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  Thierry Caspar tradotto da Stefania Fumagalli

Natura morta, palpebre II, fotografia a colori su alluminio, cm34 x32         Che ora sarà? Non me lo dirà certo la mia vecchia cipolla. Che importanza può avere, è comunque il momento giusto.
         Che giorno, che anno? Non so neppure questo. La mia vita è ferma da troppo tempo. Il tempo scorre infischiandosene di me. Non ho più nulla.
         Soltanto questa città. Là dove tutto ha avuto inizio, il mio paradiso come il mio calvario. Questa città che mi divora. Questa città dove ho deciso di farla finita.
         Se fossi veramente vivo, dovrei raccogliere il coraggio che mi resta per osare passare all'atto. Ma la sola forza di cui possa avere bisogno, è quella che mi aiuterà a sconfiggere l' inerzia che ancora mi trattiene. Che trattiene il mio corpo. Il resto, infatti, è svaporato.
         In realtà, la cosa difficile è arrampicarsi fino all'orlo. Dopo, basta un passo avanti, immaginando di camminare lungo i sentieri di una foresta, in piena estate, con mia moglie e mia figlia.
         Ecco fatto.
         E soprattutto, tenere gli occhi chiusi durante la caduta. Inutile spaventarsi. Voglio morire, ma non ho intenzione di soffrire. Ho già dato.
         Provo un senso di vertigine, come se spiccassi il volo. Alla fine, cozzo contro qualcosa di solido, un muro o un ponte, contro cui rimbalzo. Poi affondo in un'acqua tiepida e fangosa. Le bolle dell'aria che ho portato con me nella caduta mi risalgono lungo il corpo, pizzicandomi. Poco a poco il loro gorgoglio si smorza, e raggiungo lentamente il fondo melmoso del canale. Inutile guardare dove mi trovo. So che il mio letto di morte è tutt'altro che invidiabile. Mi resta un'unica cosa da fare: addormentarmi.
         E sognare...
         Mi sveglio improvvisamente: sto soffocando, mi dibatto al rallentatore, intrappolato da vincoli invisibili. L'acqua sporca mi invade la bocca, il naso, i timpani. Prigioniero, torturato, urlo con tutto l'ossigeno rimasto nei miei polmoni per superare il mio supplizio estremo.
         Improvvisamente, sento un urto tremendo sulla nuca. È la mia testa che sta scoppiando? No, probabilmente soltanto un colpo di remo. Ma non accorcia la mia agonia. Anzi, sembra darle un'altra spinta. Un' immonda proroga. Ho l'impressione che l'acqua diventi rossa intorno a me. Il dolore è insopportabile. Tutto si mette a girare, poi perde progressivamente i suoi colori, fino al buio totale.
         Tanto, tanto tempo...
         Quando riprendo i sensi, sono disteso sulla schiena, in una pozzanghera puzzolente, con le braccia incrociate, su una banchina sotto San Zaccaria. In piena notte. La maledizione si accaniva su di me: non riuscivo neppure ad ammazzarmi. Qualcuno mi aveva ripescato, sperando di soccorrermi, e certamente lasciato in mezzo alla strada credendomi morto. Le anime buone sono incapaci di capire che non fanno un favore salvando la vita a quelli come me.
         I miei vestiti sono fradici. O almeno quelli che mi hanno lasciato: pantaloni e camicia. Il resto è sparito. La giacca, il portafogli, l'orologio del nonno. I ladri non hanno avuto pietà! Mi hanno già rovinato la vita, che cosa vogliono ancora! Magari persino quello che mi ha impedito di annegare l'ha fatto solo per derubarmi. Sarebbe il colmo!
         Ma tutto questo non avrà più alcuna importanza tra qualche ora. Non getterò certo la spugna per un insuccesso, per quanto umiliante. Cercherò semplicemente un' altezza migliore da cui non avrò nessuna possibilità di fallire. Purtroppo, Venezia è sempre stata un immenso labirinto per me. Non sono mai riuscito a orientarmi nell'intrico delle sue calli, dei suoi canali e dei suoi passaggi rialzati. Dunque camminerò a casaccio nell'oscurità. Prima o poi troverò un punto da cui buttarmi...
         Quando mi rialzo, la testa comincia a girarmi. Mi tocco la nuca e sento un'enorme bozza rivestita da una spessa crosta di sangue rappreso. Nello stesso tempo, mi rendo conto di avere perso parte della memoria: come abbia viaggiato fino a Venezia, dove abbia trascorso gli ultimi giorni... non ho nessun ricordo recente. Ma queste sono quisquilie. Ciò che conta davvero resta impresso nella mia mente: sono tornato qui per raggiungere mia moglie e mia figlia, facendo un ultimo sberleffo a questa città che si è presa gioco di me, che mi ha regalato e rubato tutto.
