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 Poema narrante
  di Carlo Bordini
Natura morta con paesaggio notturno I, pitture a olio su tela sintetica, cm.120x150 Io volevo essere libero; ma non sapevo cos'era la libertà; ne avevo una visione estremamente vaga. Ed ecco, il punto fondamentale è questo: per me la libertà era una fuga.

PREFAZIONE

         Negli anni Settanta mi misi a scrivere un romanzo, anzi, una specie di autobiografia. Volevo capire perché avevo fatto certe cose. Ci lavorai parecchio, ma alla fine abbandonai il lavoro: non riuscivo a finirlo, non mi convinceva. Non piaceva a quelli che lo leggevano, e non piaceva neanche a me, anzi, potenzialmente mi piaceva moltissimo, ma non riuscivo a dire certe cose. O forse non sapevo bene che cosa volevo dire o che cosa dovevo dire...
         Comunque, non lo finii, e lo dimenticai.
         Ultimamente l'ho rivisto, come per caso, perché volevo vedere se c'era qualcosa che potevo recuperare, e mi sono accorto che il settanta per cento di questo libro era da buttare, perché era gravemente inficiato di ideologismo e di un senso mitico della vita che mi ero voluto cucire addosso, e che il trenta per cento diceva la verità (mi piaceva ancora). Ho cercato di fare un libro di questo trenta per cento.
         Questo mi ha posto una serie di problemi di struttura. Problemi che consistono grosso modo in questo: aver selezionato soltanto il trenta per cento significa che nel corso della narrazione (che va, più o meno, dal '57 al '75 del secolo scorso) ci sono degli enormi buchi. Ho cercato di risolvere questi problemi rinunciando a una continuità narrativa (non potevo fare altro, d'altronde) e facendo consistere la narrazione in una serie di episodi (o di momenti). Ho dato loro un titolo, per isolarli e privilegiarne l'isolamento. Naturalmente loro si rincorrono l'un l'altro.
         Non ho voluto, però, mettere questi momenti in ordine cronologico. Li ho messi in un ordine diverso. Mi sembrava che metterli in ordine cronologico significasse dare loro un ordine artificiale, che non avevano. Probabilmente per il fatto che la storia non ha nessuno sviluppo. Chi volesse leggere questi episodi in ordine cronologico, o comunque avere una base temporale o cronologica per collegarli, tenga conto che l'ordine cronologico è il seguente:
         "infanzia";
         "l'inizio della mia vita";
         "continuazione della mia vita";
         "ulteriore continuazione della mia vita";
         "la nave abbandonata" (di questa sezione fa anche parte "torino");
         "il reduce" e "corollario";
         "piazza vittorio", "essere invisibile" e "antidoto ad essere invisibile";
         "frammento di una storia";
         "prima che partissimo tutti e due per l'estate".
Invece, "cartoline", "stati" e "solaio" sono sezioni che raccolgono frammenti di differenti periodi.
         Devo aggiungere inoltre che proprio per sottolineare l'autonomia dei singoli brani e il loro carattere spesso frammentario, li ho numerati. La numerazione è però divenuta ben presto intermittente ed è divenuta anche mezzo di ritmo (a volte assurdo) e di estraneazione, a volte tesa a drammatizzare, a volte a ironizzare, a volte a dare un ritmo ossessivo, come un accompagnamento coi bassi.
         Devo anche dire che questo scartafaccio l'ho utilizzato per scrivere altre cose, come si smonta un rudere per costruire altri edifici, per cui in altri miei libri di narrativa (a proposito, non ancora pubblicati, ma forse lo saranno) ci sono pezzi che provengono da questo romanzo e che ho voluto lasciare là, e solo in rari casi sarà possibile trovare dei doppioni qui e altrove.
         Devo aggiungere che quando l'ho scritto avevo l'idea ingenua che, quando lo avessi finito, avrei improvvisamente capito chi ero. Recentemente, leggendolo, ho capito chi sono - chi ero.

C.B.

         PS.: Mi sono dimenticato di aggiungere il perché del titolo. Mi sono accorto che l'insieme di episodi che avevo selezionati, pur se mettono insieme, a modo loro, una ragnatela narrativa, non sono in alcun modo riconducibili a uno schema di "romanzo". Troppa libertà. E allora ho pensato al titolo Poema narrante, in quanto del poema questo testo ha la libertà e l'arbitrarietà, la distanza da qualsiasi schema, e, spesso, anche, un linguaggio immaginifico che, pur essendo in prosa, è abbastanza vicino (anche per il periodo in cui è stato scritto) a quello della poesia.
P.P.S.: La scrittura di Poema narrante è indubbiamente strampalata, molto più di altri miei scritti in prosa, come ad esempio il Manuale di autodistruzione. In quello che adesso è "poema narrante" volevo esprimere con l'irregolarità della scrittura (maiuscole e minuscole mescolate, etc) uno stato di estraneità o di confusione mentale tipico dell'epoca; e al di là delle mitizzazioni, di quel 70% o meno che ho dovuto eliminare, c'era il senso di questa estraneità dalla società, e il senso di abbandonarsi a questa estraneità (penso ai grandi esempi della poesia beat e, ancora di più, di Henry Miller). Comunque, o quindi, in quello che adesso è il "poema narrante" le irregolarità diventavano uno strumento di espressione, una specie di tecnica espressiva, come può essere il verso libero.

***

         1.
         (Io non immaginavo di entrare in questo luogo allegramente mortuario, in questa selva di epigrafi. E d'altronde, la morte nascondeva le sue ferite... Certo, certo. Era come tornare in un vecchio castello abbandonato, camminare nel sole senza accorgersi dei cadaveri... o meglio... Naturalmente... camminare in mezzo ai cespugli... ma io non facevo caso a quello che si nascondeva intorno a me. Era come camminare nel deserto, alla ricerca di cose morte...)

         2.
         In quell'epoca io ero estraneo - non conoscevo le periferie, gli uomini con le chiavi attaccate alla cintola, i bar notturni, e non capivo l'angoscia della gente. Per me la gente esisteva solo in relazione a quello che poteva fare a me. Ci è voluto tutto un lungo processo, culminato con la sensazione di essere fuori, di non credere a niente, per imparare a vedere che la gente esisteva; in quell'epoca dunque io vivevo nella più perfetta solitudine, perché per me gli esseri umani non esistevano.
         In quel periodo cominciai, come tutti, ad aprirmi all'idea di essere un diverso: ma il punto di arrivo tendenziale, quello mai raggiunto, era di una normalità assoluta. Non ho mai conosciuto una generazione tanto conformista come la mia, così pronta ad apprendersi a tutti i miti per mancanza di miti; in quell'epoca i miei miti si fecero domestici.

         Rinascere è anche morire. Io nascondevo a me stesso la mia morte, la mia tremenda morte, e poiché la mia nascita non era ancora avvenuta, io ero fermamente convinto che non avrei potuto morire.


PRIMA PARTE

IL REDUCE

         Vissi un tranquillo ritorno a casa, un periodo di forzata banalità. In realtà ero entrato nella vita spiazzato; come una lente sfocata, o un uomo presbite, non avevo ancora imparato a mettere in fila il vicino e il lontano, il presente e il futuro. Avevo acquistato una mezza durezza; ma essendo mezza, appunto, essa m'impediva sia di essere abbastanza debole per sentirmi escluso, sia di essere abbastanza forte per impormi nella vita. Soprattutto, c'era questa sfalsatura tra lontano e vicino, tra la mano e l'occhio. E per questo, la vita fu subito indeterminata e riflessa, una serie di atti pratici.

         3.
         Il problema di ogni reduce. Lui crede che ha cambiato il mondo facendo la guerra, e invece il mondo è cambiato in pace, nel costume, ecc. Ci sono altri dischi, le ragazze portano altri vestiti.

         Era una cosa strana, il fatto di laurearmi, di tornare dalla mamma dopo un periodo passato vivendo da solo; il fatto di mettermi con una ragazza, di riprendere contatto con i vecchi amici: il problema era dire sì, ma a cosa?

