Pietro
Pancrazi racconta il primo incontro con
il poeta viaggiatore Giuseppe Ungaretti (Alessandria
d'Egitto, 1888 - Milano, 1970). Siamo a Firenze,
nello studio dell'editore Attilio Vallecchi
(Firenze 1880 - 1946), nel 1917. Ungaretti,
in veste dimessa di fante, di ritorno dalla
Francia, estrae dal sua valigia piena di cose
il manoscritto delle poesie (Allegria di
naufragi) per consegnarlo al Vallecchi.
Lo scritto di Pancrazi, intitolato Incontro
con Ungaretti, datato 1923, fu sistemato
dall'autore nella sezione Gli scrittori
e la guerra dei suoi Scrittori d'oggi
(1942-1953). La tipologia è quella
dell'incontro fortuito.
Come
deve viaggiare il poeta
In
tempo non lontano, imparai da Giuseppe Ungaretti
come deve viaggiare un poeta. Dietro il peso
di una valigia spinta avanti da mani e ginocchi,
lo vidi spuntare una sera, a Firenze, nella
stanza dell'editore Vallecchi. Era in veste
di fante, e non "arrangiata": dinoccolato,
con l'ultimo bottone della giubba slacciato,
con le scarpe chiodate e le scarpe alla meglio,
e in testa il berretto con la visiera alla Cuttica,
pallido, il "toscano" pendente dalle
labbra, davvero Ungaretti al primo aspetto conciliava
le miserie e l'aria superiore del fante.
Sono
un poeta
un grido unanime
un grumo di sogni...
Questo
ancora non lo sapevo. Ma fin dal suo primo parlare
si sentiva in lui una gentilezza scettica e
come una desolata intelligenza che gli conciliavano
subito la simpatia. In quel costume, con quella
valigia, veniva da Parigi. Dopo due anni di
fronte l'avevan mandato in Francia per non so
che propaganda; e delle cose di Francia e nostre
parlava adesso come di un paese solo, di un'unica
sorte. Diceva insieme di guerra e di letteratura:
Soffici e Foch, Apollinaire e Cadorna; e nel
suo discorso tutti sembravano sullo stesso piano,
importanti tutti a un modo.
Nato
di genitori lucchesi in Egitto, educatosi in
Francia, e toscano, apuano anzi (se è
esatto il Viani) della compagnia di Ceccardo,
sembrava che Ungaretti, senza parlare, col solo
aspetto della sua indolente rassegnazione, fosse
lì apposta per dimostrare che tutto il
mondo è paese, e che le azioni tutte
degli uomini, guerra o poesia, sono una stessa
cosa.
Ungaretti
uomo di pena
Anche
questo emistichio allora non lo sapevo. Rannicchiato
all'angolo di una quasi poltrona, tratto tratto
Ungaretti ritirava la testa tra le spalle, stringeva
in silenzio la bocca e gli occhi, e tutta la
faccia allora gli si chiudeva, curiosamente,
come il rientrare della testuggine (solo vivo
restava il mezzo "toscano" in risucchio);
ed io pensavo all'Egitto.
Ma
se gli occhi si aprivano di sorpresa, grandi
e sereni, su su che sembrava non dovessero mai
finire di aprirsi come quelli di un bambino,
e lui entrava a un tratto con una frase, una
battuta vivace, quasi di traverso, nel discorso
degli altri, - ecco sveglio l'uomo di Lucca.
Ma si smorzava subito, rientrava ancora tutto
nelle spalle, ribevendosi le ultime parole tra
i denti stretti e finiva in un mezzo riso chioccio.
Prima
di uscire, quella sera Ungaretti si riaccostò
alla sua valigia lasciata a un angolo della
stanza; aprì, frugò, rifrugò
a due mani (che cosa mai non affiorava di lì
dentro?), ne cavò alla fine un manoscritto.
Ad accoglierlo, con le palme tese, gli mosse
incontro Vallecchi col più promettente
dei suoi sorrisi.
Ripensando
a Ungaretti, non so perché, ma io l'ho
immaginato sempre vicino a quella valigia, in
una stazione di Parigi, o sotto la tettoia di
Lucca, sopracoperta in un transatlantico, o
con le gambe penzoloni sull'imperiale di una
diligenza di campagna. Così, uguale a
se stesso, deve viaggiare il poeta; per lui,
più che per tutti, qualunque punto della
corteccia della terra resta equidistante dal
centro.
Dice
ora Mussolini (in tutt'altre faccende affaccendato)
presentando l'opera di Ungaretti in edizione
magna Il Porto sepolto: "Io non
saprei proprio dire in questo momento come Giuseppe
Ungaretti sia entrato nel cerchio della mia
vita". Proprio così: la figura di
Ungaretti è di quelle che al solo apparire
entrano misteriose nella vita d'un uomo.
Pietro
Pancrazi, Scrittori d'oggi, II, serie
prima, Laterza, Bari 1946, pp. 24-26, poi in
Ragguagli di Parnaso, II, cit., pp.
44-45.
17
Antonio Baldini - Ugo Ojetti
Antonio
Baldini (Roma, 1889 - 1962) ricorda nel 1923
con profonda gratitudine una visita
ricevuta nell'ospedale da campo di Romàns
d'Isonzo (Gorizia), a ridosso della prima linea
del fronte, durante la prima guerra mondiale;
la visita inaspettata di un uomo conosciuto
solo attraverso la lettura di alcuni suoi scritti:
Ugo Ojetti (si tenga presente che Ojetti era
di dieci anni più anziano rispetto a
Baldini). L'incontro è datato con precisione
nell'incipit del racconto: 10 novembre
1915. Per Baldini che giace ferito in un letto,
la visita di Ojetti è un richiamo
alla vita, oltre che la testimonianza della
gentilezza e solidarietà di uno scrittore
famoso.
Il
racconto è tratto dal volume autobiografico
Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace.
Meglio
che in Campidoglio
La
parte di "cosa vista" l'ho fatta anch'io,
modestamente, addì 10 novembre 1915.
Ravvolto
come la mummia di Tutankamen, gemevo in un lettuccio
dell'ospedale da campo 099, fuor dell'ultime
case di Romàns, con una spalla rotta
da una fucilata e una ferita d'arma da taglio
allo scroto. Notte e giorno il tuono delle artiglierie
facevano tintinnare i vetri della finestra sopra
il mio letto, ed io, dissanguato e immobile,
mi sentivo una povera cosa abbandonata da tutti
che per il momento non chiedeva altro che uscir
al più presto dagl'impicci.
Affondato
il capo in un cuscino di piume lasciatomi passando
dal mio irreprensibile amico Dino Alfieri, me
ne stavo così, pressoché inanimato,
quando una mattina sento dalle scale una voce,
la voce di qualcuno che domandava di me con
un singolare accento, come se il mio cognome
importasse ancora qualcosa, avesse per qualcuno
un po' di peso. Ed ecco che si sente salire,
e un ufficiale s'affaccia sull'uscio, coi guanti
e il berretto in mano, il pastrano abbottonato,
e mi vien vicino con un viso pieno d'amicizia
e mi dice: - Sono Ojetti. Dino Alfieri m'ha
detto a Gradisca che lei era qui.
Sentendo
il nome d'Ojetti mi feci per levarmi sul fianco.
Di
suo non avevo letto che due novelle di molti
e molt'anni prima, stampate in un volumetto
della Piccola Collezione Margherita,
dov'era inciso innanzi al frontespizio un ritrattino
dell'autore con un gilè di gran fantasia,
il solino aperto davanti alla gola per quanto
largo il nodo d'un'ampia cravatta, i capelli
ondulati, la guardatura tra ironica e sorpresa:
e ora ravvisavo quel sembiante quasi immutato
e ravvivato nel momento da una premura e una
simpatia che m'andarono diritte al cuore. Seppi
che la bella visita la dovevo a qualche scritto
ch'egli aveva in addietro letto di mio e che
gli era piaciuto. Drizzai stupefatto gli orecchi.
Mi parve, s'indulga alla mia debolezza del momento,
mi parve di tornare alla vita d'un colpo, tanto
mi sentivo allora giù, sprofondato, dimentico
al tutto di quei lussi letterari d'una volta.
Domani
che m'avessero a coronar poeta in Campidoglio
come Petrarca, son sicuro che non gusterei neanche
la metà del piacere che mi dette in quel
punto, in quel fondo di letto e con la più
lunga barba che ai miei giorni avessi mai, quell'inatteso
richiamo da parte di una persona così
autorevole e garbata. Mi domandò poi
se desiderassi qualcosa: lo pregai solo di onorare
e tranquillizzare mio padre con un rigo. Altro
mi chiese e altro risposi, che più non
ricordo. Ma quella sua prima vista mi piacque
tanto che quando ora rivedo Ojetti non posso
tenere la memoria che non mi riporti allegramente
lassù: e in tanto che lui s'immagina
di parlare qui con un uomo libero e in gamba,
io lassù pian pianino mi rificco in quel
letto, mi ribendo e mi rimbarbo, come in quella
mattina di novembre che la sua gentilezza e
solidarietà di scrittore gli fecero fermar
l'automobile alla porta di quella villetta tinta
di rosa e in istile liberty.
Antonio
Baldini, Buoni incontri d'Italia, in
Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace,
Sansoni, Firenze 1953, pp. 366-367.
18
Ardengo Soffici - Dino Campana
Dino
Campana (Marradi, Firenze 1885 - Castel Pulci,
Firenze 1932) nel dicembre del 1913 si reca
presso la sede della rivista "Lacerba"
a Firenze per avere un colloquio con i direttori,
Ardengo Soffici e Giovanni Papini, cui presenta,
e affida, il manoscritto delle sue poesie dal
titolo Il più lungo giorno,
chiedendone la pubblicazione in rivista. I due
smarriranno il manoscritto che verrà
ritrovato solo nel 1971, tra le carte di Soffici!
Il momento del primo incontro - qui
descritto proprio da Soffici - corrisponde,
dunque, all'inizio della lunga e tormentata
vicenda del manoscritto dei futuri Canti
Orfici. Dopo lo smarrimento del "taccuino",
Campana li riscriverà a memoria e li
pubblicherà a sue spese nel 1914 presso
la Stamperia Ravagli di Marradi. La testimonianza
di Soffici è del 1931. L'incontro rientra
nella tipologia della visita. Riporto
in nota la versione dello stesso incontro fornita
di Campana, contenuta in una sua lettera a Emilio
Cecchi, da Marrani, marzo 1916.
Uno
strano individuo
Un
mattino d'inverno del 1913, io e Papini andavamo
alla tipografia Vallecchi in via Nazionale,
dove si stampava Lacerba, per dare
un'ultima occhiata alla composizione e all'impaginazione
- non sempre agevole - della rivista. Prima
ancora che fossimo entrati nello sgabuzzino
a vetri che faceva da sala di redazione per
noi e insieme da ufficio direttoriale dell'amico
editore, questi ci venne incontro sin sulla
porta e c'indicò un individuo seduto
sur un canapè nero di tela cerata, nel
corridoio, il quale - ci disse - era poc'anzi
venuto e desiderava di parlarci. La persona
in parola, che intanto s'era alzata in piedi
e ci guardava, era un uomo giovane, di una venticinquina
d'anni, tarchiato, con capelli e barba di un
biondo acceso, la faccia piena e di color roseo,
illuminata da un paio d'occhi celesti, che esprimevano
a un tempo sincerità e timidezza come
quelli di certi bambini o di gente campagnuola,
cui quella di città mette in soggezione.
Nell'insieme la sua figura somigliava curiosamente
a taluni ritratti di Rubens, specie a uno che
esiste nel museo di Napoli e del quale mi ricordai
in quell'istante; ma ciò che maggiormente
colpì non solo me ma anche l'amico mio,
fu il resto di quello sconosciuto, e cioè
com'egli era vestito. Privo di un qualsiasi
soprabito che lo riparasse dal gran freddo di
quella mattina, aveva in testa un cappelluccio
che somigliava un pentolino, addosso una giubba
di mezzalana color nocciuola, simile a quelle
fatte in casa che portavano i contadini e i
pecorai di mezzo secolo fa, i piedi diguazzanti
in un paio di scarpe sdotte e scalcagnate, mentre
intorno alle sue gambe ercoline sventolavano
i gambuli di certi pantaloni troppo corti per
lui e d'un tessuto incredibilmente leggero,
giallastro, a fiorellini azzurri e rosei, uguale
in tutto alle mussoline onde si servono i barbieri
di paese per i loro accappatoi, e le massaie
povere per le tendine delle finestre che dànno
sulla strada.
Gli
domandammo chi fosse e che cosa volesse da noi.
Con voce esile e lamentevole, tenendo gli occhi
a terra e le mani rosse e gonfie di geloni pendule
lungo i fianchi, ci disse che si chiamava Dino
Campana, che era poeta e venuto appositamente
a piedi da Marradi per presentarci alcuni suoi
scritti, averne il nostro parere e sapere se
ci fosse piaciuto pubblicarli nella nostra rivista.
Lo pregammo di aspettare qualche minuto, di
darci il tempo di controllare il lavoro tipografico,
chè poi saremmo usciti insieme per parlare
con più comodo.
Finita
la nostra funzione, uscimmo infatti con lui;
e giù per via Nazionale, dove la sizza
gelata ci tagliava il viso e faceva sventolare
quei suoi strani calzoni, poi per via dell'Ariento,
riprendemmo e continuammo il nostro discorso.
In verità non era possibile giudicare
lì su due piedi con che specie di uomo
avessi che fare, ma il personaggio c'interessava
per più versi, e gli esprimemmo concordi
la nostra simpatia e il nostro desiderio di
compiacerlo. Quanto ai suoi scritti, gli dicemmo
che ce li facesse avere quando voleva, mentre
noi avremmo poi giudicato e risposto se facessero
al caso nostro. Campana tirò allora fuori
di tasca un vecchio taccuino coperto di carta
ruvida e sporca, di quelli dove i sensali e
i fattori segnano i conti e gli appunti delle
loro compre e vendite, e lo consegnò
a Papini.
