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 Il giardino
  di Giorgio Messori
Fotografia di Pino Musi
Tutte le vite che ebbi in altri tempi
in una sola vita

Fernando Pessoa


         I.

         L'altra notte, la prima notte di un ennesimo ritorno, il vento portava le voci delle vicine (erano solo voci di donna). Sono le vicine che non si sentono e non si vedono mai, quelle che abitano col cane che guaisce ogni notte come un bambino. Ed era bello ascoltare nel vento parole di donne che non si conoscono.
         Ho chiamato anche Ljuda perché mi dicesse qualcosa di quel che dicevano. Ma subito il cane ha cominciato a ululare e allora ho deciso di andare subito a letto perché ero sfinito. A letto poi mi sono messo come al solito sul fianco destro e il braccio sotto il cuscino, con la mano sul comodino per aggrapparmi a qualcosa. È un sistema che a volte funzione e a volte no. L'altra notte la tristezza l'ha avuta vinta sulla stanchezza e per addormentarmi ho anche pianto per un po'. Ma senza singhiozzi, per non disturbare Ljuda che si era voltata dall'altra parte.


         Questa è la terza volta che ritorno da un'estate in Italia. Un ritorno strano, questa volta, senza essermi davvero riposato da una primavera burrascosa con tante visite di amici e un lavoro quasi raddoppiato dopo la partenza di Adriana. Perciò prima delle vacanze ero già molto stanco e in Italia ho trovato un'estate capricciosa e turbolenta come la primavera che avevo appena passato. Continui temporali, Ljuda spesso assente, presa dai suoi pensieri, e mio padre di nuovo all'ospedale tanto che salutandolo mi sono chiesto se l'avrei rivisto ancora.
         Tornando qua Ljuda è subito rifiorita perché ha sentito subito l'aria natale, come dice lei. A me invece è calata una tristezza che non riesco a mandar via.

         
Tutto lo strano via s'intitolava un pezzo di Samuel Beckett già memorabile vent'anni fa, la prima volta che l'ho letto. Perché ci sono dei titoli che sono già un'indicazione molto precisa e diventa persino irrilevante il testo che li accompagna. Già il titolo è una poesia riuscita, completa. Tutto il resto, avrebbe detto un altro, è letteratura.
         Allora tutto lo strano via, anche le voci che si sentono di notte, portate dal vento. Che però tanto strane non erano perché le ho udite. Anche il vento c'era. Il difficile è semmai seguire sempre quei binari.


         II.

         Oggi, primo settembre, si festeggia l'indipendenza del paese. Dire oggi sembra già una realtà, qualcosa di concreto. Ma non c'è niente di più astratto che una celebrazione. Perciò vorrei che l'oggi fosse solo un tempo fermo, come l'estate che non ho trovato quest'estate.
         Insomma vorrei che l'autunno in questo caso mi calmasse. Vorrei rivedere mio padre. Non so bene per quale motivo, perché poi con lui non so mai cosa dire. Però adesso che è vecchio e che ha cambiato anche la voce lo trovo più simpatico, anche se faccio ancora fatica a sopportarlo. Ma lui si sta avvicinando alla verità del morire, e questo lo sente. Non parlo tanto della morte, che in sé può essere un'inezia. E' il morire che si porta dietro tante malinconie da far traboccare i cuori, anche il cuore di uno che nella vita non ha mai cercato tante confidenze col mistero.


         Uno dei vantaggi di essere qua, rispetto all'Italia, è che qui il telefono non squilla quasi mai. Allora se nel trascorrere dei giorni si viene fulminati da un ricordo, quel ricordo rimarrà conficcato molto più a lungo, in un presente che altrimenti sarebbe molto più labile se il telefono squillasse di continuo.


         Nel tempo fermo di un'estate, l'estate che non ho avuto, c'è l'estate di un'altra vita quando per la prima volta avevo avuto il permesso di uscire da solo di notte per andare a giocare nel giardino di un amico. Ci facevamo strada con la torcia elettrica e mi piaceva perché l'amico non aveva mai paura di niente, neanche di un rumore sospetto. Una volta che m'era venuto a trovare s'era anche messo cavalcioni sul davanzale della mia finestra, al quinto piano, rimanendoci così a lungo che a me è venuto quasi il vomito. Ma non gli ho detto niente, perché attraverso di lui volevo vincere una paura.
Ho sempre considerato gli amici un appoggio indispensabile per crescere. In ogni nuovo incontro rivivevo la sensazione di aver fatto un passo avanti per vincere la paura, perfino la paura di morire. E questo lo dico per tutti, anche per chi non vedo più da anni né avrei voglia d'incontrare.


         Con un altro amico sono in una vallata della Svizzera centrale, prati verdi che scendono verso un laghetto, boschi e mucche al pascolo e il cielo svanisce nella lentezza dell'estate. Eravamo seduti su un prato a guardare quello spettacolo semplice e perfetto, magari a parlare di Robert Walser (anche gli autori letti, e amati, possono diventare amici molto intimi). E allora non so se fosse per la vicinanza di Walser o per la sera che incombeva, ma a un certo punto tutt'e due ci siamo accorti che i campanacci delle mucche avevano preso il timbro di tamburi lontani, come se oltre il bosco ci fosse un villaggio africano, o un accampamento di pellerossa. Insomma in quella conca solitaria non eravamo già più soli.
         Forse l'amicizia ha qualcosa di così profondamente spirituale perché non riguarda i corpi. Possono essere anche gesti, ma disincarnati. E se mi viene da pensare agli amici e all'amicizia, in questo mio ritorno, è perché quando torno qua non ho praticamente più amici. Gli amici rimangono lontani nello spazio come nel tempo, e spazio e tempo fatalmente si confondono. E se così succede allora anche un amico che non c'è più può rivivere più facilmente. Oppure non dipende tanto dal luogo perché è proprio l'amicizia, come dicevo, che ha una sua natura disincarnata.
         Per intenderci la morte di un amico provoca un dolore immenso che però non è mai lo strazio della vedova, che aprendo l'armadio va ad annusare gli abiti del marito. Se ripenso a Luigi, ad esempio, lo vedo ancora al cancello di casa mia con un dito di barba e la testa un po' sghemba mentre mi aspetta giù in una sera d'inverno, col suo montgomery verde. E' soprattutto un colore, una figura, un po' come lo era anche in vita. Solo che adesso posso solo immaginarmelo.


         Nell'Orfeo ed Euridice di Gluck Orfeo viene perdonato per essersi voltato e così gli viene restituita un'altra volta Euridice. Nel Settecento la musica doveva essere paradisiaca, uscire dal lutto e le miserie della carne. Anche il celestiale Bach quando, al ritorno da un viaggio, scopre la morte della moglie e di un figlio prega Iddio soltanto di non togliergli la gioia. Solo questo, nient'altro, niente da maledire.
         Anche per Rocco il paradiso è musica e ci porteremo dietro solo le cose più belle, non ci sarà spazio per amarezze e risentimenti. Un anticipo lo abbiamo già in alcuni ricordi: Luigi dabbasso con la barba un po' lunga, Elena arriva al banchetto dove vendevo libri, al festival dell'Unità, e indosso avrà ancora quella maglietta arcobaleno e un sorriso splendente.

