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ZIB II serie
 Zibaldoni
 La persuasione senza la retorica
  di Enrico De Vivo

di Gian Ruggero Manzoni"... ché ogni uom manifeste le tenebre arcane
conosca e vicine le cose lontane".
Carlo Michelstaedter, A Senia


Vi sono due vite: la vita che continua
e cerca la continuazione a ogni costo;
e la vita che vive, che cerca solo se stessa, infaticabilmente.
La vita che cerca la continuazione va verso la morte,
attraverso il soddisfacimento dei bisogni e gli inganni del piacere.
La vita che vive è
persuasa di sé in ogni momento e in ogni luogo -
e non può morire perché non ha (più il) tempo per morire.
Il
persuaso è colui che si è fatto capace.





         Mi sono accorto che ci sono testi che esercitano su di me una strana fascinazione, perché m'invogliano a riscriverli quasi rifacendo loro il verso. È come un bisogno di rimasticare per iscritto la "retorica" su cui sono fondati, forse per approfondirli definitivamente, oppure per assorbirli in maniera indolore. Questo tipo di testi, infatti, sono spesso testi fondati sulla "retorica del dolore", ossia su discorsi sulla vita intesa come l'unico "accidente mortale" che possa capitare all'uomo - e perciò sono testi che non ammettono mezzi termini: o vi si aderisce totalmente, accettandone la fascinazione, o si lasciano stare. Una tale fascinazione l'ho sentita per il Giobbe e l'Ecclesiaste, per lo Zibaldone leopardiano, per lo Zarathustra di Nietzsche, per Il libro dell'inquietudine di Pessoa, ma anche per Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, e per quello di cui parlo qui, La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter. Leggendo e rileggendo questi testi, ho sempre sentito la necessità di riscriverli nella maniera che dicevo: riportandone a tratti la lettera, e a tratti aggiungendo miei rifacimenti, mie espressioni e mie osservazioni - ritrovandomi infine a utilizzare una voce che non saprei dire a chi appartiene.
         Ma, a parte la "retorica del dolore", che cosa hanno in comune questi libri che mi stregano la scrittura e m'invogliano a rifare loro il verso? Non lo so, assolutamente. Posso solo intuire che forse è il loro aspetto sapienziale, profondo, sviluppato attraverso un fluente discorrere ininterrotto, monocorde ma con improvvise accensioni, che è come se s'impadronisse della mia voce e mi spingesse a ripetere, a riscrivere, a interpretare, a imitare. È solo un'ipotesi, naturalmente; per niente irrazionalistica però. Secondo me, infatti, fa parte della "retorica" dei discorsi profetici e sapienziali di questo tipo la ricerca di un interlocutore attivo, di un "siffatto vaso" che accetti di amplificare o quantomeno di replicare la lettera di quelli che sono testi aperti, dialogici come nessun altro, provvisori e indeterminati, ma soprattutto misteriosi. Solo un iniziato - privo di una voce propria, un infante - può capire (o sentire) il mistero, e per capire il mistero di libri come quelli che ho citato, bisogna accettare di entrare nel cerchio del loro stesso discorso, masticarne le stesse parole e la stessa "retorica", abbandonando la sicumera critica che obbliga alla distanza. Per questo motivo, anche la cosiddetta funzione letteraria di quello che ho scritto mi risulta ben poco definibile: secondo me, questi testi stregati hanno una funzione minore, poco sociale, essendo al limite del quaderno di appunti o della meditazione personale.
         Quello che segue è, dunque, un omaggio del genere all'opera di Carlo Michelstaedter La persuasione e la rettorica. L'ho scritto ripetendo e riportando quasi sempre le parole testuali, aggiungendone - o meglio, inserendone - solo di tanto in tanto alcune mie perché "è la retorica che mi costringe a forza a far ciò", come Michelstaedter stesso ebbe a scrivere. Valgano quindi per me, le parole che lo scrittore goriziano, immodestamente, utilizzò come incipit della sua tesi di laurea: "Io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà...".


         Alla base de La persuasione e la rettorica stanno due dialoghi platonici famosissimi: il Fedro e il Gorgia - così come al centro delle argomentazioni dello stesso libro c'è la figura di Socrate. Secondo Roland Barthes (La retorica antica), la retorica così come la pratichiamo oggi è frutto di un'elaborazione della filosofia aristotelica fondata sul "verosimile", sul "sillogismo" e, soprattutto, sulla "dialettica". "Non è forse aristotelica l'intera retorica?" - sentenzia Barthes. C'è da dire, per inciso, che lo scrittore goriziano utilizza il termine "rettorica" in senso molto esteso, che forse io stesso, a mia volta, nella "riscrittura", ho ulteriormente ampliato.
         Platone, com'è noto, parla invece di due tipi di retorica, una cattiva e una buona. Quella cattiva sarebbe quella dei sofisti, che essi si vantano di poter insegnare a tutti gli ignoranti del mondo, insegnando l'utilizzo degli strumenti della verosimiglianza ("quel che il pubblico ritiene possibile") e dell'illusione. La retorica buona è evidentemente quella di Socrate, che per la precisione si chiama "psicagogia (formazione degli animi per mezzo della parola)". La retorica buona "scarta lo scritto" - dice Barthes - "e ricerca l'interlocutore personale, l'adhominatio; la modalità fondamentale del discorso è il dialogo tra il maestro e l'allievo, uniti dall'amore ispirato. Pensare in comune, tale potrebbe essere il motto della dialettica. La retorica è un dialogo d'amore".
         I dialettici di Platone procedono in due modi che sembrano opposti, ma che in realtà rappresentano le due facce di una stessa medaglia: da una parte mettono insieme, riuniscono i dettagli in un concetto generale; dall'altra discendono dal generale verso i dettagli, verso i più piccoli particolari, "fino a cogliere la specie indivisibile". C'è un metodo per realizzare tutto questo, naturalmente, ed è il metodo maieutico che Socrate mette in pratica nei suoi discorsi. Egli dice nel Fedro: "bisogna rigirare in tutti i sensi tutti i discorsi, per vedere se non compaia da qualche parte una via più facile e più breve per giungere a quest'arte". Bisogna parlare, parlare, parlare - fino a trovare la via più facile e breve alla verità.
Tuttavia, a me sembra che l'idea di persuasione di sé che propone Michelstaedter, e che è il tema del mio scritto, sia un'idea che travolge tutto, perfino la maieutica socratica. Perciò, a partire da un certo punto, non serve davvero limitare il discorso all'"arte dei discorsi", perché il testo che ha scritto il giovane goriziano va al di là di tutte le più dotte disquisizioni e richiede un approccio spregiudicato - per cui io non ho saputo affrontarlo altrimenti che "riscrivendolo", lasciandomi invasare da esso senza ritegno.
Voglio dire che il riferimento ai dialoghi platonici serve per capire il punto di partenza di Michelstaedter. Punto di partenza utilissimo per risalire all'origine del suo pensiero, ma in sostanza corrispondente a un corpo morto rispetto all'intensificazione di un testo che - spingendosi molto al di là forse della stessa "filosofia" - predica senza posa, fino all'estremo, l'abbattimento definitivo e liberatorio di ogni retorica, di ogni violenza, di ogni discorso.
         I numeri tra parentesi indicano le pagine dell'edizione Adelphi del 1982 de La persuasione e la rettorica.

