Che
ora sarà? Non me lo dirà certo
la mia vecchia cipolla. Che importanza può
avere, è comunque il momento giusto.
Che
giorno, che anno? Non so neppure questo. La
mia vita è ferma da troppo tempo. Il
tempo scorre infischiandosene di me. Non ho
più nulla.
Soltanto
questa città. Là dove tutto ha
avuto inizio, il mio paradiso come il mio calvario.
Questa città che mi divora. Questa città
dove ho deciso di farla finita.
Se
fossi veramente vivo, dovrei raccogliere il
coraggio che mi resta per osare passare all'atto.
Ma la sola forza di cui possa avere bisogno,
è quella che mi aiuterà a sconfiggere
l' inerzia che ancora mi trattiene. Che trattiene
il mio corpo. Il resto, infatti, è svaporato.
In
realtà, la cosa difficile è arrampicarsi
fino all'orlo. Dopo, basta un passo avanti,
immaginando di camminare lungo i sentieri di
una foresta, in piena estate, con mia moglie
e mia figlia.
Ecco
fatto.
E
soprattutto, tenere gli occhi chiusi durante
la caduta. Inutile spaventarsi. Voglio morire,
ma non ho intenzione di soffrire. Ho già
dato.
Provo
un senso di vertigine, come se spiccassi il
volo. Alla fine, cozzo contro qualcosa di solido,
un muro o un ponte, contro cui rimbalzo. Poi
affondo in un'acqua tiepida e fangosa. Le bolle
dell'aria che ho portato con me nella caduta
mi risalgono lungo il corpo, pizzicandomi. Poco
a poco il loro gorgoglio si smorza, e raggiungo
lentamente il fondo melmoso del canale. Inutile
guardare dove mi trovo. So che il mio letto
di morte è tutt'altro che invidiabile.
Mi resta un'unica cosa da fare: addormentarmi.
E
sognare...
Mi
sveglio improvvisamente: sto soffocando, mi
dibatto al rallentatore, intrappolato da vincoli
invisibili. L'acqua sporca mi invade la bocca,
il naso, i timpani. Prigioniero, torturato,
urlo con tutto l'ossigeno rimasto nei miei polmoni
per superare il mio supplizio estremo.
Improvvisamente,
sento un urto tremendo sulla nuca. È
la mia testa che sta scoppiando? No, probabilmente
soltanto un colpo di remo. Ma non accorcia la
mia agonia. Anzi, sembra darle un'altra spinta.
Un' immonda proroga. Ho l'impressione che l'acqua
diventi rossa intorno a me. Il dolore è
insopportabile. Tutto si mette a girare, poi
perde progressivamente i suoi colori, fino al
buio totale.
Tanto,
tanto tempo...
Quando
riprendo i sensi, sono disteso sulla schiena,
in una pozzanghera puzzolente, con le braccia
incrociate, su una banchina sotto San Zaccaria.
In piena notte. La maledizione si accaniva su
di me: non riuscivo neppure ad ammazzarmi. Qualcuno
mi aveva ripescato, sperando di soccorrermi,
e certamente lasciato in mezzo alla strada credendomi
morto. Le anime buone sono incapaci di capire
che non fanno un favore salvando la vita a quelli
come me.
I
miei vestiti sono fradici. O almeno quelli che
mi hanno lasciato: pantaloni e camicia. Il resto
è sparito. La giacca, il portafogli,
l'orologio del nonno. I ladri non hanno avuto
pietà! Mi hanno già rovinato la
vita, che cosa vogliono ancora! Magari persino
quello che mi ha impedito di annegare l'ha fatto
solo per derubarmi. Sarebbe il colmo!
Ma
tutto questo non avrà più alcuna
importanza tra qualche ora. Non getterò
certo la spugna per un insuccesso, per quanto
umiliante. Cercherò semplicemente un'
altezza migliore da cui non avrò nessuna
possibilità di fallire. Purtroppo, Venezia
è sempre stata un immenso labirinto per
me. Non sono mai riuscito a orientarmi nell'intrico
delle sue calli, dei suoi canali e dei suoi
passaggi rialzati. Dunque camminerò a
casaccio nell'oscurità. Prima o poi troverò
un punto da cui buttarmi...
Quando
mi rialzo, la testa comincia a girarmi. Mi tocco
la nuca e sento un'enorme bozza rivestita da
una spessa crosta di sangue rappreso. Nello
stesso tempo, mi rendo conto di avere perso
parte della memoria: come abbia viaggiato fino
a Venezia, dove abbia trascorso gli ultimi giorni...
non ho nessun ricordo recente. Ma queste sono
quisquilie. Ciò che conta davvero resta
impresso nella mia mente: sono tornato qui per
raggiungere mia moglie e mia figlia, facendo
un ultimo sberleffo a questa città che
si è presa gioco di me, che mi ha regalato
e rubato tutto.
