Akram,
Mohamed, Omar, Anis, Salmon. Al passaggio dei
cinque bambini palestinesi l'ordigno è
deflagrato. Sparato da un carro armato israeliano,
era rimasto inesploso.
Nomi
che seguono altri nomi, nomi che precedono altri
nomi.
Corpi
e pensieri dilaniati. Non vedranno i muri di
pietra del loro villaggio né le nuvole
che fuggono verso il tramonto.
Può
accadere un mattino, sulla strada che porta
alla scuola. O sulla strada dei giochi e degli
inseguimenti.
Può
accadere in una città non lontana, dentro
un autobus, in mezzo al tumulto di una città.
Oppure all'ombra di una pianta dove l'attesa
pomeridiana ha riempito l'aria di pensieri leggeri,
fuggitivi.
Può
accadere nella notte, su una carreggiata pietrosa
che s'inarca su balze deserte, mentre il rombo
dei bombardieri è appena percepibile,
e sembra un inganno delle stelle.
Può
accadere nella quiete mattutina di un ufficio,
tra arredi non ancora svegli, e schermi di computer
da poco accesi, mentre la luce fuori è
ancora bianca, e il volo di un uccello riga
il vetro della finestra, è allora che
il passaggio all'inferno è una brevissima
sequenza di istanti folli, istanti divorati
dalle fiamme e dal crollo. Il tragico del secolo
nuovo mostra la sua faccia nera, il suo urlo.
Il tragico e l'impossibile si abbracciano.
Può
accadere alla svolta di una carreggiata polverosa,
il motore della jeep ancora acceso, e i corpi
crivellati sul ciglio. O nel chiuso di una tenda,
il sonno rinviato per le ombre e i presagi.
Può
accadere sotto cieli non solcati da aerei carichi
di bombe, su strade non attraversate da mitraglie:
malattie e povertà continuano l'azione
distruttiva della guerra.
Può
accadere tra foreste e savane, o nel labirinto
delle metropoli, dove corpi di donne e di uomini
sono consunti dalla degradazione: dell'aria,
della fatica. E dei sogni.
È
questo che accade, in molti luoghi della terra.
Ma soccorrono, civilmente, sensatamente, le
ragioni: per ogni corpo ucciso c'è un
pensiero che spiega, o c'è uno scopo,
per migliaia di corpi devastati c'è un'idea,
per milioni di sofferenze c'è un progetto.
Il punto d'osservazione che la politica pensa
come suo proprio è rassicurante, prospettico:
l'inevitabile, il necessario sono categorie-diaframma.
Corazze che difendono dal fetore dei corpi maciullati,
dall'insopportabile puzza dei massacri. Le categorie
dell'inevitabile e del necessario allontanano
dalla vista il sangue dei singoli, portano in
primo piano l'ordine pensato, la soluzione possibile,
alla quale non mancherà neppure il decoro
della parola pace. È infatti per la pace
che si fa la guerra: bizzarria che la logica
politica non sospetta né di contraddittorietà
né di ipocrisia. Anche la catena di distruzioni
e di conflitti che sopravviene in una guerra
è tollerata in nome di una pace a venire.
Fioriscono
le ragioni in nome delle quali la distruzione
appare necessaria. Ragioni di fedeltà
alla lettera del Libro, o alla lettera del Mercato,
o alla lettera dell'ordine mondiale. La fedeltà
al futuro impone il passaggio nel tempo tragico,
persino la partecipazione attiva al tempo tragico.
Al terrorismo si risponde con la guerra, o con
il terrorismo: l'una e l'altro fanno discendere
da un'idea il sangue. Il punto di vista politico
non può attardarsi sui pensieri dei singoli,
sui corpi feriti, sui desideri bruciati. La
decisione è nemica del turbamento, e
della perplessità. Che al terrore si
possa rispondere non con la guerra né
con altro terrore, ma con la saggezza, è
opinione di qualche umanista attardato: costui
finge di non sapere che la politica è
fondata sui rapporti di forza. Realismo è
la parola più vezzeggiata nel dizionario
del politico.
Nei
Parlamenti, votare per la guerra vuol dire concentrarsi
sul fine, non sui corpi dei singoli, separare
la distruzione dalle sue vittime, la morte dai
corpi che essa va a possedere. Si può
essere contro la pena di morte, e allo stesso
tempo votare per la guerra: nella guerra la
morte dei singoli non è la forma estrema
della pena, ma un evento che appartiene all'ordine
delle cose, un frammento di inconsapevole storia,
il contributo dell'incolpevole a una probabile
felicità degli altri. Non si condanna
un popolo a subire una guerra, e il terrorista
non condanna a morte i corpi che distrugge:
gli uni e gli altri sono variabili di un destino.
