|
Io
volevo essere libero; ma non sapevo cos'era
la libertà; ne avevo una visione
estremamente vaga. Ed ecco, il punto fondamentale
è questo: per me la libertà
era una fuga. |
PREFAZIONE
Negli
anni Settanta mi misi a scrivere un romanzo,
anzi, una specie di autobiografia. Volevo capire
perché avevo fatto certe cose. Ci lavorai
parecchio, ma alla fine abbandonai il lavoro:
non riuscivo a finirlo, non mi convinceva. Non
piaceva a quelli che lo leggevano, e non piaceva
neanche a me, anzi, potenzialmente mi piaceva
moltissimo, ma non riuscivo a dire certe cose.
O forse non sapevo bene che cosa volevo dire
o che cosa dovevo dire...
Comunque,
non lo finii, e lo dimenticai.
Ultimamente
l'ho rivisto, come per caso, perché volevo
vedere se c'era qualcosa che potevo recuperare,
e mi sono accorto che il settanta per cento
di questo libro era da buttare, perché
era gravemente inficiato di ideologismo e di
un senso mitico della vita che mi ero voluto
cucire addosso, e che il trenta per cento diceva
la verità (mi piaceva ancora). Ho cercato
di fare un libro di questo trenta per cento.
Questo
mi ha posto una serie di problemi di struttura.
Problemi che consistono grosso modo in questo:
aver selezionato soltanto il trenta per cento
significa che nel corso della narrazione (che
va, più o meno, dal '57 al '75 del secolo
scorso) ci sono degli enormi buchi.
Ho cercato di risolvere questi problemi rinunciando
a una continuità narrativa (non potevo
fare altro, d'altronde) e facendo consistere
la narrazione in una serie di episodi (o di
momenti). Ho dato loro un titolo, per isolarli
e privilegiarne l'isolamento. Naturalmente loro
si rincorrono l'un l'altro.
Non
ho voluto, però, mettere questi momenti
in ordine cronologico. Li ho messi in un ordine
diverso. Mi sembrava che metterli in ordine
cronologico significasse dare loro un ordine
artificiale, che non avevano. Probabilmente
per il fatto che la storia non ha nessuno sviluppo.
Chi volesse leggere questi episodi in ordine
cronologico, o comunque avere una base temporale
o cronologica per collegarli, tenga conto che
l'ordine cronologico è il seguente:
"infanzia";
"l'inizio
della mia vita";
"continuazione
della mia vita";
"ulteriore
continuazione della mia vita";
"la
nave abbandonata" (di questa sezione fa
anche parte "torino");
"il
reduce" e "corollario";
"piazza
vittorio", "essere invisibile"
e "antidoto ad essere invisibile";
"frammento
di una storia";
"prima
che partissimo tutti e due per l'estate".
Invece, "cartoline", "stati"
e "solaio" sono sezioni che raccolgono
frammenti di differenti periodi.
Devo
aggiungere inoltre che proprio per sottolineare
l'autonomia dei singoli brani e il loro carattere
spesso frammentario, li ho numerati. La numerazione
è però divenuta ben presto intermittente
ed è divenuta anche mezzo di ritmo (a
volte assurdo) e di estraneazione, a volte tesa
a drammatizzare, a volte a ironizzare, a volte
a dare un ritmo ossessivo, come un accompagnamento
coi bassi.
Devo
anche dire che questo scartafaccio l'ho utilizzato
per scrivere altre cose, come si smonta un rudere
per costruire altri edifici, per cui in altri
miei libri di narrativa (a proposito, non ancora
pubblicati, ma forse lo saranno) ci sono pezzi
che provengono da questo romanzo e che ho voluto
lasciare là, e solo in rari casi sarà
possibile trovare dei doppioni qui e altrove.
Devo
aggiungere che quando l'ho scritto avevo l'idea
ingenua che, quando lo avessi finito, avrei
improvvisamente capito chi ero. Recentemente,
leggendolo, ho capito chi sono - chi ero.
C.B.
PS.:
Mi sono dimenticato di aggiungere il perché
del titolo. Mi sono accorto che l'insieme di
episodi che avevo selezionati, pur se mettono
insieme, a modo loro, una ragnatela narrativa,
non sono in alcun modo riconducibili a uno schema
di "romanzo". Troppa libertà.
E allora ho pensato al titolo Poema narrante,
in quanto del poema questo testo ha la libertà
e l'arbitrarietà, la distanza da qualsiasi
schema, e, spesso, anche, un linguaggio immaginifico
che, pur essendo in prosa, è abbastanza
vicino (anche per il periodo in cui è
stato scritto) a quello della poesia.
P.P.S.: La scrittura di Poema narrante
è indubbiamente strampalata, molto più
di altri miei scritti in prosa, come ad esempio
il Manuale di autodistruzione. In quello
che adesso è "poema narrante"
volevo esprimere con l'irregolarità della
scrittura (maiuscole e minuscole mescolate,
etc) uno stato di estraneità o di confusione
mentale tipico dell'epoca; e al di là
delle mitizzazioni, di quel 70% o meno che ho
dovuto eliminare, c'era il senso di questa estraneità
dalla società, e il senso di abbandonarsi
a questa estraneità (penso ai grandi
esempi della poesia beat e, ancora di più,
di Henry Miller). Comunque, o quindi, in quello
che adesso è il "poema narrante"
le irregolarità diventavano uno strumento
di espressione, una specie di tecnica espressiva,
come può essere il verso libero.
***
1.
(Io
non immaginavo di entrare in questo luogo allegramente
mortuario, in questa selva di epigrafi. E d'altronde,
la morte nascondeva le sue ferite... Certo,
certo. Era come tornare in un vecchio castello
abbandonato, camminare nel sole senza accorgersi
dei cadaveri... o meglio... Naturalmente...
camminare in mezzo ai cespugli... ma io non
facevo caso a quello che si nascondeva intorno
a me. Era come camminare nel deserto, alla ricerca
di cose morte...)
2.
In
quell'epoca io ero estraneo - non conoscevo
le periferie, gli uomini con le chiavi attaccate
alla cintola, i bar notturni, e non capivo l'angoscia
della gente. Per me la gente esisteva solo in
relazione a quello che poteva fare a me. Ci
è voluto tutto un lungo processo, culminato
con la sensazione di essere fuori, di non credere
a niente, per imparare a vedere che la gente
esisteva; in quell'epoca dunque io vivevo nella
più perfetta solitudine, perché
per me gli esseri umani non esistevano.
In
quel periodo cominciai, come tutti, ad aprirmi
all'idea di essere un diverso: ma il punto di
arrivo tendenziale, quello mai raggiunto, era
di una normalità assoluta. Non ho mai
conosciuto una generazione tanto conformista
come la mia, così pronta ad apprendersi
a tutti i miti per mancanza di miti; in quell'epoca
i miei miti si fecero domestici.
Rinascere
è anche morire. Io nascondevo a me stesso
la mia morte, la mia tremenda morte, e poiché
la mia nascita non era ancora avvenuta, io ero
fermamente convinto che non avrei potuto morire.
PRIMA PARTE
IL
REDUCE
Vissi
un tranquillo ritorno a casa, un periodo di
forzata banalità. In realtà ero
entrato nella vita spiazzato; come una lente
sfocata, o un uomo presbite, non avevo ancora
imparato a mettere in fila il vicino e il lontano,
il presente e il futuro. Avevo acquistato una
mezza durezza; ma essendo mezza, appunto, essa
m'impediva sia di essere abbastanza debole per
sentirmi escluso, sia di essere abbastanza forte
per impormi nella vita. Soprattutto, c'era questa
sfalsatura tra lontano e vicino, tra la mano
e l'occhio. E per questo, la vita fu subito
indeterminata e riflessa, una serie di atti
pratici.
3.
Il
problema di ogni reduce. Lui crede che ha cambiato
il mondo facendo la guerra, e invece il mondo
è cambiato in pace, nel costume, ecc.
Ci sono altri dischi, le ragazze portano altri
vestiti.
Era
una cosa strana, il fatto di laurearmi, di tornare
dalla mamma dopo un periodo passato vivendo
da solo; il fatto di mettermi con una ragazza,
di riprendere contatto con i vecchi amici: il
problema era dire sì, ma a cosa?
4.
