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ZIB II serie
 Zibaldoni
 Tranne i contorni
  di Livio Borriello
         premessa

di Gian Ruggero Manzoni         potremmo rappresentare il nostro io come una specie di estesissima struttura radiale che ha un centro localizzato che è la nostra presenza fisica nel mondo, e i cui raggi sono costituiti dalle innumerevoli relazioni, esclusivamente linguistiche, che stabiliamo col mondo. nel mio caso, ad esempio, una fitta raggiera raggiungerebbe torino, dove ho una cara amica, molta massa si farebbe nella zona dei libri, dei parenti e amici, ed esili filamenti o propaggini rarefatte e quasi gassose si allungherebbero, ad esempio, fino a un numero altissimo a cui ho pensato qualche volta nella vita, a un recesso cosmico, o a una rara commistione di sensazioni provata in un bar. questo libro è forse, più propriamente di quanto non lo siano in qualche modo tutti i libri, una specie di tentativo di disegnare una mappa, di riportare in un oggetto piccolo e maneggevole, questa struttura.
         il modo, il sistema di convenzioni scelto per disegnare questa mappa, dipende da altri fattori, innanzitutto dalla mia corporeità e dalla temporalità in cui si sviluppa ogni linguaggio.
         quel corpo che è una zona, un ispessimento della nostra presenza nel mondo, produce notoriamente dei rumori e suoni, strutturati in una forma codificata detta verbale, che a loro volta possono essere depositati sulla carta. un insieme di questi depositi, formatisi nel corso di alcuni anni in me, costituisce di fatto il libro.
         la sua natura e le sue caratteristiche si differenziano dunque per molti aspetti da quelle dei libri più frequentemente pubblicati - anche se si può riportare ad alcune categorie e generi già esistenti.
         non è un romanzo, innanzitutto, come è evidente. la ragione che non lo è perchè non saprei scriverlo, fa tutt'uno con quella che non credo sia utile scrivere ancora romanzi. oggi esistono forme di rappresentazione molto più potenti del romanzo - come il cinema e la televisione - e inoltre credo che le vere storie letterarie, quelle che necessitavano di una rappresentazione di questo tipo, siano già state scritte una volta per tutte. perchè poi inventare storie di qualsiasi tipo? oggi ne produce in eccesso la realtà, o l'iperrealtà mediatica, e noi siamo diventati troppo scaltri per dare credito a quelle inventate.
         mi sembra quindi più utile che la letteratura, o comunque la scrittura, sfrutti i tempi lunghi e le forme complesse più propri e specifici del libro, e che tenti di arrivare dove non accedono gli altri linguaggi.
         dunque questo è un libro che parte dalla mia esperienza personale, e racconta in qualche modo ciò che è accaduto al mio corpo nel mondo. ma nemmeno è un diario. la realtà vi è infatti in qualche modo trasmutata, processata dal linguaggio. l'io protagonista del libro, deriva in qualche modo da me, ma non vi si identifica. il mio scopo non è stato infatti quello di svelare e descrivere la mia vita, le mie opinioni o le mie caratteristiche psicologiche - il che forse mi seccherebbe - ma al contrario, quello di esplorare quegli spazi della realtà accessibili ad un io indipendentemente dalla sua storia personale, dai suoi geni e dal suo particolare assetto e configurazione ormonale - ovvero da tutto ciò che costituisce una psiche e una personalità.
         ciò probabilmente abbassa il livello di presa emotiva immediata di quanto ho scritto. infatti questo non si pone come libro particolarmente piacevole (ma che pretesa di piacevolezza può avere un libro rispetto a una carezza o un cibo?) o divertente (e anzi, più che divertire da nulla, vorrebbe convertire, concentrare), forse vorrebbe essere in qualche senso educativo, ma educando in un punto dove non c'è nulla; o utile - per nulla praticamente, ma nel senso di utilizzabile: vorrebbe cioè agire in qualche modo in chi lo legge, e modificare minimamente ma utilmente il suo modo di pensare e sentire le cose - o magari fargli soltanto sperimentare un modo in cui non conviene farlo.
         in questo senso esso è anche una specie di esplorazione. scrivendo, io vorrei avventurarmi in una landa, in una regione di frontiera delle cose, in cui spero di trovare condizioni di vita migliori, magari in una terra mitica, che immagino trovarsi in una zona molto profonda, dove si dissolvano o perdano senso le contraddizioni. la mia massima, teorica aspirazione sarebbe di intensificare e approfondire la percezione, fino ad arrivare al punto dove il desiderio coincide con il mondo, e in quel luogo fondare un nuovo piccolo sistema di valori e leggi.
         questa aspirazione è probabilmente ingenua, ma almeno motivata da una necessità reale, e quindi per lo meno non frivola in partenza come quella di molta letteratura (se la letteratura è primariamente e essenzialmente quel processo che trasforma alberi viventi, verdeggianti, ombrosi e fruttiferi in cumuli inerti e incartapecoriti di carta sporca).
         un'altra cosa che, nonostante le flagranti apparenze, questo libro non è affatto, è un libro di aforismi. se i sedimenti del mio corpo qui precipitati sono disposti in una misura breve, ciò non significa che essi abbiano la forma interna dell'aforisma, cioè la sentenziosità, la fulmineità, il taglio denotativo e analitico propri dell'aforisma. se le espressioni sono interrotte e discontinue, è perchè hanno la natura dei fiotti, talvolta dei rigurgiti, delle secrezioni o le emorragie, diciamo anche delle polluzioni e le emissioni seminali. in un certo senso, è vero d'altra parte che non si scrive per altro che per diffondere la propria semenza psichica nel mondo, per occupare più spazio nel mondo - introducendosi e installandosi in altre aree e territori neurali, in altri corpi del mondo - per fecondare dunque col nero seme dell'inchiostro, configurato dal nostro patrimonio mentale, altri sistemi psico-linguistici. questa funzione può essere considerata in forma rovesciata, come compensazione alla paura della morte. il primo utilizzo psicologico della scrittura fu quello di garantire la sopravvivenza nell'aldilà, sostituendo il defunto con il suo nome, il suo corpo corruttibile con il suo segno durevole. le parole servono dunque primariamente a rimediare alla nostra incessante morte, incessante sparizione. per cui la scrittura è anche un moto positivo, è una regolazione, un adeguamento del linguaggio ai nuovi oggetti del mondo, alla sua incessante e interminabile ricostituizione .
         fatte tutte queste considerazioni, la forma che ha assunto necessariamente il testo è quella di un deposito lineare, calato nell'ineludibile forma temporale del linguaggio, di descrizioni, dati, sensazioni, e qualsiasi altro movimento di segni che va infine a cosituire un io, una persona, una psiche, un tizio che si firma a fine libro.
         il minimo di organizzazione che gli ho dato spero serva a rendere più comodamente intellegibili e non a sforzare e snaturare questi caratteri.


