|
Oh
padre! Gli astri, Vega, Aquila, Arturo...
Alcune
ciocche rossicce ma s-biadite che ricadono su
una fronte bianchissima, lungamente assuefatta
al pallore, e, sotto, due occhi acquosi e sognanti
- ma attraversati da sogni torbidi - azzurri comunque.
Percorre la campagna avviluppata nel nero vischioso
della notte il portatore di questi connotati e
li porta infatti come se non gli appartenessero,
non fossero a lui consustanziali ma li avesse
presi a prestito da qualche altro; a tal punto
avverte ingiustificata la propria presenza nel
mondo.
È
un superstite. Ha una memoria tenacemente superstiziosa
per tutte le, numerose, date dei suoi lutti. E
un'irresistibile tendenza a riverirli, rivederli,
ripeterli fin nei particolari più minuti.
Spesso
accade che gli si allarghi dentro il petto, che
si espanda, dentro il petto, un'eco di dolori
antichi, pure ancora pungenti e allora s'immagina
d'essere stato forse uno di quegli schiavi che
giravano la macina al buio, affamati, con le museruole;
oppure si trovò ad Alesia, tra le centurie
di Cesare e le mura della città, respinto
dalle due parti; oppure era un gladiatore...
E
adesso, mentre la notte abbraccia il mondo con
le sue ali d'ombra, cammina lungo la strada dove
in lontananza si può ascoltare il Rio Salto,
e rane rauche e qualche rado rumore di pioppi
smossi. Qui, o qualche metro più in là,
fu assassinato il padre, e non era nemmeno una
notte come questa, era appena sera.
Una
mano, pensa, farà fuoco anche contro di
me, una mano sbucata da quella siepe, da quel
filare di viti, una mano da dietro il grande olmo,
ecco, questo, sì, questo è il trepestio
dell'agguato e questo il lampo del fucile, lo
vedo; e vede, effettivamente vede: scoppiare e
brillare, cadere, esser caduta, una grande pallottola
d'oro, una pallottola d'oro che si tuffa nella
campagna ed illumina, nella sua eternità
di istante, le siepi, i filari, gli olmi e i bianchi
lembi del borgo nei pressi e le orecchie sono
colpite da un rumore di ferro rovente calato nell'acqua
e la scia di luce tracciata nel cupo è
davvero come una mano, una mano dura e affettuosa
che gli afferra il mento e gli solleva il viso
verso l'alto l'aperto l'orizzonte sconvolto...
e mentre negli occhi è viva l'immagine
della frattura di luce, abbagliante, lungo le
nuvole tenebrose, basta, si dice, basta con le
campanule, le pimpinelle, le salvastrelle, il
serpillo e il sermollino; lascerò le onomatopee
alle balie e ai mimi; come una forza verso l'infinito
lancerò la mia poesia...
Mizar
Mizar
non è il nome di un micio zazzeruto, non
è il nome di un mago azzimato, non di un
mare zeppo d'onde - a sera si placa e si colora
di malinconico azzurro; non di un mitico zingaro,
di una maschia zitella, di un'immagine ziqqurat;
non di una malefica zoccola, né di uno
zoilo malvagio, né di un mistificante zelatore.
Chi
ha detto che ricorda meravigliose zagare meste
zampogne micidiali zagaglie? Chi lo ha detto?
Perché senz'altro si sbaglia.
Come,
come non volete sentire che questo nome breve,
aperto, abbagliante - questo nome che passa e
ripassa tesissimo e stordente le nostre orbite
mentali - questo nome secco e barocco, familiare
ed esotico, questo nome è il nome di una
stella? Di una vaga stella dell'Orsa: Mizar, gemella
di Alcor.
Nunzio
sidereo
Ho
visto. Io. Io ho visto quello che nessuno prima
mai da che il mondo esiste aveva visto. Io, coi
miei occhi, e a ragione ho costellato il mio latino,
esatto e dimesso, di insistenti sinonimi... "conspicere"
e "observare"... "spectare"
"intueri" e "oculis cernere"...
E
io per primo l'ho puntato contro il cielo quest'umile
tubo di piombo con le sue lenti, una convessa
e una concava. Chi lo aveva inventato? Nella penombra
di quale umida officina, lungo quale canale? Un
oscuro molatore di lenti sulla cui insegna potevi
decifrare Hans Lipperhey o forse Zacharias
Jensen oppure Adrien Metius o...
Ma
io, omesse le cose terrene, mi sono risolto a
specular le celesti con un gesto che tutti dopo
avrebbero considerato in fondo molto semplice
e banale.
Loro
volevano solo lasciarsi sopraffare da un benevolo
stupore traguardando dal campanile e compiacendosi
di riuscire a distinguere, addirittura, le figurette
che entravano nella chiesa di San Giacomo a Murano,
nitidissime, oppure tutte le persone, una per
una, che montavano e smontavano di gondola al
traghetto della Collona; loro, gli stessi che
mi chiedevano un giorno una macchina idraulica
per dare acqua alle terre, un altro giorno un
compasso militare, un altro una calamita e poi
trapani per produrre viti, bussole, orologi, lucerne,
termoscopi, astrolabi, rimedii all'eccesso d'attrito
dei remi delle galee nel mare e tutto perché
consumassi la vita, in una costante emorragia
delle ore migliori, facendo altro, altro da quello
che sapevo e a cui sapevo d'esser vocato, perché
in seno alla cosiddetta organizzazione sociale
pare regnare una volontà pervertita, fermissima
nell'assegnare a ciascuno i compiti meno adeguati,
o troppo alti o troppo bassi, in modo che si crei
la più compatta e diffusa insoddisfazione
generale.
Ero
avvolto dal mio mantello e dal freddo arido della
notte - sotto l'arco di ponte Molino non c'era,
perfettamente immobile, che il ghiaccio - ero
solo, solo ma signore assoluto del mio tempo,
durante quelle veglie.
Lo
strumento era delicatissimo, bastava che avvertisse
il moto delle arterie, e anche del respiro, ed
ecco che era impedito a funzionare correttamente.
E io cos'ero se non un omiciattolo, un pugno di
terra, un punto, un niente... già: una
fragile canna poggiata a una fragile canna...?
Però
vegliavo in piena solitudine, io, e mi pareva
di dover assolvere a una compito, di dover lottare,
da solo, contro la vastità dei cieli, contro
gli influssi delle stelle, contro l'intera macchina
degli elementi; potevo vincere.
Oppure
no: non era un combattimento, non si trattava
di strappare a niente e a nessuno il suo segreto;
soltanto di lasciarmi penetrare lentamente dai
continui bisbigli che venivano dall'alto, fin
che fossero diventati voci, anzi un'unica voce
chiara e inequivocabile da ripetere a tutti; ero
solo occhio... lasciarmi colmare dalla visione...
dar corpo al mosaico, tessera dopo tessera, fino
al formarsi dell'immagine intera.
E
ho visto. Ho visto la luna vicina. Vicinissima.
Era il quinto o il sesto giorno dopo la congiunzione.
Mancava pochissimo al primo quarto. L'ho vista
vicina, la luna; vicina come il fondo di una tinozza,
come una gatta che segue silenziosa sui tetti
i silenziosi pellegrini, i viandanti notturni...
Mi apparve enorme dentro il cannocchiale, enorme,
venti volte più grande di quanto non si
veda a occhio nudo, trenta volte più grande,
quaranta, cinquanta... E ho cercato su quella
faccia smisuratamente dilatata il confine che
separa la luce dalla tenebra, il corno già
splendente dalla restante parte ancora in ombra
e ho visto, su quella faccia, non una linea netta,
ovale, uniforme ma una linea disuguale, aspra,
terribilmente sinuosa, tortuosa, simile a un brandello
di carne dilaniata, a una trave rotta e scheggiata...
una linea così dividerle, la zona luminosa
e la zona buia e allo stesso modo, accidentato,
frastagliato, distribuirsi, le due zone, sull'intera
superficie dell'astro, sul suo cerchio grande,
espanso...
