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Orio Vergani - Giovanni Gentile
Orio
Vergani (Milano, 1899 - 1960) racconta il suo
primo incontro con Giovanni Gentile.
Siamo a Roma, nel 1917, presso la sede del "Messaggero
della Domenica", di cui Pirandello "è
l'eminenza grigia". Vergani è, a
suo dire, un "cattivo scolaro, ragazzo
balbuziente, diciottenne timido e pronto
a passare dalle vampe del rossore a tremanti
pallori", mentre Gentile è già
il filosofo affermato e venerato come maestro.
L'articolo è datato 6 marzo 1956 e costituisce
un affettuoso ricordo a dodici anni dalla morte
del filosofo.
Il
fattorino e il filosofo
"Un
giorno, davanti alla bozza che "cresceva"
di cento righe, Pirandello disse: "Non
possiamo tagliare noi, cento righe ad un articolo
di Giovanni Gentile. Bisogna che Vergani vada
a casa sua, che gli spieghi, che preghi, con
un po' di tatto... Come si fa a chiedere un
taglio di queste proporzioni? Non possiamo mica
farglielo dire da un fattorino! Vergani gli
spiega: va e viene...".
In tram, con la fronte imperlata di sudore,
immaginai tutte le possibili domande di una
specie di interrogatorio, da parte del filosofo,
al ragazzo che al primo esame di filosofia era
stato bocciato e aveva interrotto gli studi:
"Bravo! Mi avrebbe detto. Così giovane
e già redattore di un settimanale letterario!...".
Un uomo simile, il Grande Saggio, aveva certamente
passato la sua vita fra i "primi della
classe". Come avrei potuto nascondere che
io ero stato l'ultimo, forse l'ultimissimo?
Mi pareva di andare a un terribile esame: e
dietro all'uscio, forse, origliava Benedetto
Croce. E se, a bruciapelo, avesse detto: "Caro
ragazzo, parliamo un po' di Kant e di Fiche"?
La gente che era con me in tram non capiva certamente
perché quel ragazzo era così pallido.
Mi ricordai del consiglio di Pirandello: "Recita.
Le tue parole non riesci a spiccicarle? Di'
quelle di un altro...". Il miglior partito
era proprio quello di recitare la parte del
fattorino. A un fattorino non si parla di Kant.
Un fattorino lo si fa accomodare in anticamera.
Mi sentii come liberato da una grossa pietra.
Era estate. Era passato di qualche minuto il
tocco. Pensavo: Magari starà mangiando,
Giovanni Gentile... Mi farà aspettare.
Anche i filosofo hanno diritto di mangiare in
pace...". Via Palestro era una brutta strada,
una delle strade "torinesi" di Roma:
casoni dalle facciate giallicce, immensi, squallidamente
austeri e anonimi come ministeri. Trovato il
numero, presi fiato, guardai nell'atro buio,
mi volsi verso il gabbiotto vetrato della portiera,
dissi a me stesso: "Non tartagliare! Fai
subito la voce del fattorino...". Cominciava
la povera recita del ragazzo timido. Dovevo
prendere a modello una voce. Pensai alle grosse
voci romanesche dei postini, dei garzoni panettieri,
dei lattai, dei ragazzi di macelleria per i
quali i nomi anche più illustri sono
come un numero anonimo.
Domandai:
"Gentile?"
Senza alzar gli occhi dal suo lavoro la portiera
rispose:
"Terzo!"
Ecco la scala, e con la scala il batticuore
aumenta, il batticuore del timido che recita
la parte del fattorino e che, ad ogni gradino,
sente avvicinarsi l'istante in cui entrerà
in scena. Ecco la scala vasta, sparsa qua e
là di lievi ragnatele, le porte chiuse
come ostilmente, i gradini grigi, le ringhiere
di ghisa, un lucernario livido e un odor di
minestra di verdura che filtra sotto gli usci:
"Fantasia, - dice una voce - l'avevi immaginata
così, Fantasia di ragazzo, la scala di
un grande filosofo?".
Di là dall'uscio del terzo piano - non
si può sbagliare: sulla targhetta di
ferro smaltato è scritto: "Gentile"
- non si udivano, in verità, filosofici
silenzi: ma uno strano tramestio, un rimescolio
indistinto di voci e di rumori, una specie di
infantile cagnara, come si diceva allora a Roma:
voci un po' grosse di ragazzi e più acute
di ragazzini: una specie di scuoletta durante
la ricreazione. Al tocco del campanello ogni
voce si spense: ogni segno di vita si incenerì.
Quel silenzio faceva pensare ad un coro di sguardi
che si domandavano: "Chi sarà mai
a quest'ora?". Dietro all'uscio un orologio
a pendolo suonò il tocco e mezzo, come
per dire: "Importuno!". Una donnetta
aprì, e dietro a lei, nell'anticamera
buia, mi sembrò di intravedere su una
soglia un ragazzetto curioso.
"Bozze del "Messaggero", dissi
con la voce dell'immaginario fattorino.
"Il professore sta mangiando."
"Gli dica che c'è da tagliare cento
righe."
"Cento righe?"
"Sì, cento righe."
In quel silenzio le parole di questo modestissimo
dialogo suonavano come in un teatro.
"Il professore è a colazione..."
"Cento righe... Stanno impaginando."
Dalla porta a vetri del fondo, socchiusa, che
custodiva quel silenzio sepolcrale, una voce
disse: "Fai venire avanti!". Era una
stanza da pranzo, dai mobili assai modesti:
e, nel controluce che veniva dalla finestra
aperta sull'estate romana, io non avevo mai
veduti tanti ragazzi seduti a tavola, né
mai tanti occhi curiosi e sospettosi: una specie
di collegio che dice: "Chi è costui?".
A capotavola stava il professore, alto e massiccio,
che andava scodellando la minestra per i suoi
figlioli. I più grandi passavano le fondine
ai più piccoli e, inserendo il suo gesto
in un tutto quel girotondo di piatti, la madre
di quei ragazzi, in pari tempo, compiva la prima
distribuzione del pane. Al mio apparire, quella
giostra - scodelle, fette di pane, cucchiai
già branditi - si fermò. Io mostrai
da lontano i fogli delle bozza. Li prese il
primo ragazzo: li passò ad un secondo,
e questi al terzo, e il terzo al quarto: e intanto
quelli dall'altro lato della tavola guardavano
con nerissimi occhi un po' le bozze, un po'
me, un po' la zuppiera della minestra.
"Ci sarebbe", dissi, "da tagliare
cento righe."
"Mi dispiace che devi aspettare. Anche
per te deve essere l'ora di mangiare. Vuoi andare
a casa e tornare? Abiti lontano?"
"In Prati."
"In Prati? Attraversare due volte tutta
Roma... Quanti anni hai?"
"Diciotto."
"Beh! A diciotto anni non si può
stare a stomaco vuoto. Vuoi mangiare qui?"
Pensai: "Adesso finisco in cucina con al
serva...". Dissi: "Grazie, non voglio
disturbare".
"Lo vuoi o non lo vuoi un piatto di minestra?
Non farai complimenti", continuò
Gentile. "Ragazzi, stringetevi un po',
e uno vada a cercare una sedia. Come sei venuto?
In bicicletta?"
"No. In tram."
"Il giornale non vi passa la bicicletta?"
"No. Così risparmiamo che ce la
rubino."
Mi pareva un miracolo. Non tartagliavo. Il "fattorino"
se la cavava benissimo, come aveva detto Pirandello.
Parlavo tranquillo davanti a quell'uomo che
aspettava di scodellare un piatto di minestra.
La sedia arrivò portata in aria dal ragazzo
più piccino. I posti si strinsero, e
a me toccò quello in fondo, accanto alla
madre di tutti quei ragazzi, che mi passò
subito il pane. Arrivò poi laggiù,
sbrodolando un po', una fondina troppo colma,
e mi sembrò che i ragazzi, mentre la
passavano, la guardassero e la misurassero perché
ero stato servito meglio di tutti. Era una minestra
paesana, un po' brodosa: i ragazzi la "rinforzavano"
con il pane. E così feci anch'io, perché,
insomma, era proprio vero ch'io ero di poco,
di poco più grande di quei ragazzi. Il
professore, laggiù, non parlava più:
su un angolo della tovaglia s'era già
messo a lavorare alle bozze, prendendo ogni
tanto un cucchiaio di minestra, e guardando
un po' verso noi ragazzi, verso i figli e verso
il fattorino ch'ero io, ma, evidentemente, pensando
a cose lontanissime, dalle quali ogni tanto
"riapprodava" con un sorriso alla
nostra realtà di ragazzi famelici. Venne
la carne, e poi venne la frutta, e intanto il
taglio delle cento righe era finito, e mi ero
pulito la bocca col tovagliolo e avevo prese
le bozze, e non toccavo la frutta. Erano delle
pesche: contate, giuste per quanti erano a tavola
prima di me.
"Non prendi la frutta?"
Indovinò forse il mio imbarazzo. Dal
suo posto contò le pesche. Disse: "Per
mia moglie e per me basta una. Non far complimenti".
"Devo correre al giornale."
"Te la mangerai per le scale."
Quando seppi come era stato ucciso, ricordai
quella lontana giornata d'estate, il branco
dei ragazzi, la minestra brodosa, rinforzata
di tanto pane. Ricordai quando ero stato "fattorino"
alla sua tavola familiare: la mano che, assieme
alle bozze, metteva quasi con forza affettuosa,
nella mia, la pesca. Non avrei mai più
potuto ringraziarlo di quel piatto di minestra,
di quel frutto, di quel posto dato a tavola
ad uno sconosciuto: di quella lezione di umanità
più chiara di ogni filosofia. Ma ogni
volta che mi tocca di tagliare una bozza, dico,
fra me: "Grazie, Gentile...".
Orio
Vergani, Alfabeto del XX secolo, Baldini
e Castoldi, Milano, 2000, pp. 233-236.
37
Salvatore Spinelli - Eugenio Donadoni
In
questo ritratto dell'italianista Eugenio Donadoni
(Adrara San Martino, Bergamo 1870 - Milano,
1924), il critico letterario Salvatore Spinelli
rievoca nel 1957 il primo incontro scolastico
col suo professore di italiano, avvenuto
al Liceo Umberto I di Palermo nel 1908.
Il tono brusco delle parole con cui il maestro
si presenta alla classe, il cipiglio severo
ed autoritario del professore, ma anche la sua
sicurezza di giudizio non smentita alla prova
dei fatti, riaffiorano nella memoria dopo quasi
cinquant'anni, e questo certo suggerisce la
distanza dalla moderna pedagogia, ma anche la
irripetibilità ed unicità di ogni
esperienza pedagogica.
Selezione
preliminare
Il
primo contatto ch'ebbi con lui [Eugenio Donadoni],
nella prima lezione, nel lontano novembre 1908,
non si cancella dalla mia mente. Una consimile
impressione di sorprendente novità, a
cui l'anima subito si protende, ho sentito poi
alle prime battute dell'orchestra del Don
Giovanni di Strauss e del Boris Goudunov.
Non lo conoscevamo. Ed egli non ci conosceva.
Nell'intervallo fra le lezioni l'aula risonava
di richiami e di lazzi. Quando, dalla soglia,
entrando, ci guardò, uno dopo l'altro,
negli occhi, si fece un grande silenzio. Con
la mano, mollemente, ci invitò a sedere.
Sedette, e incominciò l'appello. Un nome:
una lunga pausa; e uno sguardo lungo, attento,
meditativo. Alcuni abbassarono gli occhi. Non
era un appello; era un esame, un'investigazione,
tacita, profonda. Finito l'appello chiamò,
piano: "Albanese, Canèpa, Maymone,
Musotto, Zingales... vengano a sedere nei primi
banchi. Loro cedano i posti. Mi piace avere
vicino gli otto o dieci pei quali più
volentieri faccio lezione".
A ripensarci, fu un atroce modo di separare
la classe in due gruppi: dei preferiti e dei
reietti; tratto inconsueto, strano, forse non
plausibile. Ma ciò che importa è
che in quella scissione, netta, immediata, egli
rivelava -ne avemmo coscienza- una precisione
d'intuito veramente sorprendente. Nessuno ardì
ribellarsi e neppure sussurrare. Ci sbirciammo,
sottecchi, quasi colti da una specie di timore
reverenziale. Egli aggiunse, dolcemente: 'chi
avesse bisogno di uscire, esca, con discrezione,
senza chiedere permesso. Non segno le assenze
neppure nella memoria'.
Anche Vittorio Graziadei, che lo aveva preceduto
in quella cattedra, soleva fare un'avvertenza
simile. E ad uno ad uno gli scolari uscivano
a fumare e chiacchierare nei corridoi con disperazione
del preside. Ma durante le lezioni di Donadoni
nessuno mai si assentò, neppure un minuto.
Anche gli indocili, gli irriverenti, gli ineducati
- in una classe di quaranta ragazzi ce n'è
sempre - si comportarono da "dieci in condotta".
Salvatore
Spinelli, Eugenio Donadoni maestro, in
"Belfagor", anno XII, n. 4, 31 luglio
1957, pp. 434-435.
38
Ennio Flaiano - Leo Longanesi
Riporto
di seguito la parte iniziale del necrologio
dell'editore Leo Longanesi (Bagnacavallo, Ravenna,
1905 - Milano, 1957) scritto da Ennio Flaiano
(Pescara, 1910 - Roma, 1972) e pubblicato sul
settimanale "Il Mondo" l'8 ottobre
1957. La notizia della morte dell'amico dà
il via alla catena dei ricordi e alla ricostruzione
dei rapporti tra i due, a partire dal primo
incontro avvenuto intorno al '37 in una birreria
romana. Longanesi con "quel suo fare sbrigativo
con cui sapeva mettere l'arte sul piano degli
affari e viceversa" (op. cit. in basso,
p. 545), "ordina" allo scrittore di
dedicarsi al suo mestiere "senza perdere
tempo". È un modo come un altro
per liberare il giovane Flaiano dal torpore
in cui il fascismo ha confinato la nuova generazione
di scrittori, ed anche un modo originale per
avviare una schietta e sincera amicizia.
Ordine
perentorio
Longanesi.
I giornali di stamani (28 sett.) danno la notizia
della morte di Leo Longanesi. I giornali ormai
non ci danno che cattive notizie, un giorno
finiremo per leggerci anche la notizia della
nostra morte; ma questa di stamane era più
che una notizia cattiva: mi è parsa insidiosa
e scoraggiante. Longanesi morto è più
di un amico perduto, è la fine di un
incontro e di uno spettacolo. Ho pensato a lui
durante il giorno e ho capito che gli volevo
bene e che lui me ne voleva: ma era il bene
"di una volta", quello che non si
dice e porta a continui reciproci perdoni. Ho
ricordato come l'avevo conosciuto, vent'anni
fa, in una birreria dove, dopo quattro chiacchiere,
mi disse: "Si metta a scrivere e non perda
tempo". Me lo ordinò addirittura,
senza spiegarmene le ragioni, che io non vedevo
chiare. Era il suo modo di convincere i pigri
e i delusi della mia specie in quella gioventù
che il fascismo aveva se non bruciata certamente
affumicata. Sei anni dopo lavoravamo insieme...
Ennio
Flaiano, La solitudine del satiro, in
Opere. Scritti postumi, I, Bompiani, Milano
1988 a cura di Maria Corti e Anna Longoni, p.
544.
39
Giacomo Debenedetti - Umberto Saba
Su
consiglio di Sergio Solmi, Giacomo Debenedetti
pubblica nel 1922 sul primo numero della rivista
"Primo Tempo" da lui fondata (insieme
a Sergio Solmi, Emanuele Sacerdote e Mario Gromo),
la Canzone 3 di Umberto Saba intitolata
Il Vino. Il poeta, dunque, va a trovarlo
a Torino per conoscerlo e ringraziarlo di persona.
Così riferisce la visita Debenedetti
in un discorso letto al Circolo della Cultura
e delle Arti di Trieste per le Celebrazioni
di Saba, il 10 dicembre 1957. Si noti il
ritegno di chi aspira all'oggettività
dell'esame critico, e deve cedere all'incalzare
del ricordo ("Spiace di fare appello ai
ricordi...").
Un
uomo dolce e aggressivo
Spiace
di fare appello ai ricordi, perché costringono
a parlare in prima persona. Ma insomma, il primo
ricordo che conservo di lui, un Saba 1923, presentatosi
con un vestito blu e un berretto da ciclista
all'uscio di una casa di Torino, dove era venuto
a conoscere un critico "vergognosamente
giovane" (come poi scrisse), mi riporta
l'immagine di un uomo dallo sguardo limpidissimo,
pronto a passare dalla dolcezza all'aggressività;
e tuttavia in quello sguardo la pupilla aveva
improvvisi guizzi sfuggenti, come di chi si
guardi le spalle. Erano
gli automatismi di quell'angoscia di perseguitato?
Poteva anche essere un umano ritegno per risparmiare
all'interlocutore il disagio di sentirsi decifrato
troppo in fondo. (1)
G.
Debenedetti, "Quest'anno...",
in Intermezzo, Mondadori, Milano 1963,
p. 48, ora in Saggi, Mondadori, Milano 1999,
p. 1072.
40
Giorgio Bassani - Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Giorgio
Bassani (Bologna, 1916 - Roma, 2000), a cui
si deve la scoperta di Giuseppe Tomasi di Lampedusa
(Palermo, 1896 - Roma, 1957), ricorda l'incontro,
"primo e ultimo", a San Pellegrino
Terme nell'estate del 1954, con l'autore de
Il Gattopardo, e col poeta Lucio Piccolo,
cugino di Tomasi, scoperto invece da Montale.
Ottima la descrizione bassaniana del Tomasi
come d'un "generale a riposo" che
s'aggira insieme al suo attendente, il barone
Lucio Piccolo, per i viali del Kursaal della
ville d'eau bergamasca nella sua ultima
ridente stagione. L'incontro rientra nella tipologia
dell'incontro-convegno. Il contesto del
racconto è la Prefazione alla
prima edizione de Il Gattopardo del 1958.
Un
generale a riposo e il suo attendente
La
prima e l'ultima volta che vidi Giuseppe Tomasi,
principe di Lampedusa, fu nell'estate del 1954,
a San Pellegrino Terme, in occasione di un convegno
letterario organizzato dalla piccola ville d'eau
lombarda per iniziativa di Giuseppe Ravegnani
e del locale Municipio. Scopo del convegno,
confortato dall'intervento della Televisione
e di un manipolo di fotoreporter, era questo:
una decina tra i più illustri scrittori
italiani contemporanei avrebbero presentato
al pubblico (sparutissimo) dei villeggianti,
un numero corrispondente di "speranze"
delle ultime e penultime leve letterarie. (...)
Esso [il convegno] non fu inutile. Fu a San
Pellegrino, infatti, che Eugenio Montale ci
dette la prima notizia dell'esistenza di un
nuovo, autentico poeta: il barone Lucio Piccolo
di Capo d'Orlando (Messina). (...) Fu Lucio
Piccolo stesso a dichiarare nome e titolo del
cugino: Giuseppe Tomasi, principe di Lampedusa.
Era un signore alto, corpulento, taciturno;
pallido, in volto, del pallore grigiastro dei
meridionali di pelle scura, dal pastrano accuratamente
abbottonato, dalla tesa del cappello calata
sugli occhi, dalla mazza nodosa a cui, camminando,
si appoggiava pesantemente, uno lo avrebbe preso
a prima vista, che so?, per un generale a riposo
o qualcosa di simile. Era più anziano
di Lucio Piccolo, come ho detto: ormai verso
i sessanta. Passeggiava a fianco del cugino
lungo i vialetti che circondano il Kursaal,
o assisteva, nella sala interna del Kursaal,
ai lavori del convegno, silenzioso sempre, sempre
con la medesima piega amara delle labbra. Quando
gli fui presentato, si limitò a inchinarsi
brevemente senza dire una parola.
Giorgio
Bassani, Prefazione a G. Tomasi di Lampedusa,
Il Gattopardo, Milano 1958.
41
Luigi Russo - Bernhard Berenson - Raffaele Mattioli
Luigi
Russo, nel necrologio scritto in occasione
della morte di Bernhard Berenson nel 1959, si
abbandona al ricordo, e rievoca sulle pagine
della rivista da lui fondata e diretta, "Belfagor"
(1946-1961), il primo incontro nel 1931
col critico d'arte, presentatogli dal
comune amico Roberto Pane; subito dopo, ricorda
il giorno in cui egli presentò
al Berenson un "uomo letteratissimo",
il finanziere Raffaele Mattioli (Chieti, 1895
- Milano, 1973). Furono due esami severissimi,
ciascuno durato solo mezz'ora; il primo, del
Russo, superato brillantemente, il secondo,
quello del Mattioli, superato con l'aiuto...
dell'Alighieri. Il luogo dei due incontri è
il medesimo: la villa "I Tatti" nella
campagna fiorentina.
Due
esami indimenticabili
La
morte di Berenson, avvenuta a Ponte a Mensola,
nella villa "I Tatti", la sera del
6 ottobre 1959, alle ore 22, mentre il caro
uomo era immerso nel sonno (era nato in Lituania,
il 26 giugno 1865), mi ha riportato per un momento
alla mia vecchia vita fiorentina. Io fui ammesso
nel sacro recinto dei "Tatti", la
reggia berensoniana, nel 1931, accompagnato
da Roberto Pane; scontroso e impacciato alla
prima, dovevo divenire nel giro di poche settimane
il più assiduo e forse uno dei più
benvoluti frequentatori dei "Tatti".
Il Berenson prese una grande e subitanea simpatia
per me, forse perché andavamo d'accordo
nella crudeltà dei giudizi, o meglio,
per l'accordo spontaneo che si determinava tra
la mia schiettezza, disadorna e grezza, e la
sua consapevole crudeltà estetica di
epigrammista. Io non sono un esteta: gli uomini
esplosivi non possono essere esteti.
Quel giorno del '31, un pomeriggio, fui invitato
per l'ora del the; ma egli volle che andassi
mezz'ora prima del consueto, perché dovevo
passare l'esame. Era la regola che egli seguiva
con tutti i visitatori nuovi. Il mio esame deve
essere andato assai bene, perché fui
approvato con 110 e lode! Il Berenson a un certo
punto mi aveva domandato: "Come occupa
lei, i suoi ozi, a Firenze?" "Io insegno
letteratura italiana". "Ma come si
fa a insegnare letteratura italiana?!"
mi rispose con un ghigno tra affettuoso e beffardo
il critico lituano-inglese-americano. Come punto
sul vivo io diventai eloquente, e rapidamente
accennai a quella che era la mia tendenza di
storico della letteratura, così come
Berenson voleva essere storico dell'arte. Ma
mi guardai bene, e non per prudenza, ma per
una esatta misura delle mie forze, dal fare
una tale comparazione. Alla fine della mia perorazione,
come quella del Marco Tullio Cicerone del Passeroni,
egli scappò a dire: Ma lei mi è
estremamente simpatico! E' il vero temperamento
del liberale e dell'uomo indipendente".
Da quel giorno fui invitato due o tre volte
alla settimana, a colazione, e talvolta restavo
per le ore pomeridiane, aggirandomi nella vasta
biblioteca, per accompagnarlo per la passeggiata
in macchina per i colli fiorentini. [...]
Una volta Raffaele Mattioli, il grande amministratore
delegato della Banca Commerciale di Milano,
uomo letteratissimo, assai più d'un professore
universitario (di quelli d'un tempo, s'intende:
con quelli di oggi non oserei paragonarlo, per
non recargli offesa), mi chiese di essere accompagnato
ai "Tatti", perché voleva conoscere
Berenson. Il Berenson, more solito, fece
al Mattioli, nella prima mezz'ora, il consueto
esame. Erano tutti quesiti di tecnica economica,
e di alta finanza, di cui io non capivo un'acca.
Il Mattioli mi pareva che sudasse freddo, e
certamente egli meditava tutte le risposte,
prima di metterle fuori, poiché, come
mi disse in seguito, i quesiti del Berenson
venivano da un cervello molto esercitato, e
non dilettantescamente, anche in quel campo
della tecnica finanziaria. A un certo punto
io volli cavare d'imbarazzo il mio amico Mattioli
(o forse mi annoiavo, e non comprendevo proprio
nulla, rimanendo estraneo alla conversazione),
e intervenni con una delle mie trovate, e dissi:
"In questo momento mi pare di respirare
nel Paradiso dantesco, quando San Pietro fa
l'esame a Dante. 'Dì, buon cristiano,
fatti manifesto: fede che è?' ".
I due conversatori si misero a ridere, e l'ospite
ci invitò a fare un giro per la sua meravigliosa
galleria.
Luigi
Russo, Ricordo di Bernhard Berenson,
"Belfagor", anno XIV, n. 6, 30 novembre
1959, pp. 722-725.
42
Marino Moretti - Giovanni Papini
Aldo
Palazzeschi (Firenze, 1885 - Roma, 1974) gioca
un tiro mancino al suo amico Marino Moretti
(Cesenatico, 1885 - 1979), presentandogli
Giovanni Papini, dal cui carattere scontroso
Moretti avrebbe preferito tenersi alla larga.
La rievocazione autobiografica di questo
primo incontro, pubblicato da Moretti
nel 1960, ci presenta il solito Papini che pontifica
sgarbatamente da un tavolo delle Giubbe Rosse
a Firenze, costringendo l'interlocutore a stare
in guardia per rispondergli a tono. Per la datazione
dell'incontro, termine post quem è la
data di pubblicazione del primo romanzo di Moretti,
Il sole del sabato, del 1916.
Una
battuta azzeccata
Ma
come fu il primo incontro? Questo io volevo
dire, e mi pareva di non poter mettere in carta
prima ch'egli [Giovanni Papini] ci lasciasse
per sempre, tanto meno durante il suo lungo
martirio. Per quanto io sapessi di non offenderlo,
di neppure minimamente scalfirlo e spiacergli,
benché spiacere a uno scrittore famoso
sia abbastanza facile (magari con la stessa
lode o lusinga), non volevo che mi leggesse.
Egli ha scritto un poco di tutti, tutti hanno
scritto di lui. Era come se di fronte a lui
che mi pareva si contornasse fin troppo d'amici
e recensori e gregari, prima e dopo la conversione,
io dovessi tenermi in disparte. E poi, diciamo
tutto, era ormai voce di popolo che, incontrando
una persona nuova, maschio o femmina, cominciasse
col combinare una sua bella sgarberia alla fiorentina
proprio sul muso del malcapitato, e non volevo
ch'egli con me esagerasse, non volevo che azzeccasse
la battuta, cogliesse la mira, trionfasse proprio
su me, considerato fra i più vulnerabili.
E come la cosa doveva prima o poi accadere,
dirò che fu per il tradimento del suo
e mio amico Aldo [Palazzeschi], ma mio prima
che suo, il quale m'induceva una mattina ad
entrare in un caffè sonnolento a quell'ora;
e dove, si aggiungerà, sul marmo d'un
tavolino appartato il noto bau-bau fiorentino
scriveva un articolo o forse fingeva o stava,
più esattamente, aspettando la preda
per farne tutto un boccone.
Ciò ch'egli mi dice da prima mentre io
mi seggo al suo fianco col dispetto che non
si cela, quello proprio dei codardi, è
solo moderatamente sgradevole e quasi non lo
è se si considera che suggerisce una
pronta risposta, sebbene lo dica coi denti più
che mai in fuori e nello sfavillìo dei
suoi occhi di drago; sfavillìo che giunge
a me quasi moltiplicato a traverso il cospicuo
spessore delle lenti da supermiope che rinforzano
l'aggressività sia dell'amico sia del
nemico.
Nel frattempo Aldo, seduto tra noi, si gode
la scena senza ridere, senza muover le labbra,
ma certamente dice con gli occhi ai due protagonisti:
"Lasciatemi divertire" come a lui
piace.
Papini dunque per prima cosa confessa che è
venuto via via leggendo le puntate del mio primo
romanzo in quel quotidiano di Roma e che...
Ma che cosa non leggeva allora Papini? Anche,
dicevano, la lista della lavandaia: non c'era
da insuperbirne. E aggiungeva: "Come è
mai noioso il suo romanzo!" Tutto qui.
Io, non so come, punto sul vivo, tengo la battuta.
"Ma lo ha letto, lei, lo ha letto il mio
romanzo!" rispondo con l'audacia di chi
si mostra al momento buono come non è.
"E io le dirò che non mi sarei mai
adattato a leggere un romanzo a quel modo. Peuh,
in appendice!"
Sì, tutto qui. Si tira un respiro di
sollievo, si ha quasi l'impressione d'essere
passati all'esame. Dopo di che, con Papini saremo
amici per tutta la vita.
Marino
Moretti, Il libro dei miei amici, Mondadori,
Milano 1960, pp.187-189.
43
Giovanni Comisso - James Joyce
Giovanni
Comisso (Treviso, 1895 - 1968) si reca a Parigi
nel novembre del 1926 per curare la traduzione
di un suo libro, Porto dell'amore, che
ha suscitato l'interesse di Valery Larbaud.
Poco più di un anno dopo, agli inizi
del 1928, è invitato da Benjamin Cremieux
ad un banchetto in onore di Italo Svevo, presente
al Pen Club insieme alla moglie. Ed ecco
all'improvviso apparire, anch'egli accompagnato
dalla consorte, James Joyce (Dublino, 1882 -
Zurigo, 1941), col suo occhio azzurrino indimenticabile,
segno distintivo di chi vede "al di là
di tutte le cose".
L'autobiografia da cui è tratto
questo racconto, dal titolo Le mie stagioni,
fu licenziata dall'autore in via definitiva
nel 1960, ma raccoglie scritti degli anni quaranta
e cinquanta. La tipologia è quella dell'incontro-convegno.
Mariti
e mogli
La
traduzione in francese del mio libro su proposta
di Valery Larbaud era per me una presentazione
sufficiente nell'ambiente letterario di Parigi,
potei così conoscere Benjamin Crémieux
e avere la sua stima. Svevo venne a Parigi per
la traduzione di un suo libro e vi fu un banchetto
in suo onore al Pen Club. Crémieux che
era segretario di questo circolo letterario
mi mandò un biglietto d'invito. La tavola
si svolgeva a ferro di cavallo lungo le alte
pareti della sala. Benjamin Crémieux
appariva e dispariva nella cortese preoccupazione
di dare gli ultimi ordini alla cucina e di fare
le presentazioni. Quei letterati francesi erano
tutte persone alla buona che appena si incontravano
fra loro si preoccupavano di scambiare i loro
indirizzi e di fissarsi appuntamenti. Le voci
si incrociavano e crescevano. Italo Svevo piegava
in ascolto la sua grande testa bonaria, sorrideva
e fumava la sua solita sigaretta. Costretto
a una conversazione in francese, molte parole
gli venivano tradotte dalla moglie, ma poté
ugualmente comunicare la sua arguzia triestina.
D'improvviso uno entrò diverso da tutti.
Alto, magro, grigio, elegante. Una testa che
era un gioiello, guardava come gli fosse faticoso
discernere. Una linea della fronte inconfondibile.
Era Joyce. La fronte si alzava prominente, come
per una volontà di gettarsi contro ai
pregiudizi. La signora Crémieux mi presentò
a lui. Vidi l'occhio a sinistra di Joyce azzurrino,
con la pupilla dilatata come un tocco di colore
disciolto nell'acqua. Il volto era semplice
in una perfezione geometrica. Volle avere il
piacere di parlare con me in italiano, la lingua
che aveva parlato per dodici anni e che era
la lingua ufficiale della sua famiglia. Mi chiese
dell'Italia come di una terra lontana da lui
abbandonata: tutta la sua giornata era assorbita
dal lavoro fino alle nove di sera. La piccola
bocca sottile era incorniciata di un leggero
argento. La nostra conversazione si arrestò,
perché la minestra era in tavola. Il
mio posto era vicino a sua moglie, anch'ella
era felice di parlare italiano con il suo accento
triestino. Parlò di suo marito semplicemente,
ma sembrava più orgogliosa dei figli:
uno studiava canto e la figlia voleva diventare
danzatrice. Le vivande si susseguirono, si parlò
della cucina francese, ella rimpiangeva quella
italiana. Si parlò dei pesci dell'Adriatico:
le seppie, gli scampi, le sardine. Joyce andava
matto per il branzino e poi gli piacevano tutti
i nostri dolciumi natalizi: la mostarda, il
torrone di Cremona e il panettone di Milano.
Dopo i discorsi in onore di Svevo si passò
a prendere il caffè nella biblioteca.
Joyce a tavola era stato vicino alla signora
Svevo che mi disse di avere ricordato con lui
il buon pesce di Trieste. La signora Joyce allora
disse che noi avevamo fatto lo stesso, allora
suo marito commentò con ironia: "Telepatia!
Telepatia! mi piacciono i branzini, ma i calamaretti
mi sembrano di gomma". Poi si parlò
di acque e di fiumi. Gli descrissi i fiumi del
mio paese, ne volle sapere i nomi, si interessò
al colore del Sile e a quello del Cagnan, che
non aveva mai sentiti nominare e perché
non fossero da lui ritenuti del tutto oscuri
gli riferii che Dante con esatta conoscenza
aveva appunto detto: "Dove Sile a Cagnan
s'accompagna" perché le acque nel
loro diverso colore rimangono per qualche tratto
divise. Joyce pensava che Dante doveva essere
stato anche a Trieste, perché dice: suso
e giuso. La signora Svevo rettificò
che a Trieste si dice solo suso, ma non
giuso. E allora egli commentò:
"Già, perché i triestini
sono ottimisti".
