Poco
prima dell'ultima guerra, mio cugino Paul, che
aveva lodevolmente concluso gli studi in lettere
all'Università di Tolosa, venne a trascorrere
una settimana di luglio a Parigi, che fino a quel
momento aveva soltanto sfiorato andando dai familiari
a Lille.
Si
sistemò in albergo, con un unico desiderio:
ballare la quadriglia della libertà, lui
che, da anni e anni, subiva la disciplina e la
tetraggine dei suoi, murati nel loro ritmo provinciale.
Così, saggiamente, ci tenne tutti all'oscuro
della sua presenza nella capitale, risparmiandosi
così chissà quante barbose cene
in famiglia.
Libero
da obblighi sanguisuga, si offrì larghe
fette della capitale e, nonostante il caldo canicolare,
visitò musei, monumenti e vecchi quartieri
a più non posso, colmando così un
grave ritardo delle sue conoscenze.
Un
tardo pomeriggio, sfinito dalle lunghe camminate,
con la giacca sotto il braccio e la camicia aperta,
arrivò troppo tardi al museo Rodin. Non
tutto il male vien per nuocere, sarebbe tornato
il giorno dopo, più riposato. E, non ancora
stanco di bighellonare, andò a sedersi
su una delle panchine della vicina avenue de Breteuil,
di fronte alla tomba dell'Imperatore e all'ombra
polverosa dei platani intorpiditi.
Un
vecchio signore si trovava lì, impettito
come una statua, con le guance rosee, rasate di
fresco e, come se non bastasse, incipriate. Uno
di quei vecchi azzimati come ce n'erano allora,
che, sempre giovani nell'anima, continuavano a
vestirsi seguendo il cuore dei tempi andati, senza
curarsi del che cosa dirà la gente e fedeli
a eleganze imbalsamate, mode fossili del secolo
sorso, come se gli anni fossero trascorsi solo
per gli altri.
Questo
aveva qualcosa del grosso passero sapiente e rispettabile,
con le ali ripiegate: giacchetta di panno nero,
pantaloni di lana spessa grigio topo a righe scure,
panciotto di broccato a fiori, da cui spuntava
un accenno di jabot grigiastro, ghette
e guanti nocciola con chiazze verdi qua e là,
il capo sormontato da un cilindro vezzosamente
lasciato sulle ventitré per spezzare la
severità dell'insieme. Indumenti invernali,
troppo pesanti per la stagione di piombo fuso,
ma che quel signore sembrava indossare senza alcun
disagio, come mio cugino il suo completo di alpaca.
Mio
cugino Paul non ebbe neppure il tempo di riposare,
né di riflettere su come arricchire la
sua giornata, che il suo vicino, certamente annoiato
dentro quella corazza di stoffe vecchie almeno
un secolo gli rivolse la parola e seppe subito
suscitare il suo interesse per la propria persona
parlandogli di musica.
Aveva
mirato bene, con chiaroveggenza da sesto senso,
perché Paul era già a quel tempo
un melomane scaltrito. Così rispose subito
al richiamo della conversazione, e i loro gusti
combaciarono a tal punto, fin nelle sfumature
più sottili, che mio cugino si sentì
lusingato: aveva avuto la fortuna dei semplici,
quella di incontrare la luce divina sotto le spoglie
di un melomane di gran classe, in grado di capire
non solo il carattere di ogni strumento, ma di
incarnare da solo un'intera orchestra.
Sovrabbondanza
di grazia degli dei: proprio quella sera la sconosciuto
offriva a casa propria, a pochi passi da lì,
un rinfresco per l'orecchio, un concertino di
musica da camera in cui si sarebbero suonati pezzi
rari, per non dire sconosciuti. E propose a Paul
di fare un salto dai diversi commercianti del
quartiere, per fare qualche acquisto alimentare,
carne fredda, formaggi e vini, per spezzare l'appetito,
così, in cucina, alla buona, come tra vecchi
amici che non fanno complimenti, (era scapolo
e senza governante).
