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ZIB II serie
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Romanzi in atto  
 Gino/ 1 - 4
  di Francesca Andreini

Fotografia di Pino Musi

Introduzione

         Provate a raccontare una fiaba a una persona che non ha la predisposizione. Gli sembrerà un'accozzaglia di assurdità.
         Provate a raccontare episodi seri a un bambino. Diventeranno fiabe.
         Ho passato la mia infanzia ad ascoltare racconti di nonni, genitori e membri di una famiglia strambamente articolata (il mio bisnonno aveva ventisette figli, avuti da tre mogli). Parlavano di cose serie o meno, successe nel primo cinquantennio del secolo scorso. E hanno scatenato nella mia mente una topografia magica; cronologia e storia fantastiche che legavano immagini di un mondo vero.
         È qui che si muove Gino. Nella Toscana dei racconti della mia infanzia. In un ordine di tempo e di luoghi vago, libero e sorprendente.

         Gino cercano di metterlo in regola, verso i dodici anni. In un buon posto, a lavorare. Lui scappa e comincia così un girovagare pieno di incontri e avventure.
         Sfuggendo il peggio, saltella fra paesi e esperienze. Ribellandosi alla natura cattiva del mondo ma sempre amandolo e corteggiando ogni aspetto della vita.
         Gino si piega, capriola e scivola fra le dita del cosmo.
         Così per sedici capitoli, che lo portano sempre più lontano da Firenze, da cui è partito, dalla famiglia e i doveri.

         Non so ancora come e dove finirà, Gino. Ancora non ho ben deciso. E infatti per il momento esistono solo sedici capitoli, ma non sono definitivi.
         Credo che abbia ancora un po' di tempo davanti prima di terminare il suo viaggio. Prima che qualcuno o qualcosa riescano a fermarlo, ridurlo, bloccarlo in una forma seria e costruttiva. Sempre che ci riescano. Le fiabe, si sa, non hanno fine.

