Tutte
queste parole mi sono venute in mente guardando
le nuvole, e ho cominciato a scriverle bevendo
la birra - per mandar giù le polpette
di pollo. Che poi non è che le puoi chiamare
così, "polpette di pollo",
alla cassa devi dire McNuggets, e ti senti sempre
un po' stupido. Col vassoio davanti e le patatine
sparpagliate ho guardato i profili delle colline
dalla parte della luce morente, e le macchine
che passavano intromettendosi tra me e le colline.
La stessa strada in cui, l'altra mattina, abbiamo
parlato del sogno.
"Ho
fatto un sogno stanotte".
Mio
figlio, seduto dietro, si era addormentato.
"Me
lo racconti?"
"Ero
in una grande sala, come se fosse un corso di
aggiornamento. C'era un professore basso e pelato,
parlava in modo monotono, disse che avrebbe
fatto vedere delle diapositive. In quel momento
si fece buio, io avevo sonno, non avevo voglia
di ascoltare e neanche di guardare, e così
mi sono addormentata".
"Che
bel sogno", faccio ridendo mentre metto
la freccia per sorpassare, "è finito?"
"No,
scemo", ride anche lei, "al risveglio
nel sogno mi accorgevo di sapere per filo e
per segno tutto quello che il tizio pelato aveva
detto nella conferenza: la 'Teoria della Deriva',
si chiamava. Subito dopo ero sul letto insieme
a te e ti raccontavo quella teoria...".
Penso
rapidamente alla notte prima, con un po' di
apprensione. Era andata bene. Dopo essere venuti
insieme avevo fatto finta di dormire, continuando
però a sognare e lasciando le gambe tra
le sue. Avevo sentito che mi baciava il collo
e le guance, poi mi ero addormentato davvero.
"Dice la Teoria che il destino di ognuno
è solo una deriva, come se fossimo tutti
trascinati in una corrente senza senso e senza
scopo che ci porta. Ci porta via. Come una deriva,
appunto...".
"Via
da che cosa?"
Mentre
guido la guardo di sottecchi per un attimo.
Lei mi ignora, continua a parlare.
"Ero
emozionata nel dirtelo, perché nel sogno
(e forse nella vita) sentivo che tu potevi capire.
La teoria spiegata nel sogno diceva che, per
contrastare la corrente che ci spinge alla deriva,
assumiamo tutti degli atteggiamenti diversi,
dei comportamenti diversi, però si tratta
sempre dello stesso sforzo, quello di dirigere
da qualche parte la propria esistenza. Che in
fondo per tutti è la stessa cosa. C'è
chi si aggrappa a una persona, chi a un'idea,
o a un ideale, e quelli che sentono meno la
deriva sono quelli che si ancorano saldamente
alla religione...".
"Mmm,
e tu cosa pensi che faresti? a cosa ti aggrapperesti?"
"Nella
deriva?"
"Sì.
Però non pensarci, dimmi la prima cosa
che ti viene in mente".
(...)
"Se
devo dirti la prima cosa che mi viene in mente...".
"Sì".
"Ti
direi l'amore".
"Perfetto.
E così siamo arrivati a San Paolo...".
"Di
già? Pensavo stessimo andando a Bologna...".
Abbiamo
riso tutt'e due.
Dunque
c'era - nel sogno - una conferenza, e il conferenziere
spiegava come si fa ad attenuare, visto che
non si può evitare, la deriva: chi si
attacca a questo, chi a quello, chi a un tronco
d'albero, chi a un cespuglio di more, chi a
Dio e chi al McRoyal de Luxe - che è
un hamburger che ho imparato dopo quello di
pollo (me l'ha insegnato lei), e adesso lo chiedo
ogni tanto, con aria esperta. Così, mentre
ascoltavo e guidavo (mio figlio dormiva lì
dietro) pensai: dunque siamo tutti, ma proprio
tutti, nella deriva?
E
allora, che cos'è la deriva?
I
vetri si erano sbrinati, la temperatura segnava
3 gradi, il che non impedisce il rischio del
ghiaccio, e sorpassavo i camion con prudenza.
