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 La Passione
  di Mario Valentini

Natura morta, palpebre III, fotografia a colori su alluminio, cm34 x32         Notizia

         Una delle tradizioni più particolari di canti narrativi siciliani è quella dei cantastorie ciechi. La tradizione era molto viva soprattutto a Palermo. I cantastorie ciechi erano costituiti in vera e propria congregazione. Avevano un repertorio di canti ben preciso, di tipo prettamente sacro. Si esibivano a pagamento durante funzioni religiose, in case private o nei vicoli, di fronte alle immagini sacre che tutt'ora si possono incontrare scantonando per qualche stradina o camminamento. Eseguivano le loro narrazioni cantate nel periodo della novena, ad esempio, o in occasione della ricorrenza di qualche santo. Chi li chiamava a cantare poteva essere ad esempio qualcuno che aveva fatto un voto a un santo e adempiva così al proprio impegno. Tutto il vicolo partecipava poi a quella celebrazione. I cantastorie ciechi erano vincolati dalla curia a esibirsi solo in repertori sacri. Ma di fatto, spesso introducevano intermezzi musicali o scene di puro divertimento all'interno del proprio repertorio.
         Qui propongo volgarizzamento e testo di una fra le narrazioni più belle, che racconta della Passione di Gesù. Se oggi ci rimane una documentazione di prima mano sui cantastorie ciechi, è soprattutto grazie al lavoro di ricerca di Elsa Guggino, portato avanti negli anni settanta.
         Io qui ho semplicemente ricopiato il testo dai libretti che accompagnano le registrazioni a mia disposizione e vi ho aggiunto un esile e striminzito volgarizzamento.
         La cosa che più mi rende dubbioso in questo testo è il richiamo agli ebrei come uccisori di Cristo, accusa tradizionalmente e pretestuosamente rivolta loro dalla chiesa cattolica. Nelle registrazioni che ho ascoltato in verità non si capisce proprio cosa dicano i cantori. Nei libretti viene invece riportata la parola ebrei, che però costituisce una specie di contraddizione interna al testo, perché per tutto il racconto sono stati i romani i persecutori e carnefici di Cristo. Ma al di là di questo particolare, cosa davvero mi coinvolge in questo racconto? È l'accanita persecuzione verso chi non ha forza, ma solo debolezza e una sorta di ostinata pervicacia nell'essere quello che è o quanto meno ritiene di essere. Qui, personalmente, Gesù Cristo me lo figuro come una specie di cane randagio. Che sia uno chiamato Gesù sembra più o meno un accidente.
         Volevo infine aggiungere che, cantato, questo testo ha una bellezza che il solo testo non riesce a rendere.

***

         In quei lontani tempi si era soliti appendere a una colonna e lasciarvelo lì attaccato chiunque dovesse essere flagellato. Lo stesso hanno fatto con Gesù: lo hanno appeso a una colonna e con vari strumenti lo hanno flagellato dalla testa ai piedi. E soltanto un soldato romano, uno solo, vedendolo ridotto in quello stato, rimproverò quella gente crudele.
         Quel soldato si chiamava Porfirio. E volle tagliare le corde a Gesù con la sua stessa spada.
         E quasi morto Gesù poi cadde a terra. E quella turma, quella gente iniqua allora si prese spasso a incoronarlo. E cominciarono a mettergli addosso, come ricchi vestimenti, una porpora rossa di un soldato, una corona di spine. In mano, a mo' di scettro, gli hanno dato una canna e lo hanno fatto sedere su una pietra. E facendo finta che fosse un re assiso sul trono, si inginocchiavano e in ginocchio gli gridavano: "Dio ti salvi, o re dei Giudei" e tutti a turno gli sputavano in faccia.
         Racconta San Giovanni che gli ebrei ancora non avevano saziato le loro voglie crudeli e spietate, quando: "sarebbe giusto che venisse liberato", dissero alcuni. E i sacerdoti si misero a gridare: "Crocifiggetelo! Deve spirare in croce!".

***

Nna chiddi tempi si sulia stilari
nta na colonna si tinìa attaccatu
quannu a quarcunu s'avìa di fraggellari.
U stessu cu Gesù hannu operatu:
nta na colonna, cu vari strumenti
l'hannu di capu a piedi fragellatu.
E un surdatu rumanu sulamenti
virennulu riduttu in tali statu
riprisi a chiddi timirari genti.
Perfirio si chiamava stu surdatu,
e vosi a Gèsu li cordi tagghiari
cu la medesima spata c'avìa in manu.
E quasi mortu Gesù vinni a cascari,
e chidda turma di ddi iniqui genti
pinsaru di vulillu ncurunari.
E cci misiru pi ricchi vestimenti
una purpura russa d'un surdatu
e na curuna di spini pungenti.
Pi scettru ntra na manu cci hannu datu
una canna, e nta na pietra l'assittaru
e fincennulu pi re in tronu assatu.
In ginocchiuni e nginocchiu gridaru:
"Dio ti salvi o re de li Giudei",
e tutti nna la facci ci sputaru.
Sècuta San Giovanni ca l'ebrei
ancora nun si nn'avianu saziatu
a li so vogghi spiatati e rei.
Saria di giustu ca sia libiratu!
I sacerdoti si misiru a gridari:
"Crucifiggilu, ncruci avi a spirari!"

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