Ero
sempre come ubriaco, in quel periodo, avevo
l'aria smarrita, come un personaggio di Dostoevskij.
Era come se avessi davanti un muro di fango.
(Tra
il programma politico e il sogno non c'è
mai una demarcazione netta, e allora...)
5.
Ero
diventato un tipo mite, mi ero strutturato piano
piano una nuova personalità, che era
quella di un tipo mite. Un bambino buono un
po' cresciuto, diciamo. L'idea che davo (e me
ne accorgo solo ora, dopo molto tempo, ed era
un'immagine di me che pian piano ho finito per
odiare) era di un tipo non aggressivo; e inoltre,
non sapevo dire di no. Ero talmente mite e cavallo
che tutti mi pigliavano per un santone, ma con
quell'aggressività nascosta che hanno
tutti i santoni, che sono sempre pronti a fagocitarti.
- non esiste fenomeno e cosa più violenta
della religione - ma un santone che si fosse
dimenticato di avere un credo (ed io ero effettivamente
così, per tanti anni avevo fatto un santone
con una religione dietro) e che andasse per
il mondo svagato, come una figura di un quadro
di Chagall. E per questo avevo molti amici,
e improvvisamente - dopo il lungo periodo di
incubazione (incutosione? Introversione? non
ho capito una parola) che era stato quel periodo
maritale, coatto, innocente mente e straordinariamente
casalingo - cominciai improvvisamente ad avere
un'enorme quantità di amici. Tutti mi
cercavano, ed era questa mia aria di consapevolezza,
l'aria di chi ha molto sofferto - la saggezza.
E tutto questo mi giustificava - mi Giustificava,
e me ne feci la mia identità.
***
Io
non volevo pagare troppo per il mio reinserimento;
avevo fatto troppe cose, ero stato in troppi
posti, per non pormi finalmente il problema
che dovevo prendere qualcosa dalla vita. Ma
io non volevo pagare troppo; non ero ansioso
di darmi. L'idea che non ero io a salvare il
mondo, ma che ero io che dovevo salvarmi nel
mondo, mi era venuta d'improvviso, come in un
incubo. Rientravo per la porta di servizio,
e lo sapevo; sapevo che non potevo esibire le
mie medaglie; ma ciò non importava; di
fronte a tutto questo io applicavo, tenacemente,
una quieta rimozione. Una delle piccole cose
che avevo imparato facendo politica, paradossalmente
- e non era astuzia politica, ma astuzia di
vita, era stata la capacità di lasciarsi
trasportare dalla corrente senza riportare troppi
danni; e d'altronde, se il mondo era un labirinto,
in cui tu non sapevi mai quello che c'era al
di là della curva, e se io stesso una
volta avevo creduto di sapere tutto quello che
andava fatto, e ora non me ne importava niente
di sapere o non sapere: l'importante era andare.
Primo insegnamento: ridurre gli sforzi al minimo;
secondo insegnamento: non preoccuparsi troppo;
terzo insegnamento: se c'è un problema
che non riesci a risolvere, non fare nulla:
il problema si risolverà da solo.
6.
Ultimamente,
diversi anni dopo, ho capito qualcosa di più
sul fatto di essere reduce. Su cosa significhi.
Nessuno ti ringrazia per quello che hai fatto.
Essere reduce di una rivoluzione fallita, o
mai iniziata veramente, e accorgersi di dover
rientrare, è un po' come dover passare
sotto le forche caudine. Quando sai che ora
che rientri gli altri te lo faranno notare,
mentre tu adesso sei nella condizione di dover
chiedere, Perché una cosa è affrontare
una morte eroica, mentre sai che sei parte di
un corpo che sta lottando e forse vincendo,
ma accorgerti improvvisamente che ora devi cercare
di farti accettare - E in definitiva c'è
una cosa tranquilla che ti siede in fondo allo
stomaco, e quella cosa è il panico. Tu
lo tieni sotto controllo, se puoi, oppure non
lo tieni sotto controllo, dipende dalle singole
esperienze, in fondo la mia era un'esperienza
soft, non avevo ammazzato nessuno, avevo una
famiglia che mi accoglieva, nessuno mi voleva
mettere in galera, quattro amici ce li avevo,
e... Non è che non avessi il panico -
lo tenevo sotto controllo. Sapevo che ce la
stavo facendo, ma... Ero sempre sotto esame.
Il panico giace tranquillamente seduto in fondo
al tuo stomaco, e tu ce la metti tutta per riacchiappare
la vita per la coda (io avevo 32 anni quando
lasciai la politica, e mi laureai a 33 anni).
Finché tutto va bene se ne sta a sonnecchiare,
ma se le cose cominciano a andar male si leva
piano piano, come una nebbia, ma molto rapidamente,
e sta a mezz'aria, ti dà solo un certo
fastidio alla gola. Io con questo libro non
voglio vincere il premio Viareggio. Con quel
fatto del panico ci devi fare i conti, e può
succedere che una persona faccia delle cose
che non avrebbe immaginato di fare. Tutto qui.
Può capitare e può non capitare.
E' anche questione di circostanze. Può
darsi che il tuo panico ti dorma dentro tutta
la vita, e può darsi di no.
7.
volevo
stare nella vita come su un treno, dove tu non
parli con i passeggeri. Dato che il treno lo
devi per forza prendere - devi fare come gli
altri. l'evasione e la ribellione. sono falliti.
ma io non sono come voi. non sono come voi,
capito?
8.
Una
sorta di esproprio anticipato, diciamo. Una
sorta di immobilità possessiva, rapace
e nello stesso tempo mansueta.
9.
Ero
irresistibilmente attratto da tutto ciò
che fosse marginale, e precario.
In
tutto quello che facevo c'era sempre seminascosto
qualcosa di opportunistico (devo confessarlo,
con vergogna), di un opportunismo che ritenesse,
gloriosamente, di avere il diritto di essere
tale; un opportunismo lento, fangoso. Ero ancora
come obliquo, sempre sul punto di restare o
andarmene. il rivoluzionario è sempre
un povero, è sempre emarginato e vagabondo
e pronto a scroccarti un pranzo, a offrirti
un sorriso, ha sempre, diciamo, il machiavellismo
del vagabondo, e queste erano le povere armi
che io mi ritrovavo in quel momento.
10.
La
dignità che ti dà la politica
quando tendi la mano era sparita naturalmente,
...
E'
strano che un labirinto, che dovrebbe dare di
sé un'idea di vita, possa essere stagnante.
In realtà, però, lo era. c'erano
infinite possibilità. Era possibile navigare
con una barca dal fondo piatto, per una serie
di meandri, sotto una fitta vegetazione, e in
canali paralleli. [Una palude, piena di vita,
in cui però si avvertiva un senso di
morte: un caleidoscopio gentile.]
***
11.
In
realtà ero un naufrago volontario, ma
con l'idea che una nave bianca, con numerosi
boccaporti e cinture di salvataggio, venisse
a salvarmi. Era un tremore continuo, io camminavo
sui marciapiedi assolati e tremavo dentro, tremavo
e mi attaccavo a qualunque cosa mi si parasse
davanti. Era questo, probabilmente, il proposito
che mi ero fatto, aggrapparsi,
Il
marciapiede era tutta la mia salvezza; esso
ti dava la possibilità di camminare,
di camminare, di continuare a spostarti, in
continuazione, in continuazione... Se fossi
sceso nella strada probabilmente non avrei più
potuto risalire; ed io pensavo che se mi fossi
fermato mi avrebbero ucciso, mi sarebbe improvvisamente
scesa su tutto il corpo una lunga cappa nera,
e là sarei stato inerme.
Era
la gioia di possedere il mondo, ed io pensavo
di possederlo per la prima volta, anche se non
avevo niente; ma il semplice fatto di potere
andare, e di vederlo, vederlo, ecco,
questo era una sorta di dominio del mondo, e
quindi, anche di vedere. Vedere, ad esempio,
le persiane verdi vivide che c'erano intorno
alla casa del mio amico, ed io avrei potuto
passare ore nella strada a guardarle. Sapevo
che c'erano, che avevo la possibilità
di vederle quando volevo, ed era questo l'importante.
