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 Palagonia
  di Nicolò La Rocca
di Emiliano Pireddu         Francesco Ferdinando Gravina II, nipote di Francesco Ferdinando Gravina I Principe di Palagonia, marchese di Francofonte e della Delia, Barone delle Terre di Sanfratello, Calatabiano e Piedimonte e dei Feudi di Fiume Freddo, Lenza e S. Basilio, Signore della Marina delle Acque Dolci, Capo della Famiglia Gravina, Grande di Spagna di Prima Classe, Cavaliere dell'insigne Ordine del Toson d'oro, Gentiluomo di Camera di Sua Maestà siciliana, Suo Consigliere di Stato e Presidente della Consulta per la Negoziazione del Regno di Sicilia, di Parma e Piacenza, ronfava nervoso come un gatto sarvaggio nei pochi momenti d'intimità selvatica, quando, saldato alle reni tese della femmina nevrastenica in calore, dà il meglio di sé, dimostra il perché e il per come è venuto al mondo. Dei mosconi tafani, neri e pelosi come quello che sta in fondo al culo sudicio dell'universo, roteavano delicati come farfalle attorno all'esile, secca figura del Gravina spalmato lungo lungo sul letto matrimoniale. Il primo pomeriggio primaverile era cotto, bollente, e istigava la linguetta del principe a balzare fuori di tanto in tanto, quando i polmoni, nella fase più silenziosa del russare, espellevano l'aria calda del corpo in quella ancora più infiammata dell'ambiente. In quell'occasione i mosconi contenti e divertiti si abbeveravano, per alleviare le pene di quello strano mese d'aprile, sui labbroni del principe, nella zampillante bava. Qualcuno si spingeva, prode esploratore, fin sull'ossuto petto dell'uomo, dove raccoglieva con la boccuccia la saliva che colava dal collo.
         E dormiva beato il principe, mentre attorno a lui, in tutte le altre stanze, i servi, sudati dalla testa ai piedi, si davano da fare. Chi segava una gamba alle sedie, chi sistemava pungiglioni taglienti sotto l'imbottitura delle stesse, sotto i rossi cuscini niellati, chi allordava apposta - anche con una certa soddisfazione - gli specchi che in genere era comandato a pulire... E il bello era che eseguivano gli ordini del padrone, le sue sacrosante e venerate disposizioni. Come al solito dopo innumerevoli genuflessioni... ridicole, sì: patetiche. Sì. Sì. Specialmente ora che gli inchini non erano più di moda, con i nuovi tempi che tutti respiravano meglio delle buone zaffate di basilico al sole, di quello che stava nelle graste delle femmine da marito, di quelle insomma che cercavano di attirare col profumo gli uomini buoni per il letto matrimoniale.
         Che ordini quel giorno! Cose da guardarsi allo specchio e chiedersi: ma il signorotto è minchia o la fa? E loro, chi stanco sopra le gambe angolose della vecchiaia inoltrata, chi sbuffando sopra le proprie minne grasse e fradice, eseguivano. Non si doveva dire in giro che i servi del principe di Palagonia rifiutavano gli ordini di quel rincoglionito. Altrimenti correvano il rischio di parere tali e quali il padrone. Accordargli tutto, dovevano, che poi era un piacere scatasciare la casa pomposa di quella mignatta col parrucchino bianco. Lui lo voleva? E loro lo avrebbero accontentato.
         Quando il principe si svegliò dopo quella piccola dormita pomeridiana del 9 aprile 1787, il caldo era ancora insopportabile. L'estate si era fottuta la primavera? Si immaginò l'estate come un immenso bestione assatanato e arraggiato, sempre pronto alla monta, e la primavera, sotto di esso, come una dolce fanciulla dalla pelle troppo signorile, specialmente in quei posti che madre natura ha designato per la riproduzione, uno dei quali, in quel 9 aprile infiammato, accoglieva il membro duro del bestione estivo.
         Masticò la saliva e si sistemò meglio sulle lenzuola sudate. Cercava la parte fresca di esse per accarezzarla con le gambe. Ma niente. I mali vengono sempre in compagnia. Non bastava la visita di quel Goetto della minchia, quello scrittore nordico che si era incaponito di visitare la Bagaria e specialmente, aveva mandato a dire col campiere di Palermo, la villa del principe Palagonia? Non l'aveva già il suo spacco? Ci voleva pure il caldo prematuro?