F. A.

***

I.
Lo studio Donati

         Aveva penato più di un mese, a farlo prendere allo studio Donati. Il babbo, lo trascinava tutte le mattine prima dell'apertura, con il naso infreddolito e il cervello ancora perso fra i sogni.
         I colli magri a sciaguattare nelle camicie dure d'amido, la brillantina a cercare di fare ordine fra le stoppie della testa. Col caffellatte duro sullo stomaco. Lì impalati venti minuti davanti agli scalini del palazzo, prima che gli impiegati iniziassero a sciamare un po' per volta lungo via del Proconsolo e poi dentro al portone.
         E l'impiegato che aspettavano loro, il Pertichini, arrivava per ultimo, al galoppo, con la cipolla in mano e poco tempo per fermarsi a sentire i pigolii del babbo.
         I ricordi di scuola, i compagni, chissà che farà questo e dove sarà quell'altro, chi era morto e chi aveva fatto i soldi e poi sempre lì, sui soldi, e il bisogno in famiglia e quel ragazzo tanto volenteroso e bravo ma sai, per la scuola bisogna averci anche le possibilità e loro...
         E Gino ascoltava che si parlasse di lui così, a caso. Per dire solo quello che si doveva dire e nemmeno mezza parola vera. Che lui non c'aveva volontà per nulla e la scuola la doveva lasciare perché non ci ricavava niente e i professori lo tenevano più tempo sbattuto fuori che in classe.
         Il Pertichini, dopo un po' che il babbo gli lisciava il pelo a dirgli come s'era sistemato bene lui, in quello studio così importante, e di già da tanti anni, uno dei primi a impiegarsi, dopo la scuola. Il Pertichini si metteva col naso in aria e l'aria d'importanza come dovesse decidere le sorti di chissà chi e ci sarebbe rimasto volentieri, a fare quella manfrina, sennonché era sempre in ritardo e doveva scappare anche lui dentro a smettere di darsi importanza e sgobbare come tutti.
         "Vedrò di fare quello che posso... ma ce n'hanno di già tanti, di garzoni... ripassate tra un po' di tempo, vi so dire qualcosa".
         E loro, il giorno dopo, erano di nuovo lì, sicuri come le tasse.
         Dopo un paio di settimane, al Pertichini non gliene importava nemmeno più nulla, di darsi importanza. Quando li vedeva, di lontano, sembrava gli si piantasse una spina nel sedere. Prima rallentava, poi si girava di qua e di là, poi accelerava e cercava di entrare nel portone a testa bassa, come un toro. E il babbo, olè, gli si parava davanti e ricominciava la litania.
         Gino stava lì a far la comparsa. E serviva, nel caso si decidessero a prenderlo in prova, a seguire svelto svelto il Pertichini e ripetere al principale la frase imparata a memoria, poi corretto, rispettoso, aspettare che gli dicessero di cominciare e poi subito a sgobbare anche lui e farsi valere, portare i soldi a casa per far studiare i fratelli, loro sì bravi e meritevoli.
         Ogni volta che vedeva arrivare il Pertichini il babbo lo scrollava per una spalla, gli diceva "ricordati la frase" e cominciava a tremare tutto preparandosi allo sforzo di dover chiedere.
         Gino si rimpallava un po' in testa la frase, gli pareva di saperla. Si metteva a guardare la via vuota e il grigio delle pietre invernali. L'umido che gli si rapprendeva in una nuvoletta bianca sotto il naso a ogni respiro.
         Nemmeno le ascoltava più, le cavolate del babbo, tanto erano sempre uguali. Aspettava solo il momento quando il Pertichini trovava il modo di liquidarli. Il babbo diceva "porco Kaiser" fra i denti, "fila a casa!" urlando, e poi si avviava di corsa verso la Previdenza, dove da settimane arrivava in ritardo.
         Allora Gino gironzolava ore per Firenze, finché tutti i negozi erano aperti, i bambini corsi nelle scuole, le beghine in chiesa e le donne a far la spesa. Poi tornava a casa.
         Ma un giorno, quando Gino nemmeno ci pensava più e osservava l'acqua della notte scorrere nella zanella, quando anche il babbo c'aveva solo un filo di voce piagnucoloso e la faccia stanca, gialla di mal di stomaco, quel giorno Pertichini sbuffò: "aspettate qui".
         Gino nemmeno capì, lì per lì. Il babbo sbigottì e si mise a fissare il portone con la faccia idiota per qualche istante. Poi si riprese: "ti ricordi la frase?". E mentre Gino annuiva si mise a ricomporgli i capelli, il bavero, i pantaloni, pacche sulle spalle per il portamento e una sulla nuca per la testa bassa. Gino, per la prima volta, guardò davvero il portone e il buio dietro. Sentì gli ossi aguzzi dei ginocchi sbattere fra di loro.
         Il Pertichini riapparve. "Sbrigatevi, vi aspettano".
         Dal freddo umido di fuori al tanfo chiuso di dentro. Un antro buio puzzolente di vecchio e poi le scale di pietra alte, grandi, buie anche loro. Due piani e un corridoio vasto, in penombra. Una panca di gente seduta accanto a una porta grande.
         Dentro, un ufficio largo e ingombro. Fogli, libri di legge, scrivanie cigolanti e fruscii di impiegati stanchi sui fascicoli. Facce da piante vizze, senz'aria né luce. Schiene bombate intorno all'attenzione di occhi aguzzi sulle carte.
         Un'altra porta antica e lo studio dei notai; alto, ampio, con le finestre lunghissime troppo polverose per portare la luce. Travi scure sul soffitto, noce scuro dei mobili, abiti neri, pennini e pergamene. I soci anziani a cincischiare carte, sbadigliare tanfo di sonno, sciogliere piano piano la cera di un sigillo. Osservare bene le cifre di un timbro prima di premerlo su un documento.
         Ancora una porta e dentro lo studio del titolare, il notaio Donati. Una stanza piccola e vuota. Solo la scrivania immensa e due poltrone con l'aria nuova. Forse nessuno si sedeva mai davanti al notaio Donati.
         Il notaio Donati, un mucchietto di panni neri infagottato intorno a una faccia pallida, china su un incartamento.
         E loro a aspettare, rispettosamente, in piedi, in silenzio. In attesa per qualche minuto. Poi il Pertichini si schiarì la voce e il notaio tirò su un po' di testa, guardandoli di sbieco con gli occhi acquosi.
         "Dottore, è il signor Cappelli, di cui le parlavo... ha portato il ragazzo...".
         Lo sguardo del notaio sgocciolò per mezzo secondo sul babbo e su Gino e poi tornò sulle carte.
         Il Pertichini fece cenno, il babbo sgranò gli occhi e le sue labbra dissero, mute: "la frase!". A Gino la voce si mise a correre per la testa vuota, su e giù, senza costrutto.
         Finché uno scappellotto del babbo gli ci chiamò a raccolta tutte le idee e mise in fila le parole.
         Tutto d'un fiotto, senza espressione, gli uscì: mi chiamo Gino Cappelli ho dodici anni e ho fatto le scuole tecniche ma nell'impossibilità di terminare gli studi avrei tanto desiderio di cominciare subito con un lavoro serio in un posto importante come quello del signor notaio che non avrà a pentirsene nel caso volesse mettermi alla prova perché nonostante non abbia nessuna esperienza ho tanta buona volontà e se anzi il signor notaio avesse subito qualche incombenza...
         La tiritera era finita e il notaio non alzava la testa. Il babbo non respirava più e il Pertichini strusciava i piedi. Poi, rispettosamente, tossicchiò.
         Allora il notaio tirò un po' in su il capo e un po' in fuori il collo. Biascicò la lingua sui labbri secchi e finalmente espirò una voce fonda e roca: "Faliero!"
         Faliero comparve da un punto invisibile della stanza, dove viveva nascosto e si materializzava alla bisogna. Lungo e spaurito come un fantasma si chinò ad ascoltare gli ordini.
         "Porta il ragazzo alla panca e spiegagli cosa deve fare".
         Il Pertichini cominciò a inchinarsi e ringraziare, il babbo a inchinarsi e sudare dalla gioia, Faliero a spingere con la mano ossuta Gino per la schiena.
         Fuori dallo studio, fuori dall'ufficio, di nuovo nel corridoio buio e grande.
         Faliero gli indicò il punto della panca più lontano dalla porta. "Siediti qui e aspetta che ti chiamino". Poi tornò dentro.
         Tutta la fila di gente a sedere si strinse mugugnando e Gino trovò il suo spazio sul legno duro.
         Il babbo e Il Pertichini uscirono anche loro. Il Pertichini sollevato e soddisfatto. Il babbo raggiante come una sposa. Parlottarono ringraziamenti e scuse, scherni, complicità per un minuto, poi il Pertichini tornò dentro.
         Il babbo gli si avvicinò con gli occhi umidi, gli diede una pacca su un braccio e se ne andò per le scale fischiettando.
         A Gino gli sembrò che la poca aria e luce del corridoio se le portasse tutte dietro lui, via in un risucchio di gora.
         Rimase seduto rigido e zitto, guardando davanti a sé finché il buio diventò un vorticare solido di aria scura. E gli ci vollero ore prima di allentarsi il nodo in gola e riuscire a inghiottire e respirare.
