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ZIB II serie
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Antropologia fantastica  
 Fata morgana
  di Gianni Celati

Scritto nel 1986-88, a Noron l'Abbaye, Normandia.
Resoconto sul popolo dei Gamuna,
ricostituito molti anni dopo con tutti i suoi pezzi sparsi.


NOVEMBRE- DICEMBRE. ARRIVO NEL PAESE DEI GAMUNA


         1.

Natura morta con stella specchiante I, pittura a olio su tela sintetica, cm.120x150         A quattrocento chilometri dal mare verso nord est, un massiccio basaltico chiude il territorio dei Gamuna alle influenze delle popolazioni costiere, mentre sul versante opposto un vasto deserto sabbioso lo separa dalle strade che portano alle città dell'interno. Questo deserto non è attraversabile con normali mezzi di trasporto perché formato da placche d'argilla piene di crepe, che appena piove possono trasformarsi in grandi pantani come quelli che gli arabi chiamano wadi, e pericolosi come i wadi in primavera. È un'immensa pianura dove i Gamuna non si inoltrano mai, anche se dicono che i loro antenati sono venuti di là, in un tempo non molto lontano. Le grandi sinclinali che scendono dal massiccio basaltico si arrestano a una settantina di chilometri a nord del loro territorio, dove corsi d'acqua con itinerari variabili si disperdono in paludi e falde sotterranee, fino agli ultimi lembi della brughiera che delimita il deserto sabbioso. I Gamuna si spingono nella brughiera per andare a caccia, per raccogliere semi di eftla e noci di trepeu, o per portare al pascolo le pecore. Ma raramente trovano il coraggio di arrampicarsi anche sulle più basse propaggini del massiccio basaltico, perché sono presi da conturbanti vertigini anche a contemplare il mondo dall'alto d'una collina. Nessun popolo teme le altitudini come loro. Da quelle parti spesso si può vedere un pastore o un cacciatore che vacilla su un costone, poi si butta a terra spaurito per non guardare in basso. La vertigine dell'altezza sembra loro un segno certissimo che tutto quanto sta in basso sia un unico e continuo fenomeno di fata morgana, e che ogni forma di vita sulla terra non sia che un miraggio del genere, ossia la grande allucinazione del mondo (teru-u ta, nella loro lingua).


         2.

         Il capoluogo gamuna resta del tutto isolato in mezzo al deserto, inaccessibile per mancanza di linee di comunicazione con le città dell'interno: rare le escursioni turistiche in aereo, rari i viaggiatori che si spingano in quell'arida frangia savanicola, rarissimi gli uomini politici che abbiano voglia d'entrare in contatto con quella misera popolazione desertana. Altrettanto difficile è l'accesso dal versante opposto, perché bisogna raggiungere il massiccio basaltico con scardinate corriere che fanno servizio su piste molto incerte, dove c'è sempre una guerra in corso. Dovunque si vedono cortei di gente con sacchi e masserizie che cerca di sfuggire alle soldataglie d'un dittatore orbo dal nome imprecisato o incomprensibile. Molti si arrampicano sugli acrocori delle zone orientali, altri si avviano su per le pieghe del massiccio basaltico cercando salvezza in quella direzione. Le soldataglie del dittatore orbo danno la caccia ai transfughi e spesso li inseguono con gli elicotteri, solo per il gusto di sterminare qualcuno. Questa è la rischiosa via dell'Onianti, una pianura con piste di sabbia tra gli arbusti, rari alberi lontani, posti di blocco e processioni di gente che cerca di salvarsi. Ed è l'itinerario seguito dal noto viaggiatore Victor Astafali, mio vecchio compagno di studi, di cui conservo lettere e taccuini di viaggio. Assieme al fedele servitore Sempaté, Astafali ha raggiunto il massiccio in corriera, poi l'ha attraversato a piedi con dieci giorni di marcia, guidato da un gruppo di fuggiaschi dell'Onianti. Nella brughiera ha incontrato un vecchio cacciatore di nome Wanghi Wanghi, e l'ha subito reclutato come suo informatore, perché sapeva parlare in inglese ed era uno strabico che ispirava rispetto. Dopo altri cinque giorni di marcia, il loro gruppo ha raggiunto il capoluogo gamuna, chiamato dai forestieri Gamuna Valley. Qui Astafali si è installato in un albergo in abbandono, con il fedele Sempaté e Wanghi Wanghi; e di qui cominciano le sue annotazioni sul luogo, sui costumi e sulla lingua gamuna, sui suoi incontri e i suoi amori.


         3.
         
         Victor Astafali! Ci siamo conosciuti all'epoca dei nostri vent'anni; io ero un provinciale sbarcato a Cambridge per studiare i poeti inglesi, lui il discendente d'una famiglia di commercianti levantini del Cairo, che sapeva già molte lingue e si muoveva dovunque come per le strade di casa sua. Non mi ricordo come ho trovato la camera che poi condividevamo, ma ricordo come lo trovavo raffinato rispetto a me. Sempre gentile, composto nei gesti, a Cambridge spiccava per la sua rara eleganza, nei vestiti di taglio europeo specialmente accurato. Studiava antropologia, ma conosceva bene anche la musica e aveva portato con sé una viola classica, su cui si esercitava ogni giorno. Con il bel tempo camminavamo a volte fino all'alba discutendo di poesia, musica, costumi sociali, filosofia, amori e desideri. Andando in giro incontravamo sempre gente interessante e parlavamo con tutti. Era così facile parlare, a quei tempi, e mi piaceva incontrare ogni giorno qualcuno di nuovo. Astafali aveva studiato in un collegio francese del Cairo, parlava soprattutto in francese, e mi recitava poesie in arabo. Dopo quell'epoca siamo rimasti sempre in contatto, l'ho seguito nei suoi viaggi attraverso lettere e foto che mi spediva, fino al suo viaggio finale nel paese sconosciuto dei Gamuna. Così è passato il nostro tempo. Ora sono qui a scrivere di lui; ogni mattina mi siedo al tavolo, rileggo i suoi taccuini e riordino questi appunti.


         4.

