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Tutte
le vite che ebbi in altri tempi
in una sola vita
Fernando Pessoa |
I.
L'altra
notte, la prima notte di un ennesimo ritorno,
il vento portava le voci delle vicine (erano
solo voci di donna). Sono le vicine che non
si sentono e non si vedono mai, quelle che abitano
col cane che guaisce ogni notte come un bambino.
Ed era bello ascoltare nel vento parole di donne
che non si conoscono.
Ho
chiamato anche Ljuda perché mi dicesse
qualcosa di quel che dicevano. Ma subito il
cane ha cominciato a ululare e allora ho deciso
di andare subito a letto perché ero sfinito.
A letto poi mi sono messo come al solito sul
fianco destro e il braccio sotto il cuscino,
con la mano sul comodino per aggrapparmi a qualcosa.
È un sistema che a volte funzione e a
volte no. L'altra notte la tristezza l'ha avuta
vinta sulla stanchezza e per addormentarmi ho
anche pianto per un po'. Ma senza singhiozzi,
per non disturbare Ljuda che si era voltata
dall'altra parte.
Questa
è la terza volta che ritorno da un'estate
in Italia. Un ritorno strano, questa volta,
senza essermi davvero riposato da una primavera
burrascosa con tante visite di amici e un lavoro
quasi raddoppiato dopo la partenza di Adriana.
Perciò prima delle vacanze ero già
molto stanco e in Italia ho trovato un'estate
capricciosa e turbolenta come la primavera che
avevo appena passato. Continui temporali, Ljuda
spesso assente, presa dai suoi pensieri, e mio
padre di nuovo all'ospedale tanto che salutandolo
mi sono chiesto se l'avrei rivisto ancora.
Tornando
qua Ljuda è subito rifiorita perché
ha sentito subito l'aria natale, come dice lei.
A me invece è calata una tristezza che
non riesco a mandar via.
Tutto lo strano via s'intitolava un
pezzo di Samuel Beckett già memorabile
vent'anni fa, la prima volta che l'ho letto.
Perché ci sono dei titoli che sono già
un'indicazione molto precisa e diventa persino
irrilevante il testo che li accompagna. Già
il titolo è una poesia riuscita, completa.
Tutto il resto, avrebbe detto un altro, è
letteratura.
Allora
tutto lo strano via, anche le voci che si sentono
di notte, portate dal vento. Che però
tanto strane non erano perché le ho udite.
Anche il vento c'era. Il difficile
è semmai seguire sempre quei binari.
II.
Oggi,
primo settembre, si festeggia l'indipendenza
del paese. Dire oggi sembra già una realtà,
qualcosa di concreto. Ma non c'è niente
di più astratto che una celebrazione.
Perciò vorrei che l'oggi fosse solo un
tempo fermo, come l'estate che non ho trovato
quest'estate.
Insomma
vorrei che l'autunno in questo caso mi calmasse.
Vorrei rivedere mio padre. Non so bene per quale
motivo, perché poi con lui non so mai
cosa dire. Però adesso che è vecchio
e che ha cambiato anche la voce lo trovo più
simpatico, anche se faccio ancora fatica a sopportarlo.
Ma lui si sta avvicinando alla verità
del morire, e questo lo sente. Non parlo tanto
della morte, che in sé può essere
un'inezia. E' il morire che si porta dietro
tante malinconie da far traboccare i cuori,
anche il cuore di uno che nella vita non ha
mai cercato tante confidenze col mistero.
Uno
dei vantaggi di essere qua, rispetto all'Italia,
è che qui il telefono non squilla quasi
mai. Allora se nel trascorrere dei giorni si
viene fulminati da un ricordo, quel ricordo
rimarrà conficcato molto più a
lungo, in un presente che altrimenti sarebbe
molto più labile se il telefono squillasse
di continuo.
Nel
tempo fermo di un'estate, l'estate che non ho
avuto, c'è l'estate di un'altra vita
quando per la prima volta avevo avuto il permesso
di uscire da solo di notte per andare a giocare
nel giardino di un amico. Ci facevamo strada
con la torcia elettrica e mi piaceva perché
l'amico non aveva mai paura di niente, neanche
di un rumore sospetto. Una volta che m'era venuto
a trovare s'era anche messo cavalcioni sul davanzale
della mia finestra, al quinto piano, rimanendoci
così a lungo che a me è venuto
quasi il vomito. Ma non gli ho detto niente,
perché attraverso di lui volevo vincere
una paura.
Ho sempre considerato gli amici un appoggio
indispensabile per crescere. In ogni nuovo incontro
rivivevo la sensazione di aver fatto un passo
avanti per vincere la paura, perfino la paura
di morire. E questo lo dico per tutti, anche
per chi non vedo più da anni né
avrei voglia d'incontrare.
Con
un altro amico sono in una vallata della Svizzera
centrale, prati verdi che scendono verso un
laghetto, boschi e mucche al pascolo e il cielo
svanisce nella lentezza dell'estate. Eravamo
seduti su un prato a guardare quello spettacolo
semplice e perfetto, magari a parlare di Robert
Walser (anche gli autori letti, e amati, possono
diventare amici molto intimi). E allora non
so se fosse per la vicinanza di Walser o per
la sera che incombeva, ma a un certo punto tutt'e
due ci siamo accorti che i campanacci delle
mucche avevano preso il timbro di tamburi lontani,
come se oltre il bosco ci fosse un villaggio
africano, o un accampamento di pellerossa. Insomma
in quella conca solitaria non eravamo già
più soli.
Forse
l'amicizia ha qualcosa di così profondamente
spirituale perché non riguarda i corpi.
Possono essere anche gesti, ma disincarnati.
E se mi viene da pensare agli amici e all'amicizia,
in questo mio ritorno, è perché
quando torno qua non ho praticamente più
amici. Gli amici rimangono lontani nello spazio
come nel tempo, e spazio e tempo fatalmente
si confondono. E se così succede allora
anche un amico che non c'è più
può rivivere più facilmente. Oppure
non dipende tanto dal luogo perché è
proprio l'amicizia, come dicevo, che ha una
sua natura disincarnata.
Per
intenderci la morte di un amico provoca un dolore
immenso che però non è mai lo
strazio della vedova, che aprendo l'armadio
va ad annusare gli abiti del marito. Se ripenso
a Luigi, ad esempio, lo vedo ancora al cancello
di casa mia con un dito di barba e la testa
un po' sghemba mentre mi aspetta giù
in una sera d'inverno, col suo montgomery verde.
E' soprattutto un colore, una figura, un po'
come lo era anche in vita. Solo che adesso posso
solo immaginarmelo.
Nell'Orfeo
ed Euridice di Gluck Orfeo viene perdonato
per essersi voltato e così gli viene
restituita un'altra volta Euridice. Nel Settecento
la musica doveva essere paradisiaca, uscire
dal lutto e le miserie della carne. Anche il
celestiale Bach quando, al ritorno da un viaggio,
scopre la morte della moglie e di un figlio
prega Iddio soltanto di non togliergli la gioia.
Solo questo, nient'altro, niente da maledire.
Anche
per Rocco il paradiso è musica e ci porteremo
dietro solo le cose più belle, non ci
sarà spazio per amarezze e risentimenti.
Un anticipo lo abbiamo già in alcuni
ricordi: Luigi dabbasso con la barba un po'
lunga, Elena arriva al banchetto dove vendevo
libri, al festival dell'Unità, e indosso
avrà ancora quella maglietta arcobaleno
e un sorriso splendente.
I
ricordi somigliano sempre ai sogni, e uno dei
vantaggi di stare con Ljuda è che lei
quasi ogni mattina mi racconta i sogni che ha
fatto ed io finisco per confondere quei sogni
coi ricordi più vivi che ho di lei, a
volte persino con dei ricordi miei che non ricordavo
più. E ci sono spesso delle scale, nei
sogni come nei ricordi, e allora io salgo per
gli scaloni di quel palazzo in centro dove andavo
a lezione d'inglese. Ero in compagnia del mio
primo amico, l'amico che s'era messo cavalcioni
sul davanzale della mia finestra, e insieme
andavamo a lezione dalla signora Lasagni, una
donna scura di pelle e di capelli che fumava
in continuazione. Io e il mio amico eravamo
gli unici suoi studenti, e questo per almeno
quattro o cinque anni di seguito.
La
mia prima amicizia è nata dunque a scuola,
in una scuola dove non potevo nascondermi dietro
una fila di teste perché eravamo solo
in due, gli unici studenti di quel corso. All'inizio
credo fossimo in di più, ma poi gli altri
avevano presto rinunciato.