         4.
         Ero sempre come ubriaco, in quel periodo, avevo l'aria smarrita, come un personaggio di Dostoevskij. Era come se avessi davanti un muro di fango.

         (Tra il programma politico e il sogno non c'è mai una demarcazione netta, e allora...)

         5.
         Ero diventato un tipo mite, mi ero strutturato piano piano una nuova personalità, che era quella di un tipo mite. Un bambino buono un po' cresciuto, diciamo. L'idea che davo (e me ne accorgo solo ora, dopo molto tempo, ed era un'immagine di me che pian piano ho finito per odiare) era di un tipo non aggressivo; e inoltre, non sapevo dire di no. Ero talmente mite e cavallo che tutti mi pigliavano per un santone, ma con quell'aggressività nascosta che hanno tutti i santoni, che sono sempre pronti a fagocitarti. - non esiste fenomeno e cosa più violenta della religione - ma un santone che si fosse dimenticato di avere un credo (ed io ero effettivamente così, per tanti anni avevo fatto un santone con una religione dietro) e che andasse per il mondo svagato, come una figura di un quadro di Chagall. E per questo avevo molti amici, e improvvisamente - dopo il lungo periodo di incubazione (incutosione? Introversione? non ho capito una parola) che era stato quel periodo maritale, coatto, innocente mente e straordinariamente casalingo - cominciai improvvisamente ad avere un'enorme quantità di amici. Tutti mi cercavano, ed era questa mia aria di consapevolezza, l'aria di chi ha molto sofferto - la saggezza. E tutto questo mi giustificava - mi Giustificava, e me ne feci la mia identità.

***

         Io non volevo pagare troppo per il mio reinserimento; avevo fatto troppe cose, ero stato in troppi posti, per non pormi finalmente il problema che dovevo prendere qualcosa dalla vita. Ma io non volevo pagare troppo; non ero ansioso di darmi. L'idea che non ero io a salvare il mondo, ma che ero io che dovevo salvarmi nel mondo, mi era venuta d'improvviso, come in un incubo. Rientravo per la porta di servizio, e lo sapevo; sapevo che non potevo esibire le mie medaglie; ma ciò non importava; di fronte a tutto questo io applicavo, tenacemente, una quieta rimozione. Una delle piccole cose che avevo imparato facendo politica, paradossalmente - e non era astuzia politica, ma astuzia di vita, era stata la capacità di lasciarsi trasportare dalla corrente senza riportare troppi danni; e d'altronde, se il mondo era un labirinto, in cui tu non sapevi mai quello che c'era al di là della curva, e se io stesso una volta avevo creduto di sapere tutto quello che andava fatto, e ora non me ne importava niente di sapere o non sapere: l'importante era andare. Primo insegnamento: ridurre gli sforzi al minimo; secondo insegnamento: non preoccuparsi troppo; terzo insegnamento: se c'è un problema che non riesci a risolvere, non fare nulla: il problema si risolverà da solo.

         6.
         Ultimamente, diversi anni dopo, ho capito qualcosa di più sul fatto di essere reduce. Su cosa significhi. Nessuno ti ringrazia per quello che hai fatto. Essere reduce di una rivoluzione fallita, o mai iniziata veramente, e accorgersi di dover rientrare, è un po' come dover passare sotto le forche caudine. Quando sai che ora che rientri gli altri te lo faranno notare, mentre tu adesso sei nella condizione di dover chiedere, Perché una cosa è affrontare una morte eroica, mentre sai che sei parte di un corpo che sta lottando e forse vincendo, ma accorgerti improvvisamente che ora devi cercare di farti accettare - E in definitiva c'è una cosa tranquilla che ti siede in fondo allo stomaco, e quella cosa è il panico. Tu lo tieni sotto controllo, se puoi, oppure non lo tieni sotto controllo, dipende dalle singole esperienze, in fondo la mia era un'esperienza soft, non avevo ammazzato nessuno, avevo una famiglia che mi accoglieva, nessuno mi voleva mettere in galera, quattro amici ce li avevo, e... Non è che non avessi il panico - lo tenevo sotto controllo. Sapevo che ce la stavo facendo, ma... Ero sempre sotto esame. Il panico giace tranquillamente seduto in fondo al tuo stomaco, e tu ce la metti tutta per riacchiappare la vita per la coda (io avevo 32 anni quando lasciai la politica, e mi laureai a 33 anni). Finché tutto va bene se ne sta a sonnecchiare, ma se le cose cominciano a andar male si leva piano piano, come una nebbia, ma molto rapidamente, e sta a mezz'aria, ti dà solo un certo fastidio alla gola. Io con questo libro non voglio vincere il premio Viareggio. Con quel fatto del panico ci devi fare i conti, e può succedere che una persona faccia delle cose che non avrebbe immaginato di fare. Tutto qui. Può capitare e può non capitare. E' anche questione di circostanze. Può darsi che il tuo panico ti dorma dentro tutta la vita, e può darsi di no.

         7.
         volevo stare nella vita come su un treno, dove tu non parli con i passeggeri. Dato che il treno lo devi per forza prendere - devi fare come gli altri. l'evasione e la ribellione. sono falliti. ma io non sono come voi. non sono come voi, capito?

         8.
         Una sorta di esproprio anticipato, diciamo. Una sorta di immobilità possessiva, rapace e nello stesso tempo mansueta.

         9.
         Ero irresistibilmente attratto da tutto ciò che fosse marginale, e precario.

         In tutto quello che facevo c'era sempre seminascosto qualcosa di opportunistico (devo confessarlo, con vergogna), di un opportunismo che ritenesse, gloriosamente, di avere il diritto di essere tale; un opportunismo lento, fangoso. Ero ancora come obliquo, sempre sul punto di restare o andarmene. il rivoluzionario è sempre un povero, è sempre emarginato e vagabondo e pronto a scroccarti un pranzo, a offrirti un sorriso, ha sempre, diciamo, il machiavellismo del vagabondo, e queste erano le povere armi che io mi ritrovavo in quel momento.

         10.
         La dignità che ti dà la politica quando tendi la mano era sparita naturalmente,
         ...

         E' strano che un labirinto, che dovrebbe dare di sé un'idea di vita, possa essere stagnante. In realtà, però, lo era. c'erano infinite possibilità. Era possibile navigare con una barca dal fondo piatto, per una serie di meandri, sotto una fitta vegetazione, e in canali paralleli. [Una palude, piena di vita, in cui però si avvertiva un senso di morte: un caleidoscopio gentile.]

         ***

         11.
         In realtà ero un naufrago volontario, ma con l'idea che una nave bianca, con numerosi boccaporti e cinture di salvataggio, venisse a salvarmi. Era un tremore continuo, io camminavo sui marciapiedi assolati e tremavo dentro, tremavo e mi attaccavo a qualunque cosa mi si parasse davanti. Era questo, probabilmente, il proposito che mi ero fatto, aggrapparsi,

         Il marciapiede era tutta la mia salvezza; esso ti dava la possibilità di camminare, di camminare, di continuare a spostarti, in continuazione, in continuazione... Se fossi sceso nella strada probabilmente non avrei più potuto risalire; ed io pensavo che se mi fossi fermato mi avrebbero ucciso, mi sarebbe improvvisamente scesa su tutto il corpo una lunga cappa nera, e là sarei stato inerme.

