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 Il racconto italiano del primo incontro/ 2
  di Gianluca Virgilio

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Pietro Pancrazi - Giuseppe Ungaretti

Vanitas I, fotografie a colori su alluminio, cm.50x50         Pietro Pancrazi racconta il primo incontro con il poeta viaggiatore Giuseppe Ungaretti (Alessandria d'Egitto, 1888 - Milano, 1970). Siamo a Firenze, nello studio dell'editore Attilio Vallecchi (Firenze 1880 - 1946), nel 1917. Ungaretti, in veste dimessa di fante, di ritorno dalla Francia, estrae dal sua valigia piena di cose il manoscritto delle poesie (Allegria di naufragi) per consegnarlo al Vallecchi. Lo scritto di Pancrazi, intitolato Incontro con Ungaretti, datato 1923, fu sistemato dall'autore nella sezione Gli scrittori e la guerra dei suoi Scrittori d'oggi (1942-1953). La tipologia è quella dell'incontro fortuito.

         Come deve viaggiare il poeta

         In tempo non lontano, imparai da Giuseppe Ungaretti come deve viaggiare un poeta. Dietro il peso di una valigia spinta avanti da mani e ginocchi, lo vidi spuntare una sera, a Firenze, nella stanza dell'editore Vallecchi. Era in veste di fante, e non "arrangiata": dinoccolato, con l'ultimo bottone della giubba slacciato, con le scarpe chiodate e le scarpe alla meglio, e in testa il berretto con la visiera alla Cuttica, pallido, il "toscano" pendente dalle labbra, davvero Ungaretti al primo aspetto conciliava le miserie e l'aria superiore del fante.

Sono un poeta
un grido unanime
un grumo di sogni...

         Questo ancora non lo sapevo. Ma fin dal suo primo parlare si sentiva in lui una gentilezza scettica e come una desolata intelligenza che gli conciliavano subito la simpatia. In quel costume, con quella valigia, veniva da Parigi. Dopo due anni di fronte l'avevan mandato in Francia per non so che propaganda; e delle cose di Francia e nostre parlava adesso come di un paese solo, di un'unica sorte. Diceva insieme di guerra e di letteratura: Soffici e Foch, Apollinaire e Cadorna; e nel suo discorso tutti sembravano sullo stesso piano, importanti tutti a un modo.
         Nato di genitori lucchesi in Egitto, educatosi in Francia, e toscano, apuano anzi (se è esatto il Viani) della compagnia di Ceccardo, sembrava che Ungaretti, senza parlare, col solo aspetto della sua indolente rassegnazione, fosse lì apposta per dimostrare che tutto il mondo è paese, e che le azioni tutte degli uomini, guerra o poesia, sono una stessa cosa.

Ungaretti uomo di pena

         Anche questo emistichio allora non lo sapevo. Rannicchiato all'angolo di una quasi poltrona, tratto tratto Ungaretti ritirava la testa tra le spalle, stringeva in silenzio la bocca e gli occhi, e tutta la faccia allora gli si chiudeva, curiosamente, come il rientrare della testuggine (solo vivo restava il mezzo "toscano" in risucchio); ed io pensavo all'Egitto.
         Ma se gli occhi si aprivano di sorpresa, grandi e sereni, su su che sembrava non dovessero mai finire di aprirsi come quelli di un bambino, e lui entrava a un tratto con una frase, una battuta vivace, quasi di traverso, nel discorso degli altri, - ecco sveglio l'uomo di Lucca. Ma si smorzava subito, rientrava ancora tutto nelle spalle, ribevendosi le ultime parole tra i denti stretti e finiva in un mezzo riso chioccio.
         Prima di uscire, quella sera Ungaretti si riaccostò alla sua valigia lasciata a un angolo della stanza; aprì, frugò, rifrugò a due mani (che cosa mai non affiorava di lì dentro?), ne cavò alla fine un manoscritto. Ad accoglierlo, con le palme tese, gli mosse incontro Vallecchi col più promettente dei suoi sorrisi.
         Ripensando a Ungaretti, non so perché, ma io l'ho immaginato sempre vicino a quella valigia, in una stazione di Parigi, o sotto la tettoia di Lucca, sopracoperta in un transatlantico, o con le gambe penzoloni sull'imperiale di una diligenza di campagna. Così, uguale a se stesso, deve viaggiare il poeta; per lui, più che per tutti, qualunque punto della corteccia della terra resta equidistante dal centro.
         Dice ora Mussolini (in tutt'altre faccende affaccendato) presentando l'opera di Ungaretti in edizione magna Il Porto sepolto: "Io non saprei proprio dire in questo momento come Giuseppe Ungaretti sia entrato nel cerchio della mia vita". Proprio così: la figura di Ungaretti è di quelle che al solo apparire entrano misteriose nella vita d'un uomo.

         Pietro Pancrazi, Scrittori d'oggi, II, serie prima, Laterza, Bari 1946, pp. 24-26, poi in Ragguagli di Parnaso, II, cit., pp. 44-45.


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Antonio Baldini - Ugo Ojetti

         Antonio Baldini (Roma, 1889 - 1962) ricorda nel 1923 con profonda gratitudine una visita ricevuta nell'ospedale da campo di Romàns d'Isonzo (Gorizia), a ridosso della prima linea del fronte, durante la prima guerra mondiale; la visita inaspettata di un uomo conosciuto solo attraverso la lettura di alcuni suoi scritti: Ugo Ojetti (si tenga presente che Ojetti era di dieci anni più anziano rispetto a Baldini). L'incontro è datato con precisione nell'incipit del racconto: 10 novembre 1915. Per Baldini che giace ferito in un letto, la visita di Ojetti è un richiamo alla vita, oltre che la testimonianza della gentilezza e solidarietà di uno scrittore famoso.
         Il racconto è tratto dal volume autobiografico Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace.

         Meglio che in Campidoglio

         La parte di "cosa vista" l'ho fatta anch'io, modestamente, addì 10 novembre 1915.
         Ravvolto come la mummia di Tutankamen, gemevo in un lettuccio dell'ospedale da campo 099, fuor dell'ultime case di Romàns, con una spalla rotta da una fucilata e una ferita d'arma da taglio allo scroto. Notte e giorno il tuono delle artiglierie facevano tintinnare i vetri della finestra sopra il mio letto, ed io, dissanguato e immobile, mi sentivo una povera cosa abbandonata da tutti che per il momento non chiedeva altro che uscir al più presto dagl'impicci.
         Affondato il capo in un cuscino di piume lasciatomi passando dal mio irreprensibile amico Dino Alfieri, me ne stavo così, pressoché inanimato, quando una mattina sento dalle scale una voce, la voce di qualcuno che domandava di me con un singolare accento, come se il mio cognome importasse ancora qualcosa, avesse per qualcuno un po' di peso. Ed ecco che si sente salire, e un ufficiale s'affaccia sull'uscio, coi guanti e il berretto in mano, il pastrano abbottonato, e mi vien vicino con un viso pieno d'amicizia e mi dice: - Sono Ojetti. Dino Alfieri m'ha detto a Gradisca che lei era qui.
         Sentendo il nome d'Ojetti mi feci per levarmi sul fianco.
         Di suo non avevo letto che due novelle di molti e molt'anni prima, stampate in un volumetto della Piccola Collezione Margherita, dov'era inciso innanzi al frontespizio un ritrattino dell'autore con un gilè di gran fantasia, il solino aperto davanti alla gola per quanto largo il nodo d'un'ampia cravatta, i capelli ondulati, la guardatura tra ironica e sorpresa: e ora ravvisavo quel sembiante quasi immutato e ravvivato nel momento da una premura e una simpatia che m'andarono diritte al cuore. Seppi che la bella visita la dovevo a qualche scritto ch'egli aveva in addietro letto di mio e che gli era piaciuto. Drizzai stupefatto gli orecchi. Mi parve, s'indulga alla mia debolezza del momento, mi parve di tornare alla vita d'un colpo, tanto mi sentivo allora giù, sprofondato, dimentico al tutto di quei lussi letterari d'una volta.
         Domani che m'avessero a coronar poeta in Campidoglio come Petrarca, son sicuro che non gusterei neanche la metà del piacere che mi dette in quel punto, in quel fondo di letto e con la più lunga barba che ai miei giorni avessi mai, quell'inatteso richiamo da parte di una persona così autorevole e garbata. Mi domandò poi se desiderassi qualcosa: lo pregai solo di onorare e tranquillizzare mio padre con un rigo. Altro mi chiese e altro risposi, che più non ricordo. Ma quella sua prima vista mi piacque tanto che quando ora rivedo Ojetti non posso tenere la memoria che non mi riporti allegramente lassù: e in tanto che lui s'immagina di parlare qui con un uomo libero e in gamba, io lassù pian pianino mi rificco in quel letto, mi ribendo e mi rimbarbo, come in quella mattina di novembre che la sua gentilezza e solidarietà di scrittore gli fecero fermar l'automobile alla porta di quella villetta tinta di rosa e in istile liberty.

         Antonio Baldini, Buoni incontri d'Italia, in Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace, Sansoni, Firenze 1953, pp. 366-367.


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Ardengo Soffici - Dino Campana

         Dino Campana (Marradi, Firenze 1885 - Castel Pulci, Firenze 1932) nel dicembre del 1913 si reca presso la sede della rivista "Lacerba" a Firenze per avere un colloquio con i direttori, Ardengo Soffici e Giovanni Papini, cui presenta, e affida, il manoscritto delle sue poesie dal titolo Il più lungo giorno, chiedendone la pubblicazione in rivista. I due smarriranno il manoscritto che verrà ritrovato solo nel 1971, tra le carte di Soffici! Il momento del primo incontro - qui descritto proprio da Soffici - corrisponde, dunque, all'inizio della lunga e tormentata vicenda del manoscritto dei futuri Canti Orfici. Dopo lo smarrimento del "taccuino", Campana li riscriverà a memoria e li pubblicherà a sue spese nel 1914 presso la Stamperia Ravagli di Marradi. La testimonianza di Soffici è del 1931. L'incontro rientra nella tipologia della visita. Riporto in nota la versione dello stesso incontro fornita di Campana, contenuta in una sua lettera a Emilio Cecchi, da Marrani, marzo 1916.

         Uno strano individuo

         Un mattino d'inverno del 1913, io e Papini andavamo alla tipografia Vallecchi in via Nazionale, dove si stampava Lacerba, per dare un'ultima occhiata alla composizione e all'impaginazione - non sempre agevole - della rivista. Prima ancora che fossimo entrati nello sgabuzzino a vetri che faceva da sala di redazione per noi e insieme da ufficio direttoriale dell'amico editore, questi ci venne incontro sin sulla porta e c'indicò un individuo seduto sur un canapè nero di tela cerata, nel corridoio, il quale - ci disse - era poc'anzi venuto e desiderava di parlarci. La persona in parola, che intanto s'era alzata in piedi e ci guardava, era un uomo giovane, di una venticinquina d'anni, tarchiato, con capelli e barba di un biondo acceso, la faccia piena e di color roseo, illuminata da un paio d'occhi celesti, che esprimevano a un tempo sincerità e timidezza come quelli di certi bambini o di gente campagnuola, cui quella di città mette in soggezione. Nell'insieme la sua figura somigliava curiosamente a taluni ritratti di Rubens, specie a uno che esiste nel museo di Napoli e del quale mi ricordai in quell'istante; ma ciò che maggiormente colpì non solo me ma anche l'amico mio, fu il resto di quello sconosciuto, e cioè com'egli era vestito. Privo di un qualsiasi soprabito che lo riparasse dal gran freddo di quella mattina, aveva in testa un cappelluccio che somigliava un pentolino, addosso una giubba di mezzalana color nocciuola, simile a quelle fatte in casa che portavano i contadini e i pecorai di mezzo secolo fa, i piedi diguazzanti in un paio di scarpe sdotte e scalcagnate, mentre intorno alle sue gambe ercoline sventolavano i gambuli di certi pantaloni troppo corti per lui e d'un tessuto incredibilmente leggero, giallastro, a fiorellini azzurri e rosei, uguale in tutto alle mussoline onde si servono i barbieri di paese per i loro accappatoi, e le massaie povere per le tendine delle finestre che dànno sulla strada.
         Gli domandammo chi fosse e che cosa volesse da noi. Con voce esile e lamentevole, tenendo gli occhi a terra e le mani rosse e gonfie di geloni pendule lungo i fianchi, ci disse che si chiamava Dino Campana, che era poeta e venuto appositamente a piedi da Marradi per presentarci alcuni suoi scritti, averne il nostro parere e sapere se ci fosse piaciuto pubblicarli nella nostra rivista. Lo pregammo di aspettare qualche minuto, di darci il tempo di controllare il lavoro tipografico, chè poi saremmo usciti insieme per parlare con più comodo.
         Finita la nostra funzione, uscimmo infatti con lui; e giù per via Nazionale, dove la sizza gelata ci tagliava il viso e faceva sventolare quei suoi strani calzoni, poi per via dell'Ariento, riprendemmo e continuammo il nostro discorso. In verità non era possibile giudicare lì su due piedi con che specie di uomo avessi che fare, ma il personaggio c'interessava per più versi, e gli esprimemmo concordi la nostra simpatia e il nostro desiderio di compiacerlo. Quanto ai suoi scritti, gli dicemmo che ce li facesse avere quando voleva, mentre noi avremmo poi giudicato e risposto se facessero al caso nostro. Campana tirò allora fuori di tasca un vecchio taccuino coperto di carta ruvida e sporca, di quelli dove i sensali e i fattori segnano i conti e gli appunti delle loro compre e vendite, e lo consegnò a Papini.
         Tirammo avanti fino al Canto dei Nelli, e lì ci fermammo tutti, non avendo altro da dirci. Il freddo terribile ci faceva battere i piedi e lacrimare gli occhi: il nostro nuovo amico tremava come una foglia e si soffiava nelle mani, ridendo nervosamente tra una soffiata e l'altra. All'improvviso ci salutò e sparì di passo lesto verso piazza Madonna. (12)

         Ardengo Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, Vallecchi Editore, Firenze 1931, pp. 109-112.