Qui
ho incontrato Cecilia, mia moglie. Stavo organizzando
una mostra di pittura. Lei era lì in
vacanza. Sarò ingenuo, ma so benissimo
che cosa è successo. Eravamo destinati.
Fatti l' uno per l' altra. Certamente abbiamo
vissuto una travolgente storia d'amore in un'
altra vita, dove e come, non so. Comunque sia,
ci siamo riconosciuti subito. Come un'evidenza.
La mia mostra, per la prima volta, ha avuto
un successo notevole. Per me, come per Cecilia,
fu l'inizio di una felicità senza ombre.
È
venuta a vivere con me, in Francia. Ci siamo
sposati, e ovviamente abbiamo scelto la città
lagunare come meta del nostro viaggio di nozze,
e proprio lì, ne sono certo, abbiamo
concepito Emilie. In quel momento, Venezia era
per me il simbolo della vita con la V maiuscola.
Poi,
per quasi dieci anni, non abbiamo rimesso piede
nell'isola. E quando ci sono tornato, da solo,
per le necessità del mio lavoro, si è
vendicata, come un'amante negletta.
La
mia mostra è stata un disastro. Le tele
più importanti non sono arrivate in tempo.
I critici hanno rovesciato fiumi di veleno su
di me, al punto di rimettere in discussione
il talento che avevano elogiato fino a quel
momento. Per giunta, mi mancavano terribilmente
mia moglie e mia figlia.
Sono
andato ad annegare i miei dispiaceri nel vino,
in una bettola di piazza San Marco, e ci sono
rimasto per gran parte della notte. Come ho
potuto tornarne con una prostituta? Non lo so
proprio. So soltanto che amavo mia moglie, e
non avevo intenzione di tradirla. Il telefono
è squillato proprio mentre stavo con
quella nella mia camera d'albergo, sbronzo,
a un passo dall'irreparabile. Ho staccato il
ricevitore, e la polizia mi ha annunciato la
notizia. Fu come una scarica elettrica. Cecilia
aveva sorpreso un ladro nella nostra casa in
piena notte. Nella fuga, il ladro l' aveva spinta
e fatta cadere giù per le scale. Sono
ripartito subito. In ospedale, a Parigi, ritrovavo
mia moglie in condizioni critiche. In coma,
pallida come una statua di alabastro, non mi
avrebbe detto mai più che mi amava. Fui
allora invaso dal senso di colpa, fino a quel
momento soffocato dall' ansia incontrollabile,
e non me ne liberai più. E stringevo
tra le braccia mia figlia, piangendo.
In
seguito, sua madre mi mancò molto. Ma
per Emilie e me, resisteva ancora l'esile speranza
di vederla tornare fra noi, e ci incoraggiava
a stringere i denti. Poteva ancora cavarsela.
Allora avrei potuto chiederle perdono. Allora,
chissà, tutto sarebbe ricominciato come
prima.
Il
ladro fu arrestato pochi mesi dopo, per uno
di quei semplici casi di cui sanno usufruire
soltanto i metodi polizieschi. Ma Cecilia era
ancora clinicamente in vita, e niente di serio
poté essergli imputato. Dopotutto, era
stato un incidente. Ho odiato quell'uomo prima
che reiterasse il reato. Non ho provato nessun
rimorso per avergli augurato la morte, anche
quando la sua ultima vittima gli ha fatto un
buco in fronte con una fucilata. Ma il fatto
suscitò in me un' autentica ripugnanza
per i ladri, amplificata dal secondo dramma
della mia vita. Poiché non mi ero ancora
reso conto che la responsabile della delle mie
disgrazie era quella città, mi sono fidato.
Ho deciso di portare Emilie con me, per svagarla
un poco. Al nostro ritorno, destino volle che
le nostre strade s'incrociassero con quelle
di alcuni rapinatori braccati dalla polizia.
Emilie è stata travolta davanti ai miei
occhi dal loro furgone. È morta all'
istante. Allora, sono crollato. Completamente.
Poco dopo ho saputo che in quell'esatto momento
il cuore di mia moglie aveva smesso di battere.
Aveva aspettato mia figlia per fare insieme
l'ultimo tratto di strada. In ogni caso, mi
hanno lasciato entrambe sprofondato in un indefinibile
sconforto. La mia depressione ebbe inizio in
quel momento. Mi ritrovavo improvvisamente solo,
abbandonato. Nonostante tutto, mi hanno curato,
spinto a risalire la china. Ma non c' era nulla
da fare. Il senso di spreco, di colpa, di impotenza
contribuiva a distruggermi e a trasformarmi
in uno straccio umano. Ho capito a quel punto
di non avere vie d' uscita. Dovevo arrendermi.
