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Memoriali contemporanei  
 Mio figlio è accusato di omicidio/ 2
  di Giuseppe Scattone

         7. DA OMICIDIO COLPOSO A OMICIDIO VOLONTARIO E VICEVERSA

Natura morta con tramonto I, fotografie in bianco e nero su forex, cm.28x35,3         Fin dall'inizio delle indagini, l'ipotesi dell'omicidio colposo domina e guida l'attività degli inquirenti. Ne parlano a lungo; il 26 maggio il P.A. Ormanni al professor Lipari, padre di una "teste" importante e testimone egli stesso; il 28 maggio l'inquirente Belfiore a Ferraro; il 29 maggio il P.M. La Speranza al professor Romano; nell'interrogatorio della Alletto (11 giugno, ore 15.28, 15.30, 15.39, 16.12, 16.34, 18.02, 18.11, 18.12) vi fanno continuo riferimento La Speranza e il cognato poliziotto Di Mauro; inquirenti e questurini la prospettano ai tre arrestati, come unica via di scampo, la notte sul 15 giugno; e il 18 giugno Belfiore ne parla, come vedremo tra poco, alla Alletto.
         Oltre ad essere meno allarmante di altre possibilità (il delitto di un terrorista, di un maniaco, di un serial killer), l'ipotesi dell'omicidio colposo rappresenta una tipica soluzione di compromesso, capace di accontentare un po' tutti: i presunti colpevoli se la caverebbero con poco, gli inquirenti verrebbero encomiati e promossi, le Autorità sarebbero soddisfatte delle loro preziose esternazioni, l'opinione pubblica si sentirebbe finalmente liberata da un tremendo incubo, e forse anche la famiglia Russo finirebbe con l'accettare l'idea del caso fortuito.
         Gli inquirenti confidavano che almeno uno dei tre arrestati per salvarsi da guai peggiori, accusasse gli altri (o se stesso) di aver sparato un colpo per sbaglio. L'11 giugno lo dice chiaramente alla Alletto il P.M. La Speranza (riecheggiato sempre con grande zelo da Di Mauro, che dimostra così di essere stato istruito a dovere su tutto): "Mio interesse è quello di ridimensionarla, questa cosa: perché [altrimenti] qua rimane in piedi un omicidio doloso... fatto a una ragazza" (ore 16.12). "Una volta che questi [gli arrestati] si vedono contestata una cosa [l'omicidio] e capiscono che raccontando i fatti come stanno ne possono anche uscire..., [questi confessano]. Per omicidio colposo non si arresta più nessuno!" (ore 18.11). "Tanto, noi possiamo provare a farlo, questo gioco... perché questo non è che deve confessare di avere ammazzato la madre... quindi rischia poco" (ore 18,12).
         Ma l'aspettativa degli inquirenti andrà delusa: l'unico ad assecondarla, atterrito dalla prospettiva del carcere, sarà, nel pomeriggio del 16 giugno, Liparota, che però il giorno dopo si affretterà a ritrattare le sue incongrue accuse, ribadendo poi efficacemente tale ritrattazione nel processo di primo grado. Già alle 7.53 del 16 giugno la Alletto, ansiosa di avere informazioni fresche sui tre "ragazzi", telefona a Belfiore, che la rassicura: "Di quello che lei ha detto, qualcosa già sta venendo fuori". Ma il 18 giugno, di fronte alle notizie sulla ritrattazione di Liparota e sulla posizione di fermo diniego assunta da Scattone e da Ferraro, la Alletto si preoccupa seriamente e alle 9.16 telefona ancora a Belfiore: "Sto abbastanza male... Alla luce dei fatti, non sto serena per niente...". Belfiore si sforza di rassicurarla, ma al tempo stesso si dichiara anche lui "estremamente perplesso" e si chiede: "Soprattutto, perché hanno sparato?... Per gioco? Ma allora facevano bene a dirlo, e la cosa si risolveva subito abbastanza facilmente". Invece, poiché alla fine nessuno dei tre "confessa", la cosa non si risolve né "subito" ("prima delle ferie", aveva auspicato Di Mauro alle 18.44 dell'11 giugno), né "abbastanza facilmente", e gli accusatori sono costretti a inseguire altre ipotesi, che però risulteranno tutte insostenibili: l'omicidio nato "dal delirio di onnipotenza", il "delitto gratuito" il "gioco di ruolo", il "delitto perfetto". In conformità di tali avventurose ipotesi, nella richiesta di rinvio a giudizio Scattone, Ferraro e Liparota sono ancora imputati di concorso in omicidio volontario: i primi due avrebbero organizzato e attuato un "delitto perfetto", per sperimentare - in modo davvero imperfetto, anzi da perfetti cretini - quello che essi stessi avrebbero teorizzato durante un seminario di Logica giuridica, risultato poi inesistente. Tale imputazione viene smentita, oltre che dalla sua intrinseca assurdità, dalle deposizioni in aula dei docenti responsabili del corso di Logica giuridica e dei seminari di Filosofia del Diritto; dovrebbe quindi scomparire dal processo, ma per tutti e tre gli imputati il capo d'accusa rimane, stranamente ma non troppo, quello di concorso in omicidio volontario: salvo ad essere derubricato, già nella sentenza di primo grado, in quelli di omicidio colposo semplice per Scattone e di favoreggiamento per Ferraro, mentre Liparota viene addirittura assolto. In Appello, Scattone è condannato ancora per omicidio colposo, ma aggravato dalla previsione dell'evento, mentre Ferraro è condannato per favoreggiamento, stavolta insieme a Liparota. Data la mancanza di qualsiasi movente plausibile per un omicidio volontario, si torna così - dopo anni di indebita detenzione in carcere, di indagini viziate da gravi errori e anomalie, di perizie disattese e inutilmente replicate, di dibattimenti in gran parte puramente virtuali - ai "buoni consigli" dati da inquirenti e questurini ai tre arrestati nella lunga notte sul 15 giugno 1997: "Dite che è stato un incidente". Se allora avessero accettato di mentire, se fossero stati, come molti hanno pensato e come qualcuno ha scritto, "un po' più furbi", se la sarebbero cavata tutti e tre "subito" e "abbastanza facilmente"; avendo invece detto la verità, si sono ritrovati, più di cinque anni dopo, in un'aula di tribunale.
         Un famoso storico dell'architettura con cui ho avuto modo di collaborare per molti anni, tedesco di nascita ma ebreo cosmopolita, mi disse una volta: "Voi italiani, con le doti che avete, potreste essere il primo popolo d'Europa; non lo siete solo perché avete la disgrazia di essere troppo furbi". Ma, fortunatamente, qualche italiano "non troppo furbo" c'è ancora.