Tirammo
avanti fino al Canto dei Nelli, e lì
ci fermammo tutti, non avendo altro da dirci.
Il freddo terribile ci faceva battere i piedi
e lacrimare gli occhi: il nostro nuovo amico
tremava come una foglia e si soffiava nelle
mani, ridendo nervosamente tra una soffiata
e l'altra. All'improvviso ci salutò e
sparì di passo lesto verso piazza Madonna.
(12)
Ardengo
Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria,
Vallecchi Editore, Firenze 1931, pp. 109-112.
19
Lorenzo Viani - Leonardo Bistolfi
In
questo necrologio (datato 3 ottobre
1933) scritto da Lorenzo Viani (Viareggio, Lucca
1882 - Ostia, Roma 1936) per commemorare la
morte dello scultore Leonardo Bistolfi (Casal
Monferrato, Alessandria 1859 - Torino 1933),
lo scrittore e scultore toscano ricorda il primo
incontro con lo scultore piemontese avvenuto
vent'anni prima, all'incirca nel 1913, sul molo
nuovo di Viareggio, davanti al "grandioso
scenario delle Alpi Apuane" (cfr. op. cit.
in basso, p. 19). Nel 1913 Bistolfi è
già famoso soprattutto come autore di
gruppi funerari lagrimevoli che appagano un
gusto tardo-romantico; il Viani, invece, è
sconosciuto ai più. E tuttavia Bistolfi
con grande umiltà non esita ad eccettare
l'invito del Viani e si ferma a Viareggio per
visitarne il giorno dopo lo studio del giovane
artista; sarà in seguito mallevadore
della prima mostra del Viani nel 1915 a Milano,
cui seguirono le mostre del '20 a Bologna e
del '28 a Milano, sempre presentate da Bistolfi.
La tipologia è quella dell'autopresentazione.
L'umiltà
del Maestro
Leonardo
Bistolfi ritraeva nel volto il profilo terribile
del Buonarroti: la testa, sproporzionata per
la larga dimensione all'esile corpo quasi del
tutto scarnato, aveva la fronte in rilievo martirizzata
di rughe, gli occhi sereni e tribolati, il naso
asimmetrico, la barba riccia. Anche le mani
colossali, legnose, plastiche, mal si attagliavano
sull'esile corpo del Maestro.
Correvano
i tempi ch'egli passava per l'Italia come un
Dio, quel giorno che io lo scorsi sulla cima
dell'antemurale del molo di Viareggio.
Una
comitiva di cuori avventurosi si congregava,
in quei tempi, sulla scogliera di levante a
guardare giù, nel fondo, i granchi, i
favolli, le schiaccine camminare all'indietro
e, lontane, lontane, le barche invelate, che
vanno sempre in avanti. Allogato anch'io in
una di quelle spelonche, scorsi il Maestro,
di sotto in su, e mi pareva ch'egli fosse già
collocato sopra un basamento. Lo riconobbi per
le tante effigi che in quel tempo pubblicavano
riviste e giornali.
Non
visto, uscii dai meandri della scogliera e pedinai
il Maestro. Volevo conoscerlo, ma come chiamarlo?
Maestro, Professore, Leonardo? Repentinamente
con un tono di voce di quando uno, di notte,
ha paura, urlai:
-
Bistolfi!
-
Oh, caro! - disse egli, prima ancora di avermi
veduto.
Rimasi
interdetto dinanzi all'umiltà del Maestro:
la mia chioma, nera, folta, intricata come i
ciuffi delle pagliole, s'agitava contro il vento
marino: su ogni capello sventolava un proposito,
una determinazione, un libro, un quadro.
Il
Maestro mi disse familiarmente:
-
Cosa fai qui?
-
Niente, - risposi.
Nel
frattempo, Bistolfi aveva scorto la congrega
dei miei amici, i quali avevano, come i barbagianni,
messo il capo fuori delle spelonche: teste eremitiche,
barbe profetiche, facce glabre tra il frate
cercatore e lo sgalerato a condizione, occhi
di santi e di manigoldi.
-
E quelli chi sono? - chiese il Maestro.
-
Sono i miei amici.
-
Oh cari, state seduti!
Placai
lo stupore di tutti quegli occhi spalancati
sopra Bistofi, dicendo:
-
Questo è il più grande scultore
del mondo.
-
Allora, - disse il più stranulato - tocchiamogli
la mano, - e tutti parvero prendessero l'acqua
benedetta dalla mano di Leonardo Bistolfi, il
quale, pregato da me, acconsentì di pernottare
a Viareggio per recarsi l'indomani al mio studio.
Lorenzo
Viani, Il profilo del Buonarroti, in
Vittoria Corti (a cura di), Lorenzo Viani:
Dieci articoli, Libreria Padovana Editrice,
Padova 1996, pp. 19-21.
20
Manara Valgimigli - Giosue Carducci
Frequentato
il Ginnasio-liceo di Lucca, dove la fama di
Carducci (dell'Inno a Satana) era già
arrivata, ed erudito anche dal gusto del padre
maestro elementare, lettore entusiasta del poeta,
Manara Valgimigli (San Pietro in Bagno, Forlì
1876 - Vilminore di Scalve, Bergamo 1965) giunge
a Bologna come matricola universitaria nel novembre
1894. Ed ecco l'incontro col Carducci, indelebile
nella memoria, rievocato quarant'anni dopo,
nel 1935, in questo "ritrattino" veramente
"perfetto", com'ebbe a scrivere Pietro
Pancrazi, recensendo nel 1936 lo scritto di
Valgimigli (13) .
Si tratta di un estratto dal discorso - dal
titolo Il nostro Carducci, maestri e scolari
della scuola bolognese - tenuto al Regio
Liceo "Torricelli" di Faenza, nel
primo centenario dalla nascita. Fu pubblicato
per la prima volta dall'editore Zanichelli nel
1936. La tipologia è quella dell'incontro
scolastico.
A
lezione
Io
andai a Bologna nel novembre del 1894. Ginnasio
e liceo avevo fatti a Lucca. Dove, in verità,
pochi eccitamenti di questo amore nella scuola
io ebbi, se non di qualche raro maestro in liceo,
presto venuto a partito. A Lucca il Carducci,
intorno al '90, era pur sempre il cantore di
Satana (ricordo che, a proposito di libri di
Shelley o su Shelley, nel '94, il Carducci aveva
scritto: "A Lucca non cercai, sicuro che
il Santo Volto non può comportare tali
vicini"); anche se taluni, che erano o
volevano parere più propensi a perdonare
codesto, ricoprivano codesto, e altri loro dissensi,
di pudori stilistici, rimproverando al Carducci,
e massime al Carducci delle odi barbare, atteggiamenti
di stile inconsueti e mal tollerabili. Ma io
avevo in casa mio padre. Il quale, fino da quando
era maestro elementare in un remoto paese di
Romagna, dei pochi denari del suo stipendio
assai parte spendeva a comprare giornali letterari
e libri della letteratura più recente;
e così io vidi, fanciullo, in casa mia,
la "Cronaca bizantina", il "Fanfulla
della Domenica", la "Domenica letteraria",
e le edizioni prime del Carducci; e imparai
a memoria, appena in grado di leggere spedito,
di su un giornaletto di ragazzi, la Leggenda
Garibaldina, "Egli nacque da un antico
dio della patria"... Venuti poi, poco più
tardi, a Lucca, questa o quella leggevo e rileggevo
delle odi barbare che mio padre reputasse meglio
intelligibile, e alcuna mi ricopiavo per averla
tutta per me, Alla stazione, Sogno d'estate,
Scoglio di Quarto; e le grandi prose polemiche,
Rapisardiana, Ca ira, Satana, Eterno femminino
regale; e poi, via via, le odi civili e
storiche che il Carducci aveva incominciato
a pubblicare ogni anno per celebrare la presa
di Roma, il Piemonte, settembre del
'90, Bicocca di San Giacomo, settembre
del '91, Cadore, settembre del '92.
Oh,
i miei pomeriggi autunnali, con mio padre, su
le mura di Lucca! Ricordo gli opuscoli in quarto
dalla copertina gialla o rossastra, coi margini
larghi; e i piccoli elzeviri zanichelliani,
di carta liscia e grossa che male reggeva alla
legatura, con quelle loro pagine chiare, di
stampa netta e minuta; e le Confessioni
e Battaglie nelle edizioni del Sommaruga,
dalla bella copertina tutt'attorno fiorita di
fregi colorati e sottili. Che cosa capivo io
allora di tutto codesto? Assai poco, lo so.
Eppure molto, chi pensi che cosa è per
un ragazzo questo primo aprirsi dell'animo alla
poesia: una vampa, una fiamma; sente che la
poesia è lì, è presente,
gli balena davanti, lo accende; capirà
poi; e felice lui se poi, quando capirà,
sentirà ancora dentro sé quella
fiamma. Ora, in quelle condizioni, in quei miei
furori poetici e carducciani, che qualche volta
irrompessero da me, coi miei coetanei, insofferenze
e impazienze anche violente, e qualche volta
anche in iscuola coi miei maestri, e me ne rammarico;
che questo accadesse, era cosa, diciamo, se
non perdonabile, naturale; e mi pareva strano
che proprio mio padre, più di tutti,
se ne irritava e sdegnava, e forte mi riprendeva
e puniva. Anche per questo, immagino, chiedendo
io, finito il liceo, di studiar lettere e di
andare a Bologna, mio padre in cuor suo dové
pensare, - Sarà meglio questo ragazzo
levarlo di qui e contentarlo; - e mi mandò
a Bologna.
E
così mi trovai anch'io, un pomeriggio
del novembre, nella prima aula a sinistra di
chi entra, dove già da alcuni anni il
Carducci soleva fare lezione; non grande, quasi
quadrata, chiara, che prendeva luce da due finestroni
larghi sul cortile, e separata e isolata dal
corridoio esterno mediante una stanza d'ingresso
egualmente grande, buona alle soste e alle ciarle
negli intermezzi, deposito di pastrani e di
libri. C'era gente, non folla: alcune signorine
nel primo banco, tre o quattro, e una signora
un po' anziana, la quale poi seppi essere la
signora Adolphine Gosme, madre alla moglie di
un figlio di Aurelio Saffi, che rividi alle
lezioni ogni volta, tutti gli anni, fedele e
discreta, e a cui talvolta il Carducci, che
il francese leggeva male, se gli capitava dover
leggere più a lungo - O via - le diceva
- questo lo legga lei, faccia anche lei qualche
cosa; - e le allungava il libro e il foglio.
Eravamo quasi tutti al nostro posto. Un rumore
di persone che ancora si accomodavano, in fondo,
ritraendosi dalla porta, nei banchi laterali;
e una voce, - Eccolo. - In piedi. Precedeva
Monti, Cleto Monti, bidello, come si diceva,
di prima classe: un omarino pulito, impettito,
con una faccia sorridente, tra ironica e imperiosa,
che accennava qua e là se c'era taluno
che non stesse dentro il suo banco e occupasse
del corridoio centrale. Ed ecco lui. Entrò
col suo passo breve, un poco impacciato e strascicato,
che più pareva un vezzo che un difetto;
tanto più guardando la persona non grande,
anzi piccola, ma eretta, gagliarda, quadrata,
e il mobilissimo capo che egli volgeva intorno,
a scatti fermi e improvvisi. Il cappello a staio
pareva calcato a forza su quella chioma riccia
e grigia che prorompeva da ogni parte; e la
barba, piuttosto ispida e sulle guance assai
rada, pareva indicare le tracce di una mano
tormentatrice. Si tolse cappello e pastrano;
e mentre Monti tornava indietro indicando ai
vicini, con segni e ammiccamenti speciali, l'umore
della giornata, il Carducci si fermò
con le mani nei due taschini del gilè,
come gli vidi fare tante altre volte specie
se era maltempo, davanti alla finestra, e guardare
il cielo; e poi, d'impeto, con un suo mugolìo
tra corrucciato e giocondo, e battendo forte
de' piedi sui due gradini, salì in cattedra.
Manara
Valgimigli, Il nostro Carducci, in
Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni,
Firenze 1965, pp. 5-7.
21
Giorgio Pasquali - Jacob Wackernagel
Il
filologo Giorgio Pasquali (Roma, 1885 - Belluno,
1952) nel necrologio scritto in occasione
della morte dell'indologo, iranista ed indoeuropeista
Jacob Wackernagel (Basilea, 1853 - ivi 1938),
racconta il suo primo incontro fortuito
con il maestro tedesco conosciuto trent'anni
prima, nel 1908, in treno, sulla strada per
Gottinga. Fu certamente un evento imprevisto
quanto di buon auspicio per la carriera universitaria
del giovane Pasquali. A distanza di tanto tempo
egli lo ricostruisce con grande sapienza narrativa,
facendoci rivivere lo stato d'animo di smarrimento
e di ansia della sua prima esperienza all'estero
(la fretta nel cambio di carrozza, lo scontrino
smarrito del bagaglio, lo sbaglio di vettura,
il cuore stretto al calar della sera). L'incontro
col futuro maestro rasserena il giovane studioso
e gli ridà fiducia nell'avvenire.
Verso
Gottinga
Lo
conobbi nella maniera più bizzarra di
questo mondo, mentre percorrevo migliaia di
chilometri per divenire scolaro di Gottinga
e suo; eppure per mero caso. Uscito appena dall'università
e ottenuto un assegno ministeriale per studiare
un anno all'estero, dovunque volessi, avevo
scelto Gottinga. Se avessi avuto qualche anno
di più, avrei preferito Berlino o Monaco,
le città universitarie nelle quali si
sente pulsare la vita tedesca. A ventitré
anni, come capita a ragazzi troppo studiosi,
non ero ancora ansioso di vita; e scelsi senza
esitare un momento la città che era università,
grande università e nulla più;
e presi il treno. Avevo fatto il biglietto e
spedito il bagaglio sino a Francoforte: agli
uffici romani di viaggi, a quei tempi, Gottinga
era ignota anche di nome; e io facevo conto
di scendere a Francoforte per rifare il biglietto
e rispedire il bagaglio, e di proseguire poi
con lo stesso treno. Ci riuscii a mala pena;
e nella fretta capitai in un'altra vettura da
quella nella quale avevo viaggiato sino allora.