         Qui ho incontrato Cecilia, mia moglie. Stavo organizzando una mostra di pittura. Lei era lì in vacanza. Sarò ingenuo, ma so benissimo che cosa è successo. Eravamo destinati. Fatti l' uno per l' altra. Certamente abbiamo vissuto una travolgente storia d'amore in un' altra vita, dove e come, non so. Comunque sia, ci siamo riconosciuti subito. Come un'evidenza. La mia mostra, per la prima volta, ha avuto un successo notevole. Per me, come per Cecilia, fu l'inizio di una felicità senza ombre.
         È venuta a vivere con me, in Francia. Ci siamo sposati, e ovviamente abbiamo scelto la città lagunare come meta del nostro viaggio di nozze, e proprio lì, ne sono certo, abbiamo concepito Emilie. In quel momento, Venezia era per me il simbolo della vita con la V maiuscola.
         Poi, per quasi dieci anni, non abbiamo rimesso piede nell'isola. E quando ci sono tornato, da solo, per le necessità del mio lavoro, si è vendicata, come un'amante negletta.
         La mia mostra è stata un disastro. Le tele più importanti non sono arrivate in tempo. I critici hanno rovesciato fiumi di veleno su di me, al punto di rimettere in discussione il talento che avevano elogiato fino a quel momento. Per giunta, mi mancavano terribilmente mia moglie e mia figlia.
         Sono andato ad annegare i miei dispiaceri nel vino, in una bettola di piazza San Marco, e ci sono rimasto per gran parte della notte. Come ho potuto tornarne con una prostituta? Non lo so proprio. So soltanto che amavo mia moglie, e non avevo intenzione di tradirla. Il telefono è squillato proprio mentre stavo con quella nella mia camera d'albergo, sbronzo, a un passo dall'irreparabile. Ho staccato il ricevitore, e la polizia mi ha annunciato la notizia. Fu come una scarica elettrica. Cecilia aveva sorpreso un ladro nella nostra casa in piena notte. Nella fuga, il ladro l' aveva spinta e fatta cadere giù per le scale. Sono ripartito subito. In ospedale, a Parigi, ritrovavo mia moglie in condizioni critiche. In coma, pallida come una statua di alabastro, non mi avrebbe detto mai più che mi amava. Fui allora invaso dal senso di colpa, fino a quel momento soffocato dall' ansia incontrollabile, e non me ne liberai più. E stringevo tra le braccia mia figlia, piangendo.
         In seguito, sua madre mi mancò molto. Ma per Emilie e me, resisteva ancora l'esile speranza di vederla tornare fra noi, e ci incoraggiava a stringere i denti. Poteva ancora cavarsela. Allora avrei potuto chiederle perdono. Allora, chissà, tutto sarebbe ricominciato come prima.
         Il ladro fu arrestato pochi mesi dopo, per uno di quei semplici casi di cui sanno usufruire soltanto i metodi polizieschi. Ma Cecilia era ancora clinicamente in vita, e niente di serio poté essergli imputato. Dopotutto, era stato un incidente. Ho odiato quell'uomo prima che reiterasse il reato. Non ho provato nessun rimorso per avergli augurato la morte, anche quando la sua ultima vittima gli ha fatto un buco in fronte con una fucilata. Ma il fatto suscitò in me un' autentica ripugnanza per i ladri, amplificata dal secondo dramma della mia vita. Poiché non mi ero ancora reso conto che la responsabile della delle mie disgrazie era quella città, mi sono fidato. Ho deciso di portare Emilie con me, per svagarla un poco. Al nostro ritorno, destino volle che le nostre strade s'incrociassero con quelle di alcuni rapinatori braccati dalla polizia. Emilie è stata travolta davanti ai miei occhi dal loro furgone. È morta all' istante. Allora, sono crollato. Completamente. Poco dopo ho saputo che in quell'esatto momento il cuore di mia moglie aveva smesso di battere. Aveva aspettato mia figlia per fare insieme l'ultimo tratto di strada. In ogni caso, mi hanno lasciato entrambe sprofondato in un indefinibile sconforto. La mia depressione ebbe inizio in quel momento. Mi ritrovavo improvvisamente solo, abbandonato. Nonostante tutto, mi hanno curato, spinto a risalire la china. Ma non c' era nulla da fare. Il senso di spreco, di colpa, di impotenza contribuiva a distruggermi e a trasformarmi in uno straccio umano. Ho capito a quel punto di non avere vie d' uscita. Dovevo arrendermi.