         8. IN CORTE D'ASSISE

         8.1. Maria Chiara Lipari
         Per cercare di comprendere, nel caso specifico, una persona inquieta e complessa come la Lipari, credo che sia indispensabile anzitutto leggere e rileggere attentamente, più che i verbali - non esaurienti, e spesso poco affidabili - le trascrizioni integrali delle numerose e talvolta lunghissime telefonate, certamente genuine, inviate e ricevute da lei e da suo padre.
         Ho sempre pensato che osservare e ascoltare gli altri, studiarli con i mezzi più svariati, fare insomma ciò che i misantropi chiamano "impicciarsi dei fatti altrui", fosse non solo lecito, ma necessario per capire i miei simili (e ancor più i miei dissimili) e per mettermi in qualche modo in sintonia con loro. Quando però cominciai a leggere le trascrizioni dei colloqui privati intercettati dagli inquirenti, avvertii subito uno strano disagio. Conoscere le confidenze fatte dalla Lipari al professor Romano, alle amiche e agli amici, al suo direttore spirituale e soprattutto a suo padre, era indubbiamente utile per chiarire certe verità favorevoli a Giovanni (ad esempio, le gravi coazioni esercitate sulla Lipari dagli inquirenti); mi riusciva però fastidioso entrare in tal modo nella vita intima di un'altra persona. Una persona che oltre tutto m'innervosiva per il suo perpetuo culto del nervosismo e per la sua smania di "intuire" e "percepire", per sua speciale virtù, cose che gli altri non coglievano affatto, probabilmente perché non c'erano. Frutti eccellenti di questa "esasperata percettività" della Lipari (così la definisce lei stessa) sono i "precisi ricordi", ricuperati l'8 agosto 1997, tre mesi dopo i fatti, di ciò che certamente lei non aveva avuto modo di vedere nell'inesistente intervallo di circa 4 minuti tra le due telefonate partite dalla stanza 6.
         Le intercettazioni riguardanti la famiglia Lipari sono state largamente utilizzate nel processo di primo grado, ma le scelte riportate nelle sentenze di condanna sono poco significative e tutt'altro che equanimi. Questi documenti, preziosi per la loro spontaneità, andavano maggiormente valorizzati rispetto agli scarni e poco affidabili VSI o alle deposizioni in aula, molto ben preparate, talvolta - come la stessa teste ha candidamente raccontato - con la collaborazione degli stessi inquirenti. Le intercettazioni rivelano infatti chiaramente uno stato di grave e progressiva alterazione psicologica, che impedisce alla Lipari di valutare in modo obiettivo e lucido persone e fatti connessi col tragico evento al centro del quale, secondo gli inquirenti, sarebbe venuta a trovarsi.
         Dall'affermazione iniziale "mi pare che nell'aula 6 non c'era nessuno" la Lipari arriva, attraverso un lungo processo di graduale "ricostruzione" dei ricordi, assiduamente sollecitato dagli inquirenti, a dare come presenti all'interno della stanza 6 la Alletto e Liparota, e più tardi anche Ferraro: mai però Scattone. In seconda battuta riferisce intanto che "la prima volta" che è entrata nella stanza 6 - in realtà, come vedremo, una seconda volta non è mai esistita - qualcuno c'era. Nel seguito dell'interrogatorio (ma non sappiamo quando) la Lipari dichiara: "Non sono sicura se dentro vi fosse qualche altro collega". Passa ancora un certo tempo, e la Lipari dice: "Mi è sembrato che è uscito dalla stanza qualcuno frettolosamente. Mi sembra di ricordare, infatti, che...questo signore..., passandomi accanto, nell'uscire mi ha salutato bofonchiando qualcosa. Forse ne ho riconosciuto la voce...". "Riconosce", in effetti, la voce del collega Mancini, per suggerimento di un inquirente che ha motivo di sospettare di lui in quanto appassionato di armi; Mancini però ha un alibi inattaccabile. In seguito la Lipari dichiara: "Adesso che faccio mente locale, mi pare anche di ricordare che la stanza non fosse vuota... Non mi pare che vi fossero donne.... Ho avuto la sensazione di un certo movimento, ma non vi ho fatto caso, perché mai immaginavo che potesse essere accaduto qualcosa di così grave". In verità, tra il giorno del delitto (9 maggio) e il giorno di questo suo primo interrogatorio (21 maggio) nessun ricordo, sospetto o dubbio angoscioso sfiora la Lipari; dopo il 22 maggio, invece, la morte di Marta Russo diviene per lei, come risulta palese da molte intercettazioni telefoniche, una vera ossessione, che le fa perdere il sonno, l'appetito, la voglia di studiare e il senso del pericolo, portandola a stravolgere con improvvisa violenza i rapporti - fin allora tenuti sul filo di un difficile equilibrio - con i colleghi dell'Istituto e con le persone a lei più vicine: suo padre e il professor Romano.
         Di fronte all'annunzio ufficiale (cioè alla solita "certezza" infondata) che un fatto così tragico è avvenuto proprio nella stanza 6 poco prima del suo ingresso, bisogna assolutamente fare, o almeno dire, qualcosa : "Dietro le mie spalle, nel corso di una di quelle telefonate..., mi pare ci fosse Simari Andrea ..., assistente nello stesso mio Istituto, comunque persona diversa da quella che mi ha salutato bofonchiando qualcosa". Ma anche qui, come già per Mancini, l'incerto "ricordo" risulterà fallace: in quel momento "Simari Andrea" stava facendo lezione in tutt'altro luogo.
         E' importante notare che, mentre i ricordi "neutri" (cioè non connessi con l'omicidio) precedenti le 11.44 sono stati riscontrati tutti esatti, per quelli riguardanti le presenze nella stanza 6 non c'è nei verbali una sola dichiarazione della Lipari che non sia segnata dall'incertezza ("mi pare", "non sono sicura", "mi è sembrato", "mi sembra di ricordare", "forse", "mi pare anche di ricordare", "non mi pare", "ho avuto la sensazione", "mi pare ci fosse", "non essendo sicura": mai un ricordo nitido, preciso, certo. Per di più, i "ricordi" si compongono e s'intrecciano: tanto per dirne una, Simari era di turno nella sala assistenti tutti i venerdì (il 9 maggio era appunto un venerdì), e la Lipari lo colloca proprio dov'era solito prendere posto, presso gli scaffali contenenti le opere di Kant, su cui stava allora scrivendo un libro.
         L'incredibile escalation dei ricordi così faticosamente e contraddittoriamente "ricostruiti" dalla Lipari nel suo primo, sfibrante interrogatorio è più che sufficiente per convincere ogni persona di buon senso della loro totale inaffidabilità. Il fenomeno dei "falsi ricordi" è ben noto in psicologia; nel caso specifico, il neurofisiologo prof. Piergiorgio Strata ha elaborato per i difensori di Ferraro una memoria pro veritate fondata sull'esame dei verbali e delle intercettazioni. In sostanza, dice Strata, la Lipari evoca "dal nulla" la Alletto in base alla sua scarsa frequentazione della stanza 6 ("Che ci fa Gabriella qua?"); Liparota a causa dei suoi "pochi capelli"; Ferraro in base a un "lampo" di memoria, scattato all'improvviso 16 giorni dopo i fatti e divenuto "certezza" solo dopo mesi di continuo rimuginio; infine, non parla mai a nessuno, in nessuna sede, del presunto protagonista Giovanni Scattone. Il 19 giugno, quattro giorni dopo gli arresti, in uno straordinario verbale a due voci con il P.A. Ormanni, evidentemente redatto per far quadrare un po' i conti, la Lipari afferma (anzi "conferma") di "aver avuto la sensazione netta" che nella stanza 6 "vi fossero più persone, certo più di due: molto probabilmente quattro". Anche nel dibattimento la Lipari cercherà, con il conforto di suo padre, di adeguare alla "nuova realtà processuale" il sopralluogo compiuto il 26 maggio 1997 nella stanza 6 con tre manichini (raffiguranti Alletto, Liparota e forse Ferraro), affermando di aver espresso al P.A. Ormanni, prima di entrare nella stanza, il dubbio che le persone presenti potessero essere quattro. Tuttavia, in entrambe le occasioni non attribuisce a questa ipotetica quarta persona il nome di Scattone ("Si lascia alla cura dello studioso la dimostrazione del teorema", si usava scrivere un tempo nei testi di matematica). Questo nome apparirà soltanto, sempre in forma fortemente dubitativa e quanto mai incongrua, negli impossibili, ma "precisi ricordi" dell'8 agosto già citati.
         Le quaranta pagine che la prima sentenza d'Appello dedica alla "credibilità della teste Lipari" si concludono con questa malinconica constatazione: "L'identificazione di Scattone, compiuta con tanto ritardo e in termini di grande dubbio, non assume neppure il significato di valido indizio". L'enorme montagna di carta (più di 800 fogli) non è riuscita a partorire nemmeno il classico topolino; ciò nonostante, nella fantasia di qualche cronista o titolista la Lipari figura ancora come una "testimone oculare" a carico di Scattone.

