Mi
sono accorto che ci sono testi che esercitano
su di me una strana fascinazione, perché
m'invogliano a riscriverli quasi rifacendo
loro il verso. È come un bisogno
di rimasticare per iscritto la "retorica"
su cui sono fondati, forse per approfondirli
definitivamente, oppure per assorbirli in maniera
indolore. Questo tipo di testi, infatti, sono
spesso testi fondati sulla "retorica del
dolore", ossia su discorsi sulla vita intesa
come l'unico "accidente mortale" che
possa capitare all'uomo - e perciò sono
testi che non ammettono mezzi termini: o vi
si aderisce totalmente, accettandone la fascinazione,
o si lasciano stare. Una tale fascinazione l'ho
sentita per il Giobbe e l'Ecclesiaste,
per lo Zibaldone leopardiano, per lo
Zarathustra di Nietzsche, per Il
libro dell'inquietudine di Pessoa, ma anche
per Lo zen e l'arte della manutenzione della
motocicletta, e per quello di cui parlo
qui, La persuasione e la rettorica
di Carlo Michelstaedter. Leggendo e rileggendo
questi testi, ho sempre sentito la necessità
di riscriverli nella maniera che dicevo:
riportandone a tratti la lettera, e a tratti
aggiungendo miei rifacimenti, mie espressioni
e mie osservazioni - ritrovandomi infine a utilizzare
una voce che non saprei dire a chi appartiene.
Ma,
a parte la "retorica del dolore",
che cosa hanno in comune questi libri che mi
stregano la scrittura e m'invogliano a rifare
loro il verso? Non lo so, assolutamente.
Posso solo intuire che forse è il loro
aspetto sapienziale, profondo, sviluppato attraverso
un fluente discorrere ininterrotto, monocorde
ma con improvvise accensioni, che è come
se s'impadronisse della mia voce e mi spingesse
a ripetere, a riscrivere, a interpretare, a
imitare. È solo un'ipotesi, naturalmente;
per niente irrazionalistica però. Secondo
me, infatti, fa parte della "retorica"
dei discorsi profetici e sapienziali di questo
tipo la ricerca di un interlocutore attivo,
di un "siffatto vaso" che accetti
di amplificare o quantomeno di replicare la
lettera di quelli che sono testi aperti, dialogici
come nessun altro, provvisori e indeterminati,
ma soprattutto misteriosi. Solo un
iniziato - privo di una voce propria,
un infante - può capire (o sentire)
il mistero, e per capire il mistero
di libri come quelli che ho citato, bisogna
accettare di entrare nel cerchio del loro stesso
discorso, masticarne le stesse parole e la stessa
"retorica", abbandonando la sicumera
critica che obbliga alla distanza. Per questo
motivo, anche la cosiddetta funzione letteraria
di quello che ho scritto mi risulta ben poco
definibile: secondo me, questi testi stregati
hanno una funzione minore, poco sociale, essendo
al limite del quaderno di appunti o della meditazione
personale.
Quello
che segue è, dunque, un omaggio del genere
all'opera di Carlo Michelstaedter La persuasione
e la rettorica. L'ho scritto ripetendo
e riportando quasi sempre le parole testuali,
aggiungendone - o meglio, inserendone
- solo di tanto in tanto alcune mie perché
"è la retorica che mi costringe
a forza a far ciò", come Michelstaedter
stesso ebbe a scrivere. Valgano quindi per me,
le parole che lo scrittore goriziano, immodestamente,
utilizzò come incipit della sua tesi
di laurea: "Io lo so che parlo perché
parlo ma che non persuaderò nessuno;
e questa è disonestà...".
Alla
base de La persuasione e la rettorica
stanno due dialoghi platonici famosissimi: il
Fedro e il Gorgia - così
come al centro delle argomentazioni dello stesso
libro c'è la figura di Socrate. Secondo
Roland Barthes (La retorica antica),
la retorica così come la pratichiamo
oggi è frutto di un'elaborazione della
filosofia aristotelica fondata sul "verosimile",
sul "sillogismo" e, soprattutto, sulla
"dialettica". "Non è forse
aristotelica l'intera retorica?" - sentenzia
Barthes. C'è da dire, per inciso, che
lo scrittore goriziano utilizza il termine "rettorica"
in senso molto esteso, che forse io stesso,
a mia volta, nella "riscrittura",
ho ulteriormente ampliato.
Platone,
com'è noto, parla invece di due tipi
di retorica, una cattiva e una buona. Quella
cattiva sarebbe quella dei sofisti, che essi
si vantano di poter insegnare a tutti gli ignoranti
del mondo, insegnando l'utilizzo degli strumenti
della verosimiglianza ("quel che il pubblico
ritiene possibile") e dell'illusione. La
retorica buona è evidentemente quella
di Socrate, che per la precisione si chiama
"psicagogia (formazione degli animi per
mezzo della parola)". La retorica buona
"scarta lo scritto" - dice Barthes
- "e ricerca l'interlocutore personale,
l'adhominatio; la modalità fondamentale
del discorso è il dialogo tra il maestro
e l'allievo, uniti dall'amore ispirato. Pensare
in comune, tale potrebbe essere il motto
della dialettica. La retorica è un dialogo
d'amore".
I
dialettici di Platone procedono in due modi
che sembrano opposti, ma che in realtà
rappresentano le due facce di una stessa medaglia:
da una parte mettono insieme, riuniscono i dettagli
in un concetto generale; dall'altra discendono
dal generale verso i dettagli, verso i più
piccoli particolari, "fino a cogliere la
specie indivisibile". C'è un metodo
per realizzare tutto questo, naturalmente, ed
è il metodo maieutico che Socrate mette
in pratica nei suoi discorsi. Egli dice nel
Fedro: "bisogna rigirare in tutti
i sensi tutti i discorsi, per vedere se non
compaia da qualche parte una via più
facile e più breve per giungere a quest'arte".
Bisogna parlare, parlare, parlare - fino a trovare
la via più facile e breve alla verità.
Tuttavia, a me sembra che l'idea di persuasione
di sé che propone Michelstaedter,
e che è il tema del mio scritto, sia
un'idea che travolge tutto, perfino la maieutica
socratica. Perciò, a partire da un certo
punto, non serve davvero limitare il discorso
all'"arte dei discorsi", perché
il testo che ha scritto il giovane goriziano
va al di là di tutte le più dotte
disquisizioni e richiede un approccio spregiudicato
- per cui io non ho saputo affrontarlo altrimenti
che "riscrivendolo", lasciandomi invasare
da esso senza ritegno.
Voglio dire che il riferimento ai dialoghi platonici
serve per capire il punto di partenza di Michelstaedter.
