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Antropologia fantastica  
 Fata morgana/ 2
  di Gianni Celati

Fotografia di Pino Musi

FEBBRAIO. CARATTERI DEL GAMUNA MEDIO


         1.

         Astafali si è dato a preparare la spedizione nel deserto. Sempaté aveva trovato nella rimessa dell'albergo una vecchia automobile di marca Isotta Fraschini, con alti parafanghi e capote ribaltabile. Si è messo al lavoro, ha smontato il motore, è riuscito a farla funzionare. Astafali, Sempaté e Wanghi Wanghi sono partiti in macchina, prendendo la strada verso la brughiera, poi deviando verso il deserto a sud ovest. Di lì comincia il "Sentiero degli antenati", dove i Gamuna vanno a portare i loro morti, e la pista è costeggiata da mucchi di ossa e di crani. Molto caldo, sole abbagliante, vento che sollevava la sabbia. Poco dopo il carburatore della macchina si è ingolfato, e Sempaté ha dovuto smontarlo e pulirlo, ma la macchina non andava in moto lo stesso. Wanghi indicava dei miraggi lontani che Astafali non riusciva a vedere; vedeva solo quei mucchi di ossa e di crani, poi femori e tibie sparsi che affioravano dal suolo quando il vento spostava la sabbia. Mentre Sempaté cercava di rimettere in moto la macchina, Wanghi non stava mai zitto, e deve essere stato questo che ha specialmente innervosito il mio amico.


         2.

         Spedizione, caldo, panorama del deserto. Wanghi parla sempre. Astafali è abbagliato dal sole, non vede niente. Devono abbandonare la macchina. Qui i taccuini del mio amico si riempiono di appunti nervosi, poco decifrabili. C'è un litigio tra Sempaté e Wanghi. Poi vedono degli aironi, credono che ci sia uno stagno, dell'acqua. Corrono e non trovano niente, solo altre ossa, tibie, femori, crani. Un vecchio cartello pubblicitario dice: ENJOY YOUR VISIT. Si perdono sul "Sentiero degli antenati", tra le ossa sparse in mezzo alle dune. Notte, dormono tra le ossa. L'indomani, arrancando per un giorno sotto il sole, tornano stremati a Gamuna Valley. Il mio amico è irritato e febbricitante, deve mettersi a letto. Wanghi dice che è colpa dei miraggi. Sempaté dice che è colpa di Wanghi che li ha intontiti a forza di chiacchiere. Astafali dice di non aver capito niente di questa storia dei miraggi del deserto. Il suo umore ora diventa incerto, con quella domanda del viaggiatore sbandato: " Cosa sto a fare in questo posto?" Intanto qui le giornate si allungano; comincio a vedere delle schiarite nel cielo; le campagne sono tutte verdi e le vacche pascolano pacifiche davanti alla mia finestra.


         3.

         Molti si sono chiesti perché davanti ai Gamuna nasca quella sensazione di inutilità della vita. E' un argomento da trattare. Da dove viene la loro capacità di immalinconire anche gli avventurieri più rudi e truci? Bonetti ha cercato di dare una risposta, tracciando un quadro delle tendenze psicologiche di quel popolo. Lo ha fatto ricorrendo ad un'antica suddivisione degli individui secondo quattro tendenze umorali: 1) i biliosi - individui sempre pieni di scatti e sguardi di livore, rari a Gamuna Valley, ma se ne trovano tra i cacciatori della brughiera, soprattutto tra quelli vecchi e arteriosclerotici; 2) i flemmatici - è la tendenza umorale che prevale in assoluto tra i Gamuna maschi, connotata da un corpo filiforme e molto snodato, sguardi vacui e sfuggenti, andatura con spalle flosce; 3) i sanguigni - questa tendenza umorale domina nel ceppo tribale dei Traumuna, stanziati nella baraccopoli a sud della città, gente bellicosa che disprezza altamente la flemma dei suoi cugini Gamuna; 4) i malinconici - appartengono tutti al ceppo tribale degli Tsiuna, altri parenti dei Gamuna, stanziati nella periferia est in malandati attendamenti. In realtà gli Tsiuna sono una parte minima della popolazione cittadina, ma basta che uno di loro compaia in una strada e subito ha il potere di spandere un'aria di ottusità e di squallore in tutto il quartiere. Chi lo dice? Augustin Bonetti. Dunque il potere di deprimere i forestieri non andrebbe attribuito ai Gamuna in generale, bensì a pochi Tsiuna che si infiltrano qua e là, e camminando rasente i muri diffondono un senso d'inutilità su tutto.


         4.

         È vero che i Traumuna detestano gli Tsiuna per la tristizia che si portano addosso; ed è anche vero che un serio Gamuna non parla mai di loro, essendo la malinconia un morbo disdicevole che non bisogna neanche nominare. Tuttavia le tesi di Bonetti non provano niente, perché vorrebbe spiegare degli effetti occulti con vaghe dicerie su una popolazione di poveracci. Ma lasciando da parte gli Tsiuna e fissandosi sui Gamuna, va detto che gli umori dei maschi adulti gamuna sono ancora più occulti, essendo tenuti sempre nascosti dietro un paravento di sguardi vacui e di mosse timorose. E in secondo luogo, se sono loro a spandere quel senso di inutilità della vita, è chiaro che le donne e i bambini non c'entrano niente, perché sono molto più ardenti ed espansivi dei maschi adulti.


         5.

         I bambini gamuna non somigliano ai loro padri, sembrano di un'altra razza. Le bambine sono presto spedite a stare in soffitta per nasconderle alle bande di rapitori che arrivano dal sud-est (questi sarebbero gli zingari del luogo), mentre i maschietti lasciano presto la famiglia e diventano dei piccoli criminali. Non hanno nulla in comune col carattere prudente dell'adulto gamuna medio.Vagano per le strade in bande delinquenziali col volto mascherato; vanno a rubare lingotti d'oro nelle rovine delle banche; hanno i loro piccoli capi che si credono degli eroi; sono violenti e crudeli con gli avversari, e ostili ai maschi adulti della loro tribù. Di sicuro non producono effetti deprimenti, semmai sorpresa e spavento per gli urli da selvatici scatenati che mandano fuori quando assaltano qualcuno di corsa.


         6.

         Le donne gamuna possono produrre effetti sconcertanti con le loro occhiate, ma non si è mai sentito che ispirino la pallida malinconia degli Tsiuna. Si sa come considerano i mariti: come animali d'una specie diversa, ma decisamente inferiore. Del resto la sagoma filiforme rigido-nervosa degli uomini appare molto più misera di quella carnosa-flessuosa delle donne. Si aggiunga che i maschi hanno fisionomie pavide e fluttuanti, nessun interesse sentimentale, e scoppi frequenti d'angoscia con strabuzzamenti d'occhi, mentre le donne hanno sguardi molto diretti, risate di sfida, e si lanciano in arditi amori fino ad età avanzata. Inoltre, le donne sono vanitose, ma d'una vanità sconsiderata e rinfrescante, dice la sorella Tran; mentre gli uomini non lasciano mai trasparire quel vizio, perché hanno paura di suscitare delle critiche morali. Infine un'altra cosa distingue più che mai gli uomini dalle donne gamuna: quando un maschio adulto sente pronunciare la parola "vita" è preso dal convulso, gira gli occhi da pazzo, ha paura di tutto quel che succederà (miraggi, disgrazie, etc.); mentre una donna è invasa da un calore alla testa, oppure un calore nel basso ventre, e se è una matrona a volte ha dei fumi che le escono dalle tempie, poi si mette alla finestra aspettando che arrivi uno straniero da lontano, a cui lanciare delle occhiate di fuoco.


         7.

