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Storie di paura  
 Un vecchio melomane
  di Claude Seignolle
di Emiliano Pireddu         Poco prima dell'ultima guerra, mio cugino Paul, che aveva lodevolmente concluso gli studi in lettere all'Università di Tolosa, venne a trascorrere una settimana di luglio a Parigi, che fino a quel momento aveva soltanto sfiorato andando dai familiari a Lille.
         Si sistemò in albergo, con un unico desiderio: ballare la quadriglia della libertà, lui che, da anni e anni, subiva la disciplina e la tetraggine dei suoi, murati nel loro ritmo provinciale. Così, saggiamente, ci tenne tutti all'oscuro della sua presenza nella capitale, risparmiandosi così chissà quante barbose cene in famiglia.
         Libero da obblighi sanguisuga, si offrì larghe fette della capitale e, nonostante il caldo canicolare, visitò musei, monumenti e vecchi quartieri a più non posso, colmando così un grave ritardo delle sue conoscenze.
         Un tardo pomeriggio, sfinito dalle lunghe camminate, con la giacca sotto il braccio e la camicia aperta, arrivò troppo tardi al museo Rodin. Non tutto il male vien per nuocere, sarebbe tornato il giorno dopo, più riposato. E, non ancora stanco di bighellonare, andò a sedersi su una delle panchine della vicina avenue de Breteuil, di fronte alla tomba dell'Imperatore e all'ombra polverosa dei platani intorpiditi.
         Un vecchio signore si trovava lì, impettito come una statua, con le guance rosee, rasate di fresco e, come se non bastasse, incipriate. Uno di quei vecchi azzimati come ce n'erano allora, che, sempre giovani nell'anima, continuavano a vestirsi seguendo il cuore dei tempi andati, senza curarsi del che cosa dirà la gente e fedeli a eleganze imbalsamate, mode fossili del secolo sorso, come se gli anni fossero trascorsi solo per gli altri.
         Questo aveva qualcosa del grosso passero sapiente e rispettabile, con le ali ripiegate: giacchetta di panno nero, pantaloni di lana spessa grigio topo a righe scure, panciotto di broccato a fiori, da cui spuntava un accenno di jabot grigiastro, ghette e guanti nocciola con chiazze verdi qua e là, il capo sormontato da un cilindro vezzosamente lasciato sulle ventitré per spezzare la severità dell'insieme. Indumenti invernali, troppo pesanti per la stagione di piombo fuso, ma che quel signore sembrava indossare senza alcun disagio, come mio cugino il suo completo di alpaca.
         Mio cugino Paul non ebbe neppure il tempo di riposare, né di riflettere su come arricchire la sua giornata, che il suo vicino, certamente annoiato dentro quella corazza di stoffe vecchie almeno un secolo gli rivolse la parola e seppe subito suscitare il suo interesse per la propria persona parlandogli di musica.
         Aveva mirato bene, con chiaroveggenza da sesto senso, perché Paul era già a quel tempo un melomane scaltrito. Così rispose subito al richiamo della conversazione, e i loro gusti combaciarono a tal punto, fin nelle sfumature più sottili, che mio cugino si sentì lusingato: aveva avuto la fortuna dei semplici, quella di incontrare la luce divina sotto le spoglie di un melomane di gran classe, in grado di capire non solo il carattere di ogni strumento, ma di incarnare da solo un'intera orchestra.
         Sovrabbondanza di grazia degli dei: proprio quella sera la sconosciuto offriva a casa propria, a pochi passi da lì, un rinfresco per l'orecchio, un concertino di musica da camera in cui si sarebbero suonati pezzi rari, per non dire sconosciuti. E propose a Paul di fare un salto dai diversi commercianti del quartiere, per fare qualche acquisto alimentare, carne fredda, formaggi e vini, per spezzare l'appetito, così, in cucina, alla buona, come tra vecchi amici che non fanno complimenti, (era scapolo e senza governante).