         I ricordi somigliano sempre ai sogni, e uno dei vantaggi di stare con Ljuda è che lei quasi ogni mattina mi racconta i sogni che ha fatto ed io finisco per confondere quei sogni coi ricordi più vivi che ho di lei, a volte persino con dei ricordi miei che non ricordavo più. E ci sono spesso delle scale, nei sogni come nei ricordi, e allora io salgo per gli scaloni di quel palazzo in centro dove andavo a lezione d'inglese. Ero in compagnia del mio primo amico, l'amico che s'era messo cavalcioni sul davanzale della mia finestra, e insieme andavamo a lezione dalla signora Lasagni, una donna scura di pelle e di capelli che fumava in continuazione. Io e il mio amico eravamo gli unici suoi studenti, e questo per almeno quattro o cinque anni di seguito.
         La mia prima amicizia è nata dunque a scuola, in una scuola dove non potevo nascondermi dietro una fila di teste perché eravamo solo in due, gli unici studenti di quel corso. All'inizio credo fossimo in di più, ma poi gli altri avevano presto rinunciato.
         Per me inoltre la lezione d'inglese è stato il primo contatto con l'Estero. Il primo esotismo sono sempre i colbacchi delle guardie della regina, la torre con l'orologio in copertina al libro di grammatica. E poi dall'Inghilterra arrivavano allora anche i Beatles, che io e il mio amico avevamo già incominciato ad ascoltare come matti. Perciò, quando entravo in quell'androne per salire dalla signora Lasagni, andavo sempre molto più lontano di soli dieci minuti da casa.
         A lezione d'inglese spesso si chiacchierava del più e del meno e su qualche regola ci si stava magari per dei mesi. La lezione durava un'ora e mezzo ed era due volte la settimana. Era stata soprattutto mia madre a insistere che ci andassi, perché con gli altri fratelli aveva tentato con la musica ma non le era andata bene, prima o poi avevano smesso tutti. Io ero il quarto di cinque e arrivati a quel numero era giusto tentare qualcosa di nuovo. Così avrei incominciato a studiare le lingue, prima ancora di farle a scuola.
         Non posso dire di aver esaudito i desideri di mia madre, perché non ho mai imparato a parlare bene nessuna lingua del mondo. Ma grazie a quelle lezioni pomeridiane, dalle cinque alle sei e mezza, ho scoperto il desiderio di andare lontano, ben oltre le case intorno a casa che avevo visitato quand'ero ancora più piccolo e non volevo mangiare a casa mia. Fra l'altro quando uscivo da inglese, specie d'inverno la città era ovviamente già immersa nel buio, e a volte la signora Lasagni ci faceva uscire un po' prima così al ritorno, io e il mio amico, potevamo allungare la strada senza far preoccupare nessuno. E credo non ci sia niente di meglio del buio per rinfrancare un'amicizia.
         Quest'amico abitava in una vecchia casa del centro che un tempo era stata un convento. Quando lo passavo a prendere suonavo da giù e poi andavo ad aspettarlo in giardino, il giardino che mi affascinava tanto nelle notti d'estate e che era una cosa inimmaginabile da fuori. Ricordo che in mezzo c'era un vaso di marmo pieno di fiori, e in fondo la casetta del custode che aveva un figlio mongoloide. D'estate anche il figlio del custode giocava con noi, oppure ci divertiva se lo chiamavamo dalla finestra e lui gettava per aria una manciata di sassolini che cercava di colpire di testa. Qualcuno mi aveva detto che i mongoloidi non possono vivere a lungo, lui aveva già qualche anno in più di noi perciò era già un bambino vecchio. E questo essere vecchio e bambino assieme era già un presagio di eternità, in quanto l'eternità è sempre la ripetizione di qualcosa che finisce per poi ricominciare.
         Ciò che i filosofi intendono per metafisica, da bambini non lo s'impara mai dal prete o alle lezioni di dottrina. Più facile sia la gioia inebriante di farsi cascare addosso una manciata di sassolini. Dev'essere solo un atto, un gesto visto come in sogno.


         Adesso, per la prima volta in vita mia, anch'io ho un giardino. Fin da quando sono arrivato ne ho sentito il desiderio. Specie di notte, perché qui il cielo è molto più nero.
         Nell'infanzia avevo un cortile e oltre il cortile il fiume e la campagna. Questo fino ai cinque anni. Poi ci siamo trasferiti in città e allora c'è stato solo il giardino del mio amico, in un'infanzia finalmente libera grazie alla scoperta dell'amicizia. In seguito, con altri amici, ho riscoperto anche la campagna. I primi viaggi in macchina, fumare cose proibite stretti l'uno all'altro, poi uscire per i campi bui attenti a non inciampare nei fossi, a guardare il cielo che c'era e qualsiasi cielo andava bene, era sempre bello. Anche un cielo senza stelle, grigiastro e piovigginoso.
         E ora, che ho un cielo sempre così bello, vorrei radunare qui i miei amici dei vent'anni, dirgli quant'è bello fare le stesse cose sotto questo cielo. E che se sono qui lo devo anche a voi, e che spesso mi mancate perché nonostante l'amore per Ljuda certe cose si possono sentire solo se non si è nell'aria natale. E io qui sono altrove. Qui c'è un altro spettacolo del mondo.


         III.

         Di sera in giardino adesso fa già fresco. E' settembre, il mese più timido dell'anno. Perché ricomincia un po' tutto e allora ci si vergogna di cercare ancora il languore dell'estate. Così si ricomincia sempre in punta di piedi, per la paura di sbagliare o di un'infelicità che si vorrebbe dimenticare, rimandare.
         Da bambino settembre volava via in un attimo, sospeso fra le vacanze e l'inizio delle scuole. Invece quando ho incominciato a insegnare, al professionale, all'inizio di settembre c'era subito la riunione generale con subito la nausea per tutti quei corpi ammassati nell'aula magna a far finta di essere contenti di rivedersi. Poi cominciava una sfilza di riunioni da desiderare che a scuola tornassero finalmente anche gli studenti. Almeno per vedere un paio di occhi vivi.
         Oggi sono tornato all'università dove ho trovato solo Otabek e Sherzod. Sherzod tutt'estate ha dato lezioni d'italiano alla prima ballerina del teatro Navoy, che lo sta mettendo in contatto anche con la cantante più famosa del paese che presto andrà in tournée in Italia. Era felice perché gli piace stare fra gli artisti, e scherzava sul carattere difficile delle primedonne.
         Otabek invece è stato quasi sempre in ambasciata a fare da interprete a Borìs. Qualche giorno fa ha anche litigato con la primadonna di turno, la moglie dell'ambasciatore, perché si era sentito ingiustamente offeso e le avevo risposto per le rime.
         Poi sono andato a mangiare con loro, con Otabek e Sherzod, e anch'io mi sentivo fresco come un ragazzo a sentire i loro racconti dell'estate, le loro considerazioni sulle donne che si credono importanti. Perciò benedetto sia ancora questo paese, che riesce a salvarmi da malinconie spesso così sorde, ottuse.
         Andare lontano, essere lontani è un piacere che appena immaginavo alle lezioni della signora Lasagni, il mio primo Estero. Ma già lo capivo, dentro di me, che ci poteva essere una risposta all'assurdo mutismo che mi aveva preso fin dalle elementari, col maestro fascista e gradasso che mi aveva soprannominato la mummia, perché non riuscivo a spiaccicare neanche una parola oltre il dovuto. E prima ancora c'era stata la nausea alimentare, quand'ero più piccolo, per un disagio che sentivo insopportabile dentro casa mia.
         Adesso di là, dall'altra parte del mondo, forse mio padre sta morendo. Una frase che mi pesa anche solo da scrivere. Ma non saprei come spiegargli, come spiegarti, papà, che al mondo ci si nasce per tanti compiti diversi. Che io in fondo, a volte, non mi sento figlio di nessuno. O meglio, che tutto quel disagio che ho sentito, fin da bambino, non era qualcosa a cui potevo adattarmi. Tutta la mia vita, fin qua, è stata uno sforzo per vincere quel disagio.
         Per intenderci, non era solo un problema tuo, erano anche i miei colleghi che affollavano l'aula magna, i tuoi amici che incontravo quando ti accompagnavo al bar di Scandiano e tu eri felice di ritrovarti fra loro, perché ti sentivi a casa. Io invece non vedevo l'ora di venirmene via e la mia casa l'ho sempre pensata lontana, dove nessuno potesse vedermi.


         Una delle preoccupazioni più forti che devo aver dato a mio padre è quando, verso i quindici-sedici anni, ho deciso di non andare più in chiesa, a messa. Per lui non credo fosse tanto un problema religioso, ma il fatto di uscire da un ordine così preordinato, stabile, per andare verso qualcosa che non si capiva cosa fosse, verso qualcosa di pericoloso. In un pubblico processo famigliare che non dimenticherò mai in vita mia, ma che qui non vorrei ricordare nei dettagli, mio padre aveva confessato di avermi seguito, la domenica mattina, per avere la conferma che io fingevo di andare dove non andavo.
         Adesso non saprei più dire dove andavo all'ora della messa, più di trent'anni fa. Ma ricordo quell'episodio perché io non me n'ero mai accorto, di essere seguito, e quella volta, in quel processo famigliare, mi ero perfino stupito che mio padre si preoccupasse di me. A posteriori direi che a suo modo era un gesto di affetto, di attenzione, di responsabilità.
         Tirare fuori queste cose adesso potrebbe sembrare ingiusto. Ma adesso non voglio certo accusare nessuno. Vorrei solo capire, figurarmi la scena, pensare a qualcuno che si preoccupa di me, a lui, a mio padre, che mi segue per chissà dove.