Punto di partenza utilissimo per risalire all'origine
del suo pensiero, ma in sostanza corrispondente
a un corpo morto rispetto all'intensificazione
di un testo che - spingendosi molto al di là
forse della stessa "filosofia" - predica
senza posa, fino all'estremo, l'abbattimento
definitivo e liberatorio di ogni retorica, di
ogni violenza, di ogni discorso.
I
numeri tra parentesi indicano le pagine dell'edizione
Adelphi del 1982 de La persuasione e la
rettorica.
***
Gli
uomini cercano senza posa la vita - 'ten
psiuchen' - ma cercandola, inesorabilmente
la perdono. Perché allorché desiderano
la vita e - con eroismo da bacati - si mettono
a cercarla, sono già immersi nel circolo
vorticoso e violento della retorica, e la vita
è già diventata per loro un'immensa,
immane costruzione retorica, che precipita colui
che l'abbraccia verso l'abisso - come un peso
che sospeso a un gancio e da esso staccato all'improvviso,
per un illusorio "desiderio di libertà"
(la "libertà d'esser schiavo"),
non possa far altro che cadere rovinosamente
e ininterrottamente verso il punto più
basso, verso l'infimo assoluto.
La
vita è dunque, ineluttabilmente, niente
altro che una costruzione retorica perché
è sganciata da se stessa, ovvero perché
è priva di persuasione, giacché
"la persuasione non vive in chi non vive
solo di se stesso" (42). E qui,
invece, è un continuo vivere di sangue
altrui, di gesti altrui, di vita altrui: anche
quello che sto scrivendo, anche la carezza che
faccio a mio figlio, anche il cibo che il mio
stomaco (non me stesso!) chiede - sono soltanto
una deviazione retorica dalla persuasione
che, se solo volessimo, ci salverebbe.
La retorica - l'interessata ricerca dell'altro
per i propri fini, per la propria fine - è
questo mettersi in relazione per cadere, è
il differenziarsi per affermare una verità
spicciola, conveniente. Non a caso la retorica
si definisce un "mezzo" per "convincere",
per raggiungere un fine che non è qui.
Il persuaso, invece, è colui
che ha l'estrema coscienza di essere "uno
colle cose", avendo "in sé
tutte le cose". La persuasione non è
un "mezzo" per raggiungere un "fine",
e nemmeno un "fine", bensì
fine e mezzo insieme e nello stesso tempo. "Il
persuaso: il dio". Il risvegliato,
l'illuminato, colui che si è fatto
capace, colui che non ha fine.
"La 'coscienza delle cose per se stesse
e non pel mio bisogno' bisogna per forza che
sia tutta in un presente; e questo
presente l'ultimo presente - ché altrimenti
le cose non sarebbero per se stesse ma pel continuare:
per un qualche bisogno" (123).
Proprio
per questo motivo "chi non ha la persuasione
non può comunicarla" (San Luca).
Come è possibile allora che una pubblicità
possa persuadermi? Come è possibile che
un politico dalla televisione possa persuadermi?
Come è possibile che un articolo di un
giornalista qualsiasi possa persuadermi? Se
pubblicità, politici e giornalisti sono
privi di persuasione, come possono pretendere
di comunicarla a me? Se ci riescono, vuol dire
solo che sono io a non essere ancora persuaso,
ovvero che sono bisognoso di pubblicità,
politici e giornalisti, e partecipo perciò
semplicemente del mondo privo di verità
e avvolgente della retorica, dell'universo violento
che desidera illusoriamente la vita, ma non
la possiede. Partecipo quindi di una falsa vita.
Infatti, "ognuno gira intorno al suo pernio,
che non è suo, ed il pane che non ha
non può dare agli altri" (42).
Il
mondo della retorica è fondato sulla
violenza: violenza del bisogno di vita, del
desiderio di continuazione della medesima vita;
e, a voler essere impassibili, anche colui che
è persuaso non riuscirà
mai del tutto a essere nel giusto perché
immenso è il debito contratto nei confronti
degli altri esseri e delle altre cose coinvolti
nella costruzione retorica che presiede alla
propria illusione di salvezza. La filosofia
morale stessa è inadeguata, insufficiente.
Si dovrebbe invece continuamente vivere - o
vivere continuatamente - continuamente sforzarsi
di rendere e sentire vicine le cose lontane,
di farsi uno con esse, di avvicinare nell'attimo
presente il futuro, e quindi di annullarlo,
di annullarne la carica violenta e antipersuasiva.
Il futuro ci chiede di agire per esso, di fare
della retorica in suo nome, ancora più
violentemente del passato, al quale abbiamo
già dato. E così noi, seguendo
il suo infernale richiamo, aumentiamo le determinazioni
che ci legano ad esso, le occasioni spicciole,
guaste, che ci avvicinano al punto più
basso, distaccandoci dalla persuasione - che
pure potrebbe esser nostra anche se rimanessimo
appesi al gancio del macellaio qui fuori.
"La
vita sarebbe una, immobile, informe, se
potesse consistere in un punto" e in un
attimo. Ma non è così. Tutto
scorre - dice Eraclito. E nello scorrere,
gli esseri si afferrano alle determinazioni
illudendosi così di avere coscienza della
propria vita, addirittura illudendosi di "essere".
Poiché prova piacere o soddisfa un bisogno,
l'uomo dice: "io sono". Ma in realtà
egli è "in contatto con le
cose del suo amore determinato", non perché
persuaso, ma perché illuso di
esserlo. "Un bue non becca mai grano, ma
rumina sempre fieno:... così lo guida
il piacere" (50). Allo stesso modo,
l'uomo "cura la propria continuazione senza
preoccuparsene, perché il piacere
preoccupa il futuro per lui. Ogni cosa ha per
lui questo dolce sapore, ch'egli la sente sua
perché utile alla sua continuazione,
e in ognuna con la sua potenza affermandosi
egli ne ritrae sempre l'adulazione 'tu sei'"
(51). Egli non dice questo mi piace o
è per me, ma questo è
buono, e, così facendo, replica
lo stesso errore, o lo stesso inganno, dei sofisti
protagonisti del Gorgia platonico,
che confondono piacere e bene. D'altronde,
la sostanza stessa della retorica Socrate la
definisce "adulazione". E una "cosa
siffatta è turpe, Polo - precisa Socrate
- perché mira al piacere senza badare
al meglio; e affermo che questa non è
arte, ma pratica, perché riguardo alle
cose che offre, non sa rendere nessuna ragione
di quale natura siano queste cose che offre,
cosicché non sa dire il perché
di ciascuna cosa che fa". Come la culinaria
o la cosmetica, che ingannano - "adulano"
- il corpo o la vista, ma non fanno il bene
del corpo né dicono la verità
allo sguardo. Inoltre, quanti ce ne sono che
conoscono alla perfezione "quello"
che dicono, sapendo altresì benissimo
"come" dirlo. Eppure, chi di questi
saprebbe mai dire il "perché"
di quello che dice?. Quindi, relativa al mondo
del piacere è la retorica, relativa al
mondo della verità e del bene è
la persuasione, che Socrate cerca di far scaturire
dai suoi interlocutori, e non sempre ci riesce.