Per
me inoltre la lezione d'inglese è stato
il primo contatto con l'Estero. Il primo esotismo
sono sempre i colbacchi delle guardie della
regina, la torre con l'orologio in copertina
al libro di grammatica. E poi dall'Inghilterra
arrivavano allora anche i Beatles, che io e
il mio amico avevamo già incominciato
ad ascoltare come matti. Perciò, quando
entravo in quell'androne per salire dalla signora
Lasagni, andavo sempre molto più lontano
di soli dieci minuti da casa.
A
lezione d'inglese spesso si chiacchierava del
più e del meno e su qualche regola ci
si stava magari per dei mesi. La lezione durava
un'ora e mezzo ed era due volte la settimana.
Era stata soprattutto mia madre a insistere
che ci andassi, perché con gli altri
fratelli aveva tentato con la musica ma non
le era andata bene, prima o poi avevano smesso
tutti. Io ero il quarto di cinque e arrivati
a quel numero era giusto tentare qualcosa di
nuovo. Così avrei incominciato a studiare
le lingue, prima ancora di farle a scuola.
Non
posso dire di aver esaudito i desideri di mia
madre, perché non ho mai imparato a parlare
bene nessuna lingua del mondo. Ma grazie a quelle
lezioni pomeridiane, dalle cinque alle sei e
mezza, ho scoperto il desiderio di andare lontano,
ben oltre le case intorno a casa che avevo visitato
quand'ero ancora più piccolo e non volevo
mangiare a casa mia. Fra l'altro quando uscivo
da inglese, specie d'inverno la città
era ovviamente già immersa nel buio,
e a volte la signora Lasagni ci faceva uscire
un po' prima così al ritorno, io e il
mio amico, potevamo allungare la strada senza
far preoccupare nessuno. E credo non ci sia
niente di meglio del buio per rinfrancare un'amicizia.
Quest'amico
abitava in una vecchia casa del centro che un
tempo era stata un convento. Quando lo passavo
a prendere suonavo da giù e poi andavo
ad aspettarlo in giardino, il giardino che mi
affascinava tanto nelle notti d'estate e che
era una cosa inimmaginabile da fuori. Ricordo
che in mezzo c'era un vaso di marmo pieno di
fiori, e in fondo la casetta del custode che
aveva un figlio mongoloide. D'estate anche il
figlio del custode giocava con noi, oppure ci
divertiva se lo chiamavamo dalla finestra e
lui gettava per aria una manciata di sassolini
che cercava di colpire di testa. Qualcuno mi
aveva detto che i mongoloidi non possono vivere
a lungo, lui aveva già qualche anno in
più di noi perciò era già
un bambino vecchio. E questo essere vecchio
e bambino assieme era già un presagio
di eternità, in quanto l'eternità
è sempre la ripetizione di qualcosa che
finisce per poi ricominciare.
Ciò
che i filosofi intendono per metafisica, da
bambini non lo s'impara mai dal prete o alle
lezioni di dottrina. Più facile sia la
gioia inebriante di farsi cascare addosso una
manciata di sassolini. Dev'essere solo un atto,
un gesto visto come in sogno.
Adesso,
per la prima volta in vita mia, anch'io ho un
giardino. Fin da quando sono arrivato ne ho
sentito il desiderio. Specie di notte, perché
qui il cielo è molto più nero.
Nell'infanzia
avevo un cortile e oltre il cortile il fiume
e la campagna. Questo fino ai cinque anni. Poi
ci siamo trasferiti in città e allora
c'è stato solo il giardino del mio amico,
in un'infanzia finalmente libera grazie alla
scoperta dell'amicizia. In seguito, con altri
amici, ho riscoperto anche la campagna. I primi
viaggi in macchina, fumare cose proibite stretti
l'uno all'altro, poi uscire per i campi bui
attenti a non inciampare nei fossi, a guardare
il cielo che c'era e qualsiasi cielo andava
bene, era sempre bello. Anche un cielo senza
stelle, grigiastro e piovigginoso.
E
ora, che ho un cielo sempre così bello,
vorrei radunare qui i miei amici dei vent'anni,
dirgli quant'è bello fare le stesse cose
sotto questo cielo. E che se sono qui lo devo
anche a voi, e che spesso mi mancate perché
nonostante l'amore per Ljuda certe cose si possono
sentire solo se non si è nell'aria natale.
E io qui sono altrove. Qui c'è un altro
spettacolo del mondo.
III.
Di
sera in giardino adesso fa già fresco.
E' settembre, il mese più timido dell'anno.
Perché ricomincia un po' tutto e allora
ci si vergogna di cercare ancora il languore
dell'estate. Così si ricomincia sempre
in punta di piedi, per la paura di sbagliare
o di un'infelicità che si vorrebbe dimenticare,
rimandare.
Da
bambino settembre volava via in un attimo, sospeso
fra le vacanze e l'inizio delle scuole. Invece
quando ho incominciato a insegnare, al professionale,
all'inizio di settembre c'era subito la riunione
generale con subito la nausea per tutti quei
corpi ammassati nell'aula magna a far finta
di essere contenti di rivedersi. Poi cominciava
una sfilza di riunioni da desiderare che a scuola
tornassero finalmente anche gli studenti. Almeno
per vedere un paio di occhi vivi.
Oggi
sono tornato all'università dove ho trovato
solo Otabek e Sherzod. Sherzod tutt'estate ha
dato lezioni d'italiano alla prima ballerina
del teatro Navoy, che lo sta mettendo in contatto
anche con la cantante più famosa del
paese che presto andrà in tournée
in Italia. Era felice perché gli piace
stare fra gli artisti, e scherzava sul carattere
difficile delle primedonne.
Otabek
invece è stato quasi sempre in ambasciata
a fare da interprete a Borìs. Qualche
giorno fa ha anche litigato con la primadonna
di turno, la moglie dell'ambasciatore, perché
si era sentito ingiustamente offeso e le avevo
risposto per le rime.
Poi
sono andato a mangiare con loro, con Otabek
e Sherzod, e anch'io mi sentivo fresco come
un ragazzo a sentire i loro racconti dell'estate,
le loro considerazioni sulle donne che si credono
importanti. Perciò benedetto sia ancora
questo paese, che riesce a salvarmi da malinconie
spesso così sorde, ottuse.
Andare
lontano, essere lontani è un piacere
che appena immaginavo alle lezioni della signora
Lasagni, il mio primo Estero. Ma già
lo capivo, dentro di me, che ci poteva essere
una risposta all'assurdo mutismo che mi aveva
preso fin dalle elementari, col maestro fascista
e gradasso che mi aveva soprannominato la mummia,
perché non riuscivo a spiaccicare neanche
una parola oltre il dovuto. E prima ancora c'era
stata la nausea alimentare, quand'ero più
piccolo, per un disagio che sentivo insopportabile
dentro casa mia.
Adesso
di là, dall'altra parte del mondo, forse
mio padre sta morendo. Una frase che mi pesa
anche solo da scrivere. Ma non saprei come spiegargli,
come spiegarti, papà, che al mondo ci
si nasce per tanti compiti diversi. Che io in
fondo, a volte, non mi sento figlio di nessuno.
O meglio, che tutto quel disagio che ho sentito,
fin da bambino, non era qualcosa a cui potevo
adattarmi. Tutta la mia vita, fin qua, è
stata uno sforzo per vincere quel disagio.
Per
intenderci, non era solo un problema tuo, erano
anche i miei colleghi che affollavano l'aula
magna, i tuoi amici che incontravo quando ti
accompagnavo al bar di Scandiano e tu eri felice
di ritrovarti fra loro, perché ti sentivi
a casa. Io invece non vedevo l'ora di venirmene
via e la mia casa l'ho sempre pensata lontana,
dove nessuno potesse vedermi.
Una
delle preoccupazioni più forti che devo
aver dato a mio padre è quando, verso
i quindici-sedici anni, ho deciso di non andare
più in chiesa, a messa. Per lui non credo
fosse tanto un problema religioso, ma il fatto
di uscire da un ordine così preordinato,
stabile, per andare verso qualcosa che non si
capiva cosa fosse, verso qualcosa di pericoloso.
In un pubblico processo famigliare che non dimenticherò
mai in vita mia, ma che qui non vorrei ricordare
nei dettagli, mio padre aveva confessato di
avermi seguito, la domenica mattina, per avere
la conferma che io fingevo di andare dove non
andavo.
Adesso
non saprei più dire dove andavo all'ora
della messa, più di trent'anni fa. Ma
ricordo quell'episodio perché io non
me n'ero mai accorto, di essere seguito, e quella
volta, in quel processo famigliare, mi ero perfino
stupito che mio padre si preoccupasse di me.
A posteriori direi che a suo modo era un gesto
di affetto, di attenzione, di responsabilità.