***

         Gli uomini cercano senza posa la vita - 'ten psiuchen' - ma cercandola, inesorabilmente la perdono. Perché allorché desiderano la vita e - con eroismo da bacati - si mettono a cercarla, sono già immersi nel circolo vorticoso e violento della retorica, e la vita è già diventata per loro un'immensa, immane costruzione retorica, che precipita colui che l'abbraccia verso l'abisso - come un peso che sospeso a un gancio e da esso staccato all'improvviso, per un illusorio "desiderio di libertà" (la "libertà d'esser schiavo"), non possa far altro che cadere rovinosamente e ininterrottamente verso il punto più basso, verso l'infimo assoluto.
         La vita è dunque, ineluttabilmente, niente altro che una costruzione retorica perché è sganciata da se stessa, ovvero perché è priva di persuasione, giacché "la persuasione non vive in chi non vive solo di se stesso" (42). E qui, invece, è un continuo vivere di sangue altrui, di gesti altrui, di vita altrui: anche quello che sto scrivendo, anche la carezza che faccio a mio figlio, anche il cibo che il mio stomaco (non me stesso!) chiede - sono soltanto una deviazione retorica dalla persuasione che, se solo volessimo, ci salverebbe. La retorica - l'interessata ricerca dell'altro per i propri fini, per la propria fine - è questo mettersi in relazione per cadere, è il differenziarsi per affermare una verità spicciola, conveniente. Non a caso la retorica si definisce un "mezzo" per "convincere", per raggiungere un fine che non è qui. Il persuaso, invece, è colui che ha l'estrema coscienza di essere "uno colle cose", avendo "in sé tutte le cose". La persuasione non è un "mezzo" per raggiungere un "fine", e nemmeno un "fine", bensì fine e mezzo insieme e nello stesso tempo. "Il persuaso: il dio". Il risvegliato, l'illuminato, colui che si è fatto capace, colui che non ha fine. "La 'coscienza delle cose per se stesse e non pel mio bisogno' bisogna per forza che sia tutta in un presente; e questo presente l'ultimo presente - ché altrimenti le cose non sarebbero per se stesse ma pel continuare: per un qualche bisogno" (123).
         Proprio per questo motivo "chi non ha la persuasione non può comunicarla" (San Luca). Come è possibile allora che una pubblicità possa persuadermi? Come è possibile che un politico dalla televisione possa persuadermi? Come è possibile che un articolo di un giornalista qualsiasi possa persuadermi? Se pubblicità, politici e giornalisti sono privi di persuasione, come possono pretendere di comunicarla a me? Se ci riescono, vuol dire solo che sono io a non essere ancora persuaso, ovvero che sono bisognoso di pubblicità, politici e giornalisti, e partecipo perciò semplicemente del mondo privo di verità e avvolgente della retorica, dell'universo violento che desidera illusoriamente la vita, ma non la possiede. Partecipo quindi di una falsa vita. Infatti, "ognuno gira intorno al suo pernio, che non è suo, ed il pane che non ha non può dare agli altri" (42).
         Il mondo della retorica è fondato sulla violenza: violenza del bisogno di vita, del desiderio di continuazione della medesima vita; e, a voler essere impassibili, anche colui che è persuaso non riuscirà mai del tutto a essere nel giusto perché immenso è il debito contratto nei confronti degli altri esseri e delle altre cose coinvolti nella costruzione retorica che presiede alla propria illusione di salvezza. La filosofia morale stessa è inadeguata, insufficiente. Si dovrebbe invece continuamente vivere - o vivere continuatamente - continuamente sforzarsi di rendere e sentire vicine le cose lontane, di farsi uno con esse, di avvicinare nell'attimo presente il futuro, e quindi di annullarlo, di annullarne la carica violenta e antipersuasiva. Il futuro ci chiede di agire per esso, di fare della retorica in suo nome, ancora più violentemente del passato, al quale abbiamo già dato. E così noi, seguendo il suo infernale richiamo, aumentiamo le determinazioni che ci legano ad esso, le occasioni spicciole, guaste, che ci avvicinano al punto più basso, distaccandoci dalla persuasione - che pure potrebbe esser nostra anche se rimanessimo appesi al gancio del macellaio qui fuori.


         "La vita sarebbe una, immobile, informe, se potesse consistere in un punto" e in un attimo. Ma non è così. Tutto scorre - dice Eraclito. E nello scorrere, gli esseri si afferrano alle determinazioni illudendosi così di avere coscienza della propria vita, addirittura illudendosi di "essere". Poiché prova piacere o soddisfa un bisogno, l'uomo dice: "io sono". Ma in realtà egli è "in contatto con le cose del suo amore determinato", non perché persuaso, ma perché illuso di esserlo. "Un bue non becca mai grano, ma rumina sempre fieno:... così lo guida il piacere" (50). Allo stesso modo, l'uomo "cura la propria continuazione senza preoccuparsene, perché il piacere preoccupa il futuro per lui. Ogni cosa ha per lui questo dolce sapore, ch'egli la sente sua perché utile alla sua continuazione, e in ognuna con la sua potenza affermandosi egli ne ritrae sempre l'adulazione 'tu sei'" (51). Egli non dice questo mi piace o è per me, ma questo è buono, e, così facendo, replica lo stesso errore, o lo stesso inganno, dei sofisti protagonisti del Gorgia platonico, che confondono piacere e bene. D'altronde, la sostanza stessa della retorica Socrate la definisce "adulazione". E una "cosa siffatta è turpe, Polo - precisa Socrate - perché mira al piacere senza badare al meglio; e affermo che questa non è arte, ma pratica, perché riguardo alle cose che offre, non sa rendere nessuna ragione di quale natura siano queste cose che offre, cosicché non sa dire il perché di ciascuna cosa che fa". Come la culinaria o la cosmetica, che ingannano - "adulano" - il corpo o la vista, ma non fanno il bene del corpo né dicono la verità allo sguardo. Inoltre, quanti ce ne sono che conoscono alla perfezione "quello" che dicono, sapendo altresì benissimo "come" dirlo. Eppure, chi di questi saprebbe mai dire il "perché" di quello che dice?. Quindi, relativa al mondo del piacere è la retorica, relativa al mondo della verità e del bene è la persuasione, che Socrate cerca di far scaturire dai suoi interlocutori, e non sempre ci riesce. Callicle, ad esempio, il più arcigno e violento dei retori che discutono con lui nel Gorgia, giungerà fino a dire: "Tu, Socrate, hai l'aria di chi è sicuro di non aver mai a patire nessuno di questi pericoli, come se abitassi fuori del mondo...". E nemmeno immaginerà quanto sia veritiero quello che ha appena affermato.
         