La campagna era ancora abbagliante di neve indurita.
La
stagione è cambiata nel giro di due o
tre giorni. E adesso, mentre scrivo tutto questo
ai tavolini di legno del McDonald, su quella
stessa strada il cielo si è aperto in
tanti laghi dorati, costeggiati di nuvole viola
che fanno da sponde.
Quando
scrivo, mi interrompo spesso per guardare il
cielo.
"E
tu", le avevo chiesto, "a cosa ti
attaccheresti nella deriva?"
"All'amore".
"Giusto.
Il che ci riporta a San Paolo".
"Dove?"
(...)
Cara,
rivedo di domenica mattina la sequenza dell'alzarsi
presto, un caffè al volo e la valigetta
di mio figlio, c'è tutto?, noi che togliamo
la neve dai vetri della macchina, le mani congelate,
le nuvolette che escono dalla bocca. Poi partiamo.
Mio figlio, lo sai, ha sempre il vomito quando
deve andarsene, mal di pancia. Pensa all'aereo,
alla vita che lascia, alla vita che trova, che
non si incollano bene tra loro, e si vede sempre
la giuntura. E poiché il Mondo è
rotondo, confonde l'andata col ritorno (sembra
una filastrocca). Ma la giuntura è lui
stesso, la sua pancia. Così, dopo i baci,
dopo che la hostess lo porta con sé e
si gira per darmi un ultimo saluto con la mano,
dopo che lo vedo scomparire nel corridoio a
gomito che porta all'aereo, dopo che esco dalla
hall vociante e lustra di luce artificiale,
la luce stessa del sole mi sembra sempre un
po' polverosa. Quando mi ritrovo solo in macchina
sono improvvisamente sfinito, e guido verso
casa attraverso un mondo di polvere. Entro,
ci sono i suoi giochi da rimettere a posto,
il letto disfatto, i suoi disegni sparsi qui
e là. Il suo mal di pancia è ora
nella mia.
Così
nel primo pomeriggio vado al Mc Donald e penso
a lui, mangio polpettine di pollo e patatine,
e mi viene in mente San Paolo. C'è un
bel sole tiepido, e il cielo è azzurro.
Sulla tovaglia ho scritto queste parole: proprio
queste che tu stai ora leggendo.
Più
tardi vado al cinema, in una multisala che hanno
aperto qui vicino, sulla provinciale. Sembra
l'incrocio tra un aeroporto e un supermercato,
e forse è un po' tutti e due. Molta gente
si aggrappa proprio a questo, nella deriva.
Appena
entrati si sente l'odore caldo dei pop-corn.
Ci si dà un po' di arie, mentre disincantati
facciamo la fila alla cassa, come se non ci
importasse. Poi tutti scivoliamo nella sala,
il cuore gonfio di speranze. Senza parole.
Nella
grande sala si fa buio e silenzio. Di fronte
agli occhi di ognuno si stagliano immagini a
colori. Il loro suono è forte, stereofonico.
C'è
un tizio, mi sembra che fosse pelato, che fa
una conferenza, e nel film chi lo ascolta si
addormenta. In sogno si sveglia e racconta tutto
quanto agli altri personaggi, che dopo si incantano
a guardare il cielo che si muove, e le colline,
e anche la campagna e la strada scorrono sotto
le nuvole come sacchetti di cellophane. Quando
si sveglia davvero, il personaggio principale
del film si licenzia dal lavoro e da tutto,
e quando riappare (è buffo) serve le
patatine in un McDonald. Anche questa sceneggiatura
l'avevi già sognata tu?
Dunque,
andavamo verso Bologna, è mattino presto,
e forse la strada è ancora ghiacciata.
È facile scivolare, bisogna stare molto
attenti.
In
macchina c'è caldo. Mio figlio dorme
sui sedili dietro, e a un certo punto dici,
toccandomi il ginocchio come una carezza: "Ho
fatto un sogno, stanotte. Le vie della salvezza
sono infinite".