         Nel corridoio zitto, che stillava rispetto e umido dai muri. Minaccioso da quanto lavoro c'era passato sotto.
         Tanti garzoni ad aspettare e faccende sbrigate, timbri, carte e tomi di legge dietro le porte. Secoli di legge. Aveva fatto la tana nelle travi, insieme alle termiti, e pioggerellava sulla testa della gente insieme alla polvere di legno. Sulla fila di gente seduta ad aspettare, stretta sulla panca dura. Zitta, rispettosa, sciolta di noia d'attesa.
         Quelli più vicini alla porta c'avevano l'età del babbo. Ogni tanto la porta dell'ufficio si schiudeva e il primo di loro scattava in piedi. Da una fessura si affacciava il naso di un impiegato che bisbigliava la commissione da fare. A volte due dita porgevano una busta o un pacchetto. E il garzone correva via, giù per le scale.
         Tornava dopo un'oretta o due con la faccia sana di aria fresca, tintinnando nella tasca le monete della mancia.
         Se il primo della fila era già fuori e la porta si apriva di nuovo, allora partiva il secondo. Solo una volta successe che erano già fuori tutti e due quando l'impiegato si era affacciato per la terza volta. E Gino aveva sgomitato al ragazzo accanto a lui per svegliarlo, che era la sua occasione.
         Però quello era tornato con la faccia bigia perché non aveva preso un centesimo.
         Almeno era uscito. Che il peggio non era di non guadagnare ma proprio di stare lì fermi e zitti, a farsi entrare la panca nella schiena fino a sera. Coi bisbigli di lavoro dietro le porte e il termitaio di legge sulla testa. Il tempo che non veniva scandito da niente, la luce che non cambiava, l'odore di polvere sempre uguale.
         Solo le vertebre sempre più piatte e gli ossi dentro le natiche come spilli conficcati. Gli occhi stanchi dal vorticare del nulla. Passi a rimbombare per la scalinata, di gente degli altri piani che si muovevano, lavoravano, vivevano.
         Gino se li fantasticava splendidi e fortunati come principi. Che non c'avevano panche nella schiena e termitai sulla testa.
         Ma il peggio di tutto era la sera. Quando il babbo veniva a aspettarlo in fondo ai quattro scalini. "Allora?" Riusciva a farci risuonare la speranza tutti i giorni. Tutti i giorni riusciva a restare deluso. Ogni giorno si curvava di più e guardava Gino un po' più torvo.
         "Ma io non c'ho colpa... è che non mi chiamano mai...".
         Tutto il percorso in silenzio, fino a casa, fino alla cena silenziosa fra facce da tragedia. Anche la mamma che lo studio non l'aveva mai visto. Anche i fratelli che avevano fatto i bravi a scuola. Seri e delusi, azzittiti dal cordoglio.
         Aveva cominciato a pensarci anche durante la giornata, al dispiacere che avrebbe dato la sera a tutta la famiglia. Mentre i compagni sonnecchiavano sulla panca e fuori, in strada, la pioggia precipitava sulle pietre. Nella silenziosa trama di buio davanti agli occhi Gino aveva cominciato a ricamarci immagini da incubo, facce storte e occhi tristi e spalle gravi di delusione. Quello che lui vedeva ogni sera, quello che mangiava insieme alla porzione di cibo. La più piccola, la sua, che per il momento lui non studiava più e non lavorava ancora.
         E le gambe magre gli erano diventate due stecchi a stare lì fermo senza un po' d'esercizio e con quel regime. Già ce n'aveva poco addosso, di grasso. E ora quel poco gli si stava sciogliendo tutto d'angustia.
         Poi, era il venti, era iniziato a stiepidire. Ci furono dei giorni fermi e piatti. Con l'atmosfera e i colori tutti schiacciati, sospesi fra le stagioni. Non sapevano se far posto al bel tempo, o se l'inverno c'aveva ancora voglia di sfogarsi un po'.
         Così fino alla fine del mese. Finché, un giorno, Gino si svegliò stanco e si trascinò fino allo studio con gli occhi ristretti per un riverbero più forte del solito.
         Quando era entrato al lavoro, si era subito accorto della differenza: il corridoio tanfava leggermente dei primi sudori nei vestiti ancora pesanti.
         E poi, a metà mattina, d'improvviso il tempo cambiò. Da un momento all'altro faceva caldo. E tutti si tolsero qualcosa, per star seduti uno stretto all'altro sulla panca. Chi col gilet, con la giacca o il golfino sulle ginocchia, fermi a svaporare gli abiti, sbuffando e pesticciando per quest'altro inconveniente. Poi non si mossero più, scivolando sempre il collo fra le spalle e la testa nella noia tiepida.
         Quel giorno non c'erano commissioni. Per ore non si sentì neppure un suono dallo studio. Come se di là fossero tutti evaporati in un sonno indisturbato.
         Gino s'era appiattito la testa contro il muro buio davanti a lui, come sempre. Finché, a un certo punto, vide nell'aria gli screzi di una luce.
         Arrivava di sbieco girando l'angolo, partita da qualche parte in fondo al corridoio. Giallognola e stenta, impolverata di pulviscolo fermo.
         Un paio di insetti si misero a girarci dentro. Gli unici a muoversi e a far rumore. Gino guardava i due puntini ronzargli davanti. Laboriosi. Premurosi. Sembravano contenti. Chissà da dove venivano. Doveva esserci una finestra, dietro l'angolo.
         A Gino venne voglia di vedere da dove arrivavano la luce e gli insetti. Si alzò. Tanto non l'avrebbero chiamato. Né in quel momento né nel resto della giornata.
         Si alzò e gli altri, sulla panca, appena voltarono le pupille verso i suoi movimenti. Non importava, dove andava. Percorse il corridoio e benché nessuno ci facesse caso, a lui sembrava che i suoi passi rimbombassero come tuoni nel silenzio. E che i suoi respiri sibilassero come tramontana. Cercò di muoversi sulle punte dei suoi timori, senza disturbare i ritmi dello studio, del corridoio. Di far piano e cauto. Ma mentre camminava la luce cresceva e a lui gli si agitava nel petto il cuore e la speranza di trovare qualcosa, oltre l'angolo. E i battiti del cuore ritmici, con i passi, e i pensieri storditi da un presentimento.
         La luce aumentava e diventava sempre più bella. La polvere ci brillava e ci ballava dentro, fra i raggi storti dai vetri. Mentre Gino avanzava, sempre più forte e più viva. Girato l'angolo, diventò abbagliante e grande, dentro una finestra altissima e larga. Gino si fermò un istante. Poi socchiuse gli occhi e avanzò piano piano. Fino al finestrone luminoso. Una finestra antica, che raccoglieva da secoli il sole e le stagioni. Grande e alta e bella come una mamma.
         Dava su un cortile interno, giallognolo, antico, senz'altre finestre.
         Gino salì un paio di gradini di pietra molto alti e si issò in punta di piedi fino ad afferrare la maniglia. Che scricchiolò e girò a fatica. Dovevano essere secoli che nessuno la apriva. Il legno gonfio scricchiolò e resistette a lungo, ma alla fine si aprì con un tonfo. La finestra si spalancò in una ventata fresca.
         Aria luminosa e profumata, piena di rumori di città, del canto dei fringuelli, di frulli di foglie e voci dai cortili. Entrarono tutti insieme. Gino spalancò gli orecchi, il naso e la gola a tutto quello che c'era fuori. E per molto tempo, chissà quanto, rimase fermo davanti alla finestra aperta.
         Gli sembrava di essersi come ubriacato. Troppe cose tutte insieme. Cose che non c'erano, allo studio Donati, e che non c'entravano per niente con il lavoro. Che sarebbe stato meglio richiudere fuori, non stavano bene lì dentro.
         C'aveva già le braccia spalancate e le mani sul legno delle ante, pronto a chiudere tutto.
         Poi vide la pianta di glicine.
         Scendeva dalla cornice della finestra, a grappoli blu che tentennavano col vento. Con i petali grassi e brillanti, che sembravano di una statua scolpita. E un profumo che batteva nella nuca, tanto era dolce e forte.
         L'odore del glicine gli si mescolò dentro, insieme ai suoni e al calore del sole. Ruotò il mondo in una risata e gli fece venire su dal naso quella sensazione di primavera, che cominci tutto solo allora, in quel momento.
         E gli schizzarono via gli affanni, le lentezze e i silenzi degli ultimi giorni. Si sentì grande e leggero, libero e agitato. Come il fumo che esce da un comignolo.
         Lasciò la finestra spalancata, saltò giù dagli scalini e corse per il corridoio, curvandosi all'angolo, scivolando e riprendendosi con la mano sul muro.
         Poi saltellando e rimbombando le falcate della corsa nel corridoio silente, passò la panca. Appena una piccola macchia scura nella penombra.
         A balzi liberi, con la voce che ballava di gioia ad ogni salto finì di percorrere il corridoio.
         Giù per la scalinata umida, attraverso il portone, fuori.


