
71
Leggendo
lo Zibaldone di Leopardi, rifletto sul
rapporto poesia-prosa. Esso è assai complesso,
poiché da una parte l'una e l'altra vuol
essere padrona in casa sua, e dall'altra universalmente
si riconosce che qualche relazione tra le due
ci deve pur essere. Propongo pertanto di dare
a Cesare quel ch'è di Cesare e a Dio
quel ch'è di Dio. Vivano pure separatamente,
come libera chiesa in libero stato. Io chiuderò
un occhio e anche due sulle loro bizzose dispute
e tresche. Una volte misconosciute le loro ragioni,
la supponenza di costoro diminuirà, e
in cambio aumenterà la loro complicità,
cosa in sé fruttifera.
72
Bisogna
bruciare molti libri, prima di scriverne uno.
Una grande opera nasce dalle ceneri di molti
libri, ed è fiamma di fuoco che li consuma.
Invero è proprio questa la tradizione,
poiché la traditio lampadis porta
con sé un fuoco perenne che brucia i
libri inutili, e così si rinnova. Da
questo puoi dedurre la necessità dei
libri inutili, ma anche l'importanza del bruciarli.
Si legga la storia di come il curato, la nipote
e il barbiere brucino i libri di Don Chisciotte,
salvando solo quelli degni d'essere letti (c'è
anche l'Ariosto, tra i libri salvati).
73
Definizioni.
Il malinconico e l'umorista. R. Klibansky, E.
Panofsky, F. Saxl, Saturno e la melanconia,
Einaudi, Torino 1983, p. 22:
"Sia
il melanconico che l'umorista si nutrono della
contraddizione metafisica tra finito e infinito,
tempo ed eternità, o comunque si voglia
chiamarla. Entrambi hanno in comune la caratteristica
di ottenere piacere e dolore dalla coscienza
di questa contraddizione. Il melanconico soffre
anzitutto della contraddizione tra tempo e infinito,
pur attribuendo, contemporaneamente, un valore
positivo al suo dolore sub specie aeternitatis,
in quanto sente che proprio attraverso la sua
melanconia partecipa dell'eternità. L'umorista
è invece anzitutto divertito della stessa
contraddizione, ma nello stesso tempo depreca
il suo divertimento sub specie aeternitatis,
in quando si rende conto di essere incatenato
per sempre alla realtà temporale. Di
qui si può comprendere come nell'uomo
moderno l'umorismo, col suo senso della limitazione
dell'Io, si sia sviluppato insieme con quella
melanconia che aveva finito con l'essere un
senso esaltato dell'Io. Anzi, si poteva fare
dell'umorismo sulla melanconia stessa, e così
facendo evidenziarne anche di più gli
elementi tragici. Ma si comprende anche come,
una volta che questa forma di melanconia venne
ad essere chiaramente definita, il frivolo uomo
di mondo se ne sia servito come di un facile
mezzo per nascondere la sua vacuità e,
così facendo, abbia prestato il fianco
alla derisione, in fondo altrettanto facile,
dell'autore di satire".
74
Senso
di impudicizia nel parlare della propria poesia,
recitandola a voce alta, ma più ancora
spiegandola a voce, nel tentativo di riferirla
a situazioni concrete della propria vita reale:
sentimento provato vedendo in televisione Bertolucci
intervistato, che recita maldestramente i propri
componimenti, mentre studenti ben educati lo
stanno ad ascoltare senza fiatare, ma visibilmente
imbarazzati. In realtà solo la poesia
spiega la poesia. E già la prosa rischia
di essere impertinente. Infine, a ciascuno il
suo mestiere: il poeta scriva, l'attore reciti.
Con ciò non escludo che le due capacità
possano convivere nella stessa persona.
75
In
Ombre dal Fondo, Torino, Einaudi, 1997,
la Corti fa il punto sull'ormai trentennale
"Fondo manoscritti di autori moderni e
contemporanei" di Pavia. La Corti naturalmente
è orgogliosa della sua creatura, e non
lo nasconde. Si legga l'explicit fortemente
patetico:
"Poi
si chiude in modo energico la vetrata che dà
sul cortile sforzesco; e dentro il Fondo, calato
il sipario, regna il silenzio. Le ombre sono
risalite nella loro eternità e dentro
il Fondo tutto è perfettamente in ordine
per i visitatori dell'indomani".
Si
colga la segreta emozione che promana da questo
finale e denota l'animo gentile della Corti.
Inoltre, a p. 86, sull'importanza degli epistolari,
si legge:
"C'è
da sperare nel futuro. Sì, perché
non è solo questione di dire: to', che
notizia interessante, non sapevo che Caio conoscesse
Sempronio, si vedessero ogni tanto. No, la questione
è un'altra: c'è negli epistolari
un'atmosfera personale e unica, una voce da
cogliere, una momentanea poesia del vivere,
quella di cui la maggior parte della gente,
sebbene non lo sappia, è priva".
76
Il
diario - secondo Blanchot - è in sé
qualche cosa di futile, di accidentale e non
sostanziale, non è un'opera, ma un surrogato
di opera. Questo non vuol certo dire che scrivere
un diario non serva a nulla, perché il
diario, col suo cumulo di materiali informi,
può essere la linfa dell'opera, il luogo
della sua maturazione, della sua incubazione.
77
Per
Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente,
Longanesi, Milano 1970, 50, l'incinerazione
funebre è "un atto simbolico di
distruzione, della solenne distruzione di ogni
durata storica".
78
Nadia
Fusini, Due volte la stessa carezza.
La facilità con cui avvio e proseguo
la lettura di questo romanzo mi insospettisce,
e favorisce in me il giudizio sull'estrema artificiosità
del modo in cui il romanzo è costruito.
Ma qui l'artificio non nasce da un istinto vitale,
dalla necessità di raccontare, ma da
uno studio a tavolino delle strutture letterarie
del racconto. La scrittrice rivela la professoressa.
Si ha l'impressione che tutto sia stato meditato,
che nulla sia lasciato al caso, che si abbia
a che fare con un automa e non con un organismo
vivente. Ma non è solo un'impressione.
Il fatto è che la Fusini gioca coi sentimenti,
e io questa speculazione non la sopporto.
79
Curiosità.
"Fabio Paolini, medico udinese, pubblica
a Venezia nel 1589 un poderoso volume in sette
libri intitolato Hebdomades, sive septem
de septenario libri, habiti in Uranicorum Academica
in unius Vergilii versus explicatione. "Il
verso dell'Eneide da cui prende il via
la poderosa costruzione è quello in cui
si dice che Orfeo "obloquitur numeris septem
discrimine vocum1 (VI, 646)" ".
La notizia è in Lina Bolzoni, L'allegoria,
o la creazione dell'oscurità, in
"L'asino d'oro", II, 3, maggio 1991,
p. 56.
80
Giacomo
Leopardi, Zibaldone di pensieri, 29,
sul rapporto tra poesia e prosa:
"Ottimamente
il Paciaudi come riferisce e loda l'Alfieri
nella sua Vita, chiamava la prosa la nutrice
del verso, giacché uno che per far
versi si nutrisse solamente di versi sarebbe
come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare,
quando il grasso degli animali è la cosa
meno atta a formare il nostro, e le cose più
atte sono appunto le carni succose ma magre,
e la sostanza cavata dalle parti più
secche, quale si può considerare la prosa
rispetto al verso".
81
Definizione
di problema etico in U. Eco, La combinatoria
dei possibili e l'incombenza della morte, in
Sugli specchi e altri saggi, Bompiani, Milano
1985, p. 197:
"Giudico
etico ogni problema di fronte alla irresolubilità
del quale un uomo potrebbe commettere suicidio".
82
M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto, IV,
Mondadori, Milano 1993, p. 577:
"La
vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata,
la sola vita, dunque, pienamente vissuta, è
la letteratura".
83
Checché
se ne dica, di De Felice ammiro la perseveranza,
la pertinacia, e la sua capacità di seguire
le vicende mussoliniane in un contesto sempre
più ampio, tanto che la sua narrazione
sembra aprirsi proprio a ventaglio. Tipico esempio
di come un'opera acquisti la sua struttura per
necessità interne, e non per imposizioni
esterne. De Felice si è dovuto confrontare
con un soggetto (Mussolini) il cui raggio d'azione
s'è allargato dai primi esordi romagnoli
alla dittatura; l'opera ne ha seguito le orme,
allargandosi a raggiera. De Felice, come tutti
gli storici che si rispettino, non è
solo uno storico, ma un vero artista, con tutti...
i suoi difetti d'artista.
Il
difetto principale è quello di aver voluto
perseguire a tutti i costi il progetto della
biografia, quando invece la sua opera risponde
bene alla storia del fascismo. Ma felix culpa!
verrebbe da dire, se occorreva per la nascita
di questa grande opera. Nei grandi artisti,
difatti, l'errore è sempre un elemento
dell'opera. Bisogna diffidare dei meccanismi
troppo perfetti. Vedi quando detto a proposito
della Fusini.
84
Franco
La Cecla, Perdersi. L'uomo senza ambiente,
Laterza, Roma-Bari 2000 [1988], pp. 11-12, descrive
l'espanto:
"Si
tratta qui della estraneità di un luogo.
L'estraneità promette apparizioni, ambiguità,
spavento, confusione, pericolo. Così
il paramo, la distesa, a mezza montagna, dei
cespugli battuti dal vento freddo delle Ande,
è per gli Indios Quechua della zona di
Cayambe in Ecuador, il luogo in cui è
più facile essere vittima di un espanto,
un contagio dei luoghi, una malattia dell'anima
e del corpo, uno spavento che ti si attacca,
una tristezza, melanconia, un malanno che va
curato con pratiche particolari dai curanderos
locali.
E
negli llanos di Cunaviche, nella savana venezuelana
prendono corpo altri espantos. Chi va per la
savana, per i suoi orizzonti vasti e soprattutto
vaghi, nel silenzio e nella solitudine, nel
caldo e nella luminosità vivissima, perde
un oggettivo rapporto con le cose e vive in
una dimensione senza contorni definiti. La densa
atmosfera della pianura dà allora corpo
agli espantos de agua y de tierra.
Si
può incontrare l'"anima sola"
che va gemendo e pregando per il llano e che
corre avanti all'auto di chi la scorge. O si
può udire la llorona, la piangente, o
il ritmo cadenzato di un remo, un ritmo ripetuto
all'infinito, proveniente dal punto in cui si
dice sia morto un llanero nel rovesciamento
della sua imbarcazione. Gli espantos sono fenomeni
di sgomento, ma anche di una estraneità
che si condensa finalmente in qualcosa di sperimentabile
(Silvano D'Alto, 1984)".[La citazione è
da Silvano D'Alto, La savana, spazio e tempo,
i llanos del Venezuela a Cunaviche, Bulzoni
Roma 1984.
A
p. 128, ecco una frase che potrebbe costituire
un commento originale ad un corso di geografia:
"Noi
siamo carne e geografia. Lo spazio è
una condizione necessaria alla costruzione della
nostra identità e quanto più veniamo
allontanati dalla diretta manipolazione di esso
tanto più la nostra identità si
fa scialba, perde interesse anche per noi stessi.
La bellezza del mondo serve a costituire la
varietà degli umani, la sostanza di colori,
odori, memorie, sogni e nuvole. Qualunque altra
maniera di costituire l'identità, se
non è tappezzata dai paesaggi, dalle
terre e dalle acque circostanti risulta magari
più regolare, più ramificata,
ma molto meno ambigua, variegata e piena di
sorprese. Così è vero che uno
può crescere in un paesaggio virtuale,abituare
le sue metafore alle reti informatiche, diffondersi
dalla tastiera dei computer nel vasto mondo
dei contatti, ma il suo corpo, anche se diventa
sottile ed efficace, perderà la goffaggine
e la terrestrità che ci consente di essere
cugini delle lucertole e parenti dell'argilla".
85
Ogni
poeta d'oggi dovrebbe studiare a fondo la lezione
di Leopardi. Il canto leopardiano, sia pure
spezzato dalle interrogazioni del poeta, dalla
sua incalzante riflessione, è un canto
che riesce a conquistare gli spazi aperti; al
poeta è concesso ancora - almeno nello
spazio dell'idillio - di sentirsi in armonia
con la natura, salvo poi gridare la propria
disperazione, laddove i fini della natura e
dell'uomo divergono. L'idillio in Leopardi è
ancora possibile. L'idillio può essere
conquistato a caro prezzo, al prezzo cioè
della più profonda disperazione e solitudine.
Come
potrà essere il canto del poeta d'oggi?
Esso sarà il canto negato, strozzato,
impedito, dimidiato. Di esso il poeta potrà
dare l'intonazione, la melodia, che di certo
sarà tinta della nostalgia del canto
antico. Il canto del poeta moderno è
un residuo del canto antico, e il suo tono è
il rimpianto per l'impossibilità di non
poterlo levare a pieno, en plain air,
e a pieni polmoni. Anche da questo punto di
vista noi siamo umili discepoli di Leopardi,
e raccogliamo le briciole che cadono dalla sua
mensa.
Noi
cantiamo in sordina, sotto un cielo che non
dà risposte e in uno spazio che non si
commuove, per un inverosimile lettore che si
ostina a leggere le nostre parole come se fossero
le ultime che possono essere scritte e lette.
86
Sulla
poesia:
"(...)
La
poesia non è fatta per nessuno,
non
per altri e nemmeno per chi la scrive.
Perché
nasce? Non nasce affatto e dunque
non
è mai nata. Sta come una pietra
o
un granello di sabbia. Finirà
con
tutto il resto. (...)".
E.
Montale, Asor, in Diario del '72.
87
Poesie
e prosa. U. Eco, Il segno della poesia e
il segno della prosa, in Sugli specchi
e altri saggi, cit., pp. 242-259:
"Il
poeta sceglie una serie di costrizioni espressive,
e poi scommette che il contenuto, qualsiasi
esso sia, e per quanto esso potesse precedere
la scrittura, si adeguerà alle costrizioni
espressive, e tanto meglio se ne verrà
modificato. Il poeta guarda al mondo così
come le costrizioni del verso gli impongono.
Non solo, ma in tal modo guarda anche alla lingua.
Perché se la prosa, prima che un fatto
linguistico, è un fatto cosmologico,
la poesia, prima che un fatto linguistico, è
un fatto paralinguistico. In entrambi i casi
la lingua è come presa nel mezzo, e reinventata
alla luce di una delle due costrizioni. In entrambi
i casi la lingua è determinata da altri
sistemi semiotici. Non è il ritmo (sia
esso piede, metro, cadenza libera, verso secondo
l'orecchio o il respiro, cesura fissata arbitrariamente
ma in modo ciclico) che si adegua alle parole,
ma le parole che si adeguano al ritmo. Le parole
sono scelte dal ritmo. Così come
in prosa esse erano scelte dal contenuto (...)"
(pp. 253-254).
"...
la poesia appare come una modalità che
educa all'ostacolo, che tiene in esercizio il
contenuto, ovvero tiene in esercizio il pensiero,
perché si tratta di dire qualcosa di
accettabile anche se lo dice per tener fede
a una costrizione puramente espressiva. Col
che si vede che il principio di adeguazione
del contenuto all'espressione è ratio
difficillima perché (...) riesce
bene e vittorioso quando il contenuto è
sfidato a ripensarsi in modo inatteso ma non
vuoto". (p. 259).
88
Devo
confessare che mi riesce molto difficile orientarmi
nel panorama delle lettere contemporanee. Ho
paura di perdere il mio tempo. Per dirla con
Bloom, il problema non è tanto che cosa
leggere, quanto che cosa non leggere.
Si deve procedere per esclusione. Ma - questo
è il punto - seguendo quale criterio?
Probabilmente
l'unico criterio valido è quello di procedere
assaggiando qua e là, senza impegno e
senza ostinarsi a concludere la lettura. Naturalmente
leggerò per intero un libro d'autore
contemporaneo soltanto quando riterrò
- dopo le prime cinquanta pagine - che ne valga
la pena.
89
La
parola poetica in Maurice Blanchot, Lo spazio
letterario, Einaudi, Torino 1975, p. 27:
"La
parola poetica non si oppone più allora
soltanto al linguaggio comune ma anche al linguaggio
del pensiero. In questa parola non siamo più
rinviati al mondo, né al mondo come rifugio,
né al mondo come insieme di scopi. In
essa, il mondo arretra e gli scopi sono cessati;
in essa, il mondo tace; gli esseri nelle loro
preoccupazioni, nei loro progetti, nelle loro
attività, non sono più, in fondo,
ciò che parla. Nella parola poetica si
esprime il fatto che gli esseri tacciono. Ma
come avviene tutto ciò? Gli esseri tacciono,
ma è allora l'essere che tende a ridiventare
parola e la parola vuole essere. La parola poetica
non è più parola di una persona:
in essa, nessuno parla e quel che parla non
è nessuno, ma sembra che la parola soltanto
si parli. Il linguaggio assume allora tutta
la sua importanza; diventa l'essenziale; il
linguaggio parla come essenziale, e, per questo,
la parola affidata al poeta può dirsi
parola essenziale. Ciò significa anzitutto
che le parole, avendo l'iniziativa, non devono
servire a designare qualche cosa, né
a dare voce ad alcuno, ma che hanno il loro
fine in se stesse".
90
Intendo
per saggezza la conoscenza della propria misura,
che induce a evitare gli eccessi, a sottovalutare
o a sopravvalutare se stessi, e inoltre che
induce a migliorare la qualità della
propria vita gradatamente. Essere saggi significa
conoscersi, come sapevano i greci, e quindi
avere una condotta diritta, evitare gli abbagli,
le illusione, essere realisti in tutte le circostanze
della vita. Significa anche essere felici, perché
la felicità non può che scaturire
naturalmente dalla piena conoscenza del proprio
io.
91
Di
tanto in tanto si legge sui quotidiani, per
lo più d'estate, la solita indagine sui
cinque libri da salvare dalla totale distruzione
di tutto ciò che è stato scritto
dalle origini della storia dell'uomo a oggi.
Ebbene, io salverei l'Odissea, perché
contiene l'Iliade, la Divina Commedia,
perché contiene l'Eneide e la
Bibbia, le Mille e una notte e una
notte, perché contiene il Corano
e una buona fetta d'Oriente, la Recherche
proustiana, perché contiene l'Odissea,
la Commedia e Le Mille e una notte,
e infine il Pasticciaccio di Gadda, perché
ci ho fatto la tesi di laurea e me ne sono innamorato.
92
Sul
classicismo ecco quanto scrive Jean Paul Sartre,
Che cos'è la letteratura, Milano
1966, p. 68:
"Il
classicismo infatti si sviluppa quando una società
ha preso una forma relativamente stabile ed
è compenetrata dal mito della sua continuità,
quando cioè confonde il presente con
l'eterno e la storicità con la tradizione,
quando la gerarchia delle classi è tale
che il pubblico potenziale non invade mai la
sfera del pubblico reale e ogni lettore è,
per lo scrittore, un critico ufficiale e un
censore, quando l'ideologia politica e religiosa
sono così forti e le sanzioni così
severe che non si pone neanche il problema di
scoprire nuovi campi al pensiero, ma solo di
dare forma ai luoghi comuni adottati
dall'élite, in modo che la lettura
- che è, l'abbiamo visto, rapporto concreto
fra lo scrittore e il suo pubblico - diventa
una cerimonia di riconoscimento, cioè
l'affermazione formale che autore e lettore
appartengono allo stesso mondo e hanno le medesime
opinioni su ogni argomento".
93
Non
bisogna temere il confronto coi grandi del passato,
perché solo rispetto ad essi noi possiamo
misurare la nostra statura, magari il nostro
essere nani, e sapere chi siamo e qual è
il nostro valore. Inoltre, il confronto coi
grandi presuppone che noi li abbiamo studiati
e li abbiamo presi a modello, poiché
altrimenti potremmo essere tacciati di presunzione
e di velleitarismo, giustamente.
Vedi quanto scrive Bloom, Il Canone occidentale,
cit., p. 6:
"Agli
scrittori contemporanei non piace sentirsi dire
che devono competere con Shakespeare e con Dante,
eppure quella lotta è stata per Joyce
la provocazione alla grandezza, a un'eminenza
condivisa, tra i moderni autori occidentali,
solo da Beckett, Proust e Kafka".
Il
che vuol dire che bisogna superare ogni falsa
modestia che finirebbe col farci diventare ipocriti
e mediocri scrittori. Valga a tal proposito
quello che scrive I. Calvino in Lezioni americane,
p. 110:
"L'eccessiva
ambizione dei propositi può essere rimproverata
in molti campi d'attività, non in letteratura.
