| posture
un
corpo di una donna, oggi, aveva qualcosa di un
vegetale
cos'è
la rivendicazione delle gambe di i.
poiché
non credo alla realtà, sono stato condannato
alle fiamme del desiderio
il
tuo corpo è solo il segnale degradato,
indebolito, di qualcosa di remoto, a cui cerco
di risalire
darti
un bacio, strisciare le labbra sul tuo corpo,
è solo un'auscultazione, un tentativo di
captare il segnale la bocca è uno strumento
sofisticato di scansione e rilevazione del mondo,
in quelle sue pieghe verticali e profondissime
che sono i nostri sentimenti
(perciò
ti preferisco al buio, quando dietro di te si
distende tutto lo spazio buio che hai percorso)
io
non ti voglio possedere o fecondare, compiacere
o conoscere
io
ti voglio risalire, io ti voglio attraversare
il
tocco senza peso, il tocco ad alta quota sulla
sua mano, consistente in un millimetro del mondo
tu
vuoi la reazione, ma l'unica reazione vera è
l'esplosione
(anche
un bacio a un bambino, non è che una minuta
esplosione della carne sulla carne, di un'emissione
in un'altra emissione)
non
c'è tempo - quindi possiamo prendercela
comodissima
(la
cosa è già accaduta, non accadrà
mai o accade continuamente)
gli
occhi di i. sparano quantità elevatissime
di ormoni nel sangue, che raggiungono il cervello,
e lo mettono in fibrillazione elettrochimica (dal
vortice ionico, si selezionano e producono parole
del corpo)
le
forme dei corpi dei vivi, animate, si succedono
rapidamente per le strade
queste
forme hanno vita, e una brillantezza, un tepore,
una mobilità particolari
non
contengono già la morte, che è una
cosa che sopraggiunge successivamente
vedendoli
agire, uno pensa che sono vivi, li riconosce come
tali
poi,
quando alcuni corpi, inspiegabilmente, muoiono,
gli sembra tutto sommato che sia un fatto più
accidentale di quanto sia stata la loro vita
un
morto è un organismo profondamente diverso
da che era vivo. infatti non sente le cose. un
uomo, se cade dal precipizio, si trasforma profondamente
in un morto
la
mia è una disgrazia minima, impercettibile,
come un virus che però rovina una vita.
è una piccola disfunzione nel rapporto
con la realtà, per cui questo rapporto
è molto desiderato, ma a un certo punto
io vi inoculo una particolare sostanza tossica,
che pur in piccolissime dosi risulta micidiale.
questa sostanza è grosso modo qualcosa
che assomiglia alla sincerità, ma evidentemente
deve essere una cosa un po' diversa, una sincerità
degenerata, infetta (perché non voglio
credere che una vera e integra sincerità,
per quanto eccessiva, possa essere un male)
io
mi perdo nell'abisso del passaggio da onda sonora
a impulso elettrico necessario per incidere un
disco. che succede in quel punto, come può
l'onda flocculare o agglutinarsi, contrarsi e
ricomporsi, e essere altra forma
(noi
siamo sempre come su un aereo, sostenuti dalla
nostra velocità - ma le barrette, le divisioni,
le determinazioni che sono le parole, interrompono
il tempo, stallano i motori)
essere
ossessionati è essere molto umani, è
essere sprofondati nell'umano fino alla fissità
l'angoscia
è il rumore del nulla
l'ansioso
ha male al futuro
un
uomo è l'oggetto a più alta densità
d'ignoto - più densamente ignoto
è
come un globo luminescente che si sposta fra forme
più opache
il
conglomerato semovente di carni stamattina, spostato
da una scrivania alla porta, emettendo sonorità
(ma
anche il diffuso tessuto di vuoti che danno l'azzurro,
in alto)
oggi,
23 luglio (il nome di un giorno), provenendo da
non so dove, io mi rendo conto di me stamattina
ho provato un tuffo al cuore
la
parte che si innamora è il bambino, ma
quella di cui ci si innamora è il padre
dunque, sarà sempre un altro ad essere
amato
il
ginocchio, guardarsi il ginocchio mentre si parla
a telefono, e trovarci, inesplicabilmente, il
più profondo senso della vita
qui
siamo tutti vivi, sembra. ci frequentiamo solo
fra noi vivi. vivi di qua e di là, nemmeno
un morto mai. vivi, cioè gente attiva,
gente dinamica. nessuno dà segni di putrefazione,
nessuno è rigido, nessuno ci racconta niente
dell'aldilà. qui siamo tutti vivi e vegeti.
dio
è vivo e vegeto, ma il suo vegetare è
invisibile, la sua vita è incomprensibile.
solo a volte si infiltra, sottilmente, pervasivamente,
nei blocchi compatti delle nostre vite, generando
delle finissime ma micidiali incrinature
gli
altri sono presenze umane, la mia no. è
inconcepibile pensare che io, in quanto io, sia
un uomo. è vero, posso constatare la mia
carne, e in qualche modo i miei atti. ma sono
tutti impregnati di una solitudine che li rende
assoluti, e quindi irreali
la
mia carne è di carne, ma non è una
carne: è l'assoluto della carne, è
la trascendenza e l'improbabilità della
carne - è aerosol, è aria rosea
la
bellezza, l'emozione, affioramenti del divino
nella superficie del mondo
punti
d'addensamento, dove il segnale collassa, e dilaga
in me
lei
è insieme delicata e volgare
quando
nel corpo si generano insieme queste due sensazioni,
si produce una specie di fiammata
io
sono un artista perché la mia vita rappresenta
perfettamente lo strazio idiota che è il
mondo
un
qualunque desiderio, anche quello di una scatoletta
in un supermercato, è un'infiltrazione
dell'infinito nel finito
il
sesso di g5 è una cosa pia
attualmente,
le cose che mi interessano di più sono:
la musica, i culi.
la
musica mi fa venire voglia di culi, quindi in
ultima analisi i culi
che
hanno in comune? sono forme forme dell'interminabile
per
ottenere un buon governo, fatte le elezioni si
dovrebbe rivelare che si trattava di elezioni
"a perdere": vince chi ha ottenuto meno
voti, e il più votato va direttamente in
galera
dio
esiste, ma è un indifferente
quando
avremo imparato a rigenerare le cellule, la prima
causa di morte diventerà l'insensatezza
(l'accumulo
di insensatezza nel corpo, come un tossico micidiale,
che dopo 100, 200, 1000 anni, diventerà
intollerabile dall'organismo)
quando
ho chiamato quel signore indietro perché
si era dimenticato di prendere il cellulare, per
un attimo mi è venuta voglia di dirgli
che ero innamorato di i., o che non capivo che
cos'è la vita
la
madre ci amerebbe comunque, la donna ci sostituirebbe
comunque
nessuna
ci ama per quel che siamo
(probabilmente
perché non esiste)
lavarsi
la faccia la mattina riattiva la "faccia",
la parte sociale, per cui fa perdere la "concentrazione"
ora
mi è venuto il sospetto che il centro della
vita erano quelle ragazzine che cantavano vattene
amore in una strada al mare, 3 o 4 anni fa
la
carne dell'altro, nella luce
sullo
sfondo del cielo
questo
bisogna demolire nella percezione, per capire
bisogna
avvicinarsi all'essenza desiderante dell'io
(il
punto dove l'io svanisce e produce le cose, al
suo posto)
il
tuo piccolo bianco sacro seno
io
in questo mondo, che deliro di ciò
è
stato proprio in quel punto che ti sei perduto,
guardando l'ombrellone del palazzo di fronte,
proprio in quel punto lì
la
mia specialità, la mia competenza è
la disperazione
sono
anche padrone di un certo tipo, sottile e imprendibile,
di felicità, di stupore del mondo, che
però in genere serve solo a produrre materiale
di cui disperarsi
ad
es. maneggiare un cielo, la sua pasta pallida
e diluita, fino a estrarne il bagliore, la patina
d'impossibile - fino a glorificarlo e consacrarlo
in me
il
morto è ancora vivo, e fa qualcosa come
sognare a un secondo grado - penetra, discende
nelle strutture, nelle fibre più minute
e assottigliate dell'esistenza
come
il suo corpo, pur disorganizzato fino alle strutture
ultime, sopravvive e continua a persistere
nella terra (né può di fatto uscire
dal mondo), così persisterà
o vi aleggerà anche una sua finissima,
molecolare psichicità
la
morte è un sogno intensificato, ancora
più destrutturato, ancora più nebuloso,
ancora più arcano, un sogno in cui la coscienza
sarà ridotta a lampi e bagliori confusi
e sinistri, ma non sarà per questo meno
reale e presente
ciò
che è esistito, è eterno, è
indelebile
come
il corpo anche dopo la morte non può che
restare nel mondo, così tutto ciò
che è accaduto nel tempo a quel corpo,
o il tempo in cui esso è accaduto, non
possono disintegrarsi, abolirsi - non possono
che persistere, magari in un altro sistema privo
di determinazioni spazio-temporali (in una temporalità
e spazialità dissolte)
un
corpo morto, non è essenzialmente diverso
da un corpo vivo. un niente necessario, causato
dal senso della vita precedente, e dunque riempito
da quel senso, può essere più vita
che una vita falsa, vigliacca
sappiamo
che la profondità è necessaria a
sopravvivere, a ledere in profondo la vitalità
degli altri
la
deforestazione della psiche comprime in spazi
sempre più ristretti il negro che è
in noi
io
sono un abitante dell' occidente pacificato, in
cui la morte ci aspetta più compassatamente
e civilmente, senza aggredirci
i
gesti sessuali, il martellamento forsennato dell'altro
(essere
fuori dal senno, fuori dal territorio biologico
e psicologico dell'uomo)
esiste
l'inferno? - sì - chi ci andrà?
