|
premessa
potremmo
rappresentare il nostro io come una specie di
estesissima struttura radiale che ha un centro
localizzato che è la nostra presenza fisica
nel mondo, e i cui raggi sono costituiti dalle
innumerevoli relazioni, esclusivamente linguistiche,
che stabiliamo col mondo. nel mio caso, ad esempio,
una fitta raggiera raggiungerebbe torino, dove
ho una cara amica, molta massa si farebbe nella
zona dei libri, dei parenti e amici, ed esili
filamenti o propaggini rarefatte e quasi gassose
si allungherebbero, ad esempio, fino a un numero
altissimo a cui ho pensato qualche volta nella
vita, a un recesso cosmico, o a una rara commistione
di sensazioni provata in un bar. questo libro
è forse, più propriamente di quanto
non lo siano in qualche modo tutti i libri, una
specie di tentativo di disegnare una mappa, di
riportare in un oggetto piccolo e maneggevole,
questa struttura.
il
modo, il sistema di convenzioni scelto per disegnare
questa mappa, dipende da altri fattori, innanzitutto
dalla mia corporeità e dalla temporalità
in cui si sviluppa ogni linguaggio.
quel
corpo che è una zona, un ispessimento della
nostra presenza nel mondo, produce notoriamente
dei rumori e suoni, strutturati in una forma codificata
detta verbale, che a loro volta possono essere
depositati sulla carta. un insieme di questi depositi,
formatisi nel corso di alcuni anni in me, costituisce
di fatto il libro.
la
sua natura e le sue caratteristiche si differenziano
dunque per molti aspetti da quelle dei libri più
frequentemente pubblicati - anche se si può
riportare ad alcune categorie e generi già
esistenti.
non
è un romanzo, innanzitutto, come è
evidente. la ragione che non lo è perchè
non saprei scriverlo, fa tutt'uno con quella che
non credo sia utile scrivere ancora romanzi. oggi
esistono forme di rappresentazione molto più
potenti del romanzo - come il cinema e la televisione
- e inoltre credo che le vere storie letterarie,
quelle che necessitavano di una rappresentazione
di questo tipo, siano già state scritte
una volta per tutte. perchè poi inventare
storie di qualsiasi tipo? oggi ne produce in eccesso
la realtà, o l'iperrealtà mediatica,
e noi siamo diventati troppo scaltri per dare
credito a quelle inventate.
mi
sembra quindi più utile che la letteratura,
o comunque la scrittura, sfrutti i tempi lunghi
e le forme complesse più propri e specifici
del libro, e che tenti di arrivare dove non accedono
gli altri linguaggi.
dunque
questo è un libro che parte dalla mia esperienza
personale, e racconta in qualche modo ciò
che è accaduto al mio corpo nel mondo.
ma nemmeno è un diario. la realtà
vi è infatti in qualche modo trasmutata,
processata dal linguaggio. l'io protagonista del
libro, deriva in qualche modo da me, ma non vi
si identifica. il mio scopo non è stato
infatti quello di svelare e descrivere la mia
vita, le mie opinioni o le mie caratteristiche
psicologiche - il che forse mi seccherebbe - ma
al contrario, quello di esplorare quegli spazi
della realtà accessibili ad un io indipendentemente
dalla sua storia personale, dai suoi geni e dal
suo particolare assetto e configurazione ormonale
- ovvero da tutto ciò che costituisce una
psiche e una personalità.
ciò
probabilmente abbassa il livello di presa emotiva
immediata di quanto ho scritto. infatti questo
non si pone come libro particolarmente piacevole
(ma che pretesa di piacevolezza può avere
un libro rispetto a una carezza o un cibo?) o
divertente (e anzi, più che divertire da
nulla, vorrebbe convertire, concentrare), forse
vorrebbe essere in qualche senso educativo, ma
educando in un punto dove non c'è nulla;
o utile - per nulla praticamente, ma nel senso
di utilizzabile: vorrebbe cioè agire in
qualche modo in chi lo legge, e modificare minimamente
ma utilmente il suo modo di pensare e sentire
le cose - o magari fargli soltanto sperimentare
un modo in cui non conviene farlo.
in
questo senso esso è anche una specie di
esplorazione. scrivendo, io vorrei avventurarmi
in una landa, in una regione di frontiera delle
cose, in cui spero di trovare condizioni di vita
migliori, magari in una terra mitica, che immagino
trovarsi in una zona molto profonda, dove si dissolvano
o perdano senso le contraddizioni. la mia massima,
teorica aspirazione sarebbe di intensificare e
approfondire la percezione, fino ad arrivare al
punto dove il desiderio coincide con il mondo,
e in quel luogo fondare un nuovo piccolo sistema
di valori e leggi.
questa
aspirazione è probabilmente ingenua, ma
almeno motivata da una necessità reale,
e quindi per lo meno non frivola in partenza come
quella di molta letteratura (se la letteratura
è primariamente e essenzialmente quel processo
che trasforma alberi viventi, verdeggianti, ombrosi
e fruttiferi in cumuli inerti e incartapecoriti
di carta sporca).
un'altra
cosa che, nonostante le flagranti apparenze, questo
libro non è affatto, è un libro
di aforismi. se i sedimenti del mio corpo qui
precipitati sono disposti in una misura breve,
ciò non significa che essi abbiano la forma
interna dell'aforisma, cioè la sentenziosità,
la fulmineità, il taglio denotativo e analitico
propri dell'aforisma. se le espressioni sono interrotte
e discontinue, è perchè hanno la
natura dei fiotti, talvolta dei rigurgiti, delle
secrezioni o le emorragie, diciamo anche delle
polluzioni e le emissioni seminali. in un certo
senso, è vero d'altra parte che non si
scrive per altro che per diffondere la propria
semenza psichica nel mondo, per occupare più
spazio nel mondo - introducendosi e installandosi
in altre aree e territori neurali, in altri corpi
del mondo - per fecondare dunque col nero seme
dell'inchiostro, configurato dal nostro patrimonio
mentale, altri sistemi psico-linguistici. questa
funzione può essere considerata in forma
rovesciata, come compensazione alla paura della
morte. il primo utilizzo psicologico della scrittura
fu quello di garantire la sopravvivenza nell'aldilà,
sostituendo il defunto con il suo nome, il suo
corpo corruttibile con il suo segno durevole.
