|
|
| Zibaldoni |
Era
una sera di fine maggio...
(A
trent'anni dalla morte di Carlo Emilio Gadda)
di
Gianluca Virgilio |
 |
Era
una sera di fine maggio, qualche giorno fa.
Mi trovavo per caso in compagnia di un farmacista
di un paese vicino al mio, un signore piuttosto
attempato, amico di famiglia, che pian piano
sta cedendo l'attività ai figli (chissà
perché i figli dei farmacisti sono sempre
farmacisti!). Mi diceva che aveva comprato loro
una villa in campagna, un motoscafo al mare
e un mercedes sportivo, per ciascuno, s'intende;
e nell'illustrarmi queste sue spese, tirava
in ballo un tale che possiede una catena di
supermercati in zona, il quale fa questo e quest'altro,
compra qua e compra là, certo, più
in grande di lui, del farmacista, che evidentemente
lo ha preso a modello. Si sa, l'uomo è
un primate, e procede per imitazione. Il titolare
della catena di supermercati in città
viene soprannominato il Berlusca, perché
in ogni sua azione sembra che si ispiri a Berlusconi,
tant'è che anche lui qualche anno fa
è sceso in campo per salvare l'intera
provincia dai comunisti. Così ho avuto
una illuminazione, e mi sono detto: "Guarda
un po' questa nostra società, se non
somiglia a quella degli antichi egizi, una piramide
che si regge sul principio dell'imitazione:
il farmacista imita il Berlusca, il Berlusca
imita Berlusconi, il quale, si sa, imita il
Padreterno. Così funziona", mi sono
detto, senza riuscire ad assegnarmi altro ruolo
che non fosse quello di una paziente base sostenente
a fatica il resto della piramide imitativa.
Infatti, anch'io sono un imitatore, ma così
piccolo che le mie imitazioni in fin dei conti
non sono molto significative. Pertanto, preso
da un eccesso di moralismo, ho considerato che,
se non fosse che lo ripete troppo spesso, avrei
dato ragione a mio padre che non fa che dirmi
da anni che la borghesia ha fallito, che la
classe dirigente è stata sempre, o quasi,
incompetente e comunque non all'altezza del
suo ruolo, eccetera. E giù citazioni
da Gobetti e Gramsci, preferibilmente. Ma come
dargli torto, quando si ha a che fare con certe
persone che non sanno parlarti d'altro che delle
loro vanità? Così, di pensiero
in pensiero, congedandomi dal farmacista, senza
peraltro nulla riferirgli della mia illuminazione
e dell'indignazione di mio padre - e come potevo,
parlava sempre lui! -, mi è tornata alla
mente quella Adele Lehr, direttrice un secolo
fa delle scuole magistrali milanesi, madre di
un fanciullo piuttosto nevrotico di nome Carlo
Emilio, la quale volle a tutti i costi (e i
costi erano alti) una villa in Brianza, in quel
di Longone, senza badare che soldi in casa ce
n'erano sempre meno, perché il commercio
della seta andava male al marito per via dei
concorrenti giapponesi, e i figli crescevano,
e crescendo sarebbero costati sempre di più.
No: la villa bisognava costruirla a tutti i
costi: si era o non si era alto-borghesi oriundi
milanesi della migliore specie?
Come
accade spesso, la vanità della madre
fu la nevrosi del figlio, del figlio ingegneresco
immaginato desiderato voluto - stavo per dire
concupito - dalla madre alto-borghese-milanese.
Le malattie generano gli anticorpi, e Carlo
Emilio fu un sano, sanissimo anticorpo. Crebbe
e si prese una laurea in ingegneria, ma fu scrittore,
e come scrittore derise le vanità materne:
"Di ville, di ville!; di villette otto
locali doppi servissi; di principesche ville
locali quaranta ampio terrazzo sui laghi veduta
panoramica del Serruchòn - orto, frutteto,
garage, portineria, tennis, acqua potabile,
vasca pozzonero oltre settecento ettolitri:
- esposte mezzogiorno, o mezzogiorno-ponente,
protette d'olmi o d'antique ombre dei faggi
avverso il tramontano e il pampero, ma non dai
monsoni delle ipoteche...." (La cognizione
del dolore). Toccò a lui vendere
dipoi la villa indecorosa.