Ho
visto, coi miei occhi dietro le fragili e pur
poderose lenti, ho visto la pellicola cupa della
luna forata da cuspidi scintillanti, da fulgide
escrescenze, che volevano, così pareva,
protendersi come rami giganteschi, come braccia
di Briareo, come spire di drago, di serpente e
allargare il loro dominio, allargare di luce le
plaghe tenebrose, sommergerle, dilagando, non
diversamente da un forte sole mattutino che prenda
possesso in maniera lenta ma inesorabile di una
vetta inaccessibile, ricamo di neve contro l'azzurro
ancora opaco, e poi del corpo, fermo e massiccio,
del monte, e poi delle sue balze più prossime
al fondovalle, e poi della pianura, della vasta
pianura... un forte sole mattutino... e del pari
il manto lucido l'ho visto picchiettarsi di innumerevoli
macchie nericce, macularsi, proprio, come pelle
di leopardo, occhi, una moltitudine di occhi profondi
spalancarsi sul viso chiaro della luna, gli stessi
occhi che ipnotizzano chi fissi la coda del pavone
in amore... la luna, immane boccale di vetro soffiato,
immerso ancora rovente nell'acqua, screpolato
e ondoso, pieno d'incrinature, bicchiere di ghiaccio
sospeso nel cielo...
E
dunque mentivano, pomposamente e autoritariamente
mentivano - come dicevano? ah sì: non nel
mondo, non nella pianura ma nell'assiduo confronto
dei testi, in una diuturna compulsazione, collazione
e attenzione, a quei testi, di quei testi, ecco,
lì, lì, dicevano, lo trovi il vero,
lì lo devi cercare (quaerendum) - ma mentivano,
perché io l'ho vista la luna, non nel mondo
di carta ma nel gelo delle notti padovane, e non
levigata, non polita, non perfetta esatta e liscia
e docile come la palla di un bambino... ma scabra,
gonfia di tumori, scavata da solchi, ripiena di
anfratti, cavità, crateri, butterata, vaiolata,
violata... esattamente come la Terra...
E
se tu sulla Terra osservi, da lontano e da pari
altezza, fitte giogaie di montagne, fitte, l'una
sull'altra, ti par quasi che formino una pianura,
un mare, precisamente un mare, che sembra anch'esso
un vasto piano, a chi lo contempla dalla riva,
benché sia in tempesta e tra onda e onda,
spaventosamente dilatate, ci possa stare, inghiottito
dai vuoti tra un cavallone l'altro, un intero
bastimento con la sua carena, e la prua, e alberi
e vele; per questo gli scoscendimenti di rupi
e rocce e le depressioni e le valli arate e di
nuovo le cime angolose, aspre, tu non le vedi
dalla Terra, e non le vedono loro, chini e chiusi
nei libri, e non le vedono loro che si rifiutano
persino di accostare gli occhi alle lenti, che
l'han tirata giù la luna, strappata dalla
sua placida nicchia come una maga di Tessaglia,
non le sentite risuonare, quelle irte, arcaiche
formule?...
Altissimi
sono i monti lunari, almeno quattro volte le più
alte vette terrestri, e profonde ed estese le
cavità che cospargono la luna di tenebra,
là dove son rivolte al Sole, e di luce,
là dove gli sono opposte, come quella che
ho visto e rivisto molte volte occupare pressoché
esattamente il suo centro, circolare e incoronata
di rilievi come la Boemia. Singolare ritrovarla
lassù, ricalcata dalla carta che avevo
sul tavolo, per opera della mano minuziosa di
un geografo arcano e celeste...
Può
parere oscura la luna, quando è in congiunzione,
ma nera, tutta nera, non è mai, non è
veramente mai perché anche quella sua faccia
opposta al sole, se la guardi bene, la vedi circondata
da un orlo luminoso, da una periferia di timido
chiarore che la separa dai campi più cupi
dell'etere. Osservala con maggior attenzione,
fissala, imbeviti della sua visione e allora capirai
che non è solo il margine a emanare luce,
debole luce, ma luce, anche la superficie, l'intera
sua superficie, quella, davvero, non ancora inondata
dal Sole, proprio quella biancheggia di lume certo,
e non esiguo... lume che ha meravigliato la mente
a più d'uno (è del resto sicuro
che diminuisce man mano che si allontana dal Sole)...
E hanno detto che è lei, la luna, a possedere
una sua proprietà di fulgore, e hanno detto
che sono le stelle, tutte le stelle, a donargliela
questa luce, oppure il Sole che la penetra coi
suoi raggi, oppure Venere (inammissibile sciocchezza),
oppure... oppure non so... Ciò che so è
che la Terra, non altri che lei, riflettendo su
di essa la luce solare, a illuminare la luna,
a restituirle, con garbo cerimonioso, il favore
di rischiarar le sue notti, cortesia accompagnata
da un sorriso cinereo...
Perché
la Terra, signori, non è la fogna dell'universo,
non è, come voi vorreste, il collettore
di ogni sozzura e sordidezza, la sentina della
nave del cosmo, il fondo dove pian piano si sono
depositati, come greve feccia, tutti gli scarti
della Creazione, il posto più lontano dall'Empireo,
nascosto alla vista schizzinosa degli spiriti
immortali e beati, la Terra, ancorché con
vostro invincibile rammarico, la Terra danza,
volteggia seguendo i passi leggeri di tutte le
altre stelle e vince in splendore la luna...
...Effimere
chiome, corone di raggianti capelli - come di
donna contro il crepuscolo nel vento, un modulato
maestrale... - ghirlande di fulgori ascitizi...
da tutto questo, al cannocchiale, specie se con
un filtro colorato, emergevano i globuli delle
stelle fisse, i loro nudi corpuscoli che lo strumento
privava di ogni circonfuso chiarore, tagliando,
recidendo, ma non del tutto, non del tutto, i
luminosi crini, tremolanti... E dunque una stellina,
una stellula di sesta grandezza la potevi quasi
confondere con una di prima, grandezza, con Sirio,
magari, l'occhio attentissimo del Cane...
Contale,
se ne sei capace, numerale, una per una, tutte
le stelle del cielo così Dio aveva
sfidato Abramo, pure, non era per raccogliere
una sfida, non si trattava di un agonismo della
visione, di un gareggiare nella potenza di percezione...
no, non di questo si trattava, voi lo sapete,
lo sapete bene, ma di stupore, stupore smisurato
di fronte alla dismisura delle stelle che ero
in grado di scorgere: io, di nuovo, per la prima
volta, da che il mondo esiste...
Non
tre, nella Cintura, non sei, nella Spada, ma ottanta,
e anche più, là dove si distingue
il cacciatore Orione e non sei, o sette, nell'angusta
porzione di cielo che contiene le Pleiadi, ma
quaranta, altre quaranta sorelle invisibili, altre
quaranta rinate e intatte nel loro candore...
E il candore, latteo, della Galassia? E quello,
nube d'alba, delle Nebulose (la Testa di Orione,
il Presepe...)? Stelle, solo stelle, ammassi di
stelle, greggi di stelle, drappelli di stelle,
eserciti serratissimi di stelle, stelle a schiere,
a gruppi, a grappoli, una congerie, un coacervo,
un immane nodo di stelle...
E
che fossero stelle, minime e insospettabili, lo
pensai, all'inizio, anche di quelle piccole, intense
fonti di luce che mi sorpresero accanto a Giove,
quando mi vennero incontro, quando entrarono,
così, per caso, per puro caso, nel campo
visivo del mio cannocchiale, del mio cannocchiale
senza reticolo né micrometro... Erano tre,
erano perfettamente allineate e parallele all'eclittica,
erano due a oriente e una a occidente di Giove
(mi parve fuor dell'ordinario la loro magnitudine),
era la notte tra il sette e l'otto gennaio, forse
non era ancora suonata la mezzanotte...