- chi è normale, chi dice cose sensate,
chi sta bene nel mondo, le persone in gamba, le
belle persone, chi funziona bene, in quanto esaurito
dal funzionamento, chi è fedele alla moglie,
chi è amato. perché l'unico movimento
umano che avvicini al divino non può che
essere la smania, l'agitazione, perché
il divino nell'umano non può che esserne
la negazione. la privazione di dio, che è
l'inferno, e che le persone normali patiranno,
consisterà nell'inerzia totale delle molecole
a cui saranno ridotte. prive di ogni moto interno,
di ogni irradiazione, di ogni ubiquità
quantica, queste molecole saranno condannate alla
fissità, all'ebetitudine e all'incoscienza
eterna. mentre le mie schizzeranno dall'orbita,
produrranno luce e emissioni deviate, e sopravviveranno
sempre e ovunque, in una specie di equivalente
degradato della coscienza, in un tentativo di
dissiparsi, che è l'unico paradiso possibile
se
anche sognassi con intensità definitiva,
il mio sogno non toccherebbe il mondo
la
gentilezza, eufemismo ad uso di coloro a cui fa
schifo il mondo
l'accolita
dei gentili, e le loro sordide, untuose combutte!
le
cose vere della vita, la nascita, la morte, l'amore,
sono cose violente - non sono cose gentili
solidarietà,
gentilezza, melensaggini meccaniche e biologiche
di quella specie gregaria che è l'uomo,
trionfo di losche complicità. l'onestà
può essere già un valore che riconosco,
perché è una cosa che ha a che fare
col vento, con la luce, con gli spazi
il
nostro corpo, che è restato un primitivo,
riconosce nella donna la grande madre - la dea
della fecondità - che ha adorato migliaia
di anni fa. una donna che si spoglia nell'ombra,
e ha i seni, e i fianchi larghi, ci apparirà
sempre come un'entità soprannaturale, come
l'incarnazione più compiuta del mistero
della vita. in un istante, condensato nella nostra
emozione o in un fiotto ormonale, conosciamo tutto
ciò che l'uomo ha compreso in 100.000 anni
della biologia e della vita, tutto ciò
che comprenderà, e anche ciò che
non comprenderà mai
sarebbe
bello uscire dalla vita con un gesto semplice,
come si leva il tappo del lavandino
se
mi puntassero una pistola alla tempia e
mi dicessero: di' l'ultima cosa intelligente,
io direi: il culo di i.
io
sono portato per fare l'algerino in una piazzetta
col sole dopo pranzo
il
sacro, è il luogo dove la realtà
si intensifica, e impone la sua incomprensibilità
l'angelo
della morte, è una donna allegra e un po'
infantile, dalla pelle bianca, levigata, profumata
il
sovrapporsi del vuoto sul vuoto, dà l'azzurro,
che è dunque una potenza del vuoto, un'incandescenza
del vuoto
(non
il bianco, non il nero, almeno a certi angoli
di rifrangenza del sole nell'atmosfera)
a
38 anni non esiste più una tua purezza,
una tua purezza che può essere posseduta
la
stupidità chiude le donne in un mistero,
il mistero della loro carne, della loro esistenza,
della loro visibilità
la
stupidità nella donna libera la percezione,
e permette ai corpi di rilasciare il mistero dell'oggettualità
l'oggettuale
è più potente
tutti
i caratteri infantili e animali sono un potente
strumento di seduzione. solo chi sta interamente
nella vita, chi non deborda dalle fratture della
coscienza, può conservare la densità
e la purezza della cosa - può accadere
come una cosa fra le cose, sufficiente a se stessa,
e configurare la sfericità di un senso.
la
donna che amiamo più profondamente è
quella che vogliamo fottere, ingravidare e abbandonare,
ma con tutta l'anima
i
corpi che si muovono, si muovono nella luce lontana,
si muovono nel freddo. nessun corpo è nel
mio io, che è definito appunto da questa
esteriorità. ma poiché invece evidentemente
camminano e agiscono in null'altro che sui pieni
della mia percezione, che nell'alone o nell'effetto
dei miei neuroni, si deve supporre che io stia
in un altro luogo.
così,
il corpo di questa massaia che si è girata,
e si è esposta nella luce
lo
stabilirsi dei corpi nella luce
le
api, le piccole api che spostano il peso del loro
piccolo corpo vellutato
strano,
significa lontano, inaccessibile, altro, come
se io non fossi sufficiente al mondo per contenerlo,
e ne traboccassero a tratti degli oggetti, - e
perdessi e dissipassi alberi e signori sulla spiaggia
come un atomo perde elettroni
si
sfalda una scaglia dell'automatismo percettivo,
e che l'albero, invece di non esserci, ci sia,
mi sembra strano, diventa, o si svela, una cosa
in sé, un fatto in sé
questa
signora, che ha preso un po' di provola e
certe cotolette di pollo, al cui interno,
in questo atto, la realtà si sviluppa sequenzialmente
e coerentemente. ma se a un tratto dopo la
provola si aprisse una faglia, in cui si
precipitasse, e che impedisse di arrivare alla
cotoletta di pollo, o si producesse uno
scollamento radiale intorno ad essa che la rendesse
inutilizzabile nel mondo, noi ci accorgeremmo
a un tratto del baratro su cui siamo sospesi
la
carne, la fronte, i capelli della signora di fronte
nella luce, che sbriga incombenze nel raggio di
pochi metri. ora tutta questo sua piccola azione
mi sembra come un cristallo, come nell'ambra,
consegnata, esplosa in tutto il resto
e
quel corpo, quella carne, quella natica, infinitamente
desiderabile, perché diventa il feticcio
di se stessa, tanto più indubitabile quanto
più massiccia, carnale, compiutamente sferica
- a cui accedo, prima che sbollano, solo per l'attimo
liminare del contatto, o della vista
il
mondo è un sottomondo di un mondo. noi
lo perforiamo e lasciamo solo il nostro mondo.
ma una specie di aura, luminescenza, esuberanza,
radiazione, incontenibilità degli oggetti
erode e fa franare la nostra percezione nei mondi
fra il nostro mondo.
così
la foglia e lo sfondo azzurro, contigui
lo
stacco, il filo di luce-non luce che contorna
la foglia
l'ape
che ci ronza intorno, cucendoli coi suoi filamenti
di traiettoria
noi
siamo contenuti nelle nostre percezioni, nei nostri
comportamenti
il
deviante non trova tenero, suggestivo il bambino
il
bambino scorre sugli adattamenti altrui
il
mare sullo sfondo gli è indifferente
l'indifferenza
minerale dell'acqua e l'adattamento biologico
della madre
pensare
non è sentire le determinazioni?
(o,
se si obietta che è articolare i sentimenti
delle determinazioni, non è allora sentire
le articolazioni?)
ipotesi
di stasera 28 settembre
io
sono uno stronzo totale
la
poesia è un'altra densità delle
cose
tutti
gli amori dovrebbero essere come l'amore fra questi
ragazzini di 10-12 anni, restati sulla spiaggia
all'imbrunire con la scusa di pescare.
