1.
seguendo le derive euforiche delle logiche aberranti
e barocche di un attacco preventivo, che riprendono,
in un'operazione che, al gusto della nostalgia
per un'età felice, accostano la soddisfazione
di una decisione arbitraria e virile, i pattern
di giustificazione tanto cari alla vostra infanzia,
tali per cui, a fronte di uno sguardo altrui,
è legittima l'elargizione di un pugno
o di una spinta, introdotti con la frase: 'ehi!
mi hai guardato', finite per accettare l'idea
che il bombardamento dell'iraq sia la soluzione
migliore, come anche l'introduzione di un principio
di discrezionalità del massacro, anche
per le paure che covate, tra le vostre lenzuola,
all'alba del ventunesimo secolo, quando, volete
pensare, e così lasciate trascorrere
i giorni tra le opere di una vita, si affollano
i sogni, per poi risvegliarsi.
2.
ci dobbiamo fermare a via merulana, arenandoci
come cocci ai bordi del corpo esteso del corteo
che, da piazza san giovanni, rifluendo, dalla
polla del luogo di arrivo della manifestazione,
come un'ondata di feedback alla scelta che abbiamo
compiuto, nei canali di ciò che vuol
dire, occupa quasi immobile la planimetria del
centro di roma e osserviamo, allungando il collo
tra le bandiere arcobaleno, e le stanghe dei
cartelli e degli striscioni, la disposizione
discontinua ma impenetrabile dei corpi che si
ritrovano, l'uno accanto all'altro, nello spazio
della nostra stessa intenzione, a seguito di
una triangolazione di valori e credenze la cui
geometria, veniamo a sapere dalle voci che,
come spifferi tra pietre sconnesse, corrono
tra le nostre facce, copre l'orbe terraqueo,
e la cui misura, in presenze umane reali, è
centodieci milioni per la pace.

3.
superando
le tappe della giornata, distratto come il vento
che supera luoghi degli
uomini, infiltrandosi, nel suo lungo respiro,
tra le incongruenze dei loro possessi, procedo
segnando la regolarità dell'arco delle
ore del 19 marzo 2003, oltrepassando sotto il
sole i check-in del risveglio, della colazione,
delle ore di lezione, del pranzo e del lavoro
pomeridiano, mentre si esaurisce il tempo che
precede la guerra e, salendo sull'autobus, astraendomi,
guardando attraverso i finestrini, nel controluce
geometrico dei riflessi, prevedo la notte che
si avvicina ed i bombardamenti dopo la scadenza
dell'ultimatum, stupendomi di quanto, in effetti,
sia tutto vero e di come mi potranno offendere,
da domani, le contraddizioni dei guerrafondai
ed ogni prevedibile discorso sulla morte dei
più deboli e la vittoria dei più
forti.
4.
mentre, nel corridoio,
la tua ragazza
e
le sue
amiche, ridendo del venerdì sera che
arriva,
percorrono l'appartamento avanti e indietro,
ti cali nelle ondate di rombo delle esplosioni
tra le case di bagdad, che, superati i livelli
dell'amplificatore, si strappano nelle ramificazioni
entropiche della loro distorsione, con la radio
accesa, e la televisione che ti fornisce l'inquadratura
notturna degli scoppi e delle fiamme tra i viali
illuminati, e ti devi alzare, risalendo dal
budello dello stupore, per la reazione di fronte
ai rumori della guerra, attraverso le successive
reti di aspettative, sfondate dall'urto di un
suono che non ti aspettavi, dello spettatore
medio, e del cinismo basico di chi, di immagini,
ne ha viste tante, ed andare dove sono le ragazze
per dire loro, con la voce del guastafeste,
'stanno bombardando ed è davvero spaventoso'.

5.
ogni volta,
dalla distanza
che collega l'autonomia assiomatica del
suo
privato
con quello spazio di parvenze che ha sentito
chiamare mondo, ed a cui volge lo sguardo di
chi ha la misura salda della propria indifferenza,
e delle ragioni di sopravvivenza che ne argomentano
il valore, lo scopo e la giustificazione, lancia
lo slogan del proprio partito preso, e cioè
'non mi preoccupo di una guerra che capita in
iraq', superando, con l'agilità del privilegio,
le regioni di complessità in cui la sua
vita, e le diverse fattispecie del suo benessere,
stringono alleanze con le disgrazie degli altri
e, rispondendo a chi gli spiega il proprio umore
malinconico, dandone conto, generalmente, in
forza di quello che succede, mostra la sottile
differenza tra rifiutare l'ingiustizia e temere
di esserne vittima, che al suo interlocutore
regolarmente sfugge.
6.
seduti nel curioso mondo della televisione,
in cui il reale, come un sospetto che richiede
troppe prove per essere ammesso, rimane inespresso
tra la ritmica delle inquadrature, e le zoomate
patetiche del regista, commentano gli alti ed
i bassi della guerra negli ultimi scorci della
sua narrazione, che, nel simbolico, trova la
curva asintotica della sua fuga nell'infinito
del rimosso, e, in successive ondate di assalti
retorici, con la ferocia del guastatore fanatico,
smontano la struttura di massacri, disperazione
e isteria che, tra il tigri e l'eufrate, costituiscono
l'estensione del deserto battezzato pace in
data odierna, e vantano, con ragionamenti realistici,
come servi dei loro mezzi padroni, l'onore dei
vigliacchi che, sulla pelle degli altri, si
fanno una ragione del peso delle responsabilità
che non si sono presi.