         La cittadina che costituisce l'attuale capoluogo gamuna è stata abitata da un'altra popolazione di cui si sono perse le tracce. Dove ora si vede una piccola stazione ferroviaria, quasi in mezzo alle dune di sabbia, un giorno migliaia di persone debbono essersi affollate per prendere un treno verso una destinazione a noi ignota. Non si conoscono i motivi del loro esodo. Ma la cosa più strana è che quegli abitanti sono partiti abbandonando dietro di sé ricche case, automobili, uffici e banche, stazioni radio, biblioteche, impianti d'irrigazione, giardini pieni di fiori e piante, oltre a migliaia e migliaia di tavole a olio con i loro ritratti. Gli attuali abitanti di Gamuna Valley si sono installati nelle loro case, coltivano i loro giardini, non guidano le loro automobili, ma si vestono ancora con gli abiti trovati nei loro armadi. Per le strade si vedono uomini e donne con tute da ginnastica, giacche da safari, magliette con scritte in inglese, camicie sportive e calzoni multitasche, divise da funzionari o abiti da sera. Soprattutto al tramonto, sulla avenue centrale, c'è questo sciamare d'individui che sembrano gloriarsi dei loro completi da cerimonia o abiti da lavoro, cappelli a cilindro o pagliette, giacche a coda di rondine o vestiti di lamé, senza che nessuno mostri di notare differenze tra i vari stili d'abbigliamento. Ma la cosa che colpisce ancora di più è vedere tanti palazzi borghesi in completo abbandono, grandi cartelloni pubblicitari che resistono alle intemperie, scritte in varie lingue che parlano di crociere di lusso, ristoranti o prodotti di consumo di cui si è persa memoria. Su un sentiero che va nella brughiera, un alto cartello reclamizza viaggi in Oriente, con il disegno d'una Sfinge, una palma, e la scritta sbiadita VISITEZ L'EGYPTE.


         5.

         Tendenzialmente filiformi, testa ovale, sguardo tremolante che diventa ancora più tremolante in presenza di forestieri, i maschi portano dei cappellucci tutti schiacciati sul cucuzzolo, e questa si direbbe l'unica traccia d'un loro antico costume nazionale. Spesso camminano in modo particolarmente ondoso, facendo perno sui talloni per ritrovare la dritta via. Il loro stile di camminata fa pensare ai forestieri che tutti i Gamuna abbiano i piedi piatti; invece è il loro modo di ritrovare un equilibro nel corpo, dopo lo sbandamento d'ogni passo e d'ogni momento della vita. Ma sia il passo, sia il corpo filiforme che lo sguardo tremolante, sono soprattutto caratteristiche dei maschi adulti; perché più un maschio va avanti con l'età, più diventa spaurito dalla vita, più magro e tremebondo, e sbanda più facilmente. I bambini invece camminano con un altro passo, non mostrano timore per gli stranieri e per nessun altro; scorazzano per le strade in piccole bande delinquenziali, e guardano tutti in modo truce.


         6.

         Le donne sono per lo più carnose, con voluminosi seni di cui si mostrano fiere; e sanno tenere a bada avventurieri o altri stranieri di passaggio lanciando sguardi arditi e misteriosissimi. Ci sono sguardi mattutini e pomeridiani di donne gamuna che metterebbero in imbarazzo chiunque; perché paiono apertamene voluttuosi, ma al tempo stesso fanno insorgere nei maschi un forte sospetto d'essere attirati in un tranello per venire poi svaligiati, massacrati, castrati. Gli uomini chiamano quelle occhiate "sguardi di civetta losca" e li temono come presagi di morte; ossia come portatori di un'allucinazione che viene dal deserto e mette addosso strane frenesie che possono rompere il debole filo dell'esistenza. I rari visitatori delle città dell'interno rimangono sulle prime eccitati da quegli sguardi femminili, ma poi sono colti da un grave imbarazzo che scombussola tutte le loro idee turistiche e curiosità erotiche. Spesso le mogli turiste debbono tirar via di forza i mariti, essendo prese dai fumi della gelosia. Allora i mariti gettano per terra qualche dollaro come pagamento dello spettacolo, e scantonano in un'altra strada ansimando, come se pensassero: "Cos'è questo rischio a cui mi espongo? Cos'è questo pericolo riflesso in un'occhiata di donna? Non è questo che mi aspettavo da un popolo ottuso e sottomesso come i Gamuna!" Nei primi tempi anche Astafali è rimasto più volte colpito da quelle occhiate di "civetta losca"; e dopo sorgeva in lui la frenesia di toccare tutte le donne, assieme al sospetto che una donna l'avesse guardato solo per attirarlo in un tranello, umiliarlo, castrarlo.


         7.

         Mantengono puliti i pozzi, perché hanno bisogno dell'acqua. Coltivano i giardini che hanno trasformato in orti, dove fanno crescere un radicchio locale molto saporito, oppure orzo, mais, patate e fagioli. Tengono ben pulite anche le case, combattendo continuamente con la polvere del deserto che entra dalle finestre aperte, poiché non amano chiudere porte né finestre. Tra gli avanzi del passato, la cosa che più li attira e li rende anche litigiosi sono quei ritratti a olio dei precedenti abitatori, che si rubano l'un con l'altro, come se fossero feticci che danno lustro a chi li possiede. Invece non sanno cosa farsene di impianti radio, di generatori di corrente, di apparecchi telefonici: oggetti sorprendenti, ma non diversi da un sasso o da una duna di sabbia, o dagli arbusti che sorgono nella brughiera. Delle automobili abbandonate si servono per i sonnellini pomeridiani, lasciandole decadere come tutto il resto. Le case crollano, i muri si screpolano, ma loro non restaurano mai niente, non tolgono di mezzo i calcinacci che hanno invaso una scala d'ingresso, e lasciano penzolare gli infissi che si sono staccati dal telaio d'una finestra. Astafali scrive che tanta incuria non va addebitata alla supposta poltroneria dei Gamuna. Se loro lasciano decadere tutto, ciò dipende dal fatto che non amano cambiare nulla negli stati di cose che trovano, salvo esserne costretti. In realtà sono resi malinconici dai cambiamenti o miglioramenti di qualsiasi tipo, e perfino la riparazione d'un impianto elettrico sarebbe sentita da loro come una specie di errore, a cui però certe volte bisogna rassegnarsi.


         8.

         Nel centro di Gamuna Valley ci sono almeno dieci bar sempre affollati, e qui capita di incontrare avventurieri di passaggio, con cappelli a larga tesa e pistole in cintura. Avventurieri di tutte le razze arrivano da quelle parti in elicottero, per lo più diretti al massiccio basaltico, e tutti disprezzano i Gamuna in modo solenne. Per dimostrarlo tengono le ciglia in leggera vibrazione, portano al collo foulard vistosi, e camminano movendo le spalle in modo marziale impressionante. È soprattutto quel loro modo di camminare che spaventa i maschi adulti, che quando li incrociano cominciano a sbandare cercando un androne dove nascondersi. Nei primi tempi, gli avventurieri soffrono spesso di crisi amorose per una donna vista per strada, e sembrano impazziti di desideri, dubbi e gelosie; ma appena superano la crisi, cominciano a detestare tutto quello che vedono, a trovare tutto sporco e puzzolente, a schifarsi per lo squallore e la desolazione del posto. Questi stati di perturbamento vanno assieme al pensiero della disgrazia d'essere venuti al mondo, pensiero che non riescono a sopportare neanche per un attimo. Dunque, per liberarsene, loro vorrebbero sparare a tutti quelli che incontrano: cosa che in passato hanno fatto spesso, a volte mitragliando centinaia di Gamuna dai loro elicotteri. Tutto ciò per sfogarsi e maledire la noia di quella misera cittadina, affollata di facce indolenti che fanno venire il nervoso, e di donne che sembrano guardarti da una massima distanza per attirarti in un tranello.