La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi
smisurati, anche al di là d'ogni possibilità
di realizzazione. Solo se poeti e scrittori
si proporranno imprese che nessun altro osa
immaginare la letteratura continuerà
ad avere una funzione. Da quando la scienza
diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni
che non siano settoriali e specialistiche, la
grande sfida per la letteratura è il
saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi
codici in una visione plurima, sfaccettata del
mondo".
94
Restif
de la Bretonne, Il Pornografo, Milano
1993, p. 53:
"... mentre in tutto l'universo riecheggerà
questa consolante verità: mortali, la
felicità vi attende fra le braccia delle
vostre belle compagne; l'amore, solo l'amore
può donarvi la felicità!".
E
a p. 93:
"La
distinzione tra fisico e morale non è
mai esistita nell'uomo ragionevole: per lui,
amare significa godere e godere significa amare".
95
Il
libro della Ortese, Il cappello piumato,
Mondatori, 1979, è scritto con grande
leggerezza: la sua Bettina è proprio
un essere sensibile e grazioso, una creatura
delicata e umana. Certo lo "sposo"
di Bettina appare un po' cetriolo e stenta ad
assurgere al rango di personaggio. Non convince
l'inizio, che appare un po' stentato, come stentata
è la struttura dell'intera opera. Perché
delegare a Bettina il compito del racconto in
prima persona? E' questa "ipocrisia"
che mi lascia perplesso. Un altro difetto è
l'eccesso di sensiblerie in talune pagine,
laddove Bettina troppo indulge (complice la
scrittrice) nel vagheggiamento del suo innamorato.
Insomma, il rischio è che la grazia sconfini
nella leziosità. Il libro è del
1979. Da questo osservatorio, gli anni Cinquanta
diventano lo sfondo dell'idillio. Peccato che
questo sfondo rimanga imprecisato, generico,
non convincente. Così anche i personaggi
che vi si muovono.
96
Che
cosa significhi discendere alle Madri
è presto detto. Significa accettare appieno
la propria morte, la propria finitezza, il proprio
destino di cosa mortale, e significa allo stesso
tempo saper ritornare indietro e poter dire:
io sono Dante (il personaggio), Orlando, Don
Chisciotte, Marcel (ancora il personaggio).
Ma oggi, noi, dove siamo? Su quale tratto di
questa strada siamo fermi?
97
Maria
Corti, Dialogo in pubblico, Intervista
di Cristina Nesi, Milano, Rizzoli, 1995,
p. 10, parlando delle sue letture fanciullesche,
scrive:
"Ma
forse la vita raggiunge la sua pienezza anche
con il contributo del caso".
Penso
al mio incontro con i volumi in cofanetto della
Recherche di Marcel Proust, regalati
a mio padre dai suoi alunni di terza liceale
verso la metà degli anni Settanta, messi
in bella mostra nella libreria del suo studio.
Chissà quando e dove e se li avrei mai
letti, diversamente.
98
Teorie
d'amore
"Cogliam
la rosa in su 'l mattino adorno
Di
questo dì, che tosto il seren perde;
cogliam
d'amor la rosa:
amiamo
or quando
esser
si puote riamato amando.-"
T.
Tasso, Gerusalemme liberata, XVI, 15,
vv. 5-8.
99
Critica
o invenzione?, cioè riflessione sulla
poesia o invenzione tout court (in Dante:
poesia o prosa)? Maria Corti, Dialogo in
pubblico, cit., p. 57 risponde così:
"A
un certo punto nella memoria il tempo sembra
troppo breve per contenere tante cose avvenute
dentro di noi. Ma fatalmente il destino alla
fine pare abbia la sua ragione. E così
oggi sono convinta che a chi si dà alla
narrativa può divenire persino vantaggioso
essere su un altro versante un critico, un teorico.
Può essergli utile la riflessione che
modellare secondo una struttura la materia incoerente
e vertiginosa del nostro immaginario è
arduo, ma necessario. D'altra parte l'essere
utenti in proprio dei processi inventivi dello
scrivere può favorire l'operazione critica
e quella stilistica; un vero critico dovrebbe
sempre essere nei suoi prodotti uno scrittore;
lo ha già detto Gianfranco Contini e
ce ne ha dato l'esempio.
Naturalmente
ciascuno ha dentro di sé un vigile stradale
che regola il traffico della sua mente; restando
in metafora, ogni intelletto è un luogo
mentale con le proprie regole di circolazione,
i propri sensi unici".
Penso
che questi percorsi incrociati critica-invenzione,
che la Corti individua nella sua opera, meditando
sul suo passato, siano inevitabilmente presenti
in ogni scrittore. Non c'è scrittore
degno di questo nome che non sia anche un critico,
in primo luogo della sua opera. I grandi scrittori
poi, sono quelli che fondano addirittura un'estetica,
un modo particolare di intendere la letteratura.
Penso a Dante, a Proust, a Gadda, eccetera.
100
Leggo
in R. Barthes, P. Mauriès, Scrittura,
in Enciclopedia Einaudi, XII, Torino
1981, p. 608, che in epoca romana "l'Aeneis
costava ventiquattro denari a copia, mentre
per un legionario (pagato relativamente bene)
due denari rappresentavano dieci giorni di cibo;
in termini di scrittura-merce, l'Aeneis
valeva quattro mesi di cibo".
101
Leggo
Elio Gioanola, Leopardi, la malinconia,
Jaca Book., 1995. Il critico descrive in malo
modo i genitori di Giacomo Leopardi. Essi sono
gli aguzzini dei propri figli, i carcerieri,
i carnefici. Che questa sia una verità
storicamente accertata, non si discute; ma forse
le tinte del libro di Gianola sono un po' troppo
cariche e fosche, poiché è anche
vero che il rapporto tra padri e figli è
regolato oltre che dalle disposizioni personali,
anche dai costumi dell'epoca, dalle abitudine
diffuse nel corpo sociale, eccetera. Voglio
dire che Monaldo non avrebbe potuto preordinare
il suo piano, se comunemente non fosse stata
accettata come normale l'educazione in casa
dei figli nella maggior parte delle famiglie
nobili dell'epoca, e così a discolpa
della fredda Adelaide probabilmente si potrebbe
dire che il suo carattere sarebbe stato più
dolce se non le fossero cadute sulle spalle
le incombenze dell'intera famiglia, la gestione
del patrimonio dissestato dall'incauto giovane
marito. Insomma, non mi convince troppo la tesi
d'un Leopardi vittima dei genitori.
102
Curiosità.
Il rospo. Leggo in Lina Zecchi, Pietre, Pitture,
sguardi, "il Verri" 1994, 1-2,
p. 93:
"...il
rospo è la tentazione, il demonio, la
donna, la carne, il mostro nascosto; è
il deforme ghigno del nemico che stritola trionfalmente
il cervello del saggio in meditazione. Ma nella
tradizione cinese, il rospo è amico
del saggio: gli fornisce una cavalcatura, è
l'animale tramite d'un passaggio verso la perfezione,
la trascendenza. Esattamente come la sinistra,
la "laeva pars" infera occidentale,
nefasta e portatrice di incubi in occidente,
in Cina è fausta e benigna".
103
Aforisma
Il
solletico è un gesto d'amore con un po'
d'ironia.
104
Qual
è, dunque, il ruolo della poesia nel
nostro mondo moderno? Ebbene io credo che questo
ruolo consista proprio nella negazione assoluta
e senza scampo dell'esistente, della vita reale,
dei rapporti reali tra gli uomini fondati sull'utile,
negazione che è condicio sine qua
non della poesia medesima. Sarebbe difatti
improponibile una poesia nella quale il poeta
si limitasse a negare la vita reale dell'uomo,
sottolineandone l'insensatezza, il vuoto, senza
poi darci un nuovo significato o una nuova visione
delle cose. Ma questa nuova visione delle cose
non può che nascere dalla negazione,
dalla morte del mondo. Queste cose le sapeva
bene Giacomo Leopardi quando, rispondendo ai
suoi malevoli critici, diceva che la sua poesia
non aveva nulla a che vedere con la propria
personale privata infelicità.
La
poesia non ha un ruolo, non è necessaria,
non ha importanza. Queste verità sacrosante
devono essere riconosciute prima d'ogni ulteriore
discorso. Se non ci fosse l'impiegato di banca,
bisognerebbe inventarlo, se non ci fosse il
barbiere, bisognerebbe inventarlo, se non ci
fosse il maestro di scuola, bisognerebbe inventarlo;
ma se non ci fosse il poeta, nessuno ne sentirebbe
la mancanza, poiché a nessuno veramente
sono indispensabili i suoi servigi. E difatti
non esiste la professione, il mestiere di poeta;
esiste l'appellativo generico, che non ha statuto
certo e riconosciuto, se non sulla bocca dell'ignorante
di manzoniana memoria.
Naturalmente
ammettere tutto questo non è facile,
poiché la nostra presunzione ce lo vieta.
Ma come, la poesia, somma tra le attività
dell'uomo, non sarebbe dunque necessaria, di
essa potremmo fare a meno?
Ebbene
sì, potremmo farne a meno!
La
poesia richiede un grado di civiltà che
abbia superato il concetto di mera utilità;
ecco la ragione per cui nella nostra società
il suo spazio appare assai ridotto e la sua
funzione non necessaria. La civiltà moderna,
fondata sull'utile, riconosce, senza falsi pudori,
che la poesia è inutile.
105
Sul
rapporto tra riflessione critica e invenzione
Maria Corti, Dialogo in pubblico, cit.,
p. 84 scrive:
"C'è
indubbiamente nel nostro inconscio qualcosa
che agisce, salvandoci da successive razionalizzazioni.
E' una specie di stato interiore di grazia,
un tempo chiamato ispirazione, che fa divenire
secondaria la riflessione critica".
Indubbiamente,
se ciò non fosse vero, non avremmo le
grandi opere di poesia, d'invenzione, ma solo
trattati e manuali scolastici, oppure avremmo
delle invenzioni guastate dall'intervento razionalizzante
dello scrittore.
La
riflessione critica serve a non farci incorrere
negli errori dell'invenzione "facile",
costruita a tavolino e come tale priva di vita.
La riflessione è per sua natura critica,
in quanto ci mette davanti i nostri difetti,
affinché ce ne guardiamo e ce ne emendiamo.
Poi essa deve cedere il campo, a misura che
il nostro senso critico si affina, e noi dunque
siamo vaccinati contro gli errori cui si rischia
di andare incontro nello scrivere. Allora l'invenzione
dispiegherà le sue ali, e ci farà
volare alto sopra difetti delle false invenzioni.
106
Riporto
due citazioni dalla Corti, Dialogo in pubblico,
cit. La prima, a proposito della forma diaristica,
è a p. 116:
"Quando
si lavora sui ricordi di una vita, si capisce
come è importante l'idea di tempo. Il
tempo ha la funzione di far sì che le
cose accadano con un certo ordine e ci aiuta
a ricostruire quest'ordine. Senza di esso faremmo
solo confusione. Quelli che l'hanno capito chiaramente
scrivono dei diari e si salvano così
dal dispotismo che nella memoria esercitano
certi fatti a danno di altri".
Il
diario ti costringe a un esame di coscienza
quotidiano, a una riflessione sulla vita, la
vita del pensiero, dal momento che spesso si
scrive un diario proprio quando la vita è
priva di fatti, di eventi da raccontare.
La
seconda citazione è a p. 123:
"(...)
in realtà le amicizie si reggono su occasioni,
sollecitazioni, casualità in quello spazio
limitato che è la nostra vita e in quell'altro
illimitato che è la nostra mente".
E'
un invito a riflettere sull'amicizia, sulle
sue "occasioni, sollecitazioni, casualità",
come dice la Corti. Un forte destino di precarietà
incombe sull'amicizia. Essa è fortuita,
oppure nasce da qualche nostro interesse che
ci fa ricercare un'altra persona. In ogni caso
nasce da affinità d'intenti, e dunque
da un proposito fortemente egoista (parola da
intendere priva d'ogni connotazione moralistica).
Molti
sono stati gli amici, che ora non sono più,
cui non ci rivolgeremmo nemmeno in situazione
di estremo bisogno, perché è venuto
a mancare il fondamento dell'amicizia, la comunanza
d'affetti che scaturisce dalla comunanza di
interessi.
107
Il
messaggio propositivo della poesia sta nella
poesia stessa, nella sua presenza insostituibile,
nel suo essere priva di ulteriore giustificazione,
nella sua gratuità, nel suo non essere
utile. La poesia è, e basta. Tutto ciò
che è, è per qualche cosa, in
funzione di una utilità da conseguire.
La poesia è il fare inservibile, il fare
puro, il fare dimentico del tempo e dello spazio,
la non funzionalità, simile al gesto
di un pazzo, alla fantasia del dormiente, al
sogno dell'uomo sveglio.
Leggo
in Carlo Bo, La nuova poesia, in Storia
della letteratura italiana (diretta da E.
Cecchi e N. Sapegno), Il Novecento, X,
Milano 1988, p. 74, a proposito di Sbarbaro:
"(...)
il licheno restava non solo il grande rifugio
dell'arte che si fa con se stessa. Dell'arte
che nasce sotto l'ostacolo, nella polvere, e
che soltanto la grazia dell'incontro fortuito
e dell'occhio disponibile può illuminare".
108
Giovanni
Nencioni, rispondendo a coloro che paventano
l'invadenza della lingua inglese nel nostro
sistema linguistico, nel "Corriere della
sera" del 15 febbraio 1998, Lingua Chi
ha paura dell'inglese? p. 29, scrive:
"Se,
come è prevedibile dal processo in atto,
l'inglese acquisterà il monopolio della
comunicazione informatica di livello pragmatico
facendosi, nei singoli settori, convenzionale
e formulare ad usum del delfino informatico,
non costituirà un pericolo per le altre
lingue europee. Potrà invece essere menomato
lui stesso come lingua di alta e libera cultura".
L'inglese,
dunque, dovrebbe destare qualche preoccupazione
ai linguisti, non certo l'italiano, o il francese
o lo spagnolo, eccetera. Ragion per cui Nencioni
consiglia ai giovani di imparare la lingua inglese
per le comunicazioni internazionali, per rispondere
ad un'esigenza di utilità pratico-professionale,
non certo di creazione estetica.
109
La
poesia potrebbe consistere nelle ultime parole
che possono essere dette, al di là delle
quali avremmo il non senso o l'inverosimiglianza.
Il che vuol dire che poesia è non il
discorso comune, utilitaristico e pratico, bensì
il discorso marginale, inutile, estremo, ipotetico,
non il quadro, ma la cornice del quadro. Infatti,
l'estetica non è l'economica e tanto
meno la pratica o l'etica. La poesia come depositaria
del nostro sentire, cioè di ciò
che cade sotto i nostri sensi, secondo l'etimologia
greca; ma non il mondo come comunemente appare,
che noi non vediamo neppure, data la sua ovvietà,
ma del mondo vero che solo il poeta sa vedere,
rifondando il mondo stesso, la visione che di
esso gli uomini possono avere. La cornice ha
la funzione di isolare, delimitare, sottraendolo
al continuum dello spazio, il quadro;
così la poesia concentra la nostra attenzione
sul poetico, che è il momento in cui
il reale, isolato dall'ovvietà del mondo,
appare ai nostri occhi. Epifania, dunque, se
vogliamo, ma solo entro questi limiti estetici,
propri del poeta, dentro i quali egli opera.
110
Curiosità.
Gian Carlo Alessio, Claudio Villa, Il nuovo
fascino degli autori antichi tra i secoli XII
e XIV, in Lo spazio letterario di Roma
antica, III, Roma 1990, p. 475:
"Dei
secoli precedenti il XII sopravvivono, escludendo
i florilegi, 1028 codici di autori classici;
del XII, includendo le zone di confine col secolo
precedente, l'XI, e il successivo, il XIII,
e con analoga esclusione, rimangono 1406 manoscritti".
111
La
dimensione del racconto dentro la quale Indro
Montanelli appare più felice è
quella dell'aneddoto. Ne leggo uno che ha per
protagonista un anziano e poco attraente signore,
un certo Pippo Naldi. Si legge in Incontri
italiani, Rizzoli, Milano 1982, ma l'elzeviro
risale al 1953, pp. 215-216.
"Tempo
fa un signore piuttosto anziano, con lenti folte
come fondi di bicchiere sovrastate da altrettante
folte e scapigliate sopracciglia, si presentò
da Cartier, a Parigi, in compagnia di una bellissima
ed elegantissima ragazza poco più che
ventenne.
"Vorrei
vedere" disse " qualcuna delle vostre
più belle colane di perle."
Gliene
allinearono sul banco una mezza dozzina. Il
signore le misurò con lo sguardo, poi
disse senza esitare: "Questa". Il
gioielliere sorrise di compiacenza. "E'
infatti la più bella" disse "perle
rosate." "Quanto costa?" "Trenta
milioni."
Il
signore non mosse la minima obiezione. Trasse
di tasca un libretto di assegni e ne riempì
quanti bastavano a completare la cifra richiesta.
"Ma signore" fece il gioielliere "si
tratta di una somma grossa, e io non la conosco..."
"Non ha importanza" rispose lo splendido
compratore. "Lei mandi un commesso o vada
personalmente in banca a esigere l'ammontare;
e, dopo averlo incassato, mi consegni il gioiello
al Ritz..." "Ma è mezzogiorno
e siamo di sabato: le banche hanno già
chiuso..." "Bene: rimandi l'operazione
e la consegna a lunedì: non c'è
fretta..." E il signore uscì sotto
braccio alla sua bellissima compagna.
Tornò
il lunedì, mattina, subito dopo l'apertura
della gioielleria. Cartier lo aspettava scuro
in volto e con gli assegni in mano. "Non
c'è nessun conto a suo nome, in quella
banca..." mugolò. "Lo so, sono
assegni a vuoto" rispose Naldi riprendendoli
con un dolce sorriso e facendoli in mille pezzi,
"ma questi assegni a vuoto mi hanno procurato
due fra le due notti più piene delle
mia vita...".
112
Scrive
Maurice Blanchot, Il libro a venire,
Torino, Einaudi, 1969 [1959], p. 39:
"(...)
nessuno può decidere seriamente di consacrarsi
alla sua opera, ancora meno di tenersi in serbo
per essa. L'opera esige molto di più:
che non ci si curi di lei, che non la si cerchi
come un fine, che si abbia con lei il rapporto
più profondo della noncuranza e della
negligenza".
A
p. 40: "(...) quando Lawrence, vedendo
una ragazzina giocare davanti alla cattedrale,
si domanda chi vorrebbe salvare in caso di distruzione
e si stupisce d'aver scelto la bimba, il suo
stupore rivela tutta la confusione che il ricorso
ai valori introduce nell'arte. Come se non appartenesse
alla realtà propria del monumento - di
tutti i monumenti e di tutti i libri insieme
- l'essere sempre più leggero, sul piatto
della bilancia, della ragazzina che gioca; come
se, proprio in quella leggerezza, in quell'assenza
di valore, non fosse concentrato il peso infinito
dell'opera".
Pensare
che tutti i nostri sforzi a nulla valgono, e
che anzi una certa trascuratezza sembra facilitare
la nascita dell'opera d'arte, e che questo sia
vero, molto vero, non è cosa da accogliere
almeno senza un moto di meraviglia. E tuttavia,
presto alla sorpresa subentra la convinzione
che Blanchot non bari, poiché provo questa
sensazione ogni qual volta mi capita di scrivere
qualcosa che soddisfi il mio senso estetico.
Lo stupore che mi prende dinanzi ad una poesia
di cui non avevo prima meditato contenuto e
ritmo, la meraviglia per averla scritta senza
averla cercata, forse sono motivati proprio
dall'inopinabilità dell'opera d'arte,
dal suo manifestarsi a prescindere dalle intenzioni
umane, dalla volontà. L'artista che preserva
la propria vita per produrre l'opera è
l'artista proustiano. Marcel teme per la propria
vita, in realtà teme di non portare a
termine l'opera. Ma Proust ha abbondantemente
dimostrato quanto sia effimero ed inessenziale
questo timore: la prova è la mancanza
di conclusione dell'opera sua, la sua forma,
come dice Blanchot, sferica.