Callicle, ad esempio, il più arcigno
e violento dei retori che discutono con lui
nel Gorgia, giungerà fino a
dire: "Tu, Socrate, hai l'aria di chi è
sicuro di non aver mai a patire nessuno di questi
pericoli, come se abitassi fuori del mondo...".
E nemmeno immaginerà quanto sia veritiero
quello che ha appena affermato.
Colui
che vive nel vortice del bisogno e del piacere,
guidato dal piacere, non vive affatto
la propria vita, ma quella che il piacere gli
ha prescritto. È questa la "persuasione
illusoria", o autoinganno, per la quale
tutto ci sembra subordinato a un fine perduto
nel tempo futuro: "la realtà è
per lui le cose che attendono il suo futuro".
"È così che ciò
che vive si persuade esser vita la qualunque
vita che vive" (52-53). Qualunque
anche perché uguale e determinata in
relazione a quella degli altri, inserita in
un unico motore o meccanismo le cui rotelle
si incrociano e incastrano nella perfetta vita
sociale che annebbia ogni individualità
o anelito all'individualità. Una tale
persuasione è definita inadeguata
perché è adeguata "solo al
mondo ch'essa si finge"; e di questo mondo
"tanto ne comprende, quanto ne può
prendere". L'uomo, così, non vuole
e non vede altro che il suo interesse.
"Ma
se mancando di se stesso nel presente egli si
vuole nel futuro"... è un bel paradosso!
Se egli non ha adesso le cose di cui ha bisogno,
e lotta quindi per averle, non avendole egli
non ha se stesso, essendo distratto dalle cose
medesime che deve raggiungere. E questa è
la forma assurda di infelicità perenne
cui è condannato chi "vuole"
o chi "deve" vivere. E in più,
quanto maggiore è la determinazione,
ovvero quanto più infima, maggiore, ovvero
infima, è l'insoddisfazione, l'infelicità.
Infatti, quanto più è attirato
nel vortice del possesso delle cose che stanno
nel futuro, tanto più gli sfugge il possesso
attuale di sé, gli sfugge cioè
la persuasione. "Così adulandolo
il dio della 'filopsiuchia' ("amore
alla vita, viltà") si prende
gioco di lui" (55).
Ma
l'uomo privo di sé, privo di persuasione,
comincia a un certo punto a dibattersi, a smaniare,
a sentire un "sordo e continuo dolore",
perché avverte con i primi e più
profondi impulsi dell'anima e dell'istinto che
questa vita non è vita, che questo scrivere
non è scrivere, che questo andare non
è andare. Ogni cosa che egli fa è
fuori della sua potenza e trascende la sua coscienza.
Capisce che sta semplicemente cadendo verso
il punto più basso, che questa caduta
è indipendente dal suo volere, e quasi
rimpiange quando era appeso al gancio del macellaio
qui fuori. Gli viene allora l'idea della fede,
l'idea di delegare a qualcun altro - un altro
dio, accanto a quell'altro della 'filopsiuchia'
- il peso del dolore che egli non sa portare.
Ma è tutto inutile, scoprirà presto
che è tutto inutile. Nella notte si sveglierà
sudato, con gli occhi sbarrati cercando la luce
che non verrà più o che comunque
non gli darà pace. Nasceranno facilmente
in lui il rimorso, la noia, la malinconia, la
paura, l'ira, il dolore, la "gioia troppo
forte", estrema illusione di una vita colma
di persuasione, ma in realtà cifra dell'esistenza
svuotata di ogni potenza. "Egli sente d'esser
già morto da tempo e pur vive e teme
di morire". Si sente impotente di fronte
a tutto, e in ogni attimo che passa, invece
di vivere, muore e pensa di stare morendo, e
quindi soffre: "questo dolore accomuna
tutte le cose che vivono e non hanno in sé
la vita, che vivono senza persuasione, che come
vivono temono la morte" (59). Ma è
da questo dolore che può avere inizio
la ricerca della persuasione.
"'Ti
touto poiesis'; questo che fai, come che
cosa lo fai? - con che mente lo fai? Tu ami
questa cosa per la correlazione di ciò
che ti lascia dopo bisognoso della stessa correlazione,
la cui vicinanza non è in te prevista
che fino a un limite dato, sicché, a
te, schiavo della contingenza di questa correlazione,
sia tolto tutto quando a questa cosa questa
correlazione sia tolta; e tu abbia altra cosa
cercare e in balia della contingenza di questa
metterti? O sai cosa fai? E quello
che fai, che è tutto in te nel punto
che lo fai, da nessuno ti può esser tolto?
Sei persuaso o no di ciò che fai?"
(67)
Io
non credo che tu sia persuaso, non
credo proprio. Tu piuttosto tentenni, hai paura,
tremi. Temi di morire, nel momento in cui avverti
- già nei primi anni della fine dell'infanzia
- l'inizio della morte, e scopri così
qual è la vera faccia della 'filopsiuchia'.
Ormai conosci tutti gli inganni della "vita".
La persuasione che ti accompagna è la
persuasione illusoria che si chiama "paura
della morte". E "chi teme la morte
è già morto". (69)
All'opposto,
"chi vuol avere un attimo solo sua
la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò
che fa - deve impossessarsi del presente; vedere
ogni presente come l'ultimo, come se fosse
certa dopo la morte; e nell'oscurità
crearsi da sé la vita". (70)
Allora nella stessa oscurità nella quale
vede baluginare i lampi del piacere deve farsene
una ragione, del proprio dolore, e resistere
alla tentazione di andar dietro a ciò
che è semplice schermo, che non elimina
il dolore perché, così facendo,
il dolore continua "sotto cieco, muto,
inafferrabile" (71). È di questo
dolore che bisogna farsi carico con coraggio,
con nell'animo una specie di sfida, quella stessa
sfida che risuona nelle parole di Itti, nella
poesia I figli del mare: "Senia,
il porto è la furia del mare/ è
la furia del nembo più forte/ quando
libera ride la morte/ a chi libero la sfidò".
Colui che è in sé persuaso
chiede il possesso attuale delle cose
e del mondo, non lotta per il possesso futuro,
che lo inserisce nella catena delle determinazioni
e dei bisogni e lo consegna all'infelicità
eterna.
Non
ci sono argomenti che tengano alla filosofia
della persuasione, che è l'unica
filosofia praticabile, da che mondo è
mondo. Tutto il resto è vanitas vanitatum.