         9.

         Ogni tanto qualche gruppo di turisti arriva nella cittadina, si stupisce di non trovare delle capanne primitive; poi risale sul grande elicottero diretto alle spiagge del sud. L'afflusso dei turisti però è scarsissimo, perché non esistono alberghi in stato decente dove alloggiarli; e anche perché dopo qualche ora a Gamuna Valley qualsiasi forestiero non abituato all'ambiente cade in una crisi di desolazione acuta. Quel senso di desolazione con pensieri tristissimi che anche gli avventurieri avvertono, produce nei turisti una ripugnanza che di solito prende a manifestarsi dopo tre o quattro ore di soggiorno. Se il visitatore non è per niente addestrato a sopportare le malinconie, dopo sei o sette ore la ripugnanza può trasformarsi in uno stato di malattia mentale detto "dementia viatoris". Si tratta chiaramente di miraggi del deserto, ma con sintomi che fanno pensare a un rallentamento del metabolismo basale: palpebre che stentano a sollevarsi, senso di depressione al petto, emicrania e conati di vomito, assieme a una noia vertiginosa che spande un'aria di inutilità su tutte le cose dove si posano gli occhi.


         10.

         Lo squallore generale del luogo non si avverte tanto nel centro cittadino, dove il brulicare della folla crea un certo colore locale. Il senso di desolazione si percepisce soprattutto nelle stradine secondarie, con negozietti bui e malridotti, pieni di calcinacci e spazzatura. Dentro quei negozietti si vedono ossuti commercianti contare stancamente le loro noci di trepeu, che là sono usate come banconote di grosso taglio. La loro grettezza è evidente a colpo d'occhio, anche se non si capisce mai cosa pensino. In mezzo ai calcinacci tra cui vivono, si trovano derrate alimentari spesso andate a male, vecchissimi scampoli di tessuti, inutili pezzi di ricambio per macchine di vario tipo, e cumuli di pile e batterie negli angoli oscuri. Qui si possono acquistare anche canzoni, che il negoziante canta e il cliente deve tenere a mente; ma di solito è facile tenerle a mente, trattandosi di canzoni vecchissime, divenute noiose a forza di cantarle. Sono soprattutto i giovani, gli adolescenti, i giovanotti in amore, che le comprano per qualche foglia di kuber, che vale al massimo un centesimo di dollaro. Le pile e le batterie per auto sono un genere di lusso, che pochi possono permettersi (a parte il fatto che non servono a niente); ma le canzoni sono alla portata di tutti, e dopo averne acquistata una di solito il giovane esce cantandola a voce spiegata. Il negoziante accorre sulla porta per correggere qualche stonatura; ma il giovane non lo ascolta e rifà la canzone a suo modo, mentre va in giro cantando per la città. Tutti sanno a cosa prelude quel canto. Si tratta del fatto che il giovanotto ha in mente di sposarsi, e si esercita a pronunciare frasi da dire alla futura sposa, frasi contenute nella sua canzone fuori moda. "Quando sarà sposato non canterà più, pigolerà soltanto", dicono i Gamuna. Tuttavia, vedere per strada un giovanotto eccitato da una vecchia canzone comprata in quei negozietti, mentre la canta come se fosse la gran novità del giorno, dà l'idea esatta d'una vita di squallore, verso cui ogni giovane corre sbadatamente, ma anche con un certo trasporto.


         11.

         Andando per stradine secondarie di Gamuna Valley, soprattutto al mattino, si sente il suono degli artigiani che lavorano brontolando. Brontolare durante il lavoro è quasi obbligatorio per un artigiano gamuna. Falegnami, vasai, sarti, commercianti di semi di eftla e venditori di bevande, fanno il loro mestiere elevando una continua cantilena scorbutica, che però non è spiacevole se udita di lontano, scrive Astafali. Lavorando emettono gemiti per la tristezza di dover lavorare, in quanto il lavoro è un grandissimo errore, da cui però non c'è scampo. In ogni caso, è un atto contrario ai principi del cosiddetto Essere del Largo Riposo, che gli adulti venerano più d'ogni altra cosa. Il modo di brontolare degli artigiani è molto particolare: prima maledicono quello che li ha costretti a lavorare, poi maledicono se stessi per essersi sottomessi alla costrizione, poi maledicono la propria bocca per aver maledetto qualcosa, infine ridono in modo sguaiato per indicare il pentimento della bocca che maledice. Soprattutto al mattino presto, simili litanie si odono dovunque come un canto ininterrotto e abbastanza rasserenante. Anche rasserenante è vedere certe donne che passano davanti alle finestre degli artigiani, scuotendo i fianchi e il seno per eccitare il loro desiderio. Ma appena quelli accorrono sulla porta, le donne se ne vanno canticchiando canzonette che deridono la sciocca erezione della verga maschile, con passo mattutino agile e slanciato, meraviglioso a vedersi.

 

GENNAIO. VITA D'OGNI GIORNO A GAMUNA VALLEY


         1.

Natura morta con stella specchiante II,  pittura a olio su tela sintetica, cm.120x150         In questa stagione nella stanza dove scrivo fa freddo, c'è luce solo dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio. Piove tutti i giorni, le campagne sono grigie e nei prati le vacche si tengono ammassate al riparo di qualche albero. Al mattino mi sveglio sentendo il vento che s'ingolfa nel camino e mi vengono strani sussulti; altre volte è la fame, la stanchezza, il sonno o il buio a sorprendermi. Da quando vivo in queste campagne passo molto tempo a guardare dalla finestra le pecore e la vacche nei prati, gli alberi intirizziti nei mesi invernali, e al mattino i falchetti che sui fili dell'elettricità. Qui tutto sa di abitudini fisse, inalterabili, come i muri in pietra grigia di queste case. Verso le otto vedo dalla finestra arrivare in bici la servetta dei signori Poussard, che passando mi saluta. Io le rispondo con un gesto, poi rimango da solo a scrivere e pensare tutto il giorno. Cerco di avere visioni di Gamuna Valley studiando le note di Astafali, della sorella Tran, e altri articoli trovati a Parigi nella biblioteca della Società per lo studio dei popoli poco conosciuti, in rue de L'Arcade. Ma le visioni sono poche e le parole sempre più scarse. Al pomeriggio esco a camminare per sentieri pieni di fango.


         2.
         