         In un altro articolo Bonetti tenta di spiegare il carattere dei maschi adulti gamuna, risalendo al rito iniziatico. Sui dodici anni, dice, i maschi sono condotti nella brughiera, lasciati senza cibo, lasciati a dormire per terra e spaventati con urla notturne. Sono assaliti nel buio a randellate da un comitato di adulti, i quali portano maschere dipinte sul volto per somigliare ai mitici antenati venuti dal deserto. Tutto ciò non ha niente di speciale; succede presso molte popolazioni. Particolare invece è la conclusione del rito, quando i giovani inebetiti dalle botte sono trascinati al santuario dell'Essere del Largo Respiro, e fatti sprofondare col viso negli escrementi che ammorbano il sentiero, mentre un anziano ripete: "Tu sei questo" (ta guma ku). Da quel momento si svegliano come da un sonno, e vedono tutto in modo diverso. Se prima vedevano un sasso, una porta, un arbusto, una pecora, nell'alone delle lusinghe giovanili, ora vedono l'alone delle lusinghe come un barbaglio che fluttua nell'aria e rende ogni cosa indistinta e sfuggente. Di lì comincia la loro vita da adulti con sguardo tremolante, passo sbandato, l'aria di volersi sempre nascondere. D'ogni cosa ora vedono quel barbaglio fluttuante che la avvolge, e temono i desideri che può suscitare. Così assumono quel loro aspetto meschino e corrucciato che è segno di prudenza, ma che avvilisce ogni forestiero in cerca di eccitazioni e miraggi esotici.


         8.

         Un maschio adulto gamuna di solito è un essere pavido, sostiene Bonetti, perché i suoi padri sono stati pavidi, e i padri dei padri dei padri tutti pavidi. Tremolante e meschino, difficilmente riesce ad essere glorificato in famiglia. Qualche volta trova un po' di conforto tra gli amici del bar; ma è un calmante che non lo distoglie dal timore che i miraggi gli piombino addosso all'improvviso a rovinarlo per sempre. Ha una coscienza acutissima che l'istante è il gioco della fatalità, incontrollabile perché repentino, dove d'un tratto tutto crolla senza che uno possa farci niente. Questo adulto sembra l'uomo assolutamente cosciente, perché il suo lobo sinistro macina notte e giorno su quel tema, grigio e monotono, ebete. Perciò di solito lui segue la via dei padri, con un complesso di reazioni organiche che tendono alla massima prudenza, e che Bonetti chiama "pavor gamunicus".


         9.

         La scappatoia dell'adulto è di sprofondare nei miraggi del mestiere, con l'idea d'essere un bravo falegname, vasaio, guaritore di bestiame, o un furbo affarista. Al mattino quando va al lavoro non è ancora entrato nell'altalena di speranze e timori, e può camminare per strada dicendosi: "Io sono un bravo commerciante," (o vasaio o guaritore di bestiame). Poco dopo però si trova a contrattare con un altro commerciante o con un cliente. Si trova faccia a faccia con un altro maschio adulto; deve ascoltare le sue risposte meschine da adulto; deve accorgersi che la meschinità dell'altro cela una pesante incertezza come la sua. Non che analizzi le situazioni, ma il suo corpo è diventato così filiforme perché gli funziona come un'antenna, molto sensibile al pericolo dei crolli quotidiani. Lui e il cliente si scrutano, vibrando con l'antenna del loro corpo. Nel contrattare entrano in una gara di meschinità, ognuno tentando di rendere l'altro più insicuro di sé. Poniamo che l'affare vada bene. Il nostro uomo può andare al bar a chiacchierare con gli amici. Ma quando più tardi esce per strada e vede il cielo avvolto da un intenso colore violetto, è come se alla fine del giorno non restasse più niente, salvo la stupidità dei giorni che passano. L'adulto operoso torna casa perplesso, con uno sguardo serale che vuol dire: "Perché devo fare tutti questi sforzi? A cosa serve? Cosa mi succederà?" Le mogli ogni sera aspettano di sentire le solite lamentele sugli affari andati male, sulla carestia o la scarsa acqua nei pozzi, e guardano di traverso i mariti con occhiate stanche e distratte, a volte con compassione.


         10.

         Il maschio gamuna porta abiti dei precedenti abitatori, che cadono a brandelli, ma che le mogli ricuciono con grandi toppe. In testa porta il cappelluccio schiacciato sul cucuzzolo, che si leva per salutare i conoscenti. Ai piedi porta dei sandali di pelle di vacca, qualche volte scarpe di precedenti abitatori. Da notare: gli adulti gamuna non vanno mai scalzi. Se uno si dedicasse al suo mestiere a piedi nudi, perderebbe i clienti, perché tutti direbbero: "Sta scalzo come i selvaggi dell'Onianti che non credono a niente". Portare sandali o scarpe vuol dire che l'adulto mostra di credere al decoro, all'onestà, alla serietà, e tante altre cose portate al suo orecchio dalle chiacchiere correnti, oltre alle invenzioni dei raccontatori di storie sui miraggi di fata morgana. Tutto questo stabilisce la normalità del Gaumuna medio come individuo socialmente accettabile.


         11.

         Nella stagione marzolina, quando la pioggia cade fitta, incessante, gli adulti maschi spesso stanno in casa immusoniti, pensando alla difficoltà dei commerci e agli scarsi guadagni. Invece, in quelle giornate di acqua a catinelle, per le strade si vedono donne e bambini che vanno in giro con aria allegrissima. I bambini godono a inzupparsi di pioggia, fanno danze guerresche, e si sentono eroi come l'antico eroe Tichi Duonghi, che di notte si introduceva nelle case per pisciare in testa ai mariti che russano. Allora anche loro corrono per le case a pisciare contro i muri, sui mobili, persino contro gli adulti maschi rintanati col muso. La sorella Tran scrive che in quei giorni di fitta pioggia, molte donne sposate vanno in giro contente di bagnarsi, mentre nel loro cuore spuntano delle malizie. Sentono dei bollori amorosi, fanno progetti di adulterio o di divorzio, che le raffiche d'acqua stimolano moltissimo; e loro ridono e scherzano sotto l'ombrello, andando a spasso con quei pensieri da donne leggere e spudorate.


         12.

         Con tutte le sue spiegazioni da esperto, Augustin Bonetti ha dato un quadro molto agro della vita a Gamuna Valley. In realtà le cose non stanno così, e ci sono momenti in cui anche i maschi adulti sono allegri, con la voglia di fare incontri e risate, e persino di scambiare occhiate di corteggiamento con femmine viste per strada. Questo avviene al tramonto, nei giorni di festa, quando tutti indossano gli abiti più eleganti dei loro predecessori, che sono spesso troppo corti, troppo larghi o troppo stretti, oppure stracciati, senza che loro ci facciano caso. Vanno a passeggio nella grande avenue del centro, pavoneggiandosi dopo la giornata afosa, strusciandosi nella calca, guardandosi e sorridendo. Scrive Astafali: "Un vecchio con giacca scura che gli arriva al ginocchio ha un'aria contenta, mentre si pavoneggia col suo ammasso di stoffa superflua. Una donna in abito di paillettes si è annodata sulle reni lo strascico da cerimonia, ed è guardata con speciale attenzione per il sedere voluminoso che scuote allegramente. Altri con bombette in testa, se le mettono e se le levano in continuazione, gettandole anche in aria per esibirle nella ressa..." Poi quando il buio non permette più di gloriarsi dei propri addobbi, si siedono sui marciapiedi a chiacchierare, mentre tutto diventa immobile e protetto dall'ombra che li rende calmi e pensierosi. A quanto pare i Gamuna amano particolarmente la notte, ed a partire dal tramonto pregustano la calma che scende sulla terra assieme alle ombre. In vari punti della città ci sono mucchi di macerie, sui quali hanno creato dei salottini con panche e stuoie, che consacrano alle chiacchiere notturne, soprattutto nei mesi caldi.