le parole servono dunque primariamente a rimediare
alla nostra incessante morte, incessante sparizione.
per cui la scrittura è anche un moto positivo,
è una regolazione, un adeguamento del linguaggio
ai nuovi oggetti del mondo, alla sua incessante
e interminabile ricostituizione .
fatte
tutte queste considerazioni, la forma che ha assunto
necessariamente il testo è quella di un
deposito lineare, calato nell'ineludibile forma
temporale del linguaggio, di descrizioni, dati,
sensazioni, e qualsiasi altro movimento di segni
che va infine a cosituire un io, una persona,
una psiche, un tizio che si firma a fine libro.
il
minimo di organizzazione che gli ho dato spero
serva a rendere più comodamente intellegibili
e non a sforzare e snaturare questi caratteri.
nella
prima parte, che si chiama quasi proposizioni,
si opera una sorta di posizionamento dell'io scrivente.
quest'io registra la sua perplessità sul
mondo, attraversa città e luoghi di villeggiatura,
lavora e desidera, svolge insomma alcune funzioni
umane. è ancora un io essenzialmente psichico,
è ancora disposto nel tempo e scandito
dalle sue suddivisioni tradizionali, è
ancora continuo e riconoscibile, gli capitano
ancora delle cose del mondo, ma sostanzialmente
le fallisce tutte. in città vaga come un
alieno, la luce marina esaspera con la sua nitidezza
la distanza che lo stacca dalle cose, prova sentimenti
ma per un essere da cui non ottiene nulla e attraverso
cui non perviene a nulla. lo stile della sezione
è piuttosto tradizionale, registra minime
perplessità e sussulti emotivi, è
piuttosto intriso di emotività biologica
e umana.
nella
sezione seguente, posture, il fluire
della coscienza si fa più disarticolato
e caotico. il tempo interiore, frammentario, pulviscolare,
intermittente, simile alla costruzione di luci
e bagliori del flusso onirico, si sostituisce
a quello astronomico. viene meno la già
vaga continuità narrativa, le tematiche,
o meglio gli oggetti della percezione, si accavallano
l'uno all'altro, e si dovrebbero teoricamente
riconnettere nella memoria del lettore così
come si sono distaccati dalla memoria unica che
li ha generati. il titolo posture indica che le
parole hanno rinunciato ad essere enunciazioni,
o almeno quasi proposizioni come dichiarava la
sezione precedente, e ammettono di essere semplici
configurazioni psichiche, forme linguistiche assunte
dallo scrivente nel mondo.
in
fuori testo, si avvia in qualche modo
un processo di strutturazione razionale. le frasi
si addensano intorno a una serie di nuclei tematici,
la scrittura si fa più aforistica. si tratta
di una specie di spartiacque e di momento di elaborazioine
teorica, necessaria a fare un punto della situazione.
c'è una descrizione del mondo televisivo,
e una successione di riflessioni sulla religione.
sono due approdi possibili, molto diversi e probabilmente
antitetici della crisi. sono due forme di rimozione
della morte: la negazione del reale nell'iperrealtà
televisiva, la sua astrazione nello spazio atemporale
del segno, nel mondo incorruttibile dell'immaginario:
questa è sicuramente una delle tendenze
dominanti della società contemporanea,
ma non sembra poter portare ad altro che a una
sorta di stato di allucinazione e dissociazione
collettiva e permanente, e dunque ad ulteriori
seppur dilazionate sofferenze. una risposta più
adeguata dovrebbero darla i sistemi religiosi
e le pratiche che ne discendono. ma il capitolo
cerca di mostrare quanto poco del fascino di questi
sistemi possa resistere a una descrizione libera,
radicale, onesta delle loro asserzioni. forse
l'inadeguatezza alla sensibilità contemporanea
delle attuali ideologie religiose, dipende dal
non aver ancora saputo pensare a dio che ancora
come a un uomo, un uomo in qualche modo potenziato
e intensificato. forse per avvicinarsi davvero
al trascendente, al non umano, comunque a un sentimento
del sacro - contrapposto a un odierno frivolo
spreco del mondo - bisogna effettivamente muoversi
da una svalutazione dell'umano. così come
mi sembra che la retorica dell'umano, l'antropocentrismo
selvaggio, l'abnorme e prevaricatoria invasione
del pianeta da parte della specie umana, sono
la causa principale di tutti i mali contemporanei,
dalla sovrappopolazione e la fame, all'inquinamento
e le conseguenti malattie, all'aumento o stasi
dell'aggressività e le guerre, alle nevrosi
cui concorrono la perdita di senso e lo sconcerto
dell'individuo. l'uomo del 2000 a qualcuno è
sembrato una cavalletta vorace soffocata dalla
sua prolificità e corrotta dalle devastazioni
che essa stessa ha prodotto. nell'ultimo paragrafo
lo scrivente compie un viaggio, per ora solo geografico.
nella
sciamana comincia più propriamente
quello che ho chiamato un tentativo di esplorazione,
che parte dalla misteriosa presenza dell'altro,
e innanzitutto da ciò che di lui è
più misterioso in quanto più indubitabile
e ineludibile, la sua corporeità. l'io
scrivente sfrutta la potente energia cinetica
di cui lo carica la tensione fra i corpi, e tenta
di uscire da sè, di accedere oltre sè.
vi si sviluppa in qualche modo l'idea che la passione
- intendendo con questo termine in senso ampio
ogni sentire che agisca in un senso centrifugo,
che faccia pressione sull'io verso l'esterno -
ci espone all'ignoto. questa passione d'altra
parte non è più descritta nelle
sue forme psicologiche, ma negli strati che le
hanno prodotte: non mi interessavano molto i suoi
effetti psichici e ancor meno narrativi o sociali,
ma la sua turbolenza, la sua forza di emanazione,
la capacità di suscitare le significazioni
più profonde delle cose.
in
fischia potrebbe avvenire a tratti il
dispiegarsi e disporsi di questa cosa uscita da
sè in questo spazio e sede più ampia.