Mi accorsi presto di non aver più lo
scontrino del bagaglio: cercai in tutte le tasche,
mi agitai, mi disperai. Un signore anziano mi
chiese che cosa avessi, prima in francese: "Que
cherchez-vous?, poi, quando si avvide che io
capivo il tedesco, in tedesco. Pur turbato com'ero,
dovetti distrarmi dalla mia pena e domandare
tra me e me che razza d'uomo quello fosse, tanto
il suo aspetto era singolare, tanto era il contrasto
fra un corpo piccolo e mingherlino e una testa
espressiva con fattezze scavate, come subito
mi fu chiaro dal pensiero, e occhi grifi, inquisitori
e dolci insieme. Risposi a me stesso che era
un uomo dello spirito, un dotto; a lui spiegai
che cosa era accaduto. Mi rassicurò sulle
conseguenze: sarebbe bastata una mia dichiarazione
scritta che esimesse la ferrovia da ogni responsabilità,
e avrei potuto ritirare il bagaglio. A poco
a poco mi calmai. Passarono ore di silenzio:
fuori era già buio, e il ragazzo italiano
si sentiva il cuore stretto. D'un tratto il
signore anziano levò il capo e osservò:
"A Gottinga è grande la matematica".
Aveva sentito che ero diretto a Gottinga, e
subito aveva fiutato in me lo studente; e chi
del resto va dall'estero a Gottinga se non per
studiare? Ma chiedere direttamente non osò.
Risposi: "A Gottinga io voglio studiare
filologia classica". Rispose con aria un
po' riservata e lontana: "Questi studi
interessano anche me". Da quel momento,
per illuminazione subitanea, seppi che avevo
dinanzi a me Jacob Wackernagel. Superai con
uno slancio la mia timidezza: "Lei è
un professore di Gottinga?" "Io sono
un professore di Gottinga". "Lei è
Jacob Wackernagel?" "Io sono Jacob
Wackernagel".
Quella
vettura era stata attaccata a Basilea; io sapevo
che Jacob Wackernagel era di Basilea (ma non
sapevo di lui molto di più, seppure avevo
già letto qualche suo articolo, che mi
aveva innamorato). Nel suo francese accentato
sulla prima sillaba, nel suo strano tedesco
affrettato avevo sospettato o riconosciuto lo
Svizzero. Ma tutto questo era insomma troppo
poco per giungere razionalmente a quella conclusione:
io lo riconobbi per istinto. Ora credo che egli
stesso, quando mi accennò alla grandezza
della matematica di Gottinga, aspettasse e desiderasse
che l'interlocutore giovane gli si rivelasse
studioso di filologia.
Mi
iscrissi in treno alle sue esercitazioni; in
treno fui invitato da lui a cena per due sere
dopo (a lui era dato, vinta la prima timidezza,
aprirsi con il primo studente nel quale si imbattesse).
Già in treno mi strinsi a lui di quel
legame che di lì a pochi anni divenne,
come posso dichiarare con orgoglio e con riconoscenza,
amicizia, e che durò trent'anni, dal
1908 al 1938, alla sua morte.
Giorgio
Pasquali, Ricordo di Jacob Wackernagel,
in Pagine stravaganti di un filologo II,
a cura di C. F. Russo, Le Lettere, Firenze 1994,
pp. 216-217, già pubblicato in "Letteratura",
II, 1938, fasc. 3, pp. 6-7.
22
Sibilla Aleramo - Gabriele D'Annunzio
In
occasione della morte dei Gabriele D'Annunzio,
Sibilla Aleramo (Alessandria, 1876 - Roma, 1960)
sulle pagine della "Nuova Antologia"
del I giugno 1938 (LXXIII, 1589) gli dedica
questo necrologio in cui ricorda la
figura del poeta incontrato per la prima volta
a Parigi la vigilia di Natale del 1913. A Parigi
l'Aleramo si era recata per sfuggire all' "amore
impossibile" per Umberto Boccioni. Ma ogni
distrazione appare vana, eccetto la visita
a D'Annunzio, con cui l'Aleramo intreccia subito
una fraterna amicizia che, almeno temporaneamente,
le fa dimenticare l'uomo amato. Il poeta pescarese
è il "mago bianco", il "fanciullo
candido", il geniale artista, colui che
comprende per vie misteriose il complesso stato
d'animo della donna che non tarderà a
confidarsi con lui.
D'Annunzio
fraterno
Rose
di Natale, ellebori. Stavano in una coppa, nell'atrio
dell'albergo, il mattino che seguì la
morte di D'Annunzio. Come si trovavano lì?
In una specie di dolente allucinazione, chiesi
ed udii dal portiere che quei fiori crescono
nei boschi sopra Gardone, sul finir dell'inverno.
Ma a me era sembrato, per un lungo istante,
che fossero quelli stessi che avevo, nella remota
sera di un 24 dicembre, portati alla casa di
Gabriele, a Parigi, dopo averli cercati per
ore e ore da l'uno all'altro fioraio dei boulevards
e dei Campi Elisi. Rose di Natale. Senza profumo,
ma hanno una grazia toccante, così bianche,
attonite, come se ricordassero d'aver dormito
fra la neve. E Gabriele m'aveva scritto l'indomani:
"Grazie dei fiori che ho trovato nella
notte...". Era una delle sue prime lettere
a me, e terminava: "Arrivederci, arrivederci.
Coraggio e lucida malinconia!".
Per
tentare di guarire un amore impossibile (14)
, ossia dicendo di voler guarirlo, e tacendo
a me stessa l'affannosa speranza di renderlo
invece possibile con l'allontanarmi un poco,
io avevo lasciato Milano sul finire di quell'autunno
1913, e accettato un generoso invito di amici
a Parigi dove non ero ancora mai stata.
Parigi
era avvolta in una nebbia nera, e la nostalgia
m'aveva afferrata ed accompagnata ovunque. Ma
Notre-Dame, ma Piazza della Concorde e Piazza
Vendome, ma i Lungo Senna, ma i Corot e i Rembrandt
e la Nike di Samotracia, come non provarne un'umana
fierezza. E i miei ospiti, Aurel e Alfred Mortier,
e il mio caro e devoto traduttore Pierre-Paul
Plan, erano d'una dolce tenacia nel farmi eseguire
programmi quotidiani mirifici.[...] E fu anche
Aurel, mi par di ricordare, che mi spinse a
chiedere a D'Annunzio di ricevermi, quando si
seppe che il poeta era venuto da Arcachon per
la prossima rappresentazione del Chèvrefeuille
(15).
"Sarà
un dono del nostro paese a me" avevo scritto
a D'Annunzio. E dopo poco era giunta la risposta:
"Cara
amica" diceva, "cara amica non ancora
veduta ma da gran tempo conosciuta..."
D'Annunzio
mi conosceva! Non l'avevo mai cercato, sino
ad allora, non gli avevo mandato nemmeno il
mio libro: al tempo in cui esso era apparso
con un certo clamore, io vivevo a Roma a fianco
d'un cerchio di letterati ostili all'arte del
pescarese (ho narrato ciò in altre pagine
e detto il lento acquisto della mia autonomia
critica). Ora potevo avvicinarmi a Gabriele
come se l'avessi appena scoperto, come fossi
ancora la diciassettenne che leggendo in un
selvaggio borgo marchigiano il Trionfo della
morte s'era sentita invasa da un puro stupore
per tanta potenza di stile e tanta spirituale
disperazione. [...]
A
distanza di quasi vent'anni da quella lontana
rivelazione ecco, in un inverno straniero, D'Annunzio
mi scriveva:
...io
sarò molto contento d'incontrarmi con
voi. E anche sarò molto contento di udire
la viva voce di Aurel, avendo già in
me la sua voce interiore, che è una delle
più profonde e coraggiose di questi tempi...
Ma
Aurel volle ch'io andassi da sola, la prima
volta, all'Avenue Kléber.
Per
via, ero tra la lusinga e la curiosità:
avrebbe il fascino personale di d'Annunzio agito
anche su me? Sapevo che i più refrattari,
giunti dinanzi a lui, s'erano trovati sedotti:
uomini, fanciulli, vecchie dame venerande, tutti
egli aveva vinti con la parola e con la grazia
del sorriso.
Però
il pensiero dominante era: "Quando lui,"
(lui era il giovine rimasto a Milano), "saprà
che vedo D'Annunzio, mi scriverà, vorrà
conoscerlo a sua volta, verrà...".
E
mi pareva quasi d'averlo di già al fianco
profilo stagliato, e di salire insieme, felici,
nell'ascensore, a quell'appartamento.
Ma,
quando Gabriele sollevò la portiera -
avevo udito di là un attimo prima un
suo riso sommesso - non fui più che io,
io piccola e timida e muta, a guardare, ad ascoltare.
Piccola,
eppure come statura fisica egli mi uguagliava:
avevamo gli occhi allo stesso livello.
Tenendo
le mie mani un momento fra le sue, disse: "Il
vostro nome, con quell'aura di mito, mi ha fatto
talora dubitare che foste una persona reale.
Invece, eccovi qui".
Udivo
la sua voce per la prima volta: scandita, metallica,
e insieme carezzevole, dava di per sé
una sensazione analoga a quella che suscitan
le sue liriche più prestigiose: di trasognamento.
Mi
fece sedere a un largo tavolo rotondo preparato
per un tè sontuoso, servì egli
stesso la bevanda, stupì che non fossi
più ghiotta. "Prendete almeno di
questi, sono stati raccolti sulla spiaggia del
nostro mare." Erano confetti a foggia di
sassolini. "Ma sì, me li ha portati
da Pescara una mia vecchia governante."
Così imparai ch'egli amava coprire con
lo scherzo lieve l'esercizio arguto dell'osservazione.
In pochi minuti dovette farsi un'idea precisa
della mia essenza più segreta. E riconoscermi
semplice e schietta e d'un'innocenza radicale,
di là dalla spietata audacia dell'opera
e della vita.
"Il
vostro libro," irruppe improvvisamente
serio, "se mai verrete a Arcachon, vedrete
ch'è là, ben rilegato, tra un
volume di Anna de Noailles e uno di Gérard
d'Houville, la moglie di de Régnier,
sapete?"
Il
tono s'era fatto dolce, affettuoso. Oh Gabriele!
S'anche mentiva, quanta gentilezza in quel tratto!
O forse veramente egli aveva amato il nudo racconto
della mia prima esistenza, ed io ricevevo in
quel momento il premio mai sperato.
Vide
egli, certo, la mia emozione, sentì ch'essa
mi liberava, per l'istante, da una qualche grande
angoscia che un giorno gli avrei confidata.
Comprese anche, certo, che non per vanità
io ero commossa, che non ad una "letterata"
egli parlava, ma ad una che veramente aveva
scritto col proprio sangue, per una necessità
che trascendeva quel sangue stesso. Delicatamente
non commentò con parole quanto in silenzio
aveva scoperto. Ma l'atmosfera della stanza
mutò: pareva ora che ci conoscessimo
dall'infanzia.
Miracoloso
era il potere d'adattamento alla persona che
per improvvisa simpatia eleggeva e a cui voleva
piacere: non falsandosi, ma estraendo dalla
molteplice sua natura quel che in essa v'era
di consono a quella dell'interlocutore; ponendo,
certo, in quell'operazione un'arte non minore
di quella ch'è nelle sue più venuste
pagine: ma arte, non artifizio, non istrionismo.
Obbedienza al ritmo scelto per quel dato colloquio,
ma ritmo suo; attenzione vitale, creazione dal
profondo, musica.
Prese
a discorrere di sé, di Parigi, dell'Italia,
con una grazia, una semplicità, un abbandono
adorabili. Questi era d'Annunzio? Un fanciullo
candido, felice di manifestarsi, felice ingenuamente
d'incantarmi. Un candido fanciullo di genio,
nel quale gravità e gaiezza sono come
alterne strofe. Di quel che doveva scrivere
di sé alcuni anni dopo, "io sono
un mistero musicale con in bocca il sapore del
mondo" egli mi diede fin da quel primo
incontro la sensazione straordinaria. Ascoltavo,
ascoltavo, non vedevo se non in confuso il suo
volto d'avorio, la cui espressione non aveva
importanza, poiché tutto il fascino derivava
dalle cose che la sua bocca diceva e dal modo
come le diceva, sì che si trasformavano
di repente in aroma, in effusa essenza.
A
tratti m'interrogava, fraterno. Quando gli dissi
che le prime Faville del maglio, comparse
poco tempo innanzi nel Corriere della Sera
erano fra le cose sue che più ammiravo,
ebbe un quasi impercettibile trasalimento: "Vanno
lette con molta attenzione" fece. Al che
replicai: "Ma io leggo sempre con attenzione".
E di questa parola dovette rammentarsi. "Poveri
abbonati del Corriere" continuò
dopo un attimo; "chissà come sbalordiscono
a quella lettura. Ma è stato Albertini
a voler ciò, gli devo anzi essere grato,
è venuto ad Arcachon quando non sapevo
come trarmi dai guai finanziari, m'ha proposto
lui, poiché non so scrivere articoli,
di dargli alcuni di quei vecchi appunti, e me
li ha compensati regalmente".
Accennando
a certe accuse di plagio a proposito del Chèvrefeuille,
rideva. Nel riso scopriva di sé il gran
signore, quegli che ha coscienza dell'immensa
distanza ch'è fra sé e chiunque
altro, e nessuna stolta offesa può toccarlo,
inciderne il valore. Di una cosa soffriva, certo:
d'essere lontano dall'Italia. Ma non intendeva
tornarvi, per allora.