         13.

         Quegli incontri vespertini sono fatti di lunghi silenzi, mentre si osserva l'arrivo di conoscenti, in attesa che la notte scenda. Tutti si siedono a pensare ai loro amici morti o dispersi, sentendo l'alito del deserto che porta il richiamo di altre vite perse nei miraggi di fata morgana. Quando sono invasi da quei sentimenti del tramonto, quasi tutti i Gamuna, maschi e femmine, hanno un particolare modo di volgere gli occhi e di muovere il collo, con un'aria assorta che anche Astafali ha notato e cercato di descrivere. Seduti su un marciapiede o su un mucchio di macerie, cominciano a parlare molto più lentamente, anzi in maniera lentissima; in maniera così lenta che le sillabe si perdono nell'aria fluttuando come sprazzi di suoni sparsi, in attesa della notte. "La notte," scrive la sorella Tran, "è per loro il tempo immobile che congiunge tutte le vite uguali, inappariscenti, sparse, abbandonate o svanite nel mutevole brulichio delle immagini diurne".


         14.

         Quando scende il buio a Gamuna Valley, scrive Astafali, si ha l'impressione che il mondo si svuoti, che il silenzio diventi irrimediabile e la solitudine così pesante da schiacciare chiunque. I grandi palazzi del centro sprofondano nelle tenebre, tranne per qualche bagliore che traluce dalle finestre, segno d'una candela accesa o d'un focolare consacrato uno spirito protettore. Ma se si riesce a superare quella prima impressione, si vedranno dovunque uomini sui marciapiedi, immobili nel buio e quasi invisibili a un forestiero. Ogni tanto passa correndo una banda di bambini schiamazzanti con una torcia in mano, e appena questi sono spariti, tutto diventa ancora più immobile e silenzioso, ma con il sentore di quelle presenze mute nelle tenebre. Astafali si appostava davanti all'Hôtel Sémiramis per capire cosa succedeva là fuori, dove gli sembrava ci fosse un fruscio continuo di incontri segreti, da cui si sentiva escluso: "Cosa succede? Perché sono qui? Ma dov'è la vita?" Restava lì incerto, come il viaggiatore che si accorge d'essere andato lontano inutilmente, fin quando gli veniva sonno e andava a dormire. Solo dopo settimane si è accorto che verso le ore più buie sbucano da tutte le parti file di ombre, che sciamano in direzioni ignote. Ed è così, seguendo le file di ombre, che ha scoperto quei salottini su mucchi di macerie dove gli abitanti si radunano per fare chiacchiere notturne. Sono chiacchiere come un canto a bocca chiusa, in cui si rivangano i pensieri della vita, ma diventando come assenti da se stessi, pacificati nella chiacchiera. Oppure ancora più alienati e consegnati al mondo, dice Astafali (diventato un po' scettico dopo l'inutile spedizione nel deserto).


         15.

         Ai limiti della brughiera sorge il vecchio albergo in rovina dove da anni è installata la sorella Tran. Qui molti avventurieri di passaggio vanno a dormire, per non vedere più dei musi gamuna, dopo una giornata di traffici e minacce, di sudore e sopportazione della grama vita locale. Tra l'altro non sopportano neanche le tenebre assolute che calano sulla città - un buio così fitto che bisogna andare a tentoni, rasente i muri; oppure con una torcia elettrica, ma per questo più esposti ad attacchi improvvisi da qualcuno che attenda nell'ombra. Varie cose li turbano, essendo personaggi carichi di inquietudini. Di sera nel mezzanino della sorella Tran si sfogano in lunghe chiacchiere nervose, bevendo whisky e battendo i pugni sul tavolo, finché il sonno li coglie di colpo. Al mattino se ne vanno, lasciando sul tavolo qualche dollaro, e la sorella Tran li guarda avviarsi verso il loro elicottero; spesso li vede vacillare, storditi dalla sensazione insopportabile prodotta dal luogo: una sensazione di vite mediocri, votate al niente, che li mette completamente fuori di sé. Se incontrano qualche indigeno maschio con quegli sguardi così vacui, di prima mattina sono presi da potenti furie omicide; e mettono mano alle pistole con la voglia di massacrare il malcapitato perché scompaia dal mondo; ma l'altro di solito se l'è già data a gambe, spaventato dal loro incedere marziale. Gli sparano, a volte lo colpiscono, ma senza vera soddisfazione.


         16.

         La sorella Tran dice che in altre circostanze gli avventurieri sono gente con cui si può conversare piacevolmente, avere rapporti amichevoli, scambiarsi libri da leggere. Ma non appena si tocca l'argomento dei Gamuna, spuntano le loro fobie, e pare che loro considerino la noia e la stupidità del luogo come un affronto personale. Nei suoi diari la suora scrive: "Hanno l'idea romanzesca che la vita altrove debba essere senz'altro meno noiosa e deprimente di qui. Ne parlano come se fosse una cosa scontata, senza il minimo dubbio. Per loro tutto scorre come su uno schermo cinematografico, dove vedono solo ombre più o meno attraenti, che servono a scacciare ogni senso di monotonia e inutilità della vita. Così vivono oppressi dal sogno d'una vita futura fatta soltanto per loro...". Ed eccoli i famosi avventurieri, che camminano muti e torvi, giurando ogni volta di non rimettere più piede a Gamuna Valley. Quando salgono sul loro elicottero tracannano una bottiglia di whisky per dimenticare, e si allontanano verso il massiccio basaltico, dove sono stati scoperti giacimenti di amianto.


FINE FEBBRAIO. LA DERIVA DI TUTTO


         1.

         Dopo il ritorno dal deserto, una sera Astafali cenava in giardino con Bonetti e l'Elissa Keleshan. Ed è stato lì che ha visto per la prima volta la splendida Buabìa Sangìto. Era il crepuscolo, forse i tre avevano finito di mangiare e stavano chiacchierando, quand'ecco che oltre il muro laterale del giardino spunta un volto bellissimo. Deve essere stata questione d'un attimo, ma un attimo in cui lei ha diretto lo sguardo precisamente su Astafali. Di solito gli uomini e donne gamuna sono abbastanza bassi; ma se la testa di Buabìa spuntava oltre il muro, vuol dire che lei era di altezza superiore alla media. Non so se questo abbia prodotto un effetto particolare sul mio amico; fatto sta che lui s'è alzato subito e messo a correre per uscire dalla porta in fondo al giardino, ritrovare il camminamento dietro il muro laterale e incontrare la donna che l'aveva incantato. Quand'è arrivato in quel punto però era già sceso il buio, non c'era nessuno in giro, e lui tutto tremante è rimasto a chiedersi dov'era andata la bellissima. Ecco tutto: sguardo, innamoramento istantaneo, inseguimento a vuoto. Ma gli effetti di quello sguardo gli sono rimasti addosso per mesi, con febbri e tremori ricorrenti; proprio ciò che da quelle parti chiamano febbroni da miraggio del deserto.


         2.

         I maschi gamuna non hanno idea di cosa sia un innamoramento; ossia per loro è una pazzia furiosa, e sarebbe soltanto una seccatura se mai gli capitasse. I fatti amorosi per i maschi gamuna si riducono alla normale voglia di copulare, e al complesso problema di far gesti, mosse, dire parole adatte, per giungere al contratto matrimoniale. Si capisce perché, dopo la visione della bellissima Buabìa, Astafali fosse guardato come uno povero idiota sia da Wanghi che dagli inservienti indigeni reclutati da Wanghi. Il loro modo di mostrare compassione per il povero idiota era questo: incontrando Astafali guardavano in aria, sospiravano, si grattavano la testa e dicevano: "Maen tin goi" ("Fa caldo oggi"). Questo pare sia un gesto di buona educazione, come per dire: "Io non mi occupo dei miraggi degli altri. Lo so, lo so che ognuno ha i suoi, ma non sta bene farli notare. Altrimenti insorgerebbe l'altro miraggio di volerli curare, di voler estirpare un altro dalle proprie stravaganti illusioni. Cosa impossibile, perché sono tutti scherzi dell'Essere del Largo Respiro che gioca con gli uomini".