         Era la gioia di possedere il mondo, ed io pensavo di possederlo per la prima volta, anche se non avevo niente; ma il semplice fatto di potere andare, e di vederlo, vederlo, ecco, questo era una sorta di dominio del mondo, e quindi, anche di vedere. Vedere, ad esempio, le persiane verdi vivide che c'erano intorno alla casa del mio amico, ed io avrei potuto passare ore nella strada a guardarle. Sapevo che c'erano, che avevo la possibilità di vederle quando volevo, ed era questo l'importante. Ed io camminavo per laghi, passavo intorno ai laghi, e nel cielo c'erano sempre queste nuvole, generalmente nere, ma cangianti, in genere bianche, ed io sapevo che erano bianche ma mi sembravano nere, e questo perché avevo paura. ed io pensavo che per poter pensare avevo bisogno di un marciapiede che mi proteggesse continuamente, che mi permettesse di andare alto, dalla sua altezza abissale di centimetri e centimetri, ma nello stesso tempo che in questo marciapiede io potessi spostarmi, spostarmi continuamente, continuamente, ed era per spostarmi, io sapevo, che io vivevo in quel momento.
         Io pensavo che non fosse spiacevole, perché l'esercizio stesso del camminare mi dava sollievo. Era come una cosa liquida; era come camminare nella carta velina, ed il pericolo era sempre lontano,

         12.
         Volevo rapinare quello che potevo, prendere quello che mi serviva, sapendo però che non facevo parte di quel mondo

         13.
         Dunque, saltiamo questo periodo di alcuni mesi, con tutte quelle persone che io ho ucciso

COROLLARIO

         Io pensavo dagli amici di poter ricevere aiuto, e non solo calore o solidarietà morale, ma tutte quelle cose di cui una persona ha bisogno: contatti umani, ragazze da conoscere, sapere che cosa era successo nel mondo in quel periodo, eventuali possibilità di lavoro e tutte cose del genere. Con una grande ingenuità perché loro erano pazzi e isolati e spostati e perennemente appesi come me, e l'unica cosa che si poteva fare stando insieme con loro era stare appesi insieme, cosa che io più o meno feci, e così si ricostruì il sodalizio che si era interrotto nove anni prima. Non abitavano più in via catania, erano sparsi nel mondo di qua e di là - chi stava al talenti, e chi al tiburtino, ma più o meno ero lo stesso sodalizio, con qualcuno in più e qualcuno in meno - "la corte dei miracoli", come la chiamava Franco. E Franco si era messo a lavorare sempre coltivando le sue velleità intellettuali, e mi diceva poi vedi io ho questa enorme sensibilità questo cupio dissolvi che mi impedisce di cominciare e di fare qualsiasi cosa mi paralizza ehm, e aveva quella sensibilità umana, quel suo modo di attirare la gente che era veramente una cosa terribile vedere quanta gente gli bivaccava addosso, quanta gente andava a cercare aiuto, e lui sereno sorridente; tutta la gente che aveva bisogno di un qualsiasi bagliore di calore umano andava da Franco. E lui si scocciava, ovviamente, ma aveva questa qualità e una grande stima di tutti, e continuava ad essere il tranquillo animatore delle serate, il tipo che diceva: telefoniamo a Franco, ed era sempre lui che decideva quello che bisognava fare. Lavorava come propagandista di medicinali guadagnando quello che allora mi sembrava un sacco di soldi ed era terribilmente scocciato di questo lavoro. Il classico tipo che non avrà mai successo - e all'opposto c'è un tipo completamente diverso, perché per avere successo diceva un mio amico bisogna volerlo, e lui era il tipo che non aveva la forza di volerlo... Poi ci laureammo insieme, e lui si mise a fare il professore, e il gruppo si sciolse, perché piano piano bene o male tutti si determinarono e finì la pappa gelatinosa che era restata fino alla soglia dei quarant'anni - uno si mise a far politica da una parte, uno dall'altra, uno con una donna, uno senza, e tutto cominciò a prendere i suoi mai troppo rigidi contorni, contorni che potevano saltare all'aria da un momento all'altro. L'eterna infanzia si era semplicemente fissata in un gioco più lungo, ma soggetto a rompersi in qualsiasi momento, e la provvisorietà aleggiava ancora sulla testa di tutti come la vera dea Bendata.
         Ma per finire con questo trip io cominciai a frequentarli e un paio d'anni prima avevo incontrato Franco a Trastevere ed ero stato a lungo indeciso se salutarlo o no poi mi decisi e passammo insieme una mezza giornata, io ero stato indeciso perché dicevo a che cosa mi può servire Non fa politica Ma quell'incontro fu importante perché gettò le basi per riprendere i rap. Poi pian piano la cosa si smosciò diciamo dopo qualche anno e io credo di aver preso per la coda quegli anni quel periodo di eterno vagabondaggio

         I pescatori di palude muoiono sempre in tenera età, sopraffatti dalla nausea. Io potevo morire per avvelenamento, per digiuno, per nausea, per eccesso di felicità, per non aver potuto capire che cos'è la felicità, Avendo rifiutato la morte per inedia; potevo sopravvivere navigando nella più completa indifferenza. Potevo morire per smembramento interno, o per solitudine interiore

***

         15.
         Una sera i primi tempi che me n'ero andato dal Part Franco mi fa perché non andiamo stasera a casa di remo c'è una cena e io che mi era preso sempre questa idea dire sempre sì dissi sì andiamo andammo il periodo si facevano sempre cene e cene e si andava a cena in trattoria o da uno o dall'altro e là c'era Franco de luca un amico loro che stava a formia ma spesso veniva un poeta pazzo veramente pazzo, perché oltre ad essere pazzo era napoletano lui era un bel ragazzo aveva moltissime donne ma una quantità di donne che non sapeva proprio dove metterle passava da una donna all'altra e ci durava sempre due giorni e ogni tanto si innamorava e si prendeva delle cotte brucianti ma naturalmente sempre per amori impossibili si innamorava di ragazze gentili e floreali ma gli passava sempre dopo un po' o subito e passava da una donna all'altra sempre malinconico ed era stanco aveva un senso dell'amicizia molto grande ed era una delle persone che abbia più grande l'istinto di autodistruzione che io conosca. Non era il tipo che si ammazzava o che si ammazzava lentamente, no, no, era il tipo che si lasciava andare e si disperdeva come uno i cui atomi non abbiano una grande capacità di tenuta, come l'uomo liquido si disperdeva nell'acqua, una volta avevamo un appuntamento a casa di mia madre mi telefona dopo un'ora senti scusa io sono in ritardo adesso tra un po' vengo poi telefonò dopo due ore senti mi è successo una cosa io stavo con degli amici in una casa e mi sono ubriacato e siamo usciti e io mi sono addormentato dietro il portone e loro se ne sono andati adesso devo raggiungerli senti se li raggiunto e poi riesco ti ritelefono più tardi era sera ormai ed era già abbastanza tardi saranno state le dieci di sera ora fa il Fotografo a Formia è uno che fa le più belle fotografie che abbia mai visto. E là c'era la solita gente e c'era anche F. la sorella di Remo


16.
L'INIZIO DELLA MIA VITA

Natura morta con paesaggio notturno II, pitture a olio su tela sintetica, cm.120x150         l'avevo conosciuta in Germania, al campo di lavoro di Holzheim kreis Giessen. che è un paesino piccolo, agricolo significa casa di legno con cavalli giganteschi adibiti ai lavori agricoli in scatola in pianure di terra che non sembrava nemmeno terra tanto era grassa e sembrava terra trasportata da un laboratorio ottenuto chimicamente e sembrava che non ci si sporcasse in quella campagna i contadini sembravano addetti ad una stazione di servizio col borgomastro grasso e grandi feste estive nella gast locale annaffiate da tonnellate di birra e distribuzione di birra in piazza con suono di trombe e tedeschi rossi ubriachi che rotolavano sotto i tavoli e automatici coi preservativi nei gabinetti pubblici. Lei non lavorava al campo di lavoro. Era un'amica della figlia del borgomastro e stava lì a villeggiare, abitava in un paesino a una quarantina di chilometri Niederwalgern kreis Marburg. Loro ogni tanto venivano là, soprattutto la sera, si ballava o si facevano cose del genere ed eravamo la crema della società del paese perché tutti studenti i tedeschi erano rozzi un po' si capisce E io non la conobbi veramente. Una volta ci scontrammo in una porta, ed io mi ricordo ancora la sua espressione spaventata, e una volta in una specie di quadriglia ballammo insieme Gingle bells. Poi io partii e andai a Marburg, dove avevo rimorchiato una ragazza