"Non
mi amano in patria. Meglio, meglio ch'io stia
lontano". Se amarezza v'era nell'osservazione,
il riso la velava.
Intanto
io sentivo passivamente calare su me un torpore
come di primavera. Eravamo seduti su cuscini
quasi a terra; a fior degli sguardi, rose, mandarini,
fiale d'essenze.
"E
voi," chiese, "perché non avete
più pubblicato nulla dopo Una donna?
Per disdegno?"
Allora
gli dissi, breve, qualcosa della mia seconda
vita. Così diversa, così lontana
dalla sua. Mi guardava, sentivo che pensava
anch'egli alla singolarità di quell'incontrarci
solo allora, nello stesso bruno esilio.
Quella
sera, raccontando al mio fedele Plan i particolari
della mia visita al Poeta, mi sentii dire: "Adesso
ve ne innamorate". Caro Plan, mi vedeva
sovreccitata e quasi felice, per la prima volta
dopo un mese che ero a Parigi. Era un poco geloso.
Le gelosie dell'amicizia sono talora assai raffinate.
Ma
lo placai. No, io non mi sarei innamorata di
D'Annunzio. La certezza nasceva dal fatto che
amando, non potevo sentire un altr'uomo sotto
la specie "amatoria". Non solo. D'Annunzio,
l'aspetto di D'Annunzio, l'aspetto di D'Annunzio
maschio, non m'aveva turbata sensualmente neppure
un istante. Avevo provato sì in sua presenza
un senso di calore profondo, ma calore di provenienza
tutta psichica, tutta spirituale. Dal canto
suo Gabriele se pur fosse stato per qualche
attimo tentato da quella che dicevano la mia
avvenenza (ero di alcuni lustri più giovane
di lui, allora nel pieno vigore della sua maturità)
abituato com'egli era a gustar d'ogni frutto
e ormai, credo, senza darvi più molta
importanza, dal canto suo Gabriele si trovava
in quell'epoca impegnato notoriamente in una
relazione esigentissima, senza contare quattro
o cinque o sei - almeno così mi disse
sorridendo una volta ma suppongo esagerasse
un poco - intrighi passeggeri contemporanei.
Il
rapporto di pura amicizia fra D'Annunzio e me
non venne mai alterato, come avevo presentito.
Più
timido e più gentile di qualunque amore,
sì che a distanza di tanto tempo ancor
tremo, parlandone, di offuscarlo.
Sibilla
Aleramo, D'Annunzio fraterno, in
Andando e stando, a cura di Rita Guerricchio,
Feltrinelli, Milano 1997, pp. 177-182.
23
Pietro Pancrazi - Gabriele D'Annunzio
Nella
parte iniziale della dedica (datata Firenze,
8 maggio 1939) a Piero Calamandrei (Firenze,
1889 - ivi, 1956) che Pietro Pancrazi premette
ai suoi Studi sul D'Annunzio, il critico
ricorda la passeggiata avvenuta nel marzo 1938
con l'amico nella valle del Casentino, luogo
di memorie dannunziane (più che dantesche).
D'Annunzio era morto "in quei giorni"
(1° marzo 1938); ed allora il racconto richiama
alla memoria un primo incontro fortuito
di trent'anni prima, quando Pancrazi, convittore
all'incirca quattordicenne (siamo, dunque, verso
il 1907), aveva visto D'Annunzio a cavallo insieme
ad una donna (Alessandra di Rudinì?)
mentre gli passava davanti senza neppure degnarlo
di uno sguardo. E fu questo incontro il segno,
considerato poi non senza ironia, della sua
vocazione di critico: è nell'ordine delle
cose, difatti, che l'autore non conosca il suo
critico.
Critici
si nasce
Caro
Calamandrei, dedico a te questa raccolta di
scrittarelli dannunziani, in ricordo d'una gita
molto bella che (seguendo il nostro uso) si
fece l'anno scorso con gli amici, attraverso
il Casentino, una domenica di marzo. Te la ricordi?
D'Annunzio
era morto in quei giorni...; ma salendo, nella
chiara mattina, da Pontassieve alla Consuma,
noi veramente s'aveva il pensiero ed il discorso
ad altro. Quando però fummo al valico,
e ci s'aperse d'un tratto alla vista tutta la
valle del Casentino, dal Falterona al Pratomagno
e laggiù alla Verna, con davanti il Giogo
di Camaldoli e il Poggio Scali, e per le coste
i fumetti delle carbonaie o delle pievi, e in
basso, nella valle ancora in ombra, il Solano
l'Archiano e i ruscelletti che tra i loro pioppi
vanno a finire in Arno a spina di pesce, e le
case del Borgo alla Collina di Pioppi e di Bibbiena,
rilevate dall'ombra in una luce più chiara...;
appena s'ebbe davanti quel paesaggio così
domestico ma così aperto, risentito come
una ossatura e così poetico..., senz'altra
ragione, D'Annunzio anche in noi cominciò
a cantare. E scendendo a piedi il primo tratto
della strada verso l'Ommorto, che poi svolta
a Romena, prendemmo tutti a dire versi e a ricordare
prose di lui, non scolasticamente a memoria,
ma par coeur, come dicono tanto meglio
i francesi.
Sapevamo
che lì sotto, a Romena, in una estate
lontana, D'Annunzio aveva scritto alcune belle
poesie dell'Alcyone, e che luoghi e
nomi del Casentino s'incontrano nei suoi versi
e nelle sue prose. Questo sapevamo... Ma veramente,
quella mattina, la nostra improvvisa voglia
di ricordare e di dir poesie nasceva e di lì,
e di più lontano. E' che certi paesi
e terre nostre dànno volontà di
dire; e, a chi poeta propriamente non è,
muovono il ricordo e il sentimento dei poeti;
e vi si mescolano e fanno, con essi, quasi le
pagine di un sol libro. Allora nasce dentro
come un intenerimento; e si sente allora, come
non mai, di volere molto ma molto bene all'Italia.
Il
fatto è che, per quei versi ricordati
di prima mattina, tutta la giornata ci andò
meglio; portammo dentro, tutto il giorno, "un
che", (o "un cheìno",
come dicono da quelle parti), per cui tutto
ci piacque di più: anche la bella ragazza
che ci fu guida al castello di Romena; anche
quel fratone bianco che, schioccando i sandali,
ci condusse attraverso le cellette all'Eremo
di Camaldoli.
Io
poi quella mattina (te lo dico adesso) nascondevo,
dentro me, un ricordo più preciso e più
lontano.
Tanti
anni prima, in una di quelle vallette minori
del Casentino, la più brutta, in un brutto
collegio, c'era stato un ragazzòlo coi
calzoni troppo lunghi e una visiera di cuoio
nero al berretto. Un ragazzo (mi pare di ricordare)
che ruminava parecchia malinconia, stava volentieri
da sé, e nell'ora del "passeggio",
la sera, lungo il Solano, spesso si lasciava
andare solo, in coda alla sua "camerata".
Ora,
una di quelle sere, in località detta
il Pignone, il ragazzo rimasto solo indietro,
vide insolitamente muover cavalli e cavalieri
tra i pioppi dell'altra riva. Se avesse letto
i poeti del Quattrocento, il ragazzo probabilmente
avrebbe esclamato: "Una cavalcata!";
ma traduceva appena Fedro e restò lì
a bocca aperta... Poi, i due cavalli sbucarono
nel greto del Solano e fecero il guado; e il
cavaliere e l'amazzone gli passarono accosto,
lenti, senza neppure vederlo. (Il cavaliere
portava una giacchetta bianca, molto stretta
in vita, ma di larga falda sulla sella, e in
capo un cupolino pure bianco, con la visiera
uguale, come da fantino, e un viso còtto
nero dal sole; il solo ricordo dell'amazzone,
sul passo d'un cavallo storno, è ora
un lungo velo).
Appena
ebbe raggiunto i compagni, e il gesuita "padre
prefetto" gli ebbe detto, di mala voglia,
che il cavaliere passato al Pignone era il poeta
Gabriele D'Annunzio (in battuta allora per quelle
terre), il ragazzo ricordò subito il
poco che lui poteva: un bozzetto Cincinnato,
e due sonetti Naufragio andatigli a
memoria forza di rileggerli nell'antologia della
scuola. Ma sopra tutto gli piacque e fu contento
(e se ne tenne) d'aver potuto vedere un poeta
da vicino; lui da solo, e senza che il poeta
lo vedesse. Ahimè, ero proprio nato critico!
Poi,
negli anni, e fuori del Casentino, rividi D'Annunzio
qualche altra volta; ma per me fu sempre come
s'egli fosse ancora su quel cavallo, e io sotto
il berrettino del convittore.
Ecco
perché, caro Calamandrei, tra il vedere
vicino e il lontano ricordare, quella mattina
di marzo, io mi sentivo andare per le strade
del Casentino così leggiero.
Pietro
Pancrazi, Ragguagli di Parnaso, I,
cit., pp. 267-269.
24
Carlo Carrà - Umberto Boccioni
Il
pittore Carlo Carrà (Quargnento, Alessandria
1881 - Milano, 1966) racconta il primo
incontro con l'amico fraterno Umberto Boccioni
(Reggio Calabria, 1882 - Sorte, Verona 1916),
morto in seguito a una caduta da cavallo; ed
è proprio dal ricordo di questa morte
prematura (Boccioni aveva solo trentaquattro
anni) che si dirama il racconto del primo
incontro come un vano tentativo di ridar
vita al momento iniziale del rapporto tra i
due, così fecondo di idee e di esperienze.
A p. 138 dell'op cit. in basso Carrà
spiega: "Non ci sarebbe stato nulla di
eccezionale nei rapporti amichevoli fra Boccioni
e me se non fosse sopravvenuta la battaglia
futurista a stringerli e a consolidarli".
L'incontro fortuito tra i due avvenne
nel 1908, a Milano, e fu subito diverbio a causa
di una lumaca dipinta da Boccioni: evidentemente
non v'è nulla di più antitetico
rispetto al culto futurista della velocità.
Carrà finì di scrivere le sue
memorie nel 1942.
Una
lumaca prefuturista
In
questo stesso periodo per una caduta da cavallo
morì Umberto Boccioni. Io ne fui addolorato
e colpito. Nonostante le nostre divergenze il
sentimento della mia profonda amicizia per lui
era vivo ed inestinguibile. Non potevo persuadermi
che la sua balda giovinezza fosse stata così
crudelmente infranta. Un decennio di stretti
e fraterni rapporti mi legava alla sua memoria.
Venuti
da punti opposti, Boccioni ed io ci sentimmo
portati l'un verso l'altro, per interrogarci
e insieme progredire. Quando lo conobbi aveva
ventisei anni e vestiva giacca e pantaloni di
grosso velluto marrone; gli stivaloni alla cosacca
e il berrettone di pelo gli conferivano un aspetto
nordico. Non era del tutto maturo nella pratica
dell'arte, ma riusciva a supplire alle manchevolezze
tecniche con vigile volontà, infondendo
nelle tele che andava esponendo nelle mostre
cittadine bagliori arcobalenati che suscitavano
interesse soprattutto nei giovani artisti. Era
il 1908 e Boccioni entrava nell'ambiente artistico
milanese sconosciuto a tutti, ma deciso a farsi
strada. Viveva con la madre in misere condizioni
economiche in alcune stanzette disadorne di
via Adige fuori di porta Romana. Temperamento
risoluto e pieno d'iniziativa, seppe in breve
tempo migliorare la sua situazione esercitando
una intelligente attività di illustratore
e di cartellonista. Mediante l'interessamento
di Guido Treves, salito alla morte dello zio
alla direzione de "L'Illustrazione Italiana",
Umberto Boccioni collaborò a questa rivista
con una serie di disegni.
A
questo punto debbo dire che la nostra amicizia
ebbe inizio da un diverbio.
Mi
trovavo con il mio amico Alciati all'esposizione
della Permanente e, osservato un quadro divisionista
nel quale era figurata una donna che cuciva
in giardino, fui stupito di vedere dipinta una
lumaca sul tronco di un albero, ed esclamai:
"Costui deve essere un ammiratore dei preraffaelliti.
Su questo superfluo particolare si è
tanto attardato da trascurare non poco l'unità
del quadro".
Alle
mie parole si fece avanti un giovane che era
dietro di me asserendo che quanto avevo detto
lo offendeva essendo egli l'autore delle tela.
Alla qual cosa io risposi che mi dispiaceva
che egli non vedesse questo grosso difetto del
suo dipinto; e da ciò nacque un diverbio
che continuò dopo usciti dall'esposizione
lungo il tragitto che ci portò, quasi
senza avvedercene, alla Famiglia Artistica dove
ci rappacificammo.
Da
quel momento può dirsi nascesse la nostra
amicizia.
Carlo
Carrà, La mia vita, SE, Milano
1997, pp. 137-138.
25
Gennaro Perrotta - Giorgio Pasquali
Il
latinista e grecista Gennaro Perrotta (Termoli,
Campobasso 1900 - Firenze, 1962) rievoca il
suo primo incontro con Giorgio Pasquali
avvenuto nel novembre 1916 a Firenze in occasione
del concorso per una borsa di studio all'Università.
Il ritratto del Pasquali è quello d'un
maestro severo ed umano, capace di cogliere
in una battuta - giudicata da chi la pronunciò
troppo audace - l'intelligenza dell'allievo.
Anche questo può costituire un felice
inizio d'un'amicizia e d'una collaborazione.
Il
ricordo del Perrotta si legge in un suo discorso
celebrativo del 1943 in onore di Pasquali
che in quell'anno era stato chiamato a far parte
dell'Accademia d'Italia. La tipologia è
quella dell'incontro scolastico.
Tempo
d'esami
Io
lo [Pasquali] conobbi in un'auletta squallida
dell'Istituto di Studi Superiori di Firenze,
in uno squallido mattino di novembre del 1916.
Ero un ragazzo di sedici anni, venuto da un
paese di provincia a concorrere per una borsa
di studio. Il mio timore reverenziale era grande.