gli oggetti potrebbero apparire per attimi illuminati
da bagliori provenienti da spazi extralinguistici,
baluginare ai bordi della corporeità, sacralizzarsi,
trasformarsi in non oggetti, dissolvere i loro
caratteri accidentali. il tono delle parole cambia,
perde la sua qualità denotativa, cerca
anzi di dimenticare il nome delle cose, e di ripercorrere
all'indietro lo spazio che la nominazione ha frapposto
ad esse, ristabilendo la continuità sacrale
fra l'io e il mondo. l'io liberato dal desiderio,
non può ancora sussitere in esso; l'io
che è nel desiderio, deve costituirsi in
un altro sentimento del mondo, o, se non è
più un io, in un'altra disposizione. prevalgono
tinte spente, in cui lampeggiano a tratti luci
fulminee.
a
leggerlo attentamente, credo che questo ultimo
capitolo possa condurre in zone psichiche piuttosto
peregrine, in cui la comunicazione col lettore
diventa più difficile. è un capitolo
un po' autistico, o robinsoniano, che forse può
essere compreso solo da chi abbia pensato pensieri
simili e abbia frequentato simili luoghi. in realtà
perfino io riesco a riconoscerci delle cose solo
in alcuni momenti di perfetta congenialità
a me stesso. ma d'altronde, nessun libro, nessuna
sequenza e percorso di parole ha senso se non
si dirige in un posto insolito, un po' sperduto,
non abituale (e nel quale non si sa se valga la
pena di arrivare), nessun libro si scrive senza
un lettore che abbia almeno un vago desiderio
di arrivarci, di nessun libro, se è concepito
e realizzato male e alla fine non porta in nessun
posto, non ha colpa anche il lettore che non voleva
arrivarci.
***
quasi
proposizioni
il
deposito dell'afa, sul marciapiedi
che
avrebbe pensato di me quel barista che si accendeva
una sigaretta per la strada, col vassoio poggiato
su un muretto
la
città di giorno è prevalentemente
bianca
animali
della città: un'adolescente che rideva,
appena appoggiata alla compagna; una pallida bestia
di trentenne nubile, dal passo pesante, che transita
davanti a una vetrina
in
città, verso il centro, le immagini assumono
incessantemente nuove configurazioni - bastano
le macchine e i passanti
(un angolo dietro casa mia è sempre la
stessa immagine)
perché
mi trovo imbottigliato in mezzo a questo traffico?
ho
sbagliato qualcosa nella vita?
"praticamente
noi stiamo di fronte a..." sento dire a tre
ragazze col telefonino, passandogli vicino con
la macchina
benché
le abbia guardate più di diecimila giorni,
sono spesso ancora molto sconvolto dalle cose
mentre
ero nel supermarket, a un certo punto mi è
venuta voglia di innamorarmi della commessa brutta
e priva di ogni attrattiva, perché non
avevo altra uscita
il 28 luglio, alle 4 di un pomeriggio asfissiante,
fare spese in un supermarket poco affollato, e
notare che infallibilmente la commessa e le clienti
cercano di offrirti allo sguardo il seno che tondeggia
dallo scollo della camicetta.
(in
questo gesto, c'è qualcosa di profondo)
io
al centro del parcheggio, davanti al cartellone
con la scritta: peli superflui? no, grazie.
4
agosto
alcune
persone, rosa, a mezz'acqua
una
signora si gratta, ma con lentezza naturale, in
maniera piena e definitiva
il
calabrone è un punto nero, definito, che
scivola lungo certe sue elaborate, complesse traiettorie,
che ha un ronzio continuo, costante, che a volte
resta sospeso nel volo in equilibrio statico
la
particolare insostenibilità delle giornate
luminose nel ricordo,
la
luce del 1977 che in quell'anno c'era
se
guardo il rosa della bouganvillea, io sono nel
rosa, insediato nel rosa - se mi commuto impercettibilmente,
senza soluzione, nel verde, io sto nel verde (inavvertibilmente,
silenziosamente - mi installo nel verde). se invece
lascio dilatare la percezione, sono in questa
luminosità estesa, pervasiva, il cui colore
è la rotazione e la centrifugazione di
tutti (ora lascio disperdersi i recettori visivi
nella luce diretta, sono in quel bagliore diffuso,
dilatato, epidemico)
le
linee, i contorni, i passaggi da un colore all'altro,
da una superficie all'altra, sono i limiti misteriosi
in cui mi sveglio dalla pura percezione, e attivamente
e coscientemente stabilisco, definisco
lo
splendore della carne, l'assoluta, definitiva,
divina inafferrabilità, incomprensibilità
della carne - qualunque essa sia, anche quella
del macellaio
perché
questa a fianco...
la
guardo e...
settembre
dover
andare al lavoro ogni mattina imprime irrimediabilmente
una curvatura alla giornata, un coefficiente di
curvatura, che la rende infine circolare
spostarsi
sulla superficie del mondo, da un posto a un altro
posto precisamente dove ci sono certe radiazioni
di luce giallina, fra i fumi delle fabbriche che
ne intorbidano il cono, e essere uno in un'automobile,
bianca, in mezzo a strati successivi, a uomini,
aria, verde, cose indefinite e innumerabili, ricordando
(essendo anzi essenzialmente una stratificazione
di ricordi) e potendo immaginare, infine essersi
depositato su questa carta, ormai inerte, dal
plasma, in queste piccole figurazioni casuali
ma leggibili come i fondi di caffè.
d.,
almeno tu se almeno tu avessi rallentato per un
istante, per qualche sera, facendoci una pizza
o baciandoci, questo scivolamento, se almeno tu
avessi fatto un po' di attrito
se
mi ricordassi tutte le cose per cui è valsa
la pena aver vissuto - forse tutte insieme farebbero
una specie di oggetto solido, consistente.
nella
vita, sempre le stesse figure ricorrenti. il bambino,
l'uomo, la donna, gli alberi, e tutti gli altri
quasi infiniti ma pur finiti e ricorrenti oggetti
della realtà. invece, la loro sostanza
è come quella dei sogni, è una cosa
che non ricorre, non ripetibile.