         Potrei dirti che sono arrivato fin qua, papà, in questo giardino coi rami adesso troppo pesanti di mele cotogne, i melograni che stanno maturando, e Ljuda che di notte s'è messa in testa di andare a innaffiare i mandorli davanti a casa perché dice che hanno sempre bisogno d'acqua. Te lo dico perché in fondo sei tu che vieni dalla campagna, non la mamma, e allora potrebbe farti piacere un figlio che si sta improvvisando agricoltore.
         Ieri con Ljuda abbiamo anche raccolto il basilico dall'orto e col frullatore abbiamo fatto tanti vasetti di pesto da mettere in freezer (questo è un consiglio della mamma).


         IV.

         Il bello del mio giardino è che, a seconda delle circostanze, ci possono stare amici anche un po' sballati come pure i miei genitori. Cambiano solo i discorsi. Ma il giardino rimane lo stesso.
         A voler abbozzare una prospettiva, potrei dire che questa bella casa messa su da Andrej, il fresco di un giardino in mezzo all'Asia, in una terra che ha tuttora contorni molto più sfumati di altri continenti anche mai visti, forse tutto questo realizza qualcosa che cercavo fin da quando mi rifugiavo al cesso per piangere, perfino quand'era morta mia nonna e non ci sarebbe stato niente di cui vergognarsi. E se non era il cesso c'era sempre il divano rosso incassato nell'armadio, nella stanza che avevo occupato dove prima stava mia nonna e che per tanti anni è stata la mia casa, la mia vera casa oltre la quale c'era l'appartamento dei miei, la camera dove andavo a dormire. Ma anche fuori da quel recinto ricordo una panchina in un piazzale ingombro di macchine, il giardinetto allo scalo ferroviario, l'ultimo banco accanto alla finestra per tutti gli anni del liceo. Laze biosas, vivi nascosto, appartato, senza metterti in mostra, consigliavano i greci; e questa è fra l'altro una delle pochissime cose che ancora ricordo di una lingua studiata cinque anni.


         Ma non si può certo nascondere che siano soprattutto gli amanti a nascondersi. Era una sera d'inverno, in una stanzetta arrampicata su una scala, quando con M. ci siamo saltati addosso mentre il suo fidanzato era giù che aspettava. Oppure gli infiniti pomeriggi con N. senza neanche rispondere al telefono.
         Credo che in un certo periodo della mia vita io potessi affascinare le donne perché vivevo la passione come un sogno, nel senso che poi quei momenti non riuscivo a collegarli alla vita. Con N. è andata avanti così per due anni, e solo perché lei era straordinariamente fedele in quanto già sposata da un pezzo. Le era naturale ripetere quella fugacità come un'abitudine, e per me gli intervalli fra un incontro e l'altro continuavano ad essere la vita, slegata dai sogni.
         Forse questo sdoppiamento mi dava uno sguardo da sognatore incantato e bambinesco. Non so, poteva essere anche una cosa che colpiva, la faccia di un avventuriero bambino che non si sapeva se inseguire o proteggere. Tanto la colpa alla fine era sempre loro, almeno nella mia testa, perché non avevano saputo scegliere fra la vita e il sogno e volevano persino che il sogno si concretizzasse, diventasse realtà.
         Per questo, per svariati anni, io non sono mai uscito con le donne che amavo, ho avuto solo incontri clandestini. Le poche volte che capitava d'andar fuori assieme era ancor più eccitante che rimanere chiusi in una stanza, perché bisognava mantenere acceso un segreto che poteva scaldare solo noi due. Gli altri non dovevano mai accorgersene.
         Adesso invece mi nascondo alla luce del sole. Sono cresciuto, sono diventato finalmente adulto, coi capelli grigi.


         Quasi tutte le mie relazioni d'amore sono iniziate in autunno. M'innamoravo d'autunno perché l'amore era una fantasia notturna e allora le notti dovevano allungarsi, coprirsi di mistero.
         D'estate mi sono innamorato la prima volta, di una che non abitava neanche lontano da dove stavo ma avevo conosciuto in una pensione al mare. Una semplice coincidenza che abitassimo vicini anche in città. Ma quello più che amore era la scoperta della forza che ci spingerebbe nella braccia di un'altra, ma poi non si sa neanche che gesti fare o che parole dire. Però la sua immagine mi tornava a ondate nel cervello e così dopo il mare, quand'era già cominciata la scuola, per alcuni mesi sono andato su e giù per la strada dove sapevo che abitava. Devo averla vista solo un'altra volta, mentre rientrava a casa con un'amica. E l'ho salutata solo da lontano. Si chiamava Giuliana.
         Con le altre non potrei mettere il nome per intero, mi sembrerebbe di ridurle a fantasmi. Con la Giuliana è diverso perché credo non abbia mai sospettato il mio amore, forse appena un'ombra che va via scuotendo la testa. E anche lei adesso, per me, non è più una persona in carne ed ossa. Appena un'immagine sbiadita, giusto un nome. Non credo la riconoscerei per la strada.
         Allora potrebbe aver ragione Ljuda a non volere che pubblichi il diario dove racconto i nostri primi incontri. Io cerco di spiegarle che con lei è diverso, che fra l'altro si può nominare solo la donna che ami, con cui vuoi dividere la vita. Con le altre sarebbe ingiusto. E le dico inoltre che in quel diario lei diventa un tu indispensabile a definire un io, cosa che con le altre non mi era mai successo, e questa è una cosa che credo somigli all'amore. Nell'amore la lei scompare sempre per diventare un tu, e un tu non può mai diventare una sigla, una lettera puntata.
         La relazione con Ljuda è nata a inizio estate, cosa che mi era capitata solo con la Giuliana o l'ultima volta prima di qua, quando m'ero messo con S. alla fine di giugno e mi ero così convinto che fosse lei, la donna della mia vita, da finire l'estate dopo all'ospedale con la vita che mi sembrava spezzata, già finita. Perché già con S. c'era il desiderio di uscire dalla tana degli amanti.


         V.

         Mi piace mettermi a leggere sdraiato sul divano. E mi piace quando Ljuda s'intrufola fra me e il libro per farsi abbracciare. Anche perché non riesco più, da tempo, a immergermi completamente in una lettura, specie se il libro mi piace molto. Perché se un libro mi prende c'è un'intensità che poi non riesco a reggere a lungo, ho bisogno di scioglierla in un abbraccio, nello sguardo di una persona viva, presente. Ed è un po' questa, la vita che faccio. O almeno la vita che faccio quando sono giù con Ljuda.
         Perché se poi salgo di sopra, nella mansarda che prima non esisteva, allora nel grande studio creato da Andrej entro in un vuoto che neanche i libri degli scaffali possono riempire. Accendo il computer, una sigaretta, a volte un Cd di musica classica, e già è scomparso il viottolo con la gente che cammina e le ore che passano. Solo tetti, le cime degli alberi, il colore del cielo.