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Lorenzo Viani - Leonardo Bistolfi

         In questo necrologio (datato 3 ottobre 1933) scritto da Lorenzo Viani (Viareggio, Lucca 1882 - Ostia, Roma 1936) per commemorare la morte dello scultore Leonardo Bistolfi (Casal Monferrato, Alessandria 1859 - Torino 1933), lo scrittore e scultore toscano ricorda il primo incontro con lo scultore piemontese avvenuto vent'anni prima, all'incirca nel 1913, sul molo nuovo di Viareggio, davanti al "grandioso scenario delle Alpi Apuane" (cfr. op. cit. in basso, p. 19). Nel 1913 Bistolfi è già famoso soprattutto come autore di gruppi funerari lagrimevoli che appagano un gusto tardo-romantico; il Viani, invece, è sconosciuto ai più. E tuttavia Bistolfi con grande umiltà non esita ad eccettare l'invito del Viani e si ferma a Viareggio per visitarne il giorno dopo lo studio del giovane artista; sarà in seguito mallevadore della prima mostra del Viani nel 1915 a Milano, cui seguirono le mostre del '20 a Bologna e del '28 a Milano, sempre presentate da Bistolfi. La tipologia è quella dell'autopresentazione.

         L'umiltà del Maestro

         Leonardo Bistolfi ritraeva nel volto il profilo terribile del Buonarroti: la testa, sproporzionata per la larga dimensione all'esile corpo quasi del tutto scarnato, aveva la fronte in rilievo martirizzata di rughe, gli occhi sereni e tribolati, il naso asimmetrico, la barba riccia. Anche le mani colossali, legnose, plastiche, mal si attagliavano sull'esile corpo del Maestro.
         Correvano i tempi ch'egli passava per l'Italia come un Dio, quel giorno che io lo scorsi sulla cima dell'antemurale del molo di Viareggio.
         Una comitiva di cuori avventurosi si congregava, in quei tempi, sulla scogliera di levante a guardare giù, nel fondo, i granchi, i favolli, le schiaccine camminare all'indietro e, lontane, lontane, le barche invelate, che vanno sempre in avanti. Allogato anch'io in una di quelle spelonche, scorsi il Maestro, di sotto in su, e mi pareva ch'egli fosse già collocato sopra un basamento. Lo riconobbi per le tante effigi che in quel tempo pubblicavano riviste e giornali.
         Non visto, uscii dai meandri della scogliera e pedinai il Maestro. Volevo conoscerlo, ma come chiamarlo? Maestro, Professore, Leonardo? Repentinamente con un tono di voce di quando uno, di notte, ha paura, urlai:
         - Bistolfi!
         - Oh, caro! - disse egli, prima ancora di avermi veduto.
         Rimasi interdetto dinanzi all'umiltà del Maestro: la mia chioma, nera, folta, intricata come i ciuffi delle pagliole, s'agitava contro il vento marino: su ogni capello sventolava un proposito, una determinazione, un libro, un quadro.
         Il Maestro mi disse familiarmente:
         - Cosa fai qui?
         - Niente, - risposi.
         Nel frattempo, Bistolfi aveva scorto la congrega dei miei amici, i quali avevano, come i barbagianni, messo il capo fuori delle spelonche: teste eremitiche, barbe profetiche, facce glabre tra il frate cercatore e lo sgalerato a condizione, occhi di santi e di manigoldi.
         - E quelli chi sono? - chiese il Maestro.
         - Sono i miei amici.
         - Oh cari, state seduti!
         Placai lo stupore di tutti quegli occhi spalancati sopra Bistofi, dicendo:
         - Questo è il più grande scultore del mondo.
         - Allora, - disse il più stranulato - tocchiamogli la mano, - e tutti parvero prendessero l'acqua benedetta dalla mano di Leonardo Bistolfi, il quale, pregato da me, acconsentì di pernottare a Viareggio per recarsi l'indomani al mio studio.

         Lorenzo Viani, Il profilo del Buonarroti, in Vittoria Corti (a cura di), Lorenzo Viani: Dieci articoli, Libreria Padovana Editrice, Padova 1996, pp. 19-21.


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Manara Valgimigli - Giosue Carducci

         Frequentato il Ginnasio-liceo di Lucca, dove la fama di Carducci (dell'Inno a Satana) era già arrivata, ed erudito anche dal gusto del padre maestro elementare, lettore entusiasta del poeta, Manara Valgimigli (San Pietro in Bagno, Forlì 1876 - Vilminore di Scalve, Bergamo 1965) giunge a Bologna come matricola universitaria nel novembre 1894. Ed ecco l'incontro col Carducci, indelebile nella memoria, rievocato quarant'anni dopo, nel 1935, in questo "ritrattino" veramente "perfetto", com'ebbe a scrivere Pietro Pancrazi, recensendo nel 1936 lo scritto di Valgimigli (13) . Si tratta di un estratto dal discorso - dal titolo Il nostro Carducci, maestri e scolari della scuola bolognese - tenuto al Regio Liceo "Torricelli" di Faenza, nel primo centenario dalla nascita. Fu pubblicato per la prima volta dall'editore Zanichelli nel 1936. La tipologia è quella dell'incontro scolastico.

         A lezione

         Io andai a Bologna nel novembre del 1894. Ginnasio e liceo avevo fatti a Lucca. Dove, in verità, pochi eccitamenti di questo amore nella scuola io ebbi, se non di qualche raro maestro in liceo, presto venuto a partito. A Lucca il Carducci, intorno al '90, era pur sempre il cantore di Satana (ricordo che, a proposito di libri di Shelley o su Shelley, nel '94, il Carducci aveva scritto: "A Lucca non cercai, sicuro che il Santo Volto non può comportare tali vicini"); anche se taluni, che erano o volevano parere più propensi a perdonare codesto, ricoprivano codesto, e altri loro dissensi, di pudori stilistici, rimproverando al Carducci, e massime al Carducci delle odi barbare, atteggiamenti di stile inconsueti e mal tollerabili. Ma io avevo in casa mio padre. Il quale, fino da quando era maestro elementare in un remoto paese di Romagna, dei pochi denari del suo stipendio assai parte spendeva a comprare giornali letterari e libri della letteratura più recente; e così io vidi, fanciullo, in casa mia, la "Cronaca bizantina", il "Fanfulla della Domenica", la "Domenica letteraria", e le edizioni prime del Carducci; e imparai a memoria, appena in grado di leggere spedito, di su un giornaletto di ragazzi, la Leggenda Garibaldina, "Egli nacque da un antico dio della patria"... Venuti poi, poco più tardi, a Lucca, questa o quella leggevo e rileggevo delle odi barbare che mio padre reputasse meglio intelligibile, e alcuna mi ricopiavo per averla tutta per me, Alla stazione, Sogno d'estate, Scoglio di Quarto; e le grandi prose polemiche, Rapisardiana, Ca ira, Satana, Eterno femminino regale; e poi, via via, le odi civili e storiche che il Carducci aveva incominciato a pubblicare ogni anno per celebrare la presa di Roma, il Piemonte, settembre del '90, Bicocca di San Giacomo, settembre del '91, Cadore, settembre del '92.
         Oh, i miei pomeriggi autunnali, con mio padre, su le mura di Lucca! Ricordo gli opuscoli in quarto dalla copertina gialla o rossastra, coi margini larghi; e i piccoli elzeviri zanichelliani, di carta liscia e grossa che male reggeva alla legatura, con quelle loro pagine chiare, di stampa netta e minuta; e le Confessioni e Battaglie nelle edizioni del Sommaruga, dalla bella copertina tutt'attorno fiorita di fregi colorati e sottili. Che cosa capivo io allora di tutto codesto? Assai poco, lo so. Eppure molto, chi pensi che cosa è per un ragazzo questo primo aprirsi dell'animo alla poesia: una vampa, una fiamma; sente che la poesia è lì, è presente, gli balena davanti, lo accende; capirà poi; e felice lui se poi, quando capirà, sentirà ancora dentro sé quella fiamma. Ora, in quelle condizioni, in quei miei furori poetici e carducciani, che qualche volta irrompessero da me, coi miei coetanei, insofferenze e impazienze anche violente, e qualche volta anche in iscuola coi miei maestri, e me ne rammarico; che questo accadesse, era cosa, diciamo, se non perdonabile, naturale; e mi pareva strano che proprio mio padre, più di tutti, se ne irritava e sdegnava, e forte mi riprendeva e puniva. Anche per questo, immagino, chiedendo io, finito il liceo, di studiar lettere e di andare a Bologna, mio padre in cuor suo dové pensare, - Sarà meglio questo ragazzo levarlo di qui e contentarlo; - e mi mandò a Bologna.

         E così mi trovai anch'io, un pomeriggio del novembre, nella prima aula a sinistra di chi entra, dove già da alcuni anni il Carducci soleva fare lezione; non grande, quasi quadrata, chiara, che prendeva luce da due finestroni larghi sul cortile, e separata e isolata dal corridoio esterno mediante una stanza d'ingresso egualmente grande, buona alle soste e alle ciarle negli intermezzi, deposito di pastrani e di libri. C'era gente, non folla: alcune signorine nel primo banco, tre o quattro, e una signora un po' anziana, la quale poi seppi essere la signora Adolphine Gosme, madre alla moglie di un figlio di Aurelio Saffi, che rividi alle lezioni ogni volta, tutti gli anni, fedele e discreta, e a cui talvolta il Carducci, che il francese leggeva male, se gli capitava dover leggere più a lungo - O via - le diceva - questo lo legga lei, faccia anche lei qualche cosa; - e le allungava il libro e il foglio. Eravamo quasi tutti al nostro posto. Un rumore di persone che ancora si accomodavano, in fondo, ritraendosi dalla porta, nei banchi laterali; e una voce, - Eccolo. - In piedi. Precedeva Monti, Cleto Monti, bidello, come si diceva, di prima classe: un omarino pulito, impettito, con una faccia sorridente, tra ironica e imperiosa, che accennava qua e là se c'era taluno che non stesse dentro il suo banco e occupasse del corridoio centrale. Ed ecco lui. Entrò col suo passo breve, un poco impacciato e strascicato, che più pareva un vezzo che un difetto; tanto più guardando la persona non grande, anzi piccola, ma eretta, gagliarda, quadrata, e il mobilissimo capo che egli volgeva intorno, a scatti fermi e improvvisi. Il cappello a staio pareva calcato a forza su quella chioma riccia e grigia che prorompeva da ogni parte; e la barba, piuttosto ispida e sulle guance assai rada, pareva indicare le tracce di una mano tormentatrice. Si tolse cappello e pastrano; e mentre Monti tornava indietro indicando ai vicini, con segni e ammiccamenti speciali, l'umore della giornata, il Carducci si fermò con le mani nei due taschini del gilè, come gli vidi fare tante altre volte specie se era maltempo, davanti alla finestra, e guardare il cielo; e poi, d'impeto, con un suo mugolìo tra corrucciato e giocondo, e battendo forte de' piedi sui due gradini, salì in cattedra.

         Manara Valgimigli, Il nostro Carducci, in Uomini e scrittori del mio tempo, Sansoni, Firenze 1965, pp. 5-7.


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Giorgio Pasquali - Jacob Wackernagel

         Il filologo Giorgio Pasquali (Roma, 1885 - Belluno, 1952) nel necrologio scritto in occasione della morte dell'indologo, iranista ed indoeuropeista Jacob Wackernagel (Basilea, 1853 - ivi 1938), racconta il suo primo incontro fortuito con il maestro tedesco conosciuto trent'anni prima, nel 1908, in treno, sulla strada per Gottinga. Fu certamente un evento imprevisto quanto di buon auspicio per la carriera universitaria del giovane Pasquali. A distanza di tanto tempo egli lo ricostruisce con grande sapienza narrativa, facendoci rivivere lo stato d'animo di smarrimento e di ansia della sua prima esperienza all'estero (la fretta nel cambio di carrozza, lo scontrino smarrito del bagaglio, lo sbaglio di vettura, il cuore stretto al calar della sera). L'incontro col futuro maestro rasserena il giovane studioso e gli ridà fiducia nell'avvenire.

