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ZIB II serie
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Macerazioni d'amore  
 Amare amaro
  di Ave Ghirelli

         Primo

Natura morta, palpebre I, fotografia a colori su alluminio, cm34 x32         Una, due, tre, nove. Tante sono le scale che portano dal centro del paese al bar più vecchio, réclame di Cynar in bella vista, banderuole di stagno segnalano una rivendita di tabacchi e olio di semi lì di fianco, ecco, sì, è proprio lì vicino che c'è una porta strana, di noce scura e dura, intarsiata di scenette di vita nei campi. È lì, sulla porta, che c'è una giovane donna. Da lei vanno a farsi curare tutti gli abitanti maschi del paese subito dopo essersi bevuti un bicchierino, e nemmeno di quello buono, e con una scusa o con un'altra vanno a farsi vedere; mogli e fidanzate in casa a cercare di capire cosa mai lei sappia fare.
         - Non ha nemmeno la terza elementare - dicevano, e: - Non frequenta nemmeno la scuola di avviamento professionale - continuavano - sai, l'hanno appena aperta e ci insegnano un po' di tutto: nozioni di economia domestica, taglio e cucito, finanche le piccole riparazioni quotidiane, sai, bisogna pur arrangiarsi in qualche modo... chissà dove ha mai imparato - dicevano.
         Lei, l'Irene, non aveva imparato proprio, da nessuno, e non aveva nemmeno coscienza di quello che sapeva fare. Faceva iniezioni, massaggi agli arti un poco infiammati e addolorati, curava nevrosi, spasmi e sciatalgie, miscelava quello che aveva in casa, di tutto un po', per sanare ogni ferita. Ma era solo un pretesto.
         In realtà lei andava dietro agli uomini, era fatta così, non ci poteva fare niente, tanto più che a lei sembrava normale farlo. Un po' meno normale sembrava invece ai maschi di quel piccolo paese di provincia, vecchi e giovani, che a tutti pareva un dono del Signore, una concessione divina che ci fosse una come l'Irene che ti mettevi sulla porta di casa e ti salutava con gli occhi, stringendotelo in pugno.
         Lei era l'ingenuità fatta persona, faceva sedere l'omino della situazione in poltrona e gli chiedeva con un mesto sorriso cosa avesse quel giorno, se poteva qualcosa per lui, che ne so: - Hai mal di pancia, forse hai mangiato un po' troppo? E ancora: - Ah, la cervicale, forse un brutto colpo di freddo, sai, di questi giorni, con questo freddo, succede...
         Poi tirava fuori dalla credenza minuscole scatole in cui non si capiva cosa mai mettesse, nemmeno lei lo sapeva, sembravano reliquiari a far da pandam con le riproduzioni di santi vergini e martiri di aureole e spine che tappezzavano la casa, e via sul polpaccio doloroso, la spalla giù di posto, le mani deformate dall'artrite.
         Come unico pegno chiedeva un po' d'amore, mani e labbra a sollevarla da terra e portarla oltre, toccarle ginocchia e seni, offrirle in pasto quella cosa che gli uomini, sì, loro, tenevano là in mezzo, che a lei era necessario, se non voleva morire, di fame.
         E davvero si cibava solo di quello, che, a ben vedere, non usciva nemmeno a comprare un po' di pane o latte. A portarle da mangiare erano quasi sempre i suoi pazienti, quello che riuscivano a rubare, non visti, in casa, nascondendole poi le cose in mezzo ai flaconi, agli unguenti che teneva dentro la credenza.
         A quegli uomini l'Irene piaceva per davvero, aveva quello sguardo negli occhi - ma tu non sei sincera te lo leggo negli occhi cantava la radio - di chi sa che deve chiedere supplicando in ginocchio, gambe incancrenite dalla posa, aspettare e ricevere dalle Sue mani nella sua bocca un'ostia di sorriso.
         E dire che l'Irene avrebbe potuto avere un uomo per sé da subito, cane bastardo gatto negli occhi, ammaliava chiunque col suo sguardo di fuoco supplice.
         Aveva capelli mossi e bruni, sulle spalle, li metteva in piega davanti allo specchio in onde larghe, come le dive degli anni Trenta, e rimaneva tutto il giorno in sottoveste, non aveva il tempo di vestirsi, via uno avanti l'altro.
         Ad aumentare poi il clima di ostilità che negli anni si era creato intorno all'Irene, frutto delle chiacchiere di predette mogli e fidanzate, l'odio delle puttane del casino dietro la piazza, loro sì che sapevano come lavorare, e poi, che smacco! Che delusione! Superate da una che non faceva nemmeno il loro mestiere, che baciava alla francese e, soprattutto, non si faceva pagare!
         All'Irene delle chiacchiere, dei vasi di fiori spaccati a terra e dei gatti con la coda mozzata non gliene fregava proprio, la interessavano soltanto gli uomini, e questo interesse fu la sua sfortuna, che un giorno il maresciallo dei carabinieri, spintosi a casa della minorata mentale per via di alcune denunce di grida e schiamazzi notturni sostò da lei un'intera notte.
         I colleghi che piantonavano la porta dell'Irene avevano dormito della grossa, così si racconta, poi, non sentendo più nulla, si erano decisi a entrare, niente fatica, la porta dell'Irene restava sempre socchiusa, e fu allora che la trovarono seduta, lo sguardo perso di fronte a sé, fra le labbra di un colore più scuro del solito, lei che mai portava rossetti, il segno di qualcosa che non c'era più, caduto a terra.
         Il proprietario venne portato d'urgenza in ospedale mentre l'Irene venne caricata di peso su un altro mezzo.
         Il maresciallo è tornato in paese dopo qualche tempo, nemmeno troppo, e si pensa che abbia riacquistato senza nemmeno troppi problemi la propria virilità, se è vero che qualche anno dopo passeggiava, la domenica, a braccetto con la moglie e un bimbo nella carrozzina.
         L'Irene invece è tornata solo da qualche anno. Con la chiusura dei manicomi lei e altri originari del paese sono stati stanziati in una struttura moderna ed efficiente, così dicono, situata sul poggio più alto e lontano dal centro abitato, vicino ad alcune fabbriche di vetroresina e a un vecchio campo da calcio dove d'estate i fidanzati passano felicemente qualche ora a giocare.
         La vedi ogni tanto in paese scortata dall'obiettore di turno che si fa trascinare. È rimasta sempre quella, nonostante abbia settant'anni suonati è rimasta ragazza, stesso fisico asciutto e svelto, scarpe da uomo ai piedi, maglie attillate.
         Solo il viso tradisce quello che è stato; più secco e avvizzito. Uno sguardo che guarda se stesso.