(tutti
i rapporti fra le cose dovrebbero essere come
questi amori)
29.9
quando
smettiamo di vivere, cominciamo a esistere
in
fondo l'assassino, che uccide il nostro corpo,
ci uccide meno dello smemorato, che uccide anche
la nostra esistenza
forse
sono troppo io, e questa ipertrofia produce la
vista - separo e determino troppo.
papà
spiega il mio mal di pancia con i peperoni, quando
si trattava evidentemente di un'infiltrazione
d'infinito nell'intestino
salvare
le frasi dove batte una luce particolare
la
vertigine che ci prende affondando negli occhi
di un altro, è una resa a ciò che
non siamo
bisogna
aspirare a una certa disumanità. c'è
fin troppa umanità nel mondo. quello che
manca è una costruzione dell'uomo come
cosa non umana
alcuni
sentimenti prodotti dall'uomo contemporaneo sono
come la plastica, roba non biodegradabile, che
ti ritrovi fra i piedi come i pezzetti di buste
e bottiglie sulla spiaggia
(ad
es. certe idee umanitarie, certo spiritualismo,
o anche molti desideri)
la
scrittura è davvero un'uscita dal mondo,
un suicidio simbolico, uno stendere, inumare sulla
pagina l'anima che non può vivere (si recupera
almeno il corpo)
lei
da giovane era una giovane puttana, e da vecchia
è una vecchia puttana. complimenti. tuttavia,
nuda, oscena e scoperta avanti a me, sarebbe un
pezzo di carne come è nel mondo
lontano,
in fondo al mondo, ci sono io.
gli
altri sono i miei organi dalle strane forme
i..,
dalla forma di scalciante puledrina, è
l'organo eropoietico, che con le sue parole, il
suo lavoro, i suoi sfioramenti e ogni altro atto,
produce (in questa fase) l'amore
la
cassapanca avanti a me produce il contenimento
delle scarpe
e
beethoven e lucio battisti producono una specie
di vapore, su cui è come trasportassero
in tutto il corpo del mio mondo gli ormoni, i
sentimenti
l'ultimo
organo, sono me stesso. sono il cervello del mondo:
con le mie orecchie, con la pelle, col fegato
e le percezioni, io computo il reale
nel
silenzio della casa, il barrito del mio raffreddore
noi
portiamo in noi memorie di ciò che non
siamo mai stati, di ciò che non ci è
mai accaduto, ma che ci sarebbe potuto accadere
(e per questo fatto stesso, per questa dicibilità
stessa, è in noi)
un
io è un assegnamento provvisorio
la
sensazione di sbandamento la sensazione che non
esisto che non sono riconosciuto, non sono sentito
se gli altri non provano un sentimento (nell'amore)
o una cognizione (nella fama) di me (e la sensazione,
tuttavia, che non potrò fare a meno di
avvertire le sofferenze del corpo che, pur non
esistendo, come di fatto non esisto, mi trascino
dietro)
e
invece, il rifluire della psiche, quando sono
rintracciato dall'amore di s.
la
gelosia è paura della morte - la morte
della nostra immagine nell'altro
l'io
disconosciuto del geloso
il
geloso (il disamato) che si abbatte sulla poltrona,
pensa: io non sono null'altro che questa carne
inerte, inanimata, intransitiva
pensa
alla musica - come quest'energia invisibile e
momentanea, ha scavato nelle psichi lunghi complessi
corridoi che arrivano fino a noi (e che noi possiamo
ripercorrere all'indietro)
cos'è
tutto questo, e perché le cose accadono
in questo spazio immateriale - e perché
questo spazio attraversa i corpi degli uomini
nelle varie ere senza interrompersi, come se fossero
attaccati e prolungati uno all'altro
il
mio corpo, che vuole la mia felicità e
che io disperdo e seziono emulsiono e polverizzo
in queste parole lui mi ammala, lui mi blocca,
lui mi vuole collassare, per costringermi a scoppiare
ma io lo so, se esplodessi finirei, perché
sto nel tempo e così continuo a suppurare
in questa congestione e a sfogare dalla punta
delle dita questo inchiostro bluetto
non
si sa come, nel piccolo assemblaggio d'ossa, tubi
e meccaniche molli conglobate nella carne e insaccate
nella pelle, in questo piccolo volume, ci sono
io
il
mio occhio, il cerchio marrone nel bianco,
il
mio entusiasmo per il tuo corpo
i
volumi, le curvature, le gravità del suo
corpo non hanno spiegazioni
sono
un lieve enigma posato sul mondo
eros,
avventura della tattilità, scoperta di
altre temperature, di altre consistenze, di altri
volumi - la meraviglia di un'altra corporeità,
oltre la nostra
(che
esista qualcosa di misteriosamente corporeo, come
noi, oltre noi)
nuda,
sei un misto fra una dea greca e una pasticceria
la
bellezza dei seni è la loro suscettività
gravitazionale, per cui pur conservando il fascino
dell'architettura aerea, aggettata nel vuoto,
collassano dolcemente verso il basso - verso un
punto che è forse quello in cui erano i
nostri occhi mentre aspettavamo il latte.
il
sesso è una lettera di un altro alfabeto
il
greto dei fianchi
la
bellezza del culo è quella della consistenza,
della compiutezza, della sensatezza
il
pube femminile ha qualcosa di originario nella
forma, come il neurone al microscopio, è
costituito da un nucleo denso da cui si dipartono
liberamente filamenti caotici. così, un
centro globulare centrifugato, sono tutti gli
oggetti semplici
la
bellezza, il luogo dove tutto è violento
e incandescente, punto di polluzione e affioramento
dell'ignoto
la
potenza che percepisco nell'altro, è la
sua capacità di violare la logica e esistere,
è quella che lo può rendere numinoso,
divino ai miei occhi (l'innamoramento è
la rivelazione di questa potenza)
così,
quella ragazza che chiudeva la macchina che ho
percepito per strada, e che poi ho superato
voler
arrivare all'essenza delle cose è un'insensatezza.
noi siamo superfici che si rapportano ad altre
superfici, e ogni nostro tentativo di cambiare
livello, di incorporarci nella pienezza e la felicità
(il suo corrispondente psicologico), è
frustrante e insensato. avvertiremo sempre questo
senso di incompletezza, di finitezza, di casualità,
perché percepiamo in quanto affioriamo
e ci raffiguriamo alla superficie - in quanto
diveniamo coscienti - e nel momento in cui lo
facciamo, ci disincarniamo da quell'essenza
se
avessimo collezionato tutte le carte delle caramelle
che abbiamo mangiato, che ne potremmo fare?
la
linea dei musicisti in rapporto con la divinità
è questa: beethoven, schumann, ecc. e poi
battisti, baglioni ecc
le
donne sarebbero, in teoria, gente come noi
le
forme sempre più sofisticate in cui nella
nostra civiltà si cerca di sopraffare l'altro:
il mese della prevenzione dentale
se
dietro la corteccia ci fosse quello che tu speri,
la polpa, finalmente, la polpa morbida, la polpa
dolce; se sotto l'aspro, il freddo, il ruvido,
lo scabro, l'ispido; se sotto l'amaro, l'ostile,
l'impenetrabile - se sotto il lontano ci fosse
il vicino, se sotto l'estraneo ci fosse il tuo,
se sotto il respingente ci fosse l'accogliente
- se incidendo con le sottili lame d'inchiostro
i giorni opachi, e il tempo e lo spazio insignificanti
e opachi, che non brillano, che non splendono,
che non sono felici, che non sono quelli in cui
siamo felici - affiorino quei 5 o 6 secondi di
splendore, quanto basta a conservarli nella memoria,
e a propagarne il senso nei mille istanti vuoti
in cui sono perduti - questo vuoi sapere con le
parole.
ma
a queste parole, io non tanto ci credo, cerco
solo di attraversarle, di sbucarne, per me sono
come un cunicolo, che hai imboccato nascendo o
diventando civile, o innamorandoti, e che devi
passare senza fare tante storie
manchiamo
dell'eternità meno 60 anni
tutti
noi vorremmo in fondo essere il presidente di
tutto, che su un altare futuristico e multicolore
viene masturbato in mondovisione da cinque ragazzine
dei cinque continenti
un
polpaccio perfetto, una compagna di scuola
che
hai posseduto di perfetto e completo, di pieno?
ogni
coscienza è un urlo - una luminescenza
uno
si può aggirare in qualsiasi modo nella
vita, ma a un certo punto si accorge che uscirà
sempre da uno stesso punto (come quando, sognando,
capiamo che ci sveglieremo comunque nel letto)
la
sparizione del mondo, siccome sono le sette di
mattina, c'è luce, e una monaca in una
macchina, e una piastra per salsicce dismessa
dalla festa di ieri
la
vita persa ognuno se la gioca avendo fra 5 giorni
37 anni essendo unico e incandescente nella vita
e tuttavia perduto
queste
parole sono semplicemente le mie posture nel mondo
ci
sono tre cugine (fra loro) che parlano, e io mi
contraggo nell'osservazione. mi sembra strano
che esistano cugine, e sedie con sopra cugine,
e parole, e in più una carne pensante che
le registra. alla fine prendono il caffè.
perché
non trovo elegante altra azione che quella di
decompormi
qual
è la soluzione alla vita, al percepire
le luci, al percepire gli attimi?