Continuò a parlare di acque: "Dicono
che ò immortalato Svevo, ma io ho immortalato
anche le chiome della signora Svevo. Mia sorella
che le vedeva sciolte, quando eravamo a Trieste
me ne parlava. Erano chiome lunghe rossastre
e bionde. Vicino a Dublino vi è un fiume
che attraversa molte tintorie e le sue acque
sono rossastre come quel tavolo, allora mi è
piaciuto parlare di queste chiome e di queste
acque che si assomigliano, nel libro che sto
scrivendo". La signora Svevo alzò
le braccia e si accomodò i capelli: parve
rammaricarsi di esserseli tagliati secondo la
moda. La pelle del volto di Joyce era leggera
e si era fatta rossa, accesa per il caldo. Si
dispose per ripartire, quasi senza salutare
alcuno, ma sua moglie lo arrestò sulla
porta e volle che mi salutasse. Vidi ancora
il suo occhio a sinistra, ceruleo, dilatato
e indimenticabile come proteso al di là
di tutte le cose.
Giovanni
Comisso, Le mie stagioni, Longanesi &
C., Milano 1985 [1960], pp. 149-152.
44
Augusto Monti - Giustino Fortunato
Riporto
una pagina della biografia (capitolo I) incompiuta
dell'uomo politico e meridionalista Giustino
Fortunato (Rionero in Vulture, Potenza, 1848
- Napoli, 1932), scritta nei primi anni sessanta
da Augusto Monti (Monastero Bormida, Asti 1881
- Roma 1966), con l'aiuto della moglie Caterina.
Monti, negli ultimi anni della sua vita, non
poteva né leggere né scrivere
a causa delle cattive condizioni di salute.
In questo incontro si narra
il "pellegrinaggio" del torinese a
Napoli nel novembre del 1929, VII dell'Era fascista,
per vedere "il vero volto" di Giustino
Fortunato ormai ottuagenario (e far vista a
Croce, naturalmente (2)).
Rapporti tra i due ve n'erano stati negli anni
precedenti. Già il Monti tramite Beppe
Isnardi aveva "donato" nel 1923 al
Fortunato il suo Scuola Classica e Vita
Moderna; inoltre, aveva recensito sul n.
9 del "Baretti" del 1926 le traduzioni
oraziane di Fortunato col titolo Giustino
Fortunato traduttore di Orazio; infine, Fortunato
aveva ristampato seorsum per i tipi di
Cuggiano, stampatore in Roma, nel 1929, la recensione
del Monti. Questi i precedenti della visita
di Augusto Monti che si reca a Napoli per ringraziare
e conoscere di persona il "mitico"
Giustino Fortunato.
Il
"mitico" Fortunato
Il
mio primissimo incontro se non con la persona
di Giustino Fortunato almeno con il suo nome
e con un frammento dell'opera sua avvenne nel
1911, e precisamente nel giorno 16 marzo, data
del famoso numero unico de "La Voce"
prezzoliniana dedicato alla questione meridionale,
il gran numero che si apriva appunto con lo
scritto intitolato Le due Italie, firmato
Giustino Fortunato. Devo dir subito - a mia
confusione - che a quell'epoca quel nome a me
giungeva quasi completamente sconosciuto: tosto
però che io aprii quello spesso fascicolo,
l'autore dell'articolo fu segnalato alla mia
rispettosa attenzione e dal posto d'onore che
gli era stato assegnato e dalla gloriosa compagnia
che gli faceva da seguito, Francesco Saverio
Nitti, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Ettore
Ciccotti e altri già a me più
o meno noti. [...]
Però il mio primo incontro personale
con Giustino Fortunato - ben memorabile avvenimento
per me - doveva avvenire parecchi anni dopo
e precisamente il 1929, circa la festa dei Santi.
Nel frattempo io avevo avuto modo di apprendere
intorno a quel personaggio assai cose, e diverse.
[...]
Recandomi a quella che era allora più
che mai la mecca della cultura italiana io portavo
con me, fosse o non fosse nel mio costume, un
dono, un libro, un altro libro mio [già
il Monti aveva "donato" al Fortunato
il suo Scuola Classica e Vita Moderna],
I Sanssossì - cronaca domestica
piemontese del secolo XIX in due copie dall'inchiostro
tipografico ancora umido; l'omaggio mio voleva
anche essere il contraccambio - modestissimo
- d'un altro omaggio, quello che il "magnifico"
Don Giustino aveva fatto a me d'una copia della
Storia d'Italia di Benedetto Croce pur
dianzi uscita per i tipi del Laterza. [...]
un'altra copia del mio libro - quella non numero
due ma numero uno bis - io portavo appunto in
dono al Croce venendo allora a Napoli la prima
volta in vita mia. Mi sono trattenuto in questi
troppo minuti particolari - e ne chiedo scusa
- perché queste circostanze valgono nel
racconto a spiegare come io avessi nell'occasione
potuto senza offender nessuno rifiutare le offerte
di meridionale ospitalità che con contemporanea
affabilità ed insistenza eran venute
al restio professorello piemontese dalle due
alte casate napoletane. Sarei dunque arrivato
a Napoli (Centrale) quel tal giorno, col diretto
di quella tal ora; sarei sceso all'albergo Cavour
appena lì fuori; il più presto
possibile mi sarei presentato a Don Giustino
nella sua casa di via Vittoria Colonna. Ora
dell'arrivo suppergiù nel ricordo mio
l'una dopo mezzodì. Orario e itinerario
tutto mi era stato meticolosamente indicato
e prescritto da Don Giustino in una serie di
quelle sue correnti lettere che s'erano inseguite
nei giorni della vigilia al ritmo di una, e
anche di due al giorno. Poi successe che il
mio treno fece capo non alla Centrale ma a Mergellina,
il che portò al combinato itinerario
una variante in aggiunta, una buona mezz'ora
in più sull'orario previsto, quel tanto
che occorse al perplesso itinerante per raccapezzarsi
all'inatteso capolinea, trovare il tram, percorrere
impazientemente il tratto - che non finiva mai
- trovar l'albergo dal nome piemontese e infilarne
la porta. Qui ero atteso da personale, con ansia:
"Prof. Monti? Augusto? da Torino? - sì,
sì, sì, telefonare subito al Senatore
Giustino Fortunato; è un'ora che chiede
di lei; è già venuto anche un
signore apposta ad informarsi". Telefono,
dall'altro capo del filo una voce - appassionata
-: "Monti! come mai? temevo chissà
che cosa, ho già mandato due volte invano
Della Sala". Me l'aveva detto Isnardi,
e ripetuto: "Noi con Don Giustino a Napoli
ci andiamo a fare all'amore".
Don Giustino mi faceva tutto diverso - affermò
tosto alla prima vista - da quello ch'egli ebbe
di fatto davanti a sé in quell'ampio
luminoso soggiorno:
-
Alto me l'ero immaginato, membruto, con una
barba fulva: un borgognone... - evidentemente
per lui noialtri dovevamo tutti venire di là,
essere fatti così.
-
Ma io piuttosto sarei un ligure, Staziello,
Aquae Statiellae... - volevo spiegargli, sorridendo,
messo già un poco a mio agio da quel
suo fresco giovanile abbandono... - e da parte
di madre genovese di Genova addirittura, Berlingeri;
-
Ah così? ne abbiamo un ramo nelle Puglie:
vengon di là di fatto... - mi guardava
in volto ripassandomi quasi fattezza per fattezza,
improvvisamente pensieroso. Ed io aggiunsi:
-
Dicevano in famiglia che assomiglio tutto a
mia madre...
-
Genova, Genova... - la voce era come di chi
ricordasse cose lontane... - ci dovevo tor donna...
Io
invece Don Giustino sapevo bene già prima
com'era fatto, era come se l'avessi conosciuto
da sempre: quel che non mi sarei mai aspettato
di trovare in lui, in un Senatore del Regno,
senza dir dell'Autore, e a non contare gli anni,
erano la vivacità, l'impeto, l'esultanza,
quel qualche cosa di quasi fanciullescamente
scattante, che lo faceva balzar in piedi di
subito mettersi a sedere trepestare (...). Prima
cosa, ponendo piede in quell'ingresso, un ritratto
di Piero Gobetti ingrandito avevo visto messo
in faccia ad un altro di Gaetano Salvemini;
"ottimo salvacondotto - aveva detto Don
Benedetto Croce vedendolo la prima volta - vi
siete mica male combinato Don Giustì":
tempi quelli di fracassanti visite a studi e
alloggi di illustri oppositori.
Si recava spesso in mano con me quell'ingrandimento,
analizzandolo, notomizzandolo quasi, nel confronto
mnemonico con i tratti, rimasti bene scolpiti
nel suo ricordo del giovinetto presentatosi
a lui novello sposo colà pochi anni addietro,
il colore degli occhi i riflessi dei capelli,
l'arco facciale... un longilineo.
Augusto
Monti, Primo e ultimo incontro con Don Giustino,
in "Belfagor", anno XXVI, n. 3, 31
maggio 1971, pp. 328-333.
45
Lavinia Mazzucchetti - Clemente Rebora
La
germanista Lavinia Mazzucchetti nel 1961, a
pochi anni dalla morte di Clemente Rebora (Milano,
1885 - Stresa, Novara 1957), fissa in questo
Ricordo il momento del suo primo
incontro col poeta, avvenuto a Milano una
mattina di gennaio del 1908. Siamo negli anni
universitari del poeta, prima della conversione
religiosa, in un clima gioioso com'è
proprio della giovinezza, ma fervido anche e
ricco di impegno intellettuale. Sullo sfondo,
i professori Martinetti, Volpe, Salvioni e Novati
incalzano gli studenti che costituiranno poi
la nuova generazione di maestri: Banfi e Monteverdi.
Ma lo scritto è dedicato a Clemente Rebora
che ardì avvicinare la studentessa in
un nebbioso mattino su una pista di ghiaccio
della periferia milanese. È quella la
fonte del ricordo. L'incontro rientra nella
tipologia dell'incontro scolastico e
dell'autopresentazione.
Pattinando
presso Porta Magenta
Diventai
matricola della milanese Accademia Scientifico
Letteraria, cioè della nostra Facoltà
di lettere, a diciotto anni, dopo aver disimparato
latino e greco nel triennio del liceo e non
averci neppur trovato una minima base ai sognati
studi di filosofia. Ero però pervasa
di vago rispetto per tutti gli studi noiosi,
cioè seri e concreti, nonché afflitta
da grave complesso di inferiorità di
fronte alla mia ignoranza. Noi matricole rimanemmo
stordite e insieme conquistate dal livello e
dalle esigenze culturali di Martinetti filosofo,
di Volpe storico, di Salvioni glottologo, ma
ci sentimmo anche soffocare entro la rete, allora
ancor più assurda, dei troppi corsi e
dei troppi esami. Per fortuna a quell'età
le "disperazioni" universitarie trovano
facili antidoti: non rinunciai quell'inverno
a tentare di pattinare; mancava troppo spesso
il ghiaccio solido, ma la gita all'alba verso
i nebbiosi campi periferici di Porta Magenta
era vivificante e comunque ricca di incontri.
Fu là, lo ricordo benissimo, che una
mattina del gennaio 1908 mi venne vicino, a
testa bassa, con un gran berretto di pelo alla
russa, uno degli "anziani" dell'università,
il laureando Rebora, perno del terzetto per
noi studenti già celebre Banfi-Rebora-Monteverdi.
Mi chiedeva di essere meno restia coi compagni,
di essergli amica, in nome se non altro di un'antica
conoscenza e affinità politica esistente
fra le nostre due vecchie famiglie mazziniane.
Fui così ammessa con anticipo nel cenacolo
degli anziani, suscitando amare invidie nelle
compagne matricole, e conobbi presto gli impertinenti
e piacevoli sarcasmi di Antonio Banfi, il filologo
già passato alla filosofia, che voleva
i miei appunti delle lezioni martinettiane,
ma forse solo per scovarci le macchie della
mia ignoranza; conobbi la impeccabile riservata
cortesia di Angelo Monteverdi, prediletto del
gran Novati ma non sdegnoso di metafisica, e
conobbi soprattutto la esplosiva, appassionata,
eloquente e travolgente cordialità di
Rebora.
Con Rebora, il compagno che meno poteva mettermi
in soggezione, non certo perché in ritardo
con la laurea per colpa del servizio militare,
ma perché fraterno e indulgente di indole,
fu facile e naturale stringere subito una cara
amicizia, che si approfondì sin dopo
il '20 e che soltanto per colpa mia si affievolì
e si spense qualche tempo prima della sua definitiva
pacificazione religiosa, quando mancò
a me sufficiente pazienza e comprensione per
il suo vagabondaggio pseudofilosofico, per le
sue troppe conferenze salottiere con uditorio
del tutto femminile.
Lavinia
Mazzucchetti, Ricordo di Clemente Rebora,
in "Il Ponte", anno XVII, n. 2, febbraio
1961, pp. 223-224.
46
Francesco Orlando - Giuseppe Tomasi di Lampedusa
Il
critico letterario Francesco Orlando (Palermo,
1934) racconta nel Ricordo di Lampedusa
(1962), il suo primo incontro con Giuseppe
Tomasi di Lampedusa (Palermo, 1896 - Roma, 1957).
Il Ricordo è l'occasione per disegnare
un ritratto del maestro di cui si rammenta la
finesse (il prestito di un paio di libri)
con la quale egli mostrò di voler proseguire
e approfondire quell'amicizia appena iniziata.
Per la datazione dell'episodio, si legga il
Ricordo di Lampedusa, p. 9 dell'op. cit.
in basso, in cui Orlando scrive: "Conobbi
Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel giugno o nel
luglio del 1953, a Palermo. Avevo diciannove
anni ed ero uno svogliatissimo studente della
Facoltà di Giurisprudenza, che solo due
anni più tardi si sarebbe deciso a passare
a quella di Lettere (...)".
Il
principe e lo studente
Conservo
di questo primo incontro un ricordo non del
tutto velato. Per caso, alla porta del suo appartamento
nel palazzo di via Butera, in un quartiere a
mare solenne ed abbandonato, Lampedusa venne
ad aprirmi in persona. Non ebbi il tempo di
aver dubbi sulla sua identità; con grande
gentilezza mi disse subito che "Bebuzzo
[ è il barone Pietro Sgàdari di
Lo Monaco] aveva fatto bene a combinare quell'appuntamento,
che lui stesso non sarebbe venuto, e che entrassi.
Ma anche il suo aspetto fisico rivelava al primo
colpo d'occhio una personalità fortissima:
era di quegli uomini che non tardano ad attrarre
involontariamente l'attenzione su di loro anche
in una stanza in cui si trovino venti persone.
Questo non dipendeva tanto dalla notevole statura
e dalla grassezza, quanto dall'imponenza della
testa, dall'apertura della bella faccia e dai
due occhi scuri che, sempre timidamente sfuggenti
nell'atto di porger la mano, dominavano ambiente
ed interlocutori in qualsiasi altro momento.
La carnagione olivastra, meridionalmente solare,
evocava in me ragazzo di città associazioni
campagnole anteriori ad ogni riflessione sulla
sua ascendenza feudale. Mi ricevette da solo,
sulla spaziosa e luminosa terrazza in faccia
al mare, benché in genere la domenica
la loro casa fosse aperta per un ristrettissimo
gruppo di amici; quella volta rividi, credo,
soltanto la principessa, che a casa di Bebuzzo
avevo già conosciuta. Nel rendermi il
mio dattiloscritto vi unì il Don Juan
Tenorio di Zorrilla, con un giudizio poco ammirativo
e l'assicurazione che per un italiano non faceva
difficoltà non conoscere lo spagnolo;
e mi prestò pure di sua iniziativa un
Mallarmé, il che vuol dire senza dubbio
che di Mallarmé si era parlato. Questi
prestiti erano un'autorizzazione a vederlo di
nuovo".
Francesco
Orlando, Ricordo di Lampedusa, in Ricordo
di Lampedusa seguito da Da distanze diverse,
Bollati Boringhieri, Torino 1996, pp. 10-11.
47
Biagio Marin - Carlo Michelstaedter
Probabilmente
Biagio Marin (Grado, Gorizia 1891 - 1985) e
Carlo Michelstaedter (Gorizia, 1887 - 1910)
si erano già visti prima di quest'incontro
nelle strade di Gorizia, nel cortile o nei corridoi
della scuola. Tuttavia, almeno stando al Ricordo
del più giovane, è questo il momento
nel quale gli sguardi si incontrano per
la prima volta e si instaura una reciproca
intesa. Siamo nel cortile dello Staatgymnasium
di Gorizia in un giorno assolato, forse di maggio,
del 1904. Si tratta, dunque, di un incontro
scolastico, rievocato cinquant'anni dopo la
morte di Michelstaedter.
Bevendo
alla cannella
Ero
in quarta ginnasiale quando lui [Carlo Michelstaedter]
era in ottava. Tutti lo conoscevamo. Come avviene
sempre, noi più giovani guardavamo a
quelli degli ultimi corsi con rispetto. Non
parliamo poi di quelli dell'ottava. Tra di essi
il più notato, per la sua bellezza, per
la sua eleganza, e soprattutto per un cappello
grigio che portava tondo alla spagnola, a tese
pari, era Carlo Michelstaedter. Era uno dei
"bravi", un "eminentista"
come si diceva allora. Accanto a lui i suoi
amici Rico Mreule e Nino Paternolli e uno che
non ho più visto, bello alto, che credo
si chiamasse Simsig. Un giorno, deve essere
stato di maggio, perché faceva già
caldo, ero alla fontana nel cortile di tramontana,
durante la pausa delle dieci. Ed ecco, sopravviene
il gruppo degli splendidi amici. Io, che avevo
appena accostata la bocca alla cannella, mi
ritrassi per far posto ai signori dell'"ottava".
E Carlo, che era il primo, vedendo nei miei
occhi e nel mio gesto quel rispetto che mi aveva
fatto dimenticare la mia sete, mi sorrise con
quel sorriso bianchissimo tra le belle labbra
violacee, e mi disse: "bevi". Ma io
non volli bere sotto i suoi occhi così
vivi e neri, quasi fossi preso da pudore e,
"bevi prima tu", gli dissi. Allora
si tolse il cappello grigio orlato, che era
il tocco in lui più originale e me lo
porse dicendomi: "allora tienmi per favore
il cappello". E si mise sotto la cannella
con la bocca ridente e i capelli, che aveva
lunghi e ricciuti, gli fecero nimbo intorno
al viso pallido, nobilissimo. Vedendomi, come
aveva smesso di bere, allocchito, mi diede un
buffetto e mi disse: "ora tocca a te, bevi".
B.
Marin, Ricordo di Carlo Michelstaedter,
in "Studi Goriziani", 1962, pp. 111-117.
48
Salvatore Onufrio - Benedetto Croce
Salvatore
Onufrio, allievo dell'Istituto di Italiano di
Studi Storici di Napoli, in un testo celebrativo
dei dieci anni dalla morte di Benedetto Croce
(Pescasseroli, L'Aquila, 1866 - Napoli, 1952),
racconta nel 1962 la sua visita al filosofo
nella sua casa di palazzo Filomarino in Napoli.
Siamo nel 1948, in presenza d'un "vecchio
saggio", l'ottuagenario Don Benedetto,
presentato come colui che stimola ed incoraggia
i giovani a proseguire e migliorare sulla via
degli studi. Un Croce "ottimista",
dunque, ritratto negli ultimi anni della sua
vita, ammirato ed amato dai giovani, e dal popolo
napoletano che il giorno dei funerali gli tributa
un commosso omaggio.
Il
vecchio saggio
Conobbi
Benedetto Croce nel dicembre del 1948. Mi trovavo
di passaggio per Napoli, diretto a Palermo per
passarvi le vacanze natalizie, e dietro suggerimento
dell'amico Franchini mi recai a trovarlo a Palazzo
Filomarino, in via Trinità Maggiore 12.
Non nascondo che una certa ansia mista a emozione
era nel mio animo in vista di quell'incontro,
nel presentarmi, ancor giovane, allo studioso
che più di ogni altro conoscevo e ammiravo
già da alcuni anni attraverso i suoi
libri. Pensavo che mi sarei trovato dinnanzi
un "personaggio importante", capace
di incutere soggezione a un "aspirante
studioso" quale io volevo considerarmi.
Bastò che, annunciato il mio nome, la
domestica di casa mi introducesse (senz'alcuna
attesa) in cospetto del "senatore"
perché la mia ansia e la mia emozione
sparissero tutte d'un colpo. Non solo, ma se
prima ammiravo lo studioso illustre, poco dopo
la mia ammirazione comprese anche l'uomo, il
vecchio saggio che mi stava innanzi, dietro
la sua scrivania, e mi rivolgeva domande, e
si dimostrava sinceramente interessato alle
cose mie come se si trattasse delle cose d'un
suo vecchio amico. Mi meravigliò la memoria
da lui dimostratami nel chiedermi di mio padre,
con cui aveva avuto rapporti epistolari a proposito
d'un suo zio scrittore e poeta morto giovanissimo
nel 1882, mi meravigliò la freschezza
spirituale che emanava da quell'uomo che, nella
sua parola ricca di inflessioni dialettali,
nel suo sguardo penetrante e buono, rivelava
una profonda umanità. Il suo incoraggiamento
a proseguire negli studi nei quali mi sentivo
versato, la sua simpatia affettuosa, bastarono
a darmi fede in me stesso, a infondermi un certo
ottimismo, "E' meraviglioso - pensai -
che un vecchio debba essere esempio di ottimismo
e di fede nella vita a un giovane!".
Avendomi in quell'occasione appunto incoraggiato
a concorrere per una delle borse di studio dell'Istituto
di Studi Storici da lui fondato pochi anni prima
a Napoli, ebbi poi l'opportunità di incontrarlo
e frequentarlo diverse volte l'anno seguente.
Incontri, quelli, che non potrò mai dimenticare.
Don Benedetto (così lo sentivamo familiarmente
chiamare dai più intimi) era per tutti
noi giovani sempre di stimolo e di incoraggiamento,
né mai cessava di informarsi sullo stato
dei nostri studi e delle nostre ricerche, dimostrando
quella benevolenza e quella comprensione di
cui danno spesso scarsamente prova maestri tanto,
ma tanto, più piccoli di lui. Quando
il 20 novembre del 1952 la radio diffondeva
la notizia della sua morte improvvisa fu per
molti, giovani e vecchi che ebbero la fortuna
di conoscerlo personalmente, un sincero dolore,
come per la perdita di persona cara, con la
quale si siano allacciati rapporti non soltanto
intellettuali, ma affettivi. I funerali che
la sua Napoli gli tributò, non
potrò mai dimenticarlo, non sembrarono
quelli di un "filosofo", di un "intellettuale",
ma di un uomo che per tutta la vita avesse goduto
di grande popolarità.
Amici e avversari, inoltre, avvertirono che,
con lui, si veniva a chiudere veramente un periodo
della nostra vita culturale: il periodo crociano.
Salvatore
Onufrio, Saggezza di Croce, in "Il
Ponte", anno XVIII, n. 11, novembre 1962,
pp. 1479-1480.
49
Ada Prospero - Benedetto Croce
Ada
Prospero Marchesini (Torino, 1902 - 1968), moglie
di Piero Gobetti, racconta la visita
a palazzo Filomarino durante il viaggio di nozze
a Napoli: il primo incontro con Benedetto
Croce. È una pagina veramente memorabile,
preciso calco delle sensazioni fortemente impresse
nell'animo di Ada quel giorno, "esattamente
il 20 gennaio 1923", e non più dimenticate.
La trepidazione dinanzi a Croce, il senso della
propria inadeguatezza e goffaggine che la lettura
delle opere del filosofo e la consapevolezza
del proprio valore intellettuale non bastano
a diminuire, questa somma di sentimenti e sensazioni
sono rievocati dopo quarant'anni con immediatezza
di accenti, come se tutto ciò fosse avvenuto
il giorno prima. E come dimenticare la moglie
di Croce con la "grossa macchia sulla gonna
del suo vestito di casa", rispetto al marito,
tanto, tanto rassicurante?
Il ricordo è datato da Alghero, luglio
'63, ed è parte del primo dei due quaderni
nei quali Ada racconta il suo rapporto con Croce.
In
viaggio di nozze
Veramente
Croce non lo conobbi a Meana, ma a Napoli, nel
suo studio in via Trinità Maggiore, durante
il viaggio di nozze con Piero.
Se la memoria non m'inganna, fu esattamente
il 20 gennaio 1923 che salii per la prima volta
le scale del Palazzo Filomarino. Non ricordo
che impressione mi fecero: ero stanca e intontita
dopo una notte di viaggio e all'immagine che
ne ebbi allora si sovrappose poi, annullandola,
quella degli anni seguenti. Ricordo invece benissimo
ch'ero molto spaurita. Il mondo in cui m'ero
trovata immersa di colpo dopo la partenza da
Torino era per me assolutamente nuovo. Lo era
in parte anche per Piero: ma l'istintiva coscienza
del proprio valore gli permetteva di muoversi
in esso con la massima sicurezza. Io invece
ero così inesperta, così goffa.
Non avevo maturità intellettuale, ma
una sfumatura di presunzione per i recenti successi
scolastici; e mi mancava qualsiasi esperienza
mondana. Nella settimana precedente, trascorsa
a Roma, avevo incontrato persone come Giovanni
Amendola e Zanotti Bianco, Prezzolini e Tilgher,
Pirandello e De Chirico, tutte per me ugualmente
gigantesche e remote; e ogni volta avevo avuto
all'inizio un momento quasi di panico in cui
mi chiedevo affannosamente come dovessi comportarmi,
che cosa dovessi dire.
"Come mi accoglierà il filosofo?"
- pensavo con un certo batticuore mentre attraversando
un interminabile corridoio su cui si apriva
una serie di stanze tutte colme di libri, ci
dirigevamo al suo studio.
Il filosofo fece molte feste a Piero che già
conosceva: quanto a me mi degnò appena
di uno sguardo. "Vado a chiamare mia moglie"
- disse subito: e lo disse con tono definitivo,
come per rendere subito chiaro che non l'interessavo
e che non aveva nulla da dirmi.
Poi si mise a chiacchierare animatamente con
Piero: sulla situazione politica, su "Rivoluzione
Liberale", sugli amici di Torino. Guardavo,
intorno a me, gli scaffali pieni di libri, e
fuori dalla finestra, aperta pur in quella stagione
invernale, il terrazzino di una casa accanto
su cui il sole illuminava alcune piante fiorite.
A un tratto Piero, nel tentativo di includermi
nella conversazione, disse che anch'io studiavo
all'Università di Torino. "Ah, sì"
- chiese Croce, con quello che mi pareva un
barlume d'interesse. "E che cosa studia?"
- "Filosofia" - risposi timidamente
e, prendendo il coraggio a due mani, aggiunsi:
"E ho anche letto le sue opere" -
"Ah!" - fece Croce con una specie
di grugnito; e subito riprese la conversazione
con Piero. Capii d'aver detto una cosa sciocca
e puerilmente presuntuosa: ma ormai era fatta.
A togliermi dalla confusione arrivò la
signora Adele: semplice, cordiale, materna.
Mi confortò il suo accento piemontese,
la vista di una grossa macchia sulla gonna del
suo vestito di casa: fu per me come il ritrovarmi
in un mondo famigliare dove potevo muovermi
senza paura.
Ci mettemmo a discorrere di Torino, dell'università,
dei professori. La conversazione tra noi due
divenne subito animata. A un tratto Croce si
volse a noi. "Che? Che?" - disse come
interessato. "Mi racconta di Torino"
- spiegò la signora amabilmente, "Ah,
ricordi di gioventù" - commentò
il filosofo con un tono che mi parve sprezzante
e che era invece di semplice constatazione.
Si aprì una porta ed entrò una
bambina di quattro o cinque anni con un visetto
arguto in cui si fondevano i lineamenti del
padre e della madre. Era la secondogenita. Alda
ci osservò con un'attenzione che mi parve
acutamente e maliziosamente critica, recitò
una poesia dedicatagli da un amico di famiglia,
di cui il Senatore parve compiacersi, come un
qualsiasi padre borghese, mentre la madre scuoteva
invece il capo, dicendo, non capii perché,
"poveri bambini". Poi se ne andò.
Il colloquio tra Croce e Piero era intanto finito.
"Vorrei pregarvi di rimanere a colazione"
- disse la signora Adele - "ma la cuoca
è partita proprio oggi...". Ringraziai
con riconoscenza e sollievo: nonostante l'accento
piemontese e la patacca sul vestito della padrona
di casa, un pranzo in casa Croce mi avrebbe
terribilmente imbarazzata.
Riattraversammo il lungo corridoio, ridiscendemmo
lo scalone. "Ho conosciuto Benedetto Croce"
- continuavo a ripetermi, un po' incredula.
Non ero né esaltata né delusa:
avevo semplicemente toccato una dimensione di
realtà a me ignota, come il sole e l'azzurro
del cielo di Napoli, che abbagliavano i miei
occhi, non avvezzi a quello splendore.
Ada
Gobetti, Ascoltare parlar Croce, in Mezzosecolo.
Materiali di ricerca storica, n. 7 degli
Annali 1987-89, a cura del Centro Studi Piero
Gobetti, Franco Angeli 1990, pp. 10-12.
50
Norberto Bobbio - Piero Martinetti
Come
insegnare che "la chiarezza è l'onestà
del filosofo" e poi ritrovarsi in gattabuia:
questo è il senso del primo incontro,
più una coda, tra Norberto Bobbio (Torino,
1909) e Piero Martinetti (Pont Canavese, Torino
1872 - Castellamonte, Torino 1943). L'incontro,
avvenuto a Spineto (Alessandria) nell'autunno
del '34, è raccontato non senza humour
da Bobbio in un discorso celebrativo
del ventesimo anniversario della morte di Martinetti
in Castellamonte il 19 ottobre 1963. Nel racconto
di Bobbio rivive il periodo della sua giovinezza,
segnato dal contatto con integerrimi maestri,
e tuttavia da un clima politico in cui anche
il filosofo poteva conoscere la galera.
La tipologia è quella della presentazione.
Il
filosofo e la galera
Sono
passati quasi trent'anni dal giorno in cui venni
per la prima volta a Castellamonte. Gioele Solari,
mio maestro, voleva presentarmi a Piero Martinetti,
che viveva da qualche tempo in volontario esilio
nella rustica casa avita di Spineto. Doveva
essere l'autunno del '34. Era appena uscita
l'ultima opera della grande trilogia, cioè
l'Introduzione alla metafisica del 1906,
e La libertà del 1928, il volume
Gesù Cristo e il Cristianesimo,
subito sequestrato per offese alla religione,
ma ad onta del sequestro diffuso rapidamente
e furtivamente tra amici, discepoli, ammiratori.
A quest'opera Martinetti si era dedicato infaticabilmente
negli ultimi anni, dopoché, dal '31,
aveva voltato sdegnosamente le spalle all'università
asservita.
La fama di Martinetti era in quel tempo, nella
cittadella della filosofia italiana, altissima.
Oltre Croce e Gentile, solo Martinetti allora
era considerato da noi giovani, non un professore
di filosofia, ma un filosofo. Io ero, invece,
un giovinotto da poco laureato, che stava facendo
i primi incerti esercizi come scrittore di cose
filosofiche. Avevo scritto durante l'estate
un articolo, tratto dalla mia tesi di laurea,
sulla filosofia di Husserl, di cui si cominciava
allora a parlare. Solari lo aveva inviato, proponendone
la pubblicazione sulla "Rivista di filosofia",
a Martinetti, che ne era il direttore occulto:
la ragione della visita era sentire che cosa
egli ne pensasse e in più, se il verdetto
fosse stato favorevole, proporre una mia collaborazione
più regolare alla rivista, anzi la mia
partecipazione al consiglio direttivo che si
riuniva a Milano due volte l'anno. Pareva che
la rivista, guardata con sospetto dal regime,
abbandonata dalla filosofia ufficiale, sostenuta
anche finanziariamente da un piccolo cenacolo
di amici e mal provvista di mezzi, avesse bisogno
di qualche giovane volenteroso. Si può
immaginare la mia emozione: fortunatamente ero
guidato, per così dire scortato, dal
vecchio Solari la cui giovialità era
proverbialmente contagiosa. Martinetti aveva
letto il mio articolo. Mi disse che in complesso
poteva andare, ma era un po' astruso. Mi consigliò
di renderlo un po' più accessibile al
lettore comune: insistette sul fatto che la
"Rivista di filosofia" era rivolta
non soltanto agli studiosi di filosofia, ma
anche a gente semplice che coltivava i problemi
dell'anima senza appartenere alla esigua e presuntuosa
schiera degli specialisti. È una lezione
che non ho più dimenticata e di cui ho
cercato, nel corso della mia vita, di far tesoro.
Martinetti aveva il culto della chiarezza: soleva
ripetere che la chiarezza è l'onestà
del filosofo. Come uomo, visto a tu per tu,
era estremamente semplice, un po' ruvido e asciutto,
ma di grande affabilità: aveva gli occhi
sfavillanti, la fronte altissima, sporgente,
il volto segaligno, la voce energica. Aveva
allora più di sessant'anni, ma al mio
ricordo l'aspetto era ancor giovanile. Vestiva
dimessamente e si sapeva che viveva con grande
frugalità, disprezzando i beni materiali,
ciò che riluce di fuori ed è opaco
di dentro. Alla fine del colloquio mi trovavo
ormai a mio agio, e visitammo insieme la splendida
biblioteca, dove mi colpirono soprattutto i
libri di storia e di critica religiosa che egli
era andato raccogliendo negli ultimi anni.