         Secondo

         Il fratello della ninfomane, manco a dirlo, abitava accanto a lei, che bisogna pur darsi una mano nella vita, e se la mano non te la dà chi è nato dal ventre da cui sei nato pure tu, chi te la deve dare? Pensava lui. Così, fra messe e briciole di etica distillata si faceva avanti Ercole.
         Come la sorella fisico forte e dura altezza, campione negli sport e amante della bellezza - non quella sororale solenne e austera, da bestia di quadro naïf, tigre fantastica - , ma immanente, senza colpa né pena.
         A lui quella ovattata bellezza piaceva e cercava di mantenerla tale anche sulla carta. Riempiva grandi quaderni di questa bellezza e quando non praticava qualche sport si abbandonava a guardarla e rimirarla, passeggiando con moto ininterrotto per il grande salone di casa sua. La bellezza adulta non lo interessava, raccontava in giro che gli sguardi degli adulti, maschi e femmine insieme, non erano mai come mela, diceva così lui, e voleva dire che quegli sguardi gli sembravano piuttosto di fango, cioè impastati a qualcosa che di buono non aveva nulla.
         Aveva avuto qualche storia, sempre con le stesse donne che lasciava e riprendeva a suo piacimento, che tanto, lui, a loro piaceva e se le lasciava era perché avevano negli occhi qualcosa che non era buono.
         A lui piacevano i bambini, trovava che dalle loro ciglia evaporassero lacrime dolci e tenere allo stesso tempo e i loro corpi, quelli sì, erano per davvero corpi buoni. Ossa allungate e nervi guizzanti i bambini non erano né donne né uomini, né carne né pesce. Della mascolinità e della femminilità non avevano quei rigonfiamenti e quella peluria dei grandi che copriva. L'ingenuità.
         Il mestiere che faceva e per cui era stato assunto dal Provveditorato Provinciale agli Studi, l'insegnante di educazione fisica, gli permetteva di bearsi quasi ogni giorno di quella bellezza, che era poi, come mi raccontava al bar, desiderio di qualcosa di buono, qualcosa per cui valesse davvero la pena esistere. E, d'altra parte, lui ne sapeva qualcosa, se aveva ingollato a più riprese farmaci di mancata identificazione per rimanerci, una volta per tutte. In realtà il desiderio di bello che aveva ebbe ogni volta il sopravvento se lasciava biglietti agli amici che invitavano i destinatari ad offrirgli un appoggio, un riparo, che era giunto all'orlo...
         Del suo lavoro preferiva lo sci d'inverno perché poteva scrutare senza essere visto, bastava lasciar finire i bambini venti minuti prima del termine della lezione e poi aggirarsi con blocco e matita negli spogliatoi per spiare l'ingresso di quelli e le operazioni di cambio.
         Poi, non si è saputo come, se per via di una madre arrivata troppo presto e un po' insofferente per le cose del mondo o se per via di un racconto che fece un bambino alla maestrina, anch'ella incancrenita e disacerbata, accadde che gli arrivò a casa una notifica di atto processuale con cui venne chiamato a rispondere all'accusa di atti di libidine violenta attuati nei confronti di minorenni, reiterati nel tempo.
         Lui che di burocratese ne masticava poco - con gli anni arrivò a saperne più di un praticante in studio d'avvocato - non seppe cosa fare, se non presentarsi in aula e toccare ferro. L'avvocato d'ufficio, perché non poteva pagarne uno, non riuscì a zittire le madri degli Innocenti né, tantomeno, a evitare a Ercole una pena così santa e giusta - Ci sono di mezzo dei bambini, - dicevano - e poi, carta canta, guardate la sorella! -