         8.2 La "superteste" (o meglio la "supercoimputata") Gabriella Alletto
         Fra tutti i personaggi di questa vicenda, la Alletto è forse quello che riscuote le minori simpatie. Spesso è oggetto di giudizi sommari: "La colpa di questo errore giudiziario è tutta sua"; "E' una persona che detesto, non voglio nemmeno sentirne parlare", ecc. In questi anni ho sempre cercato - attirandomi anche antipatie e accuse di snobismo - non già di "scusare", e tanto meno di "perdonare" (questo proprio non è affar mio!) la Alletto, ma di capirla, di trovare nelle sue parole qualcosa che chiarisse la sua personalità e il suo comportamento. Data l'importanza che questa donna ha improvvisamente assunto per mio figlio (che prima non ne conosceva neanche il cognome), non posso certo ignorarla. Ho quindi letto e riletto più volte tutti i verbali delle indagini preliminari e le trascrizioni integrali delle udienze in Assise, delle lunghe e numerose intercettazioni telefoniche e ambientali in Istituto e a casa (comprese quelle d'interesse essenzialmente culinario), e soprattutto dei suoi dialoghi con i tre interlocutori nel video shock: dialoghi tanto chiari e spontanei quanto sono confuse e artefatte le dichiarazioni rese, dopo il 14 giugno 1997, negli ultimi VSI, nell'incidente probatorio e in aula. Solo così credo che si possa arrivare a capire qualcosa di questa persona: l'ambiente domestico, le soddisfazioni e le frustrazioni che le dà il lavoro, l'autostima derivante dalla sua operosità, il rapporto rispettoso ma cordiale con il direttore dell'Istituto, i rapporti di naturale, romanesca confidenza con i colleghi impiegati e con numerosi assistenti, il facile disprezzo per la debole personalità di Liparota, l'antipatia per la Lipari, accuratamente repressa perché la Lipari appartiene al mondo dei potenti. Contro di lei la Alletto si sfoga apertamente con le colleghe e con il cognato (ore 15,46); e anche a La Speranza (ore 16,56) dice: "Era ubriaca!" e poi, con aria di sfida (ore 17,07): "Ma fatelo, il confronto! Ma faccia a faccia lo dobbiamo fa', io e la Lipari..." . Con Ormanni però è più prudente, e alle 19.26 gli dice, tra le lacrime: "Io, guardi, io rispetto queste persone..."; nel confronto diretto del 13 giugno smentisce la Lipari, ma premette: "Pur avendo piena fiducia nella dottoressa Lipari...". La vita modesta e ritirata della Alletto trova un senso e un decoro nell'Istituto, col quale si identifica: ogni volta che lo nomina, si avverte che gli conferisce istintivamente l'iniziale maiuscola. L'11 giugno si dispera per la paura dell'arresto e per la rabbia di non essere creduta; è impossibile però (non è così ingenua) che creda all'eventualità di una sua condanna a 24 anni di reclusione per concorso in omicidio. Piuttosto, vede dietro queste minacce le maledette indagini sulla sua assunzione con una percentuale d'invalidità insufficiente: indagini avviate, come quella sui cartellini timbrati abusivamente da Liparota, il giorno stesso del primo interrogatorio. Vede cioè un pericolo concreto e immediato: la perdita del posto di lavoro garantito e del connesso status sociale ed economico.
         La Speranza lo ha capito e le fa (ore 18.13) l'esempio calzante del magistrato che da studente ha "comprato" un esame, per cui un brutto giorno "automaticamente gli casca tutto", laurea e carica: un disastro analogo potrebbe domani colpire lei. Poi la istiga (ore 18.39) contro i figli di papà danarosi che "si mettono a fa' i cretini", a giocare con una pistola: perché dovrebbe coprirli, "lei che nella vita ha sempre sputato il sangue"? Fa cioè appello a quell'istintivo rancore dei "poveri diavoli" verso i "privilegiati" al quale ho già accennato.
         Da parte sua il P.A. Ormanni, entrando nella stanza (ore 18.24), omette qualsiasi convenevole e va direttamente all'assalto: "Allora?... Come la mettiamo?". Istituisce subito quattro testimonianze ("non una: quattro"), secondo il cui "combinato disposto" alle 11.42 la Alletto non poteva trovarsi né in segreteria, né nella stanza dei fax, e quindi doveva necessariamente trovarsi nella stanza 6. A un certo punto (ore 19.04) il P.A. licenzia il loquace cognato poliziotto, annunziando "Vabbè, facciamo le cose regolari" (evidentemente, fin allora non lo erano state); e per quasi mezz'ora, rimasto a quattr'occhi con la Alletto, mette in opera tutta la sua dotazione di toni, dal familiare all'incoraggiante, dall'accomodante all'affettuoso, dal violento al rammaricato, con interposte lunghe pause di silenzio nelle quali lei piange e si dispera. Per il momento questa "tecnica mista" non approderà alla "confessione" desiderata; ma contribuirà, insieme al precedente "lavoro ai fianchi" di La Speranza e al presumibile "lavoro a domicilio" del cognato, a far cedere tre giorni dopo la Alletto. Il 12 giugno questa resiste ancora allo shock del clamoroso arresto di Romano (sua è la prima firma nel documento di solidarietà col direttore dell'Istituto), e il 13 al confronto con la Lipari; ma il 14 viene cotta a puntino da nove ore d'interrogatorio condotto senza difensore, senza magistrati e senza alcuna verbalizzazione, da due dirigenti della DIGOS. Da loro la Alletto si sente finalmente "agganciata nel verso giusto dal punto di vista suo psicologico", e rilascia le dichiarazioni accusatorie che la metteranno per sempre in gabbia, ma al sicuro, senza neanche danneggiare troppo i poveri "cretini". Se infatti, come sperano gli inquirenti, uno o più indagati "confesseranno il colposo", se la caveranno con poco, le accuse della Alletto troveranno conferma e lei non sarà travolta da nessuna "catastrofe" e da nessuna "valanga", come invece dirà più volte in seguito per giustificare il suo lungo silenzio. Ma se continuerà a negare di essere entrata nella sala assistenti il 9 maggio, vi sarà per lei l'arresto per concorso in omicidio con Liparota e Ferraro, richiesto dalla Polizia con una "informativa" del 12 mattina, con l'inevitabile corollario della perdita del posto di lavoro per insufficiente invalidità. Glielo fa capire chiaramente La Speranza: esprimendosi sempre "in negativo", le dice subito (ore 16.03): "Per il suo posto, non deve avere nessun tipo di problema..."; alle 17.08 la rassicura che, una volta identificato lo sparatore (non si sa da chi e come), "della sua malattia...non m'interessa più nulla..."; alle 18.14 annunzia: "Io non ci ho questa mentalità perversa di farle perdere il lavoro..."; e ancora alle 18.38 le dice: "Non si preoccupi per il suo posto di lavoro... lei, non la licenzierà nessuno...".
         In quei giorni, che videro l'arresto (chiaramente strumentale) di Romano e i titoloni "La morsa delle indagini si stringe", la Alletto deve aver fatto continuamente un bilancio costi/benefici, mettendone al corrente i colleghi: "Me conviene de di'..."; "Forse però nun me conviene..."; "Me se poi dico che c'ero, dovrò pure di'...". Questo calcolo di convenienza la porterà infine ad accusare, insieme ai suddetti coindagati, i cui nomi le erano stati già fatti l'11 giugno, anche Scattone, già da tempo nel mirino degli inquirenti. Il calcolo stesso è fondato peraltro su dati erronei, o ipotetici, o inventati forniti dai medesimi:
         1) la convinzione, nata da un grossolano errore tecnico iniziale, ma trasmessa come una "certezza" a tutti gli interrogati, che il colpo è partito dalla stanza 6;
         2) la tranquillizzante ipotesi del delitto colposo, sostenuta da La Speranza e assiduamente ribadita da Di Mauro, utile per "ridimensionare" la gravità del reato, facilitando così la confessione degli indagati e alleviando la responsabilità che la Alletto si assume accusandoli;
         3) le informazioni sulle tre persone (la stessa Alletto, Liparota e forse Ferraro) che la Lipari ha finora collocato nella stanza 6, ma che adesso diventano, per autonoma iniziativa degli inquirenti, dapprima "tre o quattro" (ore 15,36) e poi senz'altro "quattro" (ore 16,32), obbligando la Alletto, che già alle 15,59 aveva chiesto ingenuamente al P.M. "Ma non si sa chi sono questi?", a porre al cognato (ore 18,02) la logica e cruciale questione: "Bisognerebbe sapere chi è quell'altro oltre a Ferraro". "Quell'altro" sarà Giovanni Scattone, l'unico "cretino" rimasto disponibile per la bisogna: contrariamente a Ferraro, sa sparare (ha fatto il servizio di leva nei Carabinieri), è destro, dà del tu alla Lipari, e nella tarda mattinata del 12 giugno l'inquirente Intini lo interroga con inconsueta insistenza (lasciandolo alquanto perplesso) per assicurarsi che non abbia un alibi di ferro.
         Per concludere sulla Alletto: Giovanni, intervistato dopo la sentenza della Cassazione, ha dichiarato di non aver intenzione di agire in giudizio contro di lei; sua moglie si è detta perfino disponibile a incontrarla; da parte mia, come dicevo all'inizio, c'è stato e c'è soltanto il bisogno di sapere, di capire. Convinto che i primi, indispensabili strumenti di comprensione siano i vocabolari, ho eseguito una rapida indagine lessicale sul termine italiano "vigliacco" - spesso usato nei confronti della Alletto - e sui corrispondenti termini francese (lâche) e inglese (coward). Tutti i dizionari consultati registrano due significati principali, nettamente diversi tra loro. Il nostro Zingarelli, ad esempio, riporta le due definizioni qui di seguito riassunte: "1) Chi accetta, senza ribellarsi o reagire, ingiustizie, soperchierie e simili; 2) Chi, sapendo di restare impunito, approfitta della debolezza altrui, si impone con la prepotenza a chi è indifeso, compie sopraffazioni, ingiustizie e simili." Ora, è facile indignarsi per il comportamento 1); ma sarebbe bene non perdere mai di vista il comportamento 2), per il quale tutte le definizioni insistono su due elementi di cui la Alletto certamente non disponeva: il potere e la certezza dell'impunità.