Questo incontro ebbe poi una coda, che è
la parte più curiosa di tutta la storia.
Qualche tempo dopo Martinetti mi scrisse una
cartolina postale ove mi diceva di esser lieto
per la mia decisione di entrare a far parte
stabilmente del consiglio direttivo della "Rivista
di filosofia". Indi aggiungeva questo commento:
"La rivista è ancora una delle poche
voci libere che vi siano in Italia: è
poca cosa, ma coi tempi che corrono è
molto". Il mattino del 15 maggio del '35
a Torino, la polizia politica fece una grossa
retata di intellettuali invisi al regime: era
quello che si dice un bel colpo. Fui arrestato
anch'io per legami di amicizia con alcuni esponenti
del movimento clandestino di Giustizia e Libertà.
Ma la vera sorpresa di quella mattina fu che
andarono a prendere anche Martinetti che non
aveva alcun rapporto né palese né
segreto col gruppo. Era atteso quella mattina
a Torino in casa Solari, dove si recava una
volta al mese, credo per ritirare la pensione.
Alle sei arrivarono i questurini e misero a
soqquadro l'alloggio. Quando verso le dieci
giunse Martinetti, ignaro e senza alcun sospetto,
Solari lo presentò cordialmente agli
insoliti visitatori e quelli senza tanti complimenti
se lo portarono via. Nell'unico interrogatorio
che ebbi nei brevi giorni di detenzione mi fu
rinfacciata tra l'altro la frase scritta da
Martinetti nella cartolina poc'anzi citata,
e mi furono chieste le solite spiegazioni. Evidentemente
la mia corrispondenza era da qualche tempo sorvegliata
e la frase incriminata era stata rilevata e
copiata. Non saprei dire quali fossero le ragioni
che indussero il capo della polizia politica
di Torino ad arrestare quel giorno anche Martinetti.
Ma non escludo che avesse avuto la sua parte
anche l'innocente cartolina. Comunque, lascio
ai futuri storici dell'antifascismo torinese
il compito di appurare la verità.
Norberto
Bobbio, Piero Martinetti, in Italia
civile, Passigli Editori, Firenze 1986,
pp. 94-96. Già pubblicato in "Rivista
di filosofia" LV, 1964, pp. 54-56.
51
Leone Piccioni - Cesare Pavese
Il
critico letterario Leone Piccioni (Torino, 1925)
distingue due fasi del suo primo incontro
con Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo
1908 - Torino, 1950): la prima, a Roma, verso
la fine del giugno 1950 in occasione del Premio
Strega assegnato a Pavese per La bella estate,
durante la quale Piccioni osserva da vicino
lo scrittore, ma evita di avvicinarglisi; la
seconda, poco più di un mese dopo, a
Forte dei Marmi, dove è lo stesso Pavese
che ricerca il contatto col giovane critico,
per ringraziarlo dell'interesse dimostrato per
l'opera sua. Il racconto dell'incontro-convegno
con Pavese è l'occasione per una riflessione
sulla "...ingenuità nostra d'allora",
per la quale, dice Piccioni, "capitandoci
di conoscere lo scrittore famoso, il maestro,
c'era un tipo d'emozione sincera in noi, ma
particolare, che si ripeteva ogni volta":
l'emozione del primo incontro.
Il racconto, datato 1968, è fortemente
pervaso da una vena elegiaca, poiché
retrospettivamente quell'incontro con Pavese
risulta essere primo e ultimo. Ed infatti,
su ogni altra considerazione risalta il ricordo
doloroso della fine prematura di Cesare Pavese,
avvenuta il 26 agosto del 1950.
Il volume da cui è tratto questo racconto
è Maestri e amici (del 1969, ma
vi si rifondono saggi e articoli degli anni
immediatamente precedenti), una sorta di autobiografia
intellettuale attraverso una serie di ritratti
di scrittori, poeti, pittori, scultori conosciuti
e studiati dall'autore.
Estate
1950
Il
Premio Strega si assegnava in quell'anno 1950
sulla terrazza di un albergo romano dalle parti
di Trinità dei Monti, e c'era l'aria
ancora fervente della Roma del dopoguerra, aria
non poco confusa negli impatti tra politica,
letteratura, mondanità. Vien fatto di
pensare che si desse allora molto maggiore importanza
alle manifestazioni culturali, del resto assai
più rare: forse perfino troppa, raccogliendo
anche ruggiti o sospiri di letterati. (Via via
le cose sono un po' mutate, e non c'è,
tutto compreso, da rallegrarsene: di quella
importanza ben poco oggi è rimasto sia
in sede politico-sociale che in sede mondana.)
Tardo giugno 1950: illuminazione assai forte
su quella terrazza, cineoperatori (la TV non
c'era ancora), gente stipata, un caldo da scoppiare:
era notte ma si sudava, il pavimento ribolliva:
vestiti leggeri, per quanto se ne volesse, un
bel caldo!
Per la prima volta a me accadde di vedere quella
sera Cesare Pavese di persona. Arrivò
in un atteggiamento assai singolare, e per me
indimenticabile, asciutto e schivo, a disagio
ma anche un poco abbandonato a quell'insolito
piacere (un piacere che avrebbe dovuto essergli
sgradito, ma lì per lì, sgradito
davvero non gli era), da pochissimi conosciuto
personalmente, ma da tutti amato o avversato
come scrittore e come personaggio, già
un mito vivo per la letteratura di allora, in
un momento per lui cruciale anche rispetto a
quella che di lì a poco fu la volontaria
fine della sua vita. Vestito di chiaro, profilo
teso sotto gli occhiali, anche se rispondeva
sorridendo ai saluti, e poi ai complimenti -
reso noto l'esito della votazione - non mutava
lo stato della sua tensione. Vinse a mani basse,
com'era giusto, ampiamente doppiando gli altri
candidati della "cinquina", con enorme
distacco di voti anche dal secondo: e di rado
premio letterario fu meglio assegnato di questo
dato a Pavese per La bella estate. Di
fronte a saluti, ad applausi, a complimenti,
Pavese cercava piuttosto rifugio nello sguardo
e nella vicinanza della bella attrice americana
Doris Dowling, sorella di Costance, di cui Pavese
era, in quel momento, molto innamorato, ma già
in una profonda crisi sentimentale come poi,
dalle date del diario, Mestiere di vivere,
fu facile ricostruire. (E che sorte tragica
e amara toccò anche a quelle due splendide
sorelle!) Per quella sera del Premio, nel diario
è scritto: "Domattina parto per
Roma. Quante volte dirò ancora queste
parole? E poi? Questo viaggio ha l'aria di essere
il mio massimo trionfo. Premio mondano, D. [oris]
che mi parlerà - tutto il dolce senza
l'amaro. E poi? e poi? Lo sai che sono passati
i due mesi? E che, any moment, può
tornare?" (22 giugno). (Ed era certo Costance
che poteva "tornare": For C. Ripeness
is all, fu la dedica de La luna e i falò.
To C. from C. sarà quella di Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi).
Poi, passati venti giorni (14 luglio): "Tornato
da Roma, da un pezzo. A Roma, apoteosi. E con
questo? Ci siamo Tutto crolla. L'ultima dolcezza
l'ho avuta da D. [oris], non da lei. Lo stoicismo
è il suicidio. Del resto sui fronti la
gente ha ricominciato a morire".
(La guerra di Corea è in pieno corso.)
Ammiravo
Pavese scrittore, c'eravamo scambiati una lettera
o due, mi ero occupato, scrivendone, di quasi
tutti i suoi libri di quegli anni, ma non volli
disturbarlo quella sera, né lo salutai,
né mi presentai a lui: lo osservavo da
pochi metri, ed ero emozionato, io stesso, commosso,
vedendolo in quell'atteggiamento raro. Altre
edizioni di quello stesso Premio Strega, o di
altri, mi avevano messo a contatto con vincitori
- o sconfitti - di tutt'altra pasta: sicuri
del loro lavoro, abituati a quei fatti, un poco
- come dire? - di routine; anche la trepidazione
e l'attesa, e - scontata - anche la soddisfazione
della vittoria. Pavese aveva aria tutta diversa,
insolita, forse tale che non ne ho mai vista
simile un'altra, né potrò vederne
mai: pensate, pur con un po' d'ironia, "beatitudine",
"massimo trionfo", "apoteosi",
detto da Pavese, giugno-luglio del '50, e per
un premio letterario!
[...]
Non conoscevo, dunque, Pavese, ed era già
il mese di luglio di quel '50: anche della Luna
e i falò, avevo scritto, anche per
quell'articolo Pavese mi inviò una lettera
(Epistolario, II, pagina 556, 30 luglio
'50). In agosto ero al Forte dei Marmi, in vacanza,
a casa nel pomeriggio, a difendermi dal caldo
e a riposarmi, quando mi vennero ad avvertire
da parte di De Robertis e di Pea, che al caffè
Roma c'era Pavese di passaggio, ed in gran fretta.
Era andato a salutar De Robertis, sicuro di
trovarlo sotto i platani del caffè, accanto
a Pea col baschetto e la bicicletta, e intorno
Longhi, Carrà, Luzi, Bigongiari - quanti?
(e quanti di passaggio fino ad una tal larga
cerchia, con signore, bambini, mamme, nonne,
nipoti, da prender tutto lo spazio con diecine
di tavoli uniti?). Pavese aveva saputo che anch'io
ero da quelle parti in vacanza, aveva detto
che mi avrebbe conosciuto di persona e salutato
volentieri, ma si fermava pochissimo, ripartiva
subito, forse per Bocca di Magra, a trovar Vittorini,
Einaudi, Sereni, non so... Ed io in bicicletta,
vestito da mare, senza cambiarmi, a precipizio,
e mi parve vedendolo, di volergli subito bene,
di avergliene anche prima voluto, avvertendo
sotto una tensione sua, sotto una limpida o
rigida scorza, come una tenerezza, una debole
disponibilità d'affetto - e so bene che
non avrei voluto tanta gente d'intorno - neppure
i miei cari De Robertis o Pea -, che avrei voluto
stare un po' solo con lui, a sentirlo parlare,
a chiedergli di una casa o di un'altra - ma
fu brevissimo colloquio il nostro, di continuo
interrotto. Ma son sicuro di questo. Tante altre
volte, a quei tempi (ora non so: non so in questo
i giovani come siano, ma certo assai diversi
da quella certa ingenuità nostra d'allora),
capitandoci di conoscere lo scrittore famoso,
il maestro, c'era un tipo d'emozione sincera
in noi, ma particolare, che si ripeteva ogni
volta. Ricordo veder Gadda a Firenze la prima
volta, o incontrar Montale cosa fu per me, anche
di fronte alla loro gentilezza, al loro tentativo
di metterci a nostro agio; e perfino incontrar
Bo (dico "perfino" perché oggi
sono legato a Bo oltre che d'ammirazione, da
tale affetto da considerarlo un poco fratello
maggiore), divenendo la confidenza, un modo
di voler bene, a poco a poco, più tardi.
Ma in quel giorno dei primi d'agosto al caffè
del Forte dei Marmi, non mi pareva di salutare
lo scrittore già famoso e per me tanto
importante, in Pavese, ma qualcuno conosciuto
già, inconsapevolmente, in modo così
preciso, da volergli bene.
Pochi giorni più tardi - 26 agosto -
aprendo il giornale, ancora al Forte, la notizia
della sua morte, il racconto preciso della maniera
da lui scelta per levarsi di torno (simile a
quella proposta per Rosetta alla fine di Tra
donne sole), al massimo del successo letterario,
annoiato, sofferente ancora, certo, ma soprattutto
senza più voglia di seguitare a sbattere
contro il muro di una realtà che sentiva
non appartenergli.
Leone
Piccioni, Cesare Pavese, in Maestri
e amici, Rizzoli, Milano 1969, pp. 176-182.
52
Paolo Pavolini - Rossana Rossanda
Il
giornalista Paolo Pavolini presenta Rossana
Rossanda (Trieste, 1924) ai lettori de "Il
Mondo" nell'ottobre del 1969, mentre è
imminente l'espulsione dal PCI del gruppo de
"Il Manifesto" (sarà radiato
in quello stesso ottobre), di cui la Rossanda
è magna pars, per evidente eterodossia
rispetto alla linea del partito. Questo spiega
l'odore di zolfo che lascia al suo passaggio
la bella signora dal "neo nerissimo sul
volto candido". Si rammenti che già
nel giugno 1969 la Rossanda aveva fondato con
alcuni intellettuali del PCI "Il Manifesto"
come mensile diretto da Luigi Pintor, che diverrà
quotidiano solo a partire dall'aprile del 1971.
L'incontro tra Pavolini e la Rossanda non è
datato, ma supponiamo sia avvenuto nei primi
anni cinquanta (nel 1969 Pavolini fa riferimento
ad una circostanza di molti anni prima). Si
tratta dunque di una rievocazione autobiografica.
L'incontro rientra nella tipologia dell'incontro-convegno.
L'odore
di zolfo
Conobbi
Rossana Rossanda molti anni fa durante un congresso
socialista, e ricordo il mormorio di stupita
ammirazione fra tutti i colleghi della stampa
al passaggio di quella creatura. La eleganza
semplice del tailleur dal taglio perfetto di
gabardina mordoré che ne fasciava la
figura flessuosa, era soverchiata da un volto
pallido e liliale di quelle donne lombardo venete,
che sono così belle quando sono belle.
Il neo poi, quel neo nerissimo sul volto candido,
e fissato proprio fra le narici e il labbro,
appariva una provocazione irresistibile. Sembrava
davvero impossibile che quella dama altera e
fascinosa militasse nelle file del PCI di allora,
così poco fine, socialmente parlando,
nei suoi esponenti in genere e nelle sue donne
in specie.
Le notizie su di lei, subito raccolte da tutti
i colleghi (e, va da sé, ognuno per conto
suo) aggiunsero altri pregi alle doti puramente
femminili. Si seppe che quella signora era uno
degli intellettuali più colti del PCI
e insieme il numero uno della mondanità
comunista, dotata in più di talenti organizzativi
e di un istinto naturale per il comando che
ne assicuravano sino da allora una rapida ascesa
nelle gerarchie del partito. Passandomi accanto
lasciò dietro di sé una scia di
profumo insolito ed insinuante: e in una sosta
del congresso volli informarmi subito in un
negozio ad hoc quale ne fosse la marca e l'origine.
Il profumo, seppi, era francese e si chiamava
"Ma griffe", la mia unghia, e si potrebbe
dire anche il mio artiglio. Ed aveva inoltre
un sottofondo piuttosto fuor di regola per un
cosmetico femminile: odorava di zolfo.
Paolo
Pavolini, La basilissa del PCI, in "Il
Mondo", anno XXI - 30 ottobre 1969, p.
7.
53
Claudio Marabini - Giuseppe Ungaretti
Il
critico letterario Claudio Marabini (Faenza,
1930) nell'epicedio di Giuseppe Ungaretti,
ricorda l'incontro con il poeta a Milano nel
1970, qualche mese prima che morisse. Ma l'incontro
che importa, anche in questo caso, è
il primo, avvenuto nel 1966, sul Carso.
Il paesaggio maestoso e tragico della valle
dell'Isonzo rivive a mezzo secolo dalla Grande
Guerra durante una escursione di gruppo (c'è
anche Betocchi e Falqui) finalizzata all'evocazione
di un mondo scomparso, il mondo cruento della
prima guerra mondiale, riesumato non già
dalla visita al museo, bensì dal contatto
con la terra rossiccia, intrisa del sangue di
migliaia di fanti uccisi nelle trincee. La tipologia
è quella dell'incontro-convegno.
Ritornando
sul Carso
Incontrai
Ungaretti a casa sua alla vigilia della sua
partenza per l'America. Aveva vinto un premio
prestigioso, il "Books abroad", che
un po' gli riparava lo smacco, o il mancato
trionfo, del Nobel. [...]
Non avevo nulla di particolare da chiedergli.
Volevo solo vederlo in casa sua dopo il primo
incontro sul Carso, quattro anni prima. [...]
La visita al Carso era stata decisa a Gorizia,
all'improvviso, dopo la conclusione di un convegno
sulla letteratura mitteleuropea a cui Ungaretti
aveva presenziato. Da quel tempo, dal tempo
della trincea e delle poesie dell'Allegria,
era trascorso esattamente mezzo secolo, e Ungaretti
non aveva più messo piede sul Carso.
Poco dopo alcune automobili filavano lungo una
strada polverosa, costeggiata da siepi di acacie,
diretta al San Michele. Si staccava a Sagrado
dalla statale che da Gorizia porta a Trieste
seguendo la linea di confine. Nei varchi della
siepe balenava sulla destra la valle dell'Isonzo.
Fummo presto sulla cima: uno spiazzo abbastanza
ampio cosparso di minute e bianche schegge ghiaiose:
il colore del Carso, certo. A sinistra, il piccolo
edificio del museo; qua e là, come piccoli
monumenti tra aiuole e sentieri cannoncini grigioversi
appostati: settantacinque da campagna, disse
Betocchi, che faceva parte del gruppo. A destra,
un parapetto e di là il grande spettacolo
della valle col fiume che serpeggia, l'acqua
che in alcuni tratti luccica metallica, in altri,
i più fondi, dove il fiume fa gomito,
s'addensa in un verde vigoroso e trasparente:
"...l'Isonzo / di asfalto azzurro..."
scrisse una volta Ungaretti. Biagio Marin lo
aveva definito "il fiume che trascolora
dalla malachite, alla giada verde, al quasi
celeste delle turchesi".
Ci avvicinammo al parapetto. A destra, sullo
sfondo, la scura catena su cui corre il confine;
giù, stesa nell'estremo lembo della piana,
la macchia rosa di Gorizia; e immediatamente
a ridosso, alla sinistra della città,
scuro di vegetazione, il Calvario: vi morirono
Serra, Slataper, Borsi; vi cadde la prima medaglia
d'oro, il cesenate Decio Raggi: una tabellina
blu, vergata finemente di bianco, lo ricorda
a chi, provenendo da Gorizia, arriva al bivio
salendo verso la cima e le Tre Croci.
Poi, accompagnando il corso del fiume, s'intravedono
Lucinico, San Lorenzo; più vicino, Gradisca.
L'Isonzo piega verso il mare; il poggio del
San Michele lo copre. Lì sotto è
il ponte di Sagrado. Guardammo, Ungaretti a
occhi strizzati, e pareva ridesse con la maschera
faunesca color rosa. Qualcuno ci chiamò
verso il museo; un vialetto di cipressi toscani
si staccava da quel punto verso l'alto. Non
era certamente quello il Carso. Pare che questi
cipressi li abbiano piantati allora, subito
dopo; e che non possano crescere più
che tanto su quella roccia scagliosa. Ungaretti
disse che erano cipressi alla De Carolis. Si
guardò intorno, curvo, e parve cercasse
qualcosa, e anche in terra, fra il pietrisco
e la polvere. Entrammo nel museo; la visita
fu breve. Ricordi di guerra sotto le teche,
molte foto alle pareti, e scritte, date, cifre:
cifre di morti, di feriti, di ufficiali, di
soldati. Ecco il pietrisco del Carso nelle foto,
le trincee, i soldati gettati a terra, morti.
Ungaretti guardò, rammentò luoghi
e fatti: il ponte di Sagrado quando "lo
buttavano giù", per la ritirata
di Caporetto, e loro che erano ultimi: "noi
ultimi"; e l'ordine che non arrivava mai,
e tutti erano disarmati; e poi il "vallone"
del San Michele, quando loro erano "di
rincalzo", e "si aspettava di salire
su"; e i "miliardi di pidocchi"
nel ricovero austriaco del San Michele... Ungaretti
rideva; la sua risata gracchiante dominava il
vocìo del gruppo.
Uscimmo. E fu lui, col suo passo che sembrava
strascicato e incerto e invece era sicuro come
quello di un consumato montanaro, a imbucarsi
nella galleria del ricovero austriaco; qualcuno
gli diede il braccio, altri accesero fiammiferi.
Andammo praticamente a tentoni. Laggiù
baluginava una spera chiara. Arrivammo finalmente
sotto le alte volte luminose, aperte sul fianco
del Monte, in cui erano piazzate le artiglierie;
ai lati si aprivano nicchie a intervalli, contro
le ventate micidiali degli scoppi. Il monte
era trapanato come un formaggio. C'era un crocicchio
a un certo punto e Ungaretti si infilò
a destra. Volle uscire, vedere le nostre trincee,
i nostri camminamenti: "Quelli sono tragici;"
disse, "Qui no".
E uscimmo, e ci trovammo in un piccolo spiazzo
arido, con ciuffi di verdura selvatica, qualche
alberello, e davanti a noi un camminamento che
scendeva con gradini sgretolati e scivolosi,
fino al nero di una nicchia, forse una galleria.
Ungaretti si incamminò svelto; poi si
fermò guardando a terra. Quello era il
Carso d'allora! Cinquant'anni erano annullati
di colpo. Guardai anch'io quei sassi. Ora capivo,
"sentivo", con la concretezza della
materia viva, "quel" Carso: Ungaretti
calpestava il pietrisco, grattava la terra con
le scarpe, diceva che quello era il Carso vero,
la sua pietra! Non fu suggestione di maniera
se avvertii nelle parole e nell'atteggiamento
una specie di ansiosa esaltazione. Poi, l'occhio
strizzato del poeta, l'occhio invisibile dietro
le palpebre senza ciglia accostate come due
taglietti, fu attratto da un angolo di terra
viva, rossiccia. Il suo piede gli fu subito
sopra: quella, disse, era la terra rossa d'allora,
che produceva il fango in cui per tanto tempo
i fanti vissero mescolati.
Ungaretti restò un attimo assorto, prima
di trascinare il suo accompagnatore giù
nel camminamento. Disse che lassù tutti
gli animali erano morti. Lo ripeté: il
sasso del San Michele era pieno di carogne d'animali
d'ogni genere: uccelli, topi.
M'allontanai. Dalla cima riappariva la valle
dell'Isonzo: il fiume, Gradisca, San Lorenzo,
Lucinico, il Calvario, Gorizia. Sentii la voce
di Falqui osservare che lì aveva preso
forma la poesia di Ungaretti. E basta infatti
sfogliare l'Allegria. Da Cima Quattro, il 23
dicembre 1915: "Un'intera nottata / buttato
vicino / a un compagno /massacrato...".
Da Mariano, il 15 luglio 1916: "Di che
reggimento siete, / fratelli? / Parola tremante
/ nella notte". Da Valloncello di Cima
Quattro, il 6 agosto 1916: "L'aria è
crivellata / come una trina / dalle schioppettate
/ degli uomini /ritratti / nelle trincee / come
le lumache nel loro guscio". Da Valloncello
dell'Albero Isolato, il 16 agosto 1916: "In
agguato / in queste budella / di macerie / ore
e ore / ho strascicato la mia carcassa / usata
dal fango..." Dallo stesso luogo, il 27
agosto 1916: "Di queste case / non è
rimasto / che qualche / brandello di muro".
Da Devetachi al San Michele (oggi Jugoslavia),
il 25 agosto 1916: "Questi dossi di monti
/ si sono coricati / nel buio delle valli /
Non c'è più niente / che un gorgoglio
/ di grilli che mi raggiunge..."
C'era silenzio: forse lo stesso d'allora nei
momenti di pausa: un silenzio irreale, di morte.
Forse il silenzio di cui Serra parla nelle ultime
lettere. "Sono sdraiato per terra, in una
buca mezzo arrostita dal sole meridiano, a mezza
costa di una collina dove siamo arrivati a 200
metri dagli austriaci... E' la calma del meriggio
immoto: poche cicale rade cantano nel silenzio
del cielo, in un vasto azzurro sbiancato e scolorato
dal suo splendore... Qualche scoppio secco dei
pezzi da montagna rotola e si perde lontano,
nella pace".
***
Quel
silenzio tornava adesso nella memoria di Ungaretti,
mentre ricordavamo quella visita del '66.
Claudio
Marabini, Ricordo di Ungaretti, in "Nuova
Antologia", luglio 1970, pp. 319-325, poi
in La chiave e il cerchio, Rusconi, Milano
1973, pp. 135-144.
54
Giuseppe Bonaviri - Salvatore Battaglia
Nel
necrologio di Salvatore Battaglia (Catania,
1904 - Napoli, 1971) lo scrittore Giuseppe Bonaviri
(Mineo, Catania 1924) ricorda il primo incontro
con il filologo e critico letterario Salvatore
Battaglia avvenuto a Villa S. Giovanni nel luglio
del 1969, e il suo timore reverenziale nei confronti
del maestro, presto superato grazie all'affabilità
di Battaglia. Il ricordo prosegue con la visita
all'Istituto del bergamotto di Reggio Calabria,
il giorno dopo. Ed è nell'essenza di
bergamotto che si condensa il senso dell'incontro,
il piacere delle ore dilettevoli che la morte
non può cancellare. Si tratta di un incontro-convegno.
Il
profumo di bergamotto
Conobbi
Salvatore Battaglia a Villa S. Giovanni, in
occasione del premio 1969. Uomo alto, robusto,
dai capelli già bianchi, dai gesti lenti.
Stabilire un rapido rapporto umano mi sembrava
poco probabile, specie se pensavo al ruolo che
rivestiva sul piano della filologia romanza
e della critica letteraria in Italia.
Non fu così. Entrammo ben presto in amicizia,
e non so quanto influì la innata bontà
dell'uomo e il modo di recuperare, in comune,
ricordi, sottintesi climi culturali e un allusivo
gioco dell'anima verso la comune matrice catanese.
Il giorno dopo, e già il luglio ardeva
lungo lo stretto di Messina, andammo a Reggio
Calabria, all'Istituto del bergamotto, dove
assieme a Petroni e De Libero per un'ora, sotto
la guida dell'esperto direttore, ci immergemmo
in un quasi irreale accordo di profumatissime
particelle ed essenze di bergamotto. Ore dilettevoli,
passate, travolte dal correre del tempo.
Ed oggi che Salvatore Battaglia se ne è
andato con l'accorato rimpianto di amici, discepoli
e intimi; di lui, oltre a queste aure balenanti
di memorie, ci resta la sua gran fatica di uomo
di lettere.
Giuseppe
Bonaviri, Ricordo di Salvatore Battaglia,
"Nuova Antologia", Dicembre 1971,
p. 564.
55
Romano Bilenchi - Elio Vittorini
La
rivista "Il Ponte" dedicò il
numero doppio 7-8 del luglio-agosto 1973 a Elio
Vittorini (Siracusa, 1908 - Milano, 1966). Tra
i molti scritti (e si veda più avanti
quello di Mario Rigoni Stern), riportiamo la
rievocazione autobiografica
di Romano Bilenchi datata Firenze, dicembre
1971. E' il racconto del primo
incontro
con Vittoriani, esordiente a Firenze nel 1930,
la Firenze di Bonsanti (che glielo presenta),
di Pancrazi e di De Robertis; con un'importante
e significativa appendice: un sogno misterioso
e rivelatore, nel quale il fantasma di Vittorini
si congeda definitivamente dall'amico comparendo
dinanzi a lui vestito come tanti anni prima,
all'epoca del loro primo
incontro.
Il
fantasma di Vittorini
Conobbi
Elio Vittorini sul finire del 1930. Quel giorno
mi ero recato a trovare Alessandro Bonsanti
che conoscevo da qualche mese. Era inverno.
Nel pomeriggio di dicembre la tenue luce del
cielo abbandonava la città e le subentrava
un crepuscolo grigio, gelido e nevoso. Bonsanti
doveva recarsi alla redazione di "Pegaso",
in piazza San Giovanni, e mi invitò a
seguirlo. Fu così che conobbi Pietro
Pancrazi e Giuseppe De Robertis con il quale
mi legai, in seguito, di affettuosa amicizia.
Quando la redazione della rivista fu per chiudere,
saranno state le otto, uscii con Bonsanti. A
pochi passi dal Bottegone, dove il vento, come
spesso accade in quel luogo, ci spingeva quasi
alla corsa, fummo superati da un giovane un
po' più alto di me, stretto in un cappotticcio
grigio di stoffa diagonale, con la faccia affondata
in una sciarpa di lana chiara. Portava un basco
turchino. Camminava in fretta guardando il selciato.
Bonsanti lo chiamò: "Elio".
Il giovanotto si voltò bruscamente e
ci attese. Bonsanti me lo presentò: "Elio
Vittorini". Per metterci un po' al riparo
dal vento voltammo l'angolo di via Martelli.
Dopo aver scambiato con me e con Elio qualche
altra parola, Bonsanti se ne andò. Rimasi
solo con Vittorini. Attratti da una subitanea
reciproca simpatia decidemmo di andare a cena
insieme.
In principio egli mi parlò con un impeto
quasi aggressivo, come volesse sfogarsi con
me, volesse narrarmi di un'altra persona che
gli avesse fatto molti torti. Poi la sua voce
divenne flebile, gentile, carezzevole. Lo sentivo
sincero nelle parole e nello sguardo sempre
leggibile. Mi raccontò di essere fuggito
tre volte dalla Sicilia, interrompendo gli studi
tecnici. [..] anche io gli raccontai la mia
vita, le mie speranze, i miei dubbi, le mie
delusioni. Avevo vent'anni e, nonostante la
diversità delle nostre prime esperienze,
della nostra formazione culturale ancora in
divenire soprattutto per me, quando ci lasciammo
era come se ci fossimo conosciuti, fossimo stati
amici da sempre. Scoprimmo perfino che in quei
giorni leggevamo lo stesso libro: Oblomov.
Mi disse anche che stava scrivendo racconti
che presto avrebbe pubblicato in volume e io
mi impegnai a prenotarne una copia. [..]
La notte tra il 12 e il 13 febbraio [1966],
dopo che Luzi e sua moglie se ne furono andati
anch'essi addolorati per la orrenda notizia
telefonatami da Vasco, preparai la valigia per
recarmi a Milano e poi mi coricai. Stentai molto
ad addormentarmi. Sognai Elio. Nel sogno - e
anche questo sogno non lo dimenticherò
mai - abitavo dove vivo oggi, all'inizio di
via Brunetto Latini. Ma mi scorgevo dormire
molto più in alto di un terzo piano,
su un letto quasi sospeso nel cielo, e le pareti
che davano sulla strada erano di vetro talmente
trasparente, come se non esistessero. La città
e la mia strada erano rumorose, piene di folle,
opache. A un tratto la strada divenne deserta,
silenziosa, per metà illuminata da un
sole chiaro e lucente come nelle mattine di
primavera. Quando i tetti delle case ebbero
segnato una linea netta fra luce e ombra, dall'angolo
opposto al lato dove abito apparve Vittorini.
Era magro, con il volto serio e rattristato,
portava il basco turchino, lo stesso cappotto
grigio di stoffa diagonale, la stessa sciarpa
di quando lo avevo conosciuto la prima volta
nel 1930. Tenendo le mani in tasca come quella
sera, fece, un po' curvo in avanti, alcuni passi
fino al cancello di casa mia. Alzò la
testa. Stette lì qualche minuto in silenzio
con una espressione di melanconia e di stupore
nello sguardo. Poi scomparve dietro l'angolo
dal quale era venuto. Mi svegliai pieno di tenerezza
verso le persone, la casa, gli alberi, gli amici,
la città, il mondo. Attesi l'ora giusta,
poi, presa la valigia, mi avviai verso la stazione.
Sarei andato con Vasco e Loredana a Milano.
Acquistai il biglietto e mi misi, sotto la pensilina,
ad attendere il treno. A un tratto ripensai
al sogno: Elio era venuto a salutarmi. Non gli
avrebbe forse fatto piacere che io, che tante
volte avevo scherzato con lui, giovane e forte,
fino a fingere di lottare, lo vedessi cadavere
nella bara, ridotto quasi a uno scheletro. Lo
scorsi malato nel letto, una larva della quale
funzionava solo il cervello come mi avevano
detto gli amici che erano andati a trovarlo.
Pieno di dolore e di paura corsi fuori della
stazione e rimasi più giorni turbato
e sconvolto.
Romano
Bilenchi, Vittorini a Firenze, in "Il
Ponte", anno XXIX, nn. 7-8, 31 luglio-31
agosto 1973, pp. 1085-1131, poi in Opere,
Rizzoli, Milano 1997, pp. 788-831.
56
Natalia Ginzburg - Ingmar Bergam
In
questo scritto datato 5 dicembre 1971, Natalia
Ginzburg (Palermo, 1916 - Roma 1991) racconta
il primo incontro col regista svedese
Ingmar Bergman avvenuto qualche giorno prima
a Palermo. Ne deriva una riflessione generale
sul senso dell'incontro con un "grande",
di cui a lungo si è amata l'opera, desiderando
di conoscerne l'autore; ma alla fine questa
conoscenza diviene di scarsa importanza, se
non addirittura evitabile per gli equivoci o
la delusione che potrebbero derivarne. E tuttavia,
quale contentezza dopo la stretta di mano col
regista svedese, e quale ricordo gentile da
conservare nella memoria! L'incontro rientra
nella tipologia dell'incontro-convegno.
Rosea
cicogna
Quelli
che odiano Bergman dicono che dev'essere un
uomo odioso. Dicono che ha avuto otto mogli
e non so quanti figli. Dicono che ha le orecchie
aguzze e un viso odioso. Dicono che dev'essere
dispotico e pieno di un'infernale superbia.
Quelli che lo amano pensano che è possibile
che sia odioso come uomo perché nel nostro
tempo assai spesso i grandi sono odiosi. Quelli
che lo amano, accettano il fatto che egli possa
essere magari odioso come una condanna che pesa
sui grandi del nostro tempo.
