1.
Gli inediti di Feuer
MANTOVANI:
Si potrebbe quasi dire che Robert Walser, malgrado
siano trascorsi ormai quasi 50 anni dalla sua
morte, non smette mai di scrivere. Dopo i microgrammi,
decifrati e pubblicati in questo ultimo ventennio,
è ora la volta di questo volume di inediti,
Feuer, pubblicato in occasione del
giubileo dei 125 anni dalla nascita. In questo
volume, troviamo 30 scritti in prosa, cinque
poesie e quattro frammenti che coprono un arco
di quasi trent'anni, dal 1907 al 1933. Come
si è arrivati alla scoperta di questi
testi?
ECHTE:
Questi testi sono stati scoperti in maniera
casuale. Circa una dozzina di anni fa, una collega
di Berlino mi fece sapere di aver trovato uno
scritto di Robert Walser in un giornale di Berlino,
il Berliner Börsen-Courier. Lo
scritto si intitolava Ernesto e non
figurava nell'edizione critica delle "Opere
complete" di Walser. Questa circostanza
mi sorprese moltissimo, perché nessuno
degli esperti dell'opera di Walser era a conoscenza
del fatto che lo stesso Walser aveva pubblicato
degli scritti sul Berliner Börsen-Courier.
Abbiamo quindi cominciato a passare in rassegna
le annate del Berliner Börsen-Courier
e abbiamo immediatamente scoperto altri cinque
testi. Io, personalmente, ho poi passato in
rassegna le annate di altri giornali dell'epoca,
e ho scoperto ancora altri testi. La ricerca
è proseguita nel corso di questi ultimi
anni e si è arrivati infine a raccogliere
i testi che sono stati pubblicati in Feuer.
In questo modo, si è venuta a creare
una situazione molto bella ma anche molto complicata:
molto bella, perché si può contare
sul fatto che anche in futuro verranno scoperti
nuovi testi di Walser; molto complicata, invece,
perché non siamo oggettivamente in grado
di passare in rassegna tutta l'enorme quantità
dei giornali degli anni dieci e degli anni venti.
MANTOVANI:
Da questi testi emerge un'immagine in larga
parte nuova e sorprendente di Robert Walser,
un'immagine che arriva perfino a contraddire
o quantomeno a contrapporsi all'immagine tradizionale
del poeta solitario chiuso nella propria mansarda
e lontano dal mondo. E ci sono alcuni testi
che illustrano in maniera particolare questa
nuova immagine di Walser. Uno di questi testi
si intitola non a caso Der Schriftsteller,
"Lo scrittore", un testo del 1907
che lei, nella sua postfazione, ha definito
"una sorta di autoesplicazione poetologica"...
ECHTE:
A mio modo di vedere, ciò che colpisce
maggiormente in questo testo è che Walser
non parla assolutamente del fatto che lo scrittore
deve realizzare un'opera. Si tratta insomma
solo di osservare e di scrivere; non si tratta
di creare un'opera definita, un romanzo, un
testo teatrale o una poesia. Si tratta piuttosto
di un atteggiamento nei confronti del mondo.
Ed è proprio di questo atteggiamento
che Walser parla in questo testo. La figura
dello scrittore viene inizialmente descritta
con ironia: lo scrittore, secondo le parole
di Walser, è un predatore, un essere
che è sempre a caccia, che sta nascosto
da qualche parte e poi si avventa su ciò
che cade sotto la sua osservazione. Ma Walser
dice anche che lo scrittore, così come
dovrebbe essere, è una figura che sta
sempre accanto, in disparte, nell'ombra, in
una posizione defilata rispetto alla vita. È
un osservatore, che non vive in prima persona
ma funge da tramite di ciò che osserva
e vede. E così, in quanto essere umano,
diventa spesso una figura esposta al ridicolo.
È davvero sorprendente notare come Robert
Walser, già nel 1907, quando aveva solo
29 anni, fosse perfettamente conscio del fatto
che, in quanto scrittore, sarebbe sempre stato
un outsider. Ma era anche consapevole
che è necessario essere un outsider
per poter essere un buono scrittore. Questa
circostanza rende questo testo assolutamente
straordinario. C'è però anche
un altro aspetto che merita di essere sottolineato.
Il testo si chiude infatti con queste parole:
"Quando lo scrittore ha dato forma alla
prima frase, non si conosce più".
