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Compilazioni astronomiche  
 Piccolo sillabario astrale/ 3
  di Alessandro Banda
         Meteorite

di Emiliano PiredduOh padre! Gli astri, Vega, Aquila, Arturo...

         Alcune ciocche rossicce ma s-biadite che ricadono su una fronte bianchissima, lungamente assuefatta al pallore, e, sotto, due occhi acquosi e sognanti - ma attraversati da sogni torbidi - azzurri comunque. Percorre la campagna avviluppata nel nero vischioso della notte il portatore di questi connotati e li porta infatti come se non gli appartenessero, non fossero a lui consustanziali ma li avesse presi a prestito da qualche altro; a tal punto avverte ingiustificata la propria presenza nel mondo.
         È un superstite. Ha una memoria tenacemente superstiziosa per tutte le, numerose, date dei suoi lutti. E un'irresistibile tendenza a riverirli, rivederli, ripeterli fin nei particolari più minuti.
         Spesso accade che gli si allarghi dentro il petto, che si espanda, dentro il petto, un'eco di dolori antichi, pure ancora pungenti e allora s'immagina d'essere stato forse uno di quegli schiavi che giravano la macina al buio, affamati, con le museruole; oppure si trovò ad Alesia, tra le centurie di Cesare e le mura della città, respinto dalle due parti; oppure era un gladiatore...
         E adesso, mentre la notte abbraccia il mondo con le sue ali d'ombra, cammina lungo la strada dove in lontananza si può ascoltare il Rio Salto, e rane rauche e qualche rado rumore di pioppi smossi. Qui, o qualche metro più in là, fu assassinato il padre, e non era nemmeno una notte come questa, era appena sera.
         Una mano, pensa, farà fuoco anche contro di me, una mano sbucata da quella siepe, da quel filare di viti, una mano da dietro il grande olmo, ecco, questo, sì, questo è il trepestio dell'agguato e questo il lampo del fucile, lo vedo; e vede, effettivamente vede: scoppiare e brillare, cadere, esser caduta, una grande pallottola d'oro, una pallottola d'oro che si tuffa nella campagna ed illumina, nella sua eternità di istante, le siepi, i filari, gli olmi e i bianchi lembi del borgo nei pressi e le orecchie sono colpite da un rumore di ferro rovente calato nell'acqua e la scia di luce tracciata nel cupo è davvero come una mano, una mano dura e affettuosa che gli afferra il mento e gli solleva il viso verso l'alto l'aperto l'orizzonte sconvolto... e mentre negli occhi è viva l'immagine della frattura di luce, abbagliante, lungo le nuvole tenebrose, basta, si dice, basta con le campanule, le pimpinelle, le salvastrelle, il serpillo e il sermollino; lascerò le onomatopee alle balie e ai mimi; come una forza verso l'infinito lancerò la mia poesia...

         Mizar
         Mizar non è il nome di un micio zazzeruto, non è il nome di un mago azzimato, non di un mare zeppo d'onde - a sera si placa e si colora di malinconico azzurro; non di un mitico zingaro, di una maschia zitella, di un'immagine ziqqurat; non di una malefica zoccola, né di uno zoilo malvagio, né di un mistificante zelatore.
         Chi ha detto che ricorda meravigliose zagare meste zampogne micidiali zagaglie? Chi lo ha detto? Perché senz'altro si sbaglia.
         Come, come non volete sentire che questo nome breve, aperto, abbagliante - questo nome che passa e ripassa tesissimo e stordente le nostre orbite mentali - questo nome secco e barocco, familiare ed esotico, questo nome è il nome di una stella? Di una vaga stella dell'Orsa: Mizar, gemella di Alcor.