         Terzo

         Lo zio dell'Irene e di Ercole abitava ancora, nonostante le insistenti richieste di sgombro da parte dell'amministrazione comunale una vecchia casa da lui ricostruita subito dopo la guerra. Si diceva sarebbe caduta in un batter d'occhio e avrebbe potuto causare la morte di Loris e della sua famiglia; ma lui niente. Era roba sua e se ne sarebbe andato quando lui e nessun altro lo avesse deciso e non prima comunque di aver sistemato figli e figli dei figli.
         La casa c'è ancora oggi, è abitata da una famiglia di marocchini, hanno dipinto la facciata di bianco, Loris l'aveva dipinta di rosso, ma il bianco non si vede, che la facciata è interamente nascosta da una serie orizzontale di parabole gigantesche aggiunte di anno in anno, che permettono al pater familias di sentirsi, nonostante il freddo appenninico, al sole di casa sua.
         A quei tempi Loris godeva di uno strano prestigio nei dintorni: tesserato del Partito Comunista Italiano, si diceva che prima della guerra avesse, in una manifestazione romana, lanciato strali e spergiuri contro il Duce e fosse stato trascinato giocoforza in carcere, dove la nonna piagnucolando miseria e sei figli affamati e vivaci come grilli, babbo mio a badare ai polli, chiese che le rimandassero a casa il marito. Non so grazie a quale artificio venne ascoltata e il marito buttato fuori dal carcere a solenni pedate in culo.
         Le malelingue sostenevano che, se faceva la testa calda, era perché se ne voleva rimanere fuori di casa, che quella, per lui, era la vera prigione. A rivestire Loris di un'aurea mitologica ci si mise anche un disertore inglese a cui venne trovata una sistemazione nel bosco di noci e castagni sotto casa. Nessuno lo aveva voluto tenere, a quei tempi nel paese c'era il comando fascista e Loris un po' per imborracciarsi, un po' perché aveva a noia quelli del paese cominciò a farsene vanto.
         Così, un po' per via della tessera, un po' per via di quei fatti, o veniva evitato come appestato o veniva adulato in silenzio, i bambini a corrergli dietro per strappargli un racconto, per vederlo galoppare sulla motoretta sfasciata con lo sguardo bischero. In entrambi i casi il destino voleva che rimanesse solo e lui da solo non riusciva proprio a starci. E, d'altra parte, pure lui doveva parlare, anche lui doveva camminare insieme a qualcuno e sorreggersi con lui la notte dopo aver bevuto un bicchiere di troppo! E lei, la moglie, non lo seguiva proprio. Rosario alla mano, stringeva fra le mani quadrati di sfoglia, spinaci e ricotta e grana e quaderni su cui ricopiava con bella calligrafia frasi dall'Adelchi.
         Loris leggeva soltanto Dumas padre, Hugo e, soprattutto, Dante. Li portava con sé, come fossero suoi amici, nella falegnameria dove prendevano forma concreta i progetti che gli passava il Comune: qualche banco e scaffale per gli uffici della Tesoreria soprattutto. Ma il suo tempo lo passava a bere e a combinare i pezzi di legno che preferiva, per dare un corpo e un volto ai suoi desideri.
         Prima che morisse, io, sua nipote, quasi adolescente imbevuta fino all'osso di Alfieri e romanticismo da feuilleton, gli dissi che a scuola avevo studiato Modigliani e che i suoi visi e quella sua maniera di allungare i corpi e la linea l'aveva anche lui. Loris mi dava del "voi" e mi rispondeva che avrei fatto meglio a studiare Dante e giù, citazioni su citazioni, in fretta prendevo la porta e me ne tornavo a casa.
         Dante l'ho imparato a conoscere solo qualche anno più tardi, e stavo rileggendo qualche canto del Paradiso per l'esame di Letteratura Italiana II tenendo fra le dita delle mani quelle dei piedi di mio nonno, che mi chiedeva sempre di tenergliele, - Mi fai un massaggino... - mi chiedeva con voce sottile e quasi triste di dovermelo chiedere, che chiuse gli occhi in un sol colpo e io non gli avevo ancora chiesto la spiegazione della rima più difficile...
         La storia di quei visi scavati nell'ebano di cui tutti i figli si lamentavano o perché erano troppi e occupavano troppo spazio o forse perché l'ebano costa caro, la trovai in una scatola da scarpe dove primeggiavano le fotografie di due ragazze sulla trentina, sorelle, entrambe maestre. Si dice che Loris se ne fosse innamorato, che con loro - che sapevano di latino - potesse discutere liberamente su quei tali che riempivano pagine di inchiostro, come se il mondo non fosse già stato abbastanza nero. Non ho fatto in tempo a chiedergli di loro, forse non lo avrei nemmeno fatto, restano le fotografie e le statue delle fotografie e ne ho proprio una qui, con me, che sono la nipote di Loris e una parente lontana, ma non troppo, di Ercole e della Irene.


