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nel 1986-88, a Noron l'Abbaye, Normandia.
Resoconto sul popolo dei Gamuna,
ricostituito molti anni dopo con tutti i suoi
pezzi sparsi.
NOVEMBRE- DICEMBRE. ARRIVO NEL PAESE DEI
GAMUNA
1.
A
quattrocento chilometri dal mare verso nord est,
un massiccio basaltico chiude il territorio dei
Gamuna alle influenze delle popolazioni costiere,
mentre sul versante opposto un vasto deserto sabbioso
lo separa dalle strade che portano alle città
dell'interno. Questo deserto non è attraversabile
con normali mezzi di trasporto perché formato
da placche d'argilla piene di crepe, che appena
piove possono trasformarsi in grandi pantani come
quelli che gli arabi chiamano wadi, e pericolosi
come i wadi in primavera. È un'immensa
pianura dove i Gamuna non si inoltrano mai, anche
se dicono che i loro antenati sono venuti di là,
in un tempo non molto lontano. Le grandi sinclinali
che scendono dal massiccio basaltico si arrestano
a una settantina di chilometri a nord del loro
territorio, dove corsi d'acqua con itinerari variabili
si disperdono in paludi e falde sotterranee, fino
agli ultimi lembi della brughiera che delimita
il deserto sabbioso. I Gamuna si spingono nella
brughiera per andare a caccia, per raccogliere
semi di eftla e noci di trepeu, o per portare
al pascolo le pecore. Ma raramente trovano il
coraggio di arrampicarsi anche sulle più
basse propaggini del massiccio basaltico, perché
sono presi da conturbanti vertigini anche a contemplare
il mondo dall'alto d'una collina. Nessun popolo
teme le altitudini come loro. Da quelle parti
spesso si può vedere un pastore o un cacciatore
che vacilla su un costone, poi si butta a terra
spaurito per non guardare in basso. La vertigine
dell'altezza sembra loro un segno certissimo che
tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo
fenomeno di fata morgana, e che ogni forma di
vita sulla terra non sia che un miraggio del genere,
ossia la grande allucinazione del mondo (teru-u
ta, nella loro lingua).
2.
Il
capoluogo gamuna resta del tutto isolato in mezzo
al deserto, inaccessibile per mancanza di linee
di comunicazione con le città dell'interno:
rare le escursioni turistiche in aereo, rari i
viaggiatori che si spingano in quell'arida frangia
savanicola, rarissimi gli uomini politici che
abbiano voglia d'entrare in contatto con quella
misera popolazione desertana. Altrettanto difficile
è l'accesso dal versante opposto, perché
bisogna raggiungere il massiccio basaltico con
scardinate corriere che fanno servizio su piste
molto incerte, dove c'è sempre una guerra
in corso. Dovunque si vedono cortei di gente con
sacchi e masserizie che cerca di sfuggire alle
soldataglie d'un dittatore orbo dal nome imprecisato
o incomprensibile. Molti si arrampicano sugli
acrocori delle zone orientali, altri si avviano
su per le pieghe del massiccio basaltico cercando
salvezza in quella direzione. Le soldataglie del
dittatore orbo danno la caccia ai transfughi e
spesso li inseguono con gli elicotteri, solo per
il gusto di sterminare qualcuno. Questa è
la rischiosa via dell'Onianti, una pianura con
piste di sabbia tra gli arbusti, rari alberi lontani,
posti di blocco e processioni di gente che cerca
di salvarsi. Ed è l'itinerario seguito
dal noto viaggiatore Victor Astafali, mio vecchio
compagno di studi, di cui conservo lettere e taccuini
di viaggio. Assieme al fedele servitore Sempaté,
Astafali ha raggiunto il massiccio in corriera,
poi l'ha attraversato a piedi con dieci giorni
di marcia, guidato da un gruppo di fuggiaschi
dell'Onianti. Nella brughiera ha incontrato un
vecchio cacciatore di nome Wanghi Wanghi, e l'ha
subito reclutato come suo informatore, perché
sapeva parlare in inglese ed era uno strabico
che ispirava rispetto. Dopo altri cinque giorni
di marcia, il loro gruppo ha raggiunto il capoluogo
gamuna, chiamato dai forestieri Gamuna Valley.
Qui Astafali si è installato in un albergo
in abbandono, con il fedele Sempaté e Wanghi
Wanghi; e di qui cominciano le sue annotazioni
sul luogo, sui costumi e sulla lingua gamuna,
sui suoi incontri e i suoi amori.
3.
Victor
Astafali! Ci siamo conosciuti all'epoca dei nostri
vent'anni; io ero un provinciale sbarcato a Cambridge
per studiare i poeti inglesi, lui il discendente
d'una famiglia di commercianti levantini del Cairo,
che sapeva già molte lingue e si muoveva
dovunque come per le strade di casa sua. Non mi
ricordo come ho trovato la camera che poi condividevamo,
ma ricordo come lo trovavo raffinato rispetto
a me. Sempre gentile, composto nei gesti, a Cambridge
spiccava per la sua rara eleganza, nei vestiti
di taglio europeo specialmente accurato. Studiava
antropologia, ma conosceva bene anche la musica
e aveva portato con sé una viola classica,
su cui si esercitava ogni giorno. Con il bel tempo
camminavamo a volte fino all'alba discutendo di
poesia, musica, costumi sociali, filosofia, amori
e desideri. Andando in giro incontravamo sempre
gente interessante e parlavamo con tutti. Era
così facile parlare, a quei tempi, e mi
piaceva incontrare ogni giorno qualcuno di nuovo.
Astafali aveva studiato in un collegio francese
del Cairo, parlava soprattutto in francese, e
mi recitava poesie in arabo. Dopo quell'epoca
siamo rimasti sempre in contatto, l'ho seguito
nei suoi viaggi attraverso lettere e foto che
mi spediva, fino al suo viaggio finale nel paese
sconosciuto dei Gamuna. Così è passato
il nostro tempo. Ora sono qui a scrivere di lui;
ogni mattina mi siedo al tavolo, rileggo i suoi
taccuini e riordino questi appunti.
4.
La
cittadina che costituisce l'attuale capoluogo
gamuna è stata abitata da un'altra popolazione
di cui si sono perse le tracce. Dove ora si vede
una piccola stazione ferroviaria, quasi in mezzo
alle dune di sabbia, un giorno migliaia di persone
debbono essersi affollate per prendere un treno
verso una destinazione a noi ignota. Non si conoscono
i motivi del loro esodo. Ma la cosa più
strana è che quegli abitanti sono partiti
abbandonando dietro di sé ricche case,
automobili, uffici e banche, stazioni radio, biblioteche,
impianti d'irrigazione, giardini pieni di fiori
e piante, oltre a migliaia e migliaia di tavole
a olio con i loro ritratti. Gli attuali abitanti
di Gamuna Valley si sono installati nelle loro
case, coltivano i loro giardini, non guidano le
loro automobili, ma si vestono ancora con gli
abiti trovati nei loro armadi. Per le strade si
vedono uomini e donne con tute da ginnastica,
giacche da safari, magliette con scritte in inglese,
camicie sportive e calzoni multitasche, divise
da funzionari o abiti da sera. Soprattutto al
tramonto, sulla avenue centrale, c'è questo
sciamare d'individui che sembrano gloriarsi dei
loro completi da cerimonia o abiti da lavoro,
cappelli a cilindro o pagliette, giacche a coda
di rondine o vestiti di lamé, senza che
nessuno mostri di notare differenze tra i vari
stili d'abbigliamento. Ma la cosa che colpisce
ancora di più è vedere tanti palazzi
borghesi in completo abbandono, grandi cartelloni
pubblicitari che resistono alle intemperie, scritte
in varie lingue che parlano di crociere di lusso,
ristoranti o prodotti di consumo di cui si è
persa memoria. Su un sentiero che va nella brughiera,
un alto cartello reclamizza viaggi in Oriente,
con il disegno d'una Sfinge, una palma, e la scritta
sbiadita VISITEZ L'EGYPTE.