Anni fa, quando ho scoperto Bergman, avrei dato
non so cosa per poterlo incontrare. Desideravo
dirgli quanta gratitudine provavo per i suoi
film. Adesso, una settimana fa, a Palermo, in
occasione di un premio, l'ho visto. Non mi è
sembrato odioso. Ha una faccia ovoidale e rosea,
la sua figura è quella di una grande
cicogna timida. Si scopre a un certo momento
della vita che tutti o quasi tutti sono timidi.
Inoltre si scopre che le cose accadono sempre
quando si è cessato di desiderarle. A
me ora non importava più niente di conoscere
Bergman perché da un pezzo non mi importa
più di conoscere le persone che hanno
fatto o scritto le cose che amo. Non me ne importa,
perché ho capito che è difficilissimo
parlare con i grandi e in generale parlare.
Tuttavia sono contenta di aver conosciuto Bergman,
di avergli dato la mano, di avergli detto in
francese come amavo i suoi film. Sono contenta
di poterlo ricordare, grande, rosea e timida
cicogna, sulle scale del teatro dove gli è
stato consegnato un premio di teatro, sono contenta
di poterlo pensare non odioso ma invece pacato
e gentile, sono contenta di poter coltivare
la sua testa ovoidale negli orti della mia memoria.
Natalia
Ginzburg, Vita immaginaria, in Opere
II, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1987,
pp. 531-532.
57
Romano Bilenchi - Rafael Lasso de la Vega Marqués
de Villanova
Nel
racconto di Romano Bilenchi, uno strano signore
spagnolo, l'antifranchista esule Rafael Lasso
de la Vega Marqués de Villanova si
presenta ad un divertito gruppo di amici
(Bilenchi, Delfini, Rosai, ecc). Gli amici in
vena di goliardia si scambiano cenni d'intesa,
credendo di potersi divertire alle sue spalle,
ma poi devono ricredersi: il marchese, malgrado
le sue affermazioni azzardate, è un vero
poeta e merita (non sempre, per la verità!)
d'essere preso sul serio. Siamo a Firenze, una
sera di giugno poco prima della seconda guerra
mondiale, al caffè delle Giubbe rosse.
Lo scritto è datato 1972.
Goethe
està un imbèsile
Lo
conobbi un po' avanti la guerra, una sera di
giugno al caffè delle Giubbe Rosse. Era
seduto con i primi arrivati e parlava tranquillo
tenendo il corpo un po' inclinato, come se fosse
stato lì da sempre. Appena io e Franco
ci avvicinammo, si alzò e, con un bell'inchino
signorile e pieno di grazia naturale, si presentò:
Rafael Lasso de la Vega Marqués de Villanova.
Portava al dito l'anello col timbro quadrato
del blasone di marchese, col quale sigillava
la ceralacca sulle lettere più importanti.
Aveva la testa completamente calva, e il volto
chiazzati di giallo pallido e di un rosa acceso.
Sembrava fosse rimasto gravemente ustionato
in qualche incidente. Ma aveva gli occhi vellutati,
giovani come quelli di un bambino, che dall'ironia
passavano al sarcasmo, dall'allegria alla tristezza:
gli stessi occhi che in seguito ho notato in
Picasso e in molti spagnoli. A osservarlo attentamente,
se non fosse stato per quello sguardo sensibile
e brillante, avrebbe destato ribrezzo. Lo soprannominammo
"Il re peste".
Appena ci fummo seduti ci chiese: "Scribére
anche lei". "Un po', ogni tanto",
rispondemmo, "ma senza molto impegno".
"Che cosa scribére?, insistette
il marchese. "Racconti" gli dissi.
Egli scosse la testa e con una smorfia di dissenso
e di compatimento mi chiese: "Libri gruessi,
grandi tomi?". "Almeno per ora no",
gli risposi. "Bene", disse il marchese,
"Tolstoi, Dostoevshij, Goethe scribére
troppo. S'è impossibile. Sono imbèsili.
Goethe està un imbésile".
Sul tardi arrivarono anche gli altri amici e
a tutti si presentò con il solito inchino
e con il suo lungo nome: Rafael Lasso de la
Vega Marquéz de Villanova. Rosai, quando
giunse, rimase un po' fermo dinanzi al tavolino,
scrutò quell'uomo strano e sconosciuto
e poi guardò noi con aria interrogativa,
sorpresa e ironica come se gli avessimo preparato
uno scherzo. Ma il marchese sembrava non accorgersi
delle nostre occhiate sfottenti, delle nostre
risatine. Sedeva imperterrito e bonario, con
le gambe accavallate e il busto piegato leggermente
a sinistra. Indossava un paio di pantaloni di
lana di uno strano colore, fra il rosa e il
nocciola.
Alle otto venne a prenderlo sua moglie per andare
a cena. Era una francese, una alsaziana, dall'aspetto
signorile e autoritario. Era una musicista e
in seguito sapemmo che componeva ma che nessuno
aveva mai accettato di eseguire le sue musiche.
Il marchese non doveva ormai possedere più
nulla: i suoi abiti erano frusti e vecchi, la
sua camicia lisa sul petto e sfilacciata ai
polsi. Dal tono con il quale sua moglie gli
parlava e dal suo modo di comportarsi si comprendeva
bene che il marchese la temeva e che doveva
dipendere da lei. Infatti, come sapemmo poi,
essa possedeva molte azioni di una fiorente
industria francese.
Quando il marchese se ne fu andato Rosai disse:
"Ma chi è quel tipo, sembra abbia
avuto la peste. Chi l'ha portato? Chi cerca?".
Delfini, che ridacchiava divertito, disse: "Oh
sor Ottone, questo è proprio sciolto.
Ha sentito il nostro odore ed è finito
qui fra noi". Per qualche giorno, Delfini,
Franco, io e gli altri, continuammo a chiamarlo
"Il re peste" oppure "Fesso de
la Vega", ma poi ci piacque ogni pomeriggio
di più, ci facemmo amicizia e finimmo
con il volergli bene.
In effetti era un poeta; [...]
Non ho mai saputo né ho voluto sapere
né allora né mai, come il marchese
fosse arrivato alle Giubbe Rosse. Entrò
con tanta naturalezza nel nostro gruppo che
nessuno pensò più al primo giorno
nel quale lo avevamo conosciuto: era piovuto
dal cielo per aiutarci a trascorrere il tempo
con un po' di allegria.
Romano
Bilenchi, Marqués de Villanova (Il
marchese), in "L'albero", fasc.
XVII- N. 48 - 1972 (n.s.), pp. 150-151, poi
in Opere, Rizzoli, Milano 1997, pp. 714-715.
58
Gianfranco Contini - Giuseppe Ungaretti
In
uno dei famosi epicedi scritti da Gianfranco
Contini (Domodossola, Novara 1912-1990), quello
di Giuseppe Ungaretti, morto il 2 giugno 1970,
leggiamo il racconto di ben tre incontri: uno
di Contini con Ungaretti, l'altro di Ungaretti
con la scrittrice e poetessa Amalia Guglielminetti
(Torino, 1881-1941), e infine, en passant,
l'incontro con Confucio Cotti; in tutti e tre
i casi il critico di Domodossola riafferma la
"responsabilità morale della memoria",
secondo l'insegnamento ungarettiano; inoltre,
teorizza il significato profondo del racconto
del primo incontro con la formula (cfr.
l'Introduzione a questa raccolta) del
nascere-a-lui. Si noti poi quanta indifferenza
ostenti Ungaretti dinanzi alla poetessa amica
di Guido Gozzano, Amalia Guglielminetti, e come
ella il giorno dopo gli appaia trasfigurata
in creatura mitologica: stranezze di poeta,
si dirà. Siamo a Torino tra il 1933 e
il 1934. La tipologia è quella dell'incontro-convegno.
L'epicedio di Ungaretti fu pubblicato
per la prima volta due anni dopo la morte del
poeta, ne "L'Approdo letterario" del
1972.
Durante
e dopo il delirio
Rimasto
solo con se stesso e con il suo ricordo, l'amico
ricostruisce la nascita-a-lui di Ungaretti,
come Ungaretti entrò nella sua vita;
la solitudine legittima e anzi impone il pronome
'io'. Forse sottolinea, ma non enfatizza, certo
attributo ctonio di Giuseppe Ungaretti il fatto
che io l'abbia incontrato per la prima volta
in un delirio. Era il 1933, e non restavano
molti anni perché una polmonite, prima
di Fleming, elargisse qualche giorno di febbre
allucinatoria: nell'accesso ricevetti la visita
di Giuseppe Ungaretti, né me ne avanza
altro. Fu del resto, se non un sogno, una visione
premonitrice, perché di lì a poco
Ungaretti mi scriveva una delle sue letterine
in inchiostro verde per lodare, e me ne scuso,
certe traduzioni da Holderlin allora uscite
nell'"Italia Letteraria" ("molto
belle", posto l'uomo, non era una captatio
benevolentiae, ma riconosceva che lo stile
ne era, com'era, ungarettiano); e per preannunciarmi
l'invio di Sentimento del tempo: "vedrà
che è il libro più bello di poesia
uscito, non dico in Italia, ma nel mondo, in
questi ultimi anni". Credo di rammentare
esattamente le parole, anche se il documento
è rimasto travolto in un'emergenza che
m'investì; e sono attestato di una fiducia
commovente (oltre che ben posta) di cui mi trovo
a essere solo testimone. Ciò mi ricorda
le parole, pungenti a ogni coscienza, per il
contubernale africano naufragato a Parigi: "E
forse io solo | so ancora | che visse".
Le cito perché non conosco sentenza più
lapidaria sulla responsabilità morale
della memoria.
Conobbi di persona Ungaretti solo nel 1934,
e significativamente non nella sua "sede",
se si può dire che avesse una sede, ma
in una tappa precaria del suo peregrinare, a
Torino. La memoria si è sbarazzata dell'inessenziale,
cioè del pretesto per la visita (forse
un discorso, di quelli non da ascoltare ma da
leggere, su Leopardi, tenuto salvo errore a
l'Ymca), e ha trattenuto l'essenziale, cioè
che Ungaretti non si fermava a Torino, sosta
ai suoi viaggi in Francia, dal 1914, quando
era rimpatriato per la guerra. Conobbi allora
un suo compagno di quella preistoria, lo squisito
filosofo di stampo vociano Confucio Cotti, intrinseco
anche del gruppo milanese Rèbora-Banfi-Monteverdi,
oggi nemmeno un nome per il pubblico ("E
forse io solo..."); e assistetti a un evento
degno di un dagherrotipo: l'incontro, su un
piccolo sofà liberty, tra Ungaretti
e una silhouette del più accusato
liberty, pallida di cipria e longilinea
come un levriero, la poetessa amica di Guido
Gozzano, Amalia Guglielminetti. L'aneddotica
può estendersi fino ad includere un saggio
della più caratterizzata fumisterie
di Ungaretti. Durante la conferenza, al cenno
della ricerca d'un bicchier d'acqua, una giovane
gentile s'era precipitata con una rorida caraffa.
Dopo la lettura ci sforzammo invano di presentare
all'ospite la benemerita: i nostri tentativi
scivolavano sulla sua distrazione senza scalfirla.
Passata la notte, l'evento apparve registrato,
per di più in forma mitologica: "Ieri
sera", diceva Ungaretti, "mentre parlavo,
una ragazza ha sentito la mia sete... una ragazza
vestita di verde... è venuta a portarmi
una bottiglia d'acqua".
Gianfranco
Contini, Ungaretti in una memoria, in
Ultimi esercizi ed elzeviri, Einaudi,
Torino 1988, pp. 343-344, già ne "L'Approdo
Letterario", fasc. 57 - marzo 1972, pp.
78-81.
59
Mario Rigoni Stern - Elio Vittorini
Mario
Rigoni Stern (Asiago, Vicenza 1921) rievoca
nel 1973 le vicende che lo portarono a conoscere
Elio Vittorini, scrittore già affermato
e consulente editoriale della casa editrice
Einaudi; ed è anche la storia della scoperta
da parte di Vittorini di uno scrittore (Rigoni-Stern)
e della pubblicazione della sua prima opera
(Sergente nella neve). Siamo a Milano
nell'inverno del 1952. L'incontro rientra nella
tipologia della visita. La testimonianza
di Rigoni Stern fu pubblicata dalla rivista
"Il Ponte", numero doppio 7-8 del
luglio-agosto 1973, interamente dedicato a Elio
Vittorini.
Il
soldato Sveik
In
quel periodo [nel secondo dopoguerra] venne
da Milano lo scultore Paganin, anche lui aveva
fatto la fame, ed era ammalato. Ci incontrammo,
e mi parlava del gruppo di "Corrente",
del "Politecnico", e, di conseguenza,
di narrativa, poesia, politica, arte figurativa,
cinema, teatro. La mia ignoranza era immensa
e mi sforzavo di cercare nella vita di questo
Sveik in congedo che ero, quanto, della mia
esperienza, poteva essere vivo e utile anche
per gli altri. Per quasi un mese Paganin fu
costretto a letto e nei pomeriggi andavo a trovarlo;
gli raccontavo di boschi, di legna, di recuperanti;
di quello che era fuori la vita del paese. E
di guerra anche: Russia, Albania, campi di concentramento
tedeschi. Fu così che lessi a lui, per
la prima volta, quanto avevo scritto sulle mie
vicende. Alla fine mi disse che quando sarebbe
ritornato a Milano avrebbe portato a Vittorini
quei fogli. Che li scrivessi a macchina. Restai
senza parole e confuso, e dopo mi veniva da
pensare: "Come potrà Vittorini trovare
il tempo e l'interesse per leggere queste cose?"
Eravamo, forse, nel 1948 e nel 1951 Vittorini
scrisse a Paganin per sapere se la casa editrice
mi aveva scritto per quel libro di ricordi sulla
campagna di Russia. Nel testo, diceva, c'erano
anche dei difetti e consigliava come si dovesse
rivederlo.
Ripresi il manoscritto, comperai un vocabolario
e una grammatica e riscrissi tutto dalla prima
parola; ma con più fatica della prima
volta. Intanto ero diventato avventizio di 3a
categoria al catasto e dalle 13 alle 14, per
due mesi, ricopiai a macchina due pagine al
giorno.
Passarono altri mesi, non pensai più
a quel mio lavoro di scrivere e, nei giorni
liberi, andavo dai contadini per la fienagione
o nei boschi a far legna per l'inverno. Leggevo
poco, facevo esercizi di bella calligrafia:
ero diventato lo Sveik impiegato al catasto.
Fino al giorno che Vittorini mi scrisse di andare
da lui, a Milano. Era sul finire dell'inverno
1952, abitava al n. 42 di via Canova e vi arrivai
a piedi dalla stazione chiedendo ogni tanto
la strada ai venditori di marroni. Feci le scale
di quella casa come la prima volta che scalai
la Grivola: con timore ed entusiasmo.
Era nel suo studio, mi venne incontro tendendomi
la mano e mi fece sedere in una poltrona. Le
prime parole che fece fu per scusarsi del caldo
dei radiatori, ma né lui né io
sapevamo trovare le parole per incominciare.
Con un cenno mi chiamò a sedere accosto
al tavolo: aveva davanti il dattiloscritto del
Sergente e incominciò a leggere:
"Ho ancora nel naso l'odore che faceva
il grasso sul fucile mitragliatore arroventato...".
Ogni tanto faceva un segno, metteva una virgola,
mi chiedeva perché avessi usato quell'aggettivo
o quel verbo, o perché cambiavo così
spesso i tempi, il significato di una parola
dialettale, che poi scoprivo avere nella lingua
altro concetto di quello che intendevo. Continuammo
così forse per un paio d'ore; ogni qual
tratto accendeva una sigaretta macedonia: le
mie erano troppo forti. Quando arrivammo al
punto dove incontro i soldati russi nell'isba,
stette silenzioso per lungo tratto. All'ultima
pagina guardammo fuori dalla finestra e ci accorgemmo
che una neve leggera scendeva tra gli spazi
delle case. Mi sembrava d'essere ancora in Russia,
finché disse: "Nel vostro paese
accendete ancora la legna nelle stufe...".
Il libro uscì nei Gettoni
.
Mario Rigoni Stern, Non andammo in Canada,
in "Il Ponte, anno XXIX, nn. 7-8, 31 luglio-31
agosto 1973, pp. 1081-1083.
60
Carlo Levi - Natalino Sapegno - Piero Gobetti
Trascrivo
di seguito una parte dell'intervista rilasciata
da Carlo Levi (Torino 1902 - Roma 1975) e Natalino
Sapegno (Aosta, 1901 - Roma, 1990) a Carla Gobetti,
Paolo Gobetti e Giuseppe Risso, realizzata a
Roma, nella casa studio di Carlo Levi a Villa
Ruffo il 13 e 14 giugno 1973, nella quale gli
intervistati raccontano il loro primo incontro
con Piero Gobetti (Torino, 1901 - Parigi, 1926).
Considero come un unico racconto le due testimonianze
(anche se due sono i narratori), poiché
esse, rispondendo ad una medesima richiesta
degli intervistatori, sono insieme finalizzate
a restituire ambienti e circostanze dell'anno
1918 e a ritrarre Piero Gobetti. Di Levi riporto
in nota anche la prima versione della testimonianza,
risalente al 1956. In entrambe le versioni,
a distanza di molti anni, emerge lo stato d'animo
di chi, dopo molto fantasticare, rinviene in
un coetaneo (Levi è di un anno più
giovane di Gobetti) un maestro ed un amico,
il direttore di "Energie Nove". Segue
la testimonianza di Natalino Sapegno. Il futuro
storico della letteratura italiana alla fine
d'una prova d'esame riconosce in una traduzione
dal greco portata a termine in un quarto d'ora
il segno distintivo che decise della loro amicizia.
Gli incontri rientrano nelle tipologie della
visita (Levi) e dell'incontro scolastico
(Sapegno).
Un
giovane straordinario
PAOLO
GOBETTI: "Intanto per cominciare, vorrei
chiedere il ricordo del primo incontro con Piero".
CARLO LEVI: "Ci sono moltissime persone,
moltissimi amici, di cui non ricordo il primo
incontro, ma di Piero Gobetti, invece, lo ricordo
con precisione, intanto perché è
stato l'inizio di un'amicizia per me fondamentale,
che ha contato più di ogni altra nella
mia vita, e anche perché è stato
dovuto ad una mia iniziativa, che non ho mai
ripetuto in nessun altro caso: eravamo nell'autunno
del '18 e avevo visto il primo numero di "Energie
nove", che mi aveva entusiasmato al punto
di farmi prendere la penna in mano e scrivere
al direttore - che non conoscevo - di questa
rivista dicendogli tutta la mia ammirazione
e chiedendogli un incontro. Al che il signor
Piero Gobetti mi rispose immediatamente, dandomi
un appuntamento in casa sua in via XX settembre,
60, al III piano. E io, col cuore che mi batteva
perché non sapevo chi fosse questo Piero
Gobetti - credevo che fosse un personaggio importante,
e vecchio, rotto alla vita, e pieno di esperienze
- andai e salii con molta trepidazione e timidezza
i tre piani di scale che portavano alla casa
Gobetti, suonai il campanello: vidi un ragazzo
come me, alto, con capelli ricciuti sulla fronte,
con gli occhi vivaci, e pieni di un'energia
straordinaria, e gli chiesi: "Sta qui il
signor Gobetti?" - "ma sono io".
Così conobbi Piero Gobetti. Quella scala
l'ho poi rifatta infinite volte in vita mia,
ma non mi è mai mancato il ricordo di
quel primo incontro, e anche
la sorpresa: di trovare un qualcuno che aveva
un anno più di me, che era un ragazzo,
ma che aveva una tale forza interna, una tale
luminosità intellettuale, capacità
di comunicazione... era il massimo di energia
vitale che abbia incontrato in vita mia. Questo
è stato il mio primo incontro con Piero".
(3)
NATALINO SAPEGNO: "Il mio è stato
più strano, forse più curioso,
perché c'incontrammo in occasione dei
concorsi che si facevano per le borse di studio
per i Collegi delle province a cui tutti e due
partecipavamo. Il concorso consisteva di tre
esami scritti: uno di italiano, un componimento
latino e una traduzione dal greco. Fu proprio
in occasione della traduzione dal greco: noi,
dopo un quarto d'ora, uscimmo, avendo tradotto
questo brano dal greco senza guardare una parola
sul vocabolario -allora il greco si studiava
ancora nelle scuole- e c'incontrammo, così,
per la scala, ci presentammo e facemmo conoscenza,
e subito... ebbi l'impressione di questo straordinario
giovane, così fervido, così ricco
d'interessi, così pronto a entrare immediatamente
in relazione con gli altri, a cercare il rapporto
con le altre persone. Poi ci conoscemmo anche
attraverso le letture di "Energie nove",
la collaborazione alla rivista".
Gli
anni di "Energie Nove", Intervista
di Carlo Levi e Natalino Sapegno, a cura di
Carla e Paolo Gobetti e Giuseppe Risso, in "Mezzosecolo",
n. 1. Materiali di ricerca storica, pubblicati
dal Centro studi Piero Gobetti, Editore Guanda,
Torino 1975, pp. 465-466.
61
Claudio Marabini - Eugenio Montale
Il
critico letterario Claudio Marabini, previo
appuntamento telefonico, si reca in visita
a casa di Eugenio Montale per incontrare il
celebre poeta. Appena entrato, attraverso lo
spiraglio d'una porta lasciata semiaperta, involontariamente
ha modo di vedere ciò che la squisita
cortesia di Montale volentieri gli avrebbe tenuto
nascosto: un uomo che, turbato nella sua pace
domestica, cerca la fuga come un animale braccato,
e prende tempo prima di presentarsi "in
pubblico" con la maschera dell'"arguto
signore" e "colto borghese".
Siamo a Milano nel 1969. Lo studio critico di
Marabini è del 1973.
Animale
in fuga, ovvero le pantofole del poeta
La
prima volta che l'incontrai [Montale], vi ricavai
un'immagine che vi s'inquadrò singolarmente
e non la posso dimenticare.
Fu a casa di Montale e fu l'immagine di un momento.
M'ero annunciato con una telefonata, a cui aveva
risposto lo stesso Montale con signorile familiarità.
Arrivai puntuale, uscendo dall'ascensore dopo
aver seguito alla lettera le istruzioni ricevute.
Suonai e mi aprì una donna. Mi trovai
in un corridoio poco illuminato che sulla destra
metteva in un vano pieno di luce, forse un soggiorno,
attraverso una porta socchiusa. Dallo spiraglio,
abbastanza aperto in verità, vidi scivolare
via Montale, come uno che fugge. Restai un momento
col cuore sospeso e d'istinto cercai di guadagnare
tempo. La donna si apprestava ad annunciarmi.
Dentro di me cercavo di smaltire una curiosa
sensazione, come se avessi assistito alla fuga
di un vecchio e grosso animale che, sorpreso
nella sua tana, cerca il ripostiglio più
sicuro o forse la fuga. Avevo notato la testa
bianca, il grosso corpo fasciato in una giacca
di lana dal colore spento, le pantofole molli
e silenziosissime.
La donna mi precedette e spalancò. M'apparve
un vestibolo pulito ma disadorno, illuminato
da una ampia finestra. Pochi passi a sinistra,
un varco, e Montale mi attendeva seduto in una
poltrona. Mi attendeva come se non si fosse
mai mosso di lì, sorridente, cordiale
e subito ciarliero. A me durava quella sensazione
e adesso mi pareva che l'animale avesse trovato
il suo angolo e lì potesse non solo attendere
ma anche combattere senza paura. Perché
assieme a quella era nata un'altra sensazione:
dell'assedio e della prigione, della battaglia
che non è mai cessata.
Ricordo che faticai a tirar fuori le domande
per le quali ero lì. Si conversò
a lungo tra letteratura e ricordi, bevendo un
buon caffè e talora anche ridendo. Capivo
benissimo tutti coloro che avevano descritto
Montale come un arguto signore, un colto borghese,
forse uno degli ultimi esemplari di una fauna
antica e in via di estinzione. Ma non potevo
cavarmi da dentro, né potrò mai,
l'immagine del grosso animale in fuga verso
il proprio angolo mentre l'estraneo, il nemico
forse, ha già messo un piede dentro la
soglia.
Claudio
Marabini, La chiave e il cerchio. Ritratti
di scrittori contemporanei, Rusconi Editore,
Milano 1973, pp. 19-20.
62
Claudio Marabini - Mario Tobino
Claudio
Marabini sul finire degli anni Sessanta va a
trovare lo scrittore Mario Tobino (Viareggio,
1910 - Agrigento, 1991) nell'ospedale psichiatrico
di Lucca di cui è direttore, e si trova
immerso in un'atmosfera allucinata
che lo confonde e lo turba. Lo soccorre il grande
senso di umanità di Tobino e l'aria di
libertà che promana dalla sua persona
in cui il critico rinviene la chiave d'accesso
al mondo artistico dello scrittore viareggino
(4).
La tipologia dell'incontro è la visita.
Lo studio critico è del 1973.
Tra
i matti
Fu
a Lucca, al manicomio. M'ero annunciato dalla
portineria, al principio del viale che sale
a "esse". Di passaggio da quelle parti
avevo deciso improvvisamente di fermarmi un
momento, spinto dalla curiosità di quella
verifica e vincendo una forte ritrosia per il
luogo di pena. Salivo con la macchina lentamente
incontrando uomini spicciolati e a gruppi, vestiti,
mi pare, con camicie e casacche grigie (era
estate). Mi chiedevo se erano malati, matti
mi dicevo, o inservienti. Li scrutavo e solo
in alcuni trovavo qualcosa di diverso, come
una fissità, un'assenza, una luce distorta
e puntuta. Girai la curva a gomito, ebbi a sinistra
il muro dell'edificio che da quell'angolo domina
imponente come una fortezza o come un monastero.
E fui sul piazzale. Appena
il tempo di parcheggiare, e Tobino usciva dalla
porta ad arco e scendeva verso di me.
Nel gesto aperto, nel generoso saluto verso
l'ospite sconosciuto, nello sguardo sorridente,
sentii quell'aria di libertà (5),
come se gli alitasse intorno. E ricordo che
mi venne in mente una sua immagine: dei nostri
sogni che escono dal capo e ronzano intorno
come uno sciame. Quell'aria gli stava intorno
allo stesso modo.
Poche parole, una stretta di mano e fui dentro.
Preso dalla novità dell'ambiente, ricordo
che restai confuso. Tobino mi precedeva attraverso
un chiostro: mise sportiva, calzoni leggeri,
camicia a quadrettini aperta sul petto, il passo
che non capivo se molto elastico o leggermente
claudicante. Mi guardavo intorno, chiedendomi
se le facce che spuntavano qua e là,
quelle persone grigie, erano i matti. Ci fermammo
all'inizio di un corridoio bianco e Tobino mi
studiò, valutando la mia complessione
e informandosi dei miei anni. Lo fece da medico;
ma io trovavo conferma di un mito che avevo
colto nei suoi libri: il mito della forza fisica,
che coincide con un ideale di classicità,
con una virile tensione all'eros, alla buona
cucina e al buon vino.
Quel giorno non visitai il manicomio. Vidi soltanto
le due stanzette dove Tobino vive, in cima a
una scala stretta, al primo piano, all'inizio
di un corridoio ancora più stretto. Erano
piccole e buie. Una spessa tenda scura celava
la finestra. Si stette alla luce di una lampada.
C'erano libri e giornali per terra e sull'unico
divano, quadri, una piccola libreria alla parete
e una scrivania vecchia. Nell'altra stanza feci
in tempo a intravedere un cassettone con lo
specchio, il letto, un lavandino. Potevano essere
le stanze di un monaco. In alto, sulla scaffalatura,
c'era il modellino di una barca, una tartana:
uno scampolo di Viareggio, un pezzo del vecchio
cuore marinaro dello scrittore.
Promisi a Tobino e a me stesso che sarei tornato
per visitare il manicomio. Partendo Tobino mi
aveva fatto affacciare al chiostro dei malati.
Avevo visto donne sotto il portico, vestite
di blu, sole o a gruppi di due o tre. A quella
più vicina rivolse la parola. La donna
si fermò, fece uno strano sorriso, in
cui però splendeva la luce inconfondibile
della gratitudine, forse dell'amore. Non disse
nulla. Restò lì ferma con un impaccio
infantile.
Tempo dopo tornai a Maggiano. Posso immaginare
Tobino sulla spiaggia di Viareggio, in mezzo
alle barche, o anche sul mare; posso immaginarlo,
fantastico e autobiografico tenente Marcello,
nel deserto libico, carezzato dalla morte; oppure
chiuso nelle due stanze, assediato dai ricordi
dei Biassoli e della madre (undici poesie sulla
madre, del 1952, sono uscite un paio d'anni
fa sulla "Rassegna lucchese"). In
ciascuna di queste immagini posso ritrovarlo,
perché significano un momento della vita.
Ma il luogo dove soprattutto sento Tobino, il
dottor Anselmo di tante pagine, dove vive la
più parte dei suoi giorni e dove quell'aria
di libertà diviene umana condizione di
vita, penosa conquista, allucinata ed estremistica
realizzazione, amore infine, è tra i
matti, tra le ombre lente e oscure che avevo
intravisto.
Claudio
Marabini, Il dono della libertà,
in La chiave e il cerchio. Ritratti di scrittori
contemporanei, Rusconi Editore, Milano 1973,
pp. 84-87.
63
Valentino Bompiani - Cesare Zavattini
Valentino
Bompiani (Ascoli Piceno 1898 - Milano 1992)
e Cesare Zavattini (Luzzara, Reggio Emilia 1902
- Roma 1989) dànno vita ad un simpatico
racconto a due voci che costituisce una vera
e propria narrazione esemplare. Dapprima l'editore
nelle sue memorie dal titolo Via privata
(1973) racconta l'incontro nel 1931 con Cesare
Zavattini che gli presenta la sua opera
prima dal titolo Parliamo tanto di me.
Bompiani coglie l'occasione per schizzare un
efficace ritratto dello scrittore emiliano;
ma quel che importa è lo strano rapporto
che s'instaura tra i due: l'editore ingannato
dalle movenze scomposte e disordinate di Zavattini,
pensa che non valga la pena di affrettarsi a
leggere il dattiloscritto; si ricrederà
solo dopo aver letto qualche riga dell'opera
che aveva abbandonato in un canto. La tipologia
dell'incontro è quella della visita.
Segue una testimonianza televisiva di Cesare
Zavattini. Qualche anno dopo la pubblicazione
delle memorie del Bompiani, Zavattini, seduto
comodamente su un divano di giunco in compagnia
di un divertito Bompiani, si prende sull'amico
la rivincita; ricorda cioè, ma dal suo
punto di vista, lo stesso episodio (e lo colloca
nel 1930), con un seguito inaspettato, dal forte
sapore aneddotico: l'editore, diventato autore,
sconta il suo contrappasso.
L'editore
e lo scrittore
Cesare
Zavattini (1931)
Quando
Zavattini venne da me, non lo conoscevo neppure
di nome. A vedermelo davanti grosso e timido
non mi ispirava fiducia. Si era seduto e taceva,
intento a strapparsi con metodo le sopracciglia.
Tirò fuori dal taschino o forse dalla
manica un rotoletto di ritagli. Li posò
sul tavolo e vi accennava col mento come se
si trattasse di ciambelle che mi invitava ad
assaggiare: era il suo primo libro.
Io mi sentivo offeso. Aspettavo Stendhal e dovevo
perdere tempo con le leccornie paesane. Gli
proposi di scrivere un racconto per ragazzi.
Mi diceva di sì, con la testa un po'
storta e la bocca appuntita. Racimolò
i pezzetti di carta e se ne andò.
Dopo quindici giorni tornava con un rotolo di
fogli scritti a macchina.
Ogni tanto balbettava. Erano gli stessi pezzi
ricopiati, forse non ci aveva aggiunto neppure
una parola o aveva tolto qua e là una
virgola. Il manoscritto rimase in un angolo
dello scrittoio. Un giorno, sfogliandolo, l'occhio
mi cadde su di una frase: "Il capo ufficio
diceva all'impiegato: "Le proibisco di
pensare alla morte nelle ore d'ufficio"".
Saltai sulla sedia. Andai avanti a leggere.
Chiamai Zavattini e lui tornò. Alla terza
parola scomparve un'altra volta con i suoi fogli
arrotolati. Ci lavorò un paio di mesi
andando a spasso, al varietà, il cappello
storto, la sigaretta spenta fra le labbra. "Lavori?"
"Sempre."
Era vero. Zavattini deve essere nato in piazza
come un fatto pubblico. Per la strada, ampio
e svolazzante, sembra una campana. Mille amici,
mille appuntamenti al volo, un'aria di sommossa
lo accompagna: la sua popolarità è
in quel vento. Quando parla, ti afferra e si
curva come se dovesse resistere alla bufera,
poi si spalanca come un agitatore. La sua ora
è quella che precede il temporale e la
natura si fa umana e scoperta.
Valentino
Bompiani, Via privata, Mondadori, Milano
1992 [1973], pp. 76-77.
**
Lo
scrittore e l'editore
Zavattini:
"Quando mi sono presentato a lui, nell'autunno
del 1930, con la prima stesura del mio primo
libretto (facciamo i modesti, una volta tanto)....".
Bompiani: "Parliamo tanto di
me".