Passaggi irrilevanti di una scelta. O invisibili
strumenti di un'affermazione. L'affermazione
di una necessità. Il corpo del singolo
esce dalla sua singolarità, i suoi desideri
e i suoi pensieri vanno a comporre il fantasma
che via via nella storia le guerre hanno chiamato
nemico e che l'odierna tecnica della precisione
chiama effetto collaterale. La pericolosità
del nemico e la fiducia nell'intelligenza distintiva
della tecnica bellica rassicurano: sostenere
le ragioni di una guerra è stare nell'ordine
del razionale. Nell'ordine del possibile, dell'unica
cosa possibile. Il resto è ingenua alterità
dell'idiota.
Dal
Medioriente all'Asia centrale la geopolitica
legge mappe possibili, segna confini e presenze,
relazioni e alleanze, equilibri e esclusioni:
nei sotterranei del castello i traffici, intanto,
continuano. La prosperità di un paese
si nutre della miseria dell'altro. La ricchezza
dei pochi si nutre della povertà dei
molti. Sotto le bombe, per alcuni, gli affari
prosperano. E l'immensa quantità di danaro
impiegata nella tecnica distruttiva, se è
vero che potrebbe sollevare dalla miseria popoli
interi, è anche vero che, trasformata
e consumata in azione bellica, edifica per alcuni
ingenti fortune.
Gettare
dai cieli bombe e cibo, contemporaneamente:
ultima figura del dominio che mima la potenza
celeste. Decorazione umanitaria dell'orrore.
Un bambino ucciso, un altro sfamato: la bilancia
dei sentimenti sfiora l'equilibrio. E' sottratto
terreno alla colpa, ammesso che nei vincitori
possa abitare l'ombra della colpa.
Ci
sarà un'epoca nella quale la consustanzialità
delle armi all'uomo - questa oscena protesi
del potere - apparirà un risibile segno
dell'imbecillità?
Le
religioni del Libro molte volte sono state piegate
a un'ermeneutica delittuosa, violentando la
morale umana che sgorgava dalle parole dei sacri
testi, una morale che consisteva nella conoscenza
-curiosa, interrogativa, ospitale- dell'altro.
Che
la lettera uccida è, letter-almente,
vero. Accade quando, sulla lettera del Libro,
in macabra danza, si congiungono fedeltà
di credente, nostalgia dell'origine, astrazione
dai corpi. E' questo abbraccio che genera il
vigore distruttivo dell'integralismo. Il sogno
di purezza del credente può essere più
feroce d'ogni più lugubre peccato. La
congiunzione tra fede e azione può essere
un passaggio per la santificazione della violenza.
La violenza si svuota allora della violenza.
Essa ha un fine, e questo fine è sostenuto
da una fede. In questo ardore si brucia il senso
dell'altro, del corpo reale e sensibile che
è l'altro. I Demoni di Dostoevskij
appartengono ancora alla nostra epoca. Ma sono
anche, per le ombre del dubbio, per i tremiti
di perplessità, per l'umano gioco dei
pentimenti, per l'atroce ferita della colpa,
romanticamente estranei alla nostra epoca. Perché
la tecnica della nostra epoca trova nell' astrazione
dai corpi la perfezione. Dove grande è
l'astrazione, grande è il cinismo.
Ma
anche di altre storie - versi d'amore e prose
di romanzi - è intessuta la memoria dell'Occidente.
La memoria dell'Oriente. Memorie che si specchiano,
e rispondono, e sovrappongono. Perché
l'ospitalità della lingua non ha confini.
E la poesia - "corporale, fantastica, materiale",
come la voleva il giovane Leopardi - è
linguaggio in cui respira la singolarità
del vivente, di tutti i viventi. Per questo
al Cantico delle creature che apre
la nostra letteratura rispondono nella stessa
epoca i versi che Nezami mette in bocca al poeta-cavaliere
Majnun, il quale liberava le gazzelle e il cerbiatto
dai predatori e riteneva d'aver raggiunto la
meta del suo regnare perché aveva distolto
anche la fiera dalla violenza: "Il lupo
vigilava sulla pecora, il leone ritraeva l'artiglio
dall'onagro, il cane era in pace con la lepre,
la leonessa allattava la gazzella smarrita"
(*).
Figure di un mondo impossibile. Ma queste figure
impossibili abitano il linguaggio. Queste figure
impediscono che il nostro orrore per i massacri
sia addomesticato. O sia appannato dall'ombra
della giustificazione. Dall'ombra della ragione
politica.
(*)
Nezami, Leyla e Majnun, a cura di Giovanna
Calasso, Adelphi, Milano 1985.