Colui che vive nel vortice del bisogno e del piacere, guidato dal piacere, non vive affatto la propria vita, ma quella che il piacere gli ha prescritto. È questa la "persuasione illusoria", o autoinganno, per la quale tutto ci sembra subordinato a un fine perduto nel tempo futuro: "la realtà è per lui le cose che attendono il suo futuro". "È così che ciò che vive si persuade esser vita la qualunque vita che vive" (52-53). Qualunque anche perché uguale e determinata in relazione a quella degli altri, inserita in un unico motore o meccanismo le cui rotelle si incrociano e incastrano nella perfetta vita sociale che annebbia ogni individualità o anelito all'individualità. Una tale persuasione è definita inadeguata perché è adeguata "solo al mondo ch'essa si finge"; e di questo mondo "tanto ne comprende, quanto ne può prendere". L'uomo, così, non vuole e non vede altro che il suo interesse.
         "Ma se mancando di se stesso nel presente egli si vuole nel futuro"... è un bel paradosso! Se egli non ha adesso le cose di cui ha bisogno, e lotta quindi per averle, non avendole egli non ha se stesso, essendo distratto dalle cose medesime che deve raggiungere. E questa è la forma assurda di infelicità perenne cui è condannato chi "vuole" o chi "deve" vivere. E in più, quanto maggiore è la determinazione, ovvero quanto più infima, maggiore, ovvero infima, è l'insoddisfazione, l'infelicità. Infatti, quanto più è attirato nel vortice del possesso delle cose che stanno nel futuro, tanto più gli sfugge il possesso attuale di sé, gli sfugge cioè la persuasione. "Così adulandolo il dio della 'filopsiuchia' ("amore alla vita, viltà") si prende gioco di lui" (55).
         Ma l'uomo privo di sé, privo di persuasione, comincia a un certo punto a dibattersi, a smaniare, a sentire un "sordo e continuo dolore", perché avverte con i primi e più profondi impulsi dell'anima e dell'istinto che questa vita non è vita, che questo scrivere non è scrivere, che questo andare non è andare. Ogni cosa che egli fa è fuori della sua potenza e trascende la sua coscienza. Capisce che sta semplicemente cadendo verso il punto più basso, che questa caduta è indipendente dal suo volere, e quasi rimpiange quando era appeso al gancio del macellaio qui fuori. Gli viene allora l'idea della fede, l'idea di delegare a qualcun altro - un altro dio, accanto a quell'altro della 'filopsiuchia' - il peso del dolore che egli non sa portare. Ma è tutto inutile, scoprirà presto che è tutto inutile. Nella notte si sveglierà sudato, con gli occhi sbarrati cercando la luce che non verrà più o che comunque non gli darà pace. Nasceranno facilmente in lui il rimorso, la noia, la malinconia, la paura, l'ira, il dolore, la "gioia troppo forte", estrema illusione di una vita colma di persuasione, ma in realtà cifra dell'esistenza svuotata di ogni potenza. "Egli sente d'esser già morto da tempo e pur vive e teme di morire". Si sente impotente di fronte a tutto, e in ogni attimo che passa, invece di vivere, muore e pensa di stare morendo, e quindi soffre: "questo dolore accomuna tutte le cose che vivono e non hanno in sé la vita, che vivono senza persuasione, che come vivono temono la morte" (59). Ma è da questo dolore che può avere inizio la ricerca della persuasione.


         "'Ti touto poiesis'; questo che fai, come che cosa lo fai? - con che mente lo fai? Tu ami questa cosa per la correlazione di ciò che ti lascia dopo bisognoso della stessa correlazione, la cui vicinanza non è in te prevista che fino a un limite dato, sicché, a te, schiavo della contingenza di questa correlazione, sia tolto tutto quando a questa cosa questa correlazione sia tolta; e tu abbia altra cosa cercare e in balia della contingenza di questa metterti? O sai cosa fai? E quello che fai, che è tutto in te nel punto che lo fai, da nessuno ti può esser tolto? Sei persuaso o no di ciò che fai?" (67)
         Io non credo che tu sia persuaso, non credo proprio. Tu piuttosto tentenni, hai paura, tremi. Temi di morire, nel momento in cui avverti - già nei primi anni della fine dell'infanzia - l'inizio della morte, e scopri così qual è la vera faccia della 'filopsiuchia'. Ormai conosci tutti gli inganni della "vita". La persuasione che ti accompagna è la persuasione illusoria che si chiama "paura della morte". E "chi teme la morte è già morto". (69)
         All'opposto, "chi vuol avere un attimo solo sua la vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa - deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l'ultimo, come se fosse certa dopo la morte; e nell'oscurità crearsi da sé la vita". (70) Allora nella stessa oscurità nella quale vede baluginare i lampi del piacere deve farsene una ragione, del proprio dolore, e resistere alla tentazione di andar dietro a ciò che è semplice schermo, che non elimina il dolore perché, così facendo, il dolore continua "sotto cieco, muto, inafferrabile" (71). È di questo dolore che bisogna farsi carico con coraggio, con nell'animo una specie di sfida, quella stessa sfida che risuona nelle parole di Itti, nella poesia I figli del mare: "Senia, il porto è la furia del mare/ è la furia del nembo più forte/ quando libera ride la morte/ a chi libero la sfidò". Colui che è in sé persuaso chiede il possesso attuale delle cose e del mondo, non lotta per il possesso futuro, che lo inserisce nella catena delle determinazioni e dei bisogni e lo consegna all'infelicità eterna.
         