113
Sulla
meraviglia, effetto che suscita l'opera d'arte,
in particolare studiata nella novella antica
e riproposta nella novella moderna, si legga
quanto scrive Gianni Celati, Elogio della
novella, Conversazione con Silvana Tamiozzo
Godmann, Fondazione Cini, Isola di San Giorgio
Maggiore, Venezia, 15 luglio 1999, pp. 318-347.
Dice Celati, p. 322:
"Nella
novella tradizionale quello che giustifica il
racconto è la rievocazione d'un fatto
memorabile, che dà meraviglia, dà
stupore, e per quello è memorabile. E
la meraviglia non ha niente a che fare con i
concetti, perché è qualcosa che
ti fa sgranare gli occhi, e proprio per questo
sfugge a una riduzione discorsiva.".
E
ancora, a p. 323: "Ad esempio, le novelle
ti dicono sempre che una ragazza è la
più bella che si sia mai vista, o un
ragazzo è il più ben fatto che
ci sia, o cose del genere. Bisognerebbe badare
a tutti questi superlativi assoluti, che trovi
negli avvii alle novelle, quando vengono presentati
i personaggi. Li trovi anche nei poemi cavallereschi,
dove quasi tutti gli eroi sono dati come imbattibili,
e le donne sono le più belle che ci siano.
Uno può dire che sono esagerazioni retoriche,
cioè iperboli. Ma quella è la
retorica della meraviglia. La meraviglia è
sempre l'idea del colmo, del massimo che ci
sia: "Mi sembra l'uomo più bello
del mondo". E' l'idea di qualcosa di abbagliante,
che si esprime sempre con un'esagerazione perché
non può essere ridotta a un modo medio
di parlare".
E'
possibile restaurare nel racconto contemporaneo
la meraviglia della novella antica? E nella
poesia, come agisce la retorica della meraviglia?
La
meraviglia è elemento costitutivo della
poesia, non tanto dopo i famosi versi del Marino,
quanto perché la poesia consente una
visione insolita della realtà, a cui
il lettore comune, preso nelle sue occupazioni
quotidiane, non pensa neppure. Dove non nasce
l'effetto-meraviglia, lì non c'è
neppure l'odore della poesia.
114
Epigrafe
per chi tiene un diario:
"Vediamo
bene perché lo scrittore possa solo tenere
il diario dell'opera che non scrive. Vediamo
anche come questo diario non possa scriversi
se non diventando immaginario, immergendosi,
con chi lo scrive, nell'irrealtà della
finzione"
Maurice
Blanchot, Il libro a venire, p. 191.
115
Riaffiorano
sulla superficie della memoria confusi ricordi
del passato: la mia mente rivede amici di cui
non so neppure se sono ancora in vita, tanto
è il tempo trascorso da quando li vidi
l'ultima volta, oppure i volti di amici di cui
ho appreso la morte prematura. Sono ombre, o
squarci di luce nelle tenebre, momentanei abbagli?
Ma già ora noi siamo ombre vaghe, confusi
ricordi nella memoria di chi ci ha conosciuto
e forse ancora ci rammenta, e luci che presto
si spegneranno quando morirà l'ultimo
superstite della nostra favola bella.
116
La
poesia non può avere nulla di espressamente
propositivo, poiché nasce dalla negazione
dell'esistente, dal nulla. Può servire
un fine, ma allora non è vera poesia,
poiché assume una funzione ancillare,
sebbene possa accadere che questa funzione non
abbia il sopravvento. Non è la prima
volta che la serva è più bella
della padrona.
I
poeti seguono la strada della poesia perché
essa è l'unica che sia riservata loro,
una strada che non porta da nessuna parte. Probabilmente,
nella struttura mentale dell'essere umano, questa
negazione ha l'unica vera funzione positiva
di convalidare, e converso, il mondo
degli uomini, in cui ognuno percorre la sua
strada con un fine e una meta precisi, senza
pensare al resto.
117
Ho
letto tutto d'un fiato ieri sera Seta
di Alessandro Baricco, edito nel 1996 da Rizzoli.
La semplicità della storia, il suo tono
in certi casi fiabesco, il linguaggio colloquiale
utilizzato, e non ultima la brevità della
storia spiegano certamente il grande successo
di pubblico, soprattutto - pare - americano.
Si avverte la mancanza di quella elaborazione
sotterranea, viscerale, che da sola può
dare, una volta che sia stata risolta in forme
letterarie compiute, il capolavoro. Si pensi
a quanta fatica, a quanto dolore e disperazione
precedano e preparino per. es. le Operette
morali di Giacomo Leopardi, e che lo scrittore
riesce a superare nella lucida, cristallina
disperazione dei suoi dialoghi. Al contrario,
Seta si legge d'un fiato, come in televisione
si consuma, in una serata, un film, e poi si
va a dormire e non ci rimane più nulla.
E allora ci accorgiamo che a monte non c'era
nulla, e che la storia non frana soltanto perché
la sua leggerezza poggia su pilastri di gomma.
118
La
p. 29 del "Corriere della sera" del
22 febbraio 1998 è dedicata interamente
a Leopardi. Francesco Fiorista, cardiologo dell'Ospedale
San Carlo di Milano, fa il punto su tutte le
malattie del giovane recanatese, Pier Vincenzo
Mengaldo recensisce un saggio appena uscito
da Rizzoli di Luigi Baldacci, Il male nell'ordine.
Scritti leopardiani. In questa recensione
dal titolo eclatante E nello "Zibaldone"
si nasconde un anticipatore di Nietzsche
leggo:
"Baldacci
ci ha detto e ripetuto inappellabilmente che
il pensiero di Leopardi è inutilizzabile:
il che vuol dire inutilizzabile entro le nostre
categorie progressive e dialettiche e, ancor
più, legate all'idea della monetizzazione
sociale del pensiero (...).
Ma
è ancora "utilizzabile" se
ci acconciamo al semplice concetto che compito
del pensiero è solo pensare, e pensare
negativamente, senza paura né per le
conseguenze sociali, né per noi stessi,
tutt'al più accettando che esiste un
pensiero speculativo che rende conto solo a
se stesso e un pensiero, per così dire,
"pratico". Del resto noi viviamo e
cerchiamo di essere gentili pur sapendo benissimo
che la vita è terribile e che noi siamo
dei cannibali".
Era
inevitabile che mi soffermassi su questo passo
conclusivo della recensione di Mengaldo, dal
momento che più volte ho riflettuto sulla
inutilità, dico io, della poesia.
Mengaldo scrive del pensiero leopardiano "inutilizzabile",
ma non credo poi che importi molto distinguere
tra poesia e prosa, perché il pensiero
leopardiano non è che l'altra faccia
della medaglia rispetto ai Canti. Pensiero
inutile non può che corrispondere a poesia
inutile.
119
Poesia
è la luce delle scintille che si sprigionano
da un pensiero insonne. Non vi è poesia
dove non v'è pensiero. Poesia non è
il miele che cola da un favo troppo pieno, ma
la pappa reale riservata alla larva dell'ape
regina.
Leggo
in Elio Gianola, Leopardi, la malinconia,
cit., p. 257:
"(...)
non si dovrebbe dimenticare che di lui [Leopardi]
abbiamo in tutto 41 'canti', ivi compresi i
testi adolescenziali, i frammenti e le epistole
in versi, per uno scrittore che, nei pochi anni
in cui ha potuto scrivere, è stato abbondantissimo.
E' quanto diceva, in una lettera del '24 al
cugino Giuseppe Melchiorri, che gli aveva chiesto
dei versi per la morte di un amico: "Io
non ho scritto in vita mia se non pochissime
e brevi poesie. Nello scriverle non ho mai seguìto
altro che un'ispirazione [...], e se l'ispirazione
non mi nasce da sé, più facilmente
uscirebbe acqua da un tronco, che un solo verso
dal mio cervello" (Ep. , III, 74-75).
Non
è a dir poco stupefacente che uno dei
più grandi poeti degli ultimi secoli
abbia scritto in versi così poco, e non
è questo il segno inequivocabile della
difficoltà del fare poesia nel mondo
moderno?
Vero
è, dunque, che la poesia sia il distillato
preziosissimo del linguaggio umano per via di
scrittura, il diamante purissimo, se fosse ancora
possibile dirlo, che nasce "in la minera".
120
Il
capitolo VIII della terza parte del libro di
Maurice Blanchot, Il libro a venire,
cit., pp. 187-192 è dedicato a Diario
intimo e racconto. Risulta utilissimo a
chi rifletta sul genere diaristico. In particolare
alle pp. 188-189 leggo:
"La
trappola del diario. L'interesse del diario
è nella sua irrilevanza. E' questa la
sua tendenza, la sua legge. Scrivere ogni giorno,
sotto la garanzia di quel giorno e per rammentarsene,
è un modo comodo per sfuggire al silenzio
e a quel che c'è di estremo nella parola.
Ogni giorno dice qualcosa. Ogni giorno registrato
è un giorno preservato. Operazione doppiamente
vantaggiosa. E' un modo di vivere due volte.
Così ci si salva dall'oblio e dalla disperazione
di non avere niente da dire. (...)
C'è
nel diario, la felice compensazione reciproca
di una duplice nullità. Chi non fa niente
della sua vita, scrive che non fa niente, e
così si trova ugualmente di fronte a
qualcosa di fatto. Chi non scrive perché
si lascia sviare dalla futilità della
giornata, si volge a questi niente per raccontarli,
denunciarli o compiacervisi, e la giornata è
riempita. (...)".
E'
inutile dire che leggo queste pagine come se
fossero un atto di accusa contro il genere diaristico.
Quel che mi colpisce è la verità
delle parole di Blanchot, la loro irrefutabilità.
Blanchot ha ragione, mille volte ragione. Chi
scrive il proprio diario non scrive l'opera
della sua vita; dunque, sfugge alla propria
sorte, alla propria opera che ancora non ha
scritto e che chissà se mai scriverà.
Dovrebbe sospendere il diario, mai più
scriverlo, preferire l'afasia ad una scrittura
ingenua (così scrive Blanchot, cit.,
p. 191: "La tentazione di tenere "aggiornato"
il ruolino di marcia dell'esperienza più
oscura è certamente una tentazione ingenua.
Tuttavia sussiste".), improduttiva, che
finirebbe con l'isterilire qualunque penna.
Tuttavia
la forma diaristica risponde all'altrettanto
vera e profonda necessità di analizzare
il proprio modo d'essere e di pensare. Io penso
mentalmente, ma poi, se non fermo il mio pensiero
sulla carta, ho paura che il mio pensiero svanisca,
si nullifichi, e scompaia del tutto. Allora
scrivo, per salvarmi, come il quarantenne che
usa la cinepresa per conservare i propri ricordi
sotto forma di immagini. Ecco, questo è
il ragionamento di chi tiene un diario.
Al
vero scrittore si chiede, invece, di immergersi
completamente nella fiction, nel mondo
dell'immaginazione, e scrivere di ciò
che non è, fare opera letteraria stricto
sensu, senza indulgere alle ingenuità
diaristiche. Il diario per lo scrittore costituisce
una tentazione e una falsa salvezza.
121
Poco
prima di morire Carlo Dionisotti rilasciava
a Antonio Ria un'intervista (pubblicata sul
"Corriere della sera" di Lunedì
23 febbraio 1998 a p. 22, col titolo: "Intellettuali
irresponsabili, avvicinatevi alla gente")
da cui mi piace riportare questa affermazione,
perché fa piazza pulita di un luogo comune:
"Io,
a 90 anni, non riesco a vedermi sulla cima di
una montagna. Sono in fondo a un buco, dal quale
si vede poco: si vede un mondo in gran parte
scomparso. La stessa mancanza di fiato che mi
impedisce di salire, mi toglie anche la capacità
di vedere con sufficiente larghezza e chiarezza.
Non è vero che l'età comporti
una maggiore conoscenza. Tutto diminuisce con
lo stesso ritmo con cui nella fanciullezza lo
si acquista".
Penso
al protagonista del film di Bergman, Il posto
delle fragole, bellissimo.
122
Avverto
spesso la sensazione di avere tante cose da
scrivere, e allora mi sorprendo a gioire insensatamente
per tutto quello che la possibilità dello
scrivere mi riserva. Altre volte, invece, prevale
la sensazione opposta, e cioè la paura
che non avrò tempo per scriverle tutto
ciò che vorrei scrivere, né modo,
né l'occasione o la possibilità.
Accade
anche ch'io avverta la sensazione in sé
molto angosciosa di non avere nulla, proprio
nulla da scrivere; mi accorgo che è proprio
allora che io ricerco la penna o accendo il
computer.
Così
anche per la lettura. Gioisco al pensiero favoloso
di tutto quello che potrò leggere, degli
infiniti mondi che potrò scoprire grazie
alla lettura. Altre volte prevale la sensazione
opposta, in sé sgradevole, che mai riuscirò
a leggere tutti i libri che desidero leggere,
e che già ora devo lottare contro la
stanchezza. Ed è allora che riprendo
a leggere.
123
Rifletto
sul modo in cui avvengono, progredendo, le mie
letture: da un libro a un altro. Intendo dire
che giungo ad un libro non per suggestioni esterne
alla lettura, ma condottovi per mano da un libro
già letto, vuoi perché nel libro
letto se ne parlava bene, vuoi perché
la citazione mi è sembrata degna di nota,
ecc.
In
questo modo, di stella in stella, io leggo i
miei libri.
124
La
vera poesia è sempre per sua natura popolare.
Dunque, avevano ragione i romantici. I versi
che nessuno ama ripetere, sono versi d'un poeta
mediocre, che nessuno ama leggere.
125
Se
non avessi tante restrizioni, impedimenti, ostacoli,
censure, poco importa se interni o esterni,
non riuscirei a scrivere nulla di buono. Se
la mia strada fosse piana o in discesa, vi scivolerei
tranquillamente, senza darmi pensiero di nulla.
Forse questo spiega perché durante un
collegio dei docenti, dove non si può
scrivere, mi vengono idee brillanti. E' nei
collegi dei docenti che molte mie poesie sono
nate oppure durante i corsi d'aggiornamento
obbligatori, dove psicopegagogiste-sanguisughe
(sanguisughe travestite da psicopedagogiste)
hanno cercato e cercano di succhiarmi il sangue
e il cervello, come gli exstraterrestri d'un
film di cui non ricordo il titolo, i quali imprigionavano
gli uomini in bozzoli dentro una rete, prima
di cibarsi della loro materia cerebrale.
126
Leggo
in P. Levi, I sommersi e i salvati, in
Opere, I, Einaudi, 1987, pp. 663-664
un'analisi del funzionamento della memoria.
Naturalmente Levi scrive a proposito dell'olocausto,
ma credo che la sua definizione possa avere
valore universale, come del resto risulta dal
tono delle parole del medesimo autore.
"Si
conoscono alcuni meccanismi che falsificano
la memoria in condizioni particolari: i traumi,
non solo quelli celebrali; l'interferenza da
parte di altri ricordi "concorrenziali";
stati abnormi della coscienza; repressioni;
rimozioni. Tuttavia, anche in condizioni normali
è all'opera una lenta degradazione, un
offuscamento dei contorni, un oblio per così
dire fisiologico, a cui pochi ricordi resistono.
E' probabile che si possa riconoscere qui una
delle grandi forze della natura, quella stessa
che degrada l'ordine in disordine, la giovinezza
in vecchiaia, e spegne la vita nella morte.
E' certo che l'esercizio (in questo caso, la
frequente rievocazione) mantiene il ricordo
fresco e vivo, allo stesso modo come si mantiene
efficiente un muscolo che viene spesso esercitato;
ma è anche vero che un ricordo troppo
spesso evocato, ed espresso in forma di racconto,
tende a fissarsi in uno stereotipo, in una forma
collaudata dall'esperienza, cristallizzata,
perfezionata, adorna, che si installa al posto
del ricordo greggio e cresce a sue spese".
127
G.
Agamben, Stanze, Einaudi, Torino 1977,
p. 26:
"Se
la libido si comporta come se una perdita
fosse avvenuta, benché nulla sia
stato in realtà perduto, ciò è
perché essa inscena così una simulazione
nel cui ambito ciò che non poteva essere
perduto perché non era mai stato posseduto
appare come perduto e ciò che non poteva
essere perduto perché, forse, non era
mai stato reale, può essere appropriato
in quanto oggetto perduto. [...] Ricoprendo
il suo oggetto coi funebri addobbi del lutto,
la malinconia gli conferisce la fantasmagorica
realtà del perduto; ma in quanto essa
è il lutto per un oggetto inappropriabile,
la sua strategia apre uno spazio all'esistenza
dell'irreale e delimita una scena in cui l'io
può entrare in rapporto con esso e tentare
un'appropriazione che nessun possesso potrebbe
pareggiare e nessuna perdita insidiare".
Non
è questo il luogo della finzione della
poesia, della letteratura, dell'arte? Non è
forse questo l'unico luogo dove il possesso
è sicuro perché tutto è
già in partenza perduto? Non è
questo il luogo della vera, possibile felicità?
128
La
conclusione critica di E. Gianola, cit., p.
469 riguardante Leopardi, credo che valga oggi
più che mai per chiunque consideri il
"ruolo" della poesia nella società
contemporanea.
"Il
flaneur è esattamente il contrario
dell'engagé e concepisce il letterario
da un punto di vista esclusivamente estetico,
al di fuori di ogni intenzione di utilità,
in un distacco ironico-doloroso dal contesto
sociale che testimonia della sua irriducibile
"diversità". L'"inutile"
proclama il diritto della poesia ad essere tale,
in un mondo in cui il politico inesorabilmente
chiede alla poesia di adeguarsi ai suoi progetti
o di scomparire. L'impoliticità radicale
di Leopardi è lo stesso della sua natura
di poeta anti-contemporaneo, del tutto sradicato
dall'attualità per il suo proiettarsi
al di là delle ideologie che stanno prendendo
il dominio della cultura, e anche del potere,
nel cuore dell'epoca borghese: il suo modello
dell'"antico" è il modello
dell'alterità del poetico, a fronte di
quelle ideologie che, a partire dall'idealismo,
prevedono in un modo o nell'altro la morte della
poesia, nella morsa inesorabile del reale-razionale
e del politico come prospettiva totalizzante".
129
Fango
del giovane narratore Ammaniti. Il primo racconto
della raccolta, dal titolo L'ultimo capodanno
dell'umanità, sulle prime mi ha divertito,
in qualche passaggio mi ha fatto proprio ridere.
Costui tratta la scrittura con una leggerezza
veramente sorprendente, e forse, dopo tanto
sperimentare, un po' di leggerezza senza pretese
fa bene all'anima, ci riconcilia con la vita.
Non sempre giova speculare sui massimi sistemi,
tanto più quando lo si è fatto
per tanto tempo, e non si è cavato un
ragno dal buco. Ma è solo una prima impressione.
Se si guarda a fondo, si comprende che Ammaniti
è animato da una candida ingenuità,
che gli consente di rovesciare nello scritto
tutte le porcherie mass-mediatiche che circolano
in giro, utilizzandone il linguaggio in presa
diretta. La prosa appare ancora una volta ancilla
dei programmi televisivi, della fumettistica
corrente, in una rincorsa sfrenata dello stereotipo:
perciò, forse, mi sembra tanto leggera.
Ammaniti ha mescolato tutto questo col candore,
ma anche con l'ignoranza di un fanciullo, e
lo ha riversato sul lettore, allettandolo con
qualche soluzione comica e con la stereotipia
dei personaggi e delle situazioni. E' la tipica
lettura da spiaggia, quando il solleone ci lascia
capire solo le cose già capite, e nulla
più.
130
Quel
che importa in una storia non è tanto
il personaggio o l'azione, quanto la situazione
complessiva che si vuol descrivere, che può
essere più o meno significativa. Dalla
situazione complessiva dipende la vita del personaggio,
il dinamismo dell'azione, e la riuscita del
racconto.
131
Il
libro nero del Comunismo, Editore Mondadori,
Milano 1998 del Berlusca è un librone
di quasi 800 pagine e non ho mai avuto intenzione
di leggerlo tutto. L'approccio al problema del
comunismo mi sembra arbitrario e unilaterale.
Cito da p. 5:
"Il
nostro approccio va al di là del singolo
ambito e considera quella criminale come una
delle dimensioni proprie del sistema comunista
nel suo insieme, nell'intero arco della sua
esistenza".
Si
tratta evidentemente di una speculazione sulla
storia. Quel che è più grave è
che esso è anche una speculazione sui
morti che si enumerano ad infinitum e ad
libitum. Per questo l'operazione culturale
sottesa a questo libro è paragonabile
a quella che ispira il film Schindeler's
list. Non parlo della speculazione politica
(Berlusconi), ma del proposito - proprio di
certi storici - di ricostruire la storia elencando
eccidi e morti: è questo che non mi va,
perché non mi sembra che questa possa
essere una prospettiva storiografica degna di
rispetto.
