Sul
tremito delle ombre
Dopo
molti esercizi Li Wajang cominciava a rafforzare
la coscienza del suo ruolo di attore, ormai
in grado di affidare alla propria ombra la rappresentazione
esatta dei sentimenti. Studio delle velature,
misura della leggerezza e della pesantezza,
modulazione della superficie e dei contorni:
il lavoro dell'attore era diventato un'ascesi.
Nei primi tempi egli si esercitava con l'ombra
a terra, un'ombra attaccata al corpo, veste
riversa del corpo, sempre in dialogo con i suoi
pensieri e i suoi movimenti: allora l'arte non
era difficile, si trattava, seguendo le leggi
interiori della contiguità, di sospingere
e in certo senso fare slittare le proprie pulsazioni
da se stesso all'ombra. L'onda del sentire scivolava
dal corpo alla sua ombra, senza balzi, dolcemente.
Quando invece, mutata la disposizione delle
lampade, si trattò di staccare l'ombra
da sé, l'anima stessa dell'attore doveva
trasferirsi nell'ombra, i suoi pensieri dovevano
essere pensieri d'ombra, i suoi passi dovevano
portare soltanto la leggerezza o la gravità,
l'intensità o la vaghezza che appartenevano
all'ombra. Fu allora che l'attore si pose alcune
domande. Anzitutto: come riportare nell'ombra
proiettata dalla lampada le qualità,
le variazioni di colore, le fluttuazioni delle
forme provocate dal sole nel corso del mattino,
nell'ora meridiana, nelle fasi diverse del tramonto?
Come riprodurre, a partire da una sorgente fissa
e artificiale, il trascorrere del tempo, che
allunga e richiama le ombre intorno all'oggetto,
le addensa e stempera, annerisce e dissolve?
E infine, come rappresentare il tremito impercettibile
della linea d'ombra, le oscillazioni dei contorni
d'una foglia nella brezza vespertina? Certo,
il famoso trattato apocrifo Il tremito dell'ombra,
adottato in molte scuole teatrali, elencava
innumerevoli modalità dell'ombra, di
volta in volta descritte in relazione al variare
della sorgente di luce, dell'ora del giorno,
del luogo di rappresentazione, degli oggetti
presenti, dell'ambiente. Inoltre disponeva le
sequenze degli esempi in capitoli dedicati ognuno
a una sorgente luminosa: il sole, la luna, la
fiamma della candela, la fiaccola, la fiamma
del camino, il fanale a gas, la lampada a petrolio,
il falò notturno, il lampione del viale,
la lanterna del cortile, la lampada da tavolo,
il lampadario delle case occidentali e così
via. Il trattato è ancora utile, soprattutto
nella prima fase della formazione teatrale.
Eppure quel trattato, sosteneva Li Wajang nei
suoi seminari, non ci dice nulla sul rapporto
tra i modi del tremolare e i sentimenti da esprimere:
è questo passaggio che il bravo attore
deve costruire, il passaggio dall'ombra naturale,
il cui sentire ci è ignoto, all'ombra
artificiale. Deve insomma essere in grado di
affidare a un impercettibile tremore l'angoscia,
a un altro tremore la quiete dell'anima, a un
altro l'ansia dell'attesa, a un altro ancora
il turbamento del ricordo. E' stato questo impegno
che ha dato alla scuola di Li Wajang un vantaggio
sulle altre scuole d'ombra, fondate sul principio
che è il singolo spettatore a dare senso
e sentimento al teatro delle ombre.
Questa
fu la formazione particolare del grande attore
cinese. Nessuna meraviglia, dunque, se, una
volta giunto a Parigi, i suoi spettacoli al
Théatre de l'Atelier ebbero un centinaio
di repliche e attirarono l'attenzione di tutti
i mimi di Francia.