II.
Dallo zio Alcide

         A essere fuori così, in un baleno, lì per lì si sentì quasi male. Via del Proconsolo era tutta fresca di pane, luce e canzoni. Il cervello sguazzava in tutto quel benessere e ci si perdeva un po'. Ragion per cui rimase un pezzo ritto in cima agli scalini, senza sapere che fare e dove andare.
         Finché gli orecchi gli si misero a stridere e sobbalzare dietro un rumore sempre più forte. Un barroccio vuoto che traballava leggero sulle pietre. Il barrocciaio s'era girato il berretto dietro la testa e, arrivato davanti a Gino, si mise a fischiettare.
         In tre balzelli Gino scese e gli fu dietro, a saltellare su un piede e sull'altro al tempo delle note e dei cigolii.
         Lo seguì per un bel po', per le stradine dei dintorni. Il barroccio svoltava e risvoltava e pareva non c'avesse proprio fretta d'arrivare. Ma di camminare sotto i panni tesi e gli odori di cucina, le canzoni delle donne e le frignate di neonato.
         Poi Gino sentì un picchiettio che non si capiva da dove venisse. Secco, preciso, gli aveva scacciato tutti gli altri rumori dagli orecchi. Lasciò che il barroccio seguitasse per la sua strada e si avvicinò quatto quatto a quel rumore.
         Veniva da un antro basso, spalancato su un bugigattolo buio.
         Dopo aver abituato gli occhi, Gino vide dentro un vecchino accucciato intorno a una suola di scarpa. Col ventaglio dei chiodi in bocca, stava a picchiare sullo stesso punto. Lì e lì e lì. Chissà da quanto. Da anni, forse.
         Dalla bottega usciva un'aria nera e fredda e a starci proprio davanti veniva da starnutire. E il vecchino ci viveva in mezzo. Con la schiena più curva del manico di un ombrello. La testa pelata lucida come cuoio, attaccata al petto, senza più collo. Chissà se era gobbo, quando s'alzava.
         Il calzolaio si mosse. Si mise a tastare coi diti in un mucchio accanto al panchetto. Agguantò il tacco di uno scarpone, lo fissò un momento, lo posò e ne prese uno più grosso. Poi, senza muovere altro, alzò di colpo il braccio e glielo tirò addosso.
         Gino se ne andò di corsa, che per un pelo non l'aveva preso in fronte. E anche se non l'aveva colpito, ci aveva scavato per benino l'idea che quello era un mestiere infame, a stare chiusi così peggio dei piccioni in gabbia. A diventare gobbi arrabbiati.
         Ora non aveva più voglia dei vicoli. Si mise a correre e in un batter d'occhio arrivò al lungarno. Dove il fiume teneva larghe le cose e c'era posto per guardare e respirare.
         Coi palazzi quadrati e tranquilli e la storia lì, paciocca, in bella fila a rispecchiarsi nell'acqua.
         Camminò fino a ponte alle Grazie, ci arrivò a metà e si fermò. C'era di nuovo la musica, ma questa volta sul fiume. Uno stornello forte e ritorto che partiva da in mezzo all'acqua.
         Gino si spenzolò dalla spalletta e vide una lunga barca ferma lì sotto, col renaiolo ritto nel mezzo. Alto e dritto, con due bracci forti che facevano girare il palo cavo. Lo facevano girare in un modo che il palo sembrava leggero e che tirare su la rena fosse facile. Lo faceva girare lento e sempre uguale, senza sforzo. E intanto, su quei giri lenti, ci stornellava sopra.
         Quello era un lavoro bello. All'aria e al sole, con tanto posto intorno dove muoversi e cantare. Gino rimase un pezzo a guardare il renaiolo che tirava su il fondo dell'Arno. E seguì i fiori dello stornello, uno per uno, fino al giaggiolo. Poi pensò dove andare. A destra del ponte c'era il centro, con in mezzo lo studio Donati che spandeva intorno buio, noia e polvere. Dall'altra parte la città invece spariva nelle colline verdi, e i monti pieni di boschi da dove arrivava l'Arno, veloce, con una grande curva.
         Si mise a correre di là. Accanto ai palazzi antichi, alle villette dei tempi di suo nonno. Alle case sempre più piccole, basse e povere. Svoltò per la strada di Candeli e corse ancora, fin dove c'erano più orti che case.
         E mentre il fiato cominciava a sibilargli e lui si chiedeva se gli si fosse strappato il petto come ai cavalli sulla salita di Costa san Giorgio, con la mano sul fianco e il cuore a rotoloni gli venne in mente dove andare: dallo zio Alcide. Stava proprio lì dietro, ce lo avevano portato le gambe.
         La casa di Alcide era in una strada lunga lunga, tutta di case piccole, uguali, una strinta all'altra. Era al pian terreno e era sempre aperta.
         Si entrava in un corridoio che già sapeva di rancido e poi in un cucinino laido, col pavimento che appiccicava sotto i piedi e il fumo giallastro di una pentola al fuoco che si incollava nel naso.
         Lo zio stava sempre nell'orto dove non piantava mai niente. Stava a fumare, con la camicia bianca arrotolata sulle braccia magre, seduto su una cassetta di legno rigirata, le scarpe di vacchetta affondate nelle zolle vuote.
         Quando vedeva Gino gli apriva le braccia e una fila di denti bianchissimi. Gino gli si tuffava addosso e aspirava un odore buono. Poi lo zio cercava dietro le spalle di Gino per vedere se c'era anche sua sorella, che non c'era mai.
         "La mamma?"
         "Zio, c'è una pentola che bolle".
         "Porca maremma, il minestrone!"
         Gino sentì tramestio di cucchiai e un coperchio sbattuto nell'acquaio con una bestemmia.
         Lo zio uscì succhiandosi un pollice.
         "Mi sono anche bruciato".
         "È pronta?"
         "Sì, per i maiali".
         Lo zio decise di uscire a pranzo. Con due tocchi di spazzola ai vestiti e un'impomatatina ai capelli diventò bello elegante. Mise delle sigarette nel taschino della giacca, spinse fuori Gino e accostò la porta, tirandosi dietro qualche puzzo di verdura.
         Per la strada non c'era già più nessuno. Il sole era alto e tutti stavano in casa a mangiare. Dalle finestre aperte si sentivano le posate sbattere nei piatti.
         Alcide si accese una sigaretta. Aveva le mani snelle e lisce, con la pelle scura e le unghie rosa chiaro.
         "Ma non eri in quello studio... quello in via del Proconsolo?"
         Fra un tiro e l'altro arrivarono a un'osteria e Gino gli ebbe raccontato come era stato preso a fare le commissioni, messo sulla panca, aspettare giorni e giorni e mai un soldo. E lui era scappato.
         Poi entrarono in uno stanzone pieno di tavoli e odore di cavolo.
         "Signor Alcide!"
         L'oste gli andò incontro facendo sballottare qua e là la pancia e il grembiulone stinto. Con le due manone grasse strinse quella bella dello zio.
         "Come mai non s'è più visto da un po' di tempo?"
         Le gotone rubizze gli scintillavano, unte.
         "Eh... sono stato fuori Firenze".
         Quando lo zio Alcide era "fuori" voleva dire che se ne stava rintanato in casa perché non c'aveva una lira. Lo sapeva anche l'oste, che le gote gli erano diventate ancora più rosse e cicciotte, dal divertimento.
         Si sedettero sulle sedie male impagliate e l'oste spolverò con il canovaccio le tre briciole che stavano sul tavolo. Poi buttò il peso sulle mani grassocce, aggrappandosi al bordo del desco.
         "E questo giovanotto, chi è?"
         "È mio nipote". Lo zio lo guardò tutto fiero mentre a Gino le orecchie e le gote gli dolevano, tanto erano rosse.
         "Bravo bellino, sei venuto a trovare lo zio... bravo". L'oste si tirò su spingendosi la schiena da dietro i fianchi.
         "E da mangiare, che vi porto?"
         Mangiarono salame, pecorino, crostini di fegato, panzanella, due piccioni e fagioli all'uccelletto. Gino non aveva mai mangiato tanto, nemmeno a Natale.
         "Glielo avevo detto, al babbo: non ce lo mettere Gino in quel mortorio".
         Lo zio si godeva il fumo azzurrino della sigaretta ed era lontano dal mondo e dai problemi.
         A Gino, invece, il vino gli aveva messo malinconia e c'aveva gli occhi sul punto di piangere.
         "Che ce l'hai un altro lavoro?"
         Gli sarebbe piaciuto rispondere, ma il gozzo gli andava su e giù come alle papere, e non gli usciva nulla. Scosse la testa.
         Anche a Alcide l'occhio gli diventò un po' lustro, che anche lui aveva bevuto parecchio.
         Dondolò un po' il capo, si grattò la nuca, poi di colpo s'illuminò tutto.
         "C'ho un'idea!"
         Finì il quartino e strinse un braccio al nipote.
         "Esci veloce".
         Poi si girò verso la cucina.
         "Allora... oggi me lo segna sul conto, passo a pagare domani!"
         Dalla strada gli arrivarono gli strilli dell'oste. Ma troppo tardi, avevano già svoltato l'angolo. Lo zio si accese un'altra sigaretta.
         Andarono da un amico, Mario, che gli doveva un po' di soldi persi alle carte. C'aveva una fabbrica di stringhe, un androne tutto finestre e spifferi, pieno di banchi e operai straniti.
         Mario era secco secco e sgusciava peggio di un anguilla fra un banco e l'altro, fra le macchine e le persone, pur di non farsi catturare gli occhi da chi gli parlava. E infatti non gli si vedevano mai le pupille.
         "È un momentaccio... il Principini non paga... poi c'ho due ordini annullati...".
         Lo zio e Gino lo inseguivano qua e là ma non gli riusciva a stargli dietro. Per fortuna arrivò un fattorino e Mario si dovette fermare per aprire un pacco che gli era arrivato.
         Alcide lo prese per una spalla, fece un faccino tutto gentile e gli disse: "ti devo chiedere un favore". Che era meglio che rendere i soldi e allora Mario si mise a ascoltare. Ma tutto agitato, perché anche fare favori non era una cosa da nulla.
         E quando lo zio gli disse che Gino, tanto bravo e onesto, doveva trovare subito un lavoro, Mario ricominciò a ciancicare il pacco, ridacchiando.
         "Non so mica, se gli conviene stare qui... sono di già indietro così, con gli stipendi...".
         Ma c'era il debito, e in qualche modo andava saldato. Sicché stettero un pezzo a parlottare, schivarsi, insistere, finché trovarono questa soluzione. Mario sparì per qualche minuto e tornò con una scatola. Una grande scatola di cartone piena di stringhe di prima qualità. La porse a Gino che la ricevette come l'ostia.
         "E con questo... io e te siam pari", disse a Alcide, che annuiva serio. "Se il ragazzo è bravo e le vende bene... non che ci ricavi molto, così... ma se le vende tutte a breve... beh, si può anche riprovare con una quantità più grossa... e ci si divide il guadagno".
         Si strinsero le mani e intrecciarono sospiri di gran sollievo. Mentre Mario aggeggiava di nuovo fra i banchi, nipote e zio uscirono, fieri come cavalieri.
         Alcide si regalò un'altra sigaretta mentre Gino c'aveva il cervello che gli galoppava dietro a quella nuova idea. Un lavoro. Un lavoro nuovo, per tornare a casa a testa alta, dal babbo. E senza rinchiudersi. Così aveva fatto bene a andar via. Ora avrebbe guadagnato davvero, portato tutto a casa, aiutato tutti. Magari gli avrebbero anche ridato una razione intera di pappa.
         "M'accompagni? C'ho da andare verso il Piazzale. Per un affare".
         Presero la strada di Candeli, attraversarono Piazza Ferrucci e cominciarono pian piano a risalire il Viale dei Colli.
         Gino stringeva la scatola delle stringhe tanto da avere le nocche bianche. Galleggiava su un lago di gioia, dietro allo zio, su per la salita ombrosa, fra le ville eleganti.
         Finché si fermarono davanti a un grande cancello di ferro battuto, dietro al quale partiva un vialetto di ghiaia bianca piccolissima. E in fondo, una grande casa dipinta di giallo ocra.
         "Bene, io c'ho da fare qui, per un po'".
         Lo zio si chiuse i polsini. Lisciò la giacca, i pantaloni, i capelli. Si voltò verso Gino e gli scarruffò la testa.
         "Ciao".
         Tirò il campanello e un vecchio giardiniere, con un grembiule verde immacolato, corse ad aprirgli. Alcide scricchiolò baldanzoso sul vialetto di ghiaia e sparì nel portone di casa. Gino si sedette sulla zanella a far passare il tempo.
         Le carrozze portavano a spasso gli inglesi, su a osservare il panorama dal Piazzale.
         Una coppietta camminava a braccetto e lei tutta svenevole, con la scusa della salita, si aggrappava a lui e ansimava forte per farsi notare.
         Poi c'erano le stringhe di tanti colori tutte sciolte alla rinfusa nella scatola. Gino si mise a osservarle, pezzo per pezzo. Belle, di cotone liscio e lucido, blu, nere e bordeaux. Le stese sui palmi, una accanto all'altra. Le fece rotolare, le raggomitolò. Le prese a ciuffi, le fece cadere. Catturò e ammaestrò serpenti portandoli in tournée insieme a Houdini. Ma a un certo punto la luce del viale era diventata tanto bassa che Gino non riusciva più a distinguere i colori delle stringhe arrotolate a sibilare sui diti della mano.
         Le rimise a posto e si strusciò le braccia, che era anche rinfrescato parecchio. I platani sopra di lui erano pieni di nidi, dove i passeri si strapazzavano di cinguettii striduli. Come se per loro andare a letto fosse urgente e complicato, e implicasse vociarsi un sacco di ordini.
         Sopra le cime degli alberi, il cielo era diventato violetto e le nuvole basse, cicciotte, a sbuffi rosa, sembravano il fondale delle recite in parrocchia.
         Da in fondo al viale, un omino con la scala aveva cominciato ad accendere i lampioni.
         Nella villa subito accanto i padroni rincasarono con un'auto nera e lunga, lenta scivolò nel cancello.
         Finalmente il portone della casa dietro Gino si aprì e Alcide uscì, con un sigaro in bocca. Fece in due balzi il vialetto, spalancò la cancellata, uscì e iniziò a camminare verso il basso.
         Gino saltò in piedi e lo raggiunse.
         "Zio!"
         "Gino...?! Ma... che mi hai aspettato?"
         "Zio, e l'affare?"
         "Ah... benone!"
         Alcide si fermò, spense il sigaro contro un tronco e lo mise nel taschino.
         "Questa volta mi fo d'oro".
         E si rincamminarono.
         "Gli vendo un terreno. Uno che c'hanno in maremma... una palude dove c'è altro che malaria. Io ho trovato uno che gliela compra!"
         Arrivarono sul lungarno che già il fiume scintillava di luci e i pochi pedoni rincasavano veloci. Come se le giornate più lunghe cogliessero tutti alla sprovvista, così, sull'ora di cena.
         Tutti meno il babbo. Gino ne era sicuro che lui alle sette e mezzo era a tavola col cucchiaio in mano.
         "Senti Gino, ti lascio qui. C'ho appuntamento con una signorina al Paskowsky".
         Gino lo guardò sistemarsi i capelli, la giacca.
         "Sto bene?"
         La testa gli fece sì.
         "Allora vo. Fai il bravo, eh?"
         Lo zio Alcide si incamminò lungo la spalletta. Verso il centro tutto illuminato, dove c'erano i caffè, le signorine, tavoli e musica e cene fuori, gente a parlare fino a tardi.
         Alcide si voltò, di lontano, alzando un braccio.
         "Muoviti, grullo!"
         Gino prese tutta la contentezza e la tristezza insieme e le mise nelle gambe per filare a casa.