         Ma non in un modo qualunque: che lo volesse o no, mi sarei putrefatto nel ventre della città con tutta la carne del mio cadavere. Era gelosa, mi voleva tutto per sé. Mi avrebbe avuto morto. Questo avrebbe ottenuto.
         Di nuovo in equilibrio sulle gambe, ispeziono i dintorni: mi sembrano deserti. Improvvisamente, un gorgoglio infame, proveniente dall'angolo della strada, mi fa aggricciare la pelle dalla testa ai piedi. Mi avvicino. Un barbone, piegato in due dal dolore contro un muro di pietra, sembra strapparsi le viscere in un vomito che mi dà la nausea. Volge verso di me uno sguardo velato di lacrime ansimando:
         - Non... non guardare! muggisce.
         Disgustato e impietosito nello stesso tempo, distolgo lo sguardo. Il povero cristo riprende piano piano a respirare. Per prudenza, mi allontano da lui.
         - Ti ho già visto, te... Caduto in acqua, eh? Borbotta asciugandosi la bocca con la manica bisunta.
         Mi giro subito verso di lui.
         - Sì! E ha visto che cosa è successo?
         - Non so mica io. Mica sono tanto in gamba io...
         Sputa per terra. Io spicco lentamente ogni sillaba:
         - Sa da quanto tempo sono in mezzo alla strada?
         - Quanto tempo!? Risponde con un'alzata di spalle. Non vuol dire niente! Il tempo, qui, non esiste più.
         Tento di decifrare il suo linguaggio, come se fosse possibile capire i suoi deliri da ubriacone:
         - Come, il tempo non esiste più?
         - Soltanto bere, dormire, vomitare. Qui, nient' altro.
         Rutta, e il suo alito pestilenziale, quasi cadaverico, mi riempie le narici. Mi fa tossicchiare.
         Eppure, cerco di rincuorare il poveretto:
         - Deve fare uno sforzo! Non può restare in questo stato!
         - Impossibile. È più forte di me.
         Segna uno stacco. Mi chiedo se io non stia perdendo tempo.
         - Così dall' incidente, riprende. Ammazzato una famiglia in macchina. Devo bere.
         Insisto per l' ultima volta, per principio:
         - Non è possibile! Deve reagire!
         - Non vedo perché...
         E tracanna un lungo sorso di rosso da una bottiglia sbucata da non so dove.
         Perché? Intelligente, da parte mia, porsi una simile domanda dopo che mi sono buttato dal campanile della chiesa.
         Ormai coinvolto, cerco nonostante tutto qualche argomento:
         - Non so ... Forse per non essere un relitto, per amor proprio.
         Per tutta risposta, il barbone porta di nuovo la bottiglia alle labbra, e ne tracanna metà sbavando.
         - Non serve a niente. Fregàti. Tutti fregàti.
         - Si sbaglia!
         Senza rendermi conto dell' assurdità della situazione, predicavo a un altro ciò di cui non riuscivo a convincermi per primo.
         - Allora, perché ti sei buttato, tu?
         Mi metto a farfugliare...
         - Non so ... per tristezza ... per disperazione.
         - Sei come me, quindi, concluse il mio interlocutore tirando rumorosamente su con il naso. Hai solo scelto un altro modo per toglierti di mezzo.
         Strabuzza gli occhi sui resti della sua bottiglia, e barcolla. Sentendolo sul punto di svenire, torno alla domanda essenziale.
         - Ha visto chi mi ha svaligiato? Avevo addosso un vecchio orologio a cui tenevo molto...
         L' ubriaco si lascia cadere per terra, in mezzo al proprio vomito. Con uno sforzo che deve sembrargli sovrumano, si fruga nelle tasche e ne estrae un foglietto sgualcito e chiazzato di vino.
         - Tutti laggiù, fa tendendomi il foglio rovinato.
         Lo sfilo dalle sue dita tremule, e subito crolla addormentato.
         Spiego il volantino. L'alcol ha diluito l'inchiostro e fatto svanire quasi ogni parola.
         "Gran Ballo di San Michele. Passare per il ponte volante".
         Un ballo! Sorrido per la ridicolaggine del mio comportamento. Come avevo potuto dare corda ai vaneggiamenti di un alcolizzato incallito e mezzo matto? E comunque, anche se avessi voluto, difficilmente sarei riuscito, con il senso dell'orientamento, per giunta a notte fonda, a seguire la pista che mi proponeva.