Zavattini: "...allora, sai, guardò
questo materiale con calma e disse: "Bene,
bene, bene, però ci lavori su ancora
un poco". Io mi sono alzato, l'ho salutato
e me ne sono andato. Dopo quindici giorni sono
ritornato con l'altra stesura, lui gli ha dato
un'occhiata, e ha detto: "Si stampi".
Adesso faccio un salto e arrivo al 1970, e forse
anche prima. Valentino disse: "Senti, ci
ho qui un dattiloscritto, una cosa sulla quale
ho lavorato tanto, è la mia vita di editore".
Subito ho preso in mano questo dattiloscritto,
l'ho guardato, l'ho sfogliato, ho detto: "Bene,
bene". Ho ripetuto proprio le antiche sue
parole: "Bene, bene, ma però ci
devi lavorare su ancora un poco". Ti dico
che lui se n'è andato, e sai cos'è
passato da quella volta prima che lui l'ha pubblicato?
Sono passati cinque anni, ci ha lavorato su
cinque anni, lui, hai capito?".
L'aneddoto
è raccolto dalle telecamere della RAI
alla fine degli anni Settanta ed è stato
citato nel corso di un programma televisivo
dedicato all'editore sabato 22 maggio 1999 alle
ore 22.30, dal titolo Sfogliando una vita.
Libri, ricordi e racconti di Valentino Bompiani,
condotto da U. Eco (Raidue). La trascrizione
è mia.
64
Giuseppe Prezzolini - Edmondo De Amicis
Giuseppe
Prezzolini (Perugia 1882 - Lugano, Svizzera
1982) ricorda su "Il Resto del Carlino"
del 9 gennaio 1974 il suo primo incontro
con Edmondo De Amicis avvenuto a Novara addirittura
76 anni prima, nel 1898! De Amicis in visita
dal suo vecchio amico, il padre di Prezzolini,
allora prefetto di Novara, incontra per strada
un ragazzino, Giuseppe Prezzolini, che volentieri
fornisce all'uomo le informazioni richieste.
Il De Amicis già da tempo si è
accostato al socialismo, ed è sorvegliato
dalla polizia. Per questo motivo un "incartapecorito,
bigotto e timoroso" Provveditore agli Studi
finge di non conoscerlo. La tipologia è
quella dell'incontro fortuito.
Tornando
da scuola
Una
mattina di non ricordo quale giorno, tornando
da scuola incontrai un signore che mi chiese
dove fosse la Prefettura. Era alto, con grandi
occhi, baffi bianchi e sopracciglia grosse scure,
ben vestito con un colletto svasato, una cravattina
nera a farfalla, e un cappotto col bavero di
velluto. Mi ricordo anche un bel cappello a
cencio, della forma che allora si chiamava "lobbia".
Gli dissi che proprio ci andavo, e lo accompagnai
fin là; salimmo insieme per lo scalone
e lo consegnai ad un usciere. Era De Amicis
che si recava a far visita a mio padre.
Fu invitato a colazione. Confesso che non ricordo
affatto che cosa si dissero a tavola. Ai ragazzi
importa poco quello che si dicono i vecchi.
Probabilmente parlarono degli anni in cui a
Firenze s'erano incontrati nel salotto della
"signora Emilia". Ma certamente non
parlarono di politica. Mio padre era un "liberale"
ma "conservatore", e De Amicis era
diventato "socialista". A quel tempo
questa parola faceva paura a molti. Non credo,
però, che De Amicis fosse già
stato nominato a Torino deputato per il Partito
Socialista nelle elezioni di ballottaggio di
quell'anno. Non lo sentii chiamare "onorevole".
La situazione era un po' complicata. De Amicis,
appunto perché socialista notorio, era
sorvegliato dalla polizia. Mio padre dovette
invitare il delegato di servizio a sospendere
per quel giorno la sorveglianza; e gli disse
sorridendo: "Il signor De Amicis sarà
sotto la mia sorveglianza; rispondo per lui".
Mio padre era un liberale, non soltanto in politica,
ma anche nella vita; era un uomo di spirito.
Dopo colazione volle accompagnare il suo amico
alla stazione, senza prender una vettura (allora
non c'erano automobili), ed attraversò
fieramente con lui e con me tutta la città,
fino alla stazione. E poi si trattenne con lui
passeggiando sulla banchina aspettando l'arrivo
del treno per Torino (dove De Amicis abitava),
lo accompagnò al vagone, lo salutò
e lo abbracciò; e anche si baciarono,
come a quel tempo si usava fare fra amici.
Ma si sorprese che, avendo sullo scalone della
Prefettura incontrato il Provveditore agli Studi,
mio padre volle presentarlo al De Amicis, allora
già celebre per i suoi libri. Quel vecchio
funzionario disse di non conoscerlo! Mio padre
non si alterò per quella apparente straordinaria
ignoranza d'un Provveditore agli Studi. Più
tardi mi spiegò che era un incartapecorito
personaggio, bigotto e timoroso, ed aveva voluto
dimostrare di non partecipare alle idee del
De Amicis.
Giuseppe
Prezzolini, A colazione con Edmondo De Amicis,
in "Il Resto del Carlino", 9 gennaio
1974, poi in Incontriamo Prezzolini,
a cura di Giuliano Prezzolini e Margherita Marchione,
Editrice La Scuola, Brescia 1985, pp. 57-59.
65
Alfonso Leonetti - Antonio Gramsci
Alfonso
Leonetti nella sua autobiografia racconta
il primo incontro con Antonio Gramsci
(Ales, Oristano 1891 - Roma, 1937) avvenuto
nella Torino operaia del luglio del 1918. Il
giovane intellettuale pugliese va a trovare
il leader rivoluzionario con un biglietto di
presentazione di Giuseppe Scalarini,
"il caricaturista dell'Avanti". La
visita ad Antonio Gramsci suggerisce
che la sua fama di intellettuale e di leader
socialista aveva già raggiunto la lontana
Andria contadina.
Pia Carena, la collaboratrice di Gramsci, segue
in silenzio il colloquio, attenta e discreta.
Ed è l'inizio di un lungo comune cammino.
Un
giovane capelluto
Salendo
al secondo piano [del palazzo dell'A.G.O.(Associazione
Generale degli Operai) in Corso Siccardi 12],
quella mattina di luglio 1918 - una giornata
caldissima - non mi parve di notare una grande
affluenza di lavoratori. L'atmosfera di lutto
creata dai fatti di agosto 1917, per i quali
proprio in quei giorni si stava celebrando il
"processone" davanti al tribunale
militare di Torino, e il regime di restrizioni
che la guerra faceva pesare sulla città
e nelle fabbriche, contribuivano certamente
a diradare i frequentatori di Corso Siccardi.
Ma il cuore dei proletari torinesi batteva in
quel palazzo, pronto ad infiammarsi, come verrà
dimostrato nei mesi successivi.
Quando finalmente fui entrato nella sala di
redazione dei due giornali [dell'Avanti
e del Grido del Popolo] - una sala ampia,
illuminata da due grandi finestre -, ebbi l'impressione
di aver fatto il viaggio a vuoto. Le due scrivanie
che si fronteggiavano mi apparivano deserte:
l'una, a sinistra del visitatore, era un tavolo
sgombro d'ogni carta, su quattro colonnine che
non lasciavano dubbio sulla assenza dell'occupante.
L'altra, invece, a destra, vicino al muro, era
un mobile ottocentesco, massiccio e compatto,
con tiretti dai due lati fino a terra e, davanti,
alti palchetti carichi di libri e di giornali,
che non permettevano alcuno sguardo sulla persona
che vi si fosse seduta dietro, specie se di
piccola statura. Solo mi parve presente una
minuta brunetta, seduta a un tavolo con macchina
da scrivere e con innanzi un giornale francese,
che stava evidentemente leggendo. Saprò
poi che si chiamava Pia Carena. A lei chiesi
di Antonio Gramsci e di Ottavio Pastore. Avevo
appena finito di pronunciare i due nomi che
vidi sorgere dalla scrivania di destra un giovane
capelluto, un po' più basso di me, con
occhiali e pince-nez, in maniche di camicia,
avambracci e petto scoperti per il gran caldo.
Mi avevano parlato di un gobbo. E infatti il
corpo di questo giovane - era schiacciato, con
lievi sporgenze nel dorso e allo sterno: una
gibbosità che a me parve irrilevante.
La testa fiera, saldamente piantata su due ampie
spalle, la dominava e quasi la cancellava. Questa
fu la mia prima impressione e tale essa è
rimasta nella mia memoria. Il giovane di cui
parlo era evidentemente Antonio Gramsci. [...]
Ecco l'uomo che ero andato a incontrare e con
cui dovevo percorrere un lungo e difficile cammino.
Ci presentammo; ci stringemmo per la prima volta
la mano e molto cordialmente - Gramsci non era
uomo di grandi effusioni - cominciammo a discorrere
della mia venuta a Torino. Macchinalmente gli
diedi il biglietto scritto da Scalarini [caricaturista
dell'Avanti]. Lo scorse con rapidità,
indovinando il suo contenuto. In effetti, non
giungevo nuovo ad un uomo che seguiva con tanta
attenzione non solo la stampa socialista, ma
anche i giornali e riviste come l'Humanitas
di Bari ed Il Grido di Napoli. Che cosa
ci dicemmo? Che piega prese il nostro discorso?
E' difficile ricostruirlo a distanza di tanti
anni. Ricordo che la conversazione fu lunga
e che essa terminò con un arrivederci,
segno che il dialogo iniziato poteva continuare,
come difatti continuò.
Durante tutta la conversazione tra me e Gramsci,
la piccola bruna seduta vicino alla finestra,
dietro la macchina da scrivere, rimase silenziosa,
assorta apparentemente nella lettura del giornale
francese che aveva davanti a sé. Dico
apparentemente, perché, come seppi dopo,
nulla sfuggì della nostra conversazione
a quell'attenta giovane collaboratrice di Gramsci.
Alfonso
Leonetti, Da Andria contadina a Torino operaia,
Argalìa Editore, Urbino 1974, pp. 173-177.
66
Luigi Heilmann - Giacomo Devoto
Nel
necrologio scritto in onore del linguista
Giacomo Devoto (Genova, 1897 - Firenze, 1974)
Luigi Heilmann (Portalbera, Pavia 1911 - Bologna,
1988) rievoca il momento in cui capì
(nel 1957) quale importanza avesse avuto per
lui il suo primo incontro nel 1935 a
Milano con il maestro, la scoperta della linguistica
moderna, di Saussure e di Trubeckoj. Ma solo
quando il maestro, parlando di sé, mette
a nudo la sua umanità, l'allievo supera
ogni imbarazzo dinanzi a lui, e la collaborazione
diventa proficua. L'incontro rientra nella tipologia
dell'incontro-convegno.
In
un caldo pomeriggio estivo
Mi
sia concesso di prendere le mosse da un ricordo
personale.
Al Circolo Linguistico Fiorentino, nella sede
di piazza S. Marco, modestissima e pur tanto
ricca di ricordi, Giacomo Devoto, cui facevano
corona colleghi, discepoli, ospiti di fuori,
parlava di se stesso: era il venerdì
pomeriggio del 19 luglio 1957 alla vigilia dell'ottavo
Congresso internazionale dei linguisti di Oslo.
Devoto sessantenne parlava, sereno, lucido,
incisivo come sempre, senza vano orgoglio, senza
inutile modestia; in una atmosfera a Lui cara
e congeniale tracciava il bilancio della propria
vita, quel bilancio che, col titolo "Per
una critica di me stesso", si legge in
testa al primo volume degli Scritti minori.
Ascoltandolo riandavo col pensiero al primo
incontro con Lui; era il 1935, laureato da poco
mi ero trovato, quasi per caso, ad assistere,
alla Università Cattolica di Milano,
ad una sua conferenza sugli sviluppi più
recenti della linguistica: saussurianismo e
fonologia. Rimasi affascinato dalla personalità
dell'oratore e dalle idee che Egli presentava
al suo uditorio. Completamente nuove per me,
mi spinsero a meditare Saussure e Trubeckoj
e segnarono una tappa fondamentale nella mia
formazione. Da quel momento mi sentii, idealmente,
anche Suo discepolo, e pure, per molti anni,
non mi fu possibile superare, ogni volta che
lo incontravo, un senso paralizzante di imbarazzo.
Devo confessare che il Suo austero distacco
mi affascinava e, al tempo stesso, mi feriva
quasi scostante freddezza.
In quel caldo pomeriggio estivo, ascoltando
la sua pacata indagine introspettiva, il ritratto
di Devoto si veniva progressivamente mutando.
Da quel momento ebbe per me inizio la vera dimestichezza
con Lui, approfondita in incontri sempre più
frequenti e cordiali, rinsaldata nel lavoro
comune per l'Associazione Italiana di Cultura
Classica, sanzionata nella preparazione e nel
compimento dell'undicesimo Congresso internazionale
dei linguisti del quale abbiamo vissuto insieme
le ansie e le fatiche, le difficoltà
e le soddisfazioni. Perciò io credo che
ricordare Giacomo Devoto non si possa senza
partire da quelle pagine che ho citato; esse
ci forniscono la chiave per penetrare nel suo
animo schivo, per intendere a pieno la sua opera
scientifica non tanto negli aspetti esteriori
e fattuali, quanto piuttosto nelle motivazioni
interne, oserei dire nella soggiacente, personale
filosofia.
Luigi
Heilmann, Ricordando Giacomo Devoto,
in "Atene e Roma", 1975, n.s. XX -
fasc. 3-4, pp. 113-114.

67
Attilio Bertolucci - Pier Paolo Pasolini
Ad
un anno circa dalla morte di Pier Paolo Pasolini
(Bologna, 1922 - Roma, 1975), Attilio Bertolucci
(San Lazzaro di Parma, 1911 - Roma, 2000) commemora
per il quotidiano "la Repubblica"
(del 29 ottobre 1976 con il titolo Quando
per vivere faceva la comparsa) Pier Paolo
Pasolini, ricordando il suo primo incontro
con lo scrittore friulano, presentatogli
da Giorgio Bassani a Roma nella primavera del
1951. Pasolini per sbarcare il lunario è
costretto a ricercare la raccomandazione di
Luigi Malerba per un ruolo di comparsa a Cinecittà
o a scrivere sulla terza pagina di un giornale
monarchico un articolo in cui intuisce la vera
essenza della poesia di Bertolucci: non idillio,
ma nevrosi. Suggella il racconto l'incontro
appena accennato in conclusione tra Pasolini
e l'"adorato" Carlo Emilio Gadda.
La tipologia è quella della presentazione
(intermediario Bassani).
La
gavetta del poeta
Nella
tarda primavera del '51, tiepida, piovosa e
odorosa di caffè in grani che molti bar
tenevano in vista dentro grandi sacchi aperti,
stavo "in prova" a Roma. Non insegnavo
più, scrivevo i parlati dei documentari
di Antonio Marchi, molte ore al giorno le passavo
con lui in moviola, alla Fonoroma. Abitavamo
al Tritone, in un appartamento aereo, ma senza
ascensore, che Anna Banti ci aveva affittato.
Viveva con noi anche Malerba, allora un po'
Bonardi: il suo vero, rassicurante cognome,
da lui abbandonato per il tenebroso Malerba.
Avevo da pochi giorni pubblicato La capanna
indiana quando una mattina arrivò
su Giorgio Bassani con un giovane non tanto
alto, che non portava la giacca, come tutti
in quegli anni, ma un maglione vagamente norvegese.
Non che fosse timido, era riservato, parlava
poco, sorrideva come da chissà dove.
Si chiamava Pier Paolo Pasolini. Dissi a Bassani
che mi sentivo molto triste lontano dai miei,
lui rispose che se tenevo duro un anno era fatta.
Ho tenuto duro ma non è fatta neppure
oggi. Eravamo tutti esiliati dal Nord in quel
tiepido, piovoso maggio del Centro Sud. Pasolini
continuava a scrivere bellissime poesie in friulano,
ma si preparava a comporre Le ceneri di Gramsci.
A un certo punto entrò Malerba con la
sua bottiglia del latte, ne beveva moltissimo.
Aiutava Lattuada che stava girando un film in
cui Silvana Mangano doveva fare la suora. Pasolini
si fece coraggio, cavò fuori un tesserino
da comparsa cinematografica che teneva unito
a quello dell'abbonamento al tram (immagino
che lo mostrasse, pateticamente muto, ai bigliettai
stralunati delle circolari notturne con già
addosso la sua apetencia de muerte, la
sua fame di immagini e di parole nuove, eccitanti
per lui venuto da fuori). Malerba promise con
gentilezza di farlo lavorare. Prima di andarsene
Pasolini mi lasciò un giornale, pregandomi
di non guardare la prima pagina, secondo lui
"orrenda". Non era che comica, cioè
monarchica. In terza c'era una sua recensione
al mio libro. Aveva capito tutto, ero commosso
e quasi spaventato. Prima di lui avevano parlato
soltanto di idillio, lui parlava acutamente
di nevrosi.
Pasolini era molto povero, tanto da dover fare
la comparsa e scrivere su quei giornali, ma
volle che andasse a pranzo a casa sua, a Ponte
Mammolo, dove ci sono le carceri di Rebibbia,
abitazione provvisoria di tanti suoi meravigliosi
personaggi, ragazzi allegri e tragici, inventati
dal vero con piglio caravaggesco. Gli portai
Carlo Emilio Gadda che non conosceva e adorava.
Attilio
Bertolucci, Primo e ultimo incontro con Pier
Paolo, in Opere, Mondadori, Milano
1997, pp. 1134-1135.
68
Piero Gadda Conti - Antonio Baldini
Piero
Gadda Conti racconta il suo primo incontro
con Antonio Baldini, scomparso quindici anni
prima, per i lettori della "Nuova Antologia",
di cui Baldini dal 1931 è stato redattore
capo e poi direttore letterario. Gadda Conti
ci trasporta a Milano, dopo l'esperienza della
"Ronda", attorno al 1925. Con un vero
e proprio inganno letterario egli si segnala
al già famoso e più anziano di
lui (di tredici anni) Antonio Baldini. Ed è
l'occasione non solo per rivendicare
il ruolo storico della "Ronda" nel
panorama delle lettere italiane del primo dopoguerra,
ma anche per tracciare il percorso intellettuale
di Baldini, per dire cioè come Baldini
divenne "Michelaccio"(6).
La tipologia è quella dell'incontro-convegno.
Vanitas
vanitatum
Il
mio primo incontro con Antonio Baldini è
rimasto assai vivo nel mio cuore perché
è legato a un sentimento tenacissimo:
la vanità letteraria. Eravamo al Circolo
del Convegno di Enzo Ferrieri, al piano terreno
del palazzo Gallarati Scotti, in via Borgospesso.
Su una lunga tavola, davanti ad un maestoso
camino di marmo scuro, erano allineate le riviste
letterarie di allora (attorno al '25): "La
Ronda", "Il Primato", l'"Esame",
il "Quindicinale" e lo stesso "Convegno":
nonché la "Nuova Antologia".
Tranne quest'ultima sono tutte scomparse. E
proprio della "Nuova Antologia" il
Baldini sarebbe divenuto segretario di redazione
nel 1931, sotto le blande direttive di Luigi
Federzoni, che aveva allora più importanti
compiti, tra i quali (ad esempio), presiedere
il Senato.
Accadde dunque quel giorno, al Convegno, che
Baldini mostrasse di avere preso per buona (e
ne fui molto fiero) parlandomi del mio racconto
Il vecchio Capitano, la canzone che vi
figura: "Va per oceani e mari / il giovin
capitano / ma troppo va lontano / più
della fedeltà" e che termina (dopo
una dozzina di strofe altrettanto popolaresche)
"il fulmine sospeso / in cielo per buon
cuore / ratto discende e muore / il vecchio
capitan". "Chi abbia villeggiato in
quelle estati sulla riviera di Levante"
(dicevo) "ricorderà forse un certo
foglietto arancione - pubblicato a La Spezia,
dalla tipografia Navarrini, a spese dell'autore".
La poesia che Baldini aveva ingoiato con tanto
candore era un mio pastiche e la storia
del foglietto arancione una mia invenzione.
Baldini, come ricorderà chiunque lo abbia
conosciuto, era un uomo delizioso. Rievocandolo
la prima cosa che mi sorge nella memoria è
il suo sorriso: un sorriso di benevola attesa,
consona al personaggio di Michelaccio, al quale
Baldini sarebbe, negli anni seguenti approdato.
Ma quando lo incontrai quella prima volta al
Convegno egli era ancora circonfuso dal prestigioso
alone che irraggiavano "quelli della Ronda".
Questa rivista di Bacchelli, Cecchi, Cardarelli,
Montano e pochi altri, oltre che sua, era stata
una affermazione dei valori più durevoli
e profondi della nostra tradizione letteraria
mentre era in atto una dilagante moda di volgarissimi
autori, oggi dimenticati, come Mario Mariani
e Pitigrilli.
La "Ronda" cessò alla soglia
del '23 e ognuno dei suoi collaboratori proseguì
per una propria strada: Baldini divenne "Michelaccio".
Piero
Gadda Conti, Ricordo di Baldini, "Nuova
Antologia", Gennaio 1977, pp. 44-45.
69
Dario Bellezza - Sandro Penna
Nel
necrologio scritto in occasione della
morte di Sandro Penna (Perugina, 1906 - Roma,
1977), Dario Bellezza (Roma, 1944 - 1996) ne
ricorda la figura sulle pagine di "Nuovi
Argomenti", ed in particolare racconta
il primo incontro con lui avvenuto a
Roma negli anni 1967-68. Dopo una sorta di approssimazione
al poeta, letto la prima volta durante una gita
a Tarquinia, Elsa Morante (Roma, 1915 - 1985)
glielo presenta.
Riporto di seguito parte di una conversazione
avvenuta nel gennaio 1981 tra Dario Bellezza
e il critico Gualtiero De Santi, da cui apprendiamo
qualcosa in più, e cioè, che l'incontro
tra Bellezza e Penna avvenne in un ristorante
romano, il Biondo Tevere, cui Bellezza
è legato da ricordi tristi e gai ("dove
Pasolini andò con il Pelosi" prima
di morire e dove Visconti girò Bellissima).
Gli argomenti di discussione non mancano: si
va dall'aneddotica gaddiana, ai giudizi su Joyce,
Proust e Gide. Ma si noti soprattutto come Bellezza
ci tenga a sfatare il pregiudizio molto diffuso
di un Penna ingenuo, incolto, disinformato,
per accreditare, invece, l'immagine di un poeta
in lotta contro la "barbarie culturalistica".
Una
gita a Tarquinia
Lessi
le sue [di Sandro Penna] poesie, il volume del
1957, che mi provocò un delirio di vecchie
sensazioni d'infanzia e il riconoscimento di
un mio sesso provvisorio, nel 1963. La mia educazione
sentimentale è avvenuta, languida, sterile,
smentita, su quelle poesie, sul loro profumo.
Me le donò un ragazzo incontrato per
caso, in Trastevere, un giorno fortunato in
cui, insieme a qualche compagno - ero allora
iscritto al PCI - avevamo deciso di fare una
gita verso Tarquinia. E cominciai a leggerle
in macchina, fino ad un comizio, in una piazza
piena di contadini. Nella poesia di Penna c'è
un amore creaturale, senza ideologia manifesta,
per il popolo: "L'odore casto e gentile
della povertà". Ad Elsa Morante
chiesi una volta, un po' di tempo dopo, di presentarmelo.
Elsa, come ho già accennato, diceva che
Sandro era un grande poeta, quasi "Dio".
I due si conoscevano da quarant'anni, erano
quasi coetanei, avevano in comune l'amicizia
per Saba. Il loro rapporto era molto complicato,
ineffabile, talvolta litigioso e competitivo,
ma c'era una stessa idea della poesia: la poesia
della vita difesa contro ogni barbarie culturalistica.
Diceva, Elsa, che Penna era grande per motivi
tutti diversi da quelli legato all'omosessualità,
dall'eros indisciplinato, come aveva scritto
Anceschi.
Dario
Bellezza, Ricordo di Sandro Penna, "Nuovi
Argomenti, n. s. n. 53-54, Gennaio-Giugno 1977,
pp. 158-159.
***
Al
Biondo Tevere
[De
Santi] Come hai conosciuto Penna?
[Bellezza]
Io non ho molta memoria. Però il ricordo
di come ho conosciuto Penna è vivido
in me perché stranamente è legato
al Biondo Tevere, che è il ristorante
dove Pasolini andò con il Pelosi; il
ristorante sul Tevere dove anche Visconti girò
Bellissima. E l'ho conosciuto così:
avevo sentito parlare di lui, avevo letto le
sue poesie quando ero ragazzo e le amavo molto;
però, da quello che leggevo, anche da
cronache mondane, si sapeva che Penna era una
persona molto appartata, che era difficilissimo
vedere. Un giorno, casualmente, ad Elsa Morante
che mi chiese quali fossero i poeti che mi piacevano
di più, risposi: "Penna". "Ah,
Penna: è un mio amico." Non sapevo
che Penna fosse amico della Elsa. Allora le
dico: "Me lo fai conoscere?", penso;
o forse lei m'ha proposto di conoscerlo. insomma,
sta di fatto che me l'ha presentato Elsa Morante
e subito andammo al Biondo Tevere. E mi ricordo
che lui - era uscito un mio testo su "Nuovi
Argomenti" che era un po' gaddiano - mi
raccontò un sacco di storie e di episodi
spiritosissimi su Gadda. Allora c'era la voga
di Gadda, della neo-avanguardia...
Era
pressappoco quando?
Era
il '67. L'ho conosciuto nel '67-'68. Mi raccontò
delle cose su Gadda divertentissime, e poi parlammo
di Joyce. Mi ricordo che lui - che passa appunto
per un poeta non molto colto - era invece informatissimo.
Per esempio conosceva benissimo l'Ulisse
perché mi disse delle cose su questo
mio testo che era anche un po' joyciano. Intelligenti,
insomma: era un uomo intelligente. Che arrivava
a dire che Gide era un grande scrittore e che
Proust non gli piaceva. Per dire."
Su
Sandro Penna. Conversazione di Gualtiero De
Santi con Dario Bellezza, in Gualtiero De Santi,
Sandro Penna, La Nuova Italia, Firenze
1982, p. 3.
70
Gianfranco Contini - Pier Paolo Pasolini
Dalla
testimonianza di Gianfranco Contini relativa
al suo primo incontro nel 1946 con Pier
Paolo Pasolini emerge un rapporto tra il critico
e il poeta caratterizzato dalla distanza e dal
puro scambio intellettuale. Il primo passo nel
1942 (quando il "disastro [è] vicino
a consumarsi") è fatto da Pasolini
con l'invio delle Poesie a Casarsa al
critico, che avverte immediatamente l'"odore
irrefutabile della poesia". Segue una frequentazione
a distanza fino al 1946, anno in cui Pasolini
va a trovarlo nella sua casa di campagna. Qui
Contini deve fronteggiare lo "spiegamento
di timidezza" di Pasolini, sventato dalla
subita intuizione del critico che lo conduce
all'aperto, dove l'umile e l'autentico
della natura avrebbero soccorso il poeta in
difficoltà. Il brano è parte della
Conversazione inaugurativa del convegno-rassegna
su Pasolini svoltosi a Novoli (in Firenze) il
28 marzo 1980, pubblicata su "Il Ponte",
XXXVI (1980), pp. 339-345 e poi negli Atti
a cura di A. Panicali e P. Sestini, 1982, a
cinque anni dalla morte di Pasolini.
Un'amicizia
de lonh
Insegnavo
allora in un'università straniera, e
facevo il pendolo fra quella sede e una piccola
città di confine. Uno dei miei fornitori
librari (fascette e fatture integralmente autografe)
si rifletteva nella tenuità delle cifre,
era un piccolo antiquario di Bologna, chiamato
Mario Landi [...]. Un giorno del 1942 la posta
mi recò un plico iscritto dalla bella
e arcaica lettera di Mario Landi, ma non conteneva
poche lire di Bodoni o di Romagnoli-Dall'Acqua,
bensì, per la prima ed unica volta, un
libretto stampato sotto la ragione editoriale
del Landi stesso. Ignoto l'autore, Pier Paolo
Pasolini, di aspetto onomastico inconfondibilmente
ravennate, e ignota la veste linguistica di
quelle Poesie a Casarsa, friulano ma
"di cà da l'aga" (cioè
il Tagliamento), quindi un'eccezione nell'eccezione.
L'odore era quello irrefutabile della poesia,
in una specie inconsueta, per di più
in una di quelle non so se dire quasi-lingue
o lingue minori che era mia passione e professione
frequentare. Allora tutto il tempo era mio,
niente ostacolava, quando insorgeva, il pronto
desiderio di scrivere. All'uopo adibii un giornale
del Ticino, tra perché le sedi italiane
stavano crollando nel disastro vicino a consumarsi
e perché la censura invigilava che non
si osasse dir troppo bene di cosa scritta in
dialetto ("Primato", infatti, rifiutò
il pezzo). Fu quella in sostanza la mia unica
scoperta. [...] Cominciò allora una lunga
amicizia (non molto prima della sua morte mi
scrisse, con incontenibile affetto, di aver
viaggiato con addosso una mia lettera in Levante
e negli emirati del Golfo, i luoghi assoluti
e desertici dove amava "girare": un'amicizia
il cui vero senso fu di essere, com'egli diceva
con la parola di Jaufre Rudel, de lonh;
un'amicizia di "lei", come molte delle
mie amicizie migliori (in "lei" o
nell'equivalente straniero). Ci siamo incontrati
poche volte, e la prima dopo un lungo indugio,
durante il quale incontrai, o lui mi mandò,
suoi "messaggeri" (ricordo una notte
bolognese con la grecista Giovanna Bemporad
e altri suoi amici, alla ricerca dell'Aposa
e del suo fruscìo sotterraneo). Venne
a trovarmi la prima volta, se ricostruisco bene,
nel '46 (molto dopo la cesura introdotta nella
sua vita tutta tragica dalla morte del fratello
Guido, massacrato nella guerra partigiana; e
anche allora lo portava un'occasione drammatica,
cioè una visita a un amico malato di
mente nei paraggi della mia città). Non
credo di avere mai assistito a un tale spiegamento
di timidezza: tanto che a un certo momento,
per alleviare l'onere della conversazione (eravamo
nella mia casa di campagna), gli proposi un'esplorazione
della natura circostante, oggi ecologicamente
molto deteriorata, ma a quei tempi ancora incorrotta.
Allora non potevo rendermene esatto conto, e
in fondo lo capisco pienamente soltanto ora,
che un bilancio totale è possibile: o
il caso o l'istinto mi aveva suggerito la soluzione
più conforme alla virtù preclara
di Pier Paolo Pasolini, che fu l'amore dell'umile
e dell'autentico; e tale era il paesaggio che
ci circondava, "se avendovi passata (è
la cautela avanzata dall'autore del Fermo
e Lucia) una gran parte della infanzia e
della puerizia, e le vacanze autunnali della
prima giovinezza, non riflettessi che è
impossibile dare un giudizio spassionato dei
paesi a cui sono associate le memorie di quegli
anni".
G.
Contini, Testimonianza per Pier Paolo Pasolini,
in Ultimi esercizi ed elzeviri (1968-1987),
Einaudi, Torino 1988, pp. 389-391.
71
Maria Antonietta Macciocchi - Louis Althusser
Illuminata
dalla recente lettura di Per Marx di
Louis Alhusser (Bimmandreis, Algeria, 1918 -
Le Mesnil Saint Denis, Parigi, 1990), Maria
Antonietta Macciocchi cerca l'incontro col filosofo
francese e, dopo una telefonata tormentata ma
dall'esito felice, ottiene il permesso di andarlo
a trovare all'Ecole Normale. Qui conoscerà
anche Hélène, la premurosa consorte
di Althusser. La conversazione si anima poi
durante la cena in un ristorante vietnamita
dove il maestro sottopone la Macciocchi ad un
vero e proprio interrogatorio, durante il quale
nasce tra i due un'amicizia che non avrà
più termine. Il racconto autobiografico
della Macciocchi è in terza persona.
L'incontro rientra nella tipologia della visita.
Siamo a Parigi nel 1965.
L'astro
di Althusser
La
voce della donna era ilare e vitale, una voce
intatta, di una che ha trascorso la vita nella
fiducia della rivoluzione. Qualcosa di marino
e di aurorale.
"E lei" disse al telefono la voce
di Macciocchi, "il signor Althusser"?
come se lo cercasse da tutta una vita.
"Sono io" rispose guardingo, insospettito,
e soprattutto stupefatto il signor A.
"E lei chi è, che vuole da me?"
col tono di uno che dice: "Perché
mi disturba nei miei pensieri?".
"Lei non mi conosce, sa, io non conto nulla,
faccio solo la giornalista."
"Non do interviste, non parlo coi giornalisti":
il tono definitivo come la lama di una ghigliottina.
"Vede, non sono soltanto una giornalista
ma anche una comunista italiana" disse
la voce, "per questo sono interessata a
lei e vorrei conoscerla."
"Non sono da conoscere" disse cupo
il signor A.
"Vede" riprese la voce ilare, più
appassionata che mai: "Ho letto il suo
libro Per Marx. Ecco, dirò che non tutto
il libro mi ha colpita allo stesso livello,
ma la prefazione, quella sì, là
dove si interroga sullo sbocco da dare ora alla
nostra vita di comunisti, di militanti, dopo
tanti anni. La cerco da un anno e più...".
"Sono stato ammalato" confessò
la voce dell'uomo con una prima incrinatura
nel sospetto, un cedimento nell'ostilità.