I professori universitari, allora, mi parevano
numi: bella cosa, se tali mi paressero ancora!
Ma io e gli altri compagni di concorso non fummo
atterriti né dal sorriso ironico e luminoso
del Padre Ermenegildo Pistelli, né dalla
barba dignitosa di Felice Ramorino. Ci atterrì
proprio lui, Pasquali. Giovanissimo, aveva fama
di terribile; e non giovava a darci coraggio
nemmeno il suo aspetto di studente anziano in
vacanza. Negli scritti d'italiano e di latino
eravamo andati bene, chi più, chi meno,
un po' tutti; la commissione aveva deciso di
dare un tema di greco difficile, per eliminare
i meno meritevoli. Pasquali non intese a sordo.
Scelse un passo brevissimo delle Operette
morali di Plutarco: era un periodo solo,
ma che valeva per cento. E poi, dettato il tema,
ci spiegò subito, con bella franchezza,
perché la commissione aveva deciso a
quel modo. Naturalmente rimanemmo instupiditi:
ci aveva annientati tutti, buoni e cattivi,
con un colpo solo. Ma Pasquali è come
la lancia di Peleo, che ferisce e risana. Mi
vide più spaurito degli altri, mi si
avvicinò e mi disse: "In italiano
e in latino hai fatto meglio di tutti; me l'ha
detto l'uccellino". "Sarà stato
un uccellino con la tonaca", io risposi
con folle audacia. Così nacque la nostra
amicizia. Purtroppo, quella sua bontà
non bastò a portarmi fortuna per il lavoro
di greco. Con i periodi farraginosi e artificiosi
di Plutarco noi, ragazzi appena usciti dal liceo,
non avevamo proprio nessuna confidenza. Facemmo
tutti maluccio; e fecero forse peggio i meno
stupidi, perché, invece di tradurre parola
per parola, senza preoccuparsi del senso per
evitare guai maggiori, vollero trovare un senso
ad ogni costo, che andava, sì, ma che
le parole greche non potevano avere. Dopo quel
terribile esame, chi pensava più di poter
vincere la borsa?
Ma
quando, alla prova orale, tradussi bene all'improvviso
due passi dell'Odissea, Pasquali era più
felice di me. E quando, un anno dopo aver vinto
il concorso, ebbi trenta e lode all'esame di
grerco, fu per me una consolazione, ma per lui
un trionfo.
Gennaro
Perrotta, Intelligenza di Giorgio Pasquali,
in "Quaderni urbinati", Nuova serie
21, n. 3 - 1985, p. 8, già in "Il
Primato" IV I, 1° gennaio 1943, pp.
5-6.
26
Ernesto Buonaiuti - Giorgio Tyrrell
Ernesto
Buonaiuti (Roma, 1881 - 1946) nell'estate del
1907 si reca in Inghilterra per incontrare il
teologo irlandese Giorgio Tyrrell (Dublino,
1861 - Storrington, Sussex 1909), col quale
la consonanza spirituale è perfetta in
conseguenza di un medesimo progetto culturale
ed evangelico, conosciuto col nome di modernismo.
Sul modernismo presto si abbatterà
la reazione della Chiesa, che per un intervento
"soprannaturale" ai due è dato
di intuire nel momento del congedo (l'enciclica
Pascendi dominici gregis con la quale
Pio X condannò il modernismo
fu divulgata nel settembre dello stesso anno).
La commossa rievocazione di Buonaiuti si legge
nelle memorie scritte negli ultimi anni della
sua vita e pubblicate nel 1945 col titolo La
generazione dell'esodo. La tipologia dell'incontro
è quella della visita.
Prima
della bufera
Nell'estate
del 1906 ero salito a Ceffonds per conoscere
di persona Alfredo Loisy (16).
Nell'estate del 1907 volli avvicinare Giorgio
Tyrrell e mi recai in Inghilterra. C'incontrammo
a Brighton. Quale diversità di temperamento
e di orientamento dall'esegeta francese! Qui,
sì, la mia anima si sentì, non
rattrappita e conturbata dal sorriso amaro e
scettico della disperazione religiosa, bensì,
al contrario, sollevata e illuminata dalla luce
di una speranza raggiante. L'ex-gesuita non
era stato ancora privato delle sue capacità
sacerdotali, non era stato reietto dalla visibile
società dei credenti. Le sue opere capitali
Lex orandi, Lex credendi, erano lì
come testimoni di una sensibilità sempre
desta e raffinatamente acuta a tutte le più
esili corrispondenze fra il gesto rituale e
la trascrizione concettuale, nell'orizzonte
di una vita religiosa ed evangelica sanamente
intesa e intensamente praticata. Parlammo a
lungo del nostro comune compito di domani, della
nostra solidarietà attraverso tutti i
rischi e tutte le sue amare peripezie. Non sapevamo
e non avremmo potuto prevedere che l'uragano
fosse tanto prossimo, e che, al suo irrompere,
ci saremmo trovati, noi tutti aggregati alla
nuova crociata, ancora così immaturi,
così inesperti, così profondamente
scissi l'uno dall'altro. Ma quando nell'ora
del commiato noi ci confessammo a vicenda i
nostri propositi e la nostra volontà
di dedicare, fino all'ultimo respiro, le nostre
esistenze ad un lavoro di disseminazione in
pari tempo culturale ed evangelico, che sfidasse
simultaneamente tutte le insidie dei procedimenti
inquisitoriali e tutte le mordaci ed apati ostilità
del mondo incredulo ed epicureo, avviato al
più tragico dei naufragi, qualcosa di
soprannaturale investì le nostre anime,
e le strinse in un vincolo che non la lontananza,
non la morte, avrebbero potuto spezzare. Ci
separammo piangendo.
Ernesto
Buonaiuti, Pellegrino di Roma. La generazione
dell'esodo, Laterza, Roma-Bari, 1964, pp.
69-70.
27
Giorgio De Chirico - Anonimo pittore milanese
- Pablo Picasso
Il
seguente brano è tratto dalla prima parte
delle Memorie della mia vita di Giorgio
De Chirico (Volos, Grecia 1888 - Roma, 1978),
edita per la casa editrice Astolabio nel 1945.
Il pittore polemizza con la tendenza esterofila
di molti artisti italiani negli anni tra le
due guerre, e racconta un simpatico aneddoto
che ha per protagonista un anonimo pittore milanese
colto da improvvisa e perdurante afasia in conseguenza
del primo incontro fortuito nelle strade
di Parigi col celebre Pablo Picasso.
La
pena dell'idolatra
Per
dare un'idea di fino a qual punto può
giungere oggi nei nostri artisti l'esterofilia
o, meglio ancora, l'esterolatria, basterebbe
dire che alcuni anni or sono un nostro pittore
si era recato a Parigi per sentire l'odore di
quella città-calamita e vedere gli originali
dei "capolavori" di Braque, di Matisse
e di altri fabbricatori di pseudopittura, nei
santuari della Rue de La Boétie.
Mentre
dunque si trovava a Parigi, il nostro pittore,
una mattina insieme ad un suo amico italiano
che abitava da parecchi anni la capitale francese
passò appunto nella famosa Rue de
La Boétie. A un certo punto s'incontrarono
con Picasso che transitava da quella parte;
l'italiano di Parigi, che conosceva Picasso,
si fermò per presentare il suo amico
al celebre pittore spagnolo; ma quando il nostro
pittore udì il nome di Picasso e capì
che quel signore che si era fermato a parlare
con loro era proprio lui, era proprio Picasso
in carne e ossa, fu preso da una crisi di brividi
e di scosse nervose; aprì la bocca ma
non poté articolare una parola; emise
qualche grido rauco, mentre la mascella gli
tremava; aveva perso la favella: era diventato
muto. Partito che fu Picasso e poiché
il nostro pittore continuava ad emettere suoni
rauchi, a tremare ed a non poter parlare, l'amico
suo, impressionato, lo prese per un braccio
e lo portò nella più vicina farmacia.
Là un dottore, che si trovava in attesa
di clienti, lo visitò, disse che si trattava
di una forte scossa nervosa, che probabilmente
era un soggetto molto emotivo (ma oggi di questi
emotivi in Italia ce ne sono intere legioni),
però aggiunse che la cosa non era preoccupante.
Il dottore domandò all'amico dell'ammutolito
se per caso questi non avesse ricevuto dalla
famiglia una grave notizia. L'amico rispose
evasivamente non potendo dire che il fatto era
la conseguenza di un incontro con Picasso. Il
dottore consigliò un calmante a base
di bromuro e di tintura di valeriana e disse
all'ammutolito di tornare all'albergo, di coricarsi
e di procurare di dormire. Fu soltanto la sera
di quel giorno, verso le dieci, che il pittore
milanese riacquistò la favella e allora
l'amico lo accompagnò fuori, reggendolo
sotto al braccio come un convalescente e lo
condusse al Caffè du Dome a mangiare
qualcosa.
"Però,"
soleva dire in seguito "mentre si stava
là, a cenare, ero molto preoccupato,
poiché mi ricordai che Picasso, qualche
volta capitava a Montparnasse la sera e veniva
proprio al Caffè du Dome e temevo che
il mio amico se l'avesse visto ancora una volta
ridiventasse di nuovo muto e questa volta per
il resto della sua vita".
Giorgio
De Chirico, Memorie della mia vita
[1945-1962], Bompiani, Milano 1998, pp. 91-92.
28
Eugenio Montale - Thomas Stearns Eliot
In
questo articolo apparso sul "Corriere della
Sera" il 28 dicembre 1947 Eugenio Montale
(Genova, 1896 - Milano, 1981) racconta il suo
primo incontro col poeta americano
da lui tradotto, Thomas Stearns Eliot (St. Louis,
Missouri, 1888 - Londra, 1965), avvenuto qualche
sera prima a palazzo Borghese, a Roma, in occasione
dei festeggiamenti in suo onore. L'incontro
si riduce ad una formale stretta di mano (uno
shake hand), con in più lo scambio
di qualche cortese parola di circostanza. Si
noti come Montale sottoponga il topos del
primo incontro ad una "riduzione di
tono" (si pensi per un confronto, ad esempio,
al tono solenne dei racconti del primo
incontro con Carducci): Eliot non "irradia"
intorno a sé alcun fascino, non occupa
il primo piano della scena mondana, le sue mani,
che D'Annunzio avrebbe osservato (vedi l'incontro
D'Annunzio-Pascoli), e gli occhi rimangono irraffigurabili,
la sua voce anonima come quella d'un disco.
Sicché, in definitiva, diamo ragione
a Montale che avrebbe preferito incontrare Eliot
in casa sua, magari in pantofole. Per il particolare
delle pantofole, si veda l'incontro Marabini-Montale
del 1969 in questa raccolta.
Il
racconto rientra nella tipologia dell'incontro-convegno.
Uno
shake hand
Contrariamente
all'opinione diffusa che non possa esistere
grand'uomo per il suo cameriere, io gli uomini
importanti vorrei sempre sorprenderli a casa
loro, in pantofole. Meglio i rischi di una riduzione
di tono che gl'inconvenienti di una maschera
sovrapposta, tenuta per obbligo e spesso insincera.
Sere fa, a palazzo Borghese, a Roma, salendo
le molte scale - in fondo alle quali era rimasta
una turba di invitati che urlavano invano "ascensore,
ascensore!" senza aver la forza magica
di farlo discendere - io ero in procinto di
scambiare il primo shake hand della
mia vita con T. S. Eliot, cioè col poeta
di cui oggi più si parla al mondo, e
rimpiangevo di non averlo fatto prima, nel 1933,
quando ebbi la fortuna di transitare in Russel
Square presso gli uffici degli editori Faber
and Faber dove il poeta ha recapito.
Appena
entrato nel vetusto appartamento - una scena
hoffmanniana da Principessa Brambilla
- vidi con piacere che Eliot non ingombrava
la sala né fisicamente né con
alcuna sorta di irradiazione. Bisognava cercarlo
con lo sguardo, ricordarsi delle sue fotografie,
guardarsi intorno. Era lui, non era lui?
Thomas
Stearns Eliot è alto, ma non da misurarsi
con una pertica, magro ma ben piantato, stout;
piuttosto un uomo smagrito che uno smilzo per
natura. Dev'essere timido ma l'abitudine agli
inevitabili contatti ha vinto in lui ogni eccesso
di suggestione. Dietro gli occhiali a stanghetta
i suoi occhi sono probabilmente azzurri e profondi;
confesso di non essermi fissato, stavolta, su
questi due punti essenziali, occhi e mani. Mi
stupisce il suo perfetto accento da disco "Fonoglotta",
intelligibile anche ai non iniziati. Scambiamo
alcune parole, gentilmente ricorda mie traduzioni
di poesie sue e un mio scritto apparso nel "Criterion".
Eugenio
Montale, Buon viaggio, Mr. Eliot, in
Il secondo mestiere. Prose I, Mondadori,
Milano 1996, pp. 719-720.
29
Giovanni Papini - Federico Nietzsche
Giovanni
Papini (Firenze, 1881 - 1956) nella sua autobiografia
intellettuale Passato remoto 1885-1914 narra
la fugace apparizione di Friedrich Nietzsche
(Rocken, 1844 - Weimar, 1900); una visione,
o forse, più semplicemente, il frutto
d'una suggestione adolescenziale. Il ricordo
poi ha fatto il resto, a tal punto che Papini
sembra giurare a distanza di molti anni di non
essersi affatto ingannato: si trattava proprio
di Nietzsche. Si noti, in conclusione, come
questa apparizione acquisti per il narratore
un significato paradossale: l'anticristo, ovvero
Nietzsche, accarezza il futuro autore della
Storia di Cristo, Papini! Siamo a Firenze,
al sorgere del secolo XX, su una delle scene
più belle d'Italia, il Lungarno fiorentino.
La tipologia è quella dell'incontro
fortuito.