         Verso Gottinga

         Lo conobbi nella maniera più bizzarra di questo mondo, mentre percorrevo migliaia di chilometri per divenire scolaro di Gottinga e suo; eppure per mero caso. Uscito appena dall'università e ottenuto un assegno ministeriale per studiare un anno all'estero, dovunque volessi, avevo scelto Gottinga. Se avessi avuto qualche anno di più, avrei preferito Berlino o Monaco, le città universitarie nelle quali si sente pulsare la vita tedesca. A ventitré anni, come capita a ragazzi troppo studiosi, non ero ancora ansioso di vita; e scelsi senza esitare un momento la città che era università, grande università e nulla più; e presi il treno. Avevo fatto il biglietto e spedito il bagaglio sino a Francoforte: agli uffici romani di viaggi, a quei tempi, Gottinga era ignota anche di nome; e io facevo conto di scendere a Francoforte per rifare il biglietto e rispedire il bagaglio, e di proseguire poi con lo stesso treno. Ci riuscii a mala pena; e nella fretta capitai in un'altra vettura da quella nella quale avevo viaggiato sino allora. Mi accorsi presto di non aver più lo scontrino del bagaglio: cercai in tutte le tasche, mi agitai, mi disperai. Un signore anziano mi chiese che cosa avessi, prima in francese: "Que cherchez-vous?, poi, quando si avvide che io capivo il tedesco, in tedesco. Pur turbato com'ero, dovetti distrarmi dalla mia pena e domandare tra me e me che razza d'uomo quello fosse, tanto il suo aspetto era singolare, tanto era il contrasto fra un corpo piccolo e mingherlino e una testa espressiva con fattezze scavate, come subito mi fu chiaro dal pensiero, e occhi grifi, inquisitori e dolci insieme. Risposi a me stesso che era un uomo dello spirito, un dotto; a lui spiegai che cosa era accaduto. Mi rassicurò sulle conseguenze: sarebbe bastata una mia dichiarazione scritta che esimesse la ferrovia da ogni responsabilità, e avrei potuto ritirare il bagaglio. A poco a poco mi calmai. Passarono ore di silenzio: fuori era già buio, e il ragazzo italiano si sentiva il cuore stretto. D'un tratto il signore anziano levò il capo e osservò: "A Gottinga è grande la matematica". Aveva sentito che ero diretto a Gottinga, e subito aveva fiutato in me lo studente; e chi del resto va dall'estero a Gottinga se non per studiare? Ma chiedere direttamente non osò. Risposi: "A Gottinga io voglio studiare filologia classica". Rispose con aria un po' riservata e lontana: "Questi studi interessano anche me". Da quel momento, per illuminazione subitanea, seppi che avevo dinanzi a me Jacob Wackernagel. Superai con uno slancio la mia timidezza: "Lei è un professore di Gottinga?" "Io sono un professore di Gottinga". "Lei è Jacob Wackernagel?" "Io sono Jacob Wackernagel".
         Quella vettura era stata attaccata a Basilea; io sapevo che Jacob Wackernagel era di Basilea (ma non sapevo di lui molto di più, seppure avevo già letto qualche suo articolo, che mi aveva innamorato). Nel suo francese accentato sulla prima sillaba, nel suo strano tedesco affrettato avevo sospettato o riconosciuto lo Svizzero. Ma tutto questo era insomma troppo poco per giungere razionalmente a quella conclusione: io lo riconobbi per istinto. Ora credo che egli stesso, quando mi accennò alla grandezza della matematica di Gottinga, aspettasse e desiderasse che l'interlocutore giovane gli si rivelasse studioso di filologia.
         Mi iscrissi in treno alle sue esercitazioni; in treno fui invitato da lui a cena per due sere dopo (a lui era dato, vinta la prima timidezza, aprirsi con il primo studente nel quale si imbattesse). Già in treno mi strinsi a lui di quel legame che di lì a pochi anni divenne, come posso dichiarare con orgoglio e con riconoscenza, amicizia, e che durò trent'anni, dal 1908 al 1938, alla sua morte.

         Giorgio Pasquali, Ricordo di Jacob Wackernagel, in Pagine stravaganti di un filologo II, a cura di C. F. Russo, Le Lettere, Firenze 1994, pp. 216-217, già pubblicato in "Letteratura", II, 1938, fasc. 3, pp. 6-7.


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Sibilla Aleramo - Gabriele D'Annunzio

         In occasione della morte dei Gabriele D'Annunzio, Sibilla Aleramo (Alessandria, 1876 - Roma, 1960) sulle pagine della "Nuova Antologia" del I giugno 1938 (LXXIII, 1589) gli dedica questo necrologio in cui ricorda la figura del poeta incontrato per la prima volta a Parigi la vigilia di Natale del 1913. A Parigi l'Aleramo si era recata per sfuggire all' "amore impossibile" per Umberto Boccioni. Ma ogni distrazione appare vana, eccetto la visita a D'Annunzio, con cui l'Aleramo intreccia subito una fraterna amicizia che, almeno temporaneamente, le fa dimenticare l'uomo amato. Il poeta pescarese è il "mago bianco", il "fanciullo candido", il geniale artista, colui che comprende per vie misteriose il complesso stato d'animo della donna che non tarderà a confidarsi con lui.

         D'Annunzio fraterno

         Rose di Natale, ellebori. Stavano in una coppa, nell'atrio dell'albergo, il mattino che seguì la morte di D'Annunzio. Come si trovavano lì? In una specie di dolente allucinazione, chiesi ed udii dal portiere che quei fiori crescono nei boschi sopra Gardone, sul finir dell'inverno. Ma a me era sembrato, per un lungo istante, che fossero quelli stessi che avevo, nella remota sera di un 24 dicembre, portati alla casa di Gabriele, a Parigi, dopo averli cercati per ore e ore da l'uno all'altro fioraio dei boulevards e dei Campi Elisi. Rose di Natale. Senza profumo, ma hanno una grazia toccante, così bianche, attonite, come se ricordassero d'aver dormito fra la neve. E Gabriele m'aveva scritto l'indomani: "Grazie dei fiori che ho trovato nella notte...". Era una delle sue prime lettere a me, e terminava: "Arrivederci, arrivederci. Coraggio e lucida malinconia!".
         Per tentare di guarire un amore impossibile (14) , ossia dicendo di voler guarirlo, e tacendo a me stessa l'affannosa speranza di renderlo invece possibile con l'allontanarmi un poco, io avevo lasciato Milano sul finire di quell'autunno 1913, e accettato un generoso invito di amici a Parigi dove non ero ancora mai stata.
         Parigi era avvolta in una nebbia nera, e la nostalgia m'aveva afferrata ed accompagnata ovunque. Ma Notre-Dame, ma Piazza della Concorde e Piazza Vendome, ma i Lungo Senna, ma i Corot e i Rembrandt e la Nike di Samotracia, come non provarne un'umana fierezza. E i miei ospiti, Aurel e Alfred Mortier, e il mio caro e devoto traduttore Pierre-Paul Plan, erano d'una dolce tenacia nel farmi eseguire programmi quotidiani mirifici.[...] E fu anche Aurel, mi par di ricordare, che mi spinse a chiedere a D'Annunzio di ricevermi, quando si seppe che il poeta era venuto da Arcachon per la prossima rappresentazione del Chèvrefeuille (15).
         "Sarà un dono del nostro paese a me" avevo scritto a D'Annunzio. E dopo poco era giunta la risposta:
         "Cara amica" diceva, "cara amica non ancora veduta ma da gran tempo conosciuta..."
         D'Annunzio mi conosceva! Non l'avevo mai cercato, sino ad allora, non gli avevo mandato nemmeno il mio libro: al tempo in cui esso era apparso con un certo clamore, io vivevo a Roma a fianco d'un cerchio di letterati ostili all'arte del pescarese (ho narrato ciò in altre pagine e detto il lento acquisto della mia autonomia critica). Ora potevo avvicinarmi a Gabriele come se l'avessi appena scoperto, come fossi ancora la diciassettenne che leggendo in un selvaggio borgo marchigiano il Trionfo della morte s'era sentita invasa da un puro stupore per tanta potenza di stile e tanta spirituale disperazione. [...]
         A distanza di quasi vent'anni da quella lontana rivelazione ecco, in un inverno straniero, D'Annunzio mi scriveva:
         ...io sarò molto contento d'incontrarmi con voi. E anche sarò molto contento di udire la viva voce di Aurel, avendo già in me la sua voce interiore, che è una delle più profonde e coraggiose di questi tempi...
         Ma Aurel volle ch'io andassi da sola, la prima volta, all'Avenue Kléber.
         Per via, ero tra la lusinga e la curiosità: avrebbe il fascino personale di d'Annunzio agito anche su me? Sapevo che i più refrattari, giunti dinanzi a lui, s'erano trovati sedotti: uomini, fanciulli, vecchie dame venerande, tutti egli aveva vinti con la parola e con la grazia del sorriso.
         Però il pensiero dominante era: "Quando lui," (lui era il giovine rimasto a Milano), "saprà che vedo D'Annunzio, mi scriverà, vorrà conoscerlo a sua volta, verrà...".
         E mi pareva quasi d'averlo di già al fianco profilo stagliato, e di salire insieme, felici, nell'ascensore, a quell'appartamento.
         Ma, quando Gabriele sollevò la portiera - avevo udito di là un attimo prima un suo riso sommesso - non fui più che io, io piccola e timida e muta, a guardare, ad ascoltare.
         Piccola, eppure come statura fisica egli mi uguagliava: avevamo gli occhi allo stesso livello.
         Tenendo le mie mani un momento fra le sue, disse: "Il vostro nome, con quell'aura di mito, mi ha fatto talora dubitare che foste una persona reale. Invece, eccovi qui".
         Udivo la sua voce per la prima volta: scandita, metallica, e insieme carezzevole, dava di per sé una sensazione analoga a quella che suscitan le sue liriche più prestigiose: di trasognamento.
         Mi fece sedere a un largo tavolo rotondo preparato per un tè sontuoso, servì egli stesso la bevanda, stupì che non fossi più ghiotta. "Prendete almeno di questi, sono stati raccolti sulla spiaggia del nostro mare." Erano confetti a foggia di sassolini. "Ma sì, me li ha portati da Pescara una mia vecchia governante." Così imparai ch'egli amava coprire con lo scherzo lieve l'esercizio arguto dell'osservazione. In pochi minuti dovette farsi un'idea precisa della mia essenza più segreta. E riconoscermi semplice e schietta e d'un'innocenza radicale, di là dalla spietata audacia dell'opera e della vita.
         "Il vostro libro," irruppe improvvisamente serio, "se mai verrete a Arcachon, vedrete ch'è là, ben rilegato, tra un volume di Anna de Noailles e uno di Gérard d'Houville, la moglie di de Régnier, sapete?"
         Il tono s'era fatto dolce, affettuoso. Oh Gabriele! S'anche mentiva, quanta gentilezza in quel tratto! O forse veramente egli aveva amato il nudo racconto della mia prima esistenza, ed io ricevevo in quel momento il premio mai sperato.
         Vide egli, certo, la mia emozione, sentì ch'essa mi liberava, per l'istante, da una qualche grande angoscia che un giorno gli avrei confidata. Comprese anche, certo, che non per vanità io ero commossa, che non ad una "letterata" egli parlava, ma ad una che veramente aveva scritto col proprio sangue, per una necessità che trascendeva quel sangue stesso. Delicatamente non commentò con parole quanto in silenzio aveva scoperto. Ma l'atmosfera della stanza mutò: pareva ora che ci conoscessimo dall'infanzia.
         Miracoloso era il potere d'adattamento alla persona che per improvvisa simpatia eleggeva e a cui voleva piacere: non falsandosi, ma estraendo dalla molteplice sua natura quel che in essa v'era di consono a quella dell'interlocutore; ponendo, certo, in quell'operazione un'arte non minore di quella ch'è nelle sue più venuste pagine: ma arte, non artifizio, non istrionismo. Obbedienza al ritmo scelto per quel dato colloquio, ma ritmo suo; attenzione vitale, creazione dal profondo, musica.
         Prese a discorrere di sé, di Parigi, dell'Italia, con una grazia, una semplicità, un abbandono adorabili. Questi era d'Annunzio? Un fanciullo candido, felice di manifestarsi, felice ingenuamente d'incantarmi. Un candido fanciullo di genio, nel quale gravità e gaiezza sono come alterne strofe. Di quel che doveva scrivere di sé alcuni anni dopo, "io sono un mistero musicale con in bocca il sapore del mondo" egli mi diede fin da quel primo incontro la sensazione straordinaria. Ascoltavo, ascoltavo, non vedevo se non in confuso il suo volto d'avorio, la cui espressione non aveva importanza, poiché tutto il fascino derivava dalle cose che la sua bocca diceva e dal modo come le diceva, sì che si trasformavano di repente in aroma, in effusa essenza.
         A tratti m'interrogava, fraterno. Quando gli dissi che le prime Faville del maglio, comparse poco tempo innanzi nel Corriere della Sera erano fra le cose sue che più ammiravo, ebbe un quasi impercettibile trasalimento: "Vanno lette con molta attenzione" fece. Al che replicai: "Ma io leggo sempre con attenzione". E di questa parola dovette rammentarsi. "Poveri abbonati del Corriere" continuò dopo un attimo; "chissà come sbalordiscono a quella lettura. Ma è stato Albertini a voler ciò, gli devo anzi essere grato, è venuto ad Arcachon quando non sapevo come trarmi dai guai finanziari, m'ha proposto lui, poiché non so scrivere articoli, di dargli alcuni di quei vecchi appunti, e me li ha compensati regalmente".
         Accennando a certe accuse di plagio a proposito del Chèvrefeuille, rideva. Nel riso scopriva di sé il gran signore, quegli che ha coscienza dell'immensa distanza ch'è fra sé e chiunque altro, e nessuna stolta offesa può toccarlo, inciderne il valore. Di una cosa soffriva, certo: d'essere lontano dall'Italia. Ma non intendeva tornarvi, per allora.
         "Non mi amano in patria. Meglio, meglio ch'io stia lontano". Se amarezza v'era nell'osservazione, il riso la velava.
         Intanto io sentivo passivamente calare su me un torpore come di primavera. Eravamo seduti su cuscini quasi a terra; a fior degli sguardi, rose, mandarini, fiale d'essenze.
         "E voi," chiese, "perché non avete più pubblicato nulla dopo Una donna? Per disdegno?"
         Allora gli dissi, breve, qualcosa della mia seconda vita. Così diversa, così lontana dalla sua. Mi guardava, sentivo che pensava anch'egli alla singolarità di quell'incontrarci solo allora, nello stesso bruno esilio.
         Quella sera, raccontando al mio fedele Plan i particolari della mia visita al Poeta, mi sentii dire: "Adesso ve ne innamorate". Caro Plan, mi vedeva sovreccitata e quasi felice, per la prima volta dopo un mese che ero a Parigi. Era un poco geloso. Le gelosie dell'amicizia sono talora assai raffinate.
         Ma lo placai. No, io non mi sarei innamorata di D'Annunzio. La certezza nasceva dal fatto che amando, non potevo sentire un altr'uomo sotto la specie "amatoria". Non solo. D'Annunzio, l'aspetto di D'Annunzio, l'aspetto di D'Annunzio maschio, non m'aveva turbata sensualmente neppure un istante. Avevo provato sì in sua presenza un senso di calore profondo, ma calore di provenienza tutta psichica, tutta spirituale. Dal canto suo Gabriele se pur fosse stato per qualche attimo tentato da quella che dicevano la mia avvenenza (ero di alcuni lustri più giovane di lui, allora nel pieno vigore della sua maturità) abituato com'egli era a gustar d'ogni frutto e ormai, credo, senza darvi più molta importanza, dal canto suo Gabriele si trovava in quell'epoca impegnato notoriamente in una relazione esigentissima, senza contare quattro o cinque o sei - almeno così mi disse sorridendo una volta ma suppongo esagerasse un poco - intrighi passeggeri contemporanei.
         Il rapporto di pura amicizia fra D'Annunzio e me non venne mai alterato, come avevo presentito.
         Più timido e più gentile di qualunque amore, sì che a distanza di tanto tempo ancor tremo, parlandone, di offuscarlo.

