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Francesco
Ferdinando Gravina II, nipote di Francesco Ferdinando
Gravina I Principe di Palagonia, marchese di Francofonte
e della Delia, Barone delle Terre di Sanfratello,
Calatabiano e Piedimonte e dei Feudi di Fiume
Freddo, Lenza e S. Basilio, Signore della Marina
delle Acque Dolci, Capo della Famiglia Gravina,
Grande di Spagna di Prima Classe, Cavaliere dell'insigne
Ordine del Toson d'oro, Gentiluomo di Camera di
Sua Maestà siciliana, Suo Consigliere di
Stato e Presidente della Consulta per la Negoziazione
del Regno di Sicilia, di Parma e Piacenza, ronfava
nervoso come un gatto sarvaggio nei pochi momenti
d'intimità selvatica, quando, saldato alle
reni tese della femmina nevrastenica in calore,
dà il meglio di sé, dimostra il
perché e il per come è venuto al
mondo. Dei mosconi tafani, neri e pelosi come
quello che sta in fondo al culo sudicio dell'universo,
roteavano delicati come farfalle attorno all'esile,
secca figura del Gravina spalmato lungo lungo
sul letto matrimoniale. Il primo pomeriggio primaverile
era cotto, bollente, e istigava la linguetta del
principe a balzare fuori di tanto in tanto, quando
i polmoni, nella fase più silenziosa del
russare, espellevano l'aria calda del corpo in
quella ancora più infiammata dell'ambiente.
In quell'occasione i mosconi contenti e divertiti
si abbeveravano, per alleviare le pene di quello
strano mese d'aprile, sui labbroni del principe,
nella zampillante bava. Qualcuno si spingeva,
prode esploratore, fin sull'ossuto petto dell'uomo,
dove raccoglieva con la boccuccia la saliva che
colava dal collo.
E
dormiva beato il principe, mentre attorno a lui,
in tutte le altre stanze, i servi, sudati dalla
testa ai piedi, si davano da fare. Chi segava
una gamba alle sedie, chi sistemava pungiglioni
taglienti sotto l'imbottitura delle stesse, sotto
i rossi cuscini niellati, chi allordava apposta
- anche con una certa soddisfazione - gli specchi
che in genere era comandato a pulire... E il bello
era che eseguivano gli ordini del padrone, le
sue sacrosante e venerate disposizioni. Come al
solito dopo innumerevoli genuflessioni... ridicole,
sì: patetiche. Sì. Sì. Specialmente
ora che gli inchini non erano più di moda,
con i nuovi tempi che tutti respiravano meglio
delle buone zaffate di basilico al sole, di quello
che stava nelle graste delle femmine da marito,
di quelle insomma che cercavano di attirare col
profumo gli uomini buoni per il letto matrimoniale.
Che
ordini quel giorno! Cose da guardarsi allo specchio
e chiedersi: ma il signorotto è minchia
o la fa? E loro, chi stanco sopra le gambe angolose
della vecchiaia inoltrata, chi sbuffando sopra
le proprie minne grasse e fradice, eseguivano.
Non si doveva dire in giro che i servi del principe
di Palagonia rifiutavano gli ordini di quel rincoglionito.
Altrimenti correvano il rischio di parere tali
e quali il padrone. Accordargli tutto, dovevano,
che poi era un piacere scatasciare la casa pomposa
di quella mignatta col parrucchino bianco. Lui
lo voleva? E loro lo avrebbero accontentato.
Quando
il principe si svegliò dopo quella piccola
dormita pomeridiana del 9 aprile 1787, il caldo
era ancora insopportabile. L'estate si era fottuta
la primavera? Si immaginò l'estate come
un immenso bestione assatanato e arraggiato, sempre
pronto alla monta, e la primavera, sotto di esso,
come una dolce fanciulla dalla pelle troppo signorile,
specialmente in quei posti che madre natura ha
designato per la riproduzione, uno dei quali,
in quel 9 aprile infiammato, accoglieva il membro
duro del bestione estivo.