132
Riporto
di seguito un brano tratto dall'Autobiografia
di Bobbio, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 213-214:
"Pur
avendo scritto articoli di giornale per molti
anni (ma ora non ne scrivo più), sono
convinto, anzi sempre più convinto, che
l'opinionista non abbia quell'influenza sull'azione
politica che crede di avere: la politica la
fanno i politici di professione, non i giornalisti
o gli intellettuali. Rispetto a ciò che
costituisce realmente lotta politica, l'intellettuale
non è in grado di esercitare alcuna concreta
influenza. Questo vale per me ma anche per gli
altri. (...). Ma si tratta di dimensioni del
tutto diverse: una cosa è la storia delle
idee, una cosa è la politica reale. Sono
due mondi diversi, che non si sovrappongono
né si incrociano, ma procedono l'uno
accanto all'altro, senza quasi mai incontrarsi.
Di una cosa sono assolutamente certo: il potere
ideologico, l'unico potere che hanno gli intellettuali,
conta molto meno del potere che possono esercitare
ed esercitano di fatto coloro che partecipano
in maniera diretta alla vita politica".
Queste
parole dovrebbero far pensare quanti discutono
ancora del rapporto tra intellettuali e potere,
tra cultura e politica.
Nella
stessa Autobiografia, a p. 248, Bobbio
riporta un passo dal suo De senectute e altri
scritti autobiografici, Einaudi, Torino,
1996, p. 49. E' una riflessione da vecchio sul
tema della memoria:
"E
il passato rivive nella memoria. Il grande patrimonio
del vecchio è nel mondo meraviglioso
della memoria, fonte inesauribile di riflessioni
su noi stessi, sull'universo in cui siamo vissuti,
sulle persone e gli eventi che lungo la via
hanno attratto la nostra attenzione. Meraviglioso,
questo mondo, per la quantità e la varietà
insospettabile e incalcolabile delle cose che
ci sono dentro: immagini di volti scomparsi
da tempo, di luoghi visitati in anni lontani
e non mai più riveduti, personaggi di
romanzi letti quando eravamo adolescenti, frammenti
di poesie imparate a memoria a scuola e mai
più dimenticate; e quante scene di film
e di palcoscenico e quanti volti di attori e
attrici dimenticati da chi sa quanto tempo ma
sempre pronti a ricomparire nel momento in cui
ti viene il desiderio di rivederli e quando
li rivedi provi la stessa emozione della prima
volta; e quanti motivi di canzonette, arie di
opere, brani di sonate e di concerti, che ricanti
dentro di te".
133
Per
diventare un buon narratore bisogna conquistarsi
il diritto di narrare. E questa conquista non
può che avvenire in due direzioni: da
una parte il narratore deve saper narrare, dall'altra
deve avere qualcosa da narrare. Se al presunto
narratore manca una di queste due cose, è
meglio che taccia.
134
Giorgio
Agamben, Il linguaggio e la morte, Torino,
Einaudi, 1982 discute il rapporto poesia-filosofia,
riconducibile al rapporto poesia-prosa.
A
p. 93: "L'esperienza poetica e quella filosofica
del linguaggio non sono, dunque, separate da
un abisso, come un'antica tradizione ci ha abituato
a pensare, ma riposano entrambe originalmente
in una comune esperienza negativa dell'aver-luogo
del linguaggio. Forse, anzi, solo a partire
da questa comune esperienza negativa è
possibile comprendere il senso di quella scissione
dello statuto della parola che siamo abituati
a chiamare poesia e pensiero; comprendere, cioè,
quel che, separandoli, li tiene legati e sembra
indicare al di là della loro frattura".
A
p. 98: "Il "confronto" che è
da sempre in corso fra poesia e filosofia è,
dunque, ben altro che una semplice rivalità:
entrambe cercano di afferrare quell'inaccesso
luogo originale della parola rispetto al quale
ne va, per l'uomo parlante, del proprio fondamento
e della propria salvezza. Ma entrambe, fedeli
in questo alla propria ispirazione "musicale",
mostrano alla fine questo luogo come
introvabile. La filosofia, che nasce
proprio come tentativo di liberare la poesia
dalla sua "ispirazione", riesce alla
fine, a cogliere la Musa stessa, per farne,
come "spirito", il proprio soggetto;
ma questo spirito (Geist) è, appunto,
il negativo (das Negative) e la "voce
più bella" (Phr. 259d) che,
secondo Platone, compete alla Musa dei filosofi,
è una voce senza suono. (Per questo,
forse, né la poesia né la filosofia,
né il verso né la prosa potranno
mai portare a compimento da sole la propria
impresa millenaria. Forse solo una parola in
cui la pura prosa della filosofia intervenisse
a un certo punto a spezzare il verso della parola
poetica, e il verso della poesia intervenisse
a sua volta a piegare in anello la prosa della
filosofia, sarebbe la vera parola umana)".
135
Leggo
Gianni Celati, Avventure in Africa, Feltrinelli,
Milano 1998.
Vado
sottolineando le brevi ed efficaci digressioni
morali che punteggiano qual e là la sua
osservazione di anomalo turista africano. E
mi pare che questo sia lo stile del libro, ovvero
il confine che Celati non varca, ma sul quale
si attesta in modo deciso, per quanto egli protesti
di essere a corto di ogni morale. Provo a isolare
in corsivo alcuni aforismi celatiani presenti
in alcune delle citazioni che riporto:
A
p. 10: "Naturalmente tutti parlano una
lingua che non capisco, ma tanto qui non
capisco quasi niente, e non so neanche che cosa
sono venuto a fare in Africa".
A
p. 33: "Lavoro intenso per sbarcare dalla
piroga una vacca con grandi corna come quelle
maremmane, tutta nera con decorazione chiazzata
sul collo. Adesso la vacca da sbarcare non vuole
assolutamente alzarsi, mentre le pecore portate
al lavaggio sul fiume elevano tutte belati come
un coro da tragedia. Il grossissimo montone
legato a una barca assiste nervoso alla vicenda,
poi mentre spingono altre pecore in acqua si
lancia a testa bassa contro due uomini. Passa
sul fiume una pinasse con turisti bianchi, coperta
da un lenzuolo bianco, il sole picchia. Dentro
l'acqua si lavano panni, uomini e donne si insaponano,
matrone con coloratissimi catini di plastica
risciacquano il bucato, un signore col turbante
sembra che mediti, bambini sguazzano nudi. Tutto
mescolato tra barche e pecore, ma tutto cerimoniale,
un ordine nel disordine. L'inclinazione del
sole regola le cadenze d'ogni mossa, come tropismi
secondo le ore di luce. Io vorrei seguire ogni
momento prendendo appunti, annotare tutto quello
che posso, ma il ritmo vale più dei
concetti per acchiappare il mondo".
A
p. 38: "Davanti a questo spaccio arrivano
solo macchine scassate. Qui non esiste la cosa
nuova, tutto è logoro e usato, come se
si consumassero gli scarti delle bestie europee.
Nei nostri paesi di gaudiosa ricchezza questa
gente è considerata miserabile. Ma l'uomo
con la giacca a brandelli, la donna scheletrica
e sdentata, i bambini con cenci addosso, quel
vecchio che dorme sotto un tavolo, mi sembrano
senza ansia e senza lamento. Strano che da noi
il lamento sia di prammatica in quasi
tutti i bempensanti che conosco, quasi un
automatico chicchirichì dell'io".
A
p. 44: "Tra poco sarà l'alba e non
ho chiuso occhio. A una certa età il
sonno diventa leggero, non si sprofonda nell'altro
mondo beatamente, non c'è più
questo netto turno del giorno e della notte,
ma sempre una vita sul confine. Il sonno
difficile è il segno d'essere più
vicini ai morti, i quali difatti non dormono
mai".
A
p. 50: "Tutto sbagliato. Il mondo è
un grande equivoco, anzi dice Jean che è
un malinteso. Per questo ci si insegue o ci
si fugge, sempre spinti di qua e di là
dal sentito dire sui posti, sulle mete, sui
desideri, ma in sostanza correndo dietro soltanto
dietro a quello che non si è capito bene.
La nostra situazione a Bandiagara. Scrivo con
la pila. Andiamo a letto".
A
p. 52: "(...) non mi sono presentato come
un serio scrittore europeo. Ma io qui sono prima
di tutto un fantasma di pelle bianca, sperduto
turista, c'è poco da dire. Troppo
comodo fare gli scrittori che vanno in paesi
esotici con idee molto avanzate, dimenticandosi
di essere bianchi e turisti".
A
p. 139: "Il turista rosso come un gambero
di sole africano va a vedere il museo degli
schiavi sull'isola di Gorée, magari è
anche contento che non esista più la
tratta degli schiavi, ma poi uscendo incontra
uno come Zorro che lo intontisce con la sua
tiritera fissa finché non gli cava due
palanche di tasca, mentre qui sulla spiaggia
i bianchi si comprano i neri, e vedi lo sciancato
con il negretto, l'anziana europea col giovane
africano, tutte le promiscuità a pagamento
in pronta offerta. Niente scappa al traffico
di carne umana tra bianchi e neri, ma io sono
rimasto a corto di giudizi morali".
A
p. 160: "Mi vengono pensieri così
poco edificanti, che sgonfierebbero anche il
celebre scrittore che cercava l'ispirazione
politica nel terzo mondo. Il bianco è
un mammifero destinato all'incessante assalto
di piccoli menadi nere, ma spesso vuole credersi
un uomo giusto e caritatevole, proprio per mettersi
al di sopra di questa nemesi della giustizia
distributiva. Inutili pensieri, li lascio allo
scrittore di grande impegno sociale, che spiega
l'Africa con infinito paternalismo a forza di
concetti generali".
A
p. 163: "Dunque, perché non farla
finita e scegliersi un oggetto di studio meno
deperibile, come appunto sono i turisti? I turisti
sono sani, parlano quasi tutti l'inglese, sono
un popolo in crescita vertiginosa. Inoltre hanno
già elaborato un proprio sistema di credenze,
una mitologia molto complessa, dei propri modi
di vestirsi, mangiare, viaggiare. La cosa importante,
dice Jean, è che sono ormai un vero popolo.
Ed ecco improvvisamente un amore fraterno
per tutti i turisti, perché forse è
l'unico popolo a cui si può appartenere
ormai, in quanto viaggiatori o sbandati perpetui".
In
realtà Celati ha una sua morale, o meglio
moralità, diversa da quella dei benpensanti,
non esibita, che nasce dalle cose (dalle parole)
e in esse si esaurisce. Ma è possibile
oggi andare oltre? Ci si potrebbe indignare
per le condizioni in cui versa l'Africa a causa
della politica di rapina degli stati occidentali,
si potrebbe protestare; e poi?
Qual
è la moralità celatiana? Quella
che nasce dalla scrittura e non da altro. Dunque,
è una moralità estetica.
136
Leggo
ne La rivista dei libri, marzo 1998,
p. 41 l'articolo di Luigi Surdich, La musica
di Caproni, nel quale vi è una definizione
della poesia data da Giorgio Caproni che, in
un articolo del 1957, "Poesia chiara e
oscura", "sulla scorta di un'indicazione
di Montale", afferma la poesia essere "la
risultante di una combinazione di "musica
più idee, o meglio compenetrazione piuttosto
che addizione"".
137
Leggo
Umberto Eco, I limiti dell'interpretazione,
Bompiani, Milano 1990.
A
p. 125: "(...) la vita privata degli autori
empirici è sotto un certo aspetto più
impenetrabile dei loro testi. La registro solo
perché esistono anche una psicologia
e una psicoanalisi della produzione testuale
che, nei propri limiti e propositi, ci aiutano
a capire come funzioni l'animale uomo. Ma, almeno
in linea di principio, sono irrilevanti per
capire come funzioni l'animale testo".
La
vita è altra cosa dall'arte, poiché,
anche se l'arte presuppone la vita, la vita
non presuppone l'arte.
138
Opero
in questo modo: leggo e rileggo, cinque, dieci,
quindici volte, la storia che ho scritto, per
sentirne il suono, per assicurarmi che non manchi
nulla, e che nulla sia superfluo. Solo quando
non sento più l'esigenza di rileggerla,
solo allora so con certezza che il racconto
non abbisogna di nessun'altra aggiunta e può
essere considerato concluso.
139
U.
Eco, I limiti dell'interpretazione, cit,
a p. 175 scrive:
"I
patrizi romani erano esteticamente soddisfatti
da una copia di una statua greca, e chiedevano
una firma contraffatta dell'autore originale.
Alcuni turisti a Firenze ammirano la copia del
David di Michelangelo senza essere disturbati
dal fatto che non sia l'originale. Al Getty
Museum di Malibu, California, statue e dipinti
originali sono inseriti in ambienti "originali"
molto ben riprodotti, e molti visitatori non
sono interessati a sapere quali siano gli originali
e quali le copie".
Ecco
dei buoni argomenti da usare contro il feticismo
dell'opera d'arte dell'era della sua riproducibilità
tecnica. Il feticismo dell'opera d'arte potrebbe
essere spiegato come un fenomeno prodotto dal
desiderio del sacro, oppure come una reazione
alla democratizzazione dell'opera d'arte fruibile
non più solo da un'élite, ma da
chiunque abbia senso estetico.
Mio
maggiore appagamento nello sfogliare un catalogo
ben fatto che riproduce i dipinti che nel visitarne
una mostra. Il fatto è spiegabile considerando
che nei locali della mostra si hanno mille condizionamenti
(l'affollamento, la semplice presenza di un
custode, il tempo limitato che si ha a disposizione,
la stanchezza fisica, il desiderio dell'aria
aperta, eccetera) mentre guardando le illustrazioni
di un catalogo si è veramente a tu per
tu con l'opera d'arte, e in piena libertà,
che è la cosa fondamentale per chi desideri
goderne. E che importa che essa sia una semplice
riproduzione!
140
Giorgio
Agamben, Il linguaggio e la morte, vit.,
p. 83
"Il
termine argumentum deriva dallo stesso tema
argu che si trova in argentum
e che significa "splendore, chiarezza".
Arguo significa originariamente "faccio
brillare, chiarisco, apro un varco alla luce".
L'argomento è, in questo senso, l'evento
illuminante della parole, il suo aver-luogo".
141
In
una intervista di Luis Sepùlveda rilasciata
a Laura Luche, pubblicata nell'Indice
del mese di maggio 1988, pp. 5 e 7, a p. 5 l'autore
sudamericano dice alcune cose degne di nota
sul rapporto tra estetica e etica:.
"(...)
il racconto è il genere più difficile
perché il romanzo offre numerose possibilità
di correzione: se un capitolo è debole
lo si può rafforzare col capitolo successivo.
Il racconto, al contrario, viene bene o non
viene affatto".
"Esiste
un rispetto per il lettore e ci sono cose ovvie.
Quando si esorcizzano demoni di situazioni terribili
come la prigionia e le torture, si è
consapevoli che l'umanità sa già
di cosa si tratta, sicché descriverle
minuziosamente sarebbe un atto d'insolenza e
un'oscenità. Anche il dolore, infatti,
possiede un'enorme oscenità". E
poi, facendo riferimento a Cortàzar:
"Perché comprendere il senso della
nostra condizione di uomini, di cittadini, ci
obbliga ad assumere una posizione etica rispetto
alla vita -e quella condizione etica si può
chiamare, per esempio, militanza-, mentre comprendere
il senso della condizione di artisti ci porta
ad assumere un atteggiamento rigorosamente coerente
rispetto all'estetica con cui lavoriamo. Poiché
non può esistere separazione fra la letteratura
e la vita, si deve cercare sempre di trasferire
l'etica all'estetica, e di trasmettere l'estetica
all'etica".
Valga
a proposito del film Schindler's list.
Infine,
discutendo il rapporto tra letteratura e cinema:
"Quanto
alla letteratura, io, come tanti, sono incapace
di scrivere una sola riga se prima non vedo
le cose, se non ho uno schermo ben installato
in testa in cui non solo vedo cosa fanno i personaggi
ma anche lo sfondo. Non mi basta visualizzare
il personaggio che cammina per strada, se ci
sono porte, devo sapere di che colore sono e
cosa c'è dietro. Solo allora posso dar
vita al personaggio, e questo è cinema
puro".
142
Leggo
in U. Eco, I limiti dell'interpretazione,
cit., p. 325:
"Interpretare
significa reagire al testo del mondo o al mondo
di un testo producendo altri testi".
A
p. 187: "Tommaso usa ripetutamente il termine
authenticus, ma per lui (come per il
Medioevo in generale) la parola non significa
"originale" bensì "vero".
Authenticus denota il valore, l'autorità,
la credibilità di un testo, non la sua
origine: di un passo del De Causis si
dice "ideo in hac materia non est authenticus"
(Il Sent., 18.2.2 ad 2). Ma la ragione
è che qui il testo non può essere
riconciliato con Aristotele".
Alle
pp. 311-312: "La mia Regola Aurea è:
prendi ogni frase che ricevi come se fosse detta
per essere interpretata".
143
E.
Norden, La letteratura romana, Laterza,
Bari 1958, p. 279:
"Ciò
che ci resta della letteratura romana, come
della greca, è soltanto un cumulo di
rovine, tanto ridotto, in confronto alla sua
originaria estensione, quanto i ruderi del Foro
romano attuale in confronto a quello dell'età
imperiale".
144
Gustosissima
la raccolta degli scritti non sistematici di
Benedetto Croce, Pagine sparse, vol III,
Bari, Laterza, 19602. La prima ed. (Napoli)
è del 1943.
A
p. 135 leggo una bella definizione di facezia
e di lazzo:
"L'"arguzia"
è uno atteggiamento della fantasia onde
si esprime un giudizio su un errore e su ogni
altra sorta di debolezza mentale o morale, producendo
un effetto di ilarità. Ma il lazzo è,
per contrario, l'ilarità provocata appoggiandosi
sugli errori e le debolezze che sono negli ascoltatori,
il far ridere (come si dice) gli sciocchi: il
che appunto facevano i buffoni della commedia
dell'arte coi loro gesti e atti (donde quel
vocabolo, che nacque dapprima come abbreviazione,
e poi con una duplicazione di articolo, per
via di scrittura, negli "scenari",
della parola "azione")".
A
p. 606: "Non l'ha [la bonomia] il Manzoni,
così acuto d'ingegno e dalle cui parole,
nonostante l'apparenza della bonomia, scintilla
sempre l'intenzione maliziosa. Ma poeta della
"bonomia" è l'Ariosto (...)".
Ricordarsi
sempre di queste definizioni.
145
Mario
Marchetti, Sul sommerso della scrittura,
ne L'Indice di maggio 1998, p. 31, analizzando
i racconti dei narratori che hanno concorso
al Premio Calvino, scrive:
"Nella
pluralità dei casi ci troviamo di fronte
a io narranti o a protagonisti (sovente alter
ego di chi scrive) stemperati in emozioni, sentimenti,
riflessioni, i quali, dalla loro "particolare"
specola, rappresentano l'altro / gli altri unicamente
in rapporto al proprio sé: una struttura
narcisistica della narrazione, potremmo
insomma dire".
In
effetti questa struttura narcisistica della
narrazione è il pericolo più
elementare, lo scoglio più pericoloso,
che lo scrittore, e non solo chi scrive in prima
persona, deve saper evitare. Si tratta in verità
di uno scoglio assai sporgente fuori dalle acque,
dunque ben visibile, e tuttavia le correnti
dell'ego sospingono con forza verso quella direzione.
E' un io deleterio per la narrazione, perché
dà una connotazione narcisistica al racconto,
intrappolandolo nelle pastoie di elementi extratestuali.
Ma bisogna stare bene attenti a non confondere
l'io dell'autore con l'io del narratore;
cioè, occorre discernere con molta attenzione
se l'io sia una struttura funzionale al racconto,
oppure se sia un elemento estraneo al testo,
un ammasso di grasso che ricopre, uccidendolo,
il corpo testuale. Allora la ricetta consiste
nel salvaguardare sempre l'io del narratore,
laddove esso esprime una funzione vitale per
il racconto, e di espungere senza pietà
l'io autoriale, laddove esso fa capolino sospinto
dalla carica narcisistica che inevitabilmente,
chi più chi meno, è in ognuno
di noi. Solo allora saremo o ci sentiremo autorizzati
a scrivere in prima persona. Si veda Dante e
la pagina del Convivio I, II, in cui
quel grande discute del parlare di sé.