Tirare
fuori queste cose adesso potrebbe sembrare ingiusto.
Ma adesso non voglio certo accusare nessuno.
Vorrei solo capire, figurarmi la scena, pensare
a qualcuno che si preoccupa di me, a lui, a
mio padre, che mi segue per chissà dove.
Potrei
dirti che sono arrivato fin qua, papà,
in questo giardino coi rami adesso troppo pesanti
di mele cotogne, i melograni che stanno maturando,
e Ljuda che di notte s'è messa in testa
di andare a innaffiare i mandorli davanti a
casa perché dice che hanno sempre bisogno
d'acqua. Te lo dico perché in fondo sei
tu che vieni dalla campagna, non la mamma, e
allora potrebbe farti piacere un figlio che
si sta improvvisando agricoltore.
Ieri
con Ljuda abbiamo anche raccolto il basilico
dall'orto e col frullatore abbiamo fatto tanti
vasetti di pesto da mettere in freezer (questo
è un consiglio della mamma).
IV.
Il
bello del mio giardino è che, a seconda
delle circostanze, ci possono stare amici anche
un po' sballati come pure i miei genitori. Cambiano
solo i discorsi. Ma il giardino rimane lo stesso.
A
voler abbozzare una prospettiva, potrei dire
che questa bella casa messa su da Andrej, il
fresco di un giardino in mezzo all'Asia, in
una terra che ha tuttora contorni molto più
sfumati di altri continenti anche mai visti,
forse tutto questo realizza qualcosa che cercavo
fin da quando mi rifugiavo al cesso per piangere,
perfino quand'era morta mia nonna e non ci sarebbe
stato niente di cui vergognarsi. E se non era
il cesso c'era sempre il divano rosso incassato
nell'armadio, nella stanza che avevo occupato
dove prima stava mia nonna e che per tanti anni
è stata la mia casa, la mia vera casa
oltre la quale c'era l'appartamento dei miei,
la camera dove andavo a dormire. Ma anche fuori
da quel recinto ricordo una panchina in un piazzale
ingombro di macchine, il giardinetto allo scalo
ferroviario, l'ultimo banco accanto alla finestra
per tutti gli anni del liceo. Laze biosas, vivi
nascosto, appartato, senza metterti in mostra,
consigliavano i greci; e questa è fra
l'altro una delle pochissime cose che ancora
ricordo di una lingua studiata cinque anni.
Ma
non si può certo nascondere che siano
soprattutto gli amanti a nascondersi. Era una
sera d'inverno, in una stanzetta arrampicata
su una scala, quando con M. ci siamo saltati
addosso mentre il suo fidanzato era giù
che aspettava. Oppure gli infiniti pomeriggi
con N. senza neanche rispondere al telefono.
Credo
che in un certo periodo della mia vita io potessi
affascinare le donne perché vivevo la
passione come un sogno, nel senso che poi quei
momenti non riuscivo a collegarli alla vita.
Con N. è andata avanti così per
due anni, e solo perché lei era straordinariamente
fedele in quanto già sposata da un pezzo.
Le era naturale ripetere quella fugacità
come un'abitudine, e per me gli intervalli fra
un incontro e l'altro continuavano ad essere
la vita, slegata dai sogni.
Forse
questo sdoppiamento mi dava uno sguardo da sognatore
incantato e bambinesco. Non so, poteva essere
anche una cosa che colpiva, la faccia di un
avventuriero bambino che non si sapeva se inseguire
o proteggere. Tanto la colpa alla fine era sempre
loro, almeno nella mia testa, perché
non avevano saputo scegliere fra la vita e il
sogno e volevano persino che il sogno si concretizzasse,
diventasse realtà.
Per
questo, per svariati anni, io non sono mai uscito
con le donne che amavo, ho avuto solo incontri
clandestini. Le poche volte che capitava d'andar
fuori assieme era ancor più eccitante
che rimanere chiusi in una stanza, perché
bisognava mantenere acceso un segreto che poteva
scaldare solo noi due. Gli altri non dovevano
mai accorgersene.
Adesso
invece mi nascondo alla luce del sole. Sono
cresciuto, sono diventato finalmente adulto,
coi capelli grigi.
Quasi
tutte le mie relazioni d'amore sono iniziate
in autunno. M'innamoravo d'autunno perché
l'amore era una fantasia notturna e allora le
notti dovevano allungarsi, coprirsi di mistero.
D'estate
mi sono innamorato la prima volta, di una che
non abitava neanche lontano da dove stavo ma
avevo conosciuto in una pensione al mare. Una
semplice coincidenza che abitassimo vicini anche
in città. Ma quello più che amore
era la scoperta della forza che ci spingerebbe
nella braccia di un'altra, ma poi non si sa
neanche che gesti fare o che parole dire. Però
la sua immagine mi tornava a ondate nel cervello
e così dopo il mare, quand'era già
cominciata la scuola, per alcuni mesi sono andato
su e giù per la strada dove sapevo che
abitava. Devo averla vista solo un'altra volta,
mentre rientrava a casa con un'amica. E l'ho
salutata solo da lontano. Si chiamava Giuliana.
Con
le altre non potrei mettere il nome per intero,
mi sembrerebbe di ridurle a fantasmi. Con la
Giuliana è diverso perché credo
non abbia mai sospettato il mio amore, forse
appena un'ombra che va via scuotendo la testa.
E anche lei adesso, per me, non è più
una persona in carne ed ossa. Appena un'immagine
sbiadita, giusto un nome. Non credo la riconoscerei
per la strada.
Allora
potrebbe aver ragione Ljuda a non volere che
pubblichi il diario dove racconto i nostri primi
incontri. Io cerco di spiegarle che con lei
è diverso, che fra l'altro si può
nominare solo la donna che ami, con cui vuoi
dividere la vita. Con le altre sarebbe ingiusto.
E le dico inoltre che in quel diario lei diventa
un tu indispensabile a definire un io, cosa
che con le altre non mi era mai successo, e
questa è una cosa che credo somigli all'amore.
Nell'amore la lei scompare sempre per diventare
un tu, e un tu non può mai diventare
una sigla, una lettera puntata.
La
relazione con Ljuda è nata a inizio estate,
cosa che mi era capitata solo con la Giuliana
o l'ultima volta prima di qua, quando m'ero
messo con S. alla fine di giugno e mi ero così
convinto che fosse lei, la donna della mia vita,
da finire l'estate dopo all'ospedale con la
vita che mi sembrava spezzata, già finita.
Perché già con S. c'era il desiderio
di uscire dalla tana degli amanti.
V.
Mi
piace mettermi a leggere sdraiato sul divano.
E mi piace quando Ljuda s'intrufola fra me e
il libro per farsi abbracciare. Anche perché
non riesco più, da tempo, a immergermi
completamente in una lettura, specie se il libro
mi piace molto. Perché se un libro mi
prende c'è un'intensità che poi
non riesco a reggere a lungo, ho bisogno di
scioglierla in un abbraccio, nello sguardo di
una persona viva, presente. Ed è un po'
questa, la vita che faccio. O almeno la vita
che faccio quando sono giù con Ljuda.
Perché
se poi salgo di sopra, nella mansarda che prima
non esisteva, allora nel grande studio creato
da Andrej entro in un vuoto che neanche i libri
degli scaffali possono riempire. Accendo il
computer, una sigaretta, a volte un Cd di musica
classica, e già è scomparso il
viottolo con la gente che cammina e le ore che
passano. Solo tetti, le cime degli alberi, il
colore del cielo.
Lo
studio col divano rosso incassato nell'armadio,
in quella che prima era la camera della nonna
ed è poi diventata "casa mia",
per tanti anni. Si affacciava sul traffico di
Porta san Pietro, ma con la finestra chiusa
le macchine quasi non si sentivano, erano solo
il colore di una città che vista da lassù
mi faceva immaginare altre città, in
quell'esaltazione tipica di chi s'immagina una
vita che non debba più seguire un destino
scontato, deciso da altri. Verso i sedici anni
avevo anche scritto la mia prima poesia che
s'intitolava Dalla finestra, guardando
fuori e immaginandomi Rimbaud, Allen Ginsberg.
Ovviamente una cosa brutta, ingenua e pretenziosa,
ma il piacere di nominare qualcosa che vedevo,
che vedo, non mi ha mai abbandonato. Catturare
con le parole labili apparenze, momenti da nulla
che altrimenti mi precipiterebbero ancora in
quel mutismo che mi ha già rubato l'infanzia.
Allora
adesso sono qui che sta scendendo la sera. Nel
buio spiccano i tubi argentati delle condutture
che entrano nel grande caseggiato sulla Nova
Moskovskaja. Dove prima volavano i colombi si
accendono le stelle. Giù dabbasso Ljuda
canta al pianoforte.