         Veduta di Gamuna Valley. Città fatta di viali alberati che si incrociano con simmetrie ortogonali, piena di cani che vagano in libertà e si danno convegno sulla soglia d'un lussuoso albergo in rovina. I ragni tessono le loro ragnatele indisturbati, una specie di cornacchie locali fa il nido nelle grondaie, pecore e vacche soggiornano nell'ombra degli androni borghesi. Dal giorno in cui i primi esploratori gamuna sono giunti nella cittadina, trovandola spopolata, niente forse è cambiato se non per effetto del tempo. Le case di anno in anno allargano le loro crepe, le erbe e le piante invadono il selciato, le automobili abbandonate nelle vie perdono i pezzi, dovunque compaiono sempre più macerie. Sulle macerie o sui tetti sorgono alberi di fichi, arbusti d'erba del paradiso, grossi tronchi di leguminose, sormontando poco a poco tutta la città con varia vegetazione che un giorno sarà una foresta pensile. Astafali racconta d'un grande tamarindo spuntato nel salone centrale d'una banca, che con le sue foglie pennate copre tutti gli sportelli bancari; i suoi frutti curvi e iridescenti hanno riempito il pavimento fino al colonnato in stile coloniale. Gli abitanti lo lasciano crescere, andando ogni tanto in banca a raccogliere i suoi semi, da cui estraggono un succo per bibite dolci e medicinali. Le diverse casseforti sono avvolte da rami di catalpa; una grande pianta di alianto invade la sala della consiglio d'amministrazione, e una specie di ontano locale copre la porta blindata con le sue stìpole vischiose.

         3.

         Benché gli avventurieri amino mettere gli occhi sulle donne gamuna e anche violentarle quando possono, e sebbene facciano ottimi affari con i loro mariti, non riescono a sopportare la cittadina e i suoi abitanti per più d'una giornata. Perciò mettono spesso mano alla pistola con l'idea di sparare a qualcuno, per sfogare il loro malumore di uomini civilizzati. Ma quasi sempre sparano in aria, e dopo li vedi camminare torvi per le strade, con speciali giramenti d'occhi che fanno spavento. E' vero che ogni tanto hanno accessi di nervosismo più forti del solito e allora devono sparare a un cane che passa, a un uccello che svolazza; ma bisogna dire che hanno imparato a non compiere più massacri di massa; anche perché negli ultimi tempi le cose sono un po' cambiate, e si notano segni di progresso nella zona. I commerci sono bene avviati; molti Gamuna meno inetti degli altri lavorano per gruppi di avventurieri; qualcuno ha imparato a masticare un poco la lingua inglese; le donne gamuna sono eleganti, a volte compiacenti; e soprattutto si sono aperte prospettive per lo sfruttamento di giacimenti d'amianto nella zona. Gli avventurieri vanno in giro per muovendo le spalle in modo impressionante, masticando una radice simile al betel che serve ad attenuare il disgusto di trovarsi in un posto del genere, però le previsioni di guadagno sono buone e potrebbero portare a una rapida modernizzazione del luogo.

         4.

         Nella cittadina circola un po' di denaro contante in valuta delle città dell'interno; circola soprattutto nei bar del centro cittadino, che avventurieri belgi hanno dato in gestione a pochi indigeni affidabili, e dove smerciano quantità di whisky, birre e sigarette. Chi vuole andare al bar dovrà procurarsi denaro contante, e per questo due avventurieri canadesi hanno aperto un'agenzia di cambio sulla via centrale, dove accettano noci di trepeu in cambio di dollari. Un affarista di Bombay ha aperto un piccolo supermercato in una rimessa ai margini della brughiera; e alle donne gamuna piace fare la spesa in quel posto arioso, dove si ritrovano a chiacchierare, oltre che ad acquistare scatolame per pranzo e cena. Ma il maggior contributo alla modernizzazione del luogo è l'iniziativa di un gruppo di avventurieri tedeschi e americani, che hanno aperto un commercio molto redditizio con le città dell'interno. Qui loro importano giovani gamuna da vendere al mercato come servi o come prostitute. I giovani catturati, che certe agenzie esportano anche nelle grandi città d'Europa e d'America, riescono bene in quelle professioni. Come servi o aiuto-giardinieri i maschi, prostitute o porno-modelle le femmine, rivelano specialissime doti. Ad esempio non si abbattono mai per lo stato di schiavitù in cui sono tenuti, non si lamentano quando vengono picchiati, mangiano poco e lavorano molto. E può anche accadere che qualche padrone con un buon livello culturale li trovi simpatici, nonostante la loro tradizionale ottusità.

         5.

         Poco dopo l'arrivo a Gamuna Valley, Astafali ha avuto occasione di assistere a un rito funebre. È stato il vecchio Wanghi Wanghi a trascinarlo in quel posto, impartendogli una lezione sulle pratiche funerarie dei Gamuna. In un pomeriggio primaverile Wanghi ha guidato Astafali e Sempaté per stradine alberate che somigliano a quelle d'un suburb inglese. Villette con il prato davanti, macchine abbandonate lungo il marciapiede, e in capo alla strada una scuola tutta a vetri con tettoia crollante. Nella scuola si vedevano ancora alle pareti delle carte geografiche, nelle aule c'erano ancora vecchi banchi e la cattedra dell'insegnante. Il morto era steso su una cattedra. Gli abitanti di Gamuna Valley svolgono i loro riti funebri nelle scuole sparse per la città, e depongono il morto su una cattedra, lasciandolo lì fin quando comincia a decomporsi. Allora di solito arrivano molte mosche e zanzare attirate dall'odore nauseabondo; e questo vuol dire che l'anima del morto ha raggiunto gli antenati; in quanto le zanzare sono gli antenati dei Gamuna, secondo una credenza legata a vecchi miti.


         6.

         Arrivati nella scuola, hanno visto in un'aula il morto steso sulla cattedra, e seduti nei banchi i maschi adulti del suo gruppo familiare. Erano seduti nei banchi come scolari che ripassino una lezione, e tutti recitavano litanie di nomi degli antenati. Ma quelli dei primi banchi, con l'aria da scolari più bravi e più studiosi, correggevano spesso le litanie degli altri. Allora gli altri reagivano e scoppiavano litigi, volavano insulti e minacce. I più minacciosi erano quelli con l'aria da scolari asini o ripetenti, meno filiformi e più selvatici, che si alzavano dal banco con pugni chiusi per darli in faccia ai secchioni. A un certo punto è entrato nell'aula un anziano con la bacchetta in pugno, che sembrava un ispettore scolastico, e tutti si sono ammutoliti. L'anziano è rimasto a scrutarli per qualche secondo, poi ha indicato con la bacchetta uno in prima fila, il quale sembrava più pronto degli altri all'interrogazione. Era un tipo molto miope, più filiforme di tutti, che s'è alzato in piedi e ha recitato la litania dei nomi degli antenati. L'anziano ha fatto un gesto come dire: "Bravo". Questo significava che la sua litania andava presa quale genealogia ufficiale del gruppo o clan del morto.


         7.

