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 Ritratto breve di Antonio Neiwiller
  di Mario Valentini

Fotografia di Pino Musi

         Antonio Neiwiller nacque a Napoli, credo più o meno nel 1948, se ricordo bene. Il padre era fotografo. Lui invece, nella vita, ha fatto molte cose. Ha fatto inizialmente lo scenografo per una compagnia del teatro di avanguardia napoletano, poi l'attore, poi il regista. Abitava dalle parti del Vomero. Visse poi nei Quartieri Spagnoli e in seguito a Palazzo Marigliano. Aveva molti amici, spesso impensabili, alcuni li ho intervistati diversi anni fa. Uno ad esempio si chiamava Pino. Si erano conosciuti in trattoria. Erano in trattoria, Pino e Neiwiller, mangiavano tutti e due da soli, ciascuno al suo tavolo. Neiwiller lo invitò al proprio tavolo e diventarono amici. A me questo incontro mi ha sempre ricordato un racconto di Pessoa, posto all'inizio di non so quale libro. E racconta proprio di questo, di due che si conoscono a mangiare nello stesso posto.


(Alcuni spettacoli)

         Neiwiller aveva lavorato sugli scritti di questo Pessoa. Ne aveva fatto uno spettacolo, Una sola moltitudine si intitolava. C'era della gente che correva dall'inizio alla fine, senza sedersi mai, e uno, un po' grosso, piazzato sopra un letto, che recitava. Era Antonio Neiwiller.
         "Non so sentire", diceva. "Non so essere quotidiano, nitido", diceva. "Non so convivere dentro la mia anima triste con gli uomini miei fratelli sulla terra", diceva. Poi diceva che ci sono stampe malfatte, di quelle che costano poco, senza nessuna qualità artistica, che lo emozionavano moltissimo. Ce ne erano alcune, ad esempio, con un uomo sopra una barca. Diceva: "Poter essere io quell'uomo, sopra quella barca". Tutti desideri così, di essere altra gente, aveva questo Pessoa.
         Era uno spettacolo molto bello. E Neiwiller che recitava: "E io sfiorire, come un fiume incantato, lungo i lenti declivi di me stesso, sempre più verso l'inconsapevolezza e la lontananza". E poi: "Possibile che non esistano isole per coloro che non possono essere confortati, viali per coloro che sono isolati nel sogno?"
         Poi c'era un altro spettacolo, che mi ricordo moltissimo, dove venivano liberate delle luci che sembravano lucciole. Erano precise identiche a delle lucciole in volo, con quel modo particolare che hanno le lucciole di accendersi e andare spostandosi lentamente. E non ho mai capito come facesse, tecnicamente. Dopo più di dieci anni ancora ci penso e mi chiedo: "come faceva?". Erano una meraviglia, a vedersi, queste lucciole nel buio del teatro. Poi invece, recentemente, mi hanno detto che le lucciole si possono benissimo catturare e continuano a essere luminescenti. Per cui sicuramente ha fatto così: le ha catturate.


(I disegni e gli amici)

         Antonio Neiwiller era anche un bravissimo disegnatore. E aveva molti amici. Dei disegni mi ricordo soprattutto delle figure un po' lunghe, forse bambini, con la testa molto grossa e le mani grandi. Il corpo invece era stretto. Stavano sempre un po' storte sulla pagina, sospese in cima o di lato.
         Ogni tanto i suoi amici li incontro. Parlano sempre di lui. Molti di loro ancora fanno gli attori. Uno ad esempio è passato da Palermo recentemente, ma è di Napoli e vive a Faenza. Ha un corpo, se lo vedi, esile esile, ma quando recita ha una forza dentro, e non si ferma mai. Finisce gli spettacoli che è prosciugato. Ora io di Neiwiller ne parlo così, brevemente. Ma la mia tesi era lunghissima, di laurea, tutta di laurea era, in cui prendevo in considerazione tutto nel dettaglio. Ma è più bello parlarne così, familiare, perché è come parlare di un cugino o di un parente, anche se io non l'ho nemmeno conosciuto di persona. Ho visto gli spettacoli e mi erano piaciuti moltissimo. E mi ricordo che quando andavo in giro per Napoli a intervistare i suoi amici, avevo un fastidio, dentro, verso me stesso che curiosavo nei fatti altrui facendo domande personali, e mi sembravo come Maurizio Costanzo, quello che fa le interviste in televisione, che è insopportabile.
         Mi ricordo che uno, ad esempio, l'ho intervistato su una panchina a piazza Cavour, che a Napoli chiamano piazza Càvur. C'era anche una mia amica e dei ragazzini, più in là, che tiravano pietre. L'attore che intervistavo si è girato, gli ha lanciato due urlate e quelli hanno smesso. Questo attore diceva, ma in un modo che faceva ridere, che a ricordare gli veniva tristezza, perché quando loro facevano insieme gli spettacoli era una fatica bestiale, e guadagnavano proprio due lire. Facevano dieci repliche, se andava bene. E ora che è morto, diceva, fanno i convegni e la gente fa le interviste e le tesi di laurea. Lui invece aveva sofferto per anni, perché non lo considerava nessuno. Io, che facevo l'intervista, mi ero sentito un verme e mi ero sentito ancor più come Maurizio Costanzo, che è una sensazione orribile.