A
questo mio idillio così ben pianificato,
la casa, le stelle, il giardino e Ljuda al pianoforte,
a tutto questo chiedo una presenza che di sera
spesso vacilla. E allora scendo a sdraiarmi
sul divano, ad aspettare un abbraccio di Ljuda;
oppure esco per una passeggiata intorno a casa.
Il
tragitto che faccio è più o meno
sempre lo stesso: lo stradone delle querce fino
in fondo, dove ci sono i cartelloni di propaganda
con vecchi e bambini felici, poi giù
verso il canale e più in là l'impianto
sportivo della Dinamo, dove una volta ero andato
a giocare a calcio con quelli dell'ambasciata.
Quella volta c'era anche un gruppo di uomini,
ancora giovani, che si allenavano a correre
e tirare calci alla palla con una gamba sola,
sorretti dalle stampelle. A giudicare dall'età
probabile fossero mutilati dell'ultima guerra
sovietica, quella di cui non bisognava neanche
parlarne, appena prima che si sfasciasse tutto.
Poi non li ho mai più rivisti. Ma mi
ricordo ancora la loro forza, quei corpi lunghi
e agili, asciutti, che si lanciavano in corsa
facendo leva sulle stampelle.
Nelle
mie passeggiate serali spesso viene anche Ljuda.
Le piace soprattutto inoltrarsi fra le case
che costeggiano il canale. Mi dice che quella
per lei è proprio la vecchia Tashkent,
quella che ricorda da bambina quando c'era sempre
tanto verde e mille angoli in cui nascondersi.
E in effetti questi vecchi quartieri, in mezzo
agli alberi, hanno anche per me qualcosa di
fiabesco, perché entro in un mondo quasi
senza colori e senza plastica, dove tutto riposa
in un'ombra d'altri tempi.
Rispetto
alle macchine di Porta san Pietro e ai miei
sogni di ragazzo, alle mie fantasie metropolitane,
adesso ho rovesciato il binocolo e m'incantano
invece le cose più piccole e sbiadite
dalla lontananza, da una dimenticanza. E se
scende la sera qui scende anche il buio, ma
nessuno che acceleri il passo se ci s'incrocia
per la strada; semmai sono sempre io che m'irrigidisco
un po'. Ma se passeggio con Ljuda mi calmo subito
perché vedo la sua tranquillità
e felicità di respirare l'aria natale,
di ritrovarsi bambina in mezzo agli alberi che
disegnano ombre profonde, dove non ti può
vedere nessuno e così puoi essere tu
l'ultima che picchia sull'albero, e liberare
tutti.
Coi
giochi da cortile ho smesso presto. Venendo
in città scendevo ancora qualche volta
in strada, arruolato nella banda di quelli che
combattevano contro quelli delle case bianche,
le case popolari da cui eravamo divisi solo
da una stradina. Ma una volta uno dei nostri
è stato centrato in testa da un sasso,
perdeva parecchio sangue e in ospedale l'hanno
tutto rasato e fasciato. Da allora niente più
strada, le mamme coalizzate ce lo avevano proibito.
Il
primo ricordo della città, appena traslocato
che dovevo ancora compiere cinque anni, sono
state le sirene di ambulanze e polizia, quel
giorno che hanno sparato contro i manifestanti
uccidendone alcuni. Mia madre aveva tappato
anche tutte le finestre e vietato di riaprirle
e affacciarsi. Perciò non ho visto niente,
solo il sibilo insistito delle sirene. Quel
che era successo l'ho poi imparato molto più
tardi, da una canzone politica che ancora adesso
è popolare.
Insomma
il mio ingresso in una nuova vita, la vita in
città, si collega alla penombra di un
appartamento nuovo, la nausea che dà
la pittura ancora fresca e quelle sirene che
non smettevano mai di fischiare.
Anche
i ricordi iniziali della prima volta che sono
stato effettivamente all'estero, a Parigi, sono
le sirene di ambulanze e polizia sentite già
al buffet della Gare de Lyon, e poi l'odore
acre della metropolitana. Ma le sirene in quel
caso erano accoglienti, non avevano il suono
allarmante di quelle che già conoscevo,
erano anzi la musica ipnotica della città,
una cantilena che mi cullava e mi annunciava
che ero effettivamente arrivato a Parigi. Perché
quel suono non l'avevo mai sentito da casa mia
ma lo conoscevo da tanti film che avevo già
visto. Perciò anch'io stavo entrando
finalmente in un film, questa volta non più
uno schermo piatto o solo immaginato, ma un
mondo in cui dentro c'ero appunto anch'io, spettatore-attore
di una storia che avrei potuto raccontare, ricordare.
Per
alcuni anni, e in parte anche adesso, pure il
cinema, oltre l'amicizia, è stato un
antidoto contro la paura. Ma da bambino ancora
non ne conoscevo la forza, il suo potere incantatorio.
E allora mi rifugiavo nel silenzio, nel corridoio
che si affacciava solo su altre stanze, neanche
una finestra che mi collegasse al mondo di fuori.

VI.
Tutto
lo strano via. Se ripenso ai cinque anni delle
elementari, alla mia nuova vita in città,
non credo di esagerare se dico che in effetti,
a posteriori, mi riconosco molto nell'esistenza
così minima, larvale, di alcuni personaggi
di Beckett. Via tutto, tutto. Tutto era un disturbo.
C'ero solo io, dentro di me, e questo io era
un lumicino così fioco che poteva avere
un'intimità solo con le ginocchia, i
piedi che si scaldano nel letto, i gorgoglii
dello stomaco. Tutto il resto estraneo.
Il
maestro che ho avuto, per cinque anni, era un
ometto piccolo e atletico che ci picchiava spesso
e volentieri. Le sue armi preferite erano la
spazzola per cancellare la lavagna, da lanciare,
e un portamonete gonfio di spiccioli che metteva
nell'incavo della mano per picchiarci meglio
in testa, quando faceva le ispezioni fra i banchi.
Perciò meglio non sgarrare. Neanche con
lo sguardo, perché anche se avevi fatto
tutto il tuo dovere potevi ugualmente incontrarti
col suo malumore. A volte anche il minimo gesto
era interpretato come un accenno di sfida, non
c'erano solo gli scarabocchi sul quaderno o
i compiti non fatti, il pennino che si apriva
a forchetta e non l'avevi ancora sostituito.
Così
l'unica tattica immaginabile è stata
una resistenza passiva e diligente. Fare il
proprio dovere e stare il più fermo possibile.
Da qui il soprannome di mummia, che mi sono
portato avanti per cinque anni. Ma almeno ho
evitato molte botte e punizioni. Semplicemente
facendo il morto, come davanti a una bestia
feroce.
E'
chiaro poi che, a quell'età, se fingi
di essere qualcosa finisci anche per diventarlo.
E allora non so bene quanto poi ho impiegato
per scrollarmi di dosso le mie bende da morto.
Una prima scrollata è stata senz'altro
la rude affabilità della signora Lasagni
e le sue lezioni d'inglese, iniziate quando
avevo otto anni. E con queste lezioni la vicinanza
di un altro, l'unico compagno di corso, con
cui intrecciare un'amicizia. Perché per
gli altri compagni di scuola non doveva essere
molto interessante avere per amico una mummia.
Certo
quest'esistenza larvale non può essersi
esaurita del tutto con la fine delle elementari.
Ma dopo di allora ho almeno cominciato a coltivare
dei ricordi e dei pensieri, sono uscito da una
vita irrimediabilmente cancellata, mummificata.
Ho iniziato anche a leggere qualcosa per conto
mio, a vedere perfino qualche film di Bergman
e Bunuel alla televisione. Ed è stato
come scoprire la bellezza della verità,
che non era così necessario fingersi
morti per sopravvivere.
In
un suo libro di ricordi Ingmar Bergman racconta
che il periodo forse più felice, creativo,
della sua vita, è stato negli anni Cinquanta
quando d'inverno, nei freddi e bui inverni svedesi,
dirigeva il teatro di Malmö, e d'estate
invece girava i suoi film lavorando praticamente
sempre, perché si sa che d'estate al
nord le giornate non finiscono mai e si può
stare sempre fuori, all'aperto. Spesso lavorava
con gli stessi attori, ma il tempo era ugualmente
ripartito in modo molto rigido: l'inverno era
il grembo materno del teatro, la notte, la casa;
l'estate il cinema e il sole, l'aperto.