         Si alzò raspandosi la barba e guardò attraverso i vetri della finestra. Il paesaggio di fuori ne veniva smontato, modificato nei suoi colori. Era contento di quei vetri. Uno rosso e l'altro verde, uno blu e l'altro marrone: uno spasso. Contento e sazio del risultato che davano nella camera da letto li aveva collocati in tutta la villa. I servi si erano spacchiati. Quando la bella opera - manco il folle di malasarda avrebbe fatto di meglio - del principe era stata posta sotto gli occhi dilatati di tutti - qualcuno, con una specie di ritegno, per simulare il disgusto, fintiava di avere in mezzo agli occhi qualche bastoncino di primavera e perciò si giustificava con il coruzzo a posto - i servi se la spassarono nel cercare di capirci nanticchia attraverso quei vetri colorati. Un po' vedevi verde, ti spostavi ed era tutto marrone.
         Ancora Gravina non scorgeva niente in lontananza. E dire che quel Volfango Goetto era un nordico ... Ma uno che caspitina nasce a fare nordico se poi non è capace di rispettare le promesse insite nei suoi luoghi natii? Quando mai si era detto che un nordico ritardasse? I tempi stavano cambiando davvero. Cosa da farci fare un disegno a don Pasquale per ricordarsene per sempre. E lui che aveva pensato di farlo aspettare in anticamera a quel Volfango della minchia! Ci aveva tentato Gravina di dormire oltre le abitudini, ma quello, Goetto della neve, non ne voleva sapere di arrivare. Manco per i dolori di panza che si stava godendo dalla rabbia.
         Si guardò attorno e subito si rasserenò. L'arca di Noé a cui aveva dato dimora nella sua camera da letto non si muoveva. Così lui, Gravina, poteva al risveglio guardarsela tutta, con una certa soddisfazione. Rospi, lucertole, serpenti, ranocchie, tutti di marmo - ognuno col colore adatto, giustamente - spiccavano con le loro figurette sull'impolverato mobile di legno, sul marmo di tomba che il rincoglionito aveva messo nella sua camera. "Lu iocu di focu!" gridava disperata sua moglie Maria Gioacchina Gaetani alla vista di tutte le cose sconclusionate del marito. Maria Gioacchina Gaetani, così ormai la chiamava il principe: per nome e cognome. Che ne capiva lei di tutte le sue statue? E poi: le aveva mai chiesto un parere? Non aveva fatto da sé? Ma non era la sola, Maria Gioacchina Gaetani, a rompergli l'anima. Tutto il parentado, pure i piccililli col moccio al naso lo tormentavano. Ma che pensassero piuttosto ai mocci che leccavano dalla mattina alla sera! E lui era onesto con se stesso e ormai non voleva sentire più arraggionamenti: lui all'età di S. Giuseppe voleva stare lì sopra, come una carcarazza rognosa, diceva. E gli altri a pregarlo, a portargli i pasticcini di ricotta più buoni di tutta la provincia di Palermo, per convincerlo a lasciare perdere le pazzie. Nonsi e nonsi. Fratta sarvaggia era, e fratta sarvaggia rimaneva, affermava con spavalda certezza. E quando insistevano, più per amore del discorso teorico che per altro - rispondeva infriguliando e alzando le mani in alto:
         "Mah ...!"
         Quella esclamazione sottile sottile, soffiata da sotto la sua barbetta incolta di topo, metteva fine alle discussioni.
         Si rimise a letto, abbattuto da un dolore alla vescica insopportabile. Ma poi corse al cesso per cercare, con il rischio di farsi uscire l'ernia che teneva nell'inguine, di pisciare fuori i calcoli, quelle maledette petruzze che gli spolpavano la carne, fino a farla uscire liquida e rossa da quel pertugio con il quale, così affermava, aveva saputo montare generazioni di femmine della Bagaria. Gridava come le mucche del macello quando, tirate per le corna capiscono di essere arrivate alla fine della loro vita. E proprio tra un ah e un uh si sentì la voce del portiere che annunciava l'arrivo del Goetto.

