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 Sul tremito delle ombre e altre prose
  di Antonio Prete

         Sul tremito delle ombre

Natura morta, stilla - particolare, fotografia a colori su alluminio, cm 50x50         Dopo molti esercizi Li Wajang cominciava a rafforzare la coscienza del suo ruolo di attore, ormai in grado di affidare alla propria ombra la rappresentazione esatta dei sentimenti. Studio delle velature, misura della leggerezza e della pesantezza, modulazione della superficie e dei contorni: il lavoro dell'attore era diventato un'ascesi. Nei primi tempi egli si esercitava con l'ombra a terra, un'ombra attaccata al corpo, veste riversa del corpo, sempre in dialogo con i suoi pensieri e i suoi movimenti: allora l'arte non era difficile, si trattava, seguendo le leggi interiori della contiguità, di sospingere e in certo senso fare slittare le proprie pulsazioni da se stesso all'ombra. L'onda del sentire scivolava dal corpo alla sua ombra, senza balzi, dolcemente. Quando invece, mutata la disposizione delle lampade, si trattò di staccare l'ombra da sé, l'anima stessa dell'attore doveva trasferirsi nell'ombra, i suoi pensieri dovevano essere pensieri d'ombra, i suoi passi dovevano portare soltanto la leggerezza o la gravità, l'intensità o la vaghezza che appartenevano all'ombra. Fu allora che l'attore si pose alcune domande. Anzitutto: come riportare nell'ombra proiettata dalla lampada le qualità, le variazioni di colore, le fluttuazioni delle forme provocate dal sole nel corso del mattino, nell'ora meridiana, nelle fasi diverse del tramonto? Come riprodurre, a partire da una sorgente fissa e artificiale, il trascorrere del tempo, che allunga e richiama le ombre intorno all'oggetto, le addensa e stempera, annerisce e dissolve? E infine, come rappresentare il tremito impercettibile della linea d'ombra, le oscillazioni dei contorni d'una foglia nella brezza vespertina? Certo, il famoso trattato apocrifo Il tremito dell'ombra, adottato in molte scuole teatrali, elencava innumerevoli modalità dell'ombra, di volta in volta descritte in relazione al variare della sorgente di luce, dell'ora del giorno, del luogo di rappresentazione, degli oggetti presenti, dell'ambiente. Inoltre disponeva le sequenze degli esempi in capitoli dedicati ognuno a una sorgente luminosa: il sole, la luna, la fiamma della candela, la fiaccola, la fiamma del camino, il fanale a gas, la lampada a petrolio, il falò notturno, il lampione del viale, la lanterna del cortile, la lampada da tavolo, il lampadario delle case occidentali e così via. Il trattato è ancora utile, soprattutto nella prima fase della formazione teatrale. Eppure quel trattato, sosteneva Li Wajang nei suoi seminari, non ci dice nulla sul rapporto tra i modi del tremolare e i sentimenti da esprimere: è questo passaggio che il bravo attore deve costruire, il passaggio dall'ombra naturale, il cui sentire ci è ignoto, all'ombra artificiale. Deve insomma essere in grado di affidare a un impercettibile tremore l'angoscia, a un altro tremore la quiete dell'anima, a un altro l'ansia dell'attesa, a un altro ancora il turbamento del ricordo. E' stato questo impegno che ha dato alla scuola di Li Wajang un vantaggio sulle altre scuole d'ombra, fondate sul principio che è il singolo spettatore a dare senso e sentimento al teatro delle ombre.
         Questa fu la formazione particolare del grande attore cinese. Nessuna meraviglia, dunque, se, una volta giunto a Parigi, i suoi spettacoli al Théatre de l'Atelier ebbero un centinaio di repliche e attirarono l'attenzione di tutti i mimi di Francia.


