
Introduzione
Provate
a raccontare una fiaba a una persona che non
ha la predisposizione. Gli sembrerà un'accozzaglia
di assurdità.
Provate
a raccontare episodi seri a un bambino. Diventeranno
fiabe.
Ho
passato la mia infanzia ad ascoltare racconti
di nonni, genitori e membri di una famiglia
strambamente articolata (il mio bisnonno aveva
ventisette figli, avuti da tre mogli). Parlavano
di cose serie o meno, successe nel primo cinquantennio
del secolo scorso. E hanno scatenato nella mia
mente una topografia magica; cronologia e storia
fantastiche che legavano immagini di un mondo
vero.
È
qui che si muove Gino. Nella Toscana dei racconti
della mia infanzia. In un ordine di tempo e
di luoghi vago, libero e sorprendente.
Gino
cercano di metterlo in regola, verso i dodici
anni. In un buon posto, a lavorare. Lui scappa
e comincia così un girovagare pieno di
incontri e avventure.
Sfuggendo
il peggio, saltella fra paesi e esperienze.
Ribellandosi alla natura cattiva del mondo ma
sempre amandolo e corteggiando ogni aspetto
della vita.
Gino
si piega, capriola e scivola fra le dita del
cosmo.
Così
per sedici capitoli, che lo portano sempre più
lontano da Firenze, da cui è partito,
dalla famiglia e i doveri.
Non
so ancora come e dove finirà, Gino. Ancora
non ho ben deciso. E infatti per il momento
esistono solo sedici capitoli, ma non sono definitivi.
Credo
che abbia ancora un po' di tempo davanti prima
di terminare il suo viaggio. Prima che qualcuno
o qualcosa riescano a fermarlo, ridurlo, bloccarlo
in una forma seria e costruttiva. Sempre che
ci riescano. Le fiabe, si sa, non hanno fine.
F.
A.
***
I.
Lo studio Donati
Aveva
penato più di un mese, a farlo prendere
allo studio Donati. Il babbo, lo trascinava
tutte le mattine prima dell'apertura, con il
naso infreddolito e il cervello ancora perso
fra i sogni.
I
colli magri a sciaguattare nelle camicie dure
d'amido, la brillantina a cercare di fare ordine
fra le stoppie della testa. Col caffellatte
duro sullo stomaco. Lì impalati venti
minuti davanti agli scalini del palazzo, prima
che gli impiegati iniziassero a sciamare un
po' per volta lungo via del Proconsolo e poi
dentro al portone.
E
l'impiegato che aspettavano loro, il Pertichini,
arrivava per ultimo, al galoppo, con la cipolla
in mano e poco tempo per fermarsi a sentire
i pigolii del babbo.
I
ricordi di scuola, i compagni, chissà
che farà questo e dove sarà quell'altro,
chi era morto e chi aveva fatto i soldi e poi
sempre lì, sui soldi, e il bisogno in
famiglia e quel ragazzo tanto volenteroso e
bravo ma sai, per la scuola bisogna averci anche
le possibilità e loro...
E
Gino ascoltava che si parlasse di lui così,
a caso. Per dire solo quello che si doveva dire
e nemmeno mezza parola vera. Che lui non c'aveva
volontà per nulla e la scuola la doveva
lasciare perché non ci ricavava niente
e i professori lo tenevano più tempo
sbattuto fuori che in classe.
Il
Pertichini, dopo un po' che il babbo gli lisciava
il pelo a dirgli come s'era sistemato bene lui,
in quello studio così importante, e di
già da tanti anni, uno dei primi a impiegarsi,
dopo la scuola. Il Pertichini si metteva col
naso in aria e l'aria d'importanza come dovesse
decidere le sorti di chissà chi e ci
sarebbe rimasto volentieri, a fare quella manfrina,
sennonché era sempre in ritardo e doveva
scappare anche lui dentro a smettere di darsi
importanza e sgobbare come tutti.
"Vedrò
di fare quello che posso... ma ce n'hanno di
già tanti, di garzoni... ripassate tra
un po' di tempo, vi so dire qualcosa".
E
loro, il giorno dopo, erano di nuovo lì,
sicuri come le tasse.
Dopo
un paio di settimane, al Pertichini non gliene
importava nemmeno più nulla, di darsi
importanza. Quando li vedeva, di lontano, sembrava
gli si piantasse una spina nel sedere. Prima
rallentava, poi si girava di qua e di là,
poi accelerava e cercava di entrare nel portone
a testa bassa, come un toro. E il babbo, olè,
gli si parava davanti e ricominciava la litania.
Gino
stava lì a far la comparsa. E serviva,
nel caso si decidessero a prenderlo in prova,
a seguire svelto svelto il Pertichini e ripetere
al principale la frase imparata a memoria, poi
corretto, rispettoso, aspettare che gli dicessero
di cominciare e poi subito a sgobbare anche
lui e farsi valere, portare i soldi a casa per
far studiare i fratelli, loro sì bravi
e meritevoli.
Ogni
volta che vedeva arrivare il Pertichini il babbo
lo scrollava per una spalla, gli diceva "ricordati
la frase" e cominciava a tremare tutto
preparandosi allo sforzo di dover chiedere.
Gino
si rimpallava un po' in testa la frase, gli
pareva di saperla. Si metteva a guardare la
via vuota e il grigio delle pietre invernali.
L'umido che gli si rapprendeva in una nuvoletta
bianca sotto il naso a ogni respiro.
Nemmeno
le ascoltava più, le cavolate del babbo,
tanto erano sempre uguali. Aspettava solo il
momento quando il Pertichini trovava il modo
di liquidarli. Il babbo diceva "porco Kaiser"
fra i denti, "fila a casa!" urlando,
e poi si avviava di corsa verso la Previdenza,
dove da settimane arrivava in ritardo.
Allora
Gino gironzolava ore per Firenze, finché
tutti i negozi erano aperti, i bambini corsi
nelle scuole, le beghine in chiesa e le donne
a far la spesa. Poi tornava a casa.
Ma
un giorno, quando Gino nemmeno ci pensava più
e osservava l'acqua della notte scorrere nella
zanella, quando anche il babbo c'aveva solo
un filo di voce piagnucoloso e la faccia stanca,
gialla di mal di stomaco, quel giorno Pertichini
sbuffò: "aspettate qui".
Gino
nemmeno capì, lì per lì.
Il babbo sbigottì e si mise a fissare
il portone con la faccia idiota per qualche
istante. Poi si riprese: "ti ricordi la
frase?". E mentre Gino annuiva si mise
a ricomporgli i capelli, il bavero, i pantaloni,
pacche sulle spalle per il portamento e una
sulla nuca per la testa bassa. Gino, per la
prima volta, guardò davvero il portone
e il buio dietro. Sentì gli ossi aguzzi
dei ginocchi sbattere fra di loro.
Il
Pertichini riapparve. "Sbrigatevi, vi aspettano".
Dal
freddo umido di fuori al tanfo chiuso di dentro.
Un antro buio puzzolente di vecchio e poi le
scale di pietra alte, grandi, buie anche loro.
Due piani e un corridoio vasto, in penombra.
Una panca di gente seduta accanto a una porta
grande.
Dentro,
un ufficio largo e ingombro. Fogli, libri di
legge, scrivanie cigolanti e fruscii di impiegati
stanchi sui fascicoli. Facce da piante vizze,
senz'aria né luce. Schiene bombate intorno
all'attenzione di occhi aguzzi sulle carte.
Un'altra
porta antica e lo studio dei notai; alto, ampio,
con le finestre lunghissime troppo polverose
per portare la luce. Travi scure sul soffitto,
noce scuro dei mobili, abiti neri, pennini e
pergamene. I soci anziani a cincischiare carte,
sbadigliare tanfo di sonno, sciogliere piano
piano la cera di un sigillo. Osservare bene
le cifre di un timbro prima di premerlo su un
documento.
Ancora
una porta e dentro lo studio del titolare, il
notaio Donati. Una stanza piccola e vuota. Solo
la scrivania immensa e due poltrone con l'aria
nuova. Forse nessuno si sedeva mai davanti al
notaio Donati.
Il
notaio Donati, un mucchietto di panni neri infagottato
intorno a una faccia pallida, china su un incartamento.
E
loro a aspettare, rispettosamente, in piedi,
in silenzio. In attesa per qualche minuto. Poi
il Pertichini si schiarì la voce e il
notaio tirò su un po' di testa, guardandoli
di sbieco con gli occhi acquosi.
"Dottore,
è il signor Cappelli, di cui le parlavo...
ha portato il ragazzo...".
Lo
sguardo del notaio sgocciolò per mezzo
secondo sul babbo e su Gino e poi tornò
sulle carte.
Il
Pertichini fece cenno, il babbo sgranò
gli occhi e le sue labbra dissero, mute: "la
frase!". A Gino la voce si mise a correre
per la testa vuota, su e giù, senza costrutto.
Finché
uno scappellotto del babbo gli ci chiamò
a raccolta tutte le idee e mise in fila le parole.