Non ci sono argomenti che tengano alla filosofia della persuasione, che è l'unica filosofia praticabile, da che mondo è mondo. Tutto il resto è vanitas vanitatum. Eppure stupisce come, ogni volta che la filosofia della persuasione venga enunciata, tutto continui ad andare avanti allo stesso modo. "Pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole" (35): dopo Parmenide, Eraclito ed Empedocle, e dopo Socrate, l'Ecclesiaste, Cristo, Eschilo, Sofocle e Simonide, dopo Petrarca e Leopardi - e anche dopo Ibsen e Beethoven; e infine dopo Michelstaedter. Ma si capisce perché il mondo continua, e forse continuerà sempre, innamoratissimo della sua morte travestita con la parrucca bionda del piacere ininterrotto. Il mondo degli uomini è un mondo senza potenza, senza potenza individuale e tutto fondato sul reciproco accordo per superare ed eliminare la contingenza, non per sprofondare in essa. "Assai abbiamo da portare ognuno la nostra croce" - dicono gli uomini. In realtà, però, voi "non portate la croce, ma siete crocefissi al legno della vostra sufficienza, che v'è data, che più v'insistete e più sanguinate..." (74). Gli uomini, si sa, vogliono essere liberi di essere schiavi.
         Anzi, dicono di "avere il diritto" di essere liberi in siffatto modo. Ognuno ha un qualche diritto da rivendicare: ma sempre più si capisce che "tutti hanno ragione, ma nessuno ha la ragione" (77), perché nessuno è persuaso, nessuno si è fatto capace - appunto: nessuno se ne è fatta una ragione. Farsi una ragione non è avere ragione, ma costruirsi da sé i motivi della propria vita.
         Chi vive e agisce secondo i propri bisogni non è mai nel giusto, non può mai esserlo, perché i suoi bisogni sono fondati sempre sulla soppressione violenta dei bisogni altrui, come l'ape che fa violenza al fiore per trarne il polline. Se vogliamo, tutto nella natura è violenza - è retorica: i gesti, le azioni elementari, i bisogni minimi; e tanto più è violenza - è retorica - quando si innesta su tale violenza l'azione del pensiero e della consapevolezza umani che traspongono nel futuro quello che facciamo qui, ora. "In qualunque modo uno chieda di continuare, parlano in lui le date necessità del suo vivere, ed egli in ciò che afferma come giusto quello che è giusto per lui, nega ciò che è giusto per gli altri, ed è ingiusto verso tutti gli altri; avvenga o non avvenga che ei commetta ingiuria" (78).
         Così fin dalla nascita, e forse istintivamente, l'uomo contrae un grave debito di giustizia nei confronti del mondo e degli esseri, per cui "infinito gli resta il dovere verso la giustizia", e non si smette mai di esser giusti, è sempre troppo poco quello che abbiamo fatto per avvicinarci all'ineffabile ma luminosa verità. "Il diritto di vivere non si paga con un lavoro finito, ma con un'infinita attività" (79). Attività instancabile, senza posa - quasi un'inquietudine - energia che conduce alla quiete: "dall'attività senza fine, alla quiete infinita".


         "Attività che non chiede è il beneficio, che fa non per avere, ma facendo dà" (80). Da cui:
         primo: "Dare non è per aver dato ma per dare - Il dare per aver dato non è dare ma chiedere - Far beneficio non è dare o fare agli altri quello che essi credono di volere: far l'elemosina... vuol dire lasciare che gli altri prendano; non è dare o fare ma è subire";
         secondo: "Non può fare chi non è, non può dare chi non ha, non può beneficare chi non sa il bene" - "Non dare agli uomini appoggio alla loro paura della morte, ma toglier loro questa paura; non dar loro la vita illusoria e i mezzi a che sempre ancora la chiedano, ma dar loro la vita ora, qui, tutta, perché non chiedano: questa è l'attività che toglie la violenza alle radici";
         terzo: "Dare è fare l'impossibile: dare è avere" - vuol dire venir fuori dal giro mostruoso delle correlazioni che prevedono lui da una parte e il mondo dall'altra, che prevedono per lui la presenza di un mondo come fonte di bisogni, e anche il suo amore per esso come manifestazione di un bisogno, per quanto "nobile", "alto", "giustificato". E viceversa, da parte del mondo verso di lui. Ma egli non deve accettare che il mondo gli chieda quello che egli non chiede al mondo. "Non ci sono soste sulla via della persuasione. La vita è tutta una dura cosa. Egli deve avere il coraggio di sentirsi ancora solo, di guardare ancora in faccia il proprio dolore... Egli non deve accontentarsi di quanto ha dato anche se gli altri se ne dicano contenti", altrimenti è disonesto. Egli invece deve "essere persuaso e persuadere, avere nel possesso del mondo il possesso di se stesso - esser uno egli e il mondo" (80-81). Allora il mondo potrà, anzi dovrà, dirgli sempre di no, apparirgli come una immensa negazione di ogni sua azione, finché egli non riesca a restituire e a far sentire al mondo la vicinanza delle cose lontane, delle cose che non stanno qui perché servono a uno scopo, ma che io evoco qui perché ne ho bisogno per me stesso e per il mondo, per il mio dolore e per il dolore del mondo - come un poeta o un oracolo.
         "Reagisci al bisogno di affermare l'individualità illusoria, abbi l'onestà di negare la tua stessa violenza, il coraggio di vivere tutto il dolore della tua insufficienza in ogni punto - per giungere ad affermare la persona che ha in sé la ragione, per comunicare il valore individuale: ed esser in uno persuaso tu ed il mondo. Questo ha detto l'oracolo di Delfo quando ha detto: 'Gnoti seauton'" (85).
         