Cinema
meridiano
Scorrono
in un angolo della mente figure veloci, scorrono
sulla parete, le sorpassa una bicicletta, le
ruote allungate si piegano e corrono fino a
sparire, mentre dalla finestra socchiusa entra
una lama di luce, e una voce sale dalla bottega
fin quassù cantando All'alba se ne
parte il marinaio, prima del passaggio
a livello la bicicletta svolterà verso
il campo sportivo, dietro c'è il barroccio
con la frusta nell'aria e il galoppo, deve essere
il cavallo della masseria di Torrepinta, gli
zoccoli sfiorano il quadro appeso di fronte,
con i buoi che arano mentre in lontananza c'è
il mare che brilla col suo blu, poi sul soffitto
tre ragazzi corrono dietro il pallone che ha
sfrecciato da una parte all'altra della stanza,
il pulviscolo nella striscia di luce balla e
si accende, è un ronzare senza suono,
bianco e argento, fuori il sole brucia le terrazze,
le lenzuola asciugheranno al vento che si alzerà
prima di sera arrivando dal mare, in mezzo allo
stridore della sega dalla bottega sale un'altra
voce , è forte e intonata e canta la
canzone che comincia Tu che mi sorridi o
verde luna, un pomeriggio di maggio inselvato
qui nella mente, il bambino comincia a sfebbrare,
dice una voce vicina al letto, passi di corsa
sulle scale, un'altra voce riprende tenorile
e quasi piangente tu che non conosci le
mie pene, nella piazza del paese a quest'ora
i contadini col gilè nero e la camicia
bianca fanno crocchi intorno alla colonna del
santo, o sotto la chioma dei lecci, l'orologio
suona le cinque, nell'angolo della mente scorrono
figure che se ne vanno sopra il soffitto, al
centro c'è un cesto di frutta dipinto,
con i grappoli d'uva che s'illuminano attraverso
la fessura dell'imposta, le ombre li fanno grigi,
poi tornano nella luce, tornano nel pomeriggio
di un anno perduto tra le ombre di tutte le
figure che passavano sotto casa, tra le ombre
di tutte le voci passate nel corpo, nei pensieri...
La
sospensione
I
suoi pensieri non erano sprofondati nel biancore
soffice, quella mattina che la neve aveva coperto
le strade e i canali della città, non
erano precipitati nel torpore, ma balzavano
qua e là, sfiorando immagini e propositi,
mentre ancora la neve cadeva, fitta, con quel
suo movimento punteggiato e compatto, lievemente
obliquo, con mulinelli frettolosi e danzanti,
seppellendo nel giardino le piante in una uniformità
stupefatta, anche sul canale ghiacciato c'era
un mantello di neve fresca, e laggiù,
nel laghetto del parco, i cigni confondevano
le loro piume nel bianco del ponticello e delle
passerelle, i suoi lunghi capelli neri erano
raccolti sotto il cappuccio della giacca a vento
blu, blu come i miei occhi, s'era sorpresa a
pensare, poi era arrivata nei pressi della macchina,
che era un covone di neve tra altri covoni,
con l'anima di metallo addormentata in quella
grande distesa di silenzio, meglio lasciarla
al suo sonno la macchina, inutile montarle le
catene, si poteva raggiungere a piedi la metropolitana,
e poi scendere alla ferrovia, mentre i suoi
piedi affondavano nella neve fu sfiorata d'improvviso
da due cani che si inseguivano leggeri, era
come se non toccassero la neve, una grande ilarità
nei corpi che balzavano e si assaltavano, sostavano
e si accerchiavano, uno dei due, il nero, poteva
essere il cucciolo d'un boxer e l'altro sembrava
un giovane lupo, intorno nuvole di polvere nevosa,
lasciando il piccolo parco aveva ripreso la
strada , bianca anch'essa, tra i pensieri appariva
la faccia di lui che usciva dal bagno, la barba
appena rasata, tutta quella neve nel giardino
