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Memoriali contemporanei  
 Mio figlio è accusato di omicidio
  di Giuseppe Scattone

         Sono passati cinque anni e mezzo da quando Marta Russo fu uccisa da un colpo di pistola sparato la mattina del 9 maggio 1997 nell'Università di Roma: dopo quattro processi - in Assise, in Appello, in Cassazione e di nuovo in Appello - il caso sembra ancora lontano dall'essere risolto. Come padre del principale imputato, Giovanni Scattone, vorrei raccontare qui un'esperienza che non auguro a nessuno, ma che temo possa tuttora capitare a chiunque. Il tono del racconto potrà sembrare talvolta un po' leggero; ma francamente - a parte l'oggettiva gravità del fatto, al quale peraltro Giovanni è del tutto estraneo - non riesco a prendere sul serio una ricostruzione accusatoria così infondata e spesso grottesca.


         1. I CONTROLLI

di Emiliano Pireddu         Il 10 giugno 1997 partii in aereo per Genova. In albergo mi accorsi che la mia valigia era stata aperta, ma nulla era stato sottratto; né un radioregistratore portatile, né un buon binocolo, nulla. Strano, no? Non feci denunzia, non ve n'era motivo. Né mi tornò alla memoria, nemmeno per un attimo, un episodio analogo, che pure avevo raccontato a molti. Nel 1993 tornavo da Londra, e a Heathrow lo stesso radioregistratore aveva fatto scattare il metal detector. Un gentilissimo poliziotto mi fece aprire la valigia e dopo un breve interrogatorio mi disse che a richiuderla ci avrebbe pensato lui: potevo imbarcarmi. Arrivato a Roma, trovai l'interno della valigia cosparso di bicarbonato. Evidentemente il solerte custode dell'ordine aveva notato in un barattolo trasparente una polverina bianca sospetta, e già si era visto citato sui giornali del giorno dopo per aver brillantemente identificato in un anziano ingegnere italiano un pericoloso corriere della droga.
         Il 10 giugno 1997 ero talmente lontano dall'idea di poter essere coinvolto con mio figlio Giovanni nelle indagini sull'uccisione di Marta Russo, avvenuta un mese prima, da non sognarmi neppure di collegare tra loro i due fatti, che in realtà erano due esempi di uno stesso stile investigativo. Dal 6 giugno il nostro telefono era intercettato, ovviamente a nostra insaputa: gli inquirenti conoscevano quindi i miei spostamenti e devono aver pensato che intendessi (perché no? tutto è possibile...) portare con me in aereo a Genova, un mese dopo, l'arma del delitto, che fu poi cercata affannosamente in casa nostra la notte degli arresti, alla presenza di un esterrefatto vicino di casa, e con più calma qualche giorno dopo, con la mia collaborazione. Nessun'arma è stata mai trovata: si sa soltanto che per la presunta detenzione di questo fantomatico attrezzo Giovanni si è guadagnati onestamente, in Assise e poi in Appello, due anni in più di reclusione (1) (ma questa è solo una fra le tante "realtà virtuali" dei processi di cui stiamo parlando).
         La differenza sostanziale fra il caso londinese e quello romano è che domenica 15 giugno 1997 su tutte le reti televisive, e il giorno dopo su tutti i quotidiani, i nostri inquirenti furono largamente citati ed elogiati per la loro tenacia e il loro acume. In una trionfale conferenza stampa avevano dichiarato: "Risolto finalmente il mistero della Sapienza: il caso è chiuso". Sono passati più di cinque anni e il caso non è affatto chiuso. Piuttosto, è stata faticosamente ricondotta all'uso della ragione un'opinione pubblica che era stata travolta soprattutto dall'ostentata sicurezza degli inquirenti (ne avessero poi trovato almeno uno, di riscontri oggettivi a convalida delle loro supposizioni!), oltre che da un'emotività esasperata: entrambe amplificate a dismisura dai mass media, come più tardi hanno lealmente riconosciuto alcuni noti editorialisti (2).
         Con un dispendio enorme di tempo e di mezzi privati e pubblici (che nessuno mai si curerà di valutare), si è giunti, nel giugno 1999 in Assise, nel febbraio 2001 in Appello e nel novembre 2002 in sede di rinvio, a tre condanne che non hanno convinto nessuno (3): in esse l'originaria imputazione di omicidio volontario, non giustificata da nessun elemento concreto, è stata costantemente derubricata in quelle di omicidio colposo o di favoreggiamento, con pene relativamente lievi (addirittura ridotte per tutti gli imputati nella terza sentenza), perché inflitte senza prove sufficienti. Perché la gente cominciasse ad aprire gli occhi ci sono voluti anni di ingiusta detenzione, di inutili attese e di processi in massima parte puramente virtuali: e solo alcuni eventi clamorosi hanno fatto cambiare opinione a molti. C'è stato anzitutto, nel settembre 1998, il fortunoso ricupero, dopo quindici mesi di latitanza, del cosiddetto "video shock Alletto": una videoregistrazione sonora dell'11 giugno 1997, in cui per più di quattro ore il P.M. La Speranza e il P.A. Ormanni si alternano nell'interrogare la coindagata Gabriella Alletto, priva di un difensore ma accompagnata da un attivissimo e informatissimo cognato poliziotto, per ottenere da lei, con blandizie e promesse alternate a pesanti pressioni e minacce, una testimonianza accusatoria decisiva. E' arrivata poi, nel febbraio 1999, la lunga dichiarazione spontanea in Assise con cui il coimputato Francesco Liparota ha ritrattato nuovamente - questa volta con dovizia di chiarimenti sulle circostanze e sui motivi - le goffe accuse contro Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro da lui verbalizzate, con molta riluttanza, in carcere; nella stessa udienza sono state lette in aula le conclusioni, nettamente favorevoli agli imputati, delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise. Dopo un processo d'Appello che non ha recato nessun elemento decisivo nuovo, nel dicembre 2001 la Corte di Cassazione, su richiesta dello stesso Sostituto Procuratore Generale, ha annullato la sentenza d'Appello e ha rinviato il processo ad altra Corte; nel novembre 2002 questa ha condannato ancora i tre imputati, che ricorreranno nuovamente in Cassazione.
         Le molte anomalie (per usare un eufemismo) di questa vicenda giudiziaria - della quale si è autorevolmente detto che "è sfuggita di mano a tutti" (4) e che "rimarrà emblematica della giustizia italiana negli anni Novanta" (5) - non possono riguardare solo i diretti interessati, ma vanno conosciute e approfondite da tutti gli "addetti ai lavori", ad ogni livello, e da tutti i cittadini solleciti della libertà e della giustizia: il che finora, tra attese e rinvii, diversivi e cortine fumogene, non è certo avvenuto. Finché non avrà avuto concreta attuazione il "giusto processo", chiunque potrà trovarsi esposto allo stesso arbitrio inquisitorio che ha caratterizzato il caso qui esaminato. Su di esso vorrei fornire - come persona "informata sui fatti" (o meglio, sulle "carte" da cui essi vengono abitualmente surrogati) - una testimonianza tratta esclusivamente da dati oggettivi e da atti pubblici, compresi quelli, già universalmente noti e integralmente pubblicati, che la Corte di rinvio ha deciso di allegare parzialmente al fascicolo poco prima di entrare in Camera di Consiglio.