Ora, si è sempre rimproverato a Robert
Walser di scrivere in prima persona, in maniera
troppo soggettiva e quasi egocentrica. Ma in
questo passo Walser afferma l'esatto contrario,
e lo afferma con piena ragione, perché
dimostra che il vero scrittore è colui
che si lascia trasportare dal flusso delle parole
e dalla forza del linguaggio. La soggettività
della scrittura di Walser è esattamente
questa. Non è un atteggiamento egocentrico,
è piuttosto la capacità di lasciarsi
condurre dalle parole e dal linguaggio, senza
badare ai temi e ai contenuti. Questo è
il grande segreto della scrittura di Walser
ed è anche il motivo per cui, con Walser,
facciamo sempre un'esperienza duplice: Walser
è uno scrittore che scrive in prima persona
e che quindi crediamo di conoscere molto bene,
ma nello stesso tempo è anche misterioso
e sfuggente come nessun'altro.
MANTOVANI:
Un altro testo molto significativo, e che fa
pendant con "Lo scrittore",
del quale abbiamo appena parlato, è il
testo intitolato Vom Zeitungslesen,
"Sulla lettura del giornale". Anche
questo testo è del 1907, ma in questo
caso non è lo scrittore a venire tematizzato,
quanto piuttosto il mezzo, il giornale...
ECHTE:
Penso che Sulla lettura del giornale
si configuri come l'immediata conseguenza de
Lo scrittore. Se lo scrittore deve
porsi come compito non tanto quello di creare
delle opere definite, quanto piuttosto quello
di continuare senza posa a riflettere la vita
e il mondo nella scrittura - e Walser parla
non a caso della scrittura come qualcosa di
parallelo alla vita -, allora si può
dedurre che il libro, inteso come prodotto finito,
non è il posto giusto per praticare questo
genere di scrittura e di osservazione della
vita. Il posto giusto è invece il quotidiano,
il giornale. I testi contenuti in Feuer
dimostrano in maniera molto sorprendente che
Walser lo aveva capito e lo aveva messo in pratica
fin dall'inizio della sua attività di
scrittore. C'è inoltre una lettera del
1905 nella quale Walser ha scritto quanto segue:
"Da adesso in poi, scriverò talmente
tanto che Hesse e compagnia avranno di che preoccuparsi,
perché si vedranno cadere addosso una
pioggia di giornali!". Ed è precisamente
ciò che ha fatto, in maniera molto consequenziale.
Presumo quindi che le considerazioni sullo scrivere
per i giornali, contenute in questo testo, verranno
ulteriormente avvalorate dalla scoperta di molti
altri nuovi scritti.
MANTOVANI:
Ecco dunque la nuova immagine di Walser che
emerge da questo volume: è l'immagine
dello Zeitungsschreiber. Un'attività,
questa dello Zeitungsschreiben, che
come lei ha scritto nella sua postfazione, si
adattava in maniera particolare al suo modo
di concepire la scrittura e la letteratura.
Si potrebbe dire, insomma, usando le parole
dello stesso Walser, che qui come non mai Walser
scrive "per il gatto". Ma qual è
il significato più profondo di questo
scrivere "per il gatto"?
ECHTE:
Il significato più profondo di questo
scrivere per i giornali consiste forse nel fatto
che Robert Walser non crede più alla
grande opera, al grande romanzo, al libro, e
anche nel fatto che Walser non vede il ruolo
dello scrittore come precettore della società
e come autorità spirituale, nel senso
incarnato in particolare da uno scrittore come
Thomas Mann. Il ruolo dello scrittore, secondo
Walser, consiste semplicemente nell'osservare
e nello scrivere, al di fuori di ogni schema
culturale e intellettuale. Da questo scetticismo
nei confronti della "grande opera"
e dell'autorità dello scrittore è
nato quello che si può definire come
il vero e proprio genere letterario di Walser:
il "pezzo in prosa". Il pezzo in prosa
è uno scritto breve, che si legge in
pochi minuti e spinge il lettore alla riflessione.
Il lettore lo trova inaspettatamente sul giornale,
comincia a leggerlo e viene per così
dire immesso in un movimento fatto di pensieri,
di immagini, di riflessioni, di domande, di
dubbi e di scherzose provocazioni. Il pezzo
in prosa è scritto senza troppe pretese
ed è destinato a scomparire, perché
la sua durata corrisponde a quella del dialogo
che si instaura col lettore. Terminato il dialogo,
il pezzo in prosa si perde, scompare, perché
è scritto "per il gatto", per
la transitorietà, è come un messaggio
in bottiglia. Walser non sapeva naturalmente
che i suoi pezzi in prosa sarebbero sopravvissuti
e sarebbero stati perfino tramandati. E questa
circostanza - devo dire - è tanto più
piacevole, perché dimostra che in fondo
tutto, lo si voglia o meno, è scritto
"per il gatto". Ma ciò che
per così dire riesce a passare attraverso
il gatto e a sopravvivere, possiede in un certo
qual modo un valore eterno.