Perché
a quel punto non saremo più noi a parlare
di noi stessi, ma sarà il testo a parlare
di sé, e allora il racconto ci sarà
veramente, come un fiume, un albero, una sedia;
esso coprirà uno spazio vuoto nel mondo,
sarà una presenza ineludibile, imprescindibile,
e non sarà più il caso di discutere
sulla legittimità del suo essere.
Ricordarsi
sempre che Gadda nella Cognizione definisce
l'io "il più lurido di tutti i pronomi".
146
L'eterno
ritorno dell'uguale è la cifra della
nostra vita, la modulazione che si ripete nelle
diverse circostanze, la nostra identità.
Ora, se noi applicassimo questa definizione,
che riguarda l'individuo, al mondo intero, all'infinito/i
universo/i, ecco che noi avremmo l'esatto senso
della definizione di eterno ritorno dell'uguale.
Questo potrebbe essere detto contro quanto afferma
Gennaro Sasso, Gennaro Sasso, Tramonto di
un mito. L'idea di "progresso" tra
Ottocento e Novecento, Il Mulino, Bologna
1988 [La I ed. è del 1984], p. 157, laddove
dice che
"(...)
il tema dell'"eguale" ("identico")
[in Nietzsche] non riesce a risolvere in sé
quello, non coincidente, del ritorno: il tema
del "tempo" seguita a farsi sentire
per entro la non temporale dimensione dell'eternità.
E perciò è l'aporia che si riafferma,
non la risoluzione dell'aporia".
Ma
l'aporia, dovrebbe saperlo il prof. Sasso, è
priva d'ogni risoluzione, e va accettata com'è,
senza altri ragionamenti.
147
Ecco
un esempio del sorriso bonario e un po' sornione
di Croce, Una perizia letteraria, in
Pagine sparse, I, cit., p. 202, che coglie
in castagna Eduardo Scarpetta:
"Ma
badi lo Scarpetta: - voglio dargli un saggio
che potrà avere dai posteri - gli eruditi
faranno allora diligenti confronti tra le sue
prime e le seconde Memorie, cercando il pelo
nell'uovo, e investigando se mai vi fossero
tra le une e le altre divergenze in qualche
particolare. Precursore di quegli eruditi futuri,
di divergenze ne ho già scoperta io una
- una sola, ma grave -, proprio nelle rispettive
prime pagine dei due volumi e tale che mostra
ch'egli comincia ad avere (posso dirlo?) la
civetteria di scemarsi gli anni. Perché,
come mai sedici anni fa nel 1883 stampava di
essere nato nel 1853, e ora stampa di essere
nato nel 1854? Lo storico futuro, insospettito,
andrà a frugare nei registri dello stato
civile, e chi sa che non scopra che nessuna
delle due date è la vera e che Eduardo
Scarpetta nacque nel 1852? E ne dedurrà
che voi che ridevate così bene di ogni
cosa, non sapevate ridere, nemmeno voi, del
tempo che vola!....
Napoli,
aprile 1899".
148
Ore
di panico, ieri, quando, non so come, un file
contenente le mie lettere, è sparito.
Alla fine sono riuscito a recuperare il file.
Eppure la circostanza mi ha fatto convivere
con l'idea della scomparsa di ciò che
io avevo scritto. L'umanità non avrebbe
perso nulla d'importante, se non avessi recuperato
il file; ma è un fatto che un senso di
smarrimento mi ha fatto star male per un giorno
intero, e mi ha fatto riflettere. Era la mia
morte in effigie? In realtà, a causa
della mia imperizia nell'uso del computer, dovrò
abituarmi a sorridere di queste cose.
149
Sul
"Corriere della sera" del 22 maggio
1998, a proposito della memoria e dell'arte
del raccontare, Claudio Magris e Ezio Raimondi,
Raimondi L'avvenire dei nostri ricordi,
p. 31.
Dice
Magris: "In quasi tutto ciò che
ho scritto, ho sentito fortemente questa necessità
di raccontare per comprendere, perché
raccontare significa unire giudizio e accettazione
della vita al di là del giudizio, insomma
ripercorrere l'esistenza."
Più
avanti Raimondi afferma: "Quando si legge
un testo, quando si assume un punto di vista
per osservarlo o per interpretarlo si tenta
sempre di vederlo sotto una luce differente
da quella già istituzionalizzata da altre
letture e interpretazioni. Di fatto si compie
un atto di decentramento, si sceglie uno spazio
non ancora esplorato. Si va verso la periferia
e di qui possono allora nascere relazioni non
ancora messe a frutto, immagini rimaste in ombra,
virtualità per così dire nuove.
Nel lettore accade sempre poi uno sdoppiamento,
egli osserva e si osserva. Questo è il
momento della sua "ironia", del suo
subordinarsi alla verità di un testo,
come avevano già intuito i grandi romantici.
Il lettore non dev'essere superbo, ma responsabile,
cioè consapevole della propria finitezza
e della propria temporalità. L'ironia
è allora una funzione dell'etica".
Magris
di seguito aggiunge: "La memoria è
un grande valore; significa fedeltà,
salvataggio delle cose dall'oblio, lotta contro
la morte. Ma esiste anche una memoria regressiva
e rancorosa, un'incapacità di liberarsi
dai grovigli del passato, una livida coazione
a ricordare e a vendicare torti patiti - così
frequente nella Mittleuropa - che toglie signorilità
e libertà...". Risponde di seguito
Ezio Raimondi: "C'è sempre un'insidia
nella memoria, come ammoniva Nietzsche; quella
di indebolire il rapporto con il presente, di
sostituire la nostalgia o il rimpianto al contatto
diretto con le cose e gli uomini del nostro
tempo. Ma la memoria con cui prendiamo consapevolezza
della nostra storia passata, sospesa quasi nel
vuoto del nostro stesso essere finito, può
avere anche un ruolo attivo, come un invito
al confronto con ciò che sta intorno,
con i compiti, le speranza e forse anche le
delusioni del nostro presente. Così ricordare
è anche un procedere in avanti, quasi
un rivivere il passato nel futuro. Allo stesso
modo leggere bene è alla fine un atto
etico, una scelta, un orientamento vitale".
150
Riflessione
sulla scrittura come atto comunicativo. Mi capita
di sentire l'urgenza di apportare alcune correzioni
ad un mio testo solo quando sto per inviarlo
a qualcuno. Ragion per cui sospendo la spedizione,
e la rinvio, per avere il tempo di intervenire
sul testo, migliorandolo. Questo vuol dire che
nella scrittura l'esigenza comunicativa ha un'importanza
fondamentale, poiché la correzione interviene
quando si sta avviando il processo comunicativo
con chi si suppone leggerà il testo che
deve ancora essere spedito.
Insomma,
non ce ne accorgiamo, ma parliamo, scriviamo
sempre a qualcuno; del resto l'ultimo uomo della
terra, colui che non avrà discendenza,
e lo sa, l'unico sopravvissuto, potremmo mai
figurarcelo intento a scrivere le sue Memorie?
151
Con
Gérerd Genette, Palinsesti. Il grado
secondo della letteratura, Einaudi, Torino
1997, p. 182, ora dico che
"se
c'è qualcosa di più angosciante
dell'esser chiusi in un labirinto, è
forse il credersi dentro quando se ne è
fuori: si rischia in effetti, cercando l'uscita,
di trovare l'entrata".
152
Il
film Ladri di biciclette è veramente
un capolavoro. La figura del padre, Antonio,
è una scultura neorealistica. L'aura
patetica che si respira, per una volta, è
intrinseca al soggetto, e non lascia alcun margine
alla leziosità o al patetismo di maniera.
153
Dice
Giorgio Bassani in un discorso letto in occasione
di un incontro con l'autore organizzato
da Anna Dolfi, presso la facoltà di Lettere
dell'Università di Trento il 4 maggio
1991 e riportato nel "Corriere della Sera"
del 30 maggio 1998, sotto il titolo Bassani:
non chiamatemi crepuscolare, p. 33:
"I
poeti si confessano sempre attraverso uno dei
loro personaggi. Anzi: tutti i loro personaggi,
se sono tanti, sono forme del loro sentimento
(...) Di che cosa devono parlare i poeti se
non di ciò che ricordano? I romanzi che
sono fabbricati come oggetti di consumo, che
non esprimono la realtà intima e profonda
di chi li scrive, non sono romanzi, sono fabbricazioni
artigianali, che possono interessare chi studia
la letteratura dal punto di vista esterno, ma
non interessano chi si occupa di letteratura
come di un fatto essenziale, fondamentale. A
questo proposito direi che è ora di finirla
con questa distinzione (che può anche
essere utile, a patto, però, di non crederci
troppo) fra narratori, poeti, teatranti, saggisti,
eccetera. I poeti si esprimono sempre attraverso
le cose che fanno, attraverso i versi, i romanzi,
le opere teatrali".
154
Ecco
come Gerard Genette, Palinsesti, cit.,
p. 303 immagina che Marcel Proust descriva la
propria situazione narratologica:
"Situazione
che è più o meno la seguente:
"In questo libro, io, Marcel Proust, racconto
(in maniera fittizia) come incontro una certa
Albertine, come me ne innamoro, come la sequestro,
ecc. E' a me stesso che in quest'opera attribuisco
tali avventure, che nella realtà non
mi sono affatto accadute, almeno non in questa
forma. In altre parole, mi invento una vita
e una personalità che non sono proprio
("non sempre") le mie". Come
chiamare questo genere, questa forma di finzione
- perché si tratta proprio di finzione,
nel senso forte del termine? La definizione
migliore sarebbe forse quella che Serge Doubrovsky
applica al proprio racconto: autofinzione".
155
Così
Cesare Questa, Il ratto dal serraglio. Euripide,
Plauto, Mozart, Rossini, Pàtron,
Bologna 1979, pp. 18 e seg., riassume la trama
delle commedie antiche:
"...una
donna è trattenuta contro la sua volontà
in un paese straniero da un uomo che ha su di
lei potere coercitivo; questa donna vorrebbe
ricongiungersi ad altro uomo, per il quale essa
ha particolare affetto, ma lo crede morto o
scomparso: la notizia però è falsa
e l'uomo proprio in quel momento giunge, i due
si riconoscono e, grazie ad un inganno escogitato
dalla donna, con la quale l'uomo coopera, e
con l'aiuto di altra persona (o gruppo di persone),
la donna riesce, con l'uomo desiderato, a sfuggire
a colui che ha su di lei potere coercitivo".
Analogo
esercizio faceva Aristotele a suo tempo, quando
in Poetica XVII, 20 così riassumeva
l'Odissea:
"Un
uomo ha errato per molti anni in paesi stranieri,
sempre tenuto d'occhio da Poseidone, essendo
rimasto solo. Intanto le faccende di casa sua
così vanno, che le sostanze gli vengono
dissipate dai pretendenti, e il figlio ha insidiata
la vita. Ma finalmente, dopo aver sofferto ogni
tempesta, ritorna in patria, e dopo essersi
fatto riconoscere da alcune persone, assalta
i nemici, se stesso salva, gli avversari distrugge.
Ecco l'argomento centrale dell'Odissea, il resto
sono episodi".
Quando
si dice "andare al nocciolo delle cose"!
156
Leggo
ne "L'Indice" del mese di giugno 1998,
p. 19, in un articolo di Antonio Franchini dal
titolo Ossessioni e marginalità, come
ricostituenti, questa riflessione sulla
letteratura:
"Mi
sembra che la letteratura debba coltivare la
propria marginalità perché il
tono più autentico che le conosco, il
suo destino naturale, sta nel lavoro sul particolare,
nell'accedere alla profondità del senso
attraverso le feritoie, i varchi ostruiti, le
porte di servizio. Mi piace, a costo di sembrare
patetico, sottolineare come il lavoro dello
scrittore marginale ed estromesso dal grande
gioco contemporaneo della produzione d'immaginario
per le folle goda di un vantaggio che è
una sua caratteristica di sempre ma che, oggi,
condivide con un numero sempre minore di attività
umane, ed è il vantaggio della totale
libertà, accompagnato dal gradevolissimo
peso della totale responsabilità".
157
Nel
decennale della morte dell'editore Leo Longanesi,
Indro Montanelli racconta in Incontri italiani,
cit., pp. 354-355 ciò che accadde il
giorno del funerale dell'editore amico. Il racconto
può far riflettere sul senso dell'aneddotica,
sulla ragione fondamentale che presiede a questo
particolare genere letterario. Ecco il racconto:
"Dopo
l'esequie, la bara fu caricata sul furgone che
doveva portarla al cimitero di Lugo, e noi lo
seguimmo sulla macchina di Giorgio Cabella.
Prima l'uno, poi l'altro azzardammo qualche
frase di circostanza ("Stiamo andando a
seppellire un pezzo di noi stessi" eccetera)
che ci si spense in bocca soffocata dalla paura
che Leo ci sentisse. Poi abbandonammo il morto
al suo destino, e ci demmo a ricostruire il
vivo, i suoi detti, i suoi motti, le sue trovate,
le sue impennate, i suoi schiamazzanti monologhi,
le sue rabdomantiche intuizioni, le sue fulminanti
battute.
Dapprima,
nell'antologia dei ricordi, scegliemmo i più
patetici, che meglio s'intonavano a quel nostro
mesto andare sulla scia d'un carro funebre.
Ma poi, ogni aneddoto richiamandocene alla memoria
altri dieci, smettemmo di discriminare. Sicché
non avevamo ancora passato il Po che ci rotolavamo
sui cuscini reggendoci la pania dal rider alla
rievocazione di Leo quando, fuggiasco attraverso
le linee tedesche e braccato dal tiro delle
artiglierie, aveva cercato riparo sotto un muraglione
sbrecciato su cui era scritto: "Il Duce
ha sempre ragione", il motto ch'egli stesso
aveva coniato e che ora minacciava di crollargli
sulla testa; e che poi, guardandosi intorno,
aveva scoperto, acquattato un po' più
in là, un altro fuggiasco con un occhio
coperto da una benda nera, la barba finta, un
sombrero in testa, stivaloni e giacca di cuoio,
doppia cartuccera a tracolla: ed era il regista
Goffredo Alessandrini "travestito da spia
per non farsi notare". Di Leo che, redarguito
per la sua incoerenza da un vecchio "camerata"
che si proclamava "il vero fascista tutto
d'un pezzo", ribatteva indignato: "Vero
fascista, lei!? Ma i veri fascisti siamo noi...
Noi che dapprima non ci credemmo, poi fingemmo
di crederci, poi credemmo di fingere, poi lo
tradimmo, poi lo rimpiangemmo. E ora... ora
non sappiamo più neanche noi né
cosa fummo, né cosa siamo, né
cosa saremo... Eccoli i veri fascisti!".
Di Leo che, invitato a comporre l'elogio funebre
di un banchiere suo amico, appena scomparso,
lo riassunse così: "Infido, visse
di fido". Di Leo che proponeva d'iscrivere,
nel tricolore repubblicano, al posto dello stemma
sabaudo, il motto: "Ho famiglia".
Eccetera.
Ogni
tanto tacevamo raggelati dallo sguardo vagamente
disgustato dell'autista che ci sbirciava nello
specchietto e evidentemente non sapeva come
conciliare quell'aneddotica condita di sghignazzi
col viso a lutto che gli avevamo mostrato in
principio e col convoglio che ci precedeva.
Finché Cabella gli diede ordine di sorpassarlo.
E allora, liberati anche da questa remora, la
nostra ilarità non ebbe più freno.
Mai avevo fatto un viaggio così allegro."
Il
problema è tutto qui: si tratta di capire
come conciliare l'aneddotica col lutto. L'aneddotica
è una sana reazione al lutto, è
un'espressione vitale del lutto. La morte funziona
come propellente del racconto che suscita il
riso, perché anche nell'età contemporanea
il riso conserva questa caratteristica carnevalesca
di richiamare alla vita, allontanando il pensiero
della morte.
158
Immagino
Femio e Demodoco, i cantori omerici, come due
personaggi marginali nei palazzi greci, tollerati
dai potenti per la loro arte, rispettati anche,
perché il loro essere maestri li rendeva
sacri, come sacerdoti d'una divinità
capace di perpetuare il ricordo: Mnemosyne.
I poeti sono in balia del potere, che oggi è
individuabile nel gusto facile e mutevole della
massa di lettori manovrata dai media e dall'industria
editoriale; infatti oggi i lettori comuni, prima
d'essere lettori, sono spettatori televisivi,
assuefatti alle brutture d'ogni specie che infestano
i film e gli spettacoli: essi leggono come vedono,
e non rimane più nulla nelle loro menti
alla fine della lettura.
Il
poeta non vive in una rocca isolata e imprendibile;
egli è seduto in un angolo, ed assiste
al banchetto organizzato dai proci a spese di
Odisseo, ed è chiamato a cantare, talvolta,
a far risuonare le sue storie nel bailàmme
della festa. Ma chi vuoi che in realtà
lo ascolti? Odisseo non arriverà, egli
pensa, a seminare il terrore e la strage, a
fare tutt'intorno silenzio. La voce del poeta
intanto si confonde con le risa degli ingordi,
con le grida delle serve infedeli. Il poeta
si è rassegnato al peggio, non spera
più nell'arrivo del padrone, non lo auspica
nemmeno, perché un nuovo padrone sarebbe
violento quanto Odisseo, e la sua violenza forse
più devastante. I ricordi lo incalzano,
e lo inducono a non cessare il suo canto. E'
la giustizia che lo fa cantare, la misura della
sua poesia, il suo ritmo; da essa egli auspica
che venga la vendetta sui proci, non dall'arco
di Odisseo. La mancanza di misura sarà
sopraffatta dalla misura poetica, l'ignavia,
la presunzione e l'incapacità di fare
saranno vinti dalla poesia, che è il
fare per eccellenza, l'aritmia sarà annullata
dal ritmo del verso. Così, anche in assenza
di Odisseo, potrà sopravvivere un po'
di giustizia.
159
Su
Hegel, scrive Croce nella Postilla a una
critica del Vossler, in Pagine Sparse
I, cit., p. 225, en passant, parlando delle
"filosofie soverchiamente edificanti":
"...Il
cielo mi piace guardarlo, ma di sfuggita. E
con lo Hegel mi riconciliai solo quando, leggendo
direttamente le sue opere, mi avvidi di avere
innanzi un uomo tutt'altro che "edificante",
riccamente fornito degli attributi della virilità,
e non privo di ghigni mefistofelici".
160
Una
bella - nella sua semplicità - definizione
della parola panico è data da
Gerard Genette, Palinsesti, cit., p.
433:
"E'
quello che, in stile nobile, viene chiamato
sentimento panico, parola che esprime
piuttosto chiaramente quanta grandezza possa
esserci nella fifa".
161
In
un'intervista rilasciata da Franco Fortini nel
1993 e pubblicata dalla rivista "Poesia",
giugno 1998, p. 30, a cura di Sergio Palumbo,
a proposito del rapporto poeta-potere, leggo:
"Il
cantore un tempo, dopo aver allietato il signore
con i suoi versi, passava la notte in una squallida
osteria come il resto della servitù,
perché questa era la sua posizione sociale".
E
poi ancora:
"Dal
punto di vista sociologico, la sorte del poeta
è stata segnata una volta per tutte nell'Odissea.
Quando Ulisse, tornato a Itaca, si vendica dei
proci, massacrandoli, poi, spaventatissimo,
salta fuori il cantore che gli chiede di risparmiarlo
perché confessa di aver cantato per i
pretendenti al suo trono, ma sotto costrizione,
mentre ora potrà farlo liberamente per
lui. Ulisse non lo uccide, ma da quel momento
il destino dello scrittore in Occidente è
segnato. Questa è la contraddizione implicita
nella poesia come impegno".
Non
è difficile intuire che Femio, se chiede
di essere risparmiato, è perché
non vuol morire, e vende la sua arte al nuovo
padrone, che lo risparmia. Omero sa tutto questo,
e ce lo dipinge con colori evidentissimi, in
un certo modo confessandosi, mostrando lo stato
di necessità in cui versa il poeta, in
cui lui stesso forse versa, e la sua unica possibilità
di sopravvivenza, l'arte al servizio del potere.
Non c'è contraddizione, ma accettazione
del destino dell'artista, engagé
per forza di cose. Ma che cosa dunque dovrebbe
cantare, ricordare, il poeta, se non il contrasto
tra gli uomini, la lotta per il potere, che
è la lotta per la sopravvivenza? Forse
capire questa verità significa accettarla,
e dunque acquistare in saggezza, sapere qual
è il proprio limite e la propria misura.