Ma
non in un modo qualunque: che lo volesse o no,
mi sarei putrefatto nel ventre della città
con tutta la carne del mio cadavere. Era gelosa,
mi voleva tutto per sé. Mi avrebbe avuto
morto. Questo avrebbe ottenuto.
Di
nuovo in equilibrio sulle gambe, ispeziono i
dintorni: mi sembrano deserti. Improvvisamente,
un gorgoglio infame, proveniente dall'angolo
della strada, mi fa aggricciare la pelle dalla
testa ai piedi. Mi avvicino. Un barbone, piegato
in due dal dolore contro un muro di pietra,
sembra strapparsi le viscere in un vomito che
mi dà la nausea. Volge verso di me uno
sguardo velato di lacrime ansimando:
-
Non... non guardare! muggisce.
Disgustato
e impietosito nello stesso tempo, distolgo lo
sguardo. Il povero cristo riprende piano piano
a respirare. Per prudenza, mi allontano da lui.
-
Ti ho già visto, te... Caduto in acqua,
eh? Borbotta asciugandosi la bocca con la manica
bisunta.
Mi
giro subito verso di lui.
-
Sì! E ha visto che cosa è successo?
-
Non so mica io. Mica sono tanto in gamba io...
Sputa
per terra. Io spicco lentamente ogni sillaba:
-
Sa da quanto tempo sono in mezzo alla strada?
-
Quanto tempo!? Risponde con un'alzata di spalle.
Non vuol dire niente! Il tempo, qui, non esiste
più.
Tento
di decifrare il suo linguaggio, come se fosse
possibile capire i suoi deliri da ubriacone:
-
Come, il tempo non esiste più?
-
Soltanto bere, dormire, vomitare. Qui, nient'
altro.
Rutta,
e il suo alito pestilenziale, quasi cadaverico,
mi riempie le narici. Mi fa tossicchiare.
Eppure,
cerco di rincuorare il poveretto:
-
Deve fare uno sforzo! Non può restare
in questo stato!
-
Impossibile. È più forte di me.
Segna
uno stacco. Mi chiedo se io non stia perdendo
tempo.
-
Così dall' incidente, riprende. Ammazzato
una famiglia in macchina. Devo bere.
Insisto
per l' ultima volta, per principio:
-
Non è possibile! Deve reagire!
-
Non vedo perché...
E
tracanna un lungo sorso di rosso da una bottiglia
sbucata da non so dove.
Perché?
Intelligente, da parte mia, porsi una simile
domanda dopo che mi sono buttato dal campanile
della chiesa.
Ormai
coinvolto, cerco nonostante tutto qualche argomento:
-
Non so ... Forse per non essere un relitto,
per amor proprio.
Per
tutta risposta, il barbone porta di nuovo la
bottiglia alle labbra, e ne tracanna metà
sbavando.
-
Non serve a niente. Fregàti. Tutti fregàti.
-
Si sbaglia!
Senza
rendermi conto dell' assurdità della
situazione, predicavo a un altro ciò
di cui non riuscivo a convincermi per primo.
-
Allora, perché ti sei buttato, tu?
Mi
metto a farfugliare...
-
Non so ... per tristezza ... per disperazione.
-
Sei come me, quindi, concluse il mio interlocutore
tirando rumorosamente su con il naso. Hai solo
scelto un altro modo per toglierti di mezzo.
Strabuzza
gli occhi sui resti della sua bottiglia, e barcolla.
Sentendolo sul punto di svenire, torno alla
domanda essenziale.
-
Ha visto chi mi ha svaligiato? Avevo addosso
un vecchio orologio a cui tenevo molto...
L'
ubriaco si lascia cadere per terra, in mezzo
al proprio vomito. Con uno sforzo che deve sembrargli
sovrumano, si fruga nelle tasche e ne estrae
un foglietto sgualcito e chiazzato di vino.
-
Tutti laggiù, fa tendendomi il foglio
rovinato.
Lo
sfilo dalle sue dita tremule, e subito crolla
addormentato.
Spiego
il volantino. L'alcol ha diluito l'inchiostro
e fatto svanire quasi ogni parola.
"Gran
Ballo di San Michele. Passare per il ponte volante".
Un
ballo! Sorrido per la ridicolaggine del mio
comportamento. Come avevo potuto dare corda
ai vaneggiamenti di un alcolizzato incallito
e mezzo matto? E comunque, anche se avessi voluto,
difficilmente sarei riuscito, con il senso dell'orientamento,
per giunta a notte fonda, a seguire la pista
che mi proponeva.
Decido
di abbandonare il barbone. Ripiego il pezzo
di carta e con la punta delle dita glielo rimetto
in tasca. Poi mi avvicino al canale che mi ha
respinto. Una nebbiolina si stava formando sulla
sua superficie e scivolava lentamente fino alla
strada. Comincio a camminare lungo l'acqua,
riflettendo.
