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ZIB II serie
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Folgorazioni oniriche  
 Guidando verso Bologna sulla via di Damasco
  di Beppe Sebaste

Natura morta, petalo, fotografia a colori su alluminio, cm 34x34         Tutte queste parole mi sono venute in mente guardando le nuvole, e ho cominciato a scriverle bevendo la birra - per mandar giù le polpette di pollo. Che poi non è che le puoi chiamare così, "polpette di pollo", alla cassa devi dire McNuggets, e ti senti sempre un po' stupido. Col vassoio davanti e le patatine sparpagliate ho guardato i profili delle colline dalla parte della luce morente, e le macchine che passavano intromettendosi tra me e le colline. La stessa strada in cui, l'altra mattina, abbiamo parlato del sogno.

         "Ho fatto un sogno stanotte".
         Mio figlio, seduto dietro, si era addormentato.
         "Me lo racconti?"
         "Ero in una grande sala, come se fosse un corso di aggiornamento. C'era un professore basso e pelato, parlava in modo monotono, disse che avrebbe fatto vedere delle diapositive. In quel momento si fece buio, io avevo sonno, non avevo voglia di ascoltare e neanche di guardare, e così mi sono addormentata".
         "Che bel sogno", faccio ridendo mentre metto la freccia per sorpassare, "è finito?"
         "No, scemo", ride anche lei, "al risveglio nel sogno mi accorgevo di sapere per filo e per segno tutto quello che il tizio pelato aveva detto nella conferenza: la 'Teoria della Deriva', si chiamava. Subito dopo ero sul letto insieme a te e ti raccontavo quella teoria...".
         Penso rapidamente alla notte prima, con un po' di apprensione. Era andata bene. Dopo essere venuti insieme avevo fatto finta di dormire, continuando però a sognare e lasciando le gambe tra le sue. Avevo sentito che mi baciava il collo e le guance, poi mi ero addormentato davvero.
"Dice la Teoria che il destino di ognuno è solo una deriva, come se fossimo tutti trascinati in una corrente senza senso e senza scopo che ci porta. Ci porta via. Come una deriva, appunto...".
         "Via da che cosa?"
         Mentre guido la guardo di sottecchi per un attimo. Lei mi ignora, continua a parlare.
         "Ero emozionata nel dirtelo, perché nel sogno (e forse nella vita) sentivo che tu potevi capire. La teoria spiegata nel sogno diceva che, per contrastare la corrente che ci spinge alla deriva, assumiamo tutti degli atteggiamenti diversi, dei comportamenti diversi, però si tratta sempre dello stesso sforzo, quello di dirigere da qualche parte la propria esistenza. Che in fondo per tutti è la stessa cosa. C'è chi si aggrappa a una persona, chi a un'idea, o a un ideale, e quelli che sentono meno la deriva sono quelli che si ancorano saldamente alla religione...".
         "Mmm, e tu cosa pensi che faresti? a cosa ti aggrapperesti?"
         "Nella deriva?"
         "Sì. Però non pensarci, dimmi la prima cosa che ti viene in mente".
         (...)
         "Se devo dirti la prima cosa che mi viene in mente...".
         "Sì".
         "Ti direi l'amore".
         "Perfetto. E così siamo arrivati a San Paolo...".
         "Di già? Pensavo stessimo andando a Bologna...".
         Abbiamo riso tutt'e due.

         Dunque c'era - nel sogno - una conferenza, e il conferenziere spiegava come si fa ad attenuare, visto che non si può evitare, la deriva: chi si attacca a questo, chi a quello, chi a un tronco d'albero, chi a un cespuglio di more, chi a Dio e chi al McRoyal de Luxe - che è un hamburger che ho imparato dopo quello di pollo (me l'ha insegnato lei), e adesso lo chiedo ogni tanto, con aria esperta. Così, mentre ascoltavo e guidavo (mio figlio dormiva lì dietro) pensai: dunque siamo tutti, ma proprio tutti, nella deriva?
         E allora, che cos'è la deriva?
         I vetri si erano sbrinati, la temperatura segnava 3 gradi, il che non impedisce il rischio del ghiaccio, e sorpassavo i camion con prudenza. La campagna era ancora abbagliante di neve indurita.
         La stagione è cambiata nel giro di due o tre giorni. E adesso, mentre scrivo tutto questo ai tavolini di legno del McDonald, su quella stessa strada il cielo si è aperto in tanti laghi dorati, costeggiati di nuvole viola che fanno da sponde.
         Quando scrivo, mi interrompo spesso per guardare il cielo.