"Allora vede" disse la voce, "è
proprio da allora che vorrei incontrarla. Ero
ai giardini del Lussemburgo, avevo il suo libro,
ho letto la prefazione e capii che dovevo conoscerla."
"Non do interviste né dichiarazioni.
Lei si interessa per caso a Régis Debray?
Non ho nulla da dire."
"Ma no, mi interesso a lei, unicamente
e solamente a lei." E la voce vibrata come
un violino. Il professor Althusser abbisogna
di un rapido schizzo. Che abbia 50 anni conta
poco, come il resto delle sue particolarità
somatiche. Quel che conta è il suo mondo
interiore. Tanto desideroso di celebrità,
quanto ansioso di non averne alcuna. E' in perenne
contraddizione con se stesso fra questi due
poli inconciliabili: è sconvolto fino
alla nevrosi all'idea di diventare un personaggio
ufficiale, eppure cade in crisi depressive quando
la cultura filosofica e politica gli rifiuta
un ruolo primario, come interprete di Marx.
Terrorizzato dalla battaglia politica che gli
fa non poca paura, è al tempo stesso
ossessionato dal primato da dare alla politica
nella sua vita filosofica. Incerto dunque tra
il limbo filosofico e "la guerra politica
filosofica"; tra il suo definitivo ritiro
in Marx, e la lotta aperta per scacciare il
filosofo socialdemocratici Garaudy dal seggio
ufficiale che occupa alla direzione del Pcf,
per rigettarlo nell'inferno di Kautski. Questo
era il professor A. che stava per incontrarsi
con Macciocchi dalla voce ilare, che l'aveva
violentato nel suo torpore di gatto soriano.
Quell'onda sonora che l'aveva raggiunto al telefono
pareva soprattutto interessarlo per la sua appartenenza
politica al Pci, una voce comunista italiana.
In rapporto al suo "primato della politica"
e alla sua ricerca di nuovi alleati nella lotta
contro il revisionismo francese.
"Va bene, venga nel mio studio alla
Ecole Normale" le accordò infine
il filosofo. "Alle 18. Entri nel giardino,
prenda a destra, c'è una scaletta e un
portoncino, giri a destra ancora, suoni a lungo."
"Grazie" disse la voce. "La mia
riconoscenza non ha limiti."
E così la donna spensierata e stordita
- perché da sempre cercava il rigore
tecnico-morale negli uomini - si incamminò
di buon passo verso Saint Michel, che rigurgitava
di piramidi di libri sui marciapiedi. Lo spettacolo
la inteneriva quasi più di ogni altro
a Parigi, perché le sembrava che ogni
sasso stillasse pensiero. Si diresse verso il
Pantheon, dietro cui c'era la sede della Ecole
Normale, nella Rue d'Ulm.
Il celeberrimo A. aprì la porta personalmente,
in pullover e camicia, senza cravatta. Fece
sedere l'ospite su una poltrona, giusto davanti
alla scrivania, che rigurgitava di libri e dossier,
tra pacchetti di Gitanes e portacenere sporchi.
Si capì subito che l'uomo voleva restare
fedele alla sua immagine diffusa dai mass-media
di intellettuale proletarizzato, o di proletario
dell'intelletto.
"Che vuole da me?" la interrogò
ancora.
Ma non c'era più diffidenza, solo curiosità
nel suo viso, e il desiderio di iniziare un
"ascolto psichico-politico", come
poi lo avrebbe chiamato.
"Quando presi il suo libro" disse
la donna, ripetendo quello che gli aveva detto
al telefono, ma meglio, "ero ai giardini
del Lussemburgo e mi sentii come nelle raffigurazioni
sacre, una di quelle Sante illuminate da una
luce non terrena. Io sono atea. Non terrena
per me vuol dire non parigina, non mondana,
senza la megalomania, la grandeur e il
dogmatismo del discorso politico francese. Leggevo
nella prefazione che lei accusava la Francia
di provincialismo. Gettare questa verità,
così, sul muso di tanta intellighentzia,
togliere ogni paludamento ipocrita all'intellettuale,
tutto questo lo leggevo per la prima volta.
Mi parvero più che parole, addirittura
un messaggio."
Il professore la guardava con curiosità,
ascoltava con tutto il corpo proteso sulla scrivania,
ma non le rispondeva.
"Noi comunisti, adesso che dobbiamo fare?"
lo interrogò infine Macciocchi. "Continuare
nell'attivismo o tornare, come lei, al rigore
dello studio?"
La donna italiana aveva posto le domande in
fretta, arrossendo irrimediabilmente. Come se
avesse una malattia endemica. E aggiunse: "Tanto
spesso, Parigi appare un deserto, politicamente.
E' buffa questa espressione, ricorda la Traviata,
no? Voglio dire che, per uno straniero, è
una città difficile per la sua presunzione
intellettuale, e allora mettersi a leggere una
cosa come la sua, scombussola. D'altra parte,
c'è questo suo modo di sentirsi comunista
non solo francese, ma internazionalista..."
Il Grandissimo A. la fissò con gli occhi
chiari e stupefatti, da lontani lidi. Ma sembrava
ammansito, rifletteva.
La donna si lasciò trasportare - come
sul lettino dello psicoanalista benché
fosse seduta sull'orlo della poltrona a rischio
di cascare - e osò librarsi ancora ad
altre riflessioni.
"Credo che dopo aver letto la sua prefazione
a Per Marx, ho cominciato a interrogarmi
sul senso della vita di tutti noi. Sa, avevo
le lacrime agli occhi al Lussemburgo, seduta
sulla panchina. Chiusi il libro e mi dissi:
"Ecco non ho capito tutto, anzi quasi niente,
ma forse Parigi è adesso, soprattutto,
una città dove vive e lavora un uomo
come Althusser, come lei"."
A. non replicò. Diventò gentile,
offrì una Gitane alla visitatrice che
si mise a fumare con impeto. Ma il tabacco era
forte, tossì e la testa le girava. L'ombra
calava sullo studio e dalle finestre si distinguevano
appena le foglie degli alberi dietro le tendine
polverose. Il grande astro era lì, che
stava ancora riflettendo sul da farsi, come
imbalsamato dietro la scrivania. L'alta fronte
bianca pareva la sola cosa luminosa. Poi interruppe
il silenzio, e disse bruscamente:
"Che ne dice: se andassimo a cena fuori?"
Più esattamente usò l'espressione
popolaresca: casser la croute. "Continueremo
a parlare."
La donna rispose con slancio: "Ma certo,
sì". Pronta a partire per l'Alaska,
e non solo verso un bistrot del quartiere, col
Signor A. Questi si alzò -era alto e
massiccio - e le disse:
"Aspetti un momento, voglio farle conoscere
Hélène."
Aprì una porta dietro cui c'era una donna,
come in attesa di entrare. Le sembrò
più vecchia di lui, col viso scarnito,
coperto da rughe sottili e i capelli chiusi
in un nodo da qualche forcina, il tutto in contrasto
con i blues-jeans che indossava.
Il grande A. disse: "Hélène
ama molto l'Italia. La conosce bene, conosce
il suo partito e... molte altre cose".
Come se accennasse a una misteriosa sapienza
da sibilla.
Hélène si rivolse all'italiana
con voce flautata, come fa una persona esperta
della vita e delle cose del mondo con una più
giovane. E la donna italiana voleva subito piacere
anche a lei, disposta alla fiducia dall'età,
dal senno, e dalla premura che la donna manifestava
per ogni gesto di Althusser. Si avviarono tutti
e tre verso un ristorante vietnamita. Il piatto
di Macciocchi restava sempre pieno, con le pietanze
raffreddate, perché il celebre A., sotto
la vigile sorveglianza di Hélène,
le fece un minuzioso interrogatorio politico
personale, che sarebbe anche potuto apparire
indiscreto e invece diede a Macciocchi un supplemento
di fiducia, perché aveva la possibilità
di dimostrare, nel dettaglio, che, in tutti
gli anni della sua milizia politica, aveva mantenuto
la passione rivoluzionaria, fra traversie di
ogni genere.
Dopo cena, dietro lo studio, raggiungemmo l'appartamento
che Althusser occupava nella scuola. Hélène
nel soggiorno estrasse da un vecchio mobiletto
tarlato bibite, liquori colorati d'erbe aromatiche.
In quel momento Macciocchi capì che i
suoi rapporti col filosofo erano più
intimi di quanto avesse immaginato a prima vista.
Maria
Antonietta Macciocchi, Duemila anni di felicità,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1983, pp.
353-356.
72
Norberto Bobbio - Renato Guttuso - Umberto Morra
Tra
tutti i primi incontri di questa antologia,
eccone uno raccontato, oltre che per iscritto
da Norberto Bobbio, anche da un celebre disegno
di Renato Guttuso (Bagheria, Palermo, 1912 -
Roma, 1987) che immortalò l'evento. Siamo
a Cortona, nel 1939, in casa di Umberto Morra
(Firenze, 1897 - 1981), giornalista e studioso
di Piero Gobetti. Protagonisti sono un gruppo
di amici che discutono e vanno preparando la
resistenza al fascismo: Capitini, Morra, Calogero,
Luporini, Bobbio e Guttuso. La tipologia è
quella dell'incontro-convegno. Il contesto
letterario è uno studio storico-critico
nel quale Bobbio ricostruisce gli ambienti e
ritrae i personaggi del "mondo di Gobetti".
Renatus
pinxit
Non
ricordo più chi mi avesse fatto conoscere
Umberto Morra. Aldo Capitini? Guido Calogero?
Piemontesi tutti e due la nostra amicizia non
nacque di certo in Piemonte. Avendo insegnato
all'Università di Camerino dal 1935 al
1938, e poi a Siena dal 1938 al 1940, da torinesissimo
'bougia nen' quale ero sempre stato, ero diventato
un viaggiatore malgré moi, sempre in
giro, da vero chierico vagante, tra Camerino
e Perugia, tra Siena, Firenze e Roma. E mi ero
felicemente e durevolmente 'spiemontizzato':
'durevolmente', anche se non 'definitivamente'.
Mi dicono alcuni amici, dopo aver letto i miei
scritti recenti di ricordi torinesi, che mi
sto 'ripiemontizzando'. Forse è una questione
d'età.
E' probabile che il primo incontro sia avvenuto
proprio qui a Cortona in una memorabile giornata,
tramandata casualmente alla storia e fissata
per sempre in una immagine ormai nota, nel modo
che sto per raccontarvi.
Quel giorno non precisato del 1939 Morra aveva
accolto in casa sua, nella villa di Metelliano,
e non era la prima volta, un piccolo gruppo
di 'cospiratori' (mi piace usare questa parola
che suonava già allora anacronistica
ed ora appare persino un po' comica), due dei
quali, Capitini e Calogero, erano stati gli
ispiratori e i fondatori del movimento liberalsocialista,
nato, come tutti sanno, alla Normale di Pisa.
Gli altri due, affiliati allora allo stesso
movimento, erano Cesare Luporini ed io. Entrati
nella stanza dove avrebbe avuto luogo la riunione,
il padrone di casa ci presentò un suo
ospite: "E' un giovane pittore - ci disse
-, un giovane di talento che farà parlare
di sé: si chiama Guttuso". Poi aggiunse:
"Se credete, può partecipare alla
riunione. Potete fidarvi". Durante la riunione
il giovane pittore, senza che noi ce ne accorgessimo
o vi dessimo la minima importanza tratteggiò
su un pezzo di carta la scena e i personaggi
seduti intorno al tavolo. Molti anni più
tardi, il disegno fu esposto nella prima grande
esposizione di Guttuso a Parma. Mio fratello
che abitava a Parma, visitando la mostra, vide
il disegno in cui spiccava il mio profilo (inconfondibile)
e anche il mio nome (che, ho ragione di credere,
sia stato aggiunto insieme con quello degli
altri più tardi). Mi avvertì.
Lo venne a sapere per conto suo anche Luporini,
il quale si fece regalare dall'autore e me ne
diede una copia. Eccovela: da sinistra a destra,
ci sono io, poi Luporini, poi Capitini che ha
dinnanzi a sé un foglio con su scritto
"non-violenza", poi Morra; dall'altra
parte del tavolo, Calogero che ha il dito alzato
in atto di fare la lezione (l'altro parlante
sembra Capitini), e ha sottocchio un foglio
dove si legge "liberalsocialismo";
di schiena, o meglio di nuca, senza nome, il
pittore (ma "Renatus pinxit"). In
alto la data: "Cortona 1939".
Norberto
Bobbio, Umberto Morra e Gobetti, in Italia
fedele. Il mondo di Gobetti, Passigli Editori,
Firenze 1986, pp. 157-158, già in "Annali
della Scuola Normale Superiore di Pisa, Classe
di lettere e filosofia" Serie III, vol.
XIV, 1, Pisa 1984, pp. 169-170.
73
Lucio Modestini - Giuseppe Catanzaro
Il
primo giorno di scuola non rappresenta forse
il primo incontro tra una classe e i
propri insegnanti? e non è forse tanto
importante da decidere spesso del rapporto tra
studenti e professori per lungo tempo? Routine
scolastica, si dirà. Eppure anche una
semplice presentazione può riservare
delle sorprese: lo abbiamo appreso leggendo
il racconto del primo incontro di Salvatore
Spinelli con Eugenio Donadoni e ce lo conferma
l'incontro Camilleri-Cassesa.
Lucio Modestini racconta nel 1984 il
momento in cui il suo professore di latino e
greco del Liceo classico di Assisi, Giuseppe
Catanzaro, si presentò alla Ia liceale,
e come questa classe lo accolse. Siamo nella
stagione di Only You, la celebre canzone
dei Platters del 1956.
Il
primo giorno di scuola
Indimenticabile
primo giorno del primo anno di liceo! Arriva
il professore di latino e greco, sale sulla
predella della cattedra e, dopo una pausa, che
accentua attesa e curiosità, esordisce
dicendo: "Io mi chiamo Giuseppe Catanzaro".
Sarà stata la tensione del momento, ma
nel silenzio che seguì la presentazione,
risuonò dal fondo dell'aula un roco e
sillabato "e chi se ne frega!?". Quell'insegnante
ebbe tanto tatto da non volere udire. Fu subito
uno dei nostri: aveva accettato il gioco. Credo
sia stato il professore più amato e rispettato.
Lucio
Modestini, La stagione di "Only You",
in AA.VV., Il liceo classico di Assisi nel bimillenario
di Properzio, Assisi 1984, p. 81.
74
Gianni Granzotto - Leonida Repaci
Il
giornalista Gianni Granzotto (Padova, 1914 -
Roma, 1985) racconta il suo primo incontro,
all'incirca nel 1962, con Leonida Repaci (Palmi,
Reggio di Calabria, 1898 - Viareggio, 1985),
il fondatore nel 1929 del premio Viareggio.
L'incontro memorabile ("mi apparve
nei viali di Viareggio vestito di bianco, veemente,
pavesato di giovinezza...") è
preceduto dall'assidua lettura del suo romanzo
dal titolo Fratelli Rupe (1932-1973).
Con Repaci, si sa, siamo nel bel mezzo della
letteratura intesa come spettacolo e mondanità.
Ragion per cui, chi si meraviglierà se
in questo ricordo vediamo la famosa cantante
Mina sedere sulle ginocchia dell'ottuagenario
Ungaretti, mentre lo ascolta recitare poesie
come fossero canzoni d'amore? Del resto era
questa la "magia di Repaci, la sua vitalità"
(art. cit. in basso, p. 96); e la sua capacità
illusionistica. La tipologia è quella
dell'incontro-convegno. Questo racconto
è parte di un discorso celebrativo
degli 86 anni di Leonida Repaci. Fu letto
a Palmi nel 1984.
Il
fascino della letteratura
Lo
[Repaci] lessi prima di conoscerlo. Quando uscì
la grande saga calabrese dei fratelli Rupe -
ma che dico calabrese? E' un'epopea universale,
la storia dell'uomo nei suoi dolori, nei suoi
amori, nelle sue speranze inestinguibili - quando
uscirono i primi volumi dei fratelli Rupe io
ero poco più che ragazzo. Ero assetato
di conoscere, di sapere; di confrontare quella
che stava appena disegnandosi come la mia vita
con la vita che narravano gli scrittori. Tenevo
un quaderno con le riflessioni che le mie letture
mi inducevano a fare. Ce l'ho ancora quel quaderno.
E' del 1937. [...].
Lo incontrai per la prima volta un quarto di
secolo dopo. Ricevetti una sua lettera, nella
quale mi proponeva di far parte della giuria
del Premio Viareggio. Come non accettare? Come
non sentire dentro di me il fremito che mi legava
così intimamente a quel personaggio della
mia giovinezza, e che mi chiamava nella sua
casa, con la semplicità con cui si ospita
un amico di sempre, invitandolo a spezzare con
lui il pane e a gustare con lui il sale?
Il Premio Viareggio di quegli anni - gli anni
Sessanta ormai mitici di tante ricchezze - aveva
un parterre prodigioso di menti creative,
in ogni campo della cultura: un parterre de
rois, che andava da poeti come Ungaretti, Montale,
Caproni; a scrittori come Piovene, Bonaventura
Tecchi, Bevilacqua; a critici come De Benedetti;
a critici d'arte come Roberto Longhi, il grande
Longhi; a musicisti come Goffredo Patrassi;
e via via a queste altezze, con altri nomi illustri
che vorrei ricordare se non temessi di dilungarmi
in un elenco più nominale, mentre è
di Repaci che voglio parlare. Di Repaci che
mi apparve nei viali di Viareggio vestito di
bianco, veemente, pavesato di giovinezza come
una nave in porto e che gli usciva da ogni poro
della pelle, con la sua criniera candida al
vento, dominatore delle discussioni con l'autorevolezza
di chi già allora da più di trent'anni
era al timone della letteratura italiana, e
con quell'estro veloce di cui Francesco Flora
era estasiato. Repaci esplorava, Repaci convinceva,
Repaci organizzava, Repaci esplodeva, Repaci
s'infuriava, Repaci comunicava; a mezzogiorno
in bikini rosso sangue si tuffava nelle acque
della Versilia e nuotava gagliardamente; alle
quattro radunava la giuria e la induceva a decidere
prima di sera, a scegliere i nomi giusti per
la gloria del Premio, che non fu mai attribuito
ai soliti illustri sconosciuti; e la notte tutti
alla Capannina o alla Bussola, luoghi di spassi
e conversari, con la Mina che si sedeva sulle
ginocchia di Ungaretti e si faceva declamare
le più belle poesie del Novecento come
se ascoltasse canzoni d'amore, e lo sciame dei
giornalisti a caccia di indiscrezioni, di giovani
scrittori alla ricerca del loro futuro, di belle
donne sedotte dal fascino della letteratura,
dell'invenzione, delle creazioni dello spirito.
Donne e letteratura sono sempre andate a braccetto.
Repaci dice che fondò il Premio Viareggio,
all'inizio degli anni Trenta, più di
mezzo secolo fa, perché vedeva sulla
spiaggia nugoli di femmine belle e provocanti,
e non sapeva come attirarle, come rendersi interessante
ai loro vezzi. Non aveva danaro, non possedeva
automobili, non poteva offrire gioielli come
i granduchi al pascolo dell'amore. Si promise
di conquistarle con la letteratura dove andò
spavaldo.
Gianni
Granzotto, Ricordo di Repaci, in "Coscienza
storica", III, 8, 1993, pp. 92-94.
75
Silvio Guarnieri - Alfonso Gatto - Eugenio Montale
Il
critico letterario Silvio Guarnieri (Feltre,
1910) è testimone dell'accoglienza piuttosto
fredda riservata da Montale e dagli altri "solariani"
al giovane Alfonso Gatto (Salerno, 1909 - Orbetello,
Grosseto, 1976) che, insieme a De Libero e a
Muscetta, accompagnati da Carlo Bo, era giunto
a Firenze nel 1932 per conoscere il poeta
degli Ossi di seppia. Solo negli anni
seguenti, a seguito di una quotidiana frequentazione,
la freddezza cederà ad un rapporto di
amicizia, non turbato dalla diversa concezione
politica dei due poeti. Montale passa qui dalla
tipica assenza (7)
all'ironia canzonatoria dei versi improvvisati
il giorno dopo; del resto, ci
sorprenderebbe la sua eccessiva cautela dinanzi
a chi ha viaggiato molte ore per poterlo incontrare,
se non conoscessimo, per dirla ancora col Guarnieri,
"quella ritrosia, quella scontrosità
che spesso improntavano l'atteggiamento di Montale
nel suo primo approccio con gli altri"
(8).
Una
fredda accoglienza
Incontrai
per la prima volta Alfonso nel 1932. Egli aveva
appena pubblicato un volumetto di poesie che
era stato segnalato da una recensione favorevole
di Ungaretti - sempre attento e pronto a cogliere
una vibrazione lirica nella prima produzione
di giovani sconosciuti - ed era giunto a Firenze
con Muscetta e De Libero per conoscere Montale.
Accompagnati da Carlo Bo, il quale studiava
Lettere e già lo aveva incontrato altre
volte, gli si presentarono alle Giubbe Rosse,
il caffè dov'egli approdava sul mezzogiorno,
dopo la chiusura del Gabinetto Vieusseux. Intorno
ai tavoli di quel caffè sedevano, come
al solito, altri collaboratori di "Solaria",
Franchi, Bonsanti, Vittorini, Loria e Nannetti;
i giovani forestieri dopo lo scambio dei saluti,
sedettero anch'essi ma la conversazione stentava
ad avviarsi; poche domande poneva Montale, il
quale, come spesso gli accadeva, si dimostrava
distratto e chiuso in sé; i "solariani",
dopo un breve scambio di parole, parevano avere
esaurito ogni loro curiosità, ogni interesse
per i nuovi venuti. Io mi sentivo a disagio;
avrei voluto incoraggiarli, ravvivare la conversazione,
ma non avevo la forza e la capacità di
coinvolgervi Montale; il quale al solito a quegli
inviti reagiva lasciandoli cadere, sottraendovisi,
ed il mio fervore un po' forzato rendeva ancora
più evidente la freddezza noncurante
degli altri.
A compensare quell'atteggiamento di cautela
e distacco, quando al tocco ci si alzò
per lasciarci, io proposi a quelli che consideravo
degli ospiti di accompagnarsi a me per desinare
in una di quelle trattorie dai pasti di poco
prezzo che frequentavo, e, mentre mangiavamo,
la conversazione fra noi si avviò, trovammo
argomenti famigliari a loro come a me, interessi
comuni e comuni predilezioni; ma fu soprattutto
con Alfonso che mi legai; a lui mi attiravano
la sua disarmata schiettezza, l'esigenza di
darsi agli altri, l'effusione del suo parlare
nell'ansia di farsi conoscere e di conoscere
il proprio od i propri interlocutori. Ove lo
si stimolasse, lo si provocasse dandogli fiducia,
mostrando di seguirlo nel suo discorso, si accalorava,
si concedeva senza riserve, nel desiderio di
suscitare consenso, di essere compreso ed accettato,
in un bisogno evidente di sodalità, di
amicizia.
Quell'incontro al caffè, improntato alla
freddezza, li aveva probabilmente delusi; d'altra
parte né Montale né gli altri
"solariani" li avevano in qualche
modo sollecitati ad un altro incontro; Montale,
il giorno seguente, tamburellando con le dita
su di un tavolo del caffè, si divertiva
a scandire, come talvolta faceva, un versetto
fortemente ritmato: "Gatto, De Libero,
Muscetta, Bo" concludendo con una rima
forzata: "popopò, popporopò";
e questa fu la sola traccia ch'essi avessero
lasciato; difatti erano ripartiti il giorno
stesso del loro arrivo né mai ripeterono
quella loro spedizione. Ma io ad Alfonso mi
ero legato di amicizia e mantenni i rapporti
con lui.
Silvio
Guarnieri, Alfonso Gatto: sotto il segno
della contraddizione, "Il Ponte",
a. XLIII, n. 3, maggio-giugno 1987, pp. 99-100.
76
Gianfranco Contini - Carlo Emilio Gadda
Gianfranco
Contini, primo "acceso partigiano"
del gran lombardo, rievoca il suo primo
incontro con Carlo Emilio Gadda a Roma l'11
(circa) maggio 1934. Si consideri il giudizio
del critico su Emilio Cecchi, del cui "neorondismo"
Gadda è l'"antipodo". Né
si trascuri l'"eccesso di deferenza"
attribuito a Gadda, un vero topos dell'aneddotica
gaddiana. La tipologia è quella della
presentazione (intermediario Enrico
Falqui).
Con
i giornali in mano
Conobbi
Carlo Emilio Gadda nella prima metà del
maggio 1934, direi verso l'11. Quest'incontro
mi era raccomandato dagli amici di Solaria,
estasiati dal raro figurino dell'ingegnere-scrittore
(che si realizzava a nostra insaputa anche fuori
d'Italia, con Musil, a suo tempo con Robbe-Grillet).
Per autodenuncia, io che ero destinato a diventare
un acceso partigiano di Gadda, confesserò
la mia irritazione alla prima lettura, che fu
di Polemiche e pace nel direttissimo
sull'Italia Letteraria; e che alla sua
causa fui guadagnato da Montale. Accadde così
che, passando io da Firenze, Bonsanti ebbe l'idea
di darmi da recensire per Solaria il libro fresco
uscito nelle sue edizioni, Il castello di
Udine. Proseguendo per Roma, chiesi a Falqui
di propiziare l'incontro: poiché Gadda
stava allora per preparare uno studio sulle
novità "ingegneresche" ed elettrotecniche
introdotte da Pio XI in Vaticano.
Ci demmo appuntamento, con i giornali in mano
per segnale, in un punto di corso d'Italia vicino
a porta Salaria, press'a poco dalle parti di
Cecchi. Così variano le cose del mondo:
l'introduttore sarebbe stato un giorno critico
acerbo dell'ultimo Gadda, in effetti l'antipodo
del suo neorondismo; mentre ho ancora nelle
orecchie le lodi illimitate che Cecchi, già
tiepidissimo, tesseva, una delle sue domeniche,
della puntata del Pasticciaccio, "una
bambolotta, ma che bambola!"; e almeno
del primo Gadda fu cauto fautore l'altro rondista
Bacchelli (del quale Gadda non ebbe pace finché
non divenni amico anch'io). Ci riconoscemmo
con Gadda a primo sguardo: alto il mio interlocutore,
poco meno che austero nell'abbigliamento, una
spolverina ripiegata su un braccio. E scendemmo
verso il centro, avvolgendomi lui da sinistra,
per eccesso di deferenza, ma anche per mutua
simpatia lombarda.
Gianfranco
Contini, in Carlo Emilio Gadda, Lettere a
Gianfranco Contini a cura del destinatario (1934-1967),
Garzanti, Milano 1988, pp. 7-8.
77
Gaetano Afeltra - Mario Missiroli - Maria Callas
Nel
volume Famosi a modo loro, pubblicato
nel 1988, il giornalista-scrittore Gaetano Afeltra
raccoglie molti dei suoi scritti apparsi
sul "Corriere della sera" negli anni
precedenti, perlopiù ritratti di uomini
politici, scrittori, artisti e uomini di cultura
in genere, che hanno lasciato una traccia nel
secolo XX. La narrazione è condotta sempre
con spiccato gusto dell'aneddoto e del particolare
essenziale (9).
I protagonisti di questo racconto del primo
incontro sono il sovraintendente alla Scala
Antonio Ghiringhelli, il giornalista e scrittore
Mario Missiroli (Bologna, 1886 - Roma, 1974)
e il soprano di origine greca Maria Callas (New
York, 1923 - Parigi, 1977), tutti e tre frequentatori
assidui del caffè Biffi a Milano nella
seconda metà degli anni Cinquanta. La
Callas, detta familiarmente "la Maria",
desidera conoscere il direttore del "Corriere
della Sera" e Ghiringhelli combina l'incontro
(primo, sebbene Missiroli e la Callas
in precedenza si siano più volte visti
e cortesemente salutati) in un modo assai naturale.
Bello il commento di Afeltra: "Fu un incontro
degno del Settecento, come quando i grandi prelati
s'inchinavano alle regine". La tipologia
è quella della presentazione.
Incessu
patuit dea
La
Callas allora viveva più al Biffi che
a casa. Il famoso caffè, data la sua
vicinanza alla Scala, ne era diventato una dépendance.
Quando era libera da impegni da lavoro, alla
Callas piaceva girare per i negozi e fare acquisti.
Non si sottraeva alle occhiate della gente e
se qualche sconosciuto la salutava rispondeva
con molta familiarità.
La cantante spesso alla sera pranzava al Biffi.
Il vecchio proprietario, il signor Biffi, anche
a locale pieno, teneva sempre tre tavoli riservati:
uno, all'angolo destro entrando, era per Ghiringhelli;
l'altro, a sinistra, alle spalle della vetrata
che divide il bar dal restaurant, per la Callas;
e uno in fondo, nella sala grande, ben protetto
dalla curiosità degli altri avventori,
era destinato a Missiroli, direttore del "Corriere
della Sera". Andassero o non andassero,
i tavoli era sempre tenuti a disposizione. Come
il Cambio di Torino conservava il posto fisso
per Cavour, il Biffi Scala riservava tre tavoli
per i suoi ospiti di prestigio (fatte, s'intende,
le dovute proporzioni). Per il locale era una
specie di privilegio, come per quelle ditte
che si fregiavano del titolo "fornitore
della Real Casa". La presenza della Callas,
di Missiroli e di Ghiringhelli, anche se i primi
due non erano clienti assidui, costituiva per
il signor Biffi una distinzione di quel genere.
L'unico frequentatore puntuale di tutte le sere
alle 8, era Ghiringhelli, igienista scrupoloso
e obbediente ai consigli dei medici. Missiroli
si alternava tra Biffi, Savini e Santa Lucia.
Le sere in cui Missiroli, entrando, vedeva la
Callas al suo tavolo, accennava un inchino e
passava via. La Callas ringraziava con un piccolo,
riguardoso sorriso. Missiroli incuteva soggezione.
Questo signore esile, dallo sguardo assorto,
dal cranio calvo e lucido, timido fino all'inverosimile,
incuriosiva la cantante. Voleva conoscerlo.
Espresse tale desiderio a Ghiringhelli, che
disse: "Combinerò io l'incontro".
E' a questo punto che, nella persona di Missiroli,
entra in scena l'outsider. Missiroli aveva l'abitudine
di far telefonare al ristorante, dalla segreteria
del "Corriere", perché gli
preparassero i quadrucci in brodo. A mezzanotte,
usciva per andare a cena, facendo poi ritorno
in via Solferino per leggere le ultime bozze
e per dare il via, alle due, alla chiusura delle
pagine. Venti minuti dopo, arrivavano le prime
copie fresche di stampa.
Una sera Ghiringhelli fece tardi a bella posta,
aspettò Missiroli e l'invitò al
suo tavolo. Il piano riuscì alla perfezione.
Missiroli voleva bene a Ghiringhelli per l'entusiasmo
con cui si dedicava alla Scala. Non si vedevano
molto a causa degli orari differenti: si incontravano
nelle grandi festività a pranzo dai Nodari,
grande nome dell'industria milanese.
Improvvisamente apparve la Callas. Entrava bella,
alta, un po' rigida, magra, quasi tagliente.
Ghiringhelli esclamò: "Ah! La Callas!"
e si alzò. Si alzò anche Missiroli.
Ghiringhelli invitò la cantante con un
gesto. La Callas si avvicinò. Tutto appariva
naturale. Era appena finita una prova e la Callas
arrivava per pranzare. Fu un incontro degno
del Settecento, come quando i grandi prelati
s'inchinavano alle regine. La Callas, che sulla
scena era stata regina, imperatrice, sacerdotessa
e maga, quella sera recitò la sua parte.
Missiroli, diafano nel suo completo di grisaglia
grigio, leggermente curvo, la calvizie smagliante,
prese la mano della Callas e la strinse con
le sue dita sottili e nervose, accogliendola
con il famoso verso di Virgilio: Incessu patuit
dea.
"Che vuol dire?" disse Ghiringhelli
divertito per animare l'approccio. "Vuol
dire" rispose Missiroli, alludendo all'ingresso
della Callas "che col suo passo si è
rivelata dea." La donna che veniva definita
"metà tigre, metà strega",
quella sera divenne mansueta, impacciata, ma
sicuramente incantata. La conversazione fu brillante,
talvolta frivola, spesso sostanziosa. Gli aneddoti
e gli aforismi missiroliani colpivano la Callas
come frecce. L'originalità dell'uomo,
la sua cultura, il suo gusto, la chiarezza dei
suoi pensieri l'affascinavano. La Callas ascoltava,
chiedeva. Aveva un'espressione nuova, curiosa.
Parlatrice anche lei, sicura, senza complessi,
schietta, quella sera desiderava solo di sapere.
I suoi gesti erano vivaci: si notavano i polsi
gentili e le mani lunghe, tenere e forti. A
un certo punto Missiroli guardò l'orologio.
La Callas con improvvisa confidenza gli toccò
la mano e gli disse: "Un quarto d'ora ancora".
Il fascino di Missiroli l'aveva conquistata.
Ma anche Missiroli era stato sedotto. Nell'ora
tarda, in quella sorta di "giardino dei
ciliegi", vagavano angelici pensieri. Da
quel momento anche per il direttore del "Corriere"
la Callas divenne "la Maria". Il quarto
d'ora era passato: la Callas accompagnò
Missiroli in via Solferino, e la macchina di
Missiroli riportò la Callas alla sua
casa, in via Buonarroti 40.