         Nunzio sidereo
         Ho visto. Io. Io ho visto quello che nessuno prima mai da che il mondo esiste aveva visto. Io, coi miei occhi, e a ragione ho costellato il mio latino, esatto e dimesso, di insistenti sinonimi... "conspicere" e "observare"... "spectare" "intueri" e "oculis cernere"...
         E io per primo l'ho puntato contro il cielo quest'umile tubo di piombo con le sue lenti, una convessa e una concava. Chi lo aveva inventato? Nella penombra di quale umida officina, lungo quale canale? Un oscuro molatore di lenti sulla cui insegna potevi decifrare Hans Lipperhey o forse Zacharias Jensen oppure Adrien Metius o...
         Ma io, omesse le cose terrene, mi sono risolto a specular le celesti con un gesto che tutti dopo avrebbero considerato in fondo molto semplice e banale.
         Loro volevano solo lasciarsi sopraffare da un benevolo stupore traguardando dal campanile e compiacendosi di riuscire a distinguere, addirittura, le figurette che entravano nella chiesa di San Giacomo a Murano, nitidissime, oppure tutte le persone, una per una, che montavano e smontavano di gondola al traghetto della Collona; loro, gli stessi che mi chiedevano un giorno una macchina idraulica per dare acqua alle terre, un altro giorno un compasso militare, un altro una calamita e poi trapani per produrre viti, bussole, orologi, lucerne, termoscopi, astrolabi, rimedii all'eccesso d'attrito dei remi delle galee nel mare e tutto perché consumassi la vita, in una costante emorragia delle ore migliori, facendo altro, altro da quello che sapevo e a cui sapevo d'esser vocato, perché in seno alla cosiddetta organizzazione sociale pare regnare una volontà pervertita, fermissima nell'assegnare a ciascuno i compiti meno adeguati, o troppo alti o troppo bassi, in modo che si crei la più compatta e diffusa insoddisfazione generale.
         Ero avvolto dal mio mantello e dal freddo arido della notte - sotto l'arco di ponte Molino non c'era, perfettamente immobile, che il ghiaccio - ero solo, solo ma signore assoluto del mio tempo, durante quelle veglie.
         Lo strumento era delicatissimo, bastava che avvertisse il moto delle arterie, e anche del respiro, ed ecco che era impedito a funzionare correttamente. E io cos'ero se non un omiciattolo, un pugno di terra, un punto, un niente... già: una fragile canna poggiata a una fragile canna...?
         Però vegliavo in piena solitudine, io, e mi pareva di dover assolvere a una compito, di dover lottare, da solo, contro la vastità dei cieli, contro gli influssi delle stelle, contro l'intera macchina degli elementi; potevo vincere.
         Oppure no: non era un combattimento, non si trattava di strappare a niente e a nessuno il suo segreto; soltanto di lasciarmi penetrare lentamente dai continui bisbigli che venivano dall'alto, fin che fossero diventati voci, anzi un'unica voce chiara e inequivocabile da ripetere a tutti; ero solo occhio... lasciarmi colmare dalla visione... dar corpo al mosaico, tessera dopo tessera, fino al formarsi dell'immagine intera.
         E ho visto. Ho visto la luna vicina. Vicinissima. Era il quinto o il sesto giorno dopo la congiunzione. Mancava pochissimo al primo quarto. L'ho vista vicina, la luna; vicina come il fondo di una tinozza, come una gatta che segue silenziosa sui tetti i silenziosi pellegrini, i viandanti notturni... Mi apparve enorme dentro il cannocchiale, enorme, venti volte più grande di quanto non si veda a occhio nudo, trenta volte più grande, quaranta, cinquanta... E ho cercato su quella faccia smisuratamente dilatata il confine che separa la luce dalla tenebra, il corno già splendente dalla restante parte ancora in ombra e ho visto, su quella faccia, non una linea netta, ovale, uniforme ma una linea disuguale, aspra, terribilmente sinuosa, tortuosa, simile a un brandello di carne dilaniata, a una trave rotta e scheggiata... una linea così dividerle, la zona luminosa e la zona buia e allo stesso modo, accidentato, frastagliato, distribuirsi, le due zone, sull'intera superficie dell'astro, sul suo cerchio grande, espanso...
         Ho visto, coi miei occhi dietro le fragili e pur poderose lenti, ho visto la pellicola cupa della luna forata da cuspidi scintillanti, da fulgide escrescenze, che volevano, così pareva, protendersi come rami giganteschi, come braccia di Briareo, come spire di drago, di serpente e allargare il loro dominio, allargare di luce le plaghe tenebrose, sommergerle, dilagando, non diversamente da un forte sole mattutino che prenda possesso in maniera lenta ma inesorabile di una vetta inaccessibile, ricamo di neve contro l'azzurro ancora opaco, e poi del corpo, fermo e massiccio, del monte, e poi delle sue balze più prossime al fondovalle, e poi della pianura, della vasta pianura... un forte sole mattutino... e del pari il manto lucido l'ho visto picchiettarsi di innumerevoli macchie nericce, macularsi, proprio, come pelle di leopardo, occhi, una moltitudine di occhi profondi spalancarsi sul viso chiaro della luna, gli stessi occhi che ipnotizzano chi fissi la coda del pavone in amore... la luna, immane boccale di vetro soffiato, immerso ancora rovente nell'acqua, screpolato e ondoso, pieno d'incrinature, bicchiere di ghiaccio sospeso nel cielo...
         E dunque mentivano, pomposamente e autoritariamente mentivano - come dicevano? ah sì: non nel mondo, non nella pianura ma nell'assiduo confronto dei testi, in una diuturna compulsazione, collazione e attenzione, a quei testi, di quei testi, ecco, lì, lì, dicevano, lo trovi il vero, lì lo devi cercare (quaerendum) - ma mentivano, perché io l'ho vista la luna, non nel mondo di carta ma nel gelo delle notti padovane, e non levigata, non polita, non perfetta esatta e liscia e docile come la palla di un bambino... ma scabra, gonfia di tumori, scavata da solchi, ripiena di anfratti, cavità, crateri, butterata, vaiolata, violata... esattamente come la Terra...
         E se tu sulla Terra osservi, da lontano e da pari altezza, fitte giogaie di montagne, fitte, l'una sull'altra, ti par quasi che formino una pianura, un mare, precisamente un mare, che sembra anch'esso un vasto piano, a chi lo contempla dalla riva, benché sia in tempesta e tra onda e onda, spaventosamente dilatate, ci possa stare, inghiottito dai vuoti tra un cavallone l'altro, un intero bastimento con la sua carena, e la prua, e alberi e vele; per questo gli scoscendimenti di rupi e rocce e le depressioni e le valli arate e di nuovo le cime angolose, aspre, tu non le vedi dalla Terra, e non le vedono loro, chini e chiusi nei libri, e non le vedono loro che si rifiutano persino di accostare gli occhi alle lenti, che l'han tirata giù la luna, strappata dalla sua placida nicchia come una maga di Tessaglia, non le sentite risuonare, quelle irte, arcaiche formule?...
         Altissimi sono i monti lunari, almeno quattro volte le più alte vette terrestri, e profonde ed estese le cavità che cospargono la luna di tenebra, là dove son rivolte al Sole, e di luce, là dove gli sono opposte, come quella che ho visto e rivisto molte volte occupare pressoché esattamente il suo centro, circolare e incoronata di rilievi come la Boemia. Singolare ritrovarla lassù, ricalcata dalla carta che avevo sul tavolo, per opera della mano minuziosa di un geografo arcano e celeste...
         Può parere oscura la luna, quando è in congiunzione, ma nera, tutta nera, non è mai, non è veramente mai perché anche quella sua faccia opposta al sole, se la guardi bene, la vedi circondata da un orlo luminoso, da una periferia di timido chiarore che la separa dai campi più cupi dell'etere. Osservala con maggior attenzione, fissala, imbeviti della sua visione e allora capirai che non è solo il margine a emanare luce, debole luce, ma luce, anche la superficie, l'intera sua superficie, quella, davvero, non ancora inondata dal Sole, proprio quella biancheggia di lume certo, e non esiguo... lume che ha meravigliato la mente a più d'uno (è del resto sicuro che diminuisce man mano che si allontana dal Sole)... E hanno detto che è lei, la luna, a possedere una sua proprietà di fulgore, e hanno detto che sono le stelle, tutte le stelle, a donargliela questa luce, oppure il Sole che la penetra coi suoi raggi, oppure Venere (inammissibile sciocchezza), oppure... oppure non so... Ciò che so è che la Terra, non altri che lei, riflettendo su di essa la luce solare, a illuminare la luna, a restituirle, con garbo cerimonioso, il favore di rischiarar le sue notti, cortesia accompagnata da un sorriso cinereo...
         Perché la Terra, signori, non è la fogna dell'universo, non è, come voi vorreste, il collettore di ogni sozzura e sordidezza, la sentina della nave del cosmo, il fondo dove pian piano si sono depositati, come greve feccia, tutti gli scarti della Creazione, il posto più lontano dall'Empireo, nascosto alla vista schizzinosa degli spiriti immortali e beati, la Terra, ancorché con vostro invincibile rammarico, la Terra danza, volteggia seguendo i passi leggeri di tutte le altre stelle e vince in splendore la luna...
         ...Effimere chiome, corone di raggianti capelli - come di donna contro il crepuscolo nel vento, un modulato maestrale... - ghirlande di fulgori ascitizi... da tutto questo, al cannocchiale, specie se con un filtro colorato, emergevano i globuli delle stelle fisse, i loro nudi corpuscoli che lo strumento privava di ogni circonfuso chiarore, tagliando, recidendo, ma non del tutto, non del tutto, i luminosi crini, tremolanti... E dunque una stellina, una stellula di sesta grandezza la potevi quasi confondere con una di prima, grandezza, con Sirio, magari, l'occhio attentissimo del Cane...
         Contale, se ne sei capace, numerale, una per una, tutte le stelle del cielo così Dio aveva sfidato Abramo, pure, non era per raccogliere una sfida, non si trattava di un agonismo della visione, di un gareggiare nella potenza di percezione... no, non di questo si trattava, voi lo sapete, lo sapete bene, ma di stupore, stupore smisurato di fronte alla dismisura delle stelle che ero in grado di scorgere: io, di nuovo, per la prima volta, da che il mondo esiste...
         Non tre, nella Cintura, non sei, nella Spada, ma ottanta, e anche più, là dove si distingue il cacciatore Orione e non sei, o sette, nell'angusta porzione di cielo che contiene le Pleiadi, ma quaranta, altre quaranta sorelle invisibili, altre quaranta rinate e intatte nel loro candore... E il candore, latteo, della Galassia? E quello, nube d'alba, delle Nebulose (la Testa di Orione, il Presepe...)? Stelle, solo stelle, ammassi di stelle, greggi di stelle, drappelli di stelle, eserciti serratissimi di stelle, stelle a schiere, a gruppi, a grappoli, una congerie, un coacervo, un immane nodo di stelle...