         Sibilla Aleramo, D'Annunzio fraterno, in Andando e stando, a cura di Rita Guerricchio, Feltrinelli, Milano 1997, pp. 177-182.


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Pietro Pancrazi - Gabriele D'Annunzio

         Nella parte iniziale della dedica (datata Firenze, 8 maggio 1939) a Piero Calamandrei (Firenze, 1889 - ivi, 1956) che Pietro Pancrazi premette ai suoi Studi sul D'Annunzio, il critico ricorda la passeggiata avvenuta nel marzo 1938 con l'amico nella valle del Casentino, luogo di memorie dannunziane (più che dantesche). D'Annunzio era morto "in quei giorni" (1° marzo 1938); ed allora il racconto richiama alla memoria un primo incontro fortuito di trent'anni prima, quando Pancrazi, convittore all'incirca quattordicenne (siamo, dunque, verso il 1907), aveva visto D'Annunzio a cavallo insieme ad una donna (Alessandra di Rudinì?) mentre gli passava davanti senza neppure degnarlo di uno sguardo. E fu questo incontro il segno, considerato poi non senza ironia, della sua vocazione di critico: è nell'ordine delle cose, difatti, che l'autore non conosca il suo critico.

         Critici si nasce

         Caro Calamandrei, dedico a te questa raccolta di scrittarelli dannunziani, in ricordo d'una gita molto bella che (seguendo il nostro uso) si fece l'anno scorso con gli amici, attraverso il Casentino, una domenica di marzo. Te la ricordi?
         D'Annunzio era morto in quei giorni...; ma salendo, nella chiara mattina, da Pontassieve alla Consuma, noi veramente s'aveva il pensiero ed il discorso ad altro. Quando però fummo al valico, e ci s'aperse d'un tratto alla vista tutta la valle del Casentino, dal Falterona al Pratomagno e laggiù alla Verna, con davanti il Giogo di Camaldoli e il Poggio Scali, e per le coste i fumetti delle carbonaie o delle pievi, e in basso, nella valle ancora in ombra, il Solano l'Archiano e i ruscelletti che tra i loro pioppi vanno a finire in Arno a spina di pesce, e le case del Borgo alla Collina di Pioppi e di Bibbiena, rilevate dall'ombra in una luce più chiara...; appena s'ebbe davanti quel paesaggio così domestico ma così aperto, risentito come una ossatura e così poetico..., senz'altra ragione, D'Annunzio anche in noi cominciò a cantare. E scendendo a piedi il primo tratto della strada verso l'Ommorto, che poi svolta a Romena, prendemmo tutti a dire versi e a ricordare prose di lui, non scolasticamente a memoria, ma par coeur, come dicono tanto meglio i francesi.
         Sapevamo che lì sotto, a Romena, in una estate lontana, D'Annunzio aveva scritto alcune belle poesie dell'Alcyone, e che luoghi e nomi del Casentino s'incontrano nei suoi versi e nelle sue prose. Questo sapevamo... Ma veramente, quella mattina, la nostra improvvisa voglia di ricordare e di dir poesie nasceva e di lì, e di più lontano. E' che certi paesi e terre nostre dànno volontà di dire; e, a chi poeta propriamente non è, muovono il ricordo e il sentimento dei poeti; e vi si mescolano e fanno, con essi, quasi le pagine di un sol libro. Allora nasce dentro come un intenerimento; e si sente allora, come non mai, di volere molto ma molto bene all'Italia.
         Il fatto è che, per quei versi ricordati di prima mattina, tutta la giornata ci andò meglio; portammo dentro, tutto il giorno, "un che", (o "un cheìno", come dicono da quelle parti), per cui tutto ci piacque di più: anche la bella ragazza che ci fu guida al castello di Romena; anche quel fratone bianco che, schioccando i sandali, ci condusse attraverso le cellette all'Eremo di Camaldoli.
         Io poi quella mattina (te lo dico adesso) nascondevo, dentro me, un ricordo più preciso e più lontano.
         Tanti anni prima, in una di quelle vallette minori del Casentino, la più brutta, in un brutto collegio, c'era stato un ragazzòlo coi calzoni troppo lunghi e una visiera di cuoio nero al berretto. Un ragazzo (mi pare di ricordare) che ruminava parecchia malinconia, stava volentieri da sé, e nell'ora del "passeggio", la sera, lungo il Solano, spesso si lasciava andare solo, in coda alla sua "camerata".
         Ora, una di quelle sere, in località detta il Pignone, il ragazzo rimasto solo indietro, vide insolitamente muover cavalli e cavalieri tra i pioppi dell'altra riva. Se avesse letto i poeti del Quattrocento, il ragazzo probabilmente avrebbe esclamato: "Una cavalcata!"; ma traduceva appena Fedro e restò lì a bocca aperta... Poi, i due cavalli sbucarono nel greto del Solano e fecero il guado; e il cavaliere e l'amazzone gli passarono accosto, lenti, senza neppure vederlo. (Il cavaliere portava una giacchetta bianca, molto stretta in vita, ma di larga falda sulla sella, e in capo un cupolino pure bianco, con la visiera uguale, come da fantino, e un viso còtto nero dal sole; il solo ricordo dell'amazzone, sul passo d'un cavallo storno, è ora un lungo velo).
         Appena ebbe raggiunto i compagni, e il gesuita "padre prefetto" gli ebbe detto, di mala voglia, che il cavaliere passato al Pignone era il poeta Gabriele D'Annunzio (in battuta allora per quelle terre), il ragazzo ricordò subito il poco che lui poteva: un bozzetto Cincinnato, e due sonetti Naufragio andatigli a memoria forza di rileggerli nell'antologia della scuola. Ma sopra tutto gli piacque e fu contento (e se ne tenne) d'aver potuto vedere un poeta da vicino; lui da solo, e senza che il poeta lo vedesse. Ahimè, ero proprio nato critico!
         Poi, negli anni, e fuori del Casentino, rividi D'Annunzio qualche altra volta; ma per me fu sempre come s'egli fosse ancora su quel cavallo, e io sotto il berrettino del convittore.
         Ecco perché, caro Calamandrei, tra il vedere vicino e il lontano ricordare, quella mattina di marzo, io mi sentivo andare per le strade del Casentino così leggiero.

         Pietro Pancrazi, Ragguagli di Parnaso, I, cit., pp. 267-269.


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Carlo Carrà - Umberto Boccioni

         Il pittore Carlo Carrà (Quargnento, Alessandria 1881 - Milano, 1966) racconta il primo incontro con l'amico fraterno Umberto Boccioni (Reggio Calabria, 1882 - Sorte, Verona 1916), morto in seguito a una caduta da cavallo; ed è proprio dal ricordo di questa morte prematura (Boccioni aveva solo trentaquattro anni) che si dirama il racconto del primo incontro come un vano tentativo di ridar vita al momento iniziale del rapporto tra i due, così fecondo di idee e di esperienze. A p. 138 dell'op cit. in basso Carrà spiega: "Non ci sarebbe stato nulla di eccezionale nei rapporti amichevoli fra Boccioni e me se non fosse sopravvenuta la battaglia futurista a stringerli e a consolidarli". L'incontro fortuito tra i due avvenne nel 1908, a Milano, e fu subito diverbio a causa di una lumaca dipinta da Boccioni: evidentemente non v'è nulla di più antitetico rispetto al culto futurista della velocità. Carrà finì di scrivere le sue memorie nel 1942.

         Una lumaca prefuturista

         In questo stesso periodo per una caduta da cavallo morì Umberto Boccioni. Io ne fui addolorato e colpito. Nonostante le nostre divergenze il sentimento della mia profonda amicizia per lui era vivo ed inestinguibile. Non potevo persuadermi che la sua balda giovinezza fosse stata così crudelmente infranta. Un decennio di stretti e fraterni rapporti mi legava alla sua memoria.
         Venuti da punti opposti, Boccioni ed io ci sentimmo portati l'un verso l'altro, per interrogarci e insieme progredire. Quando lo conobbi aveva ventisei anni e vestiva giacca e pantaloni di grosso velluto marrone; gli stivaloni alla cosacca e il berrettone di pelo gli conferivano un aspetto nordico. Non era del tutto maturo nella pratica dell'arte, ma riusciva a supplire alle manchevolezze tecniche con vigile volontà, infondendo nelle tele che andava esponendo nelle mostre cittadine bagliori arcobalenati che suscitavano interesse soprattutto nei giovani artisti. Era il 1908 e Boccioni entrava nell'ambiente artistico milanese sconosciuto a tutti, ma deciso a farsi strada. Viveva con la madre in misere condizioni economiche in alcune stanzette disadorne di via Adige fuori di porta Romana. Temperamento risoluto e pieno d'iniziativa, seppe in breve tempo migliorare la sua situazione esercitando una intelligente attività di illustratore e di cartellonista. Mediante l'interessamento di Guido Treves, salito alla morte dello zio alla direzione de "L'Illustrazione Italiana", Umberto Boccioni collaborò a questa rivista con una serie di disegni.
         A questo punto debbo dire che la nostra amicizia ebbe inizio da un diverbio.
         Mi trovavo con il mio amico Alciati all'esposizione della Permanente e, osservato un quadro divisionista nel quale era figurata una donna che cuciva in giardino, fui stupito di vedere dipinta una lumaca sul tronco di un albero, ed esclamai: "Costui deve essere un ammiratore dei preraffaelliti. Su questo superfluo particolare si è tanto attardato da trascurare non poco l'unità del quadro".
         Alle mie parole si fece avanti un giovane che era dietro di me asserendo che quanto avevo detto lo offendeva essendo egli l'autore delle tela. Alla qual cosa io risposi che mi dispiaceva che egli non vedesse questo grosso difetto del suo dipinto; e da ciò nacque un diverbio che continuò dopo usciti dall'esposizione lungo il tragitto che ci portò, quasi senza avvedercene, alla Famiglia Artistica dove ci rappacificammo.
         Da quel momento può dirsi nascesse la nostra amicizia.

         Carlo Carrà, La mia vita, SE, Milano 1997, pp. 137-138.


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Gennaro Perrotta - Giorgio Pasquali

Vanitas II, fotografie a colori su alluminio, cm.50x50         Il latinista e grecista Gennaro Perrotta (Termoli, Campobasso 1900 - Firenze, 1962) rievoca il suo primo incontro con Giorgio Pasquali avvenuto nel novembre 1916 a Firenze in occasione del concorso per una borsa di studio all'Università. Il ritratto del Pasquali è quello d'un maestro severo ed umano, capace di cogliere in una battuta - giudicata da chi la pronunciò troppo audace - l'intelligenza dell'allievo. Anche questo può costituire un felice inizio d'un'amicizia e d'una collaborazione.
         Il ricordo del Perrotta si legge in un suo discorso celebrativo del 1943 in onore di Pasquali che in quell'anno era stato chiamato a far parte dell'Accademia d'Italia. La tipologia è quella dell'incontro scolastico.