         In occasione d'ogni funerale i Gamuna rivedono le genealogie dei antenati, introducendovi nomi che nessuno ricorda, oppure inventandone altri mai sentiti, ma spacciandoli per nomi di capostipiti dei clan d'origine. Se nella recita scolastica uno riesce a piazzare i nomi da lui proposti in cima alla linea genealogica, che si tratti di nomi noti, mai sentiti, o chiaramente inventati, questi entrano comunque a far parte del gruppo degli antenati fondatori. La cosa importante non è dire il vero, ma essere convincenti. Uno che si chiami Wanghi o Donghi, ci terrà molto che un antenato di nome Wanghi o Donghi compaia il più vicino possibile ai mitici antenati venuti dal deserto; e se ci riesce, dopo pagherà un raccontatore di storie affinché vada per le case a narrare quella mitica linea genealogica. Il nome conferisce al discendente o falso discendente un notevole lustro all'interno del parentame e anche altrove, tanto che lui dopo s'inorgoglisce e va in giro a parlar sempre dei suoi antenati, chiaramente allucinato.


         8.

         Quando muore qualcuno, la prima fase del rito funebre consiste nella recita delle genealogie degli antenati, ed è l'occasione per farsi avanti e rivendicare un'ascendenza di prestigio. Risolto questo problema, si passa alla seconda fase, che consiste in una festa all'aperto, in un punto da cui si veda il deserto verso sud ovest. Di laggiù sarebbero venuti gli antenati fondatori, sorti come dal nulla all'orizzonte, dietro quelle dune lontane, dove il mondo è cosparso d'ossa e di crani che formano appunto il cosiddetto "Sentiero degli antenati". Astafali dice che la festa funebre a cui ha assistito si svolgeva attorno a grandi fuochi, appena fuori dal vecchio perimetro della città. A questa parte del rito erano ammesse anche le donne, e tutti mangiavano polpette con l'effetto inebriante d'una droga leggera, che provocava sorrisi in onore del morto. I maschi sembravano meno vacui del solito. Guardavano le donne ridendo e facendo commenti salaci; e le donne scuotevano le natiche o il seno, canticchiando una canzone che deride la sciocca erezione della verga maschile. Pare che questi battibecchi scherzosi siano tutto ciò che resta d'un vecchio rito funerario, durante il quale uomini e donne si schieravano in due file, e ognuno sceglieva un partner diverso dal marito o dalla moglie con cui copulare in onore del morto. Invece ora, dopo qualche battuta, i maschi si immalinconiscono, e assumono il tipico sguardo serale dell'uomo rassegnato alla dura vita dell'adulto. Nella scena cui ha assistito Astafali, con le prime luci del tramonto tutti si sono accucciati per terra, chiacchierando a bassa voce con la loro lentissima parlata serale. Man mano che scendeva il buio le parole si facevano più rare; finché sono rimasti in silenzio, lo sguardo rivolto al deserto verso sud ovest, da dove si dice siano venuti gli antenati fondatori.


         9.

         La popolazione di Gamuna Valley deve essere l'erede d'un gruppo di dispersi durante una migrazione, che aveva perduto contatto con le tribù d'origine. Quei dispersi forse hanno vagato nelle zone del sud ovest, scacciati e bastonati da altre tribù, finché hanno dimenticato tutto del loro passato. Dei nomi degli antenati, dei miti e tradizioni ancestrali, sono rimaste solo confuse memorie, che nessuno riesce più distinguere dalle invenzioni e falsificazioni delle chiacchiere correnti. Per questo i Gamuna fissano la loro origine dal momento in cui gli antenati fondatori sarebbero spuntati da dietro una duna di sabbia. Secondo Wanghi, sarebbero sorti da un tremolio nell'aria, così come sorgono i miraggi di fata morgana. I loro veri nomi? E chi se li ricorda? Si dice che li guidasse un certo Pachi, un certo Tichi, o un certo Fonghi, secondo le falsificazioni genealogiche del momento. Ma anche quello è un miraggio: è il miraggio dei nomi, che sono altre allucinazioni, dice lo strabico Wanghi Wanghi.

         10.

         Appena fuori da Gamuna Valley, su un sentiero che porta alla brughiera, sorge un piccolo altare alquanto rozzo, fatto di vinco e cannella palustre. È il santuario dedicato all'Essere del Largo Respiro, a cui i devoti portano doni per non restare troppo ingannati dai miraggi del deserto. Ci sono ciotole di cibo ammuffito, collane di perline, biglietti da un dollaro spesi da qualche turista, e foto che non si sa chi rappresentino. Tutt'intorno, sciami di zanzare e mosche creano una nube che fa tremolare l'aria, soprattutto a causa del cibo andato a male e dei miasmi lungo il sentiero che porta all'altare. Su quel sentiero spuntano molti escrementi, perché gli abitanti lo usano per andarsi a scaricare gli intestini al mattino; e lì si rischia sempre di scivolare in una pozza d'urina, o in una cunetta di fango misto a escrementi ancora fumanti. Ma ciò non sembra irriguardoso, perché il santuario serve a ricordare l'incanto greve della terra che trascina tutto verso il basso: il corpo, i pensieri, gli escrementi. E quando l'Essere del Largo Respiro si manifesta, lo fa con un colpo di vento che spazza tutti i miasmi nell'iridescenza dell'aria, comprese le pigre mosche e le zanzare, sarebbero le anime dei morti.


         11.

         Astafali ha chiesto spiegazioni sull'Essere del Largo Respiro, venerato in quel santuario. Il vecchio Wanghi ha detto che l'Essere del Largo Respiro è l'iridescenza da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata a durare soltanto per un attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche granello di polvere vagante nell'aria. A ciò va aggiunto che il santuario è il punto d'arrivo d'ogni cerimonia di iniziazione dei giovani maschi gamuna. Questi all'età di dodici o tredici anni sono condotti nella brughiera, bastonati ripetutamente, sottoposti ad estenuanti digiuni, istruiti sui segreti della vita adulta, e infine trascinati per i capelli e costretti a sprofondare con la faccia negli escrementi di quel sentiero, mentre gli anziani ripetono la formula: "Tu sei questo" (ta gama ku).


         12.

         Su suggerimento di Wanghi, Astafali aveva preso alloggio in un grande albergo del centro, abbandonato e in rovina, con insegna crollante dove si leggeva HOTEL SEMIRAMIS. Saloni ariosi con vetrate al pianoterra, scaloni che seguono grandi curve su tre piani, stucchi floreali dovunque, e al secondo piano una spaziosa suite a sei stanze detta "imperiale". Astafali si è installato nella suite, assieme al fedele Sempaté, ma soltanto dopo una cerimonia magica di Wanghi per scacciare scorpioni e lucertole che avevano preso possesso delle stanze. L'altra difficoltà da affrontare è stata la mancanza d'acqua corrente nell'albergo, dove tutte le tubature erano marcite, mentre i vecchi impianti idrici della città erano tutti intasati e sepolti dagli eterni sfasciumi del tempo. Anche il pozzo nel giardino dell'albergo non era più in funzione, e si trattava di scavarlo di nuovo e di riattivarlo. Secondo Wanghi, questi lavori potevano essere affidati a un gruppo di indigeni che aveva reclutato; ma dopo un paio di settimane il pozzo non era ancora stato riattivato, e i nostri viaggiatori dovevano bere e lavarsi e cuocere il cibo con acqua minerale che andavano a comprare in confezioni giganti, nel supermercato sul sentiero vicino alla brughiera. Dopo alcune sfuriate inutili, Astafali ha pensato bene di prendere le pose degli avventurieri, muovendo anche lui le spalle in modo impressionante e minacciando gli indigeni con una lunga pistola Colt. Così infine il pozzo del giardino è stato riattivato.