         E che fossero stelle, minime e insospettabili, lo pensai, all'inizio, anche di quelle piccole, intense fonti di luce che mi sorpresero accanto a Giove, quando mi vennero incontro, quando entrarono, così, per caso, per puro caso, nel campo visivo del mio cannocchiale, del mio cannocchiale senza reticolo né micrometro... Erano tre, erano perfettamente allineate e parallele all'eclittica, erano due a oriente e una a occidente di Giove (mi parve fuor dell'ordinario la loro magnitudine), era la notte tra il sette e l'otto gennaio, forse non era ancora suonata la mezzanotte...
         Come se si muovesse da sé, o come se lo guidasse una mano sottratta alla mia volontà, la notte dopo, lo strumento inquadrò Giove, e le stelline erano ancora là, ma tutte e tre a occidente, questa volta, e più vicine fra loro che la notte prima... Forse erano state anticipate dal pianeta, per via della velocità del suo movimento. Cominciai ad aspettare con ansia l'arrivo della notte successiva. Maledissi le nuvole che mi tolsero, quella e le due seguenti, la vista del cielo.
         Perplesso, molto perplesso, quando la notte del tredici vidi, però a oriente del pianeta, che, di quelle stellale, ne brillavano, imperterrite, due sole. Compresi, dato che stavano precisamente sulla linea dello Zodiaco e sulla stessa retta di Giove, che erano esse a muoversi e non il grande astro. La perplessità si mutò in meraviglia.
         Le aspettavo ogni notte in un punto; e ogni notte mi beffavano. Quando ero sicuro che ce ne fossero due a oriente e una a occidente, rispetto al pianeta, ce n'erano in realtà due a occidente e una a oriente; quando le credevo allineate tutt'e tre a oriente, spuntavano due a oriente e una a occidente; quando, ormai disperando di indovinare la posizione, ne attendevo comunque tre, se ne mostravano solo due; e fiducioso di ritrovare le due, in seguito non ne scorgevo che una. Finché, pochissimo dopo, presero a deridermi in quattro, impertinenti e impassibili. E se le volevi allineare, una o l'altra, mettiamo la terza, si alzava, oh solo di poco ma incontrovertibilmente verso Borea; la puntavi la notte dopo? In linea, infallibilmente in linea, salvo che la quarta s'era lasciata risucchiare, con dolcezza, appena appena, verso Austro.
         E così gli intervalli tra loro, ora regolari, ora irregolari; ora regolari a due a due, ora una a tre, ora indecifrabili. Per quanto misurassi distanze in minuti e secondi non venni a capo dei periodi.
         Ma avevo preso gusto a tracciare, nel mio quaderno, quel risoluto globetto d'inchiostro, dal segno marcato, con il suo corteggio di imprevedibili asterischi, disposti diversamente a ogni tappa dell'osservazione.
         Non mi rendevo nemmeno conto che stavamo entrando nella primavera, che Ariete cozzava la sua testa maschia contro l'equinozio, finché in un'alba strana, quando tutto era assolutamente calmo e immobile, sentii le mie narici aspirare con avidità l'aria finissima.
         Avevo scoperto quattro pianeti intorno a Giove. Sì, pianeti, pianeti, non stelle, giacché rotondissimi si veggono i pianeti (e così, non altrimenti, irrefragabilmente così avevano centrato le mie retine) in guisa di piccole lune piene, e di una rotondità terminata e senza irradiazione... altra cosa le stelle, eh sì, altra cosa, folgoranti e tremanti, le stelle... E che la luna non era sola, nel cosmo, a orbitare intorno a un altro, un altro pianeta dico, altri quattro ne avevo serviti nel piatto, quattro pianeti sempre - che ruotavano intorno a Giove e insieme, tutti e cinque solidalmente felici, deliziosa e assai unita famigliola, tracciavano il loro bravo, onesto giro intorno al Sole (ecco: prestate orecchio a questo sussurro) tutti e quattro serviti nel piatto dell'invidia e della diffidenza, o dell'indifferenza regale e altera - la potevi leggere con poco sforzo sulla faccia tronfia e scimunita dello stolido principe cui li avevo dedicati - e tanto valeva non dirne niente a nessuno. Ero stremato. Il mondo era irredimibile. Provavo gioia per la primavera.

         Pleiadi
         Un uomo divorato dalla noia. Profondamente divorato dalla noia. Corroso dalla noia, fin nelle midolla. Un uomo che tutti i giorni non patisce per la vecchiaia (una vecchiaia incredibile, irreparabile), non patisce per la solitudine (da quanti anni, da quanti anni dura l'isolamento nella magnifica ed opprimente villa sul lago? Da quanti anni?), non patisce per l'inazione, ma patisce per la noia.
         Infatti: il proprio crollo fisico (incredibile, un incredibile sfacelo) è uno spettacolo cui assiste quasi con divertimento, come riguardasse un altro e non lui; benedice, considerandola alla stregua di un raro privilegio del destino, la circostanza di poter trascorrere solo gran parte del suo tempo; dell'esser lontano da tutto, dal tumulto e dall'evento, si rallegra, poiché ha capito che niente può salvare il mondo dal suo costitutivo devastante disordine - dal suo piacevole disordine fondamentale; ma è la noia, la noia che continuamente, incessantemente - è la noia che senza tregua lo consuma. Che non gli stacca dalle carni resistentissime il suo dente affilato, il suo artiglio adunco.
         Quand'era giovane, or è un secolo, perché gli pare difficoltoso perfino pensarla, in relazione a sé, la giovinezza, come non fosse mai stata, la giovinezza... quand'era giovane c'era almeno una cosa che lo interessava, offrendogli momentaneo sollievo alla noia, ed era il sesso. Il sesso praticato in tutte le guise, in tutti i luoghi, in tutte le variazioni pensabili e pensate. Il sesso: sfrenato, parossistico, esorbitante, mesto, modesto, dolce, dolcissimo, porco, bestiale, castissimo.
         Per quanto conservi nella memoria particolari vividi di migliaia di corpi, di una sola donna, come accade spesso, è stato veramente innamorato; la famosa attrice più vecchia di lui, come si scriveva allora, più vecchia di lui, ride. L'attrice che non si era peritato di usare e della quale adesso custodisce nel suo studio l'effige, un busto perennemente velato. L'insonnia lo divora. Come la noia.

         La memoria si fa pelago... Oppure era l'anima, l'anima si fa pelago... sì, sì era l'anima, l'anima che si fa pelago... un verso così bello... Ma l'ho scritto io? L'ho scritto io, allora? O l'ho preso da De Régnier, da Swilburne, da Ovidio o da qualche anfratto poco frequentato del Guglielmotti...

         Si alza dal letto, il poeta vegliardo e mangia avidamente. L'uva passa avvolta nelle foglie legate. Le sue dita cercano gli acini dentro l'involucro. Gli piace separare acino da acino nella massa aderente. Gli piace l'umidità vischiosa... Con le mani ancora sporche prende una consunta edizione di Virgilio, la apre a caso, legge. Legge Pleiades, Hyadas claramque Lycaonis Arcton...
         Maia, Elettra, Alcyone, Merope, Taigete, Asterope, Celeno: i nomi delle sette Pleiadi gli riprendono subito il cervello, glielo invadono, intatte nel loro suono antico, le sette Pleiadi, incantatorio.

         Quarant'anni... sono passati quarant'anni... sono passati... ma perché passati... passare... la fanciulla che non passa vent'anni... la fanciulla... la fanciulla che non passa... che non passa vent'anni potrà sapere che sia passione ma non che cosa sia amore... passa... passione... nell'uomo che ha passato, oltrepassato i cinquanta, l'amore è frutto fuor di stagione... frutto... fuor... Sono trascorsi... fuggiti... sono crollati, di colpo, quarant'anni (due volte venti... con tutte queste belle fricative, labiodentali, sonore...) da allora... un libro per ogni Pleiade... anche per Merope, la Pleiade occulta... un progetto ambizioso, tutti i progetti lo devono essere, ambiziosi...

         Riesce a ricordarsi, senza nemmeno troppo sforzo, che anche lui, in qualche punto della sua opera sterminata, aveva citato il famoso motto dell'arciere prudente, che è bene ponga la mira assai più in alto del luogo destinato...