         nella prima parte, che si chiama quasi proposizioni, si opera una sorta di posizionamento dell'io scrivente. quest'io registra la sua perplessità sul mondo, attraversa città e luoghi di villeggiatura, lavora e desidera, svolge insomma alcune funzioni umane. è ancora un io essenzialmente psichico, è ancora disposto nel tempo e scandito dalle sue suddivisioni tradizionali, è ancora continuo e riconoscibile, gli capitano ancora delle cose del mondo, ma sostanzialmente le fallisce tutte. in città vaga come un alieno, la luce marina esaspera con la sua nitidezza la distanza che lo stacca dalle cose, prova sentimenti ma per un essere da cui non ottiene nulla e attraverso cui non perviene a nulla. lo stile della sezione è piuttosto tradizionale, registra minime perplessità e sussulti emotivi, è piuttosto intriso di emotività biologica e umana.
         nella sezione seguente, posture, il fluire della coscienza si fa più disarticolato e caotico. il tempo interiore, frammentario, pulviscolare, intermittente, simile alla costruzione di luci e bagliori del flusso onirico, si sostituisce a quello astronomico. viene meno la già vaga continuità narrativa, le tematiche, o meglio gli oggetti della percezione, si accavallano l'uno all'altro, e si dovrebbero teoricamente riconnettere nella memoria del lettore così come si sono distaccati dalla memoria unica che li ha generati. il titolo posture indica che le parole hanno rinunciato ad essere enunciazioni, o almeno quasi proposizioni come dichiarava la sezione precedente, e ammettono di essere semplici configurazioni psichiche, forme linguistiche assunte dallo scrivente nel mondo.
         in fuori testo, si avvia in qualche modo un processo di strutturazione razionale. le frasi si addensano intorno a una serie di nuclei tematici, la scrittura si fa più aforistica. si tratta di una specie di spartiacque e di momento di elaborazioine teorica, necessaria a fare un punto della situazione. c'è una descrizione del mondo televisivo, e una successione di riflessioni sulla religione. sono due approdi possibili, molto diversi e probabilmente antitetici della crisi. sono due forme di rimozione della morte: la negazione del reale nell'iperrealtà televisiva, la sua astrazione nello spazio atemporale del segno, nel mondo incorruttibile dell'immaginario: questa è sicuramente una delle tendenze dominanti della società contemporanea, ma non sembra poter portare ad altro che a una sorta di stato di allucinazione e dissociazione collettiva e permanente, e dunque ad ulteriori seppur dilazionate sofferenze. una risposta più adeguata dovrebbero darla i sistemi religiosi e le pratiche che ne discendono. ma il capitolo cerca di mostrare quanto poco del fascino di questi sistemi possa resistere a una descrizione libera, radicale, onesta delle loro asserzioni. forse l'inadeguatezza alla sensibilità contemporanea delle attuali ideologie religiose, dipende dal non aver ancora saputo pensare a dio che ancora come a un uomo, un uomo in qualche modo potenziato e intensificato. forse per avvicinarsi davvero al trascendente, al non umano, comunque a un sentimento del sacro - contrapposto a un odierno frivolo spreco del mondo - bisogna effettivamente muoversi da una svalutazione dell'umano. così come mi sembra che la retorica dell'umano, l'antropocentrismo selvaggio, l'abnorme e prevaricatoria invasione del pianeta da parte della specie umana, sono la causa principale di tutti i mali contemporanei, dalla sovrappopolazione e la fame, all'inquinamento e le conseguenti malattie, all'aumento o stasi dell'aggressività e le guerre, alle nevrosi cui concorrono la perdita di senso e lo sconcerto dell'individuo. l'uomo del 2000 a qualcuno è sembrato una cavalletta vorace soffocata dalla sua prolificità e corrotta dalle devastazioni che essa stessa ha prodotto. nell'ultimo paragrafo lo scrivente compie un viaggio, per ora solo geografico.
         nella sciamana comincia più propriamente quello che ho chiamato un tentativo di esplorazione, che parte dalla misteriosa presenza dell'altro, e innanzitutto da ciò che di lui è più misterioso in quanto più indubitabile e ineludibile, la sua corporeità. l'io scrivente sfrutta la potente energia cinetica di cui lo carica la tensione fra i corpi, e tenta di uscire da sè, di accedere oltre sè. vi si sviluppa in qualche modo l'idea che la passione - intendendo con questo termine in senso ampio ogni sentire che agisca in un senso centrifugo, che faccia pressione sull'io verso l'esterno - ci espone all'ignoto. questa passione d'altra parte non è più descritta nelle sue forme psicologiche, ma negli strati che le hanno prodotte: non mi interessavano molto i suoi effetti psichici e ancor meno narrativi o sociali, ma la sua turbolenza, la sua forza di emanazione, la capacità di suscitare le significazioni più profonde delle cose.
         in fischia potrebbe avvenire a tratti il dispiegarsi e disporsi di questa cosa uscita da sè in questo spazio e sede più ampia. gli oggetti potrebbero apparire per attimi illuminati da bagliori provenienti da spazi extralinguistici, baluginare ai bordi della corporeità, sacralizzarsi, trasformarsi in non oggetti, dissolvere i loro caratteri accidentali. il tono delle parole cambia, perde la sua qualità denotativa, cerca anzi di dimenticare il nome delle cose, e di ripercorrere all'indietro lo spazio che la nominazione ha frapposto ad esse, ristabilendo la continuità sacrale fra l'io e il mondo. l'io liberato dal desiderio, non può ancora sussitere in esso; l'io che è nel desiderio, deve costituirsi in un altro sentimento del mondo, o, se non è più un io, in un'altra disposizione. prevalgono tinte spente, in cui lampeggiano a tratti luci fulminee.
         a leggerlo attentamente, credo che questo ultimo capitolo possa condurre in zone psichiche piuttosto peregrine, in cui la comunicazione col lettore diventa più difficile. è un capitolo un po' autistico, o robinsoniano, che forse può essere compreso solo da chi abbia pensato pensieri simili e abbia frequentato simili luoghi. in realtà perfino io riesco a riconoscerci delle cose solo in alcuni momenti di perfetta congenialità a me stesso. ma d'altronde, nessun libro, nessuna sequenza e percorso di parole ha senso se non si dirige in un posto insolito, un po' sperduto, non abituale (e nel quale non si sa se valga la pena di arrivare), nessun libro si scrive senza un lettore che abbia almeno un vago desiderio di arrivarci, di nessun libro, se è concepito e realizzato male e alla fine non porta in nessun posto, non ha colpa anche il lettore che non voleva arrivarci.