Masticò
la saliva e si sistemò meglio sulle lenzuola
sudate. Cercava la parte fresca di esse per accarezzarla
con le gambe. Ma niente. I mali vengono sempre
in compagnia. Non bastava la visita di quel Goetto
della minchia, quello scrittore nordico che si
era incaponito di visitare la Bagaria e specialmente,
aveva mandato a dire col campiere di Palermo,
la villa del principe Palagonia? Non l'aveva già
il suo spacco? Ci voleva pure il caldo prematuro?
Si
alzò raspandosi la barba e guardò
attraverso i vetri della finestra. Il paesaggio
di fuori ne veniva smontato, modificato nei suoi
colori. Era contento di quei vetri. Uno rosso
e l'altro verde, uno blu e l'altro marrone: uno
spasso. Contento e sazio del risultato che davano
nella camera da letto li aveva collocati in tutta
la villa. I servi si erano spacchiati. Quando
la bella opera - manco il folle di malasarda avrebbe
fatto di meglio - del principe era stata posta
sotto gli occhi dilatati di tutti - qualcuno,
con una specie di ritegno, per simulare il disgusto,
fintiava di avere in mezzo agli occhi qualche
bastoncino di primavera e perciò si giustificava
con il coruzzo a posto - i servi se la spassarono
nel cercare di capirci nanticchia attraverso quei
vetri colorati. Un po' vedevi verde, ti spostavi
ed era tutto marrone.
Ancora
Gravina non scorgeva niente in lontananza. E dire
che quel Volfango Goetto era un nordico ... Ma
uno che caspitina nasce a fare nordico se poi
non è capace di rispettare le promesse
insite nei suoi luoghi natii? Quando mai si era
detto che un nordico ritardasse? I tempi stavano
cambiando davvero. Cosa da farci fare un disegno
a don Pasquale per ricordarsene per sempre. E
lui che aveva pensato di farlo aspettare in anticamera
a quel Volfango della minchia! Ci aveva tentato
Gravina di dormire oltre le abitudini, ma quello,
Goetto della neve, non ne voleva sapere di arrivare.
Manco per i dolori di panza che si stava godendo
dalla rabbia.
Si
guardò attorno e subito si rasserenò.
L'arca di Noé a cui aveva dato dimora nella
sua camera da letto non si muoveva. Così
lui, Gravina, poteva al risveglio guardarsela
tutta, con una certa soddisfazione. Rospi, lucertole,
serpenti, ranocchie, tutti di marmo - ognuno col
colore adatto, giustamente - spiccavano con le
loro figurette sull'impolverato mobile di legno,
sul marmo di tomba che il rincoglionito aveva
messo nella sua camera. "Lu iocu di focu!"
gridava disperata sua moglie Maria Gioacchina
Gaetani alla vista di tutte le cose sconclusionate
del marito. Maria Gioacchina Gaetani, così
ormai la chiamava il principe: per nome e cognome.
Che ne capiva lei di tutte le sue statue? E poi:
le aveva mai chiesto un parere? Non aveva fatto
da sé? Ma non era la sola, Maria Gioacchina
Gaetani, a rompergli l'anima. Tutto il parentado,
pure i piccililli col moccio al naso lo tormentavano.
Ma che pensassero piuttosto ai mocci che leccavano
dalla mattina alla sera! E lui era onesto con
se stesso e ormai non voleva sentire più
arraggionamenti: lui all'età di S. Giuseppe
voleva stare lì sopra, come una carcarazza
rognosa, diceva. E gli altri a pregarlo, a portargli
i pasticcini di ricotta più buoni di tutta
la provincia di Palermo, per convincerlo a lasciare
perdere le pazzie. Nonsi e nonsi. Fratta sarvaggia
era, e fratta sarvaggia rimaneva, affermava con
spavalda certezza. E quando insistevano, più
per amore del discorso teorico che per altro -
rispondeva infriguliando e alzando le mani in
alto:
"Mah
...!"
