caro
Enrico,
io
non so se questo progetto sulla guerra produca
risultati sinceri fra i letterati e gli intellettuali,
che in quanto parolieri, parolai o operatori
della parola che dir si voglia sono i più
esposti e ahimè colpiti dai pericoli
della retorica, dall'inclinazione ai bei discorsi
da anime belle. io e te abbiamo dato prova di
accapigliarci per le più futili ragioni,
franco si sente vittima del mondo non appena
qualcuno non compiace le sue vanità,
gianni l'ho visto attaccare un disgraziato a
bisaccia reo di aver parlato troppo di sé,
come se lui non stesse su un palco a far lo
stesso in forma più o meno indiretta,
le famiglie sono diventate un campo di battaglia,
la grande passione dell'uomo contemporaneo è
quella sportiva, che consiste nel piacere di
sconfiggere il prossimo in una forma più
vile e futile che in battaglia - poi tutti assieme
andiamo a indignarci sulle guerre. per quanto
mi riguarda, scrissi da qualche parte che lo
scopo principale della mia vita, in una forma
più o meno occulta o educata culturalmente,
è andare in culo al mio prossimo, e ogni
discorso che non parta da questa consapevolezza
mi puzza di fasullo. ti posso proporre una paio
di miei brevi testi che recitai a un reading
sulla guerra in un centro sociale (fanne l'uso
che credi), e faccio seguire, a riprova della
mia buona volontà, la trascrizione di
un brano dal robinson crusoe, scritto all'inizio
del '700 in piena epoca colonialista da uno
scrittore in tutto figlio del suo tempo, e che
tuttavia dimostra un grado di coscienza etica
e civile a cui 300 anni dopo il suo discendente
tony blair non sembra essere ancora pervenuto.
Livio
B.
***
1.
non
potendo sparare seme, alcuni sparano bombe.
non potendo sparare bombe, tutti sparano parole.
anche noi stiamo sparando parole, e forse volevamo
sparare seme o bombe, o almeno pollini. clinton
sparava la sua bomba sotto il tavolo, bush fa
più danni perché la fa sparare
dal b52. ma anche noi facciamo danni, anche
noi che spariamo buone intenzioni. che la vita
sia tutta una sparatoria e tutta una sostituzione
è indubbio. bush vede le cose dal lato
di bush, forse è troppo bush e il lato
di bush è troppo laterale, ma anche noi
siamo troppo noi, piuttosto laterali e meno
poliedrici o circolari del dovuto. certo se
saddam non rispetta le risoluzioni dell'onu,
nemmeno bush rispetta la risoluzione dell'onu
di far rispettare le risoluzioni dell'onu. certo,
se facciamo la guerra preventiva, poi potremmo
passare alla guerra preventiva perfetta e bombardare
le culle, non ci sarebbe più nessun terrorista
nessuna guerra e nessuna infelicità.
sarebbe la prevenzione definitiva. ma infine
ogni luce è luce di distruzione, che
sia fuoco che brucia o fosforescenza che si
dissipa o corpo che si fa incandescente, non
c'è luce nel mondo che non sia luce di
distruzione.
2.
ormai
siamo nei fondali, fra le alghe il limo il lieve
ronzio del fondo, dove si tocca il fondo struggente
della psiche, dove si arriva a ascoltare la
pulsazione del cuore del mondo, dell' infinitamente
rimandato che sta dall'altra parte, del grande
animale silenzioso, incomprensibile. noi siamo
lì vicino, c'è solo quel battito
e un ronzio - come se fosse il rumore che fanno
le cose esistendo. da qui non possiamo risalire,
la pressione ci blocca, e il corpo non obbedisce
più ai comandi come nei sogni. ma tutto
accade esattamente come deve accadere, tutto
accade necessariamente, fatidicamente, come
se ogni evento non abbia altro modo di accadere
che quello in cui accade, come se fosse già
accaduto, e noi ora dovessimo solo ascoltarlo
- in questo silenzio
da
Robinson Crusoe
di
Daniel Defoe
Diario
5. Robinson è scandalizzato dal cannibalismo
degli indigeni, e in un primo tempo opina che
sia giusto sterminarli, ma poi argomenta in
questo modo:
Ma
quando poi, come appunto dicevo, cominciai a
stancarmi di quella vana escursione mattutina
dalla quale non avevo desistito per tanto tempo,
percorrendo un percorso tanto lungo, cominciai
del pari a considerare il fatto in se stesso
con occhi diversi, e presi a giudicare con più
freddo raziocinio l'azione che mi accingevo
a commettere. Di quale diritto, di quale autorità
fruivo per reputarmi autorizzato a giudicare
e condannare a morte questi uomini, considerandoli
alla stregua di criminali, quando il Cielo da
tempo immemorabile aveva decretato di lasciarli
impuniti, e di lasciare ch'essi fossero, per
così dire, gli esecutori materiali delle
Sue sentenze l'uno nei confronti degli altri?
