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  di Mario Valentini
         Eraclito

di Emiliano Pireddu         Eraclito era di Efeso. Visse intorno al 500 a.C. ed è passato alla storia come filosofo alquanto famoso. Era un tipo scorbutico. Quando gli efesi esiliarono un suo amico, Ermodoro, disse loro impiccatevi. Gli disse proprio così: "impiccatevi". Eraclito era uno fatto a modo suo. Se qualcosa gli stava sul naso, lo diceva chiaramente. I suoi concittadini una volta gli avevano chiesto di scrivere le leggi per la città. Lui li mandò a quel paese. Gli disse che non si meritavano niente. Gli disse che erano una massa di pelandroni ignoranti, che era inutile dare delle leggi buone in mano a dei cialtroni. Aveva una certa considerazione di sé. Se ne andava nei vicoli a giocare a dadi con dei ragazzini. Diceva che era meglio fare questo piuttosto che occuparsi di politica con una manciata di inetti. Alla fine, non potendone più, si ritirò in cima a una montagna. Mangiò per anni foglie, bacche ed erba secca. E si ammalò di idropisia, che sarebbe quando lo stomaco ti si gonfia di umori liquidi simili all'acqua. Tornò in città e con parole enigmatiche chiese ai medici se erano in grado di curarlo. Ma lo chiese in un modo talmente contorto che quelli non capirono cosa voleva dire. Gli chiese: "siete capaci di ridurre la pioggia in siccità?". E con questo intendeva dire se sapevano guarire l'idropisia. Ma i medici avevano capito che dovevano fare una magia contro le perturbazioni atmosferiche e lo cacciarono via come se fosse un malato di mente. Lui allora si seppellì in un fosso, coperto da chili di sterco, e si mise al sole cercando di asciugare tutti gli umori. Lo sterco si attaccò alla pelle, lui si prese una terribile insolazione, gli si seccò la pelle sulle ossa e dopo alcuni giorni morì. Aveva circa sessant'anni. Qualcuno racconta che la sua carcassa finì divorata dai cani.
         Io queste cose le ho apprese da Diogene Laerzio, ne sto riportando una specie di riassunto.
         E' impressionante come certuni si mettano nei guai per colpa loro, solo per seguire fino in fondo la loro testardaggine.
         Eraclito aveva scritto dei libri che ora non si trovano più. In questi era riportata la sua filosofia, che diventò famosa, perché abbastanza aperta a tutti gli accidenti, a differenza di altri filosofi del tempo che, si dice, vedevano tutto chiuso in certe idee astratte e fisse, principi che stavano solo nella loro testa.
         Ma anche Eraclito, in fondo, ragionava in un modo che stava solo nella sua testa. Lavorava molto di immaginazione.
         Diceva ad esempio che tutto ciò che esiste viene dal fuoco e nel fuoco va a finire. Ma non si capisce bene cosa intendesse con questo. Diceva che ogni cosa si accorda col suo opposto: il freddo si accorda col caldo, il giorno con la notte, la luce con il buio e per questo sempre tutto cambia, senza fermarsi mai e non c'è mai al mondo un po' di riposo.
         Ma questa storia del fuoco era la più importante. Perché il cosmo, a modo suo, diceva che nasce dal fuoco e che dal fuoco verrà distrutto ad intervalli regolari e poi risorgerà, a ritmi stabiliti. Secondo lui il cielo non si sa cosa sia, ma è fatto di tante navicelle rivoltate. In esse si raccolgono miriadi di evaporazioni della terra, perché è il fuoco che si trasforma in vapore. E raccogliendosi lassù queste evaporazioni tornano fuoco e generano queste specie di luci, che non sono altro che palle di fuoco. Il sole è la navicella più grande ed è quella più vicina al nostro mondo. La luna pure è vicina, anzi è più vicina, ma si trova in una zona dove non passa tanto bene il calore e per questo non riscalda e illumina poco.
         Insomma, tutte cose così, spiegate a modo suo, ma affascinanti in quanto fantasiose, perfino argute, direi. Ma ora non voglio raccontarle esattamente perché mi sono stancato. E poi, molto più utile è leggersi Diogene Laerzio, o altri autori e commentatori, ce ne sono a bizzeffe, di tutte le epoche, perché qui tanto ho copiato tutto.


         Seneca

         Il filosofo Seneca riservava agli studi un ruolo molto importante. Essi per esempio gli servivano a combattere la sfortuna. Lo diceva sempre per lettera.
         Il filosofo Seneca scriveva molte lettere ad amici e conoscenti e gli dava consigli. Quelli pure scrivevano. "Sono triste", scrivevano. Lui appena poteva rispondeva. "Certo che sei triste - scriveva - perché sbagli". E dava loro qualche consiglio per sbagliare di meno.
         A quel tempo nelle case c'era freddo e a scrivere si prendeva il raffreddore. Scrivere era una fatica. I romani lo chiamavano ozio, o meglio ozio letterario. E invece no, si faceva fatica. E i filosofi lo sapevano che si faceva fatica, tutti i romani lo sapevano. E infatti c'era del rispetto per l'ozio, nell'antica Roma, però solo per quello letterario. E anche Seneca, questo filosofo, diceva sempre ai suoi amici, per lettera: "Cari miei, oziare senza leggere o scrivere fa male: se oziate, dunque, o leggete o scrivete". E questo vuol dire che uno non elogia la pigrizia.
         Seneca in gioventù aveva avuto molte malattie e una volta aveva pensato di suicidarsi. Poi aveva scoperto la filosofia. Poi aveva pensato a suo padre, che si sarebbe dispiaciuto. Poi aveva pensato di nuovo alla filosofia e grazie alla filosofia non si è suicidato. Seneca, questo filosofo, diceva anche ai suoi amici, per lettera, che leggere ti fa guarire. Ma non tutto. Bisogna scegliersi le giuste letture. Per l'ira bisogna leggere poesie e opere storiche poco impegnative. Agli irati gli studi più pesanti invece fanno male e bisogna evitarli. Questo diceva Seneca e uno dovrebbe crederci o quanto meno provarci. Magari gli riesce, di calmarsi. Poi non lo so, diceva tante cose.
         A un suo amico, ad esempio, che si chiamava Lucilio ed era giovane, diceva: "Tu vai a destra e sinistra in giro per il mondo e stai sempre male. Dovunque vai stai male. Allora parti e vai da un'altra parte. E dopo due giorni stai male di nuovo. Caro mio, datti una regolata". Questo gli diceva il filosofo Seneca.
         Seneca nacque a Cordova, che è in Spagna. Poi venne a Roma. A Cordova, a quel tempo, non è come ora, c'era freddo. Le strade non erano asfaltate. Se pioveva c'era fango. Anche l'ozio filosofico era più duro. A Roma si stava meglio, perché c'era la civiltà. Ma non poi tantissimo. La cultura era un prezioso investimento spirituale. Questo lo dice Mazzoli, uno studioso moderno che ha studiato Seneca e la poesia. Ma ce n'è un altro che si chiama Scarpàt. E poi ce n'è un altro ancora che si chiama Concetto Marchesi, che è più famoso. Ha fatto un manuale, io ce l'avevo.
         Scarpàt dice che Seneca odiava la pura ostentazione di bravura. E questo mi sembra giusto. Non è bello fare gli sbruffoni. Seneca odiava le frasi ad effetto. Per lui la filosofia era una speculazione e un'indagine su se stessi e sui misteri che circondano l'uomo. E serve anche per dare consigli agli altri. Mica come oggi, che si studia a memoria per passare gli esami.

 

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