Se
l'invito non fosse stato formulato, mio cugino
l'avrebbe carpito con qualunque altro mezzo, anche
con sfacciataggine, perché il vecchio signore
aveva sollevato abbastanza il velo sul programma
e sottolineato le qualità di quel quartetto
d'archi, un tempo famoso ma ormai dimenticato,
e che suonava soltanto a beneficio e per l'anima
di un ristretto uditorio di melomani.
La
cena fu una delizia e trascorse come una fuga
di Bach. Nessuno si sentì a disagio per
essere costretto a mangiare sul tavolo di legno
grezzo dell'angusta cucina, tra l'odore di cioccolata
e latte bruciati. Pasto pieno di sapienza e cordialità,
in cui l'anfitrione, con la sua nobile e folta
canizie di profeta, non misurò i propri
gesti, lui sempre il primo ad alzare il bicchiere,
un bordeaux che tutti bevvero fino in fondo.
Lasciando
i piatti sporchi per più tardi, restò
soltanto da passare nel salotto, ampio e accogliente
con le sue poltrone, i suoi divani e i suoi mobili
che confessavano l'agiatezza dell'ospite.
E
i musicisti, e gli invitati all'ascolto arrivarono,
puntuali, come una chiave di sol, subito presentati
a mio cugino Paul, con suo sommo imbarazzo, con
tutti i riguardi dovuti a un ospite d'onore. Imbarazzo
comunque inferiore al suo stupore, che cresceva
mentre vedeva quelle vecchie coppie affabili ma
come assenti; o quegli uomini soli, discreti e
solenni, tutti amici e conoscenti del suo ospite
e che sembravano appena usciti da qualche museo
delle cere, alcuni rigidi nei movimenti, altri,
simili a manichini, con la pelle incartapecorita
o imbellettati, effetto accentuato dalla luce
soffusa e smorzata.
Tutti
erano vestiti secondo fogge trapassate e remote:
signore con cascate di trine antiquate, ingiallite;
di raso turgido di pieghe rigide, o gravato da
grossi fiori di organza; signori con pesanti redingote
nere o marsine di stoffe fuori moda, tutte più
o meno sgualcite. Una ventina di persone non più
rumorose dello zefiro che soffiava tra le fronde
del viale su cui si affacciava una delle finestre
aperte, e dove mio cugino collocò la propria
sedia per fumare senza disturbare chicchessia,
ma soprattutto per osservare meglio quello strano
pubblico.
Durante
il concerto che durò ore e ore, restarono
immobili sulle sedie di broccato che sembravano
appartenere al loro tempo e intonate al loro abbigliamento,
e il cui numero corrispondeva al loro. Assorti
nella musica, si animano per brevi applausi sulla
punta delle dita. Eppure i loro sensi sembravano
appassionatamente tesi verso i musicisti che offrivano
un balletto di movimenti tanto rigorosi da sembrare
di ghiaccio, ma da cui sgorgavano armonie diafane
e oniriche di qualità pari, o addirittura
superiore a quella dei sommi.
Così
Paul, incapace di riconoscere la fattura di autori
noti in quelle strane musiche, si sentì
presto come sprovvisto di cultura musicale.
La
serata, o più esattamente la notte, si
concluse tardi, quasi all'alba. Ognuno se ne andò
lieve e discreto, lasciando un ricordo di irreali
fruscii di stoffe e di bisbigli commossi a mio
cugino, che indugiò apposta per rivolgere
qualche domanda al suo ospite e scoprire qualcosa,
tanto sul concerto quanto sull'uditorio.
Ma
il padrone di casa era stanco e bisognoso di sonno,
e Paul non osò seccarlo, rimandando il
momento di completare le proprie conoscenze e
appagare la curiosità. Si separarono per
ultimi, con la promessa formale quanto vaga di
rivedersi appena possibile.
Mio
cugino ritornò a piedi all'albergo, in
rue Saint Sulpice, lasciandosi urtare più
di una volta o andando a sbattere lui stesso contro
i passanti, tanto era in balia di un'ebbrezza
estatica, immerso nel fluido provocato dai contraccolpi
dei momenti eccezionali, quelli di cui si comincia
a mettere in dubbio la realtà.