Eppure stupisce come, ogni volta che la filosofia
della persuasione venga enunciata, tutto continui
ad andare avanti allo stesso modo. "Pare
impossibile che il mondo abbia ancor continuato
ogni volta dopo che erano suonate quelle parole"
(35): dopo Parmenide, Eraclito ed Empedocle,
e dopo Socrate, l'Ecclesiaste, Cristo, Eschilo,
Sofocle e Simonide, dopo Petrarca e Leopardi
- e anche dopo Ibsen e Beethoven; e infine dopo
Michelstaedter. Ma si capisce perché
il mondo continua, e forse continuerà
sempre, innamoratissimo della sua morte travestita
con la parrucca bionda del piacere ininterrotto.
Il mondo degli uomini è un mondo senza
potenza, senza potenza individuale e tutto fondato
sul reciproco accordo per superare ed eliminare
la contingenza, non per sprofondare in essa.
"Assai abbiamo da portare ognuno la nostra
croce" - dicono gli uomini. In realtà,
però, voi "non portate la croce,
ma siete crocefissi al legno della vostra sufficienza,
che v'è data, che più v'insistete
e più sanguinate..." (74). Gli uomini,
si sa, vogliono essere liberi di essere schiavi.
Anzi,
dicono di "avere il diritto" di essere
liberi in siffatto modo. Ognuno ha un qualche
diritto da rivendicare: ma sempre più
si capisce che "tutti hanno ragione, ma
nessuno ha la ragione" (77), perché
nessuno è persuaso, nessuno
si è fatto capace - appunto:
nessuno se ne è fatta una ragione.
Farsi una ragione non è avere
ragione, ma costruirsi da sé i motivi
della propria vita.
Chi
vive e agisce secondo i propri bisogni non è
mai nel giusto, non può mai esserlo,
perché i suoi bisogni sono fondati sempre
sulla soppressione violenta dei bisogni altrui,
come l'ape che fa violenza al fiore per trarne
il polline. Se vogliamo, tutto nella natura
è violenza - è retorica:
i gesti, le azioni elementari, i bisogni minimi;
e tanto più è violenza - è
retorica - quando si innesta su tale
violenza l'azione del pensiero e della consapevolezza
umani che traspongono nel futuro quello che
facciamo qui, ora. "In qualunque
modo uno chieda di continuare, parlano in lui
le date necessità del suo vivere, ed
egli in ciò che afferma come giusto
quello che è giusto per lui,
nega ciò che è giusto per gli
altri, ed è ingiusto verso tutti gli
altri; avvenga o non avvenga che ei commetta
ingiuria" (78).
Così
fin dalla nascita, e forse istintivamente, l'uomo
contrae un grave debito di giustizia nei confronti
del mondo e degli esseri, per cui "infinito
gli resta il dovere verso la giustizia",
e non si smette mai di esser giusti, è
sempre troppo poco quello che abbiamo fatto
per avvicinarci all'ineffabile ma luminosa verità.
"Il diritto di vivere non si paga con un
lavoro finito, ma con un'infinita attività"
(79). Attività instancabile, senza posa
- quasi un'inquietudine - energia che conduce
alla quiete: "dall'attività senza
fine, alla quiete infinita".
"Attività
che non chiede è il beneficio, che fa
non per avere, ma facendo dà" (80).
Da cui:
primo:
"Dare non è per aver dato ma per
dare - Il dare per aver dato non è dare
ma chiedere - Far beneficio non è dare
o fare agli altri quello che essi credono di
volere: far l'elemosina... vuol dire lasciare
che gli altri prendano; non è dare o
fare ma è subire";
secondo:
"Non può fare chi non è,
non può dare chi non ha, non può
beneficare chi non sa il bene" - "Non
dare agli uomini appoggio alla loro paura della
morte, ma toglier loro questa paura; non dar
loro la vita illusoria e i mezzi a che sempre
ancora la chiedano, ma dar loro la vita ora,
qui, tutta, perché non chiedano: questa
è l'attività che toglie la violenza
alle radici";
terzo:
"Dare è fare l'impossibile: dare
è avere" - vuol dire venir fuori
dal giro mostruoso delle correlazioni che prevedono
lui da una parte e il mondo dall'altra, che
prevedono per lui la presenza di un mondo come
fonte di bisogni, e anche il suo amore per esso
come manifestazione di un bisogno, per quanto
"nobile", "alto", "giustificato".
E viceversa, da parte del mondo verso di lui.
Ma egli non deve accettare che il mondo gli
chieda quello che egli non chiede al mondo.
"Non ci sono soste sulla via della persuasione.
La vita è tutta una dura cosa. Egli deve
avere il coraggio di sentirsi ancora solo, di
guardare ancora in faccia il proprio dolore...
Egli non deve accontentarsi di quanto ha dato
anche se gli altri se ne dicano contenti",
altrimenti è disonesto. Egli invece deve
"essere persuaso e persuadere,
avere nel possesso del mondo il possesso di
se stesso - esser uno egli e il mondo"
(80-81). Allora il mondo potrà, anzi
dovrà, dirgli sempre di no, apparirgli
come una immensa negazione di ogni sua azione,
finché egli non riesca a restituire e
a far sentire al mondo la vicinanza delle
cose lontane, delle cose che non stanno
qui perché servono a uno scopo, ma che
io evoco qui perché ne ho bisogno per
me stesso e per il mondo, per il mio dolore
e per il dolore del mondo - come un poeta o
un oracolo.
"Reagisci
al bisogno di affermare l'individualità
illusoria, abbi l'onestà di negare la
tua stessa violenza, il coraggio di vivere tutto
il dolore della tua insufficienza in ogni punto
- per giungere ad affermare la persona che ha
in sé la ragione, per comunicare il valore
individuale: ed esser in uno persuaso
tu ed il mondo. Questo ha detto l'oracolo
di Delfo quando ha detto: 'Gnoti seauton'"
(85).
Conoscere
se stesso significa dunque ammettere prima di
tutto e sopra ogni cosa la propria insufficienza
di fronte all'infinita potestas; ma
lungi dal diventare, questa ammissione, una
confessione di impotenza, colui che conosce
se stesso e che in se stesso è persuaso,
finalmente vede chiaro, laddove altri vede solo
mistero e orrore buio. "Egli si fa sempre
più sufficiente alle cose, basta
sempre più profondamente all'eterna deficienza
delle cose... In ogni punto dell'attualità
della sua affermazione c'è la vicinanza
delle cose più lontane". (87)
Questa vicinanza delle cose lontane
forse ha a che fare con la poesia, con le evocazioni
misteriche o con la profondità della
vita umana stessa, che si svolge inconsapevole
sotto i nostri occhi. Ogni parola di Cristo,
ad esempio, è "luminosa perché,
con profondità di nessi l'una alle altre
legandosi, crea la presenza di ciò che
è lontano...", affinché chi
ascolta "vi senta un senso ch'egli ignorava",
un senso che lo commuove ed emoziona, e infine
gli dona un piacere che per lui è
"attuale in ogni presente", non più
legato alle determinazioni e al futuro. Dovunque,
dappertutto è questo piacere.
