7.
DA OMICIDIO COLPOSO A OMICIDIO VOLONTARIO E
VICEVERSA
Fin
dall'inizio delle indagini, l'ipotesi dell'omicidio
colposo domina e guida l'attività degli
inquirenti. Ne parlano a lungo; il 26 maggio
il P.A. Ormanni al professor Lipari, padre di
una "teste" importante e testimone
egli stesso; il 28 maggio l'inquirente Belfiore
a Ferraro; il 29 maggio il P.M. La Speranza
al professor Romano; nell'interrogatorio della
Alletto (11 giugno, ore 15.28, 15.30, 15.39,
16.12, 16.34, 18.02, 18.11, 18.12) vi fanno
continuo riferimento La Speranza e il cognato
poliziotto Di Mauro; inquirenti e questurini
la prospettano ai tre arrestati, come unica
via di scampo, la notte sul 15 giugno; e il
18 giugno Belfiore ne parla, come vedremo tra
poco, alla Alletto.
Oltre
ad essere meno allarmante di altre possibilità
(il delitto di un terrorista, di un maniaco,
di un serial killer), l'ipotesi dell'omicidio
colposo rappresenta una tipica soluzione di
compromesso, capace di accontentare un po' tutti:
i presunti colpevoli se la caverebbero con poco,
gli inquirenti verrebbero encomiati e promossi,
le Autorità sarebbero soddisfatte delle
loro preziose esternazioni, l'opinione pubblica
si sentirebbe finalmente liberata da un tremendo
incubo, e forse anche la famiglia Russo finirebbe
con l'accettare l'idea del caso fortuito.
Gli
inquirenti confidavano che almeno uno dei tre
arrestati per salvarsi da guai peggiori, accusasse
gli altri (o se stesso) di aver sparato un colpo
per sbaglio. L'11 giugno lo dice chiaramente
alla Alletto il P.M. La Speranza (riecheggiato
sempre con grande zelo da Di Mauro, che dimostra
così di essere stato istruito a dovere
su tutto): "Mio interesse è quello
di ridimensionarla, questa cosa: perché
[altrimenti] qua rimane in piedi un omicidio
doloso... fatto a una ragazza" (ore 16.12).
"Una volta che questi [gli arrestati] si
vedono contestata una cosa [l'omicidio] e capiscono
che raccontando i fatti come stanno ne possono
anche uscire..., [questi confessano]. Per omicidio
colposo non si arresta più nessuno!"
(ore 18.11). "Tanto, noi possiamo provare
a farlo, questo gioco... perché questo
non è che deve confessare di avere ammazzato
la madre... quindi rischia poco" (ore 18,12).
Ma
l'aspettativa degli inquirenti andrà
delusa: l'unico ad assecondarla, atterrito dalla
prospettiva del carcere, sarà, nel pomeriggio
del 16 giugno, Liparota, che però il
giorno dopo si affretterà a ritrattare
le sue incongrue accuse, ribadendo poi efficacemente
tale ritrattazione nel processo di primo grado.
Già alle 7.53 del 16 giugno la Alletto,
ansiosa di avere informazioni fresche sui tre
"ragazzi", telefona a Belfiore, che
la rassicura: "Di quello che lei ha detto,
qualcosa già sta venendo fuori".
Ma il 18 giugno, di fronte alle notizie sulla
ritrattazione di Liparota e sulla posizione
di fermo diniego assunta da Scattone e da Ferraro,
la Alletto si preoccupa seriamente e alle 9.16
telefona ancora a Belfiore: "Sto abbastanza
male... Alla luce dei fatti, non sto serena
per niente...". Belfiore si sforza di rassicurarla,
ma al tempo stesso si dichiara anche lui "estremamente
perplesso" e si chiede: "Soprattutto,
perché hanno sparato?... Per gioco? Ma
allora facevano bene a dirlo, e la cosa si risolveva
subito abbastanza facilmente". Invece,
poiché alla fine nessuno dei tre "confessa",
la cosa non si risolve né "subito"
("prima delle ferie", aveva auspicato
Di Mauro alle 18.44 dell'11 giugno), né
"abbastanza facilmente", e gli accusatori
sono costretti a inseguire altre ipotesi, che
però risulteranno tutte insostenibili:
l'omicidio nato "dal delirio di onnipotenza",
il "delitto gratuito" il "gioco
di ruolo", il "delitto perfetto".
In conformità di tali avventurose ipotesi,
nella richiesta di rinvio a giudizio Scattone,
Ferraro e Liparota sono ancora imputati di concorso
in omicidio volontario: i primi due avrebbero
organizzato e attuato un "delitto perfetto",
per sperimentare - in modo davvero imperfetto,
anzi da perfetti cretini - quello che essi stessi
avrebbero teorizzato durante un seminario di
Logica giuridica, risultato poi inesistente.
Tale imputazione viene smentita, oltre che dalla
sua intrinseca assurdità, dalle deposizioni
in aula dei docenti responsabili del corso di
Logica giuridica e dei seminari di Filosofia
del Diritto; dovrebbe quindi scomparire dal
processo, ma per tutti e tre gli imputati il
capo d'accusa rimane, stranamente ma non troppo,
quello di concorso in omicidio volontario: salvo
ad essere derubricato, già nella sentenza
di primo grado, in quelli di omicidio colposo
semplice per Scattone e di favoreggiamento per
Ferraro, mentre Liparota viene addirittura assolto.
In Appello, Scattone è condannato ancora
per omicidio colposo, ma aggravato dalla previsione
dell'evento, mentre Ferraro è condannato
per favoreggiamento, stavolta insieme a Liparota.
Data la mancanza di qualsiasi movente plausibile
per un omicidio volontario, si torna così
- dopo anni di indebita detenzione in carcere,
di indagini viziate da gravi errori e anomalie,
di perizie disattese e inutilmente replicate,
di dibattimenti in gran parte puramente virtuali
- ai "buoni consigli" dati da inquirenti
e questurini ai tre arrestati nella lunga notte
sul 15 giugno 1997: "Dite che è
stato un incidente". Se allora avessero
accettato di mentire, se fossero stati, come
molti hanno pensato e come qualcuno ha scritto,
"un po' più furbi", se la sarebbero
cavata tutti e tre "subito" e "abbastanza
facilmente"; avendo invece detto la verità,
si sono ritrovati, più di cinque anni
dopo, in un'aula di tribunale.
Un
famoso storico dell'architettura con cui ho
avuto modo di collaborare per molti anni, tedesco
di nascita ma ebreo cosmopolita, mi disse una
volta: "Voi italiani, con le doti che avete,
potreste essere il primo popolo d'Europa; non
lo siete solo perché avete la disgrazia
di essere troppo furbi". Ma, fortunatamente,
qualche italiano "non troppo furbo"
c'è ancora.
8.
IN CORTE D'ASSISE
8.1.
Maria Chiara Lipari
Per
cercare di comprendere, nel caso specifico,
una persona inquieta e complessa come la Lipari,
credo che sia indispensabile anzitutto leggere
e rileggere attentamente, più che i verbali
- non esaurienti, e spesso poco affidabili -
le trascrizioni integrali delle numerose e talvolta
lunghissime telefonate, certamente genuine,
inviate e ricevute da lei e da suo padre.
Ho
sempre pensato che osservare e ascoltare gli
altri, studiarli con i mezzi più svariati,
fare insomma ciò che i misantropi chiamano
"impicciarsi dei fatti altrui", fosse
non solo lecito, ma necessario per capire i
miei simili (e ancor più i miei dissimili)
e per mettermi in qualche modo in sintonia con
loro. Quando però cominciai a leggere
le trascrizioni dei colloqui privati intercettati
dagli inquirenti, avvertii subito uno strano
disagio. Conoscere le confidenze fatte dalla
Lipari al professor Romano, alle amiche e agli
amici, al suo direttore spirituale e soprattutto
a suo padre, era indubbiamente utile per chiarire
certe verità favorevoli a Giovanni (ad
esempio, le gravi coazioni esercitate sulla
Lipari dagli inquirenti); mi riusciva però
fastidioso entrare in tal modo nella vita intima
di un'altra persona. Una persona che oltre tutto
m'innervosiva per il suo perpetuo culto del
nervosismo e per la sua smania di "intuire"
e "percepire", per sua speciale virtù,
cose che gli altri non coglievano affatto, probabilmente
perché non c'erano. Frutti eccellenti
di questa "esasperata percettività"
della Lipari (così la definisce lei stessa)
sono i "precisi ricordi", ricuperati
l'8 agosto 1997, tre mesi dopo i fatti, di ciò
che certamente lei non aveva avuto modo di vedere
nell'inesistente intervallo di circa 4 minuti
tra le due telefonate partite dalla stanza 6.
Le
intercettazioni riguardanti la famiglia Lipari
sono state largamente utilizzate nel processo
di primo grado, ma le scelte riportate nelle
sentenze di condanna sono poco significative
e tutt'altro che equanimi. Questi documenti,
preziosi per la loro spontaneità, andavano
maggiormente valorizzati rispetto agli scarni
e poco affidabili VSI o alle deposizioni in
aula, molto ben preparate, talvolta - come la
stessa teste ha candidamente raccontato - con
la collaborazione degli stessi inquirenti. Le
intercettazioni rivelano infatti chiaramente
uno stato di grave e progressiva alterazione
psicologica, che impedisce alla Lipari di valutare
in modo obiettivo e lucido persone e fatti connessi
col tragico evento al centro del quale, secondo
gli inquirenti, sarebbe venuta a trovarsi.
Dall'affermazione
iniziale "mi pare che nell'aula 6 non c'era
nessuno" la Lipari arriva, attraverso un
lungo processo di graduale "ricostruzione"
dei ricordi, assiduamente sollecitato dagli
inquirenti, a dare come presenti all'interno
della stanza 6 la Alletto e Liparota, e più
tardi anche Ferraro: mai però Scattone.