È
vero che io e il barbone ci assomigliamo? Io
sono profondamente convinto del contrario. Eppure,
entrambi rifiutiamo di vivere. Lui ha lasciato
che la decadenza lo invadesse, e si è
lasciato cadere sotto il livello del suolo.
Io rifiuto di giungere a quel punto. Voglio
finire di soffrire, adesso. E per questo devo
porre termine alla mia esistenza.
Chi
merita più pietà di noi due? Lui
che non si accetta più, o io che ho perso
tutto ciò a cui tenevo... Che cosa mi
distingue da lui, quando entrambi abbiamo scelto
di sprofondare nell' oblio? Anche se non mi
ammazzassi, non riuscirei a vivere come lui.
Ecco una differenza importante. Ma non è
tutto. Sono certo che ci sia altro, qualcosa
di più profondo. In che cosa assumerebbe
una qualsivoglia importanza per me il mero sopravvivere,
quando è la sopravvivenza in sé
che mi è insopportabile? Perché
voglio assolutamente rimettere le mani sul mio
vecchio orologio, in un simile contesto?
Passo
davanti a un ponte scolpito. Mi sembra di riconoscerlo.
È il ponte su cui a Cecilia e a me piaceva
appoggiarci per discutere, fantasticare sul
futuro, o anche dibattere su argomenti più
seri. Ricordo ora una conversazione di cui non
potevo allora immaginare la portata. Fu durante
il nostro viaggio di nozze.
-
E se io non ci fossi più, tu come reagiresti?
-
Cecilia, ti sembra il momento parlarne? E poi,
non mi piace pensare a queste cose...
-
Invece sì, rispondimi! Voglio sapere.
Che cosa faresti?
-
Mah, non so. Sarei inconsolabile, penso. Comunque,
non dimenticherei i momenti che abbiamo trascorso
insieme, e quanto ci siamo amati.
-
Intendi dire che continueresti a vivere normalmente?
-
Normalmente?! Certo che no: tirerei avanti.
Per un po', almeno. E poi immagino che la vita
avrebbe il sopravvento.
-
Io invece non riuscirei a vivere senza di te.
-
Eppure dovresti prima o poi, se capitasse.
-
No, mi ucciderei.
-
Cosa!!? Ma sarebbe una sciocchezza, uno spreco!
-
Io voglio vivere con te. Sarebbe troppo dura
se tu non ci fossi.
-
Sarebbe difficile. Ma il dolore alla fine scomparirebbe.
-
L' assenza resterebbe...
Non
trovavo risposte. Ma era impensabile chiudere
la conversazione su un accento così pessimista.
-
... E se abbiamo un bambino?
-
Se abbiamo un bambino, sarà diverso.
Ci sarà sempre un pezzetto di te al mio
fianco. Ma aspetta: hai già pensato ad
avere figli?
-
A essere sincero, non sul serio.
-
Bene: perché io, vorrei tanto una bambina...
Afferrato
dai ricordi, mi prende un turbamento indefinibile.
Da
un momento, avevo lasciato il canale e camminavo
lungo la laguna coperta da un denso velo di
vapori. Il paesaggio sembrava irreale. Più
in là sulla banchina, due barili accesi
proiettavano ombre allungate dai capricci del
vento.
Avanzo
fino ad essi per scaldarmi e finire di asciugarmi
i vestiti. Tra due falò, sull'acqua,
stava un ponte di barche. Una strada di fragili
scafi, schierati con cura, che dondolando disperdevano
la nebbia tutt'intorno. È il ponte che
porta a quel famoso ballo? La strada galleggiante
sembra allungarsi a perdita d' occhio nel buio.
Il mio ladro si trova forse dall'altra parte?
A
mo' di assaggio, poso un primo piede sulla barca
che sfiora la sponda. La sento cigolare e cozzare
contro la successiva. In malcerto equilibrio,
allungo l'altra gamba nell'imbarcazione e mi
raddrizzo. Fin qui, tutto bene. Passo in quella
attigua con la stessa ginnastica. Avanzo così,
tra lo sciabordìo delle onde, finché
i falò sulla banchina non diventano due
punti scintillanti dietro di me, e non spuntano
al capo opposto altre due fonti luminose. Mi
siedo per qualche attimo, per dare sollievo
al mio stomaco scombussolato dal mal di mare.
La
notte è limpida, e il cielo cosparso
di stelle. Eccomi solo, senza nessuno che possa
venire in mio aiuto. Eppure, non lo desidero.
Dicono che spesso la gente che tenta il suicidio
non voglia morire davvero. Vuole soltanto attirare
l'attenzione sulla propria infelicità.