Ed io camminavo per laghi, passavo intorno ai
laghi, e nel cielo c'erano sempre queste nuvole,
generalmente nere, ma cangianti, in genere bianche,
ed io sapevo che erano bianche ma mi sembravano
nere, e questo perché avevo paura. ed
io pensavo che per poter pensare avevo bisogno
di un marciapiede che mi proteggesse continuamente,
che mi permettesse di andare alto, dalla sua
altezza abissale di centimetri e centimetri,
ma nello stesso tempo che in questo marciapiede
io potessi spostarmi, spostarmi continuamente,
continuamente, ed era per spostarmi, io sapevo,
che io vivevo in quel momento.
Io
pensavo che non fosse spiacevole, perché
l'esercizio stesso del camminare mi dava sollievo.
Era come una cosa liquida; era come camminare
nella carta velina, ed il pericolo era sempre
lontano,
12.
Volevo
rapinare quello che potevo, prendere quello
che mi serviva, sapendo però che non
facevo parte di quel mondo
13.
Dunque,
saltiamo questo periodo di alcuni mesi, con
tutte quelle persone che io ho ucciso
COROLLARIO
Io
pensavo dagli amici di poter ricevere aiuto,
e non solo calore o solidarietà morale,
ma tutte quelle cose di cui una persona ha bisogno:
contatti umani, ragazze da conoscere, sapere
che cosa era successo nel mondo in quel periodo,
eventuali possibilità di lavoro e tutte
cose del genere. Con una grande ingenuità
perché loro erano pazzi e isolati e spostati
e perennemente appesi come me, e l'unica cosa
che si poteva fare stando insieme con loro era
stare appesi insieme, cosa che io più
o meno feci, e così si ricostruì
il sodalizio che si era interrotto nove anni
prima. Non abitavano più in via catania,
erano sparsi nel mondo di qua e di là
- chi stava al talenti, e chi al tiburtino,
ma più o meno ero lo stesso sodalizio,
con qualcuno in più e qualcuno in meno
- "la corte dei miracoli", come la
chiamava Franco. E Franco si era messo a lavorare
sempre coltivando le sue velleità intellettuali,
e mi diceva poi vedi io ho questa enorme sensibilità
questo cupio dissolvi che mi impedisce di cominciare
e di fare qualsiasi cosa mi paralizza ehm, e
aveva quella sensibilità umana, quel
suo modo di attirare la gente che era veramente
una cosa terribile vedere quanta gente gli bivaccava
addosso, quanta gente andava a cercare aiuto,
e lui sereno sorridente; tutta la gente che
aveva bisogno di un qualsiasi bagliore di calore
umano andava da Franco. E lui si scocciava,
ovviamente, ma aveva questa qualità e
una grande stima di tutti, e continuava ad essere
il tranquillo animatore delle serate, il tipo
che diceva: telefoniamo a Franco, ed era sempre
lui che decideva quello che bisognava fare.
Lavorava come propagandista di medicinali guadagnando
quello che allora mi sembrava un sacco di soldi
ed era terribilmente scocciato di questo lavoro.
Il classico tipo che non avrà mai successo
- e all'opposto c'è un tipo completamente
diverso, perché per avere successo diceva
un mio amico bisogna volerlo, e lui era il tipo
che non aveva la forza di volerlo... Poi ci
laureammo insieme, e lui si mise a fare il professore,
e il gruppo si sciolse, perché piano
piano bene o male tutti si determinarono e finì
la pappa gelatinosa che era restata fino alla
soglia dei quarant'anni - uno si mise a far
politica da una parte, uno dall'altra, uno con
una donna, uno senza, e tutto cominciò
a prendere i suoi mai troppo rigidi contorni,
contorni che potevano saltare all'aria da un
momento all'altro. L'eterna infanzia si era
semplicemente fissata in un gioco più
lungo, ma soggetto a rompersi in qualsiasi momento,
e la provvisorietà aleggiava ancora sulla
testa di tutti come la vera dea Bendata.
Ma
per finire con questo trip io cominciai a frequentarli
e un paio d'anni prima avevo incontrato Franco
a Trastevere ed ero stato a lungo indeciso se
salutarlo o no poi mi decisi e passammo insieme
una mezza giornata, io ero stato indeciso perché
dicevo a che cosa mi può servire Non
fa politica Ma quell'incontro fu importante
perché gettò le basi per riprendere
i rap. Poi pian piano la cosa si smosciò
diciamo dopo qualche anno e io credo di aver
preso per la coda quegli anni quel periodo di
eterno vagabondaggio
I
pescatori di palude muoiono sempre in tenera
età, sopraffatti dalla nausea. Io potevo
morire per avvelenamento, per digiuno, per nausea,
per eccesso di felicità, per non aver
potuto capire che cos'è la felicità,
Avendo rifiutato la morte per inedia; potevo
sopravvivere navigando nella più completa
indifferenza. Potevo morire per smembramento
interno, o per solitudine interiore
***
15.
Una
sera i primi tempi che me n'ero andato dal Part
Franco mi fa perché non andiamo stasera
a casa di remo c'è una cena e io che
mi era preso sempre questa idea dire sempre
sì dissi sì andiamo andammo il
periodo si facevano sempre cene e cene e si
andava a cena in trattoria o da uno o dall'altro
e là c'era Franco de luca un amico loro
che stava a formia ma spesso veniva un poeta
pazzo veramente pazzo, perché oltre ad
essere pazzo era napoletano lui era un bel ragazzo
aveva moltissime donne ma una quantità
di donne che non sapeva proprio dove metterle
passava da una donna all'altra e ci durava sempre
due giorni e ogni tanto si innamorava e si prendeva
delle cotte brucianti ma naturalmente sempre
per amori impossibili si innamorava di ragazze
gentili e floreali ma gli passava sempre dopo
un po' o subito e passava da una donna all'altra
sempre malinconico ed era stanco aveva un senso
dell'amicizia molto grande ed era una delle
persone che abbia più grande l'istinto
di autodistruzione che io conosca. Non era il
tipo che si ammazzava o che si ammazzava lentamente,
no, no, era il tipo che si lasciava andare e
si disperdeva come uno i cui atomi non abbiano
una grande capacità di tenuta, come l'uomo
liquido si disperdeva nell'acqua, una volta
avevamo un appuntamento a casa di mia madre
mi telefona dopo un'ora senti scusa io sono
in ritardo adesso tra un po' vengo poi telefonò
dopo due ore senti mi è successo una
cosa io stavo con degli amici in una casa e
mi sono ubriacato e siamo usciti e io mi sono
addormentato dietro il portone e loro se ne
sono andati adesso devo raggiungerli senti se
li raggiunto e poi riesco ti ritelefono più
tardi era sera ormai ed era già abbastanza
tardi saranno state le dieci di sera ora fa
il Fotografo a Formia è uno che fa le
più belle fotografie che abbia mai visto.
E là c'era la solita gente e c'era anche
F. la sorella di Remo
16.
L'INIZIO DELLA MIA VITA
l'avevo
conosciuta in Germania, al campo di lavoro di
Holzheim kreis Giessen. che è un paesino
piccolo, agricolo significa casa di legno con
cavalli giganteschi adibiti ai lavori agricoli
in scatola in pianure di terra che non sembrava
nemmeno terra tanto era grassa e sembrava terra
trasportata da un laboratorio ottenuto chimicamente
e sembrava che non ci si sporcasse in quella
campagna i contadini sembravano addetti ad una
stazione di servizio col borgomastro grasso
e grandi feste estive nella gast locale annaffiate
da tonnellate di birra e distribuzione di birra
in piazza con suono di trombe e tedeschi rossi
ubriachi che rotolavano sotto i tavoli e automatici
coi preservativi nei gabinetti pubblici. Lei
non lavorava al campo di lavoro. Era un'amica
della figlia del borgomastro e stava lì
a villeggiare, abitava in un paesino a una quarantina
di chilometri Niederwalgern kreis Marburg. Loro
ogni tanto venivano là, soprattutto la
sera, si ballava o si facevano cose del genere
ed eravamo la crema della società del
paese perché tutti studenti i tedeschi
erano rozzi un po' si capisce E io non la conobbi
veramente. Una volta ci scontrammo in una porta,
ed io mi ricordo ancora la sua espressione spaventata,
e una volta in una specie di quadriglia ballammo
insieme Gingle bells. Poi io partii e andai
a Marburg, dove avevo rimorchiato una ragazza
Io
dato da questa esperienza, e in particolare
dal viaggio a Marburg, l'inizio della mia vita.