Quella
esclamazione sottile sottile, soffiata da sotto
la sua barbetta incolta di topo, metteva fine
alle discussioni.
Si
rimise a letto, abbattuto da un dolore alla vescica
insopportabile. Ma poi corse al cesso per cercare,
con il rischio di farsi uscire l'ernia che teneva
nell'inguine, di pisciare fuori i calcoli, quelle
maledette petruzze che gli spolpavano la carne,
fino a farla uscire liquida e rossa da quel pertugio
con il quale, così affermava, aveva saputo
montare generazioni di femmine della Bagaria.
Gridava come le mucche del macello quando, tirate
per le corna capiscono di essere arrivate alla
fine della loro vita. E proprio tra un ah e un
uh si sentì la voce del portiere che annunciava
l'arrivo del Goetto.
Il
Goetto infatti era punto alla porta d'ingresso
della lunga "galleria" che conduceva
alla villa del principe. Con le chiare chiappe
schiacciate sulle reni del mulo che aveva affittato
a Palermo seguiva quello del campiere. Per sé
aveva preteso la bestia bianca, più fina
e nobile per un poeta della sua specie, e aveva
con sdegno assegnato il mulo marrone a quel
bipede del campiere che aveva avuto la bella
idea di consigliargli quella visita alla Bagaria.
Era da ore che camminavano, lui con le natiche
ormai d'ematoma e il campiere col fucile spianato
che pareva un san Crispino. Pietro Riccobono,
il campiere, si sbracciava a mostrare al vate
le somme bellezze del suo paese e ogni tanto
improvvisava dei versi molto graziosi, che però
il Goetto antipatico e presuntuoso - ancorché
vate - disprezzava. "Sicilia bedda, Sicilia
cara!" Urlava Riccobono, e proprio mentre
si piazzava sul mulo con l'intenzione di parare
i complimenti del bianco nordico, quello invece
sputava, una cosa minuscola - si capiva da ciò
che non aveva petto, ci vuole sangue per certe
cose! - sì minuscola, ma pur sempre uno
sputo. Cosa che da un signorino con le chiappe
bianche - che fossero bianche Riccobono non
aveva dubbi, esangui come quelle di certe donne
che mestruavano da poco - non si sarebbe mai
aspettato.
Goetto
pensava alle prime parole che aveva pronunciato
al suo sbarco in Sicilia: "deserti di fecondità".
E continuava a fabbricare nel suo cervello complicatissime
ma dopotutto usuali considerazioni, ammirandosele
però come primizie, spacciandole a se
stesso, insomma, come grandi conquiste della
sua formidabile mente e del suo cuore. Respirava
l'aria costiera pompandone nei polmoni una grande
quantità. A ogni respiro faceva un rumore
incredibile al punto tale che Riccobono doveva
interrompere le sue poesie, ché gli pareva
che Goetto, con quei soffi, ce l'avesse con
lui. Ma quando gli occhi del poeta si illanguidivano,
arriconosceva di essersi sbagliato. E riattaccava:
"Sicilia profumata, sangu di la me anima!"
Goetto
andava annotando alcune cose. Per esempio che
i signori siciliani, per i loro giardini non
cacciavano la terra fruttifera ma addirittura
ne incoraggiavano la presenza nei dintorni delle
loro dimore di lusso. Cose strane. Palazzi ricercatissimi,
costruzioni realizzati, gli pareva, da proprietari
vissuti solo per loro, maritati in mezzo a orti
di insalate e pomodori. I signori tiravano solo
alti muri di tufo, li coloravano a bande sovrapposte,
collocavano una serie di graste di fiori nei
viali e il lusso era apparecchiato. Punto e
basta. Niente a che fare con i giardini contraffatti
del nord.
