Primo
Una,
due, tre, nove. Tante sono le scale che portano
dal centro del paese al bar più vecchio,
réclame di Cynar in bella vista, banderuole
di stagno segnalano una rivendita di tabacchi
e olio di semi lì di fianco, ecco, sì,
è proprio lì vicino che c'è
una porta strana, di noce scura e dura, intarsiata
di scenette di vita nei campi. È lì,
sulla porta, che c'è una giovane donna.
Da lei vanno a farsi curare tutti gli abitanti
maschi del paese subito dopo essersi bevuti
un bicchierino, e nemmeno di quello buono, e
con una scusa o con un'altra vanno a farsi vedere;
mogli e fidanzate in casa a cercare di capire
cosa mai lei sappia fare.
-
Non ha nemmeno la terza elementare - dicevano,
e: - Non frequenta nemmeno la scuola di avviamento
professionale - continuavano - sai, l'hanno
appena aperta e ci insegnano un po' di tutto:
nozioni di economia domestica, taglio e cucito,
finanche le piccole riparazioni quotidiane,
sai, bisogna pur arrangiarsi in qualche modo...
chissà dove ha mai imparato - dicevano.
Lei,
l'Irene, non aveva imparato proprio, da nessuno,
e non aveva nemmeno coscienza di quello che
sapeva fare. Faceva iniezioni, massaggi agli
arti un poco infiammati e addolorati, curava
nevrosi, spasmi e sciatalgie, miscelava quello
che aveva in casa, di tutto un po', per sanare
ogni ferita. Ma era solo un pretesto.
In
realtà lei andava dietro agli uomini,
era fatta così, non ci poteva fare niente,
tanto più che a lei sembrava normale
farlo. Un po' meno normale sembrava invece ai
maschi di quel piccolo paese di provincia, vecchi
e giovani, che a tutti pareva un dono del Signore,
una concessione divina che ci fosse una come
l'Irene che ti mettevi sulla porta di casa e
ti salutava con gli occhi, stringendotelo in
pugno.
Lei
era l'ingenuità fatta persona, faceva
sedere l'omino della situazione in poltrona
e gli chiedeva con un mesto sorriso cosa avesse
quel giorno, se poteva qualcosa per lui, che
ne so: - Hai mal di pancia, forse hai mangiato
un po' troppo? E ancora: - Ah, la cervicale,
forse un brutto colpo di freddo, sai, di questi
giorni, con questo freddo, succede...
Poi
tirava fuori dalla credenza minuscole scatole
in cui non si capiva cosa mai mettesse, nemmeno
lei lo sapeva, sembravano reliquiari a far da
pandam con le riproduzioni di santi vergini
e martiri di aureole e spine che tappezzavano
la casa, e via sul polpaccio doloroso, la spalla
giù di posto, le mani deformate dall'artrite.
Come
unico pegno chiedeva un po' d'amore, mani e
labbra a sollevarla da terra e portarla oltre,
toccarle ginocchia e seni, offrirle in pasto
quella cosa che gli uomini, sì, loro,
tenevano là in mezzo, che a lei era necessario,
se non voleva morire, di fame.
E
davvero si cibava solo di quello, che, a ben
vedere, non usciva nemmeno a comprare un po'
di pane o latte. A portarle da mangiare erano
quasi sempre i suoi pazienti, quello che riuscivano
a rubare, non visti, in casa, nascondendole
poi le cose in mezzo ai flaconi, agli unguenti
che teneva dentro la credenza.
A
quegli uomini l'Irene piaceva per davvero, aveva
quello sguardo negli occhi - ma tu non sei
sincera te lo leggo negli occhi cantava
la radio - di chi sa che deve chiedere supplicando
in ginocchio, gambe incancrenite dalla posa,
aspettare e ricevere dalle Sue mani nella sua
bocca un'ostia di sorriso.
E
dire che l'Irene avrebbe potuto avere un uomo
per sé da subito, cane bastardo gatto
negli occhi, ammaliava chiunque col suo sguardo
di fuoco supplice.
Aveva
capelli mossi e bruni, sulle spalle, li metteva
in piega davanti allo specchio in onde larghe,
come le dive degli anni Trenta, e rimaneva tutto
il giorno in sottoveste, non aveva il tempo
di vestirsi, via uno avanti l'altro.
Ad
aumentare poi il clima di ostilità che
negli anni si era creato intorno all'Irene,
frutto delle chiacchiere di predette mogli e
fidanzate, l'odio delle puttane del casino dietro
la piazza, loro sì che sapevano come
lavorare, e poi, che smacco! Che delusione!
Superate da una che non faceva nemmeno il loro
mestiere, che baciava alla francese e, soprattutto,
non si faceva pagare!