Tutto
d'un fiotto, senza espressione, gli uscì:
mi chiamo Gino Cappelli ho dodici anni e ho
fatto le scuole tecniche ma nell'impossibilità
di terminare gli studi avrei tanto desiderio
di cominciare subito con un lavoro serio in
un posto importante come quello del signor notaio
che non avrà a pentirsene nel caso volesse
mettermi alla prova perché nonostante
non abbia nessuna esperienza ho tanta buona
volontà e se anzi il signor notaio avesse
subito qualche incombenza...
La
tiritera era finita e il notaio non alzava la
testa. Il babbo non respirava più e il
Pertichini strusciava i piedi. Poi, rispettosamente,
tossicchiò.
Allora
il notaio tirò un po' in su il capo e
un po' in fuori il collo. Biascicò la
lingua sui labbri secchi e finalmente espirò
una voce fonda e roca: "Faliero!"
Faliero
comparve da un punto invisibile della stanza,
dove viveva nascosto e si materializzava alla
bisogna. Lungo e spaurito come un fantasma si
chinò ad ascoltare gli ordini.
"Porta
il ragazzo alla panca e spiegagli cosa deve
fare".
Il
Pertichini cominciò a inchinarsi e ringraziare,
il babbo a inchinarsi e sudare dalla gioia,
Faliero a spingere con la mano ossuta Gino per
la schiena.
Fuori
dallo studio, fuori dall'ufficio, di nuovo nel
corridoio buio e grande.
Faliero
gli indicò il punto della panca più
lontano dalla porta. "Siediti qui e aspetta
che ti chiamino". Poi tornò dentro.
Tutta
la fila di gente a sedere si strinse mugugnando
e Gino trovò il suo spazio sul legno
duro.
Il
babbo e Il Pertichini uscirono anche loro. Il
Pertichini sollevato e soddisfatto. Il babbo
raggiante come una sposa. Parlottarono ringraziamenti
e scuse, scherni, complicità per un minuto,
poi il Pertichini tornò dentro.
Il
babbo gli si avvicinò con gli occhi umidi,
gli diede una pacca su un braccio e se ne andò
per le scale fischiettando.
A
Gino gli sembrò che la poca aria e luce
del corridoio se le portasse tutte dietro lui,
via in un risucchio di gora.
Rimase
seduto rigido e zitto, guardando davanti a sé
finché il buio diventò un vorticare
solido di aria scura. E gli ci vollero ore prima
di allentarsi il nodo in gola e riuscire a inghiottire
e respirare.
Nel
corridoio zitto, che stillava rispetto e umido
dai muri. Minaccioso da quanto lavoro c'era
passato sotto.
Tanti
garzoni ad aspettare e faccende sbrigate, timbri,
carte e tomi di legge dietro le porte. Secoli
di legge. Aveva fatto la tana nelle travi, insieme
alle termiti, e pioggerellava sulla testa della
gente insieme alla polvere di legno. Sulla fila
di gente seduta ad aspettare, stretta sulla
panca dura. Zitta, rispettosa, sciolta di noia
d'attesa.
Quelli
più vicini alla porta c'avevano l'età
del babbo. Ogni tanto la porta dell'ufficio
si schiudeva e il primo di loro scattava in
piedi. Da una fessura si affacciava il naso
di un impiegato che bisbigliava la commissione
da fare. A volte due dita porgevano una busta
o un pacchetto. E il garzone correva via, giù
per le scale.
Tornava
dopo un'oretta o due con la faccia sana di aria
fresca, tintinnando nella tasca le monete della
mancia.
Se
il primo della fila era già fuori e la
porta si apriva di nuovo, allora partiva il
secondo. Solo una volta successe che erano già
fuori tutti e due quando l'impiegato si era
affacciato per la terza volta. E Gino aveva
sgomitato al ragazzo accanto a lui per svegliarlo,
che era la sua occasione.
Però
quello era tornato con la faccia bigia perché
non aveva preso un centesimo.
Almeno
era uscito. Che il peggio non era di non guadagnare
ma proprio di stare lì fermi e zitti,
a farsi entrare la panca nella schiena fino
a sera. Coi bisbigli di lavoro dietro le porte
e il termitaio di legge sulla testa. Il tempo
che non veniva scandito da niente, la luce che
non cambiava, l'odore di polvere sempre uguale.
Solo
le vertebre sempre più piatte e gli ossi
dentro le natiche come spilli conficcati. Gli
occhi stanchi dal vorticare del nulla. Passi
a rimbombare per la scalinata, di gente degli
altri piani che si muovevano, lavoravano, vivevano.
Gino
se li fantasticava splendidi e fortunati come
principi. Che non c'avevano panche nella schiena
e termitai sulla testa.
Ma
il peggio di tutto era la sera. Quando il babbo
veniva a aspettarlo in fondo ai quattro scalini.
"Allora?" Riusciva a farci risuonare
la speranza tutti i giorni. Tutti i giorni riusciva
a restare deluso. Ogni giorno si curvava di
più e guardava Gino un po' più
torvo.
"Ma
io non c'ho colpa... è che non mi chiamano
mai...".
Tutto
il percorso in silenzio, fino a casa, fino alla
cena silenziosa fra facce da tragedia. Anche
la mamma che lo studio non l'aveva mai visto.
Anche i fratelli che avevano fatto i bravi a
scuola. Seri e delusi, azzittiti dal cordoglio.
Aveva
cominciato a pensarci anche durante la giornata,
al dispiacere che avrebbe dato la sera a tutta
la famiglia. Mentre i compagni sonnecchiavano
sulla panca e fuori, in strada, la pioggia precipitava
sulle pietre. Nella silenziosa trama di buio
davanti agli occhi Gino aveva cominciato a ricamarci
immagini da incubo, facce storte e occhi tristi
e spalle gravi di delusione. Quello che lui
vedeva ogni sera, quello che mangiava insieme
alla porzione di cibo. La più piccola,
la sua, che per il momento lui non studiava
più e non lavorava ancora.
E
le gambe magre gli erano diventate due stecchi
a stare lì fermo senza un po' d'esercizio
e con quel regime. Già ce n'aveva poco
addosso, di grasso. E ora quel poco gli si stava
sciogliendo tutto d'angustia.
Poi,
era il venti, era iniziato a stiepidire. Ci
furono dei giorni fermi e piatti. Con l'atmosfera
e i colori tutti schiacciati, sospesi fra le
stagioni. Non sapevano se far posto al bel tempo,
o se l'inverno c'aveva ancora voglia di sfogarsi
un po'.
Così
fino alla fine del mese. Finché, un giorno,
Gino si svegliò stanco e si trascinò
fino allo studio con gli occhi ristretti per
un riverbero più forte del solito.
Quando
era entrato al lavoro, si era subito accorto
della differenza: il corridoio tanfava leggermente
dei primi sudori nei vestiti ancora pesanti.
E
poi, a metà mattina, d'improvviso il
tempo cambiò. Da un momento all'altro
faceva caldo. E tutti si tolsero qualcosa, per
star seduti uno stretto all'altro sulla panca.
Chi col gilet, con la giacca o il golfino sulle
ginocchia, fermi a svaporare gli abiti, sbuffando
e pesticciando per quest'altro inconveniente.
Poi non si mossero più, scivolando sempre
il collo fra le spalle e la testa nella noia
tiepida.
Quel
giorno non c'erano commissioni. Per ore non
si sentì neppure un suono dallo studio.
Come se di là fossero tutti evaporati
in un sonno indisturbato.
Gino
s'era appiattito la testa contro il muro buio
davanti a lui, come sempre. Finché, a
un certo punto, vide nell'aria gli screzi di
una luce.
Arrivava
di sbieco girando l'angolo, partita da qualche
parte in fondo al corridoio. Giallognola e stenta,
impolverata di pulviscolo fermo.
Un
paio di insetti si misero a girarci dentro.
Gli unici a muoversi e a far rumore. Gino guardava
i due puntini ronzargli davanti. Laboriosi.
Premurosi. Sembravano contenti. Chissà
da dove venivano. Doveva esserci una finestra,
dietro l'angolo.
A
Gino venne voglia di vedere da dove arrivavano
la luce e gli insetti. Si alzò. Tanto
non l'avrebbero chiamato. Né in quel
momento né nel resto della giornata.
Si
alzò e gli altri, sulla panca, appena
voltarono le pupille verso i suoi movimenti.
Non importava, dove andava. Percorse il corridoio
e benché nessuno ci facesse caso, a lui
sembrava che i suoi passi rimbombassero come
tuoni nel silenzio. E che i suoi respiri sibilassero
come tramontana. Cercò di muoversi sulle
punte dei suoi timori, senza disturbare i ritmi
dello studio, del corridoio. Di far piano e
cauto. Ma mentre camminava la luce cresceva
e a lui gli si agitava nel petto il cuore e
la speranza di trovare qualcosa, oltre l'angolo.
E i battiti del cuore ritmici, con i passi,
e i pensieri storditi da un presentimento.