         "E tu", le avevo chiesto, "a cosa ti attaccheresti nella deriva?"
         "All'amore".
         "Giusto. Il che ci riporta a San Paolo".
         "Dove?"
         (...)

         Cara, rivedo di domenica mattina la sequenza dell'alzarsi presto, un caffè al volo e la valigetta di mio figlio, c'è tutto?, noi che togliamo la neve dai vetri della macchina, le mani congelate, le nuvolette che escono dalla bocca. Poi partiamo. Mio figlio, lo sai, ha sempre il vomito quando deve andarsene, mal di pancia. Pensa all'aereo, alla vita che lascia, alla vita che trova, che non si incollano bene tra loro, e si vede sempre la giuntura. E poiché il Mondo è rotondo, confonde l'andata col ritorno (sembra una filastrocca). Ma la giuntura è lui stesso, la sua pancia. Così, dopo i baci, dopo che la hostess lo porta con sé e si gira per darmi un ultimo saluto con la mano, dopo che lo vedo scomparire nel corridoio a gomito che porta all'aereo, dopo che esco dalla hall vociante e lustra di luce artificiale, la luce stessa del sole mi sembra sempre un po' polverosa. Quando mi ritrovo solo in macchina sono improvvisamente sfinito, e guido verso casa attraverso un mondo di polvere. Entro, ci sono i suoi giochi da rimettere a posto, il letto disfatto, i suoi disegni sparsi qui e là. Il suo mal di pancia è ora nella mia.
         Così nel primo pomeriggio vado al Mc Donald e penso a lui, mangio polpettine di pollo e patatine, e mi viene in mente San Paolo. C'è un bel sole tiepido, e il cielo è azzurro. Sulla tovaglia ho scritto queste parole: proprio queste che tu stai ora leggendo.
         Più tardi vado al cinema, in una multisala che hanno aperto qui vicino, sulla provinciale. Sembra l'incrocio tra un aeroporto e un supermercato, e forse è un po' tutti e due. Molta gente si aggrappa proprio a questo, nella deriva.
         Appena entrati si sente l'odore caldo dei pop-corn. Ci si dà un po' di arie, mentre disincantati facciamo la fila alla cassa, come se non ci importasse. Poi tutti scivoliamo nella sala, il cuore gonfio di speranze. Senza parole.
         Nella grande sala si fa buio e silenzio. Di fronte agli occhi di ognuno si stagliano immagini a colori. Il loro suono è forte, stereofonico.

         C'è un tizio, mi sembra che fosse pelato, che fa una conferenza, e nel film chi lo ascolta si addormenta. In sogno si sveglia e racconta tutto quanto agli altri personaggi, che dopo si incantano a guardare il cielo che si muove, e le colline, e anche la campagna e la strada scorrono sotto le nuvole come sacchetti di cellophane. Quando si sveglia davvero, il personaggio principale del film si licenzia dal lavoro e da tutto, e quando riappare (è buffo) serve le patatine in un McDonald. Anche questa sceneggiatura l'avevi già sognata tu?

         Dunque, andavamo verso Bologna, è mattino presto, e forse la strada è ancora ghiacciata. È facile scivolare, bisogna stare molto attenti.
         In macchina c'è caldo. Mio figlio dorme sui sedili dietro, e a un certo punto dici, toccandomi il ginocchio come una carezza: "Ho fatto un sogno, stanotte. Le vie della salvezza sono infinite".


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