All'Irene
delle chiacchiere, dei vasi di fiori spaccati
a terra e dei gatti con la coda mozzata non
gliene fregava proprio, la interessavano soltanto
gli uomini, e questo interesse fu la sua sfortuna,
che un giorno il maresciallo dei carabinieri,
spintosi a casa della minorata mentale per via
di alcune denunce di grida e schiamazzi notturni
sostò da lei un'intera notte.
I
colleghi che piantonavano la porta dell'Irene
avevano dormito della grossa, così si
racconta, poi, non sentendo più nulla,
si erano decisi a entrare, niente fatica, la
porta dell'Irene restava sempre socchiusa, e
fu allora che la trovarono seduta, lo sguardo
perso di fronte a sé, fra le labbra di
un colore più scuro del solito, lei che
mai portava rossetti, il segno di qualcosa che
non c'era più, caduto a terra.
Il
proprietario venne portato d'urgenza in ospedale
mentre l'Irene venne caricata di peso su un
altro mezzo.
Il
maresciallo è tornato in paese dopo qualche
tempo, nemmeno troppo, e si pensa che abbia
riacquistato senza nemmeno troppi problemi la
propria virilità, se è vero che
qualche anno dopo passeggiava, la domenica,
a braccetto con la moglie e un bimbo nella carrozzina.
L'Irene
invece è tornata solo da qualche anno.
Con la chiusura dei manicomi lei e altri originari
del paese sono stati stanziati in una struttura
moderna ed efficiente, così dicono, situata
sul poggio più alto e lontano dal centro
abitato, vicino ad alcune fabbriche di vetroresina
e a un vecchio campo da calcio dove d'estate
i fidanzati passano felicemente qualche ora
a giocare.
La
vedi ogni tanto in paese scortata dall'obiettore
di turno che si fa trascinare. È rimasta
sempre quella, nonostante abbia settant'anni
suonati è rimasta ragazza, stesso fisico
asciutto e svelto, scarpe da uomo ai piedi,
maglie attillate.
Solo
il viso tradisce quello che è stato;
più secco e avvizzito. Uno sguardo che
guarda se stesso.
Secondo
Il
fratello della ninfomane, manco a dirlo, abitava
accanto a lei, che bisogna pur darsi una mano
nella vita, e se la mano non te la dà
chi è nato dal ventre da cui sei nato
pure tu, chi te la deve dare? Pensava lui. Così,
fra messe e briciole di etica distillata si
faceva avanti Ercole.
Come
la sorella fisico forte e dura altezza, campione
negli sport e amante della bellezza - non quella
sororale solenne e austera, da bestia di quadro
naïf, tigre fantastica - , ma immanente,
senza colpa né pena.
A
lui quella ovattata bellezza piaceva e cercava
di mantenerla tale anche sulla carta. Riempiva
grandi quaderni di questa bellezza e quando
non praticava qualche sport si abbandonava a
guardarla e rimirarla, passeggiando con moto
ininterrotto per il grande salone di casa sua.
La bellezza adulta non lo interessava, raccontava
in giro che gli sguardi degli adulti, maschi
e femmine insieme, non erano mai come mela,
diceva così lui, e voleva dire che quegli
sguardi gli sembravano piuttosto di fango, cioè
impastati a qualcosa che di buono non aveva
nulla.
Aveva
avuto qualche storia, sempre con le stesse donne
che lasciava e riprendeva a suo piacimento,
che tanto, lui, a loro piaceva e se le lasciava
era perché avevano negli occhi qualcosa
che non era buono.
A
lui piacevano i bambini, trovava che dalle loro
ciglia evaporassero lacrime dolci e tenere allo
stesso tempo e i loro corpi, quelli sì,
erano per davvero corpi buoni. Ossa allungate
e nervi guizzanti i bambini non erano né
donne né uomini, né carne né
pesce. Della mascolinità e della femminilità
non avevano quei rigonfiamenti e quella peluria
dei grandi che copriva. L'ingenuità.
Il
mestiere che faceva e per cui era stato assunto
dal Provveditorato Provinciale agli Studi, l'insegnante
di educazione fisica, gli permetteva di bearsi
quasi ogni giorno di quella bellezza, che era
poi, come mi raccontava al bar, desiderio di
qualcosa di buono, qualcosa per cui valesse
davvero la pena esistere. E, d'altra parte,
lui ne sapeva qualcosa, se aveva ingollato a
più riprese farmaci di mancata identificazione
per rimanerci, una volta per tutte. In realtà
il desiderio di bello che aveva ebbe ogni volta
il sopravvento se lasciava biglietti agli amici
che invitavano i destinatari ad offrirgli un
appoggio, un riparo, che era giunto all'orlo...