***

         quasi proposizioni

         il deposito dell'afa, sul marciapiedi


         che avrebbe pensato di me quel barista che si accendeva una sigaretta per la strada, col vassoio poggiato su un muretto


         la città di giorno è prevalentemente bianca


         animali della città: un'adolescente che rideva, appena appoggiata alla compagna; una pallida bestia di trentenne nubile, dal passo pesante, che transita davanti a una vetrina


         in città, verso il centro, le immagini assumono incessantemente nuove configurazioni - bastano le macchine e i passanti
(un angolo dietro casa mia è sempre la stessa immagine)


         perché mi trovo imbottigliato in mezzo a questo traffico?
         ho sbagliato qualcosa nella vita?


         "praticamente noi stiamo di fronte a..." sento dire a tre ragazze col telefonino, passandogli vicino con la macchina


         benché le abbia guardate più di diecimila giorni, sono spesso ancora molto sconvolto dalle cose


         mentre ero nel supermarket, a un certo punto mi è venuta voglia di innamorarmi della commessa brutta e priva di ogni attrattiva, perché non avevo altra uscita


il 28 luglio, alle 4 di un pomeriggio asfissiante, fare spese in un supermarket poco affollato, e notare che infallibilmente la commessa e le clienti cercano di offrirti allo sguardo il seno che tondeggia dallo scollo della camicetta.
         (in questo gesto, c'è qualcosa di profondo)


         io al centro del parcheggio, davanti al cartellone con la scritta: peli superflui? no, grazie.


         4 agosto

         alcune persone, rosa, a mezz'acqua


         una signora si gratta, ma con lentezza naturale, in maniera piena e definitiva


         il calabrone è un punto nero, definito, che scivola lungo certe sue elaborate, complesse traiettorie, che ha un ronzio continuo, costante, che a volte resta sospeso nel volo in equilibrio statico


         la particolare insostenibilità delle giornate luminose nel ricordo,
         la luce del 1977 che in quell'anno c'era


         se guardo il rosa della bouganvillea, io sono nel rosa, insediato nel rosa - se mi commuto impercettibilmente, senza soluzione, nel verde, io sto nel verde (inavvertibilmente, silenziosamente - mi installo nel verde). se invece lascio dilatare la percezione, sono in questa luminosità estesa, pervasiva, il cui colore è la rotazione e la centrifugazione di tutti (ora lascio disperdersi i recettori visivi nella luce diretta, sono in quel bagliore diffuso, dilatato, epidemico)


         le linee, i contorni, i passaggi da un colore all'altro, da una superficie all'altra, sono i limiti misteriosi in cui mi sveglio dalla pura percezione, e attivamente e coscientemente stabilisco, definisco


         lo splendore della carne, l'assoluta, definitiva, divina inafferrabilità, incomprensibilità della carne - qualunque essa sia, anche quella del macellaio


         perché questa a fianco...
         la guardo e...


         settembre

         dover andare al lavoro ogni mattina imprime irrimediabilmente una curvatura alla giornata, un coefficiente di curvatura, che la rende infine circolare


         spostarsi sulla superficie del mondo, da un posto a un altro posto precisamente dove ci sono certe radiazioni di luce giallina, fra i fumi delle fabbriche che ne intorbidano il cono, e essere uno in un'automobile, bianca, in mezzo a strati successivi, a uomini, aria, verde, cose indefinite e innumerabili, ricordando (essendo anzi essenzialmente una stratificazione di ricordi) e potendo immaginare, infine essersi depositato su questa carta, ormai inerte, dal plasma, in queste piccole figurazioni casuali ma leggibili come i fondi di caffè.


         d., almeno tu se almeno tu avessi rallentato per un istante, per qualche sera, facendoci una pizza o baciandoci, questo scivolamento, se almeno tu avessi fatto un po' di attrito


         se mi ricordassi tutte le cose per cui è valsa la pena aver vissuto - forse tutte insieme farebbero una specie di oggetto solido, consistente.


         nella vita, sempre le stesse figure ricorrenti. il bambino, l'uomo, la donna, gli alberi, e tutti gli altri quasi infiniti ma pur finiti e ricorrenti oggetti della realtà. invece, la loro sostanza è come quella dei sogni, è una cosa che non ricorre, non ripetibile.