         Lo studio col divano rosso incassato nell'armadio, in quella che prima era la camera della nonna ed è poi diventata "casa mia", per tanti anni. Si affacciava sul traffico di Porta san Pietro, ma con la finestra chiusa le macchine quasi non si sentivano, erano solo il colore di una città che vista da lassù mi faceva immaginare altre città, in quell'esaltazione tipica di chi s'immagina una vita che non debba più seguire un destino scontato, deciso da altri. Verso i sedici anni avevo anche scritto la mia prima poesia che s'intitolava Dalla finestra, guardando fuori e immaginandomi Rimbaud, Allen Ginsberg. Ovviamente una cosa brutta, ingenua e pretenziosa, ma il piacere di nominare qualcosa che vedevo, che vedo, non mi ha mai abbandonato. Catturare con le parole labili apparenze, momenti da nulla che altrimenti mi precipiterebbero ancora in quel mutismo che mi ha già rubato l'infanzia.
         Allora adesso sono qui che sta scendendo la sera. Nel buio spiccano i tubi argentati delle condutture che entrano nel grande caseggiato sulla Nova Moskovskaja. Dove prima volavano i colombi si accendono le stelle. Giù dabbasso Ljuda canta al pianoforte.
         A questo mio idillio così ben pianificato, la casa, le stelle, il giardino e Ljuda al pianoforte, a tutto questo chiedo una presenza che di sera spesso vacilla. E allora scendo a sdraiarmi sul divano, ad aspettare un abbraccio di Ljuda; oppure esco per una passeggiata intorno a casa.
         Il tragitto che faccio è più o meno sempre lo stesso: lo stradone delle querce fino in fondo, dove ci sono i cartelloni di propaganda con vecchi e bambini felici, poi giù verso il canale e più in là l'impianto sportivo della Dinamo, dove una volta ero andato a giocare a calcio con quelli dell'ambasciata. Quella volta c'era anche un gruppo di uomini, ancora giovani, che si allenavano a correre e tirare calci alla palla con una gamba sola, sorretti dalle stampelle. A giudicare dall'età probabile fossero mutilati dell'ultima guerra sovietica, quella di cui non bisognava neanche parlarne, appena prima che si sfasciasse tutto. Poi non li ho mai più rivisti. Ma mi ricordo ancora la loro forza, quei corpi lunghi e agili, asciutti, che si lanciavano in corsa facendo leva sulle stampelle.


         Nelle mie passeggiate serali spesso viene anche Ljuda. Le piace soprattutto inoltrarsi fra le case che costeggiano il canale. Mi dice che quella per lei è proprio la vecchia Tashkent, quella che ricorda da bambina quando c'era sempre tanto verde e mille angoli in cui nascondersi. E in effetti questi vecchi quartieri, in mezzo agli alberi, hanno anche per me qualcosa di fiabesco, perché entro in un mondo quasi senza colori e senza plastica, dove tutto riposa in un'ombra d'altri tempi.
         Rispetto alle macchine di Porta san Pietro e ai miei sogni di ragazzo, alle mie fantasie metropolitane, adesso ho rovesciato il binocolo e m'incantano invece le cose più piccole e sbiadite dalla lontananza, da una dimenticanza. E se scende la sera qui scende anche il buio, ma nessuno che acceleri il passo se ci s'incrocia per la strada; semmai sono sempre io che m'irrigidisco un po'. Ma se passeggio con Ljuda mi calmo subito perché vedo la sua tranquillità e felicità di respirare l'aria natale, di ritrovarsi bambina in mezzo agli alberi che disegnano ombre profonde, dove non ti può vedere nessuno e così puoi essere tu l'ultima che picchia sull'albero, e liberare tutti.


         Coi giochi da cortile ho smesso presto. Venendo in città scendevo ancora qualche volta in strada, arruolato nella banda di quelli che combattevano contro quelli delle case bianche, le case popolari da cui eravamo divisi solo da una stradina. Ma una volta uno dei nostri è stato centrato in testa da un sasso, perdeva parecchio sangue e in ospedale l'hanno tutto rasato e fasciato. Da allora niente più strada, le mamme coalizzate ce lo avevano proibito.
         Il primo ricordo della città, appena traslocato che dovevo ancora compiere cinque anni, sono state le sirene di ambulanze e polizia, quel giorno che hanno sparato contro i manifestanti uccidendone alcuni. Mia madre aveva tappato anche tutte le finestre e vietato di riaprirle e affacciarsi. Perciò non ho visto niente, solo il sibilo insistito delle sirene. Quel che era successo l'ho poi imparato molto più tardi, da una canzone politica che ancora adesso è popolare.
         Insomma il mio ingresso in una nuova vita, la vita in città, si collega alla penombra di un appartamento nuovo, la nausea che dà la pittura ancora fresca e quelle sirene che non smettevano mai di fischiare.
         Anche i ricordi iniziali della prima volta che sono stato effettivamente all'estero, a Parigi, sono le sirene di ambulanze e polizia sentite già al buffet della Gare de Lyon, e poi l'odore acre della metropolitana. Ma le sirene in quel caso erano accoglienti, non avevano il suono allarmante di quelle che già conoscevo, erano anzi la musica ipnotica della città, una cantilena che mi cullava e mi annunciava che ero effettivamente arrivato a Parigi. Perché quel suono non l'avevo mai sentito da casa mia ma lo conoscevo da tanti film che avevo già visto. Perciò anch'io stavo entrando finalmente in un film, questa volta non più uno schermo piatto o solo immaginato, ma un mondo in cui dentro c'ero appunto anch'io, spettatore-attore di una storia che avrei potuto raccontare, ricordare.
         Per alcuni anni, e in parte anche adesso, pure il cinema, oltre l'amicizia, è stato un antidoto contro la paura. Ma da bambino ancora non ne conoscevo la forza, il suo potere incantatorio. E allora mi rifugiavo nel silenzio, nel corridoio che si affacciava solo su altre stanze, neanche una finestra che mi collegasse al mondo di fuori.

Fotografia di Pino Musi


         VI.

         Tutto lo strano via. Se ripenso ai cinque anni delle elementari, alla mia nuova vita in città, non credo di esagerare se dico che in effetti, a posteriori, mi riconosco molto nell'esistenza così minima, larvale, di alcuni personaggi di Beckett. Via tutto, tutto. Tutto era un disturbo. C'ero solo io, dentro di me, e questo io era un lumicino così fioco che poteva avere un'intimità solo con le ginocchia, i piedi che si scaldano nel letto, i gorgoglii dello stomaco. Tutto il resto estraneo.
         Il maestro che ho avuto, per cinque anni, era un ometto piccolo e atletico che ci picchiava spesso e volentieri. Le sue armi preferite erano la spazzola per cancellare la lavagna, da lanciare, e un portamonete gonfio di spiccioli che metteva nell'incavo della mano per picchiarci meglio in testa, quando faceva le ispezioni fra i banchi. Perciò meglio non sgarrare. Neanche con lo sguardo, perché anche se avevi fatto tutto il tuo dovere potevi ugualmente incontrarti col suo malumore. A volte anche il minimo gesto era interpretato come un accenno di sfida, non c'erano solo gli scarabocchi sul quaderno o i compiti non fatti, il pennino che si apriva a forchetta e non l'avevi ancora sostituito.
         Così l'unica tattica immaginabile è stata una resistenza passiva e diligente. Fare il proprio dovere e stare il più fermo possibile. Da qui il soprannome di mummia, che mi sono portato avanti per cinque anni. Ma almeno ho evitato molte botte e punizioni. Semplicemente facendo il morto, come davanti a una bestia feroce.
         E' chiaro poi che, a quell'età, se fingi di essere qualcosa finisci anche per diventarlo. E allora non so bene quanto poi ho impiegato per scrollarmi di dosso le mie bende da morto. Una prima scrollata è stata senz'altro la rude affabilità della signora Lasagni e le sue lezioni d'inglese, iniziate quando avevo otto anni. E con queste lezioni la vicinanza di un altro, l'unico compagno di corso, con cui intrecciare un'amicizia. Perché per gli altri compagni di scuola non doveva essere molto interessante avere per amico una mummia.
         Certo quest'esistenza larvale non può essersi esaurita del tutto con la fine delle elementari. Ma dopo di allora ho almeno cominciato a coltivare dei ricordi e dei pensieri, sono uscito da una vita irrimediabilmente cancellata, mummificata. Ho iniziato anche a leggere qualcosa per conto mio, a vedere perfino qualche film di Bergman e Bunuel alla televisione. Ed è stato come scoprire la bellezza della verità, che non era così necessario fingersi morti per sopravvivere.