Mostrare a che punto aspettino chi li aiuti.
Io mi chiedo se desidero morire, o soltanto
chiamare in mio aiuto, dovunque esse siano,
le due donne della mia vita.
Mi
raddrizzo e riprendo la strada verso le luci.
Quando finalmente tocco la terra ferma, non
sbarco in mezzo al ballo. Tra i banchi di nebbia
che nascondono il terreno, si ergono disordinatamente
lapidi, steli inclinate e scheletri di alberi
rattrappiti. Tuttavia, una musica in lontananza
raggiunge le mie orecchie e mi indica la direzione
da seguire.
Cammino
attraverso il cimitero, senza vedere chiaramente
dove metto i piedi. Al mio passaggio, volano
via gracchiando stormi di corvi. Urto le tombe
con i piedi, barcollo su radici contorte sfuggite
dalla terra. Alla fine esco da questo luogo
sinistro. Proprio davanti alla chiesa di San
Michele.
L'edificio
brilla di mille fuochi, e sul sagrato si sta
svolgendo uno spettacolo straordinario, degno
di una ricostruzione storica. Sotto le luci
accecanti, una dozzina di coppie, in costume
e mascherate, stanno danzando un valzer vorticoso
al ritmo di un orchestra di otto musicisti intabarrati.
Resto in disparte per ammirarle. Alla fine del
brano, tutti i ballerini s'interrompono di netto,
come figurine di un carillon. L'orchestra riattacca,
e le coppie ricominciamo il vortice. La musica
è inebriante. Mi ricorda quella delle
giostre. La danza è frenetica, ma i ballerini,
sublimi, non accennano neppure un segno di stanchezza.
Certamente non è qui che troverò
i miei ladri. Eppure una delle ballerine attira
la mia attenzione. A tratti, il suo vestito
vaporoso, di un bianco stranamente pallido,
lascia scorgere nel vortice la curva della sua
gamba. La musica si ferma di nuovo e i ballerini
si bloccano. La nebbia del cimitero scende lentamente
fino all'orchestra. La musica riprende. Mi sembra
che sia sempre la stessa.
All'improvviso,
la mia ballerina abbandona il suo cavaliere,
lasciandolo nello sgomento più totale.
La musica accelera e comincia a stonare. Il
cavaliere si toglie i guanti e li butta per
terra. Gli altri ballerini sembrano ignorarlo
completamente.
La
donna si muove in direzione della sponda. I
suoi gesti, i suoi atteggiamenti mi sono familiari.
Mi fanno pensare a... a Cecilia! La scoperta
mi mozza il fiato.
L'uomo
la insegue. Ma la ballerina sale in una gondola,
che sembrava aspettarla proprio lì, e
con un colpo di remi, scompare nel buio. L'uomo
resta boccheggiante. Mi avvicino con discrezione
alla riva. Il ballerino, scornato, vistosamente
sul punto di scoppiare in lacrime, gira i tacchi
e si allontana verso il cimitero. Passa proprio
davanti a me, senza vedermi, come se non esistessi.
Mi
avvicino al lungomare. La donna, che mi aveva
soggiogato come per incanto, una voce mi dice
che la ritroverò prima o poi. Un'altra
gondola oscillava piano, vi salgo, afferro il
remo, e cerco di riacchiappare la fanciulla.
Ora
capisco tutto... Ed è così evidente
che non riuscivo a vederlo. La mia anima agogna
la pace. Ma la mia volontà mi spinge
verso la vita. Cerco pretesti per ritardare
la scadenza, nella speranza inconfessata che
qualcosa, o qualcuno, arrivi a cambiare il corso
della mia esistenza.
Quando
ho notato quella donna, che danzava da perdere
il respiro, qualcosa, come una scintilla di
vita, si è impadronito del mio corpo.
Era questo che mi mancava. Ritroverò
la sconosciuta misteriosa. Magari mi respingerà.
Ma non è quello l' importante. L'importante,
è che la vita possa continuare. Ho un
lutto da elaborare. Ricordi da riordinare senza
rimuginarli. Ma morire, questo mai.
E
dire che dall'inizio, dopo la strana conversazione
con l' ubriaco, lo sentivo senza ammetterlo.
Ho
l'impressione di non avanzare più, come
se stessi andando controcorrente. Raddoppio
gli sforzi per lottare contro la forza che rallenta
i miei passi e mi impedisce di correre verso
la meta. Dopo lunghi minuti, raggiungo finalmente
la sponda di fronte. Trovo la gondola della
ballerina, vuota, con la maschera abbandonata
sulla panca. Che donna misteriosa...
Purtroppo,
arrivo troppo tardi, ho perso le sue tracce.
Posso soltanto tentare un percorso a casaccio.