di casa aveva dato come uno svagamento alle
frasi consuete, una distrazione al provvisorio
addio, là presso il cancello che mentre
si apriva seminava spruzzi di neve, ripensava
ora a quel saluto che non aveva ancora perso
del tutto il tono di un' affettuosità
protettiva, e il pallore della sua convenzione
ora appariva quasi abbellito, come accadeva
del resto a tutte le cose in mezzo a quella
neve, altri occhi adesso le venivano incontro,
prendendo nei pensieri il loro posto un po'
sovrano, era il padrone di quegli occhi che
in quella mattina di neve stava andando a trovare,
era per lui che era salita sul treno, tra le
cataste di alberi segati ammucchiate nei vagoni
laterali e gli abeti da disegno natalizio, era
lui che ora appariva spariva nei pensieri chiedendo
ancora un passo verso l'oblio dell'altro, ma
ora nel dondolio del treno, tra le onde sorde
delle ruote e i villaggi che tralucevano appena
nella lontananza fatta più profonda dalla
neve, sentiva il peso di un' acre sospensione
situarsi in mezzo alla testa, ed era come se
il mondo di neve avesse avvolto di bianco il
desiderio, e un soprassalto di malinconia avesse
chiesto ascolto, e già sentiva che le
ragioni della partenza erano sempre più
fragili e del resto l'immagine dell'amante per
la prima volta lasciava scivolare l'emozione
verso un dovere incolore, un dovere spiumato
della stessa attesa, così, in quella
doppia distanza, seduta nel treno che attraversava
un immenso appianamento delle forme e un popolo
di ombre, sentiva che né l'uno né
l'altro uomo davvero le appartenevano, o forse
l'uno e l'altro erano, insieme, lo stagno ghiacciato
del desiderio, e il disgelo ne avrebbe mostrato
la sostanza illusoria, o persino l'estraneità,
sentiva insomma, in mezzo a tutta quella neve
che continuava a fioccare e si fermava a chiazze
sui vetri del vagone, come anche l'amore, o
quello che così chiamiamo, sia un inganno
della prossimità, o forse lo scambio
dell'attesa con l'evento, e uno scambio non
può essere la sede della gioia, ma soltanto
una sua ombra, sentiva che soltanto nell'esercizio
di una dolorosa sospensione avrebbe potuto riconoscere
quale volto davvero le poteva appartenere, di
quale volto avrebbe potuto avvertire il respiro
delle palpebre, o il suono che fa un sentimento
quando si avvicina alla parola, forse soltanto
nella sospensione avrebbe potuto riconoscere
la natura propria del desiderio, e imparare
ad attendere, come i rami gelati degli alberi,
la dolcezza del risveglio.
Un
amore
Potrei
ora raccontare di quando la vidi la prima volta,
di là dalla vetrata, sulle borchie dell'ingresso
le iniziali del caffè, la grande specchiera
con la cornice di mogano alta sopra il banco,
lei era al tavolo dell'angolo, chiusa nel cappotto
marrone, marrone damascato, il foulard appoggiato
sulla borsa, il vapore della cioccolata sopra
la tazza, fuori il gelo bloccava i filobus,
sbiancava i platani di corso Magenta, i miei
pensieri combattevano con lo stupore, gli occhi
suoi somigliavano a un cielo ai primi giorni
di aprile, un cielo del Sud prima di sera, mi
rifugiavo all'indomani in questo lirismo, pensando
a lei.
La
vedevo quasi ogni sera, dopo le lezioni: raggiungevamo
il Carrobbio, guardavamo le ultime nuvole affondare
nella nebbia che saliva tra le colonne di San
Lorenzo e si spandeva sui binari dei tram, davanti
alle porte delle trattorie, sui passanti. Qualche
sera sostavamo ai giardini della Conca del Naviglio,
risalivamo per il Mulino delle Armi verso via
Sforza, verso il prato nascosto di Largo Richini.