Gaetano
Afeltra, Famosi a modo loro, Fabbri Editori
- Corriere della Sera, Milano, 1995 [1988],
pp. 53-55.
78
Manlio Cancogni alle Giubbe Rosse
Il
famoso caffè fiorentino delle Giubbe
Rosse potrebbe dare il titolo a un intero
(e forse a più di uno) capitolo della
poesia e della cultura italiane del Novecento.
Ne documento l'importanza come luogo d'incontro
(primo, naturalmente) dando la parola
allo scrittore Manlio Cancogni (Bologna, 1916),
del quale riporto alcuni estratti dal suo articolo
(1992) in cui racconta con dovizia di dettaglio
e con spiccato gusto dell'aneddoto il
primo incontro di non pochi poeti ed
artisti della Firenze degli anni Trenta. Si
va dall'incontro tra il pittore Ottone Rosai
ed Eugenio Montale (autopresentazione),
a quello (fortuito) tra Leone Traverso
(Bagnoli di Sopra, Padova, 1910 - Urbino, Pesaro,
1968) e Tommaso Landolfi (Pico, Frosinone 1908
- Roma 1979), per finire con l'incontro (fortuito)
tra questi ultimi e Oreste Macrì (Maglie,
Lecce, 1913 - Firenze 1998), il futuro critico-teorico
dell'ermetismo appena giunto dalla nativa Maglie.
Alle tipologie su indicate si sovrappone quella
dell'incontro-convegno.
Ottone Rosai - Eugenio Montale
Una
mano sulla spalla
La
storia dell'amicizia di Rosai con i solariani
merita d'essere raccontata. Al tempo del "Selvaggio",
Rosai era amico di Maccari, frequentava il Paszkowski
e trovava ridicoli quei signori che entravano
nel caffè di fronte scivolando silenziosi
fra i tavolini. Qualche volta passando davanti
alle Giubbe in compagnia di un amico si li era
fatti indicare. "Quello grosso che somiglia
a Hitler, chi è?". "E' Gadda.
Scrive dei romanzi". "E quello col
viso rosa e i capelli biondi?". "E'
Bonsanti. Scrive anche lui romanzi". "E
quello che si sta stuzzicando il naso?".
"E' Montale". "O che fa?".
"E' un poeta. Ha scritto Ossi di seppia".
"Gli ossi di che?". Rosai rideva.
Gli pareva strano che quell'uomo dall'aria dimessa
un po' goffa, fosse un fratello di Carducci,
di Pascoli e di D'Annunzio.
Una sera trovandosi nella redazione dell'"Universale"
(il giornale di Berto Ricci, propugnatore d'un
fascismo di sinistra che avrebbe tratto in inganno
molti giovani sinceramente desiderosi di un
rinnovamento della società e della cultura
italiane) si sorprese a ricordare l'immagine
del poeta intravisto nella penombra del caffè.
In pochi minuti, scrivendo a matita, tirò
giù un articoletto dall'ironia plebea
che consegnò, senza rileggere, all'amico
direttore.
Quando l'articolo apparve col titolo Il poeta
pitale, Romano Bilenchi amico del "Selvaggio"
e di Rosai, se la prese col pittore. "Che
t'è saltato in testa?" gli disse.
"Quello è il più grande poeta
italiano vivente". Rosai rimase interdetto.
"Avresti dovuto dirmelo prima", fece.
Era sinceramente costernato, e un giorno, in
via del Corso, attese che Montale passasse e
gli andò risolutamente incontro a chiedergli
scusa. Montale vedendosi davanti quel gigante
dal viso contratto che agitava le mani grosse
e nodose, non sapeva che cosa rispondere. Balbettava
parole incomprensibili e lanciava intorno occhiate
inquiete. Montale rispondeva con un sorriso
imbarazzato al suo saluto, poi i due uomini
tacevano. Montale fumava una nazionale dietro
l'altra, giocherellava col manico della tazzina;
Rosai lo guardava, intento, con gli occhi inteneriti.
"Tu sei un gran poeta", gli diceva
battendogli una mano sulla spalla.
In seguito, quell'amicizia si sarebbe consolidata.
Leone
Traverso - Tommaso Landolfi
Sul
Lungarno
Leone
Traverso e Tommaso Landolfi s'erano incontrati
la prima volta sul Lungarno, di notte. Forse
s'erano già visti all'università
(studiavano tutti e due lettere) o al caffè
San Marco, mai avevano prestato l'attenzione
l'uno all'altro.
La loro amicizia cominciò con una commedia.
Traverso camminava lungo la spalletta del fiume
discorrendo con una collega dell'università.
Landolfi gli veniva incontro col bavero del
cappotto nero tirato fino al mento. Quando s'incrociarono,
Traverso udì quello sconosciuto che dopo
avergli lanciato un'occhiata tragica, da eroe
di melodramma, borbottava tra sé, con
voce stranamente accorata: "Quelli parlano
perché hanno mangiato"
Traverso stette subito al gioco. "Misero...",
fece, "devo credere che tu non abbia nemmeno
una lira per la zuppa?". "No, signore,"
rispose Landolfi fermandosi a sua volta e girandosi
con dignitosa lentezza, "non ho nulla perché
ho perso tutto...". "E come può
dirsi un simile triste caso?". "Sappia
signore, che ho giocato tutti i miei averi...".
Da quella sera i due cominciarono ad uscire
sempre insieme.
Oreste
Macrì - detti
Tra
due litiganti
Se
Landolfi e Traverso litigavano, il che accadeva
spesso, continuavano a uscire insieme senza
rivolgersi la parola. Anche in trattoria sedevano
accanto, divisi da un posto vuoto, rigidi e
silenziosi, attenti a non tradirsi nemmeno un
istante. Un giorno si sedette in mezzo a loro
un ragazzo (sembrava avesse smesso da poco i
calzoni corti) piccolo e bruno, che vedevano
per la prima volta. Subito ebbero la tentazione
di coinvolgerlo nella loro commedia. "La
prego" gli diceva Landolfi con aria molto
severa, "di chiedere al signore che siede
alla sua destra di non far troppo rumore con
la bocca". "Favorisca riferire",
replicava Traverso, "al signore che siede
alla sua sinistra che il suo modo di soffiare
nel cucchiaio m'è oltre modo sgradevole...".
Il nuovo venuto, superata la prima meraviglia,
mostrò una grande prontezza di spirito
e seppe così bene stare alla parte che
i due, alla fine, decisero di adottarlo. Si
chiamava Oreste Macrì, ed era arrivato
proprio quella mattina a Firenze da Maglie,
nell'estrema punta delle Puglie. La carrozza
che aveva preso in piazza della stazione, lo
aveva scaricato davanti a quella trattoria,
nel cuore delle lettere fiorentine.
Manlio
Cancogni, Quei frequentatori alle Giubbe
Rosse, in "Nuova Antologia", Ottobre-Dicembre
1992, pp. 229-237.
79
Geno Pampaloni - Giaime Pintòr
In
questo scritto del 1976, poi incluso nella sua
autobiografia, il critico letterario
Geno Pampaloni (Roma, 1918 - 2001) ricorda il
primo incontro con Giaime Pintòr
(Roma 1919 - Castelnuovo al Volturno 1943) nella
camerata degli allievi ufficiali della caserma
di Salerno. L'incontro fortuito, alla
vigilia della seconda guerra mondiale, nel 1939,
segna per il critico un momento importante della
sua vita, e soprattutto la presa di coscienza
"di essere prigioniero" "di un
paesaggio desolato e sconvolto" (op. cit.
in basso, p. 74), di cui Pintòr (o Pìntor)
fu sensibilissimo interprete.
Allievi
ufficiali letterati
Ho
ricordo preciso, come di cosa che segna un momento
di svolta nella mia vita, dell'articolo con
cui Giaime Pintòr si congedò dai
lettori di "Oggi", il settimanale
diretto da Benedetti e Pannunzio. Lo rivedo,
Giaime, calvo e arguto, tanto più maturo
della sua età (forse la giovinezza, i
vent'anni, si rivelavano soltanto nella svelta
eleganza con cui indossava la casacca di tela
grigia che portavamo in caserma). E rivedo la
sala buia e disadorna dello "spaccio"
della caserma di Salerno, ove durante le ore
morte di fine pomeriggio ci rifugiavamo a scrivere.
Teneva su "Oggi" una rubrica, "Atlante",
di commento culturale e, nei limiti allora possibili,
criptopolitico, firmando "Mercutio".
Ad un certo punto, verso la fine di agosto (del
1939, alla vigilia dello scoppio della guerra
e della seconda finis Europae) si accorse
che quel raffinato esercizio di chiaroscuro
non gli bastava più, e decise d'interromperlo.
Eravamo
capitati accanto (nel corso allievi ufficiali
accelerato, concesso agli iscritti ai Guf),
nelle prime due brande della camerata a sinistra
entrando. "Sono Giaime Pintòr",
mi disse presentandosi, "o anche Pìntor,
come molti dicono. Vivo a Roma ma sono sardo.
Faccio Lettere". Aveva un sorriso accattivante,
reso più prezioso da un sospetto di distaccata
ironia. Quasi del tutto calvo, pronunciato naso
aristocratico, zigomi forti, incarnato bruno;
occhi vivacissimi, di una benevola ma vigile
curiosità; e le mani magre, sottili,
direi impazienti, sempre in movimento, quasi
accennassero al personale alfabeto di un ininterrotto
discorso con gli altri. Aveva il gusto, e il
dono naturale, dell'amicizia; un gusto e un
dono, peraltro, controllati da una misura illuministica;
le amicizie in cui si trovava a suo agio erano
amicizie per dir così culturali, non
limitate al semplice impulso del sentimento.
La nostra trovò infatti conferma e garanzia
non appena seppe che anch'io studiavo Lettere,
e soprattutto che venivo dalla Normale di Pisa,
ove era stato convittore, se non ricordo male,
anche suo zio Fortunato, bibliotecario del Senato,
al quale egli era molto legato.
Geno
Pampaloni, Fedele alle amicizie, Garzanti,
Milano 1992.
80
Federico Zeri - Bernard Berenson
Federico
Zeri (Roma, 1921 - 1998) racconta il primo
incontro con Bernard Berenson, soprannominato
"Il Bibi". L'incontro avviene nella
ricca residenza di campagna del Berenson, I
Tatti, all'incirca nel 1946; e segna per il
giovane critico d'arte l'inizio della frequentazione
di un'altra cote rispetto a quella rappresentata
dal Longhi. Qualche pagina
prima nella sua autobiografia Zeri racconta
il suo primo incontro con Roberto Longhi
che riporto in nota (10).
Del Berenson e del Longhi Zeri traccia due ritratti
(impietoso quello del Longhi) che ne definiscono
e limitano gli insegnamenti
(11).
Si noti come, dinanzi al giovane allievo, entrambi
fingono qualcosa: Longhi si spaccia per "il
signor Saibene", Berenson finge di non
conoscere l'italiano per meglio dominare il
colloquio (sic!). La tipologia è quella
della visita.
Il
Bibi
Mentre
frequentavo ancora Toesca ero regolarmente invitato
dai Longhi a Firenze. Ci andavo con delle valigie
gonfie di fotografie, sulle quali io e Longhi
discutevamo e lavoravamo. Furono visite durante
le quali appresi moltissimo e delle quali sono
grato a Longhi. Toesca lo considerava una specie
di canaglia, benché geniale, e si rifiutava
di frequentarlo, ma non era contrario a che
io di quando in quando lo incontrassi.
Fu in occasione di uno di questi viaggi a Firenze
che Toesca mi scrisse una lettera di presentazione
per il più famoso degli storici dell'arte
della prima metà del nostro secolo. Bernard
Berenson, che regnava da sovrano nella sua principesca
dimora, I Tatti, e con il quale Longhi aveva
avuto una relazione piuttosto burrascosa. Al
mio arrivo a Firenze comunicai a Longhi la lettera
di Toesca ed egli, con stupefacente generosità,
mi propose di andare da Berenson usando la bicicletta
di Anna Banti. Fu così che conobbi "Il
Bibi".
Quella giornata è rimasta scolpita nella
mia memoria nei suoi minimi dettagli. Già
fui stupefatto dalle modalità dell'appuntamento:
telefonai, dissi della mia lettera di presentazione
e mi venne risposto che il Maestro acconsentiva
a ricevermi fra le ore 16.32 e le 16.54, dati
i suoi molti impegni. Arrivai a I Tatti, dove
fui colpito dall'arredamento eccezionale di
cui tutti parlavano e del quale conoscevo molti
elementi: quando però vi si entrava c'era
da perdere il respiro. L'atmosfera era caratterizzata
da un silenzio sepolcrale... Esattamente alle
16.32, dopo aver atteso vicino a un Trittico
del Sassetta, fui introdotto nel sancta sanctorum.
Riconobbi immediatamente il quadro sulla parete
davanti a Berenson, quadro sulle cui riproduzioni
avevo tante volte meditato: la meravigliosa
Madonna col Bambino di Domenico Veneziano.
Invece mi ci volle un po' di tempo per identificare
lo strano oggetto sul quale Berenson era seduto:
sulla sedia rinascimentale si trovava infatti
una bizzarra forma circolare, ricoperta di antico
velluto azzurro pallido, che solo più
tardi riconobbi per una ciambella, richiesta
da alcuni dolori localizzati in luoghi impropri.
Ci mettemmo a parlare. Bibi parlava un italiano
stentato, come lo parlano gli stranieri che
non sono perfettamente padroni di una lingua.
Ma dopo qualche istante mi resi conto che, al
contrario, egli era padrone di tutte le sfumature
della nostra lingua: semplicemente faceva finta
di non conoscerla, pronunciava degli errori
fabbricati. Era un modo per poter essere il
padrone dello scambio verbale. A un certo momento
si interruppe per domandarmi: "Lei è
ebreo?" Al che risposi di no. Al che egli
proseguì: "Allora lei è ariano?"
(come si sa, si era a poca distanza dalla scoperta
di Auschwitz e degli orrori dell'antisemitismo
nazista). "No", gli risposi, "io
sono siriano", e questa battuta mise fine
all'interrogatorio sullo spinoso soggetto.
Federico
Zeri, Confesso che ho sbagliato. Ricordi
autobiografici, Longanesi & C., Milano
1995, pp. 32-33.
81
Fernanda Pivano - Ezra Pound
Il
libro di Fernanda Pivano (Genova, 1917) Amici
scrittori con sottotitolo Quarant'anni
di incontri e scoperte con gli autori americani
è una vera e propria autobiografia
intellettuale della scrittrice, una miniera
di incontri. Riporto soltanto il racconto
del primo incontro con il poeta americano
Ezra Pound (Hailey, Idaho 1885 - Venezia, 1972)
avvenuto nell'ospedale psichiatrico St. Elizabeth,
a Washington, nel 1956. Pivano, su suggerimento
di Hernest Hemingway, si reca dal grande Ezra
Pound e si trova di fronte un nostalgico del
fascismo (di qui l'equivoco da parte di Pound
sul senso della visita della scrittrice italiana)
che il tempo ha rinchiuso in una corazza di
fanatismo ideologico nel quale è lecito
sospettare una sorta di autodifesa psicologica.
L'incontro, incorniciato in un curioso caso
di "spionaggio", peraltro senza conseguenze
di rilievo, rientra nella tipologia della visita.
Nostalgie
Hemingway
parlava tranquillo, sentendosi al sicuro dalle
indiscrezioni e dalla malevolenza. Mi raccontava
di sua madre, dei suoi figli, di Fitzgerald,
di Geltrude Stein. Con Ezra Pound aveva giocato
a tennis negli anni Venti e gli aveva insegnato
la boxe. Era un grande poeta, mi disse, e un
grandissimo uomo di cultura. Dovevo assolutamente
andare a conoscerlo.
Così quando andai la prima volta in America
chiesi al dipartimento di Stato di combinarmi
un incontro con Ezra Pound, senza sospettare
che mi sarei trovata protagonista di una specie
di servizio di spionaggio.
Mi organizzarono un appuntamento all'ospedale
St. Elizabeth, a Washington, dove era ricoverato
il grande poeta e controverso economista dal
quale ero attratta per la sua storia letteraria
e respinta per le vicende politiche.
Si sapeva delle centocinquanta trasmissioni
realizzate per la radio fascista in piena guerra
e si sapeva della spietata punizione subita
a Coltano, si sapeva delle petizioni firmate
da tutti gli intellettuali d'America per farlo
uscire dal manicomio. Dall'interrogatorio al
quale fui sottoposta al ritorno dal St. Elizabeth
mi resi conto che volevano da me, italiana,
una testimonianza sulle posizioni politiche
del poeta: in altre parole se era ancora fascista
e se la sua pazzia era soltanto un pretesto
per evitare pene più gravi.
Per fortuna, di questa mia funzione venni informata
dopo la visita, sicché andai lì
trepidante per l'emozione di incontrare il maestro
di Hemingway e soffocando in nome della poesia
le mie idee antifasciste. Lo trovai in un minuscolo
padiglione e Pound mi accolse con felicità,
forse perché ero italiana, forse perché
lo avevo avvertito della benevolenza di cui
mi circondava Hemingway. Indossava un grosso
pullover e cominciò subito a passeggiare
nervosamente nel giardino dove si aggiravano
gli scoiattoli, spettacolo consueto nei campus
americani ma per me ancora insolito, Pound aveva
le tasche piene di noccioline e le gettava agli
scoiattoli da lontano per attirarli e insieme
per spaventarli.
La moglie - Dorothy Shakespear, alla quale era
permesso di restare con lui fino al tramonto
- stava facendo una lunga sciarpa di cui le
biografie non recano traccia e che aveva l'aria
di essere una specie di tela di Penelope, di
quelle che non finiscono mai per offrire un
pretesto di lavoro per l'indomani. Nelle tre
ore in cui rimasi con loro parlò soltanto
per chiedere al marito se aveva freddo, se aveva
sete, se aveva fame, con devota pazienza e un
vago distacco.
Pound invece parlò continuamente, senza
interruzioni, mescolando l'italiano all'americano
e al francese, con gli occhi penetranti come
due lame e una specie di ansia che non lo abbandonò
mai. Mi raccontò di Hemingway e di Alice
B. Toklas per mettermi a mio agio e conquistarmi,
mi chiese di Rapallo convinto che fosse ancora
un villaggio a dimensione umana, alzò
la voce per tessere le lodi dell'Accademia Chigiana,
disse che desiderava molto ritornare a Venezia
e a Sant'Ambrogio.
Che la sua mente funzionava alla perfezione
era evidente. Ma d'improvviso mi si avvicinò
con aria cospiratoria e mi diede un foglietto
verde dove erano scarabocchiati dei nomi e degli
indirizzi. Mi disse che quelli erano suoi amici,
persone fidate, potevo andarli a trovare a nome
suo. Gli occhi che avevano guidato le più
grandi rivoluzioni poetiche del nostro secolo
diventarono stretti come due punte di spillo
e, annichilita, mi resi conto che Pound mi riteneva
una nostalgica. Mi raccomandò di non
perdere gli indirizzi, di scrivere a Dorothy
appena avessi incontrato i suoi amici; che naturalmente
non incontrai mai.
Di questi indirizzi non parlai al dipartimento
di Stato quando mi interrogarono. Dissi che
Dorothy era una legal guardian, una tutrice,
deliziosa, che Pound era lucidissimo, che gli
intellettuali italiani avrebbero certamente
vinto qualsiasi rancore politico pur di riavere
vicino questo colossale uomo di cultura.
Ma quando Pound, finalmente liberato, arrivò
a Napoli, prima dello sbarco a Genova, si rivolse
ai giornalisti con il saluto fascista e affermò
che i tredici anni passati al St. Elizabeth
erano stati un martirio anche più grave
di quello subito nei sei mesi a Coltano.
Fernana
Pivano, Amici scrittori, Arnoldo Mondadori
Editore, Milano 1997 [1995], pp. 58-61.
82
Sebastiano Timpanaro - Giuseppe Pacella
In
occasione della morte del leopardista Giuseppe
Pacella (Casarano, 25 aprile 1920 - Pisa, 25
aprile 1995), curatore dell'edizione critica
dello Zibaldone leopardiano (Garzanti
1991), Sebastiano Timpanaro (Parma, 1923 - Firenze
2000) pubblica su "Belfagor" il necrologio
che è anche un profilo del critico. La
rievocazione ci trasporta indietro di circa
mezzo secolo, nella seconda metà degli
anni cinquanta, quando il giovane laureando
Pacella, su consiglio di Francesco Della Corte,
si reca in visita da Timpanaro per avere un
aiuto nell'elaborazione della tesi su Leopardi
traduttore di Frontone. Dopo una prima delusione,
Timpanaro comprende che quel primo incontro
ha segnato l'inizio di una proficua collaborazione
e la scoperta di un vero talento critico. La
tipologia è quella dell'incontro
scolastico.
Doccia
fredda
Un
pomeriggio di un anno che non saprei più
indicare esattamente, ma che senza dubbio era
posteriore, forse di poco, al 1955 e anteriore
al 1959, si presentò a casa mia (io abitavo
con mia madre a Pisa, in via San Paolo) un signore
di aspetto e pronuncia leggermente meridionali,
di età che non seppi definire. Ora so
che, essendo nato a Casarano, in provincia di
Lecce, il 5 maggio 1920, non aveva ancora quarant'anni,
come non li avevo io, nato nel 1923. Allora
mi parve un po' più anziano; ma nei decenni
successivi mantenne sempre lo stesso aspetto,
e finì col sembrare più giovane
di quanto era. Mi disse che si chiamava Giuseppe
Pacella, che era vicino a terminare gli studi
all'università di Genova, che il professor
Francesco Della Corte gli aveva proposto una
tesi di laurea sul Leopardi traduttore di Frontone
e, sapendo che abitava a Pisa, gli aveva suggerito
di rivolgersi a me per qualche aiuto.
"Ah", dissi lietamente, "anche
Lei è dunque un leopardista, e, cosa
importante, un leopardista proveniente dalla
filologia classica. C'è ancora molto
da fare sul Leopardi filologo: potremo lavorare
insieme". Il mio entusiasmo, che, a distanza
di poco tempo, doveva rivelarsi più che
giustificato, sul momento subì una doccia
fredda. "No", si affrettò a
dirmi Pacella, "io non ho un interesse
particolare per il Leopardi né per la
filologia classica. Ho chiesto al professore
Della Corte una tesi qualsiasi, perché
ho fretta di laurearmi".
L'incontro, per me, perdeva di interesse. Gli
diedi qualche indicazione generica, gli prestai
il mio libro su La filologia di Giacomo Leopardi
che era uscito nel '55 e di cui, nonostante
la fatica che mi era costato, sentivo la provvisorietà,
gli dissi che, se aveva bisogno di qualche altro
aiuto, ero, per quel che potevo, a sua disposizione.
Si affrettò ad accomiatarsi, gentilmente
e timidamente, come se avesse abusato fin troppo
del mio tempo, mentre il dialogo era durato
pochi minuti.
Qualche tempo dopo, ricomparve. Mi disse: "Lei
scrive nel Suo libro, e anche gli studiosi precedenti
che ho consultato hanno scritto, che, dei due
manoscritti leopardiani della traduzione di
Frontone, quello, autografo, conservato in casa
Leopardi a Recanati, è anteriore all'altro,
copiato da Monaldo e da Carlo Leopardi, riletto
e corretto dal Leopardo stesso, conservato ora
alla Nazionale di Firenze. Una nuova edizione
del Frontone leopardiano dovrebbe, dunque, basarsi
sull'apografo fiorentino. Eppure, vi sono nell'autografo
recanatese delle correzioni che furono consigliate
al Leopardi da Angelo Mai, come risulta dal
carteggio tra i due. Perché il Leopardi
le ha apportate sul manoscritto recanatese?
Perché quello che oggi è il fiorentino
lo aveva mandato al Mai; quando lo riebbe, non
si curò di riportarvi quelle correzioni,
perché ormai aveva rinunciato a pubblicare
la traduzione di Frontone. Dunque chi volesse
ripubblicarla dovrebbe basarsi, sì, sul
fiorentino, tranne quelle annotazioni autografe
suggerite dal Mai, che rappresentano in quei
punti, l'"ultima volontà" del
Leopardi".
Io rimasi stupefatto. Dunque quest'uomo che
aspirava solo a laurearsi con una tesi purchessia,
e che aveva così recisamente dichiarato
di non avere interessi di studio, aveva risolto
da sé un problema di critica testuale
che, come avviene in simili casi, poteva apparire
ovvio ora che la soluzione era stata trovata,
ma sul quale il Cagnoni, il Piergili, il Mestica,
il Flora, e anch'io che, filologo classici,
avrei dovuto mostrarmi più avveduto di
quegli italianisti benemeriti ma non molto filologi
- tutti avevamo errato!
"Ma basta quel che mi ha detto ora a dimostrarmi
la Sua vocazione di studioso!", dissi,
e fu l'ultima volta che ci demmo del Lei".
Sebastiano
Timpanaro, Giuseppe Pacella, "Belfagor",
L, 1995, pp. 717-718, poi in Giuseppe Pacella
filologo leopardista, a cura di Luca Isernia,
Barbieri, Manduria 1999, pp. 143-144.
83
Maria Corti - Gianfranco Contini
Il
critico letterario Cesare Segre presenta
un'intimidita Maria Corti (Milano, 1915 - 2002)
al già famoso Gianfranco Contini. La
Corti ricorda la comicità del primo
incontro, avvenuto a Roma nel 1952 a casa
di Segre, e in fondo si consola della sua goffaggine
pensando al dotto cartoncino di Contini che
da Friburgo si augura di rivederla ancora. Il
contesto narrativo di questo breve racconto
è un'autobiografia sotto forma
di intervista rilasciata a Cristina Nesi nel
1995.
Un'allieva
impacciata e maldestra
L'incontro
nel 1952, a pensarlo ora, mi pare nei miei riguardi
abbastanza comico. Ero appena guarita dall'influenza
e non uscivo ancora di casa. Contini, giunto
da Friburgo, era a Milano in casa di Cesare
Segre, collaboratore dei due volumi continiani
Poeti del Duecento, che sarebbero usciti dalla
Ricciardi nel 1960. Telefonata di Segre: "Se
sei guarita, prendi un taxi e vieni a conoscere
Contini". Così feci. Entrando nello
studio di Segre ero alquanto emozionata, sicché
mi impigliai col piede nel filo elettrico di
una lampada della scrivania che si rovesciò
proprio in direzione di Contini, al che conturbata
urtai col gomito una pila di libri facendoli
cadere tutti a terra. Contini pareva divertito.
Segre un po' interdetto. Qualche giorno dopo
ricevetti da Friburgo un cartoncino in busta,
che naturalmente conservo, sul quale in scrittura
minutissima si leggeva: "Spero che l'uscita
superrogatoria sia stata innocua. Mi auguro
dietro il pronao di ieri di costruire la navata".
Maria
Corti, Dialogo in pubblico. Intervista di
Cristina Nesi, Rizzoli, Milano 1995, pp.
71-72.
84
Maria Corti - Carlo Emilio Gadda
In
questo secondo brano dell'intervista a Cristina
Nesi, Maria Corti rievoca il primo incontro
con Carlo Emilio Gadda, avvenuto nella casa
dello scrittore a Roma nell' anno 1971. Nessuna
impressione, nessuna descrizione meticolosa,
come ci saremmo attesi, ma solo il profilo appena
abbozzato di un signore in poltrona che ricostruisce
la storia d'ogni acquisto librario. Il fatto
è che la Corti è tutta presa da
un altro più importante ricordo: la perdita
dei nastri in cui il collega Angelo Stella aveva
registrato "novanta minuti di intervento
dello scrittore". Se si considera che l'incontro
è avvenuto due anni prima della morte
di Gadda, non si può non pensare con
rammarico che quella rassegna di libri abbia
rappresentato per il gran Lombardo anche un
ultimo congedo da essi. La tipologia è
quella della visita.
Un
signore in poltrona
Devo
dire che ho conosciuto personalmente Carlo Emilio
Gadda tardi, ai tempi della neoavanguardia.
Mi scrisse che gli era molto piaciuto il mio
articolo Le orecchie della "neocritica",
uscito nel 1967 in "Strumenti critici",
dopo di che lo incontrai a Roma. Un vero contatto
si è creato piuttosto tardi, nel 1971.
La ragione dell'incontro fu questa: l'amico
Roscioni, a cui spesso mi rivolgevo affinché
mi desse notizie sulla biblioteca di Gadda,
utili per le tesi di laurea dei miei allievi,
notizie riguardanti i libri di mineralogia posseduti
da Gadda o i testi degli Scapigliati o i Luigi
di Francia, un giorno mi suggerì di catalogare
in qualche modo la biblioteca di Gadda. Allora
al mio antico allievo e poi giovane collega
Angelo Stella, che avevo pregato di accompagnarmi
a Roma e aiutarmi, venne la felice idea di portare
con sé un registratore.
La cosa riuscì eccezionalmente utile
perché, mentre noi registravamo titoli,
edizioni, libri postillati, Gadda assisteva
da una poltrona e commentava la lettura, l'origine
dell'acquisto, le donazioni materne, esprimendo
alcuni giudizi suggestivi. Ritornati a Pavia
ci siamo resi conto che sui nastri, oltre alla
descrizione dei libri posseduti da Gadda, c'erano
novanta minuti di intervento dello scrittore.
A questo punto è nato un giallo: [...]
tre dei quattro nastri scomparvero dal fondo.
Non era mai successo niente di simile.
Maria
Corti, Dialogo in pubblico. Intervista di
Cristina Nesi, Rizzoli, Milano, 1995, pp.
28-29.
85
Carlo Bo - Lalla Romano
Nella
rievocazione autobiografica dell'ottuagenario
Carlo Bo (Sestri Levante, Genova 1911- Milano
2001) rivivono i luoghi di ritrovo degli artisti
nella Milano del secondo dopoguerra, il caffè
Craja, le Tre Marie, il Savini, già frequentati
nell'anteguerra dall'intellettualità
cittadina (e non solo). Ritornare in quei luoghi
alla fine della seconda guerra mondiale, epoca
alla quale si riferisce questo ricordo, significa
riprendere un discorso interrotto, riallacciare
antichi legami, fare nuovi incontri, insomma,
ricominciare a vivere. Tutto questo racconta
nel 1996 Carlo Bo quando rivede nella memoria
Lalla Romano (Demonte, Cuneo, 1906 - Milano
2001), una signora, una poetessa, "una
professoressa che si intendeva di letteratura",
mentre compare inaspettatamente una sera nel
piccolissimo bar di Via San Paolo. La tipologia
è quella dell'incontro-convegno.
Con
pochi amici
Ripenso
alla storia della mia amicizia, lunga amicizia,
con Lalla Romano e in base a queste ricorrenti
rievocazioni di un tempo ormai lontano e perduto,
riparto sempre da una prima immagine: dal nostro
primo incontro. Erano gli anni del dopoguerra,
non ricordo esattamente la data, e alla sera
ci si ritrovava con pochi amici, Solmi, Sereni,
Ferrata e pochi altri, in un caffè di
Via San Paolo. Un locale piccolissimo, una specie
di bar che aveva dietro una saletta. Tutto in
un palazzo ancora diroccato e privo di qualsiasi
comodità. Lo avevano scoperto Solmi e
Sereni, memori di un'antica abitudine d'anteguerra,
quando scrittori e artisti usavano ritrovarsi
al caffè Craja o più tardi alle
Tre Marie e alla sera al Savini. Ed è
lì che una sera vidi comparire una signora
di cui conoscevo soltanto vagamente l'esistenza
letteraria per aver letto il suo primo libro
di poesie. Era entrata in quel piccolo circolo
più come una professoressa che si interessava
di letteratura, questo anche perché ignoravamo
tutto del suo passato torinese e quindi ci mancava
tutta una prima parte della sua mirabile carriera.
Carlo
Bo, Lalla, voce spavalda del nostro secolo,
in "Corriere della Sera", martedì
5 novembre 1996.
86
Giovanni Macchia - Elena Croce
Il
critico letterario Giovanni Macchia (Trani,
Bari, 1912 - Roma, 2001) nel necrologio
di Elena Croce (Napoli, 1915 - Roma, 1996) ci
fornisce un ritratto psicologico della figlia
di don Benedetto, conosciuta nel 1944 a Roma.
La testimonianza di Macchia sembra alludere
alla fine di un'intera epoca storica, l'Italia
giolittiana, di cui Croce e Casati erano stati
protagonisti. Il critico significativamente
inserisce nel necrologio il compianto
da parte di Elena del figlio di Alessandro Casati,
Alfonso. Ed è sempre Macchia a suggerire
l'equazione: Elena sta ad Alfonso come don Benedetto
sta ad Alessandro Casati. Come dire, la fine
di un ciclo storico è anche nella morte
dei figli di coloro che ne furono i protagonisti.
La tipologia dell'incontro è quella della
visita.
Come
se tutto fosse distrutto...