Nel deserto "egli vive una vertiginosa
vastità e profondità di vita"
(88-89).
E
sempre e soltanto in un tale deserto - o in
un tale interminato e furioso mare - l'individuo
sperimenta la propria stabilità, la propria
pace o quiete, arrestando il tempo illusorio
degli orologi e della storia. "Ogni suo
attimo è un secolo della vita degli altri
- finché egli faccia di se stesso fiamma
e giunga a consistere nell'ultimo presente.
In questo egli sarà persuaso - ed avrà
nella persuasione la pace. - 'Di' energheias
es arghian'" (89).
Termina
qui la pars costruens del discorso
di Michelstaedter. La seconda parte del libro
è dedicata invece all'analisi dei modi
in cui si manifesta la "rettorica".
Bisogna comunque dire che non esistono separazioni
nette nell'opera: della retorica si parla fin
dall'inizio, come della persuasione
si parla fino alla fine. Una cosa soltanto risulta
sempre chiara fin da subito: la persuasione,
che è l'aspetto divino e immortale dell'anima
umana, precede, o almeno può precedere,
la retorica, che altro non è che una
assuefazione dell'uomo alla (sua?) natura, per
fare schermo alla paura della morte. La retorica
è lo strumento della persuasione
illusoria alla vita, con una analoga funzione
dissimulatrice che Socrate attribuisce alla
retorica dei sofisti nei dialoghi platonici
Gorgia e Fedro. La persuasione,
invece, è interna all'uomo,
come la verità a cui Socrate invita a
dar voce parlando con i suoi allievi o con chiunque
altro. La persuasione è quella
che viene dai "discorsi", che noi
dobbiamo semplicemente cercare e aggiungere
agli altri per formare il mosaico incompletabile
della verità, del "discorso comune",
come lo definiva Eraclito: "Io non dico
le cose che dico perché le so - afferma
Socrate nel Gorgia - io faccio una
ricerca insieme con voi".
La
retorica, invece, è completamente esterna,
estranea all'uomo (anche se offertagli dalla
sua tristis noverca), è un'àncora
di salvezza, una cintura di sicurezza resistentissima
e inconfutabile. Ecco perché Aristotele
comincerà a fondarla sul "concetto
popolare" di "verosimile". Socrate,
nel Fedro, forse già capiva
che il "verosimile" avrebbe ben presto,
e dappertutto con gran successo, surclassato
la "verità": "nei tribunali...
importa solo che ciò che persuade, cioè
il verisimile; a questo deve fare attenzione
chi vuole parlare a regola d'arte... Insomma,
nel parlare bisogna andar dietro al verisimile,
e al vero fare tanti saluti". Per questo
motivo ogni persuasione tribunalesca è
sempre "occulta", eccetto la persuasione
che ci si procura da sé, come intuisce
Michelstaedter.
Dunque
la retorica è destinata agli uomini da
se stessi nel momento in cui essi scelgono la
via ("naturale") delle correlazioni
e dei bisogni, del piacere e della paura, piuttosto
che la via della persuasione. Così,
"la via della persuasione non è
corsa da omnibus, non ha segni, indicazioni
che si possano comunicare, studiare, ripetere.
Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla...";
laddove la retorica è unica e buona per
tutti. Non esistono manuali che insegnino la
persuasione di sé, come non
esistono uomini che possano insegnare la persuasione,
che non si insegna, poiché non esistono
medici e malati, santoni e adepti, maestri e
allievi: "la via della salute non si vede
che con gli occhi sani e fin dove l'animo giunga"
(105).
Il
sapere stesso è un insieme di costruzioni
retoriche fatte da "alcuni" - dai
"pensanti", dai "tecnici"
(esperti) - per giustificare i "singoli"
incapaci di persuasione - i "non pensanti",
i "non tecnici" (non esperti). Si
sta più sicuri, in questo modo, e si
sta senza troppi affanni nella vita, che diventa
possibile e frequentabile anche con pavidità
e incapacità. Basta avere il sapere,
o affermare "io so", ossia "io
posso sapere". Così l'uomo
si è fatto il suo migliore amico - il
sapere. Tu "sai fare" romanzi,
quell'altro "sa fare" tavoli,
un altro "sa fare" poesie",
un altro addirittura "sa fare"
grattacieli - ma nessuno mai vive e basta perché
si è fatto capace della verità
e del proprio destino, essendo quindi capace
di tutto: "il giusto è buono a ogni
cosa; chi a nessuna cosa sia ingiusto sa fare
ogni cosa" (88). Questa del sapere è
una delle più inquietanti dicotomie umane.
L'uomo "sa": "per cui
sono in due: la sua vita, e il suo
sapere" (97). Eccolo qui il regno
schizoide supportato dalla retorica: il regno
degli inferi sganciato dai paradisi della persuasione.
Il regno della retorica si fonda sempre su un
uomo sdoppiato, tirato per un verso dalla vita
e per l'altro dal sapere. Ma entrambi
sono versi sbagliati - perché
il senso della verità, il vero e
unitario verso continua a sfuggirgli.
Un
esempio storico (109-117). La morte meravigliosa
di Socrate - il quale fu infine "né
indipendente né schiavo, né felice
né misero" -, ovvero dell'uomo che
per amore della libertà si "sdegnava
di esser soggetto alla legge di gravità,
perché è questa - pensava - che
ci impedisce dal sollevarci fino al sole",
fu vista dall'allievo Platone, che si turbò;
e pensò che bisognava escogitare qualcosa
per continuare a tener fede al pensiero del
maestro, che per amore della libertà
era arrivato all'estremo di tutto, anche della
vita, senza alcun timore. Bisognava escogitare
qualcosa che ingannasse la gravità, ma
"senza perdere il peso, il corpo, la
vita". Fu così che nacque un
globo d'acciaio privato dell'aria, un aerostato,
che si sollevò tutto ardimentoso nel
cielo portando con sé il nuovo maestro
e i suoi allievi speranzosi. Senza correre rischi
- "senza diminuir la propria vita"
- i filosofi continuarono così a filosofeggiare
nell'alto dei cieli, liberati dalla gravità.
"Vedete come noi saliamo per la sola
volontà dell'assoluto" - esclamava
Platone. Ma era già un artificio retorico,
il suo - era una bella idea e basta.