5.
Tendenzialmente
filiformi, testa ovale, sguardo tremolante che
diventa ancora più tremolante in presenza
di forestieri, i maschi portano dei cappellucci
tutti schiacciati sul cucuzzolo, e questa si direbbe
l'unica traccia d'un loro antico costume nazionale.
Spesso camminano in modo particolarmente ondoso,
facendo perno sui talloni per ritrovare la dritta
via. Il loro stile di camminata fa pensare ai
forestieri che tutti i Gamuna abbiano i piedi
piatti; invece è il loro modo di ritrovare
un equilibro nel corpo, dopo lo sbandamento d'ogni
passo e d'ogni momento della vita. Ma sia il passo,
sia il corpo filiforme che lo sguardo tremolante,
sono soprattutto caratteristiche dei maschi adulti;
perché più un maschio va avanti
con l'età, più diventa spaurito
dalla vita, più magro e tremebondo, e sbanda
più facilmente. I bambini invece camminano
con un altro passo, non mostrano timore per gli
stranieri e per nessun altro; scorazzano per le
strade in piccole bande delinquenziali, e guardano
tutti in modo truce.
6.
Le
donne sono per lo più carnose, con voluminosi
seni di cui si mostrano fiere; e sanno tenere
a bada avventurieri o altri stranieri di passaggio
lanciando sguardi arditi e misteriosissimi. Ci
sono sguardi mattutini e pomeridiani di donne
gamuna che metterebbero in imbarazzo chiunque;
perché paiono apertamene voluttuosi, ma
al tempo stesso fanno insorgere nei maschi un
forte sospetto d'essere attirati in un tranello
per venire poi svaligiati, massacrati, castrati.
Gli uomini chiamano quelle occhiate "sguardi
di civetta losca" e li temono come presagi
di morte; ossia come portatori di un'allucinazione
che viene dal deserto e mette addosso strane frenesie
che possono rompere il debole filo dell'esistenza.
I rari visitatori delle città dell'interno
rimangono sulle prime eccitati da quegli sguardi
femminili, ma poi sono colti da un grave imbarazzo
che scombussola tutte le loro idee turistiche
e curiosità erotiche. Spesso le mogli turiste
debbono tirar via di forza i mariti, essendo prese
dai fumi della gelosia. Allora i mariti gettano
per terra qualche dollaro come pagamento dello
spettacolo, e scantonano in un'altra strada ansimando,
come se pensassero: "Cos'è questo
rischio a cui mi espongo? Cos'è questo
pericolo riflesso in un'occhiata di donna? Non
è questo che mi aspettavo da un popolo
ottuso e sottomesso come i Gamuna!" Nei primi
tempi anche Astafali è rimasto più
volte colpito da quelle occhiate di "civetta
losca"; e dopo sorgeva in lui la frenesia
di toccare tutte le donne, assieme al sospetto
che una donna l'avesse guardato solo per attirarlo
in un tranello, umiliarlo, castrarlo.
7.
Mantengono
puliti i pozzi, perché hanno bisogno dell'acqua.
Coltivano i giardini che hanno trasformato in
orti, dove fanno crescere un radicchio locale
molto saporito, oppure orzo, mais, patate e fagioli.
Tengono ben pulite anche le case, combattendo
continuamente con la polvere del deserto che entra
dalle finestre aperte, poiché non amano
chiudere porte né finestre. Tra gli avanzi
del passato, la cosa che più li attira
e li rende anche litigiosi sono quei ritratti
a olio dei precedenti abitatori, che si rubano
l'un con l'altro, come se fossero feticci che
danno lustro a chi li possiede. Invece non sanno
cosa farsene di impianti radio, di generatori
di corrente, di apparecchi telefonici: oggetti
sorprendenti, ma non diversi da un sasso o da
una duna di sabbia, o dagli arbusti che sorgono
nella brughiera. Delle automobili abbandonate
si servono per i sonnellini pomeridiani, lasciandole
decadere come tutto il resto. Le case crollano,
i muri si screpolano, ma loro non restaurano mai
niente, non tolgono di mezzo i calcinacci che
hanno invaso una scala d'ingresso, e lasciano
penzolare gli infissi che si sono staccati dal
telaio d'una finestra. Astafali scrive che tanta
incuria non va addebitata alla supposta poltroneria
dei Gamuna. Se loro lasciano decadere tutto, ciò
dipende dal fatto che non amano cambiare nulla
negli stati di cose che trovano, salvo esserne
costretti. In realtà sono resi malinconici
dai cambiamenti o miglioramenti di qualsiasi tipo,
e perfino la riparazione d'un impianto elettrico
sarebbe sentita da loro come una specie di errore,
a cui però certe volte bisogna rassegnarsi.
8.
Nel
centro di Gamuna Valley ci sono almeno dieci bar
sempre affollati, e qui capita di incontrare avventurieri
di passaggio, con cappelli a larga tesa e pistole
in cintura. Avventurieri di tutte le razze arrivano
da quelle parti in elicottero, per lo più
diretti al massiccio basaltico, e tutti disprezzano
i Gamuna in modo solenne. Per dimostrarlo tengono
le ciglia in leggera vibrazione, portano al collo
foulard vistosi, e camminano movendo le spalle
in modo marziale impressionante. È soprattutto
quel loro modo di camminare che spaventa i maschi
adulti, che quando li incrociano cominciano a
sbandare cercando un androne dove nascondersi.
Nei primi tempi, gli avventurieri soffrono spesso
di crisi amorose per una donna vista per strada,
e sembrano impazziti di desideri, dubbi e gelosie;
ma appena superano la crisi, cominciano a detestare
tutto quello che vedono, a trovare tutto sporco
e puzzolente, a schifarsi per lo squallore e la
desolazione del posto. Questi stati di perturbamento
vanno assieme al pensiero della disgrazia d'essere
venuti al mondo, pensiero che non riescono a sopportare
neanche per un attimo. Dunque, per liberarsene,
loro vorrebbero sparare a tutti quelli che incontrano:
cosa che in passato hanno fatto spesso, a volte
mitragliando centinaia di Gamuna dai loro elicotteri.
Tutto ciò per sfogarsi e maledire la noia
di quella misera cittadina, affollata di facce
indolenti che fanno venire il nervoso, e di donne
che sembrano guardarti da una massima distanza
per attirarti in un tranello.
9.