Del
suo lavoro preferiva lo sci d'inverno perché
poteva scrutare senza essere visto, bastava
lasciar finire i bambini venti minuti prima
del termine della lezione e poi aggirarsi con
blocco e matita negli spogliatoi per spiare
l'ingresso di quelli e le operazioni di cambio.
Poi,
non si è saputo come, se per via di una
madre arrivata troppo presto e un po' insofferente
per le cose del mondo o se per via di un racconto
che fece un bambino alla maestrina, anch'ella
incancrenita e disacerbata, accadde che gli
arrivò a casa una notifica di atto processuale
con cui venne chiamato a rispondere all'accusa
di atti di libidine violenta attuati nei confronti
di minorenni, reiterati nel tempo.
Lui
che di burocratese ne masticava poco - con gli
anni arrivò a saperne più di un
praticante in studio d'avvocato - non seppe
cosa fare, se non presentarsi in aula e toccare
ferro. L'avvocato d'ufficio, perché non
poteva pagarne uno, non riuscì a zittire
le madri degli Innocenti né, tantomeno,
a evitare a Ercole una pena così santa
e giusta - Ci sono di mezzo dei bambini, - dicevano
- e poi, carta canta, guardate la sorella! -
Terzo
Lo
zio dell'Irene e di Ercole abitava ancora, nonostante
le insistenti richieste di sgombro da parte
dell'amministrazione comunale una vecchia casa
da lui ricostruita subito dopo la guerra. Si
diceva sarebbe caduta in un batter d'occhio
e avrebbe potuto causare la morte di Loris e
della sua famiglia; ma lui niente. Era roba
sua e se ne sarebbe andato quando lui e nessun
altro lo avesse deciso e non prima comunque
di aver sistemato figli e figli dei figli.
La
casa c'è ancora oggi, è abitata
da una famiglia di marocchini, hanno dipinto
la facciata di bianco, Loris l'aveva dipinta
di rosso, ma il bianco non si vede, che la facciata
è interamente nascosta da una serie orizzontale
di parabole gigantesche aggiunte di anno in
anno, che permettono al pater familias di sentirsi,
nonostante il freddo appenninico, al sole di
casa sua.
A
quei tempi Loris godeva di uno strano prestigio
nei dintorni: tesserato del Partito Comunista
Italiano, si diceva che prima della guerra avesse,
in una manifestazione romana, lanciato strali
e spergiuri contro il Duce e fosse stato trascinato
giocoforza in carcere, dove la nonna piagnucolando
miseria e sei figli affamati e vivaci come grilli,
babbo mio a badare ai polli, chiese che le rimandassero
a casa il marito. Non so grazie a quale artificio
venne ascoltata e il marito buttato fuori dal
carcere a solenni pedate in culo.
Le
malelingue sostenevano che, se faceva la testa
calda, era perché se ne voleva rimanere
fuori di casa, che quella, per lui, era la vera
prigione. A rivestire Loris di un'aurea mitologica
ci si mise anche un disertore inglese a cui
venne trovata una sistemazione nel bosco di
noci e castagni sotto casa. Nessuno lo aveva
voluto tenere, a quei tempi nel paese c'era
il comando fascista e Loris un po' per imborracciarsi,
un po' perché aveva a noia quelli del
paese cominciò a farsene vanto.
Così,
un po' per via della tessera, un po' per via
di quei fatti, o veniva evitato come appestato
o veniva adulato in silenzio, i bambini a corrergli
dietro per strappargli un racconto, per vederlo
galoppare sulla motoretta sfasciata con lo sguardo
bischero. In entrambi i casi il destino voleva
che rimanesse solo e lui da solo non riusciva
proprio a starci. E, d'altra parte, pure lui
doveva parlare, anche lui doveva camminare insieme
a qualcuno e sorreggersi con lui la notte dopo
aver bevuto un bicchiere di troppo! E lei, la
moglie, non lo seguiva proprio. Rosario alla
mano, stringeva fra le mani quadrati di sfoglia,
spinaci e ricotta e grana e quaderni su cui
ricopiava con bella calligrafia frasi dall'Adelchi.
Loris
leggeva soltanto Dumas padre, Hugo e, soprattutto,
Dante. Li portava con sé, come fossero
suoi amici, nella falegnameria dove prendevano
forma concreta i progetti che gli passava il
Comune: qualche banco e scaffale per gli uffici
della Tesoreria soprattutto. Ma il suo tempo
lo passava a bere e a combinare i pezzi di legno
che preferiva, per dare un corpo e un volto
ai suoi desideri.