Dopo
Platone, venne Aristotele, che sgonfiò
l'aerostato e portò così la leggerezza
dell'aria celeste e dei ragionamenti lievitati
sulla terra, affermando che nelle cose tutte
terrestri c'è una causa e una ragione,
e di queste stesse cose "predicò"
il valore positivo. "E il pubblico
era felice di poter dire che la merce veniva
dal cielo e di potersene servire proprio come
se fosse stata merce di questa terra".
E
così, "nel nome dell'assoluto sapere",
ancora oggi tutti "si affaccendano a teorizzar
sulle cose". Tutti, perfino un mio amico
che faceva il falegname, adesso hanno le loro
"teorie"; tutti sono prigionieri della
retorica.
Da
Aristotele in poi, "bisogna far tesoro
dell'esperienza", e ormai "la
ragione ha soltanto la funzione di tener salda
questa esperienza". Eppure sarebbe
interessante sapere questa che cosa sia, cioè
"l'esperienza sana e positiva dei sensi",
come la definirebbe qualunque scienziato (121).
Ma il sapore del pane qual è? Quello
del primo boccone che mangio quando ho fame,
o quello dell'ultimo che mangio poco prima di
alzarmi da tavola?
"'Ma
noi non guardiamo le cose con l'occhio della
fame o della sete; noi le guardiamo oggettivamente'
- protesterebbe lo scienziato". (122) Ecco
qui l'oggettività. "Eppure se 'oggettività'
vuol dire 'oggettività', veder oggettivamente
o non ha senso perché deve aver un soggetto
o è l'estrema coscienza di chi è
uno colle cose, ha in sé tutte
le cose: 'en siuneches', il persuaso:
il dio" (123). Il persuaso è
il più oggettivo, od obiettivo, di tutti
perché egli è l'oggetto,
egli è anche l'oggetto che sa
sentire vicino perfino da una immensa lontananza.
Queste sono cose che il paladino del realismo
e dell'"oggettività" non sa
neanche immaginare: "Poiché egli
non ha piacere dell'albero quando esso gli cresca
alto e forte, meraviglia a vedersi,
secondo la sua natura, ma lo riduce ad una fabbrica
di legna perché è questa che gli
è utile" (185). I paladini dell'"oggettività"
badano a una vita ottusa dei sensi, impotente
e distaccata dagli oggetti (ma non dalle determinazioni
e dai bisogni, ovviamente); e la scienza procura,
per una tale ottusità, strumenti di precisione
che vorrebbero apparire mirabolanti, ma sono
solo moltiplicazioni della potenza impotente
dei sensi, non intensificazioni e avvicinamento
delle cose lontane. Le cose, per la scienza
e i suoi adepti, continuano a rimanere lontane,
anzi sempre più lontane, giacché
il metodo scientifico ammette solo la "vicinanza
di piccoli scopi finiti" (130). "L'occhio
nudo vede lo stesso che il telescopio o il microscopio...
Degli scienziati moderni direbbe Isaia:
Hanno microscopi e non vedono, hanno microfoni
e non sentono" (127-128). Agli uomini
- ai moderni a maggior ragione, e agli uomini
del futuro ancor di più che ai moderni
- manca l'"assoluta conoscenza oggettiva
- nell'incoscienza"; perché manca
la persuasione - perché essi patiscono
"il proprio bisogno di vivere".
Patiscono,
cioè, le prese in giro del dio della
'filopsiuchia', della vita vile, che
si aggrappa alla soluzione di piccoli "perché"
e alla creazione di nuove "leggi"
e nuovi "aggeggi" e nuove "teorie"
per trovare un senso e dare una ragione a ogni
punto sempre più basso che essa tocca
nella sua caduta ininterrotta. Ma si sente sempre
un'insoddisfazione infinita, toccando tutti
questi punti - questi "risultati"
- una infelicità galoppante che avvolge
l'anima a ogni nuova scoperta, a ogni nuovo
virtuosismo, a ogni nuova specializzazione.
È l'insoddisfazione del dolore inespresso,
del dolore che non trova la via del discorso
di verità come nei dialoghi socratici,
o come nella scrittura dissipata di Leopardi
o in quella disperata del Petrarca dei Trionfi
o nei versetti dell'Ecclesiaste. Il
dolore di chi ama la vita vile è costretto
a tacere, a mentire una felicità, a mendicare
un passo avanti del "sapere" o un
nuovo "ornamento dell'oscurità"
che gli dia un sollievo inutile e amarognolo.
Questo dolore deve giacere in un "angolo
oscuro per non aver da guardare in faccia la
vita e non vedere la morte" (134) - deve
essere rimosso, direbbero i moderni.
Correre
dietro alle determinazioni senza vedere il generale,
ovvero generalizzare senza più attenzione
per i particolari minuti - tutto ciò
costituisce l'estremo distacco dell'uomo da
se stesso e dalla propria natura divina o persuasione,
e gli scienziati non sono altri che coloro che,
a nome dell'umanità intera che vuol
continuare, che non può non
continuare, "possono violentare
la natura" (135) come vogliono. Essi,
poiché devono badare alle necessità
sempre più determinate e piccole, possono
"tenere nei loro registri le statistiche
del bene e del male", in nome della richiestissima
continuazione generale. Il loro sguardo si illude
di avvicinarsi sempre di più alle cose
- avvicinandosi in realtà sempre di più
soltanto alle determinazioni necessarie all'uomo,
ossia all'aspetto delle cose "che serve"
all'uomo, non alla loro bellezza assoluta, disinteressatamente.
Un
tale avvicinamento porta con sé la determinazione
in ogni campo - ovviamente già a sua
volta predeterminato - e in ogni dove. Tutto
deve essere determinato, avere un termine,
non una parola - perché il termine
ha in sé l'idea del finito (e della morte),
mentre la parola è sempre indefinita,
immaginata. Ormai tutti usano le parole
come termini, senza conoscerle, senza
sapere che cosa siano o cosa significhino. Nessuno
ha più idea da dove provenga o che cosa
voglia la parola che ha in bocca, ma tutti sanno
che gli scienziati o gli studiosi o gli esperti
l'hanno determinata e resa inevitabile,
e allora va bene. Va bene per trascinare avanti
la vita. "I termini tecnici danno
una certa uniformità di linguaggio agli
uomini. Invano sognano i fautori delle lingue
internazionali create con intenzione. La lingua
internazionale sarà la lingua dei
termini tecnici: degli abbellimenti
dell'oscurità" (135). In questo
modo - suprema affermazione della retorica -
gli uomini "se non riusciranno a intendersi
certo giungeranno ad intendersela", in
nome di quella "comunella di malvagi"
a cui tende inesorabilmente ogni società
umana, quanto più futura e progressiva
possibile.
"...
di molti
tristi
e miseri tutti, un popol fanno
lieto
e felice..."