Intanto
Riccobono si era zittito. Guardava il tedesco,
e pensava che la fortuna non aveva ritegno a
concentrarsi nella stessa persona con molte
possibilità. Va be', quel Goetto non
era già un vate? che bisogno c'era di
farlo precettore dell'arciduca di Sassonia?
Pure omo d'importanza doveva diventare? Palermo
era piena fino all'indigestione d'omi d'importanza,
ma di vati ... nonsi, almeno non del livello
di quel Goetto. Ma poi chissà che significava
vate sulle labbra di quel rozzaccio del campiere
Pietro Riccobono ... si gonfiava le vene dei
coglioni con quella parola, e mentre faceva
un complimento al Goetto gli pareva che di riflesso
questo tornasse su di sé, su Riccobono
l'analfabeta.
Volfango
rifletteva, proprio in quel momento, con il
mulo che ansimava sotto al caldo indemoniato
di quell'aprile sconsacrato, sulla sua gioventù.
Ricordava la sua indole esuberante d'allora,
la sua sfrenata euforia e così arrivò
alla conclusione che quel viaggio alla Bagaria
forse inutile del tutto non era. Percepiva qua
e là come i segni di una rivelazione,
una di quelle cose che si preannunciano con
un niente ma che rischiano di screpolare tutti
i calli degli anni.
Quando
gli si parò davanti un gigantesco arco
di trionfo, il campiere lo avvertì che
erano giunti all'ingresso del viale che li avrebbe
condotti alla villa del principe di Palagonia.
Quattro statue colossali, vestite come militi
spagnoli, trionfavano sulle pareti dell'arco,
come a voler dissuadere il viaggiatore a introdursi
nel lungo viale che loro pareva custodissero.
Goetto notò che erano grandi quanto il
San Cristoforo della Cattedrale di Parigi, se
non di più. Ma quello che lo stupì
di più fu la caterva straordinaria di
statue collocate sui due muretti che recintavano
il viale. Viale pe' modo di dire! Non c'era
manco nanticchia di piante, solo figure scolpite
in tufo. Il campiere intanto aveva ripreso a
parlargli del principe Gravina. Era uno degli
uomini più ricchi di tutta la Sicilia
e le statue, che chissà per quali segreti
motivi aveva fatto realizzare per la sua villa,
erano, così si diceva in giro, ma bastava
aprire bene gli occhi per rendersene conto,
più di seicento. Il governo aveva preso
in modo unanime la saggia decisione di demolire
l'esercito di mostri di tufo presenti nella
villa del principe, ma poi lasciò perdere,
ché il principe era un uomo mite e malato
di cuore e una tale decisione, se attuata, lo
avrebbe ammazzato. Ma Riccobono, mentre sfilavano
le statue di tufo, volle riferire ogni cosa:
"Se
vossia mi permette vorrei raccontarle delle
cose, ché se lei ha una fimmina d'amare
le deve sapere. Permette?"
"Parla
pure Pietro". Rispose Goetto che intanto,
sbigottito, non sapeva dove guardare prima.
Gli sembrava di essere vittima di un sortilegio
squallido, orribile. Non c'era una di quelle
statue che avesse una forma minimamente umana,
ma quale umana?! Manco animali raffiguravano!
E i suoi occhi delicati di uomo abituato alle
finezze delle masturbazioni mentali europee
non concepivano quelli del principe; come se
masturbarsi all'ombra dei pini o sopra il cesso
non fosse la stessa cosa. Non capiva se doveva
stupirsi per la fervida immaginazione di chi
aveva concepito tutte quelle figure mostruose
o indignarsi per l'esito insulso di essa. Accoppiamenti
tra draghi e caproni, un mostro con le ali d'angelo
che rapiva una fanciulla con un singolare vaso
sulla testa, tre nani bizzarri accostati a strani
esseri con il corpo di un imprecisato animale
deforme e la testa, sproporzionata e grossolana,
di un essere umano, in mezzo un gigante con
una spada nella mano destra e con la sinistra
che raspava, pareva violentemente, la capa alla
ricerca di pidocchi; poi un uomo con le orecchie
di topo, le ali d'uccello e un libretto in mano
che cavalcava una strana bestia con la testa
umana: Goetto non riusciva a concentrarsi su
nessuna statua in particolare, tanto era confusa
e volgarmente spettacolare quella massa ruvida
di tufo.