Prima
che morisse, io, sua nipote, quasi adolescente
imbevuta fino all'osso di Alfieri e romanticismo
da feuilleton, gli dissi che a scuola avevo
studiato Modigliani e che i suoi visi e quella
sua maniera di allungare i corpi e la linea
l'aveva anche lui. Loris mi dava del "voi"
e mi rispondeva che avrei fatto meglio a studiare
Dante e giù, citazioni su citazioni,
in fretta prendevo la porta e me ne tornavo
a casa.
Dante
l'ho imparato a conoscere solo qualche anno
più tardi, e stavo rileggendo qualche
canto del Paradiso per l'esame di Letteratura
Italiana II tenendo fra le dita delle mani quelle
dei piedi di mio nonno, che mi chiedeva sempre
di tenergliele, - Mi fai un massaggino... -
mi chiedeva con voce sottile e quasi triste
di dovermelo chiedere, che chiuse gli occhi
in un sol colpo e io non gli avevo ancora chiesto
la spiegazione della rima più difficile...
La
storia di quei visi scavati nell'ebano di cui
tutti i figli si lamentavano o perché
erano troppi e occupavano troppo spazio o forse
perché l'ebano costa caro, la trovai
in una scatola da scarpe dove primeggiavano
le fotografie di due ragazze sulla trentina,
sorelle, entrambe maestre. Si dice che Loris
se ne fosse innamorato, che con loro - che sapevano
di latino - potesse discutere liberamente su
quei tali che riempivano pagine di inchiostro,
come se il mondo non fosse già stato
abbastanza nero. Non ho fatto in tempo a chiedergli
di loro, forse non lo avrei nemmeno fatto, restano
le fotografie e le statue delle fotografie e
ne ho proprio una qui, con me, che sono la nipote
di Loris e una parente lontana, ma non troppo,
di Ercole e della Irene.
Squarto
A-mare;
l'ho sempre tenuto lontano, quasi regola istillata
a sapienza e beneficio della mia persona, la
professoressa di Filosofia a bacchettarmi sulle
dita dei miei - No non sono uscita ieri, non
ho visto nessuno, neanche ieri l'altro e nemmeno
un mese fa. Devo lavorare io! -
E
adesso avverto soltanto una gran voglia di stingermi
addosso qualcuno.
Esco
più di prima, oggi, qualche sera prendo
la strada sopra casa mia, passo davanti al maresciallo
che si è fatto la fama di grande amatore,
la moglie che porta i capelli a chignon tinti
di rosa e non si tratta di un'acconciatura volutamente
trendy ma del risultato sconfortante di chi
dal parrucchiere non ci può andare, che
costa troppo, e allora va bene anche la tinta
presa al discount ma sui capelli bianchi il
rosso stinge, è lei a raccontare al mercato
del sabato davanti al banchetto dell'intimo
che le servono cinque o sei mutande che il marito
di pomeriggio gli vengono strane idee e mentre
lei è in casa a preparare gli arancini
di riso lui le alza la gonna e, per fare prima,
gliele strappa, le mutande, così è
costretta, poverina, a comprarne sempre di nuove,
o forse è una scusa perché il
culo le si gonfia e si sgonfia di settimana
in settimana, seguendo l'andamento dei menù
scelti dal marituzzo che fu assai bello.
Arrivo
al bar, penso che questa sera ci sarà
molta gente e piadine e bruschette da preparare
e birre da spillare, mi vesto poco, così
poco che sono costretta a elemosinare un abbraccio
alla mia amica che ha un seno grande che quando
ti carezza da dietro senti il suo calore premerti
forte contro la schiena; impudicamente mi vesto
ancora meno per avere un po' di quel caldo.
La
donna di uno dei miei cugini mi si avvicina,
lei mi passa le ordinazioni e mi dice che sto
spillando birre a nastro; non le rispondo. Mi
chiede se sono sorda; la guardo. Mi chiede se
sto poco bene; la guardo. Scuote i capelli dagli
occhi e mi chiede: - Hai i cazzi tuoi? Sorrido
e faccio cenno di sì sbandierando la
mano. Allora mi prende i capelli, tre giri intorno
la testa, li ferma con un elastico che mi ha
trovato frugando nella tasca davanti dei jeans.
Poi
arriva un amico, a lui le chiare a me le rosse,
mi dice che le birre si spillano meglio se a
spillarle sono in due, - Non trovi? Passami
il gomito sotto al braccio, le birre sono migliori
se si spillano intrecciando le braccia, anche
la vita si spilla meglio così - mentalmente
lo mando a cagare, ma sorrido e penso che ora
vorrei intrecciare le tue, di braccia, e passarci
dentro le mie.
Peccato
mi sia bagnata la mano. Mi lecco le punte delle
dita e scendo, a dormire, a ballare, non so.
La seconda che hai detto. Je ne sais pas si
je vais danser ou si je vais me faire danser.
È tutto, o quasi.