Ogni
tanto qualche gruppo di turisti arriva nella cittadina,
si stupisce di non trovare delle capanne primitive;
poi risale sul grande elicottero diretto alle
spiagge del sud. L'afflusso dei turisti però
è scarsissimo, perché non esistono
alberghi in stato decente dove alloggiarli; e
anche perché dopo qualche ora a Gamuna
Valley qualsiasi forestiero non abituato all'ambiente
cade in una crisi di desolazione acuta. Quel senso
di desolazione con pensieri tristissimi che anche
gli avventurieri avvertono, produce nei turisti
una ripugnanza che di solito prende a manifestarsi
dopo tre o quattro ore di soggiorno. Se il visitatore
non è per niente addestrato a sopportare
le malinconie, dopo sei o sette ore la ripugnanza
può trasformarsi in uno stato di malattia
mentale detto "dementia viatoris". Si
tratta chiaramente di miraggi del deserto, ma
con sintomi che fanno pensare a un rallentamento
del metabolismo basale: palpebre che stentano
a sollevarsi, senso di depressione al petto, emicrania
e conati di vomito, assieme a una noia vertiginosa
che spande un'aria di inutilità su tutte
le cose dove si posano gli occhi.
10.
Lo
squallore generale del luogo non si avverte tanto
nel centro cittadino, dove il brulicare della
folla crea un certo colore locale. Il senso di
desolazione si percepisce soprattutto nelle stradine
secondarie, con negozietti bui e malridotti, pieni
di calcinacci e spazzatura. Dentro quei negozietti
si vedono ossuti commercianti contare stancamente
le loro noci di trepeu, che là sono usate
come banconote di grosso taglio. La loro grettezza
è evidente a colpo d'occhio, anche se non
si capisce mai cosa pensino. In mezzo ai calcinacci
tra cui vivono, si trovano derrate alimentari
spesso andate a male, vecchissimi scampoli di
tessuti, inutili pezzi di ricambio per macchine
di vario tipo, e cumuli di pile e batterie negli
angoli oscuri. Qui si possono acquistare anche
canzoni, che il negoziante canta e il cliente
deve tenere a mente; ma di solito è facile
tenerle a mente, trattandosi di canzoni vecchissime,
divenute noiose a forza di cantarle. Sono soprattutto
i giovani, gli adolescenti, i giovanotti in amore,
che le comprano per qualche foglia di kuber, che
vale al massimo un centesimo di dollaro. Le pile
e le batterie per auto sono un genere di lusso,
che pochi possono permettersi (a parte il fatto
che non servono a niente); ma le canzoni sono
alla portata di tutti, e dopo averne acquistata
una di solito il giovane esce cantandola a voce
spiegata. Il negoziante accorre sulla porta per
correggere qualche stonatura; ma il giovane non
lo ascolta e rifà la canzone a suo modo,
mentre va in giro cantando per la città.
Tutti sanno a cosa prelude quel canto. Si tratta
del fatto che il giovanotto ha in mente di sposarsi,
e si esercita a pronunciare frasi da dire alla
futura sposa, frasi contenute nella sua canzone
fuori moda. "Quando sarà sposato non
canterà più, pigolerà soltanto",
dicono i Gamuna. Tuttavia, vedere per strada un
giovanotto eccitato da una vecchia canzone comprata
in quei negozietti, mentre la canta come se fosse
la gran novità del giorno, dà l'idea
esatta d'una vita di squallore, verso cui ogni
giovane corre sbadatamente, ma anche con un certo
trasporto.
11.
Andando
per stradine secondarie di Gamuna Valley, soprattutto
al mattino, si sente il suono degli artigiani
che lavorano brontolando. Brontolare durante il
lavoro è quasi obbligatorio per un artigiano
gamuna. Falegnami, vasai, sarti, commercianti
di semi di eftla e venditori di bevande, fanno
il loro mestiere elevando una continua cantilena
scorbutica, che però non è spiacevole
se udita di lontano, scrive Astafali. Lavorando
emettono gemiti per la tristezza di dover lavorare,
in quanto il lavoro è un grandissimo errore,
da cui però non c'è scampo. In ogni
caso, è un atto contrario ai principi del
cosiddetto Essere del Largo Riposo, che gli adulti
venerano più d'ogni altra cosa. Il modo
di brontolare degli artigiani è molto particolare:
prima maledicono quello che li ha costretti a
lavorare, poi maledicono se stessi per essersi
sottomessi alla costrizione, poi maledicono la
propria bocca per aver maledetto qualcosa, infine
ridono in modo sguaiato per indicare il pentimento
della bocca che maledice. Soprattutto al mattino
presto, simili litanie si odono dovunque come
un canto ininterrotto e abbastanza rasserenante.
Anche rasserenante è vedere certe donne
che passano davanti alle finestre degli artigiani,
scuotendo i fianchi e il seno per eccitare il
loro desiderio. Ma appena quelli accorrono sulla
porta, le donne se ne vanno canticchiando canzonette
che deridono la sciocca erezione della verga maschile,
con passo mattutino agile e slanciato, meraviglioso
a vedersi.
GENNAIO.
VITA D'OGNI GIORNO A GAMUNA VALLEY
1.
In
questa stagione nella stanza dove scrivo fa freddo,
c'è luce solo dalle nove del mattino alle
tre del pomeriggio. Piove tutti i giorni, le campagne
sono grigie e nei prati le vacche si tengono ammassate
al riparo di qualche albero. Al mattino mi sveglio
sentendo il vento che s'ingolfa nel camino e mi
vengono strani sussulti; altre volte è
la fame, la stanchezza, il sonno o il buio a sorprendermi.
Da quando vivo in queste campagne passo molto
tempo a guardare dalla finestra le pecore e la
vacche nei prati, gli alberi intirizziti nei mesi
invernali, e al mattino i falchetti che sui fili
dell'elettricità. Qui tutto sa di abitudini
fisse, inalterabili, come i muri in pietra grigia
di queste case. Verso le otto vedo dalla finestra
arrivare in bici la servetta dei signori Poussard,
che passando mi saluta. Io le rispondo con un
gesto, poi rimango da solo a scrivere e pensare
tutto il giorno. Cerco di avere visioni di Gamuna
Valley studiando le note di Astafali, della sorella
Tran, e altri articoli trovati a Parigi nella
biblioteca della Società per lo studio
dei popoli poco conosciuti, in rue de L'Arcade.
Ma le visioni sono poche e le parole sempre più
scarse. Al pomeriggio esco a camminare per sentieri
pieni di fango.
2.
Veduta
di Gamuna Valley. Città fatta di viali
alberati che si incrociano con simmetrie ortogonali,
piena di cani che vagano in libertà e si
danno convegno sulla soglia d'un lussuoso albergo
in rovina. I ragni tessono le loro ragnatele indisturbati,
una specie di cornacchie locali fa il nido nelle
grondaie, pecore e vacche soggiornano nell'ombra
degli androni borghesi. Dal giorno in cui i primi
esploratori gamuna sono giunti nella cittadina,
trovandola spopolata, niente forse è cambiato
se non per effetto del tempo. Le case di anno
in anno allargano le loro crepe, le erbe e le
piante invadono il selciato, le automobili abbandonate
nelle vie perdono i pezzi, dovunque compaiono
sempre più macerie. Sulle macerie o sui
tetti sorgono alberi di fichi, arbusti d'erba
del paradiso, grossi tronchi di leguminose, sormontando
poco a poco tutta la città con varia vegetazione
che un giorno sarà una foresta pensile.