(I film e altri ricordi)

         Antonio Neiwiller ha anche recitato in alcuni film. In un film interpretava il sindaco di Stromboli, un'isola nel mar Tirreno, e diceva che voleva fare un tramonto artificiale, di notte, proiettato sul cielo. Cantava sempre scion scion, una musichetta che c'è in un film di Sergio Leone. Quella musichetta gli piaceva proprio, la cantava sempre, già molti anni prima del film, a casa sua e con gli amici.
         Questi sono particolari un po' inutili, ma servono a raccontare un personaggio.
         Ma quello che più ricordo con emozione è uno spettacolo che si chiamava L'altro sguardo, di cui ci sono in circolazione pure delle videoregisrazioni. In quello spettacolo Neiwiller cambiava discorso in continuazione e faceva con la faccia delle smorfie incredibili e voci sempre diverse, ma in un modo che proprio commuoveva. A un certo punto diceva, tutto in dialetto: "Spaparanze 'e serrande a stu barcone, ma quanno chiove alla fine sì contento: te ricorde 'e quann'eri guaglione". Che preso così non vuol dire niente, o molto poco, ma in quel contesto era commovente. E poi ce n'era un'altra, molto bella. Diceva: "Bisogna alimentare il desiderio!". Diceva: "Bisogna che nelle nostre teste offuscate dalle tubature delle fogne, dai muri delle scuole, dall'asfalto e dalle pratiche assistenziali entri il ronzio degli insetti. Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi, non importa se poi non le costruiremo. Bisogna alimentare il desiderio". Questo diceva Neiwiller, ed era un pezzo, credo, preso da un altro film. E poi diceva: "Le cose grandi svaniscono. Sono quelle piccole che durano. Bisogna tornare alle basi principali della vita". Era proprio bellissimo, perché alla fine di questa frase usciva di scena spalancando una porta e perdendosi in mezzo alle strade, lasciando il silenzio, che è bello da ascoltare dopo che si è parlato a lungo.
         Ma un'altra cosa che ancora ricordo, ed è strana, accaduta proprio nel mezzo di un bel silenzio, è che ero a Bologna, era estate, nel '97, e stavo concludendo la mia tesi di laurea. C'era la stanza buia. Tenevo acceso solo il computer e avevo lasciato la finestra aperta. E proprio mentre finivo la tesi, e aggiungevo le ultime parole, dalla campagna vicina una lucciola è entrata nella mia stanza ed è stata un poco lì a girare. Io la guardavo incantato, perché non avevo mai visto una lucciola entrare nella mia stanza. Poi è andata verso il bagno e l'ho seguita. L'ho guardata un altro po', poi si è spenta. Io ho pensato che forse era Antonio Neiwiller che dopo quella fatica che avevo fatto in quegli anni, di viaggi interviste e spostamenti, mi era venuto a trovare. Era venuto a farmi un saluto. Ed era come se mi volesse dire: "Bravo Mario, hai lavorato abbastanza, ora riposati".
         E infatti, dopo, ho consegnato la tesi, mi sono laureato e sono andato in vacanza. È stato uno dei periodi più allegri della mia vita. Poi, a settembre, sono tornato in città e sono tornati i guai, perché ero senza lavoro.


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