         Tempo d'esami

         Io lo [Pasquali] conobbi in un'auletta squallida dell'Istituto di Studi Superiori di Firenze, in uno squallido mattino di novembre del 1916. Ero un ragazzo di sedici anni, venuto da un paese di provincia a concorrere per una borsa di studio. Il mio timore reverenziale era grande. I professori universitari, allora, mi parevano numi: bella cosa, se tali mi paressero ancora! Ma io e gli altri compagni di concorso non fummo atterriti né dal sorriso ironico e luminoso del Padre Ermenegildo Pistelli, né dalla barba dignitosa di Felice Ramorino. Ci atterrì proprio lui, Pasquali. Giovanissimo, aveva fama di terribile; e non giovava a darci coraggio nemmeno il suo aspetto di studente anziano in vacanza. Negli scritti d'italiano e di latino eravamo andati bene, chi più, chi meno, un po' tutti; la commissione aveva deciso di dare un tema di greco difficile, per eliminare i meno meritevoli. Pasquali non intese a sordo. Scelse un passo brevissimo delle Operette morali di Plutarco: era un periodo solo, ma che valeva per cento. E poi, dettato il tema, ci spiegò subito, con bella franchezza, perché la commissione aveva deciso a quel modo. Naturalmente rimanemmo instupiditi: ci aveva annientati tutti, buoni e cattivi, con un colpo solo. Ma Pasquali è come la lancia di Peleo, che ferisce e risana. Mi vide più spaurito degli altri, mi si avvicinò e mi disse: "In italiano e in latino hai fatto meglio di tutti; me l'ha detto l'uccellino". "Sarà stato un uccellino con la tonaca", io risposi con folle audacia. Così nacque la nostra amicizia. Purtroppo, quella sua bontà non bastò a portarmi fortuna per il lavoro di greco. Con i periodi farraginosi e artificiosi di Plutarco noi, ragazzi appena usciti dal liceo, non avevamo proprio nessuna confidenza. Facemmo tutti maluccio; e fecero forse peggio i meno stupidi, perché, invece di tradurre parola per parola, senza preoccuparsi del senso per evitare guai maggiori, vollero trovare un senso ad ogni costo, che andava, sì, ma che le parole greche non potevano avere. Dopo quel terribile esame, chi pensava più di poter vincere la borsa?
         Ma quando, alla prova orale, tradussi bene all'improvviso due passi dell'Odissea, Pasquali era più felice di me. E quando, un anno dopo aver vinto il concorso, ebbi trenta e lode all'esame di grerco, fu per me una consolazione, ma per lui un trionfo.

         Gennaro Perrotta, Intelligenza di Giorgio Pasquali, in "Quaderni urbinati", Nuova serie 21, n. 3 - 1985, p. 8, già in "Il Primato" IV I, 1° gennaio 1943, pp. 5-6.


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Ernesto Buonaiuti - Giorgio Tyrrell

         Ernesto Buonaiuti (Roma, 1881 - 1946) nell'estate del 1907 si reca in Inghilterra per incontrare il teologo irlandese Giorgio Tyrrell (Dublino, 1861 - Storrington, Sussex 1909), col quale la consonanza spirituale è perfetta in conseguenza di un medesimo progetto culturale ed evangelico, conosciuto col nome di modernismo. Sul modernismo presto si abbatterà la reazione della Chiesa, che per un intervento "soprannaturale" ai due è dato di intuire nel momento del congedo (l'enciclica Pascendi dominici gregis con la quale Pio X condannò il modernismo fu divulgata nel settembre dello stesso anno). La commossa rievocazione di Buonaiuti si legge nelle memorie scritte negli ultimi anni della sua vita e pubblicate nel 1945 col titolo La generazione dell'esodo. La tipologia dell'incontro è quella della visita.

         Prima della bufera

         Nell'estate del 1906 ero salito a Ceffonds per conoscere di persona Alfredo Loisy (16). Nell'estate del 1907 volli avvicinare Giorgio Tyrrell e mi recai in Inghilterra. C'incontrammo a Brighton. Quale diversità di temperamento e di orientamento dall'esegeta francese! Qui, sì, la mia anima si sentì, non rattrappita e conturbata dal sorriso amaro e scettico della disperazione religiosa, bensì, al contrario, sollevata e illuminata dalla luce di una speranza raggiante. L'ex-gesuita non era stato ancora privato delle sue capacità sacerdotali, non era stato reietto dalla visibile società dei credenti. Le sue opere capitali Lex orandi, Lex credendi, erano lì come testimoni di una sensibilità sempre desta e raffinatamente acuta a tutte le più esili corrispondenze fra il gesto rituale e la trascrizione concettuale, nell'orizzonte di una vita religiosa ed evangelica sanamente intesa e intensamente praticata. Parlammo a lungo del nostro comune compito di domani, della nostra solidarietà attraverso tutti i rischi e tutte le sue amare peripezie. Non sapevamo e non avremmo potuto prevedere che l'uragano fosse tanto prossimo, e che, al suo irrompere, ci saremmo trovati, noi tutti aggregati alla nuova crociata, ancora così immaturi, così inesperti, così profondamente scissi l'uno dall'altro. Ma quando nell'ora del commiato noi ci confessammo a vicenda i nostri propositi e la nostra volontà di dedicare, fino all'ultimo respiro, le nostre esistenze ad un lavoro di disseminazione in pari tempo culturale ed evangelico, che sfidasse simultaneamente tutte le insidie dei procedimenti inquisitoriali e tutte le mordaci ed apati ostilità del mondo incredulo ed epicureo, avviato al più tragico dei naufragi, qualcosa di soprannaturale investì le nostre anime, e le strinse in un vincolo che non la lontananza, non la morte, avrebbero potuto spezzare. Ci separammo piangendo.

         Ernesto Buonaiuti, Pellegrino di Roma. La generazione dell'esodo, Laterza, Roma-Bari, 1964, pp. 69-70.


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Giorgio De Chirico - Anonimo pittore milanese - Pablo Picasso

         Il seguente brano è tratto dalla prima parte delle Memorie della mia vita di Giorgio De Chirico (Volos, Grecia 1888 - Roma, 1978), edita per la casa editrice Astolabio nel 1945. Il pittore polemizza con la tendenza esterofila di molti artisti italiani negli anni tra le due guerre, e racconta un simpatico aneddoto che ha per protagonista un anonimo pittore milanese colto da improvvisa e perdurante afasia in conseguenza del primo incontro fortuito nelle strade di Parigi col celebre Pablo Picasso.

         La pena dell'idolatra

         Per dare un'idea di fino a qual punto può giungere oggi nei nostri artisti l'esterofilia o, meglio ancora, l'esterolatria, basterebbe dire che alcuni anni or sono un nostro pittore si era recato a Parigi per sentire l'odore di quella città-calamita e vedere gli originali dei "capolavori" di Braque, di Matisse e di altri fabbricatori di pseudopittura, nei santuari della Rue de La Boétie.
         Mentre dunque si trovava a Parigi, il nostro pittore, una mattina insieme ad un suo amico italiano che abitava da parecchi anni la capitale francese passò appunto nella famosa Rue de La Boétie. A un certo punto s'incontrarono con Picasso che transitava da quella parte; l'italiano di Parigi, che conosceva Picasso, si fermò per presentare il suo amico al celebre pittore spagnolo; ma quando il nostro pittore udì il nome di Picasso e capì che quel signore che si era fermato a parlare con loro era proprio lui, era proprio Picasso in carne e ossa, fu preso da una crisi di brividi e di scosse nervose; aprì la bocca ma non poté articolare una parola; emise qualche grido rauco, mentre la mascella gli tremava; aveva perso la favella: era diventato muto. Partito che fu Picasso e poiché il nostro pittore continuava ad emettere suoni rauchi, a tremare ed a non poter parlare, l'amico suo, impressionato, lo prese per un braccio e lo portò nella più vicina farmacia. Là un dottore, che si trovava in attesa di clienti, lo visitò, disse che si trattava di una forte scossa nervosa, che probabilmente era un soggetto molto emotivo (ma oggi di questi emotivi in Italia ce ne sono intere legioni), però aggiunse che la cosa non era preoccupante. Il dottore domandò all'amico dell'ammutolito se per caso questi non avesse ricevuto dalla famiglia una grave notizia. L'amico rispose evasivamente non potendo dire che il fatto era la conseguenza di un incontro con Picasso. Il dottore consigliò un calmante a base di bromuro e di tintura di valeriana e disse all'ammutolito di tornare all'albergo, di coricarsi e di procurare di dormire. Fu soltanto la sera di quel giorno, verso le dieci, che il pittore milanese riacquistò la favella e allora l'amico lo accompagnò fuori, reggendolo sotto al braccio come un convalescente e lo condusse al Caffè du Dome a mangiare qualcosa.
         "Però," soleva dire in seguito "mentre si stava là, a cenare, ero molto preoccupato, poiché mi ricordai che Picasso, qualche volta capitava a Montparnasse la sera e veniva proprio al Caffè du Dome e temevo che il mio amico se l'avesse visto ancora una volta ridiventasse di nuovo muto e questa volta per il resto della sua vita".

         Giorgio De Chirico, Memorie della mia vita [1945-1962], Bompiani, Milano 1998, pp. 91-92.


28
Eugenio Montale - Thomas Stearns Eliot

         In questo articolo apparso sul "Corriere della Sera" il 28 dicembre 1947 Eugenio Montale (Genova, 1896 - Milano, 1981) racconta il suo primo incontro col poeta americano da lui tradotto, Thomas Stearns Eliot (St. Louis, Missouri, 1888 - Londra, 1965), avvenuto qualche sera prima a palazzo Borghese, a Roma, in occasione dei festeggiamenti in suo onore. L'incontro si riduce ad una formale stretta di mano (uno shake hand), con in più lo scambio di qualche cortese parola di circostanza. Si noti come Montale sottoponga il topos del primo incontro ad una "riduzione di tono" (si pensi per un confronto, ad esempio, al tono solenne dei racconti del primo incontro con Carducci): Eliot non "irradia" intorno a sé alcun fascino, non occupa il primo piano della scena mondana, le sue mani, che D'Annunzio avrebbe osservato (vedi l'incontro D'Annunzio-Pascoli), e gli occhi rimangono irraffigurabili, la sua voce anonima come quella d'un disco. Sicché, in definitiva, diamo ragione a Montale che avrebbe preferito incontrare Eliot in casa sua, magari in pantofole. Per il particolare delle pantofole, si veda l'incontro Marabini-Montale del 1969 in questa raccolta.
         Il racconto rientra nella tipologia dell'incontro-convegno.

         Uno shake hand

         Contrariamente all'opinione diffusa che non possa esistere grand'uomo per il suo cameriere, io gli uomini importanti vorrei sempre sorprenderli a casa loro, in pantofole. Meglio i rischi di una riduzione di tono che gl'inconvenienti di una maschera sovrapposta, tenuta per obbligo e spesso insincera. Sere fa, a palazzo Borghese, a Roma, salendo le molte scale - in fondo alle quali era rimasta una turba di invitati che urlavano invano "ascensore, ascensore!" senza aver la forza magica di farlo discendere - io ero in procinto di scambiare il primo shake hand della mia vita con T. S. Eliot, cioè col poeta di cui oggi più si parla al mondo, e rimpiangevo di non averlo fatto prima, nel 1933, quando ebbi la fortuna di transitare in Russel Square presso gli uffici degli editori Faber and Faber dove il poeta ha recapito.
         Appena entrato nel vetusto appartamento - una scena hoffmanniana da Principessa Brambilla - vidi con piacere che Eliot non ingombrava la sala né fisicamente né con alcuna sorta di irradiazione. Bisognava cercarlo con lo sguardo, ricordarsi delle sue fotografie, guardarsi intorno. Era lui, non era lui?
         Thomas Stearns Eliot è alto, ma non da misurarsi con una pertica, magro ma ben piantato, stout; piuttosto un uomo smagrito che uno smilzo per natura. Dev'essere timido ma l'abitudine agli inevitabili contatti ha vinto in lui ogni eccesso di suggestione. Dietro gli occhiali a stanghetta i suoi occhi sono probabilmente azzurri e profondi; confesso di non essermi fissato, stavolta, su questi due punti essenziali, occhi e mani. Mi stupisce il suo perfetto accento da disco "Fonoglotta", intelligibile anche ai non iniziati. Scambiamo alcune parole, gentilmente ricorda mie traduzioni di poesie sue e un mio scritto apparso nel "Criterion".

         Eugenio Montale, Buon viaggio, Mr. Eliot, in Il secondo mestiere. Prose I, Mondadori, Milano 1996, pp. 719-720.


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Giovanni Papini - Federico Nietzsche

         Giovanni Papini (Firenze, 1881 - 1956) nella sua autobiografia intellettuale Passato remoto 1885-1914 narra la fugace apparizione di Friedrich Nietzsche (Rocken, 1844 - Weimar, 1900); una visione, o forse, più semplicemente, il frutto d'una suggestione adolescenziale. Il ricordo poi ha fatto il resto, a tal punto che Papini sembra giurare a distanza di molti anni di non essersi affatto ingannato: si trattava proprio di Nietzsche. Si noti, in conclusione, come questa apparizione acquisti per il narratore un significato paradossale: l'anticristo, ovvero Nietzsche, accarezza il futuro autore della Storia di Cristo, Papini! Siamo a Firenze, al sorgere del secolo XX, su una delle scene più belle d'Italia, il Lungarno fiorentino. La tipologia è quella dell'incontro fortuito.