         3.

         Capisco che in questo momento Astafali non è in vena di studi. Al mattino va a spasso con Sempaté, visita la città, descrive i palazzi fatiscenti, ma sta sempre a guardarsi intorno sperando di rivedere la magnifica Buabìa. Mentre va in giro con la voglia di rivederla, vede dovunque quel tremolio tipico delle visioni di oasi lontane e non sa come spiegarselo. Strano: nel deserto non aveva visto nessun miraggio, e ora in città gli sembrava che tutto baluginasse come un'apparizione di fata morgana. Che fosse un effetto della calura? No, era l'inizio della stagione delle piogge, con acquazzoni improvvisi e molto vento che spazza l'aria. Eppure tutta la città tremolava ai suoi occhi come un miraggio del deserto, i muri, le porte, il profilo dei tetti contro il cielo. Tutto squallido, umido e tremolante, con un senso di inutilità che stringe il cuore. Persino le sue parole sembrano tremolare nell'afa, mentre le trascrivo su questo foglio.


         4.
         
         Al mattino Astafali usciva con Sempaté, e si lasciava guidare per i vicoli fino a una piazza dove c'è un mercatino. Qui i compratori acquistano le merci contrattando il prezzo con una cantilena. Canticchiando buttano un pugno in aria, con dita che si aprono come nel gioco italiano della morra, per indicare il prezzo che vogliono pagare. Il venditore risponde.anche lui canticchiando e buttando un pugno in aria per proporre il proprio prezzo. La contrattazione può essere rapidissima, ma può anche durare a lungo, secondo la puntigliosità del compratore e del venditore. Sempaté aveva imparato a fare quel gioco, assieme a poche parole per dire "sì", "no", "ma cosa vuoi da me?", "tu mi imbrogli". Aveva anche capito che bisogna litigare, perché senza litigio un acquisto non vale; e se non hai litigato abbastanza, il venditore ti corre dietro per riavere il suo capo d'insalata o la sua coscia di montone. Allora bisogna agitare le braccia, aprire molto la bocca in segno d'essere scandalizzati, come se l'altro ti volesse imbrogliare a ogni parola che dice. "Perché", spiegava Wanghi Wanghi, "se uno litiga vuol dire che cerca d'imbrogliarti, ma se non vuol litigare vuol dire che ti ha già imbrogliato".


         5.

         Osservando quelle scene, Astafali aveva l'impressione che il cliente o il venditore assumessero delle fisionomie incerte, variabili. Pareva un altro dei miraggi che vedeva dovunque per la città, in quella tipica nebbiolina da miraggio; ma questo meno evanescente, con facce stravolte nello sforzo per aver ragione, e momenti in cui il cliente e il venditore diventavano persone dai tratti labili e indistinti. Infatti spesso uno dei due chiedeva all'altro: "U ma tan?" ("Ma tu chi sei?"). "Ma tan neni" ("Sono io"), rispondeva l'altro. "U ma neni?" ("Io chi?"). "U ma pungha" ("Quello di prima"). Nelle contrattazioni più accanite, a volte si vedeva uno dei due ingrossarsi a vista d'occhio per far colpo sull'altro, mentre l'altro metteva in mostra una faccia inverosimile da uomo mite e onesto, allora il primo faceva dei gesti pazzoidi da uomo scandalizzato, e il tutto con molte smorfie per imbrogliarsi a vicenda. Poi quelle frenetiche scene finivano con strette di mano e strani bagliori negli occhi di entrambi; dal che si capiva che ognuno dei due credeva d'aver imbrogliato l'altro. Stanchi ma contenti, i due si invitavano al bar a vicenda, e andavano via continuando a parlare, fusi nello stesso entusiasmo di mentire e imbrogliare che c'è al fondo di ogni umana conversazione.


         6.

         Anche la sorella Tran ha osservato quei cambiamenti di fisionomia, di cui sono capaci i Gamuna. Quando era arrivata a Gamuna Valley era stata accolta come figlia adottiva in casa dell'Ajraia; e qui notava che il marito dell'Ajraia, Pigo Monghi, per avere ragione nei litigi domnestici prendeva la fisionomia d'uno di quei cacciatori ispidi e biliosi che abitano nella brughiera. Invece quando l'Ajraia lo derideva lanciandogli sguardi di sfida pomeridiani, lui prendeva la fisionomia d'un malinconico ed esangue Tsiuna. Che tali metamorfosi improvvise dipendano dall'entusiasmo di mentire e imbrogliare gli altri, era una cosa evidentissima per l'anziana Ajraia. E l'Ajraia aggiungeva che bisogna mentire e imbrogliare sempre, altrimenti la vita si bloccherebbe nella ripetizione delle stesse cose, delle stesse verità ultime, senza più miraggi. E senza miraggi, che vita sarebbe?


         7.

         Più oscuro è un altro aspetto della vita gamuna, che Astafali annota nel primo e nel quinto dei suoi taccuini. Lui lo chiama "la deriva di tutto nel grande sonno". Anche la Tran cita un'espressione simile, penumba-ti ortu-ta, che significa "la deriva nel sonno di tutte le cose". Se ben capisco, vorrebbe dire che per i Gamuna il sonno è una dimensione della vita più importante di quella diurna. La grande allucinazione del mondo che si rivela nei miraggi di fata morgana non sarebbe che il paravento dei fenomeni diurni, dietro cui si svolge un andazzo di moti cosmici che formano la deriva di tutte le cose. Quella sarebbe la vera realtà, che segue il giro delle stelle, l'infinita deriva delle galassie. Nel quinto taccuino Astafali accenna alle congreghe di profeti gamunici nelle città dell'interno: profeti che predicano la vita nel sonno come una dimensione più autentica, più reale e meno allucinatoria della vita da svegli. Il che spiegherebbe perché i Gamuna ci tengano tanto a dormire in pace, sia di notte che nei pisolini pomeridiani.


         8.

         Un giorno Wanghi Wanghi ha rivelato ad Astafali un segreto di cui nessuno deve mai parlare, essendo il segreto della vita adulta gamuna. Si chiama Kattalyna, che vuol dire "circuito commerciale", ed è uno scambio di merci che si svolge nei sogni. In sogno un Gamuna può viaggiare nei quattro punti cardinali del circuito commerciale e compiere buoni affari, dice Wanghi. I punti sarebbero 1) la baraccopoli a sud della città, dove è stanziata una popolazione parente dei Gamuna, i Traumuna; 2) la comunità della brughiera, composta di pastori e cacciatori; 3) l'associazione dei commercianti del deserto, stanziati in plaghe lontane e inesplorate verso ovest, sul "Sentiero degli antenati"; 4) i discendenti gamuna che abitano nelle immense periferie delle città dell'interno. A parte i Traumuna e la comunità della brughiera, gli altri soci in questi scambi sono di fatto sconosciuti ai Gamuna. Loro li conoscono solo nei sogni, quando vanno a visitarli per vendere o comprare merci. Non di meno fanno buoni affari, e tornano da quei viaggi con merci pregiate che non si trovano a Gamuna Valley (perle, quarzi, barre di sale, foglie di baobab). Secondo Wanghi succede così: negli impulsi commerciali diurni un compratore o venditore è preso di colpo dal sogno commerciale, dal miraggio dei traffici e dei guadagni, allora di sera appena va a letto cade nel sonno, e diventa fluttuante come un tremolio dell'aria, e va lontano nel vento canticchiando le nenie di Kattalyna. Se qualcuno lo vuole svegliare mentre lui è in viaggio nel suo sogno, troverà un corpo morto, perché la sua anima è lontano, in uno dei punti cardinali del circuito di Kattalyna


         9.