Se
infatti ripenso ai film di Bergman di quel periodo,
quelli che avevo visto la prima volta che ero
poco più che un bambino, mi accorgo che
sono tutti molto luminosi, e che anche l'angoscia
o un incubo diventavano solari, apparizioni
visibili nello splendore del mondo. Mi viene
ad esempio in mente la lunga giornata di viaggio
e i sogni del vecchio professore nel Posto
delle fragole; e anche quando il Cavaliere
gioca a scacchi con la Morte, nel Settimo
sigillo, c'è sempre un bagliore
che illumina l'orizzonte.
Ecco,
l'effetto che hanno prodotto su di me alcuni
film, come quei vecchi film di Bergman degli
anni Cinquanta, è stato proprio di farmi
uscire dal teatro buio dei miei malesseri, di
stanze e corridoi senza finestre, per iniziarmi
invece al desiderio dell'aperto. E allora ci
poteva essere l'estate anche d'inverno, se mi
sentivo libero di girovagare quando venivo via
da inglese e imboccavo una strada che ancora
non conoscevo, oppure curiosavo dentro un palazzo
semplicemente perché trovavo il portone
aperto. Così un po' alla volta la vita
ha cominciato a popolarsi di figure, spazi,
angoli di città e castelli in aria. Perché
vedere e immaginare vanno sempre a braccetto,
e la paura che potevo ancora sentire, quando
di notte giravo per il giardino del mio amico,
era già un'uscita salutare dal buio protettivo
del mio fingermi morto. Perché anche
la paura può essere pura felicità,
un'emozione da far brillare gli occhi.
Qui
mi sono portato, dall'Italia, le cassette di
alcuni film che amo molto. A volte me li vedo
con Ljuda o qualche amico che mi è venuto
a trovare. E guardare questi film con qualcuno,
nell'intimità della casa, è per
me come respirare l'aria natale. Mi commuovono
ancora le stesse scene, altre me le ero scordate
e le trovo bellissime. I libri non fanno lo
stesso effetto perché si leggono in solitudine,
per questo non riesco a reggere troppo a lungo
l'intensità di un libro. Coi film invece
è diverso perché basta ci siano
altri occhi, in quel momento, a fissare quelle
stesse immagini.
Quando
l'altra sera ho rivisto con Piera e Massimo
I compari di Altman, mi è venuto
in mente che quello era stato anche il primo
film che avevo noleggiato dopo aver comprato
il primo videoregistratore, ormai diversi anni
fa. Quella volta lo volevo guardare insieme
a N., un po' perché non lo vedevo da
tempo e poi perché in quel film ci sono
momenti tali d'impaccio e tenerezza da lasciare
senza parole, ed io volevo rivedermeli da solo
con una donna. Rivedere ad esempio la scena
di Julie Christie che prende sul suo grembo
il testone di Warren Beatty, dopo una sua sconclusionata
dichiarazione d'amore, e gli accarezza i capelli
come si farebbe a un bambino impaurito.
L'altra
sera ero solo felice che Piera e Massimo non
l'avessero mai visto. E quando poi siamo andati
in giardino a fumare, a guardare le stelle,
anche il cielo e l'aria della notte si erano
addolcite di una fraternità che ci ha
mandato a letto più contenti.
VII.
Se
però tutto lo strano deve andare via,
allora dovrei ricordare con più esattezza
che anche alle scuole medie me ne stavo di solito
muto come un pesce, in classe, ma non provavo
neppure sentimenti d'invidia per quelli che
erano già qualcuno, per quelli che gli
altri ammiravano per la loro sicurezza e disinvoltura.
Semplicemente ero così, una nullità
che non avrebbe voluto essere nient'altro.
Però
in quel periodo ho avuto anche un momento di
grande popolarità, un momento inatteso
e certo non voluto. E' stato quando sono caduto
dalle scale spinto dal vicepreside, che era
arrabbiato perché c'era una gran ressa
e non entravamo in ordine come lui voleva. Io
ero in prima fila, pronto a entrare in classe,
e sono stato colpito da una manata del vicepreside
che mi ha fatto cadere giù dalle scale.
Così in un attimo mi sono trovato ad
essere qualcuno, la vittima della prepotenza
di quel vicepreside. Per alcuni addirittura
un eroe della scuola, tanto che i più
intraprendenti avevano pensato di organizzare
persino uno sciopero e invitare tutti a non
entrare in classe.
Io
non avrei voluto trovarmi in quella situazione,
cercavo solo di rassicurare gli altri che non
mi ero fatto niente. Non mi sono neanche pronunciato
sull'opportunità o meno di quella protesta,
perché ero convinto che non mi riguardasse.
Ovviamente avrei preferito mi dimenticassero,
ed era anche strano perché quando veniva
citato il mio nome come esempio della prepotenza
del vicepreside, perfino il mio nome non mi
sembrava più mio.
Fortunatamente
l'eco di quell'incidente durò solo un
paio di giorni, poi tutto rientrò nella
norma e io sono tornato anonimo, come desideravo
essere. La scuola era un dovere, non certo una
ribalta in cui mettersi in mostra. Ed ero perfino
geloso dell'ombra che mi proteggeva dalla luce
che altri invece cercavano.
Nella
mia classe, alle medie, ce n'era soprattutto
uno che era ammirato più degli altri.
Aveva già successo con le femmine perché
era bello, agile, muscoloso, con una bella capigliatura
riccia e due occhi che ti rimanevano impressi
per la loro profondità e vivacità.
In assoluto non era il più bravo e il
più studioso, però senz'altro
il migliore in educazione fisica ed educazione
artistica. Giocava benissimo a tennis e sapeva
disegnare meglio di tutti, tanto che il professore
di educazione artistica gli faceva sempre controllare
e correggere i lavori dei compagni. Insomma
puntava su di lui, lo aveva scelto anche come
assistente per un doposcuola che faceva agli
adulti. E naturalmente anche il professore di
educazione fisica lo portava ad esempio, orgoglioso
di avere tra i suoi allievi una promessa del
tennis.
E
poi era abbastanza strafottente, con quelle
intemperanze che affascinavano le ragazzine
della scuola. Se lo richiamavano rispondeva
a tono ai professori, non arrossiva mai. Perfino
se veniva invitato a uscire, per punizione,
percorreva tutta l'aula con studiata lentezza,
girandosi a scambiare un'occhiata o una frase
coi compagni che incontrava sulla strada.
Per
alcuni lui era un modello, per me no. Piuttosto
una bestia rara troppo lontana dal mio mondo,
in quanto era uno già dentro alla vita,
mentre per me la vita era un mistero che non
volevo nemmeno affrontare.
Difficile
ricordare com'ero allora. Certo facevo dei gesti,
parlavo e camminavo, ma la testa era solo un
peso sulle spalle, e i pensieri delle preoccupazioni.
Preoccupazioni per un compito a scuola, per
una sgridata di mio padre. I pensieri erano
qualcosa da prevenire, non servivano certo a
organizzare un'idea, inseguire un sogno da realizzare.
Anche perché sogni non ne avevo, e la
vergogna, che certo provavo, era qualcosa da
nascondere con cura. Una cosa indicibile, perfino
impensabile.
Come
ho già ricordato, fra le cose più
intime che avevo c'erano i brontolii dello stomaco.
Mi tenevano compagnia, erano la prova di una
mia esistenza interiore, qualcosa che non fosse
immediatamente percepibile e intenzionale come
un gesto della mano, un passo del piede o una
parola che esce di bocca.
Ma
anche per i brontolii c'erano momenti più
o meno adatti. L'ideale era quando ero a letto,
da solo. A scuola invece mi avrebbero messo
in imbarazzo, temendo che qualcun altro potesse
udirli. Per questo fin dalle elementari mangiavo
pochissimo la mattina, solo due o tre biscotti
col caffelatte per tenere a bada i succhi gastrici.
E anche a scuola nemmeno una merenda perché
volevo sentirmi leggero ed evitare i turbamenti
digestivi. Mi rifacevo a pranzo, perché
tanto la digestione l'avrei fatta nella stanzetta
dove andavo a fare i compiti e dove non c'era
più nessuno.
Insomma
posso dire che allora, quando avevo più
o meno dodicianni, la vita era l'ultima cosa
che m'interessava. Eppure si dice sempre che
a quell'età tutti vogliono diventare
astronauti, medici, pompieri, oppure un campione
di tennis come il mio compagno di classe ammirato
da tutti. A me però non è mai
successo. In fondo un futuro e la carriera non
li ho mai cercati fino adesso che sono arrivato
fin qua, in Uzbekistan, solo perché altri
due si erano rifiutati di venirci.
Laze
biosas: sempre ricordare quel consiglio.
E anche affidarsi al caso, che quasi sempre
sceglie meglio di noi. Perché se c'è
una cosa che ho imparato, con l'età,
è che forse è meglio non avere
mai uno scopo preciso nella vita, tantomeno
desiderare un lavoro, una professione di prestigio.