Conoscere se stesso significa dunque ammettere prima di tutto e sopra ogni cosa la propria insufficienza di fronte all'infinita potestas; ma lungi dal diventare, questa ammissione, una confessione di impotenza, colui che conosce se stesso e che in se stesso è persuaso, finalmente vede chiaro, laddove altri vede solo mistero e orrore buio. "Egli si fa sempre più sufficiente alle cose, basta sempre più profondamente all'eterna deficienza delle cose... In ogni punto dell'attualità della sua affermazione c'è la vicinanza delle cose più lontane". (87) Questa vicinanza delle cose lontane forse ha a che fare con la poesia, con le evocazioni misteriche o con la profondità della vita umana stessa, che si svolge inconsapevole sotto i nostri occhi. Ogni parola di Cristo, ad esempio, è "luminosa perché, con profondità di nessi l'una alle altre legandosi, crea la presenza di ciò che è lontano...", affinché chi ascolta "vi senta un senso ch'egli ignorava", un senso che lo commuove ed emoziona, e infine gli dona un piacere che per lui è "attuale in ogni presente", non più legato alle determinazioni e al futuro. Dovunque, dappertutto è questo piacere. Nel deserto "egli vive una vertiginosa vastità e profondità di vita" (88-89).
         E sempre e soltanto in un tale deserto - o in un tale interminato e furioso mare - l'individuo sperimenta la propria stabilità, la propria pace o quiete, arrestando il tempo illusorio degli orologi e della storia. "Ogni suo attimo è un secolo della vita degli altri - finché egli faccia di se stesso fiamma e giunga a consistere nell'ultimo presente. In questo egli sarà persuaso - ed avrà nella persuasione la pace. - 'Di' energheias es arghian'" (89).


         
Termina qui la pars costruens del discorso di Michelstaedter. La seconda parte del libro è dedicata invece all'analisi dei modi in cui si manifesta la "rettorica". Bisogna comunque dire che non esistono separazioni nette nell'opera: della retorica si parla fin dall'inizio, come della persuasione si parla fino alla fine. Una cosa soltanto risulta sempre chiara fin da subito: la persuasione, che è l'aspetto divino e immortale dell'anima umana, precede, o almeno può precedere, la retorica, che altro non è che una assuefazione dell'uomo alla (sua?) natura, per fare schermo alla paura della morte. La retorica è lo strumento della persuasione illusoria alla vita, con una analoga funzione dissimulatrice che Socrate attribuisce alla retorica dei sofisti nei dialoghi platonici Gorgia e Fedro. La persuasione, invece, è interna all'uomo, come la verità a cui Socrate invita a dar voce parlando con i suoi allievi o con chiunque altro. La persuasione è quella che viene dai "discorsi", che noi dobbiamo semplicemente cercare e aggiungere agli altri per formare il mosaico incompletabile della verità, del "discorso comune", come lo definiva Eraclito: "Io non dico le cose che dico perché le so - afferma Socrate nel Gorgia - io faccio una ricerca insieme con voi".
         La retorica, invece, è completamente esterna, estranea all'uomo (anche se offertagli dalla sua tristis noverca), è un'àncora di salvezza, una cintura di sicurezza resistentissima e inconfutabile. Ecco perché Aristotele comincerà a fondarla sul "concetto popolare" di "verosimile". Socrate, nel Fedro, forse già capiva che il "verosimile" avrebbe ben presto, e dappertutto con gran successo, surclassato la "verità": "nei tribunali... importa solo che ciò che persuade, cioè il verisimile; a questo deve fare attenzione chi vuole parlare a regola d'arte... Insomma, nel parlare bisogna andar dietro al verisimile, e al vero fare tanti saluti". Per questo motivo ogni persuasione tribunalesca è sempre "occulta", eccetto la persuasione che ci si procura da sé, come intuisce Michelstaedter.
         Dunque la retorica è destinata agli uomini da se stessi nel momento in cui essi scelgono la via ("naturale") delle correlazioni e dei bisogni, del piacere e della paura, piuttosto che la via della persuasione. Così, "la via della persuasione non è corsa da omnibus, non ha segni, indicazioni che si possano comunicare, studiare, ripetere. Ma ognuno ha in sé il bisogno di trovarla..."; laddove la retorica è unica e buona per tutti. Non esistono manuali che insegnino la persuasione di sé, come non esistono uomini che possano insegnare la persuasione, che non si insegna, poiché non esistono medici e malati, santoni e adepti, maestri e allievi: "la via della salute non si vede che con gli occhi sani e fin dove l'animo giunga" (105).
         Il sapere stesso è un insieme di costruzioni retoriche fatte da "alcuni" - dai "pensanti", dai "tecnici" (esperti) - per giustificare i "singoli" incapaci di persuasione - i "non pensanti", i "non tecnici" (non esperti). Si sta più sicuri, in questo modo, e si sta senza troppi affanni nella vita, che diventa possibile e frequentabile anche con pavidità e incapacità. Basta avere il sapere, o affermare "io so", ossia "io posso sapere". Così l'uomo si è fatto il suo migliore amico - il sapere. Tu "sai fare" romanzi, quell'altro "sa fare" tavoli, un altro "sa fare" poesie", un altro addirittura "sa fare" grattacieli - ma nessuno mai vive e basta perché si è fatto capace della verità e del proprio destino, essendo quindi capace di tutto: "il giusto è buono a ogni cosa; chi a nessuna cosa sia ingiusto sa fare ogni cosa" (88). Questa del sapere è una delle più inquietanti dicotomie umane. L'uomo "sa": "per cui sono in due: la sua vita, e il suo sapere" (97). Eccolo qui il regno schizoide supportato dalla retorica: il regno degli inferi sganciato dai paradisi della persuasione. Il regno della retorica si fonda sempre su un uomo sdoppiato, tirato per un verso dalla vita e per l'altro dal sapere. Ma entrambi sono versi sbagliati - perché il senso della verità, il vero e unitario verso continua a sfuggirgli.


         Un esempio storico (109-117). La morte meravigliosa di Socrate - il quale fu infine "né indipendente né schiavo, né felice né misero" -, ovvero dell'uomo che per amore della libertà si "sdegnava di esser soggetto alla legge di gravità, perché è questa - pensava - che ci impedisce dal sollevarci fino al sole", fu vista dall'allievo Platone, che si turbò; e pensò che bisognava escogitare qualcosa per continuare a tener fede al pensiero del maestro, che per amore della libertà era arrivato all'estremo di tutto, anche della vita, senza alcun timore. Bisognava escogitare qualcosa che ingannasse la gravità, ma "senza perdere il peso, il corpo, la vita". Fu così che nacque un globo d'acciaio privato dell'aria, un aerostato, che si sollevò tutto ardimentoso nel cielo portando con sé il nuovo maestro e i suoi allievi speranzosi. Senza correre rischi - "senza diminuir la propria vita" - i filosofi continuarono così a filosofeggiare nell'alto dei cieli, liberati dalla gravità. "Vedete come noi saliamo per la sola volontà dell'assoluto" - esclamava Platone. Ma era già un artificio retorico, il suo - era una bella idea e basta.
         Dopo Platone, venne Aristotele, che sgonfiò l'aerostato e portò così la leggerezza dell'aria celeste e dei ragionamenti lievitati sulla terra, affermando che nelle cose tutte terrestri c'è una causa e una ragione, e di queste stesse cose "predicò" il valore positivo. "E il pubblico era felice di poter dire che la merce veniva dal cielo e di potersene servire proprio come se fosse stata merce di questa terra".
         E così, "nel nome dell'assoluto sapere", ancora oggi tutti "si affaccendano a teorizzar sulle cose". Tutti, perfino un mio amico che faceva il falegname, adesso hanno le loro "teorie"; tutti sono prigionieri della retorica.