         Uscendo da Gamuna Valley verso sud-ovest, nelle notti chiare si vede un fitto ammasso di stelle che precipita dalla Via Lattea verso l'orizzonte. In quel punto desertico, secondo le leggende, sorge la fortezza di Boro Trai, il dittatore della vita nel sonno, il cui corpo si confonde con gli ultimi ammassi di polvere cosmica che confina con la linea della terra. Così dicono certe voci che i raccontatori di storie osano riferire soltanto in sussurro, nascosti in una soffitta o in un sottoscala. Dicono che Boro mangia in continuazione per diventare sempre più grasso, finché il suo corpo sarà così espanso da assorbire le più basse costellazioni celesti. Quel suo flaccido grassume che ricopre tutta la fortezza di Trai con i suoi cascami, rappresenta l'ordine politico subumano a cui sono sottomessi i Gamuna, fino all'associazione dei commercianti del deserto, e agli altri che si incontrano nei circuiti di Kattalyna. Cosa vuol dire? Vuol dire che il tiranno Boro è come un essere soprannaturale che sorveglia i pensieri di tutti, minacciando nei sogni gravi pene per i trasgressori della sua legge. Ma poi la sua legge che cos'è?


         10.

         Di certo i Gamuna hanno norme di comportamento a cui si adeguano, e leggi morali con cui condannano gli atti loschi o criminali. Ma non si riesce a capire da cosa dipendono le loro norme e leggi morali; né si vede un ordine giuridico, politico o sacerdotale, che le imponga e le renda operanti. nella vita quotidiana a Gamuna Valley. Ebbene, secondo le voci segrete, sarebbero le donne a imporre le norme e le leggi del tiranno. Le impongono attraverso i comuni litigi domestici; oppure pulendo la casa e facendo da mangiare molto bene; oppure seducendo i mariti col piacere della copula che li rende docili e un po' sciocchi. In questi modi le donne riportano gli uomini alle norme del buon vivere, senza farsene accorgere. Ma tutti sanno (vietato parlarne) che quella legge e quelle norme del vivere nel nido domestico non sono stabilite dalle donne; sono da loro imposte in obbedienza a una forza superiore, a una potenza che vuole che la vita vada così, anche senza averlo mai enunciato in un decreto. E questa è la potenza del tiranno spampanato ai confini del cielo, che incarna la deriva nel sonno delle cose.

Fotografia di Pino Musi


         11.

         Nella segreta vita d'ogni giorno, a volte si assiste a improvvise insurrezioni dei maschi che vogliono sfuggire alle leggi del vivere domestico, con maledizioni contro le donne che li hanno accalappiati, e con lanci di tremende accuse che i raccontatori di storie poi diffondono. C'è chi addirittura sospetta che le donne gamuna siano tutte votate al culto del dittatore del sonno; e che ogni notte vadano in massa a vivere come sue concubine nella fortezza di Trai, sprofondate in una trance ipnotica nell'andazzo dei moti cosmici, sotto la costellazione del Vitulé (che sarebbe la Croce del Sud). Le accuse dei maschi parlano anche di orge, dove il tiranno Boro schiaccia dieci o venti donne sotto il proprio corpo, mentre prende da loro piacere cumulativamente, e le donne suddette godono fino a morirne.


         12.

         Il tiranno obeso Boro Trai estende la propria sovranità solo nella dimensione del sonno, dei sognamenti cosmici e della respirazione subumana. Qui non ha rivali, dicono le leggende, perché coi lembi del proprio corpo potrebbe arrivare fino alle pianure dell'Onianti e schiacciare in una notte tutte le milizie assassine del generale Grondego. Pare che di notte molti mercanti nei circuiti di Kattalyna sbarchino nella sua reggia-fortezza per offrirgli merci preziose, e siano accolti con grandi onori e pagati profumatamente. Pare anche che molte donne gamuna passino le notti non solo nel suo palazzo, ma nel suo letto, come suoi materassi, pronte a farsi schiacciare dal suo peso pur di dargli il piacere. Ma nessun abitante di Gamuna Valley oserebbe mai parlarne e neppur pronunciare quel nome ad alta voce, nella vita diurna. Sarebbe una grave trasgressione della legge e dell'ordine morale, con spaventevoli conseguenze, che possono arrivare fino alla morte del colpevole per soffocazione nel sonno. Questa è la dura realtà dei sogni, dove la legge si annida sotto le parole più comuni, si annida come un incubo nella deriva dei sognamenti, per ridurre uomini e donne all'obbedienza assoluta al tiranno.


         13.

         Antiche storie parlano d'un dittatore gamuna, di nome Ourai, potentissimo e senza scrupoli, che invitava ogni mese 1800 sudditi a sedere in banchetto con lui e mangiare senza sosta per una settimana. Naturalmente pochi sopravvivevano, mentre Ourai si ingrossava in modo spropositato, fino a somigliare a un enorme rospo di colore biancastro. I sudditi che crollavano svenuti a forza di ingurgitare cibo erano subito buttati dentro grandi fosse e sepolti. Se si trattava di donne, quelle più floride erano distese come materassi sotto il seggio del dittatore, che le schiacciava poco a poco con il proprio peso. Ma i pochissimi che riuscivano a superare la prova, mangiando e dormendo a occhi aperti, senza svenire e fingendo di onorare il tiranno con abili dondolamenti del capo, quelli erano eletti ministri, uomini della legge, capi delle guardie. Poi erano loro che terrorizzavano i popoli, arrivando di notte a massacrare le mandrie, a violentare le donne, a rubare le riserve di cibo, per imporre la legge morale basata sul motto: "Ourai ti sorveglia, questa è la legge, non parlare contro di lui". Si dice che quei precetti di legge, così sommari e vuoti, abbiano fatto fiorire l'impero gamuna del sud ovest; perché hanno sviluppato nei sudditi una tale devozione per il sovrano, che tutti facevano a gara per spogliarsi di ogni avere e offrirlo in omaggio ad Ourai. E ogni giorno si vedevano file di gente che portava doni al palazzo del tiranno, comprese mogli e figlie legate su un carro, già pronte per fungere da materassi nel salotto regale.


         14.

         L'attuale Boro Trai sarebbe il discendente legittimo del despota antico cantato dai raccontatori di storie, con la differenza che Boro si è ritirato nella regione del sonno, fuori dai turbamenti dei miraggi di fata morgana, nella deriva delle cose mute che riposano. Astafali pensa che il silenzio su tutta la nebulosa della vita notturna che ruota attorno alla figura del tiranno Boro, sia la base dell'ordine politico tra i Gamuna, del loro sistema morale e delle loro leggi mai scritte né enunciate. Boro Trai sarebbe la figura del grande arbitrio della legge, nella deriva dell'ordine cosmico sotto il cielo stellato: "dalla punta del tetto sopra la mia testa alla punta della costellazione del Vitulé", dice una frase gamuna. Boro incarna l'arbitrio della legge che incombe sulla testa di tutti, a cui bisogna obbedire anche nei sogni, e che un giorno o l'altro ci soffocherà nel sonno con i suoi eccessi. Sono appunti di Astafali che trovo nel suo quinto taccuino, datato 1977.


         15.