         Per ogni Pleiade migliaia di versi... Non gli riuscì di realizzare compiutamente il progetto, ambizioso come tutti i progetti devono essere, ma quattro volumi, dal disegno originario, erano pur sempre nati, benché di valore assai diseguale come dicevano i critici... i critici che hanno tanto ingegno quanto un bue nel ruminare... i critici, cinocefali, cercopitechi o con più piedi che una scolopendra tropicale... nei loro saggi ci incarteremo gli sgombri, tuniche ben larghe, per gli sgombri, coi loro saggi, scritti, raccolte, opere omnia, i critici... dalle estremità enormi, sesquipedali...

         Sulle sue labbra sottili, rientrate, di decrepito senza denti riaffiora un frammento di quei versi lontani, un lucente frammento, intatto, nel suo suono antico, sulle sue labbra sottili appena accennate sulla sua faccia tutte rughe e pure gonfia, rugosa e pesta, un antico frammento "Il giorno" disse pianamente Erigone verso la luce "non potrà morire"... La sua parola, come il vento d'estate... quando ci disseta a sorsi, e nella pausa noi pensiamo i fonti dei remoti giardini ov'egli errò... nella pausa... i remoti giardini...

         L'ansia notturna sembra placata.

         Plutone
         Una luna, una luna sperduta, una delle lune di Nettuno... una delle lune di Nettuno che... una delle lune di Nettuno che, per essersi troppo avvicinata a Tritone, o a Nereide, fu spinta su un'orbita insolita; sbalzata, sbalestrata lungo un'orbita insolita, eccentrica... oppure un asteroide, un semplice asteroide, e nemmeno generato da materia solare, un piccolo asteroide, fatto coi resti di una cometa, da un nucleo di roccia e ferro, da ghiacci di metano, di ammoniaca e anidride carbonica e acqua... un semplice asteroide... anzi, anzi: un corpo minore, nient'altro che un corpo minore, uno dei tanti, uno dei molti corpi minori al di fuori del sistema solare... ma non un pianeta, non un pianeta, Plutone, solo una luna, persa da Nettuno, o solo un asteroide, se li puoi distinguere, un pianeta e un asteroide, o solo un corpo minore, Plutone, il lontano Plutone, sfera solida, o liquida, di metano e azoto, il remoto Plutone, tenebroso, ricco, ricco di tenebra, latrato di cane assonnato, guaito, ululato, sulla soglia, cane vicino al sonno, steso sul limitare, guardiano di varchi, ricco di sonno, né pianeta né asteroide né luna, povero lupo morto di sonno...
         Caronte, satellite di Plutone, nelle fotografie, sembra una deformazione del bordo dell'immagine di Plutone.
         Visto da Plutone il sistema solare sembra uno spazio vuoto e desolato.

         Quasar
         Aperture improvvise di ponti, marine dove la luce si scheggia e si dissemina, miti brezze che portano l'odore dell'alloro e del cipresso, animali mansueti avvolti nel loro sonno al margine d'un prato... questo ricordava, e non solo per consolarsi, un uomo relegato nella cella di un carcere. Aveva una faccia a mezzo tra satiro e Sileno; che la città in cui era fosse Atene e che avesse none Socrate, sono circostanze in fondo irrilevanti.
         Poi Socrate pensò all'assurdità delle accuse che gli erano state mosse; anzi pensò all'assurdità di ogni accusa e che l'atto stesso di accusare, di puntare l'indice contro qualcuno, era irrimediabilmente viziato d'assurdo.
         Ripronunciò, mentalmente, le ultime parole della sua autodifesa: "Ma è già l'ora di andare via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada incontro a sorte migliore, a tutti è ignoto, fuorché al dio". E proprio allora gli parve di avvertire, guardando tra le sbarre un pezzo di cielo stellato, come un richiamo, che non veniva dalle stelle, ma veniva da più oltre e lo indusse a pensare, con calma e fiducia, all'enorme, vitale presenza dei morti. "La loro voce attraversa gli immensi spazi e mi rasserena".
         Circa duemilacinquecento anni dopo furono captati, da alcuni astronomi - a Monte Palomar, a Parkes o sul Cerro Tololo - dei segnali, identificate delle sorgenti radio, e si ipotizzò che fossero nuclei attivi di galassie, troppo lontane per essere osservate direttamente, detti quasar, oggetti quasi stellari.
         Tra due eventi, così distanti nel tempo e nell'ordine dei fenomeni, è bello e insensato immaginare, magari nel dormiveglia, una relazione difficile da giustificare.

         Rivoluzione
         Furono uditi all'ile de la Cité, furono uditi attorno a Saint-Merry, e a Belleville e al Faubourg Saint-Antoine; si sarebbero detti tuoni, perché era stato un giorno di forte afa e l'orizzonte era gravato da una nuvolaglia pesa, di colore uniforme, metallico e velenoso. Ma quella era la sera del 27 luglio e tutti capirono che non erano tuoni. Erano spari.
         Sparavano contro gli orologi dei campanili - studenti, operai, perfino qualche ricco commerciante - sparavano in vari luoghi della città indipendentemente e nello stesso tempo: nessuno voleva che quella giornata passasse? Oppure avevano intuito di aver impresso un'accelerazione tale alle ore vissute che ormai era impossibile continuare a misurarle nel modo solito?
         C'era per caso qualcuno cui davvero stesse a cuore in quel momento la presa di Algeri?
         Corse di bocca in bocca la voce che una donna alta, forte, di fianchi larghi e caviglie grosse fosse stata vista aggirarsi vestita di stracci per l'ile de la Cité e a Belleville e al Faubourg Saint-Antoine. Era bellissima, aveva il seno nudo; portava in testa il berretto frigio; in una mano stringeva il moschetto nell'altra un cencio; con una mano brandiva una sciabola enorme scintillante sotto il sole con l'altra agitava la bandiera; era la Patria; era la Francia; era una puttana più scatenata di altre che voleva finalmente far fuori il macrò; era una menade in cerca di Orfeo.
         Alcuni giurarono di averla sentita addirittura parlare: "Vi diranno che queste strade sono troppo strette che le vostre case sono troppo addossate le une alle altre che qui c'è un'aria malsana vi diranno, muffosa, stantia; che loro si preoccupano della vostra salute che avete bisogno di spazio, di vie larghe, di ampie prospettive dove la vista si possa perdere in lontananza. E che avete dimenticato il colore del cielo ed è ora di tornare a rivederlo... Ma non credetegli. Non credetegli, non è questo che vogliono veramente...".
         A notte fonda - perché anche quel giorno poi era stato ingoiato dalla notte - un giovanissimo allievo dell'Ecole Normale camminava per rue Aubry-le-Boucher a passi piuttosto lenti e per quanto fosse possibile camminare tra carri rovesciati, seggiole, materassi, travi mozze, odore di fumo, buio. Si chiamava Evariste, era molto versato nelle matematiche e interessato, in generale, alla risolubilità per radicali delle equazioni algebriche; in particolare, al teorema di Fermat. Quando, da una finestra o da sotto un androne, udì di colpo voci rauche e esaltate che esclamavano. "E' un nuovo '89! E' un'altra rivoluzione!", "rivoluzione - non poté esimersi dal completare mentalmente, il giovane, che si dilettava anche di astronomia - rivoluzione siderale: il tempo che un astro, visto dal centro in moto, impiega per ritornare sulla stesa posizione tra le stelle. La stessa posizione. Tra le stelle. Ma la stessa".