         In un suo libro di ricordi Ingmar Bergman racconta che il periodo forse più felice, creativo, della sua vita, è stato negli anni Cinquanta quando d'inverno, nei freddi e bui inverni svedesi, dirigeva il teatro di Malmö, e d'estate invece girava i suoi film lavorando praticamente sempre, perché si sa che d'estate al nord le giornate non finiscono mai e si può stare sempre fuori, all'aperto. Spesso lavorava con gli stessi attori, ma il tempo era ugualmente ripartito in modo molto rigido: l'inverno era il grembo materno del teatro, la notte, la casa; l'estate il cinema e il sole, l'aperto.
         Se infatti ripenso ai film di Bergman di quel periodo, quelli che avevo visto la prima volta che ero poco più che un bambino, mi accorgo che sono tutti molto luminosi, e che anche l'angoscia o un incubo diventavano solari, apparizioni visibili nello splendore del mondo. Mi viene ad esempio in mente la lunga giornata di viaggio e i sogni del vecchio professore nel Posto delle fragole; e anche quando il Cavaliere gioca a scacchi con la Morte, nel Settimo sigillo, c'è sempre un bagliore che illumina l'orizzonte.
         Ecco, l'effetto che hanno prodotto su di me alcuni film, come quei vecchi film di Bergman degli anni Cinquanta, è stato proprio di farmi uscire dal teatro buio dei miei malesseri, di stanze e corridoi senza finestre, per iniziarmi invece al desiderio dell'aperto. E allora ci poteva essere l'estate anche d'inverno, se mi sentivo libero di girovagare quando venivo via da inglese e imboccavo una strada che ancora non conoscevo, oppure curiosavo dentro un palazzo semplicemente perché trovavo il portone aperto. Così un po' alla volta la vita ha cominciato a popolarsi di figure, spazi, angoli di città e castelli in aria. Perché vedere e immaginare vanno sempre a braccetto, e la paura che potevo ancora sentire, quando di notte giravo per il giardino del mio amico, era già un'uscita salutare dal buio protettivo del mio fingermi morto. Perché anche la paura può essere pura felicità, un'emozione da far brillare gli occhi.


         Qui mi sono portato, dall'Italia, le cassette di alcuni film che amo molto. A volte me li vedo con Ljuda o qualche amico che mi è venuto a trovare. E guardare questi film con qualcuno, nell'intimità della casa, è per me come respirare l'aria natale. Mi commuovono ancora le stesse scene, altre me le ero scordate e le trovo bellissime. I libri non fanno lo stesso effetto perché si leggono in solitudine, per questo non riesco a reggere troppo a lungo l'intensità di un libro. Coi film invece è diverso perché basta ci siano altri occhi, in quel momento, a fissare quelle stesse immagini.
         Quando l'altra sera ho rivisto con Piera e Massimo I compari di Altman, mi è venuto in mente che quello era stato anche il primo film che avevo noleggiato dopo aver comprato il primo videoregistratore, ormai diversi anni fa. Quella volta lo volevo guardare insieme a N., un po' perché non lo vedevo da tempo e poi perché in quel film ci sono momenti tali d'impaccio e tenerezza da lasciare senza parole, ed io volevo rivedermeli da solo con una donna. Rivedere ad esempio la scena di Julie Christie che prende sul suo grembo il testone di Warren Beatty, dopo una sua sconclusionata dichiarazione d'amore, e gli accarezza i capelli come si farebbe a un bambino impaurito.
         L'altra sera ero solo felice che Piera e Massimo non l'avessero mai visto. E quando poi siamo andati in giardino a fumare, a guardare le stelle, anche il cielo e l'aria della notte si erano addolcite di una fraternità che ci ha mandato a letto più contenti.


         VII.

         Se però tutto lo strano deve andare via, allora dovrei ricordare con più esattezza che anche alle scuole medie me ne stavo di solito muto come un pesce, in classe, ma non provavo neppure sentimenti d'invidia per quelli che erano già qualcuno, per quelli che gli altri ammiravano per la loro sicurezza e disinvoltura. Semplicemente ero così, una nullità che non avrebbe voluto essere nient'altro.
         Però in quel periodo ho avuto anche un momento di grande popolarità, un momento inatteso e certo non voluto. E' stato quando sono caduto dalle scale spinto dal vicepreside, che era arrabbiato perché c'era una gran ressa e non entravamo in ordine come lui voleva. Io ero in prima fila, pronto a entrare in classe, e sono stato colpito da una manata del vicepreside che mi ha fatto cadere giù dalle scale. Così in un attimo mi sono trovato ad essere qualcuno, la vittima della prepotenza di quel vicepreside. Per alcuni addirittura un eroe della scuola, tanto che i più intraprendenti avevano pensato di organizzare persino uno sciopero e invitare tutti a non entrare in classe.
         Io non avrei voluto trovarmi in quella situazione, cercavo solo di rassicurare gli altri che non mi ero fatto niente. Non mi sono neanche pronunciato sull'opportunità o meno di quella protesta, perché ero convinto che non mi riguardasse. Ovviamente avrei preferito mi dimenticassero, ed era anche strano perché quando veniva citato il mio nome come esempio della prepotenza del vicepreside, perfino il mio nome non mi sembrava più mio.
         Fortunatamente l'eco di quell'incidente durò solo un paio di giorni, poi tutto rientrò nella norma e io sono tornato anonimo, come desideravo essere. La scuola era un dovere, non certo una ribalta in cui mettersi in mostra. Ed ero perfino geloso dell'ombra che mi proteggeva dalla luce che altri invece cercavano.


         Nella mia classe, alle medie, ce n'era soprattutto uno che era ammirato più degli altri. Aveva già successo con le femmine perché era bello, agile, muscoloso, con una bella capigliatura riccia e due occhi che ti rimanevano impressi per la loro profondità e vivacità. In assoluto non era il più bravo e il più studioso, però senz'altro il migliore in educazione fisica ed educazione artistica. Giocava benissimo a tennis e sapeva disegnare meglio di tutti, tanto che il professore di educazione artistica gli faceva sempre controllare e correggere i lavori dei compagni. Insomma puntava su di lui, lo aveva scelto anche come assistente per un doposcuola che faceva agli adulti. E naturalmente anche il professore di educazione fisica lo portava ad esempio, orgoglioso di avere tra i suoi allievi una promessa del tennis.
         E poi era abbastanza strafottente, con quelle intemperanze che affascinavano le ragazzine della scuola. Se lo richiamavano rispondeva a tono ai professori, non arrossiva mai. Perfino se veniva invitato a uscire, per punizione, percorreva tutta l'aula con studiata lentezza, girandosi a scambiare un'occhiata o una frase coi compagni che incontrava sulla strada.
         Per alcuni lui era un modello, per me no. Piuttosto una bestia rara troppo lontana dal mio mondo, in quanto era uno già dentro alla vita, mentre per me la vita era un mistero che non volevo nemmeno affrontare.
         Difficile ricordare com'ero allora. Certo facevo dei gesti, parlavo e camminavo, ma la testa era solo un peso sulle spalle, e i pensieri delle preoccupazioni. Preoccupazioni per un compito a scuola, per una sgridata di mio padre. I pensieri erano qualcosa da prevenire, non servivano certo a organizzare un'idea, inseguire un sogno da realizzare. Anche perché sogni non ne avevo, e la vergogna, che certo provavo, era qualcosa da nascondere con cura. Una cosa indicibile, perfino impensabile.
         Come ho già ricordato, fra le cose più intime che avevo c'erano i brontolii dello stomaco. Mi tenevano compagnia, erano la prova di una mia esistenza interiore, qualcosa che non fosse immediatamente percepibile e intenzionale come un gesto della mano, un passo del piede o una parola che esce di bocca.
         Ma anche per i brontolii c'erano momenti più o meno adatti. L'ideale era quando ero a letto, da solo. A scuola invece mi avrebbero messo in imbarazzo, temendo che qualcun altro potesse udirli. Per questo fin dalle elementari mangiavo pochissimo la mattina, solo due o tre biscotti col caffelatte per tenere a bada i succhi gastrici. E anche a scuola nemmeno una merenda perché volevo sentirmi leggero ed evitare i turbamenti digestivi. Mi rifacevo a pranzo, perché tanto la digestione l'avrei fatta nella stanzetta dove andavo a fare i compiti e dove non c'era più nessuno.


         Insomma posso dire che allora, quando avevo più o meno dodicianni, la vita era l'ultima cosa che m'interessava. Eppure si dice sempre che a quell'età tutti vogliono diventare astronauti, medici, pompieri, oppure un campione di tennis come il mio compagno di classe ammirato da tutti. A me però non è mai successo. In fondo un futuro e la carriera non li ho mai cercati fino adesso che sono arrivato fin qua, in Uzbekistan, solo perché altri due si erano rifiutati di venirci.
         Laze biosas: sempre ricordare quel consiglio. E anche affidarsi al caso, che quasi sempre sceglie meglio di noi. Perché se c'è una cosa che ho imparato, con l'età, è che forse è meglio non avere mai uno scopo preciso nella vita, tantomeno desiderare un lavoro, una professione di prestigio.