La
carezza dell'anticristo
D'inverno,
quando il tempo era sereno e regnava il sole,
la mamma mi portava, prima del tramonto, sul
Lungarno per vedere il ritorno dalle Cascine.
A quei tempi i signori e gli stranieri andavano
ogni giorno, come per un rito, lungo il fiume,
fino alla tomba del principe indiano, eppoi
tornavano tutti insieme verso la città.
Era, quel festoso rientro, uno degli spettacoli
più cari ai fiorentini, che allora si
contentavan di poco.
[...]
Volentieri
ci si addossava, per goder meglio la sfarzosa
fiumana delle carrozze, al muro di un grande
albergo, fatto di bugne di marmo bianco e mi
piaceva accarezzare con le mani quel marmo bianco,
intiepidito dal sole. Un giorno che s'era appoggiati
a quel muro bianco passarono accanto a noi due
uomini d'alta statura, indubbiamente stranieri.
Uno di loro, vedendomi, si fermò e mi
guardò. Io pure, un po' stupito, lo fissai
sì che mi rimase impressa la sua strana
figura. Portava lenti molto grosse e due baffi
enormi: la faccia era larga e carnosa ma grave
e un po' triste. Ad un tratto allungò
la destra, accarezzò un istante con affettuosa
delicatezza i miei riccioli biondi e disse qualche
parola al suo compagno. Poi tutt'e due si mossero
e più non li vidi. Mia madre era tutta
raggiante per quell'omaggio, benché non
insolito, a quel suo figliolo così diverso
dagli altri. In me rimase, per lungo tempo,
l'immagine inconsueta di quell'uomo dai grandi
baffi, che mi aveva guardato e accarezzato,
tanto più che simili gesti di ammirazione
mi venivan rivolti quasi sempre da donne.
Molti
anni dopo mi capitò di vedere, in un
libro, il ritratto, somigliantissimo, dello
sconosciuto che s'era fermato dinanzi a me in
quel lontano giorno. Il cuore mi sobbalzò
di commossa meraviglia: era il ritratto di Federico
Nietzsche.
Era
forse un abbaglio della mia fantasia giovanile,
tanto sedotta, in quel principio di secolo,
dal poeta filosofo di Rocken? Ma qualche anno
dopo, quando furono pubblicate le lettere di
Nietzsche, ebbi la conferma che l'incognito
carezzatore dei miei capelli era stato davvero
l'autore di Zarathustra. Proprio in quell'anno
del mio ricordo un suo ammiratore tedesco, Paolo
Lanzki, direttore dell'Albergo della Foresta
di Vallombrosa, lo aveva invitato come suo ospite
lassù e Nietzsche aveva trascorso alcuni
giorni a Firenze, per l'ultima volta. E anche
oggi sono certo che il futuro scrittore della
Storia di Cristo fu sfiorato un istante, in
un chiaro tramonto d'autunno, dalla mano che
scrisse L'Anticristo.
Giovanni
Papini, Passato remoto 1885-1914, Ponte
alle Grazie, Firenze, 1994 (1948), pp. 3-5.
30
Indro Montanelli - Giuseppe Marotta
Il
giornalista-scrittore Indro Montanelli (Fucecchio,
Firenze 1909- Milano 2001) con verve tutta toscana
racconta le curiose vicende che favorirono il
nascere dell'amicizia con Giuseppe Marotta (Napoli,
1902 - 1963). Lo scritto, prima di essere racchiuso
in volume, apparve per la prima volta sul "Corriere
della Sera" il 20 agosto 1952. La visita
di Marotta risale ad alcuni anni prima ("anni
fa" scrive Montanelli; e poi ancora: "E
son passati tanti anni"), e precisamente
al 1947, data di pubblicazione della prima raccolta
di racconti dello scrittore partenopeo cui si
fa cenno nel testo, L'oro di Napoli,
che Indro Montanelli aveva recensito per il
"Corriere della Sera".
Un'amicizia
a sghimbescio
La
mia amicizia con Marotta cominciò, anni
fa, in un modo abbastanza curioso. Fra le altre
cose che leggevo di lui perché mi divertiva,
c'era anche la corrispondenza che egli teneva
col pubblico di un settimanale, che gli poneva
le più strane domande. Nelle risposte
che Marotta dava, tutte estrose, e impertinenti
e a sghimbescio, quasi in ogni numero trovava
il modo di tirarmi, almeno una volta, in ballo,
per rivolgermi qualche insolenza. Perché
lo facesse, nemmeno ora che siamo diventati
amici (e son passati tanti anni) sono riuscito
a saperlo, e credo che nemmeno lui lo sappia.
Comunque, a un certo punto, gli mandai un biglietto
che diceva: "Caro Marotta, checché
tu faccia, non ti riuscirà mai costringermi
a detestarti. Mi piace il tuo stile, mi piacciono
i tuoi racconti, mi piace il tuo litigioso umorismo,
e ne avrai una prova mercoledì quando
sul Corriere apparirà un mio
articolo sul tuo libro, che considero uno dei
più belli da me letti in questi ultimi
anni. Dopodiché puoi continuare a parlare
male di me. Io seguiterò a parlare bene
di te". A giro di posta ricevetti la seguente
risposta: "Caro Montanelli, che gioia la
tua lettera! Ma, visto che sei così ben
disposto nei miei riguardi, cerca di ritardare
la comparsa di quel tuo articolo sino a venerdì.
Perché giovedì esce ancora un
mio nuovo attacco contro di te. Che importanza
ha che noi iscriviamo nel registro dello stato
civile questa nuova amicizia due giorni dopo
invece che due giorni prima? Agli effetti della
leva militare, riconoscilo, è lo stesso...".
Feci ritardare il mio articolo a venerdì,
posponendolo così di ventiquattro ore
alle sue ultime invettive. E il sabato, Marotta
venne a trovarmi al giornale. Entrò nella
mia stanza come un cane che tema di ricevere
una pedata e mi fissò con occhi umili
e buoni prima di abbracciarmi in risposta al
mio abbraccio. Era commosso e pentito, si vedeva
chiaro, come gli càpita ogni volta che
si trova costretto a constatare che c'è
qualcuno, a questo mondo, che non lo odia: cosa
che lo sorprende sempre moltissimo e che non
è detto che gli faccia proprio piacere.
Un giorno confidò a un comune amico,
che gli chiedeva come stava: "E come vuoi
che stia?... Male, sto... Non posso nemmeno
più attaccare Indro...". "Perché?
Gli vuoi bene?" rispose l'altro. "Che
gli voglio bene si sa, ma non vorrebbe dire"
rispose Peppino. "Il guaio è che
anche lui vuol bene a me..." E stava per
soggiungere probabilmente: "Sono cose che
non si fanno, via!...".
Indro
Montanelli, Marotta, in Incontri
italiani, Rizzoli, Milano 1982, pp. 155-156.
31
Roberto Longhi - Enrico Reycend
Il
giovane critico d'arte Roberto Longhi (Alba,
1890 - Firenze, 1970), "scopre" nel
1917 il pittore Enrico Reycend (Torino, 1855-1928)
che colloca tra gli impressionisti. Per avere
conferma di questa intuizione decide di far
visita al pittore ormai vecchio, che,
trascurato e misconosciuto, lavora ancora nel
suo "povero studio" di Torino. Va,
dunque, a trovarlo, e ne ricava un'impressione
che metterà a frutto solo in seguito,
quando individuerà l'esatta posizione
del Reycend nell'arte figurativa di fine Ottocento:
il Reycend è un buon paesista piemontese,
non un impressionista; e tuttavia la "grande
poesia dell'impressionismo può aiutare
(...)" a "riconoscere" la sua
grandezza (op. cit. in basso, p. 1050).
Il
Ricordo di Enrico Reycend, da cui traggo
questo incontro, è uno studio critico
apparso su "Paragone Arte", 27, marzo
1952, pp. 43-55.
Reycend?
Chi era costui?
Reycend,
Reycend E. . Reycend? Chi era costui?
"Un
buon allievo di Delleani", mi garantivano
i mercatini milanesi, "ma che non fa prezzo.
A noi li dànno per soprammercato quando
andiamo a Torino a rifornirci di Delleani o
di Fontanesi". Insuperbito della scoperta
che alla mia impazienza storicizzante e classificatoria
suonava come di un nostro misconosciuto Monnet
o Sisley, volli anche regalarmene qualche esemplare,
dato che mi costava poco più delle sigarette
e meno dei libri di Meier-Graeffe. E me ne venne
in breve la raccoltina di Reycend che, dopo
trentasette anni di gelosa custodia, ho voluto
trasmettere in dono al Museo Civico di Torino
che, ne son certo, saprà conservarli
bene.
Seppi
anche, al momento della "scoperta",
che il Reycend era ancor vivo; e, forse per
controllare il significato della mia associazione
mentale con gli "impressionisti",
volli visitarlo a Torino; e fu, mi pare, nel
1917.
Non
che il colloquio fosse fruttuoso nel senso che
speravo. Nel povero studio di Via Villa della
Regina, trovavo un uomo stanco ed amaro, di
poco discorso. Ricordo che, mentre lo interrogavo
con una certa stolida baldanza sui francesi,
egli si sforzava a rispondermi: "Ah, Manet?
Un bravo figurista!". "Ah, Monet?
Un bravo paesista!". Di suoi viaggi a Parigi
non mi parlò affatto, come non ci fosse
mai stato; anzi, oggi che sento discorrere non
di una, ma di tre sue gite lassù, il
tono distaccato del vecchio colloquio mi suggerisce
che, se anche trovassero buona conferma, non
per questo acquisterebbero gran peso. Probabilmente
il pellegrinaggio fu per vedervi, com'era d'obbligo
per ogni allievo di Fontanesi, ancora e sempre,
Corot.
Dovetti
così, nel colloquio, ripiegare rapidamente
sul Piemonte. "Fontanesi? Un poeta del
pennello". "Pittara? Un buon verista".
"Dicono che lei sia stato nello studio
del Delleani..." "A' sun staje 'n
poch; ma vede, per me la natura è sempre
delicata".
Di
lì passò, sua sponte, a dichiarare
il suo debito maggiore verso Filippo Carcano.
Trasecolavo, perché il Carcano, morto
da pochi anni, era ancora la testa di turco
nei gruppi di punta ai quali appartenevo anch'io.
Fu soltanto in seguito che potei intendere perché
Reycend fosse nel vero dichiarando quel debito.
A
così poco si restringe il ricordo della
mia unica visita ad Enrico Reycend. E rammento
che, mentre discendevo verso la Gran Madre di
Dio (e forse proprio perché mi veniva
incontro per l'erta una lunga striscia di Figlie
dei Militari nelle bellissime divise "manettiane"),
già mi andavo chiedendo in che senso
mai, in che accezione, avrei ancora potuto scrivere
dell'"impressionista" Reycend. Perché
gli avevo promesso un saggio, ch'egli non poté
leggere, e me ne rimorde acerbamente.
Ma
lo svolgimento del colloquio mi spinse intanto
a tornar sùbito al Museo, per rivedermi
i piemontesi.
Roberto
Longhi, Ricordo di Enrico Reycend,
in Da Cimabue a Morandi, Mondadori,
Milano 19978 [1973], pp. 1036-1038.
32
Piero Calamandrei - Pietro Pancrazi
Piero
Calamandrei ricorda il suo primo incontro
con Pietro Pancrazi avvenuto a Roma nel
1932. Galeotto fu un libro pubblicato da Calamandrei
in memoria di suo padre, recensito benevolmente
da Pancrazi. Sono gli anni del fascismo imperante,
in cui gli antifascisti hanno vita difficile.
L'occasione d'un incontro significa la fine
della solitudine, l'avvio di una discussione
sincera. Nella pagina di Calamandrei avverti
l'affermazione di un comune sentire ("un
breve sorriso d'intesa"), e la rivendicazione
della propria civiltà salvata dallo scambio
intellettuale in un'epoca di barbarie dominante.
Il
ricordo di Piero Calamandrei apparve sulla rivista
da lui diretta, "Il Ponte", nell'aprile
1953, nel necrologio in onore dell'amico
scomparso. La tipologia è quella dell'incontro
convegno.
Un
breve sorriso d'intesa
Di
solito, nel cuore di ogni amicizia è
custodito un nodo di ricordi comuni, capaci
di creare tra gli amici una specie di appartato
ed esclusivo condominio: ricordi di scuola,
ricordi di guerra. Via via che la vita si consuma,
il cerchio degli iniziati, tra i quali ci si
intende per allusioni, si restringe; e i superstiti,
in un mondo diventato estraneo, si raccolgono
ogni tanto per parlare di sé, testimoni
pietosi l'uno per l'altro di un tempo, che,
nel rievocarlo fra loro, non sembra ancora perduto.
Ma
quando ci conoscemmo con Pancrazi, verso il
1932, lui prossimo alla quarantina, io che da
poco l'avevo scavalcata, nessun ricordo di gioventù
ci legava: saliti per diverse vie, vissuti in
diverse città, non c'era mai stata fra
noi un'occasione d'incontro. Eppure, appena
conosciuti, ci lasciammo vecchi amici: di quelli
che poi quando si ritrovano in una conversazione
più numerosa, sentono ogni tanto il bisogno
tutt'e due, allo stesso punto del discorso altrui,
di ricercarsi collo sguardo, per scambiarsi
alla lontana un breve sorriso d'intesa, segno
delle stesse simpatie e degli stessi disgusti.
Forse
l'attaccamento che fin da principio provai per
quella sensibilissima e pur discreta attenzione,
con cui cercava di comprendere e di rispettare
le sofferenze altrui, mi derivò dall'occasione
che me lo fece conoscere a Firenze negli anni
di "Pegaso". Dopo la morte di mio
Padre, avevo pubblicato in memoria di lui, in
un piccolo libro fuori commercio, una raccolta
di suoi ricordi e impressioni montepulcianesi,
che avevamo ritrovato inediti tra le sue carte:
Pancrazi, che non mi conosceva ancora, ne ebbe
in mano una copia, datagli a mia insaputa da
un comune amico (mi pare, se non sbaglio, che
fosse Giorgio Pasquali), e ne scrisse su "Pegaso"
una recensione delicatissima, nella quale io
lessi con grande commozione non solo il giudizio
del critico su quelle pagine, ma anche la comprensione
dell'uomo per quella vita onesta e per quella
morte. E questo omaggio, reso con tanta lievità
di tòcco, mi rimase per sempre nel cuore.