Fu un amore quieto, cresceva con l'allungarsi
della luce del giorno, col diradarsi della nebbia:
giungendo primavera l'intesa era già
salda, negli incontri si versava la dolcezza
delle attese. La rivedo ora nella casa a ringhiera
che abitammo a porta Genova, con le grandi foto
e i libri portati da Parigi, con l'armadio stipato
di bluse, di cappelli, di gonne, le labbra che
si spalancano fingendo meraviglia quando un
amico a cena dice qualcosa d'ovvio e si chiudono
nell' indifferenza dinanzi alle notizie inattese:
non ha mai smesso quel suo modo d'ascoltare
la musica seduta all'indiana sul divano, la
risata improvvisa, che le inumidiva gli occhi
e le labbra, il piacere di gettarsi a capofitto
nelle discussioni e combattere fino alla resa
dell'avversario. Il suo corpo era leggero, le
gambe sottili, il seno scolpito, i capelli neri,
fitti, lunghi. Fu un amore senza tempeste. Abitammo
poi in una città di mare, guardavamo
nei pomeriggi d'inverno dalle finestre il gioco
tumultuoso dei gabbiani, vedevamo dalle banchine
del porto le navi allontanarsi. Ci perdemmo,
ci furono altri amori, poi ci ritrovammo: ho
imparato a conoscere le venature delle sue parole,
il fuoco e il gelo di ogni regione della sua
pelle, lo spettro di luce che fa variare lungo
il giorno il blu dei suoi occhi. Abbiamo viaggiato
verso i vapori dei Tropici, verso la luce interminabile
dei mari del Nord, abbiamo condiviso i tempi
obliqui dell'attesa, i tempi opachi della pena.
Questo,
e molto altro, potrei raccontare se quel mattino
d'inverno avessi varcato la soglia del caffè,
se mi fossi seduto al suo tavolo, spiegando
le ragioni del mio ardimento, dicendole subito
della vita che era lì fuori dal caffè,
con i suoi venti, e le piogge, con i suoi mari,
e i Tropici, la vita che attendeva di prenderci
con sé, nelle sue bizzarrie. Questo,
e molto altro, potrei ora raccontare, se avessi
varcato, quel mattino d'inverno, la soglia del
caffè, sedendomi all'ombra dei suoi occhi,
delle sue parole...
La
vela
Fu
allora, fu con quel movimento in avanti, che
m'accorsi d'essere bloccato, le braccia però
le sollevavo ancora, le mani le aprivo e chiudevo,
ma la schiena non riuscivo a staccarla dalla
parete, l'umido del muschio che in un primo
tempo era quasi un sollievo cominciava a penetrare
nella pelle, diveniva fastidioso e gelido, e
già di fronte, nell'altra parete, una
stalattite a forma di cipresso capovolto non
mandava più i suoi riflessi, era tutta
nell'ombra, sulla bocca della grotta uccelli
neri tagliavano l'aria veloci, non riuscivo
a sollevarmi, fu allora che capii d'essere legato
alla parete, forse incatenato, eppure non vedevo
sul mio corpo catene, potevo vedere in fondo
alla luce una striscia di mare, che presto divenne
più scuro, e più calmo, passò
una vela, per un momento prese del tutto i miei
occhi, aveva tre alberi, e i teloni dovevano
essere bianchi, lo scafo rosso, ma il sole era
già tramontato e i colori si spegnevano,
non potevo più scorgere nella parte alta
della parete i graffiti, quei graffiti anneriti,
con quelle forme che parevano croci e cerchi
e piccole onde, nella testa il ronzio era aumentato,
i pensieri non si seguivano l'un l'altro, si
affollavano e rimescolavano, provavo a elencare
le forme che lungo il pomeriggio erano passate
nell'arco di luce della grotta volando o navigando,
ma l'ordine nella mente era già scombinato,
che cosa succederà adesso, mi dicevo,
adesso che sta per venire la notte e che un
pipistrello in picchiata s'è affacciato
di colpo con una sferzata d'ali e subito è
riuscito dalla grotta, ero davvero spossato,
dopo l' avventura di quel giorno, che forse
non era un giorno ma una vita passata lì,
inchiodato nel freddo, intento tutto il tempo
a scrutare i segnali sul mare per capire la
ragione di quella prigionia...
Sul
terrazzo s'era fatto buio, e la sua voce tacque.
Nelle ultime parole era comparso come un tremore
e un affanno. Dalle sue spalle veniva, più
forte, il profumo del gelsomino rampicante.