         Sirio
         Lo scatto preciso della portiera. Aveva smesso di rombare, la macchina; potente e lucida, ferma in uno spiazzo lungo l'Aurelia, ne era sceso un uomo dal viso molto affilato e dagli occhi fondi e disperati o solo troppo stanchi. Dal basso si sentiva, forte e ansiosa, la presenza del mare, ma non lo si vedeva, il mare, anche perché era notte.
         "Come potrei definirla, questa notte - pensò l'uomo che, fra l'altro, era uno scrittore - ... una notte così umida fumigante e fresca..." e provò un certo compiacimento per la triade di aggettivi, stilema non del tutto consunto sotto la sua penna, si disse, "una di quelle notti in cui la sensualità si secca addosso al corpo..." dal momento che notte e sensualità erano sempre associate per lui, accostamento piuttosto scontato, questo, e formavano quasi un solo pensiero, coatto, che gli teneva in continuo assedio la mente.
         Una folata di vento, del vecchio vento che annuncia cambiamenti di ore e stagioni, gli passò sul volto, e là in alto, gli parve, si stava movendo una nuvola. Era da molto tempo che non guardava il cielo, che non guardava le cose, con occhi privi d'intenzione, disinteressati. Eppure c'era stato un periodo durante il quale la realtà, il mondo non gli si offrivano alla percezione come meri oggetti da preda.
         Un'enorme distanza, cronologica e geografica, lo separava da quell'epoca.
         Almeno così sentiva. Allora poteva guardare le stelle. Su Altàor, della costellazione dell'Aquila, aveva anche scritto, e in un'altra lingua. O forse, non era Sirio? Non era forse Sirio la stella della poesia dimenticata? Perché gli sembrava di riconoscerla - fu sfiorato da un soffio di vento e palpebrò per un attimo - di distinguerne il tremito nella zona di cielo da cui i suoi occhi venivano irresistibilmente attratti, come risucchiati, e questa era una fascinazione senza motivo né scopo.
         Ma Sirio era nome di ricordi liceali, e riudì la voce nasale del professor Gallavotti scandire la traduzione letterale dei versi di Alceo: "Irriga i polmoni di vino ché l'astro ci ruota sopra... Sirio arde il capo e le ginocchia".
         Rivide sterminati campi di erba medica, e, con la precisione allucinata che hanno tutti i ricordi olfattivi, i più duraturi, recuperò dalla caotica memoria degli anni lontani il profumo delle primule, la prima primavera con le prode dei fossi piene di primule, e l'odore della pelliccia di sua madre, e il ritmo ansante del mare prese a mutarsi in un fluire tranquillo, nella calma corrente del Tagliamento, azzurrissimo, sotto il sole, tra i candidi ciottoli del greto e i candidi pioppi lungo le rive.

         Shoemaker-Levy 9
di Emiliano Pireddu         Quando vedranno, nelle foto, nei siti internet, quella grande palla e quelle piccole palline in successione, quella mela enorme, quell'arancia gigantesca, quell'anguria, melone - e quella successione di palline da ping-pong, da golf, quando vedranno una raffica di pallottole procedenti in linea retta contro una grande palla di cannone, una serie di biglie contro un'enorme boccia da bowling, quando vedranno, nelle foto, nei siti internet (hhok, hhos, hth), quando vedranno quella successione di palline - e la grande palla striata - capiranno che si tratta dei frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 procedenti in linea retta verso Giove?...
         Guarda... guarda questa sfilata di palline verso questa palla grande (ma sono le piccole che si dirigono verso la grande, o è la grande che va verso le piccole? Chi va verso chi?) guarda questa progressione di gocce verso quella grande macchia... un ritmo di gocce luminose - contro una smisurata campitura uniforme - un ritmo di gocce luminose che avanzano verso un grande globo marezzato - o se ne allontanano? - e, dietro, un'uniforme campitura di buio...
         O sono gocce nere contro un immenso fondo blu, gocce nere dipinte su un fondo blu immenso... una teoria di macchie che tendono a, o si distaccano da, che comunque sono in relazione con qualcosa di più grande - e tutt'intorno è un vuoto, blu...

         (Quando l'ha dipinta, il pittore che l'ha dipinta, questa grande tela blu, con tutte quelle piccole macchie nere, ci ha messo molto tempo; ma non a dipingerla, la tela; a pensarla. Molto tempo. E uno sforzo terribile, un'assoluta tensione interiore. Per arrivare all'essenziale. Per togliere tutto. Tranne l'essenziale. Che è ciò che resta, quando si è tolto tutto. L'ha pensata molto, il pittore, questa tela. Si metteva in posizione davanti al quadro bianco. Si concentrava. Espirava. Inspirava. Espirava. Era, interiormente, in uno stato di tensione assoluta. Ci ha messo molto tempo. Moltissimo. Ma non a dipingerla. A meditarla, perché la fase preliminare, lunghissima, era, doveva essere, di esclusiva natura mentale. Bastava un niente, una minima debolezza, un microscopico errore, in quei suoi tenaci pensieri, e tutto sarebbe rovinato, tutto crollato, tutto l'edificio mentale che sorregge la leggerissima scia di macchie nere su sfondo blu...).

         La vedi, dimmi?, la vedi? ... E' una traccia di gocce nere, di globuli neri, di nero, di nero umore, d'umor nero, di bile nera, d'atrabile, globuli atrabiliari, d'umore melanconico; di tenace, vischioso, denso umore nero, pesante, che gocciola lento, nero, nero come la terra, nero come la terra nera, la terra nera che nutre animali; perché la bile nera imita la terra, aumenta in autunno, domina nella maturità. Ed è fredda e secca, la bile nera, la melanconia...

         Quando la vedranno, nelle foto, nei siti internet (ha ha only kidding, ha ha only serious, happy to help) ... quando la vedranno, capiranno? ...

         Ma cosa sono? Sono punti di luce? O di nero? Punti di luce nera? Sono gocce nere (opache o lucenti) ... gocce d'inchiostro (nero? blu scuro? blu su blu? nero su blu?) ... gocce di petrolio ... seguono un ordine? ... chi ha predisposto la loro caduta, sulla grande tela? il caso o una volontà? ... gocce cadute sul quadro ... azione di gocce cadute per caso ... secondo un ordine preciso ... Oppure briciole nere disseminate, dietro di sé, da un pollicino impazzito ... perle, nere, perdute da un'arianna confusa...
         O sono grani di caffè ... uno dopo l'altro ... vanno .... Vanno tutti a un destino ... s'incalzano ... progressione di grani di caffè ... di chicchi .... Presto masticati dalla macina ... che li sfrange ... li fa polvere ... polveri di grani di caffè che vanno ... incalzati ... macinati ...
Globetti, globetti in un fluido ... e ogni globetto preme gli altri e ne è ripremuto, i vicini e i lontani ... globetti          ... uno scompare, subito un altro prende il suo posto ... globetti ... che s'incalzano ... in linea retta ... dove vanno? ...
         ...
         O sono, forse, resti, parti residue, emesse, sputate, resti del bolo di Dio, sputati sulla Terra, tracce del bolo di dio ... un dio che sbava lentamente verso il basso, e abbandona residui della sua perfezione nei grumi impiastricciati della materia che vomita, come zucchero nell'orina ...