Astafali racconta d'un grande tamarindo spuntato
nel salone centrale d'una banca, che con le sue
foglie pennate copre tutti gli sportelli bancari;
i suoi frutti curvi e iridescenti hanno riempito
il pavimento fino al colonnato in stile coloniale.
Gli abitanti lo lasciano crescere, andando ogni
tanto in banca a raccogliere i suoi semi, da cui
estraggono un succo per bibite dolci e medicinali.
Le diverse casseforti sono avvolte da rami di
catalpa; una grande pianta di alianto invade la
sala della consiglio d'amministrazione, e una
specie di ontano locale copre la porta blindata
con le sue stìpole vischiose.
3.
Benché
gli avventurieri amino mettere gli occhi sulle
donne gamuna e anche violentarle quando possono,
e sebbene facciano ottimi affari con i loro mariti,
non riescono a sopportare la cittadina e i suoi
abitanti per più d'una giornata. Perciò
mettono spesso mano alla pistola con l'idea di
sparare a qualcuno, per sfogare il loro malumore
di uomini civilizzati. Ma quasi sempre sparano
in aria, e dopo li vedi camminare torvi per le
strade, con speciali giramenti d'occhi che fanno
spavento. E' vero che ogni tanto hanno accessi
di nervosismo più forti del solito e allora
devono sparare a un cane che passa, a un uccello
che svolazza; ma bisogna dire che hanno imparato
a non compiere più massacri di massa; anche
perché negli ultimi tempi le cose sono
un po' cambiate, e si notano segni di progresso
nella zona. I commerci sono bene avviati; molti
Gamuna meno inetti degli altri lavorano per gruppi
di avventurieri; qualcuno ha imparato a masticare
un poco la lingua inglese; le donne gamuna sono
eleganti, a volte compiacenti; e soprattutto si
sono aperte prospettive per lo sfruttamento di
giacimenti d'amianto nella zona. Gli avventurieri
vanno in giro per muovendo le spalle in modo impressionante,
masticando una radice simile al betel che serve
ad attenuare il disgusto di trovarsi in un posto
del genere, però le previsioni di guadagno
sono buone e potrebbero portare a una rapida modernizzazione
del luogo.
4.
Nella
cittadina circola un po' di denaro contante in
valuta delle città dell'interno; circola
soprattutto nei bar del centro cittadino, che
avventurieri belgi hanno dato in gestione a pochi
indigeni affidabili, e dove smerciano quantità
di whisky, birre e sigarette. Chi vuole andare
al bar dovrà procurarsi denaro contante,
e per questo due avventurieri canadesi hanno aperto
un'agenzia di cambio sulla via centrale, dove
accettano noci di trepeu in cambio di dollari.
Un affarista di Bombay ha aperto un piccolo supermercato
in una rimessa ai margini della brughiera; e alle
donne gamuna piace fare la spesa in quel posto
arioso, dove si ritrovano a chiacchierare, oltre
che ad acquistare scatolame per pranzo e cena.
Ma il maggior contributo alla modernizzazione
del luogo è l'iniziativa di un gruppo di
avventurieri tedeschi e americani, che hanno aperto
un commercio molto redditizio con le città
dell'interno. Qui loro importano giovani gamuna
da vendere al mercato come servi o come prostitute.
I giovani catturati, che certe agenzie esportano
anche nelle grandi città d'Europa e d'America,
riescono bene in quelle professioni. Come servi
o aiuto-giardinieri i maschi, prostitute o porno-modelle
le femmine, rivelano specialissime doti. Ad esempio
non si abbattono mai per lo stato di schiavitù
in cui sono tenuti, non si lamentano quando vengono
picchiati, mangiano poco e lavorano molto. E può
anche accadere che qualche padrone con un buon
livello culturale li trovi simpatici, nonostante
la loro tradizionale ottusità.
5.
Poco
dopo l'arrivo a Gamuna Valley, Astafali ha avuto
occasione di assistere a un rito funebre. È
stato il vecchio Wanghi Wanghi a trascinarlo in
quel posto, impartendogli una lezione sulle pratiche
funerarie dei Gamuna. In un pomeriggio primaverile
Wanghi ha guidato Astafali e Sempaté per
stradine alberate che somigliano a quelle d'un
suburb inglese. Villette con il prato davanti,
macchine abbandonate lungo il marciapiede, e in
capo alla strada una scuola tutta a vetri con
tettoia crollante. Nella scuola si vedevano ancora
alle pareti delle carte geografiche, nelle aule
c'erano ancora vecchi banchi e la cattedra dell'insegnante.
Il morto era steso su una cattedra. Gli abitanti
di Gamuna Valley svolgono i loro riti funebri
nelle scuole sparse per la città, e depongono
il morto su una cattedra, lasciandolo lì
fin quando comincia a decomporsi. Allora di solito
arrivano molte mosche e zanzare attirate dall'odore
nauseabondo; e questo vuol dire che l'anima del
morto ha raggiunto gli antenati; in quanto le
zanzare sono gli antenati dei Gamuna, secondo
una credenza legata a vecchi miti.
6.
Arrivati
nella scuola, hanno visto in un'aula il morto
steso sulla cattedra, e seduti nei banchi i maschi
adulti del suo gruppo familiare. Erano seduti
nei banchi come scolari che ripassino una lezione,
e tutti recitavano litanie di nomi degli antenati.
Ma quelli dei primi banchi, con l'aria da scolari
più bravi e più studiosi, correggevano
spesso le litanie degli altri. Allora gli altri
reagivano e scoppiavano litigi, volavano insulti
e minacce. I più minacciosi erano quelli
con l'aria da scolari asini o ripetenti, meno
filiformi e più selvatici, che si alzavano
dal banco con pugni chiusi per darli in faccia
ai secchioni. A un certo punto è entrato
nell'aula un anziano con la bacchetta in pugno,
che sembrava un ispettore scolastico, e tutti
si sono ammutoliti. L'anziano è rimasto
a scrutarli per qualche secondo, poi ha indicato
con la bacchetta uno in prima fila, il quale sembrava
più pronto degli altri all'interrogazione.
Era un tipo molto miope, più filiforme
di tutti, che s'è alzato in piedi e ha
recitato la litania dei nomi degli antenati. L'anziano
ha fatto un gesto come dire: "Bravo".
Questo significava che la sua litania andava presa
quale genealogia ufficiale del gruppo o clan del
morto.
7.
In
occasione d'ogni funerale i Gamuna rivedono le
genealogie dei antenati, introducendovi nomi che
nessuno ricorda, oppure inventandone altri mai
sentiti, ma spacciandoli per nomi di capostipiti
dei clan d'origine. Se nella recita scolastica
uno riesce a piazzare i nomi da lui proposti in
cima alla linea genealogica, che si tratti di
nomi noti, mai sentiti, o chiaramente inventati,
questi entrano comunque a far parte del gruppo
degli antenati fondatori. La cosa importante non
è dire il vero, ma essere convincenti.