         2. LA SORPRESA

         In viaggio non leggevo i quotidiani e non guardavo i telegiornali: seppi così dell'arresto di Giovanni con venti ore di ritardo, per puro caso, dalla televisione di un albergo di Torino. Tuttavia, tornando a Roma, ero sereno nel più profondo dell'animo: per 29 anni ero sempre vissuto accanto a lui (per otto anni, dopo la morte di mia moglie, solo con lui), e anche nell'ultimo mese lo avevo visto proseguire in modo assolutamente normale le sue svariate attività. Conoscendolo bene, non avevo nessun motivo di credere a un inspiegabile raptus, destinato a durare solo pochi secondi; mi preoccupavo, piuttosto, che nell'imminente interrogatorio in carcere fosse assistito da un avvocato di fiducia. Non avendo mai avuto a che fare con la giustizia, né civile né penale, non ne conoscevo nessuno; ma gli amici di Giovanni e il maggiore dei suoi fratelli avevano già provveduto a trovarne due mentre io, ignaro di tutto, visitavo i musei torinesi.
         Sugli schermi televisivi la faccia sbattuta e meravigliata di Giovanni gli somigliava poco, ma i titoli dei telegiornali erano inequivocabili: "Scoperto finalmente il killer della Sapienza: è un ricercatore di 29 anni, Giovanni Scattone". La mia reazione immediata fu: "Evidentemente c'è un errore: pazienza, sarà una grossa seccatura, ma presto ne verremo fuori". Ero arrivato a 71 anni conservando intatta la nativa fiducia nel potere del ragionamento: fiducia alla quale, nonostante tutto, non intendo rinunziare.
         In effetti questa vicenda, che può apparire (o che si vuole far apparire) complicata, è invece molto semplice, quando la si consideri attentamente e senza preconcetti, per ciò che riguarda la ricostruzione dell'Accusa: non a caso i primi a dubitarne, pochi giorni dopo gli arresti, furono due docenti universitari abituati a esaminare criticamente i problemi: un matematico e uno storico (6). Dall'analisi e dal confronto degli atti ufficiali, delle "carte", ogni persona ragionevole e non prevenuta può capire in che modo e con quali intenti siano state condotte le indagini e può cogliere gli errori, le omissioni e i ritardi che hanno condizionato pesantemente, o addirittura stravolto, le indagini preliminari e i processi in Assise e in Appello. Questo lo hanno capito ormai tutti, tranne chi si ostina a non volerlo capire, nel migliore dei casi per ragioni emotive, ponendo ad esempio domande del tipo: "Va bene, ma se non sono stati loro, allora chi è stato?", e concludendo: "Comunque, sta di fatto che una povera ragazza di 22 anni è morta, ci sono delle testimonianze, degli indizi, tre condanne, e i colpevoli devono espiare, pentirsi e chiedere perdono". Ciò che in realtà serve a costoro non è la verità, ma un capro espiatorio qualsiasi, non importa se innocente, su cui possano scaricarsi i sensi di colpa dell'intera comunità.
         Capire è dunque abbastanza facile se ci riferiamo alle "carte" (credo che nel nostro caso siano arrivate a 30.000), poste tuttora a fondamento del processo penale, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. Molto più difficile è accertare come si siano svolti realmente i fatti, sebbene si possano ancora avanzare delle ipotesi e notare coincidenze o analogie con altri casi. Ad esempio, i genitori di Ilaria Alpi, la giovane giornalista uccisa otto anni fa in Somalia, continuano a non credere affatto alla versione ufficiale (7). Il presunto uccisore, un somalo condannato a 26 anni, ha detto in aula che "Allah conosce la verità"; ma potrebbe darsi che, oltre ad Allah, la verità la conosca (o la conoscesse) anche qualcun altro, interessato o costretto a non rivelarla. Una giustizia seria può anche adeguarsi a "motivi superiori", ma allora ha il dovere di archiviare il caso: se ne saprà di più tra 20 o 50 anni (oppure, in paesi più volubili, in occasione del prossimo cambiamento di regime). Meno serio - per non dire altro - sarebbe invece perseguitare degli innocenti per mostrare di aver "risolto" un caso che in realtà non era risolvibile con mezzi ordinari: i Servizi Segreti e chi tratta con loro non amano andare a raccontare i fatti propri nei tribunali.
         Ho voluto proporre qui una possibilità limite (che tuttavia non ritengo affatto cervellotica), ma ve ne sono anche altre: dal maldestro amatore di silenziatori artigianali (all'Università ce n'erano in giro parecchi) che ne sta provando uno, al tiratore esperto che vuole terrorizzare qualcuno e lo aspetta al varco. Tutte queste possibilità presuppongono peraltro che il colpo sia partito da un luogo, balisticamente compatibile, in cui chiunque potesse entrare liberamente, chiudersi, sparare con un'arma silenziata senza essere visto dall'esterno, raccogliere il bossolo (mai ritrovato) e allontanarsi senza destare sospetti. Un luogo siffatto esiste: è il bagno disabili della Facoltà di Statistica, posto al piano rialzato dello stesso edificio che al primo piano ospita l'Istituto di Filosofia del Diritto, con la famosa stanza 6 (o sala assistenti) incriminata.
         Il bagno disabili, preso subito in considerazione dagli inquirenti, fu poi indicato, nelle conclusioni delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise, come il più probabile punto di partenza del proiettile: è evidente però che se uno ha sparato da un bagno, o lo cogli sul fatto, o trovi elementi per identificarlo rapidamente, o devi rassegnarti ad aspettare una soffiata, un errore, una vendetta, un pentimento, insomma un fatto nuovo. Ma gli inquirenti non hanno seguito questa strada, come invece hanno fatto in altri casi. Ad esempio, la sera del 9 ottobre 1998, in una villa sulla via Cassia, una signora fu uccisa da alcuni colpi di pistola sparati dal giardino: solo nell'agosto 2002, quasi quattro anni dopo, gli inquirenti della Procura di Roma hanno inviato un avviso di garanzia ad un vicino di casa che secondo loro aveva, fin dall'inizio delle indagini, tutti i numeri per essere il colpevole. Ma una villa sulla Cassia non è un'Università con 120.000 iscritti, dove un mese sembrava già un'eternità, e dove bisognava sbrigarsi a trovare ad ogni costo un "mostro" da dare in pasto all'opinione pubblica atterrita e indignata, alle alte ed altissime Autorità esternanti e pontificanti, e ai mass media in ansiosa attesa di notizie sensazionali. Un discorso analogo potrebbe farsi per il misterioso ferimento di una suora in prossimità di viale Trastevere: anche qui gli inquirenti romani, dopo circa un anno di vani tentativi, hanno archiviato il caso.