         Il Goetto infatti era punto alla porta d'ingresso della lunga "galleria" che conduceva alla villa del principe. Con le chiare chiappe schiacciate sulle reni del mulo che aveva affittato a Palermo seguiva quello del campiere. Per sé aveva preteso la bestia bianca, più fina e nobile per un poeta della sua specie, e aveva con sdegno assegnato il mulo marrone a quel bipede del campiere che aveva avuto la bella idea di consigliargli quella visita alla Bagaria. Era da ore che camminavano, lui con le natiche ormai d'ematoma e il campiere col fucile spianato che pareva un san Crispino. Pietro Riccobono, il campiere, si sbracciava a mostrare al vate le somme bellezze del suo paese e ogni tanto improvvisava dei versi molto graziosi, che però il Goetto antipatico e presuntuoso - ancorché vate - disprezzava. "Sicilia bedda, Sicilia cara!" Urlava Riccobono, e proprio mentre si piazzava sul mulo con l'intenzione di parare i complimenti del bianco nordico, quello invece sputava, una cosa minuscola - si capiva da ciò che non aveva petto, ci vuole sangue per certe cose! - sì minuscola, ma pur sempre uno sputo. Cosa che da un signorino con le chiappe bianche - che fossero bianche Riccobono non aveva dubbi, esangui come quelle di certe donne che mestruavano da poco - non si sarebbe mai aspettato.
         Goetto pensava alle prime parole che aveva pronunciato al suo sbarco in Sicilia: "deserti di fecondità". E continuava a fabbricare nel suo cervello complicatissime ma dopotutto usuali considerazioni, ammirandosele però come primizie, spacciandole a se stesso, insomma, come grandi conquiste della sua formidabile mente e del suo cuore. Respirava l'aria costiera pompandone nei polmoni una grande quantità. A ogni respiro faceva un rumore incredibile al punto tale che Riccobono doveva interrompere le sue poesie, ché gli pareva che Goetto, con quei soffi, ce l'avesse con lui. Ma quando gli occhi del poeta si illanguidivano, arriconosceva di essersi sbagliato. E riattaccava: "Sicilia profumata, sangu di la me anima!"
         Goetto andava annotando alcune cose. Per esempio che i signori siciliani, per i loro giardini non cacciavano la terra fruttifera ma addirittura ne incoraggiavano la presenza nei dintorni delle loro dimore di lusso. Cose strane. Palazzi ricercatissimi, costruzioni realizzati, gli pareva, da proprietari vissuti solo per loro, maritati in mezzo a orti di insalate e pomodori. I signori tiravano solo alti muri di tufo, li coloravano a bande sovrapposte, collocavano una serie di graste di fiori nei viali e il lusso era apparecchiato. Punto e basta. Niente a che fare con i giardini contraffatti del nord.
         Intanto Riccobono si era zittito. Guardava il tedesco, e pensava che la fortuna non aveva ritegno a concentrarsi nella stessa persona con molte possibilità. Va be', quel Goetto non era già un vate? che bisogno c'era di farlo precettore dell'arciduca di Sassonia? Pure omo d'importanza doveva diventare? Palermo era piena fino all'indigestione d'omi d'importanza, ma di vati ... nonsi, almeno non del livello di quel Goetto. Ma poi chissà che significava vate sulle labbra di quel rozzaccio del campiere Pietro Riccobono ... si gonfiava le vene dei coglioni con quella parola, e mentre faceva un complimento al Goetto gli pareva che di riflesso questo tornasse su di sé, su Riccobono l'analfabeta.
         Volfango rifletteva, proprio in quel momento, con il mulo che ansimava sotto al caldo indemoniato di quell'aprile sconsacrato, sulla sua gioventù. Ricordava la sua indole esuberante d'allora, la sua sfrenata euforia e così arrivò alla conclusione che quel viaggio alla Bagaria forse inutile del tutto non era. Percepiva qua e là come i segni di una rivelazione, una di quelle cose che si preannunciano con un niente ma che rischiano di screpolare tutti i calli degli anni.