         Se l'invito non fosse stato formulato, mio cugino l'avrebbe carpito con qualunque altro mezzo, anche con sfacciataggine, perché il vecchio signore aveva sollevato abbastanza il velo sul programma e sottolineato le qualità di quel quartetto d'archi, un tempo famoso ma ormai dimenticato, e che suonava soltanto a beneficio e per l'anima di un ristretto uditorio di melomani.


         La cena fu una delizia e trascorse come una fuga di Bach. Nessuno si sentì a disagio per essere costretto a mangiare sul tavolo di legno grezzo dell'angusta cucina, tra l'odore di cioccolata e latte bruciati. Pasto pieno di sapienza e cordialità, in cui l'anfitrione, con la sua nobile e folta canizie di profeta, non misurò i propri gesti, lui sempre il primo ad alzare il bicchiere, un bordeaux che tutti bevvero fino in fondo.
         Lasciando i piatti sporchi per più tardi, restò soltanto da passare nel salotto, ampio e accogliente con le sue poltrone, i suoi divani e i suoi mobili che confessavano l'agiatezza dell'ospite.
         E i musicisti, e gli invitati all'ascolto arrivarono, puntuali, come una chiave di sol, subito presentati a mio cugino Paul, con suo sommo imbarazzo, con tutti i riguardi dovuti a un ospite d'onore. Imbarazzo comunque inferiore al suo stupore, che cresceva mentre vedeva quelle vecchie coppie affabili ma come assenti; o quegli uomini soli, discreti e solenni, tutti amici e conoscenti del suo ospite e che sembravano appena usciti da qualche museo delle cere, alcuni rigidi nei movimenti, altri, simili a manichini, con la pelle incartapecorita o imbellettati, effetto accentuato dalla luce soffusa e smorzata.
         Tutti erano vestiti secondo fogge trapassate e remote: signore con cascate di trine antiquate, ingiallite; di raso turgido di pieghe rigide, o gravato da grossi fiori di organza; signori con pesanti redingote nere o marsine di stoffe fuori moda, tutte più o meno sgualcite. Una ventina di persone non più rumorose dello zefiro che soffiava tra le fronde del viale su cui si affacciava una delle finestre aperte, e dove mio cugino collocò la propria sedia per fumare senza disturbare chicchessia, ma soprattutto per osservare meglio quello strano pubblico.
         Durante il concerto che durò ore e ore, restarono immobili sulle sedie di broccato che sembravano appartenere al loro tempo e intonate al loro abbigliamento, e il cui numero corrispondeva al loro. Assorti nella musica, si animano per brevi applausi sulla punta delle dita. Eppure i loro sensi sembravano appassionatamente tesi verso i musicisti che offrivano un balletto di movimenti tanto rigorosi da sembrare di ghiaccio, ma da cui sgorgavano armonie diafane e oniriche di qualità pari, o addirittura superiore a quella dei sommi.
         Così Paul, incapace di riconoscere la fattura di autori noti in quelle strane musiche, si sentì presto come sprovvisto di cultura musicale.
         La serata, o più esattamente la notte, si concluse tardi, quasi all'alba. Ognuno se ne andò lieve e discreto, lasciando un ricordo di irreali fruscii di stoffe e di bisbigli commossi a mio cugino, che indugiò apposta per rivolgere qualche domanda al suo ospite e scoprire qualcosa, tanto sul concerto quanto sull'uditorio.
         Ma il padrone di casa era stanco e bisognoso di sonno, e Paul non osò seccarlo, rimandando il momento di completare le proprie conoscenze e appagare la curiosità. Si separarono per ultimi, con la promessa formale quanto vaga di rivedersi appena possibile.
         Mio cugino ritornò a piedi all'albergo, in rue Saint Sulpice, lasciandosi urtare più di una volta o andando a sbattere lui stesso contro i passanti, tanto era in balia di un'ebbrezza estatica, immerso nel fluido provocato dai contraccolpi dei momenti eccezionali, quelli di cui si comincia a mettere in dubbio la realtà.