La
luce aumentava e diventava sempre più
bella. La polvere ci brillava e ci ballava dentro,
fra i raggi storti dai vetri. Mentre Gino avanzava,
sempre più forte e più viva. Girato
l'angolo, diventò abbagliante e grande,
dentro una finestra altissima e larga. Gino
si fermò un istante. Poi socchiuse gli
occhi e avanzò piano piano. Fino al finestrone
luminoso. Una finestra antica, che raccoglieva
da secoli il sole e le stagioni. Grande e alta
e bella come una mamma.
Dava
su un cortile interno, giallognolo, antico,
senz'altre finestre.
Gino
salì un paio di gradini di pietra molto
alti e si issò in punta di piedi fino
ad afferrare la maniglia. Che scricchiolò
e girò a fatica. Dovevano essere secoli
che nessuno la apriva. Il legno gonfio scricchiolò
e resistette a lungo, ma alla fine si aprì
con un tonfo. La finestra si spalancò
in una ventata fresca.
Aria
luminosa e profumata, piena di rumori di città,
del canto dei fringuelli, di frulli di foglie
e voci dai cortili. Entrarono tutti insieme.
Gino spalancò gli orecchi, il naso e
la gola a tutto quello che c'era fuori. E per
molto tempo, chissà quanto, rimase fermo
davanti alla finestra aperta.
Gli
sembrava di essersi come ubriacato. Troppe cose
tutte insieme. Cose che non c'erano, allo studio
Donati, e che non c'entravano per niente con
il lavoro. Che sarebbe stato meglio richiudere
fuori, non stavano bene lì dentro.
C'aveva
già le braccia spalancate e le mani sul
legno delle ante, pronto a chiudere tutto.
Poi
vide la pianta di glicine.
Scendeva
dalla cornice della finestra, a grappoli blu
che tentennavano col vento. Con i petali grassi
e brillanti, che sembravano di una statua scolpita.
E un profumo che batteva nella nuca, tanto era
dolce e forte.
L'odore
del glicine gli si mescolò dentro, insieme
ai suoni e al calore del sole. Ruotò
il mondo in una risata e gli fece venire su
dal naso quella sensazione di primavera, che
cominci tutto solo allora, in quel momento.
E
gli schizzarono via gli affanni, le lentezze
e i silenzi degli ultimi giorni. Si sentì
grande e leggero, libero e agitato. Come il
fumo che esce da un comignolo.
Lasciò
la finestra spalancata, saltò giù
dagli scalini e corse per il corridoio, curvandosi
all'angolo, scivolando e riprendendosi con la
mano sul muro.
Poi
saltellando e rimbombando le falcate della corsa
nel corridoio silente, passò la panca.
Appena una piccola macchia scura nella penombra.
A
balzi liberi, con la voce che ballava di gioia
ad ogni salto finì di percorrere il corridoio.
Giù
per la scalinata umida, attraverso il portone,
fuori.
II.
Dallo zio Alcide
A
essere fuori così, in un baleno, lì
per lì si sentì quasi male. Via
del Proconsolo era tutta fresca di pane, luce
e canzoni. Il cervello sguazzava in tutto quel
benessere e ci si perdeva un po'. Ragion per
cui rimase un pezzo ritto in cima agli scalini,
senza sapere che fare e dove andare.
Finché
gli orecchi gli si misero a stridere e sobbalzare
dietro un rumore sempre più forte. Un
barroccio vuoto che traballava leggero sulle
pietre. Il barrocciaio s'era girato il berretto
dietro la testa e, arrivato davanti a Gino,
si mise a fischiettare.
In
tre balzelli Gino scese e gli fu dietro, a saltellare
su un piede e sull'altro al tempo delle note
e dei cigolii.
Lo
seguì per un bel po', per le stradine
dei dintorni. Il barroccio svoltava e risvoltava
e pareva non c'avesse proprio fretta d'arrivare.
Ma di camminare sotto i panni tesi e gli odori
di cucina, le canzoni delle donne e le frignate
di neonato.
Poi
Gino sentì un picchiettio che non si
capiva da dove venisse. Secco, preciso, gli
aveva scacciato tutti gli altri rumori dagli
orecchi. Lasciò che il barroccio seguitasse
per la sua strada e si avvicinò quatto
quatto a quel rumore.
Veniva
da un antro basso, spalancato su un bugigattolo
buio.
Dopo
aver abituato gli occhi, Gino vide dentro un
vecchino accucciato intorno a una suola di scarpa.
Col ventaglio dei chiodi in bocca, stava a picchiare
sullo stesso punto. Lì e lì e
lì. Chissà da quanto. Da anni,
forse.
Dalla
bottega usciva un'aria nera e fredda e a starci
proprio davanti veniva da starnutire. E il vecchino
ci viveva in mezzo. Con la schiena più
curva del manico di un ombrello. La testa pelata
lucida come cuoio, attaccata al petto, senza
più collo. Chissà se era gobbo,
quando s'alzava.
Il
calzolaio si mosse. Si mise a tastare coi diti
in un mucchio accanto al panchetto. Agguantò
il tacco di uno scarpone, lo fissò un
momento, lo posò e ne prese uno più
grosso. Poi, senza muovere altro, alzò
di colpo il braccio e glielo tirò addosso.
Gino
se ne andò di corsa, che per un pelo
non l'aveva preso in fronte. E anche se non
l'aveva colpito, ci aveva scavato per benino
l'idea che quello era un mestiere infame, a
stare chiusi così peggio dei piccioni
in gabbia. A diventare gobbi arrabbiati.
Ora
non aveva più voglia dei vicoli. Si mise
a correre e in un batter d'occhio arrivò
al lungarno. Dove il fiume teneva larghe le
cose e c'era posto per guardare e respirare.
Coi
palazzi quadrati e tranquilli e la storia lì,
paciocca, in bella fila a rispecchiarsi nell'acqua.
Camminò
fino a ponte alle Grazie, ci arrivò a
metà e si fermò. C'era di nuovo
la musica, ma questa volta sul fiume. Uno stornello
forte e ritorto che partiva da in mezzo all'acqua.
Gino
si spenzolò dalla spalletta e vide una
lunga barca ferma lì sotto, col renaiolo
ritto nel mezzo. Alto e dritto, con due bracci
forti che facevano girare il palo cavo. Lo facevano
girare in un modo che il palo sembrava leggero
e che tirare su la rena fosse facile. Lo faceva
girare lento e sempre uguale, senza sforzo.
E intanto, su quei giri lenti, ci stornellava
sopra.
Quello
era un lavoro bello. All'aria e al sole, con
tanto posto intorno dove muoversi e cantare.
Gino rimase un pezzo a guardare il renaiolo
che tirava su il fondo dell'Arno. E seguì
i fiori dello stornello, uno per uno, fino al
giaggiolo. Poi pensò dove andare. A destra
del ponte c'era il centro, con in mezzo lo studio
Donati che spandeva intorno buio, noia e polvere.
Dall'altra parte la città invece spariva
nelle colline verdi, e i monti pieni di boschi
da dove arrivava l'Arno, veloce, con una grande
curva.
Si
mise a correre di là. Accanto ai palazzi
antichi, alle villette dei tempi di suo nonno.
Alle case sempre più piccole, basse e
povere. Svoltò per la strada di Candeli
e corse ancora, fin dove c'erano più
orti che case.
E
mentre il fiato cominciava a sibilargli e lui
si chiedeva se gli si fosse strappato il petto
come ai cavalli sulla salita di Costa san Giorgio,
con la mano sul fianco e il cuore a rotoloni
gli venne in mente dove andare: dallo zio Alcide.
Stava proprio lì dietro, ce lo avevano
portato le gambe.
La
casa di Alcide era in una strada lunga lunga,
tutta di case piccole, uguali, una strinta all'altra.
Era al pian terreno e era sempre aperta.
Si
entrava in un corridoio che già sapeva
di rancido e poi in un cucinino laido, col pavimento
che appiccicava sotto i piedi e il fumo giallastro
di una pentola al fuoco che si incollava nel
naso.
Lo
zio stava sempre nell'orto dove non piantava
mai niente. Stava a fumare, con la camicia bianca
arrotolata sulle braccia magre, seduto su una
cassetta di legno rigirata, le scarpe di vacchetta
affondate nelle zolle vuote.
Quando
vedeva Gino gli apriva le braccia e una fila
di denti bianchissimi. Gino gli si tuffava addosso
e aspirava un odore buono. Poi lo zio cercava
dietro le spalle di Gino per vedere se c'era
anche sua sorella, che non c'era mai.
"La
mamma?"
"Zio,
c'è una pentola che bolle".
"Porca
maremma, il minestrone!"
Gino
sentì tramestio di cucchiai e un coperchio
sbattuto nell'acquaio con una bestemmia.
Lo
zio uscì succhiandosi un pollice.
"Mi
sono anche bruciato".
"È
pronta?"
"Sì,
per i maiali".
Lo
zio decise di uscire a pranzo. Con due tocchi
di spazzola ai vestiti e un'impomatatina ai
capelli diventò bello elegante. Mise
delle sigarette nel taschino della giacca, spinse
fuori Gino e accostò la porta, tirandosi
dietro qualche puzzo di verdura.