Prima avevo vissuto di una semplice morte vivente.
Avevo 19 anni, avevo appena preso la maturità
classica e i miei genitori mi avevano depositato
al campo di lavoro per studenti di Holzheim,
in quell'atmosfera soffice protettiva e dopolavoristica.
Era la mia prima esperienza da solo. Ma al campo
ero ancora sotto tutela; adesso invece mi trovavo
con la strada in mezzo alle gambe, con dei soldi
in tasca, e prima di tornare a Roma avevo in
programma di farmi quel viaggio in autostop,
con la ragazza che mi aspettava a Marburg e
l'intenzione di fare un viaggio tortuoso, e
infatti feci un viaggio abbastanza tortuoso
con avventure strane, incidenti, attese e strane
visite un po' allo sbaraglio, come quella volta
ad esempio che decisi di andare a Siegen, l'avevo
vista sulla carta, e non sapevo che ci avevano
fatto un campionato mondiale di scacchi, e ci
andai, era immersa in una calma domenicale,
e dormii all'ostello in cui mi dettero da mangiare
una minestrina con dell'uva passa dentro, e
poi passai per Monaco con una ragazza che avevo
rimorchiato facendo l'autostop su un camion,
e che poi scappò. Niente di eccezionale,
ma un senso di libertà che ti strippava,
ti allungava il collo, il colon, e ti rinverdiva
tutto
Non
è un caso che la mia vita sia cominciata
con un'evasione. Ed io rimasi segnato, la mia
immagine di me stesso, le mie aspirazioni, i
miei sogni, i sogni tortuosi con cui in seguito
avrei immaginato me stesso, tutto quanto, per
molti anni fu determinato da quella prima giornata
in cui credetti di scoprire che quello era il
mio destino: questa mancanza di costrizione,
questa indeterminatezza, ed anche questo essere
fuori di tutto. Mi ricordo che c'era il sole
e quel sole mi sembrava una lunghissima mattina;
e strippavo dalla felicità. e provenivo
da un'esperienza precedente che ancora non conoscevo,
che ancora non capivo, e che avrei capito meglio
negli anni successivi, e che era un'esperienza
triste, di una tristezza da cavia, e me ne accorsi
quando tornai. e mi iscrissi a legge perché
non si frequentava ed era di gran moda in quei
tempi e passai il solito inverno senza troppe
speranze, andando in bianco ed annoiandomi senza
neanche accorgermene. A pasqua c'era un raduno
internazionale di campeggiatori a Berlino e
ottenni un posto di delegato insieme a un altro
di nome Riccardo di firenze e partimmo col treno
fino a Francoforte e da Frankfurt prendemmo
l'aereo fino a Berlino e andammo al campeggio
e lei era lì con la sua comitiva di Marburg
la figlia del borgomastro e parlava un po' di
italiano e ci innamorammo e mi presi una sbandata
tremenda anche se all'inizio mi ci ero messo
tanto per gioco e in realtà come sempre
me ne piaceva un'altra e perché vedevo
che lei ci stava ma naturalmente decisero tutto
loro e girammo per Berlino con Riccardo e la
sua ragazza e poi invece di tornare a Roma andammo
a Frankemberg la città della ragazza
di Riccardo e poi tornai a Roma e l'estate andammo
a Rotterdam e poi a Bruxelles dopo aver fatto
gite a Den Haag e aver fatto il bagno nel mare
del nord e poi a Marburg e ci vedevamo tra Marburg
e Giessen dove lei studiava e tra il suo paese
sempre scontrandoci con l'ostilità dei
suoi genitori e poi tornai alla mia Roma puzzolente
che mai mi sembrò così triste
come in quell'occasione
E
fu in quel periodo che mi misi a scrivere. Io
so che da bambino avevo scritto una serie di
poesie che le mie zie conservano ancora gelosamente
e mi si sciolse qualcosa dentro e scrissi una
storia di noi due Alla stazione che fu la prima
cosa che scrivessi seriamente ma per capire
come ero stato miracolato, perché si
trattò di questo. A Rotterdam lei mi
raccontò la storia del nostro amore,
che io ancora non conoscevo.
17.
Io
avevo due nonne. Una non mi ricordo come morì
Morirono tutte e due di vecchiaia Ma una quella
ricca si fa per dire non ricordo i particolari
ricordo solo che era morta e tutti dicevano
meglio così ha finito di soffrire era
la madre di mia madre donna alta tutta la vita
sacrificata meglio così dicevano tutti
ci fu il funerale donna alta e mentre stavamo
nella chiesa per il funerale cominciò
a suonare l'organo e in tutto quel clima di
circostanza ci mise dentro una commozione perfida
ricordo solo questo ricordo molto bene invece
la morte di quell'altra la donna povera era
la madre di mio padre era bassa curva non aveva
gli occhi luminosi e viveva a carico nostro
una vita abbastanza sparuta squallida perché
la madre ovviamente ricordo bene che noi non
sapevamo che fare per lei e vivevamo questo
incubo Mi riferisco alla parte giovane della
famiglia il padre la teneva ma non occupandosi
di nessuno la madre non è che l'amasse
troppo e lei diceva quanto è brutta la
vecchiaia stava in finestra a guardare dalla
finestra perché nessuno parlava con lei
ma ciò nonostante era molto orgogliosa
una volta mi chiese unica volta in sua vita
un bicchiere d'acqua con un poco di zucchero
sapeva bene di essere sopportata puzzava perché
non si lavava e poi cominciò a farsela
sotto. Un giorno poi si decise di portarla in
un ospizio Non mi ricordo come si chiamava era
di quelle tipo "villa serena" o "villa
pace" o altre cose del genere con le suore
quando l'accompagnammo o l'andai a trovare ricordo
che nel corridoio si affacciò una vecchia
era una vecchietta con l'aria di bambina e disse
e domandò e probabilmente domandò
proprio a noi perché passavamo e non
ci doveva essere gran movimento in quella pensione
soprattutto di entrata domandò: "Dite!
Chi sono io?" e una suora l'acchiappò
e la trascinò dentro dicendo Era in quell'ambiente
che non si decideva mai a morire e noi l'avevamo
rimossa intendo parlare della parte giovane
della famiglia la madre non lo so e credo che
ci stesse male e che si lamentasse ma ormai
cercavamo tutti di dimenticarla e poi morì
ricordo che l'andammo a trovare quando era morta
stava in camera sua e le avevano chiuso la bocca
con un fazzoletto che passa sotto la gola quelle
occasioni In cui trovi parenti che non vedi
mai andammo Con mio cugino alla finestra al
balcone era un cugino che è stato campione
italiano di lotta grecoromana un tipo dolce
gentile i suoi hobby sono fare il presepio e
fa delle fotografie in cui non si vede mai nessuno
spazi come dire vuoti Cominciò a parlare
della sua giovinezza e quando aveva 18 anni
ero un bel ragazzo non come adesso
Poi
per un periodo piuttosto lungo io ebbi il mito
della straniera. Un mio amico e che è
anche un notissimo letterato e che io lo conosco
perché è stato il mio professore
di inglese mi sfotteva e diceva Bordini ha il
mito della Grande Madre con cui Giacere anzi
Con cui Giacersi e s'incazzava moltissimo quando
io dicevo sì io me ne vorrei andarmene
di casa ma non posso fare questo a mia madre
e lui s'incazzava come un toro Milanese la sua
era una rabbia moralistica meneghina alla Dario
Fo o alla Pietro Verri e diceva: Mia Madre moriva
se io me ne andavo di casa! e intanto quando
me ne sono andato è stata benissimo ed
è stata anche meglio perché non
ce ne andavamo affatto per niente d'accordo
Ma
per me il mito della straniera era qualcosa
l'unica cosa che avessi perché le prospettive
che avevo io in italia e le ragazze che conoscevo
Una una volta mi disse a una festa sembri cristo
morto e io ci rimasi malissimo per tutto il
resto della festa e anche per moltissimo tempo
dopo e comunque io non ero il tipo da potersi
animare né condividere in una Società
Come quella e il mio era il tentativo di un
salto, di un salto storico, ho sempre desiderato
di fare salti storici e ci rimasi malissimo
non tanto per quello che mi aveva detto la ragazza
ma per come ci ero rimasto nella festa e l'impossibilità
di reagire non riuscivo a reagire in nessun
modo non facevo a botte non rimediavo le ragazze
non riuscivo nemmeno a fare come certi che sbandavano
tutto nello studio ero completamente fuori,
fuori, era come se non ci fossi. Marciavo con
un ritmo completamente differente e dopo che
ebbi superato quel periodo in cui ero un bambino
buono e pauroso e ansioso di conoscere i genitori
e di farli contenti e di fare la prima comunione
e avevo trovato un ruolo d'ordine che se avessi
trovato una società di questo genere
Non so che fine avrei fatto. Sbandavo tra l'anarchismo
e la cattiva buona volontà di fare tutto
quello che mi dicevano e se avessi trovato sarei
diventato un servitore del Mikado, una specie
di cameriere segreto di sua maestà o
forse magari un prete umanitario Ma questo non
fu possibile. Mi spinse fuori e allora il mito
della straniera fu il primo che ebbi la prima
occasione in cui qualche circostanza mi abbia
preso sul serio e forse avrei fatto bene Se
fossi stato capace. Perché forse gira
e rigira vai a finire sempre lì e dopo
tanto ergersi ed essersi erto per fare della
tua natura un qualcosa. Tutto il mio impegno
nella politica si basava su questo: un riscatto,
il Come dicevano i cinici: i deboli si coalizzano
contro i forti. La pubertà per me fu
il momento cruciale. non ero capace di fare
quello che facevano gli altri. a Scuola mi chiamavano
il Tonto perché avevo sempre l'aria assente
e timido e non osavo
E
allora capitai in questa società dove
il fatto che tu fossi timido non aveva importanza.