MANTOVANI:
In occasione dei giubilei e delle ricorrenze
si cercano sempre, a torto o a ragione, dei
legami con l'attualità. Ma forse nel
caso di Walser questi legami ci sono veramente,
e sono molto forti. Bernhard Echte, per chiudere
questo Laser dedicato a Robert Walser
e al suo giubileo: c'è qualcosa di particolare
che il Walser di Feuer, il Walser di
questi scritti inediti, ha da dire alla nostra
attuale sensibilità?
ECHTE:
Walser non è attuale per gli argomenti
o i temi che tratta. Walser non rappresenta
alcuna opinione, non ha alcun immediato messaggio
da comunicare. Anzi, molto spesso nei suoi scritti
si contraddice, afferma una cosa e il suo contrario.
La sua attualità non va dunque cercata
nei temi e negli argomenti che si possono rinvenire
nelle sue opere. Va cercata piuttosto nella
sua maniera di pensare, in un pensiero che non
ha nulla di argomentativo o di filosofico perché
è un pensiero poetico, fatto di immagini,
un pensiero che nasce dalla fantasia e dall'osservazione.
A Walser interessa questo movimento del pensiero,
questa osmosi tra osservazione e riflessione:
si potrebbe dire, insomma, che a Walser interessa
la vita in quanto tale. E questa è una
cosa che forse nessun altro scrittore è
riuscito a cogliere, a tematizzare e a sviluppare
con la stessa intensità di Walser. Perché
tutti gli altri scrittori sono troppo legati
ai contenuti.
2. Walser e la Svizzera
MANTOVANI:
Bernhard Echte, in questo secondo spazio di
Laser dedicato al giubileo di Robert
Walser parleremo del rapporto tra Walser e la
Svizzera e lo faremo prendendo spunto da Europas
schneeige Pelzboa, un volume che lei ha
curato per conto dell'editore Suhrkamp e che
raccoglie appunto un vasto gruppo di scritti
che Walser ha dedicato alla Svizzera. Leggendo
questo libro si incontra un'immagine di Walser
che è molto nuova e per molti versi sorprendente:
si incontra infatti l'immagine di uno scrittore
politico, e viene da pensare a un passo dei
microgrammi nel quale Walser ha scritto: "A
mio modo di vedere, non c'è nulla che
non sia politica", un'affermazione, questa,
che ricorda molto una celebre frase di Gottfried
Keller. Ma in che modo Walser è stato
uno scrittore politico, o per meglio dire: in
che modo si è occupato di questioni politiche?
ECHTE:
Già nel primissimo libro di Robert Walser
c'è uno scritto intitolato La Patria.
Si tratta di uno dei temi di Fritz Kocher, lo
scolaro presumibilmente di quattordici o quindici
anni che dà appunto il titolo al volume.
Lo scritto si apre con queste magnifiche parole:
"La nostra forma di stato è la repubblica.
Possiamo fare quello che vogliamo". Si
tratta di una frase che fa sorridere, se non
altro perché non è affatto detto
che in una repubblica ciascuno possa fare quello
che vuole. Ma se la si esamina più da
vicino, si scopre che si tratta di una frase
ambigua, perché non si riesce a capire
se l'accento deve cadere sul soggetto noi
oppure sul verbo possiamo. L'unica
cosa certa è che Walser qui esprime un'ovvietà
in maniera molto ironica e distaccata. Questo
atteggiamento di ironia e di distacco può
essere rinvenuto un po' dappertutto nella sua
opera. Walser si esprime su temi politici e
sociali ripetendo i cliché,
le frasi fatte e le parole d'ordine dell'opinione
pubblica, afferma una cosa ma nello stesso tempo
lascia anche intravedere il suo contrario. Lo
dimostrano molto chiaramente i suoi scritti
sulla vita militare, nei quali l'ironia assume
quasi un carattere sovversivo. Walser guarda
tutto con gli occhi di un bambino e dice di
sì a tutto, ma proprio per questo si
capisce che qualcosa non quadra. Walser loda
tutto e trova tutto meraviglioso, ma la sua
lode e la sua meraviglia hanno qualcosa di incredibilmente
ambiguo e sinistro. Ogni sua frase ha dunque
una sfumatura in qualche modo "politica".