Per
la strada non c'era già più nessuno.
Il sole era alto e tutti stavano in casa a mangiare.
Dalle finestre aperte si sentivano le posate
sbattere nei piatti.
Alcide
si accese una sigaretta. Aveva le mani snelle
e lisce, con la pelle scura e le unghie rosa
chiaro.
"Ma
non eri in quello studio... quello in via del
Proconsolo?"
Fra
un tiro e l'altro arrivarono a un'osteria e
Gino gli ebbe raccontato come era stato preso
a fare le commissioni, messo sulla panca, aspettare
giorni e giorni e mai un soldo. E lui era scappato.
Poi
entrarono in uno stanzone pieno di tavoli e
odore di cavolo.
"Signor
Alcide!"
L'oste
gli andò incontro facendo sballottare
qua e là la pancia e il grembiulone stinto.
Con le due manone grasse strinse quella bella
dello zio.
"Come
mai non s'è più visto da un po'
di tempo?"
Le
gotone rubizze gli scintillavano, unte.
"Eh...
sono stato fuori Firenze".
Quando
lo zio Alcide era "fuori" voleva dire
che se ne stava rintanato in casa perché
non c'aveva una lira. Lo sapeva anche l'oste,
che le gote gli erano diventate ancora più
rosse e cicciotte, dal divertimento.
Si
sedettero sulle sedie male impagliate e l'oste
spolverò con il canovaccio le tre briciole
che stavano sul tavolo. Poi buttò il
peso sulle mani grassocce, aggrappandosi al
bordo del desco.
"E
questo giovanotto, chi è?"
"È
mio nipote". Lo zio lo guardò tutto
fiero mentre a Gino le orecchie e le gote gli
dolevano, tanto erano rosse.
"Bravo
bellino, sei venuto a trovare lo zio... bravo".
L'oste si tirò su spingendosi la schiena
da dietro i fianchi.
"E
da mangiare, che vi porto?"
Mangiarono
salame, pecorino, crostini di fegato, panzanella,
due piccioni e fagioli all'uccelletto. Gino
non aveva mai mangiato tanto, nemmeno a Natale.
"Glielo
avevo detto, al babbo: non ce lo mettere Gino
in quel mortorio".
Lo
zio si godeva il fumo azzurrino della sigaretta
ed era lontano dal mondo e dai problemi.
A
Gino, invece, il vino gli aveva messo malinconia
e c'aveva gli occhi sul punto di piangere.
"Che
ce l'hai un altro lavoro?"
Gli
sarebbe piaciuto rispondere, ma il gozzo gli
andava su e giù come alle papere, e non
gli usciva nulla. Scosse la testa.
Anche
a Alcide l'occhio gli diventò un po'
lustro, che anche lui aveva bevuto parecchio.
Dondolò
un po' il capo, si grattò la nuca, poi
di colpo s'illuminò tutto.
"C'ho
un'idea!"
Finì
il quartino e strinse un braccio al nipote.
"Esci
veloce".
Poi
si girò verso la cucina.
"Allora...
oggi me lo segna sul conto, passo a pagare domani!"
Dalla
strada gli arrivarono gli strilli dell'oste.
Ma troppo tardi, avevano già svoltato
l'angolo. Lo zio si accese un'altra sigaretta.
Andarono
da un amico, Mario, che gli doveva un po' di
soldi persi alle carte. C'aveva una fabbrica
di stringhe, un androne tutto finestre e spifferi,
pieno di banchi e operai straniti.
Mario
era secco secco e sgusciava peggio di un anguilla
fra un banco e l'altro, fra le macchine e le
persone, pur di non farsi catturare gli occhi
da chi gli parlava. E infatti non gli si vedevano
mai le pupille.
"È
un momentaccio... il Principini non paga...
poi c'ho due ordini annullati...".
Lo
zio e Gino lo inseguivano qua e là ma
non gli riusciva a stargli dietro. Per fortuna
arrivò un fattorino e Mario si dovette
fermare per aprire un pacco che gli era arrivato.
Alcide
lo prese per una spalla, fece un faccino tutto
gentile e gli disse: "ti devo chiedere
un favore". Che era meglio che rendere
i soldi e allora Mario si mise a ascoltare.
Ma tutto agitato, perché anche fare favori
non era una cosa da nulla.
E
quando lo zio gli disse che Gino, tanto bravo
e onesto, doveva trovare subito un lavoro, Mario
ricominciò a ciancicare il pacco, ridacchiando.
"Non
so mica, se gli conviene stare qui... sono di
già indietro così, con gli stipendi...".
Ma
c'era il debito, e in qualche modo andava saldato.
Sicché stettero un pezzo a parlottare,
schivarsi, insistere, finché trovarono
questa soluzione. Mario sparì per qualche
minuto e tornò con una scatola. Una grande
scatola di cartone piena di stringhe di prima
qualità. La porse a Gino che la ricevette
come l'ostia.
"E
con questo... io e te siam pari", disse
a Alcide, che annuiva serio. "Se il ragazzo
è bravo e le vende bene... non che ci
ricavi molto, così... ma se le vende
tutte a breve... beh, si può anche riprovare
con una quantità più grossa...
e ci si divide il guadagno".
Si
strinsero le mani e intrecciarono sospiri di
gran sollievo. Mentre Mario aggeggiava di nuovo
fra i banchi, nipote e zio uscirono, fieri come
cavalieri.
Alcide
si regalò un'altra sigaretta mentre Gino
c'aveva il cervello che gli galoppava dietro
a quella nuova idea. Un lavoro. Un lavoro nuovo,
per tornare a casa a testa alta, dal babbo.
E senza rinchiudersi. Così aveva fatto
bene a andar via. Ora avrebbe guadagnato davvero,
portato tutto a casa, aiutato tutti. Magari
gli avrebbero anche ridato una razione intera
di pappa.
"M'accompagni?
C'ho da andare verso il Piazzale. Per un affare".
Presero
la strada di Candeli, attraversarono Piazza
Ferrucci e cominciarono pian piano a risalire
il Viale dei Colli.
Gino
stringeva la scatola delle stringhe tanto da
avere le nocche bianche. Galleggiava su un lago
di gioia, dietro allo zio, su per la salita
ombrosa, fra le ville eleganti.
Finché
si fermarono davanti a un grande cancello di
ferro battuto, dietro al quale partiva un vialetto
di ghiaia bianca piccolissima. E in fondo, una
grande casa dipinta di giallo ocra.
"Bene,
io c'ho da fare qui, per un po'".
Lo
zio si chiuse i polsini. Lisciò la giacca,
i pantaloni, i capelli. Si voltò verso
Gino e gli scarruffò la testa.
"Ciao".
Tirò
il campanello e un vecchio giardiniere, con
un grembiule verde immacolato, corse ad aprirgli.
Alcide scricchiolò baldanzoso sul vialetto
di ghiaia e sparì nel portone di casa.
Gino si sedette sulla zanella a far passare
il tempo.
Le
carrozze portavano a spasso gli inglesi, su
a osservare il panorama dal Piazzale.
Una
coppietta camminava a braccetto e lei tutta
svenevole, con la scusa della salita, si aggrappava
a lui e ansimava forte per farsi notare.
Poi
c'erano le stringhe di tanti colori tutte sciolte
alla rinfusa nella scatola. Gino si mise a osservarle,
pezzo per pezzo. Belle, di cotone liscio e lucido,
blu, nere e bordeaux. Le stese sui palmi, una
accanto all'altra. Le fece rotolare, le raggomitolò.
Le prese a ciuffi, le fece cadere. Catturò
e ammaestrò serpenti portandoli in tournée
insieme a Houdini. Ma a un certo punto la luce
del viale era diventata tanto bassa che Gino
non riusciva più a distinguere i colori
delle stringhe arrotolate a sibilare sui diti
della mano.
Le
rimise a posto e si strusciò le braccia,
che era anche rinfrescato parecchio. I platani
sopra di lui erano pieni di nidi, dove i passeri
si strapazzavano di cinguettii striduli. Come
se per loro andare a letto fosse urgente e complicato,
e implicasse vociarsi un sacco di ordini.
Sopra
le cime degli alberi, il cielo era diventato
violetto e le nuvole basse, cicciotte, a sbuffi
rosa, sembravano il fondale delle recite in
parrocchia.
Da
in fondo al viale, un omino con la scala aveva
cominciato ad accendere i lampioni.
Nella
villa subito accanto i padroni rincasarono con
un'auto nera e lunga, lenta scivolò nel
cancello.
Finalmente
il portone della casa dietro Gino si aprì
e Alcide uscì, con un sigaro in bocca.
Fece in due balzi il vialetto, spalancò
la cancellata, uscì e iniziò a
camminare verso il basso.
Gino
saltò in piedi e lo raggiunse.
"Zio!"
"Gino...?!
Ma... che mi hai aspettato?"
"Zio,
e l'affare?"
"Ah...
benone!"