In seconda battuta riferisce intanto che "la
prima volta" che è entrata nella
stanza 6 - in realtà, come vedremo, una
seconda volta non è mai esistita - qualcuno
c'era. Nel seguito dell'interrogatorio (ma non
sappiamo quando) la Lipari dichiara: "Non
sono sicura se dentro vi fosse qualche altro
collega". Passa ancora un certo tempo,
e la Lipari dice: "Mi è sembrato
che è uscito dalla stanza qualcuno frettolosamente.
Mi sembra di ricordare, infatti, che...questo
signore..., passandomi accanto, nell'uscire
mi ha salutato bofonchiando qualcosa. Forse
ne ho riconosciuto la voce...". "Riconosce",
in effetti, la voce del collega Mancini, per
suggerimento di un inquirente che ha motivo
di sospettare di lui in quanto appassionato
di armi; Mancini però ha un alibi inattaccabile.
In seguito la Lipari dichiara: "Adesso
che faccio mente locale, mi pare anche di ricordare
che la stanza non fosse vuota... Non mi pare
che vi fossero donne.... Ho avuto la sensazione
di un certo movimento, ma non vi ho fatto caso,
perché mai immaginavo che potesse essere
accaduto qualcosa di così grave".
In verità, tra il giorno del delitto
(9 maggio) e il giorno di questo suo primo interrogatorio
(21 maggio) nessun ricordo, sospetto o dubbio
angoscioso sfiora la Lipari; dopo il 22 maggio,
invece, la morte di Marta Russo diviene per
lei, come risulta palese da molte intercettazioni
telefoniche, una vera ossessione, che le fa
perdere il sonno, l'appetito, la voglia di studiare
e il senso del pericolo, portandola a stravolgere
con improvvisa violenza i rapporti - fin allora
tenuti sul filo di un difficile equilibrio -
con i colleghi dell'Istituto e con le persone
a lei più vicine: suo padre e il professor
Romano.
Di
fronte all'annunzio ufficiale (cioè alla
solita "certezza" infondata) che un
fatto così tragico è avvenuto
proprio nella stanza 6 poco prima del suo ingresso,
bisogna assolutamente fare, o almeno dire, qualcosa
: "Dietro le mie spalle, nel corso di una
di quelle telefonate..., mi pare ci fosse Simari
Andrea ..., assistente nello stesso mio Istituto,
comunque persona diversa da quella che mi ha
salutato bofonchiando qualcosa". Ma anche
qui, come già per Mancini, l'incerto
"ricordo" risulterà fallace:
in quel momento "Simari Andrea" stava
facendo lezione in tutt'altro luogo.
E'
importante notare che, mentre i ricordi "neutri"
(cioè non connessi con l'omicidio) precedenti
le 11.44 sono stati riscontrati tutti esatti,
per quelli riguardanti le presenze nella stanza
6 non c'è nei verbali una sola
dichiarazione della Lipari che non sia segnata
dall'incertezza ("mi pare", "non
sono sicura", "mi è sembrato",
"mi sembra di ricordare", "forse",
"mi pare anche di ricordare", "non
mi pare", "ho avuto la sensazione",
"mi pare ci fosse", "non essendo
sicura": mai un ricordo nitido,
preciso, certo. Per di più, i "ricordi"
si compongono e s'intrecciano: tanto per dirne
una, Simari era di turno nella sala assistenti
tutti i venerdì (il 9 maggio era appunto
un venerdì), e la Lipari lo colloca proprio
dov'era solito prendere posto, presso gli scaffali
contenenti le opere di Kant, su cui stava allora
scrivendo un libro.
L'incredibile
escalation dei ricordi così
faticosamente e contraddittoriamente "ricostruiti"
dalla Lipari nel suo primo, sfibrante interrogatorio
è più che sufficiente per convincere
ogni persona di buon senso della loro totale
inaffidabilità. Il fenomeno dei "falsi
ricordi" è ben noto in psicologia;
nel caso specifico, il neurofisiologo prof.
Piergiorgio Strata ha elaborato per i difensori
di Ferraro una memoria pro veritate
fondata sull'esame dei verbali e delle intercettazioni.
In sostanza, dice Strata, la Lipari evoca "dal
nulla" la Alletto in base alla sua scarsa
frequentazione della stanza 6 ("Che ci
fa Gabriella qua?"); Liparota a causa dei
suoi "pochi capelli"; Ferraro in base
a un "lampo" di memoria, scattato
all'improvviso 16 giorni dopo i fatti e divenuto
"certezza" solo dopo mesi di continuo
rimuginio; infine, non parla mai a nessuno,
in nessuna sede, del presunto protagonista Giovanni
Scattone. Il 19 giugno, quattro giorni dopo
gli arresti, in uno straordinario verbale a
due voci con il P.A. Ormanni, evidentemente
redatto per far quadrare un po' i conti, la
Lipari afferma (anzi "conferma") di
"aver avuto la sensazione netta" che
nella stanza 6 "vi fossero più persone,
certo più di due: molto probabilmente
quattro". Anche nel dibattimento la Lipari
cercherà, con il conforto di suo padre,
di adeguare alla "nuova realtà processuale"
il sopralluogo compiuto il 26 maggio 1997 nella
stanza 6 con tre manichini (raffiguranti
Alletto, Liparota e forse Ferraro), affermando
di aver espresso al P.A. Ormanni, prima di entrare
nella stanza, il dubbio che le persone presenti
potessero essere quattro. Tuttavia,
in entrambe le occasioni non attribuisce a questa
ipotetica quarta persona il nome di Scattone
("Si lascia alla cura dello studioso la
dimostrazione del teorema", si usava scrivere
un tempo nei testi di matematica). Questo nome
apparirà soltanto, sempre in forma fortemente
dubitativa e quanto mai incongrua, negli impossibili,
ma "precisi ricordi" dell'8 agosto
già citati.
Le
quaranta pagine che la prima sentenza d'Appello
dedica alla "credibilità della teste
Lipari" si concludono con questa malinconica
constatazione: "L'identificazione di Scattone,
compiuta con tanto ritardo e in termini di grande
dubbio, non assume neppure il significato di
valido indizio". L'enorme montagna di carta
(più di 800 fogli) non è riuscita
a partorire nemmeno il classico topolino; ciò
nonostante, nella fantasia di qualche cronista
o titolista la Lipari figura ancora come una
"testimone oculare" a carico di Scattone.
8.2
La "superteste" (o meglio la "supercoimputata")
Gabriella Alletto
Fra
tutti i personaggi di questa vicenda, la Alletto
è forse quello che riscuote le minori
simpatie. Spesso è oggetto di giudizi
sommari: "La colpa di questo errore giudiziario
è tutta sua"; "E' una persona
che detesto, non voglio nemmeno sentirne parlare",
ecc. In questi anni ho sempre cercato - attirandomi
anche antipatie e accuse di snobismo - non già
di "scusare", e tanto meno di "perdonare"
(questo proprio non è affar mio!) la
Alletto, ma di capirla, di trovare nelle sue
parole qualcosa che chiarisse la sua personalità
e il suo comportamento. Data l'importanza che
questa donna ha improvvisamente assunto per
mio figlio (che prima non ne conosceva neanche
il cognome), non posso certo ignorarla. Ho quindi
letto e riletto più volte tutti i verbali
delle indagini preliminari e le trascrizioni
integrali delle udienze in Assise, delle lunghe
e numerose intercettazioni telefoniche e ambientali
in Istituto e a casa (comprese quelle d'interesse
essenzialmente culinario), e soprattutto dei
suoi dialoghi con i tre interlocutori nel video
shock: dialoghi tanto chiari e spontanei quanto
sono confuse e artefatte le dichiarazioni rese,
dopo il 14 giugno 1997, negli ultimi VSI, nell'incidente
probatorio e in aula. Solo così credo
che si possa arrivare a capire qualcosa di questa
persona: l'ambiente domestico, le soddisfazioni
e le frustrazioni che le dà il lavoro,
l'autostima derivante dalla sua operosità,
il rapporto rispettoso ma cordiale con il direttore
dell'Istituto, i rapporti di naturale, romanesca
confidenza con i colleghi impiegati e con numerosi
assistenti, il facile disprezzo per la debole
personalità di Liparota, l'antipatia
per la Lipari, accuratamente repressa perché
la Lipari appartiene al mondo dei potenti. Contro
di lei la Alletto si sfoga apertamente con le
colleghe e con il cognato (ore 15,46); e anche
a La Speranza (ore 16,56) dice: "Era ubriaca!"
e poi, con aria di sfida (ore 17,07): "Ma
fatelo, il confronto! Ma faccia a faccia lo
dobbiamo fa', io e la Lipari..." . Con
Ormanni però è più prudente,
e alle 19.26 gli dice, tra le lacrime: "Io,
guardi, io rispetto queste persone...";
nel confronto diretto del 13 giugno smentisce
la Lipari, ma premette: "Pur avendo piena
fiducia nella dottoressa Lipari...". La
vita modesta e ritirata della Alletto trova
un senso e un decoro nell'Istituto, col quale
si identifica: ogni volta che lo nomina, si
avverte che gli conferisce istintivamente l'iniziale
maiuscola. L'11 giugno si dispera per la paura
dell'arresto e per la rabbia di non essere creduta;
è impossibile però (non è
così ingenua) che creda all'eventualità
di una sua condanna a 24 anni di reclusione
per concorso in omicidio. Piuttosto, vede dietro
queste minacce le maledette indagini sulla sua
assunzione con una percentuale d'invalidità
insufficiente: indagini avviate, come quella
sui cartellini timbrati abusivamente da Liparota,
il giorno stesso del primo interrogatorio. Vede
cioè un pericolo concreto e immediato:
la perdita del posto di lavoro garantito e del
connesso status sociale ed economico.