(Giacomo
Leopardi, Palinodia al marchese Gino Capponi,
vv. 203-205)
Gli
uomini "si son fatti una forza della loro
debolezza, poiché su questa comune debolezza
speculando hanno creato una sicurezza fatta
di reciproca convenzione. È il regno
della rettorica". È il regno dei
diritti e dei doveri, e di tutto quanto abbia
partorito l'umana socievolezza, l'umano bisogno
di continuare la vita. "Questa sicurezza
delle cose necessarie sta nella forza sufficiente
per assicurarsi nel futuro l'affermazione delle
proprie determinazioni di fronte a tutte le
altre determinazioni (forze) estranee e nemiche".
Per specificare, dobbiamo distinguere tra cose
e uomini, per cui "la sicurezza significa:
Primo: violenza sulla natura - lavoro; Secondo:
violenza verso l'uomo - proprietà"
(146).
Io
colgo il frutto e violento la pianta; uccido
l'animale; quindi passo al mio simile: lo subordino
alla mia sicurezza, lo faccio schiavo. "E
questo, lo schiavo, è materia di fronte
al padrone, egli è una cosa"
(147). La sua schiavitù, tuttavia, è
relativa. A che cosa? Alla sua volontà
di vivere, al suo bisogno di continuare.
"Lo schiavo che non ha più bisogno
del futuro è libero, poiché non
offre più presa alla persuasione della
violenza padronale". L'uomo che non ha
bisogno più della gravità, si
alza in volo verso il cielo. L'uomo che non
ha più bisogno di essere persuaso da
alcuno, è persuaso di sé e
da sé. Padrone e schiavo: "uniti:
sono entrambi sicuri - staccati: muoiono entrambi:
ché uno ha il diritto ma non la potenza
del lavoro: l'altro la potenza ma non il diritto"
(148).
E
questa dialettica dipende sempre dalla stessa
logica: perché ognuno vede nell'altro
soltanto ciò che gli è utile alla
propria continuazione, essendo incapace di veder
nell'albero soltanto la bellezza del fiorir
delle foglie e dello spuntar dei rami, e quindi
di essere visto egli stesso dall'albero come
bellezza che spunta e fiorisce. La società
fa di questa debolezza dell'uomo a essere persuaso
di sé il fondamento della propria
esistenza. Anzi, la società ha bisogno
di gente che sia assolutamente incapace di esser
persuasa di sé, di deboli che
si fanno forti nelle determinazioni infime e
meschine, ma che non sanno intensificare i propri
sensi. Al fine di scoraggiare qualsiasi tendenza
alla persuasione ecco "quel capolavoro
di persuasione che è il codice penale"
(151). Vuole esser sicuro? Allora l'uomo deve
poter dire: "questo è mio".
E per poter dir questo egli si rende schiavo
"attraverso il proprio futuro del futuro
di tutti gli altri: egli è materia
(la proprietà mobile)". L'uomo si
mette così in un circolo vizioso terribile,
alienante e reificante, che gli impedisce in
qualsiasi momento di essere persuaso di
sé. Per la precisione: glielo vieta.
"Ogni altra volontà è schiava
del suo futuro. Tutto è materia per la
sua vita... E non c'è maggior potenza
di quella che si fa una forza della propria
debolezza". (152) Tutti accettano con tranquillità
d'animo la "cambiale della società".
Ma
"tutti i progressi della civiltà
sono regressi dell'individuo" (156). Per
rendersene conto basta riflettere profondamente
il pentalogo dell'uomo sociale, che è
agli antipodi di ogni individualità persuasa
di sé.
1
- "Non
impegnarti con tutta la tua persona";
2
- "Distingui fra teoria e pratica";
3
- "Prendi la persona della sufficienza
che ti è data";
4
- "Misura i doveri coi diritti";
5
- "Informati a ciò che è
convenuto" (160).
Grazie
a queste regole, l'uomo sociale è sollevato
dal pensare da solo, e soprattutto è
sollevato dal pensare alla giustizia e dal considerare
in ogni momento qual è la strada che
è suo dovere percorrere. Infatti, "egli
è sotto tutela - non ha voce" e
deve solo badare a procedere per il sentiero
che gli è stato preparato: "dove
conduca non è cosa sua" (160). Questo
sentiero è fatto di luoghi comuni,
naturalmente, e non potrebbe essere altrimenti:
egli delle cose che incontra lungo la strada
non può sapere nulla. "Questo
solo sa, se gli son dure o tenere", ossia
se servono o meno alla propria continuazione.
L'uomo
sociale, così ridotto, è simile
a un bambino che una mamma premurosa non ardisca
di lasciar camminare da solo. "Ma quanto
uno vuol camminar sulle sue gambe, tanto deve
sanguinar le sue parole, poiché 'egli
è cieco senza patria, miserabile se concede
alle frasi fatte' (Carlyle)" (171). Purtuttavia,
la retorica organizzata in sistema dà
e darà sempre più frutti gustosissimi,
e "si vedrà ogni uomo curante solo
della sua vita, negando così 'to
eautu meros' ogni altrui vita, aver dagli
altri quanto voglia e viver verso loro sicuro
come se solo amore degli altri lo tenesse...
ognuno, socialmente ammaestrato, volendo per
sé vorrà per la società,
ché la sua negazione degli altri sarà
affermazione della vita sociale. - Così
ogni atto dell'uomo sarà la rettorica
in azione, che oscuro per lui stesso gli darà
quanto gli serva" (172-173). Esempio: "la
lingua arriverà al limite della persuasività
assoluta, quello che il profeta raggiunge col
miracolo - arriverà al silenzio quando
ogni atto avrà la sua efficienza assoluta...
Prima di giungere al regno del silenzio ogni
parola sarà un 'ornamento dell'oscurità':
un'apparenza assoluta, un'efficacia immediata
d'una parola che non avrà più
contenuto che il minimo oscuro istinto di vita.
Tutte le parole saranno termini tecnici quando
l'oscurità sarà per tutti allo
stesso modo velata, essendo gli uomini tutti
allo stesso modo addomesticati. Le parole si
riferiranno a relazioni per tutti allo stesso
modo determinate... Gli uomini si suoneranno
vicendevolmente come tastiera. Allora sì
avrà buon gioco chi vorrà scriver
una rettorica. Ché la vita dell'uomo
sarà davvero la divina 'mesotes'
che dalla notte dei tempi futuri rifulse all'anima
di Aristotele. Gli uomini parleranno, ma nessuno
dirà niente" (173-174).
A
livello sociale non esiste un punto d'inizio
di tutto questo pervasivo processo di dissimulazione
della persuasione, anche se fin da piccoli viene
esercitata sui bambini la peggior violenza sotto
la maschera dell'affetto e dell'educazione.