         Decido di abbandonare il barbone. Ripiego il pezzo di carta e con la punta delle dita glielo rimetto in tasca. Poi mi avvicino al canale che mi ha respinto. Una nebbiolina si stava formando sulla sua superficie e scivolava lentamente fino alla strada. Comincio a camminare lungo l'acqua, riflettendo.
         È vero che io e il barbone ci assomigliamo? Io sono profondamente convinto del contrario. Eppure, entrambi rifiutiamo di vivere. Lui ha lasciato che la decadenza lo invadesse, e si è lasciato cadere sotto il livello del suolo. Io rifiuto di giungere a quel punto. Voglio finire di soffrire, adesso. E per questo devo porre termine alla mia esistenza.
         Chi merita più pietà di noi due? Lui che non si accetta più, o io che ho perso tutto ciò a cui tenevo... Che cosa mi distingue da lui, quando entrambi abbiamo scelto di sprofondare nell' oblio? Anche se non mi ammazzassi, non riuscirei a vivere come lui. Ecco una differenza importante. Ma non è tutto. Sono certo che ci sia altro, qualcosa di più profondo. In che cosa assumerebbe una qualsivoglia importanza per me il mero sopravvivere, quando è la sopravvivenza in sé che mi è insopportabile? Perché voglio assolutamente rimettere le mani sul mio vecchio orologio, in un simile contesto?
         Passo davanti a un ponte scolpito. Mi sembra di riconoscerlo. È il ponte su cui a Cecilia e a me piaceva appoggiarci per discutere, fantasticare sul futuro, o anche dibattere su argomenti più seri. Ricordo ora una conversazione di cui non potevo allora immaginare la portata. Fu durante il nostro viaggio di nozze.
         - E se io non ci fossi più, tu come reagiresti?
         - Cecilia, ti sembra il momento parlarne? E poi, non mi piace pensare a queste cose...
         - Invece sì, rispondimi! Voglio sapere. Che cosa faresti?
         - Mah, non so. Sarei inconsolabile, penso. Comunque, non dimenticherei i momenti che abbiamo trascorso insieme, e quanto ci siamo amati.
         - Intendi dire che continueresti a vivere normalmente?
         - Normalmente?! Certo che no: tirerei avanti. Per un po', almeno. E poi immagino che la vita avrebbe il sopravvento.
         - Io invece non riuscirei a vivere senza di te.
         - Eppure dovresti prima o poi, se capitasse.
         - No, mi ucciderei.
         - Cosa!!? Ma sarebbe una sciocchezza, uno spreco!
         - Io voglio vivere con te. Sarebbe troppo dura se tu non ci fossi.
         - Sarebbe difficile. Ma il dolore alla fine scomparirebbe.
         - L' assenza resterebbe...
         Non trovavo risposte. Ma era impensabile chiudere la conversazione su un accento così pessimista.
         - ... E se abbiamo un bambino?
         - Se abbiamo un bambino, sarà diverso. Ci sarà sempre un pezzetto di te al mio fianco. Ma aspetta: hai già pensato ad avere figli?
         - A essere sincero, non sul serio.
         - Bene: perché io, vorrei tanto una bambina...
         Afferrato dai ricordi, mi prende un turbamento indefinibile.
         Da un momento, avevo lasciato il canale e camminavo lungo la laguna coperta da un denso velo di vapori. Il paesaggio sembrava irreale. Più in là sulla banchina, due barili accesi proiettavano ombre allungate dai capricci del vento.
         Avanzo fino ad essi per scaldarmi e finire di asciugarmi i vestiti. Tra due falò, sull'acqua, stava un ponte di barche. Una strada di fragili scafi, schierati con cura, che dondolando disperdevano la nebbia tutt'intorno. È il ponte che porta a quel famoso ballo? La strada galleggiante sembra allungarsi a perdita d' occhio nel buio. Il mio ladro si trova forse dall'altra parte?
         A mo' di assaggio, poso un primo piede sulla barca che sfiora la sponda. La sento cigolare e cozzare contro la successiva. In malcerto equilibrio, allungo l'altra gamba nell'imbarcazione e mi raddrizzo. Fin qui, tutto bene. Passo in quella attigua con la stessa ginnastica. Avanzo così, tra lo sciabordìo delle onde, finché i falò sulla banchina non diventano due punti scintillanti dietro di me, e non spuntano al capo opposto altre due fonti luminose. Mi siedo per qualche attimo, per dare sollievo al mio stomaco scombussolato dal mal di mare.