La
Speranza lo ha capito e le fa (ore 18.13) l'esempio
calzante del magistrato che da studente ha "comprato"
un esame, per cui un brutto giorno "automaticamente
gli casca tutto", laurea e carica: un disastro
analogo potrebbe domani colpire lei. Poi la
istiga (ore 18.39) contro i figli di papà
danarosi che "si mettono a fa' i cretini",
a giocare con una pistola: perché dovrebbe
coprirli, "lei che nella vita ha sempre
sputato il sangue"? Fa cioè appello
a quell'istintivo rancore dei "poveri diavoli"
verso i "privilegiati" al quale ho
già accennato.
Da
parte sua il P.A. Ormanni, entrando nella stanza
(ore 18.24), omette qualsiasi convenevole e
va direttamente all'assalto: "Allora?...
Come la mettiamo?". Istituisce subito quattro
testimonianze ("non una: quattro"),
secondo il cui "combinato disposto"
alle 11.42 la Alletto non poteva trovarsi né
in segreteria, né nella stanza dei fax,
e quindi doveva necessariamente trovarsi nella
stanza 6. A un certo punto (ore 19.04) il P.A.
licenzia il loquace cognato poliziotto, annunziando
"Vabbè, facciamo le cose regolari"
(evidentemente, fin allora non lo erano state);
e per quasi mezz'ora, rimasto a quattr'occhi
con la Alletto, mette in opera tutta la sua
dotazione di toni, dal familiare all'incoraggiante,
dall'accomodante all'affettuoso, dal violento
al rammaricato, con interposte lunghe pause
di silenzio nelle quali lei piange e si dispera.
Per il momento questa "tecnica mista"
non approderà alla "confessione"
desiderata; ma contribuirà, insieme al
precedente "lavoro ai fianchi" di
La Speranza e al presumibile "lavoro a
domicilio" del cognato, a far cedere tre
giorni dopo la Alletto. Il 12 giugno questa
resiste ancora allo shock del clamoroso arresto
di Romano (sua è la prima firma nel documento
di solidarietà col direttore dell'Istituto),
e il 13 al confronto con la Lipari; ma il 14
viene cotta a puntino da nove ore d'interrogatorio
condotto senza difensore, senza magistrati e
senza alcuna verbalizzazione, da due dirigenti
della DIGOS. Da loro la Alletto si sente finalmente
"agganciata nel verso giusto dal punto
di vista suo psicologico", e rilascia le
dichiarazioni accusatorie che la metteranno
per sempre in gabbia, ma al sicuro, senza neanche
danneggiare troppo i poveri "cretini".
Se infatti, come sperano gli inquirenti, uno
o più indagati "confesseranno il
colposo", se la caveranno con poco, le
accuse della Alletto troveranno conferma e lei
non sarà travolta da nessuna "catastrofe"
e da nessuna "valanga", come invece
dirà più volte in seguito per
giustificare il suo lungo silenzio. Ma se continuerà
a negare di essere entrata nella sala assistenti
il 9 maggio, vi sarà per lei l'arresto
per concorso in omicidio con Liparota e Ferraro,
richiesto dalla Polizia con una "informativa"
del 12 mattina, con l'inevitabile corollario
della perdita del posto di lavoro per insufficiente
invalidità. Glielo fa capire chiaramente
La Speranza: esprimendosi sempre "in negativo",
le dice subito (ore 16.03): "Per il suo
posto, non deve avere nessun tipo di
problema..."; alle 17.08 la rassicura che,
una volta identificato lo sparatore (non si
sa da chi e come), "della sua malattia...non
m'interessa più nulla..."; alle
18.14 annunzia: "Io non ci ho
questa mentalità perversa di farle perdere
il lavoro..."; e ancora alle 18.38 le dice:
"Non si preoccupi per il suo posto
di lavoro... lei, non la licenzierà
nessuno...".
In
quei giorni, che videro l'arresto (chiaramente
strumentale) di Romano e i titoloni "La
morsa delle indagini si stringe", la Alletto
deve aver fatto continuamente un bilancio costi/benefici,
mettendone al corrente i colleghi: "Me
conviene de di'..."; "Forse però
nun me conviene..."; "Me se poi dico
che c'ero, dovrò pure di'...". Questo
calcolo di convenienza la porterà infine
ad accusare, insieme ai suddetti coindagati,
i cui nomi le erano stati già fatti l'11
giugno, anche Scattone, già da tempo
nel mirino degli inquirenti. Il calcolo stesso
è fondato peraltro su dati erronei, o
ipotetici, o inventati forniti dai medesimi:
1)
la convinzione, nata da un grossolano errore
tecnico iniziale, ma trasmessa come una "certezza"
a tutti gli interrogati, che il colpo è
partito dalla stanza 6;
2)
la tranquillizzante ipotesi del delitto colposo,
sostenuta da La Speranza e assiduamente ribadita
da Di Mauro, utile per "ridimensionare"
la gravità del reato, facilitando così
la confessione degli indagati e alleviando la
responsabilità che la Alletto si assume
accusandoli;
3)
le informazioni sulle tre persone (la
stessa Alletto, Liparota e forse Ferraro) che
la Lipari ha finora collocato nella stanza 6,
ma che adesso diventano, per autonoma iniziativa
degli inquirenti, dapprima "tre o quattro"
(ore 15,36) e poi senz'altro "quattro"
(ore 16,32), obbligando la Alletto, che già
alle 15,59 aveva chiesto ingenuamente al P.M.
"Ma non si sa chi sono questi?", a
porre al cognato (ore 18,02) la logica e cruciale
questione: "Bisognerebbe sapere chi è
quell'altro oltre a Ferraro".
"Quell'altro" sarà Giovanni
Scattone, l'unico "cretino" rimasto
disponibile per la bisogna: contrariamente a
Ferraro, sa sparare (ha fatto il servizio di
leva nei Carabinieri), è destro, dà
del tu alla Lipari, e nella tarda mattinata
del 12 giugno l'inquirente Intini lo interroga
con inconsueta insistenza (lasciandolo alquanto
perplesso) per assicurarsi che non abbia un
alibi di ferro.
Per
concludere sulla Alletto: Giovanni, intervistato
dopo la sentenza della Cassazione, ha dichiarato
di non aver intenzione di agire in giudizio
contro di lei; sua moglie si è detta
perfino disponibile a incontrarla; da parte
mia, come dicevo all'inizio, c'è stato
e c'è soltanto il bisogno di sapere,
di capire. Convinto che i primi, indispensabili
strumenti di comprensione siano i vocabolari,
ho eseguito una rapida indagine lessicale sul
termine italiano "vigliacco" - spesso
usato nei confronti della Alletto - e sui corrispondenti
termini francese (lâche) e inglese
(coward). Tutti i dizionari consultati
registrano due significati principali, nettamente
diversi tra loro. Il nostro Zingarelli, ad esempio,
riporta le due definizioni qui di seguito riassunte:
"1) Chi accetta, senza ribellarsi o reagire,
ingiustizie, soperchierie e simili; 2) Chi,
sapendo di restare impunito, approfitta della
debolezza altrui, si impone con la prepotenza
a chi è indifeso, compie sopraffazioni,
ingiustizie e simili." Ora, è facile
indignarsi per il comportamento 1); ma sarebbe
bene non perdere mai di vista il comportamento
2), per il quale tutte le definizioni insistono
su due elementi di cui la Alletto certamente
non disponeva: il potere e la certezza dell'impunità.
8.3.
Francesco Liparota
Conobbi
Liparota nella biblioteca dell'Istituto di Filosofia
del Diritto la mattina del 6 settembre 1996:
data certa, non avendo io l'abitudine di distruggere
la mia agenda a Capodanno, come invece dichiarò
di fare un testimone al processo. Curioso rituale,
forse sostitutivo (bisognerebbe consultare in
proposito un etnologo) di quello, in uso fino
a qualche decennio fa e certamente meno civile,
di disfarsi in tale occasione di pignatte e
vasi da notte.
Ricordo
di aver notato il contrasto tra il direttore
Basciu, sicuro di sé e orgoglioso della
"sua" biblioteca, che subito mi mostrò,
e l'impiegato Liparota, dall'aria dimessa e
un po' incerta. Quando però Basciu ci
lasciò soli nella sala di lettura, Liparota
spontaneamente mi parlò con simpatia
di Giovanni e mi accennò alle proprie
difficoltà di lavoro, di cui nulla sapevo.
All'inizio del processo, conobbi il fratello
avvocato e il padre di Liparota; quest'ultimo
ed io andammo più volte a consumare uno
spuntino nella pausa dell'udienza, raccontandoci
le nostre recenti esperienze, così penose
e imprevedibili. A un certo punto, anche Francesco
poté venire liberamente in aula, e una
mattina lo vidi aggirarsi, solo e cupo in volto,
nei pressi del bunker. Mi avvicinai, parlammo
a lungo e cercai di rassicurarlo e di confortarlo,
perché ne aveva proprio bisogno: era
atterrito dall'eventualità di una condanna
che avrebbe colmato la misura delle sue difficoltà,
già gravi. Per fortuna fu assolto, e
la sera stessa della sentenza mi venne spontaneo
di telefonargli per congratularmi con lui.
Ho
raccontato tutto questo perché credo
fermamente che i rapporti umani diretti abbiano
un valore infinitamente più grande di
tutte le "carte" di questo mondo:
se alcune di queste "carte" possono
parlare a sfavore di Liparota, i miei rapporti
diretti con lui parlano invece a suo favore.
So bene che ciò non ha alcuna "rilevanza
processuale", ma nemmeno la trascrizione
del video shock Alletto aveva, secondo un'opinione
autorevole, "rilevanza processuale":
eppure, a suo tempo, un certo effetto quel video
lo ebbe.
La
persona che conosce più a fondo Liparota,
il neuropsichiatra che lo ha in cura da alcuni
anni, lo ha descritto in Assise come un soggetto
depresso e nevrotico, sempre timoroso di sbagliare,
che "vive con insicurezza le sue esperienze
quotidiane" e "affronta la realtà
a seconda delle sue paure". La realtà
psicologica di Liparota è una sola: angosciosa
incertezza sui propri ricordi, paura, panico.