         P.

         fossimo stati a c., oggi sarebbe stata una di quelle giornate perfette in cui i suoni, la materia, i colori, sedimentano sulle pareti del paesaggio e lasciano un oggetto fermo nel tempo, un oggetto che per un attimo è un simbolo fermo e concluso della realtà


         quello che aspetta le telefonate dell'altro - una figura mostruosa, una specie di mostro verdastro, bavoso, tubercoluto


         cercare il punto dell'io in cui la realtà mi attraversa


         l'innamoramento ci sorprende sempre alle spalle - è qualcosa che non possiamo immaginare e prevedere, nemmeno spiegare, si genera per misteriosi sommovimenti, ribollimenti, pressioni della sostanza inconoscibile da cui siamo circondati - racchiusi. a un certo punto questa pressione aumenta e il leggero involucro del nostro io si rompe, e noi ci troviamo invasi di fluidi e sostanze sconosciute e luminescenti, che non sappiamo controllare


         nel mondo c'è un solo fiore, un solo cane, una sola camicia, un solo secondo


         eppure, quando ho nominato gli occhi, ho finito per ripensare a quelli di p. - i suoi occhi di acque smosse, di mare appena torbido


         forse potrà ritrovarmi solo una donna speleologa


         io provo per p. un amore profondo e inspiegabile. non c'è nessuna ragione perché l'ami. è un amore depurato di ogni intesa, di ogni curiosità, di ogni affinità, di ogni piacere, di ogni desiderio. è puramente sentirsi in bilico sull'altro.


         il farmacista segue con perplessità il decorso dei miei amori. comincio comprando preservativi, finisco con gli ansiolitici


         quelle che hanno le intenzioni - le intenzioni di essere allegre, di essere pure ecc. - che parlano sempre come le pubblicità degli assorbenti


         non possiamo stare qui a implorare una telefonata


         esplorerò quest'orario sconosciuto, le 20.20 (uscendo di casa alle 20.10)


         mi immagino il sangue come quei tessuti stampati in cui si ripete diffusamente e galleggia la tua immagine


         nella mente bisognerebbe inventare dei passaggi a livello, per evitare, per esempio, che un desiderio vada sotto a una paura.


         ami di più me? noi ci sentiamo privi di senso, casuali e arbitrari


         un coacervo di impulsi prevaricatori e impulsi edonistico-sensuali, mal coltivati, mal regolati, alternati a blandi e fuggevoli slanci affettivi, e ingannevolmente, subdolamente ricoperti da un manto puramente esteriore - come la bella livrea di un animale feroce o il vestito di lusso di una persona da poco - di dolcezza gestuale e vocale, una specie di alienata melodiosità e armonia dei comportamenti - che però in questo caso si chiama melensaggine


         la bellezza può essere pubblicità ingannevole


         tu non ami la mia smania, la mia agitazione. tu ami le macchinette per la produzione di comportamenti, le macchinette per la produzione di vita


         chi si innamora non è più un altro, non è qualcuno di cui ci si può più innamorare


         mi trasfondo in un materiale di maggiore durata organica: scrivo


         avverrà... la parola avverrà ha qualcosa di vuoto e evanescente. sembra che il suono della parola riveli che non avverrà mai niente.


         ubriaco, facevo la parte del vecchio schifoso che la vuole toccare con l'anima


         sto tornando in me, ma non mi trovo


         quello di reciprocità è un bisogno di realtà, è una condizione perché la vita appaia impiantata realmente in qualcosa


         in mezzo alla profumeria, mi sono sentito a un tratto solo, perduto e irrecuperabile nel mondo


         io non provavo il desiderio illusorio di far coincidere i nostri modi di amare, ma la sensazione un po' angosciosa e vertiginosa, un po' inebriante, dell'abissale distanza che ci separava, e la volontà, l'oscura, cieca, ottusa, tenace volontà di superarla insieme, di avvicinarsi, di volerlo fare. questo darebbe il senso della compiutezza e sufficienza del mondo, della sua soluzione.


         io oggi camminavo con il cappotto per la strada


         quella che credo una vita sola è in realtà un arcipelago di veglie affioranti dal sonno.


         noi non sappiamo cosa veramente siamo, perché non sappiamo cosa non siamo, dove terminiamo e manchiamo - e dove invece misteriosamente consistiamo.

         le cose di noi che si erano perse, al mattino imprevedibilmente si ricompongono. ma ogni volta sono meno credibili, e noi più perplessi. ricostruita con gli stessi resti, questa nuova persona che continuiamo a sistemare nello stesso posto e a chiamare col nome del suo precursore, sembra però sempre più vicina all'ordine dell'informe, dell'indefinito e dell'improbabile che ha attraversato.


         lei era venuta meno ai patti. noi ci innamoriamo di chi ci soffoca


         la luce che si produce dal tungsteno, l'incandescenza nel vuoto, lo sprigionarsi di quella misteriosa proprietà che è la luminosità, che era compressa nel filamento, e che improvvisamente decompressa per il venir meno della materia, si può liberare, sviluppare - può sfondare il posto dove era e rovesciarsi nel mondo


         impotente disperazione mortificato dalla luce il linguaggio in suppurazione fluviale liquame emozionale lo stesso eccesso di umidità, mi accende divampo, comburo di pochezza e inazione


         bisogna fare tutto ora - fra un istante è troppo tardi, non è più vita


         nell'infinità, siamo vicinissimi io e la sedia


         la sensazione così netta che la coscienza si produca nella testa sembra coincidere con l'esperienza (lo stesso per il cuore, e la sensazione che ci trasporti, che azioni il nostro organismo)
         cuore e cervello
         strano, perché io sono portato a credere a una coscienza diffusa, che risulti mutilata ad esempio dal crollo di un palazzo di fronte.
         invece la coscienza è localizzabile fisicamente, la possiamo portare in giro camminando, forse è materia (o sistema, o attrito, o affioramento di materia)
         (è strano: io sto fuori posto in un posto preciso)
è qui il mistero che hanno i corpi, imperturbabilmente e inspiegabilmente capaci di generare vapori immateriali, di racchiudere in germe l'incorporeo


         dopo la piccola vittoria di non essere passato davanti a casa sua, pago con la pesante sconfitta di prendermi il cappuccino nel bar dove andavo con lei.