         Da Aristotele in poi, "bisogna far tesoro dell'esperienza", e ormai "la ragione ha soltanto la funzione di tener salda questa esperienza". Eppure sarebbe interessante sapere questa che cosa sia, cioè "l'esperienza sana e positiva dei sensi", come la definirebbe qualunque scienziato (121). Ma il sapore del pane qual è? Quello del primo boccone che mangio quando ho fame, o quello dell'ultimo che mangio poco prima di alzarmi da tavola?
         "'Ma noi non guardiamo le cose con l'occhio della fame o della sete; noi le guardiamo oggettivamente' - protesterebbe lo scienziato". (122) Ecco qui l'oggettività. "Eppure se 'oggettività' vuol dire 'oggettività', veder oggettivamente o non ha senso perché deve aver un soggetto o è l'estrema coscienza di chi è uno colle cose, ha in sé tutte le cose: 'en siuneches', il persuaso: il dio" (123). Il persuaso è il più oggettivo, od obiettivo, di tutti perché egli è l'oggetto, egli è anche l'oggetto che sa sentire vicino perfino da una immensa lontananza. Queste sono cose che il paladino del realismo e dell'"oggettività" non sa neanche immaginare: "Poiché egli non ha piacere dell'albero quando esso gli cresca alto e forte, meraviglia a vedersi, secondo la sua natura, ma lo riduce ad una fabbrica di legna perché è questa che gli è utile" (185). I paladini dell'"oggettività" badano a una vita ottusa dei sensi, impotente e distaccata dagli oggetti (ma non dalle determinazioni e dai bisogni, ovviamente); e la scienza procura, per una tale ottusità, strumenti di precisione che vorrebbero apparire mirabolanti, ma sono solo moltiplicazioni della potenza impotente dei sensi, non intensificazioni e avvicinamento delle cose lontane. Le cose, per la scienza e i suoi adepti, continuano a rimanere lontane, anzi sempre più lontane, giacché il metodo scientifico ammette solo la "vicinanza di piccoli scopi finiti" (130). "L'occhio nudo vede lo stesso che il telescopio o il microscopio... Degli scienziati moderni direbbe Isaia: Hanno microscopi e non vedono, hanno microfoni e non sentono" (127-128). Agli uomini - ai moderni a maggior ragione, e agli uomini del futuro ancor di più che ai moderni - manca l'"assoluta conoscenza oggettiva - nell'incoscienza"; perché manca la persuasione - perché essi patiscono "il proprio bisogno di vivere".
         Patiscono, cioè, le prese in giro del dio della 'filopsiuchia', della vita vile, che si aggrappa alla soluzione di piccoli "perché" e alla creazione di nuove "leggi" e nuovi "aggeggi" e nuove "teorie" per trovare un senso e dare una ragione a ogni punto sempre più basso che essa tocca nella sua caduta ininterrotta. Ma si sente sempre un'insoddisfazione infinita, toccando tutti questi punti - questi "risultati" - una infelicità galoppante che avvolge l'anima a ogni nuova scoperta, a ogni nuovo virtuosismo, a ogni nuova specializzazione. È l'insoddisfazione del dolore inespresso, del dolore che non trova la via del discorso di verità come nei dialoghi socratici, o come nella scrittura dissipata di Leopardi o in quella disperata del Petrarca dei Trionfi o nei versetti dell'Ecclesiaste. Il dolore di chi ama la vita vile è costretto a tacere, a mentire una felicità, a mendicare un passo avanti del "sapere" o un nuovo "ornamento dell'oscurità" che gli dia un sollievo inutile e amarognolo. Questo dolore deve giacere in un "angolo oscuro per non aver da guardare in faccia la vita e non vedere la morte" (134) - deve essere rimosso, direbbero i moderni.
         Correre dietro alle determinazioni senza vedere il generale, ovvero generalizzare senza più attenzione per i particolari minuti - tutto ciò costituisce l'estremo distacco dell'uomo da se stesso e dalla propria natura divina o persuasione, e gli scienziati non sono altri che coloro che, a nome dell'umanità intera che vuol continuare, che non può non continuare, "possono violentare la natura" (135) come vogliono. Essi, poiché devono badare alle necessità sempre più determinate e piccole, possono "tenere nei loro registri le statistiche del bene e del male", in nome della richiestissima continuazione generale. Il loro sguardo si illude di avvicinarsi sempre di più alle cose - avvicinandosi in realtà sempre di più soltanto alle determinazioni necessarie all'uomo, ossia all'aspetto delle cose "che serve" all'uomo, non alla loro bellezza assoluta, disinteressatamente.
         Un tale avvicinamento porta con sé la determinazione in ogni campo - ovviamente già a sua volta predeterminato - e in ogni dove. Tutto deve essere determinato, avere un termine, non una parola - perché il termine ha in sé l'idea del finito (e della morte), mentre la parola è sempre indefinita, immaginata. Ormai tutti usano le parole come termini, senza conoscerle, senza sapere che cosa siano o cosa significhino. Nessuno ha più idea da dove provenga o che cosa voglia la parola che ha in bocca, ma tutti sanno che gli scienziati o gli studiosi o gli esperti l'hanno determinata e resa inevitabile, e allora va bene. Va bene per trascinare avanti la vita. "I termini tecnici danno una certa uniformità di linguaggio agli uomini. Invano sognano i fautori delle lingue internazionali create con intenzione. La lingua internazionale sarà la lingua dei termini tecnici: degli abbellimenti dell'oscurità" (135). In questo modo - suprema affermazione della retorica - gli uomini "se non riusciranno a intendersi certo giungeranno ad intendersela", in nome di quella "comunella di malvagi" a cui tende inesorabilmente ogni società umana, quanto più futura e progressiva possibile.