Mi
infilo in una calle e mi inoltro verso il cuore
dell'isola. L'aria notturna è particolarmente
umida. Il selciato è lucido e scivoloso.
Si direbbe che tutti i muri della città
trasudino, come se avessero la febbre. Arrivo
in una via commerciale, rischiarata da pochi
lampioni. In lontananza, vedo avvicinarsi tre
uomini dall'aria losca. Dal punto in cui mi
trovo, intravedo soltanto le loro sagome, ma
il loro incedere nervoso e i frammenti di conversazione
che giungono alle mie orecchie non mi dicono
nulla che meriti di essere ricordato. Mi acquatto
sotto un portone e tento di smorzare il suono
del mio respiro. La cosa che temo di più,
ora, è che siano ladri. Non sopporterei
di trovarmeli sotto il naso senza reagire. Ma
sono in tre...
Avanzano
fino alla vetrina di fronte:
-
Lì, guarda, un gioielliere!
-
Spero che la merce sia migliore che nell' ultimo
che abbiamo ripulito!
-
Sì, e che nel penultimo...
Si
danno da fare intorno alla vetrina. Sento un
rumore di vetri rotti. La loro mancanza di cautela
mi lascia esterrefatto. Eppure, resto inchiodato
sul posto, incapace di prendere una decisione.
Quante volte, dopo la rapina che è costata
la vita di mia moglie, ho desiderato trovarmi
di fronte al colpevole per farlo fuori. Quante
volte, dopo l'incidente di Emilie, ho desiderato
ritrovarmi, per caso, davanti a un esemplare
di quella genia. Avrei dato qualunque cosa,
allora, per farmi giustizia con le mie stesse
mani. Ma oggi, nonostante l'odio e il rancore
che continuano a rodermi, non riesco a fare
nulla. Mi trattiene un pragmatismo che probabilmente
mi salva la vita. Ma con un'orribile frustrazione.
-
Robaccia! Ci siamo fatti fregare un'altra volta.
'Sta roba non vale una cicca!
-
Pazzesco! Eppure sembrava, poco fa...
-
Faremmo meglio a cercare da un' altra parte.
Se
ne vanno, senza toccare nulla, lasciandosi dietro
un marciapiede costellato di schegge di vetro.
Stranamente, nonostante il baccano dello scasso,
non è intervenuta anima viva. Hanno tutti
paura?
Dopo
essermi assicurato che i rapinatori si fossero
allontanati, mi avvicino al vetro rotto. Il
mio sguardo è immediatamente trattenuto
dall'unico pezzo illuminato della vetrina. Un
orologio da tasca d'argento, che somiglia sputato
a quello del nonno. Lo stesso orologio che mi
indicava imperturbabilmente mezzogiorno, con
rassicurante indifferenza al tempo che passa.
È possibile che si tratti del mio? Incollo
gli occhi al tratto di vetro ancora intatto,
e osservo l'oggetto con minuzia. Ogni particolare
mi ricorda il mio cimelio. Fino all'incontestabile:
segna le dodici. È proprio l'orologio
che mi hanno rubato.
Come
ha potuto finire qui? Le ipotesi che posso formulare
mi sembrano tutte campate in aria. Ma la vera
faccenda è un'altra: voglio recuperarlo,
ma come?
Potrei
semplicemente chinarmi e servirmi. Ma non mi
comporterò certo come quei farabutti!
No, mai e poi mai! Allora posso soltanto rinunciare.
Indietreggio di qualche passo, e rivolgo mentalmente
un ultimo pensiero al gioiello. Scorgo all'improvviso,
proprio accanto, una linea irregolare che riga
il vetro e si prolunga fino al buco spalancato.
È
il mio orologio, dopotutto. Sarebbe davvero
un furto? Devo soltanto tendere il braccio per
riprendermelo. Perché farne a meno? Quello
che è successo alla mia famiglia? Ormai,
non c'è più nulla da fare!
Diviso
tra i miei desideri e i miei principi, infilo
cautamente la mano dall'altra parte del vetro,
e con uno spasimo, afferro la mia proprietà.
Almeno,
ho recuperato il mio orologio! Lo fisso ai miei
pantaloni e me lo infilo in tasca. Sarà
strano, ma adesso mi sento meno solo.
Riprendo
la mia ricerca nel cuore della città.
Mentre cammino, immagino il viso dell'enigmatica
ballerina sotto la maschera dai riflessi dorati.
Fino a che punto somiglierà a Cecilia?
Sarà dolce e premurosa come lei? Avrà
la stessa sensibilità che la rendeva
fragile come una rosa di cristallo?
Sento
rumori strani provenire da un budello a pochi
passi da me. Come l'ansimare di una bestia malata.
Poi gridolini strozzati. Mi avvicino. Il buio
è profondo. Il respiro convulso è
sempre più rumoroso. Le grida da cui
è intervallato con regolarità
si fanno sempre più intense. Mi sembra
di riconoscere... è possibile che una
donna...