P.
fossimo
stati a c., oggi sarebbe stata una di quelle giornate
perfette in cui i suoni, la materia, i colori,
sedimentano sulle pareti del paesaggio e lasciano
un oggetto fermo nel tempo, un oggetto che per
un attimo è un simbolo fermo e concluso
della realtà
quello
che aspetta le telefonate dell'altro - una figura
mostruosa, una specie di mostro verdastro, bavoso,
tubercoluto
cercare
il punto dell'io in cui la realtà mi attraversa
l'innamoramento
ci sorprende sempre alle spalle - è qualcosa
che non possiamo immaginare e prevedere, nemmeno
spiegare, si genera per misteriosi sommovimenti,
ribollimenti, pressioni della sostanza inconoscibile
da cui siamo circondati - racchiusi. a un certo
punto questa pressione aumenta e il leggero involucro
del nostro io si rompe, e noi ci troviamo invasi
di fluidi e sostanze sconosciute e luminescenti,
che non sappiamo controllare
nel
mondo c'è un solo fiore, un solo cane,
una sola camicia, un solo secondo
eppure,
quando ho nominato gli occhi, ho finito per ripensare
a quelli di p. - i suoi occhi di acque smosse,
di mare appena torbido
forse
potrà ritrovarmi solo una donna speleologa
io
provo per p. un amore profondo e inspiegabile.
non c'è nessuna ragione perché l'ami.
è un amore depurato di ogni intesa, di
ogni curiosità, di ogni affinità,
di ogni piacere, di ogni desiderio. è puramente
sentirsi in bilico sull'altro.
il
farmacista segue con perplessità il decorso
dei miei amori. comincio comprando preservativi,
finisco con gli ansiolitici
quelle
che hanno le intenzioni - le intenzioni
di essere allegre, di essere pure ecc. - che parlano
sempre come le pubblicità degli assorbenti
non
possiamo stare qui a implorare una telefonata
esplorerò
quest'orario sconosciuto, le 20.20 (uscendo di
casa alle 20.10)
mi
immagino il sangue come quei tessuti stampati
in cui si ripete diffusamente e galleggia la tua
immagine
nella
mente bisognerebbe inventare dei passaggi a livello,
per evitare, per esempio, che un desiderio vada
sotto a una paura.
ami
di più me? noi ci sentiamo privi di senso,
casuali e arbitrari
un
coacervo di impulsi prevaricatori e impulsi edonistico-sensuali,
mal coltivati, mal regolati, alternati a blandi
e fuggevoli slanci affettivi, e ingannevolmente,
subdolamente ricoperti da un manto puramente esteriore
- come la bella livrea di un animale feroce o
il vestito di lusso di una persona da poco - di
dolcezza gestuale e vocale, una specie di alienata
melodiosità e armonia dei comportamenti
- che però in questo caso si chiama melensaggine
la
bellezza può essere pubblicità ingannevole
tu
non ami la mia smania, la mia agitazione. tu ami
le macchinette per la produzione di comportamenti,
le macchinette per la produzione di vita
chi
si innamora non è più un altro,
non è qualcuno di cui ci si può
più innamorare
mi
trasfondo in un materiale di maggiore durata organica:
scrivo
avverrà...
la parola avverrà ha qualcosa di vuoto
e evanescente. sembra che il suono della parola
riveli che non avverrà mai niente.
ubriaco,
facevo la parte del vecchio schifoso che la vuole
toccare con l'anima
sto
tornando in me, ma non mi trovo
quello
di reciprocità è un bisogno di realtà,
è una condizione perché la vita
appaia impiantata realmente in qualcosa
in
mezzo alla profumeria, mi sono sentito a un tratto
solo, perduto e irrecuperabile nel mondo
io
non provavo il desiderio illusorio di far coincidere
i nostri modi di amare, ma la sensazione un po'
angosciosa e vertiginosa, un po' inebriante, dell'abissale
distanza che ci separava, e la volontà,
l'oscura, cieca, ottusa, tenace volontà
di superarla insieme, di avvicinarsi, di volerlo
fare. questo darebbe il senso della compiutezza
e sufficienza del mondo, della sua soluzione.
io
oggi camminavo con il cappotto per la strada
quella
che credo una vita sola è in realtà
un arcipelago di veglie affioranti dal sonno.
noi
non sappiamo cosa veramente siamo, perché
non sappiamo cosa non siamo, dove terminiamo e
manchiamo - e dove invece misteriosamente consistiamo.
le
cose di noi che si erano perse, al mattino imprevedibilmente
si ricompongono. ma ogni volta sono meno credibili,
e noi più perplessi. ricostruita con gli
stessi resti, questa nuova persona che continuiamo
a sistemare nello stesso posto e a chiamare col
nome del suo precursore, sembra però sempre
più vicina all'ordine dell'informe, dell'indefinito
e dell'improbabile che ha attraversato.
lei
era venuta meno ai patti. noi ci innamoriamo di
chi ci soffoca
la
luce che si produce dal tungsteno, l'incandescenza
nel vuoto, lo sprigionarsi di quella misteriosa
proprietà che è la luminosità,
che era compressa nel filamento, e che improvvisamente
decompressa per il venir meno della materia, si
può liberare, sviluppare - può sfondare
il posto dove era e rovesciarsi nel mondo
impotente
disperazione mortificato dalla luce il linguaggio
in suppurazione fluviale liquame emozionale lo
stesso eccesso di umidità, mi accende divampo,
comburo di pochezza e inazione
bisogna
fare tutto ora - fra un istante è
troppo tardi, non è più vita
nell'infinità,
siamo vicinissimi io e la sedia
la
sensazione così netta che la coscienza
si produca nella testa sembra coincidere con l'esperienza
(lo stesso per il cuore, e la sensazione che ci
trasporti, che azioni il nostro organismo)
cuore
e cervello
strano,
perché io sono portato a credere a una
coscienza diffusa, che risulti mutilata ad esempio
dal crollo di un palazzo di fronte.
invece
la coscienza è localizzabile fisicamente,
la possiamo portare in giro camminando, forse
è materia (o sistema, o attrito, o affioramento
di materia)
(è
strano: io sto fuori posto in un posto preciso)
è qui il mistero che hanno i corpi, imperturbabilmente
e inspiegabilmente capaci di generare vapori immateriali,
di racchiudere in germe l'incorporeo
dopo
la piccola vittoria di non essere passato davanti
a casa sua, pago con la pesante sconfitta di prendermi
il cappuccino nel bar dove andavo con lei.