Il fatto che tu fossi sempre con un'aria molto
triste - io da giovane ero molto più
triste di quanto non sia -
Per me quella era la società perfetta
e per fortuna O probabilmente era il fatto che
certe magagne non potevi non sentirle e allora
la trovavi speculare a quella nostra. Io quando
partivo per l'estero odiavo disperatamente l'Italia;
quando tornavo l'amavo appassionatamente. Queste
società mitteleuropee mi davano la forza
per vivere. Per un altro sarebbe stato semplicemente
un momento di relax, un momento di aria pura
(io non riuscivo a scopare in quel periodo neanche
là, non riuscivo a trovare donne che
me la dessero e probabilmente rifiutavo il tipo
di donna che la dava, e il tipo di donna che
la dava se poi ci provavo rifiutava me) ma per
me il problema era che in una società
come quella tu sentivi di avere dei diritti.
Non esiste una società tanto anarchica
come l'Italia. Tanto profondamente priva di
socialità. Là se tu osservavi
delle elementari norme, tipo attraversare sulle
strisce pedonali, pagare il biglietto del treno,
non gettare cartacce per la strada, ti senti
protetto. Tutto ti è aperto. Un utero
aperto, in cui rifugiarti. Magari un po' triste,
ma caldo. Certo non se sei un sottouomo di italiano
che va lì per sbarcare il lunario ma
ero un ragazzo di buona famiglia
Io
per qualche anno quindi vissi una sorta di Doppia
vita, e passavo l'inverno annoiandomi, e l'estate
facevo una vita di globe trotter, e andavo in
giro con una quantità inverosimilmente
piccola di soldi, con la tenda ecc. Ma per tornare
allo sgomento del nostRo là a Rotterdam
lei mi spiegò la storia del nostro amore.
Dunque
c'eravamo dati appuntamento al campeggio, lei
era arrivata prima, e doveva tenere sulla tenda
una bandierina. di non so che cosa. Io girai
per il campeggio e non vidi nessuna bandierina.
Lei poi mi spiegò che l'aveva tolta perché
c'era vento. C'era un tenda isolata e io ci
passai davanti e lei si alzò. era bellissima.
Io montai la mia tenda vicino alla sua e passammo
circa una diecina di giorni e mangiavamo bouillon
loro lo vendevano questo brodo caldo e c'era
un tedesco che era vestito come un esistenzialista
francese e aveva i sandali ed era biondo e aveva
gli occhi cisposi. Noi passeggiavamo lungo il
canale. Qualche mese prima a Berlino lei aveva
ballato; me la ricordo faceva parte di un corpo
di ballo ballavano balli tedeschi e battevano
due volte il piede sopra la terra. Mi ricordo
la dolcezza quando la misero a un tavolo vicino
a me. Facevamo passeggiate per Berlino in quattro.
Mi raccontò che si era innamorata di
me a prima vista, ad Holzheim, anche senza avermi
parlato, perché avevo l'aria triste e
stavo appoggiato a una porta con l'aria e lei
si era innamorata e ne aveva parlato alla figlia
del borgomastro lei era dovuta partire ed era
tornata a casa perché le cominciava la
scuola l'high-school e si era messa a studiare
l'italiano con una signora e aveva intenzione
di venirmi a trovare l'estate dopo a Roma aveva
il mio indirizzo e non ci saremmo incontrati,
questo è certo, perché l'estate
a roma io non c'ero mai e a pasqua a Berlino
ci vedemmo e lei rimase a bocca aperta adesso
mi ricordo che aveva un'espressione atterrita.
E allora si misero d'accordo adesso lo peschiamo
me la trovavo sempre vicina infatti allora non
sapevo perché e se io non le avessi detto
che l'amavo e non avrei accettato di rivederla
lei non mi avrebbe detto che mi amava so much.
Da allora credo fermamente nei miracoli. Ed
era questo amore totale darsi completamente
aveva 17 anni io ne avevo 19 andavamo a casa
sua la sera e rimanevamo fino a tardi poi a
una cert'ora veniva il padre e poi la madre
e mi dicevano Buonanotte ogni tanto entrava
la sorella e per entrare faceva un fracasso
terribile con la maniglia chiaro per avvertirci
e poi andammo in un bosco che sembrava un bosco
molto romantico della foresta nera era un bosco
tedesco a dimensioni colossali mi diceva che
estate venivano facevano le merende. E lei aveva
due maiali e una mucca suo padre faceva il ferroviere
andammo a fare delle gite a Den Haag una volta
passò una carrozza d'oro forse era la
regina d'Olanda e c'erano delle dune che si
traversavano e dopo c'era il mare, e la sera
andavamo in qualche bar e ci tenevamo per mano
e quel mare era immenso, ringhiante, con dei
cavalloni e ci facevano il bagno tutti come
bambini un mare grigio E il periodo che io stavo
solo a Marburg i giorni che l'aspettavo giravo
tutto solo in questa città come un racconto
delle fiabe era una città medievale tedesca
intatta con un fiume che passava in mezzo e
io facevo lunghe passeggiate io conosco quella
zona come le mie tasche quei paesi sono ero
di casa ormai conoscevo tutto l'ambiente e andammo
a Bruxelles c'era l'Espo e un bambino nudo che
pisciava c'era una confusione terribile c'era
una ragazza di Bruxelles che voleva venire a
letto con me ma io figuriamoci e c'era anche
lì un'enorme foresta ma una vera una
vera foresta tutto intorno a Bruxelles fatta
in autostop una volta e c'era un signore che
mi chiese se volevo fare la veloce o l'agradable
way e ovviamente l'agradable e c'era questa
foresta
E
in quel periodo immaginavo di vivere in un romanzo
di Stendhal. C'era questo amore enorme, di portata
transcontinentale tipo Constellation o aereo
di bombardamento.
Tutto
cominciò ad andar male fin dall'inizio.
Io
e lei eravamo tipi parlavamo molto poco entrambi
una volta nel prato del campeggio chiesi dei
cerini a un signore per fumare e lui mi disse
di tenermeli e c'era questa barriera della lingua
il suo poco italiano il mio poco inglese pochissimo
tedesco e questa era una barriera molto seria
adesso ha cominciato a piovere. E' una sensazione
dolcissima questa del piovere ha cominciato
con un tuono lento musicale e poi cade l'acqua
e si sente tutto odore di terra bagnata e cade
dolcemente la pioggia come miele. Lei era un
tipo dolce non so se capite quello che voglio
dire ma dentro aveva una durezza terribile il
suo era uno stare ad attendere vedere come ti
comportavi nel modo che lei si aspettava e credeva
che ci si dovesse aspettare con una grande fiducia
iniziale ma non che si trattasse di una cambiale
in bianco in genere sembrava così, indifesa,
ma si sapeva difendere benissimo era una società
Commerciale che ti mette davanti alle norme
internazionali e ti dice: hai sbagliato era
il suo modo di attendersi la fiducia del prossimo
lavorare duramente sperando che ti diano qualcosa
in cambio.