         3. IL CARCERE

         Appena fu possibile, andai a trovare Giovanni. "Ciao Giò". "Ciao pà". "Be', che è successo?" "Boh! Non l'ho capito. Fatti dare dagli avvocati l'ordinanza di arresto e cerca tu di capirci qualcosa; compra anche un Codice di procedura penale" (Giovanni, laureato in filosofia, di leggi ne sapeva meno di me, che non ne sapevo nulla). Il seguito del colloquio riguardò il sonno, il vitto, la biancheria, le tante novità imposte dalla situazione: senza però dimenticare gli studi. Avevo subito telefonato a Napoli al Rettore dell'Istituto dove Giovanni frequentava con una borsa di studio un corso post laurea, per parlargli di quello che consideravo un impedimento temporaneo; seppi poi dai giornali che il Rettore si era molto meravigliato che mi occupassi di simili faccende avendo un figlio accusato, nientemeno, di omicidio volontario. Avevo anche scritto al professore che seguiva Giovanni nel dottorato di ricerca (mancavano tre giorni all'esame finale, sostenuto alcuni mesi dopo in carcere): col risultato che la mia lettera fu sequestrata e la casa del professore fu perquisita. Il fatto è che per me gli studi di Giovanni erano e sono rimasti una cosa seria, mentre l'accusa di omicidio era ed è rimasta una fandonia.
         In un anno e mezzo (scusate se è poco) di carcerazione preventiva assolutamente immotivata (e, come tale, oggetto di un ricorso alla Corte europea di Strasburgo che "pende" da tre anni e forse penderà ancora a lungo, perché per numero di ricorsi di questo genere l'Italia è seconda solo alla Turchia), ho avuto con Giovanni ottanta colloqui di un'ora ciascuno. Per quanto fossimo felici di rivederci dopo una settimana di separazione, avvertivamo la mancanza di spontaneità e di occasionalità dei nostri attuali rapporti. A casa potevamo stare lontani per intere giornate, ma poi metterci a discutere animatamente a tavola o incontrarci a notte alta davanti a una birra; ora invece bisognava pensare tutto in anticipo e impararlo a memoria. A volte avevamo la penosissima impressione di aver esaurito gli argomenti, salvo a ricordare poi con rabbia ciò che ci eravamo dimenticati di dirci. Ogni volta arrivavo a Regina Coeli un po' inquieto: "Come starà? La salute? Il morale? Gli sarà venuto un improvviso rigetto dell'ingiusta detenzione, dell'interminabile attesa del processo? Lo avrà preso la nostalgia acuta degli amici, delle ragazze, dei viaggi, del lavoro all'Università, della nostra casa?". Queste erano le mie ansie. E invece, ogni volta uscivo dal colloquio rinfrancato dalla sua serenità, dalla sua capacità di organizzare le giornate e di resistere ai disagi, dalla sua ironia (una malattia di famiglia, che si manifestava specialmente le rare volte in cui partecipavano al colloquio anche i fratelli); e correvo a comunicare a tutti la buona novella: "Giò sta abbastanza bene, è forte, resisterà".
         La sala d'attesa per i colloqui è un luogo squallido, ma di straordinario interesse umano. C'è chi si trova lì per la prima volta, frastornato, arrivato magari quella stessa mattina da lontano, ignaro di procedure e di divieti talvolta incomprensibili (8). Interviene allora la sollecitudine dei più esperti: anche gli agenti di custodia, gli ispettori, le ispettrici aiutano tutti come possono. Mentre sono in fila per il permesso, può capitare che una mano si posi sulla mia spalla: mi volto e incontro la faccia giovanile e rasserenante del cappellano, un francescano verace (9) che è qui da venticinque anni e presta a Giovanni gli stessi libri di Maritain e di Bernanos che negli anni Quaranta mi dava da leggere al liceo il nostro don Michele, diventato poi un battagliero vescovo d'avanguardia. C'è un padre che mi racconta per l'ennesima volta l'incredibile storia di suo figlio, arrestato per un reato al quale, dopo quattro anni, non riesce più a dimostrare di essere stato estraneo; c'è una madre che mi dice concitata: "Sa, questo è l'ultimo colloquio: domani esce", e continuerà a ripetermi, una settimana dopo l'altra, con immutata convinzione: "Tanto domani, al massimo dopodomani, esce: me l'ha detto l'avvocato". Con altrettanta convinzione, una coppia profitta dell'occasione per far propaganda alla propria ditta di trasporti, "anche marittimi". Ma a volte in questo stanzone vengono fuori cose terribili. Una madre dall'aria spenta mi riconosce e mi dice a bassa voce: "Beato lei, almeno sa che suo figlio è innocente". "E il suo?". "E' quello che ha ammazzato a calci la fidanzata incinta". Un'altra inveisce contro suo figlio: "Ci ha rovinati a tutti, quel delinquente! Magari se lo tenessero chiuso per sempre qui dentro!".
         Di fronte a queste persone sprovvedute o disperate, mi tornava alla mente ciò che mi diceva mio padre quando ero ragazzo: "Ricordati sempre che rispetto a tanta povera gente tu sei un privilegiato". Presto però avrei imparato che saper mantenere la calma, scrivere una lettera, un articolo o un promemoria accettabili, rivolgermi alla pubblica opinione, in fondo serviva a poco o a nulla; non era confortante sentirsi dire da un principe del Foro o da un professore universitario: "Ah, certo, certo, è giustissimo! Ma se vogliono condannarlo, lo condannano lo stesso". E così è avvenuto. Il presunto privilegio ha poi un risvolto reale, assai pericoloso: l'istintivo rancore dei "poveri diavoli", eterne vittime della retorica e dei luoghi comuni. "Ben gli sta, a questi signorini di buona famiglia, a questi dottorini presuntuosi, a questi professorini che approfittano delle studentesse!". "Non basteranno i superavvocati a salvarti dall'ergastolo!"; "Vorrà dire che la tua filosofia analitica l'andrai a insegnare agli altri detenuti!": questo dissero a Giovanni, la notte in cui fu arrestato, due agenti di Polizia. Certo, lo dicevano per indurlo a "confessare il colposo" (il che, come vedremo, avrebbe risolto tutto "presto e bene"); ma lo dicevano anche perché sconcertati e irritati dalla sua tranquillità, per loro incomprensibile in un accusato di omicidio che si dichiarava innocente. Solo con molto ritardo abbiamo capito quanto l'abito mentale di autocontrollo e di apparente distacco di Giovanni abbia pesato negativamente sulla sua immagine e sulle decisioni prese contro di lui (ammesso che in un processo come questo contino qualcosa l'opinione pubblica e i giudici popolari). D'altra parte né lui, né io quando lo difendevo sulla stampa o in televisione, avremmo potuto fare violenza alla nostra natura e tenere un contegno diverso, come probabilmente avrebbe preferito l'"audience": questo lo hanno capito benissimo, dandomene atto, un uomo di spettacolo esperto come Maurizio Costanzo (10) e una giornalista che ha il mestiere inscritto nel DNA come Bice Biagi (11). La vera personalità di Giovanni - saldamente razionale, ma per nulla gelida - è un elemento di giudizio fondamentale, che bisognerebbe sempre tener presente e sul quale invece accusatori e sentenze hanno osservato un silenzio assoluto. Tutta la sua vita, prima e dopo il 9 maggio 1997, e tutte le testimonianze su di lui, nessuna esclusa, dimostrano quanto sia estraneo al suo carattere pacato e ragionevole qualsiasi elemento di violenza o di follia.