Dormì,
sprofondato in un sonno soffice, ancora cullato
da quelle melodie indimenticabili, e si svegliò
a mezzogiorno, cedendo a una pessima abitudine,
prese la sigaretta che lo aspettava pazientemente
all'angolo del suo vizio. Ma non trovò
l'accendino d'oro massiccio, regalo dei genitori
al neolaureato.
Ricordandosi
allora di averlo dimenticato laggiù, posato
sul pavimento davanti alla finestra, rifletté
che, per la forza di una volontà ignota,
lui e il vecchio melomane erano destinati a rivedersi.
Paul
andò dunque, quel pomeriggio, in avenue
de Breteuil dove ritrovò senza fatica la
casa divina.
Nella
penombra consueta dei vecchi edifici, salì
al secondo piano e riconobbe il luogo, aiutato
dalle brutte pieghe della passatoia sul pianerottolo,
che già l'avevano fatto inciampare il giorno
prima, nello stesso punto.
Suonò
e aspettò. Poiché non veniva nessuno,
insistette a lungo, tenendo conto del fatto che
il sonno di un vecchio dopo una notte in bianco
dovesse essere simile a quello della morte. Ma
pensò che forse il campanello non funzionava.
Bussò più volte con tocco deciso
e, ammettiamolo, con impazienza, scotendo la porta,
preoccupato che fosse successo qualcosa di spiacevole
al suo nuovo amico e maestro.
Infine,
davanti al silenzio interno, ridiscese, ripromettendosi
di tornare più tardi e di insistere con
maggiore energia.
Pensò
allora che dovesse essere andato alla panchina
provvidenziale. Ma non ebbe modo di raggiungerla,
perché in fondo alle scale la portinaia,
ringhiosa, gli si parò davanti, accusandolo
di aver tentato di fracassare la porta del secondo
piano!
Paul
ebbe un soprassalto, tanto più che stavano
arrivando due vigili urbani, chiamati per telefono
da quell'arpia, che, indicandolo, disse:
"È
lui, l'ho visto, ha tentato di sfondare la porta...
Non immaginava che lo tenessi d'occhio".
E,
senza indugio, lo condussero al vicino commissariato
di polizia.
Lì,
fu posto al cospetto di un ispettore di polizia
che, senza alcun garbo, gli chiese seccamente
di spiegarsi sull'effrazione che tramava a scapito
della legge e della giustizia.
Sbigottito,
Paul non riuscì ad articolare una pronta
difesa, al punto che il poliziotto perse le staffe
e pretese che gli spiegasse che cosa lo avesse
spinto a commettere un'azione così compromettente.
Consapevole
di essere vittima di un malinteso, mio cugino
riuscì a ritrovare il sangue freddo, e
descrisse le circostanze a noi note, specificando
che desiderava riprendersi senza indugio l'accendino
d'oro a cui teneva.
L'ispettore
ebbe un moto d'irritazione, e lo trascinò
nell'ufficio vicino, davanti al commissario a
cui dichiarò che il caso X... aveva forse
qualche possibilità di uscire dal vicolo
cielo e ripartire in una nuova direzione, grazie
a un complice, quello lì, venuto con la
massima faccia tosta a cercare probabilmente un
documento nascosto sfuggito alle perquisizioni.
E aggiunse che il sospetto era un furbo di tre
cotte: invocava con audacia pretesti fallaci che
riassunse al commissario e che Paul si affrettò
ad avallare in perfetta buona fede, perché
era la pura verità.
Il
commissario, meno sanguigno del suo sottoposto,
ebbe modi più posati e, offertagli una
sedia, s'interessò alle parole di mio cugino.
"E
così, lei ha passato la serata di ieri
in quell'appartamento, in compagnia di un vecchio
signore melomane che offriva un concerto ai suoi
amici, tutte persone perbene, per cui lei, presumo
sarebbe pronto a garantire, senza, ovviamente,
sapere chi siano... D'altra parte, se non mi sbaglio,
lei sostiene di aver dimenticato l'accendino".
"Proprio
così", affermò Paul.
"E...
lei è entrato facilmente... niente ha impedito
alla porta di aprirsi?"
"No,
il mio ospite ha dato due giri di chiave e la
porta si è aperta".