         Io dato da questa esperienza, e in particolare dal viaggio a Marburg, l'inizio della mia vita. Prima avevo vissuto di una semplice morte vivente. Avevo 19 anni, avevo appena preso la maturità classica e i miei genitori mi avevano depositato al campo di lavoro per studenti di Holzheim, in quell'atmosfera soffice protettiva e dopolavoristica. Era la mia prima esperienza da solo. Ma al campo ero ancora sotto tutela; adesso invece mi trovavo con la strada in mezzo alle gambe, con dei soldi in tasca, e prima di tornare a Roma avevo in programma di farmi quel viaggio in autostop, con la ragazza che mi aspettava a Marburg e l'intenzione di fare un viaggio tortuoso, e infatti feci un viaggio abbastanza tortuoso con avventure strane, incidenti, attese e strane visite un po' allo sbaraglio, come quella volta ad esempio che decisi di andare a Siegen, l'avevo vista sulla carta, e non sapevo che ci avevano fatto un campionato mondiale di scacchi, e ci andai, era immersa in una calma domenicale, e dormii all'ostello in cui mi dettero da mangiare una minestrina con dell'uva passa dentro, e poi passai per Monaco con una ragazza che avevo rimorchiato facendo l'autostop su un camion, e che poi scappò. Niente di eccezionale, ma un senso di libertà che ti strippava, ti allungava il collo, il colon, e ti rinverdiva tutto

         Non è un caso che la mia vita sia cominciata con un'evasione. Ed io rimasi segnato, la mia immagine di me stesso, le mie aspirazioni, i miei sogni, i sogni tortuosi con cui in seguito avrei immaginato me stesso, tutto quanto, per molti anni fu determinato da quella prima giornata in cui credetti di scoprire che quello era il mio destino: questa mancanza di costrizione, questa indeterminatezza, ed anche questo essere fuori di tutto. Mi ricordo che c'era il sole e quel sole mi sembrava una lunghissima mattina; e strippavo dalla felicità. e provenivo da un'esperienza precedente che ancora non conoscevo, che ancora non capivo, e che avrei capito meglio negli anni successivi, e che era un'esperienza triste, di una tristezza da cavia, e me ne accorsi quando tornai. e mi iscrissi a legge perché non si frequentava ed era di gran moda in quei tempi e passai il solito inverno senza troppe speranze, andando in bianco ed annoiandomi senza neanche accorgermene. A pasqua c'era un raduno internazionale di campeggiatori a Berlino e ottenni un posto di delegato insieme a un altro di nome Riccardo di firenze e partimmo col treno fino a Francoforte e da Frankfurt prendemmo l'aereo fino a Berlino e andammo al campeggio e lei era lì con la sua comitiva di Marburg la figlia del borgomastro e parlava un po' di italiano e ci innamorammo e mi presi una sbandata tremenda anche se all'inizio mi ci ero messo tanto per gioco e in realtà come sempre me ne piaceva un'altra e perché vedevo che lei ci stava ma naturalmente decisero tutto loro e girammo per Berlino con Riccardo e la sua ragazza e poi invece di tornare a Roma andammo a Frankemberg la città della ragazza di Riccardo e poi tornai a Roma e l'estate andammo a Rotterdam e poi a Bruxelles dopo aver fatto gite a Den Haag e aver fatto il bagno nel mare del nord e poi a Marburg e ci vedevamo tra Marburg e Giessen dove lei studiava e tra il suo paese sempre scontrandoci con l'ostilità dei suoi genitori e poi tornai alla mia Roma puzzolente che mai mi sembrò così triste come in quell'occasione

         E fu in quel periodo che mi misi a scrivere. Io so che da bambino avevo scritto una serie di poesie che le mie zie conservano ancora gelosamente e mi si sciolse qualcosa dentro e scrissi una storia di noi due Alla stazione che fu la prima cosa che scrivessi seriamente ma per capire come ero stato miracolato, perché si trattò di questo. A Rotterdam lei mi raccontò la storia del nostro amore, che io ancora non conoscevo.

         17.
         Io avevo due nonne. Una non mi ricordo come morì Morirono tutte e due di vecchiaia Ma una quella ricca si fa per dire non ricordo i particolari ricordo solo che era morta e tutti dicevano meglio così ha finito di soffrire era la madre di mia madre donna alta tutta la vita sacrificata meglio così dicevano tutti ci fu il funerale donna alta e mentre stavamo nella chiesa per il funerale cominciò a suonare l'organo e in tutto quel clima di circostanza ci mise dentro una commozione perfida ricordo solo questo ricordo molto bene invece la morte di quell'altra la donna povera era la madre di mio padre era bassa curva non aveva gli occhi luminosi e viveva a carico nostro una vita abbastanza sparuta squallida perché la madre ovviamente ricordo bene che noi non sapevamo che fare per lei e vivevamo questo incubo Mi riferisco alla parte giovane della famiglia il padre la teneva ma non occupandosi di nessuno la madre non è che l'amasse troppo e lei diceva quanto è brutta la vecchiaia stava in finestra a guardare dalla finestra perché nessuno parlava con lei ma ciò nonostante era molto orgogliosa una volta mi chiese unica volta in sua vita un bicchiere d'acqua con un poco di zucchero sapeva bene di essere sopportata puzzava perché non si lavava e poi cominciò a farsela sotto. Un giorno poi si decise di portarla in un ospizio Non mi ricordo come si chiamava era di quelle tipo "villa serena" o "villa pace" o altre cose del genere con le suore quando l'accompagnammo o l'andai a trovare ricordo che nel corridoio si affacciò una vecchia era una vecchietta con l'aria di bambina e disse e domandò e probabilmente domandò proprio a noi perché passavamo e non ci doveva essere gran movimento in quella pensione soprattutto di entrata domandò: "Dite! Chi sono io?" e una suora l'acchiappò e la trascinò dentro dicendo Era in quell'ambiente che non si decideva mai a morire e noi l'avevamo rimossa intendo parlare della parte giovane della famiglia la madre non lo so e credo che ci stesse male e che si lamentasse ma ormai cercavamo tutti di dimenticarla e poi morì ricordo che l'andammo a trovare quando era morta stava in camera sua e le avevano chiuso la bocca con un fazzoletto che passa sotto la gola quelle occasioni In cui trovi parenti che non vedi mai andammo Con mio cugino alla finestra al balcone era un cugino che è stato campione italiano di lotta grecoromana un tipo dolce gentile i suoi hobby sono fare il presepio e fa delle fotografie in cui non si vede mai nessuno spazi come dire vuoti Cominciò a parlare della sua giovinezza e quando aveva 18 anni ero un bel ragazzo non come adesso

         Poi per un periodo piuttosto lungo io ebbi il mito della straniera. Un mio amico e che è anche un notissimo letterato e che io lo conosco perché è stato il mio professore di inglese mi sfotteva e diceva Bordini ha il mito della Grande Madre con cui Giacere anzi Con cui Giacersi e s'incazzava moltissimo quando io dicevo sì io me ne vorrei andarmene di casa ma non posso fare questo a mia madre e lui s'incazzava come un toro Milanese la sua era una rabbia moralistica meneghina alla Dario Fo o alla Pietro Verri e diceva: Mia Madre moriva se io me ne andavo di casa! e intanto quando me ne sono andato è stata benissimo ed è stata anche meglio perché non ce ne andavamo affatto per niente d'accordo