Da questa sua fragilità psichica - che
peraltro non incide minimamente sulle sue facoltà
intellettive - gli inquirenti hanno cercato
di trarre vantaggio. L'11 giugno (ore 18.44)
La Speranza, interrogando la Alletto, le dice
una frase significativa: "Andare a coprire,
poi, un Liparota, che questo come gli fai 'Buh!'
parla, e chissà quello che dice...".
Liparota è in effetti una persona facilmente
influenzabile; ma anche lui, come Ferraro e
Scattone, ha una coscienza a cui obbedire.
Il
21 maggio Liparota e la Alletto sono i primi
a essere sentiti dagli inquirenti, e Liparota
viene subito accusato di "truffa ai danni
dello Stato" per aver timbrato irregolarmente
dei cartellini di presenza, adeguandosi per
quieto vivere a un preesistente tacito accordo
tra gli altri dipendenti. I suoi timori per
i cartellini truccati fanno il paio con i timori
della Alletto per la sua insufficiente invalidità:
riguardano fatti che non hanno niente in comune
con l'omicidio, ma che valgono a "tenere
in pugno" le persone interrogate.
In
tutti i verbali di sommarie informazioni Liparota
ripete di non ricordare che cosa abbia fatto
la mattina del 9 maggio, per lui priva di avvenimenti
particolari, e quindi di non poter escludere
le altre possibilità che gli vengono
prospettate dagli inquirenti: la progressione
di questi interrogatori sempre più stringenti
- da lui avvertita come opprimente e minacciosa
- serve a fargli confermare ciò che la
Lipari ha finalmente "ricordato" nelle
prime ore del mattino del 22 maggio, dopo aver
fornito per circa dieci ore agli inquirenti
le più svariate e spesso fantasiose informazioni:
"Ritengo di aver individuato tra quelle
persone presenti certamente Liparota, perché
ho il ricordo di una persona con pochi capelli".
Solo
la realtà umiliante del carcere, vissuta
per un paio di giorni, e più ancora la
terrificante prospettiva di rimanervi a tempo
indeterminato, esposto (come hanno cura di fargli
sapere gli agenti che continuamente gli tengono
compagnia) a orribili vessazioni, faranno decidere
Liparota ad accusare, tra mille incertezze e
ripensamenti, i due colleghi d'Istituto, dai
quali in seguito dichiarerà di non aver
mai ricevuto minacce, e con cui ha mantenuto
i consueti rapporti amichevoli per tutto il
periodo tra l'omicidio e gli arresti. Dalla
trascrizione integrale di questo incredibile
interrogatorio appare evidente che Liparota,
lungi dal riferire spontaneamente i suoi ricordi,
non fa altro che cedere alle insistenze del
P.M. La Speranza, efficacemente coadiuvato dal
G.I.P. Muntoni, ossia da quel "giudice
terzo" che in teoria dovrebbe garantire
la regolarità delle indagini preliminari.
Subito
dopo le accuse, per iniziativa dello stesso
P.M., Liparota viene assegnato agli arresti
domiciliari; ma il giorno dopo, tormentato dall'insicurezza
dei suoi ricordi, che forse lo ha portato a
incolpare due innocenti, ritratta davanti a
un indignato P.A. Ormanni le sue dichiarazioni
accusatorie.
Questa ritrattazione, insieme alla decisa ricusazione
di ogni addebito da parte di Scattone e Ferraro,
rompe quel cerchio di autoaccuse o di accuse
incrociate su cui gli inquirenti contavano,
com'è dimostrato anche dall'insistenza
con cui l'11 giugno (ore 15.28, 15.39, 16.12
...) La Speranza espone alla Alletto tale possibilità.
Liparota
ha parlato in aula una volta sola, il 10 febbraio
1999, rendendo una lunga e dettagliata dichiarazione
spontanea nella quale ha affermato testualmente:
"Sono certo...che io non ho mai vissuto
la scena raccontata dalla signora Alletto, mai,
e che...la mattina del 9 maggio non sono mai
stato contemporaneamente alla signora Alletto,
al dottor Ferraro e al dottor Scattone nell'aula
6, e tanto meno [contemporaneamente] alla dottoressa
Lipari". Questa dichiarazione, ripresa
quasi per intero e trasmessa più volte
in televisione, colpisce chiunque per la sua
convincente e drammatica sincerità, che
conferisce a quest'uomo, così spesso
ingiustamente bistrattato, una dignità
inattesa, una luce di umanità, in un
processo abitualmente squallido, ma la motivazione
della prima sentenza d'Appello la ritiene mendace,
mentre considera attendibili le goffe e inautentiche
accuse del 16 giugno 1997.
Per
rendersi conto della realtà, i giudici
e i giurati delle due Corti d'Appello, anziché
affidarsi alle "carte", avrebbero
potuto osservare con i propri occhi la videoregistrazione
di questa testimonianza, come pure la videoregistrazione
integrale dell'interrogatorio della Alletto
dell'11 giugno e quella (muta) del sopralluogo
con tre manichini compiuto il 26 maggio nella
stanza 6 dalla Lipari e dai P.M.. Le tecniche
attuali consentono ai membri di una Corte d'Appello
di rivivere "in diretta" eventi processuali
di fondamentale importanza, ma ai quali nessuno
di loro ha avuto modo di assistere di persona
in primo grado: un processo più "moderno",
che si valesse di strumenti aggiornati invece
che delle tradizionali "carte", sarebbe
anche un processo più "giusto".
8.4.
Rosangela Villella
Dalla
già citata trascrizione integrale dell'interrogatorio
in carcere di Francesco Liparota, condotto il
16 giugno 1997 dal P.M. La Speranza e dal G.I.P.
Muntoni, risulta evidente il modo in cui Liparota,
nonostante i ripetuti dinieghi, fu portato infine
a dichiarare di essersi confidato con sua madre,
Rosangela Villella, sui fatti a cui egli avrebbe
assistito nella stanza 6. Subito dopo questa
dichiarazione, i difensori di Liparota si recano
a informare sua madre dell'esito dell'interrogatorio;
sopraggiungono poi il Capo della Squadra Mobile
e il P.M. La Speranza. In attesa del ritorno
a casa di Liparota, assegnato come si è
detto agli arresti domiciliari, la Villella
sottoscrive un verbale, redatto a mano sul momento,
che contiene un resoconto molto sommario delle
presunte confidenze ricevute. In tal modo una
nuova "testimone" viene ad aggiungersi
alla Alletto e a Liparota. In primo grado la
Villella si avvarrà della facoltà
di non rispondere, ma la Corte d'Assise e poi
quella d'Appello sosterranno l'utilizzabilità
di questa "testimonianza", in quanto
le norme del "giusto processo" non
sarebbero ancora applicabili ai processi in
corso. Nelle motivazioni la prima Corte d'Appello,
dopo un approfondito esame tecnico della questione,
"ritiene certo che la Villella abbia fatto
la cosa più naturale che una madre potesse
fare in quelle circostanze: confermare le dichiarazioni
del figlio"; ciò nonostante, non
attribuisce alla "testimonianza" materna
alcun valore probatorio.
In
casi come questo, sarebbe però interessante
conoscere l'opinione delle madri degli imputati,
danneggiate nelle persone dei propri figli dalla
"naturale" conferma della madre del
presunto accusatore: in effetti, a tale conferma
queste madri di serie B non hanno da contrapporre
nulla di altrettanto "naturale". Ecco
un "conflitto d'interessi" veramente
difficile da risolvere; ma è probabile
che nella "coscienza comune" l'immagine
della madre che riesce in qualche modo a "salvare
suo figlio", senza correre per sé
alcun rischio, prevalga su quella della madre
che rimane impotente a meditare sul Codice e
sulla giurisprudenza nazionali.
8.5.
Giuliana Olzai
Le
"testimonianze" della Olzai - già
ben nota alla Questura di Roma per un famoso
sequestro di persona a cui parteciparono alcuni
anni fa due suoi fratelli - sono anch'esse molto
tardive. La prima è del 9 luglio 1997,
due mesi dopo il delitto; la seconda, che modifica
e integra opportunamente la precedente, è
del 24 settembre.
Nella
prima "testimonianza" la Olzai dichiara
di aver visto il 9 maggio, nell'atrio al pianoterra
di Statistica, due giovani "visibilmente
agitati", l'uno di fronte a lei e l'altro
di spalle: quello di fronte, in cui poi la Olzai
riconoscerà Scattone, "aveva una
camicia chiara aperta sul collo" (così
lo aveva descritto la Alletto). La Olzai rivolge
ai due una domanda, senza ottenere risposta;
subito dopo essi si allontanano rapidamente.
Sebbene fosse "rimasta molto colpita da
quei due giovani" e ne avesse "ricevuto
un'impressione molto negativa", la Olzai
non associa "questa impressione a nulla
di concreto" (per esempio, all'omicidio
di Marta Russo...) e non ritiene di dover riferire
il fatto alla Polizia. Il 13 giugno, cioè
più di un mese dopo, riconosce all'Università
uno dei giovani visti il 9 maggio (in un luogo,
peraltro, in cui questi non ha mai avuto motivo
di recarsi); due giorni dopo lo rivede in TV
come Scattone, accusato di aver sparato a Marta
Russo, e si sente "balzare il cuore in
gola", ma attende ancora 24 giorni prima
di decidersi a riferire i suoi ricordi a un
giornalista e infine agli inquirenti. Il 15
giugno la Olzai riconosce in TV anche Ferraro,
senza esserne però altrettanto sicura:
di lui ricorda molti dettagli, ma non fa nessun
accenno a una borsa o a una valigetta che avesse
in mano.
Il
24 settembre, quattro mesi e mezzo dopo aver
visto per un attimo Ferraro, la Olzai, richiesta
dal P.M. "di essere più precisa
su alcuni particolari", dichiara: "L'altro,
che era di spalle, ora posso dire che era Ferraro",
perché "quando mi sono rivolta a
loro...anche Ferraro si è girato verso
di me". "Ho ben impresso il suo viso".