Distinguo
una forma nella penombra. I tratti di quadro
diventano più nitidi. Sono in due. In
piedi contro il muro di un edificio, in fondo
alla calle. Un uomo tra le cosce di una donna.
Dai vestiti sollevati, mi rendo conto che ho
ritrovato la mia ballerina.
-
Ancora!!! Sta ruggendo.
La
sua voce è deformata da un desiderio
devastante, sull'orlo della frustrazione. Ma
la riconosco. Il suo volto è trasfigurato
dal piacere, e velato dalle ombre in movimento.
Improvvisamente lo indovino con esattezza.
Oh
no, Cecilia! È impossibile!
Distolgo
lo sguardo. Non sopporto di vedere quello spettacolo,
e non posso, non posso restare qui!
Senza
riflettere, fuggo di corsa. Senza una meta.
I miei piedi sguazzano nelle pozzanghere. I
miei occhi si riempiono di lacrime. Si alza
un vento violento che sembra spingermi nella
corsa. Il mio cervello ha smesso di funzionare.
È rimasto l'istinto. L'istinto che mi
ingiunge di fuggire da quell' immagine crudele,
dalla mia donna e dallo sconosciuto che copulano
in mezzo alla strada.
Eppure,
Cecilia non lo avrebbe mai fatto. Era una donna
amorevole, la mia metà. E soprattutto,
è morta, ormai da tanto tempo. Non può
essere qui. Sto forse perdendo il senno?
Rallento
il passo e tento di ragionare. La pioggia fredda
che comincia a cadere rinfresca il mio sangue
in ebollizione. Il buio mi ha tratto in inganno.
Ne sono certo. La donna forse aveva una vaga
somiglianza con mia moglie, con Cecilia, tutto
qui. Sono uno stupido che ha permesso alla sua
immaginazione di partire per la tangente. Devo
essere molto stanco.
La
pioggia è sempre più forte. Devo
mettermi al riparo. Una rapida occhiata intorno
a me mi consente di riconoscere piazza San Marco.
Il selciato è bagnato. Con passo rapido,
cammino fino ai portici, e mi metto al riparo.
C'è
luce appena oltre. È un piccolo caffè.
Finalmente, potrò sedermi e scaldarmi.
Apro
la porta della bettola. Mi avvolge subito un'atmosfera
calda. Sgattaiolo all'interno. Il luogo è
stipato e invaso dal fumo delle sigarette. Come
se tutta Venezia si fosse data appuntamento
proprio lì. Saluto l'adunanza con un
cenno del capo. Sono bagnato fradicio dalla
testa ai piedi. Appoggiata al bancone, una donna
mi fissa mentre sorseggia una birra. Appoggia
bruscamente il bicchiere sul bancone e si gira
verso il vicino:
-
Marcello! Non vedi che il signore sta gelando.
Su, prestagli la giacca!
L'uomo
obbedisce e mi porta con un sorriso tirato un
indumento: la mia giacca rubata, senza dubbio.
Ma mi astengo da qualunque osservazione.
-
Allora, mi fa il barista, uscire una sera di
tempesta! Non è molto prudente...
Ecco
perché la città sembra deserta.
Mi giustifico farfugliando.
-
Io... io non ci ho fatto caso.
Mi
ricordo che il mio portafoglio è sparito
con il resto delle mie cose. Quindi non posso
pagarmi nulla.
-
Offre la casa! Dice il cameriere, vedendomi
frugare macchinalmente nelle tasche. Il solito?
-
Il solito?
Sbalordito,
fisso il barista con insistenza. Certo sta confondendo...
-
Tenga, abbiamo ritrovato il suo portafoglio,
aggiunge. Deve averlo scordato l'ultima volta.
Resto
a bocca aperta. Sembra che la malasorte si stia
divertendo a mie spese stanotte.
-
Quale ultima volta?
Era
la prima domanda che mi venisse in mente. È
vero che non avevo alcun ricordo dei giorni
trascorsi. Forse avevo passato un po' di tempo
qui.
-
La notte scorsa. Come tutte le altre notti del
resto...
-
Tutte le notti? No, lei si sbaglia.
L'
uomo posa un portafoglio sul bancone. Il mio
portafoglio. La testa comincia a girarmi.
-
Io non dimentico mai una faccia, signore, continua.
E soprattutto non la sua, dopo l'altra sera!
Era talmente sbronzo che abbiamo dovuto riportarla
a casa!
Scruto
il locale, alla ricerca di un particolare che
riaccenda i miei ricordi. Poco a poco, tutto
torna. Le gambe cominciano a tremarmi. Questa
bettola...
-
E l'ho riportata io, riprende la donna che mi
ha restituito la giacca.