Come
se si muovesse da sé, o come se lo guidasse
una mano sottratta alla mia volontà, la
notte dopo, lo strumento inquadrò Giove,
e le stelline erano ancora là, ma tutte
e tre a occidente, questa volta, e più
vicine fra loro che la notte prima... Forse erano
state anticipate dal pianeta, per via della velocità
del suo movimento. Cominciai ad aspettare con
ansia l'arrivo della notte successiva. Maledissi
le nuvole che mi tolsero, quella e le due seguenti,
la vista del cielo.
Perplesso,
molto perplesso, quando la notte del tredici vidi,
però a oriente del pianeta, che, di quelle
stellale, ne brillavano, imperterrite, due sole.
Compresi, dato che stavano precisamente sulla
linea dello Zodiaco e sulla stessa retta di Giove,
che erano esse a muoversi e non il grande astro.
La perplessità si mutò in meraviglia.
Le
aspettavo ogni notte in un punto; e ogni notte
mi beffavano. Quando ero sicuro che ce ne fossero
due a oriente e una a occidente, rispetto al pianeta,
ce n'erano in realtà due a occidente e
una a oriente; quando le credevo allineate tutt'e
tre a oriente, spuntavano due a oriente e una
a occidente; quando, ormai disperando di indovinare
la posizione, ne attendevo comunque tre, se ne
mostravano solo due; e fiducioso di ritrovare
le due, in seguito non ne scorgevo che una. Finché,
pochissimo dopo, presero a deridermi in quattro,
impertinenti e impassibili. E se le volevi allineare,
una o l'altra, mettiamo la terza, si alzava, oh
solo di poco ma incontrovertibilmente verso Borea;
la puntavi la notte dopo? In linea, infallibilmente
in linea, salvo che la quarta s'era lasciata risucchiare,
con dolcezza, appena appena, verso Austro.
E
così gli intervalli tra loro, ora regolari,
ora irregolari; ora regolari a due a due, ora
una a tre, ora indecifrabili. Per quanto misurassi
distanze in minuti e secondi non venni a capo
dei periodi.
Ma
avevo preso gusto a tracciare, nel mio quaderno,
quel risoluto globetto d'inchiostro, dal segno
marcato, con il suo corteggio di imprevedibili
asterischi, disposti diversamente a ogni tappa
dell'osservazione.
Non
mi rendevo nemmeno conto che stavamo entrando
nella primavera, che Ariete cozzava la sua testa
maschia contro l'equinozio, finché in un'alba
strana, quando tutto era assolutamente calmo e
immobile, sentii le mie narici aspirare con avidità
l'aria finissima.
Avevo
scoperto quattro pianeti intorno a Giove. Sì,
pianeti, pianeti, non stelle, giacché rotondissimi
si veggono i pianeti (e così, non altrimenti,
irrefragabilmente così avevano centrato
le mie retine) in guisa di piccole lune piene,
e di una rotondità terminata e senza irradiazione...
altra cosa le stelle, eh sì, altra cosa,
folgoranti e tremanti, le stelle... E che la luna
non era sola, nel cosmo, a orbitare intorno a
un altro, un altro pianeta dico, altri quattro
ne avevo serviti nel piatto, quattro pianeti sempre
- che ruotavano intorno a Giove e insieme, tutti
e cinque solidalmente felici, deliziosa e assai
unita famigliola, tracciavano il loro bravo, onesto
giro intorno al Sole (ecco: prestate orecchio
a questo sussurro) tutti e quattro serviti nel
piatto dell'invidia e della diffidenza, o dell'indifferenza
regale e altera - la potevi leggere con poco sforzo
sulla faccia tronfia e scimunita dello stolido
principe cui li avevo dedicati - e tanto valeva
non dirne niente a nessuno. Ero stremato. Il mondo
era irredimibile. Provavo gioia per la primavera.
Pleiadi
Un
uomo divorato dalla noia. Profondamente divorato
dalla noia. Corroso dalla noia, fin nelle midolla.
Un uomo che tutti i giorni non patisce per la
vecchiaia (una vecchiaia incredibile, irreparabile),
non patisce per la solitudine (da quanti anni,
da quanti anni dura l'isolamento nella magnifica
ed opprimente villa sul lago? Da quanti anni?),
non patisce per l'inazione, ma patisce per la
noia.
Infatti:
il proprio crollo fisico (incredibile, un incredibile
sfacelo) è uno spettacolo cui assiste quasi
con divertimento, come riguardasse un altro e
non lui; benedice, considerandola alla stregua
di un raro privilegio del destino, la circostanza
di poter trascorrere solo gran parte del suo tempo;
dell'esser lontano da tutto, dal tumulto e dall'evento,
si rallegra, poiché ha capito che niente
può salvare il mondo dal suo costitutivo
devastante disordine - dal suo piacevole disordine
fondamentale; ma è la noia, la noia che
continuamente, incessantemente - è la noia
che senza tregua lo consuma. Che non gli stacca
dalle carni resistentissime il suo dente affilato,
il suo artiglio adunco.
Quand'era
giovane, or è un secolo, perché
gli pare difficoltoso perfino pensarla, in relazione
a sé, la giovinezza, come non fosse mai
stata, la giovinezza... quand'era giovane c'era
almeno una cosa che lo interessava, offrendogli
momentaneo sollievo alla noia, ed era il sesso.
Il sesso praticato in tutte le guise, in tutti
i luoghi, in tutte le variazioni pensabili e pensate.
Il sesso: sfrenato, parossistico, esorbitante,
mesto, modesto, dolce, dolcissimo, porco, bestiale,
castissimo.
Per
quanto conservi nella memoria particolari vividi
di migliaia di corpi, di una sola donna, come
accade spesso, è stato veramente innamorato;
la famosa attrice più vecchia di lui, come
si scriveva allora, più vecchia di
lui, ride. L'attrice che non si era peritato
di usare e della quale adesso custodisce nel suo
studio l'effige, un busto perennemente velato.
L'insonnia lo divora. Come la noia.
La
memoria si fa pelago... Oppure era l'anima,
l'anima si fa pelago... sì, sì
era l'anima, l'anima che si fa pelago... un verso
così bello... Ma l'ho scritto io? L'ho
scritto io, allora? O l'ho preso da De Régnier,
da Swilburne, da Ovidio o da qualche anfratto
poco frequentato del Guglielmotti...
Si
alza dal letto, il poeta vegliardo e mangia avidamente.
L'uva passa avvolta nelle foglie legate. Le sue
dita cercano gli acini dentro l'involucro. Gli
piace separare acino da acino nella massa aderente.
Gli piace l'umidità vischiosa... Con le
mani ancora sporche prende una consunta edizione
di Virgilio, la apre a caso, legge. Legge Pleiades,
Hyadas claramque Lycaonis Arcton...
Maia,
Elettra, Alcyone, Merope, Taigete, Asterope, Celeno:
i nomi delle sette Pleiadi gli riprendono subito
il cervello, glielo invadono, intatte nel loro
suono antico, le sette Pleiadi, incantatorio.
Quarant'anni...
sono passati quarant'anni... sono passati... ma
perché passati... passare... la fanciulla
che non passa vent'anni... la fanciulla... la
fanciulla che non passa... che non passa vent'anni
potrà sapere che sia passione ma non che
cosa sia amore... passa... passione... nell'uomo
che ha passato, oltrepassato i cinquanta, l'amore
è frutto fuor di stagione... frutto...
fuor... Sono trascorsi... fuggiti... sono
crollati, di colpo, quarant'anni (due volte venti...
con tutte queste belle fricative, labiodentali,
sonore...) da allora... un libro per ogni Pleiade...
anche per Merope, la Pleiade occulta... un progetto
ambizioso, tutti i progetti lo devono essere,
ambiziosi...
Riesce
a ricordarsi, senza nemmeno troppo sforzo, che
anche lui, in qualche punto della sua opera sterminata,
aveva citato il famoso motto dell'arciere prudente,
che è bene ponga la mira assai più
in alto del luogo destinato...