         collassando, io mi degrado e decompongo nell'albumina informe di cui sono fatte le cose - prima di codificarsi e assemblarsi artificialmente nel linguaggio, nello sguardo, nella coscienza. faccio il percorso all'indietro, e attraverso queste stesse parole mi precipito, mi faccio inghiottire nell'indifferenziato, nel più lontano. la luce ora, il velo opaco e brillante sul tavolo, le zigrinature fiammeggianti della polvere, le pulsazioni elettromagnetiche del blu, il bagno in cui è sciolta. le distanze (me, e il palazzo di fronte) annullate, i vuoti che si fanno pieni e gli uccelli nella rotaia del loro planare immobili e grigi.


         nel punto in cui il tempo coincide, noi già siamo stati abbracciati (in questo al di là del nostro campo percettivo)


         cosa intasa i sonni, e il fondo dei miei sogni? che raggelante, penoso cumulo di detriti e macerie psichiche ci sarà laggiù?


         io sono tutto una mia periferia, tranne un punto che non so al centro di dove è


         la prova che dio esiste è la nostra smania di fare cose inutili


         23 febbraio - in una cavità dello spazio la polpa dolce delle mimose
         io sono un uomo sul balcone dello stesso ordine naturale - ma rosato o olivastro
         da un minuto all'altro, la mimosa impercettibilmente fiorisce, io ho percorso alcuni metri
         tutto ciò che è nel mio campo visivo, è un po' pallido per la luce


         c'è qualcosa che mi getta nei sentimenti, in cui non so che fare
         meglio starei nelle azioni, o nelle fatalità, o nelle necessità biologiche, o ontologiche, o anche nelle assenze - nei sentimenti ci sei solo tu, come in un deserto - e qualunque cosa faccia, la fai nel deserto - (nessun altro sente)


         doveva essere il 1970 circa quando ascoltai we shall dance di demis uscendo la mattina da un albergo a cefalù


         io sono una mia fotografia un sistema di segni attraverso cui accede un io


         accendo la luce di giorno. il fiotto della lampadina si diffonde nella luce solare. le due luci - quella debolmente aranciata, tiepida - e quella incolore, uniforme, diafana - si sovrappongono, amalgamano le loro paste rarefatte. non si sa ora che luce ci sia nello spazio della loro intersezione. e' una specie di pallone colloso, di gonfiore di particelle, di medusa o vescica pulsante, che si allunga nello spazio, lo trasforma


         in questo mondo così, così, così....


         marzo

         se possono esistere foto di scarto, può esistere anche il mondo


         i sistemi funzionanti: una signora normale, occhi chiari, parla con le amiche


         a volte ci rendiamo conto di quanto sia illusorio voler vivere nel linguaggio e nella coscienza, di come in realtà, di tutto ciò che crediamo di essere stati, non possiamo vivere e ricordare che qualche involucro, qualche scorza, qualche rottame imputridito e smangiato agli angoli - tutte cose scassate e frammentarie che non riusciranno a ricomporre nemmeno uno di quegli istanti


         un grammo di bellezza che passa nel mio corpo e va a depositarsi sul fondo


         noi ci leghiamo agli altri con la configurazione esterna, come gli atomi


         ogni tanto, raramente, telefono a una donna, ma non era in casa e, poiché già le ho telefonato, non le ritelefono


         la fine più ignobile per un limone è di detersivo per i piatti, la più ambita è entrare nella composizione dello chanel n.5 che indossava di notte marilyn monroe


         la serietà senza gravità è una cosa bella e rara, ed è tipica di certi attori, di certe canzoni antiche napoletane.


         siamo dei degenerati, macchine che non si contentano di funzionare, e vogliono essere questa cosa strana, felici


         non si può formulare altro pensiero compiuto che quello della morte (così come non si può vivere altrimenti che al centro della vita, nella fiamma, nella luminescenza, nell'estasi della vita)


         che c'è di più profondo della patina di luce che simula l'involucro di pelle di una donna che finge di godere?


         nella foresta di auto e asfalto e lampioni abitano i piccoli animali selvaggi di m5 o n3, coi loro occhi furtivi e predaci, coi loro gesti nervosi - e sbucano a volte nei bar o dietro un palazzo, e allora al cacciatore si incendia il sangue e li insegue, ma quasi mai li cattura


         tu hai qualcosa della vacca, della vacca sacra, e qualcosa della mela, della mela autunnale, e qualcosa del carbone, del carbone che brucia, e del magma nella profondità della terra, e dell'aria
         io ho qualcosa del produttore caseario, o dell'hindu, ma ora ho qualcosa del ladro dell'orto di quindici anni, e del minatore alsaziano, o del morto, o dell'anziano davanti all'ospizio che prende il vento


         il grottesco: per chi ha il senso della morte ogni affanno vitale appare puerile, incosciente


         come capita nei romanzi russi dell'ottocento e in quelli edificanti per ragazzi di tutti i tempi, stasera ho incontrato dei ragazzi che avevano tramortito un topo e lo tormentavano: tentavano di dargli fuoco coll'accendino, addirittura lo prendevano a calci come un pallone. il topo era vivo, e un po'arrancava, un po' quasi mi sembrava esprimere una specie di dubbio sul senso della vita dei topi, non so se soffriva, ma sì, soffriva, non so in che modo. ebbene, nessuno dei presenti, me compreso, s'è mosso in difesa del topo, tutti aspettavano una mossa dell'altro, o forse che il topo fuggisse. ma la cosa che getta la luce più cruda e inquietante sull'episodio è che se esso mi ha rattristato o forse angosciato al punto che ho dovuto raccontarlo, non è stato a causa delle sorti e le sofferenze del topo, di cui, in fondo, non mi interessa un'acca, e comunque non al punto che fra due giorni non me ne sarò dimenticato, ma delle mie - incapace come sono di difendere un topo


         se sposti appena un poco le cose dal punto in cui stanno, non sono più quelle di prima, e invece di averle spostate appena un poco, è come se le avessi spinte in un burrone (le hai spostate dall orlo di un burrone, quello dello spazio in cui non sono più loro, e le hai perdute per sempre). se ami quelle cose per come sono, le puoi solo aspettare. forse passeranno vicino a te, forse no, se sì bene, se no non c'è un' altra occasione