Alcide
si fermò, spense il sigaro contro un
tronco e lo mise nel taschino.
"Questa
volta mi fo d'oro".
E
si rincamminarono.
"Gli
vendo un terreno. Uno che c'hanno in maremma...
una palude dove c'è altro che malaria.
Io ho trovato uno che gliela compra!"
Arrivarono
sul lungarno che già il fiume scintillava
di luci e i pochi pedoni rincasavano veloci.
Come se le giornate più lunghe cogliessero
tutti alla sprovvista, così, sull'ora
di cena.
Tutti
meno il babbo. Gino ne era sicuro che lui alle
sette e mezzo era a tavola col cucchiaio in
mano.
"Senti
Gino, ti lascio qui. C'ho appuntamento con una
signorina al Paskowsky".
Gino
lo guardò sistemarsi i capelli, la giacca.
"Sto
bene?"
La
testa gli fece sì.
"Allora
vo. Fai il bravo, eh?"
Lo
zio Alcide si incamminò lungo la spalletta.
Verso il centro tutto illuminato, dove c'erano
i caffè, le signorine, tavoli e musica
e cene fuori, gente a parlare fino a tardi.
Alcide
si voltò, di lontano, alzando un braccio.
"Muoviti,
grullo!"
Gino
prese tutta la contentezza e la tristezza insieme
e le mise nelle gambe per filare a casa.

III.
L'affare delle stringhe
Già
da fuori la casa era strana. Il babbo non teneva
mai lo stoppino così alto... e non c'era
mai tutto questo silenzio.
Dopo
aver corso per almeno due chilometri, Gino si
era fermato di colpo, all'inizio della stradina
dove stava casa sua. Col fiato che incespicava
nei battiti sgangherati del petto e le fitte
ai fianchi che lo piegavano come un pupazzo.
Dovette appoggiarsi a un muro, per riaversi
dalla corsa.
Era
parecchio buio, ormai. Poteva solo intravedere
la ferrovia, coi binari vuoti che sembrava aspettassero
anche loro di mangiare. E le case basse che
infilavano la via dritte, piccole e scure. Solo
dalla sua veniva una luce strana. Troppa.
Quando
si fu ripreso, Gino scese gli scalini che portavano
al giardinetto. Scricchiolò sui sassi,
spinse la porta ed entrò. Nella cucina
di una fiaba, con l'orco seduto capotavola,
magro, torvo, piegato, con gli occhi miopi stretti
su di lui. La moglie e i figli seduti ai lati,
spauriti come uccellini di nido.
"Eccoti!"
Rimbombò
nel cervello di Gino come nelle volte di un
castello.
La
voce era ancora nell'aria quando l'orco appoggiò
le nocche delle mani sul tavolo, con i gomiti
alti sopra la testa. Poi scattò sulle
braccia e si alzò.
"Ma
dov'eri?!"
La
domanda si aprì negli antri di spazi
che non c'erano. Rimbombò e riecheggiò
a lungo, come ci fossero soffitti altissimi
da colpire. Invece di una lampada così
bassa che si metteva fra le facce di quelli
seduti a tavola.
L'orco
soffiò dal naso e cominciò a gonfiare
e sgonfiare il torace sempre più veloce.
Guardò il bambino, la scatola fra le
sue braccia, ancora il bambino e la porta, poverina,
che non c'entrava niente ma che sembrava nascondesse
qualche complice. Poi l'orco scattò e
in un balzo fu di fronte al bambino.
"Sono
passato a prenderti e non c'eri. Nessuno sapeva
niente di te, solo che prima di pranzo eri corso
via, così, senza dir nulla... corso via
dove?!"
Il
ceffone scappò di mano all'orco prima
della risposta. L'orco anche, si stupì
di come si era mosso presto e indietreggiò
per dare tempo al bambino di rispondere.
Ma
il bambino adesso c'aveva tutta una giornata
come quella aggrovigliata nella gola e non riusciva
a parlare. Poi doveva anche asciugarsi con gli
avambracci le lacrime che gocciolavano giù,
in fondo alle gote.
"Allora!"
Le
braccia dell'orco tremavano in un modo che si
capiva che stava per partire un altro schiaffo.
Il
bambino inghiottì un po' di agitazione
e riuscì a far uscire un piantino di
voce.
"Io...
sono andato a prendere queste".
Il
bambino offrì le stringhe all'orco, a
testa china.
L'orco
guardò appena la scatola e poi ci picchiò
sotto, facendola volare in mezzo alla stanza.
Cadde con un rumore spigoloso e tutte le stringhe
finirono sparpagliate in giro.
I
bambini a tavola si alzarono sulle sedie per
vedere meglio, ma non osarono avvicinarsi.
"Stringhe!
E che c'entrano le stringhe!"
Il
secondo ceffone fu dato con ragione, con forza,
e frizzò molto più del primo.
"Rispondi!"
Ma
il viso bruciava e la voce era piegata in giù,
a guardare il cuore che sprofondava nello stomaco.
Mentre le lacrime che cadevano ora, nessuno
le raccoglieva più.
La
moglie dell'orco si impietosì. Uscì
dal tavolo, si chinò davanti al bambino,
gli asciugò gli occhi.
"Via,
lascialo spiegare... perché sei andato
via, Gino? È successo qualcosa?"
"Io...
non facevo mai nulla... lì...e non ho
guadagnato un centesimo in questi giorni...".
Il
bambino fissava gli occhi sul capo davanti al
suo, che faceva sì ad ogni parola.
"Allora...
allora... ho pensato di venir via di lì
e di andare da un'altra parte".
"Un'altra
parte?!"
L'orco
gridava con le braccia dritte verso il pavimento,
il collo rigido e la bocca stretta. Da un momento
all'altro gli sarebbero uscite fra i denti delle
fiamme.
"Ma
lo sai quanto mi c'è voluto, per farti
prendere in prova! E ora non ne vogliono più
sapere, di te!"
Invece
delle fiamme fu un braccio a saettare in avanti,
e a colpire di nuovo la gota ormai paonazza.
Che però a questo punto era gonfia e
non sentiva più nulla.
L'orco
fece un giro su se stesso e sbatté i
palmi delle mani sulle gambe, mentre camminava.
Ma non sbolliva.
"E
dov'era, quest'altra parte? Dove?!"
"Io...
sono andato dallo zio Alcide...".
La
moglie dell'orco si allontanò dal bambino
e lo guardò ferita. Aveva pronunciato
le Parole Proibite. Perché tirare in
ballo il fratello. Perché buttare il
peso su di lei. Adesso anche lei lo avrebbe
sgridato volentieri, ma non ce n'ebbe il tempo.
L'orco
la guardò ridendo per il male che stava
per farle.
"Lo
sapevo!"
La
moglie si drizzò e chiuse gli occhi per
cercare di scappare anche lei da un'altra parte.
"Quella
testaccia bacata! Non gli basta di essere un
disgraziato senz'arte né parte... anche
i miei figlioli vuole rovinare!"
L'orchessa
era pallida, e cullava montagne di tristezza
sulle occhiaie scure. Sempre più fonde
e scure.
"E
che ci devi fare, secondo Alcide, con tutte
quelle stringhe?"
"Io...
le devo vendere... devo... devo andare in giro
a venderle".
L'orco
si appoggiò al tavolo e portò
una mano alla fronte. Forse gli girava la testa.
"Poi...
se sono bravo... il signor Mario ha detto che
mi tiene... che posso far affari...".
La
moglie guardò l'orco da dietro una cateratta
di paura, ma lo volle fare, un altro tentativo.
"Vedi...
non ha voluto fare male, Alcide. Ha pensato
di aiutarlo...".
L'orco
si staccò dal tavolo e inspirò
un bel po' d'aria, prima di gridare.
"Ma
chi gliel'ha detto di venire a aiutarlo, eh?!
Chi lo vuole quel cialtrone!"
L'orchessa
richiuse gli occhi e sparì per un momento
in una valle di vento, freddo e solitudine.
Nessuno
più pensò al bambino che aveva
portato le stringhe a casa, o agli altri seduti
a tavola. I bambini si guardarono intorno, si
guardarono fra loro, ridacchiarono di nervoso.
Poi guardarono le stringhe spante in terra e
uno per volta, piano piano, ci si avvicinarono,
le toccarono, le sollevarono, le studiarono.
E
tutto tornò alla normalità. La
mamma piangeva, il babbo urlava.
Gino
aspettò che i fratelli finissero di vedere
le stringhe, alla chetichella. Poi le raccolse
nella scatola, si alzò, uscì dalla
cucina. Attraversò l'ingressino buio,
entrò nella sua stanza, mise le stringhe
sotto il letto, si spogliò ed entrò
sotto la coperta.
La
gota gonfiava e pulsava, ma lui era troppo stanco
per sentirla. Già gli arrivavano dei
pensieri spampanati, ricordi lunghi e sfilacciati.
E mentre si stava addormentando sentì
i fratelli che entravano, si spogliavano, gli
scivolavano accanto. Ognuno al suo posto. E
c'avrebbero avuto voglia di fargli tante domande
ma c'era troppa confusione, di là, e
non era il caso di mettersi a urlare anche loro,
per sentirsi.