la
vittoria, la sconfitta, sono cose che accadono
all'anima
dio
aveva infinite case, e ogni istante ne abitava
una. quella sera passò per una puttana
negra, con la gonna corta, in piedi sul lungomare
il
mondo si consuma ogni minuto. ogni minuto si consuma
la bellezza di una ragazza a una svolta della
strada, ogni minuto si consuma un attimo di afa
immobile vicino alla villa
ma
non c'è niente da fare, se non questa mistica
della consunzione
il
governo delle belle donne, delle donne che abbiano
il culo più bello - delle donne in cui
l'ordine, il rigore, l'esattezza, la matematica,
si sia espressa al livello più profondo
e inalienabile, quello dei corpi. un mondo governato
dal puro arbitrio di queste donne, solo per il
tempo breve in cui le linee dei loro corpi conservino
una purezza ed esattezza matematica
se
tu riconoscessi in noi le tue stesse lesioni,
se dicessi, guardandoci:
quella
crepa attraverso cui entra un vento gelato, un
isotopo dell'infinito,
è
quella che ho anch'io, e se tu sapessi che il
tuo corpo, che la tua carne, in quell'ordine fisico
ha una consistenza di pomata, e potrebbe lenirla,
tu diresti ogni tanto: oh, tocca un po' qua, prendi
un po' di me, un po' di carne
perché
pur essendo io, come è evidente, un dio,
pur vivendo fra le stupefacenti esistenze di foglie,
terra, vicini di casa, colori - non vivo da dio,
ma come un essere dalla vita monca, incompiuta
spezzata. dio fra gli dei, e fra le cose uniche,
piene, sature di sé, subisco - invece di
goderne - la loro forza. ogni punto della realtà
intorno si dissolve a ogni istante, e mi si sottrae,
e io sono esposto implacabilmente al vento di
questo infinito risucchio
ci
sono solo io nel mondo, con la macchina che lampeggia,
in questa traversa
l'africa,
un punto scuro, dove la realtà (parassiti,
melanina, forme biologiche, temperature, orbitali
di elettroni) si è disseccata e addensata
il
nilo, aorta del mondo
il
bianco è un mutante depigmentato e degenerato
del nero, adattatosi ai nostri climi grazie alle
tecnologie abitative e vestiarie e alla domesticazione
del fuoco
l'arte
è una meccanica degli archetipi, che io
non so o non voglio far funzionare troppo bene
il
fondo è oscuro, o il fondo è luminoso?
impossibilità
estetica o logica di procedere, di liberare la
tensione in atti che coinvolgano il mondo: desiderio
di annullare chi produce dolore, cioè me.
azione nella vita, che sarà comunque una
trasformazione di atti mancati, probabilmente
diretta ancora verso la vita, ma impregnata, carica
di morte, o della sua coscienza intimamente e
chimicamente legata ad essa, così che avrà
una particolare coloritura terrosa e opaca.
queste
azioni rifluite, e indirette, rimescolano poi
talvolta le cose, in modo che si producono eventi
reali e positivi? forse mai realmente, sono tutte
cose che riguardano non più la mia, ma
altre vite, azioni che risolvono tensioni fra
le cose, non me, non le mie. io resto irrisolto,
irrealizzato, vive un me deviato, anche se non
più casuale dell'altro. il me desiderante,
quello felice o infelice, quello del mondo, non
ha corso, non ha luogo
io
ora sto nel mondo - ho pensato guardando il pavimento
dell'ascensore sporco di calcinacci
io
vivo per dio, ma considero dio una metafora
(queste sono frasi che aprono una faglia, ma un
po' a tempo perso)
l'incalcolabile
perdita di questo secondo, o la sua impagabile
acquisizione (comunque, i conti non tornano)
due
moscerini in stallo nel cono di luce della lampada.
molto piccoli, incapaci di un qualsiasi contenuto,
eppure, come dire (per così dire), suscettibili
di esplodere indefinitamente nell'universo, fino
a esaurirlo tutto
la
mia costante idea, quando vedo un moscerino, che
dio ci si sia nascosto dentro, e sia in ricognizione
sulla zona (dipende, un po', anche dal suo scorrimento
così discreto, silenzioso, oliato, ma inesorabilmente
esatto, nella traiettoria)
sprofondo,
adesso, in me, che mentre mi faccio il bidet,
fisso un bottone del pantalone
sento
il desiderio, l'energia vitale che si suppura
nel corpo, e non ho uscita perché peso
80 chili di fronte all'infinito del mondo, e tuttavia
a volte, scintille...
le
forme si configurano e gli atti accadono solo
fino al punto dove comincio io
nel
grigio di una periferia industriale, il fiore
di carne di una puttana
anemos,
il vento che è dentro di noi, e che agita
anche i gesti della puttana (ieratica, solenne,
nella sua gonna rossa, sullo sfondo della città)
la
carne della prostituta, è fuori dal mondo,
è disconosciuta, destituita e prosciugata
di ogni significato, ritorna materia assoluta,
perduta e sfavillante - in un angolo di una strada
di una periferia industriale
alcune
donne hanno la struttura corporea della gazzella,
inarcate nella fuga - sono fatte per fuggire,
ma essere poi predate
e.5,
carne nuda chiara e destituita di segni, sesso
che odora di terra o vegetali bagnati
le
disarmonie, come chiave per uscire dal mondo -
attraverso le scommessure, le maglie che si aprono
- le deflessioni
con
questo baffo, io mi defletto dal mondo
questa
certa musica (che non mi piace) esprime e produce
emozioni contenibili nel mondo per persone contenibili
nel mondo (non è né schumann né
battisti)
anima
perduta nel mondo, in cui c'è vento, in
cui c'è l'insegna di una macelleria
pensando
a una donna mentre sono in bagno, estrema vicinanza,
per un istante, di questa donna (della sua sostanza,
pneumatica, biochimica o cromatica) e di due tubi
d'acciaio
deflettendo
la realtà, si può vedere per un
attimo il nulla dietro
(prima che i fasci si richiudano)
l'armonia
di monica bellucci è oppiacea - eppure
in un altro senso la tenuta perfetta, la levigatezza
dei segni che è la bellezza, è un'apertura,
un punto di cedimento, una porosità della
realtà, attraverso cui si tenta di accedere
oltre essa
in
quel volto, in quelle cellule giovani e perfettamente
levigate, nella lucentezza e umidità degli
occhi, nello stemperarsi e liquefarsi armoniosi
di questi segni, io scorro, io mi assorbo
io
penso che dobbiamo fare a volte cose inutili,
cose antibiologiche, cose che non hanno senso
per la nostra vita, per la nostra sopravvivenza,
cose di cui non ci rendiamo conto. dobbiamo sbagliare,
dobbiamo perderci in uno di questi attimi inutili,
supremamente, arcanamente e compiutamente inutili
il
tuo corpo, come la forma di minimo attrito del
mondo. non c'è forse punto del mondo in
cui la psiche, il fronte dell'io trovi meno attrito.
le linee del tuo volto, configurate secondo le
leggi della massima sintesi, eleganza e economia
geometrica, incastrate una nell'altra come in
un mandala, armoniche fino alla dissoluzione di
ogni struttura (ma profondamente, perché
naturalmente, e dunque divinamente, ordinate)
diventano permeabili, perforabili
perché
penso che l. sono io? noi siamo così attaccati
al nostro nome, ai suoi fonemi e grafemi... e
comunque al nome ideografico che sono i nostri
tratti somatici... che se perdessimo davvero il
nome, l'anima cadrebbe a pezzi, anzi, riprecipiterebbe
nel nulla
rifiutato
da cagne e porche, perché a un certo punto
ho deciso di eliminare il marketing psichico,
di sopprimere promozioni, trucchi di vendita,
spese varie d'immagine, e ho tentato la sfida
dell'offerta di me stesso, del groviglio di impulsi,
atti e associazioni - peraltro piuttosto logoro
- che ero, della carne perduta che ero. ma nessuna
mi ha amato, perché nessuno può
amare qualcosa che non rappresenta niente, che
non si fa segno in un sistema di segni. mi hanno
amato quelle che non amavo: quelle che non si
erano fatte segno, perché mi amavano, perché,
non amandole, mi ero fatto segno io
il
nostro amore è basato sul falso amore che
provi tu per me perché non ti amo, e sul
falso amore che provo io per te per gratitudine
del tuo falso amore
un
falso amore in un mondo falso è un amore
vero?
nessuno
può amarci per quel che siamo, perché
quest'entità è opaca, è sepolta
al di sotto del mondo, o forse è spaventosa.
le
cose avvengono solo fra i nostri rappresentanti,
sono i nostri rappresentanti che contrattano la
vita per noi, che respirano, agiscono, amano ecc
- forse noi interveniamo solo per nascere e morire,
o pochi altri istanti, forse senza che ci riconoscano
l'infelicità
alla lunga incattivisce, questi maledetti dei
non lo capiscono
ho
spremuto tutto quello che si poteva spremere dall'infelicità
bene, ragazzi, ora passatemi la felicità
ecco
l'ippopotamo, che io ho creato, al pari di te
(giobbe, 40)
le
mie malattie, tutte causate dal desiderio che
imputridisce
le
immagini non diventano altre immagini, ingorgano
il corpo, suppurano nelle sue cavità -
non mi faccio mie immagini
il
corpo non ha più forma, non è più
armonizzato nel flusso - si scompone, si disorganizza
- si fa inorganico - e si ammala
chi
percepisce lucidamente la realtà è
detto sano, chi ne percepisce lucidamente il fondo,
è detto pazzo
al
mafioso
tu
mi vuoi uccidere?
ma
se muoio, chi saprà mai che la seconda
parte di e penso a te (quella che fa ba ba ba
ba ba) non mi piaceva?
vorrei
essere una polacca che passeggia dopo pranzo in
una città deserta.