         questa ragazza ha fatto bene, mi ha guardato


         26.3

         ieri, nell'auto al buio con quella ragazza, parlavamo di una nostra presunta interiorità
         lei credeva che nell'interno dell'esterno degli uomini esiste l'interiorità, che in linea di massima è preferibile per l'anima all'esteriorità
         così, anche quando ci siamo toccati, pensavamo che si stessero toccando le nostre interiorità
         ma non ci siamo toccati granché, anche se io ho avuto una blanda erezione e ho tentato di baciarla, forse soprattutto perché a lei piacevano i muscoli e io ne avevo pochi
         ma doveva trattarsi di muscoli dell'interiorità, una specie di tonicità, e allungabilità, e durezza insensibile, e quasi inesistente, poiché promanava da luoghi inesistenti
         io però - o infatti - non ci credevo un granchè, e a un certo punto ho cercato di appoggiarle la mano in una zona più intima. lei disse che dipendeva dal fatto che l'avevo fraintesa, e questo era probabilmente vero.
intanto si era fatto tardi, e io la riaccompagnai al suo domicilio, dove c'era un portone in cui lei sparì


         un gatto morto fa un'impressione strana, non fa pena come il cane morto, sembra solo fermo, sembra che abbia deciso di fare il cadavere. così esprime un'essenza, una qualità essenziale che appartiene a tutti. noi tutti infatti da un momento all'altro potremmo essere morti, e trovarci a dare principio a quella strana, nuova, ma poco entusiasmante attività che sarà il nostro decomporci e svanire. saremo ancora noi, ma molto depressi, molto sfiduciati, molto demotivati, molto pallidi, molto molto malati, ecc.


         per un attimo, stando fra la gente, fra il fumo, avevi visto il mondo come una grande palla su un cui punto c'era quella gente e il fumo, poi tu seduto in un angolo, che non fumavi nemmeno


         svegliarsi la mattina e vedere le foglie, all'incirca come stavano ieri, appena oscillanti. alloggiate nella loro forma, alcune nuove, greche, appena nate.


         aprile

         l'unico io nel mondo sono io. il cane, non è un io, le signore concitate nell'auto, sessantenni, tozze, non sono un io.


         noi parliamo di un io, come di una cosa comune. ma ce n'è uno solo, per quanto ne sappiamo, in tutto l'universo, e in questo è il mio. attraversato però da squarci: i sospetti di altri io


         un pelo, una cosa che sono ancora io fino alla sua punta, e poi non sono più. dopo la punta del pelo si estende il deserto, lunghe, estesissime zone dove non si incontra altro di me.
         (poi, forse, si comincia a scorgere in lontananza uno specchio, una parola che ho scritto, un conoscente, il posteggiatore che ho pagato stamattina e in un cui recesso mnemonico deve esistere probabilmente ancora per oggi l'ultima propaggine delle mie luci e le mie linee in movimento - e nella tasca i soldi)


         chiudendo gli occhi, io sono qui fra la parete piena di macchie e fosfeni all'altezza dell'occhio, le cortine fluttuanti della musica di là, e gli oggetti di fianco. sono piuttosto immobile, pesante, ma come mercurio alato e mi disloco in un istante. occupo uno spazio, coincido con un luogo e un corpo (bruno, oblungo, articolato). sono piuttosto infelice. ma in fondo non sono niente. mi nutro di cose fuori di me (fra le immagini che fanno parte di me, ma ora si sono staccate, scorporate, prolassate ecc., una figura di donna, una gratificazione sociale, temperature più calde, soldi, film porno soft, cibo ecc.)


         la signora del palazzo di fronte si aggiusta il trucco nello specchietto, proprio in questo momento . non è questo impossibile?


         bisognerebbe esplodere indefinitamente ad ogni istante, occupare ad ogni istante tutto il possibile. bisognerebbe essere cose uniche, cose definitive, cose irrimediabili


         cos'è il desiderio di felicità? un tralucere dell'impensato nel nostro corpo definito? dell'impossibile nel possibile? e perché io, se esisto solo io, posso amare un altro?


         la mia unicità nel mondo, i sentimenti con cui sono passato vicino al vu'cumpra', tutto questo non riuscirò a condensarlo, a solidificarlo, tutto questo si perderà. quando senti pieno l'attimo a volte capita che senti pieno l'attimo, ma non riesci ad esprimerlo è il senso della morte dell'istante, quando non possiamo sopportare che l'istante muoia


         gli altri sono uomini, io sono un mostro, un minerale, una sagoma nelle categorie spazio-temporali, un cosmo. io sono qualunque cosa, perché qualunque cosa deve ottenere la mia ospitalità per esistere. anche se mi fa soffrire, sono io che la piego alla mia esistenza. attraverso il mistero del desiderio, del sentire, la inglobo nel mio vasto e irreale sistema.


         della mia vita non ho fatto nulla di estremo, come avrei voluto.
         di alcune parole forse sì, alcune parole sono riuscito a spingerle quasi fino ai limiti (così che hanno una faccia dall'altra parte. non che non significhino niente, è che non si può sapere cosa significhino)


         riuscire a trovare parole estreme, nei momenti di totale solitudine - quando non senti il mondo, e le parole viaggiano nel vuoto.
         alcune parole, possono risuonare nel vuoto, benché siano fatte di una lingua, e benché il mondo sia saturo di corpi.
         perché quelle parole ricoprono la psiche, esauriscono la struttura di linguaggio dell'anima
         (perché l'io coincide con le sue parole, e trovare le parole che lo descrivano, significa riempirsi, dilatarsi al limite)


         (si può arrivare fuori delle parole solo passando attraverso le parole).


         maggio

         effetti delle donne sul sangue. m. fa aumentare la luce. la passante di stamattina lo ha reso schiumante. b. lo intiepidisce. p.v. lo rende acquoso, più torrenziale. qualcuna lo fa oscuramente greve, violaceo, torbido


         in genere sembravano misteriosamente radianti perché non pensavano, divinamente architettate perché ben nutrite, struggentemente mute, e ferite, perché chiuse.