         Squarto

         A-mare; l'ho sempre tenuto lontano, quasi regola istillata a sapienza e beneficio della mia persona, la professoressa di Filosofia a bacchettarmi sulle dita dei miei - No non sono uscita ieri, non ho visto nessuno, neanche ieri l'altro e nemmeno un mese fa. Devo lavorare io! -
         E adesso avverto soltanto una gran voglia di stingermi addosso qualcuno.
         Esco più di prima, oggi, qualche sera prendo la strada sopra casa mia, passo davanti al maresciallo che si è fatto la fama di grande amatore, la moglie che porta i capelli a chignon tinti di rosa e non si tratta di un'acconciatura volutamente trendy ma del risultato sconfortante di chi dal parrucchiere non ci può andare, che costa troppo, e allora va bene anche la tinta presa al discount ma sui capelli bianchi il rosso stinge, è lei a raccontare al mercato del sabato davanti al banchetto dell'intimo che le servono cinque o sei mutande che il marito di pomeriggio gli vengono strane idee e mentre lei è in casa a preparare gli arancini di riso lui le alza la gonna e, per fare prima, gliele strappa, le mutande, così è costretta, poverina, a comprarne sempre di nuove, o forse è una scusa perché il culo le si gonfia e si sgonfia di settimana in settimana, seguendo l'andamento dei menù scelti dal marituzzo che fu assai bello.
         Arrivo al bar, penso che questa sera ci sarà molta gente e piadine e bruschette da preparare e birre da spillare, mi vesto poco, così poco che sono costretta a elemosinare un abbraccio alla mia amica che ha un seno grande che quando ti carezza da dietro senti il suo calore premerti forte contro la schiena; impudicamente mi vesto ancora meno per avere un po' di quel caldo.
         La donna di uno dei miei cugini mi si avvicina, lei mi passa le ordinazioni e mi dice che sto spillando birre a nastro; non le rispondo. Mi chiede se sono sorda; la guardo. Mi chiede se sto poco bene; la guardo. Scuote i capelli dagli occhi e mi chiede: - Hai i cazzi tuoi? Sorrido e faccio cenno di sì sbandierando la mano. Allora mi prende i capelli, tre giri intorno la testa, li ferma con un elastico che mi ha trovato frugando nella tasca davanti dei jeans.
         Poi arriva un amico, a lui le chiare a me le rosse, mi dice che le birre si spillano meglio se a spillarle sono in due, - Non trovi? Passami il gomito sotto al braccio, le birre sono migliori se si spillano intrecciando le braccia, anche la vita si spilla meglio così - mentalmente lo mando a cagare, ma sorrido e penso che ora vorrei intrecciare le tue, di braccia, e passarci dentro le mie.
         Peccato mi sia bagnata la mano. Mi lecco le punte delle dita e scendo, a dormire, a ballare, non so. La seconda che hai detto. Je ne sais pas si je vais danser ou si je vais me faire danser. È tutto, o quasi.

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