A
Gino il sonno gli rotolò addosso, pesante
e veloce, e gli lasciò solo uno sprazzo
di udito, un attimo prima di addormentarsi.
Sentì il babbo che urlava: "io di
questo affare delle stringhe non voglio sentirne
parlare!"
Il
mattino dopo era come dopo un acquazzone dell'estate.
Un temporale che spezza i rami e impantana tutto
e anche quando la pioggia è finita ci
sono gli strascichi di nuvoloni neri, ribollenti
di tuoni. Gli uccellini sono zitti e la gente
salta fra le pozze sozze. I cani filano con
la testa bassa e niente, oltre il cielo, si
prova a fare rumore.
Quando
Gino entrò in cucina la mamma raccattava
dei ciottoli rotti. E riusciva ad alzarli uno
per uno senza farli grattare in terra.
Il
babbo era curvo su una tazza di latte e pane
secco. Il pane lo pigiava col cucchiaio perché
succhiasse il latte e si ammorbidisse, ma ancora
non era riuscito a metterne in bocca un pezzo.
I
fratelli stendevano un velo di burro su un'ostia
di pane fresco. E c'avevano una mela per uno,
sul tavolo, da portare a scuola. Che poi se
la sarebbero mangiata per strada, e avrebbero
avuto fame tutta la mattina.
Gino
entrò e si fermò subito. Forse
a lui non spettava più la colazione.
Forse non doveva più nemmeno sedersi
con gli altri. Qual'era il suo posto adesso
nella famiglia non lo riusciva a capire. Nessuno
lo guardava e nessuno parlava.
La
mamma finì di rassettare e lo vide.
"Vuoi
mangiare?"
Perché
glielo chiedeva? Prima non glielo chiedeva mai.
"Ho
fame".
La
mamma si mise a tagliare un'ostia di pane anche
per lui.
"Il
burro è finito, ti ci metto l'olio".
Poi
mise il pane oliato sul piatto e portò
il piatto in tavola, fra un fratello e il babbo,
dove era sempre stato. Gino sospirò e
si sedette.
I
fratelli finirono il pane in due bocconi, afferrarono
le mele e scapparono via.
Il
babbo continuava a rimestare il pane nella tazza,
ogni tanto trovava un tozzo un po' più
mollo e lo metteva in bocca. La mamma trafficava
con le pentole.
Gino
mangiava il pane, che era buono perché
ancora non aveva messo in bocca nulla dal giorno
prima a pranzo. Quasi gli veniva da mugolare
da come era buono.
Il
babbo, di colpo, si scocciò di chissà
che. Sbatté il cucchiaio sul tavolo e
riuscì a fargli fare un rumore doloroso
per gli orecchi.
Scricchiolò
la sedia indietro con rabbia, si alzò
di scatto. Andò all'attaccapanni, prese
la giacca, il cappello e uscì.
La
mamma non si voltò, ma sbatté
un mestolo nell'acquaio. Anche quello fece un
suono da strapazzare i timpani per un po'. Poi
ricominciò a lavare, e questa volta con
più agio.
Gino
guardò la ciotola del babbo, ancora bianca
di latte, con i tozzi ormai ben molli che sguazzavano
dentro. L'afferrò insieme al cucchiaio
e la finì in un baleno.
E
poi, che doveva fare? Era una mattina diversa
e strana; la prima mattina di quel tipo, che
non sapeva cosa doveva fare. Nessuno aveva deciso
qualcosa per lui e nella casa non c'erano le
cose che lo aspettavano e che, anche quelle,
sapevano cosa veniva dopo. La mela per la scuola:
i suoi fratelli la prendevano e con la testa
già stavano lì, dove gli diceva
la mela. Lui, quel giorno, non aveva proprio
niente che lo aspettava, né sul tavolo
né da un'altra parte.
Uscì
nel giardino, che scintillava dell'aria del
mattino. C'erano le piantine della mamma, il
piccolo orto con gli odori. C'era un filo senza
bucato, e l'aiuola coi fiori e le erbacce. C'era
la gatta rossa che si leccava il pelo al sole.
C'era la ghiaia. Eppure era vuoto.
Non
c'era una strada da fare per andare in un posto.
Non c'era più il primo passo che portava
da qualche parte. Non c'erano più i percorsi
che scandivano il tempo. Avrebbe potuto restare
lì tutto il giorno a guardare i ciottoli.
O distendersi accanto alla gatta.
E
davvero rimase a lungo in giardino. Delle ore,
forse. A sentire la gente che passava per la
strada. Uno in bicicletta, donne che chiacchieravano,
bambini pigolanti sugli usci. In fondo, tutti
sapevano bene cosa dovevano fare. Andare in
bicicletta o pigolare.
Ma
lui poteva stare lì ad ascoltare tutti.
E non c'entrava più niente con nessuno.
Poi
la mamma uscì a fare la spesa e quasi
gli inciampò addosso.
"Gino!
Che sei qui?!"
Per
poco non gli cadde il cesto dalle mani.
"Per
l'amor di Dio, Gino, vedi di darti una mossa,
prima che il babbo torni a casa. Sennò
lo senti, anch'oggi...".
E
scappò dal cancelletto come se il babbo
fosse proprio lì lì per arrivare
e lei non avesse voglia di assistere alla scena.
Gino
si alzò e andò in camera. Sfilò
la scatola da sotto il letto e se la mise sotto
il braccio. Camminò lento lento per la
casa e per il giardino. Poi, per la strada.
E si accorse a quante cose non aveva pensato
prima. Dove si doveva mettere. E cosa doveva
dire. Doveva porgerle alla gente, le stringhe?
Doveva gridare?
Per
il momento la scatola quasi la nascondeva, sotto
il braccio. Perché lì c'era tutto
un via vai di gente che lo conosceva, e che
conosceva il babbo. E gli sarebbe sembrato strano
vederlo lì a vender stringhe. Si era
addirittura preparato una frase, se qualcuno
lo avesse fermato. Che faceva una commissione
per suo zio, di portar quelle stringhe da qualche
parte.
Intanto
camminava e si allontanava dal suo quartiere.
Andava dove secondo lui si facevano i commerci.
Dove c'erano tanti negozi e un sacco di uffici,
e le banche, e gente coi soldi. E tante persone
per la strada. Andò in centro.
Si
mise sotto la loggia di piazza Vittorio, che
gli sembrava proprio il posto dove ci si dovesse
mettere, a vender stringhe.
Gli
dava solo un po' noia il fatto che a pochi metri
da lui c'era una donnona cieca, con un grembiule
sudicio sulla pancia, che porgeva un barattolo
ai passanti. Gli scocciava che quello fosse
un posto dove si poteva anche chiedere l'elemosina,
oltre che vendere stringhe. Allora mise bene
in avanti la scatola, e ogni tanto alzava le
stringhe in aria, le scioglieva fra le dita
e le lasciava ricadere. Era un bello spettacolo,
se qualcuno lo vedeva.
Ma
non lo faceva spesso perché un po' si
vergognava. Gli era rimasta addosso l'idea che
qualcuno lo riconoscesse. Magari uno dello studio.
O un parente. O un compagno di scuola. E si
girava sempre intorno a vedere se uno di questi
arrivava. Piano piano la piazza gli si riempì
di facce note. Sempre di più. Ogni passante
gli ricordava qualcuno. Firenze intera lo conosceva.
Gino, con le stringhe nella scatola sta sotto
il portico di piazza Vittorio! Lo gridavano
da tutte le parti, tutte le facce che passavano,
e i passi, i tacchi sul selciato, le giacche,
i capelli.
Gino
c'aveva le gote rosse e le mani pallide. E le
ascelle che sudavano acre. Si sentiva come se
lo avessero dovuto mettere sulla Nazione, il
giorno dopo, che lui aveva passato la mattina
a vender stringhe. Tutta Firenze non era che
uno strillone, che gridava di lui e della sua
scatola.
Però
non si staccava dal suo posto, né abbassava
la scatola, né smetteva di rimestarci
dentro.
Passarono
le ore e nessuno lo vide muovere le stringhe.
Nessuno lo riconobbe. Nessuno nemmeno si avvicinò.
La cieca scosse il barattolo e lo sentì
bello pieno. Allora si accostò tentoni
al muro e lemme lemme si avviò.
Mentre
Gino guardava la cieca, qualcuno gli si avvicinò
e senza dire una parola fece volare una moneta
nella scatola.
Gino
si voltò ma quello era bell'e passato,
non lo sapeva riconoscere. Allora prese la moneta
e la infilò in tasca. Poi si mosse anche
lui per tornare a casa.
Fu
così per tre settimane. Gino fermo sotto
i portici, con la scatola appoggiata sulla pancia
e nessuna capacità di vendere le stringhe.
Invece
passava il tempo a studiare i vestiti di ogni
passante e indovinare chi era e cosa faceva.