Ma a questo, fino ad ora, si è prestata
troppo poca attenzione.
MANTOVANI:
Walser ha avuto un profondo legame con la Svizzera,
un legame che non è esagerato definire
addirittura passionale e sentimentale, eppure
Walser è riuscito a sottrarsi al pericolo
di cadere nella cosiddetta Heimatliteratur,
e si è anche sottratto all'uso ideologico
e propagandistico dei suoi scritti. In che modo
è riuscito a sottrarsi a questo pericolo?
ECHTE:
Robert Walser non tematizza la Svizzera in maniera
esplicita. E credo che non lo faccia perché
la Svizzera non rappresenta un problema ai suoi
occhi. Si sente di casa nella sua patria, la
ama, ama anche le sue specificità, ma
non ha alcun rapporto col nazionalismo, perché
non vede nelle bellezze della sua patria un
particolare merito morale. Vede che la Svizzera
è bella e ne loda appunto la bellezza,
ma lo fa nella consapevolezza che questa bellezza
è frutto del caso e che comunque non
è diversa o migliore della bellezza che
c'è anche altrove. Il fatto di non vivere
la Svizzera e la sua storia come un problema
permette a Walser di dire di "sì"
alla sua patria. Ma Walser si è reso
anche conto che questo suo "sì"
detto alla Svizzera poteva essere male interpretato
e male utilizzato, e allora ha disseminato i
suoi testi di piccole esagerazioni o, al contrario,
di riduzioni ai minimi termini. Il risultato
è che le parole di Walser non possono
essere utilizzate in senso nazionalistico, non
possono essere citate dall'alto di un podio.
Molte persone hanno provato a farlo, e si sono
curiosamente esposte al ridicolo.
MANTOVANI:
C'è un passo, ne I fratelli Tanner,
un passo che peraltro lei ha citato all'inizio
della sua postfazione, nel quale Walser ironizza
sui giovani ed eleganti corrispondenti dei grandi
istituiti bancari di Zurigo, che parlano da
quattro a sette lingue, hanno girato il mondo
e parlano in maniera derisoria della loro patria:
die kleine Schweiz, die lausige Heimat.
Ma ci sono stati dei momenti nei quali la Svizzera
è apparsa anche a Walser klein und
lausig?
ECHTE:
Non credo, perché Walser attribuiva un
particolare valore a ciò che è
piccolo. Robert Walser è sempre partito
dal presupposto che ciò che è
grande è spesso banale, falso e ideologico,
mentre ciò che è piccolo non ha
una funzione rappresentativa e quindi è
più sincero, più spontaneo, magari
anche più misterioso. Robert Walser,
insomma, dice "sì" a quella
piccolezza della Svizzera che invece fa soffrire
i corrispondenti dei grandi istituti bancari
dei quali si parla ne I fratelli Tanner.
Quei corrispondenti soffrono perché vorrebbero
qualcosa di più grande. Walser, invece,
si trova a proprio agio in ciò che è
piccolo, e mette continuamente in guardia dal
pericolo di cedere alle tentazioni della grandezza.
Direi quindi che Walser non ha mai vissuto la
piccolezza della Svizzera come un problema.
Lo si nota molto bene nello scritto intitolato
I begli occhi, dove Walser difende
apertamente la piccolezza della Svizzera. E
credo che lo si debba prendere in parola, perché
questa sua perseveranza nell'essere piccolo
e nel voler rimanere piccolo lo ha preservato
dall'ideologizzazione.
MANTOVANI:
Chiudiamo questo secondo spazio di Laser
dedicato al giubileo di Robert Walser proiettandoci
nel presente, nella Svizzera del nuovo millennio.
Bernhard Echte, a suo parere c'è un messaggio
che proviene dall'opera di Walser e che può
essere in qualche modo utile per comprendere
meglio la Svizzera di oggi?
ECHTE:
Se ho capito bene Robert Walser, credo di poter
dire che il tratto fondamentale che si può
cogliere nelle sue opere consiste nell'importanza
ma anche nella difficoltà di dare il
benvenuto a se stessi. Questo tema della fiducia
in se stessi è un tema che Walser ha
trattato in maniera molto profonda ma che in
generale viene troppo spesso sottovalutato.