Per
ogni Pleiade migliaia di versi... Non gli riuscì
di realizzare compiutamente il progetto, ambizioso
come tutti i progetti devono essere, ma quattro
volumi, dal disegno originario, erano pur sempre
nati, benché di valore assai diseguale
come dicevano i critici... i critici che hanno
tanto ingegno quanto un bue nel ruminare... i
critici, cinocefali, cercopitechi o con più
piedi che una scolopendra tropicale... nei loro
saggi ci incarteremo gli sgombri, tuniche ben
larghe, per gli sgombri, coi loro saggi, scritti,
raccolte, opere omnia, i critici... dalle estremità
enormi, sesquipedali...
Sulle
sue labbra sottili, rientrate, di decrepito senza
denti riaffiora un frammento di quei versi lontani,
un lucente frammento, intatto, nel suo suono antico,
sulle sue labbra sottili appena accennate sulla
sua faccia tutte rughe e pure gonfia, rugosa e
pesta, un antico frammento "Il giorno"
disse pianamente Erigone verso la luce "non
potrà morire"... La sua parola, come
il vento d'estate... quando ci disseta a sorsi,
e nella pausa noi pensiamo i fonti dei remoti
giardini ov'egli errò... nella pausa...
i remoti giardini...
L'ansia
notturna sembra placata.
Plutone
Una
luna, una luna sperduta, una delle lune di Nettuno...
una delle lune di Nettuno che... una delle lune
di Nettuno che, per essersi troppo avvicinata
a Tritone, o a Nereide, fu spinta su un'orbita
insolita; sbalzata, sbalestrata lungo un'orbita
insolita, eccentrica... oppure un asteroide, un
semplice asteroide, e nemmeno generato da materia
solare, un piccolo asteroide, fatto coi resti
di una cometa, da un nucleo di roccia e ferro,
da ghiacci di metano, di ammoniaca e anidride
carbonica e acqua... un semplice asteroide...
anzi, anzi: un corpo minore, nient'altro che un
corpo minore, uno dei tanti, uno dei molti corpi
minori al di fuori del sistema solare... ma non
un pianeta, non un pianeta, Plutone, solo una
luna, persa da Nettuno, o solo un asteroide, se
li puoi distinguere, un pianeta e un asteroide,
o solo un corpo minore, Plutone, il lontano Plutone,
sfera solida, o liquida, di metano e azoto, il
remoto Plutone, tenebroso, ricco, ricco di tenebra,
latrato di cane assonnato, guaito, ululato, sulla
soglia, cane vicino al sonno, steso sul limitare,
guardiano di varchi, ricco di sonno, né
pianeta né asteroide né luna, povero
lupo morto di sonno...
Caronte,
satellite di Plutone, nelle fotografie, sembra
una deformazione del bordo dell'immagine di Plutone.
Visto
da Plutone il sistema solare sembra uno spazio
vuoto e desolato.
Quasar
Aperture
improvvise di ponti, marine dove la luce si scheggia
e si dissemina, miti brezze che portano l'odore
dell'alloro e del cipresso, animali mansueti avvolti
nel loro sonno al margine d'un prato... questo
ricordava, e non solo per consolarsi, un uomo
relegato nella cella di un carcere. Aveva una
faccia a mezzo tra satiro e Sileno; che la città
in cui era fosse Atene e che avesse none Socrate,
sono circostanze in fondo irrilevanti.
Poi
Socrate pensò all'assurdità delle
accuse che gli erano state mosse; anzi pensò
all'assurdità di ogni accusa e che l'atto
stesso di accusare, di puntare l'indice contro
qualcuno, era irrimediabilmente viziato d'assurdo.
Ripronunciò,
mentalmente, le ultime parole della sua autodifesa:
"Ma è già l'ora di andare via,
io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada incontro
a sorte migliore, a tutti è ignoto, fuorché
al dio". E proprio allora gli parve di avvertire,
guardando tra le sbarre un pezzo di cielo stellato,
come un richiamo, che non veniva dalle stelle,
ma veniva da più oltre e lo indusse a pensare,
con calma e fiducia, all'enorme, vitale presenza
dei morti. "La loro voce attraversa gli immensi
spazi e mi rasserena".
Circa
duemilacinquecento anni dopo furono captati, da
alcuni astronomi - a Monte Palomar, a Parkes o
sul Cerro Tololo - dei segnali, identificate delle
sorgenti radio, e si ipotizzò che fossero
nuclei attivi di galassie, troppo lontane per
essere osservate direttamente, detti quasar, oggetti
quasi stellari.
Tra
due eventi, così distanti nel tempo e nell'ordine
dei fenomeni, è bello e insensato immaginare,
magari nel dormiveglia, una relazione difficile
da giustificare.
Rivoluzione
Furono
uditi all'ile de la Cité, furono
uditi attorno a Saint-Merry, e a Belleville e
al Faubourg Saint-Antoine; si sarebbero detti
tuoni, perché era stato un giorno di forte
afa e l'orizzonte era gravato da una nuvolaglia
pesa, di colore uniforme, metallico e velenoso.
Ma quella era la sera del 27 luglio e tutti capirono
che non erano tuoni. Erano spari.
Sparavano
contro gli orologi dei campanili - studenti, operai,
perfino qualche ricco commerciante - sparavano
in vari luoghi della città indipendentemente
e nello stesso tempo: nessuno voleva che quella
giornata passasse? Oppure avevano intuito di aver
impresso un'accelerazione tale alle ore vissute
che ormai era impossibile continuare a misurarle
nel modo solito?
C'era
per caso qualcuno cui davvero stesse a cuore in
quel momento la presa di Algeri?
Corse
di bocca in bocca la voce che una donna alta,
forte, di fianchi larghi e caviglie grosse fosse
stata vista aggirarsi vestita di stracci per l'ile
de la Cité e a Belleville e al Faubourg
Saint-Antoine. Era bellissima, aveva il seno nudo;
portava in testa il berretto frigio; in una mano
stringeva il moschetto nell'altra un cencio; con
una mano brandiva una sciabola enorme scintillante
sotto il sole con l'altra agitava la bandiera;
era la Patria; era la Francia; era una puttana
più scatenata di altre che voleva finalmente
far fuori il macrò; era una menade in cerca
di Orfeo.
Alcuni
giurarono di averla sentita addirittura parlare:
"Vi diranno che queste strade sono troppo
strette che le vostre case sono troppo addossate
le une alle altre che qui c'è un'aria malsana
vi diranno, muffosa, stantia; che loro si preoccupano
della vostra salute che avete bisogno di spazio,
di vie larghe, di ampie prospettive dove la vista
si possa perdere in lontananza. E che avete dimenticato
il colore del cielo ed è ora di tornare
a rivederlo... Ma non credetegli. Non credetegli,
non è questo che vogliono veramente...".
A
notte fonda - perché anche quel giorno
poi era stato ingoiato dalla notte - un giovanissimo
allievo dell'Ecole Normale camminava
per rue Aubry-le-Boucher a passi piuttosto lenti
e per quanto fosse possibile camminare tra carri
rovesciati, seggiole, materassi, travi mozze,
odore di fumo, buio. Si chiamava Evariste, era
molto versato nelle matematiche e interessato,
in generale, alla risolubilità per radicali
delle equazioni algebriche; in particolare, al
teorema di Fermat. Quando, da una finestra o da
sotto un androne, udì di colpo voci rauche
e esaltate che esclamavano. "E' un nuovo
'89! E' un'altra rivoluzione!", "rivoluzione
- non poté esimersi dal completare mentalmente,
il giovane, che si dilettava anche di astronomia
- rivoluzione siderale: il tempo che un astro,
visto dal centro in moto, impiega per ritornare
sulla stesa posizione tra le stelle. La stessa
posizione. Tra le stelle. Ma la stessa".
Sirio
Lo
scatto preciso della portiera. Aveva smesso di
rombare, la macchina; potente e lucida, ferma
in uno spiazzo lungo l'Aurelia, ne era sceso un
uomo dal viso molto affilato e dagli occhi fondi
e disperati o solo troppo stanchi. Dal basso si
sentiva, forte e ansiosa, la presenza del mare,
ma non lo si vedeva, il mare, anche perché
era notte.