         4. UN MONDO NUOVO

         Da un giorno all'altro la mia vita cambiò radicalmente: non soltanto perché Giovanni era in carcere e la sera mi ritrovavo solo nella casa deserta (la cosa più penosa era entrare nella sua stanza, e dovevo farlo spesso per prendervi documenti da dare ai legali e libri da portare a lui), ma per un'infinità di motivi. Bisognava anzitutto parlare ogni mattina con gli avvocati per avere notizie, purtroppo sempre meno liete; e leggere tanti quotidiani e settimanali, che in genere continuavano a propagandare le "verità" più o meno diffamatorie fornite dagli inquirenti e a pubblicare pareri di illustri docenti ed "esperti", i quali nulla sapevano della personalità di Giovanni, ma ne discorrevano alacremente in base ai propri schemi mentali. Su questa pessima abitudine presenzialista dei "cattivi maestri", in cui scorgevo un vero "tradimento dei chierici", riuscii ad ottenere una buona intervista da un grande quotidiano, solitamente ostile.
         Talvolta passavo ore a rendermi conto di quante strane notizie si possano inventare di sana pianta. Alcune anche spassose, come quella, pubblicata in neretto dal suddetto giornale, secondo cui a Napoli erano in corso indagini sulla borsa di studio vinta da Giovanni, il quale avrebbe "scritto ai suoi genitori [?] lettere piene di errori di grammatica"; o quella, apparsa su un altro importante quotidiano, secondo cui Scattone e Ferraro avrebbero "dominato l'Istituto di Filosofia del Diritto", plagiandone il Direttore. Poi magari mi sfuggiva un articolo importante, apparso su un quotidiano che tira solo 15.000 copie, ma "fa opinione". Gli amici miei e quelli di Giovanni, sempre attivissimi, mi tenevano al corrente delle trasmissioni televisive, che vedeva anche lui in cella, mentre non gli era ancora consentito di acquistare giornali e riviste. Quando gli mandai i quotidiani delle prime tre settimane, mi disse: "Anzi, pensavo peggio: tu non sai che cos'erano i servizi televisivi!". Fin allora non mi era mai accaduto di essere intervistato: incontrai due giornalisti molto cortesi, che mi ispirarono subito fiducia, e imparai a fornire interviste, notizie, documenti e fotografie in cambio della pubblicazione integrale di un mio articolo. Un simpatico e combattivo giornalista napoletano esclamò, appena entrato in casa: "Ingegne', ma voi ancora andate camminando sull'ovatta!?", intendendo dire che non avevo colto la gravità della situazione. Era vero: continuavo a credere che si trattasse di un equivoco, e che in quel momento la cosa più importante fosse far ritornare Giovanni a casa. Un conoscente che avevo perso di vista da parecchio tempo, padre di un terrorista pentito, mi telefonò da Milano per avvertirmi: "Non scalmanarti tanto a correre i 100 o i 200 metri piani: allénati piuttosto per una maratona. Non sperare di venirne a capo prima di sei o sette anni: ci sono passato anch'io, e forse stavo meglio di te, perché almeno mio figlio era colpevole ". (Esattamente il contrario di ciò che mi aveva detto quella madre a Regina Coeli...).
         Insomma, non mi mancavano i buoni consigli. Un amico esperto mi esortò a essere "il primo avvocato di Giovanni, anche se gli avvocati che avete sono bravissimi"; un altro mi disse: "I tuoi articoli sono scritti bene, ma se vuoi convincere la gente devi andare tu stesso in televisione". Così accettai di farmi intervistare da una gentile signora, che per prima mi rivolse la fatidica domanda: "Che cosa vorrebbe dire ai familiari di Marta Russo?". Risposi: "Che li capisco, perché ho visto parecchi carissimi amici miei o dei miei genitori perdere un figlio; anche mia madre ne aveva persi due prima che io nascessi, e 35 anni dopo ancora li piangeva. Aggiungerei che sono sempre disponibile a parlare con loro della sciagura che li ha colpiti, colpendo indirettamente, sia pure in modo infinitamente meno grave, Giovanni e la nostra famiglia". In seguito ho ripetuto più volte queste parole in televisione, ad uno degli avvocati di Parte Civile e in una lettera del 30 aprile 1998 al padre di Marta Russo, ma esse non hanno mai trovato accoglienza; non posso far altro che ripeterle ancora una volta in questa sede.
         Imparai a dire con chiarezza, in differita e poi anche in diretta, le cose più importanti e a tenere il filo del discorso, ma non a schivare gli inevitabili trabocchetti tesi non dal presentatore, che deve pur fare il suo lavoro d'intermediario, bensì dal pubblico "che sta a casa", il quale esige le tue lacrime o le tue smanie per eccitarsi alla compassione o allo sdegno: sentimenti che lo porteranno a partecipare al grande quiz "Colpevole o innocente?", illudendosi che sia facile "farsi un'opinione" sulla vicenda di cui tutti parlano. Ma perché mai tutti devono avere - e magari esprimere - un'opinione su tutto, anche su cose di cui in realtà non sanno niente?
         Una settimana dopo l'arresto di Giovanni, entrò in azione l'Inconscio. "Continui a dormire le tue sette ore al giorno, una delle quali nel pomeriggio? Non hai mai avuto un incidente d'auto? Per te in questo momento sarebbe un bel guaio, no? E allora, visto che hai sempre avuto scarsa simpatia per me, eccoti il tuo bravo incidente: il più idiota possibile". Così parlò l'Inconscio: e io mi ritrovai con l'auto distrutta, a sedere su un prato, tutto insanguinato e con una frattura a una mano, per aver inseguito un avvocato che invece seguiva me, e che comunque non c'era nessuna urgenza di raggiungere.