         Dormì, sprofondato in un sonno soffice, ancora cullato da quelle melodie indimenticabili, e si svegliò a mezzogiorno, cedendo a una pessima abitudine, prese la sigaretta che lo aspettava pazientemente all'angolo del suo vizio. Ma non trovò l'accendino d'oro massiccio, regalo dei genitori al neolaureato.
         Ricordandosi allora di averlo dimenticato laggiù, posato sul pavimento davanti alla finestra, rifletté che, per la forza di una volontà ignota, lui e il vecchio melomane erano destinati a rivedersi.


         Paul andò dunque, quel pomeriggio, in avenue de Breteuil dove ritrovò senza fatica la casa divina.
         Nella penombra consueta dei vecchi edifici, salì al secondo piano e riconobbe il luogo, aiutato dalle brutte pieghe della passatoia sul pianerottolo, che già l'avevano fatto inciampare il giorno prima, nello stesso punto.
         Suonò e aspettò. Poiché non veniva nessuno, insistette a lungo, tenendo conto del fatto che il sonno di un vecchio dopo una notte in bianco dovesse essere simile a quello della morte. Ma pensò che forse il campanello non funzionava. Bussò più volte con tocco deciso e, ammettiamolo, con impazienza, scotendo la porta, preoccupato che fosse successo qualcosa di spiacevole al suo nuovo amico e maestro.
         Infine, davanti al silenzio interno, ridiscese, ripromettendosi di tornare più tardi e di insistere con maggiore energia.
         Pensò allora che dovesse essere andato alla panchina provvidenziale. Ma non ebbe modo di raggiungerla, perché in fondo alle scale la portinaia, ringhiosa, gli si parò davanti, accusandolo di aver tentato di fracassare la porta del secondo piano!
         Paul ebbe un soprassalto, tanto più che stavano arrivando due vigili urbani, chiamati per telefono da quell'arpia, che, indicandolo, disse:
         "È lui, l'ho visto, ha tentato di sfondare la porta... Non immaginava che lo tenessi d'occhio".
         E, senza indugio, lo condussero al vicino commissariato di polizia.
         Lì, fu posto al cospetto di un ispettore di polizia che, senza alcun garbo, gli chiese seccamente di spiegarsi sull'effrazione che tramava a scapito della legge e della giustizia.
         Sbigottito, Paul non riuscì ad articolare una pronta difesa, al punto che il poliziotto perse le staffe e pretese che gli spiegasse che cosa lo avesse spinto a commettere un'azione così compromettente.
         Consapevole di essere vittima di un malinteso, mio cugino riuscì a ritrovare il sangue freddo, e descrisse le circostanze a noi note, specificando che desiderava riprendersi senza indugio l'accendino d'oro a cui teneva.
         L'ispettore ebbe un moto d'irritazione, e lo trascinò nell'ufficio vicino, davanti al commissario a cui dichiarò che il caso X... aveva forse qualche possibilità di uscire dal vicolo cielo e ripartire in una nuova direzione, grazie a un complice, quello lì, venuto con la massima faccia tosta a cercare probabilmente un documento nascosto sfuggito alle perquisizioni. E aggiunse che il sospetto era un furbo di tre cotte: invocava con audacia pretesti fallaci che riassunse al commissario e che Paul si affrettò ad avallare in perfetta buona fede, perché era la pura verità.
         Il commissario, meno sanguigno del suo sottoposto, ebbe modi più posati e, offertagli una sedia, s'interessò alle parole di mio cugino.
         "E così, lei ha passato la serata di ieri in quell'appartamento, in compagnia di un vecchio signore melomane che offriva un concerto ai suoi amici, tutte persone perbene, per cui lei, presumo sarebbe pronto a garantire, senza, ovviamente, sapere chi siano... D'altra parte, se non mi sbaglio, lei sostiene di aver dimenticato l'accendino".
         "Proprio così", affermò Paul.
         "E... lei è entrato facilmente... niente ha impedito alla porta di aprirsi?"
         "No, il mio ospite ha dato due giri di chiave e la porta si è aperta".