"Come
potrei definirla, questa notte - pensò
l'uomo che, fra l'altro, era uno scrittore - ...
una notte così umida fumigante e fresca..."
e provò un certo compiacimento per la triade
di aggettivi, stilema non del tutto consunto sotto
la sua penna, si disse, "una di quelle notti
in cui la sensualità si secca addosso al
corpo..." dal momento che notte e sensualità
erano sempre associate per lui, accostamento piuttosto
scontato, questo, e formavano quasi un solo pensiero,
coatto, che gli teneva in continuo assedio la
mente.
Una
folata di vento, del vecchio vento che annuncia
cambiamenti di ore e stagioni, gli passò
sul volto, e là in alto, gli parve, si
stava movendo una nuvola. Era da molto tempo che
non guardava il cielo, che non guardava le cose,
con occhi privi d'intenzione, disinteressati.
Eppure c'era stato un periodo durante il quale
la realtà, il mondo non gli si offrivano
alla percezione come meri oggetti da preda.
Un'enorme
distanza, cronologica e geografica, lo separava
da quell'epoca.
Almeno
così sentiva. Allora poteva guardare le
stelle. Su Altàor, della costellazione
dell'Aquila, aveva anche scritto, e in un'altra
lingua. O forse, non era Sirio? Non era forse
Sirio la stella della poesia dimenticata? Perché
gli sembrava di riconoscerla - fu sfiorato da
un soffio di vento e palpebrò per un attimo
- di distinguerne il tremito nella zona di cielo
da cui i suoi occhi venivano irresistibilmente
attratti, come risucchiati, e questa era una fascinazione
senza motivo né scopo.
Ma
Sirio era nome di ricordi liceali, e riudì
la voce nasale del professor Gallavotti scandire
la traduzione letterale dei versi di Alceo: "Irriga
i polmoni di vino ché l'astro ci ruota
sopra... Sirio arde il capo e le ginocchia".
Rivide
sterminati campi di erba medica, e, con la precisione
allucinata che hanno tutti i ricordi olfattivi,
i più duraturi, recuperò dalla caotica
memoria degli anni lontani il profumo delle primule,
la prima primavera con le prode dei fossi piene
di primule, e l'odore della pelliccia di sua madre,
e il ritmo ansante del mare prese a mutarsi in
un fluire tranquillo, nella calma corrente del
Tagliamento, azzurrissimo, sotto il sole, tra
i candidi ciottoli del greto e i candidi pioppi
lungo le rive.
Shoemaker-Levy
9
Quando
vedranno, nelle foto, nei siti internet, quella
grande palla e quelle piccole palline in successione,
quella mela enorme, quell'arancia gigantesca,
quell'anguria, melone - e quella successione di
palline da ping-pong, da golf, quando vedranno
una raffica di pallottole procedenti in linea
retta contro una grande palla di cannone, una
serie di biglie contro un'enorme boccia da bowling,
quando vedranno, nelle foto, nei siti internet
(hhok, hhos, hth), quando vedranno quella successione
di palline - e la grande palla striata - capiranno
che si tratta dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy
9 procedenti in linea retta verso Giove?...
Guarda...
guarda questa sfilata di palline verso questa
palla grande (ma sono le piccole che si dirigono
verso la grande, o è la grande che va verso
le piccole? Chi va verso chi?) guarda questa progressione
di gocce verso quella grande macchia... un ritmo
di gocce luminose - contro una smisurata campitura
uniforme - un ritmo di gocce luminose che avanzano
verso un grande globo marezzato - o se ne allontanano?
- e, dietro, un'uniforme campitura di buio...
O
sono gocce nere contro un immenso fondo blu, gocce
nere dipinte su un fondo blu immenso... una teoria
di macchie che tendono a, o si distaccano da,
che comunque sono in relazione con qualcosa di
più grande - e tutt'intorno è un
vuoto, blu...
(Quando
l'ha dipinta, il pittore che l'ha dipinta, questa
grande tela blu, con tutte quelle piccole macchie
nere, ci ha messo molto tempo; ma non a dipingerla,
la tela; a pensarla. Molto tempo. E uno sforzo
terribile, un'assoluta tensione interiore. Per
arrivare all'essenziale. Per togliere tutto. Tranne
l'essenziale. Che è ciò che resta,
quando si è tolto tutto. L'ha pensata molto,
il pittore, questa tela. Si metteva in posizione
davanti al quadro bianco. Si concentrava. Espirava.
Inspirava. Espirava. Era, interiormente, in uno
stato di tensione assoluta. Ci ha messo molto
tempo. Moltissimo. Ma non a dipingerla. A meditarla,
perché la fase preliminare, lunghissima,
era, doveva essere, di esclusiva natura mentale.
Bastava un niente, una minima debolezza, un microscopico
errore, in quei suoi tenaci pensieri, e tutto
sarebbe rovinato, tutto crollato, tutto l'edificio
mentale che sorregge la leggerissima scia di macchie
nere su sfondo blu...).
La
vedi, dimmi?, la vedi? ... E' una traccia di gocce
nere, di globuli neri, di nero, di nero umore,
d'umor nero, di bile nera, d'atrabile, globuli
atrabiliari, d'umore melanconico; di tenace, vischioso,
denso umore nero, pesante, che gocciola lento,
nero, nero come la terra, nero come la terra nera,
la terra nera che nutre animali; perché
la bile nera imita la terra, aumenta in autunno,
domina nella maturità. Ed è fredda
e secca, la bile nera, la melanconia...
Quando
la vedranno, nelle foto, nei siti internet (ha
ha only kidding, ha ha only serious, happy to
help) ... quando la vedranno, capiranno? ...
Ma
cosa sono? Sono punti di luce? O di nero? Punti
di luce nera? Sono gocce nere (opache o lucenti)
... gocce d'inchiostro (nero? blu scuro? blu su
blu? nero su blu?) ... gocce di petrolio ... seguono
un ordine? ... chi ha predisposto la loro caduta,
sulla grande tela? il caso o una volontà?
... gocce cadute sul quadro ... azione di gocce
cadute per caso ... secondo un ordine preciso
... Oppure briciole nere disseminate, dietro di
sé, da un pollicino impazzito ... perle,
nere, perdute da un'arianna confusa...
O
sono grani di caffè ... uno dopo l'altro
... vanno .... Vanno tutti a un destino ... s'incalzano
... progressione di grani di caffè ...
di chicchi .... Presto masticati dalla macina
... che li sfrange ... li fa polvere ... polveri
di grani di caffè che vanno ... incalzati
... macinati ...
Globetti, globetti in un fluido ... e ogni globetto
preme gli altri e ne è ripremuto, i vicini
e i lontani ... globetti ...
uno scompare, subito un altro prende il suo posto
... globetti ... che s'incalzano ... in linea
retta ... dove vanno? ...
...
O
sono, forse, resti, parti residue, emesse, sputate,
resti del bolo di Dio, sputati sulla Terra, tracce
del bolo di dio ... un dio che sbava lentamente
verso il basso, e abbandona residui della sua
perfezione nei grumi impiastricciati della materia
che vomita, come zucchero nell'orina ...
La
cometa si era spezzata in ventun frammenti. Ciascuno
contrassegnato da una lettera. Da a a
w. Un alfabeto di frammenti di cometa
(tutti, in linea retta, procedenti verso Giove,
attratti, irresistibilmente, da Giove). Un alfabeto
in frantumi (verso Giove). Un frantumato, polverizzato
alfabeto (verso Giove).
Seguivano
le sequenze d'impatto. Gli astronomi. Dei telescopi
infrarossi di Villafranca del Castello, e dal
Pic du Midi, da La Silla, da Gomergat (sulle Alpi
Svizzere), dal Mauna Kea (nelle Hawaii). Le condizioni
del seeing erano soddisfacenti,
Il
frammento A creò nell'atmosfera gioviana
un buco il cui diametro era circa la metà
di quello della Terra.