Pensavo
a tutto questo dopo il colloquio con l'amico
farmacista e che ci vorrebbe qualcuno che si
prendesse la briga di sfottere questa gente
perché capisca una buona volta che una
villa può anche fare l'infelicità
di chi la possiede e che un mercedes velocissimo
è bello a vedersi, ma se premi troppo
l'acceleratore puoi anche andare a sbattere
da qualche parte, come il povero Trussardi,
qualche tempo fa, sulla tangenziale est di Milano,
che Dio l'abbia in gloria. E' meglio andar piano
e allora tanto vale farsi una utilitaria, che
spendi meno e ci guadagni in salute. Quante
cose si dicono o solo si pensano per mettere
a tacere il tarlo dell'invidia! Poi, mentre
me ne tornavo a casa piano piano sul mio scooter,
bevendomi l'aria tiepida di maggio, e consolandomi
alquanto, ecco che mi sono ricordato che quel
giorno era proprio il 21 di maggio, la data
della morte di Gadda, morto in un giorno di
primavera del 1973, il povero Carlo Emilio.
Chissà che tempo faceva a Roma quel giorno!
Avevo
letto alcuni giornali, il mattino del 21 maggio
2003, cioè qualche giorno fa, e non avevo
trovato neppure un articolo che ricordasse l'anniversario.
Possibile che a nessun giornalista fosse venuta
in mente un'associazione di idee tale da fargli
scoprire che quello era il giorno del trentesimo
anniversario della morte di Gadda? Possibile
che dei numerosi nipotini di Gadda non sia sopravvissuto
alcuno che più si ricordi del "gran
lombardo"? Trent'anni sono, dunque, sufficienti
a far dimenticare uno degli scrittori più
significativi della nostra storia recente? Che
se ne ricordino il 14 novembre 2003, ho pensato,
quando cadono i centodieci anni dalla nascita?
Gadda era un epicureo, il successo degli ultimi
anni lo aveva infastidito più che lusingato,
e sono sicuro che avrebbe accettato volentieri
di veder trascorrere inosservato questo che
voglio definire l'"anno gaddiano".
Ma le celebrazioni riguardano i vivi e in misura
minore i morti. Perché, dunque, nessuno
ne ha parlato?
Ho pensato di nuovo all'amico farmacista. Sapeva
forse lui chi è Carlo Emilio Gadda? Questa
sì era una domanda che valeva la pena
di fargli? Tornare indietro a chiederglielo
era impensabile, come impensabile sarebbe stato
tirare in ballo questo nome in altra occasione;
per sapere che cosa? se lo avesse mai letto?
Ma per carità! Pensavo tra me e me che
stavo per cedere alla vanità di contrapporre
cultura (la mia, poca) a ricchezza (l'altrui,
sempre molta, almeno per chi la guarda dall'esterno),
sapere a potere, come mi aveva insegnato mio
padre sin da quando ero molto piccolo, e si
sa che spesso i padri sbagliano: "sapere
è potere", diceva mio padre, e io
ora non so quasi nulla e posso molto poco (e
converso, che avesse ragione mio padre, dunque?).
Ma era certo che il mio amico farmacista e così
pure il Berlusca locale e tanto più il
Berlusconi nazionale, se per caso avessero letto
i libri di Gadda, non dico che non li avrebbero
capiti, ma di sicuro vi avrebbero trovato motivi
per non gradirli. Mentre invece tutti d'accordo
a preparare grandi festeggiamenti per quel brav'uomo
di Oreste Macrì - "Ma chi è
Oreste Macrì?" avrebbero detto,
salvo poi presenziare a ogni incontro celebrativo
-.