         Ma per me il mito della straniera era qualcosa l'unica cosa che avessi perché le prospettive che avevo io in italia e le ragazze che conoscevo Una una volta mi disse a una festa sembri cristo morto e io ci rimasi malissimo per tutto il resto della festa e anche per moltissimo tempo dopo e comunque io non ero il tipo da potersi animare né condividere in una Società Come quella e il mio era il tentativo di un salto, di un salto storico, ho sempre desiderato di fare salti storici e ci rimasi malissimo non tanto per quello che mi aveva detto la ragazza ma per come ci ero rimasto nella festa e l'impossibilità di reagire non riuscivo a reagire in nessun modo non facevo a botte non rimediavo le ragazze non riuscivo nemmeno a fare come certi che sbandavano tutto nello studio ero completamente fuori, fuori, era come se non ci fossi. Marciavo con un ritmo completamente differente e dopo che ebbi superato quel periodo in cui ero un bambino buono e pauroso e ansioso di conoscere i genitori e di farli contenti e di fare la prima comunione e avevo trovato un ruolo d'ordine che se avessi trovato una società di questo genere Non so che fine avrei fatto. Sbandavo tra l'anarchismo e la cattiva buona volontà di fare tutto quello che mi dicevano e se avessi trovato sarei diventato un servitore del Mikado, una specie di cameriere segreto di sua maestà o forse magari un prete umanitario Ma questo non fu possibile. Mi spinse fuori e allora il mito della straniera fu il primo che ebbi la prima occasione in cui qualche circostanza mi abbia preso sul serio e forse avrei fatto bene Se fossi stato capace. Perché forse gira e rigira vai a finire sempre lì e dopo tanto ergersi ed essersi erto per fare della tua natura un qualcosa. Tutto il mio impegno nella politica si basava su questo: un riscatto, il Come dicevano i cinici: i deboli si coalizzano contro i forti. La pubertà per me fu il momento cruciale. non ero capace di fare quello che facevano gli altri. a Scuola mi chiamavano il Tonto perché avevo sempre l'aria assente e timido e non osavo

         E allora capitai in questa società dove il fatto che tu fossi timido non aveva importanza. Il fatto che tu fossi sempre con un'aria molto triste - io da giovane ero molto più triste di quanto non sia -
Per me quella era la società perfetta e per fortuna O probabilmente era il fatto che certe magagne non potevi non sentirle e allora la trovavi speculare a quella nostra. Io quando partivo per l'estero odiavo disperatamente l'Italia; quando tornavo l'amavo appassionatamente. Queste società mitteleuropee mi davano la forza per vivere. Per un altro sarebbe stato semplicemente un momento di relax, un momento di aria pura (io non riuscivo a scopare in quel periodo neanche là, non riuscivo a trovare donne che me la dessero e probabilmente rifiutavo il tipo di donna che la dava, e il tipo di donna che la dava se poi ci provavo rifiutava me) ma per me il problema era che in una società come quella tu sentivi di avere dei diritti. Non esiste una società tanto anarchica come l'Italia. Tanto profondamente priva di socialità. Là se tu osservavi delle elementari norme, tipo attraversare sulle strisce pedonali, pagare il biglietto del treno, non gettare cartacce per la strada, ti senti protetto. Tutto ti è aperto. Un utero aperto, in cui rifugiarti. Magari un po' triste, ma caldo. Certo non se sei un sottouomo di italiano che va lì per sbarcare il lunario ma ero un ragazzo di buona famiglia

         Io per qualche anno quindi vissi una sorta di Doppia vita, e passavo l'inverno annoiandomi, e l'estate facevo una vita di globe trotter, e andavo in giro con una quantità inverosimilmente piccola di soldi, con la tenda ecc. Ma per tornare allo sgomento del nostRo là a Rotterdam lei mi spiegò la storia del nostro amore.

         Dunque c'eravamo dati appuntamento al campeggio, lei era arrivata prima, e doveva tenere sulla tenda una bandierina. di non so che cosa. Io girai per il campeggio e non vidi nessuna bandierina. Lei poi mi spiegò che l'aveva tolta perché c'era vento. C'era un tenda isolata e io ci passai davanti e lei si alzò. era bellissima. Io montai la mia tenda vicino alla sua e passammo circa una diecina di giorni e mangiavamo bouillon loro lo vendevano questo brodo caldo e c'era un tedesco che era vestito come un esistenzialista francese e aveva i sandali ed era biondo e aveva gli occhi cisposi. Noi passeggiavamo lungo il canale. Qualche mese prima a Berlino lei aveva ballato; me la ricordo faceva parte di un corpo di ballo ballavano balli tedeschi e battevano due volte il piede sopra la terra. Mi ricordo la dolcezza quando la misero a un tavolo vicino a me. Facevamo passeggiate per Berlino in quattro. Mi raccontò che si era innamorata di me a prima vista, ad Holzheim, anche senza avermi parlato, perché avevo l'aria triste e stavo appoggiato a una porta con l'aria e lei si era innamorata e ne aveva parlato alla figlia del borgomastro lei era dovuta partire ed era tornata a casa perché le cominciava la scuola l'high-school e si era messa a studiare l'italiano con una signora e aveva intenzione di venirmi a trovare l'estate dopo a Roma aveva il mio indirizzo e non ci saremmo incontrati, questo è certo, perché l'estate a roma io non c'ero mai e a pasqua a Berlino ci vedemmo e lei rimase a bocca aperta adesso mi ricordo che aveva un'espressione atterrita. E allora si misero d'accordo adesso lo peschiamo me la trovavo sempre vicina infatti allora non sapevo perché e se io non le avessi detto che l'amavo e non avrei accettato di rivederla lei non mi avrebbe detto che mi amava so much. Da allora credo fermamente nei miracoli. Ed era questo amore totale darsi completamente aveva 17 anni io ne avevo 19 andavamo a casa sua la sera e rimanevamo fino a tardi poi a una cert'ora veniva il padre e poi la madre e mi dicevano Buonanotte ogni tanto entrava la sorella e per entrare faceva un fracasso terribile con la maniglia chiaro per avvertirci e poi andammo in un bosco che sembrava un bosco molto romantico della foresta nera era un bosco tedesco a dimensioni colossali mi diceva che estate venivano facevano le merende. E lei aveva due maiali e una mucca suo padre faceva il ferroviere andammo a fare delle gite a Den Haag una volta passò una carrozza d'oro forse era la regina d'Olanda e c'erano delle dune che si traversavano e dopo c'era il mare, e la sera andavamo in qualche bar e ci tenevamo per mano e quel mare era immenso, ringhiante, con dei cavalloni e ci facevano il bagno tutti come bambini un mare grigio E il periodo che io stavo solo a Marburg i giorni che l'aspettavo giravo tutto solo in questa città come un racconto delle fiabe era una città medievale tedesca intatta con un fiume che passava in mezzo e io facevo lunghe passeggiate io conosco quella zona come le mie tasche quei paesi sono ero di casa ormai conoscevo tutto l'ambiente e andammo a Bruxelles c'era l'Espo e un bambino nudo che pisciava c'era una confusione terribile c'era una ragazza di Bruxelles che voleva venire a letto con me ma io figuriamoci e c'era anche lì un'enorme foresta ma una vera una vera foresta tutto intorno a Bruxelles fatta in autostop una volta e c'era un signore che mi chiese se volevo fare la veloce o l'agradable way e ovviamente l'agradable e c'era questa foresta
         E in quel periodo immaginavo di vivere in un romanzo di Stendhal. C'era questo amore enorme, di portata transcontinentale tipo Constellation o aereo di bombardamento.

         Tutto cominciò ad andar male fin dall'inizio.
         Io e lei eravamo tipi parlavamo molto poco entrambi una volta nel prato del campeggio chiesi dei cerini a un signore per fumare e lui mi disse di tenermeli e c'era questa barriera della lingua il suo poco italiano il mio poco inglese pochissimo tedesco e questa era una barriera molto seria adesso ha cominciato a piovere. E' una sensazione dolcissima questa del piovere ha cominciato con un tuono lento musicale e poi cade l'acqua e si sente tutto odore di terra bagnata e cade dolcemente la pioggia come miele. Lei era un tipo dolce non so se capite quello che voglio dire ma dentro aveva una durezza terribile il suo era uno stare ad attendere vedere come ti comportavi nel modo che lei si aspettava e credeva che ci si dovesse aspettare con una grande fiducia iniziale ma non che si trattasse di una cambiale in bianco in genere sembrava così, indifesa, ma si sapeva difendere benissimo era una società Commerciale che ti mette davanti alle norme internazionali e ti dice: hai sbagliato era il suo modo di attendersi la fiducia del prossimo lavorare duramente sperando che ti diano qualcosa in cambio.