Il
frammento G provocò un'esplosione di terrificante
potenza: tremiladuecentocinquanta milioni di megatoni,
e un fungo atomico di milleseicento chilometri
d'altezza.
Il
frammento K originò un bagliore intenso.
(Furono misurate, anche, emissioni di metano.)
E
il frammento L impattò con tre lampi consecutivi,
cinque minuti l'uno dall'altro, o sei, minuti.
E
il Q1, e il Q2.
E
tutti i frammenti colpivano Giove a velocità
impressionanti, anche sessanta chilometri al secondo.
E scatenavano, tutti, reazioni nucleari a catena.
E gli infrarossi registravano segnali luminosi
per ore, per giorni.
I
frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 parevano
girini; con la coda rivolta verso Giove.
Quando
vedremo, nelle foto, nei siti internet (ha ha
only kidding) tutte quelle bollicine - e la grande
bolla iridescente, quando vedremo la progressione
(o la fuga?) delle microscopiche sferette contro
(o da?) quella sfera impassibile ... quando vedremo
... allora capiremo? ...
Il
pittore guarda dalla finestra del suo studio che
dà a nord, come è giusto che sia
per tutti gli studi di tutti i pittori: danno
a nord - dove la luce non cambia. Non esce quasi
mai più da quello studio, di notte. Ha
dimenticato il tocco, vellutato, della notte sulla
sua vecchia pelle. Le notti di primo autunno (o
della prima primavera) ... Allora sono gentili
le mani della notte, vellutate ... non più
ruvide come in inverno, le mani della notte ...
le crude notti d'inverno ... non più ...
Il
pittore pensa alla scena del cielo, alta e immobile.
Ma quella immobilità cela un'inesauribile
mobilità, alta e impercettibile. Sembra
non cambiare mai, la scena del cielo e cambia
sempre. Il mutamento senza sosta - febbrile, impercettibile
- e il cielo (ci devono essere delle nuvole accoltellate
dai raggi del sole tramontante, la notte non è
lontana) il mutamento e il cielo sono una cosa
sola.
Sole
(e luna in Gabaon)
"Sole,
non muoverti, più: immobile su Gabaon rimani
e tu, luna, inargenta ancora a lungo l'arida vallata
d'Aialon".
Così
avevo gridato, di fronte a tutto il mio popolo.
Ero stato investito dalla memoria di quelle frasi,
come si è colpiti e abbacinati dai raggi
del sole. Dove le avevo lette, nel Libro del Giusto,
nel Libro del Prode? In nessun libro?
Ma
il sole si fermò e si fermò la luna.
E insieme videro le nostre spalle rigarsi del
sangue di Adonisec, re di Gerusalemme, d'Oam,
re di Ebron, di Faram, re di Jarmut, di Jafia,
re di Lachis, di Dabir, re di Eglon. Uno dopo
l'altro li inseguimmo lungo la discesa di Bet-Coron
e ad uno ad uno li sterminammo ad Azeca finché
fu compiuta la nostra vendetta, tutta.
Non
mi stupì la sospensione del tempo, il giorno
disteso all'infinito sulle bianche torri di Gabaon,
la notte per sempre impigliata tra i rami stenti
d'Aialon; non mi stupirono gli enormi chicchi
di grandine vomitati dal cielo sulla fuga affannata
dei nemici; mi stupì che chiamasse me,
proprio me, a succedergli, il condottiero morente
- il fiume era calmo e costante come uno specchio,
non decifravo la voce impastata del vecchio, dal
tremito della sua mano alzata intuii che dovevo
oltrepassarlo, il fiume.
Un
uccello roco incrina l'aria. Suoni acutissimi
di trombe, a Gerico. E i larghi mattoni delle
mura erano schizzati via come foglie come piume
travolte dalla bufera.
Ora,
sì, puoi tramontare, sole; nessuno intralci
il nostro dovuto declino.
Del
luogo dove mi trovo - tra poco lo illuminerà
la luna - è superfluo ricordare il nome.
Il mio è Giosuè, figlio di Nun.
Tethered
Furono
uniti, tutti, da domestici pensieri.
Tutti
pensarono a un palloncino volato via e poi a un
cane, un cane sguinzagliato, pensarono, tutti.
Tutti
pensarono a quello che sfugge, alle occasioni
mancate, alla felicità creduta vicina e
poi di colpo di nuovo lontana; a tutto quello
che tutti avrebbero voluto fare e che - tutti
- non sono riusciti a fare, alle parole che cercavano
di dire, quando le volevano dire, e che non hanno
trovato; a tutto quello che ci ha lasciato senza
tradire il suo segreto.
Forse
fu alle ore ventuno e quarantatré (ora
italiana), forse alle ventuno e quarantacinque,
forse lo shuttle Columbia stava volando (duecentonovantasei
chilometri in quota) sopra Cuba - sull'Oceano
Atlantico, il mar dei Carabi, il golfo del Messico
- forse invece sopra l'Ecuador e le Ande e le
vaste pianure e il bacino del Guayas... forse
l'astronauta Chang Diaz pensava ai sensori solari
e terrestri per il controllo dell'assetto e l'astronauta
Horowitz pensava alla cella a guanti del ponte
intermedio e l'astronauta Cheli alla moglie e
ai fiori che lei avrebbe ricevuto la mattina successiva...
ma il traliccio si alzò, i morsetti sciolsero
la presa, i motori all'azoto furono accesi e il
satellite tethered uscì dalla shuttle Columbia,
uscì come Dioniso dalla coscia di Zeus,
come Atena dalla testa di Zeus, uscì, come
Dioniso dalla dilacerata coscia, come Atena, lucente
e perfettamente armata, dalla testa tumefatta,
di Zeus... dalla coscia imponente e lacerata,
dalla tumefatta testa... uscì, il satellite
tethered, prima, come con uno scatto, a otto chilometri
all'ora, poi, più lentamente, a quattro,
chilometri all'ora, velocità nella quale
si mantenne.
Così
il satellite fu partorito dalla navetta, come
Dioniso e Atena furono partoriti da Zeus, e, come
in ogni parto, partoriente e partoriti erano uniti
da un cordone ombelicale. Un lungo, lunghissimo
cordone ombelicale. E sottile, sottilissimo. Un
filo lungo più di venti chilometri ma con
spessore di soli millimetri due virgola cinque.
E
il filo - lungo, sottile - attraversava regale,
imperterrito le linee di forza del campo magnetico
terrestre, srotolandosi, imperterrito, e, dinamo
immensa, generava corrente, tale che avrebbe potuto
accendere, volendo, tre lampadine da sessanta
watt e una da quaranta, watt, o, anche, volendo,
due lampadine da cento, watt.
E
questo lungo filo, questo cavo sottile (ma capace
di resistere a trazione anche di centoottanta
chilogrammi e a correnti anche di quindicimila
volts) questo cavo aveva un'anima di rame ed era
rivestito di nomex e kevlar e teflon.
Nomen,
kevlar, teflon, parole oscure e risonanti,
negli spazi oscuri, come mene, tekel, peres,
parole oscure, una mina, un siclo, una mezza mina,
parole oscure tracciate da dita di mano d'uomo
sulla parete di una vasta sala, sulla parete bianca
d'una vasta sala da una mano senza braccio e senza
corpo, parole oscure, mane, tegel, fares,
contato, pesato, diviso, parole che fanno cambiare
aspetto, allentare le giunture dei fianchi e battere
i ginocchi, l'uno contro l'altro.
Parole
simili al suono del corno, del flauto, della cetra,
dell'arpicordo, del salterio, della zampogna e
ad altre specie di strumenti; nomex, kevlar, reglon
come baralipton, celantes, dabitis, fapesmo, frisesomorum,
oppure, anche, bamalip, calemes, dimatis, fesapo,
fresino.
Ma
il filo si ruppe. La rottura avvenne nel traliccio-torretta.