3.2.99,
h 16 circa: uno stronzo colossale, abnorme, mastodontico,
biblico
un
ammasso pesante, ottuso, inamovibile, che mi ha
slargato e dilatato tutto, dolorosamente. la tragica
sensazione di un tappo definitivo e incontenibile
alla tua anima
come
i cani nel canile, penosamente festosi, ognuno
che in una danza grottesca e umiliante cerca di
richiamare l'attenzione su di sé
è
il segno che muta, è il segno che muore.
la riduzione al segno - ciò che chiamiamo
la superficialità - è inaccettabile,
perché è inaccettabile la morte.
ma la vita è un accadere di segni ...
la
violenta compiutezza delle forme che passano per
il mondo. il loro accecante bagliore - prima di
essere reinghiottite definitivamente
il
mondo mai pensato nelle foto di scarto, il mondo
che c'era, e agisce da un punto esterno al pensiero,
all'uomo
io
vedo la realtà come una crosta uniforme,
in cui a volte si aprono delle voragini, che la
mettono in comunicazione con l'esterno. una di
queste crepe, era quella che si era aperta fra
mino reitano e le dodicenni
in
questo sogno si ascoltava l'ouverture del manfred,
e tutto si ricomponeva - tutto quello che si era
perso in ciascun istante di ciascun luogo
io
ora mi sono sentito nel mondo come un pazzo che
ha fatto esplodere il manicomio
(guardando la rosa)
la
ragione è il solo punto solido della realtà,
il filo strettissimo che corre su un abisso -
sui mondi che non sono niente
ricordare
cos'era l'amore originariamente: vagare nella
savana, trovare una donna, appoggiarla a un albero,
scopare, tornare a vagare nella savana.
se
dietro il legno, la realtà del legno, ci
fosse il legno, si concatenasse il legno, e non
la sua elusione, il suo collasso, il suo liquefarsi
in una pozza di indefinibile
il
corpo, anche se penetrato, resta inviolabile possedendo
le luci (di una fotografia) possedendo i tempi
e gli spazi (nell'innamoramento) o l'io sociale
(la personalità giuridica nel matrimonio),
o possedendo la presenza linguistica, il configurarsi
nel mondo, attraverso la comprensione, o l'introiezione
psicologica o letteraria, noi tentiamo di accedervi,
di svelarlo, di illuminarcene, di emigrarvi, di
risalirlo, ma non ci riusciamo mai veramente,
se non forse per istantanei bagliori
ci
si potrebbe trovare a essere molto più
fragorosamente di quanto pensiamo
la
scienza cresce nello spessore sottile del relativo,
senza radici nell'assoluto
è
più scientifica la poesia, misurazione
linguistica degli assoluti, come una matematica
situata nello spazio integrale
quando,
passando dal nulla alla densità delle cose,
io mi sono prodotto nel mondo, non c'è
stato allora mondo che non sia stato io, non c'è
stato mondo su cui non abbia signoreggiato io,
che non abbia asservito - io sono stato allora
il mondo, tutto il mondo, l'intero e opaco mondo
il
papa che condanna gli anticoncezionali, ha colpa
della fine (della rottura della vita) per fame
di milioni di individui, o comunque delle galline
che dovrebbero sfamarli
noi
costruiamo, come un utensile, la percezione del
terreno, perché ci serve per camminare
a cosa ci serve cocorito trasmesso dal
camping?
a
posizionare i neuroni nel mondo
è
la nostra aura neurale
infine,
tutto collima esattamente
o
quasi
nel
film porno amare il serpente o qualcosa del genere,
la graziosa c.d.c. dall'aria graziosa e superinnocente
diceva: io sono la più forte perché
io so amare. lei amava il serpente fiordeliso
che il padre, uomo arido che non sapeva amare,
usava nei suoi esperimenti di scienziato. successivamente
c.d.c. dato il suo amore accarezzava il serpente
e lo inseriva nel suo corpino bianco, così
che uno (io) veniva (al posto del serpente, di
quel serpente di venti anni fa che ora è
morto e che era pure solo luci verdastre serpeggianti,
e poi in una carta molto lontana dai suoi ovuli).
alla fine lei era tutta nuda e sembrava stranamente
una cosa del signore, una cosa del mondo un po'
mistica e splendente
noi
che abitiamo i mondi. noi dispersi da un cielo
enorme e smagliato nelle fibre violacee, e dalla
voce metallica e melliflua della cantante americana
del camping. piuttosto piccoli, ma senza fondo,
inesauribili. incrociato, intersecato, sovrapposto,
l'istante, il mondo, il settore della madre che
chiamava: roberto - identificativo del figlio
- e il mio. e poi i volti, il mio entrato nel
suo, viceversa. io desolato nella quantità
smisurata d'aria del cielo, assorto sulle sconcertanti
vicende della mia vita, dei miei giorni. non è
accaduto nulla, è ruotato un dentello del
colossale ingranaggio. o è successo tutto,
la collisione fra le galassie, l'evento che si
dilata infinitamente nel pensiero. queste sembrano
insensatezze, e invece sono descrizioni appena
più analitiche, appena meno compulsive
delle cose.
la
mia carne si sposta. le orecchie si intingono
nell'aria corrugata di musica. in pochi istanti,
sono cose diverse. urinando, ora, ero armato dell'ago
lucente e paglierino che mi reiniettava nel mondo.
gli strati pesanti di luce si depongono su questa
casa. il sangue gira, inavvertibilmente, come
gli astri
nella
dimensione dei segni, non c'è differenza
fra gli io, fra chi emette e chi riceve la decisione,
quel che resta è la contiguità
chi
ci uccide, ci assume in sé, poiché
assume, per contiguità, il nostro spazio
psichico nel mondo
sugli
scogli
i
corpi si sgranano, si disgregano, si alleggeriscono.
ogni granulo, ogni punto si impregna di luce,
l'assorbe, se ne dilata e si disperde nel bianco.
ogni capsula di materia è eccitata dalla
luce, scoppia e si dissemina.
le
linee, i contorni, la polpa, il sangue, il nero
dei capelli, quello che erano i volumi, gli incastri,
gli incavi, si rarefanno e disfanno progressivamente,
si diffondono e propagano nello spazio aperto
i
treni di luce, prima sfasati, poi sempre più
coerenti man mano che le frange di carne si compongono,
si disperdono nel liquido viscoso e azzurro del
cielo.
il
mondo in poche linee pure, essenziali, poche linee
nella luce, linee di corpi con i piedi nell'acqua,
fra i massi tondi e levigati. poche linee in cui
rapprendo, raccogliendolo nei sensi e le percezioni,
tutto ciò che è in me e dietro di
me e che ignoro - le linee delle rocce, i colori
saturi e omogenei, nella loro minima diversità,
del cielo e del mare, la scena avanti a me
il
taglio della pelle, sugli scogli, è la
stessa cosa di quella luce. il taglio, che scopre
un canale sottile di carne rossa e umida, che
lacera l'involucro, il perimetro, e dà
accesso all'interno, e la luce che macera
i corpi, li spappola, li sbalza oltre il loro
contorno.
tranne
i contorni
aure
neurali
cercare
una parola biologica, che sia puro attrito dei
neuroni col mondo
è
così strano il pensiero, che è incredibile
- lo scorrere stesso dei libri in fila nell'occhio,
il sequenziarli è strano che sia silenzioso
il
pensare propriamente, ovvero qualcosa come la
perdita delle combinazioni, delle operazioni fra
segni che esegue il cervello - il bruciarsi di
queste operazioni nel reale (la loro estrazione
e simulazione nella coscienza, in un altro senso),
è qualcosa di sconcertante, di totalmente
sconcertante e inattingibile
pensare,
sentire, è avventurarsi fuori dall'io sporgersi
dall'animalità è già una
scissione, un'alienazione. bisognerebbe arrivare
a pensare col corpo, configurare il corpo in modo
da esprimere pensieri (o le sue percezioni, i
suoi secreti, come accade in pittura o in letteratura)
come
potrebbe accadere qualcosa nella pappa bianca
di neuroni del cranio?