Così ho deciso di scrivere io questo
pezzettino su Gadda, come se me lo avesse suggerito
il mio amico farmacista, perché questo
è il bello della vita, che tante volte
anche chi è tutto il giorno dietro un
bancone a vendere medicine, se ci parli, è
capace di suggerirti la medicina di cui ha bisogno
lui stesso. E io questo pezzo lo voglio dedicare
a tutti i farmacisti del mondo, e, giacché
ci sono, agli avvocati, ai dentisti e ai dottori
di tutte le specie e poi anche agli idraulici,
agli edili, agli elettricisti, insomma a tutte
le categorie che Gadda, amico dell'accumulo,
avrebbe enumerato per pagine e pagine, senza
stancarsi; a tutti dedico questo pezzo in memoria
di Gadda, a trent'anni dalla sua morte, e lo
dedico pure al Berlusca locale e al Berlusconi
nazionale. Voglio che tutti sappiano che le
ambizioni incontrollate, le smanie nevrotiche,
i tic rivelatori della borghesia milanese, Gadda
li aveva già descritti mezzo secolo fa.
E se la borghesia milanese è modello
di questo ceto italiano, e questo ceto è
modello agli altri ceti, allora Gadda ha già
detto tutto quello che doveva dire, anche a
proposito degli anni che non avrebbe più
vissuto, i nostri anni. Oh, come vorrei che
il mio amico farmacista e tutti gli altri uomini
di ogni professione e mestiere, Berlusca e Berlusconi
compresi, leggessero in una sera d'estate, stando
seduti comodamente in poltrona nella loro dimora,
umile o ricca che sia, L'Adalgisa o
La Cognizione del dolore o Quer pasticciaccio
brutto de via Merulana, centellinando le
parole, pazientando quando non capiscono una
frase (succede anche al miglior letterato, con
Gadda), rileggendola, e poi andando avanti,
fino a scoprire tra le righe qualche difettuccio
da emendare nella propria persona - del resto,
nessuno è perfetto! - qualche vanità
di cui spogliarsi, qualche "male oscuro"
da cui guarire! Come sarebbe bello se tutti
costoro, miei sconosciuti amici, si fermassero
per qualche minuto su una digressione e si perdessero
nel gioco delle parole, fino a chiedersi per
una volta il senso delle cose lette e, di riflesso,
il senso della loro vita; fino a chiedersi,
per esempio, come mai lo scrittore non abbia
concluso alcun romanzo, pur avendone più
e più volte tentato la strada, con la
penna che gli prendeva la mano, portandolo,
di digressione in digressione, oltre ogni sua
intenzione, se questo non sia una bella e dolorosa
metafora di ciò che a noi tutti potrebbe
accadere, oltre ogni nostra intenzione!
Forse
chiedo troppo a tutti questi gentili lettori,
che hanno un sacco di affari per le mani e non
possono perdere tempo con le "baroccaggini"
di un nevrotico rinnegato milanese. E tuttavia
non mi rassegno che sia appagante per il mio
auspicato lettore pensare che il proprio figlio
abbia appena trascorso una favolosa giornata
a bordo di un motoscafo, fendendo le onde dello
Jonio, e che ora stia avvicinandosi l'ora di
cena e lui vada verso casa a bordo del suo mercedes
decappottato coi capelli al vento a stento trattenuti
dagli occhiali da sole adoperati come principesca
corona (tutt'al più prenderà i
reumatismi). Ma è proprio così:
egli parcheggerà l'auto nel giardino
della villa coi tetti spioventi, tra due ali
di prato inglese (che sia a Voghera o a Capo
Passero, non importa), e abbraccerà la
mogliettina che in trepida attesa avrà
diretto la filippina di turno nella preparazione
della cenetta a lume di candela (il figlio è
già a letto o da qualche altra parte,
fuori dalle balle, comunque). Tutto sarà
grazioso, tutto quanto ha regalato papà.
Poi, per corroborare la digestione, un romanzo
di Baricco basterà, e avanzerà,
al padre e al figlio. Al diavolo le ipoteche!
Al diavolo Gadda!
|
|
| |
|
|