Quando
vent'anni dopo ho rivisto per caso, in un bar,
il mio compagno tennista, e pittore di talento,
mi ha fatto quasi pena. Aveva perso il sorriso
smagliante di allora per prendere invece quell'espressione
beffarda di chi sta sempre al bar. Era diventato
un perdigiorno, uno che poteva essermi anche
simpatico se solo non lo avessi conosciuto prima.
C'è
sempre qualcosa di sgradevole e osceno negli
adolescenti che diventano adulti. Ancor di più
se sono stati adolescenti di successo, ragazzi
invidiati dagli altri ragazzi. Perciò
credo che a una certa età non convenga
esporsi troppo, essere troppo loquaci e intraprendenti.
Infatti,
quando andavo alle medie, cercavo la compagnia
di ragazzi silenziosi e opachi. Il mio compagno
di banco era di quel tipo. Non c'eravamo neanche
scelti, eravamo capitati assieme per caso, per
esclusione, perché tutti gli altri avevano
invece delle preferenze. Così ci eravamo
messi a sedere nei due banchi rimasti liberi,
e certo non potevamo sbagliarci perché
non poteva che essere così.
Allora
forse non è un caso se con lui non ci
siamo mai più rivisti, mai capitato d'incontrarlo
in un bar o per la strada. Perlomeno io non
l'ho mai riconosciuto in nessuna faccia incontrata
per caso, forse perché anche lui da ragazzo
non aveva nessuna faccia precisa, un po' come
mi sembra fosse anche la mia quando rivedo le
foto di quegli anni. Perché la faccia
uno se la fa col tempo, e a una certa età
è meglio non averla.
Ci
sono tempi di una vita che sono per forza tempi
morti, inutile forzarli verso una direzione.
Quando andavo a scuola, alle elementari e poi
le medie, le mie giornate erano incredibilmente
vuote. E un vuoto così non l'ho mai più
conosciuto. Dopo sono arrivate le amicizie,
gli amori, i viaggi per il mondo, il lavoro.
Tutte cose possibili perché risuonavano
in quel vuoto che non ho più dimenticato.
Se invece mi fossi voluto dar da fare, fin d'allora,
avrei sempre dovuto considerare se quella che
facevo era una scelta giusta. Mi sarei posto
il problema di scegliere. Come se nella vita
fosse giusto fare delle scelte.
Seguendo
quella logica sarei potuto diventare anche un
martire, o un rivoluzionario infelice. Bastava
seguire la manata del vicepreside che mi aveva
sbattuto giù dalle scale. Invece mi sono
rialzato, prontamente, dicendo a tutti che stavo
benissimo, e che non ero neanch'io quello che
era ruzzolato giù dalle scale. Era un
altro, un nome, un cognome, magari anche un
corpo. Ma non ero io.
Quello
era stato solo un incidente. Perché se
è vero che i film aiutano a vivere, però
la vita non è mai un vero film, e allora
i momenti culminanti hanno spesso poca importanza.
Certo dire che si è caduti giù
da una scala è senz'altro più
interessante che non dire che la domenica andavo
sempre dai nonni in campagna, e che in campagna
quando viene buio sembra che il giorno muoia
definitivamente, non come in città che
il giorno si addormenta soltanto, all'ora in
cui chiudono i negozi. E poi in campagna le
case sono proprio delle case, un involucro con
una luce dentro, come le casupole del presepe.
Perché intorno c'è un buio fitto,
del tutto simile al buio che avvolgeva anche
la mia infanzia e ancor più la prima
adolescenza, quando volevo che la notte non
finisse mai. Perché da ragazzo la notte
non mi faceva certo paura, che anzi la desideravo
per immaginarmi una casa illuminata, un riparo
nel buio. Ed è a quel lumicino che ripenso
ancora, quando ripenso a com'ero allora.
VIII.
I
primi tempi ch'ero qua mi sembrava che non ci
fossero posti dove andare a camminare. Solo
stradoni lunghi lunghi o i labirinti delle mahallà,
spazi che oscillavano tra la monotonia dell'autostrada
e l'inaccessibilità della casba. Poi
ci sono state le passeggiate intorno a casa
e soprattutto la scoperta del lungofiume, cioè
un largo canale che attraversa la città
e che si vede sbucare ogni tanto ma rimane per
lo più nascosto dietro la grande Piazza
dell'Indipendenza, la Casa del Presidente, lo
stadio di calcio. E passeggiando per il lungofiume
la scenografia pomposa da capitale rivela tutto
il suo volto di cartapesta, i segni di uno sgretolamento
che forse è meglio non mostrare troppo.
Ma
non c'è solo la rivelazione di questa
messinscena a rendere affascinante la passeggiata.
Perché una volta superate le piazze e
i palazzi, o il meglio il loro retro, la loro
faccia nascosta, il sentiero lungo il fiume
s'inoltra in un abbandono ancor più desolante,
fra erbacce, selciati divelti e lastroni sconnessi,
e dopo una chiusa appare invece un incantevole
ristorante con una terrazza che si affaccia
direttamente sull'acqua.
Quello
è il mio angolo di Svizzera, ma una Svizzera
sfinita, polverosa. Perché il posto mi
ricorda tanti altri posti frequentati sull'Aare,
il Limmat, il Reno, il Rodano: lampioncini e
tavolini, le cameriere che svuotano continuamente
i posacenere. Solo che qui anche l'idillio e
il comfort non riescono a togliersi di dosso
una crosta polverosa che si posa dappertutto.
E in faccia alla terrazza, sull'altra sponda
del fiume, l'idillio s'infrange pure nel profilo
di una fabbrica cadente, dove mi han detto che
un tempo facevano la birra.
Insomma
non è mai chiaro, stando qua, se sei
nelle rovine di un passato o di un futuro. Di
certo in un luogo dove non è difficile
immaginarli entrambi, perché futuro e
passato si sovrappongono continuamente.
Anche
quand'ero a Zurigo mi piaceva passeggiare su
un sentiero lungo il Limmat, e una volta superati
gli orti e le casette arrivavo in una zona di
fabbriche in disuso e vecchi casermoni popolari.
Andavo lì per uscire dall'idillio soffocante
di villette troppo linde e giardinetti ben curati.
Eppure anche quell'area quasi abbandonata manteneva
un suo ordine, una sua geometria rigorosa. A
suo modo era un quadro già fatto.
Qui
le cose difficilmente riescono a entrare in
una cornice. Giusto nelle prospettive degli
stradoni a perdita d'occhio s'intravede un disegno,
sennò altrove gli spazi si aggrovigliano
senza mai riuscire a fissarne i limiti, i contorni.
L'immagine che mi viene è quella del
sottobosco, il sottobosco di una civiltà
che galleggia nella deriva di qualcosa che è
stato e l'annuncio di qualcosa che non si sa
cosa sarà. Ed è in questa sospensione
che la città rivela la sua anima, la
sua tragica naturalezza.
Questo
non toglie che a sedersi sulla terrazza del
lungofiume si stia molto bene. Ci siamo stati
anche domenica scorsa, a mangiare gli shashlyk
georgiani e salutare Vincenzo e Barbara che
stanno lasciando questo paese. C'era anche la
loro bambinetta di pochi mesi, Aurora, e Paolo
con cui poi sono rimasto a bere delle birre
dopo che gli altri se n'erano andati.
Da
quando sono qua vivo un'alternanza continua
di arrivi e partenze. Paolo arrivato da poco,
Vincenzo e Barbara in partenza e che all'inizio
erano la mia famiglia di riferimento perché
spesso m'invitavano a pranzo la domenica e prima
facevamo sempre un giro a Tezykovka, il mercato
delle pulci ch'era dietro casa loro. Vincenzo
andava a caccia di valvole per il suo stereo,
s'incantava a maneggiare vecchie cineprese e
binocoli sovietici. Per me la calca di quel
mercato dove c'era di tutto, dalle galline ai
computer, era come il bazar di Blade runner.
Non mi avrebbero stupito pezzi di ricambio per
androidi. Perché in questa città,
e non solo ai mercati, è quasi impossibile
distinguere i segni del progresso da quelli
di un imminente sfacelo. Un po' come nei film
di fantascienza più cupi e verosimili,
ma senza nessuna spettacolarità all'americana.
Perché qui le cose avvengono sempre in
sordina, tutto si smorza nella polvere, in un
cielo spesso immobile, senza nuvole.
IX.
Arrivare,
partire. La loro ultima settimana uzbeka Vincenzo
e Barbara l'hanno passata a casa mia, perché
nel frattempo avevano già spedito le
loro cose in Croazia, dove presto andranno a
stare. Allora ci sono state diverse cene, incontri
di saluto e tanti brindisi e lacrime di tristezza
e commozione.