         il corpo di i., così minuto e porcellanato, una bambina attraversata però dai bui misteriosi, dalla vampa del pube, dal bruciore della bocca e della lingua.


         le immagini luminose, violente, sepolte nella memoria. quella mattina a pantelleria, m. p all'alba, fra le rocce, che si immerge lentamente nell'acqua - la carne, i seni, il pube, erano uno squarcio nel mondo, (perché agivano potentemente attraverso la sessualità, forzando gli abiti e le regole che la comprimevano) - per la sua stessa forza mineralizzata e confitta nell'immaginazione (dalle forze profonde e violente della vita, le forze che la generano e perpetuano, che bruciano e divorano il freddo e la stasi, e che agitano il profondo)


         c., dai fianchi ampi, la pelle pallida, gli occhi di animale dei boschi e dell'ombra.


         mi piace ciò che è oggetto della donna. mi piace che questo oggetto abbia l'inspiegabilità dell'oggettuale, che sia concluso definito e autonomo, che sia materia, che abbia la lucentezza la solidità la constatabilità della materia - che sia la pelle di un corpo o una folta capigliatura di spalle.
         e anche uno sguardo o una passante che ride sono infine l'oggetto dello sguardo o della passante che ride, è questa cosa distinta da me e viva che io amo, mai quella schiuma di linguaggio che chiamiamo la sua anima.


         con m4 non si può avere un rapporto da uomo a donna, ma da uomo a panna, da uomo a cioccolato


         il mio amore per t2, un movimento dalla totalità al fondo di caffè del suo corpo


         le due signore del palazzo di fronte mi hanno guardato. io sono caduto in loro, nel bacino, nella concavità del loro sguardo, la rete della luce ci ha connessi e confusi, o ha svelato quella confusione


         giugno

         le unità elementari dei pensieri, dentro di me, come in una camera nera.


         ma fanno capo a cosa? come può la parete emettere lingue e protuberanze frastagliate, che si dispongono in figure (ora che ho aperto gli occhi, il carminio fiammeggiante del geranio, e un trapezio scaleno di cielo sullo sfondo)?


         ecco ora una fiammata sulla pagina (i suoi nerumi spezzettati, il suo sviluppo lineare ma sfrangiato)


         (richiudo gli occhi, il nero si rimpossessa di me, si apre una faglia, passano lampi albuginosi, linee sdrucite, forme globulari e fosforiche, spremute di colori ma umidi e smussati)


         ecco i lenti, rutilanti fiumi che mi irrorano
         ecco i piccoli, flaccidi, complicati, appena lucenti congegni che distribuiscono i flussi, che centrifugano, trasformano, smaltiscono
         o - anche - la lastra di specchio giallina - caffelatte, molle, neutra che li organizza
         (scorgo ora, li decodifico in un micrometrico segmento sinaptico, un paesaggio bluastro, una persona che l'attraversa, un albero)
         tutto è piuttosto lucido, come percorso da una corrente - anche se maleodorante, di acidi, azoti, grassi, residui chimici - versicolore - i colori sembrano quelli di pietre portate alla luce dalle profondità, da organi della terra - l'opale, l'ametista, l'ematite
         intanto continua lo sbuffo, il tonfo soffice e ritmico


         (e di qua, c'è una casa bluastra, dei refoli granulosi di nuvole, lanuginose scapriolanti, un colore bianco, piatto, un bianco molto forte)


         il lavandino

         collimante alla sua forma

         in un involucro d'aria - a forma di lavandino

         e il borotalco, e la sedia

         (l'acqua nei tubi)

         miscelato all'aria, lo sguardo

         lo sguardo - l'immagine del lavandino - che ha esattamente la forma del lavandino

         una pasta bianca, inclusa, lessa nella miscela di sguardo e colore

         (che succede?)

         (dietro, immagini di : donne - una piuttosto in carne - conoscente che non telefona - vago senso di inutilità comunicato sua dipendente che gli ribatteva: bisogna credere in qualcosa)

         (ecco infatti perciò la sua strana concessione religiosa)

         allora sporca il foglio - fa attrito, unge

         allora lascia macchie sulla carta psicogrammi tutto ciò che sia visibile

         non ha ottenuto niente, prosegue, ci mette più impegno

         (ritorna spesso alla carne, e il suo peso percettibile, e le sue lievi volumetrie tiepide, rosate, macellate e si ferma un attimo lì, a guardare in vetrina)

         questo suona la musica - a parte qualche disturbo


         questo che suona la musica è uno che suonava il pianoforte un certo giorno


         lui aveva scritto questa musica, volendo forse comunicare certe sue ubicazioni sentimentali, certe posture

         
         in un certo punto del mondo, in cui c'era un pianoforte, disponendo le dita in un certo modo

         
         ora contenuto nel nastro - piccolo

         
         ma qualcosa non accade come dovrebbe, io me ne accorgo, perché io sono diverso dagli altri


         o forse sono uguale, però in questo momento ho acceso il registratore, e poiché la musica, indifferente a come ero, mi ha intriso e in pratica scolorito, fatto gelatinoso, io ho acquisito una specificità particolare


         eccomi infatti ridotto a un puro materiale, una cosa che ora espone la stessa tranquilla permeabilità delle altre cose


         sono tutte uguali, mi sembra
(sventolo, sbandiero, fibrillo, sbatto, tremolo)


         (e le note che non si sa in che direzione vanno, nemmeno che sono, sono rumori, rumori leggibili, rumori sfioccati ...)


         io sono il prodotto di una lieve mutazione della psiche, che ne ha aumentato la permeabilità - lasciando penetrare più facilmente (in forme indistinte, amorfe, non codificate da organi percettivi, ovvero nevrotiche) ciò che era all'esterno
         (questa mutazione consiste essenzialmente in un lieve dissesto del sistema endocrino, che sottopone così la psiche - il suo rivestimento di linguaggio - a un numero maggiore di micro-traumi, strappi e scosse ormonali. le lesioni fra le fibre di linguaggio aperte in tal modo, permettono più facilmente il passaggio di queste sostanze)


         lo scopo della mia vita è diventare un pezzo di carne vagante senza senso


         perché per esempio quando vedo una scritta su un muro anna ti amo, subito mi innamoro di questa anna.