         Cinema meridiano

         Scorrono in un angolo della mente figure veloci, scorrono sulla parete, le sorpassa una bicicletta, le ruote allungate si piegano e corrono fino a sparire, mentre dalla finestra socchiusa entra una lama di luce, e una voce sale dalla bottega fin quassù cantando All'alba se ne parte il marinaio, prima del passaggio a livello la bicicletta svolterà verso il campo sportivo, dietro c'è il barroccio con la frusta nell'aria e il galoppo, deve essere il cavallo della masseria di Torrepinta, gli zoccoli sfiorano il quadro appeso di fronte, con i buoi che arano mentre in lontananza c'è il mare che brilla col suo blu, poi sul soffitto tre ragazzi corrono dietro il pallone che ha sfrecciato da una parte all'altra della stanza, il pulviscolo nella striscia di luce balla e si accende, è un ronzare senza suono, bianco e argento, fuori il sole brucia le terrazze, le lenzuola asciugheranno al vento che si alzerà prima di sera arrivando dal mare, in mezzo allo stridore della sega dalla bottega sale un'altra voce , è forte e intonata e canta la canzone che comincia Tu che mi sorridi o verde luna, un pomeriggio di maggio inselvato qui nella mente, il bambino comincia a sfebbrare, dice una voce vicina al letto, passi di corsa sulle scale, un'altra voce riprende tenorile e quasi piangente tu che non conosci le mie pene, nella piazza del paese a quest'ora i contadini col gilè nero e la camicia bianca fanno crocchi intorno alla colonna del santo, o sotto la chioma dei lecci, l'orologio suona le cinque, nell'angolo della mente scorrono figure che se ne vanno sopra il soffitto, al centro c'è un cesto di frutta dipinto, con i grappoli d'uva che s'illuminano attraverso la fessura dell'imposta, le ombre li fanno grigi, poi tornano nella luce, tornano nel pomeriggio di un anno perduto tra le ombre di tutte le figure che passavano sotto casa, tra le ombre di tutte le voci passate nel corpo, nei pensieri...


