiziario, ma è
solo un caso di palese e reiterata malagiustizia.
L'opinione pubblica, fattasi più accorta,
avverte in esso qualcosa di poco chiaro, qualcosa
di extragiudiziario, che né la più
dotta delle motivazioni, né l'attribuzione
ai giudici popolari di un'emotività che
sarebbe veramente dura a morire, basteranno a
spiegare. Preferisce quindi rinunziare ad occuparsi
ancora di questo caso: gli imputati, che con diabolica
perseveranza continuano a proclamarsi innocenti,
"hanno già dato" parecchio e
ormai, come disse a suo tempo il P.M. La Speranza
(ore 18.12 dell'11 giugno 1997), "rischiano
poco", almeno materialmente. E la verità
allora? La verità "la sa Allah"
(e forse qualcun altro): certamente non è
quella, offensiva per ogni persona ragionevole,
"recitata" (22)
dalle tre sentenze di condanna.
6.2.
La tesi del "complotto"
Più
volte, specialmente nei momenti cruciali dei processi,
la Pubblica Accusa e gli avvocati di Parte Civile
hanno espresso in aula e hanno messo in circolazione
un'idea che potrebbe sembrare soltanto bislacca,
ma che probabilmente ha finito con l'avere un
effetto intimidatorio sui giudici popolari, e
forse anche su altri personaggi: l'idea che la
Difesa incolpasse gli inquirenti di aver ordito
un "complotto" contro Scattone, Ferraro
e Liparota. Secondo questa tesi, tutto ciò
che i difensori denunziano come anomalo o falsato
nell'attività degli inquirenti farebbe
necessariamente parte di un complesso di azioni
dolose da questi concordate a danno degli indagati-imputati.
Di tali azioni, sostiene l'Accusa, i difensori
dovrebbero fornire - se non altro per rispetto
verso le Istituzioni, insidiate da questi ignobili
sospetti - la dimostrazione (accompagnata, possibilmente,
da un'adeguata documentazione).
"Complotti"
ce ne sono stati tanti, e potrebbero sempre essercene:
contro un politico troppo influente, contro un
boss mafioso o contro chi la mafia la combatte,
contro un giudice scomodo, un banchiere potente
o un giornalista che sa troppe cose; ma un "complotto"
contro due aspiranti a un dottorato di ricerca
e un impiegato d'ordine, francamente è
difficile immaginarlo. Per quali motivi e con
quali mire si sarebbe dovuto "complottare"
contro tre illustri sconosciuti, figli di pensionati
senza particolari risorse economiche, di potere
o di prestigio, incensurati e notoriamente estranei
ad ogni losca attività e a qualsiasi giro
di affari, di baronie accademiche, di lotta politica,
di terrorismo, di mafia, di droga, di sesso, di
maneggio e traffico d'armi? Contro tre ragazzi
innocui, che di giorno studiavano e lavoravano
e di sera, tutt'al più, andavano qualche
volta insieme in pizzeria? Per giunta, ogni "complotto"
che si rispetti è per sua natura tacito
e occulto: qui invece gli inquirenti erano attivissimi
nel distribuire quotidianamente alla stampa e
ai telegiornali notizie (di solito calunniose
o diffamatorie) sugli indagati. Stando a ciò
che gli inquirenti dicevano e facevano, era molto
più verosimile che fossero stati gli accusati,
"associati in un unico disegno criminoso",
a "complottare" per sparare coram
populo, non si capisce perché, da
una finestra del loro Istituto; e che vi fosse
stata nel medesimo una banda di omertosi che "complottava"
per proteggerli, secondo una tesi sostenuta ad
oltranza ma risultata alla fine impraticabile,
come dimostra, fra l'altro, la duplice assoluzione
del presunto capobanda professor Romano. In realtà
non c'è stato mai, né poteva esserci,
un "complotto" degli inquirenti contro
gli indagati-imputati: per i primi, reduci oltre
tutto da una serie di vistosi insuccessi (23),
c'è stata invece l'imperiosa urgenza di
"risolvere" in qualche modo un caso
che si presentava oggettivamente difficile.
(I
- continua)
NOTE
1.