Femio
prima della venuta di Ulisse avrebbe cantato
"sotto costrizione"; mentre d'ora
innanzi canterà "liberamente".
Questo vuol dire che Femio riconosce un potere
per il quale si può cantare "liberamente",
come se questo potere non fosse costrittivo,
fosse giusto, a differenza di quello dei proci
che era ingiusto e privo d'ogni legittimità.
In questo senso il poeta accetta senza alcuna
remora di rientrare nell'ottica del rapporto
di potere, come sarà per Orazio, Virgilio,
ecc. sotto Augusto.
162
La
forza espressiva del D'Annunzio prosatore (penso
al Fuoco) è davvero grande, anche
se poi tutto sembra svanire in una bolla di
sapone. Voglio dire che si avverte nella sua
prosa come una promessa di nuovi sviluppi del
dramma, che poi, alla fine, è lasciato
in sospeso. A parte non poche esagerazioni retoriche,
il tessuto linguistico è compatto e resistentissimo,
degno invero dei migliori prosatori del Novecento.
163
Nabokov,
Lolita: ricopio le parole con le quali
l'autore "accoglie" nel suo libro
il personaggio femminile, parole che potrebbero
entrare in una raccolta di incontri o apparimenti
testuali.
"Camminavo
ancora alle spalle della Haze attraverso la
sala da pranzo, quando più in là,
scorsi un improvviso tripudio di verzura -"la
loggia!" cinguettò la mia guida-,
e poi, senza il minimo preavviso, un'azzurra
onda marina si gonfiò sotto il mio cuore,
e su una stuoia immersa in una polla di sole,
seminuda, sdraiata, e poi in ginocchio, e poi
voltata sulle ginocchia, ecco la mia innamorata
della Costa Azzurra che mi squadrava al di sopra
degli occhiali scuri.
Era
la stessa bambina - le stesse spalle fragili
e sfumate di miele, la stessa schiena nuda,
serica e flessuosa, gli stessi capelli castani.
Un foulard nero a pois, annodato sul petto,
nascondeva ai miei occhi di attempato scimmione,
ma non allo sguardo della giovane memoria, i
seni immaturi che avevo accarezzato un giorno
immortale. E come la nutrice nella fiaba della
principessina (perduta, rapita, scoperta nei
laceri panni di una zingarella, attraverso i
quali la sua nudità sorrideva al re e
ai suoi segugi) riconobbi il minuscolo neo bruno
sul suo fianco. Sgomento ed esultante (il re
che piange di gioia, lo squillo delle trombe,
la nutrice ubriaca) rividi il suo adorabile
addome rientrante, dove la mia bocca, diretta
a sud, aveva brevemente indugiato; e quei fianchi
puerili sui quali avevo baciato l'impronta merlata
dell'elastico dei calzoncini - quell'ultimo,
folle giorno immortale dietro le "Roches
Roses". I venticinque anni che avevo vissuto
da allora si affusolarono in una punta palpitante
e svanirono".
Vladimir
Nabokov, Lolita, (1955) cito dalla IV
edizione Adelphi, Milano 1997, p. 54. Traduzione
di Giulia Arborio Mella.
Penso
a Beatrice che "appare" a Dante, un'altra
Lolita, come Nabokov suggerisce, oppure a Gilberte
che "appare" per la prima volta a
Marcel, o ancora a Margherita che "appare"
per la prima volta al suo maestro, o infine
ad Angelica che fa la sua prima comparsa in
società nel Gattopardo. Sono momenti
di forte tensione emotiva e drammatica, laddove
l'azione di un romanzo si coagula e l'autore
rappresenta con la massima intensità
il destino di un personaggio, che sembra, dunque,
già segnato nella sua prima apparizione.
164
Il
seguente pensiero di B. Croce, Pagine sparse,
I, cit., p.486, valga a scusarmi per eventuali
inevitabili mie "corbellerie" giovanili:
"...
perché il vero giovane è colui
che crede in buona fede, e in buona fede si
sforza, di essere savio, ponderato e avveduto
quanto il vecchio, e fa giovanilissime corbellerie,
stimando di far cose grandi da gareggiare con
le più lodate; e se alcuno lo chiama
giovane, quasi se ne offende, perché
(dice) vuole che si guardi alla serietà
della sua opera e non al novero dei suoi anni;
e a queste baldanza alterna profondi scoramenti,
e, se a torto si vantava il giorno prima poeta,
a torto si martoria il giorno dopo nel sospetto
di essere imbecille... Che cosa volete fare
di un giovane, che sa di essere giovane e fa
il giovane di proposito, come esercitando una
missione?...".
165
Ho
l'impressione di lavorare in una miniera abbandonata,
e di scoprire solo quello che altri, molto più
sapienti di me in fatto di poesia, hanno trascurato,
perché avevano le gerle troppo cariche
di prezioso materiale. Sono pochi, pochissimi
i versi ch'io ho finora scritto, ed ho quasi
quarant'anni, e nessuna scusante.
166
Usanza
medievale del cuore estratto. Il sogno
di Dante nell'incipit della Vita Nuova.
Ne parla Luciano Rossi, Il cuore, mistico
pasto d'amore: dal "lai Guirun" al
Decameron, in "Studi provenzali e Francesi"
82, 6 (1983), pp. 108-109:
"...(spesso
ai cadaveri che morivano oltremare era estratto
il cuore che veniva inviato alle famiglie, per
essere sepolto in patria [nota n. 168: Cfr.
P. Ruelle, Les Congés d'Arras (Jean Bodel,
Baude Fastoul, Hadam de la Halle), Liège
1965, p. 79: "On connait l'usage médiéval,
lorsqu'un personnage de haut rang maurait loin
de chez lui, de prèlever son coeur pour
l'envoyer a ses proches restés au pays.
Les versions tardives de la legénd du
coeur mangé son un reflet de cette costume".
E vd la bibliografia citata in proposito])...".
167
Il
capitalismo è l'unico sistema economico
possibile? Certamente no, si dirà; eppure
bisognerà ammettere che gli uomini se
ne sono dotati perché esso offre garanzia
di benessere materiale ad un numero abbastanza
grande di persone. Che ne consegua l'ineguaglianza
fra gli uomini, non è condizione sufficiente
ad auspicarne o procurarne la fine. Difatti,
che m'importa se in media uno vive nel lusso
più sfrenato, e mille sopravvivono con
un magro salario, se il sistema così
concepito consente a me, che sono nel novero
dei salariati, di mettere al mondo i miei figli
e di sopravvivere almeno fino alla morte naturale?
Tanto più se, poi, con qualche sforzo
o con un pizzico di fortuna, oppure sfruttando
al meglio le mie capacità di animale
intelligente, posso sperare, in un domani più
o meno lontano, di essere io quell'uno che vive
nel lusso più sfrenato, barca a vela
di venti metri, Ferrari, ville a destra e a
manca, ecc., mentre mille miei simili sbarcano
il lunario a fatica, cibandosi di sogni televisivi.
Questo è il ragionamento implicito, inespresso,
ma onnipresente, in tutte le teste degli uomini,
che legittima il sistema e ne perpetua il meccanismo.
Bisogna ammettere, ripeto, che si tratta di
un meccanismo veramente economico, nel senso
che col dispendio minimo (quell'uno che vive
nel lusso) l'umanità si è data
un'organizzazione che le permette di espandersi
e di ingrassare, com'è evidentemente
nelle aspirazioni genetiche di ogni specie animale.
E noi uomini, non lo si dimentichi mai, siamo
animali.
168
Mircea
Eliade, Il sacro e il profano, Einaudi,
Torino 1976, p. 64, scrive:
"Raccontando
in che modo le cose sono nate, se ne dà
la spiegazione e si risponde indirettamente
ad un'altra domanda: perché sono nate?
Il "perché" è sempre
sottinteso nel come".
169
Definizione
di paradosso in Claudio Magris, Il
mito asburgico nella letteratura austriaca moderna,
Einaudi, Torino 1976, pp. 72-73. Esso consiste
in
"una
brillante sfiducia nella possibilità
di trasformare la vita, una caustica arma contro
ogni illusione generosa e un'acuta avvertenza
delle debolezze degli uomini".
170
Sul
simbolo, Ernst H. Gombrich, A cavallo
di un manico di scopa, Einaudi, Torino,
1976, p. 169:
"Rammentate
certamente la storia di Alì Babà
e dei quaranta ladroni. Uno di essi, per ricordarsi
qual era la porta di Alì, l'aveva segnata
col gesso; ma allora la sua bella antagonista
fece lo stesso segno a tutte le altre porte
del vicinato, e in questo modo annientò
il significato del simbolo, senza averlo nemmeno
toccato".
171
Sul
"Corriere" leggo un elzeviro che ha
per oggetto la vecchiaia, dal titolo significativo
Accorrete volontarie nella notte dell'uomo.
E' il solito Guido Ceronetti, che, dietro la
crosta spessa del letterato, dice cose vere
e di grande "attualità". Il
poeta biasima il fatto che il vecchio viva per
trenta, quarant'anni, magari tenuto in vita
da una medicina selvaggia, senza ricevere o
dare una carezza, e provocatoriamente invita
le donne che amano veramente gli uomini, e sono
poche, ad amarli anche nella loro vecchiaia.
Naturalmente uno o due giorni dopo la Isabella
Bossi Fedrigotti gli ha risposto dimostrando
(lei) di non capire nulla; e dei suoi argomenti
a me non cale.
Ora,
ad integrazione di quanto scrive Ceronetti,
si legga Nabokov, Lolita, cit., pp. 158-159,
e si consideri bene il narratore che depreca
la separazione tra mondo adulto e mondo infantile
con queste parole:
"Il
fatto è che l'antico legame tra mondo
adulto e mondo infantile è stato nettamente
reciso da nuove usanze e nuove leggi.",
e
si avrà un quadro abbastanza chiaro della
nostra condizione di uomini moderni, chiusi
in caste sessuali, incomunicabili, all'interno
delle quali altri vincoli e tabù vietano
la libera espressione della sessualità.
Ma non è forse questo alla base della
nostra organizzazione sociale, e non è
forse questa complessa organizzazione che ci
rende particolarmente efficaci nella nostra
riproduzione in quanto specie? Insomma, per
salvare la specie, siamo disposti a ogni genere
di autosopraffazione.
172
Principi
di poetica. Aristotele, Poetica IX:
"Compito
del poeta non è quello di riferire ciò
che è di fatto accaduto ma ciò
che potrebbe accadere e che è possibile
in base alle categorie del verosimile e del
necessario...".
173
Se
si guarda al fatto letterario ed estetico, la
grandezza del romanzo di Nabokov consiste proprio
nell'aver creato uno spazio fittizio percorso
dall'azione incredibile dei suoi personaggi,
che sono evidentemente irreali, ma non
inverosimili, e quindi propriamente concernono
la letteratura, cioè tutto ciò
che noi non siamo, un mondo che noi non abitiamo,
i sogni dai quali ogni giorno all'alba ci svegliamo.
La stessa cosa valga per le donne consolatrici
di vecchi amanti di cui scrive Guido Ceronetti.
Penso
al verso montaliano: ciò che non siamo,
ciò che non vogliamo, e mi sembra
di capire che la poesia consista in questa negazione,
e in null'altro. E' molto probabile che la necessità
del discorso poetico si possa dedurre proprio
da questa negazione, poiché la nostra
realtà è strutturata in modo polare,
cioè ad ogni segno positivo deve corrispondere
uno negativo; pertanto non c'è da stupirsi,
se si considera che la poesia tende per sua
natura a confermare lo status quo, poiché
davanti ad ognuna delle sue negazioni la realtà
positiva del mondo si riafferma, e contemporaneamente
dota di senso il discorso poetico, come al più
(+) corrisponde il meno (-). La poesia, dunque,
non può che vivere in questo circolo
di significato, che sancisce l'accettazione
piena da parte del poeta di tutto ciò
che è.
174
Definizioni
della mosca in Giuseppe Rovani, Cento anni,
Milano 1960, pp. 22-23:
"La
passionata era una delle tante denominazioni
che si davano alle mosche e a' nei onde le gentildonne
facevano, quel che si direbbe, la loro professione
di fede; la passionata era la mosca che
si portava all'angolo dell'occhio, la sfrontata
quella che si portava sul naso, la civetta
al labbro, la galante alla pozzetta,
l'assassina all'angolo della bocca. E
chi o davvero o per bizzarria voleva o intendeva
di avere le qualità morali rispondenti
a quegli aggettivi, portava una di queste mosche,
come un tempo i cavalieri erranti recavano i
motti sugli scudi. Il più delle volte
però non erano che simulazioni, onde
chi avrebbe dovuto aver l'assassina portava
l'appassionata, e sempre poi quelle gentildonne
cangiavano posto alle mosche, onde tutte quante,
in una stagione riuscivano e passionate e galanti
e civette e sfrontate e assassine".
175
Il
torpore dei meridionali, la loro inattività
nelle ore più calde del giorno, soprattutto
d'estate, quando è impossibile lavorare,
credo che sia una delle causa del ritardo (ma
ritardo su quale scadenza?) del Sud rispetto
al Nord. Constatazione fatta sulla mia persona,
molto più attiva a Nord che a Sud.
176
E'
facile osservare come molti dannati all'Inferno
dantesco si fanno maestri di saggezza delle
cose mondane: Francesca maestra d'amore, Farinata
di virtù civica, Brunetto di morale.
La simpatia per questi dannati, la pietà
del personaggio-Dante nei loro confronti, si
rivela nel fatto che egli li rappresenta come
persone degne di stima, che avrebbero potuto
meritare ben altra sorte che non quella di giacere
in eterno nell'inferno. Non deve stupire che
una lussuriosa rappresenti l'amore terreno e
che un miscredente tessa l'elogio della virtù
civica, e che un vizioso faccia la morale ai
Fiorentini: questa apparente contraddizione
nasce dal fatto che l'Alighieri non ha come
fine principale quello della riprensione dei
peccati e dei peccatori - anche se è
innegabile che l'opera si presta ad una simile
definizione didascalica (si veda la Lettera
a Cangrande) -, ma punta tutto sulla rappresentazione
drammatica (l'essenza della poesia è
appunto dramma), che nasce soprattutto là
dove la simpatia, la pietà del personaggio-Dante
è più palese. Allo stesso modo,
non sembri disdicevole che un consigliere fraudolento
come Ulisse tracci i limiti della "vertute"
e "canoscenza" umane. La sua saggezza
fraudolenta si configura come un illecito aggiramento
dei limiti conoscitivi dell'uomo. La prospettiva
mondana di Ulisse è superata nell'escatologia
dantesca, di cui v'è consapevolezza anche
nelle parole del dannato. "Compagnia picciola"
(v. 100) - "picciola vigilia" (v.
114) - "orazion picciola" (v. 121):
ripetendo questo aggettivo Ulisse ammette la
sua umana fralezza, riconosce la sua inadeguatezza
rispetto alla grandiosità del progetto
che con nessuna frode avrebbe potuto portare
a termine. L'"arte", l'astuzia, oltre
le colonne d'Ercole, diventa insensatezza, follia,
destinata a svanire nell'immensità dell'oceano.
Ma "arte" non è solo astuzia,
è anche consiglio, discernimento, intelletto,
virtù umane necessarie, ma di per sé
insufficienti. Rimane nel lettore un senso di
pietà che la simpatia dell'Alighieri
gli ha trasmesso proprio col riconoscere la
necessità e l'insufficienza di quelle
virtù. Il dramma nasce da qui, dalla
contraddizione tra saggezza umana e divina,
che trova soluzione solo nella prospettiva escatologica
e nel giudizio che essa rende inevitabile. Gli
stessi affetti noi proviamo leggendo il canto
di Brunetto, la cui fama, affidata al suo Tesoro,
cui egli pare aggrapparsi come ad un'ancora
di salvezza, è cosa nobile, eppure, a
giudicarla nell'ottica divina, ben meschina.
E'
significativo che l'Alighieri affidi a personaggi
ritratti con simpatia la riprensione di quei
peccati da cui occorre rifuggire con più
determinazione, proprio perché con maggiore
urgenza s'avverte il pericolo da essi costituito,
e da cui forse non si sentì esente lo
stesso autore. Ma questo è confine che
la critica letteraria non dovrebbe mai valicare.
Vale invece capire come l'autobiografismo (inteso
come parlare di sé) informi questi
canti e, direi, tutta la Commedia e l'intera
opera dantesca, perché nelle modalità
di questo autobiografismo, cioè nel suo
particolare tradursi nell'opera, è il
senso precipuo delle scelte dell'Alighieri.
La rappresentazione non è mai frutto
del caso, ma è l'esito della soluzione
dell'autore ai suoi problemi intellettuali,
risolti appunto nei personaggi e nelle situazione
poetiche. Il peccato è la premessa delle
finzione escatologica della Commedia, che non
si sarebbe data neppure, se il personaggio-Dante
non si fosse ritrovato nella selva oscura, smarrito
e privo d'altra prospettiva. Anche da questo
punto di vista, nell'Alighieri il peccato non
è moralisticamente riprovato, bensì,
nell'ambito della finzione della Commedia,
è il presupposto narrativo della rappresentazione
avente per oggetto il viaggio oltremondano del
personaggio-Dante, alla ricerca della salvezza.
177
Definizione
di classico in George Steiner, Errata.
Una vita sotto esame, Garzanti, Milano 2000
[1997], p. 24.
"Cos'è
un "classico"? Che cosa lo fa perdurare
attraverso il tempo, i cambiamenti di lingue
e di società? Che cosa giustifica il
ticchettio del bastone bianco del cieco Omero
nella Dublino di James Joyce?
Definisco
il "classico" in letteratura, in musica,
nelle arti, nel ragionamento filosofico, come
una forma significante che "ci legge".
Il classico ci legge più di quanto noi
lo leggiamo (ascoltiamo, percepiamo). Non c'è
niente di paradossale e ancor meno di mistico
in questa definizione. Ogni volta che ci confrontiamo
con il classico, esso ci mette in questione.
Sfida le risorse della nostra consapevolezza
e del nostro intelletto, della nostra mente
e del nostro corpo (gran parte della reazione
estetica e persino intellettuale è corporale).
Il classico ci chiede: "Hai capito?",
"Hai ri-immaginato in modo responsabile?",
"Sei pronto ad agire in base alle domande,
alle potenzialità di esistenza trasformata
e arricchita che ti ho offerto?"."
178
Una
definizione di classicismo di L. Canfora,
Classicismo e fascismo, in "Quaderni
di Storia", a. II, 1976, 3, p. 39:
Il
classicismo è "quel procedimento
che mira a ricavare, ad estrarre, dalle testimonianze
scritte della civiltà greca e romana
non solo alcuni pensieri ma un vero e proprio
sistema di pensieri (certo elementari e non
sempre organicamente collegati) che vengono
a formare una sorta di "ideologia",
"come nozione della esemplarità
del mondo greco-romano".
179
Come
può il più maturo Leopardi, che
ha già risolto il contrasto natura-società
identificando la società degli uomini
nello stato naturale; come può, dicevo,
nella Ginestra, riproporre la natura
come la nemica dell'uomo che bisogna combattere
ad oltranza, o per lo meno, da cui bisogna difendersi?
Se anche l'uomo è un essere naturale,
combattendo la natura, non combatterebbe forse
contro se stesso?
Occorre
allora intendersi sul significato, nella Ginestra,
dell'"appello" agli uomini perché
si confederino contro la natura. Quell'appello
è in realtà una preghiera rivolta
agli uomini, un auspicio pervaso da una carica
utopica, d'un poeta che, pur essendo ben consapevole
del reale significato da attribuire alle proprie
parole, confida nella virtù del lettore
che sappia leggere tra le righe. Non appello,
dunque, termine dal vago sapore politico, ma
preghiera, laica preghiera, messaggio pervaso
di pietas verso la condizione umana, sentimento
che si rivela nell'accoramento fermamente tenuto
a freno dalla lucida consapevolezza del vero.