Uno che si chiami Wanghi o Donghi, ci terrà
molto che un antenato di nome Wanghi o Donghi
compaia il più vicino possibile ai mitici
antenati venuti dal deserto; e se ci riesce, dopo
pagherà un raccontatore di storie affinché
vada per le case a narrare quella mitica linea
genealogica. Il nome conferisce al discendente
o falso discendente un notevole lustro all'interno
del parentame e anche altrove, tanto che lui dopo
s'inorgoglisce e va in giro a parlar sempre dei
suoi antenati, chiaramente allucinato.
8.
Quando
muore qualcuno, la prima fase del rito funebre
consiste nella recita delle genealogie degli antenati,
ed è l'occasione per farsi avanti e rivendicare
un'ascendenza di prestigio. Risolto questo problema,
si passa alla seconda fase, che consiste in una
festa all'aperto, in un punto da cui si veda il
deserto verso sud ovest. Di laggiù sarebbero
venuti gli antenati fondatori, sorti come dal
nulla all'orizzonte, dietro quelle dune lontane,
dove il mondo è cosparso d'ossa e di crani
che formano appunto il cosiddetto "Sentiero
degli antenati". Astafali dice che la festa
funebre a cui ha assistito si svolgeva attorno
a grandi fuochi, appena fuori dal vecchio perimetro
della città. A questa parte del rito erano
ammesse anche le donne, e tutti mangiavano polpette
con l'effetto inebriante d'una droga leggera,
che provocava sorrisi in onore del morto. I maschi
sembravano meno vacui del solito. Guardavano le
donne ridendo e facendo commenti salaci; e le
donne scuotevano le natiche o il seno, canticchiando
una canzone che deride la sciocca erezione della
verga maschile. Pare che questi battibecchi scherzosi
siano tutto ciò che resta d'un vecchio
rito funerario, durante il quale uomini e donne
si schieravano in due file, e ognuno sceglieva
un partner diverso dal marito o dalla moglie con
cui copulare in onore del morto. Invece ora, dopo
qualche battuta, i maschi si immalinconiscono,
e assumono il tipico sguardo serale dell'uomo
rassegnato alla dura vita dell'adulto. Nella scena
cui ha assistito Astafali, con le prime luci del
tramonto tutti si sono accucciati per terra, chiacchierando
a bassa voce con la loro lentissima parlata serale.
Man mano che scendeva il buio le parole si facevano
più rare; finché sono rimasti in
silenzio, lo sguardo rivolto al deserto verso
sud ovest, da dove si dice siano venuti gli antenati
fondatori.
9.
La
popolazione di Gamuna Valley deve essere l'erede
d'un gruppo di dispersi durante una migrazione,
che aveva perduto contatto con le tribù
d'origine. Quei dispersi forse hanno vagato nelle
zone del sud ovest, scacciati e bastonati da altre
tribù, finché hanno dimenticato
tutto del loro passato. Dei nomi degli antenati,
dei miti e tradizioni ancestrali, sono rimaste
solo confuse memorie, che nessuno riesce più
distinguere dalle invenzioni e falsificazioni
delle chiacchiere correnti. Per questo i Gamuna
fissano la loro origine dal momento in cui gli
antenati fondatori sarebbero spuntati da dietro
una duna di sabbia. Secondo Wanghi, sarebbero
sorti da un tremolio nell'aria, così come
sorgono i miraggi di fata morgana. I loro veri
nomi? E chi se li ricorda? Si dice che li guidasse
un certo Pachi, un certo Tichi, o un certo Fonghi,
secondo le falsificazioni genealogiche del momento.
Ma anche quello è un miraggio: è
il miraggio dei nomi, che sono altre allucinazioni,
dice lo strabico Wanghi Wanghi.
10.
Appena
fuori da Gamuna Valley, su un sentiero che porta
alla brughiera, sorge un piccolo altare alquanto
rozzo, fatto di vinco e cannella palustre. È
il santuario dedicato all'Essere del Largo Respiro,
a cui i devoti portano doni per non restare troppo
ingannati dai miraggi del deserto. Ci sono ciotole
di cibo ammuffito, collane di perline, biglietti
da un dollaro spesi da qualche turista, e foto
che non si sa chi rappresentino. Tutt'intorno,
sciami di zanzare e mosche creano una nube che
fa tremolare l'aria, soprattutto a causa del cibo
andato a male e dei miasmi lungo il sentiero che
porta all'altare. Su quel sentiero spuntano molti
escrementi, perché gli abitanti lo usano
per andarsi a scaricare gli intestini al mattino;
e lì si rischia sempre di scivolare in
una pozza d'urina, o in una cunetta di fango misto
a escrementi ancora fumanti. Ma ciò non
sembra irriguardoso, perché il santuario
serve a ricordare l'incanto greve della terra
che trascina tutto verso il basso: il corpo, i
pensieri, gli escrementi. E quando l'Essere del
Largo Respiro si manifesta, lo fa con un colpo
di vento che spazza tutti i miasmi nell'iridescenza
dell'aria, comprese le pigre mosche e le zanzare,
sarebbero le anime dei morti.
11.
Astafali
ha chiesto spiegazioni sull'Essere del Largo Respiro,
venerato in quel santuario. Il vecchio Wanghi
ha detto che l'Essere del Largo Respiro è
l'iridescenza da cui sarebbe nata la vita sulla
terra, destinata a durare soltanto per un attimo
in cui i raggi del sole fanno brillare qualche
granello di polvere vagante nell'aria. A ciò
va aggiunto che il santuario è il punto
d'arrivo d'ogni cerimonia di iniziazione dei giovani
maschi gamuna. Questi all'età di dodici
o tredici anni sono condotti nella brughiera,
bastonati ripetutamente, sottoposti ad estenuanti
digiuni, istruiti sui segreti della vita adulta,
e infine trascinati per i capelli e costretti
a sprofondare con la faccia negli escrementi di
quel sentiero, mentre gli anziani ripetono la
formula: "Tu sei questo" (ta gama
ku).
12.
Su
suggerimento di Wanghi, Astafali aveva preso alloggio
in un grande albergo del centro, abbandonato e
in rovina, con insegna crollante dove si leggeva
HOTEL SEMIRAMIS. Saloni ariosi con vetrate al
pianoterra, scaloni che seguono grandi curve su
tre piani, stucchi floreali dovunque, e al secondo
piano una spaziosa suite a sei stanze detta "imperiale".
Astafali si è installato nella suite, assieme
al fedele Sempaté, ma soltanto dopo una
cerimonia magica di Wanghi per scacciare scorpioni
e lucertole che avevano preso possesso delle stanze.
L'altra difficoltà da affrontare è
stata la mancanza d'acqua corrente nell'albergo,
dove tutte le tubature erano marcite, mentre i
vecchi impianti idrici della città erano
tutti intasati e sepolti dagli eterni sfasciumi
del tempo. Anche il pozzo nel giardino dell'albergo
non era più in funzione, e si trattava
di scavarlo di nuovo e di riattivarlo. Secondo
Wanghi, questi lavori potevano essere affidati
a un gruppo di indigeni che aveva reclutato; ma
dopo un paio di settimane il pozzo non era ancora
stato riattivato, e i nostri viaggiatori dovevano
bere e lavarsi e cuocere il cibo con acqua minerale
che andavano a comprare in confezioni giganti,
nel supermercato sul sentiero vicino alla brughiera.