Da
allora fummo vicini: e sempre di più
ci avvicinò il clima opprimente di quel
periodo, in cui, mancando l'aria della libertà,
si cercava respiro nell'amicizia.
Nelle
lettere come nella vita egli aveva a sdegno
soprattutto la mancanza di sincerità
e di naturalezza: il senso del ridicolo e della
stonatura, che in quegli anni gran parte dei
critici italiani (e non degli ultimi) pareva
avessero smarrito, s'era acuito in lui sino
a diventare motivo di continua sofferenza in
quel regime di enfasi balorda e di falso eroico,
in cui egli avvertiva a ogni cantonata l'offesa
al buon gusto, che era insieme offesa al buon
costume. Per questo, egli giornalista di vocazione,
aveva cessato di frequentare le redazioni dei
giornali, che, un tempo "libere, tumultuose
e spesso geniali" (come gli stesso le descrisse),
s'erano trasformate, sotto la censura e lo spionaggio,
in sospettose fraterie: s'era ridotto a mandare
sempre più rari "elzeviri"
di terza pagina dal suo romitaggio di Camucia.
Da
questo desiderio di solitudine e di evasioni
nacquero le nostre passeggiate domenicali: che
per molti anni, dal 1935 fino agli anni della
guerra, ci dettero, alla fine di ogni settimana,
la illusione di un ritorno per qualche ora dalla
barbarie alla civiltà (17).
Piero
Calamandrei, Passeggiate con Pancrazi,
"Il Ponte", a. IX, n. 4, Aprile 1953,
pp. 468-469.
33
Sergio Solmi - Eugenio Montale
In
questo scritto autobiografico apparso
ne "La Fiera Letteraria" del 1953
il saggista e poeta Sergio Solmi (Rieti, 1899
- Milano, 1981) ricorda il suo primo incontro
con Eugenio Montale presentatogli da
Francesco Meriano (Savignano di Romagna, 1896
- Kabul, 1934) nel 1917 in una latteria di Parma,
dove un gruppo di giovanissimi allievi ufficiali
si ritrovava a sera nelle ore di libera uscita,
per discutere di argomenti letterari. Montale
viene colto in un delicatissimo momento, mentre
è alle prese con una tazza di panna montata,
su cui solleva il "lungo sguardo azzurro
interrogativo", per salutare Solmi, che
in questo scritto ne fissa l'immagine come in
una fotografia.
In
latteria
Conobbi
Montale nell'ormai remoto autunno del 1917 alla
Scuola d'Applicazione di Fanteria di Parma,
allievi entrambi di uno di quei "corsi
accelerati" che in capo a due o tre mesi
di istruzioni intensive sfornavano i nuovi "quadri"
destinati a compensare le crescenti usure della
macchina bellica.
Gli
allievi occupavano le varie caserme cittadine,
e, di primo mattino, tra i nudi giganteschi
platani del parco ducale, si udivano echeggiare
attraverso la nebbia i passi cadenzati delle
compagnie che si recavano alle esercitazioni
in ordine chiuso o alle lezioni nel Palazzo
della Scuola (ricordo ancora il colonnello Epimede
Boccaccia, che ci tenne una serie di conferenze
sull'"attacco frontale", principale
argomento tattico, credo, nella guerra '14-18:
prima, seconda, terza ondata...). In camerata
avevo fatto conoscenza col giovane poeta Francesco
Meriano, già noto per le musiche nostalgiche
e crepuscolari, mascherate in tavole "paroliberistiche",
dell'Equatore notturno (il sagace contrabbando
della marinettiana "Poesia"). (...)
Fu
Meriano che una sera, all'ora della libera uscita,
offrì di condurmi da alcuni allievi suoi
amici, amanti delle buone lettere, che solevano
riunirsi in una piccola latteria sperduta in
una tortuosa viuzza del centro. Lì, nella
sua uniforme d'ordinanza, coi famosi "salamini"
sulle spalle, mi fu presentato il futuro autore
di Ossi di seppia, il quale, intento
ad affondare il cucchiaino in una morbida massa
di panna montata, sollevò in silenzio
su di me un lungo sguardo azzurro interrogativo.
Di alcuni degli altri frequentatori della latteria
conservo appena il ricordo d'un nome, e una
immagine quasi scancellata.
Sergio
Solmi, Parma 1917, in Poesie, meditazioni
e ricordi, vol. I, tomo II, Adelphi, Milano
1984, pp. 205-207, già in "La Fiera
Letteraria", 12 luglio 1953, p. 3.
34
Luigi Russo - Giovanni Gentile
Nel
decennale della morte di Giovanni Gentile (Castelvetrano,
Trapani 1875 - Firenze, 1944), Luigi Russo (Delia,
Caltanissetta 1892 - Marina di Pietrasanta,
Lucca 1961) ricorda le fasi della sua graduale
approssimazione al filosofo siciliano. L'incontro
è scolastico e fortuito al tempo
stesso. Infatti, considerato il rapporto allievo-maestro
dei protagonisti, esso rientra a pieno titolo
nella tipologia dell'incontro scolastico;
sennonché il Russo sottolinea la fortuità
dell'incontro (1915), improvviso e sconvolgente
come un fenomeno naturale, sui Lungarni pisani
("ebbi l'impressione che addirittura il
paesaggio pisano ne fosse modificato").
Segue poi la lezione, a cui presto il Russo
rinuncia consapevole della propria inadeguatezza;
quindi lo studio dell'opera del maestro che
favorisce e nutre l'opera del discepolo; e infine
il giusto riconoscimento dei suoi meriti da
parte del filosofo (la lettera che Russo aspetta
e nella quale non osa sperare), e la fase della
dimestichezza, della collaborazione, della conversazione
sul treno per Roma. E pensare che tutto questo
fu reso possibile da quel primo incontro sui
Lungarni pisani, "dalla parte del caffè
Bazzell"!
Approssimazione
al maestro
Conobbi
Giovanni Gentile nel 1915, quando egli si trasferì
dall'università di Palermo a quella di
Pisa. Io avevo già completato gli studi,
poiché mi ero laureato l'11 luglio del
'14; stavo ancora a Pisa perché seguivo
il corso di allievo ufficiale di fanteria. Quando
incontrai il Gentile ai Lungarni, dalla parte
del caffè Bazzell, l'alta figura dell'uomo,
ben composta, quasi elastica (allora Egli aveva
quaranta anni), ebbi l'impressione che addirittura
il paesaggio pisano ne fosse modificato. Io
allora non avevo letto nemmeno una pagina del
filosofo siciliano: ero tutto esondante e ridondante
di Croce, e molto bene informato su tutta l'opera
di Francesco De Sanctis. Un giorno, uscendo
dalla caserma Umberto I, mi venne voglia di
andare a sentire Gentile alla Scuola Normale
Superiore, dove egli teneva seminario di filosofia.
Non capii nulla, ma rimasi preso ed ammirato
dalla sua eloquenza, che non aveva nulla di
accademico, ma era un'eloquenza rapita come
quella d'un apostolo: gli occhi bellissimi lampeggiavano
dietro gli occhiali d'oro. Io non tornai più
a quelle esercitazioni, perché ero consapevole
di non avere la preparazione necessaria per
intendere la filosofia del Gentile. Ma in gioventù
si fanno cose rapide, e nel '17, facendo l'ufficiale
a Caserta, dopo due anni di trincea, e dove
mi era stato dato un incarico di cosiddetta
"morale militare", io feci capo subito
al Sommario di Pedagogia di Gentile,
e alla sua raccolta di saggi Scuola e Filosofia.
[...] Quando ebbi pubblicato presso l'editore
Enrico Marino di Caserta quel mio volume (in
tre fascicoli) [Vita e Disciplina militare],
il Croce che fu il primo a leggerlo in stampa,
me ne scrisse con molta lode, e mi indicò
subito Giovanni Gentile perché io spedissi
a lui cotesti fascicoli. Intanto il Gentile
in quell'anno 1917 passava all'università
di Roma; io stetti trepidante ad aspettare e
a non sperare una lettera del Gentile. Non solo
mi giunse una lettera, che è tra le più
belle che io abbia mai ricevuto nella mia carriera
di letterato, ma egli scrisse subito un articolo,
senza dirmene nulla, apparso sul Nuovo giornale
di Firenze (ora raccolto in Guerra e Fede).
L'articolo allora sarebbe rimasto a me ignoto,
se io, avendo fatto una seconda edizione del
volume col Treves di Milano, non avessi aperto
un giorno nella sala di lettura degli ufficiali
alla caserma Sirtoli l'Illustrazione italiana,
dove dall'editore era riportato per intero l'articolo
del Gentile. Rimasi come rapito per la generosità
degli elogi, e da allora in poi entrai in maggiore
dimestichezza col filosofo siciliano. Ricordo
un nostro viaggio in terza classe, da Napoli
a Caserta (egli andava a Roma): passammo in
rassegna tutti gli scolari suoi, e poi si parlò
della riforma della storia letteraria del Croce,
quindi del Croce sulle sue relazioni col De
Sanctis. Ebbi da lui delle vedute illuminanti.
Luigi
Russo, Ricordo di Giovanni Gentile (Nel
decimo anniversario della sua morte), in
"Belfagor", anno IX, n. 3, 31 maggio
1954, p. 345.
35
Ardengo Soffici - Umberto Boccioni
Ardengo
Soffici racconta nella sua opera autobiografica
Autoritratto d'artista nel quadro del suo
tempo (Vallecchi, Firenze 1951-55) l'insolito
primo incontro con Umberto Boccioni
avvenuto davanti al caffè delle Giubbe
Rosse a Firenze nell'estate del 1911, quando
i futuristi milanesi (Filippo Tommaso Marinetti,
Umberto Boccioni, Carlo Carrà) usavano
risolvere i contrasti con i vociani fiorentini
(Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini, Scipio
Slataper, Medardo Rosso) scatenando una zuffa,
ed erano ripagati con eguale moneta. E infatti
il seguito cui allude Soffici in conclusione
consiste nella celeberrima scazzottata tra Vociani
e Futuristi avvenuta sulla banchina della stazione
fiorentina, poco prima che i milanesi riprendessero
il treno per tornare a casa. Per altri ragguagli
sulla zuffa, si legga in nota quanto raccontano
due testimoni e protagonisti dell'episodio,
Carlo Carrà e Ottone Rosai (18).
La tipologia dell'incontro è quella -
sia detto con un po' di ironia - dell'autopresentazione.
Zuffe
futuriste
Una
sera di non so più quale festa, io e
Medardo Rosso, il quale era arrivato, anche
lui dopo di me a Firenze, ce ne stavamo seduti
tranquillamente a Firenze a uno dei tanti tavolini
del Caffè delle Giubbe Rosse allineati
in quel lato della piazza Vittorio e occupati
da un grandissimo numero di persone, signore,
signori, bambini, ivi attirati dalla buona banda
militare, che disposta sopra un apposito palco
provvisorio, appié della statua del Re,
andava eseguendo pezzi d'opere famose, pots-pourris,
fantasie sinfoniche e simil genere di musiche.
Terminato il programma tra gli applausi dei
clienti del caffè e della circostante
folla cittadina, fu dato principio all'estrazione
di una tombola di beneficenza. Tanto io che
il mio compagno, avevamo acquistato alcune cartelle
per uno; ed eravamo attenti all'annunzio dei
numeri che veniva dal medesimo palco, per segnare
quelle che in esse si trovavano, allorché
qualcuno mi toccò la spalla domandandomi
se io ero Soffici, e nello stesso momento che
io, alzata la testa dalla mia cartella, gli
rispondevo affermando, mi colpì di traverso
con la mano in modo che, data anche la poca
stabilità della sediola di ferro sulla
quale posavo, persi l'equilibrio e fui rovesciato
per terra.
Sorpreso
dall'atto proditorio, ma pronto per natura a
reagire alle offese, specie di quel genere,
mi rialzai di botto, impugnai un bastone di
legno fortissimo, che mi era rimasto tra mano
nella caduta, e con quello mi scagliai sull'aggressore,
che ora vedevo spalleggiato da uno o due altri,
menando bòtte a ramata nel mucchio. Rosso,
che intanto s'era pure alzato e trovato in mezzo
alla mischia, interponendosi tra me e costoro
col suo corpo massiccio, ch'io dovevo evitare
di colpire, m'impediva nella mia giostra; mentre
tutt'intorno la gente impauriva, balzata pure
in piedi, si affrettava a fuggire, rovesciando
tavoli e seggiole, le signore strillando, i
ragazzi piangendo. Ciononostante, io, che ormai
avevo perso il lume degli occhi, seguitavo a
farmi largo, a sventolar la mia mazza tutt'intorno.
A un tratto mi trovai davanti a un paio di pennacchi
di piume rosse e azzurre, che mi richiamarono
alla realtà: erano due carabinieri in
alta montura. Mi fermarono e mi dissero di seguirli.
Obbedii senz'altro e mi avviai con loro, seguito
a mia volta dappresso dall'amico Rosso e, alla
lontana, da un codazzo di curiosi i quali borbottando
tra di essi commentavano il caso.
Nell'andar
dalla piazza al Commissariato di San Biagio
a un certo punto, invece che i carabinieri mi
vidi a lato un individuo che si tergeva col
fazzoletto la tempia insanguinata. Era uno in
borghese, ometto di media statura, vestito alla
meglio di grigiastro, con una faccia scarna
e inespressiva. Mi camminava accanto reggendomi
per la manica. "O lei chi è?"
gli chiesi stupito del fatto. "Sono un
brigadiere." "E perché è
ferito?" "E' stato lei, con una bastonata."