         "Bene bene", tagliò corto il commissario, che cominciava a dar segni di nervosismo, "e lei è in rado di descrivermi l'interno: mobili, arredamento?"
         Mio cugino non notò il breve scambio di sorrisi d'intesa tra i due uomini e fece, come richiesto, una scrupolosa descrizione, felice di essere finalmente ascoltato senza interruzioni, accompagnandoli come una guida, senza risparmiare nessuno dei particolari rimasti nella sua memoria. E stava per parlare dei due candelabri di bronzo da cui svettavano due chimere, i cui artigli dovevano, alla lunga, avere rigato la superficie di mogano del Pleyel a coda, quando il commissario l'interruppe di botto e assentì con ironica condiscendenza.
         "Complimenti, giovanotto, lei ha una memoria di ferro, ma mi consenta di tornare alla realtà dei luoghi: per prima cosa, come ha potuto passare attraverso una porta su cui abbiamo messo i sigilli un anno fa?"
         "I sigilli! Quali sigilli?"
         A questo punto, il commissario perse bruscamente le staffe: "Quelli che sono stati posti per decisione giudiziaria allo scopo di tutelare le vittime di un giovane truffatore libanese, il proprietario, che abitava lì ma che, purtroppo, è scomparso dopo alcuni gravi abusi di fiducia".
         E, presa una rapida decisione, si alzò, fece cenno all'ispettore di seguirlo.
         Ebbero da percorrere un centinaio di metri per trovarsi davanti all'edificio che, per Paul, era l'abitazione di un delizioso vecchio melomane e, per la polizia, quella di un giovane truffatore libanese.
         Giunto ai piedi della scala, il commissario, probabilmente per deformazione professionale, come per la ricostruzione di un reato, chiese a mio cugino di guidarli nel modo esattamente identico a quello del vecchio melomane notturno...
         Davanti alla porta, sotto la luce accesa dalla portinaia, Paul vide, costernato, le targhette di cera rossa screpolata che non aveva notato il giorno prima, ma che avevano tutta l'aria di stare lì da un pezzo, a cavallo dello stipite e rafforzati da nastri verdi con le estremità annodate, anch'esse fissate con la cera, con l'impronta profonda di un sigillo severo e significativo: sigilli che l'ispettore ruppe non appena il commissario li ebbe fatti notare a mio cugino, aprendo poi la porta su un corridoio buio che illuminò con una torcia elettrica.
         Paul, esterrefatto, riconobbe subito i luoghi, ma erano completamente vuoti. Un livido strato di polvere intatta ricopriva il pavimento. Non c'erano tracce di passi.
         "Allora?", ridacchiò il commissario.
         "Ma...", boccheggiò mio cugino, "ma è proprio quel corridoio... lo riconosco... Lì c'era una mensola!... Qui, sul muro, un arazzo!... Lo dichiaro... Eppure non sono pazzo!"
         Tuttavia, cominciava a dubitare della propria ragione e non si rassegnò ad accettare di aver sognato quella notte magica e i suoi personaggi. Presa la torcia dalle mani del poliziotto, li trascinò in cucina dove aveva mangiato con lo sconosciuto e che riconobbe subito.
         Deserta anche la cucina! Neppure un piatto! Neanche un accenno dell'odore di latte e cioccolata bruciati!
         Si precipitò nel salotto, altrettanto vuoto, e, mentre faceva scorrere la luce cruda sulle finestre chiuse, sulle persiane sprangate, illuminò davanti a sé un oggetto che brillò improvvisamente.
         "Ecco! Ecco! Esultò mio cugino, che cosa vede lì?... Non ve l'avevo detto?... E non era la ragione del mio ritorno qui?"
         Raccolto l'oggetto luccicante, posato sulla polvere, il commissario fu costretto a riconoscere che quell'accendino d'oro massiccio apparteneva proprio a Paul, dal momento che portava il suo nome inciso in un bel corsivo.

(Traduzione di Stefania Fumagalli)

 

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