         18.
         All'inizio c'era una fiducia immensa e soltanto adesso io mi rendo conto che il mio era un amore a senso unico, non pensavo minimamente a quello che poteva pensare lei, e che cosa si attendesse. Io ero un universo in toto. Dilapidai il capitale di fiducia che mi aveva affidato in pochi mesi, con una dispendiosità così pazzesca non riesco mai a trovare la zeta mi sbaglio sempre. Neanche Creso avrebbe potuto essere così dispendioso; qua non si trattava di avere le mani bucate, si trattava di bruciare i biglietti da mille dollari e poi di buttare i pezzettini dalla finestra della stanza d'albergo. Forse avevo tanto bisogno di essere amato che non volevo essere amato, ma queste sono cose che interessano il mio psicanalista. Nel rapporto Dare-Avere ero così esoso, che sarei fallito immediatamente, perché mi avrebbero estromesso dalla piazza non come disonesto, ma come agente provocatore di una potenza Straniera, come anarchico e sabotatore e nemico della proprietà privata venuto a dissolvere e distorcere le leggi dell'economia e del consorzio umano. Per fare questo essere o ricchissimo o poverissimo. Io ero poverissimo. Avevo un atteggiamento così rissoso e turbolento e introverso pur senza mai attaccare briga ma mordevo sistematicamente la mano che mi veniva tesa. I miei amici i pochi che avevo in quel periodo mi sopportavano per affetto come tipo particolarmente originale, un mio amico la prima volta che mi vide pensò che io ero zoppo perché avevo una scarpa rotta e camminavo zoppicando. Ero Unico, non volevo essere amato, la mia era una specie di quello che si dice "muta protesta", ma in realtà ero in broncio con il mondo intero e naturalmente ne soffrivo. E pare che passassi per un tipo molto altero, e che si desse un sacco di arie io questo non lo ricordo per il semplice fatto che ero talmente sistematicamente immesso Lei mi amava proprio per questo qua e diceva della mia faccia imbronciata questa è la tua espressione tipica e certamente lei cercava un tipo nobile, e d'altra parte c'era poco da scegliere con i tipi che le stavano intorno quindi questo amore struggente fatto di non parole come camminare in un sogno tutti e due. E ora naturalmente mi rendo conto che io posso fare solamente delle supposizioni perché non è abbia mai veramente capito chicazzoera e checosacazzovolevadame, probabilmente era un incontro tra due diversi ma un incontro frustrato e poi non so a dir la verità quanto lei fosse diversa o semplicemente aristocratica e a questo punto bisognerebbe stabilire che differenza c'è tra diverso e aristocratico o magari a quei tempi Comunque io non rimasi a lungo il suo bel principe azzurro la prima volta che vide il mio cazzo si mise una paura terribile ma io naturalmente e qua almeno una sega ci deve scappare e alla fine ovvio ci scappò lei era un tipo minuto e dolce e in fondo abbastanza con una gran voglia di studiare e di evadere dal mondo in cui viveva il mondo provinciale e forse anche lei voleva fare un salto storico ma questo non lo so e ormai non è più possibile saperlo e lei si sottomise tutta dopo quella sega naturalmente mi chiamava il tiranno di siracusa naturalmente scriveva lettere caro tiranno ed io cominciai a odiarla e a vivere in questo amore fatto d'odio cosa che forse ho continuato a ripetere per sempre la trattavo male mi rifiutavo di vederla e lei scherzava ora mi rendo conto che era un tipo formidabile io le ridevo in faccia pensando continuamente a lei una volta feci tutta la strada a piedi per vederla da Marburg al suo paese ma ormai erano gli ultimi tempi poi cominciarono a non venirle più le sue cose anche se non l'avevamo fatto nel senso e una paura terribile e l'inizio del distacco e il periodo più incasinato folle vedersi di rado e poi partii naturalmente a roma il mio amore per lei era salito alle stelle e già accarezzavo la voglia di sposarla immaginandola in un vuoto roseo dimenticati tutti i casini e mentre navigavo in una piacevole incertezza mi arrivò la sua lettera una letterina secca secca scritta in inglese da cui traspariva un casino interno ma senza spiragli era proprio la classica lettera di licenziamento.

         19.
         Il problema era la paura, io credo di essermi messo con lei per paura, la paura di star solo, di non avere un punto d'appoggio in cui stare e forse anche di essere diverso, di non essere come gli altri, ecc.


CONTINUAZIONE DELLA MIA VITA

         20.
         Il resto del tempo era un liquido oleoso e il liquido nutritivo o meglio forse il liquido sterile in cui navigavano questi viaggi e del resto forse per questo non me ne ricordo niente. Stetti tre giorni senza mangiare piansi tra le braccia di mia madre. Stetti molto male. Un mio amico che frequentavo in quei tempi mi chiamava Carlo Bordini Vedovo infatti mi lamentavo sempre e ci stetti male per due o tre anni durante i quali stavo cupo andavo al cinema e mi masturbavo e passavo il tempo studiando a dir la verità sempre meno e un giorno non mi ricordo se era il giorno dell'esame o il giorno prima andai con un mio amico a fontana di trevi e con lo statino feci una barchetta di carta e la mandai a navigare sulla fontana e senza lavorare nessuna voglia di lavorare girare tutto il giorno e una strana forma di mutismo litigate con mio padre. Le scrissi a lei non mi ricordo cosa accettavo la rottura non avevo la forza di lottare. e a dir la verità io mi ricordai di lei per moltissimi anni e lei fu lo sfondo dei miei pensieri per un numero così grande e mi ricordavo di come lei mi avesse sciolto tutto e per la prima volta e di come le fossi debitore della vita. Poi mi misi a studiare tedesco. Mi faceva compagnia studiare tedesco e mi sembrava di tornare con lei e piano piano si venne maturando in me l'idea di andare a studiare letteratura a Monaco di Baviera dove si diceva che ci fosse un'università famosissima per il resto non mi interessava niente frequentavo un circolo del cinema dove facevo una certa attività ed eravamo un gruppo di amici e in inverno decisi di concretare il mio problema e andare a fare un viaggio a Monaco.
         Ogni tanto provavo con una ragazza o ne rimorchiavo una anzi cominciai un po' a rimorchiare ma certo doveva esserci in me qualcosa. Dopo un po' mi lasciavano. A volte perché avevo detto una parolaccia o perché non ero tipo da farsi sposare ma naturalmente c'era dietro qualcosa di più malinconico. e pian piano diventò Fu un periodo malinconico, color grigio perla, tutto appariva ovattato e sfumato. I traumi degli anni precedenti erano finiti e al loro posto era subentrata una condizione estenuata da convalescente. La vita era un cuscino e io mi avvoltolavo in questo cuscino ed ero ancora abbastanza giovane per avere l'alibi dell'università.