Dopo alcune sfuriate inutili, Astafali ha pensato
bene di prendere le pose degli avventurieri, muovendo
anche lui le spalle in modo impressionante e minacciando
gli indigeni con una lunga pistola Colt. Così
infine il pozzo del giardino è stato riattivato.
13.
Uno
dei primi incontri di Astfàli in quel posto
sperduto è stato l'incontro con la sorella
Tran. La descrive così: "Suora missionaria
vietnamita, attenta osservatrice delle abitudini
gamuna. Sui trent'anni, piccola, con faccia tonda,
lo sguardo affascinante che hanno spesso i miopi,
vestita d'un saio monastico con una benda bianca
sulla fronte, abita qui da qualche anno. Sta in
un albergo in abbandono fuori dalla cittadina,
e cura gli indigeni con erbe e decotti, a volte
con rimedi magici". Nei diari della sorella
Tran non ci sono accenni ad Astafali, ma si trovano
frequenti annotazioni sui miraggi del deserto,
e sulle cure per alleviare le frenesie allucinatorie
che spesso producono. Sono diari scritti con inchiostro
turchino, calligrafia rotonda; cinque quaderni
rilegati con dorso di tela rossa, da cui ho avuto
modo di copiare molti brani. Mentre scrivo rivedo
la sorella Tran com'era; rivedo una sua foto scattata
davanti al duomo di Modena, ai tempi in cui visitava
l'Europa in motocicletta assieme a un certo scarmigliato
Cesare Sommavilla, che prima voleva sposarla e
poi un bel giorno l'ha abbandonata in mezzo a
una strada sulle Alpi svizzere. Questa nostra
sorella, molto concentrata in sé e in certi
giorni completamente muta, aveva imparato a parlare
bene la lingua gamuna, mentre si inceppava spesso
parlando in inglese o in francese, perché
balbuziente.
14.
La
luna viaggiante a quest'ora va via bassa, il cielo
lontano fa scherzi tra le nuvolaglie, e io sto
qui davanti alla finestra aspettando che vengano
le parole da scrivere. Sento passare dei camion
sullo stradone che va a Falaise, e mi viene in
mente che per le strade di Gamuna Valley devono
esserci spesso dei regolamenti di conti tra avventurieri
di passaggio. Sempaté si è trovato
un giorno in mezzo a una furiosa sparatoria tra
trafficanti olandesi e un gruppo di esuli russi.
I russi si difendevano mitragliando tutto quello
che c'era in giro, muri, porte, finestre, tetti,
cani randagi, pecore e vacche che brucavano l'erba
in un giardinetto comunale.
GENNAIO-FEBBRAIO.
LE ALLUCINAZIONI DEL DESERTO
1.
Nel
freddo della stanza sotto il tetto ogni giorno
esco dal sonno con la testa piena di domande.
Scendo a far colazione con un po' di latte e un
pezzo di pane, poi mi siedo al tavolo davanti
alla finestra e ricomincio ad aspettare le parole
da scrivere. Mentre guardo fuori a volte è
come se vedessi dei ragnetti scappare nell'aria
verso il basso in una serie di linee diagonali,
e solo dopo mi accorgo che è pioggia che
scorre sul vetro. Ai tempi del suo arrivo Astafali
si faceva molte domande sui miraggi di fata morgana,
e in particolare questa: sono vere illusioni ottiche
oppure sono suggestioni che poi diventano favole
di visioni immaginarie? E' noto che si tratta
di fenomeni desertici prodotti da una stratificazione
dell'aria con densità crescente verso l'alto,
in presenza d'un forte riscaldamento di terreni
nudi. I manuali dicono che attraverso uno strato
d'aria surriscaldata i raggi solari si inflettono
verso l'alto e proiettano in distanza visioni
fantasmagoriche. Spesso si ha l'impressione d'esser
di fronte a una distesa d'acqua sparsa a livello
del suolo; ma può essere anche la visione
d'una conca tra rive dirupate, da cui emergono
piante o scogliere o altre forme assunte dal miraggio.
2.
Molti
viaggiatori hanno visto in zone desertiche città
inesistenti, castelli turriti di straordinaria
fattura, strade che vanno all'infinito, o animali
dispersi in una calma e luminosa acqua che li
fa apparire come spiriti d'un immenso wadi. La
cosa si verifica anche sul mare, per via d'un
riscaldamento dell'acqua con sovrastanti strati
ad inversione termica; le momentanee alternanze
di densità dell'aria, crescente o decrescente
verso l'alto, determinano condizioni di instabilità
che producono cambiamenti rapidi e aspetti multiformi
del fenomeno. Quel che avviene è che uno
strato d'aria calda interposto tra strati d'aria
più fredda agisce come una lente cilindrica
che si pone tra l'osservatore e il punto osservato.
È questa specie di lente aeriforme a ingigantire
le immagini, trasformando un punto vuoto del deserto
nella visione di un'oasi; oppure modeste case
e scogliere d'una spiaggia lontana in castelli
e torri che sorgono dal mare. Il celebre Boccara,
che a suo tempo studiò il fenomeno nello
stretto di Messina, poté vedere sullo stretto
un grandissimo ponte sorretto da colonne in stile
dorico, sul quale passava un enorme treno.
3.
Rimane
da capire se quei miraggi siano fenomeni puramente
ottici, oppure stati della mente come credono
i Gamuna. Due noti studiosi, lo Joubert e il Nielsen,
dicono che non è possibile attribuire ogni
miraggio alla presenza d'un oggetto reale, né
stabilire con certezza se appare a due persone
nello stesso modo. Gli abitanti di molte zone
costiere hanno visto apparire sul mare castelli,
città, greggi o montagne, là dove
nessun oggetto poteva creare immagini del genere.
E il celebre Boccara, come ha fatto a vedere quelle
alte colonne in stile dorico e l'enorme treno
sopra lo stretto di Messina, se non per pura "vis
fantastica"? A quali oggetti reali poteva
mai corrispondere la sua visione? Ma ancora più
interessanti sono i miraggi nelle zone polari,
dove sono stati visti panorami incantati, con
blocchi di ghiaccio che si trasformavano in torri,
templi e castelli, o altre visioni fantastiche
secondo lo stato d'animo degli osservatori. Tutto
questo è documentato dai manuali, ma spiega
ancora abbastanza poco sul fenomeno delle visioni.
Dicono i Gamuna: "Nessuna visione è
uguale a un'altra, tutte nascono da lusinghe che
si annidano nel corpo, secondo il posto dove ti
portano i piedi".
4.
Un
antico mito gamuna parla dell'eroe Eber Eber venuto
dal mare in forma di zanzara, e capace di usare
i fenomeni di allucinazione desertica contro i
nemici. Caratteristica di Eber era l'allegra e
potente risata con cui intronava i cervelli degli
avversari, prima di darsi precipitosamente alla
fuga nel deserto come zanzara, verso il miraggio
di un'oasi lontana dove gli eserciti lanciati
al suo inseguimento morivano di sete e di tristezza.
