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ZIB II serie
 Altre meraviglie
Ritratti veri o presunti  
 Due racconti brevi
  di Rocco Brindisi

         Il macchinista del cinema Ariston

Stimmate, fotografia a colori su alluminio, cm.50x50         Gli piacevano tutte, da capo a piedi, da sopra a sotto, davanti e di dietro, di fronte, di profilo e pur d cuozz, assettate e all'impiedi, con il vandesimo e senza vandesimo, con i pidocchi in testa e con le trecce inzertate di pìpeli, che sono i petali delle ginestre, buccole, che vuol significare affamate, e magna aria d'amore, accasate e zite, occhi infuocati e occhi a pisciata di ciuccio, lavoratore e scapelabbiende, cioè scansafatiche, sciavuorte, che, a scagnaparola, per pietà celesta, vuol dire più brutte del debito, e accarnate in cielo, muccose, e con la sigaretta infilata nel bocchino, orfane di guerra e con dieci attani, accontenute e a cuore spaso, cucinatore e manco un uovo a occhio di bue, quelle con le menne cucende e quelle con il petto a tavola, gambe averte e genocchi azzeccati, monnapatate e arricamatrici, piglia consigli e con la nasca tesa, ammuinate e più posate di uno scalone, astematore e addevozionate, sciosciaculo e scotelamenn. Le risate delle femmine alleggerivano il mondo. Le femmine lo rimbambivano, ma gli lasciavano caldo il cuore. Veniva alla scuola grande di Bari, ma non pensava allo studio né alla vestitura né alla lavatura. Come certi bambini, quando vedono la Madonna, e per la meraviglia fanno scoregge a tric trac, con la botta finale, tanto che la Madonna scoppia a ridere ed è costretta a tenersi la pancia, così lui, se vedeva una madre di figli appendere i panni alla fune, e la fune era un po' alta e la madre di figli doveva sollevarsi da terra un poco e si portava il culo appresso, allora, per la tenerezza dello ngappetto che teneva in bocca, menava un truono. Si leccava il sonno delle figliole, il sonno accèr a sol, l'anema se n'avvola, sonn d'oro e d'argento, centocinquanta, la gallina canta, canta sola sola, non vuole andare a scuola, il lupo è dietro la porta, mannaggia chi gn'è mmuort, nu nsap né llegg né scriv, mannaggia chi gn'è bivv, quando si gira, piange, vuole quattro spicchi d'arancia, si mette vergogna a ridere, e cerca due olive, quando sta fermo allazza, viva la tabbellina du mazz, uno per uno, uno, menatella alla diggiuna, uno per due, due, cunzòlem sti doie uov, due per due, quattro, ammuscem sta atta, sei per otto, quarandotto, tassir spara i bbott, ta mamma int u capott... Due mammelle litigarono per chi doveva fare più luce nella nottata. Stava nella cabina del cinema Ariston, dove pure i film più scemi odoravano di femmine. Era di buon cuore e meno malizioso della neve. I suoi racconti erano succo di gelsi. Fece, per qualche anno, il servitore volante di uno psichiatra che non accocchiava tre meno due più quattro, gli andava a pagare le bollette dell'acqua, della luce, intratteneva i clienti nell'anticamera, imbucava le lettere. Era stato innamorato e gli veniva da ridere ogni volta che pensava all'amore come quando uno si sogna di cacare all'aperto, in una piazza, davanti alla gente. Quel giorno tornava da una città di mare, dove era andato a puttane con gli amici. Scese dalla macchina per fare un po' d'acqua e se lo teneva all'aria fresca, senza pensieri, quando un'automobile lo gettò per aria. Lui si alzò, perché è brutto morire pisciando; sorrise a quello che lo aveva fatto volare, siccome era imbarazzato perché lo teneva ancora fuori; finì l'opera sua dolce e chiese scusa perché era sfacciato, rientrò in macchina e morì, dopo neanche un minuto.


         Salvatore

         Si era cresciuto nel recinto del manicomio dov'era triste come il re di denari, che non piscia mai in compagnia e che ha paura di essere una spia. A trent'anni cominciò a salire in città. Chiedeva soldi pure alla Madonna Santissima per comprare radioloni. Quando gliene veniva in antipatia uno, lo metteva sotto i piedi, lo pigliava a maleparole e se ne comprava un altro. Tutte le canzoni che cantava sembravano serenate, e la città non era stata così bella e stonata di canzoni da chissà quando. Si portava appresso una banda di ragazzini che, per il solo fatto che ci fosse lui, si sentivano ispirati, giravano felicemente a vuoto, inventavano corse senza senso, furti di cose che non esistevano, corteggiamenti senza speranze. Lui era il capo della via grande, dove si sentiva re. Nei vicoli, obbediva agli ordini. Gli sanguinavano i piedi per le scarpe strette, on guardava le nuvole, fischiava le colonne sonore dei western di Sergio Leone. Più di tutto, amava la musica dei duelli finali, specie quella di "Per un pugno di dollari". Nel corso affollato o nella piazza, vuota, delle domeniche mattina, si fermava, di colpo, con la calma e la serietà di un santo, inseriva la cassetta al punto giusto, allungava il braccio, metteva due dita a forma di pistola e mirava l'invisibile con una tale noncuranza del tempo e dell'eternità e una così infantile attitudine a fingere la morte che la città, se avesse avuto un mezzo dito di giudizio, sarebbe andata in sposa alla sua puzza di piedi. La notte dormiva nel cimitero o al Mercato dei Poveri. Una sera fece irruzione nella Piazzetta Duca della Verdura, durante un concerto per pianoforte e violino, e fece fuoco, con una pistola a tamburo, sugli spettatori, ma siccome nessuno moriva, stramazzò lui, a terra, per accontentare la morte bambina che guarda i film, all'aperto, con l'olio dei peperoni fritti che le scorre sul mento. Era alto quanto un Cunto de li Cunti, ebbe per fidanzate novantanove radioloni, ma non si accasò con nessuna. Quando era pazzo di malinconia si tagliuzzava le braccia con una scheggia di vetro, andava in canottiera con la neve. Lo chiusero, due tre volte, nel manicomio criminale di Aversa. Si spargeva la voce, di tanto in tanto, che fosse morto, poi, all'improvviso, qualcuno diceva di averlo visto in quella tale strada, con un sorriso da bambino sulle labbra. Siccome ricompariva, tutte le volte che veniva dato per morto ammazzato, caduto in un precipizio, messo sotto un'automobile, la gente cominciò a spazientirsi e qualcuno insinuò che chi continuava a vederlo, fosse morto anche lui, senza saperlo.

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