         In mezzo a questo cuscino color grigio perla e a questa camera funeraria con tanto di cordoni e nappi funebri andare all'università con la cravatta, svegliarsi e scrivere un racconto dopo un sogno, fare lunghe passeggiate senza parlare con nessuno e gli amici di via catania e l'amicizia con qualcuno del circolo del cinema e mi giudicavano un tipo un po' strano e infervorarsi in lunghe discussioni di quelle che fanno gli amici senza far niente. E mi comprai anche un cappello. E mentre la situazione andava lentamente marcendo andai a monaco

         21.
         A Monaco mi dissero che ci si poteva iscrivere per un anno ma iscriversi per avere una laurea non si poteva ed era un'università molto difficile conobbi subito della gente andai a ballare rimorchiai due ragazze una carina una brutta uscii il giorno dopo con quella carina poi presi il treno andai a Giessen e arrivai la sera e passeggiai a lungo sotto la sua scuola che ormai era deserta andai a vedere un film con Brigitte Bardot andai in albergo mi feci portare una limonata e uscii e girai ancora e l'indomani mattina

         22.
         lei arrivò puntuale io la bloccai penso che dovessi essere come pazzo certo è che in quel periodo la pensavo sempre e immaginavo che lei mi scrivesse o venisse o telefonasse e mi sentivo tutto avvolto in quella cosa carezzevole che era pensare a lei a una bella ragazza bionda che mi amasse e come lei mi aveva sciolto tutto e per la prima volta oppure stavo nella disperazione più nera e piangevo e non avevo voglia di far niente Lei rimase meravigliata credo che avesse paura mi dette appuntamento per l'uscita della scuola passeggiammo nei luoghi remoti della città le chiesi perdono le dissi che l'amavo, le dissi che volevo lavorare lì disse che non mi amava non sentiva niente le proposi di tagliarmi un dito per dimostrare che ero pentito lo volevo proprio ci avevo pensato quella notte che lo avrei potuto tagliare e vivere vicino a lei lei disse no non servirebbe mi ricordo quando eravamo stati negli stessi bar ristoranti i camerieri dicevano come siete belli lui bruno lei bionda

         23.
         E tornato a Roma cominciai seriamente a pensare di essere un diverso. Ormai la situazione si stava incancrenendo. non era solo questo amore che incancreniva ed era diventato come un dolore cronico con sussulti acuti ma anche il fallimento dell'operazione Monaco (che in realtà avevo tentato in modo velleitario e senza energia perché se avessi deciso seriamente di trasferirmi in Germania o comunque all'estero ci sarei riuscito e comunque in qualche modo l'evasione sarebbe stata un esperienza) e il fatto che non riuscivo a inserirmi da nessuna parte, mi faceva orrore l'idea di lavorare, odiavo lo studio, ero in pessimi rapporti con mio padre e avevo una specie di paura di fare qualsiasi cosa. E cominciai ad attaccarmi abbastanza morbosamente ad idee asociali, alla sensazione di essere diverso, a leggere psicanalisi, ad avvoltolarmi nella mia pazzia e a scrivere strane commedie sui pazzi.

         Scena. Un giardino bagnato di pioggia sotto un cielo nuvoloso. Le panchine gialle sono seminascoste.
         Voce di donna (parla con tono melodioso e chiaro): Io ho paura quando una persona mi guarda negli occhi con calore umano e mi pone una mano sulla spalla; ormai non amo più l'atmosfera giuliva ed eccitata delle feste. ho paura degli occhi di mio padre (entra lei vestita all'antica, con un ombrellino da sole, e si mette a passeggiare) che si posano sui miei calmi, e amici. tutto ciò che è bello mi gela il cuore come una speranza nata morta. Mi piace vivere senza amare nulla, senza sognare nulla, e senza sognare più
         (entra lui)
         (stanno vicini, aggrappati a un albero)
         ho paura ormai quando una persona mi guarda con affetto e quando mio padre mi mette le mani sulle spalle provo un senso di freddo e di vuoto. quando le amiche vengono a trovarmi le loro voci gioiose me le fanno odiare. voglio vivere senza amare e senza odiare, e senza mai sperare (entra) L'albero del mio giardino ha messo i primi fiori. Oh, tagliate quei fiori!
         ...ecc.

         uno scienziato vecchio, curvo, vive da molti anni in un solitario osservatorio in cima a una montagna, insieme alla ancora piacente moglie e a un giovane assistente. Alla fine lo scienziato è giunto ad importanti conclusioni scientifiche: farà una conferenza nella vicina città (talvolta già nominata). Si reca insieme alla moglie alla conferenza, ma in essa non riesce a dire una parola. Dopo questa penosa scena la moglie, che lo ama, cerca di consolarlo dicendogli che scriverà un libro, che lei gli sarà vicina, e che perciò non si deve scoraggiare. Ma lui (questa scena si svolge nella città della conferenza) dichiara di non aver ancora finito i suoi calcoli, e che ha bisogno di tranquillità per il suo lavoro. Si andrà perciò a ritirare in una casetta isolata per continuare i suoi calcoli: è chiaro che non tornerà più.

         in un manicomio, un pazzo e una pazza si amano. Le scene si svolgono nel cortile del manicomio, durante le ore di passeggiata. I pazzi formano una specie di coro ai loro colloqui, e cantano canzoni simboliche insegnate loro dagli infermieri. A un certo punto i due pazzi, che vivono in una loro società avendo rapporti di urto coi membri di codesta società e sviluppando tutto un loro mondo interiore (essi fanno spesso sogni su ciò che deve essere il mondo di fuori)

24.
ULTERIORE CONTINUAZIONE DELLA MIA VITA

         25.
         Ora mi ricordo che io avevo fatto una specie di sogno ad occhi aperti: dopo il primo viaggio in Germania avevo progettato di fare un nuovo viaggio l'anno dopo (non mi veniva assolutamente l'idea di evadere stabilmente) e uccidermi al ritorno, perché così sarei morto vincitore, avrei perpetuato per sempre nella mia morte il ricordo e la situazione che avevo vissuta prima del ritorno alla realtà. successivamente c'era un altro sogno: quando immaginavo di andare a Monaco e quindi di impiantare la mia vita in un altro paese mi immaginavo calvo, randagio, straniero e di mezza età (sui trent'anni). Nel viaggio in svezia che feci nell'estate successiva io non speravo niente. Era fatto per forza d'inerzia, una specie di divertimento. Vendetti la macchina fotografica per fare i soldi per andarci (credo che con i miei per i soldi stessi abbastanza ai ferri corti) e partii, senza sapere quanto importante sarebbe stato per me quel viaggio.

         26.
         era un viaggio nel treno naturalmente pieno di italiani che andavano e c'era una foia terribile c'erano due ragazze danesi tutti le guardavano e quando una si mise a dormire stesa sulla pancia uno sentenziò quella gli piace prenderlo nel culo c'erano tipi di tutti i tipi di tutte le razze stronzi e non stronzi e medi e anche tipi piuttosto simpatici giovani che andavano ci fermammo a copenhagen e rimorchiammo due ragazze una mi insegnò il trucco di mettere il sale nella birra

         c'era una specie di ostello che stava su una nave la sera si ritornava alle nove c'era un italiano alloggiava lì gli domandammo ma il fatto di rientrare alle nove eh dice lui io sono stato in un campo di concentramento

         27.
         per la strada incontrai un tipo che conoscevo era di venezia padova cose del genere decidemmo di fare l'autostop insieme ci mettemmo cinque giorni a fare quattrocento chilometri un pomeriggio sul tardi ci avevano scaricato in una curva in mezzo ai boschi ci rassegnavamo a passare la notte nei boschi l'amico parla con una ragazza e ci portò in uno chalet sul lago c'era un'altra amica con lei passammo la serata insieme una delle due era una poliomielitica era una bella ragazza solo che camminava con le gambe piegate andammo in un posto vicino a ballare l'indomani mattina lei la poliomielitica aveva da risolvere un problema di geometria compiti per le vacanze un triangolo difficile era una bella ragazza solo che camminava con le gambe piegate aveva l'aria triste ci chiese di mandarle una cartolina dall'Italia come se fosse una cosa molto importante e a pranzo preparammo la pastasciutta con aria solenne poi decidemmo di separarci perché era l'unico modo trovai una macchina con tutta una famiglia la sera arrivai