Infatti è nella pietas di questo auspicio,
nell'accoramento delle estreme parole del poeta
all'umanità, che bisogna cogliere il
momento risolutivo del "sistema" leopardiano,
lo scioglimento dell'enigma impossibile, la
fuga nell'utopia poetica rappresentata da un
futuro in cui gli uomini si spera possano confederarsi
contro la natura. Il che costituisce, com'è
chiaro, non un ribaltamento, ma un superamento
del piano originario del discorso, poiché
Leopardi oltrepassa l'arido vero, la filosofia,
per proiettarsi verso un altro universo in cui
non conta ciò che è vero, ma ciò
che può essere vero, dal vero
al verosimile, al possibile, che è
il campo della poesia. E s'intende che da questa
operazione va escluso ogni ricorso al misticismo,
allo spiritualismo ecc., poiché il passaggio
su descritto avviene a partire da una considerazione
pessimistica dell'umana condizione, che solo
l'uomo consapevole del vero può tollerare.
Sarà mai possibile istituire una società
fondata sulla fratellanza di tutti gli uomini
confederati? Il Leopardi non risponde affermativamente,
ma risponde con l'auspicio che ciò possa
un giorno verificarsi, e lo dice dapprima a
se stesso e poi all'uomo che, se vorrà,
potrà rendersi finalmente consapevole
del proprio destino.
180
L'autore
scrive, il narratore racconta, e il personaggio
agisce: scrivere, raccontare, agire: queste
sono le tre funzione che agiscono nell'opera
dell'Alighieri. Così preciserei la sintesi
leopardiana espressa in Zibaldone, 4417:
"La D. Commedia non è che una lunga
Lirica, dov'è sempre in campo il
poeta e i suoi propri affetti. (Firenze. 3.
Novembre. 1828.).
181
La
ragione per cui amiamo guardare il fuoco e contemplarlo
placidamente mentre siamo davanti ad un caminetto
o a debita distanza, dentro un forno, è
da ricondurre al sentimento della nostra potenza
di esseri civilizzati che dominano il fuoco
e riescono a tenerlo sotto il proprio potere.
Di eguale origine e natura è il piacere
che deriva dalla visione dello scorrere dell'acqua
d'un fiume, piacere che aumenta se il fiume
è in piena e gli argini tuttavia reggono
bene. Al contrario nessuno dubita che pauroso
è l'incendio che non si riesca a controllare
o un torrente (l'oraziano "Aufidus acer")
che all'improvviso irrompa nella campagna.
Così
amiamo la terra finché non si muove,
mentre diciamo che il terremoto è un
evento terribile. L'aria, infine, è il
bene più prezioso che noi abbiamo, e
solo il pensiero che ci sia tolta, ci fa star
male. Sicché, dopo tanti secoli di civiltà
e di progresso scientifico, potremmo concludere
come i presocratici, e dire che dal controllo
dei quattro elementi deriva la felicità
come anche l'infelicità nostra.
182
Ricordando
nel 1899 a cinque anni dalla morte Francescantonio
Casella, B. Croce, Pagine sparse, II,
cit., pp. 22-23 scrive:
"Nel
succedersi delle generazioni, tra quelli che
si ritirano dalla vita e quelli che in essa
s'inoltrano, vi è un punto d'incontro:
qui si scambiano le due schiere dubbi e speranze,
consigli e conforti, i primi portando seco la
realtà, i secondi levando ancora alto
l'illusione: ma ahimè! Appena i discorsi
sono iniziati, appena le mani si sono strette,
il fato inesorabile separa ed avvia per opposta
parte gli umani; e la generazione più
giovane guarda con tristezza all'altra, che
si dilegua".
183
Le
due citazioni seguenti tratte dal da Cervantes,
Don Chisciotte della Mancia, Einaudi, Torino,
1957, p. 252 e 854 (traduzione di Vittorio Bodini),
spiegano bene cos'è la finzione letteraria,
la sua gratuità, la mancanza di motivazioni
che la sostiene:
"-
Questo è il punto - rispose don Chisciotte
-, e questa è la finezza della mia situazione,
perché, se un cavaliere errante diventa
pazzo per qualche ragione, grazie tante! Il
bello sta a impazzire senza motivo".
***
"Su
questo ci sarebbe molto da dire - rispose don
Chisciotte -. Iddio sa se c'è al mondo
Dulcinea, o se non c'è, se è immaginaria
o non è immaginaria; e non son cose queste
la cui prova debba essere spinta fino in fondo".
184
Un
naso allungabile
A
p. 170 [Carducci allegro, in op. cit.] si legge
un accenno del Carducci alla signora Cesira
Pozzolini, moglie di Pietro Siciliani, contenuto
in una lettera alla moglie: "[Carducci
dice] Della moglie del suo collega filosofo
prof. Siciliani, filosofessa anche lei: "Sai,
trovai ad Arquà la signora Cesira; aveva
il naso più lungo del solito" ".
185
Dare
la parola ad altri e far parlare chi ha già
scritto parole meritevoli d'essere riportate,
non significa cadere nel citazionismo gratuito,
ma semplicemente riconoscere l'importanza di
quanto è stato già affermato,
con un atteggiamento di modestia e umiltà
intellettuale. In realtà, citare è
scegliere, selezionare, togliere dal continuum
di un testo una frase, un'idea, simile al pezzo
di un puzzle che s'era smarrito e, una volta
ritrovato, noi subito riconosciamo come nostro,
necessario a dare forma al nostro pensiero.
E' una nostra idea che noi rinveniamo nel testo
di un altro scrittore, e di essa ci appropriamo
perché crediamo che essa esprima bene,
come meglio non si potrebbe, quello che noi
abbiamo sempre pensato, e fino ad allora non
avevamo saputo esprimere adeguatamente.
186
Debole
è la pars construens del pensiero di
Antonio (Toni) Negri. Non si comprende bene
che cosa di positivo per la vita futura degli
uomini comporti l'esplodere dell'immaginazione.
L'immaginazione non ha mai dato luogo ad una
costruzione dell'essere "altra" rispetto
a quella rappresentata dallo status quo, bensì,
dopo aver distrutto lo status quo, si è
per così dire afflosciata, ed ha sempre
consentito la riedificazione di un assetto sociale
mutato nella forma ma immutato nella sostanza
(fondato sul rapporto padrone-servo, di hegeliana
memoria). Il rapporto di forza, dopo ogni esplosione
immaginativa, ha compiuto un salto solo esteriore.
Il potere, riedificato, è reso più
forte dopo che l'immaginazione ha celebrato
il sua effimero fasto.
Da
questo punto di vista, il pensiero rivoluzionario
di Antonio Negri è il frutto maturo,
anche se per molti poco digeribile, di un'Europa
capitalistica che riorganizza il suo tessuto
produttivo, orientando la speculazione filosofica
verso obiettivi che quanto più appaiono
trasgressivi tanto più contemplano una
situazione di fatto nuova, in cui il potere
ha già riorganizzato le sue fila.
Vedi
quanto scrive Negri sul Nord-est italiano.
Osservazioni
da me fatte leggendo Lenta Ginestra,
SuGarCo Edizioni, Milano 1987.
L'inverno
è finito, E. Castelvecchi, Roma 1996.
Alle pp. 194-195-196, ecco una riflessione sui
processi sociali in corso, e alcune considerazioni
su Giacomo Leopardi:
"Siamo
costretti alle ipotesi: tentiamole. E chiediamoci
allora se, proprio su questo orizzonte affatto
vuoto di universalità, caratterizzato
dalla più assoluta aggressività
dell'uno contro l'altro, non possa rivelarsi
il paradosso di una reinvenzione di universalità.
In che senso? Nel senso che promana dalla costituzione
stessa del mercato mondiale, dalla sua pratica
quotidiana, dalla mobilità dei soggetti
che in esso è prevista, sollecitata,
costretta. La cooperazione produttiva si allarga,
gli scambi e le reti si intensificano e si estendono,
un'universalità materiale e mobile si
affaccia all'orizzonte. (...)
Ci
soccorre, a questo punto, il pensiero di un
grande filosofo italiano, Giacomo Leopardi,
per il quale il concetto di nazione fu oggetto
di predilezione critica. Ora, dall'indistinta
eroica percezione della nazione nella caduta
dell'universalismo dei Lumi, egli passa nel
corso della sua riflessione alla corretta critica
del deflagrare del concetto attraverso la sua
inserzione nello sviluppo iniziale del capitalismo,
nel trionfo della "statistica". Ma
questo passaggio, egli soggiunge, deve determinare
alternativa - alternativa radicale ed endogena,
alternativa potente di quella comunità
di uomini veri, comunicanti, cooperanti che
nel reale la costruzione del mercato nazionale
determina e che, nella Ginestra, Leopardi intravede
attiva negli anfratti della tragedia della natura
e della Storia. Tanto più oggi quella
prospettiva leopardiana sembra percettibile,
nell'intelligenza del futuro e nella dimensione
etica. Perché essa è reale, è
vera nel reale, prima che nel concetto.(...)
[ già in "il manifesto", Roma,
novembre 1991].
Ho
già detto dell'auspicio contenuto nella
Ginestra, vera summa del pensiero leopardiano.
A me pare che Negri qui confonda la carica utopica
della poesia con l'utopia politica, che è
ben altra cosa. La prima opera nel campo del
possibile, la seconda in quello del reale. Come
si sa, gli impossibilia esistono solo
in letteratura, mentre nella realtà agisce
la dura necessità dei rapporti di forza.
Nella realtà nulla è possibile
che non sia prodotto dalla quella necessità.
187
Ogni
volta che leggo A mia moglie di U. Saba
un'associazione di idee, o forse di stato d'animo,
mi richiama alla mente il ritmo e le immagini
del Cantico delle creature di San Francesco
e, più indietro, del Cantico dei Cantici
attribuito a Salomone. La ragione è nel
ritmo lento e pacato con cui si susseguono le
similitudini che fondono la donna al mondo animale
e le restituiscono la sua bellezza naturale.
188
Leonardo
Sciascia, Gli alberi di Bruno Caruso,
in Opere 1956-1971, a cura di Claude
Ambroise, Bompiani, Milano 1990, pp. 1196-1200.
Lo scritto è del 1968. Alberi da frutto
e alberi belli a vedersi. La palma.
"Il
contadino siciliano non ama gli alberi "belli
a vedersi", che non dànno frutto
o che lo dànno vanamente o avaramente.
"Arbuli di bellu vidiri" è
espressione che indica l'inutile bellezza, la
vuota bellezza; spesso la bellezza senz'altro,
delle persone e delle cose. Un uomo bello, specialmente,
è sempre un albero bello a vedersi, da
cui non può venire frutto di sentimento
e di intelligenza. Tanta diffidenza e tanto
disprezzo nei riguardi della bellezza maschile
principalmente (mentre la bellezza femminile
chiama a paragone la cassata, cioè una
grazia abbondante densa e colorita) e secondariamente
di ogni cosa in cui si realizza la bellezza
al di fuori della sfera economica e utilitaristica,
appunto viene dalla campagna e dai rapporti
istituitisi sulla campagna tra contadini e padroni.
Perché i padroni, estremo sopruso e dispetto,
amavano gli alberi belli a vedersi, gli alberi
senza frutto, e ai contadini per patto ne commettevano
la cura; una delle tante corvées,
e forse la più pesante: ché di
ogni altra se ne vedeva il frutto, anche se
era il padrone a goderselo.
[...]
Soltanto
la palma [...] se ne salva. E forse anche in
ciò agisce il sentire popolare, le vecchie
radici arabe. Abu-Hatem il Segestano, nel suo
libro Intorno alle palme, dice: "Dio
volle formare la palma con quel limo istesso
col quale poco prima aveva foggiato Adamo. La
palma è riservata la vero credente, nel
paradiso: sotto ad essa potrà carezzare
le vergini dagli occhi neri e casti. L'albero
eccellente. Immagine e similitudine dell'uomo,
immagine dello spirito umano... Il palmizio
è un dono accordato da Dio ai soli paesi
governati dall'Islam".
Ed
è forse perciò che la palma, anche
se in Sicilia non dà frutto,il contadino
la rispetta: e sempre la iscrive come elemento
scenografico negli incontri d'amore, e a volte
paragona a lei la donna amata. "Parmuzza
d'oru", dicono i canti. Piccola palma d'oro:
araldica, d'oreficeria. E si pensa a quel verso
di Machado: "La palma d'oro e l'azzurro
sereno"."
189
E'
difficile dire come nasca un'idea, da quale
suggestione si sviluppi un'articolazione di
pensiero tale da impegnare alla ricerca, ed
alla realizzazione pratica. L'opera compiuta
è come un albero maestoso, ma l'idea
da cui essa nacque si potrebbe paragonare al
seme piccolissimo che cadde un giorno dal becco
dell'uccello distratto da un'altra - e chissà,
forse meno sostanziosa - preda.
Certamente
l'uomo non utilizza del tutto le sue capacità
analitiche e osservative, poiché non
saprebbe ripetere a se stesso l'ordine delle
induzioni da cui nacque il proposito di dedicarsi
a una determinata impresa. Ecco perché
la prima germinazione di un'opera risulta inspiegabile,
e la motivazione più essenziale e attendibile
consiste nella validità, ossia nel grado
di realtà che essa raggiunge. Non serve
a nessuno che qualcuno abbia costruito una casa
inabitabile, poiché l'essenza della casa
è nel suo essere abitabile. Così
ogni opera trova la sua motivazione in se stessa.
190
Marc
Augé, Storie del presente. Per una
antropologia dei mondi contemporanei, Il
Saggiatore, Milano 1997 [1994]. Alle pp. 137
e seg. definisce i termini luogo e non-luogo:
"Per
luogo e non-luogo intendiamo spazi reali e il
rapporto che i loro utilizzatori intrattengono
con tali spazi. Il luogo sarà definito
come portatore di identità (nel senso
che un certo numero di individui possono riconoscersi
e definirsi attraverso di esso), di relazioni
(nel senso che gli stessi individui possono
leggervi la][ relazione che li unisce gli uni
agli altri), e di storia (nel senso che i suoi
occupanti possono ritrovarvi le tracce di un
insediamento antico, il segno di una filiazione).
Così, il luogo è tre volte simbolico
(dove il simbolo è ciò che stabilisce
una relazione complementare tra due esseri e
due realtà): simboleggia il rapporto
che ognuno dei suoi occupanti ha con se stesso,
con gli altri occupanti e con la loro storia
comune. Uno spazio in cui non sono simboleggiate
né l'identità, né la relazione,
né la storia si definirà come
un non-luogo. Questa definizione può
applicarsi a uno spazio empirico preciso o alla
rappresentazione che ne hanno coloro che vi
si trovano. Ciò che è un luogo
per alcuni può essere un non luogo per
altri e viceversa. Un aeroporto, per esempio,
non ha lo stesso statuto agli occhi del passeggero
che lo attraversa e a quelli di colui che vi
lavora tutti i giorni".
191
Questo
il compito che Aldo Grasso ("Corriere della
Sera" di martedì 16 maggio 2000,
p. 37) assegna al critico televisivo ( e non
solo). Importante la citazione di Soffici sul
tema del "compito della critica":
"In
genere, si pensa, come avrebbe detto Totò,
che il compito del critico sia quello di criticare,
cioè "parlare male". Non è
vero niente. Il compito del critico, se mai,
è un altro: quello di segnare la sua
presa di distanza dal circo mediatico, di non
far parte della compagnia di giro. Se è
bravo, come lo era Achille Campanile, riesce
anche a usare una materia "vile" come
la tv per un esercizio di immaginazione e di
intelligenza. La critica televisiva - la critica,
in genere - può insegnare poco: non è
normativa, non è orientativa, non è
pedagogica. Diciamola tutta: non serve tutta:
non serve a nulla. Ma insegna una sola cosa:
l'esercizio critico. L'analisi di un programma
diventa uno spunto, un attivatore della curiosità
di chi guarda. C'è una definizione di
Ardengo Soffici che si attaglia perfettamente
a questa preziosa "inutilità":
"Compito [della critica] non è solo
quello di apprezzare e fare apprezzare altrui
il buono ed il bello, bensì e massimamente
quello di non prender per bello e buono il brutto
e il cattivo; insomma, non tanto di distinguere
tra l'ottimo e il pessimo, quanto di riconoscere
il vero dal falso". L'ironia critica rischia
di essere l'unico interrogativo che attraversa
la tv. Di fronte al Pensiero Unico Televisivo,
come lo chiama Veltroni, la voce della critica
è appunto quella della dissonanza".
192
Scrive
Walter Benjamin, I "Passages"
di Parigi, Opere complete IX, a cura di Rolf
Tiedemann, Edizione italiana a cura di Enrico
Ganni, Einaudi, Torino 2000 [1982], p. 222 (sez.
Il collezionista, framm. [H 4a I) sulle
figure apparentemente antitetiche del collezionista
e dell'allegorista:
"Il
motivo più recondito del collezionista
può essere forse così circoscritto:
egli intraprende una lotta contro la dispersione.
Il grande collezionista è originariamente
toccato dalla confusione, dalla frammentarietà
in cui versano le cose in questo mondo. Era
stato lo stesso spettacolo ad occupare tanto
gli uomini dell'epoca barocca ad occupare tanto
gli uomini dell'epoca barocca. In particolare
l'immagine del mondo dell'allegorista non può
essere spiegata senza l'appassionato turbamento
di fronte a tale spettacolo. L'allegorista costituisce
in certo senso l'antipodo del collezionista:
ha rinunciato a far luce sulle cose attraverso
la ricerca di ciò che ad esse sarebbe
in qualche modo affine ed omogeneo, le scioglie
dal loro contesto e rimette fin da principio
alla propria assorta profondità il compito
di illuminare il loro significato. Il collezionista,
al contrario, riunisce ciò che è
affine; può riuscirgli in tal modo di
dare ammaestramenti sulle cose in virtù
della loro affinità o della loro successione
nel tempo. Cionondimeno però - e questo
è più importante di tutto quanto
possa mai esservi di diverso fra loro - in ogni
collezionista si nasconde un allegorista e viceversa.
Per quanto riguarda il collezionista, la sua
collezione non è pur mai completa; e
quando gli mancasse anche un solo pezzo, tutto
ciò che ha raccolto resterebbe pur sempre
incompleto, ciò che appunto le cose sono
per l'allegorista sin dal primo momento. D'altra
parte proprio l'allegorista - per il quale le
cose rappresentano sempre solo le voci di un
dizionario segreto che tradirà all'esperto
i loro significati - non disporrà mai
a sufficienza di quelle cose che gli occorrono:
che siano cioè tanto meno sostituibili
l'una all'altra, quanto più resta vieta
a ogni possibile riflessione prevedere quel
significato che la sua assorta profondità
potrà rivendicare per ciascuna di loro."
"...in
ogni collezionista si nasconde un allegorista
e viceversa", scrive Benjamin; ed io penso
alla mia collezione di primi incontri (nella
quale questa frase potrebbe essere un'epigrafe),
al suo significato ultimo, che mi sembra di
rinvenire proprio nel tentativo di unire ciò
che è simile (i racconti del primo
incontro, appunto), al fine di impedirne
la dispersione. Appartengo dunque alla razza
dei collezionisti, spaventati di fronte al disordine
del mondo, che si ritagliano uno spazio limitato
entro cui ordinare le cose affini e omogenee
e riconducono il caos a un kosmos rassicurante;
ma appartengo anche alla razza degli allegoristi,
che rinviene, o cerca di rinvenire, un significato
profondo, sganciato da ogni determinazione accidentale,
negli oggetti della sua collezione.
193
Vittorio
Sgarbi, Dell'Italia. Uomini e luoghi,
Rizzoli, Milano 1991, p. 195 in riferimento
agli "atti primi", cioè in
generale alle prime esperienze di vita, il che
può esser detto anche del racconto del
primo incontro, scrive:
"Bisogna
riconoscere che nella vita hanno particolare
importanza gli atti primi. Mi riferisco sia
alla vita fisica sia alla vita intellettuale.
Noi passiamo attraverso, talvolta in tempi brevissimi,
o, per così dire, sovrapposti, attraverso
veri e propri riti di iniziazione, la natura
dei quali si amplifica e si deforma nella nostra
mente al di là delle dimensioni reali.
E anche quando il procedere dell'esperienza
e la storicizzazione delle avventure interiori
restituiscono alle cose il giusto ordine e la
giusta dimensione, gli atti primi restano in
una sfera privilegiata, non solo come care memorie,
ma come valori d'affezione".
194
Pensiero
di Ennio Flaiano (tratto da Diario notturno,
in Opere 1947-1972, Bompiani,
Milano 1990, p. 362):
"La
saggezza di certi vecchi alberi mi riempie di
venerazione. Ognuno, credo, è legato
agli alberi della sua terra, come ogni uomo
si accorge, un bel giorno, di essere suo padre
e suo nonno e che questa è l'unica immortalità
possibile".