Un'altra parte del mito dice che la potente risata
di Eber invadeva l'aria con una respirazione subumana;
così non era più possibile distinguere
un albero da una nuvola, una zanzara da un uomo.
Tutte le cose tremolavano nell'incertezza desertica
come apparizioni di fata morgana. Giunto a tardissima
età in forma di zanzara, l'eroe Eber Eber
non aveva più nemici e perciò si
annoiava molto. Un giorno ha voluto appostarsi
sulle ali d'un uccello migratore, per salire in
alto nel cielo e vedere cosa c'è lassù;
ma giunto in prossimità delle nuvole, una
vertigine lo faceva piombare a terra stecchito.
Resuscitato non più come zanzara ma come
un giovanotto con la barba, Eber ha voluto banchettare
con i suoi nemici morti e li ha chiamati all'appello
con la potente risata. Arrivando di corsa, i morti
avrebbero detto: "Gamuna!",
che significa: "Siamo qui!" (oppure:
"Noi che abitiamo qui"). Quella sarebbe
la prima parola pronunciata nel mondo, e di lì
sarebbe nato il linguaggio degli uomini. Durante
il banchetto, i nemici morti di Eber Eber avrebbero
cominciato a conversare, inventando parole per
il cibo, parole per i ricordi, per la guerra,
per l'amore, per i vestiti, per l'aspetto del
cielo. Nell'allegria delle bevute, inventavano
quelle parole che sorgevano nella loro gola, sempre
per rispondere alle potenti risate di Eber, il
quale sapeva solo ridere e non faceva altro.
5.
Dopo
il banchetto l'eroe Eber si sarebbe avviato verso
il deserto con la pancia piena e gli occhi ridenti,
dicendo che andava a sciogliersi nell'aria come
polvere fine e iridescente. Anche questo lo avrebbe
detto con una risata, in quanto nella sua gola
le parole non riuscivano a formarsi, e sembravano
piuttosto i ronzii d'una zanzara. Ma non appena
lui si è trasformato in polvere fine del
deserto, è accaduto che l'iridescenza della
polvere e il calore dell'aria producevano nei
nemici morti l'illusione di essere vivi, e di
avere un mondo di visioni fantasmagoriche davanti
agli occhi. Tali visioni si spandevano con la
polvere che il vento portava lontano, baluginando
dovunque nel turbine d'iridescenza in cui s'era
dissolto il grande eroe. Quella è l'illusione
da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata
a durare solo per quel brevissimo attimo in cui
i raggi del sole fanno brillare qualche sparso
granello di polvere desertica nell'aria. Tra il
lontanissimo passato in cui è sorto il
miraggio che costituisce l'origine del mondo sensibile,
ed il punto d'avvenire in cui quel miraggio scomparirà,
pare che per i Gamuna non intercorra quasi alcun
lasso di tempo. Ossia, è un tempo così
piccolo che loro chiamano "scintilla d'iridescenza",
e tutte le immagini di qualsiasi epoca, tutti
i miraggi che spingono gli uomini a sognare e
lottare per rincorrere qualcosa, sarebbero riflessi
morganatici di quell' iridescenza iniziale.
6.
Siccome
siamo tutti apparizioni comprese nella "scintilla
d'iridescenza", la nostra idea del tempo
per un Gamuna è solo un'illusione portata
dall'alone morganatico dell'istante iniziale.
Tutto quel che avviene, che è avvenuto
o che avverrà, fa parte di quell'istante
che può finire da un momento all'altro,
proprio perché è senza tempo. In
altre parole, quell'istante cosmico non ha sviluppo,
se non nel divenire e trasformarsi delle nostre
illusioni, che passano via di momento in momento
con i miraggi che le producono. Perciò
essi onorano le visioni di fata morgana come il
maggior fenomeno della vita, e ritengono che i
miraggi siano incanti in cui l'anima si perde
lanciandosi fuori dal corpo. Dicono che ognuno
corre dietro a certe illusioni e nessuno può
farne a meno, perché tutto fa parte d'uno
stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi
sono mortali o procurano guai, altri danno l'impressione
di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali
o i sogni di gloria. Ed i miraggi del deserto
sono particolari solo per questo: perché
mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia
sempre, e non c'è modo di non sbagliarsi,
e la vita non è che un perdersi in mezzo
ad allucinazioni varie.
7.
Avendo
interrogato il suo informatore, Astafali riassume:
"Wanghi dice che, se un giorno andrà
nel grande deserto sabbioso, molto probabilmente
gli capiterà di vedere un tremolio nell'aria,
e il tremolio gli sembrerà una di quelle
oasi acquitrinose che si trovano nella brughiera.
Se Wanghi ha sete correrà verso il miraggio,
spinto dall'impulso di bere. Ma, dice, il suo
impulso non sarà diverso da quello che
la sera prima l'ha portato a inseguire nel buio
una donna spasimando di possederla, né
da quello che due giorni prima l'ha portato a
rubare una gallina di Fonghi Fonghi per vendicarsi
delle sue angherie. La sete che insorge alla visione
dell'oasi, il desiderio alla vista d'una donna,
la voglia di vendetta per certe angherie, sono
fenomeni dello stesso tipo...". Sarebbe un
fenomeno generale che avvolge tutti i luoghi della
terra: l'alone delle lusinghe che fanno nido nel
corpo e si lanciano fuori in cerca di qualcosa
a cui aggrapparsi, fino ad avvolgere tutto lo
spazio. Quando ci pensano i Gamuna diventano confusi,
a volte scherzano, altre volte si lamentano con
uno sguardo mattutino o serale di profonda stanchezza;
oppure, sentendosi addosso un'illusione che spunta
in modo troppo frenetico, preferiscono stare seduti
immobili, o anche dormire per tutto il giorno.
8.
La
sorella Tran racconta le visioni che le sono venute
incontro al suo arrivo a Gamuna Valley. Era un
pomeriggio invernale, lei correva nel deserto
su una camionetta assieme a tre avventurieri;
la strada in mezzo alle dune sembrava sprofondarsi
verso una palude che veniva loro incontro: "Pareva
che la camionetta facesse una corsa per sommergersi
nell'acqua d'un lago o d'un acquitrino in distanza.
Ma le rive si allontanavano di pari passo con
la nostra avanzata, mentre i confini del lago,
le forme delle sue coste e degli isolotti che
sorgevano in mezzo all'acqua, mutavano di momento
in momento. A tratti l'acqua dileguava e riappariva
in una diversa posizione rispetto a noi. Avevo
l'impressione di correre verso un punto in cui
ci saremmo dispersi nell'aria, e ogni attimo di
ritardo era uno stato sospeso, prima d'essere
inghiottiti dal baluginare dell'acqua luminosa...".
E più avanti: "Nella sera ascoltavo
degli anziani intorno a un fuoco, che parlavano
nel loro dialetto. Non capivo niente. Quando ci
siamo messi in cammino verso la cittadina, le
prime case nel buio sembravano rovine dimenticate.
Seguivo gli anziani che mi guidavano senza mai
rivolgermi uno sguardo, mentre il torpore che
mi aveva preso stava diventando una specie di
ombra interna. Inciampavo in sassi o arbusti,
tutto mi fluttuava intorno... Quel che so è
che i miraggi ti attirano venendoti incontro in
modo fluttuante, finché anche tu fai parte
di quel fluttuare, allora non puoi giudicare più
niente...".