         La cometa si era spezzata in ventun frammenti. Ciascuno contrassegnato da una lettera. Da a a w. Un alfabeto di frammenti di cometa (tutti, in linea retta, procedenti verso Giove, attratti, irresistibilmente, da Giove). Un alfabeto in frantumi (verso Giove). Un frantumato, polverizzato alfabeto (verso Giove).
         Seguivano le sequenze d'impatto. Gli astronomi. Dei telescopi infrarossi di Villafranca del Castello, e dal Pic du Midi, da La Silla, da Gomergat (sulle Alpi Svizzere), dal Mauna Kea (nelle Hawaii). Le condizioni del seeing erano soddisfacenti,
         Il frammento A creò nell'atmosfera gioviana un buco il cui diametro era circa la metà di quello della Terra.
         Il frammento G provocò un'esplosione di terrificante potenza: tremiladuecentocinquanta milioni di megatoni, e un fungo atomico di milleseicento chilometri d'altezza.
         Il frammento K originò un bagliore intenso. (Furono misurate, anche, emissioni di metano.)
         E il frammento L impattò con tre lampi consecutivi, cinque minuti l'uno dall'altro, o sei, minuti.
         E il Q1, e il Q2.
         E tutti i frammenti colpivano Giove a velocità impressionanti, anche sessanta chilometri al secondo. E scatenavano, tutti, reazioni nucleari a catena. E gli infrarossi registravano segnali luminosi per ore, per giorni.
         I frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 parevano girini; con la coda rivolta verso Giove.

         Quando vedremo, nelle foto, nei siti internet (ha ha only kidding) tutte quelle bollicine - e la grande bolla iridescente, quando vedremo la progressione (o la fuga?) delle microscopiche sferette contro (o da?) quella sfera impassibile ... quando vedremo ... allora capiremo? ...

         Il pittore guarda dalla finestra del suo studio che dà a nord, come è giusto che sia per tutti gli studi di tutti i pittori: danno a nord - dove la luce non cambia. Non esce quasi mai più da quello studio, di notte. Ha dimenticato il tocco, vellutato, della notte sulla sua vecchia pelle. Le notti di primo autunno (o della prima primavera) ... Allora sono gentili le mani della notte, vellutate ... non più ruvide come in inverno, le mani della notte ... le crude notti d'inverno ... non più ...
         Il pittore pensa alla scena del cielo, alta e immobile. Ma quella immobilità cela un'inesauribile mobilità, alta e impercettibile. Sembra non cambiare mai, la scena del cielo e cambia sempre. Il mutamento senza sosta - febbrile, impercettibile - e il cielo (ci devono essere delle nuvole accoltellate dai raggi del sole tramontante, la notte non è lontana) il mutamento e il cielo sono una cosa sola.

         Sole (e luna in Gabaon)
         "Sole, non muoverti, più: immobile su Gabaon rimani e tu, luna, inargenta ancora a lungo l'arida vallata d'Aialon".
         Così avevo gridato, di fronte a tutto il mio popolo. Ero stato investito dalla memoria di quelle frasi, come si è colpiti e abbacinati dai raggi del sole. Dove le avevo lette, nel Libro del Giusto, nel Libro del Prode? In nessun libro?
         Ma il sole si fermò e si fermò la luna. E insieme videro le nostre spalle rigarsi del sangue di Adonisec, re di Gerusalemme, d'Oam, re di Ebron, di Faram, re di Jarmut, di Jafia, re di Lachis, di Dabir, re di Eglon. Uno dopo l'altro li inseguimmo lungo la discesa di Bet-Coron e ad uno ad uno li sterminammo ad Azeca finché fu compiuta la nostra vendetta, tutta.
         Non mi stupì la sospensione del tempo, il giorno disteso all'infinito sulle bianche torri di Gabaon, la notte per sempre impigliata tra i rami stenti d'Aialon; non mi stupirono gli enormi chicchi di grandine vomitati dal cielo sulla fuga affannata dei nemici; mi stupì che chiamasse me, proprio me, a succedergli, il condottiero morente - il fiume era calmo e costante come uno specchio, non decifravo la voce impastata del vecchio, dal tremito della sua mano alzata intuii che dovevo oltrepassarlo, il fiume.
         Un uccello roco incrina l'aria. Suoni acutissimi di trombe, a Gerico. E i larghi mattoni delle mura erano schizzati via come foglie come piume travolte dalla bufera.
         Ora, sì, puoi tramontare, sole; nessuno intralci il nostro dovuto declino.
         Del luogo dove mi trovo - tra poco lo illuminerà la luna - è superfluo ricordare il nome. Il mio è Giosuè, figlio di Nun.

         Tethered
         Furono uniti, tutti, da domestici pensieri.
         Tutti pensarono a un palloncino volato via e poi a un cane, un cane sguinzagliato, pensarono, tutti.
         Tutti pensarono a quello che sfugge, alle occasioni mancate, alla felicità creduta vicina e poi di colpo di nuovo lontana; a tutto quello che tutti avrebbero voluto fare e che - tutti - non sono riusciti a fare, alle parole che cercavano di dire, quando le volevano dire, e che non hanno trovato; a tutto quello che ci ha lasciato senza tradire il suo segreto.

         Forse fu alle ore ventuno e quarantatré (ora italiana), forse alle ventuno e quarantacinque, forse lo shuttle Columbia stava volando (duecentonovantasei chilometri in quota) sopra Cuba - sull'Oceano Atlantico, il mar dei Carabi, il golfo del Messico - forse invece sopra l'Ecuador e le Ande e le vaste pianure e il bacino del Guayas... forse l'astronauta Chang Diaz pensava ai sensori solari e terrestri per il controllo dell'assetto e l'astronauta Horowitz pensava alla cella a guanti del ponte intermedio e l'astronauta Cheli alla moglie e ai fiori che lei avrebbe ricevuto la mattina successiva... ma il traliccio si alzò, i morsetti sciolsero la presa, i motori all'azoto furono accesi e il satellite tethered uscì dalla shuttle Columbia, uscì come Dioniso dalla coscia di Zeus, come Atena dalla testa di Zeus, uscì, come Dioniso dalla dilacerata coscia, come Atena, lucente e perfettamente armata, dalla testa tumefatta, di Zeus... dalla coscia imponente e lacerata, dalla tumefatta testa... uscì, il satellite tethered, prima, come con uno scatto, a otto chilometri all'ora, poi, più lentamente, a quattro, chilometri all'ora, velocità nella quale si mantenne.
         Così il satellite fu partorito dalla navetta, come Dioniso e Atena furono partoriti da Zeus, e, come in ogni parto, partoriente e partoriti erano uniti da un cordone ombelicale. Un lungo, lunghissimo cordone ombelicale. E sottile, sottilissimo. Un filo lungo più di venti chilometri ma con spessore di soli millimetri due virgola cinque.
         E il filo - lungo, sottile - attraversava regale, imperterrito le linee di forza del campo magnetico terrestre, srotolandosi, imperterrito, e, dinamo immensa, generava corrente, tale che avrebbe potuto accendere, volendo, tre lampadine da sessanta watt e una da quaranta, watt, o, anche, volendo, due lampadine da cento, watt.
         E questo lungo filo, questo cavo sottile (ma capace di resistere a trazione anche di centoottanta chilogrammi e a correnti anche di quindicimila volts) questo cavo aveva un'anima di rame ed era rivestito di nomex e kevlar e teflon.
         Nomen, kevlar, teflon, parole oscure e risonanti, negli spazi oscuri, come mene, tekel, peres, parole oscure, una mina, un siclo, una mezza mina, parole oscure tracciate da dita di mano d'uomo sulla parete di una vasta sala, sulla parete bianca d'una vasta sala da una mano senza braccio e senza corpo, parole oscure, mane, tegel, fares, contato, pesato, diviso, parole che fanno cambiare aspetto, allentare le giunture dei fianchi e battere i ginocchi, l'uno contro l'altro.
         Parole simili al suono del corno, del flauto, della cetra, dell'arpicordo, del salterio, della zampogna e ad altre specie di strumenti; nomex, kevlar, reglon come baralipton, celantes, dabitis, fapesmo, frisesomorum, oppure, anche, bamalip, calemes, dimatis, fesapo, fresino.
         Ma il filo si ruppe. La rottura avvenne nel traliccio-torretta. Non per un comando errato del computer centrale, Smart-Flex, alle cesoie di sicurezza, non per l'impatto con un corpo estraneo, detrito o micrometeorite, non per una tempesta elettrica. Ma si ruppe, il filo. Forse perché non bastavano teflon, kevlar e nomex a proteggere la sua anima di rame. Il satellite volò via. Volò via (a centosessanta chilometri all'ora) il satellite tethered, con il filo, quel che restava, del filo, torto in grandi spire, luminose negli spazi scuri, enormi volute, del filo, luminescenti...