         5. COMINCIO A CAPIRE

         Ai primi di luglio gli avvocati, andando in ferie, mi lasciano in copia l'ordinanza di custodia cautelare (eufemismo per indicare l'ordine di arresto), gli interrogatori dei tre indagati, i "verbali di sommarie informazioni" (VSI), ossia i riassunti di ciò che agli inquirenti hanno raccontato le persone "informate sui fatti" (informate, qualche volta, dagli stessi inquirenti), e altre "carte". E così, nelle lunghe serate e notti estive, comincio a capire qualcosa: ancora poco, ma meglio di niente. Veramente, la prima cosa che capisco è l'inutilità, "ai fini del comprendere", del Codice di procedura penale. Serve solo a confondermi le idee, questo coacervo di disposizioni, con i suoi infiniti rimandi da un articolo all'altro, pieno di commi che dal 14.9.1995 o dal 25.3.1993 non sono più validi perché "superati" da sentenze della Corte Costituzionale o della Cassazione a Sezioni Unite, ricco di prescrizioni minuziose, talvolta alquanto vaghe e talaltra assolutamente tassative, ma che in generale le "carte" che ho sott'occhio si guardano bene dall'osservare.
         Nei VSI, ad esempio, mancano per lo più le domande degli inquirenti, previste dal Codice ("Di solito", mi dice un avvocato, "si intuiscono dalle risposte; ma non sempre..."). Sono estremamente sintetici, questi VSI, specialmente sui punti salienti; né mai riferiscono i tempi secondo i quali i colloqui si sono svolti. Tempi talvolta lunghissimi, cosicché ad una pagina di verbale possono corrispondere anche un'ora o due di colloquio, in cui l'interrogato avrà avuto modo di riferire le cose più disparate, magari in contrasto fra loro. Esempio eccellente di questo genere di verbali è quello del primo, interminabile "colloquio informativo" della Lipari, fonte inquinata e inquinante dell'intero processo; ma gli altri non sono da meno. Gli interrogatori più importanti sono registrati integralmente, ma ne vengono poi fatti dei sommari molto succinti: un caso tipico è il verbale "ristretto" dell'interrogatorio in carcere di Liparota, ridotto a meno di un quinto di quello integrale e in cui compaiono solo le incoerenti "dichiarazioni" del coindagato, mentre sono regolarmente omesse le frasi pronunziate dal P.M. e dal G.I.P., dalle quali le dichiarazioni stesse traggono sostanzialmente origine (12). Quanto ai contenuti e ai toni dei VSI, un ordinario di storia contemporanea parlerà di "quel misto di panico e di reticenza che coglie molti italiani di fronte alle domande di un ispettore di polizia" (13): come storico, egli conosce bene le antiche e profonde radici di questa reciproca diffidenza tra cittadini e polizia, che è uno degli handicap della nostra vita associata.
         Le "carte" sono insomma molto più importanti del Codice che dovrebbe regolamentare la loro nascita e le loro sorti: ne avrò poi ampia e autorevole conferma nelle udienze dei processi, in cui un noto penalista definirà il Codice "un libro dei sogni" e un altro dirà che "ormai dal nuovo legislatore mi aspetto di tutto", mentre un maestro di procedura penale parlerà, nelle prefazioni alle ultime edizioni del suo trattato, di un Codice "fluido e deperibile", riscritto da "Consulta, Governo e Camere", "complicato, sovraccarico, verboso, labirintico", nel quale "ogni parola detta al P.M. o alla Polizia diventa prova", di un "ordigno già vecchio" dopo soli sette anni di vita, di "una Corte Costituzionale che fabbrica norme" (14). Nelle "carte" che vado leggendo ("sudate carte", letteralmente), tutto mi sconcerta: comincio a capire, ma non riesco a credere ai miei occhi. È questo, dunque, lo Stato di diritto che avevamo intravisto con tante speranze sul finire della dittatura? E' questa la divisione dei poteri di cui ci parlò una volta al liceo, "fuori programma", il nostro professore di storia Ernesto De Martino? È attraverso queste procedure, così approssimative e aperte all'arbitrio degli inquirenti, che si dovrebbero accertare le modalità di un fatto così grave? Ma qui non ci sono due verbali che vadano d'accordo tra loro, e tanto meno con l'ordinanza di custodia cautelare che ha sbattuto Giovanni in galera, su tutte le prime pagine e su tutti i teleschermi! Quest'ordinanza, consegnata ai tre arrestati verso la mezzanotte tra il 14 e il 15, reca la data "14 giugno, ore 9.20" [forse un deplorevole errore materiale per 21.20?]; ma la Polizia era sulle tracce di Giovanni fin dal pomeriggio, quando era ancora in corso l'interrogatorio "informale" della Alletto da parte della DIGOS. Mettendola a confronto con i VSI, si vede benissimo che il G.I.P. non ha adempiuto il suo compito istituzionale di valutare adeguatamente la reale consistenza delle accuse e la correlativa necessità di custodia in carcere: si è limitato ad aggiungere poche righe su Ferraro e Scattone all'ordinanza redatta due giorni prima per Romano ed ad apporre una firma (15). Non per nulla l'11 giugno (ore 18:43) La Speranza, nel preannunziare alla Alletto come cosa certa gli imminenti arresti, aveva detto: "Il G.I.P. è d'accordo, so' tutti d'accordo".
         Queste nottate mi convincono ancor più che è necessario, per capire la realtà e farla capire alla gente distratta e frastornata, continuare a studiare le "carte". Scombinate come sono, in fondo mi rassicurano sull'esito della vicenda: sarà impossibile condannare Giovanni in base a queste fandonie (ricordo di aver detto questo nel mio secondo "Costanzo show"). Non sapevo ancora quanto le bugie possano avere le gambe lunghe: lo capirò leggendo le ordinanze con cui verranno respinte le richieste di concedere a Giovanni gli arresti domiciliari. Nella prima di esse si afferma che "il movente [del delitto] è l'assenza di un movente specifico" (certo, è una frase che suscita perplessità e sarcasmi, ma intanto Giò rimane dentro): si tratta dunque di "uno scellerato e irragionevole gioco criminale". Nella seconda ordinanza si sostiene che "l'assenza di un motivo che abbia spinto l'autore del fatto ad agire verso una vittima determinata e il mancato collegamento tra la determinazione a delinquere del soggetto e un contesto individuato possono ragionevolmente essere ritenute circostanze implicanti la possibilità di una propensione criminale generalizzata, con probabile reiterazione di gravi reati". Secondo ogni sano principio di critica testuale, dietro un lessico così astratto e una sintassi così ansimante non può che esserci un vuoto di pensiero incolmabile.
         A questo punto (ottobre 1997) smetto finalmente di "camminare sull'ovatta" e capisco che la "lotta per la ragione" sarà lunga e difficile. Mi aiuteranno anzitutto lo stesso Giovanni, e poi l'attiva solidarietà dei parenti e degli amici, suoi e miei, che lo conoscono molto meglio di chi non lo ha mai visto né ascoltato, ma crede ciecamente nelle "carte" degli inquirenti, fatte proprie dal G.I.P.