"Da
quannu lu principi ha iniziato a mettere i suoi
mostri ncapu i muri da' villa," iniziò
Pietro presosi di coraggio, "non c'è
pace in paese. Alla Bagaria, ni lu vicinato
della villa, li donne incinte, dopo aver viduto
li statue du principi, partorirono di mostri.
E le schette, non possono passeggiare cu libertà
sotto i mura da' villa, ché poi diventano
arraggiate e per spegnere in loro lu focu bisogna
bastonarle di santa ragione, come consiglia
il farmacista, che è omo di scienza.
Manco padre Rizzuto, che pure è bravo
a ricuperare gli 'ndemoniati ce la fa con le
schette arraggiate per la malia della villa.
Addirittura, lu stessu parrino è stato
beccato da' malia, ché un giorno che
era stato chiamato per levarla a na picciotta
lu trovarono 'ncarvacatu su quella, più
arraggiatu della picciotta, chi vuciava comu
'na bestia. Per questo abbiamo chiamato il farmacista".
Goetto capì poco di tutto il discorso
del campiere, ma dalle parole di cui comprese
il senso si inquietò. Non afferrando
la ragione del suo turbamento staccò
lo sguardo dalle statue e fissò la villa
in lontananza. I suoi pensieri si confondevano
con il clap clap degli zoccoli dei muli sulla
ghiaia dello stretto viale.
Alla
fine arrivarono nell'ampio cortile, dove li
accolse un proliferare ancora più disordinato
e incomprensibile di statue di tufo. Pesci,
chimere, leoni, strani quadrupedi ... ma alcune
figure erano ancora più curiose: il principe
si era dilettato nel mescolare nella stessa
scultura teste di leoni, ali d'uccelli, zampe
d'elefanti, schiene di cavalli, occhi di mosche,
mani e braccia umane, teste umane con il pizzetto.
Spesso le vestiva con abiti dalla foggia elegante,
come se avesse alla fine voluto dare un senso
alla statua. Quale? Le sculture se avevano avuto
all'origine una mente sicuramente malata come
quella di Palagonia, erano state realizzate
da mani inesperte e con un materiale povero
e irregolare come il tufo. Insomma, pensava
Goetto, non avevano la minima armonia: come
aveva potuto un uomo spendere molte delle sue
ricchezze e del suo tempo nel concepimento di
quelle insulse sciocchezze?
Il
principe lo accolse scendendo lentamente dall'attorcigliato
scalone di pietra di Billiemi. Aveva una figura
smilza, con una faccia ossuta che scompariva
sotto la capigliatura lunga ma rada. Si passava
ripetutamente un fazzoletto bianco sulla fronte,
evidentemente sudata. Goetto aveva notato che
i siciliani, nonostante la loro frequentazione
col caldo, ancora non se n'erano fatta una ragione.
Tutti che si asciugavano e che soffiavano e
a lamentarsi ... insomma, pareva, quella dei
siciliani, una mania: un tedesco se fosse vissuto
in quelle terre, una volta resosi conto del
caldo imperioso, si sarebbe rassegnato. Punto
e basta.
"S'accomodi",
disse il Gravina al suo ospite.
"Piacere
di visitarvi" rispose il Goetto. E mentre
pensava: "me li paghi tu le chiappe nere
del viaggio, brutto rospo spelacchiato?".