         In questi giorni quando non piove vedo un vapore intorno alle grandi acacie laggiù, cariche di vischio; e dal poggio di Martainville la mia casa appare come una fossa di nebbia. Di notte dormo poco, ho freddo, vago per le stanze, a momenti mi sembra che Gamuna Valley sia appena fuori dalla mia porta. La settimana scorsa ero tornato a Parigi, in rue de L'Arcade, per frugare nella biblioteca della Società per lo studio di popoli poco conosciuti; ma i libri mi cadevano tutti per terra, non li sopportavo più. Ho visto una ragazza con in mano un libro intitolato Fata Morgana, che mi sembrava il mio manoscritto, e lei perdeva i fogli spostandosi in un corridoio. Non sapevo cosa dirle, avevo fretta di correre alla Gare Saint Lazare per prendere un treno e tornare a casa.


         16.

         Oltre ad essere in caccia della bellissima Buabìa Sangìto, Astafali aveva desideri spasmodici per altre donne viste per strada, che forse gli avevano lanciato uno sguardo provocante o uno sguardo di "civetta losca". Qualche volta deve avere cercato di avvicinarne una, di tirarla in un angolo e metterle le mani addosso. Sospetto una situazione del genere, con forti desideri che non so come si risolvessero. Purtroppo tra i Gamuna non esiste la prostituzione, che è stata il porto di grazia della nostra gioventù. (Ai tempi di Cambridge, noi andavamo a Londra e nei giardinetti di Leicester Square incontravamo due donne che ci guidavano in una casa dalle parti di Covent Garden. Non mi torna in mente come facevamo per fissare gli appuntamenti, ma conservo un buonissimo ricordo di quegli incontri). Adesso Astafali non sapeva cosa fare, aspettava che gli succedesse qualcosa per uscire da quella sfilza di giorni vuoti. Ogni mattina gli veniva la speranza che quel giorno sarebbe successo qualcosa, e allora girava per l'albergo in attesa, ascoltando i rumori, prendendo qualche appunto in vista d'un libro; e avanti così finché di sera desiderava soltanto essere già al giorno dopo.


MARZO. LINGUA DEI GAMUNA


         1.

         Belle schiarite all'orizzonte, vento che passa sui campi coltivati lasciando scie che scorrono nel verde. A Gamuna Valley in primavera è crollata l'ala sinistra dell'Hôtel Sémiramis, travolgendo tutti i bagni e le cuvettes per lo scarico degli intestini. Sempaté aveva già imparato a farne a meno e cacare all'aperto, assieme agli inservienti indigeni o gente di passaggio. Incitava Astafali a fare lo stesso, accucciandosi al mattino in fila con gli altri, tutti a pantaloni abbassati dietro il muro del giardino. Secondo lui era un buon modo per imparare la lingua, perché durante l'evacuazione mattutina i maschi gamuna sono molto più espansivi del solito. Mentre spingono per liberare gli intestini diventano scherzosi e parlano di donne o di miraggi carnali (non lo fanno mai in altre circostanze). Sempaté è riuscito a convincere il suo padrone a mettersi in fila dietro il muro del giardino, anche lui accucciato con gli altri, e qui è successo un fatto increscioso. Quello vicino ad Astafali s'è dato a parlare di donne e della fessura che hanno davanti, volendo sapere cosa ne pensava lui, come straniero; se riteneva che la fessura femminile avesse dei denti che posson tagliare la testa del pesce-che-si-insinua. Wanghi Wanghi era intento a liberarsi gli intestini e non ha fatto in tempo a tradurre quelle parole; allora Astafali rispondeva con vaghi cenni del capo, come per dire di sì. Ma deve aver dato una risposta che non è piaciuta a quel signore (tipo vestito di bianco, che poi si è saputo era un insegnante dei figli di ricchi). Fatto sta che quello s'è alzato con aria offesa, e prima di andarsene ha fatto al mio amico una profezia: "Straniero, la tua fessura coi denti tu l'hai già trovata, e ti tiene stretto. Vedrai che non ti lascerà mai più tornare al tuo paese". Astafali è rimasto per tutto il giorno fulminato da quelle parole, mentre Wanghi evitava il discorso guardando in aria, come preso da altri pensieri.


         2.

         Non so quanto abbia contato quella profezia malefica, ma i taccuini del mio amico qui diventano laconici e scarabocchiati malamente. Nelle frasi si sente una stanchezza che deforma la grafia, soprattutto le lettere t e r, come piegate sotto un peso che le schiaccia. Astafali adesso va sempre in giro, dalla mattina alla sera, in cerca della Buabìa Sangìto. Ha fatto amicizia con alcuni avventurieri: un certo Schulz, tedesco, un certo Pirrip, inglese, un certo Frangipane, svizzero, oltre ai francesi Duval e Dupont. Frequentandoli ha imparato anche lui a maledire i Gamuna, a detestare quelle loro fisionomie vacue e quel senso di meschinità che gli adulti spandono intorno a sé. Intanto però deve aver scoperto dove abita la Buabìa, e forse va ad appostarsi in angoli bui per vederla passare. Un brano dei taccuini me lo fa supporre: "Quella strada, quell'androne, quei colori, quel viso, quel tremore che mi viene, e la disgrazia di non saper dire una parola..."


         3.

         Dopo cinque mesi, Victor Astafali non era ancora riuscito a imparare una sola frase in lingua gamuna. Invece il suo servitore Sempaté ormai se la cavava in quasi tutte le situazioni, e consigliava al padrone: "Vada in giro, parli con la gente, e vedrà che impara di più che da quel truffatore di Wanghi". Ma c'è voluto ancora del tempo prima che l'altro tentasse di articolare una parola in quel dialetto impossibile. "Impossibile per le nostre bocche", scrive Astafali, che pur parlava correntemente cinque lingue ed era un provetto linguista fin dai tempi di Cambridge. Anche quando ha rivisto la bellissima Buabìa Sangìto, dopo mesi di ricerche, non riusciva ancora a spiccicare una parola. Non so molto di questi incontri, perché non ne parla; comunque, prima di raccontare la sua storia con la Buabìa, sarà meglio che esponga le grandi difficoltà della lingua gamuna.


         4.

         Nessuno conosce la provenienza dei Gamuna, benché si possa supporre che siano giunti nel loro attuale territorio in tempi non molto lontani, provenienti dal sud ovest. E' anche difficile capire a quale ceppo etnico appartengano, e neppure lo studio del loro particolarissimo dialetto ha aiutato gli esperti a chiarire il mistero. Bisogna però aggiungere che, prima del colonnello argentino Augustin Bonetti, nessun esperto ha mai avuto il coraggio di dedicarsi allo studio di quel dialetto fino al punto da imparare a parlarlo; perché ciò vorrebbe dire andare a vivere per qualche anno tra i Gamuna, adattandosi alle loro deprimenti abitudini di vita, con quel senso di inutilità di tutto che disturba il sistema nervoso. Per anni gli scienziati hanno sostenuto che bisognava inviare una scorta armata, con l'appoggio di qualche psicologo, per difendere la salute mentale di eventuali cercatori che si inoltrino in quel territorio Ma alla fine neanche il contingente di paracadutisti inviato a sostegno di tre linguisti americano dell'università di Notre Dame (nell'Indiana) ha risolto qualcosa. Fino ad ora, per quanto ne so, nessuno è riuscito a compilare una grammatica della lingua gamuna.


         5.