         La carezza dell'anticristo

         D'inverno, quando il tempo era sereno e regnava il sole, la mamma mi portava, prima del tramonto, sul Lungarno per vedere il ritorno dalle Cascine. A quei tempi i signori e gli stranieri andavano ogni giorno, come per un rito, lungo il fiume, fino alla tomba del principe indiano, eppoi tornavano tutti insieme verso la città. Era, quel festoso rientro, uno degli spettacoli più cari ai fiorentini, che allora si contentavan di poco.
         [...]
         Volentieri ci si addossava, per goder meglio la sfarzosa fiumana delle carrozze, al muro di un grande albergo, fatto di bugne di marmo bianco e mi piaceva accarezzare con le mani quel marmo bianco, intiepidito dal sole. Un giorno che s'era appoggiati a quel muro bianco passarono accanto a noi due uomini d'alta statura, indubbiamente stranieri. Uno di loro, vedendomi, si fermò e mi guardò. Io pure, un po' stupito, lo fissai sì che mi rimase impressa la sua strana figura. Portava lenti molto grosse e due baffi enormi: la faccia era larga e carnosa ma grave e un po' triste. Ad un tratto allungò la destra, accarezzò un istante con affettuosa delicatezza i miei riccioli biondi e disse qualche parola al suo compagno. Poi tutt'e due si mossero e più non li vidi. Mia madre era tutta raggiante per quell'omaggio, benché non insolito, a quel suo figliolo così diverso dagli altri. In me rimase, per lungo tempo, l'immagine inconsueta di quell'uomo dai grandi baffi, che mi aveva guardato e accarezzato, tanto più che simili gesti di ammirazione mi venivan rivolti quasi sempre da donne.
         Molti anni dopo mi capitò di vedere, in un libro, il ritratto, somigliantissimo, dello sconosciuto che s'era fermato dinanzi a me in quel lontano giorno. Il cuore mi sobbalzò di commossa meraviglia: era il ritratto di Federico Nietzsche.
         Era forse un abbaglio della mia fantasia giovanile, tanto sedotta, in quel principio di secolo, dal poeta filosofo di Rocken? Ma qualche anno dopo, quando furono pubblicate le lettere di Nietzsche, ebbi la conferma che l'incognito carezzatore dei miei capelli era stato davvero l'autore di Zarathustra. Proprio in quell'anno del mio ricordo un suo ammiratore tedesco, Paolo Lanzki, direttore dell'Albergo della Foresta di Vallombrosa, lo aveva invitato come suo ospite lassù e Nietzsche aveva trascorso alcuni giorni a Firenze, per l'ultima volta. E anche oggi sono certo che il futuro scrittore della Storia di Cristo fu sfiorato un istante, in un chiaro tramonto d'autunno, dalla mano che scrisse L'Anticristo.

         Giovanni Papini, Passato remoto 1885-1914, Ponte alle Grazie, Firenze, 1994 (1948), pp. 3-5.


30
Indro Montanelli - Giuseppe Marotta

         Il giornalista-scrittore Indro Montanelli (Fucecchio, Firenze 1909- Milano 2001) con verve tutta toscana racconta le curiose vicende che favorirono il nascere dell'amicizia con Giuseppe Marotta (Napoli, 1902 - 1963). Lo scritto, prima di essere racchiuso in volume, apparve per la prima volta sul "Corriere della Sera" il 20 agosto 1952. La visita di Marotta risale ad alcuni anni prima ("anni fa" scrive Montanelli; e poi ancora: "E son passati tanti anni"), e precisamente al 1947, data di pubblicazione della prima raccolta di racconti dello scrittore partenopeo cui si fa cenno nel testo, L'oro di Napoli, che Indro Montanelli aveva recensito per il "Corriere della Sera".

         Un'amicizia a sghimbescio

         La mia amicizia con Marotta cominciò, anni fa, in un modo abbastanza curioso. Fra le altre cose che leggevo di lui perché mi divertiva, c'era anche la corrispondenza che egli teneva col pubblico di un settimanale, che gli poneva le più strane domande. Nelle risposte che Marotta dava, tutte estrose, e impertinenti e a sghimbescio, quasi in ogni numero trovava il modo di tirarmi, almeno una volta, in ballo, per rivolgermi qualche insolenza. Perché lo facesse, nemmeno ora che siamo diventati amici (e son passati tanti anni) sono riuscito a saperlo, e credo che nemmeno lui lo sappia. Comunque, a un certo punto, gli mandai un biglietto che diceva: "Caro Marotta, checché tu faccia, non ti riuscirà mai costringermi a detestarti. Mi piace il tuo stile, mi piacciono i tuoi racconti, mi piace il tuo litigioso umorismo, e ne avrai una prova mercoledì quando sul Corriere apparirà un mio articolo sul tuo libro, che considero uno dei più belli da me letti in questi ultimi anni. Dopodiché puoi continuare a parlare male di me. Io seguiterò a parlare bene di te". A giro di posta ricevetti la seguente risposta: "Caro Montanelli, che gioia la tua lettera! Ma, visto che sei così ben disposto nei miei riguardi, cerca di ritardare la comparsa di quel tuo articolo sino a venerdì. Perché giovedì esce ancora un mio nuovo attacco contro di te. Che importanza ha che noi iscriviamo nel registro dello stato civile questa nuova amicizia due giorni dopo invece che due giorni prima? Agli effetti della leva militare, riconoscilo, è lo stesso...". Feci ritardare il mio articolo a venerdì, posponendolo così di ventiquattro ore alle sue ultime invettive. E il sabato, Marotta venne a trovarmi al giornale. Entrò nella mia stanza come un cane che tema di ricevere una pedata e mi fissò con occhi umili e buoni prima di abbracciarmi in risposta al mio abbraccio. Era commosso e pentito, si vedeva chiaro, come gli càpita ogni volta che si trova costretto a constatare che c'è qualcuno, a questo mondo, che non lo odia: cosa che lo sorprende sempre moltissimo e che non è detto che gli faccia proprio piacere. Un giorno confidò a un comune amico, che gli chiedeva come stava: "E come vuoi che stia?... Male, sto... Non posso nemmeno più attaccare Indro...". "Perché? Gli vuoi bene?" rispose l'altro. "Che gli voglio bene si sa, ma non vorrebbe dire" rispose Peppino. "Il guaio è che anche lui vuol bene a me..." E stava per soggiungere probabilmente: "Sono cose che non si fanno, via!...".

         Indro Montanelli, Marotta, in Incontri italiani, Rizzoli, Milano 1982, pp. 155-156.


31
Roberto Longhi - Enrico Reycend

         Il giovane critico d'arte Roberto Longhi (Alba, 1890 - Firenze, 1970), "scopre" nel 1917 il pittore Enrico Reycend (Torino, 1855-1928) che colloca tra gli impressionisti. Per avere conferma di questa intuizione decide di far visita al pittore ormai vecchio, che, trascurato e misconosciuto, lavora ancora nel suo "povero studio" di Torino. Va, dunque, a trovarlo, e ne ricava un'impressione che metterà a frutto solo in seguito, quando individuerà l'esatta posizione del Reycend nell'arte figurativa di fine Ottocento: il Reycend è un buon paesista piemontese, non un impressionista; e tuttavia la "grande poesia dell'impressionismo può aiutare (...)" a "riconoscere" la sua grandezza (op. cit. in basso, p. 1050).
         Il Ricordo di Enrico Reycend, da cui traggo questo incontro, è uno studio critico apparso su "Paragone Arte", 27, marzo 1952, pp. 43-55.

         Reycend? Chi era costui?

         Reycend, Reycend E. . Reycend? Chi era costui?
         "Un buon allievo di Delleani", mi garantivano i mercatini milanesi, "ma che non fa prezzo. A noi li dànno per soprammercato quando andiamo a Torino a rifornirci di Delleani o di Fontanesi". Insuperbito della scoperta che alla mia impazienza storicizzante e classificatoria suonava come di un nostro misconosciuto Monnet o Sisley, volli anche regalarmene qualche esemplare, dato che mi costava poco più delle sigarette e meno dei libri di Meier-Graeffe. E me ne venne in breve la raccoltina di Reycend che, dopo trentasette anni di gelosa custodia, ho voluto trasmettere in dono al Museo Civico di Torino che, ne son certo, saprà conservarli bene.
         Seppi anche, al momento della "scoperta", che il Reycend era ancor vivo; e, forse per controllare il significato della mia associazione mentale con gli "impressionisti", volli visitarlo a Torino; e fu, mi pare, nel 1917.
         Non che il colloquio fosse fruttuoso nel senso che speravo. Nel povero studio di Via Villa della Regina, trovavo un uomo stanco ed amaro, di poco discorso. Ricordo che, mentre lo interrogavo con una certa stolida baldanza sui francesi, egli si sforzava a rispondermi: "Ah, Manet? Un bravo figurista!". "Ah, Monet? Un bravo paesista!". Di suoi viaggi a Parigi non mi parlò affatto, come non ci fosse mai stato; anzi, oggi che sento discorrere non di una, ma di tre sue gite lassù, il tono distaccato del vecchio colloquio mi suggerisce che, se anche trovassero buona conferma, non per questo acquisterebbero gran peso. Probabilmente il pellegrinaggio fu per vedervi, com'era d'obbligo per ogni allievo di Fontanesi, ancora e sempre, Corot.
         Dovetti così, nel colloquio, ripiegare rapidamente sul Piemonte. "Fontanesi? Un poeta del pennello". "Pittara? Un buon verista". "Dicono che lei sia stato nello studio del Delleani..." "A' sun staje 'n poch; ma vede, per me la natura è sempre delicata".
         Di lì passò, sua sponte, a dichiarare il suo debito maggiore verso Filippo Carcano. Trasecolavo, perché il Carcano, morto da pochi anni, era ancora la testa di turco nei gruppi di punta ai quali appartenevo anch'io. Fu soltanto in seguito che potei intendere perché Reycend fosse nel vero dichiarando quel debito.
         A così poco si restringe il ricordo della mia unica visita ad Enrico Reycend. E rammento che, mentre discendevo verso la Gran Madre di Dio (e forse proprio perché mi veniva incontro per l'erta una lunga striscia di Figlie dei Militari nelle bellissime divise "manettiane"), già mi andavo chiedendo in che senso mai, in che accezione, avrei ancora potuto scrivere dell'"impressionista" Reycend. Perché gli avevo promesso un saggio, ch'egli non poté leggere, e me ne rimorde acerbamente.
         Ma lo svolgimento del colloquio mi spinse intanto a tornar sùbito al Museo, per rivedermi i piemontesi.

         Roberto Longhi, Ricordo di Enrico Reycend, in Da Cimabue a Morandi, Mondadori, Milano 19978 [1973], pp. 1036-1038.


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Piero Calamandrei - Pietro Pancrazi

         Piero Calamandrei ricorda il suo primo incontro con Pietro Pancrazi avvenuto a Roma nel 1932. Galeotto fu un libro pubblicato da Calamandrei in memoria di suo padre, recensito benevolmente da Pancrazi. Sono gli anni del fascismo imperante, in cui gli antifascisti hanno vita difficile. L'occasione d'un incontro significa la fine della solitudine, l'avvio di una discussione sincera. Nella pagina di Calamandrei avverti l'affermazione di un comune sentire ("un breve sorriso d'intesa"), e la rivendicazione della propria civiltà salvata dallo scambio intellettuale in un'epoca di barbarie dominante.
         Il ricordo di Piero Calamandrei apparve sulla rivista da lui diretta, "Il Ponte", nell'aprile 1953, nel necrologio in onore dell'amico scomparso. La tipologia è quella dell'incontro convegno.

         Un breve sorriso d'intesa

         Di solito, nel cuore di ogni amicizia è custodito un nodo di ricordi comuni, capaci di creare tra gli amici una specie di appartato ed esclusivo condominio: ricordi di scuola, ricordi di guerra. Via via che la vita si consuma, il cerchio degli iniziati, tra i quali ci si intende per allusioni, si restringe; e i superstiti, in un mondo diventato estraneo, si raccolgono ogni tanto per parlare di sé, testimoni pietosi l'uno per l'altro di un tempo, che, nel rievocarlo fra loro, non sembra ancora perduto.
         Ma quando ci conoscemmo con Pancrazi, verso il 1932, lui prossimo alla quarantina, io che da poco l'avevo scavalcata, nessun ricordo di gioventù ci legava: saliti per diverse vie, vissuti in diverse città, non c'era mai stata fra noi un'occasione d'incontro. Eppure, appena conosciuti, ci lasciammo vecchi amici: di quelli che poi quando si ritrovano in una conversazione più numerosa, sentono ogni tanto il bisogno tutt'e due, allo stesso punto del discorso altrui, di ricercarsi collo sguardo, per scambiarsi alla lontana un breve sorriso d'intesa, segno delle stesse simpatie e degli stessi disgusti.
         Forse l'attaccamento che fin da principio provai per quella sensibilissima e pur discreta attenzione, con cui cercava di comprendere e di rispettare le sofferenze altrui, mi derivò dall'occasione che me lo fece conoscere a Firenze negli anni di "Pegaso". Dopo la morte di mio Padre, avevo pubblicato in memoria di lui, in un piccolo libro fuori commercio, una raccolta di suoi ricordi e impressioni montepulcianesi, che avevamo ritrovato inediti tra le sue carte: Pancrazi, che non mi conosceva ancora, ne ebbe in mano una copia, datagli a mia insaputa da un comune amico (mi pare, se non sbaglio, che fosse Giorgio Pasquali), e ne scrisse su "Pegaso" una recensione delicatissima, nella quale io lessi con grande commozione non solo il giudizio del critico su quelle pagine, ma anche la comprensione dell'uomo per quella vita onesta e per quella morte. E questo omaggio, reso con tanta lievità di tòcco, mi rimase per sempre nel cuore.
         Da allora fummo vicini: e sempre di più ci avvicinò il clima opprimente di quel periodo, in cui, mancando l'aria della libertà, si cercava respiro nell'amicizia.
         Nelle lettere come nella vita egli aveva a sdegno soprattutto la mancanza di sincerità e di naturalezza: il senso del ridicolo e della stonatura, che in quegli anni gran parte dei critici italiani (e non degli ultimi) pareva avessero smarrito, s'era acuito in lui sino a diventare motivo di continua sofferenza in quel regime di enfasi balorda e di falso eroico, in cui egli avvertiva a ogni cantonata l'offesa al buon gusto, che era insieme offesa al buon costume. Per questo, egli giornalista di vocazione, aveva cessato di frequentare le redazioni dei giornali, che, un tempo "libere, tumultuose e spesso geniali" (come gli stesso le descrisse), s'erano trasformate, sotto la censura e lo spionaggio, in sospettose fraterie: s'era ridotto a mandare sempre più rari "elzeviri" di terza pagina dal suo romitaggio di Camucia.
         Da questo desiderio di solitudine e di evasioni nacquero le nostre passeggiate domenicali: che per molti anni, dal 1935 fino agli anni della guerra, ci dettero, alla fine di ogni settimana, la illusione di un ritorno per qualche ora dalla barbarie alla civiltà (17).