         Quando vent'anni dopo ho rivisto per caso, in un bar, il mio compagno tennista, e pittore di talento, mi ha fatto quasi pena. Aveva perso il sorriso smagliante di allora per prendere invece quell'espressione beffarda di chi sta sempre al bar. Era diventato un perdigiorno, uno che poteva essermi anche simpatico se solo non lo avessi conosciuto prima.
         C'è sempre qualcosa di sgradevole e osceno negli adolescenti che diventano adulti. Ancor di più se sono stati adolescenti di successo, ragazzi invidiati dagli altri ragazzi. Perciò credo che a una certa età non convenga esporsi troppo, essere troppo loquaci e intraprendenti.
         Infatti, quando andavo alle medie, cercavo la compagnia di ragazzi silenziosi e opachi. Il mio compagno di banco era di quel tipo. Non c'eravamo neanche scelti, eravamo capitati assieme per caso, per esclusione, perché tutti gli altri avevano invece delle preferenze. Così ci eravamo messi a sedere nei due banchi rimasti liberi, e certo non potevamo sbagliarci perché non poteva che essere così.
         Allora forse non è un caso se con lui non ci siamo mai più rivisti, mai capitato d'incontrarlo in un bar o per la strada. Perlomeno io non l'ho mai riconosciuto in nessuna faccia incontrata per caso, forse perché anche lui da ragazzo non aveva nessuna faccia precisa, un po' come mi sembra fosse anche la mia quando rivedo le foto di quegli anni. Perché la faccia uno se la fa col tempo, e a una certa età è meglio non averla.
         Ci sono tempi di una vita che sono per forza tempi morti, inutile forzarli verso una direzione. Quando andavo a scuola, alle elementari e poi le medie, le mie giornate erano incredibilmente vuote. E un vuoto così non l'ho mai più conosciuto. Dopo sono arrivate le amicizie, gli amori, i viaggi per il mondo, il lavoro. Tutte cose possibili perché risuonavano in quel vuoto che non ho più dimenticato. Se invece mi fossi voluto dar da fare, fin d'allora, avrei sempre dovuto considerare se quella che facevo era una scelta giusta. Mi sarei posto il problema di scegliere. Come se nella vita fosse giusto fare delle scelte.
         Seguendo quella logica sarei potuto diventare anche un martire, o un rivoluzionario infelice. Bastava seguire la manata del vicepreside che mi aveva sbattuto giù dalle scale. Invece mi sono rialzato, prontamente, dicendo a tutti che stavo benissimo, e che non ero neanch'io quello che era ruzzolato giù dalle scale. Era un altro, un nome, un cognome, magari anche un corpo. Ma non ero io.
         Quello era stato solo un incidente. Perché se è vero che i film aiutano a vivere, però la vita non è mai un vero film, e allora i momenti culminanti hanno spesso poca importanza. Certo dire che si è caduti giù da una scala è senz'altro più interessante che non dire che la domenica andavo sempre dai nonni in campagna, e che in campagna quando viene buio sembra che il giorno muoia definitivamente, non come in città che il giorno si addormenta soltanto, all'ora in cui chiudono i negozi. E poi in campagna le case sono proprio delle case, un involucro con una luce dentro, come le casupole del presepe. Perché intorno c'è un buio fitto, del tutto simile al buio che avvolgeva anche la mia infanzia e ancor più la prima adolescenza, quando volevo che la notte non finisse mai. Perché da ragazzo la notte non mi faceva certo paura, che anzi la desideravo per immaginarmi una casa illuminata, un riparo nel buio. Ed è a quel lumicino che ripenso ancora, quando ripenso a com'ero allora.


         VIII.

         I primi tempi ch'ero qua mi sembrava che non ci fossero posti dove andare a camminare. Solo stradoni lunghi lunghi o i labirinti delle mahallà, spazi che oscillavano tra la monotonia dell'autostrada e l'inaccessibilità della casba. Poi ci sono state le passeggiate intorno a casa e soprattutto la scoperta del lungofiume, cioè un largo canale che attraversa la città e che si vede sbucare ogni tanto ma rimane per lo più nascosto dietro la grande Piazza dell'Indipendenza, la Casa del Presidente, lo stadio di calcio. E passeggiando per il lungofiume la scenografia pomposa da capitale rivela tutto il suo volto di cartapesta, i segni di uno sgretolamento che forse è meglio non mostrare troppo.
         Ma non c'è solo la rivelazione di questa messinscena a rendere affascinante la passeggiata. Perché una volta superate le piazze e i palazzi, o il meglio il loro retro, la loro faccia nascosta, il sentiero lungo il fiume s'inoltra in un abbandono ancor più desolante, fra erbacce, selciati divelti e lastroni sconnessi, e dopo una chiusa appare invece un incantevole ristorante con una terrazza che si affaccia direttamente sull'acqua.
         Quello è il mio angolo di Svizzera, ma una Svizzera sfinita, polverosa. Perché il posto mi ricorda tanti altri posti frequentati sull'Aare, il Limmat, il Reno, il Rodano: lampioncini e tavolini, le cameriere che svuotano continuamente i posacenere. Solo che qui anche l'idillio e il comfort non riescono a togliersi di dosso una crosta polverosa che si posa dappertutto. E in faccia alla terrazza, sull'altra sponda del fiume, l'idillio s'infrange pure nel profilo di una fabbrica cadente, dove mi han detto che un tempo facevano la birra.
         Insomma non è mai chiaro, stando qua, se sei nelle rovine di un passato o di un futuro. Di certo in un luogo dove non è difficile immaginarli entrambi, perché futuro e passato si sovrappongono continuamente.


         Anche quand'ero a Zurigo mi piaceva passeggiare su un sentiero lungo il Limmat, e una volta superati gli orti e le casette arrivavo in una zona di fabbriche in disuso e vecchi casermoni popolari. Andavo lì per uscire dall'idillio soffocante di villette troppo linde e giardinetti ben curati. Eppure anche quell'area quasi abbandonata manteneva un suo ordine, una sua geometria rigorosa. A suo modo era un quadro già fatto.
         Qui le cose difficilmente riescono a entrare in una cornice. Giusto nelle prospettive degli stradoni a perdita d'occhio s'intravede un disegno, sennò altrove gli spazi si aggrovigliano senza mai riuscire a fissarne i limiti, i contorni. L'immagine che mi viene è quella del sottobosco, il sottobosco di una civiltà che galleggia nella deriva di qualcosa che è stato e l'annuncio di qualcosa che non si sa cosa sarà. Ed è in questa sospensione che la città rivela la sua anima, la sua tragica naturalezza.
         Questo non toglie che a sedersi sulla terrazza del lungofiume si stia molto bene. Ci siamo stati anche domenica scorsa, a mangiare gli shashlyk georgiani e salutare Vincenzo e Barbara che stanno lasciando questo paese. C'era anche la loro bambinetta di pochi mesi, Aurora, e Paolo con cui poi sono rimasto a bere delle birre dopo che gli altri se n'erano andati.
         Da quando sono qua vivo un'alternanza continua di arrivi e partenze. Paolo arrivato da poco, Vincenzo e Barbara in partenza e che all'inizio erano la mia famiglia di riferimento perché spesso m'invitavano a pranzo la domenica e prima facevamo sempre un giro a Tezykovka, il mercato delle pulci ch'era dietro casa loro. Vincenzo andava a caccia di valvole per il suo stereo, s'incantava a maneggiare vecchie cineprese e binocoli sovietici. Per me la calca di quel mercato dove c'era di tutto, dalle galline ai computer, era come il bazar di Blade runner. Non mi avrebbero stupito pezzi di ricambio per androidi. Perché in questa città, e non solo ai mercati, è quasi impossibile distinguere i segni del progresso da quelli di un imminente sfacelo. Un po' come nei film di fantascienza più cupi e verosimili, ma senza nessuna spettacolarità all'americana. Perché qui le cose avvengono sempre in sordina, tutto si smorza nella polvere, in un cielo spesso immobile, senza nuvole.


         IX.