         La notte è limpida, e il cielo cosparso di stelle. Eccomi solo, senza nessuno che possa venire in mio aiuto. Eppure, non lo desidero. Dicono che spesso la gente che tenta il suicidio non voglia morire davvero. Vuole soltanto attirare l'attenzione sulla propria infelicità. Mostrare a che punto aspettino chi li aiuti. Io mi chiedo se desidero morire, o soltanto chiamare in mio aiuto, dovunque esse siano, le due donne della mia vita.
         Mi raddrizzo e riprendo la strada verso le luci. Quando finalmente tocco la terra ferma, non sbarco in mezzo al ballo. Tra i banchi di nebbia che nascondono il terreno, si ergono disordinatamente lapidi, steli inclinate e scheletri di alberi rattrappiti. Tuttavia, una musica in lontananza raggiunge le mie orecchie e mi indica la direzione da seguire.
         Cammino attraverso il cimitero, senza vedere chiaramente dove metto i piedi. Al mio passaggio, volano via gracchiando stormi di corvi. Urto le tombe con i piedi, barcollo su radici contorte sfuggite dalla terra. Alla fine esco da questo luogo sinistro. Proprio davanti alla chiesa di San Michele.
         L'edificio brilla di mille fuochi, e sul sagrato si sta svolgendo uno spettacolo straordinario, degno di una ricostruzione storica. Sotto le luci accecanti, una dozzina di coppie, in costume e mascherate, stanno danzando un valzer vorticoso al ritmo di un orchestra di otto musicisti intabarrati. Resto in disparte per ammirarle. Alla fine del brano, tutti i ballerini s'interrompono di netto, come figurine di un carillon. L'orchestra riattacca, e le coppie ricominciamo il vortice. La musica è inebriante. Mi ricorda quella delle giostre. La danza è frenetica, ma i ballerini, sublimi, non accennano neppure un segno di stanchezza. Certamente non è qui che troverò i miei ladri. Eppure una delle ballerine attira la mia attenzione. A tratti, il suo vestito vaporoso, di un bianco stranamente pallido, lascia scorgere nel vortice la curva della sua gamba. La musica si ferma di nuovo e i ballerini si bloccano. La nebbia del cimitero scende lentamente fino all'orchestra. La musica riprende. Mi sembra che sia sempre la stessa.
         All'improvviso, la mia ballerina abbandona il suo cavaliere, lasciandolo nello sgomento più totale. La musica accelera e comincia a stonare. Il cavaliere si toglie i guanti e li butta per terra. Gli altri ballerini sembrano ignorarlo completamente.
         La donna si muove in direzione della sponda. I suoi gesti, i suoi atteggiamenti mi sono familiari. Mi fanno pensare a... a Cecilia! La scoperta mi mozza il fiato.
         L'uomo la insegue. Ma la ballerina sale in una gondola, che sembrava aspettarla proprio lì, e con un colpo di remi, scompare nel buio. L'uomo resta boccheggiante. Mi avvicino con discrezione alla riva. Il ballerino, scornato, vistosamente sul punto di scoppiare in lacrime, gira i tacchi e si allontana verso il cimitero. Passa proprio davanti a me, senza vedermi, come se non esistessi.
         Mi avvicino al lungomare. La donna, che mi aveva soggiogato come per incanto, una voce mi dice che la ritroverò prima o poi. Un'altra gondola oscillava piano, vi salgo, afferro il remo, e cerco di riacchiappare la fanciulla.
         Ora capisco tutto... Ed è così evidente che non riuscivo a vederlo. La mia anima agogna la pace. Ma la mia volontà mi spinge verso la vita. Cerco pretesti per ritardare la scadenza, nella speranza inconfessata che qualcosa, o qualcuno, arrivi a cambiare il corso della mia esistenza.
         Quando ho notato quella donna, che danzava da perdere il respiro, qualcosa, come una scintilla di vita, si è impadronito del mio corpo. Era questo che mi mancava. Ritroverò la sconosciuta misteriosa. Magari mi respingerà. Ma non è quello l' importante. L'importante, è che la vita possa continuare. Ho un lutto da elaborare. Ricordi da riordinare senza rimuginarli. Ma morire, questo mai.
         E dire che dall'inizio, dopo la strana conversazione con l' ubriaco, lo sentivo senza ammetterlo.
         Ho l'impressione di non avanzare più, come se stessi andando controcorrente. Raddoppio gli sforzi per lottare contro la forza che rallenta i miei passi e mi impedisce di correre verso la meta. Dopo lunghi minuti, raggiungo finalmente la sponda di fronte. Trovo la gondola della ballerina, vuota, con la maschera abbandonata sulla panca. Che donna misteriosa...
         Purtroppo, arrivo troppo tardi, ho perso le sue tracce. Posso soltanto tentare un percorso a casaccio.