Fotografia di Pino Musi

III.
L'affare delle stringhe

         Già da fuori la casa era strana. Il babbo non teneva mai lo stoppino così alto... e non c'era mai tutto questo silenzio.
         Dopo aver corso per almeno due chilometri, Gino si era fermato di colpo, all'inizio della stradina dove stava casa sua. Col fiato che incespicava nei battiti sgangherati del petto e le fitte ai fianchi che lo piegavano come un pupazzo. Dovette appoggiarsi a un muro, per riaversi dalla corsa.
         Era parecchio buio, ormai. Poteva solo intravedere la ferrovia, coi binari vuoti che sembrava aspettassero anche loro di mangiare. E le case basse che infilavano la via dritte, piccole e scure. Solo dalla sua veniva una luce strana. Troppa.
         Quando si fu ripreso, Gino scese gli scalini che portavano al giardinetto. Scricchiolò sui sassi, spinse la porta ed entrò. Nella cucina di una fiaba, con l'orco seduto capotavola, magro, torvo, piegato, con gli occhi miopi stretti su di lui. La moglie e i figli seduti ai lati, spauriti come uccellini di nido.
         "Eccoti!"
         Rimbombò nel cervello di Gino come nelle volte di un castello.
         La voce era ancora nell'aria quando l'orco appoggiò le nocche delle mani sul tavolo, con i gomiti alti sopra la testa. Poi scattò sulle braccia e si alzò.
         "Ma dov'eri?!"
         La domanda si aprì negli antri di spazi che non c'erano. Rimbombò e riecheggiò a lungo, come ci fossero soffitti altissimi da colpire. Invece di una lampada così bassa che si metteva fra le facce di quelli seduti a tavola.
         L'orco soffiò dal naso e cominciò a gonfiare e sgonfiare il torace sempre più veloce. Guardò il bambino, la scatola fra le sue braccia, ancora il bambino e la porta, poverina, che non c'entrava niente ma che sembrava nascondesse qualche complice. Poi l'orco scattò e in un balzo fu di fronte al bambino.
         "Sono passato a prenderti e non c'eri. Nessuno sapeva niente di te, solo che prima di pranzo eri corso via, così, senza dir nulla... corso via dove?!"
         Il ceffone scappò di mano all'orco prima della risposta. L'orco anche, si stupì di come si era mosso presto e indietreggiò per dare tempo al bambino di rispondere.
         Ma il bambino adesso c'aveva tutta una giornata come quella aggrovigliata nella gola e non riusciva a parlare. Poi doveva anche asciugarsi con gli avambracci le lacrime che gocciolavano giù, in fondo alle gote.
         "Allora!"
         Le braccia dell'orco tremavano in un modo che si capiva che stava per partire un altro schiaffo.
         Il bambino inghiottì un po' di agitazione e riuscì a far uscire un piantino di voce.
         "Io... sono andato a prendere queste".
         Il bambino offrì le stringhe all'orco, a testa china.
         L'orco guardò appena la scatola e poi ci picchiò sotto, facendola volare in mezzo alla stanza. Cadde con un rumore spigoloso e tutte le stringhe finirono sparpagliate in giro.
         I bambini a tavola si alzarono sulle sedie per vedere meglio, ma non osarono avvicinarsi.
         "Stringhe! E che c'entrano le stringhe!"
         Il secondo ceffone fu dato con ragione, con forza, e frizzò molto più del primo.
         "Rispondi!"
         Ma il viso bruciava e la voce era piegata in giù, a guardare il cuore che sprofondava nello stomaco. Mentre le lacrime che cadevano ora, nessuno le raccoglieva più.
         La moglie dell'orco si impietosì. Uscì dal tavolo, si chinò davanti al bambino, gli asciugò gli occhi.
         "Via, lascialo spiegare... perché sei andato via, Gino? È successo qualcosa?"
         "Io... non facevo mai nulla... lì...e non ho guadagnato un centesimo in questi giorni...".
         Il bambino fissava gli occhi sul capo davanti al suo, che faceva sì ad ogni parola.
         "Allora... allora... ho pensato di venir via di lì e di andare da un'altra parte".
         "Un'altra parte?!"
         L'orco gridava con le braccia dritte verso il pavimento, il collo rigido e la bocca stretta. Da un momento all'altro gli sarebbero uscite fra i denti delle fiamme.
         "Ma lo sai quanto mi c'è voluto, per farti prendere in prova! E ora non ne vogliono più sapere, di te!"
         Invece delle fiamme fu un braccio a saettare in avanti, e a colpire di nuovo la gota ormai paonazza. Che però a questo punto era gonfia e non sentiva più nulla.
         L'orco fece un giro su se stesso e sbatté i palmi delle mani sulle gambe, mentre camminava. Ma non sbolliva.
         "E dov'era, quest'altra parte? Dove?!"
         "Io... sono andato dallo zio Alcide...".
         La moglie dell'orco si allontanò dal bambino e lo guardò ferita. Aveva pronunciato le Parole Proibite. Perché tirare in ballo il fratello. Perché buttare il peso su di lei. Adesso anche lei lo avrebbe sgridato volentieri, ma non ce n'ebbe il tempo.
         L'orco la guardò ridendo per il male che stava per farle.
         "Lo sapevo!"
         La moglie si drizzò e chiuse gli occhi per cercare di scappare anche lei da un'altra parte.
         "Quella testaccia bacata! Non gli basta di essere un disgraziato senz'arte né parte... anche i miei figlioli vuole rovinare!"
         L'orchessa era pallida, e cullava montagne di tristezza sulle occhiaie scure. Sempre più fonde e scure.
         "E che ci devi fare, secondo Alcide, con tutte quelle stringhe?"
         "Io... le devo vendere... devo... devo andare in giro a venderle".
         L'orco si appoggiò al tavolo e portò una mano alla fronte. Forse gli girava la testa.
         "Poi... se sono bravo... il signor Mario ha detto che mi tiene... che posso far affari...".
         La moglie guardò l'orco da dietro una cateratta di paura, ma lo volle fare, un altro tentativo.
         "Vedi... non ha voluto fare male, Alcide. Ha pensato di aiutarlo...".
         L'orco si staccò dal tavolo e inspirò un bel po' d'aria, prima di gridare.
         "Ma chi gliel'ha detto di venire a aiutarlo, eh?! Chi lo vuole quel cialtrone!"
         L'orchessa richiuse gli occhi e sparì per un momento in una valle di vento, freddo e solitudine.
         Nessuno più pensò al bambino che aveva portato le stringhe a casa, o agli altri seduti a tavola. I bambini si guardarono intorno, si guardarono fra loro, ridacchiarono di nervoso. Poi guardarono le stringhe spante in terra e uno per volta, piano piano, ci si avvicinarono, le toccarono, le sollevarono, le studiarono.
         E tutto tornò alla normalità. La mamma piangeva, il babbo urlava.
         Gino aspettò che i fratelli finissero di vedere le stringhe, alla chetichella. Poi le raccolse nella scatola, si alzò, uscì dalla cucina. Attraversò l'ingressino buio, entrò nella sua stanza, mise le stringhe sotto il letto, si spogliò ed entrò sotto la coperta.
         La gota gonfiava e pulsava, ma lui era troppo stanco per sentirla. Già gli arrivavano dei pensieri spampanati, ricordi lunghi e sfilacciati. E mentre si stava addormentando sentì i fratelli che entravano, si spogliavano, gli scivolavano accanto. Ognuno al suo posto. E c'avrebbero avuto voglia di fargli tante domande ma c'era troppa confusione, di là, e non era il caso di mettersi a urlare anche loro, per sentirsi.
         A Gino il sonno gli rotolò addosso, pesante e veloce, e gli lasciò solo uno sprazzo di udito, un attimo prima di addormentarsi. Sentì il babbo che urlava: "io di questo affare delle stringhe non voglio sentirne parlare!"
         Il mattino dopo era come dopo un acquazzone dell'estate. Un temporale che spezza i rami e impantana tutto e anche quando la pioggia è finita ci sono gli strascichi di nuvoloni neri, ribollenti di tuoni. Gli uccellini sono zitti e la gente salta fra le pozze sozze. I cani filano con la testa bassa e niente, oltre il cielo, si prova a fare rumore.
         Quando Gino entrò in cucina la mamma raccattava dei ciottoli rotti. E riusciva ad alzarli uno per uno senza farli grattare in terra.
         Il babbo era curvo su una tazza di latte e pane secco. Il pane lo pigiava col cucchiaio perché succhiasse il latte e si ammorbidisse, ma ancora non era riuscito a metterne in bocca un pezzo.