io
posso solo rallentare, sagomare e addensare ciò
che mi accade
fissandomi
nel vetro stamattina mi sono sorpreso una cosa
minerale e priva di senso nel mondo, un piccolo
mostro ontologico che pigolava nell'infinito
aprendo
il balcone, poi, c'era la luce, ma non era mia
- dio me la faceva solo vedere
la
scrittura e la lettura, attività malsane,
che comportano un'intossicazione di tutti i muscoli
e le cellule nervose. il gesto anti istintivo
di bloccarsi e chinarsi a decifrare, a dipanare
i minuscoli grovigli neri delle parole, è
il frutto di un'evidente degenerazione del nostro
rapporto col mondo
scrivere
è vagire, vagire in una forma più
cretina e complicata
la
letteratura è un dialogo fra cadaveri,
alcuni effettivi, altri facenti funzione (da qui
l'imbarazzo che si prova in libreria)
scrivere
è appoggiare l'orecchio sulla morte
le
parole, saranno sempre unte del tuo corpo, del
tuo sentire, anche quelle più pulite (una
volta questa untuosità era apprezzata,
e si chiamava stile)
perfino
i numeri, sanno di umano. e anche gli spazi d'aria
fra le cose, l'acqua, la lontananza, il misticismo
la
parola era, primitivamente, una delle tante dispersioni
dell'uomo (dei tanti effetti del suo attrito col
mondo) (una fricazione e vibrazione prodotta dall'aria
passando nel suo corpo). un materiale come un
altro, per giunta invisibile. poi, con questo
materiale invisibile l'uomo ha costruito un dispositivo
invisibile, che è l'anima, generando così
dentro di sé questa sorta di omuncolo,
ha acquistato il mitico potere dell'uomo invisibile,
un potere che gli ha permesso di dominare il mondo
la
scrittura è un temporaneo sostituto del
corpo che fugge
man
mano che perdiamo, rilasciamo il corpo nel tempo,
lo sostituiamo con la scrittura
io
non posso morire così
almeno
lascio un po' di pezzi sparpagliati sulla carta,
per far vedere che c'è stata lotta
ogni
parola è un compleanno - un punto in cui
si festeggia la nostra esistenza
bisogna
rendere le parole incandescenti, bisogna farne
affiorare l'eccesso, ciò che le eccede
- l'incomprensibile - bisogna strizzarle, sbatterle,
trattarle con la chimica delle lettere finché
secernano, espellano quel loro lieve umido sfolgorio
io
voglio che nella struttura di queste parole, nel
loro inchiostro, si infiltrino sostanze sconosciute,
sostanze inassimilabili, che le sfaldino e corrodano
dall'interno voglio che la sintassi sia scossa
da raffiche di correnti invisibili, che la dissestino
voglio che non funzionino bene, che abbiano un'asprezza,
un'acidità, una ruvidezza di cose minate,
corrotte
mi
propago: scrivo
la
scrittura dovrebbe azionare il corpo che legge
in modo da provocare la mia stessa diffidenza
sulla realtà - dovrebbe prima depurare
con l'abbaglio, poi sconnettere e intontire il
corpo, sospenderlo in uno stato stuporoso e abbacinato,
in cui le cose si smuovano da sé, deliquino,
esalino dalla loro forma
il
bambino ci crede, e il bambino scrive (manda la
letterina all'infinito, perché lui ama)
la
realtà mi sfibra
la
straordinaria coincidenza dei colori fra gli uomini:
è come se facessero lo stesso sogno
i
disegni formati dalle sgualciture della tovaglia
il
blu e l'antracite rarefatti del crepuscolo, sono
in qualche modo indelebili - andranno sempre a
finire in un posto di questo mondo
dopo
debord
accendere
la televisione. compaiono prima i puntini, poi
i contorni e le ombreggiature di un'attrice. è
piuttosto abbronzata, e bruna. è proprio
l'attrice di un film che mi piaceva. ride e dice
una frase. mi pare: dovremo proprio dirlo a ken
i
soldi e la televisione sono materia purificata
sono
numeri, astrazioni e computazioni della materia,
scansioni matematiche e decontaminate delle cose
inconoscibili e caotiche che costituiscono il
mondo
la
realtà rilascia continuamente immagini.
le donne, e esasperatamente le donne contemporanee
generate sui modelli dei media, sono delle piccole
televisioni viventi, delle generatrici incessanti
di immagini, immagini che però per la loro
stessa natura sono inafferrabili, incommestibili
l'inconfessato
desiderio dell'attrice di comparire nuda in copertina,
è quello di irradiare la propria consistenza
essenziale - nell'edicola, negli occhi, negli
immaginari - nel plasma dei passanti
ma
non è un desiderio sessuale, è un
desiderio fisico, di reazione alla conclusione
del corpo
le
donne che hanno un corpo pieno e compiuto, lo
sentono necessariamente gonfio e incontenibile,
lo sentono trascendere nell'altro - il corpo saturo
non sopporta la sua pienezza, tende al salto quantico,
a sboccare attraverso il canale visivo nel corpo
dell'altro - a esibirsi, a rappresentarsi.
perché
mi attrae tanto p.v.? innanzitutto perché
è famosa, perché l'ho sentita nominare
da pippo baudo o da enrico ghezzi, perché
ho letto il nome che l'individua stampato su giornali
a diffusione (ovvero espansione) nazionale, e
soprattutto perché ho visto la sua immagine,
nuda o vestita, apparire in quella sorta di empireo
o iperuranio, in quell'universo purificato di
essenze, che è lo schermo, televisivo o
cinematografico. lei era là, e non era
là. era là questo suo prolungamento
distale, questa sua selezione, la sua forma: l'immagine.
l'irresistibilità
della bionda (moana pozzi, in un blob)
la cui oscurità, materiale, terrena e un
po' torbida si è rarefatta e svaporata,
per purificarsi definitivamente nello schermo
televisivo; l'occhio chiaro, glauco e vacuo, attraverso
cui si crede di intravedere un contenuto di limpida,
liquida, fluttuante anima azzurra, una sostanza
non terrena, angelica e celestiale; il seno appena
captato, baluginante nel suo lieve dondolio fra
le luci oltre il vetro, solo quanto basta a accendere
il desiderio senza appagarlo, come un leggero
vortice che crea un risucchio e un vuoto, senza
riempirlo, senza dargli la possibilità
di ricostituire l'io, lasciandolo monco, incompleto,
spezzato; e infine la risata, la risata leggera,
d'argento, incosciente e animale, risa da denti
bianchi e sani, ma libera come quella di una bambina,
e quindi sfuggente (è la risata stessa
che, nella sua struttura sonora, scivola, sfila,
glissa, si perde - è della ninfa che fugge,
o dell`attrice, appunto)
la
nostra esistenza è strana. la bellezza,
in un'esistenza così, che ci fa?
G.O.:
non c'era, c'era ed era bella, era bluastra e
colliquava in fondo a un pozzo. convertita
infine in luce digitale su uno schermo, mezza
marcita, occhi e capelli consunti (dal tempo e
dai batteri, dall'acqua, dalla perdita di definizione
televisiva). tratta dal pozzo nuda - col corpo
inarcato - da me morbosamente amata, onestamente
da stampa e compiti giornalisti venduta o orrendamente
rispettata... (questi pensieri minano gli altri,
bastano a minarli tutti. ma
è questa la vera forma logica della mente?