"Così anche il piccolo uomo non
ha piacere del suo compagno quando questi cresca
forte e sano e sicuro secondo la sua natura,
ma con l'arma della società mutilandolo,
così lo foggia perché egli gli
produca cose utili al suo corpo" (185-186).
Tutto
deve convogliare verso l'utile sociale, e i
bambini devono capirlo presto, e sapere che
da una parte c'è il dovere, dall'altra
il piacere, e così via. Se studi, avrai
il dolce - oppure: se studi, diventerai un gran
chirurgo. E così la dolcezza, l'altruismo
saranno per sempre collegati, in lui, all'onere
dello studio, e lo studio sarà appunto
nient'altro che un onere, mai un'occasione di
libertà e di persuasione di sé.
Studiare sarà necessario per
poter giocare, e il piacere sarà il biscottino
che si getta al cane quando avrà eseguito
bene il suo esercizio nel circo della vita.
Mai questo cane proverà piacere mentre
studia, mai si sentirà incolpevole mentre
mangia il biscottino. La sua vita sarà
condannata alla separazione e all'infelicità.
Ma soltanto "così ne potremo fare
un degno braccio irresponsabile della società"
(188).
Su
queste osservazioni antipedagogiche - che riportano
curiosamente tutto il discorso all'infanzia,
e perciò andrebbero approfondite - si
chiude il testo dal quale abbiamo imparato che
l'uomo è condannato dalla (sua?) natura
a soddisfare i bisogni e a inseguire il piacere
per continuare a vivere, benché sia proprio
il piacere - che egli asseconda attraverso la
retorica eretta a sistema - a condurlo alla
morte. L'uomo cerca il "piacevole"
- ma il "piacevole" lo uccide. Non
cerca il "bene" o la "verità"
- che Michelstaedter chiama "persuasione"
- che lo salverebbero; bensì il "piacevole"
- che è quello che vuole la
(sua?) natura per lui, non quello che vuole
lui stesso per il "bene" e per la
"verità", ossia per se stesso.
Eppure l'uomo non può volere
che il "bene", come già ammoniva
Socrate, e il "bene" non è
altro che la persuasione di sé.
Se l'uomo finisce per volere il "male",
è una falsa volontà che egli esprime,
e in realtà è la (sua?) natura
che lo sta traviando, magari illudendolo che
lì, nel male, egli provi piacere
- ovvero sempre e solo piacere determinato,
mai il suo piacere, il piacere di essere
qui e ora persuaso di sé. La
retorica è l'avallamento della violenza
della natura, se non è addirittura un'altra
faccia della natura stessa.
In
fondo, c'è poco da meravigliarsi delle
guerre o delle catastrofi nucleari ed ecologiche:
è la (nostra?) natura a volerle per noi,
perché esse sono figlie della ricerca
del "piacere", dell'universale bisogno
di continuazione che sta nell'atomo di cloro
come nell'uomo più intelligente del mondo.
Non è un paradosso affermare che discorsi
come quello di Michelstaedter sono gli unici
a postulare una "vita che vive" profondamente
- una vita profonda e libera volta
al superamento dell'uomo. Questo genere di discorsi
è sempre fondato su quello che Socrate
nel Gorgia definisce ragionamento.
Il ragionamento non appartiene a noi:
non sta in me, in te o in quell'altro. Ognuno
ha la sua parte di ragionamento che
deve mettere insieme alle altre affinché
sia alla fine completo il "discorso
comune". Invece le opinioni e le credenze
- e io aggiungerei le specializzazioni scientifiche
- è come se fossero pezzi di un ragionamento
lasciato incompleto, pezzi che si illudono di
esser da soli tutta quanta una verità.
Tali pezzi di ragionamento, infatti,
da quello scientifico a quello delle opinioni
più variegate, sono sempre e soltanto
al servizio del "piacere" e quindi
della natura e della "vita che vive per
continuare" - e allora: della morte (e
non potrebbe essere diversamente). Invece, cercare
il "bene" - la "persuasione"
- è un'attività contro natura,
perché è il più grande
affronto che un uomo possa fare al suo destino.
Ma
per avere più chiare e vivide molte delle
cose di cui si è qui modestamente parlato,
bisognerebbe leggere anche le poesie di Carlo
Michelstaedter, che con La persuasione e
la rettorica formano un armonico e, a mio
avviso, indivisibile dittico. Nelle poesie,
soprattutto in quelle scritte negli ultimi due
anni, Michelstaedter mette tutte le sue idee
antiche alle quali ho appena rifatto
il verso, e le mette con una metrica che
fa somigliare i componimenti a misteriose litanie
o cori tragici. Non ho intenzione, anche perché
non saprei, approfondire qui il discorso riguardo
alla poesia, ma credo che Michelstaedter abbia
ascoltato ed elaborato a lungo questo suo particolare
ritmo poetico molto ben piantato e pensato,
mai occasionale, perfettamente adeguato ai temi
svolti - alla "retorica", diciamo
così, del "dolore". Quello
che hanno in comune le poesie con il discorso
filosofico è proprio un andamento fluido
ininterrotto, monocorde, modale, che tuttavia
proprio per questo suscita sempre un incanto
ipnotico, simile a volte a quello delle cantilene
infantili, con improvvise accensioni e immagini
illuminanti.
Difficile
rintracciare leziosismi o gratuità nelle
poesie di Michelstaedter - ripeto, soprattutto
in quelle degli ultimi due anni. Una cosa importante,
forse, è leggere queste poesie ad alta
voce, ma senza "recitarle troppo"
- per far sentire la sospensione tra cantilena
e litania, e per marcare la percussione ossessiva
sui temi sapienziali, che avvicina testi come
Il canto delle crisalidi, I figli
del mare o All'Isonzo ai testi
profetici o ai responsi degli oracoli, o comunque
alle voci divaganti di tutti coloro che nella
vita hanno inseguito con abnegazione cose "impossibili"
e "inutili" che comunque riuscivano
a intravedere vicine alla propria anima, pur
essendo esse perdute in chissà quale
lontananza.
Probabilmente,
proprio inseguendo qualche pensiero troppo lontano,
rifiutando definitivamente ogni retorica - "rifiutando
l'offa di parole vuote" - Michelstaedter
venne infine "a ferri corti con la vita"
(129), e si uccise sparandosi un colpo di pistola
a ventitre anni, il 17 ottobre del 1910, il
giorno dopo aver terminato la stesura delle
Appendici critiche a La persuasione
e la rettorica. Forse è tutta qui
la sua "onestà" - ovvero è
proprio l'"onestà" il pensiero
troppo lontano inseguito caparbiamente: l'"onestà"
dei persuasi, non dei moralisti.
"Ma
di lui con le mie empie parole non ho più
che dire" (109).