         13.

         Uno dei primi incontri di Astfàli in quel posto sperduto è stato l'incontro con la sorella Tran. La descrive così: "Suora missionaria vietnamita, attenta osservatrice delle abitudini gamuna. Sui trent'anni, piccola, con faccia tonda, lo sguardo affascinante che hanno spesso i miopi, vestita d'un saio monastico con una benda bianca sulla fronte, abita qui da qualche anno. Sta in un albergo in abbandono fuori dalla cittadina, e cura gli indigeni con erbe e decotti, a volte con rimedi magici". Nei diari della sorella Tran non ci sono accenni ad Astafali, ma si trovano frequenti annotazioni sui miraggi del deserto, e sulle cure per alleviare le frenesie allucinatorie che spesso producono. Sono diari scritti con inchiostro turchino, calligrafia rotonda; cinque quaderni rilegati con dorso di tela rossa, da cui ho avuto modo di copiare molti brani. Mentre scrivo rivedo la sorella Tran com'era; rivedo una sua foto scattata davanti al duomo di Modena, ai tempi in cui visitava l'Europa in motocicletta assieme a un certo scarmigliato Cesare Sommavilla, che prima voleva sposarla e poi un bel giorno l'ha abbandonata in mezzo a una strada sulle Alpi svizzere. Questa nostra sorella, molto concentrata in sé e in certi giorni completamente muta, aveva imparato a parlare bene la lingua gamuna, mentre si inceppava spesso parlando in inglese o in francese, perché balbuziente.


         14.

         La luna viaggiante a quest'ora va via bassa, il cielo lontano fa scherzi tra le nuvolaglie, e io sto qui davanti alla finestra aspettando che vengano le parole da scrivere. Sento passare dei camion sullo stradone che va a Falaise, e mi viene in mente che per le strade di Gamuna Valley devono esserci spesso dei regolamenti di conti tra avventurieri di passaggio. Sempaté si è trovato un giorno in mezzo a una furiosa sparatoria tra trafficanti olandesi e un gruppo di esuli russi. I russi si difendevano mitragliando tutto quello che c'era in giro, muri, porte, finestre, tetti, cani randagi, pecore e vacche che brucavano l'erba in un giardinetto comunale.

 

GENNAIO-FEBBRAIO. LE ALLUCINAZIONI DEL DESERTO


         1.

Natura morta con stella specchiante III, pittura a olio su tela sintetica, cm.120x150         Nel freddo della stanza sotto il tetto ogni giorno esco dal sonno con la testa piena di domande. Scendo a far colazione con un po' di latte e un pezzo di pane, poi mi siedo al tavolo davanti alla finestra e ricomincio ad aspettare le parole da scrivere. Mentre guardo fuori a volte è come se vedessi dei ragnetti scappare nell'aria verso il basso in una serie di linee diagonali, e solo dopo mi accorgo che è pioggia che scorre sul vetro. Ai tempi del suo arrivo Astafali si faceva molte domande sui miraggi di fata morgana, e in particolare questa: sono vere illusioni ottiche oppure sono suggestioni che poi diventano favole di visioni immaginarie? E' noto che si tratta di fenomeni desertici prodotti da una stratificazione dell'aria con densità crescente verso l'alto, in presenza d'un forte riscaldamento di terreni nudi. I manuali dicono che attraverso uno strato d'aria surriscaldata i raggi solari si inflettono verso l'alto e proiettano in distanza visioni fantasmagoriche. Spesso si ha l'impressione d'esser di fronte a una distesa d'acqua sparsa a livello del suolo; ma può essere anche la visione d'una conca tra rive dirupate, da cui emergono piante o scogliere o altre forme assunte dal miraggio.


         2.

         Molti viaggiatori hanno visto in zone desertiche città inesistenti, castelli turriti di straordinaria fattura, strade che vanno all'infinito, o animali dispersi in una calma e luminosa acqua che li fa apparire come spiriti d'un immenso wadi. La cosa si verifica anche sul mare, per via d'un riscaldamento dell'acqua con sovrastanti strati ad inversione termica; le momentanee alternanze di densità dell'aria, crescente o decrescente verso l'alto, determinano condizioni di instabilità che producono cambiamenti rapidi e aspetti multiformi del fenomeno. Quel che avviene è che uno strato d'aria calda interposto tra strati d'aria più fredda agisce come una lente cilindrica che si pone tra l'osservatore e il punto osservato. È questa specie di lente aeriforme a ingigantire le immagini, trasformando un punto vuoto del deserto nella visione di un'oasi; oppure modeste case e scogliere d'una spiaggia lontana in castelli e torri che sorgono dal mare. Il celebre Boccara, che a suo tempo studiò il fenomeno nello stretto di Messina, poté vedere sullo stretto un grandissimo ponte sorretto da colonne in stile dorico, sul quale passava un enorme treno.


         3.

         Rimane da capire se quei miraggi siano fenomeni puramente ottici, oppure stati della mente come credono i Gamuna. Due noti studiosi, lo Joubert e il Nielsen, dicono che non è possibile attribuire ogni miraggio alla presenza d'un oggetto reale, né stabilire con certezza se appare a due persone nello stesso modo. Gli abitanti di molte zone costiere hanno visto apparire sul mare castelli, città, greggi o montagne, là dove nessun oggetto poteva creare immagini del genere. E il celebre Boccara, come ha fatto a vedere quelle alte colonne in stile dorico e l'enorme treno sopra lo stretto di Messina, se non per pura "vis fantastica"? A quali oggetti reali poteva mai corrispondere la sua visione? Ma ancora più interessanti sono i miraggi nelle zone polari, dove sono stati visti panorami incantati, con blocchi di ghiaccio che si trasformavano in torri, templi e castelli, o altre visioni fantastiche secondo lo stato d'animo degli osservatori. Tutto questo è documentato dai manuali, ma spiega ancora abbastanza poco sul fenomeno delle visioni. Dicono i Gamuna: "Nessuna visione è uguale a un'altra, tutte nascono da lusinghe che si annidano nel corpo, secondo il posto dove ti portano i piedi".


         4.