         Piero Calamandrei, Passeggiate con Pancrazi, "Il Ponte", a. IX, n. 4, Aprile 1953, pp. 468-469.


33
Sergio Solmi - Eugenio Montale

         In questo scritto autobiografico apparso ne "La Fiera Letteraria" del 1953 il saggista e poeta Sergio Solmi (Rieti, 1899 - Milano, 1981) ricorda il suo primo incontro con Eugenio Montale presentatogli da Francesco Meriano (Savignano di Romagna, 1896 - Kabul, 1934) nel 1917 in una latteria di Parma, dove un gruppo di giovanissimi allievi ufficiali si ritrovava a sera nelle ore di libera uscita, per discutere di argomenti letterari. Montale viene colto in un delicatissimo momento, mentre è alle prese con una tazza di panna montata, su cui solleva il "lungo sguardo azzurro interrogativo", per salutare Solmi, che in questo scritto ne fissa l'immagine come in una fotografia.

         In latteria

         Conobbi Montale nell'ormai remoto autunno del 1917 alla Scuola d'Applicazione di Fanteria di Parma, allievi entrambi di uno di quei "corsi accelerati" che in capo a due o tre mesi di istruzioni intensive sfornavano i nuovi "quadri" destinati a compensare le crescenti usure della macchina bellica.
         Gli allievi occupavano le varie caserme cittadine, e, di primo mattino, tra i nudi giganteschi platani del parco ducale, si udivano echeggiare attraverso la nebbia i passi cadenzati delle compagnie che si recavano alle esercitazioni in ordine chiuso o alle lezioni nel Palazzo della Scuola (ricordo ancora il colonnello Epimede Boccaccia, che ci tenne una serie di conferenze sull'"attacco frontale", principale argomento tattico, credo, nella guerra '14-18: prima, seconda, terza ondata...). In camerata avevo fatto conoscenza col giovane poeta Francesco Meriano, già noto per le musiche nostalgiche e crepuscolari, mascherate in tavole "paroliberistiche", dell'Equatore notturno (il sagace contrabbando della marinettiana "Poesia"). (...)
         Fu Meriano che una sera, all'ora della libera uscita, offrì di condurmi da alcuni allievi suoi amici, amanti delle buone lettere, che solevano riunirsi in una piccola latteria sperduta in una tortuosa viuzza del centro. Lì, nella sua uniforme d'ordinanza, coi famosi "salamini" sulle spalle, mi fu presentato il futuro autore di Ossi di seppia, il quale, intento ad affondare il cucchiaino in una morbida massa di panna montata, sollevò in silenzio su di me un lungo sguardo azzurro interrogativo. Di alcuni degli altri frequentatori della latteria conservo appena il ricordo d'un nome, e una immagine quasi scancellata.

         Sergio Solmi, Parma 1917, in Poesie, meditazioni e ricordi, vol. I, tomo II, Adelphi, Milano 1984, pp. 205-207, già in "La Fiera Letteraria", 12 luglio 1953, p. 3.


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Luigi Russo - Giovanni Gentile

         Nel decennale della morte di Giovanni Gentile (Castelvetrano, Trapani 1875 - Firenze, 1944), Luigi Russo (Delia, Caltanissetta 1892 - Marina di Pietrasanta, Lucca 1961) ricorda le fasi della sua graduale approssimazione al filosofo siciliano. L'incontro è scolastico e fortuito al tempo stesso. Infatti, considerato il rapporto allievo-maestro dei protagonisti, esso rientra a pieno titolo nella tipologia dell'incontro scolastico; sennonché il Russo sottolinea la fortuità dell'incontro (1915), improvviso e sconvolgente come un fenomeno naturale, sui Lungarni pisani ("ebbi l'impressione che addirittura il paesaggio pisano ne fosse modificato"). Segue poi la lezione, a cui presto il Russo rinuncia consapevole della propria inadeguatezza; quindi lo studio dell'opera del maestro che favorisce e nutre l'opera del discepolo; e infine il giusto riconoscimento dei suoi meriti da parte del filosofo (la lettera che Russo aspetta e nella quale non osa sperare), e la fase della dimestichezza, della collaborazione, della conversazione sul treno per Roma. E pensare che tutto questo fu reso possibile da quel primo incontro sui Lungarni pisani, "dalla parte del caffè Bazzell"!

         Approssimazione al maestro

         Conobbi Giovanni Gentile nel 1915, quando egli si trasferì dall'università di Palermo a quella di Pisa. Io avevo già completato gli studi, poiché mi ero laureato l'11 luglio del '14; stavo ancora a Pisa perché seguivo il corso di allievo ufficiale di fanteria. Quando incontrai il Gentile ai Lungarni, dalla parte del caffè Bazzell, l'alta figura dell'uomo, ben composta, quasi elastica (allora Egli aveva quaranta anni), ebbi l'impressione che addirittura il paesaggio pisano ne fosse modificato. Io allora non avevo letto nemmeno una pagina del filosofo siciliano: ero tutto esondante e ridondante di Croce, e molto bene informato su tutta l'opera di Francesco De Sanctis. Un giorno, uscendo dalla caserma Umberto I, mi venne voglia di andare a sentire Gentile alla Scuola Normale Superiore, dove egli teneva seminario di filosofia. Non capii nulla, ma rimasi preso ed ammirato dalla sua eloquenza, che non aveva nulla di accademico, ma era un'eloquenza rapita come quella d'un apostolo: gli occhi bellissimi lampeggiavano dietro gli occhiali d'oro. Io non tornai più a quelle esercitazioni, perché ero consapevole di non avere la preparazione necessaria per intendere la filosofia del Gentile. Ma in gioventù si fanno cose rapide, e nel '17, facendo l'ufficiale a Caserta, dopo due anni di trincea, e dove mi era stato dato un incarico di cosiddetta "morale militare", io feci capo subito al Sommario di Pedagogia di Gentile, e alla sua raccolta di saggi Scuola e Filosofia. [...] Quando ebbi pubblicato presso l'editore Enrico Marino di Caserta quel mio volume (in tre fascicoli) [Vita e Disciplina militare], il Croce che fu il primo a leggerlo in stampa, me ne scrisse con molta lode, e mi indicò subito Giovanni Gentile perché io spedissi a lui cotesti fascicoli. Intanto il Gentile in quell'anno 1917 passava all'università di Roma; io stetti trepidante ad aspettare e a non sperare una lettera del Gentile. Non solo mi giunse una lettera, che è tra le più belle che io abbia mai ricevuto nella mia carriera di letterato, ma egli scrisse subito un articolo, senza dirmene nulla, apparso sul Nuovo giornale di Firenze (ora raccolto in Guerra e Fede). L'articolo allora sarebbe rimasto a me ignoto, se io, avendo fatto una seconda edizione del volume col Treves di Milano, non avessi aperto un giorno nella sala di lettura degli ufficiali alla caserma Sirtoli l'Illustrazione italiana, dove dall'editore era riportato per intero l'articolo del Gentile. Rimasi come rapito per la generosità degli elogi, e da allora in poi entrai in maggiore dimestichezza col filosofo siciliano. Ricordo un nostro viaggio in terza classe, da Napoli a Caserta (egli andava a Roma): passammo in rassegna tutti gli scolari suoi, e poi si parlò della riforma della storia letteraria del Croce, quindi del Croce sulle sue relazioni col De Sanctis. Ebbi da lui delle vedute illuminanti.

         Luigi Russo, Ricordo di Giovanni Gentile (Nel decimo anniversario della sua morte), in "Belfagor", anno IX, n. 3, 31 maggio 1954, p. 345.


35
Ardengo Soffici - Umberto Boccioni

Vanitas III, fotografie a colori su alluminio, cm.50x50         Ardengo Soffici racconta nella sua opera autobiografica Autoritratto d'artista nel quadro del suo tempo (Vallecchi, Firenze 1951-55) l'insolito primo incontro con Umberto Boccioni avvenuto davanti al caffè delle Giubbe Rosse a Firenze nell'estate del 1911, quando i futuristi milanesi (Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni, Carlo Carrà) usavano risolvere i contrasti con i vociani fiorentini (Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini, Scipio Slataper, Medardo Rosso) scatenando una zuffa, ed erano ripagati con eguale moneta. E infatti il seguito cui allude Soffici in conclusione consiste nella celeberrima scazzottata tra Vociani e Futuristi avvenuta sulla banchina della stazione fiorentina, poco prima che i milanesi riprendessero il treno per tornare a casa. Per altri ragguagli sulla zuffa, si legga in nota quanto raccontano due testimoni e protagonisti dell'episodio, Carlo Carrà e Ottone Rosai (18). La tipologia dell'incontro è quella - sia detto con un po' di ironia - dell'autopresentazione.