)
io
qui sono fermo sotto maggio e non sono né
me stesso né il resto
le
ragazze di non è la rai, che esprimono
la gioia primaria e profonda, essenziale, pura,
dell'apparire, del risuonare intorno, dell'emanarsi
come una vibrazione nelle altre coscienze e percezioni
del mondo. sono pure chiazze e aggregazioni di
colori, sospese nel plasma dell'etere e della
cosiddetta sfera comunicativa, cosa si può
immaginare di più puro?
in
questo programma che si vede sulla superficie
della televisione si vedono molti colori e linee
(in realtà formate da puntini) e, fatto
ancora più straordinario, questi colori
si muovono. questo perché si muovono le
ragazze di boncompagni - ambra soprattutto - che
stanno a roma o a milano e con loro come uno sciame
le loro immagini. molto brava è anche pamela
che canta con una vera personalità, e una
certa ragazza che si mette sempre la testa fra
le mani, ma sbarazzinamente. spegnendo il televisore,
le ragazze non si vedono più, da che prima
si vedevano. se uno trasporta il televisore, però,
trasporta anche loro e le può resuscitare,
sempre piccole, però. ambra fa la pubblicità
ai formaggini che mangia veramente. poi slitta
sempre col tono sulle vocali (aa, aallora ecc.)
quando ballano tutte insieme nella musica, suscitano
vari pensieri, e in alcuni uomini più intemperanti
e meno di cultura anche a sfondo sessuale. una
volta un uomo di cultura restò un po' perplesso
guardando l'orologio proprio mentre guardava il
programma. questo fatto che nonostante ambra scorresse
il tempo, nonostante il programma non è
la rai, o proprio la rai, o la signorina che presentava
i programmi, ci fosse contemporaneamente il tempo,
gli aveva dato una specie di vertigine. ne parlò
allora, scendendo per strada, a un suo caro amico,
ma naturalmente questi lo rassicurò che
non c'era nulla di strano, e che nonostante ambra
esiste il tempo.
l'ispettore
derrick entra nel televisore provenendo da un
luogo da cui era invisibile. nel momento in cui
ciò avviene tuttavia diviene molto piccolo
- inoltre possono restare delle parti fuori, ad
es. un braccio. risolve un caso ogni volta, ammirevolmente.
la gente che era morta, era morta solo superficialmente
- per dissanguamento delle luci rosse, direbbe
il referto. l'idea di bellezza del regista è
un'idea ariana, da un certo punto in poi non convenzionale.
wallace, il paralitico che già si sa che
ha ucciso la modella, sostiene infatti che lei
è un prodotto divino. pur essendo innocente,
era colpevole in quanto era il classico tipo capace
di un delitto. nemmeno dopo il film avrebbe mai
ucciso nessuno, dato che si estingueva nel nulla.
in germania sembra che il tessuto sociale sia
particolarmente allentato. il caso, l'ha risolto
in massima parte l'impermeabile
capita
a volte di guardare film porno, e capita a volte
che in questi film porno ci siano delle nuvole.
sarebbe molto opportuno parlare di queste nuvole,
che hanno una funzione molto importante nel mondo
io
ho visto ad ogni modo l'altra volta queste nuvole
mentre due si amavano o non si amavano nel film
a
aa a - gridava con molto ardore un'amante del
film dal cristallino lattiginoso
l'uomo
ruggiva come un leone, e l'altro era un negro
c'erano
inoltre spazi vuoti dove non c'erano nemmeno nuvole
sarebbe molto opportuno parlare di questi spazi
c'era
ad esempio uno spazio dietro la poltrona di pelle,
o similpelle, bianca e degli anni 70, c'era una
zona che vibrava a causa della cattiva qualità
del segnale, in cui sembrava non ci fosse nemmeno
muro vuoto
altri
amanti che non so se si amavano si erano ora disposti
complicatamente in una figura strana
dunque
qua mi prendeva però di nuovo una specie
di senso di smarrimento, per cui di nuovo ripresi
a guardare le nuvole
due
ragazze che fanno pubblicità agli assorbenti,
che fanno: e vai!, il mar rosso, limitava limitava
(eppure,
'ste poverelle pure loro sono esseri umani)
io,
disse la donna americana che viveva nel telefilm,
mi piaccio così, con tutte le mie contraddizioni
siamo
così intimamente linguistici, che persino
gli impulsi che tendono a trascendere la linguisticità,
come quello verso l'infinito e la totalità,
non sembrano poter trovare sfogo che in forme
sociali, ovvero ancora in un ambito linguistico.
urlare a squarciagola per strada ci lascerebbe
infine inappagati, comunque assai meno che essere
famosi, ovvero riprodurci indefinitamente nel
sistema percettivo di altri uomini - cosa a cui
hanno aspirato ogni attricetta, ogni grand'uomo,
ogni pazzo e ogni bambino.
in
uno schermo, quest'attrice, a tasselli digitali.
i tasselli dell'acqua della doccia che franano
sui tasselli della sua pelle - quelli degli occhi,
che nell'insieme comunicano un sentimento, un
suo certo assetto ormonale
si
chiama, nel film, edwige fenech, e ha acquisito
ampia riconoscibilità in italia (proprio
per queste docce, essenzialmente)
il
suo corpo qui deterso si è completamente
rigenerato dal 1973 ad oggi (ma secondo uno stesso
schema genico, per cui è simile, solo di
poco infrollito e logorato)
oggi
fa ancora docce, ma privatamente, e non le processa
in segnali hertziani, a beneficio (so dai rotocalchi
specializzati) di tal dirigente automobilistico
- cui auguro peraltro ogni bene, a lui, come al
suo fossile di luce
il
pizzo al nulla
cristianesimo
e varie
rivelarsi
e ridursi in segno è già partecipare
della parzialità e della falsità
umana.
di
un Crocifisso senza arte né parte ce ne
saremmo fregati, noi amiamo il Crocifisso perché
sappiamo che ha vinto (che si è schiodato)
(siamo
un po' tutti come quelle segretarie a cui piace
consolare il manager nei momenti di tristezza)
è
l'idea stessa di un messia, di un cristo, che
è un prodotto, anzi un'aberrazione culturale
. che ragione avrebbe infatti un dio, che fosse
l'unico e il solo, di farsi adorare, e di inviare
un messia per convincere gli uomini a farlo?
gli
unici a guadagnarci dall'esistenza di un messia,
sono gli uomini che parteggiano per lui (dagli
apostoli, alla chiesa, fino al " gott mitt
uns" sui cinturoni dei nazisti o all'"in
god we trust" sul dollaro)
esistono
effettivamente molti dei: quello desunto (cioè
pensato), quello amato, quello temuto ecc.
(il
mio dio è un orlo della carne?)
ci
scambiamo segni. tutto è segno.
in
realtà nessuno ama dio, perfino di dio
amiamo i segni
(anzi
quel che è divino, quel che è comune
a tutti, quel che è indeterminato, lo disprezziamo)
l'ipotesi
più plausibile mi sembra che J.C., pur
avvertendo in sé una sorta di esposizione
al divino, non sapesse lui stesso se era o no
inviato dal signore - tanto che non lo afferma
mai inequivocamente
(J.
C., uomo di potente logos, artefice e protagonista
di un potente mito, forse in connessione col divino,
se divino si dà, attraverso una sensibilità
visionaria)
la
potenza delle immagini (i gigli che senza tessere
e filare vestono come neanche salomone - o il
mito della resurrezione). l'immagine produce pensiero,
produce essenza come la matematica, perciò
ha tanto potere sull'uomo. sulla potenza delle
immagini è stata costruita la società
occidentale giudeo-cristiana (J. C. era essenzialmente
un grande letterato)
perché
il cristianesimo, che è la dottrina della
resurrezione e della vita, ha per simbolo un morto
- o un vivo in stato di morte ? perché
il cristianesimo è, in fondo, più
una negazione che un'affermazione, più
un sacrificio del visibile, che un'apertura all'invisibile?
perché il sacro è inattingibile,
e l'invisibile è irrappresentabile? ma
allora perché rappresentarlo?
il
misterioso afflato di s. paolo verso l'inutile
e l'invisibile è quello che mi affascina
al
sacrificio della carne degli animali nell'ebraismo,
cristo (per s. paolo) sostituisce quello della
propria. in entrambi i casi, viene sacrificato
il visibile all'invisibile
la
produzione di un significato è possibile
solo svuotando il segno della sua materia. un
significato è il posto di un segno, il
sacrificio di un segno
anche
nella bellezza (una specie di continuità
fra i punti) o nel dolore (la percezione dell'assoluta,
bruciante estraneità del mondo) noi vediamo
ragioni divine
la
frase di wittgenstein: "di ciò di
cui non possiamo parlare, dobbiamo tacere",
corrisponde razionalmente al sentimento di s.
paolo, quando avverte un limite della propria
carne, e la vuole sacrificare all'invisibile
questo
è un misticismo del limite, che si contrappone
a quello orientale, che è invece una percezione
emotiva dell'unità
(wittgenstein:
mistico, è vedere il mondo come un tutto
limitato
tao
te ching: chi infinitamente è senza desideri,
è nel tao)
il
senso di dio incarnato potrebbe essere questo:
J. C. è la vita
in
ognuno di noi c'è un dio crocifisso che
vuole risorgere
questo è forse il segreto del cristianesimo
una
nuova rivelazione che annunci: state lontani da
me e non vi fate mai più vedere, né
da vivi, né da morti
santoni
e new age
in
generale i maestri di vita e i santoni mi fanno
l'effetto di franco e lucrezia, due volpini che
vendono sistemi per il lotto alla tv, e non si
sa perché non se li giocano loro
il
cosiddetto spiritualismo new age si genera in
una rivoltante brodaglia fatta dal pensiero di
s. paolo, il senso di colpa delle mestruazioni
e la coscienza della morte
una
persona che usa la parola "spirito"
mi dà già l'idea di mike bongiorno
che vende mortadelle alla tv.