Le altre "precisazioni" tendono tutte
a rendere la prima "testimonianza"
maggiormente conforme ai dati di fatto e alle
dichiarazioni della Alletto. In particolare,
la Olzai ora afferma (anzi, al solito, "conferma"):
"Sono sicura che Ferraro aveva in mano
una borsa o una valigetta". È la
borsa in cui, secondo la Alletto, Scattone avrebbe
riposto la pistola: era quindi indispensabile
che la Olzai colmasse la lacuna esistente a
tale proposito nella sua prima dichiarazione.
8.6.
"Alla ricerca del ricordo perduto"
I
ricordi più o meno tardivi e "ricostruiti"
sono una caratteristica saliente, ma non esclusiva,
delle indagini sul caso Marta Russo. È
impressionante, infatti, la somiglianza tra
certi "ricordi" della Lipari o della
Olzai e i "nuovi ricordi" di un testimone
del caso D'Antona, affidato agli stessi inquirenti
e tuttora irrisolto.
In
un articolo apparso sul "Messaggero"
il 20 maggio 2001 sembra proprio di ritrovare
uno stile investigativo ben noto. "Nuovi
particolari" che riemergono dopo due anni,
testimoni che "guardano bene" e persone
guardate che "si girano" per farsi
vedere meglio; "sicure precisazioni",
dovute a "ripensamenti", circa l'età
dei guardati (che da 30 anni passa a 35-40);
un testimone che, come la Olzai, "rivela"
ad un'agenzia di stampa le scene che ha "stampate
in testa", prima di raccontarle alla DIGOS.
Se
è vero che "lo stile è l'uomo",
agli stessi inquirenti non può che corrispondere
lo stesso stile. Contrariamente all'opinione
di neurofisiologi come il professor Strata,
per mettere a fuoco dei ricordi attendibili
occorrono parecchi mesi, e magari un paio di
anni: "ricostruire" una "certezza"
richiede molto tempo, e soprattutto molta buona
volontà (spontanea o indotta).
9.
IN CORTE D'APPELLO
Il
processo d'Appello è stato una gran delusione
per gli imputati e una gran perdita di tempo
per tutti. Questo processo avrebbe dovuto rimettere
le cose a posto: tener conto delle perizie -
favorevoli agli imputati - ordinate dalla Corte
d'Assise e disattese dalla medesima; allegare
agli atti la trascrizione integrale del video
shock Alletto, documento indispensabile per
valutare la genesi dell'unica presunta "prova"
di colpevolezza; utilizzare correttamente le
numerose testimonianze a favore degli imputati
e l'enorme mole di intercettazioni telefoniche
e ambientali (in cui c'è veramente di
tutto, dalla mistica alle ricette di cucina,
ma non appare mai il nome di Giovanni Scattone);
mettere insomma ordine e fare pulizia in un
processo che per il cittadino comune è
diventato un rebus. Ha fatto invece due sole
cose utili: ha riconosciuto esplicitamente che
la Lipari non ha mai visto Scattone nè
ha parlato di lui con nessuno, e ha tolto rilevanza
concreta al "verbalino" sottoscritto
dalla madre di Liparota per evitare a suo figlio
il carcere.
Per
poter proclamare che erano stati compiuti tutti
i tentativi per arrivare alla verità,
è stato riaperto il dibattimento: ma
vediamo in che cosa sono consistiti questi tentativi.
È stato anzitutto accertato che effettivamente
la mattina del 9 maggio 1997, essendo stato
revocato lo sciopero dei mezzi, Scattone può
aver preso l'autobus 310. A parte il fatto che
la revoca era già apparsa sui giornali
dell'8 maggio, vi pare possibile che se il 9
quell'autobus non avesse funzionato, l'Accusa
e la Parte civile non lo avrebbero fatto presente
già in Assise, per sbugiardare l'imputato?
È stata poi richiamata in aula la Alletto,
con grande gioia di cronisti e fotografi, a
parlare unicamente del "quarto uomo",
senza nessuna speranza che potesse dire qualcosa
di nuovo: tanto più che questo misterioso
personaggio è esistito solo nella fantasia
di qualche inquirente o di qualche giornalista,
a sostegno dell'improponibile ipotesi del "gioco
di ruolo", nel quale costui avrebbe recitato
la parte del "master".
Quanto
alle perizie, quella sui residui di sparo ha
confermato pienamente la perizia di primo grado
circa l'incompatibilità tra il proiettile
letale e la particella (comunque non
esclusiva di sparo) dalla quale erano partite
l'indagine sulla stanza 6 e l'intera ricostruzione
accusatoria. L'elefantiaca perizia balistica,
fondata sulle ipotesi di partenza più
svariate (comprese quelle meno realistiche),
è servita solo a concludere malinconicamente
che è impossibile identificare con certezza
da quale delle moltissime finestre "compatibili"
sia partito il colpo, perché non è
dato conoscere l'esatta postura del capo e del
busto della vittima al momento dell'impatto:
il che era evidente a tutti fin dall'inizio.
Infine, nella tanto decantata perizia nanometrica
sia il perito che l'estensore della sentenza
hanno descritto nelle loro "narrative",
senza tuttavia metterli in particolare risalto,
i soli elementi in grado di differenziare da
un residuo certo di sparo la particella trovata
nella borsa di Ferraro; ma hanno poi inspiegabilmente
"pretermesso" di riferirli nelle loro
conclusioni. Essi sono: 1) la forma molto allungata,
anziché prossima a quella sferica; 2)
la superficie liscia, anziché scabra;
3) le dimensioni molto piccole. In tal modo,
qualsiasi cronista o titolista è autorizzato
a divulgare che si tratta di un residuo di sparo,
il che non è affatto certo, anzi con
ogni probabilità non è vero.
Gli
anglosassoni - gente pratica, ancorché
priva di una tradizione giuridica risalente
alle XII tavole - sostengono che non bisogna
"buttar via, insieme con l'acqua sporca
del bagno, anche il bambino." Nel nostro
caso, il "bambino" è rappresentato
da alcuni risultati, tuttora validi e recepiti
nella sentenza della Cassazione, delle perizie
ordinate dalla Corte d'Assise, ma sostanzialmente
disattese dalla medesima: ad esempio, la "lieve
inclinazione verso il basso" della traiettoria
esterna, emersa dalla perizia autoptica, e l'esclusione
dell'antimonio dagli elementi qualificanti dello
sparo che ha ucciso Marta Russo. Non è
stata peraltro ammessa in sede di Appello un'ulteriore
perizia, che avrebbe potuto risultare decisiva:
quella sulle fibre di vetro trovate sul proiettile
e sui capelli della vittima, che abbondano nel
bagno dei disabili, mentre mancano nella stanza
6.
10.
LE SENTENZE
10.1.
I giorni delle sentenze
La
mattina della sentenza di primo grado c'è
in casa nostra un'aria non dico lieta, ma certamente
di sollievo e di speranza: siamo in attesa da
quasi due anni, sarebbe anche ora! Gli altri
avvocati, interpellati cautamente, mi hanno
messo addosso parecchi dubbi: "Eh! Speriamo
bene..."; "Be', non si può
mai sapere come la pensano i giudici";
e un altro, parafrasando un detto famoso, dice:
"Sa, i giurati sono tutti persone perbene,
ma la giuria popolare è una brutta bestia".
Uno solo, fissandomi coi suoi occhi azzurri,
mi dice senza esitazioni: "Vedrà,
gli daranno il colposo". "Ma perché?"
"Perché sì". Ciò
nonostante, attaccandomi a tutti i ragionamenti
fatti e rifatti cento volte, continuo a credere
che andrà a finire bene; anche se ogni
tanto mi torna alla mente il motto che definisce
l'ottimista come "un pessimista male informato".
Infatti...
Da
Ascoli sono venuti i parenti al completo: batteranno
rapidamente in ritirata, con aria funebre gli
uomini, in lacrime le donne; purtroppo, non
saprei proprio che cosa dirgli. Sono venute
le mogli dei nostri avvocati: passeranno il
pomeriggio a confortarci. Giovanni e Salvatore
- condannati, anche se finalmente liberi - sono
furibondi: Salvatore, sempre così ben
educato, smania e impreca; Giovanni s'infila
nell'auto del fratello maggiore e annunzia:
"Io me ne vado a casa: se mi vogliono,
vengano loro a trovarmi". "Giò,
non si può: tu ora vieni a fare l'intervista
già concordata con la RAI, e dici davanti
a tutti le tue ragioni; poi torniamo a casa,
dormi profondo come fai tu, e domani ce ne andiamo
in campagna". In questi casi il primogenito,
con il suo buon senso, l'indefettibile buonumore
e il grandissimo affetto per il "piccolino"
di casa, è prezioso: è lui a risolvere,
senza parere, le situazioni difficili. Il giorno
dopo, l'aria pura di Castelnuovo di Porto fa
il suo effetto, Giovanni è di nuovo in
forma, e la sera stessa andiamo dagli avvocati.
C'è in "Anna Karenina" un'acuta
osservazione sull'effetto benefico che la visita
del medico di casa ha sul malato: dopo la visita,
lui sta esattamente come prima, ma a tutti sembra
che stia molto meglio. Lo stesso discorso vale
per gli avvocati: evidentemente anch'essi hanno
un grande potere lenitivo.
La
prossima sentenza è quella d'Appello,
la cui data coincide con il trentatreesimo compleanno
di Giovanni: ne traiamo gli auspici più
fausti, ma anche questa volta rimarremo delusi,
forse ancor più della prima. Abbiamo
concordato con la RAI un'intervista, da farsi
però solo in caso di assoluzione. Ci
ospita, per l'occasione, una coppia di gentilissimi
vecchi amici: hanno una casa grande, un soggiorno
ben arredato e tutta l'attrezzatura tecnica
occorrente. Arriviamo alle 10 e troviamo già
in azione la troupe televisiva, che ha riempito
il soggiorno di macchine da presa, di riflettori
e soprattutto di una quantità incredibile
di fili, cavi e cavetti, che da lì vanno
a finire in strada, dov'è parcheggiato
il pulmino di servizio. Il pranzo di compleanno
è eccellente, ma lo spumante tarda parecchie
ore ad arrivare, e finisce col non arrivare
affatto: "Ancora colposo, e con un anno
in più", annunzia a tarda sera Giovanni,
pallido in volto come non lo avevo mai visto.