         Ma non è vero, non è completamente vero che tutti pensarono a un palloncino fuggito, a un cane che si sfila dal guinzaglio e a ciò che si perde, si manca, si fallisce... Altri, ce n'erano altri. Altri pensarono alla libertà, allo scioglimento dei legami, a lacci che si spezzano, a catene infrante - altri che pensarono a chi, finalmente, va incontro al suo segreto.

         Un uomo sta per tuffarsi. Un uomo dalla muscolatura perfetta - tornita brunita ma non troppo rilevata - saggia l'elasticità dei propri tendini, dei polpacci, dei bicipiti femorali, oscillando, molleggiandosi sopra il trampolino, singolare trampolino, fatto di blocchi squadrati di pietra, sette blocchi, squadrati, di pietra candida, come l'osso, come il calcare o i denti di un cane morto che affiorano tra la sabbia...
         Anche il mare acceca, ha un colore impassibile e metallico ma il giovane uomo che sta per tuffarsi tiene gli occhi bene aperti, incurante del bagliore spietato mentre il vento gli soffia tra i capelli. Sorride. Perché sorride, il tuffatore?
         Rivede gli amici e il banchetto della sera prima. Le loro dita toccano le corde della lira. Oppure vede mani che gettano i resti del vino verso il centro della sala, mani sfiorare fronti coronate d'ulivo e un ragazzetto esile che trascina un enorme cratere...
         Vede, vede o sogna, sogna un giovane nudo che avanza con un drappo azzurro sulle spalle, un drappo o uno straccio?, azzurro, preceduto da una flautista - gli orli della tunica di lei tremolano all'aria serale - seguito da un pedagogo barbato, munito di un lungo bastone... un severo pedagogo... una mite flautista la cui tunica tremola all'aria della sera... sogna, il tuffatore, un sogno del quale conosce l'inizio, il sogno di una carovana, una grandissima carovana, che sta attraversando il deserto, un deserto di sabbia, di sabbia o di roccia?, e questa carovana è guidata da un vecchio con la barba tutta bianca e questo vecchio è un cieco...
         Il giovane tuffatore porta appesa al collo una piccola catena d'oro e dalla piccola catena d'oro pende una laminetta, d'oro, sottilissima, ripiegata su se stessa; se si potesse aprire, la paziente ripiegatura, se si potesse leggere le parole che custodisce, parole pazientemente incise, nell'oro della lamina sottile, se si potessero decifrare, quei versi cautamente graffiti nell'oro, irregolari esametri, essi direbbero: "Scenderai alla case di Ade. Alle dimore buie saldamente edificate. La fonte che gorgoglia dimessa, vicino a un cipresso bianco, la fonte che vedrai subito, vicino a un cipresso bianco, evitala, stanne lontano. Ne scorgerai un'altra, non distante, impetuosa, che sgorga dal lago della Memoria, dal freddo lago, della Memoria. Ai custodi che le siedono davanti - se te lo domandano se non te lo domandano - tu di', di' pure, tu, dillo, subito, senza paura, dillo che sei figlio della Terra e del Cielo stellato, che sei figlio della Greve, della Pesante e dell'aereo Urano, di Urano ornato di stelle e che hai sete, che muori di sete e loro te la daranno, l'acqua fredda della Memoria, te la faranno bere, a piene mani, a grandi sorsi, e quando avrai bevuto, quando l'acqua, l'acqua essenziale della Memoria, ti avrà bagnato le labbra, la bocca, la gola ch'era arsa dalla sete, allora, ecco, ritroverai la luce accecante del giugno - ma ricorda che tutto è pieno ad un tempo di luce e d'invisibile notte - la luce frantumata sopra il mare, e il vento, e il vento soffierà di nuovo tra i tuoi capelli".
         Il tuffatore guarda con occhi lenti l'acqua. Il suo corpo è un guizzo. Così lascia la terra.