         "... di molti
         tristi e miseri tutti, un popol fanno
         lieto e felice...
"
         
(Giacomo Leopardi, Palinodia al marchese Gino Capponi, vv. 203-205)

         Gli uomini "si son fatti una forza della loro debolezza, poiché su questa comune debolezza speculando hanno creato una sicurezza fatta di reciproca convenzione. È il regno della rettorica". È il regno dei diritti e dei doveri, e di tutto quanto abbia partorito l'umana socievolezza, l'umano bisogno di continuare la vita. "Questa sicurezza delle cose necessarie sta nella forza sufficiente per assicurarsi nel futuro l'affermazione delle proprie determinazioni di fronte a tutte le altre determinazioni (forze) estranee e nemiche". Per specificare, dobbiamo distinguere tra cose e uomini, per cui "la sicurezza significa: Primo: violenza sulla natura - lavoro; Secondo: violenza verso l'uomo - proprietà" (146).
         Io colgo il frutto e violento la pianta; uccido l'animale; quindi passo al mio simile: lo subordino alla mia sicurezza, lo faccio schiavo. "E questo, lo schiavo, è materia di fronte al padrone, egli è una cosa" (147). La sua schiavitù, tuttavia, è relativa. A che cosa? Alla sua volontà di vivere, al suo bisogno di continuare. "Lo schiavo che non ha più bisogno del futuro è libero, poiché non offre più presa alla persuasione della violenza padronale". L'uomo che non ha bisogno più della gravità, si alza in volo verso il cielo. L'uomo che non ha più bisogno di essere persuaso da alcuno, è persuaso di sé e da sé. Padrone e schiavo: "uniti: sono entrambi sicuri - staccati: muoiono entrambi: ché uno ha il diritto ma non la potenza del lavoro: l'altro la potenza ma non il diritto" (148).
         E questa dialettica dipende sempre dalla stessa logica: perché ognuno vede nell'altro soltanto ciò che gli è utile alla propria continuazione, essendo incapace di veder nell'albero soltanto la bellezza del fiorir delle foglie e dello spuntar dei rami, e quindi di essere visto egli stesso dall'albero come bellezza che spunta e fiorisce. La società fa di questa debolezza dell'uomo a essere persuaso di sé il fondamento della propria esistenza. Anzi, la società ha bisogno di gente che sia assolutamente incapace di esser persuasa di sé, di deboli che si fanno forti nelle determinazioni infime e meschine, ma che non sanno intensificare i propri sensi. Al fine di scoraggiare qualsiasi tendenza alla persuasione ecco "quel capolavoro di persuasione che è il codice penale" (151). Vuole esser sicuro? Allora l'uomo deve poter dire: "questo è mio". E per poter dir questo egli si rende schiavo "attraverso il proprio futuro del futuro di tutti gli altri: egli è materia (la proprietà mobile)". L'uomo si mette così in un circolo vizioso terribile, alienante e reificante, che gli impedisce in qualsiasi momento di essere persuaso di sé. Per la precisione: glielo vieta. "Ogni altra volontà è schiava del suo futuro. Tutto è materia per la sua vita... E non c'è maggior potenza di quella che si fa una forza della propria debolezza". (152) Tutti accettano con tranquillità d'animo la "cambiale della società".
         Ma "tutti i progressi della civiltà sono regressi dell'individuo" (156). Per rendersene conto basta riflettere profondamente il pentalogo dell'uomo sociale, che è agli antipodi di ogni individualità persuasa di sé.
         1 - "Non impegnarti con tutta la tua persona";
         2 - "Distingui fra teoria e pratica";
         3 - "Prendi la persona della sufficienza che ti è data";
         4 - "Misura i doveri coi diritti";
         5 - "Informati a ciò che è convenuto" (160).
         Grazie a queste regole, l'uomo sociale è sollevato dal pensare da solo, e soprattutto è sollevato dal pensare alla giustizia e dal considerare in ogni momento qual è la strada che è suo dovere percorrere. Infatti, "egli è sotto tutela - non ha voce" e deve solo badare a procedere per il sentiero che gli è stato preparato: "dove conduca non è cosa sua" (160). Questo sentiero è fatto di luoghi comuni, naturalmente, e non potrebbe essere altrimenti: egli delle cose che incontra lungo la strada non può sapere nulla. "Questo solo sa, se gli son dure o tenere", ossia se servono o meno alla propria continuazione.
         L'uomo sociale, così ridotto, è simile a un bambino che una mamma premurosa non ardisca di lasciar camminare da solo. "Ma quanto uno vuol camminar sulle sue gambe, tanto deve sanguinar le sue parole, poiché 'egli è cieco senza patria, miserabile se concede alle frasi fatte' (Carlyle)" (171). Purtuttavia, la retorica organizzata in sistema dà e darà sempre più frutti gustosissimi, e "si vedrà ogni uomo curante solo della sua vita, negando così 'to eautu meros' ogni altrui vita, aver dagli altri quanto voglia e viver verso loro sicuro come se solo amore degli altri lo tenesse... ognuno, socialmente ammaestrato, volendo per sé vorrà per la società, ché la sua negazione degli altri sarà affermazione della vita sociale. - Così ogni atto dell'uomo sarà la rettorica in azione, che oscuro per lui stesso gli darà quanto gli serva" (172-173). Esempio: "la lingua arriverà al limite della persuasività assoluta, quello che il profeta raggiunge col miracolo - arriverà al silenzio quando ogni atto avrà la sua efficienza assoluta... Prima di giungere al regno del silenzio ogni parola sarà un 'ornamento dell'oscurità': un'apparenza assoluta, un'efficacia immediata d'una parola che non avrà più contenuto che il minimo oscuro istinto di vita. Tutte le parole saranno termini tecnici quando l'oscurità sarà per tutti allo stesso modo velata, essendo gli uomini tutti allo stesso modo addomesticati. Le parole si riferiranno a relazioni per tutti allo stesso modo determinate... Gli uomini si suoneranno vicendevolmente come tastiera. Allora sì avrà buon gioco chi vorrà scriver una rettorica. Ché la vita dell'uomo sarà davvero la divina 'mesotes' che dalla notte dei tempi futuri rifulse all'anima di Aristotele. Gli uomini parleranno, ma nessuno dirà niente" (173-174).
         A livello sociale non esiste un punto d'inizio di tutto questo pervasivo processo di dissimulazione della persuasione, anche se fin da piccoli viene esercitata sui bambini la peggior violenza sotto la maschera dell'affetto e dell'educazione. "Così anche il piccolo uomo non ha piacere del suo compagno quando questi cresca forte e sano e sicuro secondo la sua natura, ma con l'arma della società mutilandolo, così lo foggia perché egli gli produca cose utili al suo corpo" (185-186).
         Tutto deve convogliare verso l'utile sociale, e i bambini devono capirlo presto, e sapere che da una parte c'è il dovere, dall'altra il piacere, e così via. Se studi, avrai il dolce - oppure: se studi, diventerai un gran chirurgo. E così la dolcezza, l'altruismo saranno per sempre collegati, in lui, all'onere dello studio, e lo studio sarà appunto nient'altro che un onere, mai un'occasione di libertà e di persuasione di sé. Studiare sarà necessario per poter giocare, e il piacere sarà il biscottino che si getta al cane quando avrà eseguito bene il suo esercizio nel circo della vita. Mai questo cane proverà piacere mentre studia, mai si sentirà incolpevole mentre mangia il biscottino. La sua vita sarà condannata alla separazione e all'infelicità. Ma soltanto "così ne potremo fare un degno braccio irresponsabile della società" (188).