Il
Gravina lo fece accomodare nella grande sala
che stava a destra dell'in gresso.
Volfango, già meravigliato dalla folla
di strane presenze all'esterno della villa,
si era preparato giudizioso a tutte le possibili
sorprese. Ma a quella no. No. Infatti, all'interno
della grande sala, alzando lo sguardo in alto
e aspettandosi degli affreschi, magari strambi
- li avrebbe perdonati pure - restò sbalordito
da uno spettacolo singolare: vampe di immagini,
ondeggianti presenze, miriadi di figurazioni
riflesse campeggiavano nel tetto. Infatti una
serie di specchi coprivano tutta la superficie
del soffitto. Erano sistemati in modo tale che
ognuno formava un piccolo angolo con quello
che gli stava accanto: in tal modo moltiplicavano
all'infinito il numero di figure riflesse. Se
sotto passeggiavano in due, le immagini del
soffitto raggiungevano un numero enorme, così
da figurare un'intera folla.
Alle
pareti i busti marmorei degli antenati del Gravina
fissavano austeri il Goetto, ma le ridicole
vesti con le quali il principe li aveva ricoperti,
provocarono un moto di riso in Volfango, tra
il divertito e l'isterico.
Anche
le numerose statuine di tutte le fogge che spiccavano
sui camini, sui battenti delle porte e in ogni
altro posto impensabile non facevano che rafforzare
la convinzione del Goetto: quel Palagonia era
senz'altro un mentecatto. Colonnine delicate
innestate su vasi da notte, altri specchi con
le più strane forme, marmi policromi
che parevano essere stati accoppiati tra loro
solo per il gusto perverso e gratuito di intrecciare
gli occhi del visitatore fino a renderli strabici,
tante erano le varietà e le disposizioni.
Il
tedesco pensò che sì si poteva
ridere di quelle corbellerie senza né
testa né piede, ma che poi ci si sarebbe
sentiti in dovere di trasformare l'ilarità
nevrotica iniziale in sdegno sincero, di quello
che può portare a compiere le migliori
distruzioni. In quel caso le distruzioni che
invocava il Goetto erano quelle di tutte le
baggianate del Palagonia: avrebbe voluto avere
un martello per farlo roteare a destra e a sinistra
per demolire ogni cosa, lasciando, in quella
reggia della pazzia, solo un mucchio di macerie.
"Ma
che cosa l'è passato per la mente?"
Gli chiese con un tono risentito.
"Come?"
Rispose annoiato il principe.
"Dico:
si può perdere tempo nello realizzare
tale sconcezze?"
"Lei
mi offende" rispose Palagonia. Ma già
chiudeva gli occhi, un sonno irresistibile lo
aveva agguantato nel momento in cui il mitico
Goetto degli stivali aveva varcato la soglia
della sua villa. Un formicolio intenso alle
palpebre, come se un branco sconsacrato di sorci
di campagna si fossero convinti che la carne
degli occhi del Gravina fosse la migliore disponibile
da Palermo a Cefalù, e poi una subitanea
paresi alle palpebre, una cosa tale che si sarebbe
magari messo a ridere senza ritegno se non avesse
avuto davanti quel signorino del Goetto. Eppure
non ce la faceva a smuoverle quelle palpebre,
che, anzi, a poco a poco, senza dire bih o buh,
si stavano chiudendo, pigramente. E vedeva il
signorino sbracciare per cercare di convincerlo
chissà di che. Cose da non ci credere!
Un rompicoglioni si prende il disturbo di visitare
la sua villa e poi chissà che va a pensare.
Masticò
ancora più lentamente la saliva, come
facevano le capre che osservava in lontananza
dalla sua camera da letto e cercò di
comporre assieme due pensieri decenti che mettessero
fine alla logorrea di quel Goetto che si dimenava,
alzava il tono della voce ... e chissà
che minchia diceva ...