         8.3. Francesco Liparota
         Conobbi Liparota nella biblioteca dell'Istituto di Filosofia del Diritto la mattina del 6 settembre 1996: data certa, non avendo io l'abitudine di distruggere la mia agenda a Capodanno, come invece dichiarò di fare un testimone al processo. Curioso rituale, forse sostitutivo (bisognerebbe consultare in proposito un etnologo) di quello, in uso fino a qualche decennio fa e certamente meno civile, di disfarsi in tale occasione di pignatte e vasi da notte.
         Ricordo di aver notato il contrasto tra il direttore Basciu, sicuro di sé e orgoglioso della "sua" biblioteca, che subito mi mostrò, e l'impiegato Liparota, dall'aria dimessa e un po' incerta. Quando però Basciu ci lasciò soli nella sala di lettura, Liparota spontaneamente mi parlò con simpatia di Giovanni e mi accennò alle proprie difficoltà di lavoro, di cui nulla sapevo. All'inizio del processo, conobbi il fratello avvocato e il padre di Liparota; quest'ultimo ed io andammo più volte a consumare uno spuntino nella pausa dell'udienza, raccontandoci le nostre recenti esperienze, così penose e imprevedibili. A un certo punto, anche Francesco poté venire liberamente in aula, e una mattina lo vidi aggirarsi, solo e cupo in volto, nei pressi del bunker. Mi avvicinai, parlammo a lungo e cercai di rassicurarlo e di confortarlo, perché ne aveva proprio bisogno: era atterrito dall'eventualità di una condanna che avrebbe colmato la misura delle sue difficoltà, già gravi. Per fortuna fu assolto, e la sera stessa della sentenza mi venne spontaneo di telefonargli per congratularmi con lui.
         Ho raccontato tutto questo perché credo fermamente che i rapporti umani diretti abbiano un valore infinitamente più grande di tutte le "carte" di questo mondo: se alcune di queste "carte" possono parlare a sfavore di Liparota, i miei rapporti diretti con lui parlano invece a suo favore. So bene che ciò non ha alcuna "rilevanza processuale", ma nemmeno la trascrizione del video shock Alletto aveva, secondo un'opinione autorevole, "rilevanza processuale": eppure, a suo tempo, un certo effetto quel video lo ebbe.
         La persona che conosce più a fondo Liparota, il neuropsichiatra che lo ha in cura da alcuni anni, lo ha descritto in Assise come un soggetto depresso e nevrotico, sempre timoroso di sbagliare, che "vive con insicurezza le sue esperienze quotidiane" e "affronta la realtà a seconda delle sue paure". La realtà psicologica di Liparota è una sola: angosciosa incertezza sui propri ricordi, paura, panico. Da questa sua fragilità psichica - che peraltro non incide minimamente sulle sue facoltà intellettive - gli inquirenti hanno cercato di trarre vantaggio. L'11 giugno (ore 18.44) La Speranza, interrogando la Alletto, le dice una frase significativa: "Andare a coprire, poi, un Liparota, che questo come gli fai 'Buh!' parla, e chissà quello che dice...". Liparota è in effetti una persona facilmente influenzabile; ma anche lui, come Ferraro e Scattone, ha una coscienza a cui obbedire.
         Il 21 maggio Liparota e la Alletto sono i primi a essere sentiti dagli inquirenti, e Liparota viene subito accusato di "truffa ai danni dello Stato" per aver timbrato irregolarmente dei cartellini di presenza, adeguandosi per quieto vivere a un preesistente tacito accordo tra gli altri dipendenti. I suoi timori per i cartellini truccati fanno il paio con i timori della Alletto per la sua insufficiente invalidità: riguardano fatti che non hanno niente in comune con l'omicidio, ma che valgono a "tenere in pugno" le persone interrogate.
         In tutti i verbali di sommarie informazioni Liparota ripete di non ricordare che cosa abbia fatto la mattina del 9 maggio, per lui priva di avvenimenti particolari, e quindi di non poter escludere le altre possibilità che gli vengono prospettate dagli inquirenti: la progressione di questi interrogatori sempre più stringenti - da lui avvertita come opprimente e minacciosa - serve a fargli confermare ciò che la Lipari ha finalmente "ricordato" nelle prime ore del mattino del 22 maggio, dopo aver fornito per circa dieci ore agli inquirenti le più svariate e spesso fantasiose informazioni: "Ritengo di aver individuato tra quelle persone presenti certamente Liparota, perché ho il ricordo di una persona con pochi capelli".
         Solo la realtà umiliante del carcere, vissuta per un paio di giorni, e più ancora la terrificante prospettiva di rimanervi a tempo indeterminato, esposto (come hanno cura di fargli sapere gli agenti che continuamente gli tengono compagnia) a orribili vessazioni, faranno decidere Liparota ad accusare, tra mille incertezze e ripensamenti, i due colleghi d'Istituto, dai quali in seguito dichiarerà di non aver mai ricevuto minacce, e con cui ha mantenuto i consueti rapporti amichevoli per tutto il periodo tra l'omicidio e gli arresti. Dalla trascrizione integrale di questo incredibile interrogatorio appare evidente che Liparota, lungi dal riferire spontaneamente i suoi ricordi, non fa altro che cedere alle insistenze del P.M. La Speranza, efficacemente coadiuvato dal G.I.P. Muntoni, ossia da quel "giudice terzo" che in teoria dovrebbe garantire la regolarità delle indagini preliminari.
         Subito dopo le accuse, per iniziativa dello stesso P.M., Liparota viene assegnato agli arresti domiciliari; ma il giorno dopo, tormentato dall'insicurezza dei suoi ricordi, che forse lo ha portato a incolpare due innocenti, ritratta davanti a un indignato P.A. Ormanni le sue dichiarazioni accusatorie.
Questa ritrattazione, insieme alla decisa ricusazione di ogni addebito da parte di Scattone e Ferraro, rompe quel cerchio di autoaccuse o di accuse incrociate su cui gli inquirenti contavano, com'è dimostrato anche dall'insistenza con cui l'11 giugno (ore 15.28, 15.39, 16.12 ...) La Speranza espone alla Alletto tale possibilità.
         Liparota ha parlato in aula una volta sola, il 10 febbraio 1999, rendendo una lunga e dettagliata dichiarazione spontanea nella quale ha affermato testualmente: "Sono certo...che io non ho mai vissuto la scena raccontata dalla signora Alletto, mai, e che...la mattina del 9 maggio non sono mai stato contemporaneamente alla signora Alletto, al dottor Ferraro e al dottor Scattone nell'aula 6, e tanto meno [contemporaneamente] alla dottoressa Lipari". Questa dichiarazione, ripresa quasi per intero e trasmessa più volte in televisione, colpisce chiunque per la sua convincente e drammatica sincerità, che conferisce a quest'uomo, così spesso ingiustamente bistrattato, una dignità inattesa, una luce di umanità, in un processo abitualmente squallido, ma la motivazione della prima sentenza d'Appello la ritiene mendace, mentre considera attendibili le goffe e inautentiche accuse del 16 giugno 1997.
         Per rendersi conto della realtà, i giudici e i giurati delle due Corti d'Appello, anziché affidarsi alle "carte", avrebbero potuto osservare con i propri occhi la videoregistrazione di questa testimonianza, come pure la videoregistrazione integrale dell'interrogatorio della Alletto dell'11 giugno e quella (muta) del sopralluogo con tre manichini compiuto il 26 maggio nella stanza 6 dalla Lipari e dai P.M.. Le tecniche attuali consentono ai membri di una Corte d'Appello di rivivere "in diretta" eventi processuali di fondamentale importanza, ma ai quali nessuno di loro ha avuto modo di assistere di persona in primo grado: un processo più "moderno", che si valesse di strumenti aggiornati invece che delle tradizionali "carte", sarebbe anche un processo più "giusto".

         8.4. Rosangela Villella
         Dalla già citata trascrizione integrale dell'interrogatorio in carcere di Francesco Liparota, condotto il 16 giugno 1997 dal P.M. La Speranza e dal G.I.P. Muntoni, risulta evidente il modo in cui Liparota, nonostante i ripetuti dinieghi, fu portato infine a dichiarare di essersi confidato con sua madre, Rosangela Villella, sui fatti a cui egli avrebbe assistito nella stanza 6. Subito dopo questa dichiarazione, i difensori di Liparota si recano a informare sua madre dell'esito dell'interrogatorio; sopraggiungono poi il Capo della Squadra Mobile e il P.M. La Speranza. In attesa del ritorno a casa di Liparota, assegnato come si è detto agli arresti domiciliari, la Villella sottoscrive un verbale, redatto a mano sul momento, che contiene un resoconto molto sommario delle presunte confidenze ricevute. In tal modo una nuova "testimone" viene ad aggiungersi alla Alletto e a Liparota. In primo grado la Villella si avvarrà della facoltà di non rispondere, ma la Corte d'Assise e poi quella d'Appello sosterranno l'utilizzabilità di questa "testimonianza", in quanto le norme del "giusto processo" non sarebbero ancora applicabili ai processi in corso. Nelle motivazioni la prima Corte d'Appello, dopo un approfondito esame tecnico della questione, "ritiene certo che la Villella abbia fatto la cosa più naturale che una madre potesse fare in quelle circostanze: confermare le dichiarazioni del figlio"; ciò nonostante, non attribuisce alla "testimonianza" materna alcun valore probatorio.
         In casi come questo, sarebbe però interessante conoscere l'opinione delle madri degli imputati, danneggiate nelle persone dei propri figli dalla "naturale" conferma della madre del presunto accusatore: in effetti, a tale conferma queste madri di serie B non hanno da contrapporre nulla di altrettanto "naturale". Ecco un "conflitto d'interessi" veramente difficile da risolvere; ma è probabile che nella "coscienza comune" l'immagine della madre che riesce in qualche modo a "salvare suo figlio", senza correre per sé alcun rischio, prevalga su quella della madre che rimane impotente a meditare sul Codice e sulla giurisprudenza nazionali.

         8.5. Giuliana Olzai
         Le "testimonianze" della Olzai - già ben nota alla Questura di Roma per un famoso sequestro di persona a cui parteciparono alcuni anni fa due suoi fratelli - sono anch'esse molto tardive. La prima è del 9 luglio 1997, due mesi dopo il delitto; la seconda, che modifica e integra opportunamente la precedente, è del 24 settembre.
         Nella prima "testimonianza" la Olzai dichiara di aver visto il 9 maggio, nell'atrio al pianoterra di Statistica, due giovani "visibilmente agitati", l'uno di fronte a lei e l'altro di spalle: quello di fronte, in cui poi la Olzai riconoscerà Scattone, "aveva una camicia chiara aperta sul collo" (così lo aveva descritto la Alletto). La Olzai rivolge ai due una domanda, senza ottenere risposta; subito dopo essi si allontanano rapidamente. Sebbene fosse "rimasta molto colpita da quei due giovani" e ne avesse "ricevuto un'impressione molto negativa", la Olzai non associa "questa impressione a nulla di concreto" (per esempio, all'omicidio di Marta Russo...) e non ritiene di dover riferire il fatto alla Polizia. Il 13 giugno, cioè più di un mese dopo, riconosce all'Università uno dei giovani visti il 9 maggio (in un luogo, peraltro, in cui questi non ha mai avuto motivo di recarsi); due giorni dopo lo rivede in TV come Scattone, accusato di aver sparato a Marta Russo, e si sente "balzare il cuore in gola", ma attende ancora 24 giorni prima di decidersi a riferire i suoi ricordi a un giornalista e infine agli inquirenti. Il 15 giugno la Olzai riconosce in TV anche Ferraro, senza esserne però altrettanto sicura: di lui ricorda molti dettagli, ma non fa nessun accenno a una borsa o a una valigetta che avesse in mano.
         Il 24 settembre, quattro mesi e mezzo dopo aver visto per un attimo Ferraro, la Olzai, richiesta dal P.M. "di essere più precisa su alcuni particolari", dichiara: "L'altro, che era di spalle, ora posso dire che era Ferraro", perché "quando mi sono rivolta a loro...anche Ferraro si è girato verso di me". "Ho ben impresso il suo viso". Le altre "precisazioni" tendono tutte a rendere la prima "testimonianza" maggiormente conforme ai dati di fatto e alle dichiarazioni della Alletto. In particolare, la Olzai ora afferma (anzi, al solito, "conferma"): "Sono sicura che Ferraro aveva in mano una borsa o una valigetta". È la borsa in cui, secondo la Alletto, Scattone avrebbe riposto la pistola: era quindi indispensabile che la Olzai colmasse la lacuna esistente a tale proposito nella sua prima dichiarazione.