"Io? Adagio! - dissi allora, allarmato.
- Io tiravo sugli altri; mi difendevo."
"Lo so, lo so. Avanti!"
Poiché
anch'io avevo una piccola scalfittura alla fronte,
ci fermammo prima a un posto di medicazione
che era allora in piazza Davanzati. A me furono
presto appiccicate due striscioline di cerotto
in croce sulla leggerissima ferita; quella del
brigadiere era invece, se non grave, tanto pericolosa
che, quando il dottore ebbe finito di curargliela:
"Fortuna - gli disse - che non l'anno còlto
un po' più in qua: se lo pigliavano sulla
tempia poteva essere spacciato".
Di
nuovo inquieto, e insieme commosso, tornai a
protestare la mia innocenza al brigadiere. "Niente,
niente - mi rispose quasi sorridendo. - Incerto
del mestiere."
Al
Commissariato, il funzionario assiso dietro
una gran tavola mi chiese il nome e mi interrogò
sull'accaduto. Altre tre o quattro persone erano
schierate di faccia a lui lungo un lato della
tavola. Gli esposi in succinto com'erano andate
le cose. Mi domandò se conoscessi quello
che mi aveva colpito, e ne sapessi il motivo.
Gli risposi di no. Il commissario passò
allora a interrogare uno degli altri. "Il
suo nome e cognome?" "Umberto Boccioni."
"Ah! - proruppi io a quel nome. - Allora
ho capito." E mi lanciai d'impeto contro
costui; subito però rattenuto dal brigadiere
e dalle guardie che m'erano accanto. Così
immobilizzato, spiegai al commissario la faccenda
della mostra, dell'articolo eccetera. Finito
che ebbi la mia deposizione, venni condotto,
assieme a Rosso, in una stanzaccia semibuia
di quel pianterreno, dove fummo rinchiusi, e
restammo forse più d'un'ora.
Quando
alfine potemmo uscir liberi, trovai fuor del
portone Prezzolini e Slataper che mi aspettavano,
avvertiti, non so da chi né come, del
brutto caso. Raccontai anche a loro ciò
che era successo; e poiché essi stessi
se ne sentirono indignati, avvisammo senz'altro
a quel che opra si trattasse di fare per vendicar
l'offesa. Intanto tornare sul campo di battaglia
delle Giubbe Rosse: poteva darsi che gli avversari
vi fossero ad attenderci per un nuovo scontro.
Ma
era mezzanotte passata; il caffè era
sul punto di chiudere, e la piazza quasi deserta.
Non ci restava che mandar tutto al domani.
Difatti
la mattina dopo, io, Prezzolini, Slataper, e
stavolta anche Spaini, eravamo di nuovo sul
posto. Ma non trovammo alcuno, né in
piazza né alle Giubbe Rosse. Solo apprendemmo
qui dal cameriere Ottavio, nostro vecchio devoto,
come oltre ai tre futuristi milanesi, anche
un altro, fiorentino, avesse avuto una parte,
peraltro di semplice indicatore della mia persona,
nell'azione della notte precedente. Il cameriere
poi anche ci descrisse il gran tumulto che n'era
seguito fra i clienti del caffè messi
in fuga dalla mischia; alla fine della quale
egli aveva trovato per terra, disse, oltre a
bicchieri e piattini rotti, mazze da passeggio,
borsette da signora, portacipria, cappelli pesticciati,
cartelle della tombola, fazzoletti, guanti e
simili oggetti, che il direttore teneva ora
in custodia a disposizione dei loro proprietari.
Eran
circa le undici quando, dopo altre varie perlustrazioni
e ricerche, entrammo - non si sa mai - nel caffè
di faccia alle Giubbe Rosse, il Paszkowski.
Vi trovammo invece Giuseppe Vannicola, il quale,
sofferente com'era da un pezzo, sedeva solitario
in un canto. Sapemmo da lui che i milanesi erano
alloggiati all'albergo Elvezia, non lontano
di lì, dov'essi, disse, attendevano,
semmai volessimo mandar loro i padrini per un
duello. Cosa da ridere, dato il modo punto cavalleresco
dell'aggressione: la nostra rivalsa sarebbe
stata più consona a questa. Poteva egli
fornirci qualche altra informazione che facesse
al caso? Dopo avere alquanto esitato, per un
certo scrupolo, Vannicola ci confidò
alfine risultargli che i tre, se prima di mezzogiorno
non avessero visto alcuno, sarebbero partiti
per Milano col treno delle due e tanti. Ci bastava:
salutammo l'amico e andammo a passeggiare avanti
e indietro davanti alla porta dell'Elvezia.
Ma fu ancora invano. Non ci restava che andare,
prima a mangiare, e poi ad attenderli al treno.
Ardendo
Soffici, Autoritratto d'artista nel quadro
del suo tempo, Vallecchi, Firenze 1951-55;
poi col titolo Al caffè, in
Caffè letterari, II, a cura
di Enrico Falqui, Canesi editore, Roma 1962,
pp. 498-501.
NOTE
(12)
Ed ecco lo stesso incontro raccontato questa
volta da Dino Campana. Si tratta di una lettera
di Campana a Emilio Cecchi del marzo 1916, in
Dino Campana, Souvenir d'un perdu. Carteggio
1910-1931, con documenti inediti e rari,
a cura di G. Cacho Millet, Edizioni Scientifiche
Italiane, Napoli 1985, pp. 139-141: "Venuto
l'inverno andai a Firenze all'Acerba a trovare
Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare
il mio manoscritto (non avevo che quello) e
me lo restituì il giorno dopo e in un
caffè mi disse che non era tutto quello
che si aspettava (?) ma era molto molto
bene e mi invitò alle giubbe rosse per
la sera. Io ero un povero disgraziato esausto
avvilito vestito da contadino con i capelli
lunghi e un po' parlavo troppo bene un po' tacevo.
Costetti ci ha il mio ritratto d'allora a Firenze.
Per tre o quattro giorni andò avanti
poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto
ed altre cose che avevo, che l'avrebbe stampato
sull'Acerba. Ma non lo stampò. Io partii
non avendo più soldi (dormivo all'asilo
notturno ed era il giorno che loro [Papini e
Soffici] facevano le puttane sul palcoscenico
alla serata futurista incassando cinque o seimila
lire) e poi seppi che il manoscritto era passato
nelle mani di Soffici. Scrissi 5 o 6 volte inutilmente
per averlo e mi decisi a riscriverlo a memoria,
giurando di vendicarmi se avevo vita".
(13)
In Scrittori d'oggi, II, seconda serie,
Laterza, Bari 1946, p. 266, poi in Ragguagli
di Parnaso, I, cit., p.157. E si aggiunga
quanto scrive nel 1968 R. Bacchelli, Confessioni
letterarie, in Tutte le Opere,
vol. XVIII, Mondadori, Milano 1973, p. 193:
"Si sa che l'umanista Valgimigli aveva
occhio vivo e penna alacre non solo alla lettura
e al commento dei suoi testi, ma anche all'espressione
e racconto di fatti e sentimenti e cose...".
(14)
Si tratta dell'amore per Umberto Boccioni.
(15)
Le Chèvrefeuille è la
traduzione francese (a cura del marchese di
Casafuerte) del Ferro, e andò
in scena a Parigi il 14 dicembre 1913 al teatro
della Porte Saint-Martin. Sibilla Aleramo ne
scrisse una recensione, Le chèvrerfeuille,
in "La Grande Illustrazione", I, 1,
gennaio 1914.
(16)
Della visita a Alfredo Loisy - che, dopo la
scomunica, si andrà sempre più
allontanando dal cattolicesimo, fino a diventare
"fieramente antiromano e anticattolico"
-, Buonaiuti riporterà un'"impressione
sinistra" (cfr. op. citata, p. 63). Si
noti che il Buonaiuti rammenta male il luogo
dell'incontro, che fu Garnay (presso Dreux),
e non Ceffonds (cfr. op. cit. p. 522, n. 1).
(17)
Cfr. in questa antologia il racconto del primo
incontro tra Pancrazi e D'Annunzio.
(18)
Questo è il racconto di Carlo Carrà:
"Verso la fine di giugno del 1911 un articolo
di Ardengo Soffici apparve su "La Voce"
intitolato Arte libera e pittura futurista.
Era
questa una violentissima stroncatura dei nostri
quadri esposti a Milano al Padiglione Ricordi
di Milano, stroncatura che mi offese tanto più
in quanto io avevo sostenuto e contribuito a
far conoscere "La Voce" agli artisti
milanesi. Marinetti, Boccioni, Russolo ed io
decidemmo allora di risponder subito in modo
adeguato all'ingiuria, e partimmo per Firenze.
Giunti, ci recammo guidati da Palazzeschi al
Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevamo
di trovare il gruppo vociano.
Ben
presto infatti ci fu indicato Soffici, e Boccioni
lo apostrofò: "E' lei Ardengo Soffici?"
Alla risposta affermativa volò uno schiaffo,
Soffici reagì energicamente, tirando
colpi a destra e a sinistra col suo bastone.
In breve il pandemonio fu infernale: tavolini
che si rovesciavano, trascinando con sé
i vassoi carichi di bicchieri e chicchere, vicini
che scappavano gridando, camerieri che accorrevano
per ristabilire l'ordine; e arrivò anche
un commissario di polizia, che s'interpose facendo
cessare la mischia. Ci accompagnò al
Commissariato e dopo averci ammoniti disse che
per quella volta la cosa sarebbe finita lì.
Ormai
avevamo compiuto quanto ci eravamo proposti
e fissammo quindi per l'indomani mattina il
ritorno a Milano.
Come
prevedevamo alla stazione c'era compatto il
gruppo de "La Voce", Soffici, Prezzolini,
Slataper e qualche altro, venuti per vendicare
l'affronto patito dal loro compagno. Noi subito
accettammo la sfida: giunti a breve distanza
ci lanciammo gli uni contro gli altri alla rinfusa
con rabbia indicibile. Il parapiglia generale
assunse aspetti drammatitici. Da tutte le parti
si sentivano grida: la gente accorreva per cercar
di separare quella ridda di indemoniati.
Alla
fine, i carabinieri sopraggiunti riuscirono
a calmare il pandemonio: fummo condotti tutti
in una sala d'aspetto e rinchiusi in attesa
dell'arrivo del commissario. Sulle panche i
due partiti sedevano stanchi e ansimanti; solo
Marinetti e Prezzolini camminavano avanti e
indietro brontolando e apostrofandosi violentemente.
Ma ormai la disputa s'era trasportata sul piano
della discussione.
Io
rivolgendomi a Soffici, io gli feci rilevare
alcune pecche della sua critica, e ciò
fu pretesto per scambiare le nostre idee sull'arte,
idee che avevano molti punti di contatto. E
a poco a poco venne la rappacificazione, sulla
base comune dei nostri programmi e delle nostre
aspirazioni.
Futurismo
e vocianesimo erano infatti due forme giovanili
e impetuose, provenienti da uno stesso ceppo:
entrambe volevano fare del nuovo, abbattere
il vecchio pesante edificio di cultura borghese,
stretta in schemi ormai superati che superavano
il libero divenire dell'arte.
Da
quel momento si crearono le premesse per l'adesione
del gruppo di Firenze al futurismo: i due movimenti
trassero da questa unione reciproco giovamento".
Carlo
Carrà, La mia vita, SE, Milano
1997, pp. 92-94. Si tenga presente, per la datazione
del racconto, che Carrà finì di
scrivere la sua autobiografia nel 1942.
Ed
ecco il racconto di Ottone Rosai: "Una
sera [...] un giovane in bombetta dalla giusta
statura, agile e deciso nei movimenti, staccatosi
da due compagni con i quali era giunto pochi
istanti prima al caffè delle Giubbe Rosse,
dopo aver interpellato un cameriere, si dirigeva
verso uno dei tanti tavoli posti all'esterno
della piazza, intorno al quale erano seduti
Soffici, Medardo Rosso, Prezzolini e Palazzeschi.
Quest'ultimo, intuito il pericolo, sparì
come volatilizzato. Il giovane in bombetta,
senza alcuna reticenza, dopo essersi diretto
verso colui che riteneva il maggiore responsabile
degli attacchi fiorentini, Ardengo Soffici,
piantandoglisi dinnanzi, disse nervosamente:
"Sono Boccioni", e immediatamente
dopo gli lasciò andare un tal manrovescio
che tutti i presenti si riscossero; la gente
cominciò a fuggire urtando tazze e bicchieri,
tanto che tra i tavoli si creò una specie
di casamicciola. Intanto anche Marinetti e Carrà
si erano portati nel luogo della mischia e Prezzolini
e Rosso, accettata la mischia, si accapigliavano
anch'essi con i nuovi venuti. Lo spettacolo
andava prendendo proporzioni preoccupanti anche
perché si erano intromessi nella giostra
alcuni cittadini, inconsapevoli delle ragioni
della lite: ma sempre pronti al piacere di menar
le mani. Fu solo per l'intervento di qualche
altro meno facinoroso che si riuscì a
calmare momentaneamente i contendenti ed a stabilire
un po' di calma. Si videro allora i diversi
protagonisti preoccupati di ritrovar i loro
cappelli e alcuni bottoni staccatisi dalle giubbe
in mezzo ad un monte di bicchieri e bottiglie
andati in frantumi.
I
milanesi se ne andarono e i fiorentini anche:
a loro si era ricongiunto Palazzeschi che, dall'interno
del locale, da dove aveva assistito a tutta
la scena, con il volto appoggiato ai vetri,
aveva per tutto il tempo sorriso con una tale
quale ironia verso milanesi e fiorentini".
Ottone
Rosai, Alle Giubbe Rosse, su "Lacerba"
e nelle strade la spericolata storia del Futurismo
a Firenze, "Il Nuovo Corriere",
a. IX, n. 226, 23 settembre 1953, p. 3.
(II
- continua)