         Quando gli si parò davanti un gigantesco arco di trionfo, il campiere lo avvertì che erano giunti all'ingresso del viale che li avrebbe condotti alla villa del principe di Palagonia. Quattro statue colossali, vestite come militi spagnoli, trionfavano sulle pareti dell'arco, come a voler dissuadere il viaggiatore a introdursi nel lungo viale che loro pareva custodissero. Goetto notò che erano grandi quanto il San Cristoforo della Cattedrale di Parigi, se non di più. Ma quello che lo stupì di più fu la caterva straordinaria di statue collocate sui due muretti che recintavano il viale. Viale pe' modo di dire! Non c'era manco nanticchia di piante, solo figure scolpite in tufo. Il campiere intanto aveva ripreso a parlargli del principe Gravina. Era uno degli uomini più ricchi di tutta la Sicilia e le statue, che chissà per quali segreti motivi aveva fatto realizzare per la sua villa, erano, così si diceva in giro, ma bastava aprire bene gli occhi per rendersene conto, più di seicento. Il governo aveva preso in modo unanime la saggia decisione di demolire l'esercito di mostri di tufo presenti nella villa del principe, ma poi lasciò perdere, ché il principe era un uomo mite e malato di cuore e una tale decisione, se attuata, lo avrebbe ammazzato. Ma Riccobono, mentre sfilavano le statue di tufo, volle riferire ogni cosa:
         "Se vossia mi permette vorrei raccontarle delle cose, ché se lei ha una fimmina d'amare le deve sapere. Permette?"
         "Parla pure Pietro". Rispose Goetto che intanto, sbigottito, non sapeva dove guardare prima. Gli sembrava di essere vittima di un sortilegio squallido, orribile. Non c'era una di quelle statue che avesse una forma minimamente umana, ma quale umana?! Manco animali raffiguravano! E i suoi occhi delicati di uomo abituato alle finezze delle masturbazioni mentali europee non concepivano quelli del principe; come se masturbarsi all'ombra dei pini o sopra il cesso non fosse la stessa cosa. Non capiva se doveva stupirsi per la fervida immaginazione di chi aveva concepito tutte quelle figure mostruose o indignarsi per l'esito insulso di essa. Accoppiamenti tra draghi e caproni, un mostro con le ali d'angelo che rapiva una fanciulla con un singolare vaso sulla testa, tre nani bizzarri accostati a strani esseri con il corpo di un imprecisato animale deforme e la testa, sproporzionata e grossolana, di un essere umano, in mezzo un gigante con una spada nella mano destra e con la sinistra che raspava, pareva violentemente, la capa alla ricerca di pidocchi; poi un uomo con le orecchie di topo, le ali d'uccello e un libretto in mano che cavalcava una strana bestia con la testa umana: Goetto non riusciva a concentrarsi su nessuna statua in particolare, tanto era confusa e volgarmente spettacolare quella massa ruvida di tufo.
         "Da quannu lu principi ha iniziato a mettere i suoi mostri ncapu i muri da' villa," iniziò Pietro presosi di coraggio, "non c'è pace in paese. Alla Bagaria, ni lu vicinato della villa, li donne incinte, dopo aver viduto li statue du principi, partorirono di mostri. E le schette, non possono passeggiare cu libertà sotto i mura da' villa, ché poi diventano arraggiate e per spegnere in loro lu focu bisogna bastonarle di santa ragione, come consiglia il farmacista, che è omo di scienza. Manco padre Rizzuto, che pure è bravo a ricuperare gli 'ndemoniati ce la fa con le schette arraggiate per la malia della villa. Addirittura, lu stessu parrino è stato beccato da' malia, ché un giorno che era stato chiamato per levarla a na picciotta lu trovarono 'ncarvacatu su quella, più arraggiatu della picciotta, chi vuciava comu 'na bestia. Per questo abbiamo chiamato il farmacista". Goetto capì poco di tutto il discorso del campiere, ma dalle parole di cui comprese il senso si inquietò. Non afferrando la ragione del suo turbamento staccò lo sguardo dalle statue e fissò la villa in lontananza. I suoi pensieri si confondevano con il clap clap degli zoccoli dei muli sulla ghiaia dello stretto viale.
         Alla fine arrivarono nell'ampio cortile, dove li accolse un proliferare ancora più disordinato e incomprensibile di statue di tufo. Pesci, chimere, leoni, strani quadrupedi ... ma alcune figure erano ancora più curiose: il principe si era dilettato nel mescolare nella stessa scultura teste di leoni, ali d'uccelli, zampe d'elefanti, schiene di cavalli, occhi di mosche, mani e braccia umane, teste umane con il pizzetto. Spesso le vestiva con abiti dalla foggia elegante, come se avesse alla fine voluto dare un senso alla statua. Quale? Le sculture se avevano avuto all'origine una mente sicuramente malata come quella di Palagonia, erano state realizzate da mani inesperte e con un materiale povero e irregolare come il tufo. Insomma, pensava Goetto, non avevano la minima armonia: come aveva potuto un uomo spendere molte delle sue ricchezze e del suo tempo nel concepimento di quelle insulse sciocchezze?