         8.6. "Alla ricerca del ricordo perduto"
         I ricordi più o meno tardivi e "ricostruiti" sono una caratteristica saliente, ma non esclusiva, delle indagini sul caso Marta Russo. È impressionante, infatti, la somiglianza tra certi "ricordi" della Lipari o della Olzai e i "nuovi ricordi" di un testimone del caso D'Antona, affidato agli stessi inquirenti e tuttora irrisolto.
         In un articolo apparso sul "Messaggero" il 20 maggio 2001 sembra proprio di ritrovare uno stile investigativo ben noto. "Nuovi particolari" che riemergono dopo due anni, testimoni che "guardano bene" e persone guardate che "si girano" per farsi vedere meglio; "sicure precisazioni", dovute a "ripensamenti", circa l'età dei guardati (che da 30 anni passa a 35-40); un testimone che, come la Olzai, "rivela" ad un'agenzia di stampa le scene che ha "stampate in testa", prima di raccontarle alla DIGOS.
         Se è vero che "lo stile è l'uomo", agli stessi inquirenti non può che corrispondere lo stesso stile. Contrariamente all'opinione di neurofisiologi come il professor Strata, per mettere a fuoco dei ricordi attendibili occorrono parecchi mesi, e magari un paio di anni: "ricostruire" una "certezza" richiede molto tempo, e soprattutto molta buona volontà (spontanea o indotta).

         
         9. IN CORTE D'APPELLO

Natura morta con tramonto II, fotografie in bianco e nero su forex, cm.28x35,3         Il processo d'Appello è stato una gran delusione per gli imputati e una gran perdita di tempo per tutti. Questo processo avrebbe dovuto rimettere le cose a posto: tener conto delle perizie - favorevoli agli imputati - ordinate dalla Corte d'Assise e disattese dalla medesima; allegare agli atti la trascrizione integrale del video shock Alletto, documento indispensabile per valutare la genesi dell'unica presunta "prova" di colpevolezza; utilizzare correttamente le numerose testimonianze a favore degli imputati e l'enorme mole di intercettazioni telefoniche e ambientali (in cui c'è veramente di tutto, dalla mistica alle ricette di cucina, ma non appare mai il nome di Giovanni Scattone); mettere insomma ordine e fare pulizia in un processo che per il cittadino comune è diventato un rebus. Ha fatto invece due sole cose utili: ha riconosciuto esplicitamente che la Lipari non ha mai visto Scattone nè ha parlato di lui con nessuno, e ha tolto rilevanza concreta al "verbalino" sottoscritto dalla madre di Liparota per evitare a suo figlio il carcere.
         Per poter proclamare che erano stati compiuti tutti i tentativi per arrivare alla verità, è stato riaperto il dibattimento: ma vediamo in che cosa sono consistiti questi tentativi. È stato anzitutto accertato che effettivamente la mattina del 9 maggio 1997, essendo stato revocato lo sciopero dei mezzi, Scattone può aver preso l'autobus 310. A parte il fatto che la revoca era già apparsa sui giornali dell'8 maggio, vi pare possibile che se il 9 quell'autobus non avesse funzionato, l'Accusa e la Parte civile non lo avrebbero fatto presente già in Assise, per sbugiardare l'imputato? È stata poi richiamata in aula la Alletto, con grande gioia di cronisti e fotografi, a parlare unicamente del "quarto uomo", senza nessuna speranza che potesse dire qualcosa di nuovo: tanto più che questo misterioso personaggio è esistito solo nella fantasia di qualche inquirente o di qualche giornalista, a sostegno dell'improponibile ipotesi del "gioco di ruolo", nel quale costui avrebbe recitato la parte del "master".
         Quanto alle perizie, quella sui residui di sparo ha confermato pienamente la perizia di primo grado circa l'incompatibilità tra il proiettile letale e la particella (comunque non esclusiva di sparo) dalla quale erano partite l'indagine sulla stanza 6 e l'intera ricostruzione accusatoria. L'elefantiaca perizia balistica, fondata sulle ipotesi di partenza più svariate (comprese quelle meno realistiche), è servita solo a concludere malinconicamente che è impossibile identificare con certezza da quale delle moltissime finestre "compatibili" sia partito il colpo, perché non è dato conoscere l'esatta postura del capo e del busto della vittima al momento dell'impatto: il che era evidente a tutti fin dall'inizio. Infine, nella tanto decantata perizia nanometrica sia il perito che l'estensore della sentenza hanno descritto nelle loro "narrative", senza tuttavia metterli in particolare risalto, i soli elementi in grado di differenziare da un residuo certo di sparo la particella trovata nella borsa di Ferraro; ma hanno poi inspiegabilmente "pretermesso" di riferirli nelle loro conclusioni. Essi sono: 1) la forma molto allungata, anziché prossima a quella sferica; 2) la superficie liscia, anziché scabra; 3) le dimensioni molto piccole. In tal modo, qualsiasi cronista o titolista è autorizzato a divulgare che si tratta di un residuo di sparo, il che non è affatto certo, anzi con ogni probabilità non è vero.
         Gli anglosassoni - gente pratica, ancorché priva di una tradizione giuridica risalente alle XII tavole - sostengono che non bisogna "buttar via, insieme con l'acqua sporca del bagno, anche il bambino." Nel nostro caso, il "bambino" è rappresentato da alcuni risultati, tuttora validi e recepiti nella sentenza della Cassazione, delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise, ma sostanzialmente disattese dalla medesima: ad esempio, la "lieve inclinazione verso il basso" della traiettoria esterna, emersa dalla perizia autoptica, e l'esclusione dell'antimonio dagli elementi qualificanti dello sparo che ha ucciso Marta Russo. Non è stata peraltro ammessa in sede di Appello un'ulteriore perizia, che avrebbe potuto risultare decisiva: quella sulle fibre di vetro trovate sul proiettile e sui capelli della vittima, che abbondano nel bagno dei disabili, mentre mancano nella stanza 6.