         Un antico mito gamuna parla dell'eroe Eber Eber venuto dal mare in forma di zanzara, e capace di usare i fenomeni di allucinazione desertica contro i nemici. Caratteristica di Eber era l'allegra e potente risata con cui intronava i cervelli degli avversari, prima di darsi precipitosamente alla fuga nel deserto come zanzara, verso il miraggio di un'oasi lontana dove gli eserciti lanciati al suo inseguimento morivano di sete e di tristezza. Un'altra parte del mito dice che la potente risata di Eber invadeva l'aria con una respirazione subumana; così non era più possibile distinguere un albero da una nuvola, una zanzara da un uomo. Tutte le cose tremolavano nell'incertezza desertica come apparizioni di fata morgana. Giunto a tardissima età in forma di zanzara, l'eroe Eber Eber non aveva più nemici e perciò si annoiava molto. Un giorno ha voluto appostarsi sulle ali d'un uccello migratore, per salire in alto nel cielo e vedere cosa c'è lassù; ma giunto in prossimità delle nuvole, una vertigine lo faceva piombare a terra stecchito. Resuscitato non più come zanzara ma come un giovanotto con la barba, Eber ha voluto banchettare con i suoi nemici morti e li ha chiamati all'appello con la potente risata. Arrivando di corsa, i morti avrebbero detto: "Gamuna!", che significa: "Siamo qui!" (oppure: "Noi che abitiamo qui"). Quella sarebbe la prima parola pronunciata nel mondo, e di lì sarebbe nato il linguaggio degli uomini. Durante il banchetto, i nemici morti di Eber Eber avrebbero cominciato a conversare, inventando parole per il cibo, parole per i ricordi, per la guerra, per l'amore, per i vestiti, per l'aspetto del cielo. Nell'allegria delle bevute, inventavano quelle parole che sorgevano nella loro gola, sempre per rispondere alle potenti risate di Eber, il quale sapeva solo ridere e non faceva altro.


         5.

         Dopo il banchetto l'eroe Eber si sarebbe avviato verso il deserto con la pancia piena e gli occhi ridenti, dicendo che andava a sciogliersi nell'aria come polvere fine e iridescente. Anche questo lo avrebbe detto con una risata, in quanto nella sua gola le parole non riuscivano a formarsi, e sembravano piuttosto i ronzii d'una zanzara. Ma non appena lui si è trasformato in polvere fine del deserto, è accaduto che l'iridescenza della polvere e il calore dell'aria producevano nei nemici morti l'illusione di essere vivi, e di avere un mondo di visioni fantasmagoriche davanti agli occhi. Tali visioni si spandevano con la polvere che il vento portava lontano, baluginando dovunque nel turbine d'iridescenza in cui s'era dissolto il grande eroe. Quella è l'illusione da cui sarebbe nata la vita sulla terra, destinata a durare solo per quel brevissimo attimo in cui i raggi del sole fanno brillare qualche sparso granello di polvere desertica nell'aria. Tra il lontanissimo passato in cui è sorto il miraggio che costituisce l'origine del mondo sensibile, ed il punto d'avvenire in cui quel miraggio scomparirà, pare che per i Gamuna non intercorra quasi alcun lasso di tempo. Ossia, è un tempo così piccolo che loro chiamano "scintilla d'iridescenza", e tutte le immagini di qualsiasi epoca, tutti i miraggi che spingono gli uomini a sognare e lottare per rincorrere qualcosa, sarebbero riflessi morganatici di quell' iridescenza iniziale.

         6.

         Siccome siamo tutti apparizioni comprese nella "scintilla d'iridescenza", la nostra idea del tempo per un Gamuna è solo un'illusione portata dall'alone morganatico dell'istante iniziale. Tutto quel che avviene, che è avvenuto o che avverrà, fa parte di quell'istante che può finire da un momento all'altro, proprio perché è senza tempo. In altre parole, quell'istante cosmico non ha sviluppo, se non nel divenire e trasformarsi delle nostre illusioni, che passano via di momento in momento con i miraggi che le producono. Perciò essi onorano le visioni di fata morgana come il maggior fenomeno della vita, e ritengono che i miraggi siano incanti in cui l'anima si perde lanciandosi fuori dal corpo. Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d'uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l'impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. Ed i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c'è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie.


         7.

         Avendo interrogato il suo informatore, Astafali riassume: "Wanghi dice che, se un giorno andrà nel grande deserto sabbioso, molto probabilmente gli capiterà di vedere un tremolio nell'aria, e il tremolio gli sembrerà una di quelle oasi acquitrinose che si trovano nella brughiera. Se Wanghi ha sete correrà verso il miraggio, spinto dall'impulso di bere. Ma, dice, il suo impulso non sarà diverso da quello che la sera prima l'ha portato a inseguire nel buio una donna spasimando di possederla, né da quello che due giorni prima l'ha portato a rubare una gallina di Fonghi Fonghi per vendicarsi delle sue angherie. La sete che insorge alla visione dell'oasi, il desiderio alla vista d'una donna, la voglia di vendetta per certe angherie, sono fenomeni dello stesso tipo...". Sarebbe un fenomeno generale che avvolge tutti i luoghi della terra: l'alone delle lusinghe che fanno nido nel corpo e si lanciano fuori in cerca di qualcosa a cui aggrapparsi, fino ad avvolgere tutto lo spazio. Quando ci pensano i Gamuna diventano confusi, a volte scherzano, altre volte si lamentano con uno sguardo mattutino o serale di profonda stanchezza; oppure, sentendosi addosso un'illusione che spunta in modo troppo frenetico, preferiscono stare seduti immobili, o anche dormire per tutto il giorno.

         8.

         La sorella Tran racconta le visioni che le sono venute incontro al suo arrivo a Gamuna Valley. Era un pomeriggio invernale, lei correva nel deserto su una camionetta assieme a tre avventurieri; la strada in mezzo alle dune sembrava sprofondarsi verso una palude che veniva loro incontro: "Pareva che la camionetta facesse una corsa per sommergersi nell'acqua d'un lago o d'un acquitrino in distanza. Ma le rive si allontanavano di pari passo con la nostra avanzata, mentre i confini del lago, le forme delle sue coste e degli isolotti che sorgevano in mezzo all'acqua, mutavano di momento in momento. A tratti l'acqua dileguava e riappariva in una diversa posizione rispetto a noi. Avevo l'impressione di correre verso un punto in cui ci saremmo dispersi nell'aria, e ogni attimo di ritardo era uno stato sospeso, prima d'essere inghiottiti dal baluginare dell'acqua luminosa...". E più avanti: "Nella sera ascoltavo degli anziani intorno a un fuoco, che parlavano nel loro dialetto. Non capivo niente. Quando ci siamo messi in cammino verso la cittadina, le prime case nel buio sembravano rovine dimenticate. Seguivo gli anziani che mi guidavano senza mai rivolgermi uno sguardo, mentre il torpore che mi aveva preso stava diventando una specie di ombra interna. Inciampavo in sassi o arbusti, tutto mi fluttuava intorno... Quel che so è che i miraggi ti attirano venendoti incontro in modo fluttuante, finché anche tu fai parte di quel fluttuare, allora non puoi giudicare più niente...".