         6. UN PROCESSO DEFORMATO

di Emiliano Pireddu         Rileggendo i quotidiani del periodo dal 10 maggio al 15 giugno 1997, si ha un'idea del clima stravolto che regnava in quei giorni a Roma, specialmente nell'Università e più ancora tra gli inquirenti. Nell'interrogatorio videoregistrato dell'11 giugno, La Speranza dice alla Alletto: "Non è una cosa grave; è grave perché è successa all'Università" (ore 15.27). "Assume una gravità perché ha fatto un'enorme impressione sulla stampa" (ore 15.28). "Qui la cosa si sta montando a tal punto..." (ore 16.09). "Noi questo caso lo dobbiamo chiudere e lo chiuderemo" (ore 18.10). "Qui la Polizia non riusciamo più a tenerla... e c'è il Capo della Polizia e c'è il Questore..." (ore 18:41) "Lì ci sta tutta la Digos e tutta la Squadra mobile... che da un mese stanno su questa storia e non ce la fanno più" (ore 18.44) (16).
         Questa è l'atmosfera surriscaldata in cui lavorano gli inquirenti. La cattura del "mostro", del "killer della Sapienza" è divenuta una necessità "urgente e indifferibile", formula magica con cui da noi si può fare qualsiasi cosa: approvare in un'ora un decreto legge insensato, affidare un appalto a chi si vuole, o arrestare tre innocenti. Anziché cedere alla facile emotività, alle frenetiche pressioni dell'opinione pubblica e ai proclami delle supreme Autorità, gli inquirenti dovrebbero più che mai attenersi alla prudenza e al senso critico: invece, nell'ansia di "risolvere il caso" al più presto, si affidano a un dato tecnico errato (l'inesistente "residuo di sparo" sulla finestra della stanza 6) e su questa base mettono faticosamente insieme una ricostruzione dei fatti che non sta assolutamente in piedi, ma che né l'Accusa pubblica e privata, né le tre Corti di merito avranno il coraggio civile di ripudiare, continuando stancamente ad accusare e a condannare con lievi varianti ("per sembrare più credibili", si direbbe) i tre imputati. Bisognerà arrivare in Cassazione, dopo quattro anni e mezzo di travagli, per sentirsi dire da un Sostituto Procuratore Generale, pubblicamente sostenuto dai suoi colleghi, che la prima sentenza d'Appello è "illogica e contraddittoria", che le indagini e i conseguenti processi sono "fondati sulla sabbia" e che certe testimonianze vanno "gettate alle ortiche". Ciò nonostante, la Corte di rinvio ha ritenuto di dover condannare nuovamente gli imputati, rimettendo indietro di quasi due anni l'orologio del processo.