Il signore agghindato e impomatato all'angolo
che aspettava sicuramente una signorina... eccola,
col cappellino e l'aria furbetta. Se ne andavano
insieme verso il Lungarno. O il vecchio col
panciotto trasandato, curvo e pallido: uno del
monte dei pegni che tornava a casa a mangiare.
Il fattore rivestito per la commissione in città.
Rosso in faccia e con le mani grandi. Alle dieci
di mattina aveva già speso tutto quello
che s'era portato e bevuto troppo vino.
C'è
da dire che almeno, se non ci ricavava nulla,
Gino nemmeno si annoiava troppo. Aveva anche
fatto amicizia con un paio di garzoni che si
fermavano sempre a chiacchierare sotto i portici,
a riprendere fiato con le biciclette appoggiate
al fianco. Lo salutavano con un cenno del capo
e poi lasciavano che li stesse ad ascoltare
mentre parlavano dei principali e delle angherie
di quel giorno.
Anche
la cieca si era accorta di avere un compagno.
Doveva pensare che fosse un muto, perché
gli si rivolgeva senza mai aspettare risposta.
Diceva "che caldo" oppure "mi
fa male le vene" e continuava a scuotere
il barattolo.
A
Gino gli sembrava di essere diventato una delle
colonne dei portici, silenziose e indispensabili.
IV.
Fuori
"Ma
che ci stai a fare in piazza Vittorio! Lì
è già pieno di negozi... spostati
un pochino, vai verso... ma che ne so... Ponte
a Greve!"
Era
mattino inoltrato, ora delle faccende; la mamma
strusciava col bruschino sul pavimento e sul
cervello del figliolo.
"Devi
darti da fare, moverti. O credevi fosse facile,
eh... vendere le stringhe... nulla è
facile, nella vita".
E
siccome c'aveva il grembiule attaccato al corpo
dal sudore e le mani rosse mangiate dalla lisciva
era facile credergli. Dondolava avanti e indietro,
con tutto il peso buttato sulla mano che spazzolava
in terra.
Gino
era rimasto a guardarla, incantato dal dondolio
avanti-indietro e dalle gore di sapone sulle
mattonelle. E dagli sbuffi di capelli arruffati
che scappavano dalla crocchia.
Poi
la mamma aveva tirato un pochino su la testa
e l'aveva visto imbambolato.
"Vai...
che stai qui a guardare!"
E
lui si era incamminato. No, Ponte a Greve non
gli piaceva. Allora aveva preso via Pisana,
che era bella lunga, fino a Pisa. E c'aveva
pochi negozi. Magari lì a qualcuno gli
servivano davvero, le stringhe.
S'era
piazzato a un angolo vuoto e in pochi minuti
era diventato cieco come una talpa accecata
dal sole. Con gli occhi serrati e la luce dispettosa
che passava lo stesso fra le palpebre, fra le
ciglia, e gli stuzzicava le pupille. Non c'era
riparo. La polvere bianca per terra, i muri
bianchi delle case, il cielo bianco di caldo.
Tutto chiaro e riverberante. Gli venne persino
in mente che magari si era accecato davvero.
Tanto meglio, così avrebbe guadagnato
qualcosa.
Che
bella idea, levarsi dal centro. Gino se lo canticchiò
fra i denti e fra l'amaro che gli s'era incastrato
in bocca. Senza soldi né riparo, né
il via vai gentile che almeno uno si distraeva
a guardare quello e notava meno la stanchezza,
il caldo e la fame. Qui non passava quasi nessuno.
E se passava qualcuno non era interessante per
nulla. Solo qualche donnetta con la sporta sul
braccio, o un catino di panni bagnati sulla
testa, o un figliolo sballonzoloni sul fianco.
Qualche garzone in bicicletta.
Si
strusciò gli occhi e poi li riparò
con la mano, per vedere meglio. E vide meglio
la strada biancastra e il muro bianco di fronte.
Vide bene che lì non ci stava a fare
niente, né quella mattina né i
prossimi dieci anni. Allora si mise la scatola
su un fianco, come fosse un figliolo, e si avviò
verso la città per tornare a casa.
I
passi scricchiolavano sulla polvere e sul silenzio
dell'ora di pranzo. Col sole a picchio sul cervello
come sui tetti delle case. A lui solo, gli picchiava
in testa, tutti stavano sotto i tetti a mangiare.
Da
ogni casa uscivano nubi di odori buoni, e gli
piovevano addosso. C'aveva l'acquolina in bocca
e riconosceva ogni sugo, ogni minestrone, ogni
pattona scodellata sui piatti.
Camminava
quasi ad occhi chiusi, per via del sole, e intanto
vedeva panzanelle con la cipolla acuta, e pomarole
dolci di pomodori maturi, pane e olio strusciati
con l'aglio, frittate ripiene di belle patate
fritte e molli.
Lo
stomaco c'aveva uno sdilinquimento di fame e
si contorceva e si lamentava. Come ogni giorno,
dopo essere stato ore in piedi per la strada.
Tutti i giorni non vedeva l'ora di arrivare
a casa e stava tutto il tempo a pensare a cosa
ci sarebbe stato, anche se poi c'era sempre
la stessa cosa. Perché col babbo che
soffriva di stomaco e non mangiava che minestrine
insipide fatte col brodino di verdura leggero
e le pastine da malati, col babbo ridotto così
la mamma non stava a perdere troppo tempo e
per loro c'era sempre pappa al pomodoro. A pranzo,
e a cena le verdure lesse che erano servite
per fare il brodino al babbo.
Anche
quelle, le verdure lesse, adesso gli entravano
in bocca piene di sapore e scendevano giù,
a scaldare la pancia vuota. Che dalla rabbia
si mise a stringere dei crampi cattivi intorno
a se stessa.
Gino
accelerò il passo e in poco tempo arrivò
a Porta romana. Nella grande piazza che gli
era sempre sembrata così importante.
Perché da una parte iniziavano le mura
medievali e si scendeva dalla porta verso le
stradine strette del centro. Da un altro lato
cominciavano i grandi viali alberati che portavano
al piazzale Michelangelo e alle belle ville
dei signori. A destra c'era il Galluzzo e gli
ultimi sobborghi di città prima dei campi.
Alle sue spalle, la Pisana.
In
piazza c'era un certo via vai di gente, di carri,
di carrozze e biciclette. Via vai un po' intontito
dai primi caldi della stagione.
E
sopra, sotto, intorno a tutto, si avviluppava
il profumo della trippa calda.
Un
omone grosso e rosso stava dietro un carrettino
fumante. Tagliava degli sfilatini a metà,
poi rimestava nel carrettino e tirava su un
ramaiolo pieno di sugo e di trippa a strisce.
La metteva sul pane, chiudeva il panino e lo
avvoltolava nella carta oliata.
Gino
non ce la fece più. Corse fino al carretto
e chiese un panino. Che pagò con la moneta
avuta in elemosina un sacco di giorni prima.
Per orgoglio non l'aveva ancora spesa, ma per
furbizia non l'aveva data via.
E
adesso si gustava il pane fresco, e il sugo
che gli colava sul mento, e la trippa odorosa.
Si divorò il panino all'ombra del primo
platano del viale. Poco più in là,
bevve alla fontana di ferro lavorato. Pisciò
dietro una siepe e si distese al sole, su un
pratino fiorito. Sperando non arrivasse un guardiano
a scacciarlo, che i giardinetti intorno ai viali
erano roba da ricchi, e non ci si vedeva mai
nessuno disteso a bivacco.
Era
così satollo e stanco che si dimenticò
l'ora di pranzo, e la casa, e la pappa al pomodoro.
Schiacciò un pisolino troppo profondo
e lungo e quando si svegliò era già
pomeriggio inoltrato, con la luce gialla e il
cielo blu.
Ormai
la giornata era finita, per lui. Di rimettersi
a un angolo di via Pisana non c'aveva proprio
più voglia. Guardò il cielo blu
e le nubi che passavano, tonde e lente. I puntini
lontani degli uccelli, ognuno da una parte.
Poi uno stormo in formazione. Migravano in quella
direzione, stava arrivando l'estate. Chissà
cos'erano. Forse anatre. S'erano messe come
una freccia che dondolava e si scomponeva appena,
nel volo.
Si
portarono a spasso Gino per un po', sulle loro
piume calde di sole, percorse dai venti di quota.
Col blu dietro sopra e sotto, e continenti interi
da attraversare.
A
Gino gli venne una nostalgia strana del cielo
e del vento e del volo delle anatre. Immaginò
il viale, visto dall'alto, e il piazzale, l'Arno,
tutta la città. Poi i colli intorno,
e i campi al di là, verso una luce diversa
e un tramonto mai visto. Il tramonto che non
era più tanto lontano, col sole che pendeva
ormai da una parte, ed era grande e arancione.
Gino
si avviò verso la piazza, ormai tanto
valeva tornare a casa.
Casa.
Nei
pochi passi che fece in quella direzione la
casa gli piombò addosso. Con la mamma
sempre più tirata, ogni volta che lo
vedeva rientrare. Perché stava per cominciare
un'altra serata di imbarazzi e muso lungo, in
cui era difficile mangiare perché ogni
boccone rimbombava nel silenzio e al babbo il
biascichio delle bocche gli dava un fastidio
da piegare gli angoli delle labbra.