         Su queste osservazioni antipedagogiche - che riportano curiosamente tutto il discorso all'infanzia, e perciò andrebbero approfondite - si chiude il testo dal quale abbiamo imparato che l'uomo è condannato dalla (sua?) natura a soddisfare i bisogni e a inseguire il piacere per continuare a vivere, benché sia proprio il piacere - che egli asseconda attraverso la retorica eretta a sistema - a condurlo alla morte. L'uomo cerca il "piacevole" - ma il "piacevole" lo uccide. Non cerca il "bene" o la "verità" - che Michelstaedter chiama "persuasione" - che lo salverebbero; bensì il "piacevole" - che è quello che vuole la (sua?) natura per lui, non quello che vuole lui stesso per il "bene" e per la "verità", ossia per se stesso. Eppure l'uomo non può volere che il "bene", come già ammoniva Socrate, e il "bene" non è altro che la persuasione di sé. Se l'uomo finisce per volere il "male", è una falsa volontà che egli esprime, e in realtà è la (sua?) natura che lo sta traviando, magari illudendolo che lì, nel male, egli provi piacere - ovvero sempre e solo piacere determinato, mai il suo piacere, il piacere di essere qui e ora persuaso di sé. La retorica è l'avallamento della violenza della natura, se non è addirittura un'altra faccia della natura stessa.
         In fondo, c'è poco da meravigliarsi delle guerre o delle catastrofi nucleari ed ecologiche: è la (nostra?) natura a volerle per noi, perché esse sono figlie della ricerca del "piacere", dell'universale bisogno di continuazione che sta nell'atomo di cloro come nell'uomo più intelligente del mondo. Non è un paradosso affermare che discorsi come quello di Michelstaedter sono gli unici a postulare una "vita che vive" profondamente - una vita profonda e libera volta al superamento dell'uomo. Questo genere di discorsi è sempre fondato su quello che Socrate nel Gorgia definisce ragionamento. Il ragionamento non appartiene a noi: non sta in me, in te o in quell'altro. Ognuno ha la sua parte di ragionamento che deve mettere insieme alle altre affinché sia alla fine completo il "discorso comune". Invece le opinioni e le credenze - e io aggiungerei le specializzazioni scientifiche - è come se fossero pezzi di un ragionamento lasciato incompleto, pezzi che si illudono di esser da soli tutta quanta una verità. Tali pezzi di ragionamento, infatti, da quello scientifico a quello delle opinioni più variegate, sono sempre e soltanto al servizio del "piacere" e quindi della natura e della "vita che vive per continuare" - e allora: della morte (e non potrebbe essere diversamente). Invece, cercare il "bene" - la "persuasione" - è un'attività contro natura, perché è il più grande affronto che un uomo possa fare al suo destino.
         Ma per avere più chiare e vivide molte delle cose di cui si è qui modestamente parlato, bisognerebbe leggere anche le poesie di Carlo Michelstaedter, che con La persuasione e la rettorica formano un armonico e, a mio avviso, indivisibile dittico. Nelle poesie, soprattutto in quelle scritte negli ultimi due anni, Michelstaedter mette tutte le sue idee antiche alle quali ho appena rifatto il verso, e le mette con una metrica che fa somigliare i componimenti a misteriose litanie o cori tragici. Non ho intenzione, anche perché non saprei, approfondire qui il discorso riguardo alla poesia, ma credo che Michelstaedter abbia ascoltato ed elaborato a lungo questo suo particolare ritmo poetico molto ben piantato e pensato, mai occasionale, perfettamente adeguato ai temi svolti - alla "retorica", diciamo così, del "dolore". Quello che hanno in comune le poesie con il discorso filosofico è proprio un andamento fluido ininterrotto, monocorde, modale, che tuttavia proprio per questo suscita sempre un incanto ipnotico, simile a volte a quello delle cantilene infantili, con improvvise accensioni e immagini illuminanti.
         Difficile rintracciare leziosismi o gratuità nelle poesie di Michelstaedter - ripeto, soprattutto in quelle degli ultimi due anni. Una cosa importante, forse, è leggere queste poesie ad alta voce, ma senza "recitarle troppo" - per far sentire la sospensione tra cantilena e litania, e per marcare la percussione ossessiva sui temi sapienziali, che avvicina testi come Il canto delle crisalidi, I figli del mare o All'Isonzo ai testi profetici o ai responsi degli oracoli, o comunque alle voci divaganti di tutti coloro che nella vita hanno inseguito con abnegazione cose "impossibili" e "inutili" che comunque riuscivano a intravedere vicine alla propria anima, pur essendo esse perdute in chissà quale lontananza.
         Probabilmente, proprio inseguendo qualche pensiero troppo lontano, rifiutando definitivamente ogni retorica - "rifiutando l'offa di parole vuote" - Michelstaedter venne infine "a ferri corti con la vita" (129), e si uccise sparandosi un colpo di pistola a ventitre anni, il 17 ottobre del 1910, il giorno dopo aver terminato la stesura delle Appendici critiche a La persuasione e la rettorica. Forse è tutta qui la sua "onestà" - ovvero è proprio l'"onestà" il pensiero troppo lontano inseguito caparbiamente: l'"onestà" dei persuasi, non dei moralisti.
         "Ma di lui con le mie empie parole non ho più che dire" (109).

 

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