         Mi infilo in una calle e mi inoltro verso il cuore dell'isola. L'aria notturna è particolarmente umida. Il selciato è lucido e scivoloso. Si direbbe che tutti i muri della città trasudino, come se avessero la febbre. Arrivo in una via commerciale, rischiarata da pochi lampioni. In lontananza, vedo avvicinarsi tre uomini dall'aria losca. Dal punto in cui mi trovo, intravedo soltanto le loro sagome, ma il loro incedere nervoso e i frammenti di conversazione che giungono alle mie orecchie non mi dicono nulla che meriti di essere ricordato. Mi acquatto sotto un portone e tento di smorzare il suono del mio respiro. La cosa che temo di più, ora, è che siano ladri. Non sopporterei di trovarmeli sotto il naso senza reagire. Ma sono in tre...
         Avanzano fino alla vetrina di fronte:
         - Lì, guarda, un gioielliere!
         - Spero che la merce sia migliore che nell' ultimo che abbiamo ripulito!
         - Sì, e che nel penultimo...
         Si danno da fare intorno alla vetrina. Sento un rumore di vetri rotti. La loro mancanza di cautela mi lascia esterrefatto. Eppure, resto inchiodato sul posto, incapace di prendere una decisione. Quante volte, dopo la rapina che è costata la vita di mia moglie, ho desiderato trovarmi di fronte al colpevole per farlo fuori. Quante volte, dopo l'incidente di Emilie, ho desiderato ritrovarmi, per caso, davanti a un esemplare di quella genia. Avrei dato qualunque cosa, allora, per farmi giustizia con le mie stesse mani. Ma oggi, nonostante l'odio e il rancore che continuano a rodermi, non riesco a fare nulla. Mi trattiene un pragmatismo che probabilmente mi salva la vita. Ma con un'orribile frustrazione.
         - Robaccia! Ci siamo fatti fregare un'altra volta. 'Sta roba non vale una cicca!
         - Pazzesco! Eppure sembrava, poco fa...
         - Faremmo meglio a cercare da un' altra parte.
         Se ne vanno, senza toccare nulla, lasciandosi dietro un marciapiede costellato di schegge di vetro. Stranamente, nonostante il baccano dello scasso, non è intervenuta anima viva. Hanno tutti paura?
         Dopo essermi assicurato che i rapinatori si fossero allontanati, mi avvicino al vetro rotto. Il mio sguardo è immediatamente trattenuto dall'unico pezzo illuminato della vetrina. Un orologio da tasca d'argento, che somiglia sputato a quello del nonno. Lo stesso orologio che mi indicava imperturbabilmente mezzogiorno, con rassicurante indifferenza al tempo che passa. È possibile che si tratti del mio? Incollo gli occhi al tratto di vetro ancora intatto, e osservo l'oggetto con minuzia. Ogni particolare mi ricorda il mio cimelio. Fino all'incontestabile: segna le dodici. È proprio l'orologio che mi hanno rubato.
         Come ha potuto finire qui? Le ipotesi che posso formulare mi sembrano tutte campate in aria. Ma la vera faccenda è un'altra: voglio recuperarlo, ma come?
         Potrei semplicemente chinarmi e servirmi. Ma non mi comporterò certo come quei farabutti! No, mai e poi mai! Allora posso soltanto rinunciare. Indietreggio di qualche passo, e rivolgo mentalmente un ultimo pensiero al gioiello. Scorgo all'improvviso, proprio accanto, una linea irregolare che riga il vetro e si prolunga fino al buco spalancato.
         È il mio orologio, dopotutto. Sarebbe davvero un furto? Devo soltanto tendere il braccio per riprendermelo. Perché farne a meno? Quello che è successo alla mia famiglia? Ormai, non c'è più nulla da fare!
         Diviso tra i miei desideri e i miei principi, infilo cautamente la mano dall'altra parte del vetro, e con uno spasimo, afferro la mia proprietà.
         Almeno, ho recuperato il mio orologio! Lo fisso ai miei pantaloni e me lo infilo in tasca. Sarà strano, ma adesso mi sento meno solo.
         Riprendo la mia ricerca nel cuore della città. Mentre cammino, immagino il viso dell'enigmatica ballerina sotto la maschera dai riflessi dorati. Fino a che punto somiglierà a Cecilia? Sarà dolce e premurosa come lei? Avrà la stessa sensibilità che la rendeva fragile come una rosa di cristallo?
         Sento rumori strani provenire da un budello a pochi passi da me. Come l'ansimare di una bestia malata. Poi gridolini strozzati. Mi avvicino. Il buio è profondo. Il respiro convulso è sempre più rumoroso. Le grida da cui è intervallato con regolarità si fanno sempre più intense. Mi sembra di riconoscere... è possibile che una donna...