         Arrivare, partire. La loro ultima settimana uzbeka Vincenzo e Barbara l'hanno passata a casa mia, perché nel frattempo avevano già spedito le loro cose in Croazia, dove presto andranno a stare. Allora ci sono state diverse cene, incontri di saluto e tanti brindisi e lacrime di tristezza e commozione.
         L'ultima sera Vincenzo raccontava che quand'era appena arrivato era stato al ricevimento di commiato del collega che avrebbe sostituito. Gli sembrava ieri, invece erano già passati cinque anni ma si ricordava ancora il suo stupore nel vedere che quasi tutti piangevano, neanche fosse un funerale. Piangevano soprattutto quelli di qua, perché per loro salutare uno che parte vuol dire in genere non rivederlo più, e la loro vita è fin troppo segnata dalle partenze senza ritorno. Per molti di loro gli amici, i vicini di casa o i parenti che se ne sono andati sono più di quelli rimasti.
         Perciò qui la gente di solito se ne va senza tante cerimonie, semplicemente da un giorno all'altro sparisce. Una cosa che è capitata spesso anche a Ljuda. Con Roxana, ad esempio, l'amica dell'adolescenza ormai da anni a Kazan, in Russia. E poi Ira, Lena, che ho conosciuto anch'io e che ora sono a Mosca. Tutte partenze che Ljuda ha saputo quando erano già successe, neppure una telefonata per dire vado via. Forse per evitare troppe commozioni.
         Comunque queste partenze devono aver lasciato il segno perché Ljuda mi fa ripetere spesso la promessa di non lasciarla mai. E a volte le viene anche in mente che vorrebbe cercare suo padre. Le han detto che abita dalle parti di Orenburg, dove c'è una zia che fra l'altro potrebbe aiutarla. Ma sua madre, la mamma di Ljuda, le consiglia sempre di lasciar perdere, di lasciare le cose così come sono perché non si può forzare troppo il destino, e di lui non c'è mai da fidarsi.


         Ricordo quando sono partiti gli armeni da cui abbiamo preso la casa. Destinazione Kaliningrad, l'antica Konigsberg della Prussia orientale, ora nord della Russia.
         Ci avevano dato appuntamento per le chiavi, e quando siamo arrivati quasi tutti si davano ancora da fare per mettere sul camion le ultime cassette e scatoloni. Solo i nonni se ne stavano in disparte, l'uno accanto all'altra, a spiegarci che quella casa gli aveva portato fortuna e ci raccomandavano di averne cura, soprattutto il giardino perché gli alberi li avevano piantati loro e visti crescere come figli.
         Alla partenza però neanche loro, neanche i nonni si sono voltati neppure per sbaglio. Ormai l'albicocco, il ciliegio, i melograni erano già entrati nei sogni che adesso m'immagino frequenti, in riva al Baltico. E questo cielo così celeste quante volte squarcerà i nuvoloni del nord?
         Allora mi rendo conto che stare a cercare col lanternino le mie nostalgie di bambino, di quando abbiamo traslocato in città, potrebbe essere solo un gioco della memoria. Per molti questo gioco è così vero d'aver paura a confessarlo persino con gli occhi.
         Il nonno degli armeni era d'origine greca, capitato da bambino in Armenia da cui poi s'era voluto trasferire in Uzbekistan all'inizio degli anni Sessanta. Perché allora si veniva qui per dare un futuro ai figli, il governo fra l'altro favoriva queste migrazioni interne. Poi la storia come al solito è capricciosa, così suo figlio s'è mosso da qua per dare a sua volta un futuro ai suoi figli. E così via. Chissà fino a quando.
         Rimane però sempre qualcosa a parlare di chi se n'è andato. Stappare il vino che ci hanno lasciato Vincenzo e Barbara, raccogliere le albicocche degli armeni. E quando ce ne andremo via anche noi, i cachi piantati in primavera dovrebbero già dare i primi frutti.


         A voler comunque tornare al mio primo trasloco, quando dal paese in cui son nato ci siamo trasferiti in città, ricordo che l'inizio della vita cittadina ha coinciso anche col tentativo di mio padre d'intraprendere un'attività da imprenditore. Il lavoro che andava a fare gli lasciava più tempo libero, e nei paraggi del paese che avevamo appena lasciato, a pochi chilometri dalla città, era iniziato un vero e proprio boom d'industrie ceramiche, grazie all'argilla che si poteva trovare dappertutto. Così anche mio padre, coi suoi risparmi, era diventato socio di una ceramica.
         Gli affari non sono andati benissimo. Nel giro di qualche anno mio padre s'è tirato via dalla società, che adesso non ricordo neppure come si chiamava. Mi ricordo invece molto bene quella volta che mio padre è tornato a casa con un crocefisso in ceramica, fatto dalla "sua" fabbrica, e questo crocefisso è stato appeso in casa come il segno visibile di una nuova epoca. Era finalmente qualcosa di concreto che rispetto a tanti desideri, preoccupazioni, aveva il vantaggio di essere appunto una cosa, qualcosa di tangibile che aiutava a sopportare meglio i pensieri per un'avventura ancora incerta. Era come il primo mattone di una casa, la consacrazione di un inizio che è poi finito quasi subito.


         Un'altra volta, anni dopo, mio padre aveva portato il quadro di un ruscello che scorreva fra le montagne. Sono sempre state molto poche le cose che mio padre prendeva per la casa, perché la casa era della mamma, come avviene nella maggior parte delle famiglie del mondo. Se perciò mio padre portava in casa qualcosa era un segnale che andava interpretato, perché lui in famiglia borbottava sempre e non si capiva mai cosa volesse.
         Dunque il ruscello di montagna. Per farci capire che il quadro era bello ci aveva detto di spostarci da destra a sinistra, e da qualunque parte la si guardasse l'acqua ti veniva sempre addosso. Che dev'esser stato quello che gli aveva detto il venditore, perché i venditori da mercato t'ipnotizzano sempre con lo stesso trucco. Il mistero dell'arte è la sua ubiquità, non è come per una fotografia che bisogna guardarla di fronte. Anche la Gioconda, come si sa, dovunque ti sposti ti sorride sempre.
         Comunque quello dev'essere l'unico quadro che mio padre ha comprato in vita sua. L'aveva preso perché con quel ruscello voleva dirci che lui cominciava ad avere una certa età, i figli erano già abbastanza grandi e allora basta con le vacanze al mare, che lo facevano innervosire sempre. La montagna era molto più bella, più riposante, fresca.
         Così, andando in pensione, mio padre ha comprato una cassetta in un paese del trentino. E quest'estate, all'ospedale, una delle tristezze più grandi era che dopo tanti anni non era potuto andare in montagna, e pensare a quella casa vuota lo faceva precipitare in una malinconia indicibile.


         X.

         Le vacanze che i miei genitori hanno cominciato a fare in montagna hanno coinciso con il mio primo viaggio senza di loro. Sono andato con due amici a Parigi, e da lì in Spagna.
         A dir la verità la prima meta non è stata proprio Parigi ma St. Malo, in Bretagna, una meta decisa all'ultimo momento in treno perché non volevamo scendere immediatamente a Parigi. Avevamo un biglietto per viaggiare un mese intero per tutta Europa, perciò sulla carta geografica accanto al cesso, in treno, avevamo deciso di andare subito a St. Malo perché non volevamo sprecare subito Parigi, che doveva essere il culmine del nostro viaggio. Per questo la Parigi della prima volta è stata quella delle sirene di ambulanze e polizia alla Gare de Lyon, l'odore acre della metropolitana per raggiungere la Gare du Nord. E ancora adesso queste rimangono fra le sensazioni più vive che ho assorbito in quella città, poi visitata diverse altre volte.
         In fondo anche la vera St. Malo, la prima tappa del nostro viaggio, è rimasta ancora quel luogo geografico scelto sulla cartina appesa in treno. La St. Malo che abbiamo raggiunto non era propriamente una città sul mare, piuttosto il prato davanti alla stazione ferroviaria dove abbiamo dormito col sacco a pelo perché all'ostello non c'era più posto. E i ricordi di St. Malo si bloccano a quella notte, perché il giorno dopo abbiamo ripreso la strada per Parigi confinando St. Malo a quel prato buio. La St. Malo reale, col porto, il mare, la fortezza, credo somigli ancora adesso molto di più a quella immaginata che non all'imprevisto di una notte.