L'ultima
sera Vincenzo raccontava che quand'era appena
arrivato era stato al ricevimento di commiato
del collega che avrebbe sostituito. Gli sembrava
ieri, invece erano già passati cinque
anni ma si ricordava ancora il suo stupore nel
vedere che quasi tutti piangevano, neanche fosse
un funerale. Piangevano soprattutto quelli di
qua, perché per loro salutare uno che
parte vuol dire in genere non rivederlo più,
e la loro vita è fin troppo segnata dalle
partenze senza ritorno. Per molti di loro gli
amici, i vicini di casa o i parenti che se ne
sono andati sono più di quelli rimasti.
Perciò
qui la gente di solito se ne va senza tante
cerimonie, semplicemente da un giorno all'altro
sparisce. Una cosa che è capitata spesso
anche a Ljuda. Con Roxana, ad esempio, l'amica
dell'adolescenza ormai da anni a Kazan, in Russia.
E poi Ira, Lena, che ho conosciuto anch'io e
che ora sono a Mosca. Tutte partenze che Ljuda
ha saputo quando erano già successe,
neppure una telefonata per dire vado via. Forse
per evitare troppe commozioni.
Comunque
queste partenze devono aver lasciato il segno
perché Ljuda mi fa ripetere spesso la
promessa di non lasciarla mai. E a volte le
viene anche in mente che vorrebbe cercare suo
padre. Le han detto che abita dalle parti di
Orenburg, dove c'è una zia che fra l'altro
potrebbe aiutarla. Ma sua madre, la mamma di
Ljuda, le consiglia sempre di lasciar perdere,
di lasciare le cose così come sono perché
non si può forzare troppo il destino,
e di lui non c'è mai da fidarsi.
Ricordo
quando sono partiti gli armeni da cui abbiamo
preso la casa. Destinazione Kaliningrad, l'antica
Konigsberg della Prussia orientale, ora nord
della Russia.
Ci
avevano dato appuntamento per le chiavi, e quando
siamo arrivati quasi tutti si davano ancora
da fare per mettere sul camion le ultime cassette
e scatoloni. Solo i nonni se ne stavano in disparte,
l'uno accanto all'altra, a spiegarci che quella
casa gli aveva portato fortuna e ci raccomandavano
di averne cura, soprattutto il giardino perché
gli alberi li avevano piantati loro e visti
crescere come figli.
Alla
partenza però neanche loro, neanche i
nonni si sono voltati neppure per sbaglio. Ormai
l'albicocco, il ciliegio, i melograni erano
già entrati nei sogni che adesso m'immagino
frequenti, in riva al Baltico. E questo cielo
così celeste quante volte squarcerà
i nuvoloni del nord?
Allora
mi rendo conto che stare a cercare col lanternino
le mie nostalgie di bambino, di quando abbiamo
traslocato in città, potrebbe essere
solo un gioco della memoria. Per molti questo
gioco è così vero d'aver paura
a confessarlo persino con gli occhi.
Il
nonno degli armeni era d'origine greca, capitato
da bambino in Armenia da cui poi s'era voluto
trasferire in Uzbekistan all'inizio degli anni
Sessanta. Perché allora si veniva qui
per dare un futuro ai figli, il governo fra
l'altro favoriva queste migrazioni interne.
Poi la storia come al solito è capricciosa,
così suo figlio s'è mosso da qua
per dare a sua volta un futuro ai suoi figli.
E così via. Chissà fino a quando.
Rimane
però sempre qualcosa a parlare di chi
se n'è andato. Stappare il vino che ci
hanno lasciato Vincenzo e Barbara, raccogliere
le albicocche degli armeni. E quando ce ne andremo
via anche noi, i cachi piantati in primavera
dovrebbero già dare i primi frutti.
A
voler comunque tornare al mio primo trasloco,
quando dal paese in cui son nato ci siamo trasferiti
in città, ricordo che l'inizio della
vita cittadina ha coinciso anche col tentativo
di mio padre d'intraprendere un'attività
da imprenditore. Il lavoro che andava a fare
gli lasciava più tempo libero, e nei
paraggi del paese che avevamo appena lasciato,
a pochi chilometri dalla città, era iniziato
un vero e proprio boom d'industrie ceramiche,
grazie all'argilla che si poteva trovare dappertutto.
Così anche mio padre, coi suoi risparmi,
era diventato socio di una ceramica.
Gli
affari non sono andati benissimo. Nel giro di
qualche anno mio padre s'è tirato via
dalla società, che adesso non ricordo
neppure come si chiamava. Mi ricordo invece
molto bene quella volta che mio padre è
tornato a casa con un crocefisso in ceramica,
fatto dalla "sua" fabbrica, e questo
crocefisso è stato appeso in casa come
il segno visibile di una nuova epoca. Era finalmente
qualcosa di concreto che rispetto a tanti desideri,
preoccupazioni, aveva il vantaggio di essere
appunto una cosa, qualcosa di tangibile che
aiutava a sopportare meglio i pensieri per un'avventura
ancora incerta. Era come il primo mattone di
una casa, la consacrazione di un inizio che
è poi finito quasi subito.
Un'altra
volta, anni dopo, mio padre aveva portato il
quadro di un ruscello che scorreva fra le montagne.
Sono sempre state molto poche le cose che mio
padre prendeva per la casa, perché la
casa era della mamma, come avviene nella maggior
parte delle famiglie del mondo. Se perciò
mio padre portava in casa qualcosa era un segnale
che andava interpretato, perché lui in
famiglia borbottava sempre e non si capiva mai
cosa volesse.
Dunque
il ruscello di montagna. Per farci capire che
il quadro era bello ci aveva detto di spostarci
da destra a sinistra, e da qualunque parte la
si guardasse l'acqua ti veniva sempre addosso.
Che dev'esser stato quello che gli aveva detto
il venditore, perché i venditori da mercato
t'ipnotizzano sempre con lo stesso trucco. Il
mistero dell'arte è la sua ubiquità,
non è come per una fotografia che bisogna
guardarla di fronte. Anche la Gioconda, come
si sa, dovunque ti sposti ti sorride sempre.
Comunque
quello dev'essere l'unico quadro che mio padre
ha comprato in vita sua. L'aveva preso perché
con quel ruscello voleva dirci che lui cominciava
ad avere una certa età, i figli erano
già abbastanza grandi e allora basta
con le vacanze al mare, che lo facevano innervosire
sempre. La montagna era molto più bella,
più riposante, fresca.
Così,
andando in pensione, mio padre ha comprato una
cassetta in un paese del trentino. E quest'estate,
all'ospedale, una delle tristezze più
grandi era che dopo tanti anni non era potuto
andare in montagna, e pensare a quella casa
vuota lo faceva precipitare in una malinconia
indicibile.
X.
Le
vacanze che i miei genitori hanno cominciato
a fare in montagna hanno coinciso con il mio
primo viaggio senza di loro. Sono andato con
due amici a Parigi, e da lì in Spagna.
A
dir la verità la prima meta non è
stata proprio Parigi ma St. Malo, in Bretagna,
una meta decisa all'ultimo momento in treno
perché non volevamo scendere immediatamente
a Parigi. Avevamo un biglietto per viaggiare
un mese intero per tutta Europa, perciò
sulla carta geografica accanto al cesso, in
treno, avevamo deciso di andare subito a St.
Malo perché non volevamo sprecare subito
Parigi, che doveva essere il culmine del nostro
viaggio. Per questo la Parigi della prima volta
è stata quella delle sirene di ambulanze
e polizia alla Gare de Lyon, l'odore acre della
metropolitana per raggiungere la Gare du Nord.
E ancora adesso queste rimangono fra le sensazioni
più vive che ho assorbito in quella città,
poi visitata diverse altre volte.
In
fondo anche la vera St. Malo, la prima tappa
del nostro viaggio, è rimasta ancora
quel luogo geografico scelto sulla cartina appesa
in treno. La St. Malo che abbiamo raggiunto
non era propriamente una città sul mare,
piuttosto il prato davanti alla stazione ferroviaria
dove abbiamo dormito col sacco a pelo perché
all'ostello non c'era più posto. E i
ricordi di St. Malo si bloccano a quella notte,
perché il giorno dopo abbiamo ripreso
la strada per Parigi confinando St. Malo a quel
prato buio. La St. Malo reale, col porto, il
mare, la fortezza, credo somigli ancora adesso
molto di più a quella immaginata che
non all'imprevisto di una notte.