         9.

         Fin dal primo incontro Sempaté aveva avvertito il suo padrone che il vecchio Wanghi Wanghi gli sembrava un truffatore e falso in tutto quel che diceva. Secondo lui le storie sui miraggi di fata morgana che gli raccontava erano favole, inventate per scroccargli dei soldi e fare una vita da nababbo all'Hôtel Sémiramis. Wanghi era stato assunto come interprete e informatore al loro primo incontro nella brughiera; ma di fatto le sue informazioni non potevano essere verificate in alcun modo, perché Astafali e Sempaté non capivano il dialetto locale. Dunque erano in balia dello strabico, che dirigeva la loro vita con i suoi consigli da esperto dei costumi e abitudini locali. Era lui che aveva reclutato una squadra di indigeni per far le pulizie, rimettere a posto i letti, fare la spesa, preparare il pranzo; ma non trovava niente da ridire se uno di loro si dimenticava di spazzare una stanza o di far qualcos'altro, oppure andava a spasso per i fatti suoi tutto il giorno. Anzi aveva l'aria di considerarla una condotta giudiziosa, spiegando a Astafali: "Pretendere che i miraggi ci portino dove vogliamo noi è una pazzia". Sempaté lanciava maledizioni perché doveva far tutto lui, pulire, andare a far la spesa, preparare il pranzo e la cena; mentre Wanghi passava le giornate su una stuoia, bevendo tè, masticando una radice rossa molto simile a quella del betel, oppure fumando la sua pipetta di gesso con aria soddisfatta.


         10.

         Sul retro dell'Hôtel Sémiramis c'è un vasto giardino con sul fondo due specie di bungalow o dépendances, riparate da grandi alberi di tuspé (pioppi bianchi locali). Ha la forma d'un giardino alla francese, come quello di Versailles, ma in miniatura, e con i sentieri completamente invasi dalle erbe, le fontane ormai coperte del tutto dalla vegetazione. I rampicanti d'una pianta dalle foglie rosse, chiamata tunka, avvolgono le due costruzioni sul fondo e il muro con l'uscita posteriore. Ora, in una di quelle dépendances era alloggiato il celebre colonnello argentino Augustin Bonetti, allora considerato il massimo esperto mondiale della cultura gamuna. Nell'altra aveva preso alloggio un'avventuriera americana sua amica, oppure amante, di nome Elissa Keleshan. Di corporatura gigantesca, donna generosa ed espansiva come sono spesso le donne ebree di Brooklyn, l'Elissa era tra l'altro una nota miliardaria. Non so quando sia avvenuto l'incontro tra Astafali e questi due speciali personaggi; ma da qualche appunto ricostruisco che i tre cenavano insieme nel giardino, alla luce dell'acetilene.


         11.

         Il colonnello pilota argentino Augustin Bonetti, precipitato con il suo aereo in territorio gamuna una ventina d'anni fa, e in seguito rimasto ad abitare da quelle parti, è stato a lungo considerato il massimo esperto di cose gamuna. I sui primi articoli, apparsi su una rivista etnografica olandese, spiegavano come si svolge la vita di quel popolo: il suo dialetto, le abitudini, le sue concezioni, l'ordine dei suoi clan. Il guaio è cominciato quando il colonnello argentino ha voluto addentrarsi in spiegazioni troppo sofistiche, per giungere inattesamente a dire che le concezioni gamuna sui miraggi desertici erano in pieno accordo con le più moderne teorie dei flussi oscillatori. Non posso spiegare meglio di cosa si tratti; non so niente di quelle teorie, e poi l'articolo è veramente oscuro. Bonetti ha una vena espressiva spagnolescamente contorta, che sembra fatta apposta per spiegarti le cose senza lasciartele capire. Comunque, la sua proposta di confrontare le idee gamuniche con le teorie fisico-matematiche sui flussi oscillatori ha irritato la comunità scientifica internazionale. Nelle città dell'interno ci sono state molte proteste sui giornali, severe denunce del carattere puramente fantastico dell'articolo in questione. Gli antropologi accusavano Bonetti d'essere un mistificatore, un mitomane, senza alcuna nozione di cosa sia un serio lavoro etnografico. Alla fine è stato inviato un contingente di paracadutisti per catturarlo e sottoporlo a un regolare processo. Per sei mesi (prima dell'incontro con Astafali), il colonnello argentino ha dovuto vivere nascosto in una caverna del massiccio basaltico, e l'unico suo legame col mondo civile è rimasta la fedele Elissa Keleshan. Questa avventuriera americana, alta quasi due metri, energica ed ottimista come pochi, anche lei con cappello a larghe tese, pistola in cintura, foulard al collo e passo marziale, organizzava gli approvvigionamenti di Bonetti. Inoltre curava i contatti con i suoi editori europei, e la spedizione di suoi nuovi articoli a riviste di studi etnografici, convinta che contenessero importanti scoperte scientifiche. Oppure soltanto perché, come ha annotato Astafali, l'Elissa e l'Augustin s'erano dati appassionatamente l'uno dell'altro in grandi amori nella caverna del Muskadù.

         12.

         Bonetti è stato descritto come un tipo magro e basso, molto gesticolante, con un parrucchino per nascondere la calvizie che gli ballava sul cucuzzolo del capo. Io immagino che da giovane andasse in giro a corteggiare le donne parlando con l'accento castigliano e citando sempre il Don Chisciotte per far colpo. Con quell'arte forse scroccava soldi e baci, come poi ha fatto nei suoi anni maturi a Gamuna Valley con la gigantessa Elissa Keleshan. Non so collocare l'incontro di Astafali con quei due personaggi, ma di sicuro è avvenuto dopo il ritorno di Bonetti dalla caverna del Muskadù. Una cosa che si capisce bene dai taccuini del mio amico, è che Bonetti lo consigliava di non badare troppo alle chiacchiere di Wanghi Wanghi. Anche lui, come il fedele Sempaté, sospettava che Wanghi inventasse storie per incantarlo e spillargli dei soldi. Durante le loro cene nel giardino dell'albergo, Bonetti sosteneva che per capire la questione dei fenomeni di fata morgana bisogna andare nel deserto, esporsi ai miraggi fino a rischiare la vita. Lui aveva preso parte a un rito iniziatico dei ragazzi gamuna, che sono condotti nel deserto e lasciati senza acqua e senza cibo per giorni e giorni, fino quasi a morire. Anche lui aveva rischiato di morire, arrancando per due settimane tra le dune, in preda a spaventose allucinazioni (forse esagerava). Solo allora, diceva Bonetti, tutto diventa chiaro. Ma chiaro cosa? È questo che Astafali voleva accertare quando è partito in una spedizione nel deserto sabbioso.

(I - continua)

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