Ora
riconosco la prostituta. Quella che avevo fatto
salire in camera dopo l'insuccesso della mia
mostra. Lei, di nuovo qui, come è possibile?
Sento che sono sul punto di svenire. Davanti
a me, una visione d' incubo. Come se avessi
risalito il tempo, per ritrovarmi nel momento
più penoso della mia vita, là
dove tutto è precipitato.
Ho
paura.
Afferro
il mio portafoglio, e con uno sguardo allucinato,
avanzo fino all'ingresso.
-
Dovrebbe rimanere, fa notare la prostituta.
Chissà che cosa potrebbe capitarle fuori.
Esco
sbattendo la porta alle mie spalle. Fuori, piove
a dirotto. Le grondaie sputano rivoli di bava
nei rigagnoli otturati, con un ininterrotto
gorgogliare, coperto dal ticchettìo della
pioggia scrosciante. Sulla piazza, l'acqua sale
come quando avanza la marea. Si direbbe che
l'isola, sotto il peso dell'acqua, sprofondi
lentamente nel mare ghiacciato.
Mi
metto a correre verso l'interno delle terre.
L'acqua gronda sui muri e li ricopre di uno
strato di vernice in movimento. Il mare s'infiltra
nelle calli e invade i canali che straripano.
Mi sembra che le onde mi stiano inseguendo.
Alzo
gli occhi al cielo. Attraverso la cortina di
pioggia, distinguo la cupola della chiesa di
San Zaccaria. Che razza di ironia: eccomi tornato
al punto di partenza.
Improvvisamente
un lampo spacca il cielo. Nella luce, intravedo
una figuretta sul tetto dell' edificio. La folgore
si abbatte di nuovo, e mi accorgo che si tratta
di una bambina che aspetta sul ciglio del vuoto.
Una bambina che vuole porre fine ai suoi giorni...È
pazzesco! Devo impedirlo!
Mi
precipito. Ogni mio passo scaglia intorno a
me masse di acqua schiumante. Impegno tutte
le mie forze, tutta la mia volontà. Una
vita è in gioco! Spingo le porte della
chiesa. L'acqua s'ingolfa nella navata, rovesciando
i candelieri accesi. Mi affretto verso le scale.
Conosco
bene la strada.
Durante
la salita, sento l'uragano calmarsi. Via via
che salgo i gradini, il ticchettìo della
pioggia si attenua e il vento smette di fischiare.
Quando arrivo al livello del tetto, davanti
all'apertura che dà accesso all'esterno,
la tempesta è finita. Ma troppo tardi,
la bambina non c'è più.
Non
trovo niente di meglio da dire che un semplice:
-
Addio piccolina.
E
sospiro lasciandomi scivolare lungo il muro.
Improvvisamente
un oggetto lucente davanti alla finestra attira
la mia attenzione. Mi accosto strisciando in
ginocchio. È un braccialetto. Sopra è
inciso un nome, 'Emilie', che fa riaffiorare
in me le immagini della nostra famiglia unita.
E sorrido. Che beffa!
Rigiro
la targhetta d' argento. Dietro è incisa
la data di nascita di mia figlia. Impossibile!
Ancora una visione. Fisso le cifre una per una,
le sfioro con il dito. I battiti del mio cuore
accelerano e mi fanno pulsare le tempie. Mi
raddrizzo con un balzo. È il suo braccialetto!
-
No!!! Non è possibile. Non può
essere la realtà! Questo è l'
inferno!!!
La
mia mano stringe convulsamente il braccialetto.
Tutto s'illumina all'improvviso. Ho troppa paura
di capire...
Sono
all' inferno!!!
Urlo.
E il mio grido disperato il vento se lo porta
via, all'infinito.
Devo
reagire. Non esiste niente di tutto questo,
non può esistere!
Crollo
sul suolo ghiacciato, e mi raggomitolo in posizione
fetale. Per un lungo momento, sento soltanto
il mio respiro ansimante, che si smorza lentamente,
mentre tento di riprendere il controllo di me
stesso.
Parlo
a voce alta, per convincermi meglio:
-
È un incubo, un incubo spaventoso. Devo
svegliarmi. Devo...
Mi
raddrizzo. Vedo soltanto un mezzo, e sta proprio
di fronte a me.
Salgo
alcuni gradini e scavalco una transenna.
Ricordo
i momenti della mia vita che mi hanno spinto
a farla finita. Tutto è iniziato qui.
Si, proprio tutto. Ora voglio che questa pazzia
finisca.
L'alba
sta avanzando verso questa notte che sembra
interminabile.
Sono
affacciato sul vuoto, pronto a lasciarmi cadere.
Macchinalmente, porto la mano sul mio vecchio
orologio da tasca.
Che
ora sarà?