Il
macchinista del cinema Ariston
Gli
piacevano tutte, da capo a piedi, da sopra a
sotto, davanti e di dietro, di fronte, di profilo
e pur d cuozz, assettate e all'impiedi, con
il vandesimo e senza vandesimo, con i pidocchi
in testa e con le trecce inzertate di pìpeli,
che sono i petali delle ginestre, buccole, che
vuol significare affamate, e magna aria d'amore,
accasate e zite, occhi infuocati e occhi a pisciata
di ciuccio, lavoratore e scapelabbiende, cioè
scansafatiche, sciavuorte, che, a scagnaparola,
per pietà celesta, vuol dire più brutte del
debito, e accarnate in cielo, muccose, e con
la sigaretta infilata nel bocchino, orfane di
guerra e con dieci attani, accontenute e a cuore
spaso, cucinatore e manco un uovo a occhio di
bue, quelle con le menne cucende e quelle con
il petto a tavola, gambe averte e genocchi azzeccati,
monnapatate e arricamatrici, piglia consigli
e con la nasca tesa, ammuinate e più posate
di uno scalone, astematore e addevozionate,
sciosciaculo e scotelamenn. Le risate delle
femmine alleggerivano il mondo. Le femmine lo
rimbambivano, ma gli lasciavano caldo il cuore.
Veniva alla scuola grande di Bari, ma non pensava
allo studio né alla vestitura né alla lavatura.
Come certi bambini, quando vedono la Madonna,
e per la meraviglia fanno scoregge a tric trac,
con la botta finale, tanto che la Madonna scoppia
a ridere ed è costretta a tenersi la pancia,
così lui, se vedeva una madre di figli appendere
i panni alla fune, e la fune era un po' alta
e la madre di figli doveva sollevarsi da terra
un poco e si portava il culo appresso, allora,
per la tenerezza dello ngappetto che teneva
in bocca, menava un truono. Si leccava il sonno
delle figliole, il sonno accèr a sol, l'anema
se n'avvola, sonn d'oro e d'argento, centocinquanta,
la gallina canta, canta sola sola, non vuole
andare a scuola, il lupo è dietro la porta,
mannaggia chi gn'è mmuort, nu nsap né llegg
né scriv, mannaggia chi gn'è bivv, quando si
gira, piange, vuole quattro spicchi d'arancia,
si mette vergogna a ridere, e cerca due olive,
quando sta fermo allazza, viva la tabbellina
du mazz, uno per uno, uno, menatella alla diggiuna,
uno per due, due, cunzòlem sti doie uov, due
per due, quattro, ammuscem sta atta, sei per
otto, quarandotto, tassir spara i bbott, ta
mamma int u capott... Due mammelle litigarono
per chi doveva fare più luce nella nottata.
Stava nella cabina del cinema Ariston, dove
pure i film più scemi odoravano di femmine.
Era di buon cuore e meno malizioso della neve.
I suoi racconti erano succo di gelsi. Fece,
per qualche anno, il servitore volante di uno
psichiatra che non accocchiava tre meno due
più quattro, gli andava a pagare le bollette
dell'acqua, della luce, intratteneva i clienti
nell'anticamera, imbucava le lettere. Era stato
innamorato e gli veniva da ridere ogni volta
che pensava all'amore come quando uno si sogna
di cacare all'aperto, in una piazza, davanti
alla gente. Quel giorno tornava da una città
di mare, dove era andato a puttane con gli amici.
Scese dalla macchina per fare un po' d'acqua
e se lo teneva all'aria fresca, senza pensieri,
quando un'automobile lo gettò per aria. Lui
si alzò, perché è brutto morire pisciando; sorrise
a quello che lo aveva fatto volare, siccome
era imbarazzato perché lo teneva ancora fuori;
finì l'opera sua dolce e chiese scusa perché
era sfacciato, rientrò in macchina e morì, dopo
neanche un minuto.
Salvatore
Si
era cresciuto nel recinto del manicomio dov'era
triste come il re di denari, che non piscia
mai in compagnia e che ha paura di essere una
spia. A trent'anni cominciò a salire in città.
Chiedeva soldi pure alla Madonna Santissima
per comprare radioloni. Quando gliene veniva
in antipatia uno, lo metteva sotto i piedi,
lo pigliava a maleparole e se ne comprava un
altro. Tutte le canzoni che cantava sembravano
serenate, e la città non era stata così bella
e stonata di canzoni da chissà quando. Si portava
appresso una banda di ragazzini che, per il
solo fatto che ci fosse lui, si sentivano ispirati,
giravano felicemente a vuoto, inventavano corse
senza senso, furti di cose che non esistevano,
corteggiamenti senza speranze. Lui era il capo
della via grande, dove si sentiva re. Nei vicoli,
obbediva agli ordini. Gli sanguinavano i piedi
per le scarpe strette, on guardava le nuvole,
fischiava le colonne sonore dei western di Sergio
Leone. Più di tutto, amava la musica dei duelli
finali, specie quella di "Per un pugno di dollari".
Nel corso affollato o nella piazza, vuota, delle
domeniche mattina, si fermava, di colpo, con
la calma e la serietà di un santo, inseriva
la cassetta al punto giusto, allungava il braccio,
metteva due dita a forma di pistola e mirava
l'invisibile con una tale noncuranza del tempo
e dell'eternità e una così infantile attitudine
a fingere la morte che la città, se avesse avuto
un mezzo dito di giudizio, sarebbe andata in
sposa alla sua puzza di piedi. La notte dormiva
nel cimitero o al Mercato dei Poveri. Una sera
fece irruzione nella Piazzetta Duca della Verdura,
durante un concerto per pianoforte e violino,
e fece fuoco, con una pistola a tamburo, sugli
spettatori, ma siccome nessuno moriva, stramazzò
lui, a terra, per accontentare la morte bambina
che guarda i film, all'aperto, con l'olio dei
peperoni fritti che le scorre sul mento. Era
alto quanto un Cunto de li Cunti, ebbe per fidanzate
novantanove radioloni, ma non si accasò con
nessuna. Quando era pazzo di malinconia si tagliuzzava
le braccia con una scheggia di vetro, andava
in canottiera con la neve. Lo chiusero, due
tre volte, nel manicomio criminale di Aversa.
Si spargeva la voce, di tanto in tanto, che
fosse morto, poi, all'improvviso, qualcuno diceva
di averlo visto in quella tale strada, con un
sorriso da bambino sulle labbra. Siccome ricompariva,
tutte le volte che veniva dato per morto ammazzato,
caduto in un precipizio, messo sotto un'automobile,
la gente cominciò a spazientirsi e qualcuno
insinuò che chi continuava a vederlo, fosse
morto anche lui, senza saperlo.