Walser si dedica molto intensamente a questo
tema e lo considera come un compito che deve
essere continuamente affrontato. E devo dire
che, in questo, Walser si rivela davvero...
molto svizzero. Ma Walser ci aiuta anche a guardare
al di là dei confini della patria, perché
riesce sempre a mettere in relazione il particolare
con l'universale. Penso soprattutto alle splendide
parole che ha dedicato al Seeland,
la zona del lago di Bienne: "Il Seeland
- ha scritto - può trovarsi in Svizzera,
in Olanda oppure in Australia". In questo
senso, Walser riesce a sottrarsi al pericolo
dell'autolimitazione e dell'isolazionismo, perché
la sua enorme forza immaginativa e fantastica
gli permette di cogliere il mondo intero in
un singolo dettaglio.
3. I quattro romanzi 100 anni dopo
MANTOVANI:
Bernhard Echte, in questo terzo e ultimo spazio
di questo Laser dedicato al giubileo di Robert
Walser, parleremo dei quattro romanzi di Walser
che il Suhrkamp Verlag ha ristampato appunto
in occasione del giubileo. Quattro romanzi vecchi
di quasi 100 anni ma ancora incredibilmente
attuali. Il primo romanzo in ordine di tempo
è I fratelli Tanner, del 1907.
Qual è l'attualità di questo romanzo?
ECHTE:
Simon Tanner, il protagonista di questo romanzo,
è un personaggio incredibilmente attuale,
se non altro per il modo in cui cambia continuamente
posto di lavoro. Simon Tanner ha la sensazione
di non doversi adeguare troppo in fretta, e
vuole formarsi il più tardi possibile.
Sa che il mondo è infinitamente ricco,
ma sa anche che c'è il pericolo di ridursi
ad un ruolo parziale, limitato e limitante.
Simon Tanner vuole conoscere tutto, vuole assorbire
la vita nella sua totalità, non vuole
legarsi a nulla, e in questo modo si mette in
una situazione socialmente molto rischiosa,
perché chi non vuole legarsi a nulla
non ha nessuna posizione, non ha denaro, non
ha prestigio sociale, non ha ruoli da ricoprire.
Simon Tanner sa che il desiderio di libertà
e di indipendenza deve essere pagato a caro
prezzo, sa che la libertà non si può
ottenere gratis, sa che alla libertà
è sempre legata l'insicurezza. Nessun
altro autore, forse, ha visto come Walser qualcosa
di positivo nell'insicurezza. E si può
dire che questo atteggiamento di Walser è...
molto poco elvetico.
MANTOVANI:
Nel 1908 e nel 1909 seguono altri due romanzi,
L'assistente e Jakob von Gunten,
due romanzi all'apparenza molto differenti,
sia come stile che come ambientazione, ma in
realtà uniti tra di loro e uniti anche
ai Fratelli Tanner da un saldo filo
conduttore...
ECHTE:
I due romanzi sono accomunati sul piano formale
dall'unità di luogo e di tempo. Ne L'assistente
vediamo Joseph Marti nella villa "Stella
Vespertina" nei panni del segretario o
factotum dell'imprenditore Carl Tobler. Joseph
Marti alias Robert Walser trascorre sei mesi
nella villa di Tobler, e il romanzo narra la
vicenda in maniera cronologica. Anche Jakob
von Gunten alias Robert Walser trascorre un
periodo di tempo in un luogo preciso, l'Istituto
Benjamenta, una specie di scuola dove si insegna
a servire. I due romanzi sono accomunati anzitutto
da questa circostanza. Se poi prendiamo in considerazione
l'atteggiamento dei due protagonisti, allora
possiamo notare che lo Jakob von Gunten
si configura come la diretta conseguenza de
L'assistente. Joseph Marti, infatti, che
a sua volta è una figura consequenziale
a Simon Tanner, incontra grandi difficoltà
ad adattarsi al ruolo del dipendente, perché
in lui c'è un desiderio di libertà
e di indipendenza che si scontra con gli obblighi
e i doveri del suo lavoro. Il suo problema,
in quanto tale, rimane irrisolto. Jakob von
Gunten, invece, sceglie apertamente la sottomissione,
vuole essere uno zero, un nulla, perché
spera di trovare la libertà e la superiorità
proprio nella sottomissione. In effetti ci riesce,
e in questo modo giunge sorprendentemente ad
acquisire una ben precisa indipendenza. In questo
senso, lo Jakob von Gunten si presenta
come lo sviluppo e la soluzione dell'aporia
descritta ne L'assistente.