         6.1. Un processo "politico"
         Si è parlato più volte del processo Marta Russo come di un processo "politico". Lo hanno definito così sia alcuni amici, sia alcuni avversari; ma non ho mai seguito né gli uni né gli altri su questo che mi è sembrato un terreno minato, e soprattutto un'assurdità. Non può essere "politico" un processo in cui tutti i protagonisti sono completamente estranei ad ogni lotta ideologica, ad ogni militanza organizzata e alle tante altre attività con cui spesso viene identificata la "politica", anche quando con la polis, cioè con la civile convivenza, non hanno niente a che fare.
         Ho sempre sostenuto, invece, che questo processo è stato impropriamente politicizzato, e ho deplorato questo fatto come profondamente ingiusto verso gli imputati, trattati come burattini o teste di turco, e sviante per l'opinione pubblica, che veniva così sottoposta, oltre che al "fortissimo impatto emotivo" (17) dovuto alle particolari circostanze del delitto, anche alla solita, balorda alternativa: "O con noi, o contro di noi", che da secoli tiene divisi gli italiani in un 52% di guelfi e un 48% di ghibellini (o di specie consimili), senza possibilità di reciproco ascolto.
         Uno dei principi etici fondamentali vieta di considerare le persone come mezzi, anziché come fini: ebbene, in questo processo le persone, in primo luogo gli imputati, sono stati spesso adoperati per difendere o contrastare interessi di parte. Fin dall'inizio, infatti, nelle cronache e nei commenti sulle indagini (come poi sui processi), sono emerse due tendenze dominanti, in costante e puntuale opposizione fra loro. L'una di esse contestava le numerose anomalie e incongruenze delle indagini e dei processi, sconfinanti talvolta nell'assurdo, ma non le interpretava come logiche conseguenze dell'impostazione errata e approssimativa data alle indagini nel caso specifico, bensì come espressione di intenti "politici" d'ordine più generale. L'altra tendenza, per contro, privilegiava immancabilmente ogni notizia o interpretazione ostile agli imputati, pur di difendere ad oltranza l'intera categoria degli inquirenti e dei magistrati, secondo un calcolo "politico" rivelatosi ben presto fallimentare. In tal modo gli imputati sono venuti a trovarsi nella classica situazione dei vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro, subendo i contraccolpi processuali di problemi, vicende e atteggiamenti del tutto estranei ai fatti in questione.
         Solo in un'occasione - quella del drammatico video shock della Alletto - le due tendenze si trovarono d'accordo: la faccenda era troppo traumatica perché qualcuno potesse sperare di trarre vantaggio da una difesa dei P.M.(18); oltre tutto, le immagini più inquietanti erano state diffuse ripetutamente da tutte le reti televisive, e mezza Italia aveva potuto vederle. Alle infocate proteste di un deputato risposero allora in Parlamento, con altrettanta indignazione, il Presidente del Consiglio Prodi che definì i fatti "gravissimi e vergognosi", e il Ministro della Giustizia Flick subito affiancati, con toni non meno aspri, dai rappresentanti di tutte le parti politiche. Seguirono aperture di inchieste e denunzie penali a carico dei due P.M.; ma dopo un paio di anni, come spesso accade, di tutto quel chiasso è rimasto ben vivo nell'opinione pubblica solo il ricordo degli spezzoni televisivi più truci. Dopo 17 mesi di attenta riflessione e un'intera giornata di appassionanti dibattiti, nell'aprile 2000 il plenum del C.S.M. ha archiviato l'inchiesta contro i due magistrati (19), limitandosi a trasmettere gli atti al Ministro della Giustizia e al Procuratore Generale della Cassazione "per eventuali provvedimenti disciplinari"; davvero "eventuali", essendo decorso inutilmente l'anno di tempo disponibile per tale azione. Sorte analoga ha avuto il procedimento penale avviato contro gli stessi magistrati a Perugia, dove nel dicembre 2000, dopo due anni di accurate indagini, culminate in una singolare richiesta di rinvio a giudizio (20), il G.U.P. li ha prosciolti da ogni addebito.
         A parte questa clamorosa, ma in fondo innocua parentesi "bipartisan", i grandi contendenti hanno continuato a combattersi strenuamente sopra le teste dei semplici cittadini come Scattone e Ferraro, i quali, ingiustamente accusati e indebitamente detenuti per due anni in base a indizi e "testimonianze" inconsistenti, hanno ripreso a frequentare per il sesto anno le aule giudiziarie. Non per nulla un noto editorialista ha osservato di recente che la particolare situazione politica italiana ha impedito negli ultimi anni, e impedisce tuttora, di "affrontare i problemi della giustizia in termini generali", cioè in funzione "dei diritti di qualsiasi comune cittadino" (21).
         L'ultimo processo di rinvio ha messo in piena evidenza tutte le carenze delle accuse, ma si è ugualmente concluso con una terza condanna, ancor meno plausibile delle precedenti; dopo di che, il caso Marta Russo non è classificabile nemmeno nella categoria - pur così ricca e variata - dell'errore giudiziario, ma è solo un caso di palese e reiterata malagiustizia. L'opinione pubblica, fattasi più accorta, avverte in esso qualcosa di poco chiaro, qualcosa di extragiudiziario, che né la più dotta delle motivazioni, né l'attribuzione ai giudici popolari di un'emotività che sarebbe veramente dura a morire, basteranno a spiegare. Preferisce quindi rinunziare ad occuparsi ancora di questo caso: gli imputati, che con diabolica perseveranza continuano a proclamarsi innocenti, "hanno già dato" parecchio e ormai, come disse a suo tempo il P.M. La Speranza (ore 18.12 dell'11 giugno 1997), "rischiano poco", almeno materialmente. E la verità allora? La verità "la sa Allah" (e forse qualcun altro): certamente non è quella, offensiva per ogni persona ragionevole, "recitata" (22) dalle tre sentenze di condanna.