         28.
         una di quelle sere precoci mi sedetti su una panchina e meditai il suicidio. Poi scrissi ai miei una lettera abbastanza ricattatoria, in cui dicevo che sarei tornato solo se mi avessero dato i soldi per lo psicanalista. Volevo andare dallo psicanalista. Volevo curarmi. Volevo guarire. Se lo psicanalista non funzionava, Mi sarei suicidato erano sere che si vedevano tipi ben vestiti che si sedevano su una panchina e guardavano il vuoto
         Per fortuna arrivò subito la risposta dei miei. sì, certo, lo psicanalista, torna. Partii immediatamente per Roma

         e mio padre si alzava sempre tardi, e qualche volta anche mia madre, e stavano lì, sul letto grande che sembrava grandissimo, con le ginocchia rialzate che facevano una montagna sotto il cuscino, e io domandavo a mio padre cosa fai? Penso. Quei momenti rassicuranti poi si faceva colazione, e la casa era grande, col giardino. Da bambini avevamo una capra e dei piccioni

         29.
         Io sognavo, e ho avuto un'infanzia felice, ma me l'ero costruita da solo, sognando appunto, e il problema è che continuai a sognare. Passavo il tempo sognando e ragionando. Come dice Shakespeare, il fatto che lui mette il sogno dappertutto, ma il mio non era il dubbio che la realtà fosse un sogno o che il sogno fosse realtà, per me il sogno era sogno e la realtà non esisteva. E' come l'oppio, io fui drogato fin da quando ero piccolissimo, e sognavo la bicicletta, sognavo di affogare, sognavo che mio padre e mia madre erano Giuseppe e Maria e mi torturavano in paradiso, sognavo Irmgard. La realtà era soltanto una specie di corridoio per entrare nella stanza. Tu lo devi attraversare, ma non conta, e se dovevo soggiornarci un poco, anche il corridoio diventava una stanza e immediatamente lo trasferivo, lo adornavo, e immediatamente non c'era più. Ogni pezzo di realtà lo trasformavo in un sogno, che poi diventava la scatola in cui c'era il sogno-sogno, e poi veniva il sogno-sogno-sogno, che era il sogno vero la mia vita era passare quietamente per il corridoio per entrare nella stanza. La mia vita era così. In pigiama, coi tranquillanti, per non sentire il rumore degli autobus Sempre, diciamo, in tenuta da sogno, senza nessuna utilità, tranne quella che potrebbe dire di addetto ai sogni.

         Io volevo diventare verde. Era come se un'ala della stazione fosse crollata. Il mio psicanalista era un po' brutto, molto buono; e non credeva di essere un genio. era abbastanza taciturno.

         io avevo bisogno proprio di questo. del resto, l'amore si basa sempre su un equivoco. il suo amore che tendeva ad armonizzarmi (ma esiste un'armonia se non nei concetti, o nella musica?) era abbastanza forte per rafforzarmi. lo usai. Tutti coloro che sono amati usano. lo devo ringraziare per averlo fatto con tanto affetto e tanta tenacia. quello che presi mi permise di uscire dal mio isolamento. Avevo la sensazione di essere ascoltato, e anche la sensazione di essere importante. inoltre lo devo ringraziare anche per altre ragioni: per essere sempre stato abbastanza antipatico, in modo che io non mi attaccai a lui, e mi staccai da lui, poi, senza nessuna difficoltà. inoltre, per non aver tentato di plagiarmi, per essere stato incapace di modificarmi; e, infine, per avermi dato la sensazione che vi.

         30.
         quello che cercò di fare lo psicanalista non fu eliminare il sogno, ma almeno abbassare la soglia del sogno (o alzare, non so come si dice). Non credo che ci sia riuscito, ma almeno permise alle mie debolezze di basarsi su qualcosa di più solido.

         31.
         Naturalmente cercò di riaggiustarmi. Stava seduto dietro di me, perché usava ancora il lettino (era uno psica classico) e mi faceva dire tutto quello che mi veniva in mente. Sussurrava, dolcemente, lei non è più un bambino, lei non è più un bambino. Mi analizzava i sogni, e quella, a dir la verità, era la parte più interessante della terapia. La prima cosa che mi impose, come condizione irrinunciabile perché accettasse di iniziare la terapia (e fu l'unica cosa che mi impose), fu che io mi iscrivessi a lettere. E che facessi esami. Naturalmente io non mi iscrissi veramente a lettere, mi iscrissi a Lingue e poi cambiai, tanto per non smentirmi. Il mio libretto universitario era talmente costellato di annotazioni che sembrava un passaporto.

         Io in realtà non studiavo molto, andavo sempre in giro con la barba lunga, trasandato, ma qualcosa in me cominciava a trasformarsi. Nella mia passività di torturato, cominciavo a diventare traslucido, ed ero estremamente consapevole. Era come se nel cielo ci fossero nuvole basse, grigie, che mi davano una sensazione di tranquillità: Era un cielo di bromuro. Parlavo con gli altri, anche se magari in modo un po' strano, sarcastico, o con aria sorniona, da figlio. scappare era un sogno, o, forse, un vecchio gioco. meglio sarebbe stato vivere negli interstizi, come una ciste... si stavano sviluppando in me quelli che poi sarebbero stati miei caratteristici entusiasmi, folate d'entusiasmo; e nello stesso tempo mantenevo un lato di me, uno dei miei profili, riserbato e chiuso. A volte si formava in me una quieta determinazione. Io ero stato, in realtà, un topo morto. E lui mi trasformò, come si vedrà poi, in un enorme panino con le ruote.

Natura morta con paesaggio notturno III, pitture a olio su tela sintetica, cm.120x150         Ero diventato relativamente curioso, per una persona che fino allora non si era interessata niente. Conoscevo un americano negro di Panama, si chiamava Frank Yones, e andavamo insieme alle feste. Lui era un bel ragazzo bellissimo e aveva un sacco di donne intorno, e leccavano per terra per poter andare con lui. Poi conobbi anche un poeta venezuelano, un tipo che aveva fatto l'esilio perché al suo paese c'era un dittatore e poi avevano fatto una rivoluzione, era stato in esilio a Parigi dove andava con una ragazza che leggeva la giumenta verde e intanto gli accarezzava il pisello. E lui me lo raccontava sempre. Eravamo molto amici amicissimi, e lui aveva un nome sonoro e altisonante si chiamava Juan Salazar Meneses e io lo chiamavo giovannino, insieme cominciammo a frequentare timidamente certi salotti letterari e andavamo a donne insieme. Una volta all'università rimorchiammo insieme due ragazze, la mia era una bona bonissima che tutti me l'invidiavano, mi lasciò presto perché avevo detto una parolaccia a uno che passava e l'aveva infastidita ma la ragione era un'altra, era che era più grande di me e prima o poi si doveva sistemare, e questo fatto delle ragazze più grandi di me continuò ad accadermi a lungo, specie in quel periodo, e trovavo sempre delle ragazze che per una ragione o per l'altra non si erano ancora sposate, e intanto ingannavano il tempo con me. Con l'altra lui faceva lunghe passeggiate, una volta andarono al cimitero e passò un tipo e disse: "Ma non avete rispetto neanche dei-morti?", e lui me lo raccontava e rideva. E la ragazza gli diceva mi porti in Venezuela con te? E lui rispondeva Sì, in una valigia. Io cominciavo ad accettare la realtà o almeno ad adattarmici, era come nuotare in una chiara d'uovo, nuotare a mezzo braccetto, con la testa reclinata da una parte, era finita, se si può dire, la mia tardiva adolescenza. Cominciavo anche a trovare degli amici, disadattati come me. Ormai non pensavo più ad andarmene. E me ne ricordo di persone che non mi vedevano da un po' e mi dicevano: come sei cambiato! Ma sei sempre la stessa persona??!! e c'era qualcosa che stava cambiando gli italiani non erano abituati E una volta un incidente d'auto quello che oggi si chiamerebbe un tamponamento il Tipo uscì dalla macchina correndo poi ritornò e si mise a urlare Maria!! Maria!! e c'erano i ragazzacci noi abitavamo in una casa che allora era isolata e loro passavano laceri e mi dicevano attenti ai ragazzacci e io li odiavo e ne avevo anche paura tutto questo poi non c'erano più i ragazzacci di subito dopo la Grande Pazzia c'erano questi corpulenti che gridavano.

(I - continua)

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