MANTOVANI:
Il romanzo più innovativo di Robert Walser
è senza dubbio Der Räuber,
"Il Brigante", scritto nell'estate
del 1925 e venuto alla ribalta, insieme ai cosiddetti
microgrammi, solo dopo la morte dello stesso
Walser. Qui troviamo un Walser decisamente diverso
rispetto ai primi tre romanzi, un Walser che
dal punto di vista stilistico è molto
disorientante e perfino un po' irritante...
ECHTE:
Questo romanzo -ma c'è poi da chiedersi
se si tratta davvero di un romanzo- è
pura avanguardia senza appartenere ad alcuna
avanguardia. Der Räuber è
un libro che per così dire rompe con
la tradizione del racconto senza spiegare il
perché e senza proporre nessun nuovo
programma. E' questa circostanza che lo rende
così irritante, perché le avanguardie,
nel momento in cui rompevano con la tradizione,
hanno sempre spiegato perché lo facevano.
Walser, invece, se posso esprimermi in questo
modo, non spiega proprio un bel niente. Walser
distrugge il senso cronologico e le forme tradizionali
della narrazione: l'io narrante, ad esempio,
si confonde spesso con la figura del protagonista
oppure lo prende in giro, e poi non ci sono
personaggi, non c'è un tema, non c'è
un contenuto ben definito. Si potrebbe pensare
che il tema del libro sia rappresentato dall'amore
del protagonista nei confronti di una certa
Edith. Ma questa supposizione viene smentita
già dalla prima frase del libro, dove
Walser scrive: "Edith lo amava. Ma ne parleremo
più avanti". Questo inizio è
forse l'inizio più sorprendente e disorientante
di tutta la storia della letteratura, perché
Walser chiama in causa il tema letterario per
eccellenza, l'amore, e nello stesso tempo è
come se dicesse: "Sì, va bene, d'accordo,
però ne parleremo dopo". Questa
tecnica del differimento, insieme al sarcasmo
e all'ironia, rappresenta la caratteristica
fondamentale dell'intero romanzo, e fa di Der
Räuber un libro davvero spassosissimo.
Il romanzo stesso si presenta quindi come un
insieme di considerazioni ironiche sul raccontare
e sullo scrivere romanzi, si presenta come un
gioco a nascondino o un gioco del gatto col
topo che disattende ogni aspettativa del lettore.
Ma nel momento in cui si coglie la raffinatezza
di questo gioco del gatto col topo e di questa
costruzione labirintica, allora la lettura diventa
all'improvviso molto coinvolgente, molto divertente
e molto affascinante.
MANTOVANI:
Nel 1918, Hermann Hesse scrisse che se Walser
avesse avuto 100.000 lettori, il mondo sarebbe
stato migliore. I quattro romanzi dei quali
abbiamo appena parlato e le altre opere di Walser
hanno ormai raggiunto i 100.000 lettori in tutto
il mondo. Bernhard Echte, per chiudere questo
Laser dedicato al giubileo di Robert
Walser: ma il mondo è diventato davvero
migliore?
ECHTE:
Se partiamo dal presupposto che Robert Walser
non è l'autore delle risposte pronte,
quanto piuttosto l'autore delle molte domande
che rimangono aperte, allora possiamo giungere
alla conclusione che una simile domanda, riferita
a Walser, non può che rimanere aperta.
Dico questo perché, nel caso specifico
di Robert Walser, vale forse la pena di porsi
un'altra domanda: Ma cos'è veramente
il "mondo"? Robert Walser ha sempre
detto che a ciò che esiste nella realtà
bisogna anche aggiungere ciò che esiste
nella fantasia. Il mondo, secondo Walser, non
è costituito soltanto dai fatti, da ciò
che si verifica nella pratica: il mondo è
costituito anche dal passato e dal futuro, dall'interiorità,
dalla fantasia. La domanda, dunque, non può
che rimanere aperta. C'è però
la possibilità, come lettori delle opere
di Walser, di cambiare il nostro atteggiamento
nei confronti del mondo esterno, c'è
la possibilità di rendere più
grande e più ricco il nostro mondo interiore.
E questo sarebbe già qualcosa.
(*) Bernhard Echte è
direttore dell'Archivio Walser di Zurigo
e ha curato il volume walseriano di inediti
Feuer, pubblicato dal Suhrkamp Verlag
di Francoforte. Mattia Mantovani è
traduttore (anche di Walser), collabora alle
pagine culturali di quotidiani e riviste, è
redattore della Radio Svizzera Italiana
- Rete 2, alla quale vanno i nostri sentiti
ringraziamenti per aver concesso la pubblicazione
della presente conversazione.