Il
Goetto nel frattempo, stanco del viaggio aveva
chiesto una sedia e il principe pronto gli aveva
offerto la prima che aveva trovato sottomano.
"Aih!!"
Gridò il Goetto appena posò la
delicata pelle bianca, un pezzo d'ematoma ormai,
sul cuscino arabescato.
"Ma
che cosa c'è sotto questi cuscini?"
Era arrabbiatissimo.
"E'
solo un po' scomoda. Ecco tutto." Lo tranquillizzò
il principe. Ma il Goetto della poesia non ne
volle sapere di risedersi su quella specie di
macchina di tortura. Preferì passeggiare
con le braccia buttate sui fianchi.
"Insomma,
ho visto tante stranezze nella vostra villa"
ricominciò il Volfango con la sua vocina
da adolescente nell'atto della masturbazione
solitaria, "un nano che cavalca un delfino,
la testa di un imperatore romano, se guardo
fuori questi vetri schifosi mi cambiano tutti
i colori ... insomma, ma che volete dimostrare
con queste baggianate? Di gusto non ne avete.
Se fosse nei miei poteri, ordinerei la distruzione
di tutte queste pietre bislacche".
Il
principe lo seguiva portandosi appresso una
sedia. Quando il Goetto si fermava lui posava
a terra la sedia e si accomodava su di essa,
mettendosi a dondolare per via dei tre piedi
lunghi e di quello segato più corto.
Quando gli parve di aver trovato il discorso
adatto - riteneva che per ogni rompicapo ce
ne fossero diversi, tutti ugualmente validi
- cominciò facendo l'ispirato:
"Le
hanno raccontato cose terribili, vero? Per esempio
che le donne non appena vedono le mie statue
si mettono a cavalcare arraggiate come cagne.
Allora io le dirò che in questo momento
mia moglie, Maria Gioacchina Gaetani, si sta
facendo montare da un mio servo. Sarà
per le statue? Sarà perché io
non me lo sento più per me? Pensi se
per lei... Insomma un motivo c'è se mia
moglie si mette sotto. Il sole è arrivato
alla fine del suo viaggio, sopra le colline
vi è una colorazione di un rosso intenso,
come la carnagione di Mario Giunnara quando
esce infuscato dalla stanza di mia moglie, perché
la mia Gaetani durante il pomeriggio, mentre
io dormo gliene ha fatto passare di tutti colori".
Poi
gli parve di essere stato troppo poetico. Virò
sul filosofico, ché agli uomini fa effetto,
la filosofia.
"Senta
mio buon Goetto. Tutti quelli che si accoppiano
per le mie statue non fanno altro che fare quello
che faccio io. Trovano una ragione ai loro comportamenti.
Io ho questi, come ragione" e indicò
le decorazioni e poi il tetto di specchi. "È
sempre un modo per mettere fuori quello che
abbiamo dentro. O forse per contemplare noi
stessi che diventiamo altro, guardiamo, insomma,
delle forme, ma potrebbe essere dell'altro".
Poi, siccome si accorse che il Goetto lo seguiva
con attenzione - a quanto pare il poeta si era
invaghito per quelle quattro parole che il principe
aveva assemblato per levarselo di mezzo - concluse,
cambiando registro:
"Caro
mio amico, caro mio poeta, la comprensione non
ci mette parole in bocca, se è reale
e onesta ci ammutolisce. Il resto è solo
un giochetto...".
"Si
può assistere alla morte senza morire".
Rispose il Goetto. Non capì, il Gravina,
se quello del tedesco fosse un rimprovero o
un fiancheggiamento. Di una sola cosa fu soddisfatto:
che il poeta, detto questo, non aggiunse altro.
Anzi, riprendendosi la sua aria indignata, salutò
freddamente, chiamò il campiere e riposò
le chiappe sul mulo bianco, per scomparire,
infine, oltre l'arco di pietra del viale.
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