Ho
conosciuto Elena Croce a Roma allora ed è
difficile che io possa dimenticarlo. Viveva
nella sua luminosa casa di via San Nicola dei
Cesarini, di fronte al teatro Argentina, nel
pieno centro di Roma. E la prima volta che varcai
la soglia della sua casa era un mezzogiorno
assolato dell'estate del 1944. Mi accompagnava
un amico, ex allievo dell'Università
di Pisa, Antonio Russi. E mi trovai di fronte
una signora attraente, snella ed elegante, dalla
voce squillante, con grandi sorrisi, che improvvisamente
scomparivano su un volto un po' triste. In quel
giorno caldo, già estivo, non portava
calza. Notai che aveva bellissimi piedi. Ma
durante la conversazione, in cui si parlò
di molte cose, e anche di scrittori, venne fuori
il nome di Rilke che mi parve ella non amasse,
dando pienamente ragione a suo padre. Ma subito
dopo il suo volto si oscurò. Ci rivelò
a bassa voce una notizia che l'aveva sconvolta
e che forse fin allora aveva tenuta nascosta,
come le cose profonde che non devono venir annunciate
nel corso di una conversazione, a una persona
conosciuta solo pochi minuti prima. Si trattava
della morte di Alfonso Casati, giovane figlio
di Alessandro Casati, forse un suo amico di
giovinezza. Rimanemmo in silenzio per pochi
secondi, senza interromperlo con parole di circostanza.
E più di una volta, nella mia lunga amicizia
con Elena, ho assistito a quei silenzi improvvisi,
in cui pareva s'immergesse, senza più
badare alle persone e alle cose che aveva d'intorno,
come se tutto fosse distrutto.
Giovanni
Macchia, Elena. L'impegnata di casa Croce,
in "Corriere della Sera", giovedì
21 marzo 1996, p. 31.
87
Gianni Celati - Italo Calvino
In
questa lettera ai curatori della rivista "Riga
14" datata da Brighton, novembre 1997,
Gianni Celati (Sondrio, 1937) ricorda quando,
poco più che trentenne, incontrò
per la prima volta Italo Calvino (Santiago de
Las Vegas, Cuba, 1923 - Siena, 1985) ad Urbino
nell'estate del 1968. "Nessuna data può
meglio segnare l'incontro tra i due", scrive
Marco Belpoliti (cit. in basso, p. 27). Malgrado
la rivista mancata e la diversità di
vedute, è l'inizio di una feconda collaborazione.
Una
rivista mancata
Nell'estate
del 1968, a Urbino c'era un convegno con molti
nomi celebri. Io ero nei paraggi e ci sono andato
per incontrare Calvino, che era tra gli invitati.
Per tre giorni abbiamo parlato quasi ininterrottamente
e lui era ancora eccitato da quello che aveva
visto durante le giornate di maggio a Parigi.
Ne parlava con straordinario entusiasmo; diceva
che era andato in giro per le strade con un
senso di liberazione; e mi raccontava che gli
psicoanalisti parigini durante quelle giornate
avevano perso tutta la clientela; e infine mi
spiegava la sua sensazione di essersi levato
dei pesi di dosso, e che adesso si sentiva di
"voltare pagina".
Poi l'ultimo giorno mi ha spiegato che l'editore
Einaudi gli aveva proposto di riattivare la
rivista diretta da Elio Vittorini e rimasta
sospesa dopo la sua morte. Ma lui aveva in mente
di fare una cosa molto diversa, con un gruppo
di persone fuori dai giri ufficiali e orientate
verso varie discipline. Per questo aveva pensato
di avviare la cosa rivolgendosi a me, Guido
Neri e altri. Io naturalmente ero emozionato
e confuso dalla sua proposta; ma poi quell'estate
sono andato a trovarlo a Cinquale, e ho cominciato
a conoscerlo meglio".
Gianni
Celati, Il progetto "Alì Babà",
trent'anni dopo. Lettera di Gianni Celati,
in "Riga", n. 14, 1998, la rivista
è un numero monografico interamente dedicato
ad "Alì Babà" progetto
di una rivista 1968-1972, a cura di Mario
Barenghi e Marco Belpoliti, Editore Marsilio
y Marcos, Milano, pp. 313-314.
88
Marcello Sorgi - Giulio Einaudi
È
il necrologio di Giulio Einaudi, pubblicato
dal giornalista Marcello Sorgi (Palermo, 1955)
sulla "La Stampa" (da lui diretta)
il giorno dopo la morte dell'editore torinese
avvenuta il 5 aprile 1999. L'incontro tra Einaudi
e Sorgi in casa di quest'ultimo segue di poco
l'intervista telefonica rilasciata al giornalista
dall'editore sui tentativi secessionistici della
Lega Nord nel settembre 1996. Un libro che Einaudi
prende a caso dagli scaffali di casa Sorgi riporta
uomini e cose al tempo passato, al "caso
Dolci", del quale il padre del giornalista,
Nino Sorgi, era stato avvocato difensore nel
1956, quando nessuno mai si sarebbe sognato
di richiedere un'intervista sul tema della secessione
ed anzi le migliori energie torinesi scendevano
in campo per difendere gli ultimi braccianti
del Sud. La tipologia è quella dell'incontro-convegno.
Un grande italiano
Giulio
Einaudi l'ho conosciuto tardi, era già
un uomo anziano. Gli chiesi un'intervista sulla
prima manifestazione della Lega Nord lungo il
Po per la secessione. Lui prese posizione contro,
duramente. E nel titolo, mi venne di scrivere:
"Einaudi, un grande italiano...".
Appena uscì l'intervista, Einaudi mi
telefonò. E mi chiese: "Lei è
sicuro che io sia un grande italiano?".
Lì per lì rimasi sorpreso. Un
titolo è sempre un titolo, ma non mi
sembrava di aver esagerato. Ci scherzammo su,
decidemmo di incontrarci. E qualche sera dopo
venne a pranzo a casa.
Ricordo che rimase un po' in piedi a guardare
gli scaffali della libreria. Poi si fermò
su una vecchia edizione Einaudi del '56, intitolata
"Processo all'articolo 4". Era una
raccolta di articoli, lettere, interventi, dedicati
al "caso Dolci".
Il 2 febbraio del 1956, il sociologo Danilo
Dolci aveva organizzato a Partinico una manifestazione
di contadini che chiedevano lavoro. Furono arrestati
per occupazione abusiva del suolo e resistenza
a pubblico ufficiale. In una Sicilia che i giornali
del tempo definivano eloquentemente "Africa
in casa" la condotta di Dolci fu considerata
"indizio manifesto di spiccata capacità
a delinquere".
Di lì nacque il caso e il libro che raccoglieva
gli interventi di intellettuali, politici e
giornalisti che si mobilitarono: Norberto Bobbio,
Piero Calamandrei, Vittorio Gorresio, Lucio
Lombardo Radice, Elio Vittorini, nonché
mio padre, Nino Sorgi, che fu l'avvocato di
Dolci al processo che ne seguì.
Bobbio, Gorresio, La Sicilia, La Stampa, e il
modo particolare della famiglia Einaudi, della
casa editrice e in definitiva di Torino di prender
parte e avere un ruolo civile nella comunità
italiana: con Einaudi quella sera parlammo di
questo. Non credo di aver sbagliato titolo,
gli dissi salutandolo. E lui ne sorrise.
Marcello
Sorgi, Torino e un grande italiano, in
"La Stampa", martedì 6 aprile
1999, p. 1.
89
Goffredo Fofi - Armando Borghi
Nella
sua autobiografia dal titolo Le nozze
coi fichi secchi, il critico Goffredo Fofi
(Gubbio, 1937) rievoca un episodio indimenticabile
della sua giovinezza, lo schiaffo datogli dal
vecchio anarchico Armando Borghi (Castel Bolognese,
1882 - Roma, 1968), che lo punì dopo
averlo sorpreso mentre fingeva di cantare in
coro l'inno dell'Internazionale. Solo
i traditori e le spie, infatti, simulano in
quel modo una conoscenza che non hanno. L'equivoco,
subito dissipato, dà luogo all'incontro,
ed è l'occasione di una nuova esperienza
per il giovane critico.
Siamo a Roma, alla fine degli anni Cinquanta,
nell'ambiente de "Il mondo". La tipologia
è quella dell'incontro-convegno.
Lo
schiaffo dell'anarchico
Dopo
la guerra, l'Internazionale la sia sentiva
molto poco. E' probabile che Togliatti la considerasse
troppo "connotata", e gli preferisse
la più generica e nazionalpopolare Bandiera
rossa, cantabile e, nei festival dell'Unità,
perfino ballabile. Fatto sta che dell'Internazionale
io sapevo la musica e non le parole, che nessuno
mi aveva mai insegnato e che anzi mai avevo
veramente sentito cantare. Questa mancanza mi
valse una piccola mortificazione e un breve
ma non dimenticabile incontro. "Il mondo",
il settimanale diretto da Pannunzio, aveva organizzato
a Roma, al ridotto dell'Eliseo, attorno al '58
o '59 o '60 le prime "lezioni sull'antifascismo",
poi imitate anche a Milano e Torino, utilissime
ad accostare una generazione come la mia alla
storia recente del Paese, vituperata e nascosta
nel decennio democristiano. Vi erano dei testimoni
e vi erano dei relatori, scelti nell'area ciellenistica.
[...]
Ero seduto vicino a un uomo di età avanzata,
vivace e anzi irrequieto, di cui ignoravo il
nome. Proprio quest'uomo si alzò, a lezione
conclusa, e a voce alta, anzi molto alta, invitò
tutti a levarsi in piedi e cantare in coro l'Internazionale.
Sì, doveva essere l'ultima sera, l'ultima
lezione. Tutti si alzarono e tutti cantarono
l'Internazionale, e questo mi stupì molto,
perché non credevo che i borghesi del
"Mondo", accusati di solito di snobismo,
la sapessero e cantassero, e appresi solo dopo,
da uno di loro, che prima del fascismo e prima
della stessa Rivoluzione russa, l'Internazionale
era considerata patrimonio comune, di tutti,
finanche dei mazziniani. Tutti la cantarono,
dunque... meno io che non la sapevo. E che vergognandomene
fingevo di cantarla, muovendo a caso le labbra.
L'anziano signore irrequieto al mio fianco mi
lanciò sguardi irati e di sbieco (era,
mi pare, più basso di me), pur continuando
a cantare con impegno e passione. Il mio disagio
aumentò. Poi, quando l'inno terminò
tra gli applausi, lo sconosciuto mi rifilò
all'improvviso un ceffone, uno schiaffo non
proprio sonoro, ma che bastò a farmi
diventare rosso come un pomodoro. "Perché
non hai cantato l'Internazionale?", mi
chiese indignato. E io, quasi balbettando, e
con una mano alla guancia: "Perché
non la so". "E perché non la
sai?". "Perché nessuno me l'ha
insegnata". Si rabbonì, e mi trascinò
fuori dal flusso degli uscenti, divertitissimi
dalla scene specialmente i pochi che mi conoscevano,
e scarabocchiò un indirizzo su un pezzo
di carta dicendomi: "Vieni a trovarmi domani
pomeriggio, e chiedi di Borghi". Chi era?
Di Armando Borghi, confesso, non sapevo nulla,
ma qualcuno mi disse all'uscita che era un vecchio
anarchico, con tutta una grande storia alle
spalle.
Il giorno dopo mi recai incuriosito all'appuntamento,
nella sede di non so più che. Ho creduto
di ricordare che fosse la sede di "Umanità
nuova", il giornale che Borghi dirigeva;
ma poi ho saputo che la sede non poteva essere
quella. Fatto sta che Borghi mi accolse con
espansiva cordialità, e anche con bene
accetto paternalismo, e mi regalò libri
e opuscoli a volontà. Tra questi c'era
un libretto di canzoni che si apriva con il
testo dell'Internazionale e conteneva molti
testi di Pietro Gori. Mi regalò anche
un libro uscito da poco, le sue memorie prefate
da Salvemini e intitolate Mezzo secolo di
anarchia, che ovviamente divorai.
Goffredo
Fofi, Le nozze coi fichi secchi, L'Ancora,
Napoli 1999, pp. 104-106.
90
Gianni Riotta - Leonardo Sciascia
Nel
decimo anniversario della scomparsa di Leonardo
Sciascia (Racalmuto, Agrigento 1921 - Palermo
1989), Gianni Riotta (Palermo, 1954) racconta
il primo incontro (cui seguirono altri
due, che tralasciamo) con lo scrittore siciliano,
avvenuto nel luglio del 1971 durante i suoi
esami di maturità. La stretta di mano
con cui Sciascia si complimenta col diciottenne
futuro giornalista e scrittore ha il sapore
di un'investitura. Per questo si trattò
proprio di "un esame indimenticabile".
La tipologia è quella dell'incontro
scolastico.
Una
stretta di mano indimenticabile
Ho
incontrato Leonardo Sciascia solo tre volte
ma, per un gioco del caso, sempre quando la
mia vita cambiava.
La prima volta durante il mio esame di maturità,
nel luglio del 1971. Con il mio amico Gabriele
Profita avevamo deciso di "saltare"
la terza liceo, vale a dire ritirarci da scuola
nella primavera della seconda liceo e presentarci
da privatisti agli esami. Un azzardo: malgrado
la riforma della maturità, i privatisti
dovevano comunque essere interrogati su tutte
le materie, come negli esami di una volta.
Un giorno dei micidiali esami "All'antica"
aspettavo il mio turno fingendo di non essere
intimidito: sarebbe stato inconcepibile, un
riconoscimento alla "scuola borghese"
che noi, ragazzi uguali a quelli di Vittorini
nel Garofano rosso non ci saremmo mai
perdonati. Il rischio c'era: i privatisti venivano
falcidiati, mentre gli studenti "normali"
passavano senza sudare.
Improvvisamente mi sentii chiamare. "Ma
non è il mio turno," dissi a Antonino
Noto, nostro mitico "membro interno",
uno dei pochi filosofi che abbiano insegnato
filosofia nei licei d'Italia. "Sì",
rispose impeccabile, "ma il giornale L'Ora
ha mandato Leonardo Sciascia a seguire
gli esami e mandiamo te, che hai una buona media.
Tranquillo".
L'esame fu tranquillo, come Noto voleva. Sciascia
seguiva da dietro, seduto su una sedia, sghembo,
vestito di lino chiaro, o almeno così
mi sembrava di intravedere. Non ebbi modo di
preoccuparmi di lui, ero concentrato sui miei
"commissari". Ma la sua presenza era
lì. Interrogato su Pasolini, sulla questione
meridionale, cercavo di ragionare, per non -
massimo reato per uno studente palermitano aspirante
intellettuale - "fare cattiva figura"
davanti a Leonardo Sciascia.
Ad un tratto mi chiesero di astronomia, e lo
stesso Sciascia mi fece una domanda: "Sa
il nome dell'astronomo che scoprì da
Palermo gli asteroidi di Giove?". Era Piazzi,
lo sapevo, mio padre mi aveva mostrato tante
volte il suo osservatorio, sopra la più
bella porta di Palermo. Non ci fu stupore, in
nessuno: per i commissari avere Sciascia "collega"
era gratificante. A me, il suo tono affabile
distese i nervi, che dovevo fingere di non avere
tesi. Per lui fu una domanda pacata, forse si
sentì tornato insegnante, per un attimo.
Lo scrittore in lino mi strinse la mano e fece
gli auguri. Dopo di me era candidato un frate
cappuccino, sessant'anni, in saio e sandali,
accompagnato da una donna, silenziosa e nervosissima.
Nel pomeriggio L'Ora pubblicò
le foto del mio anziano, e bizzarro, compagno
di esami. Sciascia lo scrutava intento, certo
per capire che storia avessero dietro quel monaco
e quella signora. Un esame indimenticabile.
Sciasciano.
Gianni
Riotta, Io, studente, giudicato da Sciascia,
in Leonardo Sciascia - La memoria, il futuro.
"Almanacco 1999", Bompiani Milano
1999. La testimonianza di Riotta è riprodotta
nella rivista "L'Esopo", n. 77-78,
marzo-giugno 1999, pp. 33-34.
91
Francesco Adorno - Manara Valgimigli
In
viaggio per Milano sul treno "Bramante",
Francesco Adorno (Siracusa, 1921) è incuriosito
da un "gentile lettore", l'avvocato
Gian Carlo Rivolta, intento nella lettura di
un libro di Manara Valgimigli, La mula di
don Abbondio. Ma non è tanto questo
l'incontro che importa. Un flashback
riporta Adorno al passato remoto, un giorno
d'un anno imprecisato della sua giovinezza nel
quale fortuna e studio volle che incontrasse
Manara Valgimigli, l'allievo del Carducci (si
veda in questa raccolta l'incontro Valgimigli-Carducci),
bibliotecario della Classense di Ravenna. Si
noti lo stupore per l'incontro fortuito
col Valgimigli, il piacere del conversare all'aria
aperta con chi rappresenta un pezzo di storia
letteraria italiana, sorseggiando un "serio"
lambrusco in un'osteria del porto di Ravenna.
E, dietro Valgimigli, Carducci!
"Valgimigli
Valgimigli?"
In
treno: sul "Bramante" diretto a Milano.
Un signore di gentile aspetto legge, sereno,
assorto, un libro di piccolo formato. Una sbirciata
professionale, per amor di libro, ma anche per
un'attenzione a quello che ora si legge. Sfugge
la Val di Chiana. Il libro, una sorpresa:
La mula di Don Abbondio di Manara Valgimigli.
Un ritrovato incontro: nella memoria vedo la
Biblioteca Classense di Ravenna, molti e molti
anni or sono, e là Manara Valgimigli.
Non dico l'anno: nella fantasia è oggi.
L'incontro fu a causa di un altro libro: un
manoscritto del Quattrocento, da me letto e
trascritto, nella Biblioteca Laurenziana di
Firenze, il De libertate di Alamanno
Rinuccini, composto all'indomani della congiura
dei Pazzi (1478), quando Lorenzo de' Medici
trasformò definitivamente la res-publica
fiorentina (oligarchica, ma sempre res-publica)
in res-privata, in Signoria. A Firenze,
le tensioni tra le fazioni opposte, tra l'oligarchia
fiorentina e Cosimo il Vecchio, volto ad assumere
il "primato" della Città, si
erano sopite con il ritorno di Cosimo dall'esilio
veneziano. Aveva detto Niccolò da Uzzano
che, nel conflitto per assumere la "signoria",
meglio dell'aristocratico Rinaldo degli Albizi
sarebbe stato Cosimo, ma aveva aggiunto: "che
Dio guardi questa città che alcuno diventi
principe" (da Machiavelli, Ist. flor.,
IV, 1433). Seppi che un codice di copia, di
molte opere di Alamanno Rinuccini, un tempo
appartenuto agli Strozzi, poi trafugato, era
stato collocato alla Classense. Necessaria,
prima di pubblicare il De libertate,
una collazione.
Partendo da Firenze ad ora prestissima. Ravenna.
La Classense: lo splendido edificio che fu il
monastero eretto dai Camaldolesi di Classe,
costretti a trasferirsi a Ravenna dopo il sacco
francese del 1512. La persona che si occupava
dei manoscritti e ne aveva la chiave era assente.
Sembrò un viaggio inutile. Pochi, allora
- anche ora -, i quattrini in tasca. Giovane,
mi arrabbiai. Chiesi, con insistenza, del direttore.
Forse dorme, mi dissero. E' di là, abita
in Classense. Il direttore venne. Un camice
bianco da medico; un'ampia nuca, che mai scorderò.
"Ha ragione", mi disse, "provo
a telefonare a casa dell'impiegato; forse è
andato a caccia". A caccia: la cosa mi
apparve, allora, ancora, molto suggestiva. Avevo
letto Per chi suona la campana di Ernest
Hemingway: il partigiano spagnolo, inviato per
una missione di guerra, e che invece si ferma
a cacciare conigli e lepri: più che la
guerra poté la poesia della caccia, tra
le stoppie bruciate. Il direttore dice: "Pronto!
Sono Valgimigli". Parla, si mette d'accordo.
Chiude. Lo guardo con meraviglia: "Scusi,
ma Lei è Valgimigli Valgimigli?".
Tra parentesi e sottovoce: avevo letto e studiato
i libri di Valgimigli, da Il nostro Carducci
del 1935, ai suoi lavori sulla Poetica
di Aristotele, alle sue traduzioni da Platone;
ne avevo discusso con alcuni miei maestri, sia
di greco sia di letteratura italiana, in polemica
con alcuni aspetti crociani e più ancora
gentiliani del Valgimigli. Ma certo splendido
restava, per me, il carducciano "saper
scrivere" di lui, vicino alla "forma"
del mondo classico. Ebbene, per me, allora,
Valgimigli era un "libro", di là
dall'essere persona viva. "Sì",
rispose, "sono Valgimigli Valgimigli".
Per non farmi perdere tempo - le chiavi degli
armadi dei manoscritti giunsero in ritardo -
m'invitò a lavorare nel suo studio. Dopo
aver insegnato letteratura greca a Messina,
a Pisa e a Padova, direttore poi della Classense,
allora, in biblioteca, Valgimigli preparava
l'edizione dell'Epistolario del Carducci,
ch'era stato, a Bologna, suo maestro, soprattutto
di metodo, di cultura, di umanità.
Mi dette aiuto. Poi, insieme, andammo al porto
di Ravenna, in una bella osteria, come, purtroppo,
non ce ne sono più. La pergola, il mare,
e un "lambruschino" serio - interessante,
direbbe un caro amico bolognese -, non quella
specie di gazzosa, come oggi viene "propinato"
(dato a bere) il lambrusco. I suoi racconti
a tavola: Carducci, Severino Ferrari, Alfredo
Panzini, Renato Serra. Un mondo.
Un mondo che per me era già passato storicamente
e criticamente, emergeva vivo, detto da un vivo,
in un sognante parlare classico, anche per lui
in fantasia. Il suo dire, non per cliché,
senza saccenteria, essenziale.
Altri incontri ebbi con lui.
Francesco
Adorno, Sul "Bramante" diretto
a Milano: un incontro con Manara Valgimigli,
in "Nuova Antologia", Luglio-Settembre
2000, pp. 77-78.
92
Andrea Camilleri - Manuele Cassesa
Intervistato
da Marcello Sorgi sui suoi professori liceali,
Andrea Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento,
1925) ricorda il professore di italiano, Manuele
Cassesa, e in particolare il momento davvero
memorabile del loro primo incontro, con
ciò che ne seguì. Il professore,
difatti, con un escamotage pedagogico
ben camuffato sotto l'apparenza di uno smodato
lassismo, induce i suoi allievi a richiedergli
lezioni accurate e approfondite, che lui, all'apparenza
costretto, puntualmente tiene con grande successo
didattico. La scuola, ludus non solo
per gli antichi, appare qui come la palestra
di "un giocatore di grandissima razza",
qual era il professor Cassesa. La tipologia
è quella dell'incontro scolastico.
Gioco
d'azzardo
Cassesa
era mio professore di italiano al liceo. Uno
straordinario uomo che al primo liceo, in piena
epoca fascista, quando bisognava portare la
camicia nera, arrivava con il cappotto, l'impermeabile
abbottonato fino al collo perché si vergognava
a indossarla. Al primo giorno si presentò
così: sentite, ho fatto i conti, per
quello che io valgo, e per quello che mi passa
lo Stato, io non vi posso fare più di
sei lezioni l'anno. Quindi io vi faccio sei
lezioni e poi basta. Siccome gioco molto - era
un giocatore di grandissima razza - ho bisogno
di recuperare sonno, facciamo patti chiari e
amicizia lunga: io arrivo in classe, voi chiudete
le finestre e io dormo. Voi fate quel casino
medio, sopportabile, in maniera che si capisca
che io sono in classe. Fece le prime sei lezioni
spettacolari, straordinarie, capii tante cose
della nostra lingua e della nostra letteratura.
Così metà della classe rimase
in sospeso quando annunciò: con ciò
finiscono le mie lezioni. E no professore, si
ribellarono i miei compagni, lei non può
fare in questo modo. Lui disse: ci possiamo
mettere d'accordo, mi pagate. Professore, ma
noi non abbiamo soldi. Vi tassate e mi fate
trovare sulla cattedra un pacchetto di Milit,
erano le sigarette di allora, le peggiori; e
noi gli facevamo trovare le Milit.
Io non ho mai capito, se non nell'età
adulta, il meccanismo di questa richiesta. Neppure
uno psicoanalista avrebbe potuto pensarla così
fine. Noi a quel punto pretendevamo la lezione
fino all'ultimo minuto, perché l'avevamo
pagata noi. E così andammo avanti per
tre anni al liceo. Se sono in grado di spiegare
Dante ai miei figli o divertirmi a farlo all'Accademia
Nazionale dell'Arte Drammatica io lo devo a
Manuele Cassesa, papale papale. E a lui devo
alcuni miei personaggi, oltreché parecchie
lezioni di vita.
Marcello
Sorgi, La testa ci fa dire. Dialogo con Andrea
Camilleri, Sellerio Editore, Palermo 2000,
pp. 100-101.
(III
- fine)
NOTE
(1)
L'incontro è rievocato da Giacomo Debenedetti
anche in Lettere di Umberto Saba, in
"Nuovi Argomenti", n. 41, novembre-dicembre
1959, pp. 7-8: "L'entusiasmo con cui il
poeta accolse l'invito di "Primo Tempo"
fu calorosissimo, e giustamente ci inorgoglì.
Egli mandò dapprima Il Vino, terza
delle Canzonette che, poco dopo, ci spedì
complete col loro Preludio. Ne facemmo
un numero speciale della rivista, poi pubblicammo
tutta la raccolta in un volumetto fregiato di
alcune xilografie del pittore Nicola Galante,
una delle "scoperte" di Soffici. Era
l'estate; al principio d'autunno Saba venne
a Torino, si presentò a casa mia, dov'era
la redazione della rivista.
Mezz'ora dopo l'incontro letterario era divenuto
un'amicizia. Scoprimmo alcune somiglianze di
tipi, di vicende, di gusti, di abitudini, di
manie, di nobiltà e di ridicoli tra le
nostre due famiglie ebraiche."
(2)
Cfr. quanto scrive in proposito Carlo Dionisotti,
Momigliano e Croce, in Ricordo di
Arnaldo Momigliano, Il Mulino, Bologna 1989,
P. 29: "Nei primi anni Trenta, intorno
al decennale del regime fascista, in aria già
viziata da sospetti e paure, la conoscenza personale
di Croce, nella sua casa, era per un giovane
una sorta di iniziazione. E dannati conseguentemente
furono gl'iniziati che tradissero". La
precisazione valga anche per l'anno 1929.
(3)
Quando uscì il primo numero di "Energie
Nove" e, non so come, mi capitò
in mano, con la sua copertina di carta grigio
azzurra, i vecchi caratteri tipografici del
testo, e, dopo una certa esitazione che mi veniva
dal titolo, che mi suonava un po' strano e ricercato,
ebbi cominciato a leggerlo, andai innanzi fra
quei programmi e quei concetti astrusi e astrusamente
esposti, con sempre maggior rapimento. Mi pareva
di trovarci, espresso in parole esplicite, rilevato,
diventato comunicabile e chiaro, tutto il vago
ineffabile che era in me, tutta la energia indeterminata,
e così nuova che non sapeva neanche di
esistere, tutta la potenza diffusa e inconsapevole.
[...] Mosso da non so quale determinazione,
presi la penna e scrissi [...] una lettera al
direttore il cui nome rividi stampato sulla
copertina: Piero Gobetti - Via XX Settembre,
60. Una lettera che non ricordo, ma che certamente
era piena di ammirazione e insieme, suppongo,
di riserbo e di superbia [...] Con mio grande
stupore ricevetti, il giorno dopo, una letterina
di risposta dove Piero Gobetti mi scriveva,
in poche righe, che desiderava conoscermi e
che mi aspettava a casa sua. Credevo che il
direttore della rivista fosse un vecchio, o
almeno uno di quelli che allora consideravo
dei vecchi, un uomo di almeno vent'anni, pieno
di quei misteriosi poteri della cultura e della
sapienza a cui non mi ero neanche per un attimo
affacciato; e il cuore mi batteva quando salivo
le quattro rampe delle scale [...] Suonai il
campanello con estrema esitazione e venne subito
ad aprirmi un ragazzo alto, magro, con una gran
testa di capelli scarruffati biondo-castani,
un paio di occhiali di metallo sul naso aguzzo,
e occhi vivacissimi e penetranti dietro le
lenti. Volevo chiedergli se c'era in casa il
signor Pietro Gobetti, che pensavo dover essere
suo padre; ma egli, credo capì dal mio
viso il mio dubbio e subito mi disse: "Gobetti
sono io, tu sei quello che mi ha scritto, sei
Levi?".
Carlo Levi, Gli anni di Energie Nove,
"Il Contemporaneo", III, 7, 18 febbraio
1956, p. 3.
(4)
È convinzione di Claudio Marabini
che opera e uomo non siano due entità
separate, e che sia possibile dall'una risalire
all'altro e viceversa, alla ricerca del segreto
dell'opera. Egli scrive nella Prefazione
a La chiave e il cerchio, Rusconi Editore,
Milano 1973, p. 7: "Ho sempre desiderato
di conoscere l'autore di un libro quando il
libro mi è piaciuto". E poco oltre:
"(...) l'opera è bella e interessante,
vediamo allora l'uomo che l'ha
prodotta, cerchiamo di avvicinarci, se è
possibile, al suo segreto". Ne deriva che
nella pagina di Marabini studio critico e conoscenza
diretta dell'autore coincidono.
(5)
Nella pagina precedente dell'op. cit. Marabini
aveva scritto: "La pagina di Tobino è
libera come quella di un antico
rapsodo, non conosce schemi".
(6)
Il racconto Michelaccio apparve a puntate
nell'"Idea nazionale" (1920) e poi
in volume per le edizioni della
"Ronda", Roma 1924.
(7)
A questo proposito, ecco come Antonio Barolini
ritrae Eugenio Montale alle "Giubbe Rosse"
nel 1938-'39: "Montale, alle "Giubbe
Rosse", stava seduto contro il muro e non
parlava mai, o quasi, a monosillabi: era presente
e assente. Il suo volto che, oggi, mi è
così umanamente caro, era avvolto in
una nebbia di sigarette, tra l'Arturo Loria
e lo spilungone inquieto di Ottone Rosai (sottaccio
deliberatamente gli altri cari e operosi amici
di ieri e di oggi, ma il nominarli tutti sarebbe
impossibile). Aveva, l'enigmatico Montale, l'occhio
vivissimo, anche allora, presente e assente
al tempo stesso; e, ogni qualvolta parlava,
pareva scendesse con estrema umanità
e naturalezza (ma anche ritrosia) da un suo
interiore soliloquio, che non era fatto di parole,
né certamente di pensieri articolati,
ma di bagliori e intuizioni".
Antonio Barolini, Per i
settantanni di Eugenio Montale, in "Nuova
Antologia", Gennaio-Aprile 1967, col. 499°,
pp. 46-47.
(8)
Silvio Guarnieri, L'ultimo testimone,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989, p. 28.
(9)
Lo stesso Afeltra nella Prefazione alla
raccolta (pp. 5-6) spiega: "Ciò
che mi interessa, nelle storie di uomini e donne
famosi del nostro tempo raccolte in questo libro,
è l'elemento umano. A mettermi sulle
loro tracce per raccontarli, è stato
soprattutto il desiderio di saperne il più
possibile. Sono proprio questi piccoli segni,
gesti, debolezze, comportamenti, distrazioni,
idiosincrasie, paure, a dimostrarci il suo vero
carattere. Potremmo dire che è come l'aprirsi
improvviso di una finestrina attraverso la quale
si scorge qualcosa che fino allora non si era
mai notato. (...)
Ho cercato di dedurre, dal poco che vedevo,
ciò che non si vede, eppure conta. Il
particolare che a un certo punto, almeno per
me, rivela l'essenziale. Insomma, da un piccolo
episodio, fare uscire l'immagine umana completa.
Anche la storia con la s minuscola ama servirsi
di tali tratti significativi, se vogliamo semplificatori,
per fissarsi nella memoria e nella fantasia".
(10)
Introdotto da Umberto Barbaro nel cenacolo di
esteti e di storici dell'arte che si riuniva
in casa di Giuliano Briganti, Zeri incontra
Roberto Longhi: "E fu lì che un
pomeriggio mi misi a parlare con un personaggio
alto e magro, dallo sguardo scuro e affascinante,
che mi si era presentato come "il signor
Saibene". Soltanto dopo aver terminato
una lunga conversazione e dopo aver risposto
a una quantità di domande,
il mio interlocutore mi disse il suo vero nome:
Roberto Longhi". (in Federico Zeri, Confesso
che ho sbagliato, TEADUE, Milano
1996, p. 30).
(11)
A conclusione del confronto tra i due, Zeri
afferma: "Dal mio punto di vista non è
possibile confrontare la statura di questi due
uomini così importanti per la storia
dell'arte europea della prima metà del
nostro secolo. Da un lato c'è un gigante
di cultura meravigliosa, padrone del greco,
del latino, dell'ebraico, dell'indù e
di mille altre lingue, una mente che riassume
lo spirito della cultura dell'Europa centrale
(e il ricordo che ne ho diviene sempre più
grande con il tempo). Dall'altro un virtuoso
calligrafo, dalla straordinaria biografia, padrone
di una magia verbale, ma molto limitato nei
suoi interessi culturali, avido di potere, dallo
spirito provinciale e troppo spesso mosso da
motivi mercantili. Tuttavia sono stati loro
due a fissare le strutture della storia dell'arte
italiana, immobilizzandola nei limiti che la
avvolgono ancor oggi. E' una storia che fondamentalmente,
e anche quando si proclama marxista o sociologica,
rimane nell'attribuzionismo perché è
legata al mercato, dove soltanto i nomi contano
e fanno prezzo. La concezione idealista di Croce
per il quale conta soltanto la forma in se stessa,
fuori di ogni contingenza, si sposa così
"obiettivamente" a motivi mercantili".
( F. Zeri, Confesso che ho sbagliato,
cit., p. 43).