collassando,
io mi degrado e decompongo nell'albumina informe
di cui sono fatte le cose - prima di codificarsi
e assemblarsi artificialmente nel linguaggio,
nello sguardo, nella coscienza. faccio il percorso
all'indietro, e attraverso queste stesse parole
mi precipito, mi faccio inghiottire nell'indifferenziato,
nel più lontano. la luce ora, il velo opaco
e brillante sul tavolo, le zigrinature fiammeggianti
della polvere, le pulsazioni elettromagnetiche
del blu, il bagno in cui è sciolta. le
distanze (me, e il palazzo di fronte) annullate,
i vuoti che si fanno pieni e gli uccelli nella
rotaia del loro planare immobili e grigi.
nel
punto in cui il tempo coincide, noi già
siamo stati abbracciati (in questo al di là
del nostro campo percettivo)
cosa
intasa i sonni, e il fondo dei miei sogni? che
raggelante, penoso cumulo di detriti e macerie
psichiche ci sarà laggiù?
io
sono tutto una mia periferia, tranne un punto
che non so al centro di dove è
la
prova che dio esiste è la nostra smania
di fare cose inutili
23
febbraio - in una cavità dello spazio la
polpa dolce delle mimose
io
sono un uomo sul balcone dello stesso ordine naturale
- ma rosato o olivastro
da
un minuto all'altro, la mimosa impercettibilmente
fiorisce, io ho percorso alcuni metri
tutto
ciò che è nel mio campo visivo,
è un po' pallido per la luce
c'è
qualcosa che mi getta nei sentimenti, in cui non
so che fare
meglio
starei nelle azioni, o nelle fatalità,
o nelle necessità biologiche, o ontologiche,
o anche nelle assenze - nei sentimenti ci sei
solo tu, come in un deserto - e qualunque cosa
faccia, la fai nel deserto - (nessun altro sente)
doveva
essere il 1970 circa quando ascoltai we shall
dance di demis uscendo la mattina da un albergo
a cefalù
io
sono una mia fotografia un sistema di segni attraverso
cui accede un io
accendo
la luce di giorno. il fiotto della lampadina si
diffonde nella luce solare. le due luci - quella
debolmente aranciata, tiepida - e quella incolore,
uniforme, diafana - si sovrappongono, amalgamano
le loro paste rarefatte. non si sa ora che luce
ci sia nello spazio della loro intersezione. e'
una specie di pallone colloso, di gonfiore di
particelle, di medusa o vescica pulsante, che
si allunga nello spazio, lo trasforma
in
questo mondo così, così, così....
marzo
se
possono esistere foto di scarto, può esistere
anche il mondo
i
sistemi funzionanti: una signora normale, occhi
chiari, parla con le amiche
a
volte ci rendiamo conto di quanto sia illusorio
voler vivere nel linguaggio e nella coscienza,
di come in realtà, di tutto ciò
che crediamo di essere stati, non possiamo vivere
e ricordare che qualche involucro, qualche scorza,
qualche rottame imputridito e smangiato agli angoli
- tutte cose scassate e frammentarie che non riusciranno
a ricomporre nemmeno uno di quegli istanti
un
grammo di bellezza che passa nel mio corpo e va
a depositarsi sul fondo
noi
ci leghiamo agli altri con la configurazione esterna,
come gli atomi
ogni
tanto, raramente, telefono a una donna, ma non
era in casa e, poiché già le ho
telefonato, non le ritelefono
la
fine più ignobile per un limone è
di detersivo per i piatti, la più ambita
è entrare nella composizione dello chanel
n.5 che indossava di notte marilyn monroe
la
serietà senza gravità è una
cosa bella e rara, ed è tipica di certi
attori, di certe canzoni antiche napoletane.
siamo
dei degenerati, macchine che non si contentano
di funzionare, e vogliono essere questa cosa strana,
felici
non
si può formulare altro pensiero compiuto
che quello della morte (così come non si
può vivere altrimenti che al centro della
vita, nella fiamma, nella luminescenza, nell'estasi
della vita)
che
c'è di più profondo della patina
di luce che simula l'involucro di pelle di una
donna che finge di godere?
nella
foresta di auto e asfalto e lampioni abitano i
piccoli animali selvaggi di m5 o n3, coi loro
occhi furtivi e predaci, coi loro gesti nervosi
- e sbucano a volte nei bar o dietro un palazzo,
e allora al cacciatore si incendia il sangue e
li insegue, ma quasi mai li cattura
tu
hai qualcosa della vacca, della vacca sacra, e
qualcosa della mela, della mela autunnale, e qualcosa
del carbone, del carbone che brucia, e del magma
nella profondità della terra, e dell'aria
io
ho qualcosa del produttore caseario, o dell'hindu,
ma ora ho qualcosa del ladro dell'orto di quindici
anni, e del minatore alsaziano, o del morto, o
dell'anziano davanti all'ospizio che prende il
vento
il
grottesco: per chi ha il senso della morte ogni
affanno vitale appare puerile, incosciente
come
capita nei romanzi russi dell'ottocento e in quelli
edificanti per ragazzi di tutti i tempi, stasera
ho incontrato dei ragazzi che avevano tramortito
un topo e lo tormentavano: tentavano di dargli
fuoco coll'accendino, addirittura lo prendevano
a calci come un pallone. il topo era vivo, e un
po'arrancava, un po' quasi mi sembrava esprimere
una specie di dubbio sul senso della vita dei
topi, non so se soffriva, ma sì, soffriva,
non so in che modo. ebbene, nessuno dei presenti,
me compreso, s'è mosso in difesa del topo,
tutti aspettavano una mossa dell'altro, o forse
che il topo fuggisse. ma la cosa che getta la
luce più cruda e inquietante sull'episodio
è che se esso mi ha rattristato o forse
angosciato al punto che ho dovuto raccontarlo,
non è stato a causa delle sorti e le sofferenze
del topo, di cui, in fondo, non mi interessa un'acca,
e comunque non al punto che fra due giorni non
me ne sarò dimenticato, ma delle mie -
incapace come sono di difendere un topo
se
sposti appena un poco le cose dal punto in cui
stanno, non sono più quelle di prima, e
invece di averle spostate appena un poco, è
come se le avessi spinte in un burrone (le hai
spostate dall orlo di un burrone, quello dello
spazio in cui non sono più loro, e le hai
perdute per sempre). se ami quelle cose per come
sono, le puoi solo aspettare. forse passeranno
vicino a te, forse no, se sì bene, se no
non c'è un' altra occasione
questa
ragazza ha fatto bene, mi ha guardato
26.3
ieri,
nell'auto al buio con quella ragazza, parlavamo
di una nostra presunta interiorità
lei
credeva che nell'interno dell'esterno degli uomini
esiste l'interiorità, che in linea di massima
è preferibile per l'anima all'esteriorità
così,
anche quando ci siamo toccati, pensavamo che si
stessero toccando le nostre interiorità
ma
non ci siamo toccati granché, anche se
io ho avuto una blanda erezione e ho tentato di
baciarla, forse soprattutto perché a lei
piacevano i muscoli e io ne avevo pochi
ma
doveva trattarsi di muscoli dell'interiorità,
una specie di tonicità, e allungabilità,
e durezza insensibile, e quasi inesistente, poiché
promanava da luoghi inesistenti
io
però - o infatti - non ci credevo un granchè,
e a un certo punto ho cercato di appoggiarle la
mano in una zona più intima. lei disse
che dipendeva dal fatto che l'avevo fraintesa,
e questo era probabilmente vero.