         6.2. La tesi del "complotto"
         Più volte, specialmente nei momenti cruciali dei processi, la Pubblica Accusa e gli avvocati di Parte Civile hanno espresso in aula e hanno messo in circolazione un'idea che potrebbe sembrare soltanto bislacca, ma che probabilmente ha finito con l'avere un effetto intimidatorio sui giudici popolari, e forse anche su altri personaggi: l'idea che la Difesa incolpasse gli inquirenti di aver ordito un "complotto" contro Scattone, Ferraro e Liparota. Secondo questa tesi, tutto ciò che i difensori denunziano come anomalo o falsato nell'attività degli inquirenti farebbe necessariamente parte di un complesso di azioni dolose da questi concordate a danno degli indagati-imputati. Di tali azioni, sostiene l'Accusa, i difensori dovrebbero fornire - se non altro per rispetto verso le Istituzioni, insidiate da questi ignobili sospetti - la dimostrazione (accompagnata, possibilmente, da un'adeguata documentazione).
         "Complotti" ce ne sono stati tanti, e potrebbero sempre essercene: contro un politico troppo influente, contro un boss mafioso o contro chi la mafia la combatte, contro un giudice scomodo, un banchiere potente o un giornalista che sa troppe cose; ma un "complotto" contro due aspiranti a un dottorato di ricerca e un impiegato d'ordine, francamente è difficile immaginarlo. Per quali motivi e con quali mire si sarebbe dovuto "complottare" contro tre illustri sconosciuti, figli di pensionati senza particolari risorse economiche, di potere o di prestigio, incensurati e notoriamente estranei ad ogni losca attività e a qualsiasi giro di affari, di baronie accademiche, di lotta politica, di terrorismo, di mafia, di droga, di sesso, di maneggio e traffico d'armi? Contro tre ragazzi innocui, che di giorno studiavano e lavoravano e di sera, tutt'al più, andavano qualche volta insieme in pizzeria? Per giunta, ogni "complotto" che si rispetti è per sua natura tacito e occulto: qui invece gli inquirenti erano attivissimi nel distribuire quotidianamente alla stampa e ai telegiornali notizie (di solito calunniose o diffamatorie) sugli indagati. Stando a ciò che gli inquirenti dicevano e facevano, era molto più verosimile che fossero stati gli accusati, "associati in un unico disegno criminoso", a "complottare" per sparare coram populo, non si capisce perché, da una finestra del loro Istituto; e che vi fosse stata nel medesimo una banda di omertosi che "complottava" per proteggerli, secondo una tesi sostenuta ad oltranza ma risultata alla fine impraticabile, come dimostra, fra l'altro, la duplice assoluzione del presunto capobanda professor Romano. In realtà non c'è stato mai, né poteva esserci, un "complotto" degli inquirenti contro gli indagati-imputati: per i primi, reduci oltre tutto da una serie di vistosi insuccessi (23), c'è stata invece l'imperiosa urgenza di "risolvere" in qualche modo un caso che si presentava oggettivamente difficile.

(I - continua)

NOTE

1. Come ha fatto osservare il prof. F. Coppi dopo la sentenza di primo grado.

2. Tavola rotonda "Un rapporto difficile: stampa e giustizia" (Roma 20.4.2000, con interventi di E. Macaluso, G. Sabbatucci, P. Battista, G. Valentini, R. Martinelli ecc.)

3. Si veda qui il paragrafo 10.2.

4. Dichiarazioni alla stampa del Presidente del Tribunale di Roma, L. Scotti (25.4.1999).

5. Dichiarazioni alla stampa del prof. F. Coppi.

6. I professori A. Figà Talamanca ("La Repubblica", 21.6.1997) e G. Sabbatucci ("Il Messaggero", 24.6.1997).

7. V. l'ampio annuncio a pagamento su "La Repubblica" del 20.3.2000 e i volumi "Ilaria Alpi: un omicidio al crocevia dei traffici" di Carezzolo, Chiara e Scolattari, e "L'esecuzione" di G. e L. Alpi.

8. Questa possibilità esiste: v. le foto della Polizia Scientifica allegate agli atti e pubblicate sul "Giornale".

9. V. il "Regolamento carcerario" in appendice al Codice Penale.

10. V. "Il Messaggero" del 25.4.2002.

11. Dopo le interviste televisive del Luglio 1997 e del Settembre 1997.

12. Che nel "Giornale" del 28.9.1997 mi accomuna ai familiari di Marta Russo e a quelli di Milena Bianchi, vittima nel 1989 di un altro "mistero": anche in questo caso i genitori della ragazza uccisa non sono affatto persuasi della ricostruzione ufficiale.

13. Liliana Madeo della "Stampa" e Ferruccio Sansa del "Messaggero".

14. V. G. Sabbatucci in "Liberal" del Settembre 1997.

15. F. Cordero, prefazioni alle edizioni 1992, 1995, 1998 e 2000 del "Trattato di Procedura penale".

16. Appare qui invertito il rapporto funzionale tra Pubblico Ministero e Polizia Giudiziaria stabilito dal Codice P.P.

17. Così si esprime la prima sentenza d'Appello del 7.2.2001. Inquirenti, giudici, giurati e Parte Civile avrebbero il
dovere istituzionale, e i mass media avrebbero il dovere deontologico, di contenere e moderare questa componente emotiva, che nel caso in questione è stata invece esaltata in tutti i modi a danno degli imputati.

18. La votazione per l'archiviazione ha dato il seguente risultato: votanti a favore 15, astenuti 14 (ivi compresi gli stessi promotori dell'azione contro i PM), votanti contro 0. "Cane non mangia cane" commentò l'on. Taradash.

19. In cui viene anzitutto tolto di mezzo il deputato Taradash (che per l'occasione aveva rinunziato all'immunità parlamentare), col pretesto che egli conosceva già il video shock, apparso invece solo nell'ottobre 1998. Inoltre il cognato della Alletto (che da ogni sua battuta nella trascrizione integrale risulta ben informato su tutto e magna pars dell'operazione) sarebbe stato invece una semplice "civetta" per banali questioni di intercettazioni telefoniche.

20. G. Sabbatucci nel "Il Messaggero" del 31.7.2002.

21. Una volta tanto, il ricercato uso giudiziario del verbo "recitare" coincide col suo significato corrente.

22. Serie avviata nel 1975 a Napoli dal P.M. Ormanni, con la condanna all'ergastolo per triplice omicidio di Domenico Zarrelli, scagionato dopo cinque anni trascorsi in carcere; proseguita dalla Procura di Roma con i ben noti casi di Simonetta Cesaroni (Via Poma), della Di Veroli, della Filo della Torre (Olgiata); e tuttora in corso con l'omicidio D'Antona(1999), l'uccisione della signora Scroppo in una villa sulla Cassia (9.10.1999), il ferimento di una suora in Viale Trastevere nell'anno 2000.

23. Si veda qui il paragrafo 8.3.

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