18.
All'inizio
c'era una fiducia immensa e soltanto adesso
io mi rendo conto che il mio era un amore a
senso unico, non pensavo minimamente a quello
che poteva pensare lei, e che cosa si attendesse.
Io ero un universo in toto. Dilapidai il capitale
di fiducia che mi aveva affidato in pochi mesi,
con una dispendiosità così pazzesca
non riesco mai a trovare la zeta mi sbaglio
sempre. Neanche Creso avrebbe potuto essere
così dispendioso; qua non si trattava
di avere le mani bucate, si trattava di bruciare
i biglietti da mille dollari e poi di buttare
i pezzettini dalla finestra della stanza d'albergo.
Forse avevo tanto bisogno di essere amato che
non volevo essere amato, ma queste sono cose
che interessano il mio psicanalista. Nel rapporto
Dare-Avere ero così esoso, che sarei
fallito immediatamente, perché mi avrebbero
estromesso dalla piazza non come disonesto,
ma come agente provocatore di una potenza Straniera,
come anarchico e sabotatore e nemico della proprietà
privata venuto a dissolvere e distorcere le
leggi dell'economia e del consorzio umano. Per
fare questo essere o ricchissimo o poverissimo.
Io ero poverissimo. Avevo un atteggiamento così
rissoso e turbolento e introverso pur senza
mai attaccare briga ma mordevo sistematicamente
la mano che mi veniva tesa. I miei amici i pochi
che avevo in quel periodo mi sopportavano per
affetto come tipo particolarmente originale,
un mio amico la prima volta che mi vide pensò
che io ero zoppo perché avevo una scarpa
rotta e camminavo zoppicando. Ero Unico, non
volevo essere amato, la mia era una specie di
quello che si dice "muta protesta",
ma in realtà ero in broncio con il mondo
intero e naturalmente ne soffrivo. E pare che
passassi per un tipo molto altero, e che si
desse un sacco di arie io questo non lo ricordo
per il semplice fatto che ero talmente sistematicamente
immesso Lei mi amava proprio per questo qua
e diceva della mia faccia imbronciata questa
è la tua espressione tipica e certamente
lei cercava un tipo nobile, e d'altra parte
c'era poco da scegliere con i tipi che le stavano
intorno quindi questo amore struggente fatto
di non parole come camminare in un sogno tutti
e due. E ora naturalmente mi rendo conto che
io posso fare solamente delle supposizioni perché
non è abbia mai veramente capito chicazzoera
e checosacazzovolevadame, probabilmente era
un incontro tra due diversi ma un incontro frustrato
e poi non so a dir la verità quanto lei
fosse diversa o semplicemente aristocratica
e a questo punto bisognerebbe stabilire che
differenza c'è tra diverso e aristocratico
o magari a quei tempi Comunque io non rimasi
a lungo il suo bel principe azzurro la prima
volta che vide il mio cazzo si mise una paura
terribile ma io naturalmente e qua almeno una
sega ci deve scappare e alla fine ovvio ci scappò
lei era un tipo minuto e dolce e in fondo abbastanza
con una gran voglia di studiare e di evadere
dal mondo in cui viveva il mondo provinciale
e forse anche lei voleva fare un salto storico
ma questo non lo so e ormai non è più
possibile saperlo e lei si sottomise tutta dopo
quella sega naturalmente mi chiamava il tiranno
di siracusa naturalmente scriveva lettere caro
tiranno ed io cominciai a odiarla e a vivere
in questo amore fatto d'odio cosa che forse
ho continuato a ripetere per sempre la trattavo
male mi rifiutavo di vederla e lei scherzava
ora mi rendo conto che era un tipo formidabile
io le ridevo in faccia pensando continuamente
a lei una volta feci tutta la strada a piedi
per vederla da Marburg al suo paese ma ormai
erano gli ultimi tempi poi cominciarono a non
venirle più le sue cose anche se non
l'avevamo fatto nel senso e una paura terribile
e l'inizio del distacco e il periodo più
incasinato folle vedersi di rado e poi partii
naturalmente a roma il mio amore per lei era
salito alle stelle e già accarezzavo
la voglia di sposarla immaginandola in un vuoto
roseo dimenticati tutti i casini e mentre navigavo
in una piacevole incertezza mi arrivò
la sua lettera una letterina secca secca scritta
in inglese da cui traspariva un casino interno
ma senza spiragli era proprio la classica lettera
di licenziamento.
19.
Il
problema era la paura, io credo di essermi messo
con lei per paura, la paura di star solo, di
non avere un punto d'appoggio in cui stare e
forse anche di essere diverso, di non essere
come gli altri, ecc.
CONTINUAZIONE DELLA MIA VITA
20.
Il
resto del tempo era un liquido oleoso e il liquido
nutritivo o meglio forse il liquido sterile
in cui navigavano questi viaggi e del resto
forse per questo non me ne ricordo niente. Stetti
tre giorni senza mangiare piansi tra le braccia
di mia madre. Stetti molto male. Un mio amico
che frequentavo in quei tempi mi chiamava Carlo
Bordini Vedovo infatti mi lamentavo sempre e
ci stetti male per due o tre anni durante i
quali stavo cupo andavo al cinema e mi masturbavo
e passavo il tempo studiando a dir la verità
sempre meno e un giorno non mi ricordo se era
il giorno dell'esame o il giorno prima andai
con un mio amico a fontana di trevi e con lo
statino feci una barchetta di carta e la mandai
a navigare sulla fontana e senza lavorare nessuna
voglia di lavorare girare tutto il giorno e
una strana forma di mutismo litigate con mio
padre. Le scrissi a lei non mi ricordo cosa
accettavo la rottura non avevo la forza di lottare.
e a dir la verità io mi ricordai di lei
per moltissimi anni e lei fu lo sfondo dei miei
pensieri per un numero così grande e
mi ricordavo di come lei mi avesse sciolto tutto
e per la prima volta e di come le fossi debitore
della vita. Poi mi misi a studiare tedesco.
Mi faceva compagnia studiare tedesco e mi sembrava
di tornare con lei e piano piano si venne maturando
in me l'idea di andare a studiare letteratura
a Monaco di Baviera dove si diceva che ci fosse
un'università famosissima per il resto
non mi interessava niente frequentavo un circolo
del cinema dove facevo una certa attività
ed eravamo un gruppo di amici e in inverno decisi
di concretare il mio problema e andare a fare
un viaggio a Monaco.
Ogni
tanto provavo con una ragazza o ne rimorchiavo
una anzi cominciai un po' a rimorchiare ma certo
doveva esserci in me qualcosa. Dopo un po' mi
lasciavano. A volte perché avevo detto
una parolaccia o perché non ero tipo
da farsi sposare ma naturalmente c'era dietro
qualcosa di più malinconico. e pian piano
diventò Fu un periodo malinconico, color
grigio perla, tutto appariva ovattato e sfumato.
I traumi degli anni precedenti erano finiti
e al loro posto era subentrata una condizione
estenuata da convalescente. La vita era un cuscino
e io mi avvoltolavo in questo cuscino ed ero
ancora abbastanza giovane per avere l'alibi
dell'università.
In
mezzo a questo cuscino color grigio perla e
a questa camera funeraria con tanto di cordoni
e nappi funebri andare all'università
con la cravatta, svegliarsi e scrivere un racconto
dopo un sogno, fare lunghe passeggiate senza
parlare con nessuno e gli amici di via catania
e l'amicizia con qualcuno del circolo del cinema
e mi giudicavano un tipo un po' strano e infervorarsi
in lunghe discussioni di quelle che fanno gli
amici senza far niente. E mi comprai anche un
cappello. E mentre la situazione andava lentamente
marcendo andai a monaco
21.