         Distinguo una forma nella penombra. I tratti di quadro diventano più nitidi. Sono in due. In piedi contro il muro di un edificio, in fondo alla calle. Un uomo tra le cosce di una donna. Dai vestiti sollevati, mi rendo conto che ho ritrovato la mia ballerina.
         - Ancora!!! Sta ruggendo.
         La sua voce è deformata da un desiderio devastante, sull'orlo della frustrazione. Ma la riconosco. Il suo volto è trasfigurato dal piacere, e velato dalle ombre in movimento. Improvvisamente lo indovino con esattezza.
         Oh no, Cecilia! È impossibile!
         Distolgo lo sguardo. Non sopporto di vedere quello spettacolo, e non posso, non posso restare qui!
         Senza riflettere, fuggo di corsa. Senza una meta. I miei piedi sguazzano nelle pozzanghere. I miei occhi si riempiono di lacrime. Si alza un vento violento che sembra spingermi nella corsa. Il mio cervello ha smesso di funzionare. È rimasto l'istinto. L'istinto che mi ingiunge di fuggire da quell' immagine crudele, dalla mia donna e dallo sconosciuto che copulano in mezzo alla strada.
         Eppure, Cecilia non lo avrebbe mai fatto. Era una donna amorevole, la mia metà. E soprattutto, è morta, ormai da tanto tempo. Non può essere qui. Sto forse perdendo il senno?
         Rallento il passo e tento di ragionare. La pioggia fredda che comincia a cadere rinfresca il mio sangue in ebollizione. Il buio mi ha tratto in inganno. Ne sono certo. La donna forse aveva una vaga somiglianza con mia moglie, con Cecilia, tutto qui. Sono uno stupido che ha permesso alla sua immaginazione di partire per la tangente. Devo essere molto stanco.
         La pioggia è sempre più forte. Devo mettermi al riparo. Una rapida occhiata intorno a me mi consente di riconoscere piazza San Marco. Il selciato è bagnato. Con passo rapido, cammino fino ai portici, e mi metto al riparo.
         C'è luce appena oltre. È un piccolo caffè. Finalmente, potrò sedermi e scaldarmi.
         Apro la porta della bettola. Mi avvolge subito un'atmosfera calda. Sgattaiolo all'interno. Il luogo è stipato e invaso dal fumo delle sigarette. Come se tutta Venezia si fosse data appuntamento proprio lì. Saluto l'adunanza con un cenno del capo. Sono bagnato fradicio dalla testa ai piedi. Appoggiata al bancone, una donna mi fissa mentre sorseggia una birra. Appoggia bruscamente il bicchiere sul bancone e si gira verso il vicino:
         - Marcello! Non vedi che il signore sta gelando. Su, prestagli la giacca!
         L'uomo obbedisce e mi porta con un sorriso tirato un indumento: la mia giacca rubata, senza dubbio. Ma mi astengo da qualunque osservazione.
         - Allora, mi fa il barista, uscire una sera di tempesta! Non è molto prudente...
         Ecco perché la città sembra deserta. Mi giustifico farfugliando.
         - Io... io non ci ho fatto caso.
         Mi ricordo che il mio portafoglio è sparito con il resto delle mie cose. Quindi non posso pagarmi nulla.
         - Offre la casa! Dice il cameriere, vedendomi frugare macchinalmente nelle tasche. Il solito?
         - Il solito?
         Sbalordito, fisso il barista con insistenza. Certo sta confondendo...
         - Tenga, abbiamo ritrovato il suo portafoglio, aggiunge. Deve averlo scordato l'ultima volta.
         Resto a bocca aperta. Sembra che la malasorte si stia divertendo a mie spese stanotte.
         - Quale ultima volta?
         Era la prima domanda che mi venisse in mente. È vero che non avevo alcun ricordo dei giorni trascorsi. Forse avevo passato un po' di tempo qui.
         - La notte scorsa. Come tutte le altre notti del resto...
         - Tutte le notti? No, lei si sbaglia.
         L' uomo posa un portafoglio sul bancone. Il mio portafoglio. La testa comincia a girarmi.
         - Io non dimentico mai una faccia, signore, continua. E soprattutto non la sua, dopo l'altra sera! Era talmente sbronzo che abbiamo dovuto riportarla a casa!
         Scruto il locale, alla ricerca di un particolare che riaccenda i miei ricordi. Poco a poco, tutto torna. Le gambe cominciano a tremarmi. Questa bettola...
         - E l'ho riportata io, riprende la donna che mi ha restituito la giacca.