Non per un comando errato del computer centrale,
Smart-Flex, alle cesoie di sicurezza, non per
l'impatto con un corpo estraneo, detrito o micrometeorite,
non per una tempesta elettrica. Ma si ruppe, il
filo. Forse perché non bastavano teflon,
kevlar e nomex a proteggere la sua anima di rame.
Il satellite volò via. Volò via
(a centosessanta chilometri all'ora) il satellite
tethered, con il filo, quel che restava, del filo,
torto in grandi spire, luminose negli spazi scuri,
enormi volute, del filo, luminescenti...
Ma
non è vero, non è completamente
vero che tutti pensarono a un palloncino fuggito,
a un cane che si sfila dal guinzaglio e a ciò
che si perde, si manca, si fallisce... Altri,
ce n'erano altri. Altri pensarono alla libertà,
allo scioglimento dei legami, a lacci che si spezzano,
a catene infrante - altri che pensarono a chi,
finalmente, va incontro al suo segreto.
Un
uomo sta per tuffarsi. Un uomo dalla muscolatura
perfetta - tornita brunita ma non troppo rilevata
- saggia l'elasticità dei propri tendini,
dei polpacci, dei bicipiti femorali, oscillando,
molleggiandosi sopra il trampolino, singolare
trampolino, fatto di blocchi squadrati di pietra,
sette blocchi, squadrati, di pietra candida, come
l'osso, come il calcare o i denti di un cane morto
che affiorano tra la sabbia...
Anche
il mare acceca, ha un colore impassibile e metallico
ma il giovane uomo che sta per tuffarsi tiene
gli occhi bene aperti, incurante del bagliore
spietato mentre il vento gli soffia tra i capelli.
Sorride. Perché sorride, il tuffatore?
Rivede
gli amici e il banchetto della sera prima. Le
loro dita toccano le corde della lira. Oppure
vede mani che gettano i resti del vino verso il
centro della sala, mani sfiorare fronti coronate
d'ulivo e un ragazzetto esile che trascina un
enorme cratere...
Vede,
vede o sogna, sogna un giovane nudo che avanza
con un drappo azzurro sulle spalle, un drappo
o uno straccio?, azzurro, preceduto da una flautista
- gli orli della tunica di lei tremolano all'aria
serale - seguito da un pedagogo barbato, munito
di un lungo bastone... un severo pedagogo... una
mite flautista la cui tunica tremola all'aria
della sera... sogna, il tuffatore, un sogno del
quale conosce l'inizio, il sogno di una carovana,
una grandissima carovana, che sta attraversando
il deserto, un deserto di sabbia, di sabbia o
di roccia?, e questa carovana è guidata
da un vecchio con la barba tutta bianca e questo
vecchio è un cieco...
Il
giovane tuffatore porta appesa al collo una piccola
catena d'oro e dalla piccola catena d'oro pende
una laminetta, d'oro, sottilissima, ripiegata
su se stessa; se si potesse aprire, la paziente
ripiegatura, se si potesse leggere le parole che
custodisce, parole pazientemente incise, nell'oro
della lamina sottile, se si potessero decifrare,
quei versi cautamente graffiti nell'oro, irregolari
esametri, essi direbbero: "Scenderai alla
case di Ade. Alle dimore buie saldamente edificate.
La fonte che gorgoglia dimessa, vicino a un cipresso
bianco, la fonte che vedrai subito, vicino a un
cipresso bianco, evitala, stanne lontano. Ne scorgerai
un'altra, non distante, impetuosa, che sgorga
dal lago della Memoria, dal freddo lago, della
Memoria. Ai custodi che le siedono davanti - se
te lo domandano se non te lo domandano - tu di',
di' pure, tu, dillo, subito, senza paura, dillo
che sei figlio della Terra e del Cielo stellato,
che sei figlio della Greve, della Pesante e dell'aereo
Urano, di Urano ornato di stelle e che hai sete,
che muori di sete e loro te la daranno, l'acqua
fredda della Memoria, te la faranno bere, a piene
mani, a grandi sorsi, e quando avrai bevuto, quando
l'acqua, l'acqua essenziale della Memoria, ti
avrà bagnato le labbra, la bocca, la gola
ch'era arsa dalla sete, allora, ecco, ritroverai
la luce accecante del giugno - ma ricorda che
tutto è pieno ad un tempo di luce e d'invisibile
notte - la luce frantumata sopra il mare, e il
vento, e il vento soffierà di nuovo tra
i tuoi capelli".
Il
tuffatore guarda con occhi lenti l'acqua. Il suo
corpo è un guizzo. Così lascia la
terra.
Zodiaco
Quando
quel despota si è alzato, per andare dove
poi? - mah, se lo devo proprio dire devo
dire che andava a cagare, o, comunque, al cesso
o giù di lì e allora noi, senza
lui, che era il padrone lì, il padrone
di casa e anche di tutto e anche di noi, il tiranno
della tavola ma anche il tiranno delle nostre
vite, beh, allora noi lì ci siamo sentiti
proprio più liberi, di parlare, di dire
un po' quello che volevamo, finalmente.
E
Dama ha preso una coppa enorme e ha cominciato:
"Il giorno è un lampo. Ti giri è
già notte. Sai cos'è il meglio?
Il meglio è che ti alzi e vai subito a
mangiare e non fai un cazzo. Oggi poi, diobuono,
c'è un freddobestia. Che però l'ho
fregato col bagno. Un bel bagno caldo. Caldo come
questo boccale caldo. Che di questi me ne sono
bevuti una carovana che adesso non capisco più
una mazza".
E
Seleuco s'è intromesso e ha detto: "Il
bagno, il bagno, io ma in quel momento entrò
uno schiavo egizio con una portata, come dire?,
fantasmagorica, galattica, anzi, stellare, dal
momento che si trattava di un sontuoso vassoio
rotondo con i dodici segni zodiacali disposti
in bell'ordine tutt'intorno io, dal bagno
sto alla larga. L'acqua è come un martello,
una sega con i denti che ti mangiano il cuore.
Allora contro il freddo il rimedio c'è
e l'hai detto anche tu, Dama, che è il
vino. Quando mi succhio una coppa così
il freddo lo mando gentilmente a prenderlo nel
culo. E su ogni segno il cuoco-artista aveva
collocato sapientemente un cibo appropriato. Sopra
l'Ariete grossi ceci cornuti, sopra il Toro una
sugosa fetta di bue, sopra i Gemelli un trionfante
paio di testicoli e rognoni lucenti color rubino.
E anche oggi per dire il bagno non l'ho mica
fatto anche perché son dovuto andare a
un funerale. Quel brav'uomo di Crisanto. Crisanto,
uno che ancora ieri gli parlavo proprio a lui,
in persona, e che oggi, ecco, ti schiatta di botto.
Come un otre che lo gonfi troppo e si crepa tutto,
come una vescica d'aria, come una mosca che se
ti secca la schiacci, anzi, a pensarci, una mosca
è anche più forte di noi che siamo
omiciattoli, omuncoli, ometti. Una corona,
strano, sul Cancro. Fichi africani sul Leone.
Sopra la Vergine la vulvetta d'una scrofa piccola.
E pensare che lui, Crisanto, stava addirittura
a dieta che non ti mangiava neanche una briciola
di pane non si oliava la gola con nemmeno un goccio
di vino. Se n'è andato lo stesso. Se n'è
andato là, proprio là dove ci andiamo
tutti, dove ce ne sono davvero tanti di quelli
che conoscevamo che mangiavano e bevevano con
noi, dove andremo anche noi e andremo tutti e
non se ne salva nessuno. L'hanno sfottuto i medici,
io dico, che non sanno niente e tutt'al più,
se ti capita quello umano, ti dice una buona battuta,
una buona barzelletta che almeno, ed è
già tanto, crepi ridendo. Sopra la
Bilancia stava appunto una bilancia i cui piatti
d'argento esibivano da una parte una torta dall'altra
una focaccia. Immobile e interrogativo un pescato
di mare copriva lo Scorpione, mentre l'arco del
Sagittario era puntato contro un corvo o un gallo
selvatico o forse si trattava, tutt'altro genere,
di un gigantesco gambero occhiuto. Certo è
che sul Capricorno troneggiava, rossa come faccia
congestionata, un'aragosta superba. Però
gli hanno fatto almeno un funerale coi fiocchi,
a Crisanto. Com'era elegante sul suo bravo catafalco!