A
Monaco mi dissero che ci si poteva iscrivere
per un anno ma iscriversi per avere una laurea
non si poteva ed era un'università molto
difficile conobbi subito della gente andai a
ballare rimorchiai due ragazze una carina una
brutta uscii il giorno dopo con quella carina
poi presi il treno andai a Giessen e arrivai
la sera e passeggiai a lungo sotto la sua scuola
che ormai era deserta andai a vedere un film
con Brigitte Bardot andai in albergo mi feci
portare una limonata e uscii e girai ancora
e l'indomani mattina
22.
lei
arrivò puntuale io la bloccai penso che
dovessi essere come pazzo certo è che
in quel periodo la pensavo sempre e immaginavo
che lei mi scrivesse o venisse o telefonasse
e mi sentivo tutto avvolto in quella cosa carezzevole
che era pensare a lei a una bella ragazza bionda
che mi amasse e come lei mi aveva sciolto tutto
e per la prima volta oppure stavo nella disperazione
più nera e piangevo e non avevo voglia
di far niente Lei rimase meravigliata credo
che avesse paura mi dette appuntamento per l'uscita
della scuola passeggiammo nei luoghi remoti
della città le chiesi perdono le dissi
che l'amavo, le dissi che volevo lavorare lì
disse che non mi amava non sentiva niente le
proposi di tagliarmi un dito per dimostrare
che ero pentito lo volevo proprio ci avevo pensato
quella notte che lo avrei potuto tagliare e
vivere vicino a lei lei disse no non servirebbe
mi ricordo quando eravamo stati negli stessi
bar ristoranti i camerieri dicevano come siete
belli lui bruno lei bionda
23.
E
tornato a Roma cominciai seriamente a pensare
di essere un diverso. Ormai la situazione si
stava incancrenendo. non era solo questo amore
che incancreniva ed era diventato come un dolore
cronico con sussulti acuti ma anche il fallimento
dell'operazione Monaco (che in realtà
avevo tentato in modo velleitario e senza energia
perché se avessi deciso seriamente di
trasferirmi in Germania o comunque all'estero
ci sarei riuscito e comunque in qualche modo
l'evasione sarebbe stata un esperienza) e il
fatto che non riuscivo a inserirmi da nessuna
parte, mi faceva orrore l'idea di lavorare,
odiavo lo studio, ero in pessimi rapporti con
mio padre e avevo una specie di paura di fare
qualsiasi cosa. E cominciai ad attaccarmi abbastanza
morbosamente ad idee asociali, alla sensazione
di essere diverso, a leggere psicanalisi, ad
avvoltolarmi nella mia pazzia e a scrivere strane
commedie sui pazzi.
Scena.
Un giardino bagnato di pioggia sotto un cielo
nuvoloso. Le panchine gialle sono seminascoste.
Voce
di donna (parla con tono melodioso e chiaro):
Io ho paura quando una persona mi guarda negli
occhi con calore umano e mi pone una mano sulla
spalla; ormai non amo più l'atmosfera
giuliva ed eccitata delle feste. ho paura degli
occhi di mio padre (entra lei vestita all'antica,
con un ombrellino da sole, e si mette a passeggiare)
che si posano sui miei calmi, e amici. tutto
ciò che è bello mi gela il cuore
come una speranza nata morta. Mi piace vivere
senza amare nulla, senza sognare nulla, e senza
sognare più
(entra
lui)
(stanno
vicini, aggrappati a un albero)
ho
paura ormai quando una persona mi guarda con
affetto e quando mio padre mi mette le mani
sulle spalle provo un senso di freddo e di vuoto.
quando le amiche vengono a trovarmi le loro
voci gioiose me le fanno odiare. voglio vivere
senza amare e senza odiare, e senza mai sperare
(entra) L'albero del mio giardino ha messo i
primi fiori. Oh, tagliate quei fiori!
...ecc.
uno
scienziato vecchio, curvo, vive da molti anni
in un solitario osservatorio in cima a una montagna,
insieme alla ancora piacente moglie e a un giovane
assistente. Alla fine lo scienziato è
giunto ad importanti conclusioni scientifiche:
farà una conferenza nella vicina città
(talvolta già nominata). Si reca insieme
alla moglie alla conferenza, ma in essa non
riesce a dire una parola. Dopo questa penosa
scena la moglie, che lo ama, cerca di consolarlo
dicendogli che scriverà un libro, che
lei gli sarà vicina, e che perciò
non si deve scoraggiare. Ma lui (questa scena
si svolge nella città della conferenza)
dichiara di non aver ancora finito i suoi calcoli,
e che ha bisogno di tranquillità per
il suo lavoro. Si andrà perciò
a ritirare in una casetta isolata per continuare
i suoi calcoli: è chiaro che non tornerà
più.
in
un manicomio, un pazzo e una pazza si amano.
Le scene si svolgono nel cortile del manicomio,
durante le ore di passeggiata. I pazzi formano
una specie di coro ai loro colloqui, e cantano
canzoni simboliche insegnate loro dagli infermieri.
A un certo punto i due pazzi, che vivono in
una loro società avendo rapporti di urto
coi membri di codesta società e sviluppando
tutto un loro mondo interiore (essi fanno spesso
sogni su ciò che deve essere il mondo
di fuori)
24.
ULTERIORE CONTINUAZIONE DELLA
MIA VITA
25.
Ora
mi ricordo che io avevo fatto una specie di
sogno ad occhi aperti: dopo il primo viaggio
in Germania avevo progettato di fare un nuovo
viaggio l'anno dopo (non mi veniva assolutamente
l'idea di evadere stabilmente) e uccidermi al
ritorno, perché così sarei morto
vincitore, avrei perpetuato per sempre nella
mia morte il ricordo e la situazione che avevo
vissuta prima del ritorno alla realtà.
successivamente c'era un altro sogno: quando
immaginavo di andare a Monaco e quindi di impiantare
la mia vita in un altro paese mi immaginavo
calvo, randagio, straniero e di mezza età
(sui trent'anni). Nel viaggio in svezia che
feci nell'estate successiva io non speravo niente.
Era fatto per forza d'inerzia, una specie di
divertimento. Vendetti la macchina fotografica
per fare i soldi per andarci (credo che con
i miei per i soldi stessi abbastanza ai ferri
corti) e partii, senza sapere quanto importante
sarebbe stato per me quel viaggio.
26.
era
un viaggio nel treno naturalmente pieno di italiani
che andavano e c'era una foia terribile c'erano
due ragazze danesi tutti le guardavano e quando
una si mise a dormire stesa sulla pancia uno
sentenziò quella gli piace prenderlo
nel culo c'erano tipi di tutti i tipi di tutte
le razze stronzi e non stronzi e medi e anche
tipi piuttosto simpatici giovani che andavano
ci fermammo a copenhagen e rimorchiammo due
ragazze una mi insegnò il trucco di mettere
il sale nella birra
c'era
una specie di ostello che stava su una nave
la sera si ritornava alle nove c'era un italiano
alloggiava lì gli domandammo ma il fatto
di rientrare alle nove eh dice lui io sono stato
in un campo di concentramento
27.
per
la strada incontrai un tipo che conoscevo era
di venezia padova cose del genere decidemmo
di fare l'autostop insieme ci mettemmo cinque
giorni a fare quattrocento chilometri un pomeriggio
sul tardi ci avevano scaricato in una curva
in mezzo ai boschi ci rassegnavamo a passare
la notte nei boschi l'amico parla con una ragazza
e ci portò in uno chalet sul lago c'era
un'altra amica con lei passammo la serata insieme
una delle due era una poliomielitica era una
bella ragazza solo che camminava con le gambe
piegate andammo in un posto vicino a ballare
l'indomani mattina lei la poliomielitica aveva
da risolvere un problema di geometria compiti
per le vacanze un triangolo difficile era una
bella ragazza solo che camminava con le gambe
piegate aveva l'aria triste ci chiese di mandarle
una cartolina dall'Italia come se fosse una
cosa molto importante e a pranzo preparammo
la pastasciutta con aria solenne poi decidemmo
di separarci perché era l'unico modo
trovai una macchina con tutta una famiglia la
sera arrivai
28.
una
di quelle sere precoci mi sedetti su una panchina
e meditai il suicidio. Poi scrissi ai miei una
lettera abbastanza ricattatoria, in cui dicevo
che sarei tornato solo se mi avessero dato i
soldi per lo psicanalista. Volevo andare dallo
psicanalista. Volevo curarmi. Volevo guarire.