se
esistesse lo spirito, sicuramente ne sarebbe privo
chi usa questa parola
islam
il
cristianesimo si fonda su una scissione con la
natura, o forse su un'ipocrisia
l'islamismo
scolla l'uomo dalla natura in punti diversi, ad
es. sui suoi bisogni nutritivi nel ramadan. non
c'è religione senza nessuno di questi scollamenti
nell'islam
è centrale il desiderio di felicità
l'islam
è alla fine una religione meno superstiziosa
del cristianesimo, nella quale è più
chiaramente sentita l'alterità di dio
oriente
nei
testi buddhisti, nei mistici, la ripetizione come
rima, come elemento ritmico; e viceversa il ritmo
come assimilazione a sé del reale. il reale
viene così sovraccaricato, e può
sprigionare un'aura semantica percepita come soprannaturale
il
buddhismo è la religione più vertiginosa
il
monaco vigila sul corpo col corpo ecc. come
dire, con il naso annusa il naso, con l'orecchio
ascolta lo (stesso) orecchio
un
volume immaginario è liberato da questa
aporia, da questa impossibilità
è
sempre il blocco, la contraddizione logica (il
miracolo, o il paradosso zen) che produce lo spazio
del soprannaturale
a
proposito di un monaco buddhista visto in televisione
1)
è brutto e vecchio, ha i denti guasti,
è inconfrontabile con ambra su canale 5.
2)
se sentisse misticamente, avrebbe uno sguardo
sperduto - sconcertato, come quello di un neonato
o di un moribondo, o di wittgenstein, o di uno
che ha perso i soldi, o che gli hanno detto sei
condannato o semplicemente è un po' svanito.
lui invece è lieto
3)
non mi piace l'ideale di calma e di serenità,
è una forma di ottusità (assomiglia
alla letizia). chi è forato, chi
ha il senso dell'infinito è sempre un po'affannato,
scomposto,
l'ideale
del bonzo è realizzato per una strada più
breve passando la giornata nel bar a parlare di
pallone
questo
nilo di ancira (un monaco-asceta della scuola
antiochea del v secolo) che pregava evitava tutte
le passioni tentazioni carne mangiava poco ascoltava
i vecchi ecc. insomma rifiutava il corpo in vista
della remunerazione divina - era o non era un
imbecille?
sì,
secondo me lo era proprio, un imbecille perfetto,
che altro che remunerazione, se lo sono spolpato
i vermi.
ultime
in
egitto, lo scriba era anche il sacerdote
la
parola appartiene allo stesso ordine di realtà
della materia
arcaicamente,
se ne aveva maggiore consapevolezza
la
parola è una regione distale, una dislocazione
aerea del corpo
(in
quanto tale, sotto forma di preghiera, si suppone
che possa miscelarsi al dio)
eppure,
la gente che esce di testa, che cazzo voleva...
leggere
- scrivere significa vivere nel tempo, allungarsi
e sfocarsi nei tempi, facendo un chiarore, una
fosforescenza delle percezioni intorno al proprio
luogo, al presente, al reale (con protuberanze
filiformi di inchiostri e configurazioni retiniche)
dio
ci ha fatto a sua immagine e somiglianza, tranne
i contorni
dio
è in ogni luogo, perché è
fondamentalmente un perdigiorno
dalla
sua infinita assenza, noi desumiamo un'infinita
presenza
dio
aveva anche un altro figlio, un oligofrenico della
bassa galilea che fra gli uomini non ebbe la stessa
fortuna del fratello
se
dio esistesse, adoreremmo un altro
o
neghiamo l'anima, o siamo animisti
per
i bantu, l'inesplicabile capacità dell'acqua
di dare refrigerio - di operare del bene,
di costruire mondo buono
hanno
ragione, perché ogni evento è causato
da qualcosa che, per quanto descritto dalla scienza
(o dalla teologia), non possiamo in ultima analisi
che ignorare, o chiamare forze misteriose
il
corpo è eterno, degradato quanto si voglia
in molecole o energia, non scompare mai. muore
invece proprio ciò che si considerava eterno,
la propria psiche. dio potrebbe dunque effettivamente
essere, come credono i samburu, un totem o una
fonte d'acqua
confinamenti
- sconfinamenti
noi
siamo così essenzialmente il nostro corpo...noi
ci sentiamo così riconosciuti nel corpo
io
dislocato da questo treno nei verdi e gli azzurri
scarichi di luglio, sono soprattutto questo peso,
questa consistenza, questi contorni
due
poliziotti, vicino alle rotaie, sono stati ora
una scaglia del tempo
si
erano misteriosamente esfoliati, nel caldo di
luglio, dal reparto polfer la controra il campo
prospettico coi binari i riflessi di luce
non
aderivano più ai substrati - alle funzioni,
al tempo, ai significati
(il
caldo favorisce questi scollamenti)
il
paesaggio ora liquefatto dal movimento che gli
oppone il treno
il
mondo, perde la sua apparenza sgranata, e si fluidifica
in una sola pasta, una sola miscela verdastra
e azzurrastra, più simile alla sua sostanza
essenziale
gli
alberi, sintomi degli squilibri minerali del mondo,
escrescenze verdastre, viscose, sfibrate
la
signora che puliva la scopa, nella mattina di
primavera vicino a pistoia
signore
colla canottiera che esce sul balcone
questo
signore è esistito nel punto di collisione
fra il suo corpo e il passaggio del treno raccolto
nei suoi occhi, c'è stato in quell'attimo
il mondo intero
è
incredibile la musica di sottofondo che trasmettono
in questo caffè. è musica italiana
cretinizzata, in cui è stemperato ogni
contrasto e tensione. gli svizzeri sono contenuti
esattamente nel mondo, non ne sporge, trasuda
o residua niente
questi
due fidanzati, amatisi, non sanno più che
fare
gli
intonachi putridi delle case
napoli,
h. 10
in
una stazione, una zanzara è una cosa incongrua.
le
donne nelle stazioni, sistemi riproduttivi che
emettono segnali (occhi lampeggianti in varie
frequenze, movimenti armonici e elastici, forme
curvilinee, petti bacini natiche adeguatamente
colmi, larghi, ecc.). si spostano e spargono il
polline, le uova, intorno, nel plasma. ma perché
invece mi sembra che ci sia qualcosa di eccedente
nelle loro meccaniche, lo stesso in fondo che
è nel treruote seppia visto dal treno,
per cui mi sembrano esplosioni, fuoriuscite accidentali
di una sostanza interna...
roma
- vago allo stato brado nella città
mondi
che sono le commesse, che con le mani dalle vene
azzurrine incartano i pacchi
nel
tessuto coerente della città, piccole inclusioni
d'infinito, luoghi di moltiplicazione della percezione
(ad es., il culo di quella ragazza)
dolcissimo
angelo di carne, dal sedere perfetto, in cui si
è insediato per un istante l'infinito
quella
mattina, a roma, nella pioggerellina quasi gassosa,
infinitamente nebulizzata, in una luce collassata
e dispersa, omogeneizzata in tutto il cerchio
visivo, l'immane ammasso, il meteorite intagliato
di s. pietro, grande quanto la sua insensatezza,
o le ragioni impensabili per cui è stato
costruito. io, che misteriosamente e indefinibilmente
attraversavo la grande pianura lastricata.
viaggiare
in treno è non essere in nessun luogo,
è spostarsi da dove eri ancora a dove sarai
già, sempre prima o dopo che sei, è
anticiparsi e finirsi, in uno spazio in cui tu
persisti fluidamente, diffusamente, inspiegabilmente
alcuni
si creano una rete di telefonatori, che con i
loro squilli glorificano la loro presenza nel
mondo
in
questo stato di cose che io ora ho sentito sono
ammassati un treno, una signora seduta, le mie
ossa e la mia carne, e accardi col telefonino
(chiama michelini)
e
non c'è scampo, tutto ciò è
esistito
la
contemporaneità dei tedeschi e del piccione
nella piazza di livorno.
-ndria,
l'ultimo troncone di alessandria
quella
donna bellissima era invecchiata e ora dava da
mangiare ai gatti
arrivo
di un controllore in blu ferroviario
a
milano è anche possibile che trovi due
vecchie davanti alle vetrine di cui una dice che
de crescenzo è simpatico.
l'attimo
che conteneva la signora appoggiata alla finestra
il
mondo per un attimo è stato sospeso alla
signora alla finestra poi, nel momento in cui
la mia percezione si è staccata da quella
figura, ne è stato rilasciato
(II
- continua)
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