         Il principe lo accolse scendendo lentamente dall'attorcigliato scalone di pietra di Billiemi. Aveva una figura smilza, con una faccia ossuta che scompariva sotto la capigliatura lunga ma rada. Si passava ripetutamente un fazzoletto bianco sulla fronte, evidentemente sudata. Goetto aveva notato che i siciliani, nonostante la loro frequentazione col caldo, ancora non se n'erano fatta una ragione. Tutti che si asciugavano e che soffiavano e a lamentarsi ... insomma, pareva, quella dei siciliani, una mania: un tedesco se fosse vissuto in quelle terre, una volta resosi conto del caldo imperioso, si sarebbe rassegnato. Punto e basta.
         "S'accomodi", disse il Gravina al suo ospite.
         "Piacere di visitarvi" rispose il Goetto. E mentre pensava: "me li paghi tu le chiappe nere del viaggio, brutto rospo spelacchiato?".
         Il Gravina lo fece accomodare nella grande sala che stava a destra dell'indi Emiliano Pireddugresso. Volfango, già meravigliato dalla folla di strane presenze all'esterno della villa, si era preparato giudizioso a tutte le possibili sorprese. Ma a quella no. No. Infatti, all'interno della grande sala, alzando lo sguardo in alto e aspettandosi degli affreschi, magari strambi - li avrebbe perdonati pure - restò sbalordito da uno spettacolo singolare: vampe di immagini, ondeggianti presenze, miriadi di figurazioni riflesse campeggiavano nel tetto. Infatti una serie di specchi coprivano tutta la superficie del soffitto. Erano sistemati in modo tale che ognuno formava un piccolo angolo con quello che gli stava accanto: in tal modo moltiplicavano all'infinito il numero di figure riflesse. Se sotto passeggiavano in due, le immagini del soffitto raggiungevano un numero enorme, così da figurare un'intera folla.
         Alle pareti i busti marmorei degli antenati del Gravina fissavano austeri il Goetto, ma le ridicole vesti con le quali il principe li aveva ricoperti, provocarono un moto di riso in Volfango, tra il divertito e l'isterico.
         Anche le numerose statuine di tutte le fogge che spiccavano sui camini, sui battenti delle porte e in ogni altro posto impensabile non facevano che rafforzare la convinzione del Goetto: quel Palagonia era senz'altro un mentecatto. Colonnine delicate innestate su vasi da notte, altri specchi con le più strane forme, marmi policromi che parevano essere stati accoppiati tra loro solo per il gusto perverso e gratuito di intrecciare gli occhi del visitatore fino a renderli strabici, tante erano le varietà e le disposizioni.
         Il tedesco pensò che sì si poteva ridere di quelle corbellerie senza né testa né piede, ma che poi ci si sarebbe sentiti in dovere di trasformare l'ilarità nevrotica iniziale in sdegno sincero, di quello che può portare a compiere le migliori distruzioni. In quel caso le distruzioni che invocava il Goetto erano quelle di tutte le baggianate del Palagonia: avrebbe voluto avere un martello per farlo roteare a destra e a sinistra per demolire ogni cosa, lasciando, in quella reggia della pazzia, solo un mucchio di macerie.
         "Ma che cosa l'è passato per la mente?" Gli chiese con un tono risentito.
         "Come?" Rispose annoiato il principe.
         "Dico: si può perdere tempo nello realizzare tale sconcezze?"
         "Lei mi offende" rispose Palagonia. Ma già chiudeva gli occhi, un sonno irresistibile lo aveva agguantato nel momento in cui il mitico Goetto degli stivali aveva varcato la soglia della sua villa. Un formicolio intenso alle palpebre, come se un branco sconsacrato di sorci di campagna si fossero convinti che la carne degli occhi del Gravina fosse la migliore disponibile da Palermo a Cefalù, e poi una subitanea paresi alle palpebre, una cosa tale che si sarebbe magari messo a ridere senza ritegno se non avesse avuto davanti quel signorino del Goetto. Eppure non ce la faceva a smuoverle quelle palpebre, che, anzi, a poco a poco, senza dire bih o buh, si stavano chiudendo, pigramente. E vedeva il signorino sbracciare per cercare di convincerlo chissà di che. Cose da non ci credere! Un rompicoglioni si prende il disturbo di visitare la sua villa e poi chissà che va a pensare.