         I fratelli stendevano un velo di burro su un'ostia di pane fresco. E c'avevano una mela per uno, sul tavolo, da portare a scuola. Che poi se la sarebbero mangiata per strada, e avrebbero avuto fame tutta la mattina.
         Gino entrò e si fermò subito. Forse a lui non spettava più la colazione. Forse non doveva più nemmeno sedersi con gli altri. Qual'era il suo posto adesso nella famiglia non lo riusciva a capire. Nessuno lo guardava e nessuno parlava.
         La mamma finì di rassettare e lo vide.
         "Vuoi mangiare?"
         Perché glielo chiedeva? Prima non glielo chiedeva mai.
         "Ho fame".
         La mamma si mise a tagliare un'ostia di pane anche per lui.
         "Il burro è finito, ti ci metto l'olio".
         Poi mise il pane oliato sul piatto e portò il piatto in tavola, fra un fratello e il babbo, dove era sempre stato. Gino sospirò e si sedette.
         I fratelli finirono il pane in due bocconi, afferrarono le mele e scapparono via.
         Il babbo continuava a rimestare il pane nella tazza, ogni tanto trovava un tozzo un po' più mollo e lo metteva in bocca. La mamma trafficava con le pentole.
         Gino mangiava il pane, che era buono perché ancora non aveva messo in bocca nulla dal giorno prima a pranzo. Quasi gli veniva da mugolare da come era buono.
         Il babbo, di colpo, si scocciò di chissà che. Sbatté il cucchiaio sul tavolo e riuscì a fargli fare un rumore doloroso per gli orecchi.
         Scricchiolò la sedia indietro con rabbia, si alzò di scatto. Andò all'attaccapanni, prese la giacca, il cappello e uscì.
         La mamma non si voltò, ma sbatté un mestolo nell'acquaio. Anche quello fece un suono da strapazzare i timpani per un po'. Poi ricominciò a lavare, e questa volta con più agio.
         Gino guardò la ciotola del babbo, ancora bianca di latte, con i tozzi ormai ben molli che sguazzavano dentro. L'afferrò insieme al cucchiaio e la finì in un baleno.
         E poi, che doveva fare? Era una mattina diversa e strana; la prima mattina di quel tipo, che non sapeva cosa doveva fare. Nessuno aveva deciso qualcosa per lui e nella casa non c'erano le cose che lo aspettavano e che, anche quelle, sapevano cosa veniva dopo. La mela per la scuola: i suoi fratelli la prendevano e con la testa già stavano lì, dove gli diceva la mela. Lui, quel giorno, non aveva proprio niente che lo aspettava, né sul tavolo né da un'altra parte.
         Uscì nel giardino, che scintillava dell'aria del mattino. C'erano le piantine della mamma, il piccolo orto con gli odori. C'era un filo senza bucato, e l'aiuola coi fiori e le erbacce. C'era la gatta rossa che si leccava il pelo al sole. C'era la ghiaia. Eppure era vuoto.
         Non c'era una strada da fare per andare in un posto. Non c'era più il primo passo che portava da qualche parte. Non c'erano più i percorsi che scandivano il tempo. Avrebbe potuto restare lì tutto il giorno a guardare i ciottoli. O distendersi accanto alla gatta.
         E davvero rimase a lungo in giardino. Delle ore, forse. A sentire la gente che passava per la strada. Uno in bicicletta, donne che chiacchieravano, bambini pigolanti sugli usci. In fondo, tutti sapevano bene cosa dovevano fare. Andare in bicicletta o pigolare.
         Ma lui poteva stare lì ad ascoltare tutti. E non c'entrava più niente con nessuno.
         Poi la mamma uscì a fare la spesa e quasi gli inciampò addosso.
         "Gino! Che sei qui?!"
         Per poco non gli cadde il cesto dalle mani.
         "Per l'amor di Dio, Gino, vedi di darti una mossa, prima che il babbo torni a casa. Sennò lo senti, anch'oggi...".
         E scappò dal cancelletto come se il babbo fosse proprio lì lì per arrivare e lei non avesse voglia di assistere alla scena.
         Gino si alzò e andò in camera. Sfilò la scatola da sotto il letto e se la mise sotto il braccio. Camminò lento lento per la casa e per il giardino. Poi, per la strada. E si accorse a quante cose non aveva pensato prima. Dove si doveva mettere. E cosa doveva dire. Doveva porgerle alla gente, le stringhe? Doveva gridare?
         Per il momento la scatola quasi la nascondeva, sotto il braccio. Perché lì c'era tutto un via vai di gente che lo conosceva, e che conosceva il babbo. E gli sarebbe sembrato strano vederlo lì a vender stringhe. Si era addirittura preparato una frase, se qualcuno lo avesse fermato. Che faceva una commissione per suo zio, di portar quelle stringhe da qualche parte.
         Intanto camminava e si allontanava dal suo quartiere. Andava dove secondo lui si facevano i commerci. Dove c'erano tanti negozi e un sacco di uffici, e le banche, e gente coi soldi. E tante persone per la strada. Andò in centro.
         Si mise sotto la loggia di piazza Vittorio, che gli sembrava proprio il posto dove ci si dovesse mettere, a vender stringhe.
         Gli dava solo un po' noia il fatto che a pochi metri da lui c'era una donnona cieca, con un grembiule sudicio sulla pancia, che porgeva un barattolo ai passanti. Gli scocciava che quello fosse un posto dove si poteva anche chiedere l'elemosina, oltre che vendere stringhe. Allora mise bene in avanti la scatola, e ogni tanto alzava le stringhe in aria, le scioglieva fra le dita e le lasciava ricadere. Era un bello spettacolo, se qualcuno lo vedeva.
         Ma non lo faceva spesso perché un po' si vergognava. Gli era rimasta addosso l'idea che qualcuno lo riconoscesse. Magari uno dello studio. O un parente. O un compagno di scuola. E si girava sempre intorno a vedere se uno di questi arrivava. Piano piano la piazza gli si riempì di facce note. Sempre di più. Ogni passante gli ricordava qualcuno. Firenze intera lo conosceva. Gino, con le stringhe nella scatola sta sotto il portico di piazza Vittorio! Lo gridavano da tutte le parti, tutte le facce che passavano, e i passi, i tacchi sul selciato, le giacche, i capelli.
         Gino c'aveva le gote rosse e le mani pallide. E le ascelle che sudavano acre. Si sentiva come se lo avessero dovuto mettere sulla Nazione, il giorno dopo, che lui aveva passato la mattina a vender stringhe. Tutta Firenze non era che uno strillone, che gridava di lui e della sua scatola.
         Però non si staccava dal suo posto, né abbassava la scatola, né smetteva di rimestarci dentro.
         Passarono le ore e nessuno lo vide muovere le stringhe. Nessuno lo riconobbe. Nessuno nemmeno si avvicinò. La cieca scosse il barattolo e lo sentì bello pieno. Allora si accostò tentoni al muro e lemme lemme si avviò.
         Mentre Gino guardava la cieca, qualcuno gli si avvicinò e senza dire una parola fece volare una moneta nella scatola.
         Gino si voltò ma quello era bell'e passato, non lo sapeva riconoscere. Allora prese la moneta e la infilò in tasca. Poi si mosse anche lui per tornare a casa.
         Fu così per tre settimane. Gino fermo sotto i portici, con la scatola appoggiata sulla pancia e nessuna capacità di vendere le stringhe.
         Invece passava il tempo a studiare i vestiti di ogni passante e indovinare chi era e cosa faceva. Il signore agghindato e impomatato all'angolo che aspettava sicuramente una signorina... eccola, col cappellino e l'aria furbetta. Se ne andavano insieme verso il Lungarno. O il vecchio col panciotto trasandato, curvo e pallido: uno del monte dei pegni che tornava a casa a mangiare. Il fattore rivestito per la commissione in città. Rosso in faccia e con le mani grandi. Alle dieci di mattina aveva già speso tutto quello che s'era portato e bevuto troppo vino.
         C'è da dire che almeno, se non ci ricavava nulla, Gino nemmeno si annoiava troppo. Aveva anche fatto amicizia con un paio di garzoni che si fermavano sempre a chiacchierare sotto i portici, a riprendere fiato con le biciclette appoggiate al fianco. Lo salutavano con un cenno del capo e poi lasciavano che li stesse ad ascoltare mentre parlavano dei principali e delle angherie di quel giorno.
         Anche la cieca si era accorta di avere un compagno. Doveva pensare che fosse un muto, perché gli si rivolgeva senza mai aspettare risposta. Diceva "che caldo" oppure "mi fa male le vene" e continuava a scuotere il barattolo.
         A Gino gli sembrava di essere diventato una delle colonne dei portici, silenziose e indispensabili.