A
luglio, prima di tornare in Italia, sono stato
diversi giorni in ambasciata a sbrigare le pratiche
degli studenti che dovevano andare in borsa
di studio a Siena o Perugia. E mi piaceva spiarli,
nell'imminenza di un viaggio così desiderato.
Ricordo ad esempio Zaynab, che ancora non era
mai stata in Italia, incantata a fissare per
un bel po' un poster delle Cinque Terre appeso
in ufficio. Naturalmente c'era un mare molto
blu, piante e casette disseminate sulle scogliere.
E lei, come la maggior parte della gente di
qua, non aveva mai visto il mare.
Quando
per la prima volta l'anno scorso Ljuda ha visto
il mare, in Liguria, non deve averle fatto un
grande effetto, calato nella calura biancastra
dell'estate. Giusto una riga appena un po' più
scura. Sono state le onde invece, che quando
il mare era mosso anche lei traboccava di felicità.
Perché quello che senti non è
solo quello che vedi, e quella vivacità
che viene da lontano la può avere solo
il mare.
Anche
noi, quando avevamo voluto dirigerci a St. Malo
eravamo probabilmente attratti dal mare, nel
nostro caso da un mare ancor più grande,
dall'oceano che non avevamo mai visto. Ma è
stata una presenza appena avvertita quando avevamo
pensato di andare col sacco a pelo sulla spiaggia,
e ce l'avevano sconsigliato perché di
notte la spiaggia spariva e ci saremmo trovati
sott'acqua. Nella stanchezza del viaggio solo
un altro contrattempo. E poi allora eravamo
troppo incantati dalle sirene di Parigi.
A
dir la verità anche la vacanza di Parigi
è stata diversa da come l'avevamo immaginata.
Partendo da St. Malo abbiamo piantato la tenda
a un campeggio a parecchi chilometri dalla città,
e ogni giorno per una settimana arrivavamo a
Parigi in treno. Il nostro in effetti è
stato un viaggio soprattutto ferroviario, eravamo
presi dalla frenesia di spostarci. Tant'è
che quand'eravamo in Spagna, gli ultimi giorni
li abbiamo passati praticamente tutti in treno,
solo perché avevamo finito i soldi ma
il biglietto ferroviario non era ancora scaduto.
Il
primo viaggio l'ho consumato nella smania di
partire, un gesto essenziale che volevo apprendere
e grazie al sostegno degli amici è stato
tutto molto più facile. Perciò
i ricordi di quel viaggio sono soprattutto scompartimenti
di treni, paesaggi che corrono dal finestrino,
una luna che da Bilbao mi ha accompagnato fin
quasi a Madrid. Non tanto, a dir la verità,
ma almeno avevo imparato una strada che poi
mi sarebbe servita altre volte, anche per andarmene
da solo. Avevo imparato a partire.
XI.
La
mia prima "vera" casa, l'approdo a
tanti viaggi e partenze, è stato l'appartamentino
di Cristoph a Zurigo. Ci sarei stato per un
anno intero, finalmente solo. Non era più
la camera col divano rosso dai miei, le stanze
prese in affitto, le ospitalità più
o meno prolungate a casa di amici e conoscenti.
Quella era solo casa mia. Solo io avevo le chiavi
e avevo davanti un periodo sufficientemente
lungo da non doverlo considerare provvisorio.
Un anno è già abbastanza, specie
se hai appena trent'anni.
La
cosa che mi è subito piaciuta, di quell'appartamentino
così piccolo, era che si trovava dentro
una casa abitata solo da pensionati. Niente
più giovani, studenti, ma gente di una
certa età che voleva trascorrere una
vita monotona e tranquilla. In un certo senso
l'unico turbamento potevo essere io, il giovane
straniero da guardare con sospetto. Ma fin da
subito ho cercato di non farmi notare, e appena
a casa mi toglievo subito le scarpe.
Io
d'altronde non cercavo una libertà illimitata.
Cercavo solo un uovo che mi contenesse, e le
dimensioni microscopiche di quell'appartamento
erano l'ideale. Avevo già diviso troppe
stanze e appartamenti con altri, e m'immaginavo
che a stare da solo la mia vita avrebbe fatto
un salto in avanti. Verso dove non lo so, ma
ero già contento che quella fosse una
tappa, perché se la vita è un
percorso bisogna pur raggiungere ogni tanto
qualche meta. In quel caso erano uno spazio
tutto mio e l'uscita da una vita studentesca
che non voleva finire mai. Adesso casa e lavoro
ce li avevo. L'amore era ancora nebuloso, ma
almeno due cose su tre erano andate a posto.
Dopo
poco ch'ero andato ad abitare in quell'appartamentino
mi era venuta a trovare A. con un'amica, di
passaggio da un viaggio. Abbiamo dormito tutti
nella stessa stanza, perché altri posti
non ce n'erano. Io e A. nel letto grande, la
sua amica per terra su un materassino.
In
quel periodo, durato tanti anni, preferivo l'amore
immaginato all'amore realizzato, perciò
quella situazione di promiscuità mi eccitava
molto lasciandomi però tranquillo. Perché
durante le notti qualcosa con A. succedeva,
ma bisognava essere sempre molti cauti per non
svegliare l'amica. E il giorno dopo non ci si
poteva stringere troppo in una coppia perché
non era bello far sentire l'altra un'intrusa.
Anzi, ad essere sinceri, per evitare questa
situazione durante il giorno finivo quasi per
dare più attenzione all'amica che non
ad A. Per com'ero fatto allora, un ménage
ideale.
Quando
poi è tornata A. da sola non è
stato così bello. Non ero pronto a sostenere
l'amore giorno e notte. Se non avessi ancora
delle fotografie, fatte quando siamo andati
a mangiare sull'isola in mezzo al lago, in una
bella giornata di sole e lei che sorrideva,
se non fosse per quelle foto, di quella seconda
visita non avrei praticamente alcun ricordo.
Nell'anno
passato nell'appartamentino di Cristoph, la
mia famiglia di riferimento, i Vincenzo e Barbara
di allora, erano una donna che aveva più
o meno la mia età, una donna alta, pallida,
intelligente, che s'era sposata con un uomo
più vecchio di quarant'anni. Il loro
era stato un amore molto contrastato, specie
dalla famiglia di lei, così avevano deciso
di lasciare l'Italia per rifugiarsi in Svizzera,
in un esilio da cui erano nate anche due bambine.
Dunque una vera famiglia: lui, lei e due figli.
Ma con quella particolarità anche dolce
di un padre-nonno.
Da
loro andavo a cena quasi ogni settimana. Mi
piaceva l'atmosfera della loro casa. Le bambine
diafane e silenziose, lei che cucinava e scriveva
intense poesie sulla vita domestica, lui che
raccontava degli anni passati a Roma, di quando
lavorava ai programmi culturali della radio
dove aveva incontrato tante persone che io conoscevo
solo di fama. Una volta gli aveva anche telefonato,
a Zurigo, uno scrittore di Napoli per raccomandargli
la figlia di un celebre scrittore tedesco, una
donna ormai anziana ch'era rimasta vedova dopo
un lungo matrimonio in Italia e che perciò
era tornata nella vecchia casa paterna, una
bella villa sul lago dove però abitava
anche il fratello. E lei col fratello non andava
d'accordo, ma soprattutto il lago la immalinconiva,
e non avere più il mare attorno e gente
che parlasse in italiano. Così mi era
stato proposto di avere un colloquio con questa
signora, e magari trasferirmi alla villa per
farle compagnia e alleviarle la nostalgia dell'Italia.
Era sufficiente che parlassi nella mia lingua.
Io,
che allora andavo proprio matto per Robert Walser,
mi figuravo già l'inizio dell'Assistente,
quando il protagonista suona alla porta di una
villa per proporre i suoi servigi. Ma non so
più come, poi non se n'è fatto
niente. Credo perché volevo rimanere
fedele a quella tappa della mia vita, al mio
guscio nella casa dei pensionati. Non ero disposto
a rinunciare subito alla mia solitudine, alla
mia indipendenza. Le gabbie dorate preferivo
immaginarmele da solo, senza dover niente a
nessuno.
Se
ora non fossi così lontano, non potrei
mai raccontare certe cose. Ma lo spazio aiuta
anche il tempo, così i ricordi si fissano
in una lontananza che me li fa distinguere meglio.
Isolotti
che affiorano. Li posso avvistare perché
il mare si è calmato, placate le onde
dell'emozione, di una vergogna tante volte taciuta.
O più semplicemente le solite onde della
dimenticanza, del tempo che passa e spazza via.
Forse
tutto questo è anche un effetto di questo
tempo fermo, bloccato in un cielo sempre uguale.
Sono tornato da più di un mese e non
ho ancora visto una nuvola.
(I
- continua)