         Zodiaco
         Quando quel despota si è alzato, per andare dove poi? - mah, se lo devo proprio dire devo dire che andava a cagare, o, comunque, al cesso o giù di lì e allora noi, senza lui, che era il padrone lì, il padrone di casa e anche di tutto e anche di noi, il tiranno della tavola ma anche il tiranno delle nostre vite, beh, allora noi lì ci siamo sentiti proprio più liberi, di parlare, di dire un po' quello che volevamo, finalmente.
         E Dama ha preso una coppa enorme e ha cominciato: "Il giorno è un lampo. Ti giri è già notte. Sai cos'è il meglio? Il meglio è che ti alzi e vai subito a mangiare e non fai un cazzo. Oggi poi, diobuono, c'è un freddobestia. Che però l'ho fregato col bagno. Un bel bagno caldo. Caldo come questo boccale caldo. Che di questi me ne sono bevuti una carovana che adesso non capisco più una mazza".
         E Seleuco s'è intromesso e ha detto: "Il bagno, il bagno, io ma in quel momento entrò uno schiavo egizio con una portata, come dire?, fantasmagorica, galattica, anzi, stellare, dal momento che si trattava di un sontuoso vassoio rotondo con i dodici segni zodiacali disposti in bell'ordine tutt'intorno io, dal bagno sto alla larga. L'acqua è come un martello, una sega con i denti che ti mangiano il cuore. Allora contro il freddo il rimedio c'è e l'hai detto anche tu, Dama, che è il vino. Quando mi succhio una coppa così il freddo lo mando gentilmente a prenderlo nel culo. E su ogni segno il cuoco-artista aveva collocato sapientemente un cibo appropriato. Sopra l'Ariete grossi ceci cornuti, sopra il Toro una sugosa fetta di bue, sopra i Gemelli un trionfante paio di testicoli e rognoni lucenti color rubino. E anche oggi per dire il bagno non l'ho mica fatto anche perché son dovuto andare a un funerale. Quel brav'uomo di Crisanto. Crisanto, uno che ancora ieri gli parlavo proprio a lui, in persona, e che oggi, ecco, ti schiatta di botto. Come un otre che lo gonfi troppo e si crepa tutto, come una vescica d'aria, come una mosca che se ti secca la schiacci, anzi, a pensarci, una mosca è anche più forte di noi che siamo omiciattoli, omuncoli, ometti. Una corona, strano, sul Cancro. Fichi africani sul Leone. Sopra la Vergine la vulvetta d'una scrofa piccola. E pensare che lui, Crisanto, stava addirittura a dieta che non ti mangiava neanche una briciola di pane non si oliava la gola con nemmeno un goccio di vino. Se n'è andato lo stesso. Se n'è andato là, proprio là dove ci andiamo tutti, dove ce ne sono davvero tanti di quelli che conoscevamo che mangiavano e bevevano con noi, dove andremo anche noi e andremo tutti e non se ne salva nessuno. L'hanno sfottuto i medici, io dico, che non sanno niente e tutt'al più, se ti capita quello umano, ti dice una buona battuta, una buona barzelletta che almeno, ed è già tanto, crepi ridendo. Sopra la Bilancia stava appunto una bilancia i cui piatti d'argento esibivano da una parte una torta dall'altra una focaccia. Immobile e interrogativo un pescato di mare copriva lo Scorpione, mentre l'arco del Sagittario era puntato contro un corvo o un gallo selvatico o forse si trattava, tutt'altro genere, di un gigantesco gambero occhiuto. Certo è che sul Capricorno troneggiava, rossa come faccia congestionata, un'aragosta superba. Però gli hanno fatto almeno un funerale coi fiocchi, a Crisanto. Com'era elegante sul suo bravo catafalco! Che espressione fine, che aspetto curato, compiaciuto! E' una soddisfazione morire così! Un vero signore"!
         E Filero l'ha interrotto e ha detto: "E piantala di sbavare sui morti! Parliamo piuttosto dei vivi, invece! Quello là ha avuto quello che ha avuto, che non era poco, e allora? Cazzo vuole? E' vissuto, è schiattato. Basta. E poi, ma che signore e signore! Quello, capace di tirarti su coi denti un centesimo da un letamaio se gli faceva comodo il centesimo. E così si è riempito, poco per volta, sì proprio come un sacco di merda, come un cesso, solo che lui, invece che merda, si gonfiava di soldi che non puzzano mai anche se li trovi nuotando in un mare di merda. Sopra l'Acquario potevi vedere un'oca candida ancora avvolta nelle sue piume, sopra i Pesci due triglie iridescenti in modo meraviglioso. Al centro del vassoio un favo di miele sostenuto da un zolla di terra parzialmente coperta d'erba. E se lo volete sapere Crisanto era un solenne rompicoglioni, contento solo quando poteva sparlare e metter male; lui e la Lite, un'unica cosa. Il fratello di lui, quello sì che era un tipo in gamba. Un uomo che ma rientrò lui, il Grande Anfitrione, che ci gelò tutti con la scia di lezzo che si trascinava dietro misto al profumo di certe delicate salviettine con cui si asciugava la fronte ancora sudata per lo sforzo, e abbandonandosi sul divano, reggendosi sul gomito, cominciò a tenerci la sconclusionata lezione astrologica che qui si registra: "Cari amici, niente è più importante del sapere. Pure a tavola. Soprattutto a tavola. Io, come la sublime pietanza testé sottoposta alla vostra strabiliata attenzione ha, credo, esaurientemente testimoniato, amo far condire le mie vivande non soltanto con spezie e aromi, creando inediti accostamenti di sapori, ma anche, e forse più, con l'insostituibile pimento dell'erudizione, il quale, in me, alligna, e mi pare di poterlo notare senza falsa modestia, con maggior copia che altrove. Con assai maggior copia che altrove. Anzi, e vi prego di lasciarmelo asserire a chiare lettere, con tale radicamento, esso alligna, nella mia pronta e ricettiva mente, da non aver riscontro in nessun'altra persona, di qual si sia rango e condizione, in cui io abbia avuto la ventura di imbattermi. E, ve l'assicuro, non son poche, non son poche, specie quelle che, da me amabilmente e prodigalmente convitate, fecero corona alle mie opulente e rinomate imbandigioni.
         Ora, dunque, acciocché oltre agli occhi, non ancor sazi di contemplare le meraviglie del trionfo gastro-astrologico che vi sfavilla davanti in tutta la sua imponenza, anche le orecchie, anche le vostre avide orecchie si sazino del nutriente flusso della mia sapienza, prestate attenzione alle cadenze modulate del mio eloquio. Il cielo qui rappresentato, dimora di dodici auguste divinità, si fa figura: e innanzitutto si muta in Ariete. I nati sotto tale segno - e lo rivelo a voi come segno tangibile della mia benevolenza ma abbiate cura di non divulgare con leggerezza l'arcana dottrina - posseggono greggi nutrite e folte lane e però anche testa dura fronte alta corna marcate, ha! ha! Sono spesso letterati e ingrati. Toro, dopo, il cielo, diventa toro. Ed ecco che vengono al mondo bifolchi ritrosi mangiatori immoderati. La costellazione dei Gemelli spalanca invece le porte alle bighe, alle coppie di buoi, ai coglioni e a quelli che tengon i piedi in due staffe imbiancano due muri con la stessa secchia abitano ubiquitariamente su entrambe le sponde di un medesimo fiume. Cari amici, vi sarete chiesti, poc'anzi, per qual mai ragione, cagione, causa o motivo, il segno del Cancro, unico fra tutti, fosse sguarnito di cibarie e bensì provvisto, esso solo, ripeto, di una corona, consentitemelo, davvero regale. La risposta al quesito è assai agevole. Io sì, proprio io sono nato sotto il segno del Cancro e al modo che quel simpatico decapode depone le sue agili zampette sulla terra e mediante esse nuota abilmente nel mare così la mia persona si fregia di in numeri possedimenti che hanno la lor sede giustappunto nell'uno e nell'altro dei succitati elementi. Potevo forse appesantire le stelle che assistettero al privilegio della mia nascita col gravame di commestibili pur che fossero? No certo! Ora che la vostra curiosità è stata soddisfatta e placata l'ansia di sapere che vi crucciava passerò a ricordarvi che sotto il Leone nascono i bulimici e i violenti, sotto la Vergine le donnette infedeli, gli schiavi fuggitivi e gli iettatori. Con la Bilancia vengono alla luce, una luce livida e ambigua, di gelido crepuscolo, vengono a questa luce ancora preda della tenebra gli aguzzini, gli intrallazzatori, i falsari, i bari, i macellai che al posto del porco ti affettano la sorella incinta o il cadavere quasi decomposto della madre. E tutti i traditori, dei parenti, della patria, degli amici, soprattutto degli amici.
         Lo Scorpione presiede alla nascita di chi avvelena e uccide; il Sagittario degli strabici, guerci, miopi, astigmatici e ciechi; il Capricorno, il Capricorno, nevvero, a quella delle donne più petulanti, insistenti, logorroiche e appiccicose che si possano mai trovare sulla faccia, attonita, della Terra; attonita, dico, di fronte a tanta improntitudine. Quanto all'Acquario, vi si trovano osti e menti brillanti e parlatrici che vi incantano col suono dolcissimo della voce mentre tra i Pesci abbondano i cuochi sopraffini, come il mio Iti, bravissimo, e i retori più scaltriti e poeti dalla musicalità languida ed espertissima e le anime belle in genere".
         Mica era finita, macché; ci ha spiegato anche per filo e per segno cosa significava esattamente la zolla di terra con sopra il favo che stava in mezzo al vassoio che se c'era qualcuno che gli interessava questo fatto, non so, gli farei un monumento e poi ha detto "musica adesso" ed è entrato un gruppo di suonatori incredibili che sembravano una selezione dei più truci beccamorti che si fossero mai riuniti ai funerali del peggior boia fulminato da un colpo nell'esercizio delle sue funzioni e uno di questi non ti ha preso a suonare così da forsennato il corno che si son messi in allarme i vigili. E siccome hanno pensato a un incendio si sono abbattuti con le asce e l'acqua e tutto il casino che fanno sempre che ti par quasi meglio o una sciagura una catastrofe un immane cataclisma piuttosto di quel che ti combinano loro, i vigili, e allora, io e il mio amico, ne abbiamo approfittato e ce la siamo squagliata e l'abbiamo mollato lì come uno stronzo, ma proprio in senso tecnico, quel pallone gonfiato pieno della sua boria che lui sa tutto con gli altri leccapiedi sbafatori a ufo che gli gridavano prima "bravo, bravo, sei meglio di Tolomeo, di Arato, di Ipparco". E correvamo come pazzi, come se alle spalle l'incendio ce l'avessimo sul serio e tutto bruciasse e mandasse fumo. La notte era umida e molto bella. Le stelle, che finalmente potevamo rivedere davvero dopo tante chiacchiere, stavano là, altissime, sole e mute.

(III - Fine)

 

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