         La sospensione

         I suoi pensieri non erano sprofondati nel biancore soffice, quella mattina che la neve aveva coperto le strade e i canali della città, non erano precipitati nel torpore, ma balzavano qua e là, sfiorando immagini e propositi, mentre ancora la neve cadeva, fitta, con quel suo movimento punteggiato e compatto, lievemente obliquo, con mulinelli frettolosi e danzanti, seppellendo nel giardino le piante in una uniformità stupefatta, anche sul canale ghiacciato c'era un mantello di neve fresca, e laggiù, nel laghetto del parco, i cigni confondevano le loro piume nel bianco del ponticello e delle passerelle, i suoi lunghi capelli neri erano raccolti sotto il cappuccio della giacca a vento blu, blu come i miei occhi, s'era sorpresa a pensare, poi era arrivata nei pressi della macchina, che era un covone di neve tra altri covoni, con l'anima di metallo addormentata in quella grande distesa di silenzio, meglio lasciarla al suo sonno la macchina, inutile montarle le catene, si poteva raggiungere a piedi la metropolitana, e poi scendere alla ferrovia, mentre i suoi piedi affondavano nella neve fu sfiorata d'improvviso da due cani che si inseguivano leggeri, era come se non toccassero la neve, una grande ilarità nei corpi che balzavano e si assaltavano, sostavano e si accerchiavano, uno dei due, il nero, poteva essere il cucciolo d'un boxer e l'altro sembrava un giovane lupo, intorno nuvole di polvere nevosa, lasciando il piccolo parco aveva ripreso la strada , bianca anch'essa, tra i pensieri appariva la faccia di lui che usciva dal bagno, la barba appena rasata, tutta quella neve nel giardino di casa aveva dato come uno svagamento alle frasi consuete, una distrazione al provvisorio addio, là presso il cancello che mentre si apriva seminava spruzzi di neve, ripensava ora a quel saluto che non aveva ancora perso del tutto il tono di un' affettuosità protettiva, e il pallore della sua convenzione ora appariva quasi abbellito, come accadeva del resto a tutte le cose in mezzo a quella neve, altri occhi adesso le venivano incontro, prendendo nei pensieri il loro posto un po' sovrano, era il padrone di quegli occhi che in quella mattina di neve stava andando a trovare, era per lui che era salita sul treno, tra le cataste di alberi segati ammucchiate nei vagoni laterali e gli abeti da disegno natalizio, era lui che ora appariva spariva nei pensieri chiedendo ancora un passo verso l'oblio dell'altro, ma ora nel dondolio del treno, tra le onde sorde delle ruote e i villaggi che tralucevano appena nella lontananza fatta più profonda dalla neve, sentiva il peso di un' acre sospensione situarsi in mezzo alla testa, ed era come se il mondo di neve avesse avvolto di bianco il desiderio, e un soprassalto di malinconia avesse chiesto ascolto, e già sentiva che le ragioni della partenza erano sempre più fragili e del resto l'immagine dell'amante per la prima volta lasciava scivolare l'emozione verso un dovere incolore, un dovere spiumato della stessa attesa, così, in quella doppia distanza, seduta nel treno che attraversava un immenso appianamento delle forme e un popolo di ombre, sentiva che né l'uno né l'altro uomo davvero le appartenevano, o forse l'uno e l'altro erano, insieme, lo stagno ghiacciato del desiderio, e il disgelo ne avrebbe mostrato la sostanza illusoria, o persino l'estraneità, sentiva insomma, in mezzo a tutta quella neve che continuava a fioccare e si fermava a chiazze sui vetri del vagone, come anche l'amore, o quello che così chiamiamo, sia un inganno della prossimità, o forse lo scambio dell'attesa con l'evento, e uno scambio non può essere la sede della gioia, ma soltanto una sua ombra, sentiva che soltanto nell'esercizio di una dolorosa sospensione avrebbe potuto riconoscere quale volto davvero le poteva appartenere, di quale volto avrebbe potuto avvertire il respiro delle palpebre, o il suono che fa un sentimento quando si avvicina alla parola, forse soltanto nella sospensione avrebbe potuto riconoscere la natura propria del desiderio, e imparare ad attendere, come i rami gelati degli alberi, la dolcezza del risveglio.


         Un amore

         Potrei ora raccontare di quando la vidi la prima volta, di là dalla vetrata, sulle borchie dell'ingresso le iniziali del caffè, la grande specchiera con la cornice di mogano alta sopra il banco, lei era al tavolo dell'angolo, chiusa nel cappotto marrone, marrone damascato, il foulard appoggiato sulla borsa, il vapore della cioccolata sopra la tazza, fuori il gelo bloccava i filobus, sbiancava i platani di corso Magenta, i miei pensieri combattevano con lo stupore, gli occhi suoi somigliavano a un cielo ai primi giorni di aprile, un cielo del Sud prima di sera, mi rifugiavo all'indomani in questo lirismo, pensando a lei.
         La vedevo quasi ogni sera, dopo le lezioni: raggiungevamo il Carrobbio, guardavamo le ultime nuvole affondare nella nebbia che saliva tra le colonne di San Lorenzo e si spandeva sui binari dei tram, davanti alle porte delle trattorie, sui passanti. Qualche sera sostavamo ai giardini della Conca del Naviglio, risalivamo per il Mulino delle Armi verso via Sforza, verso il prato nascosto di Largo Richini. Fu un amore quieto, cresceva con l'allungarsi della luce del giorno, col diradarsi della nebbia: giungendo primavera l'intesa era già salda, negli incontri si versava la dolcezza delle attese. La rivedo ora nella casa a ringhiera che abitammo a porta Genova, con le grandi foto e i libri portati da Parigi, con l'armadio stipato di bluse, di cappelli, di gonne, le labbra che si spalancano fingendo meraviglia quando un amico a cena dice qualcosa d'ovvio e si chiudono nell' indifferenza dinanzi alle notizie inattese: non ha mai smesso quel suo modo d'ascoltare la musica seduta all'indiana sul divano, la risata improvvisa, che le inumidiva gli occhi e le labbra, il piacere di gettarsi a capofitto nelle discussioni e combattere fino alla resa dell'avversario. Il suo corpo era leggero, le gambe sottili, il seno scolpito, i capelli neri, fitti, lunghi. Fu un amore senza tempeste. Abitammo poi in una città di mare, guardavamo nei pomeriggi d'inverno dalle finestre il gioco tumultuoso dei gabbiani, vedevamo dalle banchine del porto le navi allontanarsi. Ci perdemmo, ci furono altri amori, poi ci ritrovammo: ho imparato a conoscere le venature delle sue parole, il fuoco e il gelo di ogni regione della sua pelle, lo spettro di luce che fa variare lungo il giorno il blu dei suoi occhi. Abbiamo viaggiato verso i vapori dei Tropici, verso la luce interminabile dei mari del Nord, abbiamo condiviso i tempi obliqui dell'attesa, i tempi opachi della pena.