IV.
Fuori

         "Ma che ci stai a fare in piazza Vittorio! Lì è già pieno di negozi... spostati un pochino, vai verso... ma che ne so... Ponte a Greve!"
         Era mattino inoltrato, ora delle faccende; la mamma strusciava col bruschino sul pavimento e sul cervello del figliolo.
         "Devi darti da fare, moverti. O credevi fosse facile, eh... vendere le stringhe... nulla è facile, nella vita".
         E siccome c'aveva il grembiule attaccato al corpo dal sudore e le mani rosse mangiate dalla lisciva era facile credergli. Dondolava avanti e indietro, con tutto il peso buttato sulla mano che spazzolava in terra.
         Gino era rimasto a guardarla, incantato dal dondolio avanti-indietro e dalle gore di sapone sulle mattonelle. E dagli sbuffi di capelli arruffati che scappavano dalla crocchia.
         Poi la mamma aveva tirato un pochino su la testa e l'aveva visto imbambolato.
         "Vai... che stai qui a guardare!"
         E lui si era incamminato. No, Ponte a Greve non gli piaceva. Allora aveva preso via Pisana, che era bella lunga, fino a Pisa. E c'aveva pochi negozi. Magari lì a qualcuno gli servivano davvero, le stringhe.
         S'era piazzato a un angolo vuoto e in pochi minuti era diventato cieco come una talpa accecata dal sole. Con gli occhi serrati e la luce dispettosa che passava lo stesso fra le palpebre, fra le ciglia, e gli stuzzicava le pupille. Non c'era riparo. La polvere bianca per terra, i muri bianchi delle case, il cielo bianco di caldo. Tutto chiaro e riverberante. Gli venne persino in mente che magari si era accecato davvero. Tanto meglio, così avrebbe guadagnato qualcosa.
         Che bella idea, levarsi dal centro. Gino se lo canticchiò fra i denti e fra l'amaro che gli s'era incastrato in bocca. Senza soldi né riparo, né il via vai gentile che almeno uno si distraeva a guardare quello e notava meno la stanchezza, il caldo e la fame. Qui non passava quasi nessuno. E se passava qualcuno non era interessante per nulla. Solo qualche donnetta con la sporta sul braccio, o un catino di panni bagnati sulla testa, o un figliolo sballonzoloni sul fianco. Qualche garzone in bicicletta.
         Si strusciò gli occhi e poi li riparò con la mano, per vedere meglio. E vide meglio la strada biancastra e il muro bianco di fronte. Vide bene che lì non ci stava a fare niente, né quella mattina né i prossimi dieci anni. Allora si mise la scatola su un fianco, come fosse un figliolo, e si avviò verso la città per tornare a casa.
         I passi scricchiolavano sulla polvere e sul silenzio dell'ora di pranzo. Col sole a picchio sul cervello come sui tetti delle case. A lui solo, gli picchiava in testa, tutti stavano sotto i tetti a mangiare.
         Da ogni casa uscivano nubi di odori buoni, e gli piovevano addosso. C'aveva l'acquolina in bocca e riconosceva ogni sugo, ogni minestrone, ogni pattona scodellata sui piatti.
         Camminava quasi ad occhi chiusi, per via del sole, e intanto vedeva panzanelle con la cipolla acuta, e pomarole dolci di pomodori maturi, pane e olio strusciati con l'aglio, frittate ripiene di belle patate fritte e molli.
         Lo stomaco c'aveva uno sdilinquimento di fame e si contorceva e si lamentava. Come ogni giorno, dopo essere stato ore in piedi per la strada. Tutti i giorni non vedeva l'ora di arrivare a casa e stava tutto il tempo a pensare a cosa ci sarebbe stato, anche se poi c'era sempre la stessa cosa. Perché col babbo che soffriva di stomaco e non mangiava che minestrine insipide fatte col brodino di verdura leggero e le pastine da malati, col babbo ridotto così la mamma non stava a perdere troppo tempo e per loro c'era sempre pappa al pomodoro. A pranzo, e a cena le verdure lesse che erano servite per fare il brodino al babbo.
         Anche quelle, le verdure lesse, adesso gli entravano in bocca piene di sapore e scendevano giù, a scaldare la pancia vuota. Che dalla rabbia si mise a stringere dei crampi cattivi intorno a se stessa.
         Gino accelerò il passo e in poco tempo arrivò a Porta romana. Nella grande piazza che gli era sempre sembrata così importante. Perché da una parte iniziavano le mura medievali e si scendeva dalla porta verso le stradine strette del centro. Da un altro lato cominciavano i grandi viali alberati che portavano al piazzale Michelangelo e alle belle ville dei signori. A destra c'era il Galluzzo e gli ultimi sobborghi di città prima dei campi. Alle sue spalle, la Pisana.
         In piazza c'era un certo via vai di gente, di carri, di carrozze e biciclette. Via vai un po' intontito dai primi caldi della stagione.
         E sopra, sotto, intorno a tutto, si avviluppava il profumo della trippa calda.
         Un omone grosso e rosso stava dietro un carrettino fumante. Tagliava degli sfilatini a metà, poi rimestava nel carrettino e tirava su un ramaiolo pieno di sugo e di trippa a strisce. La metteva sul pane, chiudeva il panino e lo avvoltolava nella carta oliata.
         Gino non ce la fece più. Corse fino al carretto e chiese un panino. Che pagò con la moneta avuta in elemosina un sacco di giorni prima. Per orgoglio non l'aveva ancora spesa, ma per furbizia non l'aveva data via.
         E adesso si gustava il pane fresco, e il sugo che gli colava sul mento, e la trippa odorosa. Si divorò il panino all'ombra del primo platano del viale. Poco più in là, bevve alla fontana di ferro lavorato. Pisciò dietro una siepe e si distese al sole, su un pratino fiorito. Sperando non arrivasse un guardiano a scacciarlo, che i giardinetti intorno ai viali erano roba da ricchi, e non ci si vedeva mai nessuno disteso a bivacco.
         Era così satollo e stanco che si dimenticò l'ora di pranzo, e la casa, e la pappa al pomodoro. Schiacciò un pisolino troppo profondo e lungo e quando si svegliò era già pomeriggio inoltrato, con la luce gialla e il cielo blu.
         Ormai la giornata era finita, per lui. Di rimettersi a un angolo di via Pisana non c'aveva proprio più voglia. Guardò il cielo blu e le nubi che passavano, tonde e lente. I puntini lontani degli uccelli, ognuno da una parte. Poi uno stormo in formazione. Migravano in quella direzione, stava arrivando l'estate. Chissà cos'erano. Forse anatre. S'erano messe come una freccia che dondolava e si scomponeva appena, nel volo.
         Si portarono a spasso Gino per un po', sulle loro piume calde di sole, percorse dai venti di quota. Col blu dietro sopra e sotto, e continenti interi da attraversare.
         A Gino gli venne una nostalgia strana del cielo e del vento e del volo delle anatre. Immaginò il viale, visto dall'alto, e il piazzale, l'Arno, tutta la città. Poi i colli intorno, e i campi al di là, verso una luce diversa e un tramonto mai visto. Il tramonto che non era più tanto lontano, col sole che pendeva ormai da una parte, ed era grande e arancione.
         Gino si avviò verso la piazza, ormai tanto valeva tornare a casa.
         Casa.
         Nei pochi passi che fece in quella direzione la casa gli piombò addosso. Con la mamma sempre più tirata, ogni volta che lo vedeva rientrare. Perché stava per cominciare un'altra serata di imbarazzi e muso lungo, in cui era difficile mangiare perché ogni boccone rimbombava nel silenzio e al babbo il biascichio delle bocche gli dava un fastidio da piegare gli angoli delle labbra.
         E la gastrite gli era peggiorata di colpo, e dopo i pasti diventava giallo di dolore e ingollava chili di carbone.
         Poi non diceva più una parola, a nessuno. Solo se cadeva un cucchiaio, o se i fratelli raccontavano qualcosa con troppa eccitazione, allora partiva una sfuriata improvvisa sui rumori e sul suo mal di stomaco, e sulla disattenzione, la cattiva volontà, la disgrazia che alcune persone se la cercano. Ma erano parole parlate al tavolo, o al muro, alla credenza. A qualunque cosa che fosse inanimata, nella casa, e che non lo avesse mai deluso o offeso come la parte vivente della famiglia.