         10. LE SENTENZE

         10.1. I giorni delle sentenze
         La mattina della sentenza di primo grado c'è in casa nostra un'aria non dico lieta, ma certamente di sollievo e di speranza: siamo in attesa da quasi due anni, sarebbe anche ora! Gli altri avvocati, interpellati cautamente, mi hanno messo addosso parecchi dubbi: "Eh! Speriamo bene..."; "Be', non si può mai sapere come la pensano i giudici"; e un altro, parafrasando un detto famoso, dice: "Sa, i giurati sono tutti persone perbene, ma la giuria popolare è una brutta bestia". Uno solo, fissandomi coi suoi occhi azzurri, mi dice senza esitazioni: "Vedrà, gli daranno il colposo". "Ma perché?" "Perché sì". Ciò nonostante, attaccandomi a tutti i ragionamenti fatti e rifatti cento volte, continuo a credere che andrà a finire bene; anche se ogni tanto mi torna alla mente il motto che definisce l'ottimista come "un pessimista male informato". Infatti...
         Da Ascoli sono venuti i parenti al completo: batteranno rapidamente in ritirata, con aria funebre gli uomini, in lacrime le donne; purtroppo, non saprei proprio che cosa dirgli. Sono venute le mogli dei nostri avvocati: passeranno il pomeriggio a confortarci. Giovanni e Salvatore - condannati, anche se finalmente liberi - sono furibondi: Salvatore, sempre così ben educato, smania e impreca; Giovanni s'infila nell'auto del fratello maggiore e annunzia: "Io me ne vado a casa: se mi vogliono, vengano loro a trovarmi". "Giò, non si può: tu ora vieni a fare l'intervista già concordata con la RAI, e dici davanti a tutti le tue ragioni; poi torniamo a casa, dormi profondo come fai tu, e domani ce ne andiamo in campagna". In questi casi il primogenito, con il suo buon senso, l'indefettibile buonumore e il grandissimo affetto per il "piccolino" di casa, è prezioso: è lui a risolvere, senza parere, le situazioni difficili. Il giorno dopo, l'aria pura di Castelnuovo di Porto fa il suo effetto, Giovanni è di nuovo in forma, e la sera stessa andiamo dagli avvocati. C'è in "Anna Karenina" un'acuta osservazione sull'effetto benefico che la visita del medico di casa ha sul malato: dopo la visita, lui sta esattamente come prima, ma a tutti sembra che stia molto meglio. Lo stesso discorso vale per gli avvocati: evidentemente anch'essi hanno un grande potere lenitivo.
         La prossima sentenza è quella d'Appello, la cui data coincide con il trentatreesimo compleanno di Giovanni: ne traiamo gli auspici più fausti, ma anche questa volta rimarremo delusi, forse ancor più della prima. Abbiamo concordato con la RAI un'intervista, da farsi però solo in caso di assoluzione. Ci ospita, per l'occasione, una coppia di gentilissimi vecchi amici: hanno una casa grande, un soggiorno ben arredato e tutta l'attrezzatura tecnica occorrente. Arriviamo alle 10 e troviamo già in azione la troupe televisiva, che ha riempito il soggiorno di macchine da presa, di riflettori e soprattutto di una quantità incredibile di fili, cavi e cavetti, che da lì vanno a finire in strada, dov'è parcheggiato il pulmino di servizio. Il pranzo di compleanno è eccellente, ma lo spumante tarda parecchie ore ad arrivare, e finisce col non arrivare affatto: "Ancora colposo, e con un anno in più", annunzia a tarda sera Giovanni, pallido in volto come non lo avevo mai visto. Non vuol fare dichiarazioni: dico io qualcosa al mancato intervistatore, telefono all'ANSA altre sentitissime proteste, e dopo un po' gli addetti ai lavori sbaraccano le attrezzature e se ne vanno. O meglio, fingono di andarsene: all'uscita sono ancora lì a riprenderci, costringendo me a sollevare una mano annoiata e Giovanni a fare un brusco dietrofront. In auto gli chiedo: "E mo?". "E mo c'è la Cassazione", risponde. Dopo di che, parliamo della cortesia dei nostri ospiti (lui li conosceva appena) e della palese frustrazione della troupe, che ha lavorato tanto per non concludere niente. "Come noi in tutti questi anni", aggiunge Giovanni; né posso (almeno stasera) dargli torto. "Se il destino non è un cinico baro, avremo presto la nostra rivincita": provo a citargli il Saragat del 1953, dopo il fallimento della "legge truffa"; ma in questo momento i ricordi storici della Prima Repubblica non sembrano interessarlo molto. Gli "anni di Cristo" li ha compiuti poco gloriosamente; tuttavia il 2001, cominciato così male, gli regalerà in ottobre un felice matrimonio, allietato dall'assenza di cronisti e fotografi, e si concluderà - non si può dire "bene", ma se non altro "nel migliore dei modi possibili" - con la sentenza di annullamento con rinvio pronunciata dalla Cassazione il 6 dicembre, giorno dedicato al patrono della mia città, san Nicola di Bari.
         Quello della sentenza di Cassazione è davvero un momento cruciale: o Giovanni se ne torna in carcere per altri due anni e mezzo (comprendenti, per colmo di sventura, ben tre Natali); oppure si sente dire, per la prima volta dopo tante batoste, non certamente: "Ha ragione lei" (sarebbe stato, come ora si usa dire, "una cosa proprio sconvolgente"), bensì: "Hanno torto i giudici che l'hanno condannata".
         Questo, appunto, sostiene il Sostituto Procuratore Generale nella sua requisitoria, che mi fa pensare a un tempo di sonata per pianoforte di Beethoven o di Schumann recante l'indicazione "Energico ed appassionato". Quando verrà depositata la motivazione della sentenza, mi sembrerà piuttosto di ascoltare un "Andante moderato con variazioni" per grande orchestra di Mahler o di Richard Strauss: un pezzo senza dubbio sapiente, ma gravato da un certo eclettismo. Ad esso, tuttavia, un'interpretazione geniale - rigorosa e al tempo stesso sensibile - avrebbe potuto conferire nuova forza.
         La requisitoria del 5 dicembre è vissuta dai presenti come un evento singolare: tutti si scambiano sguardi interrogativi e rapidi commenti a bassa voce. Accanto a me c'è un giovane avvocato del profondo Sud, colpevolista convinto, combattuto fra la necessità di prendere l'ultimo treno per tornare a casa e la curiosità di sapere dove andrà a parare questo Procuratore. Ogni tanto si rivolge a me (evidentemente non mi ha riconosciuto) perché io condivida il suo crescente stupore per le cose che il Grande Accusatore va affermando con tanta decisione: e che sono, "in diritto", le stesse che "nel merito" da quattro anni e mezzo stiamo cercando di far capire alla gente.
         L'indomani tutti i quotidiani esprimono grande sorpresa per l'inaspettata requisitoria, senza però avventurarsi in previsioni; e riportano in bella evidenza alcuni passi della lettera inviata da Giovanni ai giudici della Corte. Giovanni, sempre così riservato (credo che ben pochi imputati innocenti abbiano parlato meno di lui durante i loro processi), ha infatti deciso di scrivere, in una notte, dodici pagine dense di proteste e di fatti, per ristabilire una buona volta la verità. Nella tarda mattinata e nel primo pomeriggio del 6 dicembre i difensori si avvicendano negli sprint finali: l'ultimo oratore, il più anziano dei difensori di Giovanni, si lancia in un'appassionata apologia del suo giovane protetto: apologia che mi commuove, perché mi fa ripensare a mia moglie, alla quale questa prova è stata risparmiata (per un padre, un figlio è sempre un altro uomo; per una madre, è suo figlio). L'ufficiale dei Carabinieri incaricato di mantenere l'ordine annunzia che la decisione arriverà sul tardi, tra alcune ore. Vado quindi a fare il consueto riposino pomeridiano nello studio, gentilmente concesso, dell'anziano avvocato.
         Dopo l'interminabile lettura di una dozzina di altre sentenze, mentre sto pensando che dietro ognuno di questi casi c'è una storia lunga e penosa quanto la nostra, mi sento improvvisamente circondato dalle grida e dagli abbracci delle croniste dei quotidiani, delle televisioni e delle agenzie, con le quali per anni ho frequentato le udienze. Possiamo dunque mettere da parte i comunicati stampa di protesta che Giovanni ed io, fatti ormai esperti, abbiamo concordato poco prima per telefono, nella sciagurata evenienza che la condanna fosse confermata. I carabinieri ci spingono con fermezza verso l'uscita; un aitante sostituto mi prende sottobraccio e mi accompagna, con l'avvocato più giovane e sua moglie, questa volta finalmente e giustamente euforici, a casa mia. Qui, con Giovanni e Cinzia, già intervistati a dovere (nell'entusiasmo del momento, Giò ha perfino elogiato "l'anziano genitore"), trovo una piacevole sorpresa: i consuoceri, venuti molto opportunamente a congratularsi col genero... o ad abbracciarlo prima che vada a costituirsi. La valigia, Giovanni non l'ha preparata: credo, più che per scaramanzia, per non turbare anzitempo sua moglie. Però, fedele al suo stile, ha redatto l'elenco degli oggetti occorrenti, a lui ben noto per aver già soggiornato per diciotto mesi in quello che eufemisticamente egli chiamava "un monolocale a Trastevere".
         Certo, l'abbiamo scampata bella; ma siamo anche consapevoli che nulla ci è stato regalato, e che anzi molto ci è stato ingiustamente sottratto. Mentre usciamo dal Palazzaccio (di notte più grottesco che mai), m'intenerisce per il suo candore la domanda di una giovanissima cronista, chiaramente alle prime armi: "È felice adesso, vero, ingegnere?" "Eh! Sapessi, cara mia, quanto sono felice!" vorrei risponderle. Comunque vada a finire (chissà quando) questa storia, chi mai ci ripagherà degli anni - così belli e produttivi per un giovane, così difficili ma preziosi per un vecchio - sprecati a lottare con i fantasmi?

         10.2. Dopo le sentenze
         Il giorno dopo la pronuncia delle sentenze di condanna o dopo il deposito delle motivazioni, vado di prima mattina a procurarmi tutti i quotidiani, per sapere che cosa ne pensano gli editorialisti e gli esperti di questioni giudiziarie: e scopro con soddisfazione che ne pensano, come me, tutto il male possibile. Mi è rimasta la curiosità di sapere se in qualche rivista specializzata quelle sentenze abbiano trovato dei difensori di buona volontà: nei grandi quotidiani, certamente no.
         La sentenza di primo grado viene definita "non convincente, di compromesso, corporativa, piena di dubbi, ambigua, pavida, pilatesca, paradossale". I commentatori criticano la derubricazione da volontario a colposo come "una trovata", come "un'ambigua via mediana...per non sconfessare totalmente l'Accusa e non infierire sugli imputati"; criticano la mancanza di movente, le pene inflitte per la detenzione e il porto di un'arma di cui non si sa nulla, il fatto che le perizie, eseguite con grave ritardo, sono state disattese dalla stessa Corte che le aveva ordinate; ritengono "insufficienti, tardive, incerte e contraddittorie" le testimonianze, in particolare quella decisiva della Alletto, inficiata dallo scandaloso video shock; osservano che i testimoni a discarico sono stati spesso intimiditi, minacciati d'incriminazione o incriminati; considerano nel suo insieme la sentenza come "un'ingiustizia all'italiana"; come "una delle più criticabili e contraddittorie mai emesse", e concludono che questo processo, divenuto "un affare di Stato" e condizionato dal clamore mediatico e dall'emotività popolare, è "la negazione del giusto processo", e rimarrà come "esemplare della giustizia italiana degli anni Novanta". Ma la critica più severa e più amara è quella coraggiosamente espressa, pochi giorni prima della sentenza, dal presidente del Tribunale di Roma: "Il processo Russo è sfuggito di mano a tutti e non sapremo mai la verità".
         La sentenza di secondo grado viene anch'essa criticata, essenzialmente per le stesse ragioni, dagli esperti giudiziari e dagli editorialisti, che la giudicano "un'altra sentenza di compromesso", una "terza via" che non cancella i moltissimi dubbi e interrogativi. "Non vi è alcun motivo che spieghi l'atto colposo"; praticamente inutili sono risultate le nuove perizie, "che hanno fornito solo ipotesi di compatibilità"; concordemente negativi sono i giudizi sulle testimonianze, ritenute "insufficienti, incerte, contraddittorie", e soprattutto sui modi della loro acquisizione. Sono stati sottovalutati il video shock e le intercettazioni, che invece avrebbero dovuto essere "le chiavi di volta per arrivare alla decisione"; i testimoni sono stati "irretiti, condizionati, minacciati con il sospetto o l'accusa di reticenza, di favoreggiamento e addirittura di concorso in omicidio"; il racconto di alcuni tra loro è "tardivo, incerto e strappato con le tenaglie". La sentenza, conclude uno dei commentatori, è "inquietante per qualsiasi cittadino... per le modalità con cui sono state ottenute le testimonianze", e soprattutto in essa "è insostenibile l'alternativa...tra la condanna degli imputati e il riconoscimento di un dolo da parte degli inquirenti".
         Le critiche mosse alle tre sentenze di condanna sono così concordi nei contenuti e nei toni da dare addirittura l'impressione che editorialisti e commentatori abbiano ordito un vero e proprio "complotto" a danno degli Inquirenti, della Pubblica Accusa, della Parte Civile, dei Giudici togati e popolari, e in genere di tutti i cittadini ancora fiduciosi nel corretto funzionamento del nostro sistema penale.