Che espressione fine, che aspetto curato, compiaciuto!
E' una soddisfazione morire così! Un vero
signore"!
E
Filero l'ha interrotto e ha detto: "E piantala
di sbavare sui morti! Parliamo piuttosto dei vivi,
invece! Quello là ha avuto quello che ha
avuto, che non era poco, e allora? Cazzo vuole?
E' vissuto, è schiattato. Basta. E poi,
ma che signore e signore! Quello, capace di tirarti
su coi denti un centesimo da un letamaio se gli
faceva comodo il centesimo. E così si è
riempito, poco per volta, sì proprio come
un sacco di merda, come un cesso, solo che lui,
invece che merda, si gonfiava di soldi che non
puzzano mai anche se li trovi nuotando in un mare
di merda. Sopra l'Acquario potevi vedere un'oca
candida ancora avvolta nelle sue piume, sopra
i Pesci due triglie iridescenti in modo meraviglioso.
Al centro del vassoio un favo di miele sostenuto
da un zolla di terra parzialmente coperta d'erba.
E se lo volete sapere Crisanto era un solenne
rompicoglioni, contento solo quando poteva sparlare
e metter male; lui e la Lite, un'unica cosa. Il
fratello di lui, quello sì che era un tipo
in gamba. Un uomo che ma rientrò lui,
il Grande Anfitrione, che ci gelò tutti
con la scia di lezzo che si trascinava dietro
misto al profumo di certe delicate salviettine
con cui si asciugava la fronte ancora sudata per
lo sforzo, e abbandonandosi sul divano, reggendosi
sul gomito, cominciò a tenerci la sconclusionata
lezione astrologica che qui si registra:
"Cari amici, niente è più importante
del sapere. Pure a tavola. Soprattutto a tavola.
Io, come la sublime pietanza testé sottoposta
alla vostra strabiliata attenzione ha, credo,
esaurientemente testimoniato, amo far condire
le mie vivande non soltanto con spezie e aromi,
creando inediti accostamenti di sapori, ma anche,
e forse più, con l'insostituibile pimento
dell'erudizione, il quale, in me, alligna, e mi
pare di poterlo notare senza falsa modestia, con
maggior copia che altrove. Con assai maggior copia
che altrove. Anzi, e vi prego di lasciarmelo asserire
a chiare lettere, con tale radicamento, esso alligna,
nella mia pronta e ricettiva mente, da non aver
riscontro in nessun'altra persona, di qual si
sia rango e condizione, in cui io abbia avuto
la ventura di imbattermi. E, ve l'assicuro, non
son poche, non son poche, specie quelle che, da
me amabilmente e prodigalmente convitate, fecero
corona alle mie opulente e rinomate imbandigioni.
Ora,
dunque, acciocché oltre agli occhi, non
ancor sazi di contemplare le meraviglie del trionfo
gastro-astrologico che vi sfavilla davanti in
tutta la sua imponenza, anche le orecchie, anche
le vostre avide orecchie si sazino del nutriente
flusso della mia sapienza, prestate attenzione
alle cadenze modulate del mio eloquio. Il cielo
qui rappresentato, dimora di dodici auguste divinità,
si fa figura: e innanzitutto si muta in Ariete.
I nati sotto tale segno - e lo rivelo a voi come
segno tangibile della mia benevolenza ma abbiate
cura di non divulgare con leggerezza l'arcana
dottrina - posseggono greggi nutrite e folte lane
e però anche testa dura fronte alta corna
marcate, ha! ha! Sono spesso letterati e ingrati.
Toro, dopo, il cielo, diventa toro. Ed ecco che
vengono al mondo bifolchi ritrosi mangiatori immoderati.
La costellazione dei Gemelli spalanca invece le
porte alle bighe, alle coppie di buoi, ai coglioni
e a quelli che tengon i piedi in due staffe imbiancano
due muri con la stessa secchia abitano ubiquitariamente
su entrambe le sponde di un medesimo fiume. Cari
amici, vi sarete chiesti, poc'anzi, per qual mai
ragione, cagione, causa o motivo, il segno del
Cancro, unico fra tutti, fosse sguarnito di cibarie
e bensì provvisto, esso solo, ripeto, di
una corona, consentitemelo, davvero regale. La
risposta al quesito è assai agevole. Io
sì, proprio io sono nato sotto il segno
del Cancro e al modo che quel simpatico decapode
depone le sue agili zampette sulla terra e mediante
esse nuota abilmente nel mare così la mia
persona si fregia di in numeri possedimenti che
hanno la lor sede giustappunto nell'uno e nell'altro
dei succitati elementi. Potevo forse appesantire
le stelle che assistettero al privilegio della
mia nascita col gravame di commestibili pur che
fossero? No certo! Ora che la vostra curiosità
è stata soddisfatta e placata l'ansia di
sapere che vi crucciava passerò a ricordarvi
che sotto il Leone nascono i bulimici e i violenti,
sotto la Vergine le donnette infedeli, gli schiavi
fuggitivi e gli iettatori. Con la Bilancia vengono
alla luce, una luce livida e ambigua, di gelido
crepuscolo, vengono a questa luce ancora preda
della tenebra gli aguzzini, gli intrallazzatori,
i falsari, i bari, i macellai che al posto del
porco ti affettano la sorella incinta o il cadavere
quasi decomposto della madre. E tutti i traditori,
dei parenti, della patria, degli amici, soprattutto
degli amici.
Lo
Scorpione presiede alla nascita di chi avvelena
e uccide; il Sagittario degli strabici, guerci,
miopi, astigmatici e ciechi; il Capricorno, il
Capricorno, nevvero, a quella delle donne più
petulanti, insistenti, logorroiche e appiccicose
che si possano mai trovare sulla faccia, attonita,
della Terra; attonita, dico, di fronte a tanta
improntitudine. Quanto all'Acquario, vi si trovano
osti e menti brillanti e parlatrici che vi incantano
col suono dolcissimo della voce mentre tra i Pesci
abbondano i cuochi sopraffini, come il mio Iti,
bravissimo, e i retori più scaltriti e
poeti dalla musicalità languida ed espertissima
e le anime belle in genere".
Mica
era finita, macché; ci ha spiegato anche
per filo e per segno cosa significava esattamente
la zolla di terra con sopra il favo che stava
in mezzo al vassoio che se c'era qualcuno che
gli interessava questo fatto, non so, gli farei
un monumento e poi ha detto "musica adesso"
ed è entrato un gruppo di suonatori incredibili
che sembravano una selezione dei più truci
beccamorti che si fossero mai riuniti ai funerali
del peggior boia fulminato da un colpo nell'esercizio
delle sue funzioni e uno di questi non ti ha preso
a suonare così da forsennato il corno che
si son messi in allarme i vigili. E siccome hanno
pensato a un incendio si sono abbattuti con le
asce e l'acqua e tutto il casino che fanno sempre
che ti par quasi meglio o una sciagura una catastrofe
un immane cataclisma piuttosto di quel che ti
combinano loro, i vigili, e allora, io e il mio
amico, ne abbiamo approfittato e ce la siamo squagliata
e l'abbiamo mollato lì come uno stronzo,
ma proprio in senso tecnico, quel pallone gonfiato
pieno della sua boria che lui sa tutto con gli
altri leccapiedi sbafatori a ufo che gli gridavano
prima "bravo, bravo, sei meglio di Tolomeo,
di Arato, di Ipparco". E correvamo come pazzi,
come se alle spalle l'incendio ce l'avessimo sul
serio e tutto bruciasse e mandasse fumo. La notte
era umida e molto bella. Le stelle, che finalmente
potevamo rivedere davvero dopo tante chiacchiere,
stavano là, altissime, sole e mute.
(III
- Fine)
|