         Appena si ritirava in camera la mamma gonfiava le gote e scuoteva le mani, poi si metteva a lavare i piatti sbattendoli qua e là. Gino se la filava in giardino, ad annusare i profumi dei fiorellini e dell'erba umida della sera. E a guardare le stelle, se c'erano. Rientrava solo quando in casa era tutto buio e silenzioso. Si svestiva trattenendo il respiro e dormiva tutta la notte sul bordo del letto.
         Ma, ancora, occupava troppo spazio. Mangiava troppo, parlava. Era inutile cercare di farsi stretto e invisibile, leggero, senza passi e rutti, e nessun rumore, nemmeno nel gabinetto. La casa era piccina per tutti. Ora che la sua scervellataggine l'aveva gonfiato e fatto crescere come una mongolfiera, lì dentro.
         E lui stava bene nella piazza di porta romana, infatti. O nel cielo, se avesse potuto volare. Rimase al centro della piazza, fra i mezzi che gli filavano veloci accanto, e tanti suoni tutti insieme, di voci, di ruote, di vento fra le fronde e uccelli in volo.
         Come quando aveva aperto la finestra, giù allo studio. Tutto insieme nella sua testa, e lui invece di sentirsi pieno e stanco si era sentito sempre più libero e leggero e gli sarebbe piaciuto alzarsi come vapore nel caldo. Magari sparire nell'aria per posarsi su tutte le cose.
         Ma una macchina gli dette una bella svegliata, col clacson. Che quasi gli era andata addosso e il giovanotto che la guidava continuò a gridargli "citrullo!" e "che sei orbo!" finché fu troppo lontano per farsi sentire. Gino si levò di mezzo alla piazza, di corsa.
         Prese di filato verso la campagna, senza pensare. Corse un po' in salita fra le ultime casette e le bottegucce sempre più piccole e rade. Fino al dosso e poi giù, senza peso e freno. Coi calcagni che battevano forte sul sedere, a ogni passo di corsa. Paf e paf dietro la schiena, e tanto vento in faccia da sentirsi davvero volare. Col cuore tanto aperto e largo da metterci dentro tutto. Le case ai lati, e i colli dietro. Il verde sempre più grande e forte davanti, con le strisce dei campi e i boschi tutto intorno, gli odori di terra e di strada, di foglie, di sudore.
         E quando la discesa finì corse ancora a lungo, per tutto l'abbrivio che aveva preso. E sempre senza fatica e senza peso. Finché non ci furono più case. Fino ad avere l'erba più alta dei gomiti, intorno. E un silenzio profondo. Per ascoltarlo meglio smise di correre e aspettò finché gli si calmò l'ansimo.
         Fermo in mezzo alla campagna aperta, solo il vento gli parlava alle orecchie, e un fruscio ondeggiante. Lontano dalla città e da casa, finalmente non si sentiva più grosso e ingombrante. Era fuori, ed era come era; nessuno lo doveva più sopportare.
         Si ritrovò la scatola delle stringhe in mano e si stupì. Erano un pezzo di roba vecchia, che l'aveva seguito fuori. Quasi quasi gli avrebbe fatto fare un volo nel primo fosso che avrebbe incontrato. Ma poi pensò allo zio Alcide. Erano roba sua, venivano dalla sua vita bella e spampanata che lui gli aveva sempre invidiato. E allora se le strinse al petto e sperò che gli portassero fortuna.
         Camminò così per un po', abbracciato alla scatola.
         C'aveva ancora il cuore al galoppo e tutte le idee in agitazione. Gli sembrò che non avrebbe mai più sentito la stanchezza, o il sonno, e la fame era una cosa lontana, piccola e meschina.
         Entrò fra l'erba alta e ne appiattì un pochino, ci si distese. Era calda del sole di tutta una giornata splendida, morbida e asciutta.
         Gino si voleva godere il sole che calava dietro i monti. Fra raggiere bianche, come le luci intorno a Dio. Era diverso, in effetti, da quello che aveva sempre visto dalla città: più grande e più solo. Andava giù più veloce, inoltre. E abbatteva il silenzio e il sonno su tutte le cose.
         Gino si addormentò che la palla gialla non era ancora del tutto scomparsa.
         Ma si svegliò presto, per via dei brividi. Gli raggrinzivano la pelle a tratti. Leggeri leggeri, arrivavano insieme alla brezzolina della notte e gli passavano sopra con un solletico dolce. Gino aprì gli occhi e il cervello gli si spalancò a una meraviglia mai immaginata prima. Il brillio delle stelle, che erano così tante, grandi e piccole e piccolissime, come una farina strascicata per l'universo.
         Senza le luci della città. Senza foschie e vapori, la notte si muoveva con quello strano battito, ogni stella per conto suo a palpitare lenta o veloce, o talmente lontano da brillare appena.
         A forza di guardarlo Gino non sapeva più dire a che distanza fosse, il cielo, che avrebbe potuto anche pendergli a pochi centimetri dal capo. E se riusciva a non battere gli occhi abbastanza a lungo il luccichio diventava qualcosa di diverso, qualcosa che gli entrava dentro, lo sbriciolava e lo portava su, pezzo a pezzo, una briciolina su ogni luce. Ma poi arrivava la palpebra e rimetteva le cose al loro posto. Le stelle lassù nel cielo e Gino disteso sull'erba. A questo servivano le palpebre, a staccarsi dalle altre cose. Ogni secondo un brandello di pelle fra il mondo e chi lo guarda. Se non ci fossero state, come avrebbe fatto? Avrebbe guardato sempre tutto in continuazione e si sarebbe confuso, non avrebbe più capito nulla.
         Continuò a lungo con queste cretinate, e rimase fermo nella notte per parecchie ore. Poi, però, diventò freddo. La brezzettina si fece sempre più cattiva. Lo mordicchiava qua e là, riusciva a entrargli sotto i vestiti, sotto la pelle, fra i muscoli e giù fino alle ossa. Piccoli denti ghiacci che lo facevano agitare e saltellare da un fianco all'altro. Inutile, non poteva più stare disteso. Si alzò e scoprì che stando in piedi il vento diventava ancora più forte e freddo. Allora tornò a balzi sulla strada e si mise a camminare veloce, per scaldarsi.
         Per un attimo si vide sperduto nel nero della notte, nella campagna vuota e silenziosa, con la luce delle stelle che all'improvviso era diventata misera e riusciva a illuminare sì e no qualche ciottolo sul cammino. E gli venne uno scoramento tale che preferì dimenticarsi di tutto e continuare a camminare, come in un sogno, tutto chiuso dentro di sé, senza pensare o guardare niente.
         Ma, ogni tanto, c'erano dei rumori. Un gufo, e altri uccelli nel profondo dei boschi. E legni che schioppavano qua e là, fruscii brevi. E i rumori gli facevano una paura carogna, che gli piantava lame fra lo stomaco e l'intestino.
         Poi, a un certo punto, cominciò a sentire anche una specie di borbottio lamentoso e basso che non capiva proprio cosa fosse ma che camminava vicino vicino a lui. Dovette fermarsi al bordo della strada e lasciare che il terrore gli strizzasse tutto il coraggio fuori dalla pancia, come un cartone di crema pasticcera.
         Riprese a camminare, con le gambe morbide e sudori freddi sul collo.
         E quel rumore continuò a aumentare.
         Finché fu così forte da essere chiaro cos'era: un ruscello che borbottava fra i sassi.
         Gino ridacchiò e si dette di grullo. Certo, un ruscello! Che altro poteva essere?
         Eppure, anche se ora s'era rassicurato e non c'aveva più nulla nel ventre, dovette fare un'altra sosta sul ciglio della strada.
         E poi ancora dopo qualche metro, con dei dolori che gli contorcevano tutta la cattiveria della natura nella pancia.
         Forse era la trippa che gli aveva fatto male...

(I - continua)

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