In quale senso tali creature erano colpevoli
verso di me? E che diritto avevo, io, di intervenire
nella fosca contesa che li spingeva a versare
reciprocamente il loro sangue? A lungo dibattei
questo dilemma tra me e me: come potevo sapere
quale fosse, in realtà, il giudizio di
Dio, in un caso tanto particolare? Senza dubbio
questi uomini commettono siffatte azioni senza
reputarle altrettanti delitti, senza che le
loro azioni siano in contrasto con l'imperativo
delle loro coscienze o della loro ragione, le
quali pertanto non li rimproverano, non li condannano.
Dunque, non sapendo di essere colpevoli, essi
agiscono senza darsi pensiero della Giustizia
divina, il che d'altronde non differisce di
molto dal nostro contegno quando commettiamo
un peccato. Non considerano molto diverso uccidere
un prigioniero di quanto sia per noi abbattere
un bove; né che il nutrirsi di carne
umana sia peggio di quanto sia per noi mangiare
carne di montone.
Dopo
essermi soffermato alquanto su queste considerazioni,
mi vidi costretto a concludere di essere in
errore: che questi uomini non erano assassini
nella misura in cui li avevo giudicati in un
primo tempo, o per lo meno non lo erano diversamente
dai cristiani quando ammazzano i prigionieri
catturati nel corso di una battaglia, oppure,
come avviene ancor più sovente, passano
a fil di spada interi reggimenti, senza un palpito
di pietà, anche se gli infelici soldati
gettano le armi e si arrendono.
E
poi riflettei che il loro comportamento reciproco,
sebbene bestiale e disumano, non mi riguardava
nel modo più assoluto. Questi selvaggi
non mi avevano fatto alcun male. Se avessero
attentato alla mia vita e mi fossi visto costretto
ad attaccarli per mia difesa personale, avrei
avuto una motivazione valida; ma fino al momento
in cui fossi rimasto al di fuori della loro
sfera d'azione ed essi avessero addirittura
ignorato la mia esistenza, non era giusto che
di mia iniziativa deliberassi di assalirli.
Sarebbe stato come giustificare tutte le infamie
commesse dagli Spagnoli in America, ove essi
trucidarono milioni di uomini che, per quanto
dediti all'idolatria e alla barbarie, per quanto
indotti dalle loro usanze a riti mostruosi e
truculenti come quello di sacrificare vite umane
ai loro idoli, pure nei confronti degli Spagnoli
non avevano colpa alcuna; e averli sterminati,
facendoli letteralmente scomparire da quello
che era stato il loro paese, è un fatto
di cui oggi si parla con orrore ed abominio
in tutte le nazioni d'Europa e che le stesse
genti di Spagna considerano esempio di disumana
crudeltà, ingiustificabile agli occhi
di Dio e degli uomini; sicché da allora
in poi il nome degli Spagnoli è esecrato
da tutti coloro che conoscono il senso dell'umana
e cristiana pietà; come se il regno di
Spagna esistesse essenzialmente per dar vita
a una razza del tutto incapace di coltivare
in sé il sentimento della misericordia,
affatto esente da quell'istintivo impulso alla
pietà verso gli infelici che giustamente
viene considerato il segno fondamentale della
generosità d'animo.
Queste
riflessioni mi indussero a desistere dal mio
progetto, anzi a rinunciarvi definitivamente.