         Il gamuna è una lingua a toni (come il cinese), dove un tono puntuale basso alla fine di certe parole ha un accento melodico molto riconoscibile. I forestieri hanno sempre l'impressione che i Gamuna ascoltino soltanto la melodia delle frasi, senza sforzarsi di capire cosa gli altri vogliono dire. Perché di solito, mentre uno parla, il suo ascoltatore canta sottovoce un motivetto che si intona con le armonie vocaliche dell'altro, e che sottolinea lo stato d'animo del parlante e il tempo musicale adottato. Ogni conversazione dipende da queste cose; e ogni frase gamuna è essenzialmente una musichetta che l'ascoltatore sa già o che può far finta di conoscere. Un esempio elementare: nella frase be ta tar, che significa "buon (questo) giorno", il timbro della prima vocale è influenzato solennemente dall'arcana armonia vocalica del deittico ta (questo). Ciò crea una modulazione melodica su cui si intona l'interlocutore; e questa è la cosa più importante in una conversazione. Ma la pronuncia della frase dipende a sua volta dallo stato d'animo del parlante, dallo scopo della conversazione, dalle condizioni della giornata (se piove o fa bel tempo, se è troppo caldo o troppo freddo), e infine dal fatto che chi parla è un uomo o una donna. Tutto ciò cambia la pronuncia, con un tempo musicale che varia secondo le ore del giorno; e per forza uno straniero si trova in difficoltà anche per dire soltanto "buon giorno".


         6.

         Al mattino i Gamuna parlano con un tempo allegro, o allegro ma non troppo, e allora a volte si salutano in modo sveltissimo, anzi così istantaneo che sembra non aprano bocca. Nel pomeriggio adottano invece un tempo andante, e questo permette di scambiare qualche chiacchiera, fermandosi in un bar o sedendosi su un marciapiede, e aprendo bene la bocca perché si veda che stanno parlando. A partire dal tramonto, il tempo della parlata gamuna diventa così lento che le parole sembrano restar sospese nell'aria, come un pigolio da rimandare all'indomani per la conclusione. Ma non solo il tempo della parlata cambia con le ore del giorno, cambia anche il modo di guardare, di sorridere, di gesticolare, di camminare, litigare e piangere. Scrive la sorella Tran: "Se mi addormentassi per una settimana, e svegliandomi vedessi delle donne camminare per strada, potrei dire con precisione che ora del giorno sia, solo osservando i loro movimenti. La leggerezza del loro incedere mattutino ha qualcosa di fanciullesco e sfrontato, che si trasforma dopo mezzogiorno in una sicurezza con molti indugi, elegantissima in tutte le mosse del corpo. E quando comincia a scendere il tramonto, c'è un che di pensieroso nel loro incedere, come se si ritirassero in sé, facendo meno attenzione al mondo esterno. Così è anche il loro sorriso, che al calar della sera diventa sempre meno espansivo, più delicato e tenue. Così è il loro modo di parlare, che si rallenta verso il tramonto, diventando sempre più laconico, fino ad essere una melodia di gola di cui cogliamo soltanto poche note, ma che porta in sé come l'eco d'una sfinitezza amorosa...".


         7.

         È soprattutto di notte che il dialetto gamuna diventa strano. Dopo una cert'ora, non solo i suoi suoni diventano straordinariamente lenti, ma gli interlocutori parlano a bocca chiusa, producendo dei mugugni melodici come un canto trasognato. Si dice che con quel canto sorgano in loro visioni, simili ai sogni d'un sonno profondo. Ora, siccome i Gamuna amano parlarsi soprattutto di notte, facendo delle chiacchierate che chiamano "medicinali" (orakiu suma), tutte le loro convinzioni e tutti i loro ricordi li esprimono col tempo musicale della parlata notturna, nonché a bocca chiusa. Ed è un modo di parlare così lento che qualsiasi forestiero cadrebbe addormentato di noia alla prima frase.. Ecco un motivo per cui nessun esperto universitario è mai riuscito a capire la mentalità gamuna, perché, anche se arrivasse a imparare la loro parlata diurna, alla prima chiacchierata notturna non capirebbe se stiano dicendo barzellette, se parlino di visioni del deserto o se emettano dei suoni a caso. Un ricercatore universitario che volesse cimentarsi con quelle conversazioni, cadrebbe in un sonno letargico così profondo da fargli scordare i motivi scientifici della sua ricerca, e forse anche la strana idea di mettere in chiaro cosa pensano gli altri.


         8.

         C'è un altro aspetto di quella parlata non si ritrova in altre lingue. Raramente i Gamuna pronunciano una frase, senza premettere una forma del verbo dire (maen), per cui le loro frasi suonano così: "Dice: la capra s'è persa nella brughiera, dove, dice, Fonghi è andato a cercarla, quando, dice, è venuta la notte". Gli studiosi dell'università americana di Notre Dame, nell'Indiana, si sono fortemente sforzati di capire chi sia il soggetto sottinteso del verbo dire (maen). Perché parrebbe che i Gamuna non vogliano mai fare nessuna affermazione in prima persona; si direbbe che citino continuamente qualcuno che ha suggerito al loro orecchio le parole da dire. Ed è come se un oracolo interno guidasse i loro pensieri, formulando le frasi da rivolgere agli altri. Ma chi sarebbe quel grande suggeritore? In un suo articolo Bonetti spiega che, a tale domanda, un Gamuna risponderebbe: "Dice: l'Essere del Largo Respiro parla. Dice: tu parli quando esce vento dalla bocca. E dice: il vento soffia parole dall'Essere del Largo Respiro". Insomma, loro ritengono che ogni parola sia ispirata dal vento del deserto, che chiamano l'Essere del Largo Respiro. Sicché di solito aprono la bocca per dire qualcosa, o mugugnano melodiosamente a bocca chiusa le loro chiacchiere notturne, ma soltanto quando sentono dentro di sé una ventosità che li spinge a soffiar fuori parole che turbinano nel loro intimo.


         9.

         È vero che quella ventosità può essere eccessiva, e i Gamuna sanno che può anche stravolgere il cervello d'un individuo. Infatti, se le parole turbinano troppo nei meandri del cuore, uno si sente importante e fa discorsi per vantarsi di sapere questo e quest'altro, di essere più furbo o più intelligente degli altri. Secondo gli anziani gamuna, così parlano gli studiosi universitari che certe volte sono venuti a visitarli, come quelli canadesi di un'università dell'Ontario, i quali pretendevano di capire la loro lingua con l'uso d'un registratore. Quel registratore era il segno d'una vanteria morbosa, secondo loro, come quando uno non ascolta gli altri perché si vanta di aver già capito tutto. Per gli anziani gamuna questa è una malattia poco dignitosa, che loro chiamano "scarico d'aria di vescica gonfia" (pffuffa indra), ed è un segno di demenza senile che però spesso tocca anche i giovani. Tale malattia nasce dal fatto che l'Essere del Largo Respiro a volte si diverte a prendere in giro gli uomini; dunque li porta a parlare troppo, o troppo seriamente, per renderli ridicoli. Ed ecco perché i Gamuna, nelle loro chiacchiere notturne e medicinali, anche se il vento del deserto li spinge a discorsi travolgenti, preferiscono tenere la bocca chiusa e parlarsi soltanto per lentissimi mugugni melodici in forma di canto trasognato.


         10.

         Nella lingua gamuna c'è anche una grossa differenza tra il modo di parlare maschile e femminile. Non solo cambia la pronuncia, la grammatica e il lessico, ma cambia anche la scala tonale che determina le armonie vocaliche. Questo fa sì che, quando un uomo e una donna si parlano, o l'uno adotta il modo di parlare dell'altro, oppure ne nasce uno sgradevole stridore di suoni dissonanti. Il che si nota bene nelle famiglie, quando marito e moglie litigano e nessuno dei due vuole adottare il modo di parlare dell'altro per ripicca, ma entrambi vogliono continuare a parlare nello stesso tempo. Allora scoppia ciò che si chiama un cafarnao. Bonetti ha elencato i modi più frequenti con cui avviene una conversazione tra uomo e donna: 1) se i due non si conoscono bene, alternano la parlata maschile e quella femminile, in segno di cortesia reciproca; 2) se il maschio corteggia la femmina, usa la pronuncia femminile fino al momento in cui riesce a conquistarla e copulare con lei, poi basta; 3) se il maschio sgrida o picchia la femmina, lei adotta la parlata maschile fino a quando lui si calma; 4) se la femmina deride il maschio per la stupidità della sua verga eretta, lui adotta la parlata femminile fino a quando lei non si pacifica e si lascia montare; 5) infine, se i due coniugi litigano e si detestano cordialmente, ognuno parla a suo modo, con un putiferio di suoni che fanno scappare via qualsiasi ascoltatore. Urla dei vicini: "Basta, basta! Fatela finita!" (di solito con parlata maschile).