"Bene
bene", tagliò corto il commissario,
che cominciava a dar segni di nervosismo, "e
lei è in rado di descrivermi l'interno:
mobili, arredamento?"
Mio
cugino non notò il breve scambio di sorrisi
d'intesa tra i due uomini e fece, come richiesto,
una scrupolosa descrizione, felice di essere finalmente
ascoltato senza interruzioni, accompagnandoli
come una guida, senza risparmiare nessuno dei
particolari rimasti nella sua memoria. E stava
per parlare dei due candelabri di bronzo da cui
svettavano due chimere, i cui artigli dovevano,
alla lunga, avere rigato la superficie di mogano
del Pleyel a coda, quando il commissario l'interruppe
di botto e assentì con ironica condiscendenza.
"Complimenti,
giovanotto, lei ha una memoria di ferro, ma mi
consenta di tornare alla realtà dei luoghi:
per prima cosa, come ha potuto passare attraverso
una porta su cui abbiamo messo i sigilli un anno
fa?"
"I
sigilli! Quali sigilli?"
A
questo punto, il commissario perse bruscamente
le staffe: "Quelli che sono stati posti per
decisione giudiziaria allo scopo di tutelare le
vittime di un giovane truffatore libanese, il
proprietario, che abitava lì ma che, purtroppo,
è scomparso dopo alcuni gravi abusi di
fiducia".
E,
presa una rapida decisione, si alzò, fece
cenno all'ispettore di seguirlo.
Ebbero
da percorrere un centinaio di metri per trovarsi
davanti all'edificio che, per Paul, era l'abitazione
di un delizioso vecchio melomane e, per la polizia,
quella di un giovane truffatore libanese.
Giunto
ai piedi della scala, il commissario, probabilmente
per deformazione professionale, come per la ricostruzione
di un reato, chiese a mio cugino di guidarli nel
modo esattamente identico a quello del vecchio
melomane notturno...
Davanti
alla porta, sotto la luce accesa dalla portinaia,
Paul vide, costernato, le targhette di cera rossa
screpolata che non aveva notato il giorno prima,
ma che avevano tutta l'aria di stare lì
da un pezzo, a cavallo dello stipite e rafforzati
da nastri verdi con le estremità annodate,
anch'esse fissate con la cera, con l'impronta
profonda di un sigillo severo e significativo:
sigilli che l'ispettore ruppe non appena il commissario
li ebbe fatti notare a mio cugino, aprendo poi
la porta su un corridoio buio che illuminò
con una torcia elettrica.
Paul,
esterrefatto, riconobbe subito i luoghi, ma erano
completamente vuoti. Un livido strato di polvere
intatta ricopriva il pavimento. Non c'erano tracce
di passi.
"Allora?",
ridacchiò il commissario.
"Ma...",
boccheggiò mio cugino, "ma è
proprio quel corridoio... lo riconosco... Lì
c'era una mensola!... Qui, sul muro, un arazzo!...
Lo dichiaro... Eppure non sono pazzo!"
Tuttavia,
cominciava a dubitare della propria ragione e
non si rassegnò ad accettare di aver sognato
quella notte magica e i suoi personaggi. Presa
la torcia dalle mani del poliziotto, li trascinò
in cucina dove aveva mangiato con lo sconosciuto
e che riconobbe subito.
Deserta
anche la cucina! Neppure un piatto! Neanche un
accenno dell'odore di latte e cioccolata bruciati!
Si
precipitò nel salotto, altrettanto vuoto,
e, mentre faceva scorrere la luce cruda sulle
finestre chiuse, sulle persiane sprangate, illuminò
davanti a sé un oggetto che brillò
improvvisamente.
"Ecco!
Ecco! Esultò mio cugino, che cosa vede
lì?... Non ve l'avevo detto?... E non era
la ragione del mio ritorno qui?"
Raccolto
l'oggetto luccicante, posato sulla polvere, il
commissario fu costretto a riconoscere che quell'accendino
d'oro massiccio apparteneva proprio a Paul, dal
momento che portava il suo nome inciso in un bel
corsivo.
(Traduzione
di Stefania Fumagalli)
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