Non vuol fare dichiarazioni: dico io qualcosa
al mancato intervistatore, telefono all'ANSA
altre sentitissime proteste, e dopo un po' gli
addetti ai lavori sbaraccano le attrezzature
e se ne vanno. O meglio, fingono di andarsene:
all'uscita sono ancora lì a riprenderci,
costringendo me a sollevare una mano annoiata
e Giovanni a fare un brusco dietrofront. In
auto gli chiedo: "E mo?". "E
mo c'è la Cassazione", risponde.
Dopo di che, parliamo della cortesia dei nostri
ospiti (lui li conosceva appena) e della palese
frustrazione della troupe, che ha lavorato tanto
per non concludere niente. "Come noi in
tutti questi anni", aggiunge Giovanni;
né posso (almeno stasera) dargli torto.
"Se il destino non è un cinico baro,
avremo presto la nostra rivincita": provo
a citargli il Saragat del 1953, dopo il fallimento
della "legge truffa"; ma in questo
momento i ricordi storici della Prima Repubblica
non sembrano interessarlo molto. Gli "anni
di Cristo" li ha compiuti poco gloriosamente;
tuttavia il 2001, cominciato così male,
gli regalerà in ottobre un felice matrimonio,
allietato dall'assenza di cronisti e fotografi,
e si concluderà - non si può dire
"bene", ma se non altro "nel
migliore dei modi possibili" - con la sentenza
di annullamento con rinvio pronunciata dalla
Cassazione il 6 dicembre, giorno dedicato al
patrono della mia città, san Nicola di
Bari.
Quello
della sentenza di Cassazione è davvero
un momento cruciale: o Giovanni se ne torna
in carcere per altri due anni e mezzo (comprendenti,
per colmo di sventura, ben tre Natali); oppure
si sente dire, per la prima volta dopo tante
batoste, non certamente: "Ha ragione lei"
(sarebbe stato, come ora si usa dire, "una
cosa proprio sconvolgente"), bensì:
"Hanno torto i giudici che l'hanno condannata".
Questo,
appunto, sostiene il Sostituto Procuratore Generale
nella sua requisitoria, che mi fa pensare a
un tempo di sonata per pianoforte di Beethoven
o di Schumann recante l'indicazione "Energico
ed appassionato". Quando verrà depositata
la motivazione della sentenza, mi sembrerà
piuttosto di ascoltare un "Andante moderato
con variazioni" per grande orchestra di
Mahler o di Richard Strauss: un pezzo senza
dubbio sapiente, ma gravato da un certo eclettismo.
Ad esso, tuttavia, un'interpretazione geniale
- rigorosa e al tempo stesso sensibile - avrebbe
potuto conferire nuova forza.
La
requisitoria del 5 dicembre è vissuta
dai presenti come un evento singolare: tutti
si scambiano sguardi interrogativi e rapidi
commenti a bassa voce. Accanto a me c'è
un giovane avvocato del profondo Sud, colpevolista
convinto, combattuto fra la necessità
di prendere l'ultimo treno per tornare a casa
e la curiosità di sapere dove andrà
a parare questo Procuratore. Ogni tanto si rivolge
a me (evidentemente non mi ha riconosciuto)
perché io condivida il suo crescente
stupore per le cose che il Grande Accusatore
va affermando con tanta decisione: e che sono,
"in diritto", le stesse che "nel
merito" da quattro anni e mezzo stiamo
cercando di far capire alla gente.
L'indomani
tutti i quotidiani esprimono grande sorpresa
per l'inaspettata requisitoria, senza però
avventurarsi in previsioni; e riportano in bella
evidenza alcuni passi della lettera inviata
da Giovanni ai giudici della Corte. Giovanni,
sempre così riservato (credo che ben
pochi imputati innocenti abbiano parlato meno
di lui durante i loro processi), ha infatti
deciso di scrivere, in una notte, dodici pagine
dense di proteste e di fatti, per ristabilire
una buona volta la verità. Nella tarda
mattinata e nel primo pomeriggio del 6 dicembre
i difensori si avvicendano negli sprint finali:
l'ultimo oratore, il più anziano dei
difensori di Giovanni, si lancia in un'appassionata
apologia del suo giovane protetto: apologia
che mi commuove, perché mi fa ripensare
a mia moglie, alla quale questa prova è
stata risparmiata (per un padre, un figlio è
sempre un altro uomo; per una madre,
è suo figlio). L'ufficiale dei
Carabinieri incaricato di mantenere l'ordine
annunzia che la decisione arriverà sul
tardi, tra alcune ore. Vado quindi a fare il
consueto riposino pomeridiano nello studio,
gentilmente concesso, dell'anziano avvocato.
Dopo
l'interminabile lettura di una dozzina di altre
sentenze, mentre sto pensando che dietro ognuno
di questi casi c'è una storia lunga e
penosa quanto la nostra, mi sento improvvisamente
circondato dalle grida e dagli abbracci delle
croniste dei quotidiani, delle televisioni e
delle agenzie, con le quali per anni ho frequentato
le udienze. Possiamo dunque mettere da parte
i comunicati stampa di protesta che Giovanni
ed io, fatti ormai esperti, abbiamo concordato
poco prima per telefono, nella sciagurata evenienza
che la condanna fosse confermata. I carabinieri
ci spingono con fermezza verso l'uscita; un
aitante sostituto mi prende sottobraccio e mi
accompagna, con l'avvocato più giovane
e sua moglie, questa volta finalmente e giustamente
euforici, a casa mia. Qui, con Giovanni e Cinzia,
già intervistati a dovere (nell'entusiasmo
del momento, Giò ha perfino elogiato
"l'anziano genitore"), trovo una piacevole
sorpresa: i consuoceri, venuti molto opportunamente
a congratularsi col genero... o ad abbracciarlo
prima che vada a costituirsi. La valigia, Giovanni
non l'ha preparata: credo, più che per
scaramanzia, per non turbare anzitempo sua moglie.
Però, fedele al suo stile, ha redatto
l'elenco degli oggetti occorrenti, a lui ben
noto per aver già soggiornato per diciotto
mesi in quello che eufemisticamente egli chiamava
"un monolocale a Trastevere".
Certo,
l'abbiamo scampata bella; ma siamo anche consapevoli
che nulla ci è stato regalato, e che
anzi molto ci è stato ingiustamente sottratto.
Mentre usciamo dal Palazzaccio (di notte più
grottesco che mai), m'intenerisce per il suo
candore la domanda di una giovanissima cronista,
chiaramente alle prime armi: "È
felice adesso, vero, ingegnere?" "Eh!
Sapessi, cara mia, quanto sono felice!"
vorrei risponderle. Comunque vada a finire (chissà
quando) questa storia, chi mai ci ripagherà
degli anni - così belli e produttivi
per un giovane, così difficili ma preziosi
per un vecchio - sprecati a lottare con i fantasmi?
10.2.
Dopo le sentenze
Il
giorno dopo la pronuncia delle sentenze di condanna
o dopo il deposito delle motivazioni, vado di
prima mattina a procurarmi tutti i quotidiani,
per sapere che cosa ne pensano gli editorialisti
e gli esperti di questioni giudiziarie: e scopro
con soddisfazione che ne pensano, come me, tutto
il male possibile. Mi è rimasta la curiosità
di sapere se in qualche rivista specializzata
quelle sentenze abbiano trovato dei difensori
di buona volontà: nei grandi quotidiani,
certamente no.
La
sentenza di primo grado viene definita "non
convincente, di compromesso, corporativa, piena
di dubbi, ambigua, pavida, pilatesca, paradossale".
I commentatori criticano la derubricazione da
volontario a colposo come "una trovata",
come "un'ambigua via mediana...per non
sconfessare totalmente l'Accusa e non infierire
sugli imputati"; criticano la mancanza
di movente, le pene inflitte per la detenzione
e il porto di un'arma di cui non si sa nulla,
il fatto che le perizie, eseguite con grave
ritardo, sono state disattese dalla stessa Corte
che le aveva ordinate; ritengono "insufficienti,
tardive, incerte e contraddittorie" le
testimonianze, in particolare quella decisiva
della Alletto, inficiata dallo scandaloso video
shock; osservano che i testimoni a discarico
sono stati spesso intimiditi, minacciati d'incriminazione
o incriminati; considerano nel suo insieme la
sentenza come "un'ingiustizia all'italiana";
come "una delle più criticabili
e contraddittorie mai emesse", e concludono
che questo processo, divenuto "un affare
di Stato" e condizionato dal clamore mediatico
e dall'emotività popolare, è "la
negazione del giusto processo", e rimarrà
come "esemplare della giustizia italiana
degli anni Novanta". Ma la critica più
severa e più amara è quella coraggiosamente
espressa, pochi giorni prima della sentenza,
dal presidente del Tribunale di Roma: "Il
processo Russo è sfuggito di mano a tutti
e non sapremo mai la verità".
La
sentenza di secondo grado viene anch'essa criticata,
essenzialmente per le stesse ragioni, dagli
esperti giudiziari e dagli editorialisti, che
la giudicano "un'altra sentenza di compromesso",
una "terza via" che non cancella i
moltissimi dubbi e interrogativi. "Non
vi è alcun motivo che spieghi l'atto
colposo"; praticamente inutili sono risultate
le nuove perizie, "che hanno fornito solo
ipotesi di compatibilità"; concordemente
negativi sono i giudizi sulle testimonianze,
ritenute "insufficienti, incerte, contraddittorie",
e soprattutto sui modi della loro acquisizione.