Come ha fatto osservare il prof. F. Coppi
dopo la sentenza di primo grado.
2. Tavola rotonda "Un
rapporto difficile: stampa e giustizia"
(Roma 20.4.2000, con interventi di E.
Macaluso, G. Sabbatucci, P. Battista,
G. Valentini, R. Martinelli ecc.)
3. Si veda qui il paragrafo
10.2.
4. Dichiarazioni alla
stampa del Presidente del Tribunale di
Roma, L. Scotti (25.4.1999).
5. Dichiarazioni alla
stampa del prof. F. Coppi.
6. I professori A. Figà
Talamanca ("La Repubblica",
21.6.1997) e G. Sabbatucci ("Il Messaggero",
24.6.1997).
7. V. l'ampio annuncio
a pagamento su "La Repubblica"
del 20.3.2000 e i volumi "Ilaria
Alpi: un omicidio al crocevia dei traffici"
di Carezzolo, Chiara e Scolattari, e "L'esecuzione"
di G. e L. Alpi.
8. Questa possibilità
esiste: v. le foto della Polizia Scientifica
allegate agli atti e pubblicate sul "Giornale".
9. V. il "Regolamento
carcerario" in appendice al Codice
Penale.
10. V. "Il Messaggero"
del 25.4.2002.
11. Dopo le interviste
televisive del Luglio 1997 e del Settembre
1997.
12. Che nel "Giornale"
del 28.9.1997 mi accomuna ai familiari
di Marta Russo e a quelli di Milena Bianchi,
vittima nel 1989 di un altro "mistero":
anche in questo caso i genitori della
ragazza uccisa non sono affatto persuasi
della ricostruzione ufficiale.
13. Liliana Madeo della
"Stampa" e Ferruccio Sansa del
"Messaggero".
14. V. G. Sabbatucci
in "Liberal" del Settembre 1997.
15. F. Cordero, prefazioni
alle edizioni 1992, 1995, 1998 e 2000
del "Trattato di Procedura penale".
16. Appare qui invertito
il rapporto funzionale tra Pubblico Ministero
e Polizia Giudiziaria stabilito dal Codice
P.P.
17. Così si esprime
la prima sentenza d'Appello del 7.2.2001.
Inquirenti, giudici, giurati e Parte Civile
avrebbero il
dovere istituzionale, e i mass media avrebbero
il dovere deontologico, di contenere e
moderare questa componente emotiva, che
nel caso in questione è stata invece
esaltata in tutti i modi a danno degli
imputati.
18. La votazione per
l'archiviazione ha dato il seguente risultato:
votanti a favore 15, astenuti 14 (ivi
compresi gli stessi promotori dell'azione
contro i PM), votanti contro 0. "Cane
non mangia cane" commentò
l'on. Taradash.
19. In cui viene anzitutto
tolto di mezzo il deputato Taradash (che
per l'occasione aveva rinunziato all'immunità
parlamentare), col pretesto che egli conosceva
già il video shock, apparso invece
solo nell'ottobre 1998. Inoltre il cognato
della Alletto (che da ogni sua battuta
nella trascrizione integrale risulta ben
informato su tutto e magna pars dell'operazione)
sarebbe stato invece una semplice "civetta"
per banali questioni di intercettazioni
telefoniche.
20. G. Sabbatucci nel
"Il Messaggero" del 31.7.2002.
21. Una volta tanto,
il ricercato uso giudiziario del verbo
"recitare" coincide col suo
significato corrente.
22. Serie avviata nel
1975 a Napoli dal P.M. Ormanni, con la
condanna all'ergastolo per triplice omicidio
di Domenico Zarrelli, scagionato dopo
cinque anni trascorsi in carcere; proseguita
dalla Procura di Roma con i ben noti casi
di Simonetta Cesaroni (Via Poma), della
Di Veroli, della Filo della Torre (Olgiata);
e tuttora in corso con l'omicidio D'Antona(1999),
l'uccisione della signora Scroppo in una
villa sulla Cassia (9.10.1999), il ferimento
di una suora in Viale Trastevere nell'anno
2000.
23. Si veda qui il paragrafo
8.3.
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