E'
difficile dire che cosa tenga insieme i due
membri della similitudine: probabilmente l'idea
della longevità, del susseguirsi delle
generazioni, dell'"immortalità possibile".
Che l'uomo poi sia padre e nonno al tempo stesso
non è forse confermato dalla scienza
moderna, grazie alla quale noi sappiamo che
la nostra eredità genetica, cioè
la nostra vita, è nei i geni dei nostri
avi? La genetica lavorerebbe per la nostra attuale
(moderna) immortalità?
Se
così fosse, quest'idea o desiderio di
immortalità non sarebbe relegabile più
nel mondo antico, ma sopravvivrebbe nel moderno,
mutatis mutandis, nella genetica, appunto.
195
Friedrich
Nietzsche, La gaia scienza, in Opere
(Edizione italiana diretta da G. Colli e M.
Montinari, vol. V, tomo II), traduzione di Ferruccio
Masini, p. 100 sul tema del rapporto poesia-prosa:
"92.
Poesia e prosa. Si tenga presente che i grandi
maestri della prosa sono stati quasi sempre
anche poeti: pubblicamente, o anche soltanto
in segreto e per le loro "pareti domestiche",
e a dire il vero, solo sotto gli occhi della
poesia si scrive in buona prosa. Questa infatti
è una guerra ininterrotta in belle maniere
con la poesia: tutti i suoi eccitamenti consistono
nello schivare e contraddire costantemente la
poesia; ogni astrattezza vuole essere esposta
come una malizia a danno di quella e quasi con
voce sardonica; ogni aridità e freddezza
deve condurre la graziosa dea ad una graziosa
disperazione; ci sono spesso avvicinamenti,
riconciliazioni di un attimo, e poi, tutto d'un
colpo, un rimbalzare all'indietro e uno scoppio
di risa; spesso si leva il sipario e si fa entrare
una luce abbagliante proprio mentre la dea assapora
i suoi crepuscoli e i suoi cupi colori; le vien
tolta spesso la parola di bocca e canticchiata
seguendo una melodia, che le fa mettere le delicate
mani sulle delicate piccole orecchie - e ci
sono così i mille piaceri della guerra,
comprese le sconfitte, di cui gli impoetici,
i cosiddetti uomini prosaici, non sanno un bel
nulla: essi infatti scrivono e parlano soltanto
in una cattiva prosa! La guerra è la
madre di tutte le buone cose, la guerra è
anche la madre della buona prosa! Ci sono stati,
in questo secolo, quattro uomini molto rari
e veramente creatori di poesia, che hanno raggiunto
un magistrale dominio nella prosa, per la quale
del resto non è fatto questo secolo -
per difetto di poesia, come si è spiegato:
prescindendo da Goethe, giustamente rivendicato
dal secolo che gli dètte i natali, vedo
solo Giacomo Leopardi, Prosper Mérimée,
Ralph Waldo Emerson e Walter Savage Landor,
l'autore delle Imaginary Conversation, degni
i essere chiamati maestri della prosa."
Alle
pp. 110-111, sull'importanza dell'opera dei
filologi ( e Nietzsche lo era):
"102.
Una parola per i filologi. Ci sono libri tanto
preziosi e regali, da dover considerare bene
impiegate intere generazioni di dotti se, grazie
alla loro fatica, questi libri vengono conservati
integri e intelligibili: per rafforzare sempre
di bel nuovo questa fede esiste la filologia.
Il suo presupposto è che non manchino
quegli uomini rari (anche se non si fanno subito
vedere), che sanno realmente utilizzare questi
libri tanto preziosi: saranno proprio quelli
che faranno da sé libri del genere o
che saprebbero farli. Volevo dire che la filologia
presuppone una nobile fede, quella di dover
cioè sbrigare una enorme mole di lavoro
penoso e anche poco pulito a tutto vantaggio
di quei pochi che sempre "sono di là
da venire": è tutto lavoro in usum
delphinorum."
196
Scrive
Giovanni Mariotti in Ma il Grande Fratello
deluderà noi voyeur, "Corriere
della Sera" del 7 luglio 2000, p. 35 a
proposito del voyeur:
"Che
cosa lo spinge (ci spinge) a guardare? La sete
di verità: impulso che in altri casi
viene esaltato, ma nel nostro viene giudicato
ignobile. A torto, secondo me. Se nutriamo un
particolare interesse per la nudità o
per le attività sessuali delle persone
che sono oggetto delle nostre clandestine osservazioni,
è perché stiamo vedendo quello
che di regola non dovremmo vedere; ma troviamo
deliziosi anche gli sbadigli, le grattatine,
gli sguardi persi nel vuoto, insomma tutti quei
comportamenti in cui incorre chi ignora di essere
guardato. Un vero voyeur ha bisogno di pensare:
"Il mondo è così indipendente
da me; sarebbe così anche se io non esistessi
o se fossi morto".
E
tutto finirebbe qui, in una contemplazione che
si appaga senza essere né ostacolata
né rilanciata, se a un certo punto non
si profilasse, nella psiche del voyeur,
un fantasma inquietante, che è il nemico
del suo piacere (pur essendone, per un altro
verso, anche il complice): sto parlando dell'esibizionista.
Insomma, nasce in noi il dubbio che la persona
oggetto di osservazione si sia accorta di essere
vista, e che dunque metta in scena, per ragioni
che restano oscure, e che possono andare dall'onesto
desiderio di mostrarsi alla derisione, un suo
piccolo show a nostro uso e consumo; nel qual
caso non avremmo più a che fare con la
realtà, come credevamo, ma con
una sua contraffazione, allestita per ingannarci."
Interessante
l'antitesi voyeur-esibizionista: il voyeur non
interagisce col mondo, crede nella esistenza
del mondo indipendente dalla sua, egli guarda
e non agisce, da un punto di osservazione isolato
e senza essere visto, egli vede gli altri agire
spontaneamente. Al contrario l'esibizionista
è tale perché richiede espressamente
lo sguardo altrui, richiede l'interazione, ma
non su un piano di spontaneità, bensì
imponendo all'altro un modo particolare di vedere
le cose, la cosa da vedere. Il voyeur è
un vero libertario, l'esibizionista è
un dittatore.
197
Arrigo
Cajumi, Pensieri di un libertino, Einaudi,
Torino 19702 (1950) è scrittore zibaldoniano,
come Leopardi, Gramsci, Benjamin, Dossi, Musil,
ecc. Ecco cosa pensa della letteratura, sul
pubblicare, sul "pigliar quattrini":
A
p. 23: C'è chi si lamenta, un po' dappertutto,
che la letteratura è andata a Patrasso.
A parer mio, non ha che da scivolare ancora
per la china. Quanto i centomila scribacchiatori
che infestano giornali e riviste, si vedranno
scomparire i loro organi, come staremo bene
noi che ci affidiamo alla pagina bianca senza
nessun recondito o utilitario fine, sostenendo
che la letteratura, per essere buona, non
deve dar pane (e se lo dà, sarà
una bella sorpresa, da non farci conto)! La
facilità grazie a cui le ultime generazioni
hanno trovato periodici, editori, denari (e
- assai più di rado - un pubblico) ci
ha sempre scandalizzato, giacché i prodotti
venuti in luce non meritavano il trattamento
di favore che hanno ottenuto, e i loro autori
potevano, senza danno per le patrie lettere,
continuare a fare lo scarparo o il paracelo,
o quell'eventuale più onesto mestiere
ov'erano destinati. Niente di meglio che centomila
persone occupino i loro ozi a leggere e scrivere;
il guaio è quando vogliono tutti riuscire
scrittori, letterati, giornalisti. Il dilettante
che resta tale, non dà noia a un grillo,
e magari esce fuori con gli Essais, come
Montagne. L'odioso, è il professional
writer, l'uomo che pretende di pubblicare
e di pigliare quattrini: onesta razza, da sterminare
o render schiava e castrata, giacché
da essa sorgono i mille pennaioli, pronti a
sostenere le peggiori scemenze, a intorbidare
le già sporche acque dell'opinione pubblica,
a intonare il tam-tam della retorica.
A
p. 58, Cajumi risponde al critico malevolo che
gli rimprovera la sua mancanza di creatività
quanto risponderei anch'io se mi fosse rivolto
un simile rilievo:
"Se
mai capiterà che questi quaderni segreti
siano stampati, m'aspetto già il sogghigno:
- Critico maligno e impotente, che nulla sapeva
creare.
Ohibò,
avrò passato il tempo in un modo meno
indegno di tanti altri, rispettando, amando,
ammirando pochi scrittori che meritavano di
accompagnarci nella vita, a consolazione di
esser nati con una testa pensante. Altri che
ho frequentati che mi hanno dato lo spunto a
divertirmi. E un bel giorno torneremo tutti
in polvere, e la farsa sarà finita."
A
p. 66, ecco delinearsi un "ideale"
di rivista":
"Se
fosse possibile, vorrei ripigliare o fondare
una rivista intitolandolo "Il buongustaio
letterario" o qualcosa di simile, e che
probabilmente apparirebbe scandalosa. Oggi infatti,
nelle gazzette letterarie o presunte tali, cacciano
articoli sulla maternità, satire delle
democrazie, ecc., e nelle rivistole letterarie
non si incontra che un gergaccio filosofico
di gente che non sa quel che vuole e quel che
dice, e proprio non s'è mai messa ad
analizzare cinque righe delle proprie "critiche"
al lume del buon senso, altrimenti avrebbe veduto
ch'erano flatulenze incongrue, e i loro grandi
"problemi", coglionerie. Io vorrei
(e a questi lumi di luna vuol dire andar a letto
al buio) invece un povero e modesto foglio i
cui compilatori fossero gente di gusto ameno
e disinteressato, disposto a commentarsi in
pace "le bellezze" di un pezzo di
poesia, a rilevare una bella "immagine"
in una pagina di prosa, e fare dell'erudizione
spicciola e ghiotta, chiarire delle curiosità
storiche. Il tutto con sovrano disprezzo dell'attualità,
e delle grandes machines ideologiche.
Beninteso, tutti a lavorar gratis, e anzi a
quotarsi per pagare il tipografo".
A
p. 97:
"Come
al solito, in cinque righe c'è tutto,
e uno si domanda se invece di sporcar carta,
non basterebbe saper fare degli accorti florilegi".
198
Spesso
un lavoro prende il via da un'osservazione del
tutto incidentale e, come tale, presto destinata
a cadere, se una certa pervicacia non ci convincesse
a ripeterla e a proseguire nella ricerca. Credo
che in ogni osservazione corretta sia possibile
rinvenire un nucleo di verità, come è
immancabile in qualsiasi indagine che ci conduca
in territori sconosciuti un quid irriducibile
a ragione, un pizzico di follia. A lavoro finito,
mi sforzo di capire che cosa mi abbia indotto
a dedicarvi non poco tempo, e non trovo una
risposta plausibile, almeno sul piano personale.
Ma l'opera è qui, sotto i miei occhi,
e sembra con un cenno dire che ora occorre solo
lasciarla vivere.
199
Su
Pasolini
Mario
Luzi, La via italiana della poesia, a
cura di Renzo Ricchi, in "Nuova Antologia",
Luglio-Settembre 2000, p. 20 afferma, rispondendo
ad un'indagine sulla poesia italiana contemporanea:
"Per
ora c'è un letterario medio abbastanza
accettabile. Perché si noti veramente
qualcosa occorre che ci sia una motivazione
forte che per ora non si nota tra i poeti dell'ultima
generazione. L'ultima motivazione forte, in
Italia, l'ha avuta Pasolini. Una motivazione
ideale".
200
Il
Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Scendendo a Palermo nel suo coupé,
accanto a padre Pirrone, don Fabrizio ha questo
pensiero:
"A
quell'ora, poi, a notte quasi fatta, essi [i
conventi palermitani] erano i despoti del panorama.
Ed era contro di essi che in realtà erano
accesi i fuochi delle montagne, attizzati del
resto da uomini assai simili a quelli che nei
conventi vivevano, fanatici come essi, chiusi
come essi, come essi avidi di potere, cioè,
com'è l'uso, di ozio.
Questo
pensava il Principe...".
Il
punto di vista del Principe è terzo rispetto
a quello dei ribelli e dei conventuali, si presenta
per così dire super partes. Da
questa prospettiva è raggiunta una visione
d'insieme dei fatti narrati che dà il
tono, è lo stile dell'opera..
Ma
l'estraneità del Principe alle vicende
dei contendenti non significa che egli non agisca
nella storia. Al contrario don Fabrizio è
anch'egli attivo, ma d'un'attività riflessa
e condizionata. L'estraneità del Principe
sta nella non totale resa alla storia, nella
salvaguardia di uno spazio privato, personale,
intellettuale in cui le cose possono ancora
essere viste dall'esterno, da lontano, come
le stelle.
| 201 |
| Nel
carteggio Antonio Baldini - Manara Valgimigli,
Carteggio 1933-1962 Società e
cultura in Italia, a cura di David Borioni
e Giorgio Valgimigli, con Prefazione di
Giovanni Spadolini, Quaderni della Nuova
Antologia, XLV, Le Monnier, Firenze 1992,
p. 106 (lettera n. CCVII): |
|
Padova,
18 IV 62
|
Caro
Antonio,
L'episodio
dolente e comico, che si può solo
raccontare a un amico e in un orecchio,
è questo. Vo al cesso; non mi accorgo
che il coperchio è giù e non
su; e ci picchio una coglionata che vede
le stelle, e quindi contusione, tumefazione
ecc. ecc., e io solo solo a dovermi curare
da me, e il meglio fu mettermi in letto
e star lì fermo. Ora sto bene come
prima e gli zebedei sono tornati a posto
(...). |
202
Michel
Vovelle, La morte e l'Occidente, Laterza,
Roma-Bari, 2000 [prima edizione italiana, 1986].
Alle pp. 240-42, in riferimento al riso, così
descrive il mutamento della mentalità
tra Rinascimento e Età barocca, da Rabelais
a Perrault:
"In
quest'avventura c'è poi un'altra novità,
ed è che l'atteggiamento popolare, ripiegato
sulla separatezza semiclandestina dei suoi gesti
secolari, o marginalizzato ed escluso sotto
i tratti della strega, perde la pugnacità
che ancora nel secolo precedente -il secolo
di Rabelais e di Pantagruel- gli aveva permesso
di secernere quel ricco distillato della sua
cultura ch'è il sistema dell'inversione
carnevalesca, del riso e della derisione, mezzi
potenti di ripulsa delle alienazioni subite,
di vittoria sulla paura. Ora questa creatività
s'inaridisce. Per convincersene, basta leggere
il discorso sulla morte svolto, attraverso l'opera
di Perrault, dalle fiabe che sul finire del
secolo l'élite attinge alla cultura popolare
per il proprio spasso. Certo, se ci s'impegna
a decifrare i significati della morte, onnipresente
in questi discorsi, vi s'incontreranno regolarmente
temi di comparazione con l'universo della cultura
popolare dell'epoca di Rabelais...(...)
Il
fatto è che Perrault, se si è
"nutrito" di questo discorso popolare
sulla morte, non lo ripropone però nella
sua autenticità: distillando l'angoscia
sino al happy end, quello ch'egli offre è
un Rabelais amputato del riso enorme della complicità,
della gioia del trionfo della vita. Il riso
ha mutato natura, trasformandosi in ironia o
derisione. Non è più il popolo
che esorcizza i fantasmi alienanti, o le angosce
reali: è l'élite che sorride delle
ingenuità del discorso popolare. Perrault
ci dà un'ultima immagine di una cultura
ancora viva all'epoca in cui l'ha raccolta dalle
balie, ma che ha perso il suo dinamismo, e ch'egli
devia dal suo letto, prima che divenga per secoli
la specifica pastura dell'immaginario infantile.
La complicità tra cultura popolare e
cultura d'élite è finita".
E
oggi, che ne è del riso?
203
Arrigo
Cajumi, Pensieri di un libertino, cit.,
p. 143 (aneddoto crasso di un torinese)
"I
napoletani sono deliziosi. P. mi raccontava
che quando Buffalo Bill venne in Italia, rimpolpava
le sue schede di indiani veri con pellirosse
locali, personaggi muti. A Napoli, egli scrittura
quattro gaglioffi che si mettono a fumare la
pipa sotto la tenda, come i più autentici
scotennatori. Il maestro Leopoldo Mugnone, uomo
diffidente quanto noioso, va a visitare il campo
di Buffalo Bill, e spende mezz'ora a ronzare
intorno al gruppo dei falsi indiani, chiede,
domanda, ma quelli, bene ammaestrati, fingono
di non capire, e rispondono a gesti. Mugnone,
scorato e stizzito, se ne va. Ma, fatti cento
passi, torna indietro e ricompia bruciapelo:
-
Ma voi, dove fate -
-
In culo a màmmeta."
204
La
definizione di Malussìa si può
leggere in una recensione di Silvio Perrella
(Un sentimento naufrago, in "L'Indice",
Febbraio 2001, anno XVIII, n. 2, p. 6) ai racconti
di Sergio De Santis, Malussìa. Storie
del vulcano muto, Avagliano, Cava dei Tirreni
2001.. Scrive Perrella: "Cosa significhi
questa parola, che campeggia in copertina su
una bella e pertinente immagine di Kirchner,
l'autore non lo dice mai, limitandosi a parlare
di uno "smarrimento fra gli stretti sentieri
di una vita troppo diversa da come l'avevamo
immaginata":
"Era
il primo pomeriggio, e per caso mi sono trovato
nella stazione della Cumana, uno dei treni metropolitani
che collegano la città con i paesi flegrei.
Sapevo che da quella stazione, in non più
di mezz'ora, avrei potuto raggiungere la spiaggia
di Torregaveta. L'idea di un treno metropolitano
che fa capolinea su una spiaggia mi aveva già
sedotto da tempo, ma non mi era mai successo
di realizzare quel desiderio. Ed ecco che già
si chiudevano le porte ed ero seduto in un vagone
quasi vuoto, preso dalla frenesia dello sguardo,
pronto a cogliere a sinistra il mare e a destra
il tufo e i palazzi di Pozzuoli. E poi il buio
delle gallerie e i cantieri in disuso e una
costa frantumata, e i visi dei pochi passeggeri
in salita o in discesa. Adesso, a destra, c'era
il lago di Fusaro, con la casina vanvitelliana,
al centro, raggiunta da un breve ponte. Mancava
poco, ed ecco il capolinea.
Ma
dov'è la spiaggia che cerco? Faccio qualche
passo incerto fuori dalla stazione. Ma invece
di vedere la spiaggia, all'improvviso mi si
profila dinanzi allo sguardo l'immagine possente
e slanciata di un'isola. All'istante so che
si tratta di Ischia: certo che lo so, c'è
poco da sbagliare, ma non me l'aspettavo. La
spiaggia c'è, eccola, ma è interrotta
da un lunghissimo pontile, che come una freccia
obliqua indica l'isola. E sul pontile ci sono
diversi uomini intenti a pescare, e accanto
agli uomini alcuni cani dormicchiano sul cemento
o giocano tra loro. Provo sentimenti contrastanti,
quel che sta lontano e galleggia laggiù
mi sembra bello e appetibile, ma il vicino mi
sconforta. Vado fino in fondo al pontile troppo
lungo e con ogni probabilità inutile.
Ma rapidamente torno indietro e prendo il primo
treno. In poco più di mezz'ora si può
uscire dal centro antico della città
e venire a pescare su quel pontile, penso. E
di nuovo sono preso dalla frenesia dello sguardo,
mi siedo prima a sinistra e poi a destra, e
guardo fuori dai finestrini scorrere il tufaceo
paesaggio flegreo.
Quando
scendo dal treno, e m'avvio verso l'automobile,
so di provare un sentimento salmastro, e so
che questo sentimento ha a che fare con la malussìa
che ho scoperto leggendo i racconti di De Santis".
E'
possibile paragonare l'espanto di cui
parla Franco La Cecla a proposito degli Indios
Quechua della zona di Cayambe in Ecuador con
la malussìa, e potrei io tradurre
entrambi i termini con "disorientamento"?
Del resto io penso anche al "non ricordo"
di Goffredo Parise, Verba volant, più
su citato.
Passeggiate
in auto con mio padre ottantenne, che, pur lucidissimo,
non riconosce talvolta i luoghi della sua giovinezza,
mutati improvvisamente per il sorgere di una
costruzione nuova, per l'abbattimento di un
vecchio albero, per l'apertura recente di una
strada, eccetera.
(III
- Fine)