Sono stati sottovalutati il video shock e le
intercettazioni, che invece avrebbero dovuto
essere "le chiavi di volta per arrivare
alla decisione"; i testimoni sono stati
"irretiti, condizionati, minacciati con
il sospetto o l'accusa di reticenza, di favoreggiamento
e addirittura di concorso in omicidio";
il racconto di alcuni tra loro è "tardivo,
incerto e strappato con le tenaglie". La
sentenza, conclude uno dei commentatori, è
"inquietante per qualsiasi cittadino...
per le modalità con cui sono state ottenute
le testimonianze", e soprattutto in essa
"è insostenibile l'alternativa...tra
la condanna degli imputati e il riconoscimento
di un dolo da parte degli inquirenti".
Le
critiche mosse alle tre sentenze di condanna
sono così concordi nei contenuti e nei
toni da dare addirittura l'impressione che editorialisti
e commentatori abbiano ordito un vero e proprio
"complotto" a danno degli Inquirenti,
della Pubblica Accusa, della Parte Civile, dei
Giudici togati e popolari, e in genere di tutti
i cittadini ancora fiduciosi nel corretto funzionamento
del nostro sistema penale.
11.
LE PERIZIE
11.1.
Due mentalità
Si
parla spesso - specialmente a proposito dell'eterna
"riforma della scuola" - di due mentalità
contrapposte, quella umanistica e quella scientifica.
Non vedo perché debbano essere contrapposte;
ad ogni modo, non direi che in questo processo,
da me seguito per più di cinque anni,
sia stata privilegiata la mentalità scientifica.
Una cosa è l'applicazione di nuove tecniche
d'indagine, che può avere fasi alterne,
glorie e fallimenti; altra cosa è la
mentalità scientifica, fondata su criteri
conoscitivi costantemente validi: non avere
mai certezze precostituite, descrivere esattamente
e verificare tutti i dati di partenza, sperimentare,
ragionare in modo rigoroso.
In
Corte d'Assise ho udito spesso, con disappunto
professionale, discutere confusamente di punti,
distanze, quote e orientamenti che ognuno ricordava
o immaginava in modo diverso: in effetti, fra
tanti aggeggi mediatici mancava nell'aula un
arredo che a me sembrava indispensabile: i rilievi
esatti, aggiornati e a grande scala, dei luoghi
interessati dai fatti, a cui tutti potessero
fare costante e sicuro riferimento. Per quanto
mi riguarda, un collega di Giovanni mi procurò
una pianta quotata dell'Istituto, che andammo
insieme a verificare e a completare: entrai
così anche nella famosa stanza 6 e mi
resi conto che da quella finestra - dalla quale
non c'è nessuna prova che sia partito
il proiettile che ha ucciso Marta Russo - sarebbe
stato comunque impossibile sparare verso di
lei senza sporgersi all'esterno, esponendosi
così alla vista delle numerose persone
presenti nel vialetto o affacciate nell'edificio
di fronte.
In
Corte d'Appello ho sentito dichiarare, quasi
con civetteria, che "nessuno dei membri
di questa Corte è ferrato in matematica";
ma nella sentenza si "aderisce senza riserve"
a un'avveniristica e sofisticata perizia, ed
è giudicata "scientificamente rigorosa"
la deposizione del perito, il quale, lavorando
su dimensioni del milionesimo di millimetro,
"ha seguito tre metodi di indagine, che
hanno consentito [?] di ottenere immagini a
10.000 ingrandimenti". Questi "miracoli
della scienza" affascinano indubbiamente
i profani: ma quando si passa a interpretarne
i risultati "ai fini del decidere",
spesso la mentalità scientifica viene
messa disinvoltamente da parte.
Certamente
non corrisponde alla mentalità scientifica
la pretesa della stessa Corte di misurare un
tempo "secondo la comune esperienza",
anziché con un cronometro. Il tempo è
quello che Marta Russo e la sua amica Jolanda
Ricci impiegarono per trasferirsi da una cabina
telefonica pubblica al luogo in cui Marta fu
colpita; come vedremo alla fine di questo paragrafo,
si tratta di un dato importante, che può
svalutare ulteriormente la verosimiglianza,
già assai scarsa, della ricostruzione
accusatoria. Bastava cronometrare il tempo impiegato
da una ragazza - possibilmente accompagnata
dalla stessa teste Ricci - a percorrere la distanza
tra i due punti, ben noti. Nel sopralluogo del
27 maggio 2000 si è invece misurata "con
una rotella metrica" tale distanza, ottenendo
un risultato (circa 70 metri) del tutto inutile,
perché non è la distanza che interessa,
ma il tempo. (Si noti che già in Assise
era stato chiesto alla Ricci quale fosse "la
distanza" tra i due punti: non si tratta
quindi di un fatto casuale, ma di una diversa
mentalità.) A questo punto, la Corte
ha stabilito d'autorità che "ciò
non può essere avvenuto, secondo la comune
esperienza, in meno di due minuti e mezzo circa";
e così la "misurazione" del
tempo occorrente è bell'e fatta. Ho cronometrato
il tempo effettivamente impiegato da due ragazze
per coprire 70 metri, con l'andatura indicata
in aula dalla Ricci ("Si camminava... non
veloce ma neanche lentissi[mamente]..., cioè...
normale"), e ho trovato che bastano 60-70
secondi, invece dei 150 teorizzati dalla Corte
in base alla "comune esperienza".
11.2.
Le perizie e gli accertamenti fattuali
a)
I residui di sparo - La ricostruzione
faticosamente elaborata dagli inquirenti è
partita da un grossolano errore di fatto e di
metodo. Sono state considerate "residui
univoci di sparo" particelle contenenti
antimonio e bario, ma prive di piombo, richiesto
invece dai protocolli più aggiornati;
e soprattutto non si è preventivamente
accertato quali elementi chimici contenesse
l'innesco del proiettile. Solo nel febbraio
1999, e poi nel novembre 2000 - rispettivamente
20 e 41 mesi dopo gli arresti - i risultati
delle perizie ordinate dalla Corte d'Assise
e dalla Corte d'Appello hanno fornito la certezza
che la presenza di antimonio nelle particelle
esaminate non solo non garantiva, ma anzi escludeva
che si trattasse di residui dello sparo che
aveva ucciso Marta Russo. C'è voluto
ancora un anno perché la Corte di Cassazione
riconoscesse, nella sentenza del dicembre 2001,
questo gravissimo errore iniziale, che è
all'origine di tutte le successive deviazioni.
Nel maggio 1997 gli inquirenti non avrebbero
dovuto prendere per oro colato, pur di "chiudere
il caso" rapidamente, le affermazioni assai
poco "scientifiche" del loro consulente
scientifico.
b)
La traiettoria del proiettile - Nelle
indagini preliminari e nei processi di primo
e secondo grado sono stati usati metodi d'indagine
sempre più complessi e sofisticati, per
arrivare, 43 mesi dopo gli arresti, alle sconsolate
conclusioni dell'ultima perizia balistica: per
identificare, fra i tanti possibili, l'effettivo
punto di partenza del colpo mortale bisognerebbe
conoscere le posizioni assunte dalla testa e
dal busto della vittima al momento dell'impatto,
posizioni che purtroppo non sono desumibili
da elementi di fatto accertati. Questa realtà
era evidente fin dall'inizio: è "scientificamente
corretto" ostinarsi per anni - due dei
quali trascorsi dagli imputati in stato di detenzione
- a cercare una "certezza" che già
si sapeva inesistente? L'alternativa era però
una sola: avere il coraggio di rinnegare un'indagine
sbagliata in partenza.
c)
La provenienza del proiettile e quella del rumore
- In questo caso, i risultati delle ricerche
scientifiche più aggiornate sono confermati
dalla "comune esperienza" quotidiana:
l'uomo non ha la capacità, di cui sono
invece dotate alcune specie animali, di individuare
prontamente e con sicurezza la provenienza di
un rumore, specialmente se sordo, isolato e
imprevisto. Basta pensare alle difficoltà
che chiunque incontra nell'identificare la provenienza
del suono quando sta guidando e una sirena annunzia
l'arrivo di un'ambulanza, o quando viene chiamato
per nome da qualcuno in una sala affollata,
o quando sente squillare il suo cellulare e
non ricorda dove lo abbia lasciato. Per questa
ragione, tutti i tentativi di confermare la
provenienza dello sparo dalla stanza 6 con dichiarazioni
di testimoni - risultate comunque incerte e
difformi tra loro - non potevano portare a nessuna
indicazione precisa.
d)
La valutazione esatta dei tempi - Un
tipico esempio dell'incredibile superficialità
con cui sono state condotte le indagini è
dato dal fatto che nel primo interrogatorio-fiume
della Lipari le furono mostrati i tabulati telefonici
del centralino dell'Università, le cui
modalità di registrazione sono diverse
da quelle dei tabulati della TELECOM; questi
ultimi sono stati acquisiti solo molti mesi
dopo, quando il processo di primo grado era
ormai in fase avanzata. Per tutto quel tempo,
si è continuato a discutere animatamente
su una versione dei fatti non rispondente alla
realtà: quella secondo cui la Lipari,
dopo una prima telefonata dalla stanza 6 a casa
di suo padre (ore 11.44), sarebbe uscita dalla
stanza e sarebbe stata per circa quattro minuti
in giro per l'Istituto, rientrando alle 11.48
nella stessa stanza per telefonare allo studio
del padre. In conformità di tale versione,
l'8 agosto 1997 (tre mesi dopo i fatti) la Lipari,
essendo "arrivata a rammentare con certezza
altri particolari, di cui adesso ho un ricordo
preciso", dichiara testualmente alla DIGOS:
"Appena sono uscita dalla stanza 6...ho
visto due persone nel corridoio, venire da sinistra...