E
la gastrite gli era peggiorata di colpo, e dopo
i pasti diventava giallo di dolore e ingollava
chili di carbone.
Poi
non diceva più una parola, a nessuno.
Solo se cadeva un cucchiaio, o se i fratelli
raccontavano qualcosa con troppa eccitazione,
allora partiva una sfuriata improvvisa sui rumori
e sul suo mal di stomaco, e sulla disattenzione,
la cattiva volontà, la disgrazia che
alcune persone se la cercano. Ma erano parole
parlate al tavolo, o al muro, alla credenza.
A qualunque cosa che fosse inanimata, nella
casa, e che non lo avesse mai deluso o offeso
come la parte vivente della famiglia.
Appena
si ritirava in camera la mamma gonfiava le gote
e scuoteva le mani, poi si metteva a lavare
i piatti sbattendoli qua e là. Gino se
la filava in giardino, ad annusare i profumi
dei fiorellini e dell'erba umida della sera.
E a guardare le stelle, se c'erano. Rientrava
solo quando in casa era tutto buio e silenzioso.
Si svestiva trattenendo il respiro e dormiva
tutta la notte sul bordo del letto.
Ma,
ancora, occupava troppo spazio. Mangiava troppo,
parlava. Era inutile cercare di farsi stretto
e invisibile, leggero, senza passi e rutti,
e nessun rumore, nemmeno nel gabinetto. La casa
era piccina per tutti. Ora che la sua scervellataggine
l'aveva gonfiato e fatto crescere come una mongolfiera,
lì dentro.
E
lui stava bene nella piazza di porta romana,
infatti. O nel cielo, se avesse potuto volare.
Rimase al centro della piazza, fra i mezzi che
gli filavano veloci accanto, e tanti suoni tutti
insieme, di voci, di ruote, di vento fra le
fronde e uccelli in volo.
Come
quando aveva aperto la finestra, giù
allo studio. Tutto insieme nella sua testa,
e lui invece di sentirsi pieno e stanco si era
sentito sempre più libero e leggero e
gli sarebbe piaciuto alzarsi come vapore nel
caldo. Magari sparire nell'aria per posarsi
su tutte le cose.
Ma
una macchina gli dette una bella svegliata,
col clacson. Che quasi gli era andata addosso
e il giovanotto che la guidava continuò
a gridargli "citrullo!" e "che
sei orbo!" finché fu troppo lontano
per farsi sentire. Gino si levò di mezzo
alla piazza, di corsa.
Prese
di filato verso la campagna, senza pensare.
Corse un po' in salita fra le ultime casette
e le bottegucce sempre più piccole e
rade. Fino al dosso e poi giù, senza
peso e freno. Coi calcagni che battevano forte
sul sedere, a ogni passo di corsa. Paf e paf
dietro la schiena, e tanto vento in faccia da
sentirsi davvero volare. Col cuore tanto aperto
e largo da metterci dentro tutto. Le case ai
lati, e i colli dietro. Il verde sempre più
grande e forte davanti, con le strisce dei campi
e i boschi tutto intorno, gli odori di terra
e di strada, di foglie, di sudore.
E
quando la discesa finì corse ancora a
lungo, per tutto l'abbrivio che aveva preso.
E sempre senza fatica e senza peso. Finché
non ci furono più case. Fino ad avere
l'erba più alta dei gomiti, intorno.
E un silenzio profondo. Per ascoltarlo meglio
smise di correre e aspettò finché
gli si calmò l'ansimo.
Fermo
in mezzo alla campagna aperta, solo il vento
gli parlava alle orecchie, e un fruscio ondeggiante.
Lontano dalla città e da casa, finalmente
non si sentiva più grosso e ingombrante.
Era fuori, ed era come era; nessuno lo doveva
più sopportare.
Si
ritrovò la scatola delle stringhe in
mano e si stupì. Erano un pezzo di roba
vecchia, che l'aveva seguito fuori. Quasi quasi
gli avrebbe fatto fare un volo nel primo fosso
che avrebbe incontrato. Ma poi pensò
allo zio Alcide. Erano roba sua, venivano dalla
sua vita bella e spampanata che lui gli aveva
sempre invidiato. E allora se le strinse al
petto e sperò che gli portassero fortuna.
Camminò
così per un po', abbracciato alla scatola.
C'aveva
ancora il cuore al galoppo e tutte le idee in
agitazione. Gli sembrò che non avrebbe
mai più sentito la stanchezza, o il sonno,
e la fame era una cosa lontana, piccola e meschina.
Entrò
fra l'erba alta e ne appiattì un pochino,
ci si distese. Era calda del sole di tutta una
giornata splendida, morbida e asciutta.
Gino
si voleva godere il sole che calava dietro i
monti. Fra raggiere bianche, come le luci intorno
a Dio. Era diverso, in effetti, da quello che
aveva sempre visto dalla città: più
grande e più solo. Andava giù
più veloce, inoltre. E abbatteva il silenzio
e il sonno su tutte le cose.
Gino
si addormentò che la palla gialla non
era ancora del tutto scomparsa.
Ma
si svegliò presto, per via dei brividi.
Gli raggrinzivano la pelle a tratti. Leggeri
leggeri, arrivavano insieme alla brezzolina
della notte e gli passavano sopra con un solletico
dolce. Gino aprì gli occhi e il cervello
gli si spalancò a una meraviglia mai
immaginata prima. Il brillio delle stelle, che
erano così tante, grandi e piccole e
piccolissime, come una farina strascicata per
l'universo.
Senza
le luci della città. Senza foschie e
vapori, la notte si muoveva con quello strano
battito, ogni stella per conto suo a palpitare
lenta o veloce, o talmente lontano da brillare
appena.
A
forza di guardarlo Gino non sapeva più
dire a che distanza fosse, il cielo, che avrebbe
potuto anche pendergli a pochi centimetri dal
capo. E se riusciva a non battere gli occhi
abbastanza a lungo il luccichio diventava qualcosa
di diverso, qualcosa che gli entrava dentro,
lo sbriciolava e lo portava su, pezzo a pezzo,
una briciolina su ogni luce. Ma poi arrivava
la palpebra e rimetteva le cose al loro posto.
Le stelle lassù nel cielo e Gino disteso
sull'erba. A questo servivano le palpebre, a
staccarsi dalle altre cose. Ogni secondo un
brandello di pelle fra il mondo e chi lo guarda.
Se non ci fossero state, come avrebbe fatto?
Avrebbe guardato sempre tutto in continuazione
e si sarebbe confuso, non avrebbe più
capito nulla.
Continuò
a lungo con queste cretinate, e rimase fermo
nella notte per parecchie ore. Poi, però,
diventò freddo. La brezzettina si fece
sempre più cattiva. Lo mordicchiava qua
e là, riusciva a entrargli sotto i vestiti,
sotto la pelle, fra i muscoli e giù fino
alle ossa. Piccoli denti ghiacci che lo facevano
agitare e saltellare da un fianco all'altro.
Inutile, non poteva più stare disteso.
Si alzò e scoprì che stando in
piedi il vento diventava ancora più forte
e freddo. Allora tornò a balzi sulla
strada e si mise a camminare veloce, per scaldarsi.
Per
un attimo si vide sperduto nel nero della notte,
nella campagna vuota e silenziosa, con la luce
delle stelle che all'improvviso era diventata
misera e riusciva a illuminare sì e no
qualche ciottolo sul cammino. E gli venne uno
scoramento tale che preferì dimenticarsi
di tutto e continuare a camminare, come in un
sogno, tutto chiuso dentro di sé, senza
pensare o guardare niente.
Ma,
ogni tanto, c'erano dei rumori. Un gufo, e altri
uccelli nel profondo dei boschi. E legni che
schioppavano qua e là, fruscii brevi.
E i rumori gli facevano una paura carogna, che
gli piantava lame fra lo stomaco e l'intestino.
Poi,
a un certo punto, cominciò a sentire
anche una specie di borbottio lamentoso e basso
che non capiva proprio cosa fosse ma che camminava
vicino vicino a lui. Dovette fermarsi al bordo
della strada e lasciare che il terrore gli strizzasse
tutto il coraggio fuori dalla pancia, come un
cartone di crema pasticcera.
Riprese
a camminare, con le gambe morbide e sudori freddi
sul collo.
E
quel rumore continuò a aumentare.
Finché
fu così forte da essere chiaro cos'era:
un ruscello che borbottava fra i sassi.
Gino
ridacchiò e si dette di grullo. Certo,
un ruscello! Che altro poteva essere?
Eppure,
anche se ora s'era rassicurato e non c'aveva
più nulla nel ventre, dovette fare un'altra
sosta sul ciglio della strada.
E
poi ancora dopo qualche metro, con dei dolori
che gli contorcevano tutta la cattiveria della
natura nella pancia.
Forse
era la trippa che gli aveva fatto male...
(I
- continua)