         
         un punto limite dell'universo è mino reitano

         
         come si deve fare con la piaga delle belle ragazze - oggi per strada due o tre ragazze insostenibili e struggenti - già ieri l'animale africano della giostrara che guatava con gli occhi fiammeggianti, nell'oscurità del parco


         stamattina poi mi ha abbagliato, come una ventata di luce, un'incredibile bruna, dalle forme voluttuose, dai lunghi capelli neri, e gli occhi scuri, insondabili, profondi - al punto che ci si sprofondava, ci si perdeva, si iniziava un lungo viaggio in un percorso buio e sotterraneo, da cui forse non si sarebbe più usciti, se non con un doloroso strappo della volontà


         infine la pelle pallida, disertata dal colore. e gli occhi sottili e nerissimi di quella lunga antilope, che transitava ai margini del bosco di case.


         una bocca in una bocca stai altrove la bocca non è tua non appartiene a nessuno le mucose fiammanti carminio slittano una sull'altra sono, nel rossore, così strepitosamente terrene se ogni realtà della buccia è in quanto pigmentata (una cosa più grande è solo più significata, una più bella meglio, una che amiamo più specificamente) e però si diceva, tuttavia per un attimo sei flocculato sei una proteina che ha reagito e ha cambiato stato stai precipitando nel fondo della provetta lentamente, inesorabilmente, come alice nel pozzo fiduciosamente, abbandonato finalmente, sei entrato dentro, o sei uscito fuori tu, felice e flocculato in questa provetta, reagito, espresso, finalmente nel fondo ora senti solo quel fischio nelle orecchie su è molto diverso, sulle onde ci sono comandi e voci lanciate fra le barche


         come è possibile, come ha fatto lei, sorridere in una maniera allo stesso tempo angelica e civile


         se una in un certo senso è molto bella, se crea un campo di luce, un campo amoroso, un campo di disgregazione dell'io intorno a sé, e io (quest'altro io), costituito dalle mie molecole, entro in quel campo, sto male, perché la nuova entità eccitata, reattiva, vibratoria che sono diventato, a cui ora corrispondo, ha un'altra forma, altre cavità, altri bisogni - non è più stabile in quel campo, e d'altronde non ha alcun modo per ritrovare la stabilità che uscirne


         i corpi che si configurano in forme, sottoposti alla luce, che li ferma in un tempo. girando la testa, e indirizzando messaggi all'amica, la ragazza appena uscita di scuola non avverte sulla schiena la sferza del dio


         fregandocene di tutto, costruiamo io e te, fra lo spazio e il tempo in cui siamo perduti, questo breve mescolio di corpi, questi pochi lampi di vita che a noi sembreranno lunghi, che a noi sembreranno fatti di eventi e cose. costruiamolo semplice e pulito (a immagine di te, di certe sere fredde in cui io ti ho vista e appena salutata) e solido quanto basta per resistere alla nostre distrazioni, di più non serve. ma in quei pochi attimi in cui durerà, facciamo di esserci, facciamo di non mancare, facciamo di esserci proprio io e te


         io sono povero. è un fatto che riguarda il mio corpo e il suo accadere nel mondo. il mondo intorno invece è opulento: i colori le forme le risate i bambini


         forse tocco il mondo solo nei desideri - forse solo quando desidero vengo a contatto della sua insostenibile e struggente stranezza


         camminando, persone che si spiaccicano sul sistema percettivo


         appoggiati al muro, sotto la pioggia, una ragazza coi capelli scuri e i capelli bagnati sulla fronte, e il ragazzo che la bacia.
fa benissimo.


         scopro solo ora, a 35 anni, che ho sempre confuso toni renis e teddy reno


         si può anche tentare di passare come una e sul mondo


         scrivere è un'attività prettamente tecnologica, ma anche parlare, e anche sapere di esistere


         una musica (il musicista beethoven), colmando, esaurendo il nostro corpo, suppone l'alterità


         l'inutilizzabilità di queste immagini violente, ottusamente insistenti, pervicaci, che spara ad ogni istante il mondo


         ancora mi salva la presenza degli uomini. un uomo, salvo, per strada, salvo dal nulla. le piastrelle sono distantissime. a un certo punto sprofondo in una piega, una passante.


         quel signore, che si era messo in salvo esistendo. riempiva tutto l'istante in cui, passando velocemente con la macchina, l'ho guardato
(ignaro di tutto, lui usciva dal bar)


         casa

         io da dentro al mio corpo guardo il mondo, e il mondo accade incessantemente, intensamente, come se fosse una cosa momentanea e io eterna


         ora tutto è invaso dalla luce pulsatile
         in un punto, sgomitolando i sensi, fuori banda, il pezzo di carne del mio corpo, e il punto in cui istante per istante scrivo


         la signora di fronte, benché in un maglione rosso, è lì
         è una cosa del mondo - una cosa mirabolante del mondo


         la mia presenza non è emulsionabile nel mondo
         resta sempre distinta, anche nella sua dimensione più sottile di percezione e pensiero
         gitto l'attenzione fra il palazzo di fronte e un punto dell'aria, e resta in quel punto come una cosa isolata
         diventa il celeste del rivestimento, ma ho la sensazione che ora l'ho inglobata, annessa a me - che ora io sono anche quel palazzo gonfio - quadrato


         una donna transita nella stanza
         (allineando gli sguardi, abbiamo avvertito una tensione, come se captassimo la reciproca impenetrabilità)

         
         ogni mia smania alfabetica, umana o scientifica, è solo agitazione, turbolenza - lo spostamento

         
         la smania di non fare niente, di non essere niente - l'auto che passa sotto, e per un istante è esplosa e si è scalcata dalla sua nicchia, lasciando il suo posto (prima del riflusso dell'aria e del vuoto) completamente vuoto

(I - continua)


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