Una era un po' indietro ed era sicuramente persona
da me conosciuta...e diversa da Ferraro. Anche
se ho l'impressione che questa persona potrebbe
essere Scattone, perché aveva la sua
fisionomia e, come detto, era una presenza abituale
in Istituto, tuttavia non lo posso affermare
con certezza perché non l'ho guardato
in faccia, voglio dire non mi sono soffermata
sul suo volto. Una cosa però ho colto,
un cenno, forse un'alzata di spalle, a mio avviso
rivolta all'altra persona che c'era nel corridoio
ed era più vicina a me". Siamo certamente
di fronte a un essere straordinario: non viene
riconosciuto "con certezza" dalla
Lipari, che però "sicuramente"
lo conosce, 0tanto è vero che lo trova
"diverso da Ferraro"; ha una "fisionomia"
indipendente dal suo "volto"; ed è
perfino capace di raggiungere con messaggi gestuali
una persona collocata davanti a lui. In effetti,
si tratta di un personaggio di pura fantasia.
L'acquisizione dei tabulati della TELECOM (febbraio
1999), dopo i chiarimenti forniti in aula da
un suo funzionario il 15 dicembre 1998, ha dimostrato
in modo definitivo che le cose sono andate diversamente.
La prima telefonata della Lipari è iniziata
alle 11.44.30 ed è terminata alle 11.44.46;
la seconda è iniziata alle 11.45.09,
a soli 23 secondi dalla fine della prima: giusto
il tempo di formare il nuovo numero. Non c'è
stato quindi nessun intervallo di quattro minuti
tra le due telefonate, nessuna uscita della
Lipari dalla stanza 6 e nessuna possibilità
d'incontrare il singolare individuo da lei descritto.
I particolari che è "arrivata a
rammentare con certezza" e di cui ha acquisito
"un ricordo preciso" sono semplicemente
inventati, anche se il verbale dell'8 agosto
termina così: "Ribadisco che ricordo
con certezza...la presenza di due persone nel
corridoio, mentre stavo uscendo dalla sala n.
6". Del resto, non è certamente
questo l'unico caso in cui la Lipari applica
le sue notevoli capacità immaginative
alle informazioni e ai suggerimenti forniti
dagli inquirenti.
e)
L'ora dello sparo - Un dato a cui le
Corti giudicanti hanno dedicato molte cure è
l'ora dello sparo, fissata alle 11.42, "secondo
più, secondo meno". Cominciamo col
dire che solo le registrazioni della TELECOM
sono sincronizzate, con 20 secondi di approssimazione,
con l'ora ufficiale italiana, quella del segnale
orario, stabilita dall'Istituto Ferraris di
Torino; gli altri centralini, come il 112 dei
Carabinieri, il 113 della Polizia, il 118 della
Croce Rossa, fanno ciò che possono. Fa
una certa impressione ascoltare in aula un colonnello
dei Carabinieri dichiarare che lo scarto tra
l'ora registrata dal centralino del 112 e quella
reale può arrivare a cinque minuti (primi)
in più o in meno, e che quindi la telefonata
che segnalava il ferimento della Russo, fissata
in un primo tempo alle 11.38, poteva anche essere
arrivata alle 11.43. Analoghe approssimazioni
- anche se quantitativamente minori - si riscontrano
nelle testimonianze degli addetti, più
o meno responsabili, al centralino del 113.
L'ambulanza, poi, non ha radiotelefono a bordo,
e sono gli infermieri ad annotare l'ora della
chiamata, della partenza, dell'arrivo sul posto
e dell'arrivo all'ospedale: la registrazione
del 118 non è probante. In conclusione,
l'ora dello sparo non può essere esattamente
definita mediante controlli incrociati, ma dev'essere
in qualche modo "calcolata". Essa
ha subito una specie di "trascinamento"
verso l'ora certa, stabilita come si è
visto dai tabulati TELECOM, in cui ha avuto
inizio la prima telefonata della Lipari dalla
stanza 6, e cioè le 11.44.30: poiché
la Lipari ha dichiarato più volte (con
la conferma della Alletto) di aver formato il
numero non appena entrata nella stanza 6, si
può ritenere che ciò sia avvenuto,
"secondo più, secondo meno",
intorno alle 11.44.15. In un'intercettazione
telefonica del 7 giugno 1997 la Lipari dice
candidamente: "[Gli inquirenti] dovrebbero...
in pratica, talmente restringere i tempi tra...
tra lo sparo e la mia entrata in questa stanza,
da costituirmi come prova oggettiva".
Nella
videoregistrazione dell'11 giugno La Speranza
(ore 15.30) dà alla Alletto come orario
certo dello sparo le 11.42; alle 16.00 conferma
questo orario, ma anticipa arbitrariamente la
telefonata della Lipari alle 11.43, aggiungendo
a mo' di precisazione: "diciamo che l'orologio
scatta a 43, però poi stava per scattare
a 44, siamo a un minuto, due minuti...".
Da parte sua, la Alletto affermerà nell'incidente
probatorio che tra il presunto sparo e l'ingresso
della Lipari è trascorso "meno di
un minuto"; e la Lipari finirà col
dire, l'8 agosto 1997, di aver sentito "un
tonfo" addirittura pochi secondi prima
di entrare nella stanza 6.
Insomma,
tutti si danno da fare per rendere il più
possibile vicini tra loro l'istante dello sparo
e quello dell'ingresso della Lipari. Il motivo
è evidente: c'è fra i due istanti
un "tempo morto" inspiegabile. La
Alletto dice che dopo lo sparo nella stanza
6, in cui secondo l'accusa erano presenti quattro
persone, "cadde il gelo", "un
gelo assoluto", e che "nessuno disse
una parola": a cominciare da lei, che più
di chiunque altro avrebbe dovuto essere sorpresa
da un fatto così grave e imprevedibile,
avrebbe dovuto avere immediatamente una qualche
reazione istintiva, chiedere spiegazioni sull'accaduto...
Niente di tutto ciò: tutti fermi, tutti
zitti. Per quanto tempo? Per 2'15'', in base
alla ricostruzione ufficiale; per 3'30'', se
si valuta correttamente - come abbiamo cercato
di fare - il tempo impiegato da Marta Russo
e Jolanda Ricci per arrivare sul posto. "Tempi
morti" così prolungati non sono
assolutamente credibili, e basterebbero da soli
a togliere ogni verosimiglianza ad una ricostruzione
già per tanti versi zoppicante.
12.
PER CONCLUDERE
I
dati forniti dagli inquirenti alle persone interrogate
e le ipotesi da loro formulate non hanno trovato
riscontri nella realtà.
1)
Le perizie sui residui di sparo ordinate dalle
Corti d'Assise e d'Appello hanno dimostrato
in modo inequivocabile che le particelle trovate
a suo tempo sulla finestra della stanza 6, sugli
indumenti e nelle borse degli imputati non sono
in alcun modo ricollegabili con il proiettile
letale. Né può ritenersi residuo
certo di sparo la particella trovata nella borsa
di Ferraro, oggetto della perizia nanometrica.
2)
Data l'assoluta impossibilità di provare
l'omicidio volontario, nelle tre sentenze di
condanna è stata accolta l'ipotesi dell'omicidio
colposo, alla ricerca di un compromesso che
non ha convinto nessuno, come dimostrano i giudizi
nettamente negativi di tutti gli esperti e gli
editorialisti.
3)
L'enorme mole di "carte" riguardanti
la Lipari, primo motore delle successive "testimonianze"
della Alletto, di Liparota e di sua madre, non
ha prodotto, come ha dovuto riconoscere la stessa
sentenza d'Appello, nessun valido indizio a
carico di Giovanni Scattone. Questi è
stato inserito nelle indagini all'ultimo momento,
per sopperire alla comprovata incapacità
di sparare del già sospettato Ferraro:
con Scattone si è proceduto per esclusione
e per supposizioni, anziché in base ad
elementi oggettivi. Lo dimostra il fatto che
prima del suo arresto la Lipari, la Alletto,
Liparota, la Villella e la Olzai non lo hanno
mai menzionato nelle loro intercettazioni
e dichiarazioni: non c'è un solo
documento, un solo dato di fatto, una
sola denuncia tempestiva e spontanea, insomma
una sola vera prova contro Giovanni Scattone.
Non possono infatti considerarsi "testimonianze
valide" né quella inesistente della
Lipari; né quella della Alletto, irrimediabilmente
viziata nella sua genesi e inverosimile e contradditoria
nei contenuti; né quella accusatoria
di Liparota, altrettanto forzata ed esplicitamente
ritrattata due volte; né quella di sua
madre Rosangela Villella - ottenuta in modo
tutt'altro che ortodosso dal P.M. e dal G.I.P.
e mai confermata in aula - circa le confidenze
che le avrebbe fatto suo figlio; né infine
il dubbio riconoscimento a posteriori della
Olzai, vecchia conoscenza della Questura.
4)
A parte ogni altra argomentazione, non si comprende
come mai Giovanni Scattone - che, a detta di
tutti coloro che lo hanno frequentato, nessuno
escluso, ha sempre avuto un comportamento assolutamente
normale, responsabile e non violento - abbia
potuto smarrire improvvisamente la ragione e
compiere un atto così insensato e gratuito,
per tornare immediatamente dopo a una perfetta
normalità e rimanervi per i successivi
cinque anni. Senza un movente plausibile e dimostrabile,
sono prive di senso le elucubrazioni con le
quali si pretenderebbe di stabilire se chi spara
abbia o no, nel preciso istante in cui preme
il grilletto, "l'intenzione di uccidere
qualcuno", e se in quello stesso preciso
istante sia o no "cosciente del rischio
che così corre". Di fronte a questioni
così sottili, si ha veramente la sensazione
di vivere non nella Roma del 2000, ma nella
Bisanzio dell'alto Medioevo: qui però
non si tratta di discettare sul sesso degli
angeli, ma di irrogare parecchi anni di galera
in più o in meno. "Non c'è
nessuna prova che dalla finestra della stanza
6 sia partito il colpo che ha ucciso Marta Russo",
hanno detto e ribadito i periti; in ogni caso,
non avendo nessunissimo motivo per sparare,
Giovanni Scattone - sano di mente, stabile di
carattere e pacifico di indole - non ha sparato,
ed è del tutto estraneo ai fatti in cui
è stato ingiustamente coinvolto.
(II
- Fine)