         Ora riconosco la prostituta. Quella che avevo fatto salire in camera dopo l'insuccesso della mia mostra. Lei, di nuovo qui, come è possibile? Sento che sono sul punto di svenire. Davanti a me, una visione d' incubo. Come se avessi risalito il tempo, per ritrovarmi nel momento più penoso della mia vita, là dove tutto è precipitato.
         Ho paura.
         Afferro il mio portafoglio, e con uno sguardo allucinato, avanzo fino all'ingresso.
         - Dovrebbe rimanere, fa notare la prostituta. Chissà che cosa potrebbe capitarle fuori.
         Esco sbattendo la porta alle mie spalle. Fuori, piove a dirotto. Le grondaie sputano rivoli di bava nei rigagnoli otturati, con un ininterrotto gorgogliare, coperto dal ticchettìo della pioggia scrosciante. Sulla piazza, l'acqua sale come quando avanza la marea. Si direbbe che l'isola, sotto il peso dell'acqua, sprofondi lentamente nel mare ghiacciato.
         Mi metto a correre verso l'interno delle terre. L'acqua gronda sui muri e li ricopre di uno strato di vernice in movimento. Il mare s'infiltra nelle calli e invade i canali che straripano. Mi sembra che le onde mi stiano inseguendo.
         Alzo gli occhi al cielo. Attraverso la cortina di pioggia, distinguo la cupola della chiesa di San Zaccaria. Che razza di ironia: eccomi tornato al punto di partenza.
         Improvvisamente un lampo spacca il cielo. Nella luce, intravedo una figuretta sul tetto dell' edificio. La folgore si abbatte di nuovo, e mi accorgo che si tratta di una bambina che aspetta sul ciglio del vuoto. Una bambina che vuole porre fine ai suoi giorni...È pazzesco! Devo impedirlo!
         Mi precipito. Ogni mio passo scaglia intorno a me masse di acqua schiumante. Impegno tutte le mie forze, tutta la mia volontà. Una vita è in gioco! Spingo le porte della chiesa. L'acqua s'ingolfa nella navata, rovesciando i candelieri accesi. Mi affretto verso le scale.
         Conosco bene la strada.
         Durante la salita, sento l'uragano calmarsi. Via via che salgo i gradini, il ticchettìo della pioggia si attenua e il vento smette di fischiare. Quando arrivo al livello del tetto, davanti all'apertura che dà accesso all'esterno, la tempesta è finita. Ma troppo tardi, la bambina non c'è più.
         Non trovo niente di meglio da dire che un semplice:
         - Addio piccolina.
         E sospiro lasciandomi scivolare lungo il muro.
         Improvvisamente un oggetto lucente davanti alla finestra attira la mia attenzione. Mi accosto strisciando in ginocchio. È un braccialetto. Sopra è inciso un nome, 'Emilie', che fa riaffiorare in me le immagini della nostra famiglia unita. E sorrido. Che beffa!
         Rigiro la targhetta d' argento. Dietro è incisa la data di nascita di mia figlia. Impossibile! Ancora una visione. Fisso le cifre una per una, le sfioro con il dito. I battiti del mio cuore accelerano e mi fanno pulsare le tempie. Mi raddrizzo con un balzo. È il suo braccialetto!
         - No!!! Non è possibile. Non può essere la realtà! Questo è l' inferno!!!
         La mia mano stringe convulsamente il braccialetto. Tutto s'illumina all'improvviso. Ho troppa paura di capire...
         Sono all' inferno!!!
         Urlo. E il mio grido disperato il vento se lo porta via, all'infinito.
         Devo reagire. Non esiste niente di tutto questo, non può esistere!
         Crollo sul suolo ghiacciato, e mi raggomitolo in posizione fetale. Per un lungo momento, sento soltanto il mio respiro ansimante, che si smorza lentamente, mentre tento di riprendere il controllo di me stesso.
         Parlo a voce alta, per convincermi meglio:
         - È un incubo, un incubo spaventoso. Devo svegliarmi. Devo...
         Mi raddrizzo. Vedo soltanto un mezzo, e sta proprio di fronte a me.
         Salgo alcuni gradini e scavalco una transenna.
         Ricordo i momenti della mia vita che mi hanno spinto a farla finita. Tutto è iniziato qui. Si, proprio tutto. Ora voglio che questa pazzia finisca.
         L'alba sta avanzando verso questa notte che sembra interminabile.
         Sono affacciato sul vuoto, pronto a lasciarmi cadere. Macchinalmente, porto la mano sul mio vecchio orologio da tasca.
         Che ora sarà?

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