         Questo, e molto altro, potrei raccontare se quel mattino d'inverno avessi varcato la soglia del caffè, se mi fossi seduto al suo tavolo, spiegando le ragioni del mio ardimento, dicendole subito della vita che era lì fuori dal caffè, con i suoi venti, e le piogge, con i suoi mari, e i Tropici, la vita che attendeva di prenderci con sé, nelle sue bizzarrie. Questo, e molto altro, potrei ora raccontare, se avessi varcato, quel mattino d'inverno, la soglia del caffè, sedendomi all'ombra dei suoi occhi, delle sue parole...


         La vela

         Fu allora, fu con quel movimento in avanti, che m'accorsi d'essere bloccato, le braccia però le sollevavo ancora, le mani le aprivo e chiudevo, ma la schiena non riuscivo a staccarla dalla parete, l'umido del muschio che in un primo tempo era quasi un sollievo cominciava a penetrare nella pelle, diveniva fastidioso e gelido, e già di fronte, nell'altra parete, una stalattite a forma di cipresso capovolto non mandava più i suoi riflessi, era tutta nell'ombra, sulla bocca della grotta uccelli neri tagliavano l'aria veloci, non riuscivo a sollevarmi, fu allora che capii d'essere legato alla parete, forse incatenato, eppure non vedevo sul mio corpo catene, potevo vedere in fondo alla luce una striscia di mare, che presto divenne più scuro, e più calmo, passò una vela, per un momento prese del tutto i miei occhi, aveva tre alberi, e i teloni dovevano essere bianchi, lo scafo rosso, ma il sole era già tramontato e i colori si spegnevano, non potevo più scorgere nella parte alta della parete i graffiti, quei graffiti anneriti, con quelle forme che parevano croci e cerchi e piccole onde, nella testa il ronzio era aumentato, i pensieri non si seguivano l'un l'altro, si affollavano e rimescolavano, provavo a elencare le forme che lungo il pomeriggio erano passate nell'arco di luce della grotta volando o navigando, ma l'ordine nella mente era già scombinato, che cosa succederà adesso, mi dicevo, adesso che sta per venire la notte e che un pipistrello in picchiata s'è affacciato di colpo con una sferzata d'ali e subito è riuscito dalla grotta, ero davvero spossato, dopo l' avventura di quel giorno, che forse non era un giorno ma una vita passata lì, inchiodato nel freddo, intento tutto il tempo a scrutare i segnali sul mare per capire la ragione di quella prigionia...

         Sul terrazzo s'era fatto buio, e la sua voce tacque. Nelle ultime parole era comparso come un tremore e un affanno. Dalle sue spalle veniva, più forte, il profumo del gelsomino rampicante.

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