intanto si era fatto tardi, e io la riaccompagnai
al suo domicilio, dove c'era un portone in cui
lei sparì
un
gatto morto fa un'impressione strana, non fa pena
come il cane morto, sembra solo fermo, sembra
che abbia deciso di fare il cadavere. così
esprime un'essenza, una qualità essenziale
che appartiene a tutti. noi tutti infatti da un
momento all'altro potremmo essere morti, e trovarci
a dare principio a quella strana, nuova, ma poco
entusiasmante attività che sarà
il nostro decomporci e svanire. saremo ancora
noi, ma molto depressi, molto sfiduciati, molto
demotivati, molto pallidi, molto molto malati,
ecc.
per
un attimo, stando fra la gente, fra il fumo, avevi
visto il mondo come una grande palla su un cui
punto c'era quella gente e il fumo, poi tu seduto
in un angolo, che non fumavi nemmeno
svegliarsi
la mattina e vedere le foglie, all'incirca come
stavano ieri, appena oscillanti. alloggiate nella
loro forma, alcune nuove, greche, appena nate.
aprile
l'unico
io nel mondo sono io. il cane, non è un
io, le signore concitate nell'auto, sessantenni,
tozze, non sono un io.
noi
parliamo di un io, come di una cosa comune. ma
ce n'è uno solo, per quanto ne sappiamo,
in tutto l'universo, e in questo è il mio.
attraversato però da squarci: i sospetti
di altri io
un
pelo, una cosa che sono ancora io fino alla sua
punta, e poi non sono più. dopo la punta
del pelo si estende il deserto, lunghe, estesissime
zone dove non si incontra altro di me.
(poi,
forse, si comincia a scorgere in lontananza uno
specchio, una parola che ho scritto, un conoscente,
il posteggiatore che ho pagato stamattina e in
un cui recesso mnemonico deve esistere probabilmente
ancora per oggi l'ultima propaggine delle mie
luci e le mie linee in movimento - e nella tasca
i soldi)
chiudendo
gli occhi, io sono qui fra la parete piena di
macchie e fosfeni all'altezza dell'occhio, le
cortine fluttuanti della musica di là,
e gli oggetti di fianco. sono piuttosto immobile,
pesante, ma come mercurio alato e mi disloco in
un istante. occupo uno spazio, coincido con un
luogo e un corpo (bruno, oblungo, articolato).
sono piuttosto infelice. ma in fondo non sono
niente. mi nutro di cose fuori di me (fra le immagini
che fanno parte di me, ma ora si sono staccate,
scorporate, prolassate ecc., una figura di donna,
una gratificazione sociale, temperature più
calde, soldi, film porno soft, cibo ecc.)
la
signora del palazzo di fronte si aggiusta il trucco
nello specchietto, proprio in questo momento .
non è questo impossibile?
bisognerebbe
esplodere indefinitamente ad ogni istante, occupare
ad ogni istante tutto il possibile. bisognerebbe
essere cose uniche, cose definitive, cose irrimediabili
cos'è
il desiderio di felicità? un tralucere
dell'impensato nel nostro corpo definito? dell'impossibile
nel possibile? e perché io, se esisto solo
io, posso amare un altro?
la
mia unicità nel mondo, i sentimenti con
cui sono passato vicino al vu'cumpra', tutto questo
non riuscirò a condensarlo, a solidificarlo,
tutto questo si perderà. quando senti pieno
l'attimo a volte capita che senti pieno l'attimo,
ma non riesci ad esprimerlo è il senso
della morte dell'istante, quando non possiamo
sopportare che l'istante muoia
gli
altri sono uomini, io sono un mostro, un minerale,
una sagoma nelle categorie spazio-temporali, un
cosmo. io sono qualunque cosa, perché qualunque
cosa deve ottenere la mia ospitalità per
esistere. anche se mi fa soffrire, sono io che
la piego alla mia esistenza. attraverso il mistero
del desiderio, del sentire, la inglobo nel mio
vasto e irreale sistema.
della
mia vita non ho fatto nulla di estremo, come avrei
voluto.
di
alcune parole forse sì, alcune parole sono
riuscito a spingerle quasi fino ai limiti (così
che hanno una faccia dall'altra parte. non che
non significhino niente, è che non si può
sapere cosa significhino)
riuscire
a trovare parole estreme, nei momenti di totale
solitudine - quando non senti il mondo, e le parole
viaggiano nel vuoto.
alcune
parole, possono risuonare nel vuoto, benché
siano fatte di una lingua, e benché il
mondo sia saturo di corpi.
perché
quelle parole ricoprono la psiche, esauriscono
la struttura di linguaggio dell'anima
(perché
l'io coincide con le sue parole, e trovare le
parole che lo descrivano, significa riempirsi,
dilatarsi al limite)
(si
può arrivare fuori delle parole solo passando
attraverso le parole).
maggio
effetti
delle donne sul sangue. m. fa aumentare la luce.
la passante di stamattina lo ha reso schiumante.
b. lo intiepidisce. p.v. lo rende acquoso, più
torrenziale. qualcuna lo fa oscuramente greve,
violaceo, torbido
in
genere sembravano misteriosamente radianti perché
non pensavano, divinamente architettate perché
ben nutrite, struggentemente mute, e ferite, perché
chiuse.