         Masticò ancora più lentamente la saliva, come facevano le capre che osservava in lontananza dalla sua camera da letto e cercò di comporre assieme due pensieri decenti che mettessero fine alla logorrea di quel Goetto che si dimenava, alzava il tono della voce ... e chissà che minchia diceva ...
         Il Goetto nel frattempo, stanco del viaggio aveva chiesto una sedia e il principe pronto gli aveva offerto la prima che aveva trovato sottomano.
         "Aih!!" Gridò il Goetto appena posò la delicata pelle bianca, un pezzo d'ematoma ormai, sul cuscino arabescato.
         "Ma che cosa c'è sotto questi cuscini?" Era arrabbiatissimo.
         "E' solo un po' scomoda. Ecco tutto." Lo tranquillizzò il principe. Ma il Goetto della poesia non ne volle sapere di risedersi su quella specie di macchina di tortura. Preferì passeggiare con le braccia buttate sui fianchi.
         "Insomma, ho visto tante stranezze nella vostra villa" ricominciò il Volfango con la sua vocina da adolescente nell'atto della masturbazione solitaria, "un nano che cavalca un delfino, la testa di un imperatore romano, se guardo fuori questi vetri schifosi mi cambiano tutti i colori ... insomma, ma che volete dimostrare con queste baggianate? Di gusto non ne avete. Se fosse nei miei poteri, ordinerei la distruzione di tutte queste pietre bislacche".
         Il principe lo seguiva portandosi appresso una sedia. Quando il Goetto si fermava lui posava a terra la sedia e si accomodava su di essa, mettendosi a dondolare per via dei tre piedi lunghi e di quello segato più corto. Quando gli parve di aver trovato il discorso adatto - riteneva che per ogni rompicapo ce ne fossero diversi, tutti ugualmente validi - cominciò facendo l'ispirato:
         "Le hanno raccontato cose terribili, vero? Per esempio che le donne non appena vedono le mie statue si mettono a cavalcare arraggiate come cagne. Allora io le dirò che in questo momento mia moglie, Maria Gioacchina Gaetani, si sta facendo montare da un mio servo. Sarà per le statue? Sarà perché io non me lo sento più per me? Pensi se per lei... Insomma un motivo c'è se mia moglie si mette sotto. Il sole è arrivato alla fine del suo viaggio, sopra le colline vi è una colorazione di un rosso intenso, come la carnagione di Mario Giunnara quando esce infuscato dalla stanza di mia moglie, perché la mia Gaetani durante il pomeriggio, mentre io dormo gliene ha fatto passare di tutti colori".
         Poi gli parve di essere stato troppo poetico. Virò sul filosofico, ché agli uomini fa effetto, la filosofia.
         "Senta mio buon Goetto. Tutti quelli che si accoppiano per le mie statue non fanno altro che fare quello che faccio io. Trovano una ragione ai loro comportamenti. Io ho questi, come ragione" e indicò le decorazioni e poi il tetto di specchi. "È sempre un modo per mettere fuori quello che abbiamo dentro. O forse per contemplare noi stessi che diventiamo altro, guardiamo, insomma, delle forme, ma potrebbe essere dell'altro". Poi, siccome si accorse che il Goetto lo seguiva con attenzione - a quanto pare il poeta si era invaghito per quelle quattro parole che il principe aveva assemblato per levarselo di mezzo - concluse, cambiando registro:
         "Caro mio amico, caro mio poeta, la comprensione non ci mette parole in bocca, se è reale e onesta ci ammutolisce. Il resto è solo un giochetto...".
         "Si può assistere alla morte senza morire". Rispose il Goetto. Non capì, il Gravina, se quello del tedesco fosse un rimprovero o un fiancheggiamento. Di una sola cosa fu soddisfatto: che il poeta, detto questo, non aggiunse altro. Anzi, riprendendosi la sua aria indignata, salutò freddamente, chiamò il campiere e riposò le chiappe sul mulo bianco, per scomparire, infine, oltre l'arco di pietra del viale.

 

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