         Zuffe futuriste

         Una sera di non so più quale festa, io e Medardo Rosso, il quale era arrivato, anche lui dopo di me a Firenze, ce ne stavamo seduti tranquillamente a Firenze a uno dei tanti tavolini del Caffè delle Giubbe Rosse allineati in quel lato della piazza Vittorio e occupati da un grandissimo numero di persone, signore, signori, bambini, ivi attirati dalla buona banda militare, che disposta sopra un apposito palco provvisorio, appié della statua del Re, andava eseguendo pezzi d'opere famose, pots-pourris, fantasie sinfoniche e simil genere di musiche. Terminato il programma tra gli applausi dei clienti del caffè e della circostante folla cittadina, fu dato principio all'estrazione di una tombola di beneficenza. Tanto io che il mio compagno, avevamo acquistato alcune cartelle per uno; ed eravamo attenti all'annunzio dei numeri che veniva dal medesimo palco, per segnare quelle che in esse si trovavano, allorché qualcuno mi toccò la spalla domandandomi se io ero Soffici, e nello stesso momento che io, alzata la testa dalla mia cartella, gli rispondevo affermando, mi colpì di traverso con la mano in modo che, data anche la poca stabilità della sediola di ferro sulla quale posavo, persi l'equilibrio e fui rovesciato per terra.
         Sorpreso dall'atto proditorio, ma pronto per natura a reagire alle offese, specie di quel genere, mi rialzai di botto, impugnai un bastone di legno fortissimo, che mi era rimasto tra mano nella caduta, e con quello mi scagliai sull'aggressore, che ora vedevo spalleggiato da uno o due altri, menando bòtte a ramata nel mucchio. Rosso, che intanto s'era pure alzato e trovato in mezzo alla mischia, interponendosi tra me e costoro col suo corpo massiccio, ch'io dovevo evitare di colpire, m'impediva nella mia giostra; mentre tutt'intorno la gente impauriva, balzata pure in piedi, si affrettava a fuggire, rovesciando tavoli e seggiole, le signore strillando, i ragazzi piangendo. Ciononostante, io, che ormai avevo perso il lume degli occhi, seguitavo a farmi largo, a sventolar la mia mazza tutt'intorno. A un tratto mi trovai davanti a un paio di pennacchi di piume rosse e azzurre, che mi richiamarono alla realtà: erano due carabinieri in alta montura. Mi fermarono e mi dissero di seguirli. Obbedii senz'altro e mi avviai con loro, seguito a mia volta dappresso dall'amico Rosso e, alla lontana, da un codazzo di curiosi i quali borbottando tra di essi commentavano il caso.
         Nell'andar dalla piazza al Commissariato di San Biagio a un certo punto, invece che i carabinieri mi vidi a lato un individuo che si tergeva col fazzoletto la tempia insanguinata. Era uno in borghese, ometto di media statura, vestito alla meglio di grigiastro, con una faccia scarna e inespressiva. Mi camminava accanto reggendomi per la manica. "O lei chi è?" gli chiesi stupito del fatto. "Sono un brigadiere." "E perché è ferito?" "E' stato lei, con una bastonata." "Io? Adagio! - dissi allora, allarmato. - Io tiravo sugli altri; mi difendevo." "Lo so, lo so. Avanti!"
         Poiché anch'io avevo una piccola scalfittura alla fronte, ci fermammo prima a un posto di medicazione che era allora in piazza Davanzati. A me furono presto appiccicate due striscioline di cerotto in croce sulla leggerissima ferita; quella del brigadiere era invece, se non grave, tanto pericolosa che, quando il dottore ebbe finito di curargliela: "Fortuna - gli disse - che non l'anno còlto un po' più in qua: se lo pigliavano sulla tempia poteva essere spacciato".
         Di nuovo inquieto, e insieme commosso, tornai a protestare la mia innocenza al brigadiere. "Niente, niente - mi rispose quasi sorridendo. - Incerto del mestiere."
         Al Commissariato, il funzionario assiso dietro una gran tavola mi chiese il nome e mi interrogò sull'accaduto. Altre tre o quattro persone erano schierate di faccia a lui lungo un lato della tavola. Gli esposi in succinto com'erano andate le cose. Mi domandò se conoscessi quello che mi aveva colpito, e ne sapessi il motivo. Gli risposi di no. Il commissario passò allora a interrogare uno degli altri. "Il suo nome e cognome?" "Umberto Boccioni." "Ah! - proruppi io a quel nome. - Allora ho capito." E mi lanciai d'impeto contro costui; subito però rattenuto dal brigadiere e dalle guardie che m'erano accanto. Così immobilizzato, spiegai al commissario la faccenda della mostra, dell'articolo eccetera. Finito che ebbi la mia deposizione, venni condotto, assieme a Rosso, in una stanzaccia semibuia di quel pianterreno, dove fummo rinchiusi, e restammo forse più d'un'ora.
         Quando alfine potemmo uscir liberi, trovai fuor del portone Prezzolini e Slataper che mi aspettavano, avvertiti, non so da chi né come, del brutto caso. Raccontai anche a loro ciò che era successo; e poiché essi stessi se ne sentirono indignati, avvisammo senz'altro a quel che opra si trattasse di fare per vendicar l'offesa. Intanto tornare sul campo di battaglia delle Giubbe Rosse: poteva darsi che gli avversari vi fossero ad attenderci per un nuovo scontro.
         Ma era mezzanotte passata; il caffè era sul punto di chiudere, e la piazza quasi deserta. Non ci restava che mandar tutto al domani.
         Difatti la mattina dopo, io, Prezzolini, Slataper, e stavolta anche Spaini, eravamo di nuovo sul posto. Ma non trovammo alcuno, né in piazza né alle Giubbe Rosse. Solo apprendemmo qui dal cameriere Ottavio, nostro vecchio devoto, come oltre ai tre futuristi milanesi, anche un altro, fiorentino, avesse avuto una parte, peraltro di semplice indicatore della mia persona, nell'azione della notte precedente. Il cameriere poi anche ci descrisse il gran tumulto che n'era seguito fra i clienti del caffè messi in fuga dalla mischia; alla fine della quale egli aveva trovato per terra, disse, oltre a bicchieri e piattini rotti, mazze da passeggio, borsette da signora, portacipria, cappelli pesticciati, cartelle della tombola, fazzoletti, guanti e simili oggetti, che il direttore teneva ora in custodia a disposizione dei loro proprietari.
         Eran circa le undici quando, dopo altre varie perlustrazioni e ricerche, entrammo - non si sa mai - nel caffè di faccia alle Giubbe Rosse, il Paszkowski. Vi trovammo invece Giuseppe Vannicola, il quale, sofferente com'era da un pezzo, sedeva solitario in un canto. Sapemmo da lui che i milanesi erano alloggiati all'albergo Elvezia, non lontano di lì, dov'essi, disse, attendevano, semmai volessimo mandar loro i padrini per un duello. Cosa da ridere, dato il modo punto cavalleresco dell'aggressione: la nostra rivalsa sarebbe stata più consona a questa. Poteva egli fornirci qualche altra informazione che facesse al caso? Dopo avere alquanto esitato, per un certo scrupolo, Vannicola ci confidò alfine risultargli che i tre, se prima di mezzogiorno non avessero visto alcuno, sarebbero partiti per Milano col treno delle due e tanti. Ci bastava: salutammo l'amico e andammo a passeggiare avanti e indietro davanti alla porta dell'Elvezia. Ma fu ancora invano. Non ci restava che andare, prima a mangiare, e poi ad attenderli al treno.

         Ardendo Soffici, Autoritratto d'artista nel quadro del suo tempo, Vallecchi, Firenze 1951-55; poi col titolo Al caffè, in Caffè letterari, II, a cura di Enrico Falqui, Canesi editore, Roma 1962, pp. 498-501.


NOTE

         (12) Ed ecco lo stesso incontro raccontato questa volta da Dino Campana. Si tratta di una lettera di Campana a Emilio Cecchi del marzo 1916, in Dino Campana, Souvenir d'un perdu. Carteggio 1910-1931, con documenti inediti e rari, a cura di G. Cacho Millet, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1985, pp. 139-141: "Venuto l'inverno andai a Firenze all'Acerba a trovare Papini che conoscevo di nome. Lui si fece dare il mio manoscritto (non avevo che quello) e me lo restituì il giorno dopo e in un caffè mi disse che non era tutto quello che si aspettava (?) ma era molto molto bene e mi invitò alle giubbe rosse per la sera. Io ero un povero disgraziato esausto avvilito vestito da contadino con i capelli lunghi e un po' parlavo troppo bene un po' tacevo. Costetti ci ha il mio ritratto d'allora a Firenze. Per tre o quattro giorni andò avanti poi Papini mi disse che gli rendessi il manoscritto ed altre cose che avevo, che l'avrebbe stampato sull'Acerba. Ma non lo stampò. Io partii non avendo più soldi (dormivo all'asilo notturno ed era il giorno che loro [Papini e Soffici] facevano le puttane sul palcoscenico alla serata futurista incassando cinque o seimila lire) e poi seppi che il manoscritto era passato nelle mani di Soffici. Scrissi 5 o 6 volte inutilmente per averlo e mi decisi a riscriverlo a memoria, giurando di vendicarmi se avevo vita".

         (13) In Scrittori d'oggi, II, seconda serie, Laterza, Bari 1946, p. 266, poi in Ragguagli di Parnaso, I, cit., p.157. E si aggiunga quanto scrive nel 1968 R. Bacchelli, Confessioni letterarie, in Tutte le Opere, vol. XVIII, Mondadori, Milano 1973, p. 193: "Si sa che l'umanista Valgimigli aveva occhio vivo e penna alacre non solo alla lettura e al commento dei suoi testi, ma anche all'espressione e racconto di fatti e sentimenti e cose...".

         (14) Si tratta dell'amore per Umberto Boccioni.

         (15) Le Chèvrefeuille è la traduzione francese (a cura del marchese di Casafuerte) del Ferro, e andò in scena a Parigi il 14 dicembre 1913 al teatro della Porte Saint-Martin. Sibilla Aleramo ne scrisse una recensione, Le chèvrerfeuille, in "La Grande Illustrazione", I, 1, gennaio 1914.

         (16) Della visita a Alfredo Loisy - che, dopo la scomunica, si andrà sempre più allontanando dal cattolicesimo, fino a diventare "fieramente antiromano e anticattolico" -, Buonaiuti riporterà un'"impressione sinistra" (cfr. op. citata, p. 63). Si noti che il Buonaiuti rammenta male il luogo dell'incontro, che fu Garnay (presso Dreux), e non Ceffonds (cfr. op. cit. p. 522, n. 1).

         (17) Cfr. in questa antologia il racconto del primo incontro tra Pancrazi e D'Annunzio.

         (18) Questo è il racconto di Carlo Carrà: "Verso la fine di giugno del 1911 un articolo di Ardengo Soffici apparve su "La Voce" intitolato Arte libera e pittura futurista.
         Era questa una violentissima stroncatura dei nostri quadri esposti a Milano al Padiglione Ricordi di Milano, stroncatura che mi offese tanto più in quanto io avevo sostenuto e contribuito a far conoscere "La Voce" agli artisti milanesi. Marinetti, Boccioni, Russolo ed io decidemmo allora di risponder subito in modo adeguato all'ingiuria, e partimmo per Firenze. Giunti, ci recammo guidati da Palazzeschi al Caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevamo di trovare il gruppo vociano.
         Ben presto infatti ci fu indicato Soffici, e Boccioni lo apostrofò: "E' lei Ardengo Soffici?" Alla risposta affermativa volò uno schiaffo, Soffici reagì energicamente, tirando colpi a destra e a sinistra col suo bastone. In breve il pandemonio fu infernale: tavolini che si rovesciavano, trascinando con sé i vassoi carichi di bicchieri e chicchere, vicini che scappavano gridando, camerieri che accorrevano per ristabilire l'ordine; e arrivò anche un commissario di polizia, che s'interpose facendo cessare la mischia. Ci accompagnò al Commissariato e dopo averci ammoniti disse che per quella volta la cosa sarebbe finita lì.
         Ormai avevamo compiuto quanto ci eravamo proposti e fissammo quindi per l'indomani mattina il ritorno a Milano.
         Come prevedevamo alla stazione c'era compatto il gruppo de "La Voce", Soffici, Prezzolini, Slataper e qualche altro, venuti per vendicare l'affronto patito dal loro compagno. Noi subito accettammo la sfida: giunti a breve distanza ci lanciammo gli uni contro gli altri alla rinfusa con rabbia indicibile. Il parapiglia generale assunse aspetti drammatitici. Da tutte le parti si sentivano grida: la gente accorreva per cercar di separare quella ridda di indemoniati.
         Alla fine, i carabinieri sopraggiunti riuscirono a calmare il pandemonio: fummo condotti tutti in una sala d'aspetto e rinchiusi in attesa dell'arrivo del commissario. Sulle panche i due partiti sedevano stanchi e ansimanti; solo Marinetti e Prezzolini camminavano avanti e indietro brontolando e apostrofandosi violentemente. Ma ormai la disputa s'era trasportata sul piano della discussione.
         Io rivolgendomi a Soffici, io gli feci rilevare alcune pecche della sua critica, e ciò fu pretesto per scambiare le nostre idee sull'arte, idee che avevano molti punti di contatto. E a poco a poco venne la rappacificazione, sulla base comune dei nostri programmi e delle nostre aspirazioni.
         Futurismo e vocianesimo erano infatti due forme giovanili e impetuose, provenienti da uno stesso ceppo: entrambe volevano fare del nuovo, abbattere il vecchio pesante edificio di cultura borghese, stretta in schemi ormai superati che superavano il libero divenire dell'arte.
         Da quel momento si crearono le premesse per l'adesione del gruppo di Firenze al futurismo: i due movimenti trassero da questa unione reciproco giovamento".
         Carlo Carrà, La mia vita, SE, Milano 1997, pp. 92-94. Si tenga presente, per la datazione del racconto, che Carrà finì di scrivere la sua autobiografia nel 1942.
         Ed ecco il racconto di Ottone Rosai: "Una sera [...] un giovane in bombetta dalla giusta statura, agile e deciso nei movimenti, staccatosi da due compagni con i quali era giunto pochi istanti prima al caffè delle Giubbe Rosse, dopo aver interpellato un cameriere, si dirigeva verso uno dei tanti tavoli posti all'esterno della piazza, intorno al quale erano seduti Soffici, Medardo Rosso, Prezzolini e Palazzeschi. Quest'ultimo, intuito il pericolo, sparì come volatilizzato. Il giovane in bombetta, senza alcuna reticenza, dopo essersi diretto verso colui che riteneva il maggiore responsabile degli attacchi fiorentini, Ardengo Soffici, piantandoglisi dinnanzi, disse nervosamente: "Sono Boccioni", e immediatamente dopo gli lasciò andare un tal manrovescio che tutti i presenti si riscossero; la gente cominciò a fuggire urtando tazze e bicchieri, tanto che tra i tavoli si creò una specie di casamicciola. Intanto anche Marinetti e Carrà si erano portati nel luogo della mischia e Prezzolini e Rosso, accettata la mischia, si accapigliavano anch'essi con i nuovi venuti. Lo spettacolo andava prendendo proporzioni preoccupanti anche perché si erano intromessi nella giostra alcuni cittadini, inconsapevoli delle ragioni della lite: ma sempre pronti al piacere di menar le mani. Fu solo per l'intervento di qualche altro meno facinoroso che si riuscì a calmare momentaneamente i contendenti ed a stabilire un po' di calma. Si videro allora i diversi protagonisti preoccupati di ritrovar i loro cappelli e alcuni bottoni staccatisi dalle giubbe in mezzo ad un monte di bicchieri e bottiglie andati in frantumi.
         I milanesi se ne andarono e i fiorentini anche: a loro si era ricongiunto Palazzeschi che, dall'interno del locale, da dove aveva assistito a tutta la scena, con il volto appoggiato ai vetri, aveva per tutto il tempo sorriso con una tale quale ironia verso milanesi e fiorentini".
         Ottone Rosai, Alle Giubbe Rosse, su "Lacerba" e nelle strade la spericolata storia del Futurismo a Firenze, "Il Nuovo Corriere", a. IX, n. 226, 23 settembre 1953, p. 3.

(II - continua)

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