9.
Fin
dal primo incontro Sempaté aveva avvertito
il suo padrone che il vecchio Wanghi Wanghi gli
sembrava un truffatore e falso in tutto quel che
diceva. Secondo lui le storie sui miraggi di fata
morgana che gli raccontava erano favole, inventate
per scroccargli dei soldi e fare una vita da nababbo
all'Hôtel Sémiramis. Wanghi era stato
assunto come interprete e informatore al loro
primo incontro nella brughiera; ma di fatto le
sue informazioni non potevano essere verificate
in alcun modo, perché Astafali e Sempaté
non capivano il dialetto locale. Dunque erano
in balia dello strabico, che dirigeva la loro
vita con i suoi consigli da esperto dei costumi
e abitudini locali. Era lui che aveva reclutato
una squadra di indigeni per far le pulizie, rimettere
a posto i letti, fare la spesa, preparare il pranzo;
ma non trovava niente da ridire se uno di loro
si dimenticava di spazzare una stanza o di far
qualcos'altro, oppure andava a spasso per i fatti
suoi tutto il giorno. Anzi aveva l'aria di considerarla
una condotta giudiziosa, spiegando a Astafali:
"Pretendere che i miraggi ci portino dove
vogliamo noi è una pazzia". Sempaté
lanciava maledizioni perché doveva far
tutto lui, pulire, andare a far la spesa, preparare
il pranzo e la cena; mentre Wanghi passava le
giornate su una stuoia, bevendo tè, masticando
una radice rossa molto simile a quella del betel,
oppure fumando la sua pipetta di gesso con aria
soddisfatta.
10.
Sul
retro dell'Hôtel Sémiramis c'è
un vasto giardino con sul fondo due specie di
bungalow o dépendances, riparate da grandi
alberi di tuspé (pioppi bianchi locali).
Ha la forma d'un giardino alla francese, come
quello di Versailles, ma in miniatura, e con i
sentieri completamente invasi dalle erbe, le fontane
ormai coperte del tutto dalla vegetazione. I rampicanti
d'una pianta dalle foglie rosse, chiamata tunka,
avvolgono le due costruzioni sul fondo e il muro
con l'uscita posteriore. Ora, in una di quelle
dépendances era alloggiato il celebre colonnello
argentino Augustin Bonetti, allora considerato
il massimo esperto mondiale della cultura gamuna.
Nell'altra aveva preso alloggio un'avventuriera
americana sua amica, oppure amante, di nome Elissa
Keleshan. Di corporatura gigantesca, donna generosa
ed espansiva come sono spesso le donne ebree di
Brooklyn, l'Elissa era tra l'altro una nota miliardaria.
Non so quando sia avvenuto l'incontro tra Astafali
e questi due speciali personaggi; ma da qualche
appunto ricostruisco che i tre cenavano insieme
nel giardino, alla luce dell'acetilene.
11.
Il
colonnello pilota argentino Augustin Bonetti,
precipitato con il suo aereo in territorio gamuna
una ventina d'anni fa, e in seguito rimasto ad
abitare da quelle parti, è stato a lungo
considerato il massimo esperto di cose gamuna.
I sui primi articoli, apparsi su una rivista etnografica
olandese, spiegavano come si svolge la vita di
quel popolo: il suo dialetto, le abitudini, le
sue concezioni, l'ordine dei suoi clan. Il guaio
è cominciato quando il colonnello argentino
ha voluto addentrarsi in spiegazioni troppo sofistiche,
per giungere inattesamente a dire che le concezioni
gamuna sui miraggi desertici erano in pieno accordo
con le più moderne teorie dei flussi oscillatori.
Non posso spiegare meglio di cosa si tratti; non
so niente di quelle teorie, e poi l'articolo è
veramente oscuro. Bonetti ha una vena espressiva
spagnolescamente contorta, che sembra fatta apposta
per spiegarti le cose senza lasciartele capire.
Comunque, la sua proposta di confrontare le idee
gamuniche con le teorie fisico-matematiche sui
flussi oscillatori ha irritato la comunità
scientifica internazionale. Nelle città
dell'interno ci sono state molte proteste sui
giornali, severe denunce del carattere puramente
fantastico dell'articolo in questione. Gli antropologi
accusavano Bonetti d'essere un mistificatore,
un mitomane, senza alcuna nozione di cosa sia
un serio lavoro etnografico. Alla fine è
stato inviato un contingente di paracadutisti
per catturarlo e sottoporlo a un regolare processo.
Per sei mesi (prima dell'incontro con Astafali),
il colonnello argentino ha dovuto vivere nascosto
in una caverna del massiccio basaltico, e l'unico
suo legame col mondo civile è rimasta la
fedele Elissa Keleshan. Questa avventuriera americana,
alta quasi due metri, energica ed ottimista come
pochi, anche lei con cappello a larghe tese, pistola
in cintura, foulard al collo e passo marziale,
organizzava gli approvvigionamenti di Bonetti.
Inoltre curava i contatti con i suoi editori europei,
e la spedizione di suoi nuovi articoli a riviste
di studi etnografici, convinta che contenessero
importanti scoperte scientifiche. Oppure soltanto
perché, come ha annotato Astafali, l'Elissa
e l'Augustin s'erano dati appassionatamente l'uno
dell'altro in grandi amori nella caverna del Muskadù.
12.
Bonetti
è stato descritto come un tipo magro e
basso, molto gesticolante, con un parrucchino
per nascondere la calvizie che gli ballava sul
cucuzzolo del capo. Io immagino che da giovane
andasse in giro a corteggiare le donne parlando
con l'accento castigliano e citando sempre il
Don Chisciotte per far colpo. Con quell'arte
forse scroccava soldi e baci, come poi ha fatto
nei suoi anni maturi a Gamuna Valley con la gigantessa
Elissa Keleshan. Non so collocare l'incontro di
Astafali con quei due personaggi, ma di sicuro
è avvenuto dopo il ritorno di Bonetti dalla
caverna del Muskadù. Una cosa che si capisce
bene dai taccuini del mio amico, è che
Bonetti lo consigliava di non badare troppo alle
chiacchiere di Wanghi Wanghi. Anche lui, come
il fedele Sempaté, sospettava che Wanghi
inventasse storie per incantarlo e spillargli
dei soldi. Durante le loro cene nel giardino dell'albergo,
Bonetti sosteneva che per capire la questione
dei fenomeni di fata morgana bisogna andare nel
deserto, esporsi ai miraggi fino a rischiare la
vita. Lui aveva preso parte a un rito iniziatico
dei ragazzi gamuna, che sono condotti nel deserto
e lasciati senza acqua e senza cibo per giorni
e giorni, fino quasi a morire. Anche lui aveva
rischiato di morire, arrancando per due settimane
tra le dune, in preda a spaventose allucinazioni
(forse esagerava). Solo allora, diceva Bonetti,
tutto diventa chiaro. Ma chiaro cosa? È
questo che Astafali voleva accertare quando è
partito in una spedizione nel deserto sabbioso.
(I
- continua)
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