         A luglio, prima di tornare in Italia, sono stato diversi giorni in ambasciata a sbrigare le pratiche degli studenti che dovevano andare in borsa di studio a Siena o Perugia. E mi piaceva spiarli, nell'imminenza di un viaggio così desiderato. Ricordo ad esempio Zaynab, che ancora non era mai stata in Italia, incantata a fissare per un bel po' un poster delle Cinque Terre appeso in ufficio. Naturalmente c'era un mare molto blu, piante e casette disseminate sulle scogliere. E lei, come la maggior parte della gente di qua, non aveva mai visto il mare.
         Quando per la prima volta l'anno scorso Ljuda ha visto il mare, in Liguria, non deve averle fatto un grande effetto, calato nella calura biancastra dell'estate. Giusto una riga appena un po' più scura. Sono state le onde invece, che quando il mare era mosso anche lei traboccava di felicità. Perché quello che senti non è solo quello che vedi, e quella vivacità che viene da lontano la può avere solo il mare.
         Anche noi, quando avevamo voluto dirigerci a St. Malo eravamo probabilmente attratti dal mare, nel nostro caso da un mare ancor più grande, dall'oceano che non avevamo mai visto. Ma è stata una presenza appena avvertita quando avevamo pensato di andare col sacco a pelo sulla spiaggia, e ce l'avevano sconsigliato perché di notte la spiaggia spariva e ci saremmo trovati sott'acqua. Nella stanchezza del viaggio solo un altro contrattempo. E poi allora eravamo troppo incantati dalle sirene di Parigi.
         A dir la verità anche la vacanza di Parigi è stata diversa da come l'avevamo immaginata. Partendo da St. Malo abbiamo piantato la tenda a un campeggio a parecchi chilometri dalla città, e ogni giorno per una settimana arrivavamo a Parigi in treno. Il nostro in effetti è stato un viaggio soprattutto ferroviario, eravamo presi dalla frenesia di spostarci. Tant'è che quand'eravamo in Spagna, gli ultimi giorni li abbiamo passati praticamente tutti in treno, solo perché avevamo finito i soldi ma il biglietto ferroviario non era ancora scaduto.
         Il primo viaggio l'ho consumato nella smania di partire, un gesto essenziale che volevo apprendere e grazie al sostegno degli amici è stato tutto molto più facile. Perciò i ricordi di quel viaggio sono soprattutto scompartimenti di treni, paesaggi che corrono dal finestrino, una luna che da Bilbao mi ha accompagnato fin quasi a Madrid. Non tanto, a dir la verità, ma almeno avevo imparato una strada che poi mi sarebbe servita altre volte, anche per andarmene da solo. Avevo imparato a partire.


         XI.

         La mia prima "vera" casa, l'approdo a tanti viaggi e partenze, è stato l'appartamentino di Cristoph a Zurigo. Ci sarei stato per un anno intero, finalmente solo. Non era più la camera col divano rosso dai miei, le stanze prese in affitto, le ospitalità più o meno prolungate a casa di amici e conoscenti. Quella era solo casa mia. Solo io avevo le chiavi e avevo davanti un periodo sufficientemente lungo da non doverlo considerare provvisorio. Un anno è già abbastanza, specie se hai appena trent'anni.
         La cosa che mi è subito piaciuta, di quell'appartamentino così piccolo, era che si trovava dentro una casa abitata solo da pensionati. Niente più giovani, studenti, ma gente di una certa età che voleva trascorrere una vita monotona e tranquilla. In un certo senso l'unico turbamento potevo essere io, il giovane straniero da guardare con sospetto. Ma fin da subito ho cercato di non farmi notare, e appena a casa mi toglievo subito le scarpe.
         Io d'altronde non cercavo una libertà illimitata. Cercavo solo un uovo che mi contenesse, e le dimensioni microscopiche di quell'appartamento erano l'ideale. Avevo già diviso troppe stanze e appartamenti con altri, e m'immaginavo che a stare da solo la mia vita avrebbe fatto un salto in avanti. Verso dove non lo so, ma ero già contento che quella fosse una tappa, perché se la vita è un percorso bisogna pur raggiungere ogni tanto qualche meta. In quel caso erano uno spazio tutto mio e l'uscita da una vita studentesca che non voleva finire mai. Adesso casa e lavoro ce li avevo. L'amore era ancora nebuloso, ma almeno due cose su tre erano andate a posto.


         Dopo poco ch'ero andato ad abitare in quell'appartamentino mi era venuta a trovare A. con un'amica, di passaggio da un viaggio. Abbiamo dormito tutti nella stessa stanza, perché altri posti non ce n'erano. Io e A. nel letto grande, la sua amica per terra su un materassino.
         In quel periodo, durato tanti anni, preferivo l'amore immaginato all'amore realizzato, perciò quella situazione di promiscuità mi eccitava molto lasciandomi però tranquillo. Perché durante le notti qualcosa con A. succedeva, ma bisognava essere sempre molti cauti per non svegliare l'amica. E il giorno dopo non ci si poteva stringere troppo in una coppia perché non era bello far sentire l'altra un'intrusa. Anzi, ad essere sinceri, per evitare questa situazione durante il giorno finivo quasi per dare più attenzione all'amica che non ad A. Per com'ero fatto allora, un ménage ideale.
         Quando poi è tornata A. da sola non è stato così bello. Non ero pronto a sostenere l'amore giorno e notte. Se non avessi ancora delle fotografie, fatte quando siamo andati a mangiare sull'isola in mezzo al lago, in una bella giornata di sole e lei che sorrideva, se non fosse per quelle foto, di quella seconda visita non avrei praticamente alcun ricordo.


         Nell'anno passato nell'appartamentino di Cristoph, la mia famiglia di riferimento, i Vincenzo e Barbara di allora, erano una donna che aveva più o meno la mia età, una donna alta, pallida, intelligente, che s'era sposata con un uomo più vecchio di quarant'anni. Il loro era stato un amore molto contrastato, specie dalla famiglia di lei, così avevano deciso di lasciare l'Italia per rifugiarsi in Svizzera, in un esilio da cui erano nate anche due bambine. Dunque una vera famiglia: lui, lei e due figli. Ma con quella particolarità anche dolce di un padre-nonno.
         Da loro andavo a cena quasi ogni settimana. Mi piaceva l'atmosfera della loro casa. Le bambine diafane e silenziose, lei che cucinava e scriveva intense poesie sulla vita domestica, lui che raccontava degli anni passati a Roma, di quando lavorava ai programmi culturali della radio dove aveva incontrato tante persone che io conoscevo solo di fama. Una volta gli aveva anche telefonato, a Zurigo, uno scrittore di Napoli per raccomandargli la figlia di un celebre scrittore tedesco, una donna ormai anziana ch'era rimasta vedova dopo un lungo matrimonio in Italia e che perciò era tornata nella vecchia casa paterna, una bella villa sul lago dove però abitava anche il fratello. E lei col fratello non andava d'accordo, ma soprattutto il lago la immalinconiva, e non avere più il mare attorno e gente che parlasse in italiano. Così mi era stato proposto di avere un colloquio con questa signora, e magari trasferirmi alla villa per farle compagnia e alleviarle la nostalgia dell'Italia. Era sufficiente che parlassi nella mia lingua.
         Io, che allora andavo proprio matto per Robert Walser, mi figuravo già l'inizio dell'Assistente, quando il protagonista suona alla porta di una villa per proporre i suoi servigi. Ma non so più come, poi non se n'è fatto niente. Credo perché volevo rimanere fedele a quella tappa della mia vita, al mio guscio nella casa dei pensionati. Non ero disposto a rinunciare subito alla mia solitudine, alla mia indipendenza. Le gabbie dorate preferivo immaginarmele da solo, senza dover niente a nessuno.


         Se ora non fossi così lontano, non potrei mai raccontare certe cose. Ma lo spazio aiuta anche il tempo, così i ricordi si fissano in una lontananza che me li fa distinguere meglio.
         Isolotti che affiorano. Li posso avvistare perché il mare si è calmato, placate le onde dell'emozione, di una vergogna tante volte taciuta. O più semplicemente le solite onde della dimenticanza, del tempo che passa e spazza via.
         Forse tutto questo è anche un effetto di questo tempo fermo, bloccato in un cielo sempre uguale. Sono tornato da più di un mese e non ho ancora visto una nuvola.

(I - continua)

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