Se lo psicanalista non funzionava, Mi sarei
suicidato erano sere che si vedevano tipi ben
vestiti che si sedevano su una panchina e guardavano
il vuoto
Per
fortuna arrivò subito la risposta dei
miei. sì, certo, lo psicanalista, torna.
Partii immediatamente per Roma
e
mio padre si alzava sempre tardi, e qualche
volta anche mia madre, e stavano lì,
sul letto grande che sembrava grandissimo, con
le ginocchia rialzate che facevano una montagna
sotto il cuscino, e io domandavo a mio padre
cosa fai? Penso. Quei momenti rassicuranti poi
si faceva colazione, e la casa era grande, col
giardino. Da bambini avevamo una capra e dei
piccioni
29.
Io
sognavo, e ho avuto un'infanzia felice, ma me
l'ero costruita da solo, sognando appunto, e
il problema è che continuai a sognare.
Passavo il tempo sognando e ragionando. Come
dice Shakespeare, il fatto che lui mette il
sogno dappertutto, ma il mio non era il dubbio
che la realtà fosse un sogno o che il
sogno fosse realtà, per me il sogno era
sogno e la realtà non esisteva. E' come
l'oppio, io fui drogato fin da quando ero piccolissimo,
e sognavo la bicicletta, sognavo di affogare,
sognavo che mio padre e mia madre erano Giuseppe
e Maria e mi torturavano in paradiso, sognavo
Irmgard. La realtà era soltanto una specie
di corridoio per entrare nella stanza. Tu lo
devi attraversare, ma non conta, e se dovevo
soggiornarci un poco, anche il corridoio diventava
una stanza e immediatamente lo trasferivo, lo
adornavo, e immediatamente non c'era più.
Ogni pezzo di realtà lo trasformavo in
un sogno, che poi diventava la scatola in cui
c'era il sogno-sogno, e poi veniva il sogno-sogno-sogno,
che era il sogno vero la mia vita era passare
quietamente per il corridoio per entrare nella
stanza. La mia vita era così. In pigiama,
coi tranquillanti, per non sentire il rumore
degli autobus Sempre, diciamo, in tenuta da
sogno, senza nessuna utilità, tranne
quella che potrebbe dire di addetto ai sogni.
Io
volevo diventare verde. Era come se un'ala della
stazione fosse crollata. Il mio psicanalista
era un po' brutto, molto buono; e non credeva
di essere un genio. era abbastanza taciturno.
io
avevo bisogno proprio di questo. del resto,
l'amore si basa sempre su un equivoco. il suo
amore che tendeva ad armonizzarmi (ma esiste
un'armonia se non nei concetti, o nella musica?)
era abbastanza forte per rafforzarmi. lo usai.
Tutti coloro che sono amati usano. lo devo ringraziare
per averlo fatto con tanto affetto e tanta tenacia.
quello che presi mi permise di uscire dal mio
isolamento. Avevo la sensazione di essere ascoltato,
e anche la sensazione di essere importante.
inoltre lo devo ringraziare anche per altre
ragioni: per essere sempre stato abbastanza
antipatico, in modo che io non mi attaccai a
lui, e mi staccai da lui, poi, senza nessuna
difficoltà. inoltre, per non aver tentato
di plagiarmi, per essere stato incapace di modificarmi;
e, infine, per avermi dato la sensazione che
vi.
30.
quello
che cercò di fare lo psicanalista non
fu eliminare il sogno, ma almeno abbassare la
soglia del sogno (o alzare, non so come si dice).
Non credo che ci sia riuscito, ma almeno permise
alle mie debolezze di basarsi su qualcosa di
più solido.
31.
Naturalmente
cercò di riaggiustarmi. Stava seduto
dietro di me, perché usava ancora il
lettino (era uno psica classico) e mi faceva
dire tutto quello che mi veniva in mente. Sussurrava,
dolcemente, lei non è più un bambino,
lei non è più un bambino. Mi analizzava
i sogni, e quella, a dir la verità, era
la parte più interessante della terapia.
La prima cosa che mi impose, come condizione
irrinunciabile perché accettasse di iniziare
la terapia (e fu l'unica cosa che mi impose),
fu che io mi iscrivessi a lettere. E che facessi
esami. Naturalmente io non mi iscrissi veramente
a lettere, mi iscrissi a Lingue e poi cambiai,
tanto per non smentirmi. Il mio libretto universitario
era talmente costellato di annotazioni che sembrava
un passaporto.
Io
in realtà non studiavo molto, andavo
sempre in giro con la barba lunga, trasandato,
ma qualcosa in me cominciava a trasformarsi.
Nella mia passività di torturato, cominciavo
a diventare traslucido, ed ero estremamente
consapevole. Era come se nel cielo ci fossero
nuvole basse, grigie, che mi davano una sensazione
di tranquillità: Era un cielo di bromuro.
Parlavo con gli altri, anche se magari in modo
un po' strano, sarcastico, o con aria sorniona,
da figlio. scappare era un sogno, o, forse,
un vecchio gioco. meglio sarebbe stato vivere
negli interstizi, come una ciste... si stavano
sviluppando in me quelli che poi sarebbero stati
miei caratteristici entusiasmi, folate d'entusiasmo;
e nello stesso tempo mantenevo un lato di me,
uno dei miei profili, riserbato e chiuso. A
volte si formava in me una quieta determinazione.
Io ero stato, in realtà, un topo morto.
E lui mi trasformò, come si vedrà
poi, in un enorme panino con le ruote.
Ero
diventato relativamente curioso, per una persona
che fino allora non si era interessata niente.
Conoscevo un americano negro di Panama, si chiamava
Frank Yones, e andavamo insieme alle feste.
Lui era un bel ragazzo bellissimo e aveva un
sacco di donne intorno, e leccavano per terra
per poter andare con lui. Poi conobbi anche
un poeta venezuelano, un tipo che aveva fatto
l'esilio perché al suo paese c'era un
dittatore e poi avevano fatto una rivoluzione,
era stato in esilio a Parigi dove andava con
una ragazza che leggeva la giumenta verde e
intanto gli accarezzava il pisello. E lui me
lo raccontava sempre. Eravamo molto amici amicissimi,
e lui aveva un nome sonoro e altisonante si
chiamava Juan Salazar Meneses e io lo chiamavo
giovannino, insieme cominciammo a frequentare
timidamente certi salotti letterari e andavamo
a donne insieme. Una volta all'università
rimorchiammo insieme due ragazze, la mia era
una bona bonissima che tutti me l'invidiavano,
mi lasciò presto perché avevo
detto una parolaccia a uno che passava e l'aveva
infastidita ma la ragione era un'altra, era
che era più grande di me e prima o poi
si doveva sistemare, e questo fatto delle ragazze
più grandi di me continuò ad accadermi
a lungo, specie in quel periodo, e trovavo sempre
delle ragazze che per una ragione o per l'altra
non si erano ancora sposate, e intanto ingannavano
il tempo con me. Con l'altra lui faceva lunghe
passeggiate, una volta andarono al cimitero
e passò un tipo e disse: "Ma non
avete rispetto neanche dei-morti?", e lui
me lo raccontava e rideva. E la ragazza gli
diceva mi porti in Venezuela con te? E lui rispondeva
Sì, in una valigia. Io cominciavo ad
accettare la realtà o almeno ad adattarmici,
era come nuotare in una chiara d'uovo, nuotare
a mezzo braccetto, con la testa reclinata da
una parte, era finita, se si può dire,
la mia tardiva adolescenza. Cominciavo anche
a trovare degli amici, disadattati come me.
Ormai non pensavo più ad andarmene. E
me ne ricordo di persone che non mi vedevano
da un po' e mi dicevano: come sei cambiato!
Ma sei sempre la stessa persona??!! e c'era
qualcosa che stava cambiando gli italiani non
erano abituati E una volta un incidente d'auto
quello che oggi si chiamerebbe un tamponamento
il Tipo uscì dalla macchina correndo
poi ritornò e si mise a urlare Maria!!
Maria!! e c'erano i ragazzacci noi abitavamo
in una casa che allora era isolata e loro passavano
laceri e mi dicevano attenti ai ragazzacci e
io li odiavo e ne avevo anche paura tutto questo
poi non c'erano più i ragazzacci di subito
dopo la Grande Pazzia c'erano questi corpulenti
che gridavano.
(I
- continua)