         11.

         Il colonnello pilota Augustin Bonetti racconta come si sia abituato alle chiacchiere medicinali notturne, ma solo dopo un lungo sforzo durato sette anni e più (forse esagera). Era precipitato col suo aereo sfracellandosi nella brughiera, e per un anno dei pastori gamuna l'hanno curato, spartendo con lui il poco cibo di cui si nutrono, costituito soprattutto di radicchi, avena, latte e carne di pecora. Lui non sapeva niente di loro, non aveva mai sentito parlare di quel popolo, e dopo un anno era stato trasportato in città, ospitato in una casa fatiscente dove tutti andavano e venivano come sulla pubblica piazza. Dopo un altro anno di convalescenza, Bonetti ha cominciato a pronunciare qualche parola in lingua gamuna. Ma appena apriva bocca, tutti ridevano in modo sguaiato, battendosi la pancia e puntandosi un dito alla testa per dire che sembrava un matto; sicché lui era sempre più confuso nelle parole che tentava di articolare. Il fatto è che pronunciava le parole sempre allo stesso modo, sia che fosse mattina, pomeriggio o sera, sia che piovesse o facesse ben tempo, e sia che parlasse con una donna o un uomo. Questo appare una cosa ridicolissima all'orecchio dei Gamuna, più o meno come tra noi quando qualcuno canta una canzone en nota in modo stonato.


         12.

         Appena si è rimesso in forze, Bonetti ha cominciato a guardare con desiderio le tre donne che venivano a curarlo. Quello è stato il passaggio decisivo nel suo apprendimento della lingua gamuna; perché, contemplando i fianchi, il seno, le gambe snelle e il viso franco delle sue infermiere, ha cominciato a sentire in cuore un soffio che gli muoveva le labbra senza che lui dovesse fare alcuno sforzo. Era tanto preso dal desiderio, da sentire nei ventricoli del cuore un soffio caldo che gli saliva fino alla gola. In breve, racconta Bonetti, quelle tre donne così gentili e prosperose gli hanno suscitato un forte appetito di accoppiarsi con loro, e da quel momento la sua grande passione nel corteggiarle l'ha portato a imparare prestissimo il loro dialetto, con tutte le sfumature necessarie nella pronuncia delle parole. Provava per loro tanto desiderio, che le parole gli venivano da sole alle labbra nel modo giusto, permettendogli anche di scherzare e accennare alle sue voglie tumultuose. Il vento del deserto gli insegnava tutte le cose da dire man mano che parlava, e lui doveva soltanto aprire bocca senza pensare a niente. Ha finito per sposarsi con le tre donne, andando a vivere con loro in un'altra casa fatiscente, vicino alla porta orientale della città. Ed è qui che ha cominciato a scrivere i suoi articoli, poi pubblicati da riviste di tutto il mondo.

         13.

         Ma ancora Bonetti non riusciva a seguire una chiacchierata notturna senza addormentarsi dopo poche frasi. Il motivo l'ha capito a poco a poco, e in un articolo lo spiega così: "Stavo troppo a badare alle parole, senza perdermi nelle visioni notturne che le chiacchiere medicinali portano con sé. Dunque per me c'era sempre questa alternativa, tra stare sveglio con molti sforzi per capire le parole, oppure cadere addormentato". Poi un giorno ha capito che il legame amoroso con le tre mogli ostacolava il rilassamento dei ventricoli del suo cuore. Pensava troppo a loro e non poteva abbandonarsi senza pensieri al sonno delle chiacchiere medicinali. Dicono i Gamuna: "La sposa dà piacere, ma le visioni medicinali non vogliono testimoni". Finalmente si è deciso a divorziare dalle tre mogli, cosa che loro hanno accettato di buon grado. Erano giovani, belle e simpatiche, glorificate dai raccontatori di storie per le loro mosse di fianchi; e hanno trovato subito nuovi mariti pronti a onorarle con doni e complimenti. Bonetti ha cominciato a recarsi ogni sera in uno di quei salottini su mucchi di macerie in vari punti della città, che gli anziani consacrano alle chiacchiere notturne. Qui ha imparato ad ascoltarli parlare nel buio, seguendo l'arcana armonia delle frasi; e ha cominciato ad avere delle visioni, a vedere i gesti e i casi degli uomini proiettati in uno spazio immenso. Ha cominciato a vedere tutto quello che gli uomini fanno per essere glorificati, per imbrogliare gli altri, per farsi compatire, per farsi amare, come una scintilla effimera nello spazio immenso. Infine ha cominciato a sentire il grande respiro del deserto che dice a tutti: "Tu sei questo" (ta gama ku). E quanto uno sente il respiro del deserto, spiega Bonetti, prova il bisogno di raccogliersi a bocca chiusa nel proprio "questo" (ta), cioé nel proprio "questo, qui, ora" (ta muna ti), che è lo stato in cui si hanno le visioni.

         14.

         La cosa più importante da capire è che il sonno delle chiacchiere medicinali non è un sonno qualsiasi, come quando si va a letto e si dorme. I sogni notturni sono ciò che promuove le lusinghe quotidiane e che spinge ognuno a cercare di essere qualcuno. Invece il sonno delle chiacchiere notturne a bocca chiusa ti insegna questo: "Nello spazio immenso tu sei qualcuno che non è nessuno, e le notti e i giorni vengono anche senza di te" (così recitano a bocca chiusa gli anziani gamuna). Dunque non è un sonno qualsiasi, ma un sonno di visioni nello spazio immenso, con cui si manifesta il respiro del deserto. Ed è il grande sonno della terra che all'inizio di tutto ha prodotto le visioni di fata morgana all'origine di tutto, come dicono i racconti mitici. Quel sonno originario è chiamato "il Largo Riposo", con un suono lieve che calma ogni ansia (mati maui).


         15.

         La sorella Tran ha imparato a parlare la lingua gamuna solo dopo un anno e mezzo di silenzio. Io non ho mai saputo come sia capitata da quelle parti, suora missionaria vietnamita, figlia d'un diplomatico vietnamita, uscita da un convento nei dintorni di Londra. Nei suoi diari racconta come sia stata accolta da una famiglia gamuna, e adottata come figlia dalla vecchia Ajraia. Poi scrive: "Ricordo una sera, usciti di casa dopo cena con Ajraia, eravamo sedute intorno a un fuoco, tutti parlavano, io credevo non sarei mai uscita dal mio silenzio. Ricordo il cielo pieno di stelle, il suono delle voci, i bagliori del fuoco, e poi la prima frase che mi è uscita di bocca: Tam man ta (si sta bene qui). Tutti si sono sorpresi, perché mi credevano muta. Neanch'io ho mai saputo se sono muta o meno, e neanche se la mia balbuzie non è un modo per nascondere il mio mutismo. Ma quando ho cominciato a parlare, non balbettavo più. Se volevo dire qualcosa pensavo: come direbbe Ajraia? Aspettavo che mi tornasse in mente un suono della sua voce; non pensavo a frasi ma solo alla sua voce; poi aprivo bocca e le parole venivano da sole. Anche ora posso dire solo frasi che diceva lei, dunque in un certo senso non sono io che parlo, è sempre Ajraia. Ma nessuno ha mai notato che parlo con la sua voce e che non sono io a parlare, non sono io quando parlo...".

(ll - Fine)

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