         11. LE PERIZIE

         11.1. Due mentalità
         Si parla spesso - specialmente a proposito dell'eterna "riforma della scuola" - di due mentalità contrapposte, quella umanistica e quella scientifica. Non vedo perché debbano essere contrapposte; ad ogni modo, non direi che in questo processo, da me seguito per più di cinque anni, sia stata privilegiata la mentalità scientifica. Una cosa è l'applicazione di nuove tecniche d'indagine, che può avere fasi alterne, glorie e fallimenti; altra cosa è la mentalità scientifica, fondata su criteri conoscitivi costantemente validi: non avere mai certezze precostituite, descrivere esattamente e verificare tutti i dati di partenza, sperimentare, ragionare in modo rigoroso.
         In Corte d'Assise ho udito spesso, con disappunto professionale, discutere confusamente di punti, distanze, quote e orientamenti che ognuno ricordava o immaginava in modo diverso: in effetti, fra tanti aggeggi mediatici mancava nell'aula un arredo che a me sembrava indispensabile: i rilievi esatti, aggiornati e a grande scala, dei luoghi interessati dai fatti, a cui tutti potessero fare costante e sicuro riferimento. Per quanto mi riguarda, un collega di Giovanni mi procurò una pianta quotata dell'Istituto, che andammo insieme a verificare e a completare: entrai così anche nella famosa stanza 6 e mi resi conto che da quella finestra - dalla quale non c'è nessuna prova che sia partito il proiettile che ha ucciso Marta Russo - sarebbe stato comunque impossibile sparare verso di lei senza sporgersi all'esterno, esponendosi così alla vista delle numerose persone presenti nel vialetto o affacciate nell'edificio di fronte.
         In Corte d'Appello ho sentito dichiarare, quasi con civetteria, che "nessuno dei membri di questa Corte è ferrato in matematica"; ma nella sentenza si "aderisce senza riserve" a un'avveniristica e sofisticata perizia, ed è giudicata "scientificamente rigorosa" la deposizione del perito, il quale, lavorando su dimensioni del milionesimo di millimetro, "ha seguito tre metodi di indagine, che hanno consentito [?] di ottenere immagini a 10.000 ingrandimenti". Questi "miracoli della scienza" affascinano indubbiamente i profani: ma quando si passa a interpretarne i risultati "ai fini del decidere", spesso la mentalità scientifica viene messa disinvoltamente da parte.
         Certamente non corrisponde alla mentalità scientifica la pretesa della stessa Corte di misurare un tempo "secondo la comune esperienza", anziché con un cronometro. Il tempo è quello che Marta Russo e la sua amica Jolanda Ricci impiegarono per trasferirsi da una cabina telefonica pubblica al luogo in cui Marta fu colpita; come vedremo alla fine di questo paragrafo, si tratta di un dato importante, che può svalutare ulteriormente la verosimiglianza, già assai scarsa, della ricostruzione accusatoria. Bastava cronometrare il tempo impiegato da una ragazza - possibilmente accompagnata dalla stessa teste Ricci - a percorrere la distanza tra i due punti, ben noti. Nel sopralluogo del 27 maggio 2000 si è invece misurata "con una rotella metrica" tale distanza, ottenendo un risultato (circa 70 metri) del tutto inutile, perché non è la distanza che interessa, ma il tempo. (Si noti che già in Assise era stato chiesto alla Ricci quale fosse "la distanza" tra i due punti: non si tratta quindi di un fatto casuale, ma di una diversa mentalità.) A questo punto, la Corte ha stabilito d'autorità che "ciò non può essere avvenuto, secondo la comune esperienza, in meno di due minuti e mezzo circa"; e così la "misurazione" del tempo occorrente è bell'e fatta. Ho cronometrato il tempo effettivamente impiegato da due ragazze per coprire 70 metri, con l'andatura indicata in aula dalla Ricci ("Si camminava... non veloce ma neanche lentissi[mamente]..., cioè... normale"), e ho trovato che bastano 60-70 secondi, invece dei 150 teorizzati dalla Corte in base alla "comune esperienza".