il
corpo di i., così minuto e porcellanato,
una bambina attraversata però dai bui misteriosi,
dalla vampa del pube, dal bruciore della bocca
e della lingua.
le
immagini luminose, violente, sepolte nella memoria.
quella mattina a pantelleria, m. p all'alba, fra
le rocce, che si immerge lentamente nell'acqua
- la carne, i seni, il pube, erano uno squarcio
nel mondo, (perché agivano potentemente
attraverso la sessualità, forzando gli
abiti e le regole che la comprimevano) - per la
sua stessa forza mineralizzata e confitta nell'immaginazione
(dalle forze profonde e violente della vita, le
forze che la generano e perpetuano, che bruciano
e divorano il freddo e la stasi, e che agitano
il profondo)
c.,
dai fianchi ampi, la pelle pallida, gli occhi
di animale dei boschi e dell'ombra.
mi
piace ciò che è oggetto della donna.
mi piace che questo oggetto abbia l'inspiegabilità
dell'oggettuale, che sia concluso definito e autonomo,
che sia materia, che abbia la lucentezza la solidità
la constatabilità della materia - che sia
la pelle di un corpo o una folta capigliatura
di spalle.
e
anche uno sguardo o una passante che ride sono
infine l'oggetto dello sguardo o della passante
che ride, è questa cosa distinta da me
e viva che io amo, mai quella schiuma di linguaggio
che chiamiamo la sua anima.
con
m4 non si può avere un rapporto da uomo
a donna, ma da uomo a panna, da uomo a cioccolato
il
mio amore per t2, un movimento dalla totalità
al fondo di caffè del suo corpo
le
due signore del palazzo di fronte mi hanno guardato.
io sono caduto in loro, nel bacino, nella concavità
del loro sguardo, la rete della luce ci ha connessi
e confusi, o ha svelato quella confusione
giugno
le
unità elementari dei pensieri, dentro di
me, come in una camera nera.
ma
fanno capo a cosa? come può la parete emettere
lingue e protuberanze frastagliate, che si dispongono
in figure (ora che ho aperto gli occhi, il carminio
fiammeggiante del geranio, e un trapezio scaleno
di cielo sullo sfondo)?
ecco
ora una fiammata sulla pagina (i suoi nerumi spezzettati,
il suo sviluppo lineare ma sfrangiato)
(richiudo
gli occhi, il nero si rimpossessa di me, si apre
una faglia, passano lampi albuginosi, linee sdrucite,
forme globulari e fosforiche, spremute di colori
ma umidi e smussati)
ecco
i lenti, rutilanti fiumi che mi irrorano
ecco
i piccoli, flaccidi, complicati, appena lucenti
congegni che distribuiscono i flussi, che centrifugano,
trasformano, smaltiscono
o
- anche - la lastra di specchio giallina - caffelatte,
molle, neutra che li organizza
(scorgo
ora, li decodifico in un micrometrico segmento
sinaptico, un paesaggio bluastro, una persona
che l'attraversa, un albero)
tutto
è piuttosto lucido, come percorso da una
corrente - anche se maleodorante, di acidi, azoti,
grassi, residui chimici - versicolore - i colori
sembrano quelli di pietre portate alla luce dalle
profondità, da organi della terra - l'opale,
l'ametista, l'ematite
intanto
continua lo sbuffo, il tonfo soffice e ritmico
(e
di qua, c'è una casa bluastra, dei refoli
granulosi di nuvole, lanuginose scapriolanti,
un colore bianco, piatto, un bianco molto forte)
il
lavandino
collimante
alla sua forma
in
un involucro d'aria - a forma di lavandino
e
il borotalco, e la sedia
(l'acqua
nei tubi)
miscelato
all'aria, lo sguardo
lo
sguardo - l'immagine del lavandino - che ha esattamente
la forma del lavandino
una
pasta bianca, inclusa, lessa nella miscela di
sguardo e colore
(che
succede?)
(dietro,
immagini di : donne - una piuttosto in carne -
conoscente che non telefona - vago senso di inutilità
comunicato sua dipendente che gli ribatteva: bisogna
credere in qualcosa)
(ecco
infatti perciò la sua strana concessione
religiosa)
allora
sporca il foglio - fa attrito, unge
allora
lascia macchie sulla carta psicogrammi tutto ciò
che sia visibile
non
ha ottenuto niente, prosegue, ci mette più
impegno
(ritorna
spesso alla carne, e il suo peso percettibile,
e le sue lievi volumetrie tiepide, rosate, macellate
e si ferma un attimo lì, a guardare in
vetrina)
questo
suona la musica - a parte qualche disturbo
questo
che suona la musica è uno che suonava il
pianoforte un certo giorno
lui
aveva scritto questa musica, volendo forse comunicare
certe sue ubicazioni sentimentali, certe posture
in
un certo punto del mondo, in cui c'era un pianoforte,
disponendo le dita in un certo modo
ora
contenuto nel nastro - piccolo
ma
qualcosa non accade come dovrebbe, io me ne accorgo,
perché io sono diverso dagli altri
o
forse sono uguale, però in questo momento
ho acceso il registratore, e poiché la
musica, indifferente a come ero, mi ha intriso
e in pratica scolorito, fatto gelatinoso, io ho
acquisito una specificità particolare
eccomi
infatti ridotto a un puro materiale, una cosa
che ora espone la stessa tranquilla permeabilità
delle altre cose
sono
tutte uguali, mi sembra
(sventolo, sbandiero, fibrillo, sbatto, tremolo)
(e
le note che non si sa in che direzione vanno,
nemmeno che sono, sono rumori, rumori leggibili,
rumori sfioccati ...)
io
sono il prodotto di una lieve mutazione della
psiche, che ne ha aumentato la permeabilità
- lasciando penetrare più facilmente (in
forme indistinte, amorfe, non codificate da organi
percettivi, ovvero nevrotiche) ciò che
era all'esterno
(questa
mutazione consiste essenzialmente in un lieve
dissesto del sistema endocrino, che sottopone
così la psiche - il suo rivestimento di
linguaggio - a un numero maggiore di micro-traumi,
strappi e scosse ormonali. le lesioni fra le fibre
di linguaggio aperte in tal modo, permettono più
facilmente il passaggio di queste sostanze)
lo
scopo della mia vita è diventare un pezzo
di carne vagante senza senso
perché
per esempio quando vedo una scritta su un muro
anna ti amo, subito mi innamoro di questa
anna.
un
punto limite dell'universo è mino reitano
come
si deve fare con la piaga delle belle ragazze
- oggi per strada due o tre ragazze insostenibili
e struggenti - già ieri l'animale africano
della giostrara che guatava con gli occhi fiammeggianti,
nell'oscurità del parco
stamattina
poi mi ha abbagliato, come una ventata di luce,
un'incredibile bruna, dalle forme voluttuose,
dai lunghi capelli neri, e gli occhi scuri, insondabili,
profondi - al punto che ci si sprofondava, ci
si perdeva, si iniziava un lungo viaggio in un
percorso buio e sotterraneo, da cui forse non
si sarebbe più usciti, se non con un doloroso
strappo della volontà
infine
la pelle pallida, disertata dal colore. e gli
occhi sottili e nerissimi di quella lunga antilope,
che transitava ai margini del bosco di case.
una
bocca in una bocca stai altrove la bocca non è
tua non appartiene a nessuno le mucose fiammanti
carminio slittano una sull'altra sono, nel rossore,
così strepitosamente terrene se ogni realtà
della buccia è in quanto pigmentata (una
cosa più grande è solo più
significata, una più bella meglio, una
che amiamo più specificamente) e però
si diceva, tuttavia per un attimo sei flocculato
sei una proteina che ha reagito e ha cambiato
stato stai precipitando nel fondo della provetta
lentamente, inesorabilmente, come alice nel pozzo
fiduciosamente, abbandonato finalmente, sei entrato
dentro, o sei uscito fuori tu, felice e flocculato
in questa provetta, reagito, espresso, finalmente
nel fondo ora senti solo quel fischio nelle orecchie
su è molto diverso, sulle onde ci sono
comandi e voci lanciate fra le barche
come
è possibile, come ha fatto lei, sorridere
in una maniera allo stesso tempo angelica e civile
se
una in un certo senso è molto bella, se
crea un campo di luce, un campo amoroso, un campo
di disgregazione dell'io intorno a sé,
e io (quest'altro io), costituito dalle mie molecole,
entro in quel campo, sto male, perché la
nuova entità eccitata, reattiva, vibratoria
che sono diventato, a cui ora corrispondo, ha
un'altra forma, altre cavità, altri bisogni
- non è più stabile in quel campo,
e d'altronde non ha alcun modo per ritrovare la
stabilità che uscirne
i
corpi che si configurano in forme, sottoposti
alla luce, che li ferma in un tempo. girando la
testa, e indirizzando messaggi all'amica, la ragazza
appena uscita di scuola non avverte sulla schiena
la sferza del dio
fregandocene
di tutto, costruiamo io e te, fra lo spazio e
il tempo in cui siamo perduti, questo breve mescolio
di corpi, questi pochi lampi di vita che a noi
sembreranno lunghi, che a noi sembreranno fatti
di eventi e cose. costruiamolo semplice e pulito
(a immagine di te, di certe sere fredde in cui
io ti ho vista e appena salutata) e solido quanto
basta per resistere alla nostre distrazioni, di
più non serve. ma in quei pochi attimi
in cui durerà, facciamo di esserci, facciamo
di non mancare, facciamo di esserci proprio io
e te
io
sono povero. è un fatto che riguarda il
mio corpo e il suo accadere nel mondo. il mondo
intorno invece è opulento: i colori le
forme le risate i bambini
forse
tocco il mondo solo nei desideri - forse solo
quando desidero vengo a contatto della sua insostenibile
e struggente stranezza
camminando,
persone che si spiaccicano sul sistema percettivo
appoggiati
al muro, sotto la pioggia, una ragazza coi capelli
scuri e i capelli bagnati sulla fronte, e il ragazzo
che la bacia.
fa benissimo.
scopro
solo ora, a 35 anni, che ho sempre confuso toni
renis e teddy reno
si
può anche tentare di passare come una e
sul mondo
scrivere
è un'attività prettamente tecnologica,
ma anche parlare, e anche sapere di esistere
una
musica (il musicista beethoven), colmando, esaurendo
il nostro corpo, suppone l'alterità
l'inutilizzabilità
di queste immagini violente, ottusamente insistenti,
pervicaci, che spara ad ogni istante il mondo
ancora
mi salva la presenza degli uomini. un uomo, salvo,
per strada, salvo dal nulla. le piastrelle sono
distantissime. a un certo punto sprofondo in una
piega, una passante.
quel
signore, che si era messo in salvo esistendo.
riempiva tutto l'istante in cui, passando velocemente
con la macchina, l'ho guardato
(ignaro di tutto, lui usciva dal bar)
casa
io
da dentro al mio corpo guardo il mondo, e il mondo
accade incessantemente, intensamente, come se
fosse una cosa momentanea e io eterna
ora
tutto è invaso dalla luce pulsatile
in
un punto, sgomitolando i sensi, fuori banda, il
pezzo di carne del mio corpo, e il punto in cui
istante per istante scrivo
la
signora di fronte, benché in un maglione
rosso, è lì
è
una cosa del mondo - una cosa mirabolante del
mondo
la
mia presenza non è emulsionabile nel mondo
resta
sempre distinta, anche nella sua dimensione più
sottile di percezione e pensiero
gitto
l'attenzione fra il palazzo di fronte e un punto
dell'aria, e resta in quel punto come una cosa
isolata
diventa
il celeste del rivestimento, ma ho la sensazione
che ora l'ho inglobata, annessa a me - che ora
io sono anche quel palazzo gonfio - quadrato
una
donna transita nella stanza
(allineando
gli sguardi, abbiamo avvertito una tensione, come
se captassimo la reciproca impenetrabilità)
ogni
mia smania alfabetica, umana o scientifica, è
solo agitazione, turbolenza - lo spostamento
la
smania di non fare niente, di non essere niente
- l'auto che passa sotto, e per un istante è
esplosa e si è scalcata dalla sua nicchia,
lasciando il suo posto (prima del riflusso dell'aria
e del vuoto) completamente vuoto
(I
- continua)
|