         11.2. Le perizie e gli accertamenti fattuali
         a) I residui di sparo - La ricostruzione faticosamente elaborata dagli inquirenti è partita da un grossolano errore di fatto e di metodo. Sono state considerate "residui univoci di sparo" particelle contenenti antimonio e bario, ma prive di piombo, richiesto invece dai protocolli più aggiornati; e soprattutto non si è preventivamente accertato quali elementi chimici contenesse l'innesco del proiettile. Solo nel febbraio 1999, e poi nel novembre 2000 - rispettivamente 20 e 41 mesi dopo gli arresti - i risultati delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise e dalla Corte d'Appello hanno fornito la certezza che la presenza di antimonio nelle particelle esaminate non solo non garantiva, ma anzi escludeva che si trattasse di residui dello sparo che aveva ucciso Marta Russo. C'è voluto ancora un anno perché la Corte di Cassazione riconoscesse, nella sentenza del dicembre 2001, questo gravissimo errore iniziale, che è all'origine di tutte le successive deviazioni. Nel maggio 1997 gli inquirenti non avrebbero dovuto prendere per oro colato, pur di "chiudere il caso" rapidamente, le affermazioni assai poco "scientifiche" del loro consulente scientifico.
         b) La traiettoria del proiettile - Nelle indagini preliminari e nei processi di primo e secondo grado sono stati usati metodi d'indagine sempre più complessi e sofisticati, per arrivare, 43 mesi dopo gli arresti, alle sconsolate conclusioni dell'ultima perizia balistica: per identificare, fra i tanti possibili, l'effettivo punto di partenza del colpo mortale bisognerebbe conoscere le posizioni assunte dalla testa e dal busto della vittima al momento dell'impatto, posizioni che purtroppo non sono desumibili da elementi di fatto accertati. Questa realtà era evidente fin dall'inizio: è "scientificamente corretto" ostinarsi per anni - due dei quali trascorsi dagli imputati in stato di detenzione - a cercare una "certezza" che già si sapeva inesistente? L'alternativa era però una sola: avere il coraggio di rinnegare un'indagine sbagliata in partenza.
         c) La provenienza del proiettile e quella del rumore - In questo caso, i risultati delle ricerche scientifiche più aggiornate sono confermati dalla "comune esperienza" quotidiana: l'uomo non ha la capacità, di cui sono invece dotate alcune specie animali, di individuare prontamente e con sicurezza la provenienza di un rumore, specialmente se sordo, isolato e imprevisto. Basta pensare alle difficoltà che chiunque incontra nell'identificare la provenienza del suono quando sta guidando e una sirena annunzia l'arrivo di un'ambulanza, o quando viene chiamato per nome da qualcuno in una sala affollata, o quando sente squillare il suo cellulare e non ricorda dove lo abbia lasciato. Per questa ragione, tutti i tentativi di confermare la provenienza dello sparo dalla stanza 6 con dichiarazioni di testimoni - risultate comunque incerte e difformi tra loro - non potevano portare a nessuna indicazione precisa.
         d) La valutazione esatta dei tempi - Un tipico esempio dell'incredibile superficialità con cui sono state condotte le indagini è dato dal fatto che nel primo interrogatorio-fiume della Lipari le furono mostrati i tabulati telefonici del centralino dell'Università, le cui modalità di registrazione sono diverse da quelle dei tabulati della TELECOM; questi ultimi sono stati acquisiti solo molti mesi dopo, quando il processo di primo grado era ormai in fase avanzata. Per tutto quel tempo, si è continuato a discutere animatamente su una versione dei fatti non rispondente alla realtà: quella secondo cui la Lipari, dopo una prima telefonata dalla stanza 6 a casa di suo padre (ore 11.44), sarebbe uscita dalla stanza e sarebbe stata per circa quattro minuti in giro per l'Istituto, rientrando alle 11.48 nella stessa stanza per telefonare allo studio del padre. In conformità di tale versione, l'8 agosto 1997 (tre mesi dopo i fatti) la Lipari, essendo "arrivata a rammentare con certezza altri particolari, di cui adesso ho un ricordo preciso", dichiara testualmente alla DIGOS: "Appena sono uscita dalla stanza 6...ho visto due persone nel corridoio, venire da sinistra... Una era un po' indietro ed era sicuramente persona da me conosciuta...e diversa da Ferraro. Anche se ho l'impressione che questa persona potrebbe essere Scattone, perché aveva la sua fisionomia e, come detto, era una presenza abituale in Istituto, tuttavia non lo posso affermare con certezza perché non l'ho guardato in faccia, voglio dire non mi sono soffermata sul suo volto. Una cosa però ho colto, un cenno, forse un'alzata di spalle, a mio avviso rivolta all'altra persona che c'era nel corridoio ed era più vicina a me". Siamo certamente di fronte a un essere straordinario: non viene riconosciuto "con certezza" dalla Lipari, che però "sicuramente" lo conosce, 0tanto è vero che lo trova "diverso da Ferraro"; ha una "fisionomia" indipendente dal suo "volto"; ed è perfino capace di raggiungere con messaggi gestuali una persona collocata davanti a lui. In effetti, si tratta di un personaggio di pura fantasia. L'acquisizione dei tabulati della TELECOM (febbraio 1999), dopo i chiarimenti forniti in aula da un suo funzionario il 15 dicembre 1998, ha dimostrato in modo definitivo che le cose sono andate diversamente. La prima telefonata della Lipari è iniziata alle 11.44.30 ed è terminata alle 11.44.46; la seconda è iniziata alle 11.45.09, a soli 23 secondi dalla fine della prima: giusto il tempo di formare il nuovo numero. Non c'è stato quindi nessun intervallo di quattro minuti tra le due telefonate, nessuna uscita della Lipari dalla stanza 6 e nessuna possibilità d'incontrare il singolare individuo da lei descritto. I particolari che è "arrivata a rammentare con certezza" e di cui ha acquisito "un ricordo preciso" sono semplicemente inventati, anche se il verbale dell'8 agosto termina così: "Ribadisco che ricordo con certezza...la presenza di due persone nel corridoio, mentre stavo uscendo dalla sala n. 6". Del resto, non è certamente questo l'unico caso in cui la Lipari applica le sue notevoli capacità immaginative alle informazioni e ai suggerimenti forniti dagli inquirenti.
         e) L'ora dello sparo - Un dato a cui le Corti giudicanti hanno dedicato molte cure è l'ora dello sparo, fissata alle 11.42, "secondo più, secondo meno". Cominciamo col dire che solo le registrazioni della TELECOM sono sincronizzate, con 20 secondi di approssimazione, con l'ora ufficiale italiana, quella del segnale orario, stabilita dall'Istituto Ferraris di Torino; gli altri centralini, come il 112 dei Carabinieri, il 113 della Polizia, il 118 della Croce Rossa, fanno ciò che possono. Fa una certa impressione ascoltare in aula un colonnello dei Carabinieri dichiarare che lo scarto tra l'ora registrata dal centralino del 112 e quella reale può arrivare a cinque minuti (primi) in più o in meno, e che quindi la telefonata che segnalava il ferimento della Russo, fissata in un primo tempo alle 11.38, poteva anche essere arrivata alle 11.43. Analoghe approssimazioni - anche se quantitativamente minori - si riscontrano nelle testimonianze degli addetti, più o meno responsabili, al centralino del 113. L'ambulanza, poi, non ha radiotelefono a bordo, e sono gli infermieri ad annotare l'ora della chiamata, della partenza, dell'arrivo sul posto e dell'arrivo all'ospedale: la registrazione del 118 non è probante. In conclusione, l'ora dello sparo non può essere esattamente definita mediante controlli incrociati, ma dev'essere in qualche modo "calcolata". Essa ha subito una specie di "trascinamento" verso l'ora certa, stabilita come si è visto dai tabulati TELECOM, in cui ha avuto inizio la prima telefonata della Lipari dalla stanza 6, e cioè le 11.44.30: poiché la Lipari ha dichiarato più volte (con la conferma della Alletto) di aver formato il numero non appena entrata nella stanza 6, si può ritenere che ciò sia avvenuto, "secondo più, secondo meno", intorno alle 11.44.15. In un'intercettazione telefonica del 7 giugno 1997 la Lipari dice candidamente: "[Gli inquirenti] dovrebbero... in pratica, talmente restringere i tempi tra... tra lo sparo e la mia entrata in questa stanza, da costituirmi come prova oggettiva".
         Nella videoregistrazione dell'11 giugno La Speranza (ore 15.30) dà alla Alletto come orario certo dello sparo le 11.42; alle 16.00 conferma questo orario, ma anticipa arbitrariamente la telefonata della Lipari alle 11.43, aggiungendo a mo' di precisazione: "diciamo che l'orologio scatta a 43, però poi stava per scattare a 44, siamo a un minuto, due minuti...". Da parte sua, la Alletto affermerà nell'incidente probatorio che tra il presunto sparo e l'ingresso della Lipari è trascorso "meno di un minuto"; e la Lipari finirà col dire, l'8 agosto 1997, di aver sentito "un tonfo" addirittura pochi secondi prima di entrare nella stanza 6.
         Insomma, tutti si danno da fare per rendere il più possibile vicini tra loro l'istante dello sparo e quello dell'ingresso della Lipari. Il motivo è evidente: c'è fra i due istanti un "tempo morto" inspiegabile. La Alletto dice che dopo lo sparo nella stanza 6, in cui secondo l'accusa erano presenti quattro persone, "cadde il gelo", "un gelo assoluto", e che "nessuno disse una parola": a cominciare da lei, che più di chiunque altro avrebbe dovuto essere sorpresa da un fatto così grave e imprevedibile, avrebbe dovuto avere immediatamente una qualche reazione istintiva, chiedere spiegazioni sull'accaduto... Niente di tutto ciò: tutti fermi, tutti zitti. Per quanto tempo? Per 2'15'', in base alla ricostruzione ufficiale; per 3'30'', se si valuta correttamente - come abbiamo cercato di fare - il tempo impiegato da Marta Russo e Jolanda Ricci per arrivare sul posto. "Tempi morti" così prolungati non sono assolutamente credibili, e basterebbero da soli a togliere ogni verosimiglianza ad una ricostruzione già per tanti versi zoppicante.


         12. PER CONCLUDERE

         I dati forniti dagli inquirenti alle persone interrogate e le ipotesi da loro formulate non hanno trovato riscontri nella realtà.Natura morta con tramonto III, fotografie in bianco e nero su forex, cm.28x35,3
         1) Le perizie sui residui di sparo ordinate dalle Corti d'Assise e d'Appello hanno dimostrato in modo inequivocabile che le particelle trovate a suo tempo sulla finestra della stanza 6, sugli indumenti e nelle borse degli imputati non sono in alcun modo ricollegabili con il proiettile letale. Né può ritenersi residuo certo di sparo la particella trovata nella borsa di Ferraro, oggetto della perizia nanometrica.
         2) Data l'assoluta impossibilità di provare l'omicidio volontario, nelle tre sentenze di condanna è stata accolta l'ipotesi dell'omicidio colposo, alla ricerca di un compromesso che non ha convinto nessuno, come dimostrano i giudizi nettamente negativi di tutti gli esperti e gli editorialisti.
         3) L'enorme mole di "carte" riguardanti la Lipari, primo motore delle successive "testimonianze" della Alletto, di Liparota e di sua madre, non ha prodotto, come ha dovuto riconoscere la stessa sentenza d'Appello, nessun valido indizio a carico di Giovanni Scattone. Questi è stato inserito nelle indagini all'ultimo momento, per sopperire alla comprovata incapacità di sparare del già sospettato Ferraro: con Scattone si è proceduto per esclusione e per supposizioni, anziché in base ad elementi oggettivi. Lo dimostra il fatto che prima del suo arresto la Lipari, la Alletto, Liparota, la Villella e la Olzai non lo hanno mai menzionato nelle loro intercettazioni e dichiarazioni: non c'è un solo documento, un solo dato di fatto, una sola denuncia tempestiva e spontanea, insomma una sola vera prova contro Giovanni Scattone. Non possono infatti considerarsi "testimonianze valide" né quella inesistente della Lipari; né quella della Alletto, irrimediabilmente viziata nella sua genesi e inverosimile e contradditoria nei contenuti; né quella accusatoria di Liparota, altrettanto forzata ed esplicitamente ritrattata due volte; né quella di sua madre Rosangela Villella - ottenuta in modo tutt'altro che ortodosso dal P.M. e dal G.I.P. e mai confermata in aula - circa le confidenze che le avrebbe fatto suo figlio; né infine il dubbio riconoscimento a posteriori della Olzai, vecchia conoscenza della Questura.
         4) A parte ogni altra argomentazione, non si comprende come mai Giovanni Scattone - che, a detta di tutti coloro che lo hanno frequentato, nessuno escluso, ha sempre avuto un comportamento assolutamente normale, responsabile e non violento - abbia potuto smarrire improvvisamente la ragione e compiere un atto così insensato e gratuito, per tornare immediatamente dopo a una perfetta normalità e rimanervi per i successivi cinque anni. Senza un movente plausibile e dimostrabile, sono prive di senso le elucubrazioni con le quali si pretenderebbe di stabilire se chi spara abbia o no, nel preciso istante in cui preme il grilletto, "l'intenzione di uccidere qualcuno", e se in quello stesso preciso istante sia o no "cosciente del rischio che così corre". Di fronte a questioni così sottili, si ha veramente la sensazione di vivere non nella Roma del 2000, ma nella Bisanzio dell'alto Medioevo: qui però non si tratta di discettare sul sesso degli angeli, ma di irrogare parecchi anni di galera in più o in meno. "Non c'è nessuna prova che dalla finestra della stanza 6 sia partito il colpo che ha ucciso Marta Russo", hanno detto e ribadito i periti; in ogni caso, non avendo nessunissimo motivo per sparare, Giovanni Scattone - sano di mente, stabile di carattere e pacifico di indole - non ha sparato, ed è del tutto estraneo ai fatti in cui è stato ingiustamente coinvolto.

(II - Fine)

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